Archivi categoria: meditabondazioni

Ricchi, potenti, sapienti

Mi diceva un mio amico che è appena stato in Terra Santa che Nazaret era un buco di villaggio, peggio di quelli arroccati in cima alle nostre vallate. Quale fosse la casa di Maria lo sappiamo quasi per certo. Quello che è certo è dove fosse il pozzo al quale lei andava a prendere l’acqua: c’è solo quello, lassù.
La dice lunga sui metodi di Dio che il Salvatore del mondo, Suo figlio, dovesse venire proprio da questo luogo dimenticato da tutti ma non da Lui. Ci dice che Dio ha un suo senso dell’umorismo, e una certa predisposizione a scommettere su tutto ciò che è dimenticato e rifiutato dai ricchi, potenti e sapienti.
Essendo Dio stesso che non solo mischia le carte e le distribuisce, ma le fabbrica, probabilmente dovremmo tenerne conto.

Noi spesso diamo per scontato che la nostra missione nel mondo sia appunto diventare ricchi, potenti, acculturati; affermarsi.
Eppure se c’è una cosa che il cristianesimo ha sempre messo bene in evidenza è che quelle sono esattamente le categorie delle quali sarebbe bene NON far parte.
I potenti hanno una certa predisposizione ad esser buttati giù dai loro troni; ai sapienti vengono tenute nascoste le cose davvero importanti e, quanto ai ricchi, c’è un certo detto a base di cammelli che non passano per la cruna degli aghi di cui occorrerebbe tenere conto.

Non sarebbe però corretto affermare che il Vangelo sia antioligarchico. Nostro Signore fa chiaramente preferenze: ne sceglie dodici, e anche tra quelli distingue. Sono i criteri ad essere differenti. E il criterio è: è Lui che fa, fa capire il Signore. Solo chi si affida al banco vince.
Così, alla faccia dell’autoaffermazione, è una ragazzina sconosciuta senza soldi e senza potere proveniente da un luogo sperduto ad essere la donna più importante del mondo. Storicamente, nessun’altra come lei: per un sì. Un sì che è esattamente il contrario dell’autoaffermazione. E’ il dire, avvenga di me cosa Tu vuoi.
Qui ci sarebbe una lezione da imparare, se non fossimo troppo ricchi, potenti, sapienti.

Annunci

Società di orfani

Impressiona il livello – basso, per non dire di peggio – delle critiche al convegno di Verona sulla famiglia. Ci si domanda dove certa gente sia cresciuta. Si ha quasi l’impressione che abbiano subito un forte trauma infantile, orfani per abbandono. Potrebbe essere: accade quando i genitori smettono di educare. Quando dicono, fai le tue esperienze, tanto è lo stesso, non scelgo per te. Quando sono assenti, fisicamente e no. E il figlio si trova da solo in un mondo troppo grande.
Mentre il ruolo dei genitori è proprio dare loro una strada sicura da seguire, fino al giorno in cui sapranno sceglierla da soli.

Poi arriva il momento in cui il figlio si rende consapevolmente orfano, compie il parricidio, il matricidio virtuale: la crisi dell’adolescenza. E’ il momento del distacco, il momento in cui la famiglia è rifiutata perché l’adolescente deve imparare come costruire la sua famiglia. Rigetta gli insegnamenti ricevuti per poterli capire, e farli suoi. Il comprendere cosa sia davvero la famiglia coincide con l’età adulta. E’ una questione di esperienza.

Ma che accade quando questa esperienza non giunge? Quando l’adolescenza è insegnata, perpetuata, voluta, e diventa ebbrezza di potere, vizio, decisione? Se gli adolescenti sono al potere maledire la famiglia non è più ribellione, è conformismo. Il linguaggio e i modi dei “critici” di cui sopra ricordano troppo quello dei bulletti perché ciò sia casuale.
Per questa generazione è giunto il momento di crescere. Ma da quale padre possono ritornare?

Il seminatore

Un padre è realmente come un seminatore, come il seminatore di quell’altra parabola. Non sa dove quello che sparge finirà, non sa se germoglierà, fiorirà, darà frutto. Quello non dipende, non dipende più da lui.
Tutto quello che sa è che deve seminare, il meglio che può, perché senza qualcuno che getti il seme, qualcuno che ami la terra, non ci saranno che spini, e male erbe.

Comunicazioni

Proviamo a fare un piccolo esercizio. Immaginatevi di disporre del potere.
Su una tele privata un tizio con un impermeabile fuori moda comincia ad inneggiare al nuovo nazismo. In discorsi fiammeggianti incita a rovesciare lo stato, a sabotare i mezzi pubblici, a colpire con la violenza chi si oppone nel nome del nuovo ordine che bisogna imporre a vantaggio di tutta la razza bianca. Voi lo lasciate fare?
Poniamo che, al posto del nazistalgico di cui sopra, ci sia un imam barbuto che invoca la jihad sull’occidente, invita i fedeli ad imbracciare le armi e a conquistare nel nome del califfato questa nazione corrotta. Ancora una volta, lo lasciate fare?
E ancora un truffatore, che cerca con l’inganno di carpire soldi agli ingenui. Che fate?

Qualcuno potrebbe anche dire: non sono per niente d’accordo con quello che dicono, ma in fondo esiste la libertà.
E nel mentre persone suggestionabili imbracciano un fucile e compiono stragi.

Spero di riuscire a farmi capire. Se avete una responsabilità per il bene pubblico o quello particolare di una persona allora potete usare della vostra responsabilità per proteggere da abusi. Potete, o dovete? Un adulto cerca di far vedere a vostro figlio piccolo del materiale pornografico o iperviolento: voi lo lasciate fare?

Facciamo un passo avanti. Date un’occhiata al video seguente, dove uno scienziato illustra alcuni meccanismi della comunicazione. Funziona così: il cervello dell’ascoltatore si sincronizza, letteralmente, con quello di chi gli sta comunicando qualcosa. In altre parole, il funzionamento stesso della nostra mente le fa assorbire, volente o nolente, la comunicazione.

Capite allora che il nostro cervello è plasmato da ciò che percepisce, e che forma l’esperienza. Se questa esperienza è fortemente di parte, deformata, si forma un pre-giudizio. Se sentiamo ripetere per ogni dove che un certo politico è un imbecille, anche se lo sentissimo dire e fare cose grandi e giuste potremmo non accorgercene, perché il nostro cervello grida “imbecille”. Se si continua a ripetere che occorre sterminare tutti gli infedeli, prima o poi a qualcuno verrà di farlo, perché il messaggio supererà la barriera che dice che si tratta di qualcosa di male. Se sentitre ripetere da tutti che i cristiani sono chiusi e bigotti, occorreranno forti esperienze contrarie per farvi cambiare idea. Nel mentre, bandite quei bigotti e le loro idee.

Pensate ad un uomo del secondo millennio, che pensa che l’esistenza umana si basa su precisi concetti di bene e male, non solo, ma che facendo il male si mette a rischio non solo la convivenza terrena, non solo la felicità in questo mondo ma la vita eterna, tutta l’eternità. Se qualcuno si presenta con una dottrina eretica, che conduce al male travestendosi da bene, non sentirà suo dovere impedirlo? Perché non impedire il male equivale a volerlo.
Allora, al di là di tutti i pregiudizi che forse avete, qualcosa come “l’Indice di libri proibiti” non è forse ragionevole? Si basa su una dottrina certa, su regole chiare, al fine di proteggere il semplice da idee che non sono solo errate, sono davvero mortali. Mortali per tutta l’eternità.

Voi direte, i tempi sono cambiati. Ma ditemi, dove sta esattamente la differenza rispetto ai tre casi che vi ho illustrato all’inizio? Voi non credete più, forse, alla verità del bene  e del male, ma sicuramente un concetto di esso lo avete, altrimenti non sareste capaci di capire una sola riga di questo post. E chi sa che domani quello che i predicatori dell’odio di cui dicevo all’inizio non diventi anche la vostra verità.

Per ché il punto sta tutto qui: dove sia il vero. quello che permette di giudicare e nostre opere, le nostre omissioni.

 

Vuoto

“In principio DIO creò il mondo.
Desolazione e vuoto. Desolazione e vuoto. E tenebre erano sopra la faccia dell’abisso.
E quando vi furono uomini, nei loro vari modi lottarono in tormento alla ricerca di DIO
Ciecamente e vanamente, perché l’uomo è cosa vana, e l’uomo senza DIO è un seme nel vento, trascinato qua e là e non trova luogo dove posarsi e dove germinare.”
T.S.Eliot, da “I cori della Rocca

Quando ero bambino, ero affascinato dal vuoto tra i mondi. Il vuoto dello spazio interstellare, freddo come null’altro, pronto a risucchiarti il respiro.
Ma il vuoto non è il nulla. Il nulla è qualcosa di ancora più spaventoso del vuoto. Perché il nulla non è neanche spazio, è il niente, è l’opposto dell’esistere.
Nella Genesi Dio trae dal nulla il vuoto. Il vuoto è qualcosa, qualcosa in attesa di essere riempito.
Il nulla è assenza di significato; il vuoto è attesa di significato.

Vano significa vuoto.
Vaneggiare vuol dire parlare del vuoto, parlare a vuoto. Vanità sono le cose che sembrano essere, ma sono vuote di senso.
Il vuoto interstellare non è del tutto vuoto; è vuoto come il cielo, è vuoto come una mattina limpida. L’aria c’è, ma non si vede. Nello spazio, la materia, gli atomi sono molto più radi, distanti tra loro, ma sufficienti perché, in milioni, miliardi di anni, si possano condensare come le gocce di pioggia in nuvole, in stelle, pianeti, noi.

Noi siamo fatti di vuoto; le nostre giornate sono fatte di vuoto, quando trascorrono in-vano. La pioggia, per potere nascere, ha bisogno di un seme attorno a cui le gocce si radunano. Così forse anche gli astri: cosa sarà mai questo seme di stella?
E per noi, per potere smettere di essere vuoti, per potere smettere di essere vani e diventare qualcuno, per noi, qual è il seme?

Porte aperte

Ok, qualcuno ha lasciato la porta aperta, e i buoi sono scappati.

Dopo, si può licenziare il garzone che forse ha lasciato l’uscio socchiuso (anche se poi siamo stati noi a scordarlo), fare un convegno sullo sfruttamento dei tori e istituire commissioni per studiare il vagabondaggio bovino alla luce del cambiamento climatico.

Si può anche maledire il caso, che ha permesso che una cosa così improbabile possa avvenire. “Il portone? Non c’è problema, mi ricordo sempre di chiuderlo”.

Si potrebbe negare la propria responsabilità di vegliare sui buoi. Affermare che c’era un preciso accordo verbale sulle entrate e sulle uscite, fin da quando erano vitelli. E sostenere “Occorre che tornino, adesso”.
E loro: siamo tornati, ma abbiamo trovato la stalla chiusa.

Oppure si può, per tempo, mettere una di quelle porte che si chiudono da sole, e che si aprono dall’esterno verso l’interno.

Medaglia! Medaglia!

E’ finalmente successo. Non ne potevo più; mi domandavo continuamente, dov’è che sbaglio? Cosa sto facendo di male?
Invece, ecco. Sono stato censurato da Facebook! Ancora non so se mi abbiano bandito in permanenza oppure solo per i due articoli della settimana passata, ma resta il fatto che “non mi adeguo ai loro standard”. Non so neanche se la censura sia dovuta ad un algoritmo automatico – che so, tutti quelli che parlano di maternità o di aborto postnatale o di news censurate finiscono automaticamente nel cestino – oppure se qualche lettore abbia deciso che ero troppo cattolico per continuare a postare impunemente, e in nome della pluralità di opinioni e della libertà abbia ritenuto doveroso denunciarmi.

Fatto sta che adesso ho questa conferma che mi conforta sul fatto che io stia seguendo la strada giusta. Perché quando qualcuno, qualcosa di così adagiato sulla mentalità laicista ti blocca, è una medaglia al merito. Se prima, occasionalmente, avevo dei dubbi sul mio eventuale ingresso su quel social, adesso me li sono tolti del tutto. Amici, vi lascio al vostro pensiero unico, attenti a non sgarrare.

Mi chiedo: i miei amabili troll, i miei corrispondenti liberal cosa ne pensano della vicenda? Compresi coloro veloci a stigmatizzare l’Indice dei libri proibiti dei secoli che furono. Quest’ultimo era volto a colpire l’eresia e, diciamocelo pure, non funzionò mai davvero. Ma si fondava su due capisaldi: il fatto che esistesse un dogma, una verità tenuta per certa, e il fatto che chi vi si opponeva si ponesse fuori dalla Chiesa – di qui la scomunica per chi infrangeva la proibizione.

Ma la censura mondana di cui sono oggetto, su che dogmi si basa? E qual è lo scopo di nascondere eliminandoli i fatti nudi e crudi, certi studi, certe verità?
Sembrerebbe quasi che siamo in presenza di una religione del faccia-libro che non vuole tanto abolire le voci dissenzienti quanto abolire i fatti che dissentono.

Amici facciabocchisti, non vi dico di levarvi da lì; solo, non fatevi inglobare dalla mentalità di quella falsa chiesa. Volete ancora pubblicarmi come un tempo? Non so se mettendo un link invece dell’articolo completo la censura funzioni nello stesso modo, si può provare; se così fosse, mi rassegnerò. Il blog per ora c’è, e se dovesse cadere anche quello ricorrerò al Samizdat, come si faceva sotto il regime sovietico.
Anche a quello servì poco nascondere il vero, anche se qualcuno ancora sembra non essersene accorto.

Cuore di mamma

Confesso che, in prima battuta, sono rimasto davvero stupito. Sì, perché che le donne ricevano in media stipendi più bassi rispetto agli uomini a causa del sessismo è una di quelle verità che ci sono state inculcate fin da piccoli e che non ci sogneremmo mai, da soli, di mettere in dubbio.
Senonché, se fate un attimo mente locale, è davvero così vero nella vostra esperienza, in quello che vedete intorno?
Attenzione, non sto negando che vi possano essere discriminazioni e abusi sul posto di lavoro. Non lo negano nemmeno gli autori dei nuovi studi che ho letto, ci sono eccome; ma quello che sostengono, con una gran mole di fatti a sostegno, è come, in realtà, la spiegazione della differenza negli stipendi sia un’altra. Non è paga differente per stesso lavoro, è dovuto al fatto che le donne fanno lavori differenti, e per buoni motivi.

Guardate questo grafico che evidenzia le differenze di paga nelle donne rispetto agli uomini prima e dopo la nascita del primo figlio.

Impressionante, vero? E stiamo parlando di nazioni che dovrebbero essere, e sono, all’avanguardia per le “pari opportunità”. In queste nazioni, come in ogni altra nazione studiata, la paga netta delle donne crolla non appena hanno un figlio. C’è un grafico analogo che traccia la partecipazione alla forza lavoro: le curve sono del tutto paragonabili.

Queste curve non dipendono, in larga parte, neanche dai sussidi che gli stati danno alla maternità. Dipendono invece pesantemente dalla cultura: cioè da quanto una donna ritiene meglio, per i propri figli, la presenza costante e amorevole di una madre nei loro primi anni di vita. La differenza delle entrate è meno pronunciata per quegli stati, quelle culture, per cui non è così importante la presenza materna nella vita del neonato.

Ora, qualcuno potrebbe dire: il problema permane, in quando le donne dovrebbero tornare a lavorare, è impedito loro di esprimersi. I dati evidenziano una realtà differente: le donne, nella grande maggioranza dei casi, vogliono fare le mamme. La forzatura è piuttosto il dover tornare a lavorare. Sono molte di più le madri che vorrebbero stare con i figli e sono invece costrette dal bilancio familiare ad un impiego fuori casa che quelle del caso inverso. E non è neanche un caso di mancanza di asili. Una mamma pensa di poter fare un lavoro migliore nell’allevare il proprio figlio di una struttura, qualsiasi essa sia. E sapete una cosa? Ha ragione.

I bambini di poche settimane o mesi, quando la donna dovrebbe tornare al lavoro, sono ancora degli esserini in disperato bisogno di affetto e cure. La presenza fisica della madre è insostituibile. I battiti del cuore e i respiri delle madri si sincronizzano con quella dei loro bambini, insegnando loro a regolarizzarli, stabilizzando così alcuni dei più importanti processi corporei. Il seno materno cambia persino temperatura per scaldare o raffreddare il bimbo. Anche il latte materno si adatta come composizione, secondo la sua necessità in ogni momento dell’infanzia. Gli studi dimostrano che i livelli di sofferenza e stress calano bruscamene al solo sentire la voce materna, e i bambini malati guariscono più in fretta.

L’attaccamento alla madre dalla nascita fino a tre anni è cruciale per definire l’abilità del piccolo di amare e di essere amato nel corso della vita adulta, ed è correlato con la percentuale di criminalità, di aggressività e di formare famiglie forti. Viceversa, più presto il bambino entra in strutture di asilo più alte sono le probabilità di disagio emozionale e comportamentale. Gli indici sono terribili. Questi effetti nefasti sembrano iniziare se il bambino trascorre più di 15-20 ore alla settimana lontano dalla madre.

I dati dimostrano che l’istinto di mamma non si sbaglia. Forse dovremmo fare in maniera di assecondarlo, di fare in modo che una donna, una madre possa esaudire il suo più grande desiderio: il meglio per i propri figli. Che non vuol dire asili nido statali a basso prezzo, ma proprio il bene dei suoi figli. Stare con loro. Senza essere costretta a lasciarli perché i soldi non bastano.

Si farebbero più figli; i figli, e le madri, sarebbero più felici, e anche migliori. Politici, più biologia, meno ideologia.
Ascoltatele queste donne, una buona volta.

Tornare a riveder le stelle

e quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?

Giacomo Leopardi, “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”

E’ complicato, oggi, vedere le stelle. Se vivi in una città, come accade a tanti, rimane pressoché impossibile. In notti particolarmente limpide, alzando la testa in una via di periferia poco illuminata, talvolta è possibile cogliere pallide scintille nel cielo; ma di solito le luci terrene, sgargianti come parvenu ansiosi di impressionare, le cancellano con il loro fulgore troppo vicino ed ingombrante.

Se l’uomo moderno crede meno in Dio è, a mio parere, colpa anche di questo. Le stelle sono oggettivamente altro: remote e irraggiungibili, bellissime e luminose, testimoniano silenziose la fragilità e la piccolezza della nostra specie. Niente da stupirsi che l’uomo prometeico, con la sua ridicola fioca fiaccola, voglia cancellarle insieme alla notte alla quale appartengono.

E’ difficile rendersene conto adesso, ma le stelle non sono sempre state dei globi di gas fiammeggiante persi in mezzo ad un vuoto cosmico fatto di distanze inimmaginabili.
Perché nessuno, fino a poco tempo fa, sapeva cosa erano davvero quei punti brillanti che riempivano la notte. L’unica cosa che si conosceva davvero era la loro bellezza struggente.
Poi, un passo per volta, è diventato chiaro cosa fossero, la fisica che le governa. Le fornaci nucleari che sappiamo costituirle sembrano avere poco da spartire con la poesia e il desiderio umano.

Eppure è proprio la scienza che ci restituisce di questi corpi celesti immagini spettacolari, di quelle che tolgono il fiato e fanno viaggiare la mente. Un cielo fittamente trapunto di stelle, nella solitudine di un prato di montagna, ci fa comprendere quanto piccoli siamo di fronte al cosmo; le fotografie fatte con i moderni strumenti di quei punti di luce lontani insegnano parecchie altre lezioni. Ci parlano di astri come gocce di pioggia, condensate da nubi di idrogeno di dimensioni titaniche. Di stelle che nascono, imbozzolate di gas e polveri, circondate da pianeti che la pressione della luce dei soli nascenti ripulirà, spazzerà, riscalderà. Di stelle morenti e moribonde, di esplosioni accecanti e getti di plasma, onde di fuoco e di energia, pozzi di gravità in fondo ai quali anche la luce si schianta. Le stelle mulinano in una lenta pavana nelle loro galassie, ancora colme di segreti che forse non riusciremo mai a svelare. La stessa luce viaggia per anni, secoli, millenni per farci giungere il loro messaggio.

Sì, telescopi e antenne, satelliti e stazioni spaziali ci hanno portato in un universo in cui gli astri non sono più divinità, non sono più diamanti, non sono più incomprensibili punti di luce nel cielo tenebroso. Ma anche se adesso ne conosciamo la fisica, se abbiamo compreso parte dei loro misteri, ancora non è risolta la domanda che Leopardi attribuiva al suo pastore: che fanno, loro, lassù? Perché ci sono? Perché tanta terribile bellezza, da fare male al cuore? Cosa c’entriamo noi con le stelle?

C’è la scienza fredda e impersonale dello scienziato che neanche guarda l’oggetto del suo studio, perso nei dati, perso lo sguardo stupito del bimbo che vede per la prima volta il cielo stellato; come un antico usuraio che conta e riconta le sue monete, incapace di goderne.
E poi c’è la passione che fa promettere ad quel bambino che giungerà lassù. Che grandi cose potrà fare questo bambino, per completare il suo sogno?

La passione del bambino, il desiderio delle stelle, guida l’uomo nella sua ricerca, nel volere comprendere le incognite dell’esistere e di ciò che esiste. Per lui il futuro sarà aperto, il tempo non sarà ripiegato su se stesso, sulle piccole cose, perché avrà visto l’infinito.

Quella stessa passione, quello stesso desiderio che spinge fuori dall’inferno, per tornare ancora una volta a riveder le stelle.

I carri

Ho fatto un sogno. C’erano uomini donne bambini, con semplici vestiti quotidiani, dall’aria seria e allegra insieme, assiepati su carri che sfilavano su di una strada. Mi sono avvicinato ed ho chiesto cosa facessero. E’ Carnevale, mi hanno risposto.

Ma il Carnevale non dovrebbe esser rovesciamento della realtà di tutti i giorni? ho chiesto. Dove sono le maschere, i travestimenti, i coriandoli, gli scherzi, le assurdità, gli atti senza senso?

Appunto, quelli sono ormai tutti i giorni, è stata la replica. Le antiche certezze sono a gambe all’aria, le mutande sono sulla testa e la menzogna di un tempo è la nuova verità. Cosa c’è quindi di più carnevalesco, di più rovesciato e folle, che essere normali?

Sono rimasto un po’ lì, e non capivo se ero desto o continuavo a sognare.

Uomini e donne

Ancora una volta, pochi italiani l’hanno saputo. I democratici statunitensi – tra cui tutti i candidati di quel partito ad essere il futuro Presidente del paese – hanno bocciato una legge che avrebbe impedito di lasciar morire i bambini appena sopravvissuti all’aborto. Di più: non solo hanno votato contro, hanno fatto ostruzionismo attivo perché non passasse. Se pochi italiani l’hanno saputo, così anche non molti americani: nessuna delle principali testate giornalistiche ha ritenuto opportuno pubblicare la notizia, e quando l’hanno fatto è solo perché ne ha parlato Trump.

Se non avete ben compreso, specifico meglio: talvolta i veleni che dovrebbero ammazzare i bambini nel grembo materno non funzionano, e questi vengono al mondo vivi. Gli abortisti hanno ripetuto per anni che è proprio questo “fuori dal ventre” che rende “uomini”. Quindi, anche per chi cattolico non è, quelli che vengono lasciati morire sono per definizione uomini e donne. Semplicemente uomini e donne non voluti.

Un tempo si usava il termine “infanticidio”. Letteralmente, uccisione di chi non può parlare. Di chi può piangere, al limite, ma il pianto non ha parole.

Così siamo tornati, nel volgere di una generazione, a Sparta. Dov’è finita la civiltà di cui ci vantiamo? O forse è proprio questa l’essenza della civiltà verso cui andiamo, la legge del più forte. Perché un adulto è senza discussioni più forte di un bambino. Può rubargli tutte le caramelle, figurarsi ucciderlo.

Se mi scrivo una legge secondo la mia inclinazione, divento il legislatore di me stesso. Le leggi fisiche ci governano, ma noi abbiamo la pretesa di decidere quali siano quelle importanti e quali no. In altre parole, pretendiamo di essere i creatori di noi stessi, della realtà. Quello che in altri tempi era chiamato peccato originale; essere a se stessi dio.

Se questa pretesa fosse vera, non ci sarebbero cose che non potrei fare. Niente di turpe, niente di immondo, niente di immorale. Non avrebbero significato queste parole; ma allo stesso modo non potrei indignarmi perché qualcuno mi da ingiustizia o perché non rispetta la mia morale. Io decido per me, gli altri per loro stessi.

La legge umana è il tentativo di fare convivere gli uomini, ma se non è basata su come gli uomini sono fatti, se stabilisce che certi uomini possono essere uccisi senza altro motivo che non essere voluti diventa anch’essa arbitrio. Chi ha potere può farsi le leggi che vuole; se è, almeno nominalmente, il popolo, più persone convinco più posso fare ciò che voglio. Non è poi così difficile persuadere le persone a scegliere il male, o ignorarlo, se lo si indora abbastanza. Chiamalo diritto, chiamalo conquista, nascondi la putredine.
Se il male non è oggettivo ma può essere deciso, che male c’è a sceglierlo? Immorale diventa non chi si oppone a ciò che è male, ma chi si oppone alla maggioranza, cioè alla legge.

Nel Vangelo è scritto che la legge è fatta per l’uomo, non l’uomo per la legge. Con ciò vuol dire non che l’uomo può fare ciò che vuole, ma che la legge autentica guida l’uomo al suo bene, fa vivere l’esistenza umana al meglio. Una legge non fatta per l’uomo è arbitrio, è contro quello che l’uomo è.

Non so se l’avete mai notato, ma Cristo chiama “duri di cuore” non coloro che vogliono il matrimonio indissolubile, ma quelli che vorrebbero poterlo sciogliere. Una curiosa inversione, l’opposto esatto di quello che vorrebbero farci credere. La vera misericordia non è concedere ogni genere di licenza, ma attenersi a ciò che è vero, perché tutto il resto conduce al male, all’autodistruzione.
Così una legge che permette l’uccisione di uomini e donne innocenti – e chi più innocente di un bambino appena nato? – rimane un abominio. Sempre che siamo d’accordo che l’omicidio sia male.

Ma rassicuratevi: il tipo di aborti per cui il bambino sopravvive sono sempre più rari, negli Stati Uniti, non più di qualche migliaio all’anno. Perché i veleni rovinano gli organi, che non possono più essere venduti, capite. Così quegli infanti, quegli uomini e quelle donne, vengono uccisi con altri metodi, più sanguinosi e diretti. In questo modo non c’è pericolo che possano non solo parlare, ma neanche piangere.

Personaggi e interpreti

Partiamo dall’inizio.
Forse questo brano lo conoscete, è il Vangelo della Messa di oggi:

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 10,1-12

In quel tempo, Gesù, partito da Cafàrnao, venne nella regione della Giudea e al di là del fiume Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli insegnava loro, come era solito fare.
Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».

MI pare abbastanza chiaro, no?

Mi scrive un amico:

“Messa delle 7.30. Vangelo dell’indissolubilità del matrimonio. Il prete nell’omelia spiega che questo brano va interpretato e oggi essere duri di cuore significa condannare le persone che si rifanno una vita. Poi dopo l’omelia e prima dell’elevazione aggiunge che essere duri di cuore è anche non capire le altre forme di vita e di famiglia, per esempio due uomini. Poi consacra il pane e il vino.
Appena accaduto davanti a me personalmente.”

E a me viene da dire: Com’è duro il cuore di Cristo! Meno male che oggi si è molto più misericordiosi e moderni. Mi domando perché si continui a fare memoria di quel rigido personaggio, quel bacchettone, che evidentemente non capiva. Meglio dimenticarsene.
In un certo senso, è già stato fatto.

Piccoli oggetti insignificanti

Abbiamo tutti degli oggetti che abbiamo prediletto. Mi ricordo, quand’ero molto piccolo, della statuina di plastica di un cane che avevo trovato in un uovo di Pasqua. Mi rammento che la stringevo, in momenti dolorosi. Più tardi era stata la volta di un pupazzetto di gomma, “Flic”, un poliziotto baffuto dagli arti sproporzionatamente lunghi. C’era una tectite, un frammento di vetro meteorico, che tenevo in una vetrinetta; e poi una trilobite, antica di centinaia di milioni di anni, che avevo chiamato “Occhi”.

Chissà dove sono finiti. Le affezioni sono una cosa passeggera, come gli oggetti, come noi stessi. Non saprei dire con esattezza cosa mi legasse a quelle piccole cose. Mi piacevano, mi confortavano. Adesso sono andate, come quegli anni. Solo la loro memoria, ancora per poco, permane.

Erano oggetti che possiamo chiamare insignificanti, eppure un significato per me l’avevano. Che significato abbiamo noi stessi? Il loro valore nel mondo era forse essere amati da me; il mio valore è forse essere amato da altri?
Le cose che abbiamo amato, le persone che abbiamo amato, sono come i paracarri della nostra strada, li lasciamo indietro mentre andiamo. Come l’amore per certi oggetti, così anche l’amore per le persone nasce, cambia, a volte finisce. Siamo definiti dall’amore che ci è rivolto, come noi definiamo gli altri con la nostra affezione. Chi non è amato è come se non esistesse.

Eppure, anche se nessuna persona ci amasse, noi stessi saremmo comunque. Perché qualcuno nel mondo ci ha chiamati, ci fa esistere – un amore di cui siamo forse a malapena coscienti. Così la nostra strada va, intrecciandosi con mille altre, cosparsa di piccoli oggetti apparentemente insignificanti.

Ma davvero sappiamo cosa ha significato?

Dimenticanza

Il Male, per vincere, deve cancellare la memoria del bene che abbiamo veduto.

Il vento sulle rovine

Vorrei tornare un attimo, se me lo consentite, sulla vicenda Formigoni.
Molti commentatori hanno evidenziato il fatto che quella sanità lombarda che, secondo le accuse, è stato l’ambito della corruzione, è stata portata proprio dal condannato ad essere la migliore d’Italia. Un modello di efficienza e di risparmio che le altre regioni, governate evidentemente da onesti, invidiano.
Altri hanno fatto notare che nessuno degli accusatori ha saputo indicare una sola decisione, una sola delibera di cui Formigoni sarebbe stato responsabile e che avrebbe rappresentato il do ut des della corruzione stessa.
Abbiamo quindi il paradosso di una persona condannata al massimo della pena, con sequestro di beni per una cifra insensata, molto maggiore della “tangente” rivendicata, senza che sia fornita una chiara indicazione di cosa avrebbe fatto per “meritarsi” quei soldi. E’ un po’ come condannare una persona per omicidio quando non solo non c’è il corpo dell’assassinato, ma la supposta vittima sta benissimo.

Gli studiosi di storia lo sanno: quando si vuole distruggere qualcuno perché troppo onesto, perché infastidisce con la sua popolarità, la cosa migliore è mandarlo sotto processo. Quanti esempi troviamo nella Grecia classica, da Socrate ad Alcibiade, o nella Roma repubblicana e imperiale, e poi via via nei secoli. Ricordate Dante? Qualcuno potrebbe persino dire che intere nazioni, popoli, civiltà, sono stati devastati e ridotti all’insignificanza dalla persecuzione giudiziaria suicida dei loro uomini migliori. Davvero, come dice Milosz, “Chi ama la Res Publica avrà la mano mozzata”. Il male non si fa problemi di gioco corretto, specie quando l’arbitro fa parte della squadra.

Quando si colpiscono coloro che danno tutto loro stessi per costruire un mondo migliore, chi ancora avrà il coraggio di provarci? Si rimane sgomenti che sia tanto facile distruggere delle vite. Ogni sbaglio, ogni passo falso per quanto piccolo può essere usato a tal fine. A volte manco ce n’è bisogno: quanto non c’è si può fabbricare. E’ quello che la storia insegna, tante volte l’abbiamo visto, e ancora non ci basta per capire.

Allora, cari lettori, smettiamo di lamentarci se il nostro paese va male. Se di fronte alla palese ingiustizia per paura o opportunismo si sta zitti, allora sì, ci meritiamo tutto.
Accettiamo il male non perché gli diciamo sì, ma perché non gli diciamo no.
Abbiamo capito l’esempio. Teniamo famiglia. E taciamo.
Ciò che si sente è solo il vento sulle rovine, e l’ululato del lupo.

Non dico di no

Mentre guardavo distrattamente un telegiornale, oggi, non potevo fare a meno di pensare che la menzogna sembra trionfare ovunque. Ciò che è falso, ciò che è ingiusto si presenta certo e ammiccante. Come fosse non dico sicuro di non essere scoperto per quello che è, ma che orgogliosamente se ne faccia vanto, aspettandosi che nessuno reagisca.

Sono capitato oggi, per caso, su due citazioni di Terry Pratchett. Siamo nel libro “A me le guardie!“, e a parlare è Lord Vetinari, il pragmatico dittatore al cui confronto Machiavelli è uno stupido imbranato.

“Io credo che tu trovi la vita problematica perché pensi che ci sia gente buona e gente cattiva. Sbagli, ovviamente. C’è, solo e sempre, gente cattiva – ma alcuni di loro stanno da parti opposte.”

Anche se, come al solito, molti reagiranno con un “non è vero” a questa affermazione, io sono in fondo d’accordo. Quello che invece non credo è che necessariamente la gente cattiva debba stare dalla parte del male. Anzi, è proprio il contrario: c’è gente cattiva che sceglie di stare dalla parte del bene, perché capisce di essere cattiva, e prova a cambiare. Si chiama redenzione; e per praticarla occorre avere coscienza di quello che si è.

E qui viene la seconda citazione:
“Laggiù ci sono persone che seguirebbero qualsiasi drago, adorerebbero qualsiasi dio, ignorerebbero ogni iniquità. Tutto questo per una sorta di monotona, quotidiana cattiveria. Non l’alta, creativa ripugnanza dei grandi peccatori, ma una sorta di oscurità dell’anima prodotta in massa. Il peccato, potresti dire, senza una traccia di originalità. Accettano il male non perché dicono sì, ma perché non dicono no.”

Se il telegiornale, e di conseguenza il momento presente di cui è lo specchio deformato, è così affollato di menzogna, è perché coloro che non dicono no sembrano essere ovunque.
Forse sono consci che chi parla viene divorato: l’abbiamo visto accadere tante volte. La verità costa, se non costa non è verità, perché solo la menzogna è gratuita.
Forse sono delusi da chi sembrava far parte della gente buona, e si è rivelato essere cattivo più dei cattivi.
Forse è gente che è ingannata. Ma, permettetemi: è ingannato chi vuole farsi ingannare. Le bugie hanno gambe corte e naso lungo, dopo poco si possono riconoscere. C’è chi sceglie di non farlo vuoi per miopia, vuoi per quieto vivere, vuoi per abitudine. E l’oscurità divora ancora un pezzetto d’anima, fino a quando di luminoso rimane niente.
Non ci sono più eroi, pare raccontarti questa oscurità. Ti devi adeguare. Le tue certezze non esistono più. Non ti chiedo di dirmi di sì, ma di esser comunque positivo, moderno.
Non dirmi di no.

Sapete una cosa, cari lettori?
No.

Improbabile

Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio,
di quante ne siano sognate nella tua filosofia

Shakespeare, “Amleto”

A volte, se siamo fortunati e bene attenti, può capitare qualcosa per cui ci accorgiamo che l’universo è differente da quello che comunemente ci raccontano. Che c’è uno strato segreto, o forse neanche poi tanto tale: forse sarebbe meglio dire incompreso.

Mia moglie mi chiama, e mi dice: “Senti che cosa curiosa mi è capitata oggi. Ho scritto una e-mail per l’Australia chiedendo certe informazioni, e mi ha risposto, in italiano, la sola persona che ho conosciuto anni fa originaria di laggiù. Che combinazione!”
Io le replico: “Quando mi hai chiamato stavo proprio pensando alle probabilità, o meglio: alle improbabilità. Senti questa: qualche giorno fa trasmettono alla radio, mentre sono in auto, una canzone vecchia di quasi cinquant’anni. Non è la prima volta che l’ascolto, ma stavolta presto più attenzione. Ci sono alcune parole gergali in inglese, e mi dico: quando posso, ne cerco il testo. Arrivo a casa e dimentico di farlo. Oggi salgo in macchina, in un orario inconsueto per me, accendo la radio (su un canale diverso) e cosa sento? Qualcuno che legge e traduce il testo proprio di quella medesima canzone, spiegandone anche la storia. La tua combinazione è in fondo spiegabile, tu e lei lavorate nello stesso ambito, ma la mia? Quante probabilità ci sono che accadesse?”

Già, dovrete concordare anche voi. Non mi viene in mente nessuna spiegazione logica, solo spiegazioni illogiche.
Potrei narrare “coincidenze” altrettanto curiose, se non più strane ancora. Potrebbero essere proprio questo: solo coincidenze, seppure altamente improbabili. O potrebbero essere segni.
Di cosa?

Tempo ristretto

Il sesso è il solo misticismo che il materialismo offre.
Malcom Muggeridge

Alice: “Quanto dura per sempre?”
Bianconiglio: “Talvolta, solo un secondo.”
Lewis Carroll

Il cristianesimo è, per definizione, l’eterno che si fa istante e dà al tempo degli uomini un valore eterno.
Senza quell’eterno, il tempo degli uomini è il solo tempo, l’istante la sua sola misura. Perché meravigliarsi se tutto crolla?
Quelli che non riconoscono, o non riconoscono più, l’eterno, possono solo ricercarlo in pelli giovani, nella fuga dal pensiero, in istanti di piacere che durano solo un istante.
Farebbero di tutto per procurarsela, questa piccola eternità, questi uomini dal tempo ristretto. E finisce tutto – perché, al di fuori dell’eterno, tutto finisce – in inganno, violenza e feci.

Solitudine

Non è la prima volta che trovo in un articolo di Stella Morabito, una commentatrice statunitense, alcuni spunti eccellenti per comprendere la realtà quotidiana. Non fa eccezione il suo ultimo dove parla degli “auto-suprematisti”: un termine che usa per descrivere quelle persone che posseggono una smodata sete di potere personale. Il buon vecchio peccato originale, aggiungo io: volere essere come Dio. O un pochino di più.
Un tempo li ho chiamati autoidolatri.

Questi assetati l’articolista li identifica soprattutto come appartenenti a quella sinistra USA (e non solo) che vorrebbe mettere il suo cappello su tutto, imponendo la propria agenda e zittendo ogni critica: vietato dissentire, se non si vuole essere distrutti socialmente. Il parlare liberamente, avere un’opinione differente da loro viene identificato come “odio”, in un rovesciamento orwelliano. Il “free speech” diventa “hate speech”.

Il punto su cui mi vorrei però soffermare è l’ultimo svolto dall’autrice: l’osservazione che l’autosuprematista ha come bersaglio privilegiato la distruzione di ogni legame.
Traduco direttamente:

“(…) Il tratto più distintivo (dell’autosuprematista) è il suo disprezzo per le forti relazioni interpersonali altrui. E’ un’attitudine che è fortemente anti-amicizia, anti-pensiero, e anti-conversazione. L’autosuprematista è costantemente impegnato nell’aggressione relazionale e nell’ingerenza. Questo comporta molti pettegolezzi, spargimento di letame e pugnalate alle spalle con l’espresso scopo di distruggere i rapporti. L’ostracismo (dell’avversario) è sempre la prima meta, e queste dinamiche di bullismo sono comuni nei sistemi socialisti.

La spinta a separare tra loro le persone come mezzo per guadagnare potere sulle vite altrui è anche la ragione per cui gli autosuprematisti cercano di distruggere quella cultura che valorizza le relazioni. Se vincono la loro guerra sulla famiglia, saranno in grado di controllare tutte le altre relazioni personali. Spingono per politiche che erodano i più intimi legami umani.

Per esempio, gli autosuprematisti sono grandi fan dell’aborto senza limiti. Questo intacca il legame madre-figlio sia per l’individuo che per la società nel suo complesso. Il passo successivo in questa erosione è l’infanticidio, che sta guadagnando oggi più ampio consenso. Un altra politica è il divorzio consensuale istantaneo, che corrode il legame moglie-marito.

Un’altra grossa istanza delle politiche sociali autosuprematiste è la promozione della cultura del sesso casuale. Esso non solo erode la reale intimità tra uomo e donna, ma anche i legami di fiducia e amicizia. Queste persone supportano anche politiche educative che minano l’autorità dei genitori e scalfiscono i legami familiari. L’attacco costante degli autosuprematisti alla dottrina della Chiesa corrode la coscienza del primo e ultimo rifugio di un essere umano: la relazione personale con Dio.

Alla fine, l’obbedienza al dettato del politicamente corretto e della politica identitaria è la strada verso un confino solitario per ognuno di noi. Quando ci limitiamo nella parola pubblica, limitiamo la nostra capacità di piena conversazione con gli altri. Diminuiamo la nostra capacità di forti relazioni personali. Di qui, l’epidemia odierna di solitudine.”

Solitudine. Questo il destino ultimo dell’uomo secondo questa dottrina che non esito a definire demoniaca. Dio è la relazione totale con il tutto, di ognuno siamo amici e fratelli perché condividiamo un unico Padre, un unico destino. Satana, per definizione, è chi rifiuta questo rapporto: il primo dei solitari, che cerca di trascinare tutti nella sua caduta. L’interesse del potere alla frammentazione completa dell’io, alla rottura di ogni legame, all’uomo solo e quindi dominabile, non ne è che una conseguenza. L’inferno non sono gli altri, ma la loro mancanza.

Un mazzo casuale

Le costanti fisiche del nostro universo sono calibrate esattamente per permettere la vita, la nostra vita, con una precisione incredibile. Basterebbe una variazione infinitesimale di una di esse per impedirci di esistere. Abbiamo vinto il primo premio in una lotteria cosmica o le cose stanno diversamente?
C’è qualcuno che, per spiegare questo fatto teorizza che le realtà siano infinite, ed in ognuna di esse quelle stesse costanti siano differenti; per una dimensione dove noi esistiamo ce ne sono innumerevoli parallele nelle quali la vita non potrebbe mai nascere. E’ la teoria del multiverso.
Altri sono più prosaici: è una coincidenza, è solamente un caso. Sì, abbiamo vinto la lotteria.

Pensiamo ad una ragazza che trovi sul suo tavolo, a San Valentino, uno stupendo mazzo di fiori. Questa ipotetica ragazza potrebbe dire: questi fiori non sono necessariamente per me, una in mezzo a miliardi di donne; probabilmente ognuna di esse ha ricevuto un mazzo simile; oppure ci sono infiniti universi nei quali il mazzo non l’ho ricevuto io ma qualcun’altra.
Potrebbe anche pensare: questo mazzo è qui per caso, si è materializzato sul tavolo, le molecole si sono sponteneamente composte in forma di rosa; o chi l’ha recapitato si è sbagliato; o anche, ho vinto un concorso il cui premio erano questi fiori, un concorso al quale non ho partecipato…

Oppure quella ragazza potrebbe dire: è stato Lui che l’ha messo lì, per me.
Ma per dirlo deve avere occhi aperti sulla realtà, e un cuore innamorato.

Minima immoralia

Un team di ricercatori di Oxford ha investigato le regole morali di diversi popoli di ogni parte del mondo e ha estratto quelle, a loro parere, comuni a tutti. Ne hanno identificate sette:
Aiuta la tua famiglia, aiuta il tuo gruppo, ritorna i favori, sii coraggioso, dà deferenza ai superiori, dividi le risorse in modo equo e rispetta la proprietà altrui.
Questi principi sono condivisi tra 60 culture diverse, e i ricercatori concludono che sono regole universali.

Se le paragoniamo con il decalogo biblico notiamo che i due insiemi sono sovrapposti solo in piccola parte. Non rubare, d’accordo, ma la Bibbia va più in là: invita a non desiderare la roba altrui, non solo a non prendersela. “Onorare i genitori” è diverso dalla deferenza per chi sta sopra di te associato a dare una mano alla famiglia. “Ama il prossimo tuo come te stesso” forse in antico poteva essere inteso come limitato al proprio gruppo ristretto, ma dopo Cristo non è più così. Tra le mancanze, “non uccidere” è quella maggiormente evidente: la vita umana, specie quella dell’estraneo, non è un valore da rispettare universalmente condiviso . E ovviamente non sono terreno comune gli atti impuri, il mentire e soprattutto l’amore a quel Dio che per i più è sconosciuto.

Forse questo potrebbe aprire gli occhi a chi si illude che il cristianesimo si possa abolire e l’etica possa rimanere in piedi lo stesso. Cari figlioletti di Kant no, non c’è fratellanza tra tutti gli uomini; no, estraneo, la tua vita non è importante, che tu sia di un altro continente, di un isolato più in là, troppo piccolo oppure troppo inutile; il mondo è dei coraggiosi e di chi sa imporre la sua volontà, a cui va data la deferenza, per poterli ingannare meglio e poi prenderne eventualmente il posto.

Una situazione che sembra l’immagine esatta di questo presente decristanizzato in cui viviamo. Senza un Dio, un padre comune che garantisca il nostro essere fratelli e la verità, la nostra esistenza è un gioco al massacro. Buonisti, dovete rassegnarvi. Se per voi Cristo è solo un saggio, o forse neanche quello, avete un solo modo per imporre quella vostra visione del mondo tanto caruccia a tutti.
Eliminare chi non è d’accordo.

Bucce

In troppi si aspettano di trovare la vita già sbucciata.

Ritorno al futuro

Non c’è più il futuro di una volta.
Sono abbastanza avanti con gli anni per ricordarmi di quando il futuro era una cosa luccicante, tecnologica, il posto dove tutti volevano andare. Si sarebbe arrivati per rimanere sulla Luna, su Marte, sui pianeti di mille stelle; avremmo corso sulle nostre macchine volanti in cieli limpidi, e robot amichevoli avrebbero svolto i compiti più gravosi.
Ma, come dicevo all’inizio, il futuro non è più quello di una volta.
La fantascienza è praticamente sparita dalle librerie. La possiamo trovare ancora al cinema, nelle serie TV o web; ma quello che ci viene offerto è, quasi sempre, un domani claustrofobico o terrificante. Mille e una fine del mondo, dagli asteroidi agli zombie. Non è più il tempo delle utopie, ma delle distopie. Si spera che quello che viene raccontato non possa, non debba accadere.

Forse è proprio questa la parola chiave: speranza. Cinquant’anni fa si sperava, si era quasi certi che quello che ci attendeva dietro l’angolo non potesse essere che un giorno migliore. Non avevamo conquistato i cieli? Le macchine non avevano quasi abolito la fatica? Non mancava molto al giorno in cui sarebbero stati banditi la fame, lo sfruttamento, le guerre. E ciò che avrebbe adempiuto questa promessa di prosperità e felicità non sarebbe stata una divinità, ma la Scienza. Figlia dell’uomo, sì, ma in qualche maniera trascendente ad essa: una entità mistica quasi coincidente con il Progresso, una dea che non poteva fallire, e non avrebbe fallito.

Poi gli anni sono trascorsi, e quelle promesse non sono state mantenute.
Sì, solchiamo i cieli, la vita è più facile e comoda di quanto non sia mai stata in nessuna epoca precedente. Ma dov’era quella felicità che ci era stata promessa?
La Scienza, intesa non come modo di investigare l’esistenza ma come idolo venerato, ha fallito. I suoi sacerdoti ci avevano illusi con false utopie.
Se togliamo la scienza dalla fantascienza, non rimane che la fantasia. Tolta la speranza in un futuro non rimane che un passato di terre mitiche, spade e dragoni. Se i vecchi dei sono ormai stati rinnegati, per il domani non resta che la disperazione di mille e una fine del mondo.

Accade sempre così con i falsi dei. Quando compaiono sembra debbano garantire la felicità. Illudono, ma non mantengono. E presto passano ad essere prima odiati, poi ignorati quando anche l’odio sembra troppo. C’è chi passa di entusiasmo in entusiasmo, di causa in causa, in perpetui divorzi e nuovi matrimoni, convinto o quantomeno speranzoso che la prossima sarà la volta buona. Ma i più smettono di credere. C’è chi trasgredisce per non pensare, finché la trasgressione non diventa la nuova norma; c’è chi non pensa, e basta, rinunciando a vivere, fino al letterale suicidio. E chi si abbandona al cinismo, troppo morto dentro per sperare ancora nella vita.

Eppure se qualcosa ci può insegnare il passato è che il futuro non è mai quello che ti aspetti. In quel Blade Runner di tanti anni fa ambientato nell’anno del nostro oggi ci sono androidi e macchine volanti, ma non cellulari: che il protagonista telefoni da una cabina pubblica è ai nostri occhi autentica fantascienza. Quale delle previsioni di trent’anni fa si è realizzata? Ciò che pensavamo dietro l’angolo continua a sfuggirci, come in una fuga di specchi; ma possediamo ciò che nessuno è riuscito ad indovinare.

Forse il problema non è che le promesse non si realizzano, ma che attendiamo le cose sbagliate. Non speriamo nelle cose giuste, abbiamo solo attese umane, e l’attesa spaventa i cuori.
E’ per questo che la speranza può sussistere solo se a garantirla vi è qualcosa al di fuori del mondo umano. Una speranza che non muore, questo è ciò che in fin dei conti desideriamo davvero. La materia stessa di cui è fatta la speranza.
Certo, chi vuole può bollarla come illusione. Qualcosa che davvero non esiste, la fantasia di esseri senza scopo. Gli altri, quelli che lo scopo ce l’hanno, che la speranza la conservano, possono continuare invece ad andare avanti. Perché finché c’è la speranza non ci si deve, non ci si può fermare.
Si ritorna al futuro.