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Si va per tentativi

Come vi ho già raccontato, la mia fantasia tende a straboccare, sia con i disegni che con le parole; un po’ come ciò che esce da un recipiente in ebollizione. Qualcuno direbbe che forse ho la testa troppo piccola per contenere tutti i miei pensieri, e non avrebbe così tanto torto. Dubito che esista un contenitore adeguato.

Il problema è che quelle idee, quando si coagulano sulla carta o su uno schermo, raramente sono all’altezza del loro sfolgorante concepimento. Per ovviare ai tratti incerti, ai colori spenti, alle frasi che non rendono l’idea occorre un gran lavoro. Fatica. Impegno. Tempo.

Il mio primo romanzo l’ho cominciato trent’anni fa. E’ ancora al terzo capitolo. Anche perché alcune delle idee migliori, nel frattempo, sono state utilizzate da film e libri altrui. Un po’ viene il nervoso. Quando utilizzano il nodo centrale della tua trama, non è che puoi andare a dire “Hey, questa l’avevo pensata io tre anni fa in un racconto non finito” e pretendere i diritti d’autore. Se continui e la usi, poi, ti pigliano per plagiario…

Il secondo tentativo di romanzo arrivò al quarto capitolo. Ho la trama ancora in testa, molto originale, ma in qualche maniera aveva troppi nodi da sciogliere. Chissà, forse un giorno.

Il terzo tentativo… oh, ci ha impiegato anni a concretizzarsi. Letteralmente. Anche qui, le prime pagine sono state buttate giù di getto. E poi, lunghi mesi di nulla. Mancanza di ispirazione, chiamiamola. O di tempo. Ci lavoravo nelle brevi notti di vacanza in montagna. Ma di tanto in tanto un’idea spuntava; una frase, una situazione. Un personaggio. Quando accadeva, scrivevo una pagina, e poi tornavo a vivere la vita.
Un tempo non riuscivo a capire come si potesse scrivere un libro senza avere in testa fino all’ultimo particolare. Tolkien, fermo per mesi e mesi a Moria, senza riuscire ad andare avanti… inconcepibile.
Finché non è successo a me.
Poi, un’estate, all’improvviso, ho capito che potevo terminarlo. Ho scritto di più in tre mesi che in tre anni. E poi il lento lavoro di rifinitura, di arricchimento, di revisione. Tu pensi di avere finito quando hai scritto l’ultima parola: beh, sappi che non è l’ultima,. ci saranno capitoli da aggiungere e altri da accorciare, punti da chiarire, dubbi da definire. L’aiuto degli amici e dei revisori è fondamentale.

E poi… poi cerchi l’editore. (non ti aspettare che quando l’hai trovato sia tutto a posto eh; ma di questo parleremo poi).

PS: il romanzo “Il tempo degli dei” è stato per tutta la settimana al secondo posto nella lista Bestseller – fantasy italiano di IBS. Non so se questo sia indizio che sta piacendo o che il panorama editoriale nostrano sia carente nel settore, comunque ringrazio chi si è fidato.

Anime pixellate

Sarà capitato anche a voi di vedere delle immagini in cui certi particolari sono resi sfocati, poco nitidi; coperti con pallini, “pixellati” in modo da fare intravedere solo la sagoma di ciò che si vuole nascondere. E’ l’analogo moderno del velo, della maschera, dei braghettoni.
Se sia fatto per privacy o censura, l’effetto è che è difficile capire cosa sia nascosto al di sotto. Lo si può intuire, con un po’ di immaginazione. Ma la decenza o la discrezione sono salve, almeno nelle intenzioni dell’artefice.

La mia impressione è che sempre più spesso ad essere pixellate siano le nostre anime. E’ sempre più difficile capire la realtà profonda che si nasconde dietro la nostra apparenza; sempre meno si mostra il nostro vero io. Lo si fa per salvarsi la faccia, o per non scandalizzare, o perché riteniamo, a torto o ragione, che quello che potremmo far vedere agli altri potrebbe impressionarli negativamente.

Così si tace; ci si nasconde; ci si rendi innocui, ci si limita. Quando siamo noi stessi a imprigionare la nostra libertà vuol dire che il potere ci ha davvero conquistati. Ci ha messo in corpo la paura; perché solo la paura di qualcosa, o per qualcosa, ci fa rendere così poco nitido il nostro stesso esistere.
Ci può far sfumare quello in cui crediamo; sempre che realmente crediamo in qualcosa, e non sia la struttura stessa della nostra anima ad essere così pixellata da essere irriconoscibile, un’immagine resa amorfa e anonima di quello che potremmo essere e non siamo.

C’è massacro e massacro

Oggi è il cinque maggio. Come la maggior parte degli italiani che abbiano frequentato una scuola sappiamo cosa avvenne in questa data, giusto duecento anni fa; morì un personaggio che tentò di conquistare il mondo intero. Napoleone Bonaparte, proprio lui.

A differenza del suo emulo di un secolo e passa posteriore, però, la sua memoria non è oggi dannata. Anzi. Ancora è esaltato. Eppure l’esportazione degli ideali della Rivoluzione andò di pari passo con l’importazione dei beni rubati e l’eliminazione fisica di chi quella liberté non l’appezzava tanto. Le sue soldataglie non ci andarono certo per il sottile in quanto a stermini e ruberie.

Ben pochi, ad esempio, rammentano l’eccidio di Isola Liri; il 12 maggio 1799 i francesi che arrivavano dall’avere saccheggiato Aquino, Montecassino, Arce, massacrarono quasi tutti gli abitanti della cittadina, più di cinquecento, stuprando donne e ragazzine e quindi depredando ogni cosa. Ricordiamo ancora con solenni cerimonie fatti analoghi di otto decenni fa; forse questi sono troppo remoti, ormai.

il giorno dopo quella strage una ventina di soldati penetrarono nel convento di Casamari, lo profanarono e ne uccisero sei monaci, per puro odio alla fede.

Quei sei sono stati recentemente dichiarati beati. Napoleone è morto; gli ideali che rappresentava erano già stati traditi da lui stesso. Ciò che difendevano quei monaci vive ancora.

Selettivi

Si chiama ideologia ciò che è selettivamente realista

La testa sulla picca

L’uomo è un essere crudele. Una notevole percentuale dei resti umani che ci arrivano dal passato più remoto mostra segni di morte violenta. La maggior parte delle culture che sono sorte nel mondo sono culture guerriere, che hanno raggiunto la supremazia camminando letteralmente sui cadaveri dei nemici.

Questo genere di società si basa sul terrore per impaurire e tenere sottomessi i conquistati, e sulla glorificazione delle proprie doti combattive come spinta all’ego.
Un tempo ciò avveniva inalberando a vessillo i propri massacri. Teste mozzate, scalpi, orecchie tagliate, oppure una qualsiasi altra parte umana che si possa innalzare o cucire su un drappo: non c’è che l’imbarazzo della scelta dei popoli o nazioni che le hanno utilizzate in passato, o che ancora lo fanno.

Gli aztechi avevano i loro muri di teschi; la Colonna Traiana è finemente scolpita di nemici calpestati; i rivoluzionari francesi innalzavano le teste sulle picche. Ancora oggi le stazioni parigine portano nomi di battaglie vittoriose.

Che io sappia una sola cultura, se così si può chiamare, innalza non il nemico ucciso ma il proprio fondatore ammazzato, lo strumento su cui ha trovato la sua morte umiliante. Non come segno di vendetta, ma come simbolo di vittoria. Inconcepibile scandalo per chi rifiuta il nome cristiano, e paradosso per tanti cristiani di nome ma non di cuore.

Sì, la croce è la paradossale memoria e rassicurazione che ogni cosa, anche il male più assoluto, la bruttezza e la repulsione più profonde, la maggiore ingiustizia immaginabile possono essere redente, e diventare ciò che salva, la somma di ogni bene; come orrende dissonanze che, una volta messe insieme, producono una magnifica sinfonia.

Chissà domani

Alcuni paventano che il previsto avvento del ddl Zan possa diventare un modo per proibire opinioni differenti dalla linea che oggi sembra ovunque vincente; quella dei persecutori atteggiati a perseguitati.

Ma figurarsi! Come potrebbe mai Avvenire qualcosa del genere? Da noi non potrebbero mai accadere cose come quelle della perfida Albione, dove si viene arrestati perché si dice che il matrimonio è tra uomo e donna. E certamente è da escludere che qui da noi succeda come in Finlandia, dove una ex ministro dell’Interno è sotto processo per avere sostenuto la stessa cosa. Da noi sarebbe impensabile, dato l’equilibrio e la moderazione che la magistratura ha sempre manifestato nel confrontarsi con gli oppositori ideologici.

Meno male che ci sono i social che vigilano sulla purezza dell’informazione, escludendo quei pravi che deragliano dalla linea, qualunque essa sia; come ad esempio coloro che raccontano fatti imbarazzanti riguardo a certe linee curative. Su esempio e sollecitazione di questi vigilanti censori presto anche noi diventeremo una democrazia matura come la Cina, dove saremo finalmente liberi di parlare purché diciamo quello che loro vogliono sentire.

Non c’è discussione, lo affermano anche gli antifassisti: con questi che vogliono avere un’opinione differente, l’unica è usare i metodi fassisti, che evidentemente sono il meglio, funzionano (lo dicono loro, eh).

E se qualcuno dicesse, cosa vuoi che siano tre fatterelli buttati lì, io rispondo, beh, queste sono solo le notizie che ho appreso oggi.
Chissà domani.

Produrre armonia

la radice ar- in sanscrito significa andare verso e, in senso traslato, adattare, fare, produrre. Pare che da qui derivi la parola arte. Anticamente quindi la parola arte significava abilità, pratica o spirituale, di fare qualcosa armonicamente, in maniera adatta.

L’essere umano ha una aspirazione naturale al bello e al vero. La bellezza è il riverbero dell’infinito nelle cose sensibili; il vero è quando esse sono concordi con il loro significato ultimo. L’ar-monia è quando tutto concorre a produrre un risultato che tende al bello, che tende al vero. L’ar-tista e l’ar-tigiano condividono il compito di fare le cose, e se il loro fare è diretto al bello e al vero chi ne gode è maggiormente felice, perché asseconda il temperamento naturale dell’uomo.

Chi disegna, chi scolpisce; chi fa il pane o chi programma; chi prega o chi guida… se la matita è diretta al bello e al vero, se la parola scritta è diretta al bello e al vero, se il pane, il programma, la preghiera e la guida hanno questo fine ogni persona può essere artista, artigiano, rendere il mondo un posto più bello, più vero. Per sé, per gli altri. Per ogni vita.

Produrre armonia.

Una penna mai ferma

Quand’ero a scuola, disegnavo.
Non intendo dire che seguivo corsi di disegno. Io disegnavo durante le lezioni, su qualunque cosa.
Fogli. Quaderni. Libri. In seconda media, mi presi una nota perché avevo letteralmente ricoperto il mio banco di illustrazioni. Punizione esagerata: le avrei cancellate, come facevo sempre. In modo da poter ricominciare.
Avevo una mano notevole, lasciatemelo dire. Certi miei antichi compagni di classe mi hanno chiesto come mai non abbia seguito la carriera artistica; forse perché per me il disegno era una distrazione più che una professione. Era il coagularsi della mia immaginazione in forma di tratto di matita o di penna, in mostri e fanciulle, ritratti e astronavi.

Alle superiori, scoprii i maestri del fumetto e dell’illustrazione. Io penso che, tra duecent’anni, la nostra era nei musei non sarà rappresentata da quella immondizia contemporanea che impropriamente alcuni chiamano arte, ma da fumetti e graphic novel. Con il loro esempio il mio tratto e i miei temi segnarono una decisa evoluzione.
Il mio libro di storia aveva all’inizio di ogni capitolo un’opera a china minuziosamente eseguita che teneva tutta una pagina – ad esempio, parlando della rivoluzione francese disegnai un robot decapitato. Peggio toccò al volume di religione, su cui scrissi ed illustrai un’intera storia di fantascienza nei margini delle pagine. Teneva pressoché dal primo foglio all’ultimo.

Lavorando al computer, la mia mania degli schizzi ha subito un arresto. E’ difficile battere sulla tastiera impugnando una matita. Ma accanto al mouse c’è ancora un foglio, e sul foglio…

L’immagine qui sotto non è di un mio libro, anche se potrebbe esserlo. Quei disegni sono di Chesterton, con cui a quanto pare condivido almeno un tratto: una penna mai ferma.

I nuovi dei

Non so se avete letto il romanzo di Neil Gaiman, forse il suo più famoso, “American Gods”. Ne stanno facendo una serie televisiva, quindi magari qualcosa avete orecchiato. Bene, questo romanzo parte dall’ipotesi che la fede sia in grado di creare letteralmente le divinità. Gli dei americani di cui parla il titolo sono il coagulo in forma umana – o quasi – delle credenze di tutti gli immigrati nel Nuovo Mondo. In generale sono degli spostati che vivono una vita misera; con qualche eccezione, quella dei nuovi dei. Il Mondo, la Televisione… se i nuovi dei sono in città, quelli vecchi se la vedono brutta.

Una cosa del genere sta succedendo a Richard Dawkins. Forse avete presente chi sia: intellettuale ateo molto famoso, evouzionista, scientista, ha coniato la parola “meme” (che poi si è evoluta in qualcosa di ben diverso da ciò a cui aveva pensato). Ha dedicato la vita a combattere Dio, sfornando libri con titoli tipo “L’orologiaio cieco”, “L’illusione di Dio”, “Diventare più grandi di Dio”, e come spesso accade è stato per questo esaltato. Per farvi un’idea, ecco un suo tweet:

Che si traduce: “Ai Cattolici Romani è richiesto di credere che il vino di comunione è letteralmente il sangue di Cristo, e l’ostia letteralmente il suo corpo. Non simbolicamente ma letteralmente, Non una metafora ma letteralmente. Su questa strada giace la follia. Al peggio è un abuso pernicioso di linguaggio

Se siete cattolici e vi stupisce che dopo duemila anni si possa ancora scrivere questo, avreste dovuto leggere le reazioni. Tra lo stupito e l’oltraggiato: “Ma come! il mio parroco non ne ha mai parlato!” “Ma va’, non ho mai incontrato un cristiano che ci credesse“… in mezzo alla congrega, lui che spiegava che era proprio così sembrava quasi un seminarista.

Sta di fatto che il “nuovo ateismo” – non poi così differente da quello vecchio – si sta velocemente disgregando sotto la pressione dei nuovi dei. Già negli anni scorsi aveva destato scandalo la posizione nei confronti delle donne di alcuni esponenti di questo “non-credo”, tra cui lo stesso Dawkins; in tempi di me-too la notizia che i convegni ateistici non erano proprio raduni di educande ha avuto una certa risonanza. Che poi l’evoluzionismo sia legato a filo doppio con il razzismo può meravigliare solo chi non ne conosce la storia.

Adesso sembra che il nostro cantore di orologiai ciechi sia incappato in una tegola ancora peggiore. E’ infatti accusato di leso gender: per questo misfatto, gli è stato tolto il premio di “umanista dell’anno” assegnatogli un quarto di secolo fa. Avrebbe offeso, in un tweet, i trans. Vero o no, di questi tempi anche solo l’ombra di un sospetto è abbastanza per i seguaci dei nuovi dei per chiedere il cuore pulsante dell’accusato.

Nei tribunali dell’Inquisizione, l’imputato aveva diritto a difensori e poteva sempre pentirsi; queste divinità avventizie non sono così generose, non conoscono misericordia.

Chissà se Dawkins, che è arrogante ma anche intelligente, sta cominciando a comprendere che il suo sforzo di distruggere la religione vera ha condotto solo all’ascesa di nuovi falsi dei, a riempire un cielo che nessuno può credere vuoto.

Storie

Quando ero ragazzo, ed inventavo dieci storie diverse ogni giorno, non avrei mai pensato che sarebbe stato così complicato scrivere un romanzo.

Allora ero una fucina di idee. Nuove trame si accavallavano scalpitanti nella mia mente. Fighissimi eroi affrontavano turpi minacce. Biblioteche e televisione nutrivano teogonie segrete e saghe leggendarie.
Ho ancora da qualche parte parecchi bloc-notes con una dettagliata storia della Galassia nel prossimo millennio, completa di illustrazioni. Secondo le mie cronache questo doveva essere l’anno in cui si scopriva il balzo interstellare: che delusione, manco siamo stati su Marte.
E se mai vi mancassero le soluzioni per una campagna di gioco di ruolo fantasy, nel mio ripostiglio attendono cartine dettagliate di un intero continente da attraversare con avventure su ogni strada e in ogni città.

Così, cosa volete che sia scrivere un romanzo? E’ solo una questione di mettere giù quelle storie in parole.
Più o meno.

La tua trama deve essere bilanciata, senza punti morti, ed avvincente; i personaggi unici, affascinanti, ognuno con il suo carattere, i suoi modi di dire, di comportarsi. Non possono essere tuoi cloni: devi immedesimarti in loro, e per ogni scelta domandarti: come mi comporterei io, se fossi nei loro panni? La risposta non è sempre quella che tu vorresti. Non si può farli comportare da stupidi o in modo inconsistente solo per esigenze di sceneggiatura. E allora devi trovare le motivazioni per mandare avanti la narrazione, giustificare ogni avvenimento. Un po’ come ricostruire un rompicapo, ogni pezzo deve combaciare perfettamente.

Se poi non ti limiti ad una vicenda di pura avventura, le cose si complicano ancora. Ci vuole un ordito segreto che possa essere compreso da chi è interessato, ma senza togliere il ritmo. Non c’è bisogno di predicare, se le azioni parlano. Magari chi le legge potrà non notarlo subito, o non accorgersene per niente, ma sono come il sale, senza di lui un piatto non sa di niente.

In un quadro c’è un sfondo che rende più nitido il primo piano; un mondo per diventare vivo ha bisogno di piccoli particolari, di aggettivi, del chiaroscuro su una tenda, del colore di un fiore, di un gatto di passaggio. Intessere queste cose nello scritto è un po’ come ricamare un vestito.

Infine, lo stile. Oh, leggendo i grandi mi viene da disperare. Quella facilità di fraseggio, quei dialoghi, quel ritmo… Già, il ritmo. Frasi brevi per i momenti concitati, più lunghe e articolate quando il momento è descrittivo; l’incalzare degli avverbi, il sincopato contrappunto della punteggiatura… il colpo di scena.

Ma il punto forse più delicato è che, a differenza di un video, in un libro l’azione si svolge nella testa del lettore. E’ lui a dare il volto e l’aspetto ai personaggi; il mondo in cui si muovono è una proiezione delle parole filtrata dalla loro mente. Troppo poche, e sarà tutto anonimo e grigio; troppe, e l’immaginazione non farà il suo lavoro. Perché è la nostra fantasia che rende davvero indimenticabile e vitale una storia.

Questi sono gli ingredienti principali. Poi, come ogni cuoco sa, c’è la rifinitura, la correzione, la presentazione…
Oh, scrivere è un romanzo.



L’ombra del male

Nos péchés sont têtus, nos repentirs sont lâches;
Nous nous faisons payer grassement nos aveux,
Et nous rentrons gaiement dans le chemin bourbeux,
Croyant par de vils pleurs laver toutes nos taches.

I nostri peccati testardi, i nostri pentimenti vigliacchi;
Le confessioni nostre profumatamente ci facciam pagare
E sul fangoso sentiero allegramente torniamo a camminare
Credendo che vili pianti lavino tutte le nostre macchie

Baudelaire, “Al lettore”

Chi pensa che credere in qualcosa lo giustifichi moralmente sbaglia altrettanto gravemente di coloro che pensano che non credere in niente abbia solo conseguenze positive. Prima di tutto, perché è impossibile credere a niente.

Anche se non credi ad un dio, crederai in una filosofia; in una etica; in qualche definizione di giusto o sbagliato, per quanto lasca possa essere. Perché o le nostre azioni sono completamente casuali – ma in tal caso non vivremmo un giorno – o devono avere un qualche tipo di senso. Dobbiamo fornire qualche tipo di giustificazione ad esse. Se no cesseremmo di essere umani.

La differenza sta appunto in cosa crediamo.

Se crediamo nella nostra forza, sarà la nostra forza a giustificarci; fino a che saremo mangiati da qualcuno di più grosso. Ugualmente l’intelligenza; la cultura; la razza; la politica; i soldi; il piacere. Sono tutte cose umane; non ci salvano da altri umani. Nessuna di loro può salvarci.
Se cosa sia il bene non è garantito da qualcosa di più alto di noi, il bene è solo ciò che uno immagina. Se non c’è un Dio, non esiste neanche il libero arbitrio; il santo e l’assassino non sono responsabili delle loro azioni, ed etica è una parola senza senso. Come tutta l’esistenza e ogni nostra azione.

Eppure, anche quando ridiamo facendo il male, sappiamo di fare il male. Sappiamo di non essere automi, di avere una scelta. Possiamo giustificarci quanto vogliamo, ma lo sappiamo.

Solo il credere in Qualcuno che non abbia neanche un’ombra di male, sia tutto Bene, quel bene che coincide con ciò che sappiamo del bene nel nostro profondo, può dissipare l’ombra che la nostra fede sia una giustificazione delle nostre voglie.

Ma cosa vuol dire “credere”? Vuol dire desiderare con tutto noi stessi di essere degni di ciò in cui crediamo. Non si può credere nel puro Bene e giustificare il proprio male, così come non si può amare qualcuno e tradirlo; da qualche parte si annida la menzogna.

E questo lo sai bene, mio lettore, mio simile, fratello mio.

La misura del male

(…) Non parlo più di male radicale, ora credo che il male non sia mai “radicale”, ma che sia solamente estremo e che non possieda né profondità né spessore demoniaco.

Hannah Arendt

Oh, la banalità del male. Non venite a contarmela. So di Hannah Arendt e di Eichmann. Embè? Perché la mediocrità di un burocrate nazista dovrebbe essere un paradigma per negare che il male esista davvero? Perché asserire che esso è relativo, come il bene, quando è evidente che non è così?
E’ chiaro: perché vi è scomodo chiamarlo peccato. La vostra filosofia appesa a nessun dio ha bisogno di negare l’evidenza per non vedersi sospesa nel vuoto, per illudersi di essere credibile. Se non c’è nessun cielo non c’è neanche nessun inferno ad attendere chi spara nella nuca ad un ragazzo solo perché può farlo.

Siete anche voi degli scialbi burocrati del male, forse, ma il male di per sé non è mai scialbo. Per voi può essere solo questione di opinioni, ma è esattamente lo stesso tipo di non-ragionamento che fa sgozzare ridendo una donna dopo averla violentata, che induce a fare a pezzi bambini non nati e sghignazzare pestando un vecchio. Che fa usare ed abusare di sé e degli altri, che fa tradire e mentire.
Perché si può fare. Perché è comodo farlo. Eccitante. Glorioso. E si deve pur poter giustificare il gusto che si prova, inventandosi acrobazie mentali per potere negare che il male sia male.
Per potere negare che i demoni esistano, e che ci accompagnino. Nel massacro, o nella parola cattiva lasciata cadere in un commento sperando di fare del male, poveretti vacui d’umano, o forse pieni solo di quello.

E come lo misuro, il male? Lo si può solamente fare pesando quanto bene manca.

Sgrammaticati

Pare che la Hull University – un’università dello Yorkshire con poco meno di un secolo di vita – abbia deciso di chiedere ai suoi tutori di non correggere gli errori di grammatica di alcuni soggetti perché un buon inglese sarebbe un tratto “nordeuropeo, bianco, maschio, elite”. Insomma qualcosa di maledetto da evitarsi a tutti i costi se si vuole essere inclusivi.

E’ un antico pallino di una certa sinistra di cui anche qui in Italia siamo stati e siamo succubi. Il sei – o diciotto – politico appartiene all’identica mentalità. Ancora subiamo i danni immensi che fece il sessantotto, che mise i suoi ignoranti al potere; oggi dominano i loro allievi.

Io fossi uno studente sud europeo (o non europeo), o non-bianco, o una donna, o banalmente di famiglia comune mi incazzerei come una biscia con questi fessi. Quei tizi stanno dicendo che non sono abbastanza in gamba per sapere bene l’inglese, sono un minus habens, un poveretto che non ce la può fare. Quindi occorre abbassare lo standard, in modo che io possa procurarmi un pezzo di carta che, come conseguenza di detto abbassamento, potrò solo utilizzare per scopi men che nobili.
Ovviamente chi può permetterselo, i veri privilegiati, andranno in posti prestigiosi che non si sognano simili sciocchezze, oppure dove i soldi possono comprare qualsiasi cosa a prescindere da impegno e doti.

Gli autentici razzisti misogini sono proprio gli egalitari da strapazzo che pensano simili cose; gente che non ama ciò che dovrebbe insegnare, e quindi nasconde la sua ignoranza con l’ideologia. Un tempo chi era povero ed emarginato sognava di poter imparare a leggere e scrivere per innalzarsi.
Quello che questa gente va dicendo è “non importa; stai bene così”.

Il dolce profumo dei giarilli

“There are two lines of old yew hedge, twelve feet high and impenetrable”
A.Conan Doyle, “The Hound of the Baskervilles”

Quando ero alle superiori, il nostro professore di inglese ci fece leggere in lingua originale un brano da “Il mastino dei Baskerville”, una delle avventure di Sherlock Holmes.
La scena avveniva in un viale contornato da alte siepi di “old yew”. Terminato di leggere il pezzo, chiese se ci fossero domande.
Uno dei miei compagni alzò la mano. “Professore, cos’è ‘yew'”?
“E’ la pianta di tasso”, rispose lui. “Tutto chiaro?” Annuimmo.
“Benissimo”, riprese il professore. “Chi di voi mi sa dire com’è fatta una pianta di tasso?”
Ci guardammo tra di noi. No, nessuno sapeva che aspetto avesse quell’accidente di albero.
“Vedete”, proseguì il professore, “Voi non sapete cos’è un cespuglio di tasso nella stessa maniera in cui non sapete cos’è una siepe di ‘old yew'”. Che io vi abbia detto la traduzione di quel nome non vi cambia assolutamente niente. Cosa sia, l’avete capito anche senza conoscerlo davvero”. Oh, era in gamba quel docente.

E’ una lezione che mi è rimasta in mente. Quante delle cose che sappiamo le abbiamo imparate leggendo una definizione, e quante invece deducendole dal contesto, incasellandole in frasi e suoni conosciuti?

Nel mio libro, “il tempo degli dei” c’è una frase che suona “ai balconi vi erano fioriere con giarilli blu e rossi“. Un lettore mi ha chiesto cosa siano questi giarilli, e io ho risposto “Fiori colorati che di solito adornano i balconi delle case. Hanno un profumo persistente e dolce che tiene lontani gli insetti“.
Era davvero necessaria la mia spiegazione? In realtà no: che fossero dei fiori si capiva anche senza sapere del loro profumo. No, non sono gerani: i giarilli hanno fiori più piccoli e precoci, e un odore più dolce. Potrei scrivere trattati su di loro, del tutto inventati; così potete fare voi, con l’occhio della fantasia. E’ giusto, è normale chiedere quando non si sa qualcosa. Ma ci fermiamo mai a capire se sappiamo, o pensiamo solo di sapere?
Avessi detto che i giarilli erano una varietà di lobelia, quanti di voi sanno senza controllare se quest’ultimo fiore esista davvero nel nostro universo oppure no?
L’unica cosa che ci interessa sapere di quelle piante è che decorano i balconi di rosso e di blu, e il mondo in cui esistono è più bello grazie alla loro presenza.

L’urlo della kijnna selvatica, com’è? Che tipo di animale sarà? Non lo sappiamo, ma il suo suono è molto acuto e stridente. Che cosa sono i Sogni che talvolta si possono vedere, specie in estate, al largo di Perides? Com’è fatto il Guardiano chiamato “Gorilla Cieco” che infesta le Montagne della Follia?
Sono tutte domande alle quali la nostra fantasia non ha bisogno di rispondere con una noiosa e pedante definizione. Non dimorano tra le cose che conosciamo, ma le possiamo vedere anche meglio così. In fondo non c’è donna più bella della sconosciuta che non riusciamo a scorgere in volto.

Le spiegazioni non servono, sono superflue, come sapere in che modo sia fatto il tasso per i lettori di Sherlock Holmes. I nomi sono come finestre aperte su quanto non conosciamo e non potremo conoscere. Quanti di voi hanno davvero osservato, fino a coglierne ogni aspetto, una pianta di gerani?
E una di giarilli?

Possiamo noi mendicanti capire?

Se siete stati attenti al post di ieri, avrete potuto apprezzare la citazione iniziale e il video finale. Appartengono alla stessa band, i Dirt Poor Robins; che poi sarebbero un duo, marito e moglie. Mi sono stati fatti conoscere da un amico, e devo dire che per quel poco che li ho potuti ascoltare quell’amico lo devo proprio ringraziare. Belle musiche, belle voci, e splendidi testi.

Al fondo vi inserisco il video completo del loro “concept album” Deadhorse.
In esso potrete trovare piccoli capolavori come Kings and Queens, Saints, Scarecrows, ma soprattutto le mie tre preferite.

Gustate degli estratti dai loro testi; è poesia

After all this is who we are
Made of dirt and fed by stars
In a blink of an eye we’ll be undermined
when they bury our grains in the sands of time

Dopo tutto è chi noi siamo
Fatti di terra e nutriti di stelle
In un battito di ciglia saremo scalzati
quando seppelliscono i nostri granelli nelle sabbie del tempo

Dirt Poor Robins – All There Is

Ecco But never a key, (ispirata da quel magnifico struggente libro che è Fiori per Algernon)

Lo
That’s the way that it goes
I’m sorry you’ll never be free
If all that you see is the danger the cage will relieve
Oh no
That’s the path that you chose
A true hedonist indeed
So don’t lift a finger, your warden provides all you’ll need
But never a key


Guarda
Questo è il modo in cui va
Mi spiace non sarai mai libero
Se tutto ciò che vedi è il pericolo che la gabbia risparmierà.
Oh no
Questo è la strada che hai scelto
Proprio un vero edonista
Così non alzare un dito, il tuo guardiano ti dà tutto ciò di cui avrai bisogno
Ma mai una chiave


Dirt Poor Robins – But never a key

E infine

For us there was no land
No land beyond the edges of our outstretched hands
Can we beggars understand
More than our appetite demands?

Per noi non c’era terra
Nessuna terra oltre l’orlo delle nostre mani tese
Possiamo noi mendicanti capire
Più di quello che i nostri appetiti domandano?


Dirt Poor Robin – No land beyond

Non è facile trovare immagini tanto potenti nelle abituali canzonette. Ma cosa domandano i nostri appetiti?

Strane emozioni

Venerdì pomeriggio sono arrivati i pacchi con i miei libri per lo “smercio personale”. E’ stata una strana emozione.

Ho la quasi certezza che questo romanzo, per quanto possa piacere o vendersi, non mi darà né la notorietà né la ricchezza. Non mi importa molto né dell’una né dell’altra. Siamo di passaggio sulla Terra, e non sono cinque minuti di celebrità a fare la differenza. Quanto ai soldi, non è che mi facciano schifo, ma ho già tutto quello di cui ho bisogno.

In ogni caso non penso proprio che ci sia pericolo al riguardo. Non sarà certo un libro stampato da un piccolo editore, che non raggiungerà mai la grande distribuzione nei supermercati né verrà recensito in televisione, a poter scalare la classifica dei best-seller, fosse pure da premio Hugo (voi che lo leggete, però, magari parlatene agli amici – fine della autopromozione smodata).

Questa emozione di cui vi narravo è su un altro livello. Credo che sia ciò che prende quando vedi concretizzarsi un lungo lavoro, un assiduo impegno. Prendi coscienza come questo frutto sia e non sia tuo. In un certo senso è come un figlio: ti accorgi in fretta che è altro da te, che magari sarai stato tu a dare il via a quelle gambette, a quella testolina, ma esse ora sgambettano e pensano autonomamente. Così anche ciò che hai scritto tu stesso è come assumesse vita propria, sganciata da te. Va per la sua strada, è in un certo senso la conclusione di un’avventura.

La mia avventura; come un figlio farà cose che il padre non può immaginare, così forse il mio libro colpirà e cambierà lettori che io non conosco, rivelerà segreti e infiammerà cuori – chissà. Uno spera e vorrebbe per il suo bambino sempre il meglio.
Miei quattro lettori, prendete a cuore il mio piccolino.

Il problema dei desideri

Parlavo l’altro giorno di desideri realizzati. Il desiderio è quello che ci fa muovere, ci spinge, ci cambia.
Il problema dei desideri è che spesso sono astratti, come i nostri pensieri. Sovente sono solidi al centro ma sfumati ai bordi. come il soffione; non contemplano le conseguenze, si arrestano all’immediato.

Poniamo che il nostro desiderio sia possedere una locomotiva, e per qualche magia un genio della lampada ce la faccia trovare sotto casa. Adesso siamo proprietari di decine di tonnellate di locomotore, senza binari, senza combustibile, parcheggiato in zona blu.
C’era un proverbio che diceva “Hai voluto la bicicletta? E adesso pedala”. Un detto saggio. Com’è noto, i desideri che vengono esauditi dai geni o dalle zampe di scimmia non conducono a nulla di buono.

Ciò che va storto è tutto contenuto nella distanza tra il cuore del nostro desiderio e la realtà. Tra quel centro solido e il vero. Noi uomini di piccolo spirito, dalla ragione rattrappita, raramente inseriamo la verità nei nostri sogni. Pensiamo in astratto, e la vita ci frega.
Per noi cristiani la verità coincide con Cristo. Anche questa parola, “Cristo”, può essere un’astrazione. Spesso lo è. Se fossimo consapevoli, minimamente consapevoli, sapremmo che con essa si indica ciò che lega cielo e terra. Ciò che si dovrebbe amare. La somma di ogni speranza, bellezza, carità, perdono. Se riuscissimo a solidificare il nostro desiderio attorno a quella parola non ci si potrebbe sbagliare; non ci sarebbe più astrazione.

Invece siamo qui che ci ostiniamo a fare i nostri progetti senza Cristo, perché ci pensiamo più furbi, e davvero non abbiamo capito, abbiamo già dimenticato chi Lui sia. Quindi le cose vanno storte. Perché il luogo dove Cristo non c’è si chiama Inferno, e tale diventano i nostri desideri.
Un desiderio può anche essere scendere dalla croce; non salirvi nemmeno. Ma quando è contrario al vero anche il desiderio migliore si tramuta in menzogna.
Occorre domare il nostro cuore, addestrarlo a cercare il vero in ciò che desideriamo; distillare ciò che davvero c’è in quel centro a cui tutto il nostro io aspira.

Sogni di carta

Noi tutti viviamo di desideri e ci nutriamo di sogni. Quello che sognavamo da bambini, e poi da ragazzi, spesso l’abbiamo dimenticato nell’età adulta. Si sa, crescendo ti rendi conto che tanto di ciò che bramavi non è poi così importante. O facilmente raggiungibile. Quando non impossibile.

Eppure, sotto sotto, il fuoco continua a bruciare. L’anima può ardere a lungo, nascosta, senza fumo.

Uno dei miei sogni da ragazzo era pubblicare un libro. Oh, di parole ne ho scritte tante, bastanti per una dozzina di volumi e anche più. Ma il primo, beh, doveva essere un romanzo; e doveva essere fantascienza. Quante assurdità si hanno in testa da giovani.

Eppure, oggi mi hanno avvisato: “il tuo libro è arrivato”.

Ce ne ho messo per scriverlo. L’ho riletto e rifinito non so quante volte, e poi editato e rieditato e corretto e ricorretto. Non è un libro noioso, non indulge in moralismi, c’è parecchia azione e non pochi colpi di scena. E’ avventura. E’ ciò che mi piace leggere.

Ci ho posto dentro personaggi che spero non si dimentichino facilmente. Per una volta, non ho poche righe per tratteggiarli come nei miei racconti brevi, ma pagine per farli diventare vivi nei vostri occhi. La storia è a metà tra fantascienza e fantasy; anche se non vi piacciono i generi, datele una possibilità. Non ve ne pentirete.

“Il tempo degli dei”. Lo potete acquistare dal sito dell’editore, oppure ordinarlo in libreria. Vi fornisco anche il link Ibs.

Era il mio sogno, mi auguro diventi il vostro.

Capire tu non puoi

Un amico mi manda un link a un articolo e commenta: “Il mondo assomiglia sempre di più ad uno dei tuoi racconti…”.
Il che mi ha costretto a ripensare alle storie che scrivo. In effetti, una discreta percentuale sono distopie abbastanza nere, esercizi letterari alla “cosa accadrebbe se…”, ottenuti spingendo certe idee fino alle estreme, e logiche, conseguenze.

Dicono che se ti fanno il necrologio ti allungano la vita, io costruisco quei racconti sperando che possano contribuire a non fare mai realizzare quel futuro.
Devo dire che neanch’io certe follie attuali avrei potuto immaginarle. Tendo a dare ai miei personaggi un minimo di raziocinio, la stupidità di certe posizioni è così assurda che nessun racconto avrebbe potuto descriverla senza sembrare incredibile. Che persone razionali possano credere, o far finta di credere, alle idiozie autolesionistiche e demenziali che oggi vanno per la maggiore è più difficile da digerire dell’esistenza di unicorni volanti viola che sparano laser dagli occhi.

Nell’articolo citato all’inizio si paventa l’avvento di lettori di espressioni per comprendere i veri sentimenti delle persone, in modo da intervenire in caso di allontanamento da una supposta normalità. Nel caso non fossimo sempre entusiasti di ciò che ci viene proposto, tanto per dire.
Tu chiamale se vuoi, emozioni… ma capirle non puoi. Battisti aveva ragione. Cosa ne sai, se nella mente tua non c’è.

Sembra follia completa. Chi vorrebbe introdurre una tecnologia che potrebbe essere usata anche contro se stessi? Beh, degli idioti. Ne sono piene le cronache e la storia. Predatori che non pensano di divenire mai prede.

Meno male che la caratteristica degli esseri viventi è adattarsi ai predatori. E nell’uomo questa caratteristica è al top; non per niente abbiamo conquistato la Terra. Di fronte all’oppressione, alla stupidità, all’arroganza di un potere pieno di sé svilupperemo nuove strategie. Oh, sì, magari dovremo tenere la testa bassa, fare finta di adattarci. Aspettare che la follia si autodistrugga, come sempre accade.
Magari dovremo, per la nostra sopravvivenza di fronte ai lettori di emozioni, sviluppare al massimo la nostra faccia da poker

Esserci

In giornate come questa, dove raramente vedo la luce del sole – emergenze, problemi, e l’oppressiva cappa fantasmatica del virus – può essere utile una citazione che aiuti a raddrizzare la vita.

“…Il solo appropriato stato del cuore è gioia. Il cielo che ora vedi, non l’hai mai visto prima. Il momento perfetto è adesso. Sii felice di esso”.
Terry Pratchett

E sì, vale anche in una stanza con le serrande chiuse. Perché ogni momento che viviamo ci è donato. Non abbiamo fatto niente per averlo.
E davvero prezioso, perché noi non possediamo davvero delle cose di questa terra, ma solo questo unico, imperdibile, gratuito attimo.
E’ tutto nostro, la sola cosa che davvero ci appartiene perché noi siamo totalmente definiti da esso. Non ci saremmo senza di lui, lui non avrebbe senso senza di noi.

Oh, che grande cosa esserci.

L’ignoranza dell’esperto

Tanto si sente parlare del fatto che bisognerebbe lasciar parlare gli esperti; che la scienza sono gli scienziati.
Bene, uno dei più grandi scienziati degli ultimi anni, il professor Feynman, era di opinione radicalmente differente.

Sentite cosa scrive:

“Imparate dalla scienza che voi dovete dubitare degli esperti. Come dato di fatto, io potrei definire la scienza in un altro modo: la Scienza è credere nell’ignoranza degli esperti.

Quando qualcuno dice che la scienza insegna questo e quest’altro, sta usando la parola in modo non corretto. La Scienza non l’insegna; l’esperienza l’insegna. Se vi dicono che la scienza ha mostrato questo e quest’altro, voi potreste chiedere: “Come la scienza l’ha mostrato – come l’hanno scoperto gli scienziati – come, cosa, dove?”. Non la scienza ha mostrato, ma questo esperimento, questo effetto, ha mostrato. E voi avete tanto diritto quanto chiunque altro, dopo avere sentito degli esperimenti (ma dobbiamo prestare ascolto a tutte le prove), di giudicare se si è giunti ad una conclusione riutilizzabile.”

E’ chiaro? Le grandi scoperte sono state fatte quando qualcuno ha messo in dubbio ciò che gli esperti dicevano, quando è stato fatto ciò che i sapienti reputavano impossibile. E’ proprio questa la grandezza della scienza, quella vera: fare vincere la realtà sulle opinioni intellettuali.
Il sapere che gli esperti sono ignoranti. Qualunque cosa vogliano farvi credere.

Obsoleto

Agh. Mi viene voglia di mordere.
WordPress, il sito dove è ospitato questo blog, ha cambiato editor. O meglio, ha reso impossibile continuare ad usare il vecchio editor per scrivere i post.
Inutile dire che trovo il nuovo editor uno schifo.

Forse sono solo io che sono fatto alla vecchia maniera; in fin dei conti, arrivo da un’era in cui le interfacce dei computer non erano le leziose schifezze colorate di oggi. Allora i comandi dovevi guadagnarteli. Ragazzi, io programmavo in assembler. E’ l’equivalente informatico di scheggiarsi le proprie selci ed andare nella prateria a far fuori qualche bisonte.
Fatto sta prima sapevo dove stava tutta la roba che mi interessava. Accidenti, si capiva dov’era. Adesso appare e scompare. Ehi, i bordi servono a qualcosa, designer dei miei stivali.
Sono sparite un sacco di cose, ne sono comparse altre del tutto inutili. Mi ricorda l’involuzione di Office di Microsoft; ogni versione di questo secolo ha peggiorato la precedente. NO, non ho bisogno di un pulsante gigante per inserire una “sensibility label”.

Capisco che il vostro dipartimento di sviluppo debba avere una ragione di esistere. Capisco che probabilmente le nuove feature siano decise da gente che non ha mai usato lo strumento, che quasi certamente non sa neanche programmare e che deve dimostrare di avere idee nuove per quel maledetto bonus, tanto non ci sarà nessuno che dirà loro che quelle idee saranno anche nuove ma sono pessime. Capisco bene; l’ho visto accadere. E so anche che probabilmente saranno sviluppate da novellini sottopagati, testate per finta, buttate sul mercato perché c’è la scadenza. Tanto ci sono le patch.
Però di tanto in tanto farebbe piacere a noi vecchi dinosauri riavere un po’ della vecchia roba, quella senza fronzoli, che funzionava – o almeno conoscevi i suoi bachi. Chissà, magari farebbe bene anche a questi giovanotti che manco sanno cosa sia un floppy disk, e si saranno magari chiesti cosa sia quella curiosa icona quadrata sul tasto “salva”.
E tra poco manco sapranno più cos’è un computer. Come i bufali, la crema per mustacchi, e i cinema.

Cercasi combustibile

Che fatica mantenere l’impegno che mi sono preso ormai più di sedici anni fa di fare un post tutti i giorni feriali.
I giorni festivi erano dedicati alla famiglia, allo stare a casa. Ma ormai tutti i giorni sto a casa. E se in ufficio staccavo per andare dai colleghi, qui a volte sto seduto tutto il giorno a dirimere una questione dopo l’altra, il sedere incollato alla sedia come la carta da parati alle pareti di un salotto. Quando scocca l’ora, ho paura alzandomi di scoprire di essermi fuso con la poltrona.

Ma non è questo il punto. Le idee sono l’intersezione tra la nostra immaginazione, la nostra energia di uomini, la nostra ragione, e il mondo. E’ ciò che arriva da fuori che fa da detonatore. Se non ci sono contatti, se tutto è sempre uguale, come può scattare la scintilla? Come può esserci combustione per far girare il motore del pensiero?

Così mi ritrovo qui, a tarda sera, con i pensieri rattrappiti e stanchi. Il fuoco del mio animo brucia piano perché c’è scarsità di combustibile. Il solo schermo del computer non è una foresta adeguata per alimentarlo. Mi manca la comunità degli uomini. Mi mancano le idee, buone o cattive, da condividere con voi. Per cogliere il guizzo del reale occorre che il guizzo ci sia. In questa quotidianità addomesticata, tra queste mura, è difficile essere vivi.

E intanto fuori bassa brucia la luna sui monti in fiamme.