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Ah, ci sono state le elezioni?

Un paio di considerazioni sulle elezioni e poi basta.
Come ho scritto altre volte, mi piace tenermi informato guardando non solo le fonti che “mi piacciono”, ma anche quelle che non mi piacciono, quelle che faccio davvero fatica a leggere, non solo perché magari di opinione diversa dalla mia, e sarebbe il meno, ma perché piene di menzogna. Il bello è che queste ultime sorgenti di notizie, spesso fotocopie l’una delle altre, rappresentano la gran maggioranza di quella che pomposamente vengono definiti i “media”, la cosiddetta informazione.

Negli ultimi giorni queste fonti sono state piene di “allarme fascismo!”. Come quando gli altoparlanti fischiano perché amplificano il loro stesso suono, così credo che ci sia un rimbalzare di esagerazioni tra l’Italia e queste grandi testate americane. Usano gli stessi argomenti che si sono dimostrati perdenti, sparando sempre più forte. Come ha fatto notare qualche commentatore più equilibrato, il programma di Fratelli d’Italia potrebbe essere tranquillamente quello del Partito Repubblicano statunitense. Il guaio è che oggi, per molti democratici americani, parlare di famiglia e patria è effettivamente pericoloso estremismo.

Lo farò notare schiettamente: queste elezioni certificano che il governo Draghi (e magari anche quelli prima di lui, ma di loro il ricordo già sbiadisce) è stato un disastro, e un disastro percepito. Uno sfacelo tale che chi vi ha partecipato è stato mazziato; e molti sono gli elettori che, delusi, hanno preferito stare a casa invece di votare il loro solito partito. I 5 stelle si sono salvati dall’annientamento solo grazie a quella che il Vangelo chiama “ricchezza disonesta”, anche se nessuno ha il coraggio di dirlo.
Occorre dire che, nonostante il martellio continuo a cui siamo stati sottoposti nei mesi scorsi sulla ineffabile saggezza e bontà dell’esecutivo, il fatto molti non se la siano bevuta un pochino mi conforta. Certo, una minoranza invece sì; ma è inevitabile, c’è chi preferisce guardare la realtà con gli occhiali dell’ideologia sempre e comunque. Se il reale non si adegua, peggio per lui.

In questo senso, mi fanno un poco ridere gli innumerevoli personaggi che pretenderebbero che il nuovo governo continuasse sulla strada del vecchio; “vigileremo sui diritti”, “lo dica chiaramente che proseguirà”, “prenda le distanze da” e via andare. Insomma, questi perdono e vorrebbero che si continuasse sulla strada che ha portato loro e noi al fallimento, altrimenti…
Che ci volete fare. Sono abituati a pensare che il mondo giri attorno a loro, e alle loro paturnie. Avevano detto che sarebbero emigrati in massa, avrebbero lasciato la politica, e un minuto dopo sono già lì che alzano il ditino.

Cosa sarà di qui innanzi non lo so; non aspettandomi niente non posso restare deluso. So già che finalmente avremo di nuovo gli scioperi e le okkupazioni, i comici torneranno a criticare il governo e non l’opposizione, e troveremo economicamente lungo e duro l’inverno che ci sta arrivando alle spalle di soppiatto. Spero davvero che alcune delle brutte possibilità della storia ce le siamo evitate, per il momento. Ma la notte è lunga da passare.

Urne aperte anche in Sicilia, dove oltre che per le politiche si vota anche per l’elezione del presidente della Regione e per il rinnovo dell’Assemblea regionale Siciliana, 25 settembre 2022. ANSA/IGOR PETYX

I miti

La mia resistenza media davanti ad un televisore ormai è scesa sotto i tre minuti. Più o meno il tempo in cui questo o quel politico, commentatore, esperto sforna l’ennesima idiozia sesquipedale. Un tempo soffrivo di pressione bassa, il piccolo schermo mi ha guarito; ogni volta rischio di esplodere.

Ascoltando però, una cosa però l’ho notata. Una caratteristica comune a molti, di cui neanche ci rendiamo conto. Un comunista, un socialista, un liberale di cinquant’anni fa non riconoscerebbe i suoi epigoni contemporanei. Le filosofie politiche di una volta sono morte: ne hanno preso il posto dei miti molto più ridotti in orizzonte e consapevolezza.

Al posto del comunismo ora c’è l’ambientalismo; i rossi sono diventati verdi, non quei verdi di trent’anni fa, ma dei verdi mimetici, ammantati di scienza farlocca e catastrofismo a buon mercato. Parlano di animali come i borghesi rivoluzionari sessantottini parlavano degli operai, specie in via d’estinzione che non hanno mai avuto occasione di conoscere. La loro narrazione non sta in piedi, nessuna delle loro previsioni si è avverata, eppure sono ancora messianicamente convinti che la fine del mondo incomba, e possa essere evitata guidando auto elettriche e non lavandosi. I nubifragi e la siccità sono per loro segni inconfutabili, come se non fossero mai accaduti prima. Poveretti, non si accorgono di essere, ora come allora, schiavi di un’illusione sponsorizzata da potenti.

Il secondo mito è quello sessuale; il quale non è poi altro che il tentativo maldestro di liberarsi da ogni vincolo morale e no, compreso quello della realtà del proprio corpo. Che si tratti di uccidere bambini indesiderati o trasformarli in schiavi del sesso, accoppiarsi in ogni possibile modo o pretendere che l’anormalità sia normale, i profeti di questo mito elevano il desiderio a legge, a modo di vita, in maniera non dissimile dai libertini di duecento anni fa. E’ la pretesa che l’uomo sia tanto grande che nessuna bassezza gli sia preclusa. Tutto è permesso, salvo pensare che ciò sia una cattiva idea.

Trovatevi da voi gli altri miti. Il materiale non manca. Anche se spesso questa nuova politica si riduce a trovare il cattivo di turno, cioè qualcuno che fa ciò che anche noi faremmo o abbiamo fatto, ma non ora.

Forse sono solo io ad illudermi che un tempo le discussioni fossero tra gente più lungimirante e seria, con in cuore un ideale alto, seppure spesso sbagliato.
Oppure illudermi che davvero fosse meglio. In fondo, il vivere quotidiano è ciò che ci accade adesso, ciò di cui abbiamo bisogno per vivere; il riconoscere ciò che bene e ciò che è male, per noi, per tutti.

So, non so

Si trovarono che stava scendendo la sera.
“Allora, chi voterai?” chiese lui.
“Non lo so. Però so dirti con certezza chi non voterò”, rispose lei.
“Chi, quindi?”
“Tutti quelli che hanno ingannato, e continuano ad ingannare. Quelli che anche adesso che ormai si sa, ripetono bugie. Quelli che non si scusano per le morti, le vite rovinate. Che non ammettono di avere sbagliato, e semmai fanno finta di non avere mai detto o fatto ciò che hanno detto e fatto. La mia memoria però è ancora buona”.
“Potrebbero avere sbagliato in buona fede. Ce ne sono tanti che…”
“Potrebbero, alcuni, forse. Ma se continuano a crederci, anche ora, vuol dire che sono degli idioti. Bugiardi oppure idioti, non c’è via di mezzo”.
“Sei dura”.
“Sono incazzata. Come osano? Come osano riproporre le loro formulette stucchevoli, i loro problemucci da viziati, le falsità con cui ci rintronano da decenni? Pensano che siamo tutti scemi? Che non vediamo cosa hanno fatto e stanno facendo? Che ci crediamo ancora? Dopo questi anni? Dopo che hanno reso palese ogni balla che ci avevano raccontata? Dopo averli visti? Dopo averli visti?”
Le mise una mano sul braccio. “Va bene, ho capito, adesso calmati. E quindi?”
Lei respirò a fondo. “E quindi… non so. Farò come al solito, penso: voterò quelli che non vogliono distruggere ogni cosa che è bene. Almeno a parole”. Alzò la testa, lo guardò.
“Ma sai la cosa peggiore? Io ricordo, ma ci saranno tanti che avranno già dimenticato. Che non hanno mai fatto uno sforzo per approfondire. Che credono ciecamente a ciò che sentono dalla televisione, che leggono sui giornali. Che non si fanno domande, che non colgono le dissonanze, che della ragione non sanno che farsene. Quelli che sono diventati ciò che combattevano, e non se ne sono accorti. Quelli che hanno fatto sempre così, e continueranno a marciare agli ordini di un potere che li domina e di cui non sono consapevoli. Tanti tanti”.
“Quindi non hai speranza che qualcosa cambierà?”
“Oh, invece no; cambierà. Cambia sempre. E’ l’uomo, che rimarrà lo stesso”.

Teschio

Nei dipinti raffiguranti San Girolamo si vede spesso un teschio. Anche Amleto viene raffigurato sovente con un teschio in mano. Nella tragedia però ciò non avviene in coincidenza con il famoso monologo dell’essere o non essere, ma quando incappa in due becchini che casualmente dissotterrano una sua antica conoscenza, il povero Yorick, e scherza con loro in modo un po’ macabro.
Nelle chiese barocche non è inconsueto vedere teschi a mo’ di decorazione, quale memento mori. Il nostro cranio, con le sue buie occhiaie, ha sempre simboleggiato la morte, e ricordato la nostra fragilità umana.

Dietro quella calotta tonda e bianca un tempo erano ospitati ricordi, affetti, un’intelligenza. Una persona che sapeva e amava, che aveva visto cose e fatto esperienze che mai conosceremo, e ora un guscio vuoto. Davvero era tutto lì? Davvero anche noi sotto sotto siamo così, e non importa quanto la carne che ricopre l’osso sia bella, la pelle curata, i capelli ben pettinati; un giorno spariranno, e non rimarrà che un perenne ghigno.

Sì, il teschio ci ricorda cosa non è importante e, nello stesso tempo, cosa non lo è.
Padronissimi di non crederci, ne ho uno sulla mia scrivania.

La radioattività fa bene, o così dicono

All’inizio del secolo scorso, la radioattività era una cosa nuova. Era progresso. E il progresso non può fare che bene.
Quindi, la radioattività faceva bene.
Si commercializzarono acque radioattive, dentifrici radioattivi, cerotti radioattivi. Ottimi per la salute: curavano disturbi neurologici, reumatismi, pressione alta, costipazione, asma e altri disturbi respiratori, con benefici per cuore, reni, fegato, impotenza eccetera. Soddisfazione garantita.
Bere un paio di boccette al giorno di elementi radioattivi era consigliato da medici e scienziati. Finché qualcuno non cominciò a notare delle strane morti. “L’acqua al Radio funzionava, prima che gli si staccasse la mascella”. Qualcuno iniziò a pensare che poteva essere colpa di… ma no, sicuramente non poteva essere così. Passarono anni, molti altri si ammalarono e morirono, prima di comprendere, prima che si cominciasse a prendere provvedimenti. Nonostante le prove crescenti, ci vollero ancora decenni prima che la pericolosità delle radiazioni fosse inconfutabile.
Quanti morti, quante sofferenze per teorie fallimentari alla prova dei fatti; per supposte cure i cui danni erano molto superiori ai benefici.
No, nessuno mai pagò davvero, a parte quelli che ci credettero.

Vecchi giornali

Raccolgo la frutta, le poche mele non bacate. Sul fondo delle cassette metto i giornali dell’anno scorso. Mentre lavoro leggo.
Quanto sono invecchiati male quegli articoli. Menzogne di politici. Menzogne di esperti. Con sicumera si proclamano tragici falsi. Si prepara l’errore, si costruisce il disastro, si promette ciò che non avverrà, ci si vanta di quanto si rivelerà un inganno.
La memoria tende ad ammorbidire i contorni, a sfumare i ricordi. Quanti cercano oggi di mascherare e rimuovere le loro terribili colpe. Io non c’ero, non sapevo, ho sempre detto il contrario. Ma la parola scritta è impietosa.
Leggere i giornali è utile, però solo quelli dell’anno prima.

Irragionevole

Una delle lezioni più dolorose di questi ultimi anni è stata vedere gente intelligente, che apprezzi, attenta, sensibile, persone di cui hai rispetto, rifiutare l’evidenza, ignorare la realtà. Davvero impressionante: porti le prove, i documenti, i fatti, e vengono rigettati; nella migliore delle ipotesi dopo uno sguardo superficiale, altrimenti a priori, senza neanche prenderli in considerazione.

L’irragionevolezza, cioè non prendere in considerazione il reale, sembra avere afferrato i cervelli. Era così anche prima? E’ così anche per me?
Quando tutto intorno ti viene ripetuta la menzogna, che fatica ci vuole per rifiutarla. Che coraggio, quanto lavoro. Com’è più comodo adeguarsi.
Piano piano, poi, il vero si fa strada. Riuscirò a rileggere il tempo passato alla luce di ciò che ora ho capito? Ho appreso la lezione per il futuro?

Oh, quanto siamo limitati, pigri, portati all’inganno e a ingannare. Siamo uomini. Ma davvero vuol dire questo, essere uomini, o non è piuttosto l’ennesima menzogna?

Deodorante

Quanto vorremmo essere eccezionali. Quanto vorremmo che le nostre abiezioni e le nostre cattiverie (solo le nostre, beninteso) non fossero considerate tali, ma solo ghiribizzi, sciocchezze, cose da nulla, anzi, normali. In fondo non c’è niente di male, no? Lo fanno tutti, o così mi dicono.
Le scuse che facciamo a noi stessi sono deodorante per cadaveri.

Il destino delle montagne

Anche le montagne più alte un giorno finiranno dilavate via. Le rocce che paiono eterne si spezzeranno e scenderanno a valle, diventando sabbia.
E’ il destino delle montagne ricadere alla fine nel mare.

Le direzioni del movimento

Non sono solo le regine, come negli scacchi, che possono muoversi in ogni direzione. La nostra vita è quella che vogliamo. Attraverso le nostre azioni, sia quelle fatte che quelle mancate.
Io credo che questo mondo, che stiamo attraversando con la nostra carne e le nostre ossa, sia solo una parte di ciò che è a noi destinato. Che avremo altre occasioni per crescere, e muoverci in direzioni che ora non riusciamo ad immaginare.
Se talvolta le caselle ci appaiono terminate, la partita finita, è perché non ci accorgiamo di quanto giaccia oltre il bordo della nostra piccola scacchiera.

Le sigle

Mia moglie mi chiede di massaggiarle i piedi mentre guarda la tivù, l’usuale tributo matrimoniale. Poiché di solito siamo televisivamente incompatibili, mi sbrigo in fretta e la lascio ai suoi programmi. Stasera ho fatto eccezione. L’estate sta finendo, ma ancora ci sono trasmissioni di stile estivo, come l’usuale carrellata dalle teche RAI. Oggi vi era una ratatouille di sigle televisive tra anni ’60 e ’80. Heather Parisi, Raffaella Carrà, la Goggi… e poi Orzowei, Furia, le sigle di Fantastico e Sanremo. Ballerini e ballerine in frac e costumi attillati, che si muovevano con un’energia che oggi pare impossibile. No, era un’altra stagione, altri anni. Oggi sigle non ce ne sono più, non più corpi di ballo, o canzoni con un senso, una storia. Mi domando se sia perché il gusto è cambiato o semplicemente si è deciso che non erano più accettabili. Non abbastanza… ciò che si usa adesso. Che si usa adesso?
Quando ascolto i ragazzi che, raramente, si trovano a cantare assieme, le loro parole e melodie sono quasi sempre le stesse nostre di tanti anni fa, come si fosse rotto qualcosa nel frattempo. Come se, dopotutto, ciò che merita si rifiutasse ostinatamente di cedere, di morire, di sparire nel buio degli anni.
Oh, sì, il mondo è cambiato, ma siamo stati – io, mia moglie, mia figlia – per un’oretta fermi sul divano guardando e ascoltando le reliquie di un’altra epoca e, oh sì, le sapevamo tutte.

Forse perché erano belle? Ma, come nella canzone di Gabriella Ferri

Anche tu amore mio
Così certo e così bello
Anche tu diventerai
Come un vecchio ritornello
Che nessuno canta più.

Quanto non ricordiamo, quanto abbiamo scelto di dimenticare.

Le fortezze di un tempo

Sono sul battello che fa servizio di linea tra le Cinque Terre, alla cui visita ho dedicato uno dei miei quattro giorni di mare di quest’anno. Era un pezzo di Liguria che mi mancava. L’imbarcazione si avvicina cautamente al molo stretto tra scogli popolati di gabbiani. In alto, su uno spuntone di roccia, svetta apparentemente imprendibile un’antica torre. In basso, accanto ai flutti, un bunker molto più recente scruta l’orizzonte con le sue feritoie come occhiaie vuote.
Chi mai vorrebbe predare dei villaggi arroccati su montagne così ostili? Eppure ci sono fortificazioni ovunque, è impressionante. Poco distante, l’isola di Palmaria ospita quanto rimane di possenti batterie di cannoni. La fortezza dei Doria domina Portovenere, ancora cintata di mura; qualche chilometro più in là, incrociatori moderni dagli strani angoli vegliano nel porto militare di La Spezia.

Ovunque l’uomo risieda, costruisce due cose: fortezze e chiese. O Muraglie e templi, se è per questo. Protezioni: contro i nemici che abitano le altre città, e contro minacce non necessariamente provenienti da mano umana, e non meno concrete. Difficilmente si impiegherebbe così tanta energia, tempo, lavoro contro pericoli inesistenti. I pirati saraceni compivano scorribande su queste coste, le potenze si contendevano questo o quel paese, e il male abitava il cuore dell’uomo. Allora come adesso.

Se adesso i castelli non si costruiscono più, non è perché gli esseri umani siano diventati pacifici. E’ cambiata solo la forma della guerra. Se le chiese non vengono più erette è perché è cambiata la visione dell’universo. Il mondo non è più ritenuto una minaccia, si pensa di poter prevedere ed evitare ciò che è male con le sole nostre forze, senza aiuti divini. Anzi: ci viene detto che né il male né il divino esistono. Non vale la pena di sforzarsi.

La protezione contro i nuovi nemici di oggi, reali o immaginari, è affidata ormai ad altro, a entità dai contorni incerti non meno degli antichi esseri soprannaturali, ma umane nel pensiero e nell’atto. Tutto ciò che è umano è limitato, e i suoi limiti siamo noi stessi. Le evochiamo come si faceva con gli antichi dei, nella speranza che ci ripareranno da ogni problema. Fiducia malriposta.

Allora si cercava una solidità che oggi abbiamo dimenticato. Abbiamo disperso quella memoria, di cui resta traccia in ruderi riattati a ristoranti e musei. Guardiamo senza capire. Abbiamo rinunciato alla difesa, abbiamo saccheggiato e disperso ciò che proteggevamo. Il nemico è in mezzo a noi, siamo noi.
I turisti visitano i gusci vuoti che sono diventati quei forti, quelle batterie di cannoni. In alcuni casi, quelle chiese. Si stupiscono, meno male che quei tempi sono passati. E si meravigliano di quella bellezza strana che oggi non si riesce più a trovare.

Echi di presente

Mia madre fa ottant’anni, e io ripenso alle foto in bianco e nero di lei giovanissima. Dov’è finito tutto quel tempo? Come dice il verso di una canzone, “tutto ciò che ho mai conosciuto è diventato lontano passato”.
Eppure viviamo ogni giorno, senza grosse scosse rotoliamo su questa discesa che sembra farsi sempre più ripida. I minuti ticchettano senza fermarsi mai, trasformando la nostra realtà in forme impreviste, come quella delle pietre scolpite dalle acque. Lentamente il nostro io e quanto ci circonda muta sino a diventare irriconoscibile per occhi di altre età. Se non vivessimo l’istante saremmo naufraghi a noi stessi, stranieri nel nostro mondo e alla nostra esistenza.

Ancora una volta il mondo si appresta a girare attorno al sole, e il flusso del tutto ci incatena con lui. Si chiama invecchiare. Come può qualcuno avere il coraggio di dire che tutto ciò non possiede un senso, uno scopo, una destinazione?

Il telefono, la tua voce

Mia figlia mi dice, che roba strana. Ho parlato a cena con mio fratello di una certa località turistica, e il giorno dopo sui social mi è comparsa la pubblicità di quel luogo. Ho scambiato quattro parole dal vivo su un certo marchio commerciale, e il giorno seguente mi hanno mandato le mappe per il negozio più vicino. Ho chiacchierato discorrendo di un certo aggeggio, e indovina? Ho ricevuto offerte proprio per quel modello. Addirittura, ho accennato in pizzeria con una mia amica al mio gatto che ha compiuto nove anni e zac, quel nome e quell’età sono comparsi…
Guarda perplessa il suo telefonino, di una nota marca che fa della sicurezza la sua bandiera. “Secondo te, ci spiano?”, mi chiede.
“Fossi in te, non ne parlerei con il telefono vicino, neanche spento”, le rispondo.
E no, non è un mio raccontino di fantascienza.

Tovarish Gorbaciov

Non tutti ricordano l’Unione Sovietica, il paradiso dei lavoratori. Si parla, in fondo, di più di trent’anni fa. Chi glielo dice, a quelli che sono giovani adesso, che c’era un tempo in cui la Russia faceva ancora più paura, e a ragione. Anche se in molti, pure qui in Italia, sostenevano che dovevamo invece accogliere a braccia aperte quel comunismo che era sempre lì lì per trionfare.

Che cosa strana era l’USSR, un colosso inaffondabile e granitico, dove coloro che non erano d’accordo con il potere finivano in manicomio – perché era chiaramente da pazzi opporsi.
E poi comparve questo uomo pelato, il nuovo Segretario di quella gigantesca superpotenza che certamente di lì a poco avrebbe sepolto l’America e cominciò a usare parole strane: perestroika, glasnost – mai sentite.

Difficile ricordare l’entusiasmo per ciò che stava accadendo, lo sconcerto della sinistra italiana che si trovava improvvisamente orfana mentre ciò che aveva sempre negato si palesava come vero. Un’idea ce la può dare quel brano musicale che riporto sotto, un tormentone disco dance che impazzava nell’estate ’87.
Mi ricordo una conferenza dove una profonda conoscitrice della Russia ci ammonì: attenti, questo Gorbaciov arriva dal KGB, dai servizi segreti. Non fidatevi. Troppo spesso alle brevi primavere sono seguiti inverni gelidi per chi incautamente si era scoperto credendo fosse arrivata la bella stagione.
Forse non c’era da fidarsi, ma nel bene o nel male quell’uomo fu colui che seppellì l’idea del comunismo vincitore certo e definitivo della storia. Probabilmente trascinato a forza dagli eventi, costretto dal marciume interno, dalla consapevolezza che l’orso russo era ormai solo una pelliccia fetida che copriva un corpo che l’ideologia aveva fatto imputridire. Ma comunque fu lui il becchino.

Così anche qui scoprimmo quanto fosse malridotto l’Est. La povertà, la mancanza di tutto, di pane e libertà, dietro all’illusione. Sembra impossibile, ma coloro che all’Unione Sovietica ci avevano creduto ce li abbiamo ancora qui, che sostengono che solo loro sanno cosa fare, solo loro sono i democratici, i legittimi, gli illuminati. Li abbiamo visti all’opera. Qualcuno ancora ci crede.

Gorbaciov è morto. La storia del mondo non è terminata, come qualcuno affermava, il giorno che l’USSR è caduta. C’è sempre un’ideologia, un idolo, un principe a segnare una breve stagione di illusioni. Cambiano nome, ma sempre collassano, alla fine; c’è sempre un Fortebraccio, un Napoleone, un Gorbaciov che ne scava la tomba. Anche lui ci aveva creduto, forse, ma credere alle illusioni non le fa diventare vere.

Finalmente…

Il blog da oggi va in modalità estiva e si aggiorna quando riesce…

Vivere pericolosamente

La foto che vedete qui sopra è del 28 giugno 1965. Qualche mese prima della mia nascita.
La didascalia che la accompagna su Twitter è “Lo standard di sicurezza del 1965”.
Le cinture di sicurezza erano lì da venire, sull’Enterprise come sulle auto. Non ci si faceva problemi più di tanto.

Nel vederla, un pensiero mi ha colpito. Si dice che la nostra società abbia smarrito tutte le antiche certezze. Il risultato non è una maggiore apertura, ma una chiusura. Il rintanarsi dietro barriere e mascherine; il legarsi a cinture e imbottiture; è diventato quasi inconcepibile rischiare, fosse anche solo di poco. Mandare un bambino da solo, concepire un figlio, respirare.
Vogliamo la sicurezza; e perciò scappiamo da ciò che non è sicuro. Il problema è che, nel nostro bel nuovo mondo, di sicuro non c’è niente. Quindi fuggiamo da tutto.

L’incertezza ha sostituito la certezza, e la paura ha sostituito la fede. Era coraggio, un tempo, o incoscienza? Oggi stiamo meglio, nel nostro castello iperprotetto da ogni cosa, terrorizzati da tutto ciò che potrebbe farci cambiare abitudini, dal clima a una relazione vera, portata fino in fondo?
O forse, sottilmente, non guardiamo con gli occhi lucidi e nostalgia i tempi (per chi se li ricorda) in cui si poteva semplicemente vivere?



Mani rugose

Ecco, in questo istante sono venticinque anni.
Qualcuno su Twitter oggi chiedeva: “ma voi, di molto sopra i 40, all’amore ci credete ancora?”
Oh, sì. Come tutto, anche l’amore si trasforma.
Il mio corpo non è più quello di un quarto di secolo fa: meno impaziente, con il fiato più corto. I miei bordi si sono smussati, non vedo chiaramente né da lontano né da vicino; il colore dei capelli ora è argenteo. Le mani hanno macchie, e non sono più così lisce; ci sono solchi che qualcuno potrebbe chiamare rughe.
Eppure, chiaramente, sono ancora io. Dentro sono ancora io, il mio nucleo è il medesimo. Sono cambiato senza cambiare.
Se mi chiedeste se il mio amore è lo stesso di venticinque anni fa, no, direi di no. Non puoi vivere tanto tempo con una persona senza imparare; senza che il flusso dei giorni lavi via tutto ciò che c’era di ambiguo, di illusorio, di superfluo. Quindi no, non è lo stesso, come il mio corpo non è lo stesso, come il cristallo che estrai grezzo dalla roccia non è lo stesso di quando il gioielliere avrà finito di occuparsene.
Io credo ancora nell’amore perché non penso che l’amore sia qualcosa di immediato, una sensazione, che oggi c’è e domani no. Quello è ciò che viene asportato dal tempo, perché non è amore, ma la sua apparenza, il suo aspetto sfolgorante, lo strato superficiale. C’è una permanenza, che ho scelto un quarto di secolo fa per me, per lei, per i figli, per il mondo e di cui non mi pento. Ciò che sta sotto, ciò che è eterno, ciò che non ti puoi dare e forse neanche capire, ma a cui solo ti puoi appigliare quando la tempesta infuria, le luci si spengono, il male ti insidia; quello a cui hai promesso la tua fedeltà, venticinque anni fa, incidentalmente nella persona di una donna, a quello credo. Ancora, e sempre. Non l’abbandono. Non mi abbandonerà.

Disperazione

La disperazione è, in un certo senso, il peccato originale secondo un’altra prospettiva: credere che esistano le sole possibilità che possiamo pensare noi stessi.
Dio ha più fantasia.

Gli ultimi frutti

I tempi passano
il nostro frutto avvizzisce
la buccia è raggrinzita,
il marcio, la muffa
divorano l’antica polpa
che sussurra di estati passate.
Solo il seme, all’interno,
nel centro segreto mantiene
la sua giovinezza.

Ragioni

Le ragioni hanno bisogno della carne per potere essere capite.

I pini curvi

Spesso, andando in montagna, ci si imbatte in pini il cui tronco è storto.
Accade alle alte quote, soprattutto quando sono isolati. Da piccoli neve e vento li spingono verso terra; crescendo si raddrizzano, ma rimarranno sempre un poco curvi.

Talvolta succede lo stesso alle persone. Piegate dalla vita, hanno saputo da un certo punto in poi continuare dritti verso il cielo.

Il segno

L’altro giorno camminavo verso la vetta, e ogni cosa era uno spettacolo; i fiori, il cielo, le montagne tutt’attorno.
Com’è che siamo fatti per la meraviglia? Come mai esiste la bellezza? Che scopo ha lo stupirsi per un fiore, per un’alta cima, per il muschio sugli alberi?

Tutto è segno, dicono. Ma dove, cosa, chi indica questo segno?

Avviso. Il blog si prende una settimana di vacanza…