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La vendetta è un luogo asciutto

Mi scrive un amico, sconfortato. Le cose non stanno andando bene. Non so se voi vi ricordate ancora di quegli anni in cui questo si diceva fosse il paese della libertà; oggi abbiamo la conferma che la libertà è solo quella di conformarsi al nuovo verbo del potere.

Chi si oppone, paga. Comincia a pagare, almeno. Perché è evidente, a chi non sia del tutto cieco, che ciò che sta accadendo è un percorso preordinato e progettato verso il buio. Verrà anche la violenza, e la prevedibile reazione ad essa. Se non venisse, forse sarebbe anche peggio; vorrebbe dire che non c’è più neanche bisogno della menzogna, che l’opposizione è ritenuta irrilevante.

Di fronte a tutto ciò ci sono due tentazioni. La prima sarebbe, come mi scrive quell’amico, “consegnare il cuore all’odio ed al desiderio di vendetta, consumandomi in pensieri ed immagini di stragi possibili o anche solo di violenze personali (che mi piacerebbe applicare di volta in volta a questo o quello)“. La seconda è opposta e complementare: rinnegare ciò in cui abbiamo creduto, gettare le armi a terra, piegarsi a chi è troppo forte per essere vinto.

Eh, vendetta, gli ho risposto. Siamo arrivati alfine a quello che ci aspettavamo e temevamo, la persecuzione, e temo che siamo solo agli inizi.
Io credo che tutta la generosa mobilitazione di questi giorni non servirà a niente, perché abbiamo a che fare con un potere a cui ormai non frega niente della popolarità, dell’economia o del bene delle persone. Temo che se potessero ci schiaccerebbero tutti con i carrarmati; non è detto che non ci si arrivi. Ma ritengo più probabile che si limiteranno a confinarci nel silenzio, a toglierci i mezzi per sopravvivere se non ci pieghiamo. Almeno in prima battuta; una volta che sarà chiaro che non possiamo sconfiggerli con la determinazione, si stringerà una volta per tutte la morsa.

Questa, naturalmente, è la mia vena pessimista che salta fuori. Però credo che nel prossimo futuro dovremo valutare molto bene quali e quante battaglie combattere, dove sia la linea che non possiamo e vogliamo attraversare; senza confidare troppo in noi stessi, perché è comunque un Altro che ci salva.

Forse è proprio questo ciò che ci può insegnare questo tempo doloroso; che tutte le nostre forze non bastano a sconfiggere il male.
Forse l’unica vendetta sarà vedere i nostri persecutori perduti dalla loro stessa persecuzione che, non dubito, si ritorcerà loro contro. “Non fate le vostre vendette, cari miei, ma lasciate posto all’ira di Dio, perché sta scritto: ‘A me la vendetta, io renderò la retribuzione, dice il Signore‘.”

Le armi non vanno gettate a terra; vanno tenute al fianco, pronte per quel giorno. E se quel giorno tardasse e fossimo costretti a toglierle, vanno riposte con cura, in un posto asciutto. Se non saremo noi a riprenderle, qualcuno alla fine verrà.

Qualcosa da dire

Anche lunedì sono stato al Salone del Libro. Dovevo prendermi solo mezza giornata di ferie, ho finito per starci tutto il giorno. Nonostante il salto del pranzo, i piedi spellati, il caldo.

Non è che abbia fatto cose speciali. Ho guardato; ho parlato; ho imparato. C’erano lì dentro più storie di quanto un uomo possa contenere. Coloro che incroci in qualche modo non ti sono estranei: riconosci in loro dei fratelli, delle sorelle, la segreta condivisione di un amore.

Amore per la parola e le parole; che è, in fondo, un amore per la vita, perché le parole vivono, sono significato condensato; anche quando fossero mal scritte, sarebbero sempre il sudore di un’anima.

“Sei un autore? ma dai, anch’io” “Cos’hai scritto? Me lo racconti?”
C’è una strana solidarietà, una misteriosa comunanza tra coloro che scrivono. Scopri le stesse fatiche, lo stesso desiderio. Che è forse il bisogno di raccontare; di portare ad altri quanto si è appreso. Rendersi conto di avere qualcosa da dire, per sconfiggere il silenzio.
E’ un grido, leggimi. Conoscimi. Riconoscimi.

Oggi le parole sono diventate incorporee, pixel su uno schermo. Mi dichiaro colpevole anch’io di questo. Ma che bello quando diventano suono, diventano persona; quando si solidificano in una presenza; in un fratello. Sì, la parola deve farsi carne. E’ il metodo scelto da Dio; non si è sbagliato. Non si sbaglia mai.

Il prato dietro le case

Il prato dietro le case è abbandonato, come loro. L’eco dell’estate risuona nel cielo terso profumato d’autunno.
I soli suoni sono lo stridulo richiamo dell’aquila e il crepitio di foglie secche che il vento a brevi folate disperde.
Tutto sembra sospeso, come in attesa.
Ma in attesa di cosa?
Della neve, forse, del lungo gelo che renderà il silenzio ancora più profondo; o del sole che ancora guiderà verso la luce i germogli dorati.
O forse di nuovi passi, di un tempo diverso, del compimento di una speranza.

Andorina, 16/10/2021


Il domatore

“Il mio sistema è abbastanza semplice”, disse il domatore. “Comincio facendo fare loro cose normali. Camminare, aspettare, stare buoni, azioni facili. Se lo fanno do loro una ricompensa, se si rifiutano una punizione. Quando hanno imparato, passo a qualcosa di più impegnativo, ma non troppo. Faccio portare qualcosa, premere un grosso pulsante, robe così, e di nuovo sono ricompense e punizioni.”
“E poi passa ai compiti più impegnativi”, disse il giornalista.
“Esatto. Routine sempre più complicate, anche rischiose, cose che non farebbero mai da soli. Ormai però si sono abituati a obbedire, a venire premiati quando fanno quello che impongo loro e a venire puniti quando si rifiutano. Poco per volta, sempre aumentando le richieste, fino all’obbedienza completa. Il trucco è farlo gradualmente, in modo che non si accorgano che sto costringendoli.”
“Ma se si rifiutano?”
“Intanto, bisogna dire che in un gruppo che viene addestrato. se qualcuno non fa quello che chiedo. punisco specialmente chi si rifiuta, ma anche tutti quanti gli altri. Per questo sono spesso gli stessi compagni che spingono chi si ribella a obbedire, obbligandoli con la forza o escludendoli dal gruppo, capisci? Quindi chi si ostina è un caso raro. Intendiamoci, non è che comprendano quello che fanno, non sono così intelligenti, è che non vogliono perderci per quei pochi che si rifiutano. Non si pongono neanche il problema se le loro azioni abbiano un senso, o perché debbano fare quello che fanno. Ecco, non importa il senso, l’importante è che imparino ad ubbidire. Sei tu che sai perché devono fare così, mica loro. Questo significa addestrare. Poi, se ci fosse il caso di quello strano, del ribelle che si rifiuta proprio, allora prima lo punisci davanti a tutti, perché imparino la lezione, e poi via, prima che rovini gli altri”.
“Via?”
“Massì, mi ha capito.”
“E, mi dica, con quali bestie lavora abitualmente?”
“Bestie? Ma io parlavo di uomini.”

Parole di carta

Ve lo avevo annunciato; oggi sono stato al Salone del Libro.
Per un autore, a parte i pochi privilegiati sponsorizzatissimi, è un’esperienza un poco estraniante. Millemila libri, e probabilmente quasi tutti buoni. Non so quanti capolavori, ma in mezzo ce ne saranno di sicuro. Sperduti.

Ognuno di quei volumi cerca disperatamente di attirare lo sguardo, di ricevere attenzione, fosse pure per un attimo. I grandi editori hanno grandi firme e commessi; i piccoli persone che coccolano i volumi come si farebbe con dei figli. Si vede che li amano. Che vorrebbero per loro il migliore dei futuri.
Impresa difficile. Anche i grandi si perdono nel chiasso della folla di copertine.

Lo scrittore è, deve essere, prima di tutto lettore; se no sarebbe come un esploratore che non si muove di casa. La parola si nutre di parole, più gliene si dà più la sua pelliccia è lucente. Oh, vorrei averli tutti, quei meravigliosi volumi. Ma non posso. Il mio tempo è limitato, la mia mente anche. Le mie letture passate sfuggono e si disperdono nel flusso dei secondi. Quanto poco ne ricordo.

Accarezzo il volume che ho scritto, le parole scelte una ad una. Povere pagine mie, vi ho mandate nel mondo da sole. So quanto siete belle, so che non avete niente da invidiare a quelle che rilucono sotto il raggio dei riflettori. A parte i riflettori stessi. Ma anche quelli si spegneranno. Che ne sarà di voi, non so. Chi scrive nasconde sempre un poco di sé tra le righe, nella speranza che qualcuno lo scopra. Potenza della parola, che imprigiona le idee, la sostanza delle cose. E lentamente la rilascia, come il profumo di fiori secchi in una stanza antica.

Per chi volesse, lunedì prossimo sarò ancora lì, allo stand Echos, padiglione 3, alle 11.

Spacciatori

“La discesa all’inferno è facile, e coloro che cominciano adorando il potere presto adorano il male.”
C.S. Lewis, The Allegory of Love

Lo so bene, almeno teoricamente. Eppure mi deprime sempre vedere, ascoltare, leggere persone che per compiacere il potere* si prestano alla menzogna; la diffondono, la idolatrano persino, pur sapendo, o potendo sapere. La loro maschera in alcuni casi scivola, e cosa si vede al di sotto mette paura.
Forse deprimere non è la parola giusta; in effetti, per me che soffro di pressione bassa, è più efficace di qualsiasi pastiglia.

Se dovessi paragonare questi personaggi a qualcuno, mi verrebbe in mente solo uno spacciatore di droga. Uno che conosce perfettamente gli effetti di cosa sta vendendo; del fatto che sta condannando a morte, o a una vita miserabile, innumerevoli altri. Ma che non smette, non può e non vuole smettere; bisogna pur vivere, si giustifica con se stesso.

O forse neanche; per lui le altre persone sono solo un mezzo per il suo successo, se così si può chiamare. Gente che si merita quello che le accade. Sono loro che lo vogliono. Lo spacciatore è orgoglioso della propria merce.

Ma quello spacciatore lo capisco. Il Signore mi aiuti, lo capisco, perché è forte, a volte quasi invincibile, la tentazione di fare qualsiasi cosa per quello che si pensa sia il proprio bene. E’ questo il vero male, è questo il peccato, non altro. L’uomo è cattivo.

Quello che davvero mi deprime è chi, pur potendo vedere, pur potendo capire, sceglie di non farlo, e crede ai mercanti di morte. O quantomeno si adegua tacendo. Il male più grande che facciamo, noi uomini cattivi, è contro noi stessi.

*Una nota: quando parlo di potere, non intendo niente di mistico. Sono solo altri uomini, cattivi come tutti, che fanno il loro interesse; che spesso è il nostro male. Che ci sia ancora più in basso qualcosa, qualcuno a muovere i fili, uno strato di malvagità pura, come una falda di veleno in cui essi affondano le loro radici, è un’ipotesi che dopotutto non ci tocca. Quello è il profondo, noi viviamo in superfice. Spetta a noi scegliere.


Nel buco

Ed el mi disse: «Quel fu ‘l duro camo 
che dovria l’uom tener dentro a sua meta. 
Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo 
de l’antico avversaro a sé vi tira; 
e però poco val freno o richiamo. 
Chiamavi ‘l cielo e ‘ntorno vi si gira, 
mostrandovi le sue bellezze etterne, 
e l’occhio vostro pur a terra mira; 
onde vi batte chi tutto discerne».


Dante Alighieri, Purgatorio, Canto XIV


Chiamati a guardare in alto non sappiamo sollevare lo sguardo. Ogni generazione la storia si ripete.

“Avete affermato: «È inutile servire Dio: che vantaggio abbiamo ricevuto dall’aver osservato i suoi comandamenti o dall’aver camminato in lutto davanti al Signore degli eserciti? Dobbiamo invece proclamare beati i superbi che, pur facendo il male, si moltiplicano e, pur provocando Dio, restano impuniti». Così scriveva Malachia venticinque secoli fa.

Come una eterna caduta in un buco nero, sembra ogni volta che la fede sia lì lì per scomparire, inghiottita da una vita feroce. Siamo ciechi alle bellezze eterne di cui Dante parla, abbiamo cessato di domandarci da dove arrivino, perché ci siano, e fissiamo lo sguardo ostinati per terra, sul telefonino, verso la preoccupazione più impellente che ci cala addosso.

Ma ad ogni generazione qualcosa salva, qualcosa non si adegua. Un filo sottile persiste: come una corda, calata dentro quel buco di cui siamo prigionieri e artefici.
Per potersi arrampicare fuori.

Bias

Non so quanti di voi conoscano il termina “bias”.
E’ una parola usata soprattutto in ambito scientifico che indica tendenza, inclinazione, distorsione. La troviamo in elettronica, la troviamo in statistica. Tutto quello che influenza è causa di bias. Ma praticamente ogni cosa tocca ciò che la circonda. Vale anche per gli esseri umani. Come diceva John Donne, nessun uomo è un’isola.

Un particolare tipo di bias è il bias cognitivo. Vale a dire tutte le alterazioni che operiamo, spesso nostro malgrado, su quanto la realtà ci presenta.
Molto spesso queste distorsioni sono assolutamente automatiche ed inconsce. Derivano dal fatto che siamo esseri limitati, incapaci di assorbire tutte le informazioni che ci arrivano dal reale e, anche quando potessimo, la necessità di capire, ricordare e catalogare quanto apprendiamo fa la sua parte. Troppe informazioni, scegliere cosa rammentare, il bisogno di agire rapidamente, dare un senso compiuto a quanto ci circonda; il tutto genera un’immagine interna alquanto differente di ciò che ci colpisce rispetto all’oggetto originario.

Facciamo un esempio. Andiamo in gita; vediamo un paesaggio che ci piace e scattiamo una foto. La foto non comprenderà tutto il panorama, ma solo quello che abbiamo inquadrato; mancheranno gli odori, la sensazione del vento; non ci saranno le informazioni del perché siamo lì, il nostro umore, la posizione esatta. I particolari più fini andranno persi; e la compressione dell’immagine per poterla salvare sul nostro telefonino la distorcerà irrimediabilmente. Eppure ciò che abbiamo fotografato rimane realtà.

Prendetevi qualche minuto per cliccare sull’immagine che inserisco al fondo di questo post, ed esaminate i diversi tipi di alterazioni a cui sottoponiamo la nostra esperienza. A volte fino a comprometterla.
Troverete il Riflesso di Semmelweis, l’effetto IKEA, l’Errore Fondamentale di Attribuzione, il fenomeno “Punta della lingua”. E molti molti altri.
E a nessuno di queste sorgenti di bias siamo del tutto immuni.

Come meravigliarsi se tante volte pensiamo di possedere la verità, mentre ne ospitiamo solo una pallida approssimazione? Eppure prima che venga distorto, piegato, ridotto perché possiamo ospitarlo nella nostra mente, ciò che esiste, esiste; la verità c’è, la realtà c’è. E’ quella che è.
E, tra i mille veli della nostra mente, un poco della sua luce, della sua bellezza, comunque ci raggiunge.

Rifugio del pellegrino

L’ospizio del Gran San Bernardo è stato fondato nel 1045, e non ha mai chiuso. Sorge sul passo che collega Svizzera e Italia, un tempo dedicato al dio Pennino, mutato poi in Giove dai romani: un luogo che, nell’anno mille, era estremamente pericoloso sia per l’asprezza dei luoghi, pendii impervi soggetti a valanghe e slavine improvvise, sia per i banditi che depredavano e decimavano i viaggiatori. La storia ci racconta che allora le Alpi erano percorse da bande di saccheggiatori musulmani, feroci con i pellegrini.

Quell’altissimo colle era un punto fondamentale sia per i commerci sia per i pellegrinaggi; la via che dall’Inghilterra arrivava a Roma passava di lì. Ai tempi dei romani, quando il clima era migliore e i boschi salivano molto più in su di adesso sui pendii dei monti, il passaggio era più agevole. Ma con l’inasprirsi del clima dopo il quinto secolo, per lunghi periodi il passo rimaneva ingombro di nevi anche in estate.

Di Bernardo di Mentone, Arcdiacono ad Aosta, non si sa molto. Si dice che fu molto colpito dalle sofferenze di chi attraversava quelle montagne, e volle provvedere. A lui è attribuita la fondazione dell’Ospizio, poco meno di mille anni fa, e la conversione di quei feroci predoni. La fama di santità si diffuse prestissimo.

Da allora, per secoli, i canonici dell’Ospizio hanno pattugliato i ripidi sentieri, in cerca di persone in difficoltà, mettendo spesso a rischio la loro stessa vita. Che il pericolo non fosse da sottovalutare lo testimonia l’obitorio – ora murato – nella quale rimanevano più di duecento salme di viaggiatori morti, uccisi da valanghe, cadute e gelo; i cadaveri non reclamati. I cani che negli ultimi secoli accompagnavano i canonici, allevati per la loro capacità di ritrovare la strada anche in mezzo alla tempesta – sì, proprio loro, i “San Bernardo” – non portavano al collo una botticella di grappa ma un collare antilupo.

I tempi cambiano; l’avvento del telegrafo e del telefono hanno permesso di sapere per tempo se dei pellegrini stessero salendo la montagna, evitando vane ricerche a vuoto. I motori, gli sci, gli indumenti termici; e poi infine il traforo. Se la strada del passo chiude da ottobre a giugno, il flusso incessante di veicoli oggi scorre al di sotto di quella montagna omicida.

Potreste dire che ormai l’ospizio è obsoleto; un museo, un negozio di souvenir, un allevamento di cani. Ma pensate questo: quale visione dell’uomo ha fatto sì che per un millennio un così gran numero di persone abbiano speso la loro vita a rischiare la morte, isolati nel gelo delle vette, per salvare quelli che per loro erano puri sconosciuti? Ospitandoli gratuitamente, sfamandoli, dissetandoli; persino quel Napoleone con i suoi quasi cinquantamila soldati che non era certo noto per essere tenero con la Chiesa. Se credete che quel modo di pensare, quella fede sia ormai cosa del passato, domandatevi cosa mai la potrà sostituire nel deserto di oggi, dove le insidie non sono più valanghe e predoni, ma tempeste molto più insidiose.

L’incompiuta

L’incompiuta. Forse è la più bella sinfonia di Schubert, probabilmente la più famosa a prescindere del fatto che ne esistono solo i primi due movimenti.

Non sappiamo perché non la terminò mai. Un mio antico maestro suggeriva che era perché era completa così: lo struggimento dell’uomo che come una foglia in autunno è afferrato dal vento e viene trascinato in mulinelli, in alto e in basso, fino a riposare al suolo. Difficile aggiungere qualcosa. Il suo compositore semplicemente non aveva trovato niente in grado di essere all’altezza di quanto aveva già scritto, e aveva rinunciato.

Ipotesi affascinante. E’ proprio così, la nostra vita; la sentiamo eternamente incompiuta, come sempre ci mancasse qualcosa. C’è un presagio che questa completezza esista; ma, anche quando troviamo, è un istante solo, poi si fa di nuovo inafferrabile, come la foglia che si posa per un istante e poi riprende a vorticare.

No, non lo portiamo in noi il nostro compimento. Il nostro volo nei venti del tempo terminerà solo quando il compositore terminerà la sua sinfonia.

La frontiera dentro

“La verità potrà essere là fuori, ma le menzogne sono dentro la vostra testa”
Terry Pratchett, “Hogfather”

E’ difficile, per me, entrare nella testa di chi dice una menzogna. Ho la fortuna, se così sì può chiamare, di avere deciso da molto tempo che mi interessava solo la verità, e avrei cercato di non dire mai bugie. No, non sono né un pazzo né un santo, e ho scoperto che è curiosamente semplice attenersi al vero; ti dà una tranquillità e una limpidezza di pensiero che sono straordinarie. Poi, sono un debole; va bene non mentire, ma il passo successivo, dire sempre il vero, non ho mai avuto il coraggio di compierlo. Sono bravo nei silenzi, nel cambiare discorso, nelle omissioni quando il cuore trema e le ginocchia non reggono. Purtroppo per me.

Mi è difficile entrare nella testa di chi dice una menzogna, dicevo; ma la mia anima razionale e la mia immaginazione riescono senza sforzo a elaborare le bugie più astute ed intricate. E’ come esaminare con il distacco di un entomologo un brulicare di bestie immonde sotto un sasso. Le saprei chiamare una ad una con il loro nome; ho ben presente il loro effetto, conosco tutti i trucchi. Come il candido Padre Brown, che sapeva enumerare crimini così orrendi da sconvolgere il più incallito delinquente. E’ tutto lì, dentro di me; un sottile filo, una invisibile frontiera che divide il bene e il male. Come diceva Solgenitsin,

Questa linea si sposta. Dentro di noi, oscilla con gli anni. E anche dentro cuori sopraffatti dal male, si conserva una piccola testa di ponte di bene. E anche nel migliore di tutti i cuori, rimane… un piccolo angolo di male che non si riesce a sradicare.

So che sono capace di male. Di un male nero come la notte, di una menzogna putrida come la fogna di un lazzaretto. Le guardie di frontiera stanno attente; ma spesso neanche loro sanno che forma prenderà la prossima invasione.

I bei giorni

Che bello che era quando partivamo perché sapevamo dove volevamo andare, ma non avevamo idea di come. Qualcosa s’inventava.
Adesso tutto è pianificato, sicuro, a norma, ma la destinazione è sconosciuta, e forse neanche più ci interessa andarci. Abbiamo visto troppo mondo, dimenticato troppi giorni belli.

Gli idioti e l’ombrello

Come abbiamo visto ieri, i nemici del buon senso sono parecchi. Eppure persino questi tremendi avversari, alle prese con la vita di ogni giorno, devono ammettere che le loro idee non hanno senso. Non con le parole, è chiaro: con gli atti.

E’ buon senso vestirsi quando fa freddo; è buon senso usare un coltello per tagliare la carne afferrandolo per il manico e non per la lama; è buon senso se si ha un ombrello usarlo per ripararsi quando piove. Se Gene Kelly, in “Cantando sotto la pioggia”, si permette di dimenticare il buon senso e danzare sotto il diluvio, è per farci capire che la felicità straboccante può anche far fare assurdità. Oltrepassa il limite, e questo ci dice che il limite esiste. Capiamo la sua gioia, ma bisogna essere un po’ matti, scordare la realtà per fare altrettanto. Il senso dell’ombrello è usarlo per ripararsi dalla pioggia; adoperarlo per tagliare la carne è male: la carne non si taglia, l’ombrello si rovina. Non è il bene tuo, né dell’ombrello. Oh, sei libero di esser folle, ma se lasci da parte il paracqua e ti infradici hai buone probabilità di beccarti una bronchite.

Anche colui che non crede che la vita abbia uno scopo, quando compie una delle azioni di buon senso di cui sopra, deve ammettere senza accorgersene che il coltello, il maglione, l’ombrello esistono e hanno un senso; che una certa cosa è preferibile ad un’altra, ovvero c’è un bene e un male; e che, agendo nello stesso modo di tutti gli altri uomini di buon senso, condivide con loro qualcosa di comune. In altre parole, la sua filosofia ha qualche problema di implementazione.
Se al nostro incredulo gli si rompe la macchina, come reagirà se il meccanico gli confida che è inutile ripararla, dato che niente nel mondo ha significato? Se il barista gli porta una grappa invece del caffè che ha ordinato, e con aria grave declama che le nostre scelte sono irrilevanti dato che il libero arbitrio non esiste, lo pagherà lo stesso? Controllerà prima di sedersi che ci sia una sedia sotto, o assumerà che siccome il mondo materiale è un’illusione, ciò non serva?

Solo i pazzi e gli idioti possono credere che la loro filosofia davvero possa eliminare il buon senso, cioè il vivere in modo aderente alla realtà. Perché non hanno il buon senso di guardare alle loro stesse azioni quotidiane e trattano gli oggetti, la storia o il proprio corpo come immaginati invece che reali. Occorre dire che la maggior parte di questi poveretti non sono neanche consapevoli di seguire un qualche tipo di ideologia; si limitano ad andare dietro ad una moda, vittime tanto di una soggettività dimentica del proprio fondamento, quanto dalle pressioni di un conformismo sociale e culturale.
Fanno dell’assurdo la loro bandiera, dimentichi del bene che è il realizzarsi della ragione d’essere delle cose. Succubi di un nulla di cui non comprendono l’estensione, né il disegno. Senza neanche divertirsi, come invece Gene Kelly.

Questione di buon senso

E’ buon senso; è senso comune. Tutti quanti abbiamo, almeno una volta nella vita, invocato questa clausola. Fare qualcosa che non sia di buon senso, possiamo concordare, conduce spesso al disastro; se il senso comune ci indica una strada scegliere diversamente potrebbe non essere così saggio.

Eppure mai come in quest’epoca il buon senso è dimenticato, ignorato, irriso. Senso comune? A conti fatti, pare che ognuno pensi diversamente, ma spesso in modo straordinariamente simile a quello che viene suggerito dai media.

Anche se “buon senso” può sembrare qualcosa che dovrebbe averci insegnato nostra nonna, in realtà esso si basa su un sistema filosofico ben definito.
Implica intanto che le cose esistano, e non siano un prodotto della nostra immaginazione; che sia possibile conoscerle e riconoscerle, ovvero abbiano una loro sostanza, una loro consistenza; che ci sia qualcosa che accomuna tutti gli uomini; che sia possibile prendere una decisione libera, che esista il libero arbitrio; e che ci sia un bene e un male, ovvero che sia possibile classificare le azioni in base a precisi criteri preesistenti.

Tutte posizioni che la filosofia degli ultimi tre secoli ha negato e ridicolizzato. Tutti approcci con quanto ci circonda diversi da quelli che si possono ascoltare e leggere per ogni dove, sponsorizzati dal potere corrente.
Se sei relativista, il buon senso non ha senso. Se sei un seguace dell’idealismo, non si capisce che cosa potrebbe insegnarti la realtà; se sei dell’opinione che siano le opinioni a contare, il senso comune non ti è comune. Meccanicismo, materialismo, scientismo… no, con loro niente buon senso. Se niente ha senso, come può il niente essere buono?

Capite allora perché tante decisioni che ci vengono imposte dall’alto sembrano del tutto assurde? Perché lo sono: sono il risultato di avere voluto demolire la realtà delle cose. E perché lo si è demolito? Perché, una volta che non è più la realtà ad indicare il bene di un’azione, è il potere a farlo; quello che grida più forte e, quando ha finito di gridare, il più forte.

Se ci sembrano assurde è perché un poco abbiamo conservato, nel nostro intimo, ciò che abbiamo imparato da bambini. Che una cosa non può insieme essere e non essere, il principio di non contraddizione; che il bene di qualcosa è ciò che realizza appieno la sua ragione d’essere; e che ogni cosa ha questa sua ragione d’essere, che occorre riconoscere. Non è che ce le abbiano insegnate dei filosofi: è stata l’esperienza a farci da maestra. Quando imponiamo la nostra idea di una cosa sulla cosa stessa ne facciamo il male, suo e nostro, e questo non è buon senso.

E’ ciò che tanti disastri causa e sta causando; e che sarà la nostra rovina se, come uno molto più autorevole di me ha suggerito, non riconquisteremo quell’innocenza nel vedere le cose come stanno; se non ritorneremo come bambini.

Il tema del lupo

Chi si ricorda di Pierino? No, non parlo del protagonista di barzellette sconce vecchie di oltre mezzo secolo, ma della favola che vede coprotagonista il lupo.
Non so quanto i ragazzini d’oggi la conoscano. Forse, ma ne dubito, hanno più presente Prokoviev, che ne aveva fatto un’opera per insegnare la musica, diventata anche un cartone animato della Disney; ma la storia lì è differente.

Nella fiaba originale il pastorello Pierino, che abita nei pressi di una foresta, si sganascia nel vedere correre affannati i suoi compagni quando grida “Al lupo! Al lupo!”. Ma l’arrivo della belva se l’è inventato lui. Alla terzo allarme a vuoto gli altri mangiano la foglia: “Lascia perdere, è solo Pierino che fa gli scherzi”. Ma stavolta il lupo c’è davvero.

Certe volte mi domando se gli allarmi puntualmente smentiti dai fatti che ci infliggono quotidianamente possano fare insorgere nelle nostre teste una sorta di reazione immunologica, come nei pastori di cui sopra. Catastrofi e apocalissi ci vengono riproposte ancora e ancora, insieme a profezie che assomigliano agli oroscopi di inizio anno; quelli che mai nessuno poi va a controllare se ci abbiano azzeccato o meno.

Un po’ di questa immunità alle balle mi sembra di averla acquisita; ma temo di essere un caso isolato. A differenza del disgraziato ragazzino che poteva contare solo sui suoi polmoni, qui a ribadire l’allarme c’è il martellare costante di professionisti dello spettacolo e profeti della scienza. La memoria storica sembra essere nella società iperconnessa di oggi molto più labile di quella dei rustici della favola.

Verrebbe da chiedersi cosa accadrebbe se davvero il lupo, o il drago, o qualunque nemesi globale ci possa cadere sulla testa dovesse spuntare davvero.

La mia ipotesi è che nessuno se la filerebbe. I nostri Pierino probabilmene non saprebbero riconoscerla.
Magari è già qua; e si sente in sottofondo il tema del lupo.

L’inganno

Di tutte le religioni orribili la più orribile è l’adorazione del dio interiore
G.K.Chesterton

C’è stato, o così mi raccontano, un tempo in cui una mela era una mela; un uomo, un uomo. Anche se la notte era piena di spiriti, la gente sapeva che in qualche maniera quelle entità sovrannaturali seguivano anch’esse delle loro leggi immutabili. Se qualcosa sembrava violarle, si poteva trattare di magia, dotata a sua volta di leggi, o di inganno. Parlare di inganno presuppone che ci sia una realtà che possa essere alterata, un’illusione che la maschera, ma che in fondo ciò che è vero e reale rimanga: sono sempre e solo i nostri occhi o la nostra mente ad ingannarci, non la sostanza delle cose.

Tutto questo non fa molto comodo a un essere umano che sia convinto di essere simile a un dio. Accade a noi tutti, lo sappiamo. Ma finché riconosciamo una realtà, l’esistenza di una verità, i disastri sono limitati. I guai veri iniziano quando pretendiamo di ridefinire ciò che ci circonda, quando cessiamo di vedere il mondo e proviamo a resettarlo, a riscriverlo a nostra immagine, o immaginazione. Per questo tipo di uomo il Dio autentico deve smettere di esistere perché gli fa concorrenza. Come fa questo uomo sciocco a orgoglioso ad accettare che la realtà sia altro da lui, al di fuori della sua portata? Per lui è inaccettabile un Dio che faccia da garanzia a ciò che è bello, vero e giusto.

Ma se il reale è al di fuori della sua portata, non lo è la sua interpretazione. E’ questo il mezzo con cui questo finto dio tenta di riscrivere l’Universo. Esso proclama che cio che conta non è più ciò che è, ma ciò che si dice di ciò che è. Ogni cosa viene ridefinita dalla volontà e dall’opportunità. Tutto passa attraverso l’uomo, i suoi desideri, le sue paure, il suo folle orgoglio. Non potendosi fare padrone del Cosmo, il finto dio ha preso a dire che il Cosmo è ciò che lui afferma, e nient’altro. Se anticamente si pensava che il nome descrivesse la cosa, ora il nome riscrive la cosa. La neolingua orwelliana al confronto è un giochetto da dilettanti.

Il principio di non contraddizione viene a cadere; se il preteso dio afferma che due cose non sono contraddittorie allora deve essere vero, a prescindere che lo siano. Il falso dio non solo può contraddirsi, ma deve farlo: perché il suo potere è affermato proprio dal fatto che contraddice la realtà. Senza menzogna, il reale avrebbe il sopravvento. L’imperatore sa che è nudo, ma non è la paura di essere considerati stupidi, come nella favola, che fa sì che i cittadini lodino i suoi vestiti: è la paura dell’imperatore. Ogni bambina che osi affermare la nudità imperiale sarà dichiarata pazza e mandata in galera. Il guardaroba imperiale non è un’illusione, è una imposizione.

Questo tentativo di riscrittura della realtà ha un limite: che la realtà non si fa riscrivere. L’uomo che si illude di essere dio scoprirà sulla sua pelle che cosa significhi illusione, cosa voglia davvero dire inganno.

Non i coperchi

Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi.
Detto popolare

Qualcuno sostiene che la caotica situazione odierna, sempre più vicina ad una morbida iperdittatura mediatica, non sia che un complotto ideato e gestito dai potenti. Certo, è difficile scrollarsi di dosso l’impressione che ci sia una regia consapevole e decisa dietro tante vicende, e la tentazione di unire i puntini è forte.

Non credo si tratti di un complotto segreto: quello che stanno facendo è piuttosto evidente, e le loro intenzioni le dicono chiaramente. Si tratta di ideologia: una ideologia alla quale oggi manca una definizione univoca, frantumata com’è in cento incomplete denominazioni diverse, che hanno però una base comune riconoscibile. Forse ci penseranno gli storici del futuro, o i giornalisti se ce ne saranno, a darle un nome. In questo istante essa gode di un momentum, una spinta senza precedenti, con la quasi totalità dei media schierati a favore, e milioni di fedeli esecutori pronti a immolarsi e immolare per essa. Sì, questa ideologia ora appare invincibile.

Ma essa non è la verità. E l’esperienza dice che ciò che non è la verità, “adaequatio rei et intellectus“, prima o poi decade. Gambe corte, diceva Collodi. Non sappiamo né quando né come, ma tutto questo finirà; ne possiamo già in qualche maniera vedere i segni, come le nubi temporalesche che si ammassano minacciose all’orizzonte indicano tempesta. Quando la differenza tra ciò che è la realtà e ciò che viene raccontato sarà troppo grande si smetterà di crederci. Avvizzirà, come avvizziscono le erbe maligne quando arriva l’inverno. 

Non commettiamo l’errore di crederci immuni dagli inganni. Forse non ce ne rendiamo conto, ma l’oppositore intransigente e dogmatico è altrettanto utile a questa ideologia del servo che non domanda; così utile che fa di tutto per fabbricare ribelli quanto più estremi può. C’è chi crede a tutto quello che dice il potere, e c’è chi crede a tutto quello che dice chi dice di opporsi al potere. Spesso gli uni e gli altri sono parte del medesimo piano.
L’unica cosa che ci può davvero salvare è cercare la verità ed aderire ad essa. E’ faticoso grattare via le incrostazioni di quanto fuoriesce dal calderone; ma sotto, nascosto, ciò che è vero indubbiamente c’è.

La realtà dei fatti

Il 76,4% delle statistiche sono false o ingannevoli.

Quando, tanti secoli fa, gli umanisti cominciarono a mettere Dio ai bordi per esaltare l’Uomo, probabilmente non avevano capito dove si sarebbe finiti.
Dio è Verità, per definizione. L’Uomo, altrettanto per definizione, no. L’Uomo è limitato, ed è soggetto a quello che un tempo si chiamava peccato originale: il credersi Verità senza esserlo. Da questo fatto, che potrebbe sembrare astratto e lontano, un giochino da teologi, vengono in realtà tutti i nostri problemi.

Se mettiamo da parte la Verità assoluta, infatti, cadono tutte le garanzie che quello che ascoltiamo dalle altre persone sia il vero. Vuoi perché, essendo gli esseri umani finiti, la Verità tutta intera non la possiederanno mai tutta, ma solo in parte; vuoi perché, se la verità appartiene a me, perché non posso alterarla come voglio?

Lo vediamo bene; questo morbo mortale prende tutti, anche noi. Senza la verità, diventa impossibile fidarsi dell’altro. Si è ragionevolmene certi che cercherà di ingannarci per il suo tornaconto; sia politico, religioso, nostro parente. Senza la Verità assoluta, che non si ritiene più possibile, tutte le verità a partire dalle più grandi fino alle più piccole e quotidiane decadono, si sfaldano. Non c’è più una sola certezza che non sia messa in dubbio, per quanto evidente.

Se gli uomini mentono, l’unica cosa sensata sarebbe aggirarli, basarsi sulla realtà dei fatti; ma gli uomini senza verità hanno trovato il modo di corrompere pure quella che sembrava una sorgente inattaccabile, sostenendo che anche i fatti devono essere interpretati sulla base di una teoria umana. Niente è salvato da questa corruzione.

Se ogni cosa può essere menzogna, chi me lo fa fare di impegnarmi per la vita in qualsiasi cosa, dalla politica allo sposarsi? Se anche la libertà, l’amore, la giustizia ingannano, dove posso rivolgermi? Il dubbio e la sfiducia sono la normale condizione umana. Quanto sanno d’amaro.

Eppure di tanto in tanto vediamo per un instante baluginare qualcosa di vero. Qualcosa che non possiamo esserci immaginati, come un respiro di aria pulita in una torbida palude, come una fioca luce in una notte di nebbia.
E’ un’illusione, ci sussurra una voce maligna.
Ma non è più grande, non è più umano cercare quella luce, piuttosto di affondare?




Infettivo

Stupidità è sapere la verità, vedere la verità ma credere ancora nelle bugie. E ciò è più infettivo di ogni altra malattia.

Richard Feynman

Non mi viene in mente nessun altro periodo storico rispetto a oggi per cui questa frase di Feynman sia più azzeccata.

Disascalie

Stamattina ritorno a messa, dopo un anno e mezzo, nel vecchio santuario. Troppo piccola in tempi di pandemia, la chiesetta ora riapre per un paio di messe feriali alla settimana. Oggi era al massimo della capienza, una cinquantina di persone in regime di distanziamento.
Mentre la celebrazione procede, il mio sguardo si sofferma su una serie di nuovi pannelli. Non posso alzarmi a leggerli, ma immagino che illustrino le diverse tele presenti nell’edificio.

Quelle tele sono state dipinte, a spese dei committenti, per dire qualcosa. Gli affreschi che nel medioevo adornavano le chiese erano un catechismo dipinto sui muri; i quadri di anni più tardi sono spesso frutto di devozione a qualche santo, o il risultato di un voto fatto. E oggi? La triste normalità dell’arte contemporanea è l’essere decorativa, spesso meramente estetica, quasi sempre deprimente nella sua intellettuale semplicità ostentata.

Non me lo vedo, tra duecento anni, qualcuno mettere un cartello esplicativo su queste ultime opere umane. Saranno finite già da tempo nell’immondezzaio della storia. Però che malinconia pensare che ci sia bisogno di una didascalia per comprendere il tema dei dipinti antichi. E che tristezza che talvolta si entri nelle chiese solamente per guardare il genio guidato dalla fede del tempo che fu; per rimpiangere, quasi sempre inconsapevolmente, quell’arte e quella fede, senza riuscire a comprendere come i due fossero legati, senza capire cosa sia davvero ciò che oggi manca.

Il pezzo riuscito

Non si può piacere a tutti. Non tutti quelli che ti ascoltano saranno d’accordo con te. Non tutti gradiranno quello che scrivi: il tuo post, il tuo commento, il tuo libro. Fossi il migliore scrittore della Terra. Anche se ricevi solo commenti positivi, non devi dimenticare che coloro ai quali non piace il genere, non piace quello che scrivi o come lo scrivi, o banalmente non piaci tu, non ti leggeranno e quindi neanche ti commenteranno.

Quanti capolavori sconosciuti ho visto, e quanto valgono poco certi successi. Sopravvive il più adatto, non il migliore. Non credo però che la riuscita di un post, di un blog, di un romanzo si possa misurare con il numero di lettori. C’è una storia da raccontare, ci sono confini da esplorare, e quel lavorio sottile ed infinito per mettere le parole in fila, dare loro senso, ritmo, bellezza. Talvolta mi commuovo, leggendo prose così belle da aggrovigliare il ventre, vorrei esserne capace. Cerco di capirle, cerco di imitarle, perché il bello si impara. Certi articoli sono come il suono del tamburo sul quale non puoi non ballare; alcuni libri sono un’altissima torre che ti fa vedere orizzonti lontani.

Quando guardo quello che faccio e dico, è imperfetto, ma c’è un pezzo di me dentro di esso, ecco, quello è un brano riuscito. Conterrà mille errori, mille volte ripenserò a come avrei potuto riscriverlo, farlo migliore; ma è musica e anima, e se qualcuno non lo leggerà, allora, cuore in pace; mi dispiace per lui, non sa cosa si perde.

Vecchi muri

Arriveranno, e getteranno una mano di calce sui vecchi muri.
Bisogna rinnovare, diranno. Non c’è spazio per il passato.

Ciò che c’è sotto non è sparito. E’ solo invisibile.
La calce che lo nasconde lo proteggerà dal tempo. Ma
Quando anni saranno passati, qualcuno ancora rammenterà
I vecchi muri? Mani staccheranno frammenti uno ad uno
Rivelando ciò che era nascosto. Gli occhi di nuovo vedranno,
Cosa vedranno? Un passato o presente che tempo non tocca?
Preservare non basta. Occorre amare.

“The Fall of Constantinople, 1454” (Artur Orlionov)

Il Covid e io – Il pass del vicino è sempre più verde

Alla fine, come narravo, anche il Covid ha deciso che ne aveva abbastanza di me.
Il ventunesimo giorno, nonostante fosse ormai più di una settimana che avevo completa assenza di sintomi e l’infiammazione fosse sparita, mia moglie ha preteso un tampone rapido per riammettermi a casa mia. Mi sono sottoposto di buon grado: l’ASL mi aveva ormai liberato, e la sevizia nasale ha certificato l’avvenuta guarigione. Il pomeriggio mi arriva un messaggio sul telefono: green pass disponibile per lo scaricamento. Oh, che efficienza, mi dico. Scarico, manco lo guardo e parto con tre settimane di ritardo per le agognate valli.

I camosci non mi hanno chiesto certificazioni. Non ho ancora capito se il mio fiato corto sui sentieri fosse dovuto alle conseguenze del morbo, alle tre settimane passate seduto ad una scrivania, al leggero sovrappeso della mia fascia lombare o ai miei anni che sono venti in più di vent’anni fa. Comunque, avendo scarpinato ogni giorno dai trecento ai mille metri di dislivello, del tutto infiacchito non sono.

Settimana montana terminata, porto tre giorni mia moglie al mare. La gente affolla le viuzze del borgo, perlopiù senza mascherina. Il green pass me lo chiede solo un ristorante, premurandosi di dire che non serve mostrarlo. L’idea che mi sono fatta è di un odio generale per il documento, l’insofferenza per qualcosa che si percepisce come un’invasiva interferenza burocratica senza un vero significato di protezione. Così, almeno, nei dialoghi da spiaggia orecchiati prendendo il sole. La gente non è, in generale, fessa.

Come avrete capito, io sono contrario. Mi sono chiesto se utilizzarlo, quel foglietto bianconero che mi sono conquistato via virus, o boicottarlo completamente. Alla fine ho deciso che l’avrei usato: non è immorale, è solo la forzatura di innominabili interessi, credo ben poco nobili. Il balzello dell’imperatore. Esprimendo però come faccio il mio disaccordo, e augurandomi che alla prossime elezioni (se mai ci saranno) chiunque l’abbia sostenuto sia spedito così lontano che non possa tornare qualsivoglia green pass possa mostrare. Come, a sentire i discorsi della gente, sembra probabile.

La sera dell’ultimo giorno decido di visitare una mostra – perennemente deserta – accessibile solo con il famigerato documento. Ma qulcosa va storto: il sistema non lo riconosce come valido. Mi ritiro imbarazzato.
Ci metto un po’ a capire come mai. Il green pass che mi hanno mandato non è quello di fine Covid, ma del tampone rapido, durata due giorni. Mi maledico per non aver controllato. Va bene, ora si tratta di scaricare quello giusto.
Che non c’è. Dopo due settimane. Il mio medico è in vacanza, l’ASL non risponde, e la claim che ho aperto sul sistema è la numero 3.178.382, il che è indicativo. Passano ancora diversi giorni prima che riesca ad azzeccare il giusto indirizzo telefonico e l’ora corretta a cui chiamare. Una gentile signora me lo sblocca nel giro di pochi secondi. La mia dottoressa, che aveva vanamente tentato pure lei per vie ufficiali e gerarchiche, si fa passare il numero perché “ce ne sono parecchi nelle stesse sue condizioni”.

Una parte del mio lavoro è assistere i problemi informatici sul campo. Conosco le difficoltà. Ma qui siamo di fronte ad uno Stato che, di fronte ad un obbligo imposto, non è capace di fornire ai suoi cittadini quello che lui stesso richiede, o anche solo chiare indicazioni, un modo di ottenere assistenza rapida, procedure non farraginose.

Non so cosa ne sarà del green pass nei prossimi giorni e mesi. La mia impressione è che il sistema collasserà di fronte alle sue contraddizioni, facendo la fine della in-famosa app immuni. Ma, chissà. In Cina la procedura sembra funzionare: se non obbedisci ti tagliano fuori dalla vita civile. Ti rieducano, se ti opponi, ed è ancora l’ipotesi migliore. Qui non ci siamo ancora.
Ancora.