Archivi categoria: meditabondazioni

Il destino di Giulietta

C’è qualcosa che a noi moderni sfugge nella tragedia di Romeo e Giulietta. Qualcosa che non consideriamo perché abbiamo perso una certa visione del mondo, e quindi non ci è possibile capire.
La sorte dei due amanti, che si suicidano credendo l’altro morto, è qualcosa di realmente penoso. Ma doveva essere ancora più angosciante nell’età antica, quando appariva immediatamente evidente a tutti che quella coppia sarebbe finita all’inferno.

Ma come, la dolce Giulietta all’inferno? Oggi, che di quel luogo si ha solo un’immagine scipita e artefatta, la notizia provoca solo uno sguardo perplesso. Chi ci crede ancora, a parte pochi biechi tradizionalisti? E che sarebbe poi, un posto un po’ caldo dove si beve caffè?

Eppure un cattolico dovrebbe saperlo cosa sia. L’eterna lontananza da ogni cosa bella, buona, vera; la mancanza totale di Dio. Non esiste sofferenza più grande. Provate a pensare alla vostra vita senza niente di ciò che vale. Eternamente.

E per quale motivo Romeo e Giuietta dovrebbe finire lì? Si amavano così tanto, love is love…
Appunto. Il loro amore non è un amore a ciò che è vero, e bello, e giusto, ma ad una persona. In cui hanno riposto tutto il senso della vita, e quando è cessato la loro vita non ha avuto più senso. Hanno rifiutato ciò che è bello, e vero, e buono; hanno rifiutato Dio. Per seguirsi nella morte, per seguire la morte.

E Dio non è il tipo che, quando lo rifiuti, si impone con la forza. Ti lascia alla tua libertà, alla tua scelta.
Per quanto possa spezzare il cuore, la loro tragedia più grande è proprio questa. La loro morte eterna. Come Amleto con la vendetta, come Otello per gelosia, come Macbeth per il potere, hanno scelto il loro attraente idolo e gli si sono dedicati anima e corpo. Fino a morirne, di anima e di corpo.

Dio non usa la sua misericordia contro la nostra libertà. La quale, inseguendo una falsa felicità, trova solo il dolore. Ché mai vi fu una storia così piena di esso come questa di Giulietta e del suo Romeo.

Annunci

Nei guai

Qualcuno di voi si ricorda il film “Butch Cassidy”, con Paul Newman e Robert Redford nella parte di Sundance Kid? Una pellicola molto bella, con una eccellente colonna sonora (“Raindrops keep falling on my head“…), e se non l’avete mai visto dovreste dedicargli una serata. Se è vostra intenzione, fatelo prima di proseguire a leggere. In caso contrario mi perdonerete lo spoiler.

I due protagonisti, famosi fuorilegge, sono costretti a lasciare gli Stati Uniti perché inseguiti dai detective dell’agenzia Pinkerton, assunti dalla ferrovie stufe dei loro assalti ai treni. Tentano di riprendere la carriera in Bolivia, però il colpo va storto. I due sono asserragliati in un edificio, feriti, circondati. Fuori si ammassa un esercito, ma loro non lo sanno, e pensano ad una sortita. Poco prima di tentare l’uscita disperata Butch chiede a Sundance se ha visto tra gli inseguitori Lefors, il capo degli agenti della Pinkerton. Alla risposta negativa, lui replica “Bene… per un attimo ho pensato che fossimo nei guai
Escono sparando, fermo immagine. Fine.

Quante volte noi ci convinciamo di sapere cosa sia il peggio, illudendoci. E così siamo sollevati quando ciò che temevamo non avviene… senza accorgerci che arriva qualcosa di ben peggiore.

Da parte mia, sono convinto di due cose.

La prima, è che al peggio non c’è limite. La nostra fantasia non arriva a immaginare, a protezione della stessa sanità mentale.

La seconda, è che anche il peggio è per un meglio. Nella trama del tempo, che noi non conosciamo perché per buona parte non risiede nel nostro universo sensibile, ogni cosa ha in sé una scintilla di redenzione, un progetto buono che non conosciamo. C’è una giustizia che non è la nostra, un amore a noi che non capiamo. Che ci dà sempre una chance, fino all’ultimo.

Se ci illudiamo che uscire sparando possa risolvere tutto, è perché non ce ne rendiamo conto.

Una macchia per la scienza

“Ricerca su Sindone, almeno metà delle macchie di sangue sono false”
Così titola l’Ansa.

Non so le macchie, ma quello che posso dire è che quelle che mi sembrano false sono le affermazioni finali della ricerca.
Come fanno a dire che le macchie sono un inganno? Hanno fatto colare del finto sangue e verificato che non sono riusciti a riprodurre alcune delle macchie presenti sulla Sindone.
E come è stata fatta questa prova? Tenendo un braccio alzato in posizioni fisse; con un manichino, rigido, sdraiato, con un “sangue”poco denso, estremamente liquido…

Sarebbe ridicolo se non fosse tragico. Un corpo umano non è un pezzo di plastica; si piega, si infossa, si muove, possono esserci stati legacci o abiti a fermare il sangue, la superficie può non essere stata piana, il sangue si coagula, secondo i Vangeli la crocefissione è durata ora, non secondi…… le braccia possono essere state inclinate in avanti, all’indietro, mezzo ruotate… chiunque abbia sanguinato, o anche solo dipinto qualcosa con un pennello che cola, si può rendere conto dell’idiozia di affermazioni così categoriche.
Ci sono un milione di fattori che questi signori non conoscono. Ma a loro non interessa.
Non sono presi in considerazione perché i cosiddetti ricercatori conoscono già il risultato che vogliono ottenere. E’ come domandare ad un imbonitore se conviene comprare quello che vende: quale pensate sarà la sua risposta?
E’ come dimostrare che gli uccelli non possono volare basandosi su un piccione d’argilla.

La domanda alla quale quei personaggi non sanno rispondere è: l’altra metà delle macchie, allora, che cos’è? Come è stata ottenuta questa Sindone? Perché qualcuno dovrebbe prendersi la briga di riprodurre minuziosamente un corpo umano completo di ferite e poi, invece di far colare semplicemente del sangue, si mette a dipingerlo?
Cosa è certo è che questo genere di pseudoricerche che non reggono ad un esame critico sono buone per i superficiali, per coloro che si basano sui titoli, per chi cerca delle ragioni qualsiasi per non avere bisogno di credere. Sono “fake news”, una panzana mediatica che di scientifico non ha niente. Pubblicità.

A coloro ai quali invece interessa il vero dico: dubitate dei dubbiosi. Studiate più nel profondo. Potreste avere delle sorprese.

Privato

La religione per definizione parla del mistero di cosa vuol dire essere uomo e vivere. Pensare che sia un fatto privato da non mostrare in pubblico vuol dire non averlo compreso. La vita è qualcosa che accade vivendo.

Anche il credersi dei e negare Dio è un tipo di religione, oggi molto in voga. Non a caso essa cerca di negare alle sue concorrenti il diritto di esprimersi, perché, afferma, altri diritti sono più importanti. Questi diritti sono i suoi dogmi arbitrari. Vanno creduti ciecamente, anche perché le loro motivazioni non sono evidenti.

Se alla fede non è permesso agire visibilmente, da parte di chi dice di averla o a causa di altri che non ce l’hanno, è come se quel dio non avesse mani, piedi, occhi, voce, e quindi non fosse che un idolo muto. Crederci diventa indifferente, inutile, niente.

Una volta confinato Dio nel privato, l’uomo è privato di Dio.

Ri-conoscere

Prima di ri-conoscere devi conoscere.
Non puoi riconoscere il bello se non conosci cosa sia bello. Non puoi riconoscere il vero se non sai cos’è vero.
Cosa sia il bello o il vero lo portiamo scritto dentro di noi, non ci è stato insegnato. Ce l’ha ogni bambino. E’ connaturato a noi, creato con noi. Fa parte dello stampo.

Un artefice infonde una caratteristica all’interno della sua creazione solo se la comprende appieno, se la possiede, e questa è tanto più precisa tanto più questo artefice la controlla, la definisce.
Chi ha fatto l’uomo conosce perciò il bello, il vero, il giusto in grado sommo. Si potrebbe dire che è il bello, il vero, il giusto, perché è lui che li ha definiti per noi.

Ditemi: se ci avesse fatto il caso, noi ri-conosceremmo?

Avvelenamento da Polonio

POLONIO.
Che cosa leggete, altezza?
AMLETO.
Parole, parole, parole.
POLONIO.
Di che si parla, altezza?
AMLETO.
Fra chi?
POLONIO.
Intendo di che si tratta in quello che leggete, altezza.
AMLETO.
Calunnie, signore, dato che questo mascalzone satirico dice qui che i vecchi hanno la barba grigia, il volto rugoso, gli occhi stillanti spessa ambra e resina di susino, e che hanno una totale mancanza di senno insieme a muscoli assai deboli; tutte cose, signore, che io credo potentemente e poderosamente, ma che non credo sia onesto avere così scritto, perché voi stesso, signore, invecchiereste come me, se come un granchio poteste andare a ritroso.
POLONIO.
(a parte) Sebbene questa sia pazzia vi è però in essa del metodo.

Shakespeare, “Amleto”, Atto 2, Scena 2

Dire che “il mondo è impazzito” significa non avere ancora capito che non è il mondo ad essere pazzo, ma chi pensava di avere compreso come il mondo funziona. I media sono pieni di questi “professori” – titolo di studio spesso un libro, una canzone, un posto al sole – che insegnano come la realtà dovrebbe essere se fosse furba come loro.
Ma le loro idee non funzionano più, le loro parole d’ordine non aprono più le porte, ed attribuiscono a follia o mancanza di guida e diplomazia ciò che non rientra negli schemi che si sono costruiti.
Oh, può darsi, certo: ma forse con maggiore umiltà si potrebbe pensare a dinamiche, interessi, progetti a cui non si è pensato, o che sono stati liquidati con una risatina snob.

Se fossero davvero le menti superiori che asseriscono di essere, gli autentici esperti, coloro che hanno la soluzione in tasca, non si capisce come mai così pochi credano ancora a quello che dicono, e le loro previsioni falliscano una dopo l’altra. O sono i soli intelligenti in un mondo di fessi, o il contrario.

Non sto dicendo che la maggioranza ha sempre ragione. Sto dicendo che occorrerebbe considerare le ragioni della maggioranza.

Se davvero questi principi e vati credessero nella selezione naturale darwiniana dovrebbero domandarsi come mai certi movimenti di pensiero retrogradi e sbagliati sembrano adattarsi all’ambiente meglio di quanto facciano loro. Mentre loro sono i dinosauri che dicono, signora mia, questi mammiferi che cafoni.

Amleto, nella tragedia di Shakespeare che porta il suo nome, si finge pazzo. Polonio, il ciambellano, lo crede tale anche se percepisce che c’è qualcosa che non torna. La sua mancanza di comprensione lo condurrà alla morte. Lo stesso veleno che, in fondo, segna la fine di tutti gli altri protagonisti dell’opera: sottovalutare gli avversari.

Che hanno del metodo nella loro follia. Attenti, potrebbe volere dire che sono più sani di voi.

Quel che resta di Pompei

Qualche tempo addietro sono circolate, sul web, le immagini di un uomo che ha trovato la morte a Pompei. La Pompei di quasi duemila anni fa, travolta dall’eruzione catastrofica del Vesuvio. Quest’uomo è stato centrato in pieno da un enorme frammento di pietra, che l’ha schiacciato. Chissà chi era, chissà quali erano i suoi progetti, le sue aspirazioni. Certo non finire ucciso da un vulcano; e non poteva certo pensare che i dettagli della sua morte cruenta avrebbero, un giorno di venti secoli dopo, fatto il giro del mondo.

Non so se avete mai visto i calchi lasciati dai corpi di quei poveretti che la cenere ardente ha ricoperto. La definizione dei particolari è impressionante. Sembrano nostri vicini, addormentati per un istante, invece sono separati da noi da un immenso golfo di anni.

Avevano i loro problemi, lo sappiamo: la corruzione, la violenza, le tasse, chissà che altro. Non l’aborto: a quei tempi si potevano gettare via anche i bambini appena nati, figurarsi quelli ancora da nascere. Sessualità? C’erano gli schiavi; e l’imperatore stesso, Nerone, una decina di anni prima si era sposato con un paio di suoi amichetti. Che in città il mercato del sesso fosse fiorente lo sappiamo per certo, dato il numero di bordelli che sono stati ritrovati. A giudicare dagli affreschi la pornografia non è certo una invenzione contemporanea.

Qualcuno potrebbe dire che per questo, allora, erano felici? Orgogliosi di quello che erano? Forse. C’è gente che si augura che il progresso proceda fino a ritornare a quei tempi antichi. Ci marcia sopra.

Eppure, di quegli antichi pompeiani, oltre ai calchi dei loro resti, ai graffiti sui muri, cosa ci resta? Cosa resta del loro orgoglio?

Le letture della messa domenicale questa settimana ci dicono, con il libro della Sapienza,  che

Dio non ha creato la morte
e non gode per la rovina dei viventi.
Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano;
le creature del mondo sono portatrici di salvezza,
in esse non c’è veleno di morte,
né il regno dei morti è sulla terra.
La giustizia infatti è immortale.
Sì, Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità,
lo ha fatto immagine della propria natura.
Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo
e ne fanno esperienza coloro che le appartengono.

Mi ha sempre colpito quel “coloro che le appartengono”. C’è un vivere che è appartenere alla morte, perché proprio verso la morte è rivolto. E’ una scelta: forse non puoi scegliere come sei, ma certo puoi scegliere se rimanere nella morte o tentare di uscirne. Se perseguire ciò che è corruttibile e quindi corrotto, oppure la salvezza dal male. Se insegui ciò che muore, fai esperienza della morte. Le appartieni, ancora prima che essa giunga per te. E giunge.

Perché, con tutto l’orgoglio che puoi avere, non sai se domani un vulcano ti scaglierà un macigno di una tonnellata sulla testa. E cosa ti sarà servito vivere?

Ciò che muove il cuore

Quali sono i più grandi scrittori moderni di lingua inglese?, mi chiedevo scorrendo l’antologia scolastica di mio figlio.

Quali siano secondo secondo gli estensori di quel libro è facile vederlo. Abbiamo il teatro dell’assurdo, Virginia Wolf, De Lillo… e io mi domandavo: davvero il leggerli ha cambiato le persone? Ma c’è gente che li legge?

Tolkien è nominato appena. Manca Lewis; manca Chesterton; manca Ezra Pound. Mancano tutti quegli autori che probabilmente non sono tanto ben visti nei salotti buoni, per quanti milioni di copie possano aver venduto nel mondo, per quanta influenza abbiano avuto. Tanto per dirne uno, ritengo Stephen King uno dei migliori scrittori contemporanei, la sua capacità di unire belle storie ad uno stile efficace è oggi difficilmente uguagliata.

Ma non mi aspetto di trovarlo su un’antologia seria; così come, per l’italiano, un Guareschi o un Buzzati.

Fantascienza, horror, gialli; troppo popolare, signora mia. Sono temi visti con profonda diffidenza da una certa critica.  Che è la stessa critica che continua a proporci come capolavori d’arte certe tele imbrattate, certi catorci arrugginiti, certe accozzaglie di suoni che solo i più autolesionisti potrebbero considerare bellezza.

Mi domando tra un paio di secoli cosa ne resterà. Forse per allora nei musei, ai posto dei Pollock, ci saranno certe tavole di fumetti; alcune canzoni al posto delle sinfonie di rumori. Nelle antologie, chissà. Bisognerà però che il mondo si ravveda, ritrovi le sue radici, ritrovi il senso dell’esistere. Ciò che muove il cuore.

 

Maturità

Il verbo “to care” in inglese, è ricco di significati. Può volere dire “mi curo di”, “mi importa”, “ho attenzione per”. Una traduzione può essere “avere responsabilità”.

A mio parere questa può essere una buona definizione di maturità. Una persona è veramente adulta, è veramente matura, quando si assume la responsabilità di quello che fa. Vuol dire che smette di cercare scuse perché un certo compito è andato male, perché è successo quel particolare fatto, e dice “non importa di chi o cosa sia la colpa, me ne faccio io carico”.
Aggiungo: più è maturo, più quel “I care” riguarderà ogni cosa; perché capirà che siamo connessi con ogni briciolo di realtà, e niente e nessuno ci è estraneo.

Un’altra traduzione del termine potrebbe essere: “amare”.

In tuo nome

Quante volte si fanno delle cose nel nome di qualcuno. Quante volte si dà a qualcuno un nome che non è il suo, un desiderio che non è il suo.
Veniamo chiamati con nomi falsi, incompleti, non nostri. Se solo ci fermiamo a pensare, ce ne rendiamo conto. Quello tu dici non sono io.

Quante volte neanche sappiamo chi sia il nostro essere più profondo, la parola che ci definisce, di cui abbiamo smarrito il significato.

E siamo qui ad attendere che qualcuno ci chiami con il nostro vero nome, quello che spiega davvero chi siamo.

Propaganda

Mi raccontano di una madre che, lette le tracce dell’esame di maturità di quest’anno, ha accolto il figlio che tornava dalla prima prova con il pugno chiuso e cantando “Bella ciao”. In effetti sembra che il ministero sia vivo e abbia lottato con noi contro l’oppressione populista. Si potrebbe ironicamente dire, guardando quanto scritto sulla traccia “Masse e propaganda”: “medico cura te stesso”.

Troviamo nel testo fornito dal ministero “La massa governata dai regimi totalitari, diversamente da quella odierna, era una massa omogeneizzata dall’ideologia del conflitto. La massa che si costituisce ad opera delle ideologie dei regimi totalitari, come quelle esemplificate nel secolo scorso, combatte l’individualismo ma fa conto sull’individuo, a condizione che quest’ultimo sia stilizzato e rigorosamente uniformato ai dettami del regime, assolutamente pronto al consenso plebiscitario”. Ma si può vedere come tutti i temi, nessuno escluso, sembrino rivolti contro un unico nemico, l’attuale maggioranza politica, o comunque sponsorizzino una visione del mondo in bilico tra il veterocomunismo e il radical-chic. Respinta ogni deriva dal consenso che non c’è più: chi non si adegua, cioè ora come ora la maggioranza della popolazione, è etichettato dai corifei del pensiero unico con epiteti di ogni sorta. Li abbiamo letti e ascoltati, questi sacerdoti del conflitto, dalle loro tribune nei giornali e nelle televisioni.

Se “La versione di Aristotele (…) E’ davvero un’ottima scelta, perché è stata pensata per fare un dispetto al pessimo ministro dell’Interno che attualmente abbiamo (…) Bravi al ministero, hanno scelto un brano che dà inizio alla Resistenza contro il nuovo fascismo”, Canfora dixit, è evidente a cosa il maturando avrebbe dovuto pensare leggendo sulla traccia “La figura del nemico ha sempre rappresentato un elemento indispensabile per il buon funzionamento dei sistemi di propaganda. Insomma, si tratta di un protagonista assoluto – se non unico – dell’argomentazione di tipo propagandistico; una figura dalla rilevanza tale da costringere l’intero spazio della politica a organizzarsi in sua funzione.“

Che il ministero abbia voluto fare propaganda sulla pelle dei ragazzi, usati come pietre contro il malvagio governo populista e fascista, appare evidente. E allora via con leggi razziali, l‘esaltazione dell’individuo solo, la creatività vista solo in senso economico, il disprezzo per la massa manovrata, la scienza come ultimo tribunale a cui bisogna rassegnarsi a cedere, un europeismo mai esistito nei termini forniti, un concetto di uguaglianza a senso unico. Immagino che chi abbia frequentato collettivi e autogestioni e i salotti bene sia stato in qualche maniera favorito.
Sarebbe troppo cattivo pensare che da lassù abbiano voluto dare alle commissioni uno strumento per poter identificare ed eventualmente colpire i pericolosi populisti in erba che avessero voluto esporsi.

Un ricordo della mia maturità. Quell’anno ci fu un tema sull’energia nucleare e io lo scelsi. Il membro esterno della commissione di esame, all’orale, mi domandò “Cosa ha voluto esprimere, con questo tema?”

Io risposi, “Ho voluto scagliarmi contro quanti vedono l’energia nucleare come una specie di feticcio maligno…”
E lei: “Ah, io sono una di quelli”.

Silenzio imbarazzato. La mia scuola cattolica, quell’anno, non ebbe neanche uno studente a pieni voti.

Non so qualcuno dei ragazzi abbia capito cosa ci sia dietro l’operazione decisa dal primo ministro dell’istruzione che la maturità non l’ha mai sostenuta. Ma, anche fosse, dubito che abbia avuto il coraggio necessario per scriverlo chiaramente sul suo tema. Se i capi della scuola fanno una porcheria del genere, perché i loro sottoposti dovrebbero trattenersi dal bastonare il ragazzo che mostrasse di avere un po’ di pensiero critico, un ragionamento non disteso sulla vulgata progressista, e osasse manifestarlo?

Penso però che l’effetto di impiegare così tanta ideologia nell’esame un effetto su almeno una parte dei ragazzi lo abbia avuto.
Gliel’abbia fatta odiare. E questa è una lezione che, lassù dove decidono, con tutta la loro sapienza non hanno ancora compreso.

Gioire

Guardavo le scene di esultanza dopo che un ramo del Parlamento argentino ha approvato la legalizzazione dell’aborto, e mi domandavo, perché?

Per essere un sostenitore dell’aborto devi avere certe convinzioni. Che del proprio corpo si può fare quello che si vuole, e anche degli altri corpi in esso contenuti. Che un bambino concepito non è un essere umano o, se anche lo fosse, non gode degli stessi diritti degli altri esseri umani; oppure che il proprio interesse prevale su qualsiasi altra considerazione e diritto.

Ma ancora non basta. Perché, capite, si può essere disposti anche ad ammazzare il proprio figlio se sorgesse la necessità, ma ciò non basta per farti esultare in piazza perché viene approvata una legge che lo permette.

Per festeggiare a quel modo bisogna essere convinti che ci sarà per te un grosso miglioramento di vita o, in alternativa, che un tuo acerrimo nemico abbia subito una sconfitta. Perché l’uomo è fatto così: gioisce non solo del bene che gli è fatto, ma anche del male che capita al proprio avversario.

Con tutta la ragionevolezza del mondo, trovo difficile pensare che una ragazza esulti perché così potrà avere rapporti multipli senza protezione e abortire a raffica senza conseguenze. Un poco più credibile che un ragazzo esulti perché così potrà andare con tutte senza prendersi responsabilità ma, si sa, l’aborto è a favore delle donne. In ogni caso una simile gioia sfrenata per un tale bene ipotetico mi pare improbabile.

Quindi, deve essere il secondo caso. Il male per chi è odiato.

Datemi atto, è un pezzo che lo dico. Di certe leggi il significato autentico non è tanto cosa permettono, ma come possono essere usate, le loro conseguenze. L’abbiamo visto in Irlanda in questa settimana: appena tolta la protezione al concepito, si imporrà che anche gli ospedali cattolici debbano fornire l’aborto, cioè smettano di essere cattolici. Come la legge australiana che obbliga i sacerdoti a rompere il segreto della confessione, o l’altra che intima a sindaci e chiese di “sposare” omosessuali… e se uno non vuole, che faccia altro. Fuori dalla società, cristiano. O rinuncia a quel che sei.

Quell’esultanza non è data da una vittoria, ma da una sconfitta. La sconfitta di una certa visione del mondo che rispettava ogni persona, chiamava il male con il suo nome e soprattutto chiamava il bene con il Suo nome. La visione del mondo di quella Chiesa che è odiata dal mondo più di qualsiasi altra cosa, e contro la quale non si lesinano certo sforzi e denaro. Senza fiumi di soldi e la pesante mano del potere nessuno di quei provvedimenti che ho prima elencato sarebbe passato. I poveretti che esultano in piazza non si rendono conto di essere pedine acquistate da chi vuole il loro asservimento, che ha già ottenuto, e quello di tutti gli altri, per il quale sta lavorando.

Così è un dolore immenso vedere chi gioisce del proprio male. Sia in quelle piazze, sia purtroppo dentro quella stessa Chiesa che sembra talvolta assetata non di Cristo ma di autodistruzione. E’ qualcosa che rende perplessi.

Cosa vogliono realmente quelle persone in piazza? Sia che esultino per quella che pare a loro una sconfitta di una tradizione insopportabile, sia che lo facciano per una libertà che ora sperano di avere, non si rendono conto di avere perso la cosa più importante, cioè il desiderio dell’infinito. L’infinito, che non si accontenta di potere impunemente uccidere in grembo il proprio bimbo, ma che vuole un’amore che non si può descrivere, tanto grande e tanto bello che c’è posto per tutto e per tutti. Invece l’aspettativa è abbassata, e l’umanità in loro è abbassata di conseguenza. Assassinata. Abortita.

Quante lacrime saranno versate per quella gioia.

Dondolarsi

I diritti oggi sono alberi che si vogliono senza radici. Ci si può anche salire sopra, ma non mi fiderei a dondolarmi.

Problemi e soluzioni

Non so se ci siano modi politicamente corretti per dire quello che sto per dire, ma francamente non m’importa.
Quelli che attaccano le uscite dell’attuale ministro degli Interni possono anche avere ragione, ma mancano completamente il punto. Se Salvini pensa di fare propaganda in questa maniera, vuol dire che crede che ci sia una maggioranza di persone che ha un problema, e propone una soluzione. Le opposizioni, demonizzandolo, si fanno un triplo autogol.

Primo, negano il problema (“Non mi dire che, quando le zingarelle salgono sui mezzi pubblici, tu non metti una mano sulla borsa per proteggerla” “Io non prendo mai i mezzi pubblici” “Ah. Ciò spiega molto”) quando il problema c’è, dando l’impressione di essere una massa di elitisti arroganti, che ragiona per parole d’ordine obsolete o in nome di chissà quale potere ostile.

Secondo, si pongono dalla parte non di quello che sente la gente, ma contro, parteggiando per chi la stragrande maggioranza vede come pericoloso e dannoso, al di fuori dalla legge e dalla convivenza civile. Dando l’impressione non solo di non avere combattuto il fenomeno ma di averlo favorito. Essere, insomma, non parte della soluzione, ma del problema.

Terzo, demonizzando l’avversario e dandogli del fascista e del razzista quando questo propone una soluzione, giusta o sbagliata che sia, potrebbero riuscire a far pensare alla gente che forse quelle parole lì, se servono a risolvere il problema, non possono essere tutto quel male. E, se permettete, questo mi pare il risultato peggiore.

Di guance e giustizie

Le letture di oggi per la messa sono il terrificante resoconto di un assassinio di stato e l’evangelico “porgi l’altra guancia”. L’ascoltatore occasionale potrebbe restare perplesso: che diamine di esempio ci portano in chiesa, l’uccisione tramite calunnia di un innocente che aveva osato opporsi al potere su una questione marginale. E su casi come questo ci viene detto “non resistete al malvagio”? Eh, si ribolle un po’. L’istinto sarebbe quello di mettere mano alla spada, alla pistola, alla bomba.
Chi conoscesse la Bibbia potrebbe ricordare che, qualche tempo dopo, i responsabili di quell’omicidio vanno incontro ad una fine particolarmente cruenta. I tempi e modi della giustizia divina raramente coincidono con quelli degli uomini, anzi spesso ne travalicano pure il tempo della vita terrena. La vita e la giustizia, nella loro completezza, comprendono l’eterno.

Ma un altro fatto mi infastidisce. Prevedibile come un orologio, è arrivata dal pulpito la citazione di due personaggi storici: Martin Luther King e Gandhi. E chi non pensa subito a loro, di noi che siamo cresciuti in questi anni?
Senza togliere a quei due, che avevano le loro magagne ma che sono stati dei grandi, perché al loro posto non viene invece mai rammentata l’infinita schiera dei martiri e dei santi, uccisi come agnelli spesso in odium fidei? Sarebbe molto più logico, specie visto il luogo, per noi cattolici. Mi viene da pensare che l’innalzamento di certi idoli, così pervasiva che neanche più ci facciamo caso, corrisponda anch’esso a una particolare forma di ingiustizia, non così ovvia ed evidente ma forse persino più letale di quella esplicita. E’ un po’ come dire che che dobbiamo andare fuori dalla Chiesa per trovare buoni esempi, e che le memorie di tanti santi apostoli non della “non violenza”, ma di qualcosa di molto più grande, sono in fondo di ordine minore.
Ma sono convinto che la giustizia divina abbia già detto la sua, in un un tempo che non è questo tempo, in un luogo che non è questo luogo.

 

Approdi

Siamo barchette sulla superficie di un oceano davvero molto profondo e tenebroso.

Ma una terra, un approdo c’è. Da quale luogo arriveremmo, se no?

 

Peggio di così

Mi ha colpito una notizia dagli Stati Uniti. Il consiglio comunale di Berkeley, California, la punta progressista dello stato più progressista degli Stati Uniti, ha dichiarato che esiste un’emergenza climatica che è “più significativa della seconda guerra mondiale” e ha chieso uno sforzo immediato per “stabilizzare umanamente la popolazione” e “rovesciare gli errori ecologici“. Come fare ciò? “Per fermare la sesta estinzione di massa si richiede uno sforzo per preservare e ristabilire metà della biodiversità terrestre in corridoi di fauna selvatica interconnessi” e, appunto, stabilizzare umanamente la popolazione.
Si va avanti citando Papa Francesco sul fatto che siamo sull’orlo del suicidio globale e che la creazione stessa è in gioco. Cosicché, costruendo e installando infrastrutture per l’energia rinnovabile, educando la cittadinanza ed evitando consumismo e narcisismo potremo salvare il pianeta.

Vabbé.

Sapete perché mi ha fatto impressione? Perché è la conferma che l’uomo non può vivere senza Dio. Quando si nega un principio superiore occorre inventarsi continuamente un idolo da adorare e un nemico da affrontare, educando coloro che non ne siano convinti.
Mentre il riscaldamento globale appare sempre più ogni giorno come fuffa, mentre le popolazioni occidentali consumiste e narcisiste fanno sempre meno figli, nella terra più ricca, istruita (Berkeley è città universitaria) e tecnologicamente più evoluta del pianeta si invoca la mobilitazione a regredire, chiamando ad un impegno più intenso che per una guerra che ha contribuito efficacemente a stabilizzare la popolazione mondiale massacrando qualche decina di milioni di persone. Ne consegue che chi nega tutto questo è peggio dei nazisti. Mi auguro di non finire nei loro campi di concentramento.

Francamente mi pare il genere di documento che può sfornare solo una classe di ricchi e viziati figli di papà, incapaci di capire il vero orrore perché incapaci di vedere il vero bello. Una elite che sembra essere la stessa ovunque, con le identiche parole d’ordine, con la medesima arroganza, con quella sete di senso che non riusciranno a colmare dovessero salvare tutti i pinguini, alimentare tutte le loro megamacchine e i loro jet ad energia solare.

Greetings loved ones
Let’s take a journey
I know a place
Where the grass is really greener
Warm, wet n’ wild…

PS: parlando di “corridoi di fauna selvatica interconnessi”, interconnected wildlife corridors, mi sono visualizzato i sentieri di canditi percorsi dagli orsetti gommosi di questo video…

Esegesi e sentimenti

In fondo neanche Nostro Signore, quando esponeva le sue parabole, veniva capito. Non che io voglia paragonarmi a Lui, è che talvolta sembra che anche i più semplici degli esempi rimangano incompresi. O, più probabilmente, sono io che sono troppo oscuro e ingarbugliato.

Così, non sembra che il post di ieri sia stato recepito del tutto. Lo riporto qui:

La ragione senza sentimento è una fredda megera, il sentimento senza ragione è la ragazza facile che si installa a casa tua e ti rovina.
Ambedue le specie andrebbero evitate.
Ma ancora più pericolose sono la fredda megera che fa leva sul tuo sentimento per i suoi interessi, e la ragazza facile che calcola la maniera di fregarti.

Eppure basta fare riferimento all’esperienza (scusate se sono sessista, signore mie… potete voltare l’esempio al maschile, in fondo è lo stesso).

Avete presenti quelle donne fredde, cerebrali, che non riusciresti a scaldare neanche con un falò? Che vedono cosa per loro è giusto e vanno avanti come panzer, togliti di sotto? Questo è il primo tipo descritto. Il secondo è la ragazza trullallera, che segue sempre il cuore, e finisce per rovinarti perché pensa solo al sentimento e mai a ciò che è pratico.
Gli altri due tipi sono ben più pericolosi, perchè hanno doppia faccia. Sono la donna cerebrale che gioca con i tuoi sentimenti e i sensi di colpa; parla di amore e non sa cos’è, fa appello al tuo buon cuore per manipolarti. E finalmente quel tipo di ragazza che apparentemente è tutta sentimenti; e ti svegli una mattina con l’appartamento vuoto e il conto in banca prosciugato.

Fin qui abbiamo parlato del sentimento amore; ma la stessa dialettica si può estendere ad altri sentimenti. Che so, la misericordia, la pietà. Chi sembra non provarne perché pone avanti il proprio interesse, e chi è così compreso da esse che il proprio interesse lo tralascia totalmente, finendo in rovina. E poi i bastardi spietati che alzano il sopracciglio sul comportamento altrui perché così gli conviene, e ancora chi pare tutto buoni propositi e alla fine si scopre che si è arricchito alle tue spalle. Sono sicuro che anche voi, ora che avete capito il gioco, potete fare altri esempi.

Dai, qualcosa vi verrà in mente. Acqua, acqua… fuochino…

Ragione e sentimento

La ragione senza sentimento è una fredda megera, il sentimento senza ragione è la ragazza facile che si installa a casa tua e ti rovina.
Ambedue le specie andrebbero evitate.
Ma ancora più pericolose sono la fredda megera che fa leva sul tuo sentimento per i suoi interessi, e la ragazza facile che calcola la maniera di fregarti.

Non basta la voglia

Qualcuno recentemente mi ha detto che anche nel Corano si possono trovare espressioni bellissime. Non ne dubito. Ma questo non vuol dire che quanto quel libro contiene sia vero, o che quella sia una strada giusta da prendere.

Non basta il desiderio perché una certa via sia quella da percorrere. Lo vediamo in ogni cosa, dal lavoro all’amore. Non è detto che il nostro modo di amare, la nostra voglia di amare sia quella corretta. Non basta la volontà per fare funzionare un matrimonio, per rendere autentico un rapporto. Sarebbe una pretesa. Raramente la realtà accetta di piegarsi alle nostre pretese. Il modo in cui ce lo fa sapere si chiama dolore.

Sere d’estate

Ho trascorso le estati della mia giovinezza in un paesino delle nostre valli, una frazione abbarbicata sulla montagna. Poche case, una piazza. La sera si era tutti lì, a parlare, giocare, organizzare qualcosa da fare. Eravamo poche decine di persone, ma c’era molta più vita in quel fazzoletto di terra che nel grosso comune giù a valle.
Doveva essere così ovunque, un tempo, quando la televisione non era ancora arrivata a tenere la gente chiusa nelle sue case.

Perché uscire in cerca di svago, quando lo svago arriva nel salotto? Così le famiglie hanno cominciato a riunirsi non più con altre famiglie, ma da sole e il resto del mondo fuori.

Ora la tecnica è andata ancora avanti. Oh, quando si litigava per il telecomando, perché uno voleva vedere la partita e l’altro lo sceneggiato. Ormai ognuno ha il suo schermo, il suo tablet, e lo spettacolo ti arriva personalizzato. Non c’è più bisogno di stare insieme, anzi: ci si può dare fastidio, nonostante le cuffie. La solitudine ha raggiunto la sua vetta definitiva.

Ma che belle quelle sere d’estate, in cui si scopriva la vita.

Affermazioni forti

Il Corriere ha definitoaffermazioni forti che hanno sollevato un polverone sui social” il fatto che il neoministro Fontana abbia detto “credo e dico (…) che la famiglia sia quella naturale, dove un bambino deve avere una mamma e un papà”.

Hanno ragione. Sono affermazioni molto forti. Era ora, dopo anni di affermazioni deboli e inconsistenti. “Un bambino può avere due mamme o due papà”, ad esempio: sarebbe interessante sapere fisicamente come questo sia possibile. E’ ovvio che in questo secondo caso non si parla di niente di reale. Il bambino di cui parla Fontana è una persona concreta; l’altro un oggetto legale, di desiderio, un costrutto ideologico ad uso e consumo di uno stile di vita intrinsecamente sterile che non accetta di esserlo.

E’ il pensiero debole di chi non sa stare al mondo, e quindi si inventa un universo dove il bianco non sia bianco e il nero non sia nero, i bambini si possano comprare, fabbricare o, se sgraditi, eliminare. Dove tutto ciò che è reale può essere messo in dubbio, e il dubbio diventa l’unica cosa reale. Così che non è permesso opporsi al fatto che tutto sia permesso, e dire il vero è accolto da strilli scandalizzati e increduli.

Se si fosse in pericolo, chi si affiderebbe a qualcuno di debole?  Ecco, noi siamo in pericolo di smarrire ciò che ci rende umani. Affermare debolmente una cosa vuol dire non crederla davvero. Cioè raccontare balle, sollevare polvere. Che questa sia la normalità invocata da alcuni la dice lunga…

La vita degli uomini

Oggi è l’ultimo giorno di scuola di mio figlio. Il prossimo mese maturità, poi il resto della vita.
Inevitabilmente la mente torna al me stesso di anni fa, a quei medesimi giorni tanto lontani, così ancora vicini.
Certamente non mi immaginavo lui. Non immaginavo neanche la mia, di vita.

Come fai a far capire che capisci? Che ricordi quanto eri scemo, arrogante, di quante idee fesse e capite poco avevi in testa?
E nello stesso tempo quella voglia di fare, di essere, di cambiare che si scontrava frontalmente con il proprio limite.
Quanto sapevo, e quanto pensavo di sapere.
Oggi, non sono così diverso. Eppure so di essere cambiato, poco per volta di avere capito tanto. E tanto ho dimenticato.
Mi rivedo in mio figlio, così differente eppure così simile. Impegnato con ardore a commettere i miei stessi errori e sbagli nuovi. Non posso impedirglielo.

Non so che ne sarà di lui. Se i semi seminati spunteranno, o saranno soffocati dai rovi. Se la scultura abbozzata, informe, a tratti orrenda e meravigliosa che è adesso si levigherà, si definirà per diventare qualcosa di bello a vedersi. Non ciò che desideravo, certamente non ciò che desideravo, ma è tutto messo in conto, e compreso, e perdonato.

E’ questa la vita degli uomini.