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Fuori onda

Strane correnti ci muovono, e non capiamo cosa siano.
Una luce misteriosa si intravede, a volte, in alto, ma non la comprendiamo. C’è chi nega che esista davvero. La chiama illusione.
Ma cosa illumina questo nostro mondo?

Siamo pesci in cerca dell’acqua in cui nuotano.

In mezzo al rumore

Uno fa le cose che pensa.
“Che pensa”. Che pensa siano convenienti. Non necessariamente vere, o giuste. Vere o giuste solo se pensa che il proprio bene faccia parte del bene di tutti.
Le virtù umane sono anche le virtù cristiane, e viceversa, ma di loro non importa a nessuno che non abbia un interesse per loro. Che non pensi gli convenga seguirle. Ma che accade se quelle virtù non gli dicono niente?

Non si combatte per difendere le leggi se non si crede più alla ragione per cui quelle stesse leggi sono nate. Se non penso che ogni vita sia sacra allora mi è lecito uccidere quanti mi infastidiscono, siano bambini non nati o persone che reputo inutili o dannose, e pure me stesso.
Uccido, e non ci vedo niente di male, niente di strano, perché è un’altra la prospettiva che mi guida. Altre parole, urlate da ogni dove.
Non sono neanche in grado di comprendere perché a qualcuno dovrebbe fare problema. Posso ancora capirlo, ma solo perché vivo in una società che un tempo era così. Reliquia di un educazione, di una visione del mondo differente ma che ha perso il nesso con la mia esistenza. Come brandelli di manifesti sul muro, frammenti di frasi stinte davanti a cui passo senza fermarmi.

Coscienza? Qualcuno ha detto coscienza? Una voce che sussurra parole che non riesco ad interpretare.

C’è ancora qualcuno che non si rassegna. Qualcuno per cui quelle paroline sussurrate da dentro hanno ancora un senso, in mezzo al rumore. Come in quei tempi, in cui quel linguaggio non era stato dimenticato. Se vogliamo che giustizia regni, abbiamo solo una strada: che tornino quei tempi, che le persone vedano di nuovo cosa sia il vero e il giusto e il bello.

Si può lottare per leggi giuste. Bisogna lottare per leggi giuste. Ma perché si capisca che sono giuste bisogna reimparare quel linguaggio. Altrimenti sarà come una lingua straniera imposta da un invasore, destinato a perdere perché nessuno comprende quanto dice.
La comprensione non si può imporre. Si può solo ottenere facendo vedere quanto più bello e umano e vero sia vivere così. Spiegando quelle parole. Anzi, ancora prima: dicendo, ascoltale.
Sono anche dentro di te. Non le senti, come cercano di farsi sentire, in mezzo a tutto questo rumore?

Populismi

Tutte le ideologie rispettabili da giovani sono state populismi.

In effetti un populismo non è che una formazione politica prima che i potenti la comprino.

Un’ideologia cessa di essere un populismo quando capisce che quello che lei stessa chiede è irrealizzabile, o il peggiore dei mali. Si vergogna allora così tanto che comincia a parlare d ‘altro.
Al che il popolo si sfila e comincia a cercare un’altra idea che non abbia ancora capito cosa accade quando i desideri si realizzano.
Di solito un populismo nasce per contrastare i danni del populismo precedente.

Il disprezzo degli ex-populisti per il popolo assomiglia al rifiuto dei propri genitori degli adolescenti. Invecchiando capiscono poi l’errore, e vorrebbero riallacciare i rapporti. Ma chi li vuole ancora?

Al tempo dei nonni

Lo sapete, sono cattivo.

Ma sono un cattivo che si domanda il perché delle cose.
Sono anche quel tipo di cattivo che comincia a capire che quando televisioni e giornali riprendono unanimi una data notizia c’è da chiedersi: che cosa vogliono ottenere?
Sì, perché questo cattivo è convinto che nella maggior parte dei casi ormai non stiano informando il pubblico, stiano facendo propaganda per i loro padroni.
Prendiamo il caso di quei due signori già anzianotti ai quali è stata tolta la potestà della figlia. E’ interessante notare come la simpatia dei giornalisti, e di conseguenza di gran popolo, stia tutta con la coppia. I giudici, che di solito si adorano specialmente quando demoliscono leggi o ne coniano di nuove, in questo caso sono additati al pubblico disprezzo.

Non voglio entrare nel merito del caso, che non conosco. Dico solo che essere genitori all’età in cui si è nonni o addirittura bisnonni è una possibilità concessa da una scienza che non pensa e da un’ideologia che privilegia i soldi e il desiderio di “adulti” sul bene dei bambini. Fa bene il loro avvocato a ricordare esempi di noti personaggi con analoghe discendenze che nessuno pensa di sottrarre loro. Chissà, forse occorerebbe applicare a questi gli antichi metodi di educazione, del tempo dei nonni o anche più in là, per insegnare che non basta essere ricchi e famosi per fare tutto ciò che si vuole.
Ma le punizioni corporali sono fuori moda, come pure il bene dei bambini. Anche i tribunali dei minori vogliono abolire.

Oh, chiamatemi insensibile, arretrato, naturalista – no, quello va usato solo quando fa comodo. Però io penso davvero che la natura – cioè il modo in cui siamo fatti – abbia un senso. Se certe cose non sono comunemente possibili, una ragione c’è.

Così il compianto unanime per quei poveri vecchi mi fa pensare che un giudice ci penserà parecchio, la prossima volta, a sottrarre il figlio faticosamente concepito o comprato da qualche facoltoso o famoso vecchierello. E’ contro l’opinione pubblica; rovina il business. Penso male, sono cattivo.
In fondo i figli spesso vengono parcheggiati dai nonni. Diritto ad una mamma, ad un papà che possano essere davvero tali? Naaa. Quella è roba per bambini.

Dire, fare, lettera, testamento

Non è chiaro se la proposta di legge sul testamento biologico, che sta per giungere nelle aule parlamentari con le usuali forzature radicaleggianti dei finti democratici, sia in realtà un mezzo per cercare di eutanasizzare – se mi passate l’orrido neologismo – il governo o ricompattarlo. Perché se da un lato il tema dell’eutanasia, di cui questa proposta è chiaramente anticipatrice ed esplicito grimaldello, è un tema per così dire “caro” ad una sinistra mortifera, dall’altra è senza’altro possibile che si tenterà di sfruttare i prevedibili malumori per mollare una stoccata all’esecutivo. Un casus belli per apparire puliti.

Le unioni civili, quella indiscussa porcata di legge che è l’unico lascito degno di nota del fu governo Renzi, furono utilizzate per ricompattare un partito mugugnante contro il “nemico comune”. Quale nemico? quel cattolicesimo che ha costruito e costituito la civiltà occidentale. Se si vuole sostituirlo con una nuova ideologia è indispensabile liberarsi del suo retaggio. Per tornare al paganesimo che fu, e anche più in giù. Che poi anche alcuni esponenti formalmente cattolici si siano accodati dietro congruo compenso alla “nuova” morale progressiva la dice lunga sui danni che può fare la politica quando è staccata da un ideale da raggiungere.

I pochissimi civiluniti certificano l’ampiezza della menzogna sull’urgenza di quel provvedimento e il favore popolare pressoché nullo; i successivi pronunciamenti, ampiamente previsti, di giudici compiacenti, ridicolizzano gli sbandierati risultati della finta opposizione. Ma temo che da ciò non si sia imparato niente.

Possiamo sgolarci affermando che il caso di quel poveretto che è andato in Svizzera ad ammazzarsi non c’entra niente con quanto si vuole passare in aula: quello è stato puro suicidio. Non servirà, ma almeno serve a chiarire cosa si vuole ottenere in realtà, al di là di tutte le parole false che ci riversano addosso.

Avremo un bel dire che, una volta aperta la porta alla morte, sarà difficile richiuderla. Non ci saranno molti che presteranno orecchio a quanto accaduto in altri stati, dove si è partiti come qui con parole di dolce morte e si è finiti a trattenere con la forza vecchietti che cercavano di resistere a chi li sopprimeva. O a far fuori bambini, malati mentali, persone non autosufficienti, senza più neanche addurre scuse. Nel silenzio complice, persino nell’indifferenza.

Un poco di orrore da queste parti ancora quelle pratiche le suscitano. Quella parte politica che adesso spinge il provvedimento è, nominalmente, la stessa che esecrava la barbarie nazista, non così differente quanto a volontà di eliminare ciò che riteneva improduttivo. Almeno senza l’ipocrisia di dire che lo faceva per il loro stesso bene.

Perché quanto il padrone decide che è ora di sopprimere i pesi morti o tu hai una ragione per dirgli di no, per dire che quello non è una zavorra ma un essere umano vivo, oppure obbedisci. Anzi, porti avanti quella battaglia per la morte come se ne andasse della tua vita.
Attento, servitore del nulla. Cosa ti accadrà quando al tuo padrone non servirai più?

E noi, che pensiamo la vita sia sacra e non oggetto di mercato, che dobbiamo dire? Che dobbiamo fare? Dobbiamo farci sentire perché il nostro modo di vedere il mondo non divenga lettera morta. Non è ancora venuto il momento di scrivere il testamento biologico della fede.

I tempi cambiano

Mi ricordo, parecchi anni fa, che ogni tanto i giornali davano notizie di genitori poverissimi che vendevano i loro figli a qualche ricca coppia.
Fossero contadini calabri o zingari, i parenti degeneri erano additati al disprezzo universale. Come si poteva pensare di dare la propria prole in cambio di denaro? E quei ricconi, come osavano rompere il legame tra madre e figlio? Che cosa ci volevano veramente fare con quella creatura?
I titoli erano su più colonne, la condanna unanime.

Poi i tempi sono cambiati. Notizie del genere sono diventate sempre più rare, e poi sono sparite.
Forse non c’è più quella povertà, si può pensare, o c’è maggiore coscienza. Magari al pubblico non interessa più. Oppure quei ricconi hanno trovato altre strade.

Adesso sui giornali si possono leggere di nuovo notizie simili. Ma, a differenza di un tempo, sembra che quelle vendite risultino molto più simpatiche, quasi dovute; anzi, ci si indigna che qualcuno – evidentemente rimasto fermo ad un’altra era – si possa indignare.
Non si capisce più dove sia il reato; in fondo, si dà soddisfazione a due bisogni e la trattativa commerciale è diretta. Al limite si potrebbe discuetere sull’IVA. La mamma non è più un ostacolo; anche perché pare che in fondo non serva, dato che ambedue gli acquirenti sono spesso inadatti fisicamente, nonostante la buona volontà, a svolgere tale compito.

Adesso che grazie a giornalisti e giudici abbiamo capito cos’è davvero importante e che non ci si deve preoccupare più tanto del benessere del pupo, è ora di pensare alle prossime leggi.
Perché se gli adottanti hanno diritto alla felicità di comprarsi un bambino, quando quello stesso bambino non darà più loro la felicità – capricci, troppe spese, adolescenza – logicamente verranno a cadere le premesse. Quindi è del tutto naturale che se ne vogliano sbarazzare. In fondo, l’hanno comprato. Anche gli elettrodomestici hanno la garanzia e il diritto di recesso.
Se non vogliamo distruggere pure le leggi sull’abbandono di minore, io suggerirei di portarci avanti con i tempi e passare al prossimo step.
Che ne direste del bambino in leasing?

Disperato tramonto

Con la tua vita puoi fare quello che vuoi, acquistare bambini per darle un senso o ammazzarti perché il senso non lo trovi. E’ il disperato tramonto del laico senza certezze, che pensava di potere comprare la felicità, equivocando sul significato di valori.

Le bubbole nelle quali credeva sono scoppiate: contenevano il nulla. Si atteggiava a uomo superiore, adesso si definisce animale. Ha un sussulto solo quando gli viene indicato il nuovo demone da abbattere: il fascista, l’omofobo, l’obiettore, l’inutile carcassa umana, il politico che infastidisce il potente che detta la linea. Allora si scatena, veste i colori di guerra. Manca poco per raggiungere la perfezione, solo ancora una persona da far sparire.
Urla, manifesta, scrive insulti su twitter. Non si accorge di essere morto.

Avesse almeno qualcuno a cui chiedere perdono.

Accanimento

L’italia sta morendo, e quelli al Parlamento pensano a farle scrivere il testamento biologico.

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Caro Ippocrate ti scrivo

Caro Ippocrate,
ti scrivo perché voglio essere medico. Non equivocare, però: a me che i malati stiano meglio non importa nulla. Anzi, loro non mi interessano proprio. Se c’è una persona che deve stare bene quella sono io. Dovresti aggiornarti: oggi il medico fa molte più cose dei tuoi tempi. Il medico è quello che ammazza i bambini nella pancia della mamma, con mezzi ingegnosi. E’ quello che mette bambini nella pancia della mamma, solo che non si chiama più così, dato che poi deve sparire perché il bambino è già stato venduto. E’ quello che elimina il materiale organico superfluo, che una volta si poteva chiamare umano, vecchio o invalido, idiota o annoiato che sia. Un tempo i carnefici potevano anche essere ignoranti, adesso occorre essere medici.
Se vuoi essere boia, sai cosa devi studiare. Non vuoi esserlo? Difficile che ti assumano.

Quindi, caro Ippocrate, vedi bene che essere medici è la professione del futuro. Non sei felice? Ho solo una richiesta per te: quel tuo giuramento, che hai scritto molti secoli prima di qualsivoglia cristo. Dici di stare lontano da farmaci mortali, azioni corruttive, medicinali abortivi anche se richiesti. Ecco, come dire? Non sei al passo con i tempi. Siamo diventati molto più moderni da allora, da quando tu ti limitavi a curare. E’ il momento di cancellare quelle tue parole, dimenticarle. Danno fastidio.

Nel nostro nuovo ruolo di medici, lo sai cosa facciamo a chi dà fastidio?

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Mercoledì delle ceneri

Come forse sapete, sono un grande appassionato di T.S. Eliot, il poeta.
C’è una poesia che leggo una volta l’anno, in questo giorno. Si intitola Mercoledì delle Ceneri, Ash Wednesday.
La traduzione italiana che ho non mi ha mai soddisfatto. Così, con notevole incoscienza, vi presento la mia versione. Spero non vi dispiaccia troppo.

I

Perch’i’ no spero di tornar giammai
Perch’i’ no spero
Perch’i’ no spero di tornar
a desiderare questo dono d’uomo e quel fine d’uomo
io non mi sforzo più di sforzarmi verso cose così
(Perché l’aquila invecchiata distende le ali?)
Perché dovrei piangere
Il potere svanito del regno usuale?

Perch’i’ no spero di saper giammai
la gloria malata dell’ora positiva
Perch’i’ no penso
Perch’i’ so che non potrò sapere
il solo verace potere transitorio
Perch’i’ no posso bere
Là, dove alberi fioriscono, e sorgenti sgorgano, che niente v’è giammai.

Perché so che tempo è sempre tempo
e luogo sempre e solo luogo
e ciò che è attuale è attuale solo per un tempo
e solo per un luogo
Gioisco che le cose siano come sono e
rinuncio al volto benedetto
e rinuncio la voce
Perch’i’ no spero di tornar giammai
e quindi gioisco, dovendo costruire qualcosa
di cui gioire.

E prego Dio di avere pietà di noi
E prego ch’i’ possa dimenticare
Queste materie che troppo tra me discuto
Che troppo spiego
Perch’i’ no spero di tornar giammai
Lascia che queste parole rispondano
Per ciò ch’è fatto, che più non sarà fatto
Possa il giudizio non esser troppo pesante su di noi

Perché queste ali non sono più ali su cui volare
Ma solamente ale per battere l’aria
L’aria che ora è del tutto rada e arida
Più rada e più secca della volontà
Insegnaci ad avere cura e non curarci
Insegnaci a sedere fermi.

Prega per noi peccatori ora e nell’ora della nostra morte
Prega per noi ora e nell’ora della nostra morte

II

Signora, tre leopardi bianchi sedevano sotto un ginepro
Nel fresco del giorno, avendo mangiato a sazietà
Delle mie gambe mio cuore mio fegato e ciò che era contenuto
Nella vuota boccia del mio cranio. E Dio disse
Potranno queste ossa rivivere? Potranno queste
Ossa rivivere? E ciò che era stato contenuto
Nelle ossa (che erano già aride) disse stridendo:
Per la bontà di questa Signora
E per la sua amabilità, e per il fatto
che onora la Vergine in meditazione,
Noi splendiamo con brillantezza. E io che sono qui smembrato
Offro le mie azioni all’oblio, e il mio amore
alla posterità del deserto e al frutto della zucca.
E’ questo che raccoglie
Le mie viscere le fibre dei miei occhi e le parti indigestibili
Che i leopardi rifiutano. La Signora è ritirata
in una veste bianca, in contemplazione, in una veste bianca.
Lasciate che la bianchezza delle ossa espii a dimenticanza.
Non c’è vita in loro. Come io sono dimenticato
E vorrei essere dimenticato, così vorrei dimenticare
così consacrato, concentrato allo scopo. E Dio disse
Profetizza al vento, al vento solamente perché solo
Il vento ascolterà. E le ossa cantarono stridendo
Col ritornello della cavalletta, dicendo

Signora dei silenzi
Calma e affannata
Lacerata e più intera
Rosa di memoria
Rosa di dimenticanza
Consumata e che dai vita
Ansiosa fonte di riposo
La singola Rosa
E’ ora il Giardino
Dove tutti gli amori finiscono
Tormento terminato
Di amore insoddisfatto
Il tormento più grande
Di amore soddisfatto
Fine del senza fine
Viaggio senza arrivo
Conclusione di tutto ciò
Che non si può concludere
Linguaggio senza parola e
Parola di nessun linguaggio
Grazia alla Madre
Per il Giardino
Dove tutto l’amore finisce.

Sotto un ginepro le ossa cantarono, disperse e scintillanti
Siamo contente di essere disperse, facemmo poco bene una all’altra,
Sotto un albero nel fresco del giorno, con la benedizione della sabbia,
Dimenticandoci di noi e tra di noi, unite
Nella quiete del deserto. Questa è il paese che voi
vi spartirete tirando in sorte. E né divisione né unità
Importano. Questo è il paese. Abbiamo la nostra eredità.

III

Alla prima rampa della seconda scala
Mi voltai e vidi in basso
la stessa forma avvinta alla ringhiera
Sotto il vapore nell’aria fetida
lottare col diavolo delle scale che veste
il volto ingannevole di speranza e disperazione.

Alla seconda rampa della seconda scala
li lasciai avvinghiati, voltati in basso,
Non c’erano più volti e la scala era buia,
Umida, scheggiata, come la bocca bavosa di un vecchio, oltre riparo,
O la gola dentata di uno squalo antico.

Alla prima rampa della terza scala
C’era una finestra a fessure panciuta come il frutto del fico
E oltre i fiori di biancospino e una scena di pascolo
La figura dalle ampie spalle vestita in blu e verde
Incantava maggio con un antico flauto.
Dolce è chioma mossa, bruna chioma sulla bocca mossa,
Lillà e chioma bruna;
Distrazione, musica del flauto, gradi e gradini della mente sulla terza scala,
svanendo, svanendo; forza oltre speranza e disperazione
arrampicandosi sulla terza scala.

Signore, non sono degno
Signore, non sono degno
Ma dì solo una parola.

IV

Chi camminava tra viola e viola
Chi camminava attraverso
Le varie fila di verde diverso
Procedendo in bianco e azzurro, di Maria il colore,
Di piccole cose parlando
in ignoranza e conoscenza dell’eterno dolore
Chi si muoveva tra gli altri mentre camminavano
Chi fece quindi forti le fontane e le sorgenti rinfrescando

Fece fredda la roccia arida e fece solida la sabbia
Nell’azzurro della speronella, azzurro del colore di Maria
Sovegna vos

Qui sono gli anni che camminano attraverso, portando
via i violini e i flauti, confortando
Uno che si muove nel tempo tra il sonno e la veglia, vestendo

Luce bianca piegata, su di lei drapeggiata, piegata.
I nuovi anni camminano, riparando
attraverso una nube brillante di lacrime, gli anni, riparando
Con un nuovo verso la rima antica. Redimi
Il tempo. Redimi
La visione non letta nel sogno più alto
Mentre unicorni ingioiellati trascinano il carro dorato.

La sorella silenziosa velata in bianco e azzurro
Tra gli alberi di tasso, dietro il dio del giardino,
Il cui flauto è senza fiato, chinò la testa e fece un cenno ma non disse parola

Ma la fontana sorse su e l’uccello cantò giù
Redimi il tempo, redimi il sogno
La promessa della parola non udita, non detta

Fino a che il vento scuota mille sussurri dal tasso

E dopo questo nostro esilio

V
Se la parola perduta è perduta, se la parola spesa è spesa
Se la non udita,  non detta
Parola è non detta, non udita;
E’ ancora la parola non detta, la Parola non udita,
La Parola senza una parola, la Parola dentro
Il mondo e per il mondo;
E la luce rifulse nelle tenebre e
Contro la Parola il mondo disancorato ancora roteava
Attorno al centro della Parola silenziosa.

Popolo mio, che cosa ti ho fatto.

Dove potremo trovare la parola, dove la parola
risuonerà? Non qui, non c’è silenzio bastante
Non sul mare o sulle isole, non
Sul continente, nel deserto o nelle terre piovose
Per coloro che camminano nelle tenebre
Sia nel tempo del giorno che nel tempo della notte
Il giusto tempo e il giusto luogo non sono qui
Nessun luogo di grazia per coloro che evitano la faccia
Nessun tempo per esultare per chi cammina tra il rumore e va la voce a negare.

La sorella velata pregherà per
Coloro che camminano nelle tenebre, chi Ti ha scelto e Ti si oppone,
Coloro che sono lacerati dal laccio tra stagione e stagione, tempo e tempo, tra
Ora e ora, parola e parola, potere e potere, coloro che attendono
Nelle tenebre? Pregherà la sorella velata
Per i bambini alle porte
Chi via non andrà e pregare non potrà:
Prega per coloro che scelsero e si oppongono.

Popolo mio, cosa ti ho fatto.

La sorella velata pregherà tra i sottili
alberi di tasso per coloro che lei offendono
E sono terrorizzati e arrendere non si possono
E affermano davanti al mondo e negano tra le rocce
Nell’ultimo deserto tra le ultime azzurre rocce
Il deserto nel giardino il giardino nel deserto
Dell’aridità, sputando dalla bocca il seme di mela avvizzito

Popolo mio.

VI

Perch’i’ no spero di tornar giammai
Perch’i’ no spero
Perch’i’ no spero di tornar

Oscillando tra il proftto e la perdita
In questo breve transito dove il sogno incrocia
Il crepuscolo dai sogni incrociato tra nascita e morte
(Benedicimi padre) sebbene io non voglia volere queste cose
Dall’ampia finestra verso la riva di granito
Le bianche vele ancora volano verso il mare, verso il mare volando
Ali non spezzate

E il cuore perduto s’irrigidisce e gioisce
Nel perduto lillà e le voci perdute del mare
E lo spirito debole si sbriga a ribellarsi
Per la verga d’oro piegata e l’odore del mare perduto
Si sbriga a ritrovare
Il grido della quaglia e il piviere roteante
E l’occhio cieco crea
Le forme vuote tra le porte d’avorio
E l’odore rinnova il sapore salato della terra sabbiosa

Questo è il tempo  di tensione tra morire e la nascita
Il luogo di solitudine dove tre sogni si incrociano
Tra rocce azzurre
Ma quando le voci scosse dall’albero di tasso vagano via
Fa’ che l’altro tasso sia scosso e risponda.

Sorella benedetta, madre santa, spirito della fontana, spirito del giardino,
Non lasciare che che ci prendiamo in giro con falsità
Insegnaci ad avere cura e non curarci
Insegnaci a sedere fermi
Persino tra queste rocce,
In sua voluntade è nostra pace
E persino tra queste rocce
Sorella, madre
E spirito del fiume, spirito del mare,
Non permettere che io sia separato

E il mio grido giunga sino a Te.

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Morte à la carte

C’è gente che si ricorda della morte solo quando vuole darla agli altri.
Non equivocate. A loro quel che davvero preme non è la fine delle sofferenze di qualcuno. Non gliene potrebbe fregare di meno. Tant’è che persone di quel tipo le cercano e le usano. Se servisse al loro scopo volentieri moltiplicherebbero quella sofferenza, taglierebbero quelle gole. Loro sono adoratori del nulla, e non si fermeranno davanti a nulla perché è esattamente quello il loro scopo. Che tutti vadano al nulla.

Dicono che una certa vita non ha senso, ma non sanno dire quale sia il senso della vita.
Ingannano. Anche se parlano con le bocche mielate di giornalisti, attori, politici. Gente cioè la cui professione è far credere una certa versione delle cose.
Cercheranno di convincervi che il nulla è bello. Non li ascoltate.
No, la morte non è il nulla. Neanche la vita è il nulla.
Solo chi disprezza entrambe può gioire quando un’esistenza finisce.
La morte? Lei fa il suo lavoro.

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Astronomia per età oscure

Around the 6th century AD, Europe entered what’s known as the Dark Ages. This period of time from around 500 AD until to the 13th century witnessed the suppression of intellectual thought and scholarship around the continent because it was seen as a conflict to the religious views of the church.

Attorno al sesto secolo della nostra era, l’Europa entrò in quelle che sono conosciute come Età Oscure. Questo periodo di tempo tra circa il 500 DC. fino al 13esimo secolo vide la soppressione del pensiero intellettuale e degli studi nel continente perché era visto in conflitto con la visione religiosa della chiesa.

Quando ho letto questa frase sul sito Astronomy.com entro un articolo sugli studiosi di astronomia islamici (“Come gli studiosi islamici fecero nascere la moderna astronomia“) sono sobbalzato. Mi sono chiesto: ma davvero c’è ancora tanta ignoranza, specie da parte da chi vorrebbe scrivere articoli storici? Si ripropongono bufale smentite da un pezzo.
Perché quella frase che ho riportata è non solo inesatta, ma completamente errata. In effetti, avvenne proprio il contrario.

L’astronomia era una delle quattro “Arti liberali” del Quadrivio. Esse erano insegnate in tutte le scuole europee medievali a partire dal V secolo, quando furono codificate per la prima volta. Queste scuole erano quasi sempre sotto il patrocinio della Chiesa. La Chiesa infatti ha sempre incoraggiato apertamente lo studio delle stelle e dei pianeti, come mezzo per capire meglio il disegno di Dio e la sua Creazione. Monaci e anche santi, come San Ermanno lo Storpio, studiavano e copiavano trattati sulle meccaniche celesti e realizzavano strumenti astronomici. Papa Silvestro II (999-1003), Gerberto di Aurillac, era un astronomo al quale si deve tra l’altro la reintroduzione in Europa dell’astrolabio.

Se di fronte ai fatti ci fossero ancora dubbi basterà ricordare la Divina Commedia, infarcita di riferimenti astronomici in connessione con la divinità: “amor che muove il sole e l’altre stelle“. La Chiesa era così contraria agli studiosi che creò le università (no, quella di Fez era solo una madrassa)…

Non si può negare che, per larga parte del primo medioevo, i migliori astronomi fossero in territorio islamico. Ancora oggi i nomi di molte delle stelle più luminose sono arabi (Algol, Alcor, Altair…): la versione araba del greco da cui furono tradotte. L’eredità degli astronomi indiani e persiani conquistati nonché la disponibilità di testi classici perduti in occidente dava una netta superiorità agli studiosi di quelle terre rispetto agli omologhi europei, dove le conoscenze erano state spazzate via dalle successive ondate di invasioni.
Ma già nel 1200 una certa parità era stata raggiuunta, e nei secoli successivi il divario in favore dell’Europa divenne sempre maggiore. Quale il motivo?  Proprio la spinta della Chiesa, assente in Oriente, dove anzi gli studiosi vennero sempre più visti con sospetto se non con ostilità. Se nel cattolicesimo Dio ci incoraggia a conoscere il mondo perché esso è ragionevole, nell’Islam il mondo è soggetto al capriccio divino, e quindi imperscrutabile. Non molte possibilità di una vera scienza.

Quindi, onore agli astronomi islamici, ma se l’astronomia oggi è grande è per merito della Chiesa. Sì, anche Galileo era cattolico.

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Certezze

Tutti hanno certezze, ma pochi lo ammettono.

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Nel giardino dell’Eden

Mi hanno passato la lettera che segue. E’ di un trentenne friulano che si è ucciso, pubblicata per volontà dei genitori. Leggetela, poi ne parliamo.
* * *
 
Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.
Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
 
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.
 
A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.
Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.
Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.
Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.
Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.
P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.
MICHELE

****

Che tristezza.
Può sembrare indelicato nei confronti di chi si è tolta la vita, ma la sua lettera è un inno alla pretesa. Il mondo non è quello che vorrei, dice a chiare lettere, quindi non gioco più.

“Da questa realtà non si può pretendere niente”

Esattamente.

“Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato”

Doveva? Perché doveva?

Ma chi te l’ha detto che la realtà si debba conformare a te? Che non avresti avuto problemi, lotte, sfide da risolvere? Che non avresti dovuto soffrire? Nessuno ti ha insegnato… Sembrerebbe di no, purtroppo. Forse te l’hanno detto, ma non ci hai creduto.

La colpa non è di questo o quel ministro, del precariato, della società. La colpa ricade su chi ti ha illuso. Che ti ha detto che la felicità era garantita, dietro l’angolo, che non esiste il male, che non si deve soffrire, che è tuo diritto avere tutto. Su di loro, a cui hai creduto e di cui ora vedi la menzogna, ricada il tuo sangue. Su di loro ricada la morte di questa generazione.

Il cristianesimo invece ci dice che una volta eravamo nell’Eden, ma ne siamo usciti da un bel pezzo. Da quando abbiamo voluto conoscere il male, e il bene. Se c’è una cosa che ci è garantita è la sofferenza, e la croce. Ma anche la redenzione, se la vogliamo. Anche la salvezza. Nessun corriere ha sbagliato a recapitarci questo mondo. Nessun mondo ci può bastare, perché siamo uomini.

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Non tutti i muri

Negli ultimi anni, e tantopiù recentemente, si è fatto un gran parlare di muri.
Ci sono muri e muri. Non tutti i muri sono da abbattere, non tutti sono dannosi.
Lo sapeva bene Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore di quei gesuiti ai quali appartiene anche il Papa. Prima di cambiare decisamente vita era un militare di professione. Furono proprio delle mura che furono la causa indiretta della sua conversione: quelle di Pamplona, che lui difendeva dall’assedio dei Francesi. Ferito gravemente ad una gamba, durante la convalescenza decise di cambiare vita.
Una sua frase sull’argomento è stata ripresa recentemente proprio da Francesco. “La povertà è madre e muro. La povertà genera, è madre, genera vita spirituale, vita di santità, vita apostolica. Ed è muro, difende. Quanti disastri ecclesiali sono cominciati per mancanza di povertà“.

Ci sono muri che dividono e muri che difendono. Magari la distinzione non è sempre facile da cogliere. Può aiutare il considerare che cosa si vuole tenere fuori, o cosa si desidera proteggere. Se si oppongano a chi vuole conquistarci o a ciò con cui non ci si vuole confrontare.
Ma quando il nemico incombe, occorre fortificare; come quando i musulmani saccheggiarono San Pietro e Papa Leone Magno fece costruire le mura che ancora oggi portano il suo nome; o come nella Bibbia è scritto da Neemia
“Le mura di Gerusalemme restano piene di brecce e le sue porte consumate dal fuoco”. Udite queste parole, mi sedetti e piansi”.

Ricordiamoci però che nessun muro può resistere, se non c’è chi è deciso a difenderlo. Se le guardie fuggono, se non sanno più perché dovrebbero viglilare, o cosa custodire, la città è persa.
Proviamo ad applicare ciò alla frase di S.Ignazio. E agli altri muri.

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La bocca della nonna

Una definizione che mi è sempre piaciuta di verità è “Adaequatio rei et intellectus“. Ovvero, traducendo dal latinorum, quando le cose corrispondono all’immagine che ho di loro in testa.

I guai cominciano quando questa corrispondenza non c’è.
Se me ne accorgo, posso decidere che non c’è niente da fare. Vivo in un mondo di mia immaginazione, e sono felice così.
Oppure cercare quale sia davvero la verità, ed operare per adeguare l’immagine che ho della realtà nella mia mente.
Da ultimo, posso cercare di cambiare la realtà.

Attenzione, qui non sto parlando di ideale, quando opero perché la realtà migliori. In questo caso la mia idea della realtà può essere quella corretta, anche se non mi piace. Qui parlo di quando non accetto che la realtà sia come è, quindi provo a sostituirla con una mia narrazione della realtà; con una favola. A differenza di quelle della nonna, però, non finisce se mi addomento. In questa ci vivo.

Facciamo un esempio. Se sono convinto che la storia dell’umanità sia progressiva ma constato che il progresso non sta andando dove a mio parere sarebbe dovuto andare, avrò una “dissonanza cognitiva”: quello che penso di sapere non collima con ciò che vedo. Come osano i fatti dissentire da me?
Il reale non è armonico, ferisce l’orecchio. Se sono assolutamente certo della mia convinzione mi dovrò inventare una storia che spieghi da dove arriva questa dissonanza. La colpa sarà del fascismo, del populismo, di questo o quel leader o religione. Non, ripeto non, del fatto che la realtà non è davvero progressiva, o comunque va altrove. Questo va negato assolutamente. Per cercare di ristabilire la mia idea di armonia quindi dovrò sabotare, bandire, distruggere l’ostacolo. Ammazzarlo, il cattivo, buttarlo in carcere, in manicomio, abortirlo, eutanasizzarlo. Spaccare tutto, incendiare, rivoltarmi. Non che serva sul serio: ma così potrò continuare ad abitare nella mia (non così) confortevole favola “corretta”.

Per fare un altro esempio, se sono convinto che ci sia un cambiamento climatico causato dall’uomo, non basterà né il molto caldo né il molto freddo né le alluvioni né le siccità, e nemmeno che le temperature non cambino da dieci anni o che i dati storici indichino altro per farmi cambiare idea: se a tutto quanto accade attribuisco come causa il cambiamento climatico, non c’è spazio per il dubbio. Voglio crederci. Ho già deciso: vivo nella favola.
Applicate la formula a quello che vi circonda. La teoria gender, il terrorismo… le notizie sui media diventano spesso il tessuto stesso della fiaba, una nonna fasulla che sussurra rassicurante: ignora la realtà, qui c’è chi ti protegge da tutte queste cose cattive.

Poi, un giorno, la favola finisce. Se si può giocare con la vita, la morte non inganna. Il tuo intelletto scopre come stanno le cose davvero. E ti accorgi di che grande bocca ha la nonna.

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Ciò che libertà non è

Chi tiene in mano l’informazione italiana continua senza pudore a scopiazzare fake news dal New York Times per tenerci disinformati su quel che accade in America. Dello stato dell’Italia non si sente parlare molto. Certo, è molto meglio per chi ci governa – no, non sto parlando del Governo – che noi ci indigniamo per i poveri siriani, iracheni, libici in fuga a causa del crollo dell’ISIS che non potranno venire ospitati negli States, piuttosto che per i miliardi buttati nelle tasche di certi amici. Occhio non vede, cuore non duole, questo è il detto popolare. Se non ti accorgi che ti stanno rubando il portafoglio e la libertà, se nessuno ti fa notare che ti stanno rincoglionendo di vaccate, poi è tardi. I soldi involati, la libertà finita nello stesso posto in cui l’ha preceduta la verità.
Perché senza verità puoi chiamare libertà ciò che libertà non è.

Bene, abbiamo internet. Lo sapete qual è il guaio di internet? Che una fetta enorme di contenuti passa attraverso le mani di pochi. Pensateci un attimo: siete davvero convinti che chi ha il potere possa permettere che le chiavi dell’informazione siano fuori dal suo controllo? Se è solo una questione di soldi, che diamine, quelli per qualcuno non sono un problema. Per il resto, esistono i giudici.
I sistemi operativi, quelli che fanno funzionare il vostro computer, sono in mano ad un paio di persone. Cercate un sito, una notizia su internet? Anche qui è dominio di un paio di persone. Avete un account sui social? Chi credete che li possegga? Esatto, un paio di persone. In parecchi casi, le stesse persone.
Probabilmente, se non sei un addetto ai lavori, non ti rendi conto di quanto sia fragile la libertà della rete. Se questi potenti decidessero che quanto scrivi non deve più vedersi, allora ciao ninetta. Possono fare in modo che quanti erano “abbonati” alla tua pagina smettano di ricevere gli aggiornamenti. Possono bloccare il tuo account. Cancellarlo. Se hai un sito indipendente possono toglierti la pubblicità, su cui magari contate per vivere, ed eliminarti dai ranking in modo che ogni ricerca su di te non torni risultati. Capisci che se sei un giornalista indipendente non ti resta molto.

Perché ne parlo? Perché sta accadendo. Quel potere di cui dicevo si è accorto che le stava sparando troppo grosse, e molta gente non ci credeva più. Le persone avevano cominciato a rivolgersi ad altri canali, non controllati. Così sta correndo ai ripari. C’è una guerra civile in corso, e si combatte nell’informazione. O meglio nella disinformazione, che oggi ha raggiunto livelli parossistici proprio nei media ufficiali.
Un tempo c’erano i troll. Pensate fossero tutti solo dei cretini isolati con manie di protagonismo? Anime belle. Quello era il tempo della guerriglia, quando ancora questo campo di battaglia non era così importante. Ormai non bastano più. Adesso si usa l’artiglieria pesante.

Primo, convincere che in rete girano un sacco di balle. Secondo, che occorre fare qualcosa! E quindi incaricare “qualcuno” di individuare ed eliminare chi propaga notizie false.
Solo che, per un potere per cui la verità è relativa, non è falso tutto ciò che è falso, ma tutto ciò che lui dice sia falso.
Che accade, se chi è incaricato di fermare le notizie false è lo stesso che le mette in giro? Quis custodiet custodes?

Sta accadendo, ho detto. Certi siti scomodi risultano marcati come inaffidabili, si dice che ospitano virus informatici, risultano irraggiungibili, li si chiude. Sui social c’è una stretta sulle opinioni. Sono contento di non averci voluto entrare, mi si risparmia di uscire.
Siamo ad un bivio. Il potere ha già dimostrato di essere così accecato dalla sua arroganza da non rendersi conto di quanto poco ormai venga creduto. Può scegliere l'”all-in”: schiacciare i dissidenti, sperando che ciò basti a farli tacere. Censurarli e bandirli. Quantomeno, a fare sì che per la maggioranza cessano di esistere. Oppure continuare con una guerra di logoramento, senza affondare il colpo.

Esistono già, o esisteranno a breve, algoritmi abbastanza complessi in grado di individuare contenuti non allineati. Esistono già programmi in grado di leggere quello che si vuole su qualsiasi computer. O scrivere, dovessero servire false accuse.
Ma non ne esistono in grado di capire tutti i doppi sensi, i riferimenti indiretti, le parafrasi, le allegorie. L’esperienza dei paesi in cui vige la dittatura ci insegna che il vero è difficile da schiacciare. Se si andrà avanti, ci saranno altri siti dove diavoli di nome parlano dell’inferno di fatto, con un occhio al Paradiso. Cari censori, auguri a bloccarli tutti.

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Progresso

Cominciarono con il dire che non si doveva evidenziare il bene per rispetto a coloro che non l’avevano

Andarono avanti sostenendo che non si doveva indicare il bene perché il male è male ma va accolto

Continuarono con il dire che non si doveva proporre il bene perché anche il male ha i suoi diritti

Proseguirono dicendo il bene si deve tacere perché il male ha gli stessi diritti

Terminarono proibendo di parlare del bene perché il male ormai era maggioranza.

Il male? Oh, lui si fa molti meno problemi.

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Una penna a prestito

Sembra impossibile che siano passati dodici anni. Non è tanto il tempo trascorso da quando ho pubblicato il mio primo post su questo blog, quanto quello che c’è stato in mezzo. Avere scritto così tanto, su cose tanto diverse, ed avere voglia di scriverne ancora. Mi correggo: riuscire a scriverne ancora. Siamo a quasi 2800, la ragione dice che avrei dovuto finire gli argomenti mille post fa. Che avrei dovuto terminare l’originalità da un sacco.
Che Dio mi perdoni la mancanza di umiltà, ancora non è accaduto. Ogni volta che penso di avere finito le cose da dire mi accorgo che ne ho ancora altre in un cassetto, e svuotato il cassetto altre ancora nell’armadio. Rileggo quanto ho messo giù negli anni trascorsi e mi dico, accidenti, qui c’è roba buona.

E’ una specie di miracolo. In piccolo, un po’ come la Provvidenza per quei santi che ci si affidano: a loro spunta fuori il pane per gli orfani o i soldi per pagare la chiesa, a me una nuova idea. Mi è chiaro da molto tempo: non è farina del mio sacco, io sono solo una penna a prestito. Se vi annoio, se dico bestialità ecco, quello sono io. Quando mi lascio scrivere, sono stupito anch’io di me stesso.
Perdonatemi, quattro lettori miei: se sono ancora qui non è per voi, per i vostri 50.000 commenti, per quei due milioni di volte in cui siete capitati qui che mi riempiono di sgomento; è per sorprendermi di questo povero battitasti, e quindi credere ancora a questa evidenza di qualcosa di più grande di me. Il memento costante che sono niente, che le mie parole confuse saranno dimenticate da tutti, ma che in questo piccolo frammento di tempo sono segno per alcuni, e il primo sono io.

Quando scalpiterò, quando sarò stufo di scrivere, senza idee, con troppo poco tempo e troppa vita nelle vene, ricorderò il momento in cui ho buttato giù queste righe. E mi stupirò ancora di quanto, malgrado me, sono amato.

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Né santi né eroi

Non ci sono più film romantici. Ci avete fatto caso? Quelle belle pellicole di una volta, dove lui e lei si innamorano, superano immani difficoltà, si sposano, e poi felici e contenti per quanto se ne sa. Nominatemene una degli ultimi cinque anni. Spiegatemi perché, dato che “Orgoglio e pregiudizio”, “C’è posta per te” o “Sabrina” vengono visti e rivisti.
Forse perché non ci sono più principi, accento sulla prima i. Ne sa qualcosa la Disney: oh, principesse forti e volitive a iosa. Ma principi con, scusate il termine, i coglioni, neanche l’ombra. Quelli pervenuti sono a rimorchio.

Perciò non posso a fare a meno di domandarmi: è questo tempo che non vuole più sentir parlare di eroi o c’è qualcuno che ha pensato “ehi, facciamo fuori questi fastidiosi macho”?
Me la ricordo, ai tempi in cui i comunisti facevano tendenza e non ancora governo, la demolizione dell’eroe. Sui giornali, nei fumetti, nel cinema, a scuola. Le prese in giro, le diffamazioni, l’esaltazione del bastardo: l’eroe, ma anche l’onesto padre di famiglia, era il bersaglio privilegiato di tutte le satire. L’uomo vero era etichettato “borghese” o “fascista”: il peggiore degli insulti, il disprezzo definitivo. Tutti gli intellettuali, i maestrini del pensiero politicamente corretto odio a guardarlo con faccia schifata. Chi aveva il coraggio di volere essere così?

In questo modo è cresciuta una generazione senza più né santi né eroi: solo loro, persi dentro nebbie alcoliche o stupefacenti, perché non c’era più nessun padre a dire che facevano male. Non c’era più nessun eroe a tirarli fuori dai guai. Senza nessuno che ti insegni cosa sia il mondo, nei guai ci finisci. E’ questo che fa l’eroe, o il padre: combatte per cosa è giusto. Se non si sa più cosa sia il giusto, se si mette in dubbio che il male e il bene esistano – salvo etichettare come male chi non la pensa così – per cosa si dovrebbe combattere? Difendere, cosa?

Che modello ha, il ragazzo che cresce oggi? I soli eroi che vengono proposti sono super-irraggiungibili, gente con maschera e mantello. Persino i bambini sanno che non si può essere davvero così. Nessuno che gli insegni il duro ma necessario lavoro, che spieghi loro che non é il sacrificio sfavillante ma quello quotidiano a salvare la vita. L’eroe è femminilizzato, moscio, incapace di fare il maschio, cioè proteggere; come la donna mascolinizzata diventa incapace di fare la femmina – vale a dire la madre, l’eroina silenziosa, colei che salva e accoglie. Anche per questo tipo di esemplare c’è poco mercato.
Si imitano questi modelli sballati. Producendo così coppie di infelici che scoppiano in fretta, perché fuori ruolo: come cattivi attori in una parte non congeniale.

Chi ne trae vantaggio? Chi ha tutto l’interesse a occupare il territorio. Che non vuole dei maschi alfa che lo tengano a distanza, lo minaccino, lo ridimensionino. Che non vuole delle donne toste a protezione non delle loro fisime, ma della loro casa. Chi ci vuole deboli, confusi, incapaci di capire dove sta il bene e il giusto perché cosi ci possono imporre quello che pare a loro.
I cattivi; gli invasori; il potere. Quelli che decidono le trame dei film e le campagne stampa unanimi sui giornali, i mentitori di professione che invocano la censura su chi dice cosa non vogliono sentire. Coloro che odiano i padri e le madri, che odiano chi fa di tutta la vita un eroismo silenzioso.

Non è tardi per essere ciò che dobbiamo essere. Non abbiamo perso, perché siamo più forti di loro – per questo hanno paura di noi. Perché noi siamo i santi, noi siamo gli eroi.

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Siamo seri?

Se pensate che la scienza sia una cosa seria, che le università abbiano il più alto grado di professionalità, se credete che i docenti di quegli istituti siano tutti premi Nobel in pectore che si battono per migliorare il destino del mondo…allora dovreste proprio dare un’occhiata all’account di twitter chiamato “Real peer review”.

La “Peer review” è una consolidata tradizione scientifica. Prima di essere pubblicata su una rivista autorevole, una ricerca deve venire approvata da scienziati di pari formazione e rango dei proponenti, in maniera da individuare in anticipo errori, omissioni, vere e proprie bufale. Se la ricerca non passa la “revisione dei pari”, non viene pubblicata.
Il meccanismo però, nella pratica corrente, non sembra funzionare molto bene. E’ difficile pubblicare qualcosa su argomenti non in linea con la moda, e fin troppo semplice invece se seguono la mentalità moderna. Se poi si individuano a posteriori problemi in quanto reso pubblico, beh, correggerli è quasi impossibile.
Quando dilaga la mentalità del politicamente corretto, quella per cui i College incoraggiano un vivace scambio di idee purché studenti e docenti esprimano liberamente un singolo punto di vista, i risultati sono spettacolarmente deprimenti.

Come tentativo ironico verso questa tendenza nasce Real Peer Review, l’account twitter di un vero professore. Non fa altro che divulgare ricerche, corsi, tesi realmente esistenti, evidenziando alcuni passaggi. Ma quanto ai contenuti… leggere per credere. Sembrano prese in giro. Il guaio è che non lo sono.
Si va dai corsi accademici il cui tema è il paragone tra zombie e gay, alle tesi sui disegni della propria figlia di due anni, agli studi sulla storia delle scorregge, all’esame “autoetnografico”del proprio consumo compulsivo di pornografia online.

Sfortunatamente, l’account originale è stato chiuso. Pare che il suo proprietario, di fronte alla minaccia di rivelare il suo nome e quindi avere la carriera accademica rovinata dalla vendetta degli incompetenti, abbia preferito smettere. La sua eredità è stata però raccolta da altri, e quindi ora abbiamo un nuovo account che continuerà a notificarci di ricerche scientifiche sulla pratica delle mance ai, chiamiamoli così, spogliarellisti , sui problemi del piazzare a casa propria i souvenir acquistati, o sul fatto che il sesso sia un trucco dei colonialisti. C’è anche chi si lamenta che la conoscenza sia basata sui fatti (visione maschilista della realtà). Giuro.
Leggere per credere. Ne troverete di peggio.

Finisco con la traduzione di un lavoro che intende a portare Pinter ai bambini dell’asilo. Se vi sembra sconnesso, beh, lo è.

Essere Dati e Datisogni/ando Pedagogie con Pinter
Questo è su sognare dati sulla promessa di dialogo in educazione con Pinter; I sogni e le aspirazioni dell’assente. E’ una verifica di realtà e augurio speranzoso e il vivere il mondo come fosse un posto migliore. La rovina è una benedizione. Trova sempre una maniera di ricostruirsi. Questo è una mossa verso le pedagogie basate sui dati e ricerche e lontano dalle tradizionali attività guidate dalle ipotesi e ideali. Sognare con Pinter apre Delauzianiche “aioniche” produttive intensità\spazi\sensazioni, possibilizzando e\o evocando le prese di coscienza sia dei bambini che degli insegnanti; incontrollabile, indefinibile senza fine. Il Mio Ego e il Mio Possesso…contando come dati che mettono le cose in moto: Dati che cosa fai di esso (non) ultimamente valutazione di processi di conoscenza. La mia volontà. Le prese di coscienza di Anne e Ann Merete con i dati dalle loro stesse “teorieprassi”. La ricerca di Anna con insegnanti di Scuola Superiore e il progetto di Ann Merete in questo grande asilo; ambedue i progetti in Norvegia su pedagogia inclusiva e riforma. Il testo è costruito come una rappresentazione in onore – come lamentazione funebre, accolto Derida, Pinter.

Poarelli, quei bambini.
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Oro vecchio

L’amore non muore. L’amore non finisce. Muta con gli anni, assume riflessi diversi, si assottiglia, sfrondandosi delle illusioni e dei desideri.
Te lo porti dentro come un vecchio cane accanto al fuoco, troppo antico per muoversi. L’amore resta amore anche se non è riconosciuto, se è ignorato. Anche se restasse per sempre ignorato, non riconosciuto, non espresso, non ricambiato. L’amore ha il colore dell’oro vecchio, il suo bagliore opaco, il suo tranquillo persistere anche quando la carne che l’indossava scompare. Se ami, non smetti di amare.
L’amore può morire nel corpo. I corpi muoiono. Invecchiano, soffrono, decadono. Smettono di essere. E’ l’ultimo crogiuolo, l’ultima purificazione. Il distillare cosa è davvero importante, oltre le apparenze.
Quello che rimane è ciò che era sin dall’inizio, se era vero. Il segno che siamo qualcosa di più grande di pochi chili di ossa e frattaglie, che siamo un filo legato all’eterno.
Fino a che non giungerà il momento di incontrarci ancora.

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Un cenno cortese

Alzo gli occhi e la mia gatta è sul davanzale della finestra, che mi guarda da fuori attraverso il vetro. Non è più estate. Allora per farla entrare bisognava sventolare i croccantini, quelli buoni. In questi giorni freddi si accontenta di una breve visita pastorale ai suoi possedimenti esterni, per poi passare il resto del tempo appallottolata sul letto.
Lei mi guarda, io la guardo. Devo interrompere quello che sto facendo, alzarmi ad aprirle, e non ho molta voglia.
Lei capisce la mia esitazione. Sul davanzale, accanto a lei, c’è una statuina vinta in qualche sala giochi, anni prima. Quasi distrattamente le allunga una zampata. La statuina oscilla, si avvicina al bordo del davanzale. Mi guarda fissa, imperscrutabile. Un altro colpo secco di zampa.
Ho capito, ho capito. Alzo la tapparella, apro la porta, la lascio entrare. Lei schizza dentro, accarezzandomi le gambe per un istante con il liscio dorso per darmi un contentino, e trotterella verso la stanza da letto. Quando vorrà uscire comincerà a farsi le unghie sul tappeto.

La mia gatta sa come trattare i suoi dipendenti. C’è da imparare.

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