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Impegni

Stamattina, mentre sfrecciavo con mia moglie attraverso la fredda campagna, facevamo il conto dei diecimila impegni e problemi familiari che ci attendono nei prossimi giorni. C’è da sfruttare ogni momento di questa vita-trottola che abbiamo. Esaurita l’emergenza, Il discorso è caduto sul prossimo libro di Ratzinger e del cardinale Sarah sul celibato dei sacerdoti. Di Sarah sto leggendo l’ultima opera, e all’argomento dedica parecchie pagine intense e ispirate.
Mia moglie, riferendosi a quanti premono per l’abolizione del celibato, ha commentato così: “Già si lamentano che non hanno tempo di fare i preti perché presi da mille riunioni e impegni che non c’entrano niente, pensa se fossero pure sposati”.
E non c’era altro da dire.

Anni da blog

Il mio blog può quasi guidare il motorino.
Chi l’avrebbe mai detto. Era così piccolo, quand’è nato. Poi è cresciuto, ha conosciuto gente, un po’ di tutti i tipi; i bulli e gli amici veri.
Ogni anno di un cane corrisponde a circa sette anni umani, quello di un gatto a sei (ma i primi due contano il doppio). Non credo che si possa applicare un simile calcolo anche a queste paginette quindicenni: hanno cominciato a camminare molto presto, hanno mutato pelle a metà strada e da parecchio camminano in mezzo all’altalena dei social. Non hanno seguito le mode: questo potrebbe essere indizio di mezz’età, pigrizia o lungimiranza. Forse avrebbero molti più visitatori mi travestissi da diavolo e pubblicassi filmati ballonzolando sullo sfondo di fiamme digitali, aprissi pacchi o se fossi decisamente più estremo nei miei commenti. Beh, influencer sono stato: crampi dolorosi, quattro giorni a letto e due settimane fiacco: mi è bastato.
Sono fatto così: scrivo per capire, spiego per apprendere, e non sono poi così cattivo come dicono. Ormai l’avrete capito, se siete più che incontri casuali.
Miei quattro lettori, abbiate ancora pazienza con me. Tra tre anni il blog potrà prendere la patente, e chissà dove andrà allora.


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Credersi

Può capitare di credere a delle bugie.
Più grave è quando finiamo per credere a quelle che noi stessi diciamo.

La progressiva perdita dei sapori

Non esiste nessun ideale per il quale possiamo sacrificarci, perché di tutti conosciamo la menzogna, noi che non sappiamo che cos’è la verità.
André-Georges Malraux

Mi rammento bene il sapore delle fragole di quand’ero ragazzo, lontano da quanto oggi posso gustare. Certo cioccolato, alcuni profumi, la meraviglia di cieli e colori sembrano solo ricordi distanti.
Scherzi della memoria, oppure le cose davvero non sono più quelle di un tempo, decadute da una antica età dell’oro? Piuttosto, non saranno i miei sensi ad essere irrigiditi dall’età?
O, ancora, non sarà l’abitudine, la mente sazia come un reduce dalle feste che guarda inappetente le delizie dopo averne troppo goduto?

E’ tutto ciò che mi circonda che mi sembra ingrigito, attenuato; le passioni brucianti, gli entusiasmi di un tempo paiono impossibili oggi.
Forse saranno le delusioni; i sogni rivelatisi illusioni, il vedere quanto si pensava impossibile macchiare il reale come un lichene, un fungo della decomposizione. Il progressivo restringersi della speranza, e la certezza che certi eventi mai più avranno luogo.

Più il tempo scorre, più siamo stretti da esso. Quando si è giovani l’esistenza è una prateria aperta e sconfinata, dove ogni cosa può accadere. Con gli anni ormai sappiamo le montagne invalicabili, conosciamo gli impraticabili burroni, e le catene con le quali ci siamo legati. Alcune dolci, ma pur sempre infisse nella nostra carne; non ci è possibile strapparle senza buttare via anche una parte di noi.

Forse è proprio questa la vecchiaia: la cessazione del nuovo, il rassegnarsi a ciò che pare inevitabile.

Sapete una cosa? Io non ci sono ancora. Se il piatto è divenuto insipido, ne proverò un altro; o riscoprirò ciò che avevo dimenticato. E se i miei sensi non sono più in grado di percepire quel gusto, sono sicuro che da qualche parte mi aspetta una strada non ancora percorsa che conduce alla fonte che dà il sapore ad ogni cosa.
E’ il momento di ricominciare.

Il Bambino e la gatta

La nostra gatta, Birba, è sempre stata appassionata di presepi. Le piace passeggiarci sopra, causando il noto effetto Godzilla sulla popolazione residente di statuine.
L’ho colta poco fa, mentre occhieggiava la Capanna con un fare simile al Gatto Mammone di buzzatiana memoria. Ci siamo guardati. Le ho detto: puoi fare quello che vuoi, seminare distruzione tra le palme e i pastori, ma quel Bambino stasera lo mettiamo proprio lì, al suo posto, in quella culla. Perché stasera viene, e rimane. Nessun gatto lo può rapire, nessuna zampa lo può spazzare via, e se anche accadesse noi ricostruiremmo la Capanna, e ancora rimetteremmo su la Madonna e gli Angeli e asino e bue. Perché quello è il centro del mondo, il centro del tempo e dello spazio, ed è da lì che parte il senso di tutto quello che sta all’intorno. Il nostro eterno non essere mai pronti, il nostro continuo ricostruire. Anche il nostro non esserne all’altezza.
Lui lo sa, per questo, proprio per questo è venuto.

La gatta mi ha guardato perplessa. Chi, io?

Ancora Buon Natale.

Salendo in cerca di un cielo

Qualche considerazione e una veloce recensione di Episodio IX. Possibili lievi tracce di spoiler nel paragrafo finale.

Me lo ricordo bene, il primo Guerre Stellari. Il suo successo strepitoso, ed io tra i fans più sfegatati.
Per uno come me impallinato di spazio e di scienza, vagamente sfigato, la storia del ragazzo di campagna che va a salvare la principessa nella fortezza volante del nero nemico era qualcosa che sollecitava tutti i miei sogni. Oh, avere una spada laser…
Il suo seguito era meno favola ma, hey, avventura pura. Ok, la principessa se la fa con il tuo migliore amico ma, cappero, hai ancora la spada e stai diventando un Maestro Jedi che combatte per la Giustizia.
Nel terzo te ne pigliavi parecchie, la principessa non solo ti era sfuggita ma era pure tua sorella (e vederla in bikini non aiutava). C’erano quegli orsetti odiosi che se la cavavano meglio di te. Ok, hai recuperato tuo padre e sconfitto l’Impero, accontentati così: sei un Jedi.

Poi arrivarono i prequel. I Jedi, mitici cavalieri\samurai sembravano più il consiglio di amministrazione di una banca che eroi senza macchia e senza paura. La loro accademia aveva lo stesso appeal di un istituto tecnico, e la Forza le connotazioni di una malattia (Cos’hai per i midichlorian? Quest’anno sono pieno). Questi tempi più civilizzati non sembravano Camelot, quanto una fastidiosa contemporaneità molto poco magica. Perché un ragazzo avrebbe dovuto sognare di finire laggiù?

E poi la terza trilogia. Rey sembra essere un clone di Luke più ginnico, ma non ha principi o principesse da salvare. Brama un altro cielo, ma non sa quale. Oh, sì, il mito della Resistenza. Ma ormai sappiamo che è un mito. Li abbiamo visti, i Jedi. Quella immedesimazione che era scattata all’inizio, tanto tanto tempo fa, qui non esiste più. La favola si è uccisa di sociologia, psicologia, e abitudine.
Se agitiamo ancora la spada laser è perché lo faceva un ragazzo di Tatooine, di cui ancora non sapevamo niente, tranne che voleva come noi l’avventura.
Ed eravamo abbastanza giovani da credergli.
Per un attimo, in episodio VIII, pare quasi che si possa ripartire, che si possa buttare alle spalle tutto e ricominciare. Ma…

E’ con questo in testa che sono andato a vedere Episodio IX, l’ultimo Guerre Stellari in tutti i sensi, ieri sera. In mezzo a gente che, per la maggior parte, alla prima apparizione del Millennium Falcon non era ancora neanche nata.
Oh, è più che piacevole. Si ha l’impressione che sia rimasto premuto il tasto di avanti veloce, tanto il ritmo è concitato. Il mio vicino di poltrona sosteneva che con i primi dieci minuti Jackson ci avrebbe fatto tre film. Come il primo della trilogia finale, “L’ascesa di Skywalker” rimane abbondantemente sopra le righe per tutto il tempo (se solo JJ Abrahams, il regista, volesse provare a capirci qualcosa di fisica!) sommergendo lo spettatore di colpi di scena improbabili e di personaggi secondari inutili e pittoreschi. C’è un gran buco a forma di Carrie Fisher, la fu Principessa Leia, al centro del film, e si vede; i pezzi si incastrano a malapena, e si intravede cosa avrebbero dovuto essere.
E poi si arriva al finale, chiedendosi perché debbano morire… i milioni di “cattivi” che, sappiamo ormai, non sono che bambini-soldato dalla mente piallata, massacrati allegramente per tutto il tempo dagli eroi. I figli, in alcuni casi i colleghi di coloro che sparano loro addosso.
Ecco, avete visto cosa avete fatto? Mi avete spinto a domandarmi se davvero il destino dell’Universo sia nel duello finale tra quei personaggi nella gigantesca arena dei senza volto. Che potere davvero possono avere, che non gli sia dato? Coloro che hanno camminato in cerca di un cielo diverso sembrano persi in un purgatorio senza dio dove le redenzioni non sono mai abbastanza. Come in una tragedia Shakesperiana, la conclusione non sembra poi così lieta.

E poi finisce. Finisce là dove in un certo senso era iniziato, con quei due soli appesi in un tramonto inquieto che il mio cuore ha sempre desiderato.
Ma era una galassia lontana, e tanto tanto tempo fa.

Nel deserto

E’ da domenica che sto male. Passata la fase dei crampi  – i peggiori che ricordi – e del vomito, sono tre giorni che mi trascino con testa che gira e gambe tremule.
Potreste anche dire: in tutte queste ore in cui sei lì, forzatamente immobile, lontano dai lavori e dalle distrazioni, chissà quanti post hai scritto, chissà quante idee ti sono venute.
Ma non è così. Ringrazio di avere avuto un paio di bozze da parte, perché il mio cervello si dibatte come un pesce in uno stagno arido e secco. Non mi viene niente da dire, niente di cui scrivere.
Perché per alimentare una sorgente bisogna pure che piova; occorre che accada qualcosa, perché se ne possa parlare.
Nel silenzio della mia stanza, ciò che accade è altrove. Non ne ho esperienza. Cosa dire di ciò che non so?
Non è nel deserto che la vita scorre impetuosa.

Alimentazione

Se li nutri d’odio,
attento alla mano.

Qualcosa che accade

Non sono poi così vecchio da non ricordare quando cercavo di immaginare la mia futura donna del destino. In fondo mia moglie la conosco da appena metà della vita.
Capita a tutti, credo. Non ci possiamo non chiedere, chiunque noi siamo, se ci sarà, e chi sarà la persona che vivrà accanto a noi. Anche coloro che non sembrano credere nell’amore che dura, c’è questo agognare una perfezione, che il proprio desiderio sia pienamente corrisposto. Il sogno realizzato, vissuto.

Così lo si immagina. Corporatura, colore dei capelli, carattere. E il cuore si colma di speranza e commozione.

E ragionavo che la stessa cosa è accaduta all’umanità nel suo complesso. Perché l’essere umano non si limita a sognare la persona da amare. Vuole qualcosa che lo completi del tutto, la risposta ad ognuno dei suoi sogni. E si rende conto che ogni cosa umana cade corta, l’orizzonte è sempre più in là.
Questo struggimento si chiama senso religioso. L’incompletezza perenne che esige una risposta che sembra non esserci ancora.
Così ci si immagina questo infinito. Si sogna. Si cerca una forma, che assume l’aspetto di una religione – un modo di rapportarsi a questo Mistero che l’uomo si fabbrica. Sono religioni anche quelle risposte che dicono che oltre l’orizzonte non c’è niente solo cenere e polvere, o un sole dell’avvenire troppo freddo per scaldare anche le ossa dei morti. Anche il non rispondere è una risposta. Ma sarebbe irragionevole fermarsi ad essa: finché la c’è vita, bramiamo l’eterno.

Eppure un giorno incontriamo una persona reale. Non qualcuno fabbricato dalla nostra immaginazione, ma una persona in carne e ossa, che è la risposta ai nostri sogni della giovinezza. Qualcuno inevitabilmete diverso da essi, ma che ci sorprende e ci stupisce appunto perché lo è.

Così l’umanità ha incontrato il suo Destino, quando l’Eterno si è fatto uomo. Oltre ogni immaginazione, ogni sogno più audace. Irriducibile al nostro pensiero. Questo è il cristianesimo, questo è l’Avvento, il miracolo di un avvenimento impossibile da immaginare. Perché non programmato da noi. Qualcosa che accade.

Quello che si è perso

Io non mi sono mai neanche acceso una sigaretta – l’avevo promesso a mia nonna, e le promesse le mantengo. Visto però che leggo articoli esultanti perché una certa droga ora è di fatto legale, vi voglio raccontare qualcuna delle mie esperienze passate in merito.

Io ho perso, a causa della droga, almeno tre compagni di scuola. La prima era anche una mia vicina, ci conoscevamo dalle elementari. La vedevo sempre più nervosa, poi seppi perché – non potevo immaginare. Si buttò da un balcone. Un altro morì lontano, in un ospedale. Il terzo lo trovai io, su un pavimento di cemento sotto un cielo cupo. Era una notte fredda, ma lui era ancora più freddo. Me lo ricordo sorridente a dodici anni; l’avevo visto scendere sempre più in basso, sempre più violento.
Facevo servizio di ambulanza, allora. Un’altra persona che conoscevo la trovammo nel suo appartamento, inginocchiato con la faccia per terra, viola, morto da un giorno. I vicini si erano preoccupati per la radio a volume altissimo per tutta la notte.

Allora avevo già cominciato a riconoscere i segni distintivi di quella malattia volontaria. A colpo d’occhio. Ne avevo visti troppi. Mi ricordo di due che prendemmo da un certo prato vicino al fiume. Li portammo all’ospedale, facemmo un altro soccorso, poi ci richiamarono sullo stesso luogo di prima. Erano gli stessi due che, dimessi e svuotati dal Narcan, erano tornati a farsi.
Una volta ci mandarono in una piazzola di periferia dove trovammo un ragazzo riverso a terra. Aveva il colore di una melanzana, respirava appena, lo caricammo di corsa, riuscì a cavarsela. Telefonò il giorno dopo, voleva sapere se avevamo visto la sua auto, che era sparita. Amico, gli dissi, non ho avuto tempo di guardarmi intorno mente ti portavo di peso in ambulanza. Ti abbiamo preso per i capelli, cinque minuti dopo ed eri morto. Capì, non la finiva di ringraziare. Non so cosa ne sia stato. Spero gli sia servito.

Potrei narrarvi altro. Di racconti di canne nello spogliatoio, di gente dopo incidenti che manco sapevano dove fossero. Di persone che hanno cercato di fuggire dalla vita e se la sono distrutta. Il dolore che cerchi di scacciare, ma che ritorna, carico di violenza, di rabbia, di rancore. Soprattutto verso se stessi. E’ difficile uscirne, se non si ritrova un senso per ciò che si è. Un senso che quei simpatici assassini, entusiasti perché ora è legale friggersi il cervello, non possono dare.

In-Significati

significato
/si·gni·fi·cà·to/
sostantivo maschile
1.
Il contenuto della parola (o, più generic., di qualsiasi mezzo di comunicazione o di espressione), in quanto traducibile in concetti, nozioni, riferimenti.
In linguistica, l’entità del contenuto concettuale definita dalla corrispondenza con il segno linguistico ( significante ).
2.
Il valore di un fatto, in rapporto alle ragioni che lo hanno motivato o alle eventuali conseguenze.

Il significato è ciò che lega il segno linguistico al concetto. Come abbiamo discusso in precedenza, ad esempio qui e qui, c’è chi pensa che questo significato sia liberamente alterabile. Se non c’è legame tra il segno linguistico e l’oggetto che esso rappresenta, quest’ultimo non ha davvero un significato. La parola esprime quello che le voglio fare dire: ovvero, ciò che chi ha il potere vuole farle dire. Le etichette di un supermercato possono essere arbitrarie, possono essere decise senza che esse abbiano una corrispondenza con gli oggetti reali sugli scaffali. Perché mi fa comodo.
In altre parole: sono insignificanti.

Spesso dimentichiamo che, all’infuori del cristianesimo, tutto ciò che è piccolo e debole è insignificante.
In-significante vuol dire che non possiede significato; ovvero, che non ha valore. E’ in balia del più forte: si tratti di un bambino da abortire o abbandonare, un vecchio da dimenticare o sopprimere, un povero, una donna, una famiglia, un matrimonio, un popolo da distruggere. Così era; così è, dove il cristianesimo non c’è mai stato; così sarà, qualora esso venisse dimenticato.

Per il cristianesimo, invece, ogni cosa ha valore perché è voluta. Non è capriccio degli dei, non è materia senza scopo creata da leggi fisiche indifferenti, non è ciò che io voglio o penso. E’ lì perché è stata creata per uno scopo, è lì perché è amata. Amore vuol dire volere il bene, il meglio per l’oggetto di quell’amore. Ogni cosa, ogni persona, per quanto piccola e apparentemente inutile, esiste in quanto amata; è lì perché voluta.

Questo vuol dire che il suo significato non è in mano mia. Che il piccolo bambino spastico e terminale ha la mia stessa dignità, se non più grande. Non ho potere su di lui; non quello di dargli o togliergli significato. Io stesso ho significato: non sono quello che tu vuoi che io sia, ma sono libero, bello, vero.
E’ per questo che il cristianesimo è odiato da chi ha il potere, da chi pensa di potere usare delle cose a suo piacimento. Da chi inganna sul significato delle cose.
Perché dice che il solo modo di essere insignificanti è ostinarsi a negare quel legame di amore.

Attendendo la catastrofe

Un articolo che ho letto qualche giorno fa, da un sito americano, asserisce che i pazzoidi che si procurano armi da guerra, mettono da parte cibi in scatola e costruiscono rifugi blindati, per la statistica non sono poi così folli. Anzi. Dati alla mano, ci sono ampie possibilità che saranno loro che rideranno ultimi, dato che ci sono forti probabilità che nel corso del prossimo futuro esploda un qualche tipo di conflitto in cui queste cose torneranno molto utili. C’è una certa tendenza a sottostimarne i segni premonitori.

Non è un’ipotesi campata per aria. Se la storia è storia, le nazioni tendono a non prosperare in eterno. Sorgono, cadono. I governi, anche più spesso. Violentemente spesso. Dai disordini civili, alle guerre, alle invasioni, non c’è stato che ne sia rimasto immune. Nel nostro caso, i settant’anni trascorsi dall’ultimo grande disastro sono un tempo già lungo. Come per i terremoti, se il suolo sta fermo per molto tempo non significa che si sia fuori dalla zona sismica. Le rovine antiche stanno lì ad ammonirci.

Il fatto che chi ha i soldi, la conoscenza e il potere – in America, almeno – si stia zitto zitto attrezzando con sistemi di sopravvivenza potrebbe destare qualche allarme. Ma l’allarme non basta, specie chi considera l’uomo buono, e il maggior pericolo una catastrofe ambientale del tutto immaginaria.

Andate a vedere come si vive appena prima che la vera catastrofe colpisca. Normalmente, salvo pochissimi nessuno prevede che i tempi stiano per diventare tanto brutti così in fretta. Chiedetelo ai siriani, chiedetelo agli ucraini. Non ci si aspetta il peggio, come il tizio che sta precipitando dal grattacielo: decimo piano, tutto bene; nono piano, tutto bene…

Tornano in mente quei tesori trovati nei campi, i forzieri pieni di monete e gioielli antichi sepolti e dimenticati, riscoperti secoli dopo, che ho visto in alcuni musei. Anche i loro proprietari si erano preparati, ma è stato inutile. Non sono mai tornati.

Ci sono poche cose più struggenti che assistere agli ultimi momenti di vita di persone inconsapevoli che la loro esistenza stia per finire. I messaggi, i progetti per il futuro. Grandi menti o piccole, vite vissute pienamente o meno, finiscono. Ogni loro memoria, ogni esperienza, perduta.
Se non ci fosse un’altra vita. Intanto però, dell’attuale ne abbiamo una sola.

Oh, come cambia il nostro modo di vedere il tempo quando sappiamo che esso sta terminando. Quanto diventa più chiaro ciò che è superfluo e cosa no. Ma la nostra personale catastrofe finale non potremo evitarla né con le armi né con i rifugi.

E mi viene il dubbio. Attrezzarsi per sopravvivere, ma ci attrezziamo per vivere davvero?

Statisticamente improbabili

Un interessante articolo che ho appena letto mette in questione l’assunto che la vita intelligente sia un risultato pressoché certo del processo evolutivo.

Certo, noi uomini ci siamo. Ma il fatto che noi esistiamo non è poi così scontato. Se si presta fede alla teoria dell’evoluzione, noi siamo il risultato di successivi gradini, anelli di una catena che conduce a noi. Per riassumere quelli più critici, il sorgere della vita; l’organizzazione delle cellule; la fotosintesi; la riproduzione sessuale; animali complessi, lo scheletro… e l’intelligenza. Ognuno di questi salti evolutivi si basa su quello precedente, sarebbe impossibile altrimenti. E per quanto ne sappiamo, ognuno di loro è avvenuto una volta sola nel nostro passato. Quanto sia difficile che accadano ci è segnalato dal fatto che questi eventi sono distanti tra loro nel tempo centinaia e centinaia di milioni di anni. Il che li rende davvero parecchio improbabili.
Se diamo ad ognuno di essi una possibilità del 10% di realizzarsi, questo fornisce una probabilità di raggiungere l’intelligenza di uno su dieci milioni. Ma se consideriamo i centinaia, migliaia, milioni di passi intermedi altamente improbabili necessari a raggiungere ogni risultato – i fini aggiustamenti delle proteine, i delicati equilibri… le leggi della statistica dicono che la nostra esistenza non è come estrarre il biglietto vincente della lotteria cosmica, ma estrarlo ancora e ancora e ancora e ancora…

Insomma, la casualità come motore di cambiamento è decisamente poco efficiente. Ci si può consolare come fa l’articolista, con il pensiero di infinite scimmie che scrivono i sonetti di Shakespeare. Peccato che, statisticamente, per completarne anche uno solo non basti tutto il tempo dell’universo. Per quante scimmie ci riusciamo ad immaginare.

Certo, ci sarebbe una soluzione molto più efficiente: pensare che Qualcuno ci abbia voluti, e fatti. Ma non si può: quali sono le probabilità che esista Qualcuno così improbabile come Dio?
Più o meno che esista un essere così improbabile come l’uomo?

Parole

Nessuna parola può rendere vero il falso, o falsificare ciò che è vero.

Pensiamoci, noi che viviamo di parole.

 

Fermi al rosso

La politica è l’arte di cercare problemi, trovarli esistano oppure no, diagnosticarli incorrettamente, e applicare i rimedi sbagliati
Ernest Benn

Pare che i nuovi dispositivi installati a Torino che “pizzicano” coloro che passano con il rosso stiano facendo un lavoro egregio. In alcuni incroci beccano qualcuno praticamente ad ogni ciclo di semaforo.
Ora, è senza dubbio possibile che gli automobilisti indisciplinati siano in numero esorbitante. Però tutto ciò mi ricorda quei professori che, di fronte ad una classe tutta insufficiente, incolpano la scarsa intelligenza degli allievi o la loro mancanza di volontà. Anche questo è possibile. O forse pretendono troppo rispetto a ciò che spiegano.

Capitemi bene: se io passo con il rosso perché voglio fare prima, di prepotenza, me la sono cercata. Quel che faccio è pericoloso per me e per gli altri. Se poi vedo che non accade niente, e la faccio franca… Ben diverso se l’infrazione accade perché il giallo dura due secondi e l’incrocio è largo cento metri.
Un nodo stradale dove i trasgressori sono così frequenti è probabilmente regolato o progettato male. Allo stesso modo, certe infrazioni endemiche, certi disagi indicano un malessere che non può essere risolto solo citando la legge, o imponendola.

Quello che rende perplessi della politica, oggi, è che raramente parla delle cose importanti, cioè delle vere cause dei problemi che affliggono la nostra società. Ci sono imposti temi strumentali, del tutto inventati come il cambiamento climatico o che interessano una piccola minoranza eretta a paradigma.
Forse ciò che guida il dibattito è un’agenda nascosta fatta di opportunismo, brama, ideologia. Forse semplicemente si mira a far dimenticare ciò che è davvero importante. In fondo importa poco. Se la politica è confronto su ciò che fa andare avanti la società, adesso si sta discutendo d’altro.

Si fa in fretta a dire populista. Il popolo ha ragione a domandare che gli sia dato ascolto. Se ciò non accade, se nel salotto buono per lui non c’è posto, ha tutte le ragioni di chiedere, esigere che le cose cambino.
Il guaio è che in una società come la nostra chi fa della politica la propria professione o ha una forta spinta ideale, o è spinto da tutt’altro. Per cui abbiamo gente per cui è più comodo attrezzare trappole attorno ad un semaforo mal gestito per fare cassa piuttosto che trovare il modo di farlo funzionare bene. Ovvero: gente a cui non importa davvero di te.

Non sono così ingenuo da pensare che questo o quel partito possano fare la differenza, se non entra in gioco quell’ideale di cui parlavo prima. Qualcuno che abbia a cuore il bene di tutti.
Se non perché ama il bene, almeno cinicamente perché è il modo di conquistare e mantenere il potere.

Pericolosa follia

Sono capitato per caso su alcuni versi del Macbeth di Shakespeare.

Consigliano a Lady Macduff, dopo che suo marito è costretto all’esilio, di fuggire. Ma perché dovrei fuggire, si domanda lei, non ho fatto niente.
“But I remember now
I am in this earthly world; where to do harm
Is often laudable, to do good sometime
Accounted dangerous folly.”
“Ma ora ricordo
Sono in questo mondo terreno;  dove causare danno
E’ spesso lodevole, fare il bene talvolta
Considerato pericolosa follia.”

Di lì a poco la signora sarà uccisa con tutti i suoi bambini.
Riflettevo come la distruzione dell’innocente da parte di chi vuole il bene per se stesso, cioè il male, è una costante di tutte le epoche; l’anno mille della tragedia, il milleseicento del poeta, oggi.
Eppure continuiamo a fare quel bene, quella pericolosa follia, a cercarlo, a desiderarlo.
Ma se quel bene non esiste, e non c’è una Giustizia più alta che compensi lui e quel male, cosa desideriamo?

Che folli siamo, che meravigliosa pazzia è la nostra.

Ragioni

E’ quando siamo nel giusto che più dobbiamo temere.

Il demonio per tentarci si serve, più che dei nostri torti, delle nostre ragioni.

Misure

Nell’epoca moderna, (…) l’uomo considerandosi misura di tutte le cose, ci appare condannato a dibattersi tra una duplice alternativa: la presunzione o il cinismo
Luigi Giussani

 

Come ingegnere mi hanno insegnato a misurare. Occorre prima capire qual è l’oggetto della nostra ricerca, comprendendo le grandezze fisiche coinvolte; stabilire le unità di misura da usare. Quindi dobbiamo trovare il modo di ottenere la loro grandezza, confrontandola con un campione noto, così che da relative possano diventare assolute.  Si ricerca quali siano gli strumenti adatti allo scopo. Li si assembla, li si prova, si verificano i risultati ottenuti. Poi occorre quantificare l’errore ineliminabile insito nei nostri procedimenti, di quanto ci possiamo sbagliare, se quanto troviamo sia attendibile o meno. Fatte queste premesse, si può misurare.

Detto questo…

L’uomo che si concepisce misura di tutte le cose, con che metro misura il suo stesso cuore?

 

Nel bisogno

Discutevamo qualche giorno fa di come l’autorità vera sia quella che ti aiuta a riconoscere la verità. Ovvero qualcuno è autorità per te quando ti spinge a cercare la corrispondenza tra il tuo cuore, la tua mente, e la realtà. Una persona che non limita la tua libertà, ma la dilata, la fa esplodere.

Ieri ho udito questa frase: “Quanto più siamo bisognosi tanto più riconosciamo l’autorità
Anche questo è innegabile. Noialtri esseri umani, normalmente, tendiamo a fare a meno di qualcuno che ci indichi la strada, perché non riconosciamo la nostra limitatezza. Fino a quando non ci sbattiamo contro. Se penso ai miei figli, quando la normale insofferenza adolescenziale verso di me si attenua? Quando hanno qualche bisogno a cui non sono in grado di provvedere da soli, ad esempio qualcuno che li scarrozzi per la città a tarda notte.

Qui però mi sorge il dubbio. Non c’è il rischio che il mio riconoscere l’autorità diventi solo la conseguenza di una pretesa? La rifiuto quando non mi dà quello che chiedo, non mi concede il desiderio, non si adegua a ciò che penso. Mentre quando liscia le mie penne va tutto bene.

E’ chiaro che una autorità del genere non è il meglio per me. Mi concede sì ciò che desidero, ma non ciò che è vero. Come faccio però io a distinguere l’uno e l’altro? Come riesco a separare la vera autorità da quella falsa, se sono le stesse mie idee di vero e falso che mi conducono a quella scelta? L’eventuale suo rifiuto arriva dalla ragione o dal risentimento?
La domanda può essere anche più radicale: esiste un vero oggettivo, un bene oggettivo per me? Oppure è tutto legato alla soddisfazione del momento?

Ci sono molti, oggi come ieri, che sostengono la seconda ipotesi. Quel carpe diem che spesso è più simile all’istintiva immediatezza degl animali. Ma anche gli animali provvedono alle provviste per l’inveno, alla preparazione del nido e a fare rotta per paesi più caldi; salvo quelli dalla vita troppo breve ed effimera per curarsi del futuro.

Il punto nodale è capire cosa sia, dove stia realmente il mio bene. Come si possa fare a disincrostare il cuore in modo da distinguere ciò che davvero esso nel profondo desidera, e non un travestimento..

Credo che questo sia lo scopo del tempo. Il tempo che si condensa nell’esperienza, il decantare dei momenti che separa ciò che davvero importa dalle scorie dei nostri pensieri.
Il tempo è una strada, e un cammino. Un cammino, e qualcuno che ti aiuta a camminare, con la sua compagnia, qualcuno che magari riesca a vedere più lontano di te, oltre le curve e il bosco. Una autorità.

Occhio all’etichetta

Visto che oggi è “Black Friday”, e ho già risparmiato 200 euro con il non comprare niente, offro alla vostra meditazione un esempio in tema.
Andate nel vostro negozio preferito e cercate le offerte. Ma vi accorgete che c’è qualcosa di strano. Volete comprare una bicicletta, però la didascalia sotto il modello che avete scelto riporta “frullatore”. Guardate un paio di calze, e l’etichetta recita “salsa di noci”. Presto vi rendete conto che nessun nome o prezzo sui cartellini corrisponde a quanto vedete.

Qual è il risultato, se non una grande confusione, un inganno? Ve ne andate, seccati.

Avete compreso? Un nome non è qualcosa di completamente slegato. Ha un legame profondo con ciò che indica. Il suono, la grafia che lo esprime possono cambiare, “mela” o “apple”, ma la realtà al di sotto permane immutata.

Provate altrove, dove le etichette sono più attendibili. Lo stesso appendiabiti ha descrizioni lievemente differenti, prezzi che cambiano a seconda che sia in offerta o meno. Ma ciò non toglie che rimanga un appendiabiti e non un ciclomotore.

I confini tra gli stati possono variare, arbitrariamente scelti, ma rimangono confini e non matite. La distinzione tra pianeti e planetoidi è in qualche maniera confusa, ma quei concetti descrivono tutti corpi celesti e non bicchieri. Un fringuello resta tale anche se ha il becco di dimensioni differenti, però non è una balenottera. In altre parole: non mi è dato cambiare, ridefinire la realtà a mio piacimento. Posso solo agire “quantitativamente”, non “qualitativamente”.

Un altro esempio? Il matrimonio è sempre stato inteso tra un uomo e una donna: se io dico che due persone dello stesso sesso si possono sposare tra loro io cambio la definizione di matrimonio. E’ macroevoluzione, non microevoluzione, è un mutamento di paradigma, una riscrittura del cartellino. Che, non essendo io padrone della realtà, non sono autorizzato a fare. Un gatto rimarrebbe tale anche se imparasse ad abbaiare. Io non posso dire che sono Presidente del Mondo e promulgare leggi vincolanti, anche se sono convinto di esserlo.

In altre parole: non mi è lecito mischiare le etichette, perché esse non sono arbitrarie.
Se lo faccio, potrei ritrovarmi a pedalare su un frullatore.

 

Definizioni

Ho appena finito di leggere un post molto interessante di un antico amico e commentatore di questo blog. In esso pone come esempio il caso di due conoscenti che vedono un cane in lontananza ma uno, essendo miope, lo scambia per un gatto. Segue una bella discussione su cosa sia il vero. Mentre lo scorrevo mi ha colpito un certo passaggio, questo:

non può esserci nessuna incertezza sul fatto che se è un cane allora non è un gatto e viceversa.

Mi sono detto: magari fosse così. Viviamo in un tempo in cui la certezza condivisa semplicemente ha cessato di esistere. Nel mondo odierno sarebbe più probabile che il secondo dei due personaggi continuasse a sostenere che, anche da vicino, quello che al primo amico pare un cane sia proprio un gatto. Se il primo continuasse a negarlo, il secondo minaccerebbe la denuncia, lo insulterebbe, gli sarebbe del retrogrado e del fascista. Quelle che un tempo erano evidenze hanno cessate di essere tali – non perché la realtà sia cambiata, ma perché ci sono persone che hanno smesso di considerare vera la realtà.

Vi sembro esagerato? Se una ostetrica esperta perde il posto perché sostiene che solo le donne possono partorire, e giudici e politici e intellettuali sono d’accordo che basta affermare di essere una femmina per esserlo, cosa può stupire ancora? Il sesso è scritto nel DNA di ogni nostra cellula, oltre che in evidenti organi, eppure a quei personaggi non basta. Pochi anni fa sarebbe sembrato del tutto assurdo che una simile evidenza potesse essere messa in dubbio: oggi ci siamo abituati. Qual è la realtà che ancora non si è negata?

Si potrebbe obiettare che qui è una questione di definizioni. Che alle parole si dà un senso differente. Ma è proprio questo il punto: la definizione della realtà è ciò che ci consente di capire, di viverla, di affrontarla. La verità è adaequatio rei et intellectus: invece di esser l’intellectus, la mente, che si adatta, pretendiamo sia la realtà ad essere ridefinita da quello che ci viene in testa.

Mi consola pensare che se Tommaso d’Aquino doveva ribadire che una mela era una mela prima di cominciare le lezioni, forse questa pazzia è più antica di quanto si possa pensare. Forse è connaturata all’esser uomini: c’è chi sta nella realtà, e chi no.
Credo sarà la realtà a ridere per ultima.

Attenti all’innesco

C’è una espressione di lingua inglese difficilmente traducibile: “Trigger warning”.

Letteralmente, è “avviso di innesco”: trigger significa qualcosa pronto a scattare, come un grilletto. I trigger warning sono gli avvertimenti che si trovano prima di quelli che, in italiano, si usa definire “contenuti sensibili”: violenza, sesso, dolore… Tutto ciò che potrebbe recare sconforto ad una certa sensibilità. Vengono inseriti soprattutto in siti, articoli, video americani: laggiù, a non informare l’utente si rischia la denuncia. E pagare danni immensi.

Così ci si tutela. Si avvisa: allontanatevi, se pensate vi potrebbe infastidire. Davvero sembra che questa generazione debba essere protetta da ogni cosa potenzialmente dannosa, pericolosa o semplicemente inquietante.
Il guaio è che ormai non ci si limita ad avvisare: tutto ciò che non è confortevole viene rimosso. Il mondo anglosassone, come spesso accade, è avanti su questa strada. Gli studenti universitari seguono corsi da cui sono attentamente espunte o edulcorate tutte le nozioni che potrebbero turbarli; anzi, i professori che osano portare tesi contrarie a quello che è il politicamente corretto vengono cortesemente invitati ad adeguarsi, quando non sono licenziati in tronco. I giovani apprendono una realtà monca, edulcorata: cioè una bugia.

A questi studenti viene inculcato che è un loro diritto non entrare in contatto con una realtà brutta e cattiva; e chi tenta di esporli ad essa è loro nemico. Va cacciato. La realtà brutta, cattiva, politicamente scorretta è tale quando è scomoda per il potere; quel potere radicale di massa e laicista che domina i media e non solo in tutto il mondo. Si manifesta, si scende in piazza non per libertà di parola, ma perché la parola non sia libera.

Non pensate che sia un fenomeno solo americano. Abbiamo papi e giornalisti ai quali è stato impedito di tenere conferenze, manifesti che annunciano evidenze e verità scientifiche che non si possono far vedere perché superano “i limiti della violenza semantica” e provocano uno “smodato impatto emotivo”.

Il cristianesimo è un avvenimento. E’ un Evangelo, un nuovo annuncio, una novità oggi come duemila anni fa. Un avvenimento è qualcosa che ad-viene, viene da fuori, non è limitato a ciò che già sappiamo. Le cose che già conosciamo non costituiscono il tutto; se vogliamo capire, se vogliamo imparare, dobbiamo essere pronti a confrontarci con ogni realtà.
Per questo gl avvenimenti sono odiati da chi ci vorrebbe schiavi delle paure e delle mode da lui ideate. Essi possono distruggere l’illusione. Quindi antepone loro un trigger warning, sperando di farci desistere.

Se la nostra sensibilità ci è d’ostacolo, meglio che ci rendiamo più forti. Non abbiamo paura di ciò che si può innescare. Quello scatto verso l’ignoto è ciò che ci rende umani.

 

Spontaneità

La spontaneità riesce meglio se è perfettamente organizzata.