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All’altezza

Ci vuole una grande grazia per essere all’altezza di quello che siamo.

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Quattro sembrano pochi

Come forse sapete, o più probabilmente non sapete, in Australia sta per tenersi una consultazione popolare sul “matrimonio” tra persone dello stesso sesso. Ma non vi parlerò dell’Australia. Vi parlerò dell’Inghilterra.
Sono infatti incappato in un articolo di un giornalista inglese per un giornale australiano che prende in esame cosa è successo negli ultimi quattro anni, da quando nel Regno Unito il Parlamento ha deciso di promulgare una legge in quel senso. Evidenziando come quella legge ha toccato sfere che sembravano in apparenza non connesse.

C’è la proposta di “cambiare sesso” senza neanche un consulto medico, facile come cambiare nome. E mentre i trasporti londinesi proibiscono l’uso di “Lady” e “Gentleman”, le università parlano di punire quei disgraziati studenti che usano ancora “he” o “she” invece di “ze”. Qualcuno lo dica i nostri professori di lingua.  Le associazioni LGBTeccetera propagandano in proposito una “accettazione senza eccezioni“, con un accento che ha un che di orwelliano. Infatti chi dissente si trova i bambini minacciati, la merda sulla porta di casa e il nome ed indirizzo pubblicato a mo’ di gogna mediatica. Per non parlare di quanti sono stati costretti a dimettersi o hanno perso il lavoro. I piccoli esercenti devono adeguarsi al verbo omosessuale, senza rispetto per le loro convinzioni pregresse: altrimenti scatta la denuncia. E chi non sfoggia la coccarda arcobaleno è meglio non si faccia vedere in giro fino a quando non avrà cambiato idea.

Anche la “sex education” per i giovanissimi (da tre anni in su…) è cambiata, ed inneggia alla fluidità di genere. Ai genitori è proibito cercare di sottrarre il figlio a questa “educazione”, e così i bimbi apprendono tutto sulle posizioni per il coito, la pornografia come mezzo di soddisfazione personale e la masturbazione. Le preoccupazioni per la promiscuità e le malattie della sfera sessuale sono derise come fuori moda.

Come dice un officiale governativo, il momento non è ok per le scuole cattoliche di essere omofobiche ed opporsi al matrimonio omosessuale. Sono diventati “valori britannici fondamentali”: chi li osteggia rischia la chiusura.

Mentre si discuteva la legge, molto è stato fatto su supposte esenzioni che avrebbero permesso ai credenti di esercitare le loro convinzioni. Quattro anni dopo, coloro che avevano fatto”promesse di cuore” sono gli stessi che cercano senza sosta di eliminarle. Il “ministro per l’eguaglianza” ha detto che le chiese devono adeguarsi alle moderne attitudini; lo speaker della House of Commons, che dovrebbe essere una figura politicamente neutrale, ha affermato che “Avremo il vero matrimonio egalitario quando ti potrai dannatemente sposare in una chiesa se vuoi farlo senza dovere combattere la chiesa per l’eguaglianza che dovrebbe essere un tuo diritto.”

Persino coloro che hanno votato per le leggi pro-omosessuali ma continuano a dichiararsi cristiani, come Tim Farron, sono stati costretti a dimettersi. “E’ impossibile”, ha affermato questi, “per un credente cristiano avere una posizione prominente nella politica britannica”. Come del resto anche per una coppia cristiana adottare bambini. Il celebrare l’eguaglianza degli orientamenti sessuali ha la meglio su qualunque altra cosa.

Si realizza così quello che io avevo predetto su questo blog già diversi anni fa: tutta la questione non è che un paravento per potere colpire l’identità religiosa dell’uomo, la sola che si può opporre al potere perché conta su qualcosa che il potere non domina. Ho notato che ormai è parecchio che nessuno dice più in proposito “ma in fondo cosa ti importa, mica ti danno fastidio”. Proprio perché come ha detto  Ben Harris-Quinney, ‘Il matrimonio omosessuale è stato propagandato nel Regno Unito come portatore di uguaglianza e tolleranza. Quello che abbiamo visto è il più ineguale e intollerante risultato di ogni decisione politica nella storia recente”.

Forse l’esperienza reale dovrebbe essere di ammonimento anche qui da noi. Sempre che si scelga di guardare alla realtà: cosa che, come dobbiamo ricordare, non è per niente scontata.

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Non-ordine

Sono sempre esistiti, quelli a cui non va bene niente. Che vorrebbero eliminare l’attuale società capitalistica, patriarcale, cristiana. Oh, non crediate che i vari gruppi più o meno violenti siano una novità di questi tempi. Ci sono sempre stati, da che storia è storia. Talvolta hanno preso il potere, e la conseguenza sono state sempre massacri e distruzioni.

Sì, perché questi rivoluzionari contestano in prima battuta la realtà. Se vogliamo possiamo chiamarli Gnostici: sono convinti che siamo tutti tenuti in ostaggio da una divinità oscura e malvagia attraverso quello che chiamiamo cultura, istituzioni, sistema. Gli illuminati, i pochi “svegli“, possono vedere oltre questo sistema oppressivo e combatterlo. L’esistenza normale è una prigione ed è dovere cercare di scappare, anche con la violenza. Questo implica la distruzione del linguaggio, le sbarre di questa cella, delle leggi e di ogni altra struttura ordinata.

Lo gnosticismo, in altre parole, non ha posto per la logica e la razionalità. Non ha rispetto per le spiegazioni: il linguaggio trasmette solo informazioni su un ordine corrotto. Il principio di non contraddizione per gli gnostici è una falsità. So che è una contraddizione in termini, ma che ci volete fare: se foste illuminati potreste capirlo, o almeno fare finta.

Questa è la ragione per cui cercare di ragionare con personaggi che aderiscono a questo tipo di ideologia è spesso del tutto inutile. Non si preoccupano di contraddirsi continuamente, perché la contraddizione stessa è segno di liberazione da quelli che Jung chiamerebbe archetipi. Che le loro pretese siano inconsistenti con il reale non li preoccupa minimamente, perché il reale non interessa loro: l’immaginazione al potere, e l’immaginato se ne frega della concretezza. Non è che si vuole il disordine: è la nozione stessa di ordine che si vuole abolire.

Tutto il corrente tentativo del “gender”, ad esempio, rientra in questo contesto. E’ così palesemente assurdo, per chi voglia vedere ciò che esiste, che ci si trova in difficoltà a contestarlo. Come fare riconoscere una completa menzogna a chi asserisce che ciò che è evidente è sbagliato, anzi, che non riconosce neanche il concetto di menzogna?

Questa contestazione radicale di ciò che è ha sempre prosperato sulla carne da cannone degli adolescenti, opposti ad ogni tipo di padre, la cui energia è spesso usata e incanalata da altri, in cui questa lotta contro il principio di realtà è più strutturata. In cui la ribellione a chi fa il mondo come tale ha radici che non voglio nominare.

Ma la struttura dell’universo alla fine trionferà sempre. Occorrerebbe distruggerne il tessuto stesso, compresi noi che ne facciamo parte, per evitarlo. Non che non ci tentino, questi poveri gnostici colmi di odio per l’amore che li fa esistere.

 

Crescere

Io che telefono e dico “Dopo il lavoro passo dai miei”, e mia moglie “Magari è meglio se vieni a casa”.
Poi la corsa nella sera, no, non è un falso allarme; l’attesa. Io e quel libro, i fratelli Karamazov, finché non mi hanno chiamato e ho visto venire al mondo quella specie di vermone viola. Dostoevskij è fermo da diciott’anni in quel punto.

Poi il vermone cambia il suo colore e aumenta di dimensioni. Ti accorgi che un figlio non è una tua piccola copia. Non segue i tuoi progetti, le tue speranze, i tuoi sogni. E’ diverso da te. Non è te. E’ lui. La più grande delusione dell’essere padre; la più grande grazia dell’essere padre.
Gli anni pazienti del crescere, dell’inseguire quel coso esagitato ed esigente; l’orgoglio per com’è, la sofferenza per com’è. Impari che l’educazione non è qualcosa di dato per sempre, e che non basta dire perché si possa comprendere. Lo guardi imboccare strade che sono vicoli ciechi, e sai che non ti ascolterà quando glielo dici. E’ la fatica del crescere, il tuo come il suo.

E gli errori fatti, i miei e i suoi; i passi falsi, le arrabbiature, e sai cosa dire sempre e solo dopo. “Io non sono così”, ti ripeti attonito, mentre capisci di avere sbagliato. E speri solo che il tempo riannodi ciò che è sciolto.
Perché il tempo passa, veloce, più veloce di quanto mai ti saresti aspettato.
Da oggi lui non è più tua responsabilità legale, è adulto, alto più di te, ma con la testa piena di tutte le fesserie che si hanno in testa a quell’età. Oh, quanto simili alle tue.
E gli vorresti dire che gli vuoi bene, che metà del tempo lo ammazzeresti ma va bene così, va bene così.
Non glielo dirai, perché siete entrambi uomini. Ma in fondo lo sa già.

Morte agli idioti

Ieri ho scritto di un racconto di fantascienza, “Gli idioti in marcia”, che immagina un modo futuro popolato da prolifici idioti accuditi da poche menti superiori. Ne ho fatto notare l’ambiguità e la falsità delle premesse. Oggi vorrei accennare qualcosa sulle sue conclusioni.
Chiedo scusa in anticipo a quelli che non l’hanno letto; ieri ne ho linkato il testo, siete ancora in tempo prima di proseguire, ma ora dovrò fare qualche spoiler.

Il perno del racconto è la volontà di quei pochi intelligenti rimasti sul pianeta di eliminare i miliardi di imbecilli che lo popolano. Ora, ditemi, onestamente: quanti di voi si sono sentiti scandalizzati alla prospettiva di uccidere tutti quegli idioti?
Non avete forse detto, in cuor vostro: “Sono cretini, è quello che si meritano, scomparire”? Non avete sentito simpatia per quella povera elite di acculturati geni costretti sotto il tallone degli incompetenti, fino a giustificarli per la loro soluzione finale? Non vi siete detti “E’ per il bene dell’umanità”?

Neanche un fremito di orrore al pensiero di mettere a morte orribilmente cinque miliardi di persone?
Oh, sì, persone. Idioti quanto volete, ma persone. Che mangiano, bevono, dormono, sono felici.
Se quel fremito non l’avete avuto, l’eugenetica imperante con voi l’ha avuta vinta.
Scommetto che anche voi conoscete dei fessi. Magari ne siete infastiditi. Ucciderli tutti? Anche se sono donne, uomini, bambini?
A ben pensarci, visualizzatevi i pochi milioni di sopravvissuti del racconto. Ci saranno, tra di loro, coloro che sono più intelligenti degli altri. Visto che probabilmente i meno geni per loro sono un fastidio, ed hanno già massacrato miliardi di persone, cosa impedisce loro di fare ulteriore pulizia tra quelli di minore furbizia? E così via, continuando il processo, fino ad un unico supergenio solitario con il sangue di ogni altro uomo sulle mani. Sì, certe volte i più intelligenti sono gli altri. Tutti noi siamo i fessi di qualcuno. Chissa in quale fascia di imbecilli massacrati saremmo, tra i primi o più in là.

Questi superintelligenti individui praticano la loro selezione eugenetica, ammazzando senza rimorso coloro che non ritengono degni della specie umana. Io ho un’opinione diversa: quello che ci distingue dalle bestie è proprio il renderci conto che ogni uomo fa parte della specie umana, che condividiamo un destino di fratelli. Questo ci distingue dagli animali: il riuscire a vedere una comunione tra noi che trascende l’utile egoistico. Un solo Padre.
Chi uccide il proprio fratello perché lo considera non umano si sta mettendo fuori dall’umanità, perché non condivide questa familiarità, questa appartenenza comune. Non è che una bestia intelligente.

Quindi, ditemi, adesso non provate un briciolo di orrore nel pensare a tutte quelle morti del racconto, alla gelida indifferenza di quegli intelligentissimi inumani?
E voi, proseguendo il loro ragionamento, ammazzereste l”idiota” qui sotto?

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Fa o non fa

Sono sempre un po’ perplesso quando sento parlare, oggi, di fascismo e antifascismo. Sono rimasti ben pochi al presente quelli che possono dire di avere vissuto il primo. Il secondo continua ad essere una specie di necessaria patente per certi ambienti, dove il passato viene ossessivamente riproposto secondo stanchissimi cliché. Personalmente sarei stupito se più di una infima percentuale di quei fieri combattenti culturali sapesse cosa sia stato davvero il fascismo – da una parte come dall’altra. E quindi, opporsi a cosa? Temo che anche di questo ci sia solo un’idea vaga, un contenitore buono per invocare la lotta contro chiunque non si adegui a certe parole d’ordine e quindi venga etichettato con l’odioso aggettivo. Già era così cinquant’anni fa, figuriamoci oggi.
Da parte mia credo che ormai quelle categorie siano significative come essere pro o contro Napoleone. Un comodo mezzo per non pensare, per non guardare in faccia alle cose. Forse sarebbe ora di giudicare la realtà dandole nomi nuovi, nomi suoi, senza rivangare passati ormai sepolti, senza reazioni pavloviane, ma con ben chiaro che a certe azioni corrispondono determinate conseguenze, qualunque etichetta porti chi le compie.
Capisco che possa comportare fatica. Quella di non potere più contare su risposte automatiche, ma cominciare ad usare occhi, testa e cuore.

Se sparisce il cielo

Ci faceva notare la nostra guida alla bellissima mostra del Meeting di Rimini dedicata alla rivoluzione russa come, ad un certo punto, dalle raffigurazioni artistiche sovietiche sparisca il cielo. Deve scomparire, perché l’unica cosa che importa è la lotta di classe. Così tutto quello che può far riflettere l’uomo sull’assurdità di una concezione del genere deve essere distrutto. La religione, o la famiglia. Il 16 dicembre 1917 uno dei primi atti del nuovo potere è l’emanazione del decreto sul matrimonio civile, con il quale il governo intende riorganizzare la famiglia secondo la concezione marxista, sostituendo, come spiega Lenin, “alla gestione privata della singola famiglia la gestione collettiva di grandi gruppi familiari”.
Il soddisfare la pulsione sessuale diventa facile “come bere un bicchier d’acqua”, la morale tradizionale è completamente scardinata, quasi resa impossibile. Non si tratta di misura tecnica, ma di esplicito atto antireligioso. Con conseguenze così tragiche che il partito dovrà fare marcia indietro negli anni successivi, e per fare fronte alle bande di bambini di strada abbandonati Stalin imporrà l’abbassamento della pena di morte a dodici anni.

Mi sono domandato spesso se il tentativo attuale di riprodurre quelle leggi letali nella nostra società sia dovuto ad ignoranza della storia, da sottovalutazione della stessa o da un preciso calcolo. Nel nostro secolo la contraccezione ha impedito il formarsi di una massa di giovani allo sbando paragonabile a quella russa di quel tempo, e se anche il tessuto sociale è devastato i suoi effetti più nefasti non si sono ancora resi visibili appieno. O forse sì, ci siamo dentro, ma ancora non li abbiamo chiari: ci siamo abituati al peggio, perché il bene è scomparso a poco a poco, illudendoci.

Se anche il mondo è profondamente cambiato, quello che non è differente è l’aspirazione del cuore umano verso l’infinito. Ciò che può rendere felici; e che non risiede certo nel trionfo della lotta di classe , in ogni tipo di anti-qualcosa o di amore carnale. Come lo chiamiamo questo infinito, questa promessa di felicità totale che a tanti sembra impossibile? Dio.
“La dove Dio è negato non viene costruita la libertà, ma le viene sottratto il suo fondamento e pertanto essa viene stravolta (…) Solo la verità rende liberi”. (J. Ratzinger)

Se sparisce il cielo, quello che resta è inferno.

 

Ciò che non siamo

Vorrei riprendere quella definizione di libertà di Chesterton: la facoltà di essere se stessi.

Ci potrebbe essere la tentazione di dire: la libertà è quindi fare quello che uno si sente di fare.
Errore. Qui si sta parlando di ciò che si è, non di quello che ci si immagina di essere. O di quello che si vorrebbe essere. Non siamo nel reame della volontà, siamo nel molto più concreto territorio di quello che è la realtà.

In effetti, pensare che la libertà sia fare tutto quello che uno vuole è esattamente il contrario di questa definizione.

Una gazzella ha la libertà di potere essere una balena? No; perché il potere essere una balena è al di fuori delle sue possibilità. La gazzella è una gazzella, anche se volesse con tutto il cuore essere una balena, si immaginasse balena, si vedesse balena. La verità di se stessa è essere gazzella; qualora tentasse sul serio di essere balena annegherebbe, vivrebbe un’esistenza sbagliata e sarebbe ultimamente infelice, perché una gazzella non è fatta per vivere la vita di una balena. Anche se tutti i giornali e i politici e i giudici e gli opinionisti dicessero che non c’è niente di male.  Ciò che siamo, la nostra essenza, non è a disposizione. Quando lo dimentichiamo, perdiamo la nostra libertà, diventiamo prigionieri di una finzione.

Per rovesciare nel suo corollario la definizione chestertoniana, non abbiamo la libertà di essere ciò che non siamo.  Ho la libertà di essere il Presidente degli Stati Uniti? O Napoleone? No, perché non lo sono. Affermare di esserlo sarebbe solo una perniciosa illusione. Una pazzia.

Altro corollario, non sono libero quando non sono me stesso, o mi viene impedito di essere me stesso. Non la mia immagine di me; ma proprio ciò che sono. Ma chi sono io? Io sono la verità di me. Sono libero quando l’immagine che ho di me coincide con quello che sono davvero. Per un cristiano, questo accade quando ogni parte di me, corpo, intelligenza, spirito, concordano con ciò che debbo essere, con il loro scopo ultimo. Per questo si dice nei Vangeli che se seguiamo la verità, questa ci renderà liberi.

Perché, deponendo ogni incrostazione di pensiero, guardiamo al progetto per cui siamo stati fatti. E lo seguiamo.
Trovando la vera libertà.

Morte al passato

Come forse saprete, in questo momento in USA c’è un po’ di gente che vorrebbe far fuori le statue di personaggi a loro dire esecrabili. Tipo generali e soldati sudisti, santi missionari cattolici e Cristoforo Colombo.
La colpa di questi individui storici è avere fatto ciò che oggi è assolutamente improponibile. Tipo combattere per il proprio paese in una guerra perdente, cercare di recare un po’della luce del Vangelo nella miseria umana dei popoli, scoprire continenti permettendo a un sacco di individui senza scrupoli di portarvi prevaricazioni colonialistiche come gli ospedali o la ruota.

Sarebbe troppo facile dire che si tratta di gente ignorante di storia la cui ideologia ha rotto tutti i ponti con la ragione. Cosa peraltro vera.
Vorrei solo fare notare che in realtà il loro sarebbe un atto estremamente intelligente, se lo scopo fosse creare una nazione di schiavi ubbidienti. Che cosa può infatti spingere un uomo a levarsi contro l’omologazione, a pensare con la propria testa? Due cose: il proteggere chi gli è caro e l’esempio di chi ha combattuto alla stessa maniera, contro mille difficoltà, per realizzare qualcosa di duraturo.

Non è un caso che chi si batte per la distruzione della famiglia e delle statue siano le stesse persone. Sono l’esercito di chi ha smarrito la propria identità, e quindi vive di parole d’ordine altrui. Sono le guardie rosse di Mao impegnate a bruciare i libri e rieducare i borghesi nella Rivoluzione Culturale, sono i citoyen con le picche che distruggono Cluny e cercano teste da innalzare, sono i bolscevichi che saccheggiano i palazzi dello zar e fucilano i nemici del popolo. Sono coloro che odiano il passato perché gli è stato detto che loro sono nuovi, che sono il progresso, che sono il futuro. Odiano ciò che non conoscono, che non capiscono. Distruggono perché non sanno costruire.

Costruire è un concetto alieno per chi si è trovato con la pappa fatta. Incapaci di cambiare il presente, non resta loro che seguire chi dice loro che si può cambiare il passato. Ritornando ad una età dell’oro ancora precedente, senza uomini bianchi e schiavi ma solo bufali. A questi nostalgici di qualcosa mai esistito non resta altro che restituire le loro case e i loro terreni ai discendenti degli indigeni, e tornarsene a casa loro. In Europa, e magari anche più in là, dato che molti sono progenie di sassoni e altri barbari invasori…
Il passo successivo è, ovviamente, legalizzare di nuovo i sacrifici umani. Come ai bei vecchi tempi.

Chi ha estirpato gli indiani d’America non è stato Colombo, ma i loro antenati dei secoli successivi. Che erano il nuovo, i pellerossa il vecchio che doveva scomparire. I potenti di ogni tipo e colore hanno sempre usato queste categorie per acquistare il potere o conservarlo. Un uomo senza passato e senza affetti è il soldato perfetto, perché non si chiederà cosa sia umano, cosa gli convenga. Sarà un uomo senza nome, un milite ignoto per la causa di un altro.
A differenza di quegli altri, quelli delle statue. Che hanno costruito, hanno agito, e hanno plasmato il futuro che è il nostro presente.
Magari anche sbagliando. Ma con il senno di poi.

Darwin e la mela

La guida ripete un po’ stancamente il contenuto dei pannelli che illustrano l’evoluzione delle coltivazioni nel corso dei secoli. La mostra permanente è ospitata in una struttura appena inaugurata nel più grande Parco Naturale italiano.

E’ fatta bene, questa mostra, anche se non posso fare a meno di notare alcuni refusi ideologici. Le temperature medie durante gli optimi climatici medioevali e del tempo dei romani sono volutamente abbassati; si citano fantomatiche carestie settecentesche dovute alla sovrappopolazione, quando, se ci furono, furono dovute alle guerre e alla Piccola Era Glaciale. Ovviamente Darwin è incensato ed esaltato, e mai che si dica che Mendel era un religioso. Vabbé. Gli ultimi pannelli sono un inno alla biodiversità, al ruolo dell’uomo nel proteggere le varietà in pericolo di sparizione, un peana contro la diffusione delle specie estere…

Io amo il pericolo e sono per sfortuna mia e altrui incapace di resistere quando vedo una contraddizione. “C’è qualcosa che non mi torna”, sbotto, rivolto alla guida. Indico un punto a metà mostra. “Lì si esalta in lungo e in largo la selezione naturale come legge fondamentale della natura. Però sembra che quando questa entra in gioco con l’estinzione di una varietà o di una specie, o con la diffusione di una specie originaria di un altro luogo, questa diventi un male assoluto a cui bisogna rimediare…”

Evidentemente l’obiezione non è gradita. “Sì, ma quella è una cosa fatta dall’uomo…”

Ecché, l’uomo non fa parte della natura? Ecco una cosa che proprio non capisco. Da una parte si dice che l’uomo non è che un animale, e anzi si vuole dare a certi animali i diritti degli esseri umani; dall’altra quando fa qualcosa di non politicamente corretto diventa improvvisamente una bestia così differente da un animale da non essergli minimamente assimilabile. O forse è proprio questa la caratteristica dell’uomo, compiere l’inatteso?

Discutiamo pacatamente per qualche minuto. Il DDT causa il buco nell’ozono e i cambiamenti climatici? Ognuno ha diritto alla sua opinione, personalmente non lo credo tanto.  Lo scoiattolo grigio americano sta facendo fuori i nostri scoiattoli rossi? Si vede che è più adatto di loro, e se la selezione naturale decreta che il rosso nostrano debba scomparire, tanto peggio per la sua specie, asserisco, conscio di scandalizzare. Quella varietà di mela dei bisnonni, piccola e aspra, va estinguendosi? Tanti saluti: inadatta al mondo moderno, provoco.

Arrivano altri visitatori e la guida mi congeda, immagino con sollievo. Io, bestemmiatore del credo corrente e rompiballe, esco dalla struttura. Sulle rive del fiume lì vicino cespugli di fiori violetti spargono il loro dolce profumo. Dalla mostra ho appreso che sono piante di altro continente, che evidentemente gradiscono assai questo terreno e questo clima: se ne vedono ovunque. Belle straniere, più forti delle piante locali.

Caro fiore dei nostri campi, anche tu forse arrivato qui con i goti o chissà quale bestia preistorica, dovrai essere forte per resistere all’invasore. Non ci sarà sempre chi ti protegge, chi si ricorda di te. Datti da fare; o rimarrai solo un’illustrazione in un pannello di una mostra.

Sagrada

Come avrete capito, nei giorni scorsi sono stato a Barcellona, giusto due settimane prima che l’odio ancora una volta si scatenasse.
Permettetemi di tornare ancora sulla Sagrada Familia. Il fatto che i terroristi, come sembra, la volessero colpire, non è casuale. Se cerchi di fare esplodere una chiesa qualsiasi, è perché miri alle persone che ci vanno. Se invece vuoi fare saltare in aria una chiesa come la Sagrada è perché ti rendi conto che è qualcosa di più di un contenitore per cristiani. E’ qualcosa che vedi e dici, se non sei morto, Oh, wow. Prima ancora di capire che ogni suo particolare ha un senso. E’, come accennavo, un segno.

Un segno, non un simbolo. Con i simboli ci fai ai limiti i discorsi intellettuali, se hai del tempo da perdere. Un segno è qualcosa che invece ti costringe a prendere una posizione. La Sagrada Familia ti obbliga a fare i conti con l’esistenza di un Dio, e quindi è odiosa ed odiata da coloro che di quel Dio vorrebbero fare a meno. Ottant’anni fa c’era chi ne devastò il cantiere, e a tante altre chiese di Spagna altrettanto belle si cercò di dare fuoco. Allora era gente che siccome non credeva in Dio voleva che nessuno potesse vederlo. Oggi sono coloro che pensano che Dio ci sia, ma che non si debba vedere e toccare. Anche per loro i segni non debbono esistere.

Tutt’e due questi atteggiamenti cercano di avere ragione eliminando ciò che dà loro torto. Se non le pietre, le persone.
E’ il mistero del male; dove l’uomo rifiuta se stesso e quanto lo costituisce credendo di averne vantaggio. Finendo con il distruggersi.
Ma la luce non smette di fluire, il cielo di cospargersi di nuvole e stelle, la gente di nascere. Tutti segni. Tutte cose sacre. E il sacro, il riconoscere che non siamo a noi a fare le cose, sarà l’ultima parola.

Guarda dove vai

Verso mezzogiorno, mentre andavo a prendere un pomodoro nell’orto, mi sono trovato a terra con la testa sanguinante. Ero distratto, guardavo altrove, e mi sono preso un ramo basso di mela cotogna in mezzo alla fronte.
Voi direte: ben ti sta, così impari a fare attenzione. Infatti.
Quando i pensieri vagano altrove, magari perché si è finalmente in ferie, e non si guarda dove si sta andando, una craniata è sempre possibile. Non posso dare la colpa all’albero: lui se ne stava lì da un pezzo. Non è la società, non è la politica, i tempi moderni o il riscaldamento globale. Non mi sono accorto di ciò che avevo davanti agli occhi. Perché il cervello non era attaccato agli occhi.

In questi giorni di caldo e temporali, sia che dobbiamo lavorare che oziare, partire o rimanere, può capitare che perdiamo di vista le cose importanti. Così come è capitatato a me. Io ho rimediato qualche crosta, ma può capitare di peggio. Certe distrazioni possono essere ben più letali che un po’ di legno. Lo piglierò come un avvertimento, come una sorta di randellata preventiva.
Che non perda di vista la strada su cui occorre camminare.

Come avrete capito, è iniziato il periodo estivo. Da domani i post passano da giornalieri a quando-si-può. Grazie alle gioie della tecnologia resterò quasi sempre connesso, ma la precedenza va altrove. Anche questa è la strada, no?

Verrà il giorno

Verrà il giorno, ed è questo, in cui ci uccideranno con il sorriso sulle labbra, come si sorride all’animale macellato; e, come l’animale, non capiremo perché.

 

(Rassicuratevi: per loro, dopo, verrà la noia)

Perché, talvolta, parlo di sesso

Periodicamente qualcuno accusa me o i cattolici in generale di essere ossessionati dal sesso.
Vorrei fare rispettosamene notare che, per me come per i cattolici in generale, vale una norma che ultimamente non si sente spesso: che il solo sesso sicuro, felice, per il destino è quello tra marito e moglie, possibilmente quelli sposati tra di loro. Non siamo noi a fare film e scrivere libri erotici, a propagandare amore libero per tutti, o financo a negare che il sesso esista all’infuori dell’atto pratico con chi, cosa e come si vuole.

Quest’ultima visione del mondo è prerogativa di quella che possiamo definire “fede liberale progressista”, una specie di pseudo religione edonistica focalizzata intensamente sul sesso. I sacramenti primari dei progressisti sono l’autoespressione sessuale (specialmente in forma non eterosessuale) e l’aborto. Ambedue rappresentano per i progressisti la sconfita della natura in nome di una autonomia personale senza restrizioni. I cristiani, dal canto loro, insistono ostinatamente  che il corpo, nella sua forma naturale, ha un significato morale. E questo è un messaggio profondamente offensivo al progressista devoto.

Come espone brillantemente Stella Morabito in quest’articolo, tale pseudofede vuole reingegnerizzare l’umanità, negando l’umanità delle persone. Il gender, punta avanzata del progetto, si prefigge di abolire le distinzioni sessuali all’interno della legge, il che porta all’abolizione dei legami familiari riconosciuti, il che conduce ad uno Stato che regola le relazioni personali e quindi consolida il suo potere come mai prima. Naturalmente l’attacco non si limita a tale fronte: abbiamo assistito in questi ultimi tempi ad una legge che toglie i figli ai genitori per ammazzarli meglio, in nome di una pietà fasulla.

Naturalmente ci vuole un grande sforzo per ottenere tutto ciò, perché occorre negare la realtà. Occorre  falsificare l’esistente, perché se il reale non può cambiare può cambiare però  la risposta delle persone al reale stesso. Per esempio può essere proibito parlare di maschi e femmine, o del fatto che l’aborto è uccidere una persona, oppure opporsi ad una eutanasia. Ci sono già le leggi; dove non ci sono, arrivano comunque i giannizzeri del nuovo sistema.

Come dicevo all’inizio,  per noi sesso vuol dire famiglia. Rendi il sesso un impulso, o un capriccio, o una decisione, e cesserai di avere una famiglia. Se tutto è sesso, niente è più sesso, nonostante chi tu sia rimanga scritto in ogni cromosoma. L’autonomia completa in questo campo vuol dire che il tuo corpo non è più un’entità definita, legale, che i bambini non sono più il prodotto di un uomo e una donna, e quindi possono essere tolti ed educati (o uccisi) da qualcun altro, se a chi regge lo stato, al potente, pare così. Puoi essere il “guardiano legale” di tuo figlio, ma non necessariamente. Legame madre-figlio? Se il figlio si compra, che cosa ne può rimanere?

In questo scenario, il potere controlla tutte le relazioni personali proprio alla loro fonte: la famiglia biologica. L’abolizione della famiglia autonoma sarebbe completa, perché la famiglia biologica cesserebbe di essere la normalità. La “famiglia” sarebbe qualsiasi cosa lo stato volesse. La ricerca di autonomia personale finisce con la fine di ogni autonomia.

Vogliamo fare una lista di condizioni per l’attuazione di questo progetto?

Tutti i gestori di comunicazioni devono essere a bordo – cinema, università, i media. Fatto.
Il personale nel’ambito della salute, specie quello relativo alla salute mentale, deve essere educato al suo compito e punito con l’allontanamento se non si conforma. Fatto.
La scuola deve educare i bambini con questa ideologia. Fatto.
Le grandi corporazioni e aziende devono collaborare con l’erogare fondi e a forzare la mentalità. Fatto.
Il messaggio deve essere mediato  tramite concetti più digeribili, come la parità di genere, la lotta al bullismo, la libertà personale, il diritto a non soffire. Fatto.
Pressioni sociali ed economiche e la censura totale devono colpire le persone che si permettono anche solo di chiedersi se sia saggio tutto ciò. Fatto.
Questo genere di persone deve essere etichettato come bigotto, omofobo, fascista, non-persona. Fatto.
E naturalmente anche le chiese devono diventare veicolo di questa non verità. Fatto?

Su quest’ultimo punto mi permetto di dissentire con la Morabito. Non è un punto come gli altri. Come ripeto da tempo, per me è la Chiesa il vero bersaglio; il dominio assoluto del potere sulla persona una gradita conseguenza.
E questo è il motivo per cui continuerò, di tanto in tanto, a parlare di sesso. Perché dovrebbe essere la verità non detta; la libertà di ciò che deve essere, e basta.

Vent’anni dopo

Mi hanno sempre affascinato i seguiti.

Ci sono gli eroi, i protagonisti, e hanno il loro momento di gloria. Poi quel momento passa. Si diventa comandanti dei moschettieri, si ritrova la più famosa delle reliquie, si sposa l’amato o l’amata. Cosa accade alla loro esistenza, dopo? Durante tutti gli anni che seguono?

Cosa accade ai sogni, al desiderio di quello che sarà, quando il futuro diventa passato, quando il tempo trascorre e ci si ritrova improvvisamente ad averlo consumato, quasi senza accorgersene?
Sono vissuti davvero felici e contenti, o quella era solo un’illusione? Hanno realizzato il desiderio profondo del cuore? Visto da distante, dall’alto, quel domani è ancora così immenso?
Valeva la pena vivere?

Che commozione, quando ripenso ai pensieri di giorni distanti. Ad una primavera che ormai ha i colori dell’autunno.
Ma questo è vivere. E’ proprio il vivere: la sorpresa di scoprire che il mondo non lo facciamo noi, ci è dato.

Ed è molto più straordinario di quanto noi avremmo mai pensato.

Oh, sì, dice il protagonista. Lo rifarei

Strade sicure

Subito dopo l’ultimo orto la strada diventa selvaggia.

Sulla destra scorre il torrente. Le acque sono opache e verdi, tintinnano e frusciano nel loro letto di alghe e ghiaia. Gli alberi che ne ombreggiano il corso sono rigogliosi, e a tratti i rovi e i sambuchi si alzano come un muro vivente a precluderne la vista. Alberi e cespugli si sporgono come massaie dal loro balcone verso la strada, quasi a volerla spingere via. L’erba sta crescendo folta anche dove il fondo di terra era più battuto. Si intravedono a stento i due solchi paralleli lasciati dalle ruote di trattori e carri nei giorni di un passato ormai remoto. Metà della pista è ormai succube dell’invasione vegetale, sull’altra mi muovo a fatica, scansando le fronde.

Devono essere ormai mesi che nessuno passa più di qui con assiduità. Il piccolo spiazzo fatato sotto le alte querce, dove confluiscono le acque dell’ovest e del nord, è quasi impraticabile. Le coppiette in macchina ora si fermano ben prima; ne ho visto i segni.  Proseguo: ma la strada sembra perdersi ogni metro un po’, smarrita tra alte erbe e fiori. Avevo pensato, in passato, ad essa come alla scorciatoia per una terra diversa, ed ora ad ogni metro mi sembra di essere in procinto di varcare quella soglia; forse l’ho già passata, ed i miei passi calpestano fiori di un altro mondo. Al di là del muro verde qualcosa di molto grosso si tuffa nell’acqua.  Vanamente provo a vedere cosa sia: l’intrico è troppo folto. Vado innanzi sempre più lentamente, mentre i tentacoli spinosi delle more si protendono come le dita di un invasore. Libellule diafane, trasparenti come certi pesci delle profondità abissali, volano a scatti tutt’intorno. Di tanto in tanto mi oltrepassano ronzanti alcune più grosse, di un traslucido blu o rosse come il mattone infranto, veloci, dirette verso l’ignoto.

Guardo avanti. Quella stradina dritta che ricordavo ora è diventata una piccola giungla. E’ nascosta la destinazione, che so esserci, là dietro. Per le mie gambe nude il cammino è diventato un tormento, mentre gli spini cercano il mio sangue. E’ straordinario quanto in fretta un poco di abbandono, di dimenticanza, possano rendere difficile percorrere un viottolo un tempo facile ed ospitale.
Si fa tardi; decido di tornare indietro. Uno stormo di uccelli si alza da un campo poco distante. Il sole fa capolino, basso tra le nubi scure, orlandole di azzurro.

Mentre ritorno su sentieri umani mi chiedo quanto tempo ci vorrebbe perché ogni nostro segno, tutto ciò che ci sempre importante e scontato, sparisse, se decidessimo di abbandonare. Non molto.
Quanto fragile è il nostro camminare su strade sicure.

Di nuovo il solito sesso

Dicevamo qualche giorno fa che non si parla più di virtù. Ma non solo. Non si parla più neanche di amore. Quantomeno nelle canzoni.
Sì, forse l’avete notato anche voi. Se avete un’età paragonabile alla mia, ricordate senza dubbio quei lenti un po’ melensi, quei ritornelli magari anche yeyè, quelle melodie che dicevano love, amour, amore.
Sparite.
Avrete notato anche da cosa quel vocabolo è stato rimpiazzato. Da un molto più prosaico: sesso.

Oh, sì. Perché struggersi per qualcuno per giorni, mesi, tutta la vita, corteggiare, spasimare, quando ci puoi dare una botta e via? Un tempo molte canzoni narravano una storia, oggi raccontano una sveltina. Neanche un’emozione, in fondo; persino quella ormai è troppo impegnativa.

Se credete che io stia esagerando, se pensate che sia una mia paranoia, beh, non lo è. Il sito The Federalist ci ha fatto sopra un articolo, recentemente. Facendoci scoprire quante poche canzoni con la parola “amore” nel titolo hanno conquistato la top americana dal duemila in poi – solo sei su cinquanta, nell’ultimo mezzo secolo o poco più. Perché quel tipo di canzoni oggi sono davvero poche. Se una volta quello che era celebrato era l’innamoramento, oggi evidentemente quello stadio non pare essere ritenuto più necessario. Si parla di eccitazione, si usano parafrasi o termini espliciti, musiche ritmicamente adeguate, ma il punto è sempre quello: è la parte fisica quella che conta, l’unica che forse c’è.

Ed io mi domando; cosa è conseguenza di cosa? I cantanti si limitano ad annotare una realtà, o la realtà è da loro creata? Davvero non esiste più l’innamoramento, il corteggiamento, il sospirare per qualcuno? Il desiderare tutto dell’altro, e quindi l’attesa, la promessa, la fedeltà?
In qualche maniera, non riesco a crederlo. Credo che ci siano ancora un sacco di canti di amore inespressi, non cantati apertamente nel fragore di questo mondo che ne riderebbe, ma sottovoce, con note mute, per chi li vuole ascoltare.

Cultura

Recentemente la mia azienda ci ha sottoposti ad un corso obbligatorio sulla prevenzione delle frodi sul posto di lavoro. Ovvero, non cercare di fregare la ditta.
Il corso (online, molto ben strutturato, persino con la partecipazione di un noto attore) insisteva particolarmente sul fatto che la prevenzione di tali comportamenti non si deve basare sulla paura del castigo ma sulla formazione di una mentalità che rifiuta questo genere di cose.

Cito:

“Onestà e integrità sono il fondamento di una cultura organizzativa di successo.
Le compagnie che promuovono l’integrità stabiliscono chiaramente che si attendono i loro impiegati:
-Conducano affari onestamente
-Seguano la legge e si comportino eticamente in ogni circostanza
-Facciano la cosa giusta senza riguardo per la posizione o le circostanze.”

La compagnia si aspetta. Per avere successo come organizzazione, deve stare alle regole. Altrimenti – è detto all’interno del corso – questo potrebbe danneggiarla; potrebbe danneggiare le persone che compiono la frode, loro e i loro familiari fino alla settima generazione. Queste frodi non vanno evitate per paura della punizione, è ribadito. Ma la punizione viene agitata davanti agli occhi comunque. Con insistenza. Per chi compie il misfatto, per chi non lo denuncia, per chi lo tollera. Neanche essere vessati, sottopagati, maltrattati può essere giustificazione. Oh, corretto.

Sono cose che non si fanno perché è contro la legge, contro la moralità, soprattutto può incidere sulla reputazione della compagnia. Quanto mi costi, imbroglio. Il benessere della compagnia è suggerito come bene ultimo, e si dice che questo si ottiene aderendo alle norme etiche ed alle leggi. La qual cosa, se si guarda bene, è un pochino ambigua.
Se lo scopo è mantenere il buon nome, e il profitto, della compagnia, non si comprende bene cosa possa succedere se il bene della compagnia e le leggi divergono. Oh, si nega possa accadere; Perché, è asserito, il bene della compagnia coincide sempre con la legge e la moralità.
Quelle norme etiche sono però, per usare una felice formulazione, come un cappello appeso ad un chiodo dipinto sul muro. Quali leggi? Quale etica?
Se il mio vantaggio è chiaramente nella frode, quale forza superiore, forza a parte, può impedirmi di frodare? Di quella cultura organizzativa, in ultima analisi, di cosa mi importa se nell’immediato non ho successo?
Perché è chiaro che il vantaggio di una società organizzata è per tutti, ma soprattutto per gli organizzatori.

Tutto si riduce ad un dovere; ad un volere il dovere; in pratica, un moralismo. E’ come se la compagnia si ponesse come una sorta di divinità dei tempi antichi. Uno di quegli dei amorali ma a cui bisogna dare rispetto e sacrificio se si vuole vivere in società. Amorali perché la legge se la fanno loro; amorali perché senza amore, l’unica cosa che può giustificare davvero una legge. Perché una legge senza amore per l’altro, fosse pure la più perfetta e giusta, non è altro che un cappio che si stringe. Le cose giuste, per le ragioni sbagliate.

Ma temo che nella cultura di questo tipo di organizzazione non ci sia molto posto per l’amore.

 

Esaltazione dell’Uomo

Non siamo dei. O anche solo dio.
Non siamo infallibili.
Non siamo onniscienti.
No, non sappiamo tutto. Non controlliamo tutto.
Manco la nostra vita, nei suoi particolari più insignificanti.
La prova provata? Oh, basta un semplice mal di pancia.

E’ questo l’Uomo che detta le Leggi dell’Universo, colui che dovremmo adorare?

Dadi

L’Universo? Puro caso, nient’altro che un cosmico lancio di dadi.

Sì, ma chi ha fatto i dadi?

Le cose che facciamo invece

Ormai sono un paio di decenni che vivo con mia moglie, e quindi comincio a conoscerla un pochino. Così mi è capitato di osservare che, quando deve fare qualcosa che non le piace, comincia a rallentare e si mette a svolgere le occupazioni più assurde.
Siamo già in ritardo per andare a quell’appuntamento, e lei si attarda a bagnare le piante grasse, o piegare gli asciugamani, o a decidere se è meglio “questo” oppure “quello”.
Non dico che lo faccia consciamente. Anzi, sono abbastanza sicuro che la sua reazione non nasca da una scelta deliberata. Io, in situazioni analoghe, comincio a borbottare e grugnire e divento nervoso come un topo al Colosseo. Penso che questo comportamento rientri nella categoria de “le cose che facciamo invece”.

Temo sia strutturale nel genere umano, salvo in quei suoi rari membri che sono in pace con il loro destino. Rimandare, non pensarci, seppellire la realtà sgradita dietro strati di banalità, di benaltrismo, di bestialità.
Eppure la realtà esiste, l’inevitabile arriva, non è il non pensarci che lo può impedire. Certe cose non possono essere schivate. E di una cosa sono più che certo: a certi appuntamenti non si può arrivare in ritardo, per quante cose ci inventiamo da fare invece.
Perché non sta a noi: è l’inevitabile, è il Mistero che, nell’ora decisa, ci viene a trovare.

 

Piccola

Il cuore senza amore è abituato a calcolare tutto; per questo non prenderà mai in considerazione qualcosa così piccola e insignificante come una speranza.

Non si parla di virtù

Avete notato? Non si parla più di virtù.
Pensate ai vari personaggi pubblici, ai divi di questo nostro tempo. Quando mai li sentite lodare per una virtù che possiedono? E’ molto più probabile sentire esaltare la loro trasgressione, il loro essere contro il sistema – ovvero l’essere completamente integrati al vero sistema di potere.

Quello che conta è semmai essere senza virtù, o praticanti di un qualche vizio in modo spettacolare. E mi domando: sono questi i migliori, coloro che dovrebbero essere d’esempio? Se li si segue dove si finisce?
Certo, ci possiamo anche raccontare che il male non esiste, che tutto è lecito, che un modo di vita vale l’altro. Ma, sotto sotto, se ic fermiamo a pensare, se siamo una volta tanto seri con noi stessi, sappiamo bene che non è vero.

Provate anche voi. Prendete quelli famosi. Elencate le loro virtù, se ci riuscite. Ma badate.
Il coraggio ha sempre un fine, se no è incoscienza. Essere provocatori non è una virtù, e neanche l’ostinazione. Nemmeno lo è cantare, giocare bene a calcio o a letto. Lo stesso vale per seguire il vento, o raccontare bene le balle.
Fatto? No, tenetele per voi, non postatele nei commenti. Non voglio denunce per diffamazione.