Archivi categoria: meditabondazioni

Sentenze

Torno dalla montagna, mi ricollego con il mondo. E apprendo che l’appello del cardinale Pell, il cardinale australiano condannato per pedofilia, è stato respinto.
Secondo le accuse l’anziano prelato avrebbe, al termine della messa per il suo insediamento, nella cattedrale stracolma di gente lì per vedere lui, parlare con lui, costretto ad atti sessuali due ragazzini mentre era vestito con i paramenti vescovili completi. E’ uno dei due che l’accusa, dopo più di vent’anni; l’altro nel frattempo è morto.
Mi è difficile comprendere come si possa pensare che fatti tanto irragionevoli, senza prove, possano essere davvero avvenuti. Eppure le accuse sono state ritenute credibili dalla maggioranza dei giurati prima e dei giudici d’appello poi.

Ma non è di questo che volevo parlare. Ho scorso i commenti alla sentenza. C’è un’esultanza becera e cattiva; c’è chi chiede che chi ha difeso Pell ne paghi le conseguenze, anche perché, dicono alcuni, solo i pedofili difendono i pedofili.
Devo dire che ciò mi spaventa un pò. Sembra che non sia più possibile difendere qualcuno perché convinti della sua innocenza. Se invece di due giudici contro uno per la colpevolezza fosse stato uno contro due, cosa avrebbero detto queste persone? Davvero sono convinte che una sentenza discussa e discutibile sia il sigillo della verità?
Io mi sono convinto dell’innocenza del cardinale esaminando i fatti. Quelli mi sembrano convinti della sua colpevolezza perché è quello che è: un prelato della Chiesa Cattolica, e quindi come può non essere un infame molestatore? E’ una sentenza già scritta prima di qualsiasi avvenimento reale, che non ha bisogno di nessuna prova, che se ne frega della verosomiglianza e della ragionevolezza. Fosse anche colpevole, questa non è giustizia.

Il vociare di questa folla me ne rammenta un’altra, quella assiepata attorno alla ghigliottina che decine, centinaia di volte al giorno, tutti i giorni, toglieva l’incomodo della testa a tantissimi colpevoli; e poi a coloro che li avevano difesi, perché chi difende un colpevole è senz’altro colpevole. Chi sia poi colpevole, è certo: una giuria, un giudice, un popolo l’ha deciso.
Tutti alla ghigliottina, tutti in prigione, in manicomio, in Siberia, nei campi di rieducazione.
Finché non rimangano solo pavidi, e complici.

Annunci

Non abbiamo idea

Certo, ora ci sembra dura, ma davvero non abbiamo idea.
Ci pare desolazione, ma gli edifici sono ancora in piedi. Quando ci saranno solo rovine, quando ci sarà solo un deserto di cenere, ricorderemo quanto eravamo sciocchi.
Crediamo di essere perseguitati, poveretti noi. Quando ancora persino possiamo parlare.
Ci lamentiamo, ma non dovremmo, perché cosa diremo poi?

Eppure…

Eppure dovremmo saperlo, che è proprio nell’ora più buia che si vede meglio la luce.
Che nel dolore comprendi cosa davvero sia la vita (noi che non conosciamo né uno né l’altra)
E che ci tocca fidarci di chi c’è stato, di chi ha veduto, di chi ha sopportato e portato (e ci sembra incredibile possa essere chiesto anche a noi).
Il senso non è quello che abbiamo sempre creduto. Ci tocca perdere tutto quello in cui confidavamo per capirlo, e non c’è Grazia più grande.

Il blog da oggi passa da aggiornamento quotidiano feriale all’aggiornamento estivo, ovvero quando capita.
***
Come promesso, vi linko un mio vecchio racconto di fantascienza. E’ un po’ fuori standard rispetto agli scritti che potete trovare qui, siete avvisati.

 

Del taglio dei capelli

Perché tagliare i capelli? O la barba? O l’erba nel prato, che appena hai finito di tosarlo è già ricresciuta? E’ una gran perdita di tempo. Tu tagli, e poco dopo devi ricominciare da capo. Non lo fai, e loro crescono lo stesso. Comunque. Senza chiedertelo. Crescono, non si fermano.

Se passi accanto ad una casa abbandonata, vedrai che le piante hanno preso il sopravvento: alberi allignano persino sui tetti e sui balconi, l’erba impedisce quasi di aprire le porte. Le persone disperate, coloro che cessano di essere persone, si riconoscono dalla testa incolta.
L’uomo è diventato civile quando ha imparato a tagliare l’erba e ad acconciarsi la chioma.

Se hai cura di qualcosa, non la lasci a se stessa. Una lama affilata per potare, con accortezza, con amore, è quanto è necessario.
Così è anche per noi. Una crescita senza controllo non fa il nostro interesse. Occorre che qualcuno che ci vuole bene individui il taglio giusto che ci valorizza. E poi intervenga. Ancora, e ancora.
Su ciò che è disordinato, su ciò che è di troppo.

La ferita

Ora non avevo più motivo di dubitare. Mi sarebbe stato più facile dubitare della mia esistenza, che dell’esistenza della verità, la quale si scorge comprendendola attraverso il creato.
(Sant’Agostino, Confessioni 7, 10)

Nel post dell’altro ieri sostenevo che l’Universo è logico, altrimenti sarebbe incomprensibile e ultimamente senza senso. Che esso esista grazie ad un preciso disegno oppure no, l’attentare a questa catena di cause ed effetto con la menzogna è una ferita a quella logicità. Sostituisco il legame autentico tra le cose con uno fasullo, inesistente, forse plausibile ma non se lo si guarda da vicino.

Mentire vuol dire sovvertire la catena di ragionevolezza che da una cosa conduce ad un’altra, anche quando la bugia stessa ci appare ragionevole. Perché essa non può in alcuna maniera sostituire la verità. Lascerà sempre qualcosa di non spiegato, di dissonante; causerà un’onda di errore che si propagherà incontrollata in ciò che è.

La menzogna, di per sé, non è illogica; essa stessa possiede delle ragioni; è praticata da un’intelligenza, sì, ma che consapevolmente si muove contro la struttura stessa del cosmo. Per usare un termine cristiano, è peccato: cioè qualcosa che avrebbe potuto essere migliore, perfetto, ma non lo è perché si è scelto altrimenti.

Chiunque noi siamo, grandi scienziati, statisti, importanti personalità religiose, quando mentiamo, quando fingiamo, facciamo il male: feriamo il tessuto della realtà così come sarebbe dovuta essere. Quando il reale è ferito, sanguina. Pensate che chi lo ha creato lo lascerà impunito?

Rigurgiti

Probabilmente ho capito male, non ho compreso bene quanto si voleva esprimere.
Quando ho letto quanto pubblicato in prima pagina dell’Osservatore Romano dell’altro giorno ho pensato a qualche scherzo, che qualche sito di satira avesse ideato una complicata messa in scena; ma no, è più probabile la mia ipotesi iniziale. Abbiate pazienza, è complicato definire cosa si intenda realmente con frasi del tipo “Il campo di forze e di forme attivato dall’ellisse “famiglia-Chiesa” è l’ontologia cristiana poiché è il modo squisitamente evangelico di vivere i legami“.

In un articolo di risposta a quanti hanno hanno gridato di dolore davanti alla demolizione delle fondamenta dell’Istituto Giovanni Paolo II per la Famiglia, con la defenestrazione di quanto e quanti lo avevano definito finora, l’articolista sembra lanciarsi in una tesi alquanto discutibile. Cioè che non sia Cristo, la Legge divina, ciò che la Chiesa dovrebbe comunicare agli uomini, a indicare cosa sia giusto e sbagliato, ma che siano i comportamenti umani a definire ciò che la Chiesa debba dire.

Cito:
“E ciò perché i legami con persone e cose, di cui la famiglia è risultato e origine, il loro spesso oscuro intreccio sensoriale e affettivo, non sono corollari dell’essere, ma sono l’essere; non sono aggiunte secondarie alla realtà, ma la realtà stessa, la sua forza e la sua forma, la sua energia e la sua possibile giustizia. I legami sono la carne del mondo e la famiglia è la carne dei legami”.

A quanto pare sarebbe necessaria questa carne, perché

“Comprendere il mondo in maniera disincarnata significa scarnificarlo, mortificarlo, costringendolo in una gabbia di concetti, norme, progetti e modelli (anche sociologici) inerti.”

A me è venuto in mente un certo Gesù che diceva
“È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono”

Ma forse il suo era un modello inerte. Di fronte all’adultera avrebbe dovuto dire non “Va e non peccare più”, ma “Interessante questo tuo legame, prendiamolo ad esempio”. Non si sarebbe dovuto permettere di pronunciare frasi tipo “Dall’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto“, perché pone limiti troppo stretti a “l’alfabeto necessario se s’intende parlare al mondo”. Si sarebbe dovuto astenere da gabbie di norme tipo “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio”, perché vorrebbe dire staccarsi “dai legami con persone e cose che costituiscono la trama d’ogni famiglia (anche la più complicata) e della realtà tutta“.

Certo è che se questa fosse la “visuale ecclesiologica” che si vuole promuovere, non sarebbe altro che il rigurgito puzzolente di tutte le ideologie anticristiane degli ultimi secoli, la santificazione dei libertini e della visione comunista del rapporto tra le persone. Sarebbe dimenticarsi il piccolo particolare del peccato. Facciamo il male, e quindi non è vero che ogni legame sia sano; sono spesso malati, bisognosi di redenzione. Vorrebbe dire benedire ciò che è l’opposto di quanto Cristo ha detto.

Mentre la Chiesa ha sempre accolto gli adulteri, i conviventi, gli omosessuali, ma non la menzogna del loro comportamento. Non ha permesso che fosse il peccato a definire ciò che proclama, perché il peccato non è la verità.

E se qualcuno invece lo dicesse, fosse pure sulla prima pagina dell’Osservatore Romano, fosse anche consacrato, allora…
Ma probabilmente ho capito male. Ditemi che ho capito male.

Qualcosa non va

C’è un presupposto al nostro vivere che non è spesso reso esplicito. Che la realtà sia ragionevole.
Con questo non intendo che si facciano sempre cose ragionevoli, ma che tutte le cose abbiano un significato, un motivo profondo per la loro esistenza. Che tutto sia collegato.
Diamo per scontato che il sole sorga e che i piedi restino piantati per terra. Che persino i pazzi, i dittatori, gli assassini abbiano dei motivi per compiere i loro atti.
Se ciò non fosse, non potremmo vivere. L’assurdo sarebbe su di noi, la follia prenderebbe possesso della nostra vita. Sarebbe inutile lavorare, anche solo compiere un passo, perché di ogni azione non potremmo conoscere gli esiti. Non potrebbero esistere il bene e il male, ma il legame può essere visto al contrario: senza bene o male non vi è certezza delle cose.
Persino Dio segue questa logica; o, forse, sarebbe più corretto dire che questa logica stessa è il segno di Dio, da Lui ideata e garantita.
Non per tutti così. Per gli islamici, ad esempio, Dio può fare l’assurdo a piacimento. Come questo corrompa alla radice il concetto di bene e di libertà lo lascio al vostro ragionamento.
Eppure è proprio facendo attenzione a ciò che non torna, all’illogicità di certe situazioni così come ci vengono presentate che possiamo comprendere dove sta il vero e dove invece si annida l’errore, la falsità, volontaria o involontaria. Se il mondo è logico, un segno di illogicità ci mette in guardia che quello che conosciamo non basta. E’ l’intelligenza delle cose, che distingue l’inganno. Si chiama analisi; scomporre il complicato nelle sue connessioni, trovare ciò che non si lega, comprenderne le ragioni.  Qualcosa sfugge; c’è da lavorare per capire.

Contatto con il nemico

Il generale von Moltke sosteneva che “nessun piano di battaglia sopravvive al contatto con il nemico”.
Credo che il concetto si possa estendere. Nessun progetto, nessun disegno immaginato resiste a contatto con la realtà. In molti casi il reale si rivela essere ben più duro e difficile da accettare di quanto la nostra ristretta immaginazione, la nostra filosofia potesse avere pensato.
Altre volte ciò che accade va al di là dei nostri sogni più audaci. Non so se il bilanciamento del bene e del male finisca in parità; in ogni caso ci testimonia quanto piccoli e ottusi siamo.

Che razza di cuore umile e docile ci vuole per non fare programmi, per accettare ciò che accade e nello stesso tempo non fermarsi mai.

E’ naturale

Scusate, ma ne dovevo parlare.

“Pediatrics”, Aprile 2016, Volume 137, numero 4.
Titolo: “Conseguenze non intenzionali del termine “naturale” nella promozione dell’allattamento al seno
Svolgimento (mia sintesi dove non tra virgolette, corsivi miei): “Medici e organizzazioni di salute pubblica raccomandano l’allattamento al seno per almeno sei mesi, basandosi su prove dei benefici in salute per bambino e madre e sviluppo del bambino. Ma recenti lavori sfidano l’estensione di questi benefici, e sta pure crescendo una critica etica della promozione dell’allattamento al seno come stigmatizzante.”

Comincia qui una trattazione del termine “naturale”, sollevando il timore che si possa associare erroneamente il termine a “più sano”. Mentre in altri contesti, ad esempio la vaccinazione dell’infanzia, ciò a loro parere non è vero.
Segue una lunga dissertazione sui vaccini, partendo dal caso del morbillo e asserendo che i vaccini sono visti da alcuni come innaturali.
“Queste sacche di sentimento antivaccinatorio tendono a sovrapporsi con la fiducia e l’interesse in medicine complementari e alternative, con lo scetticismo sull’autorità istituzionale e un forte interesse e impegno in conoscenze, autonomie e comportamenti salutistici”.
Se il termine”naturale” appare quasi sinonimo di buono e puro, come conseguenza vengono rifiutati i cibi modificati geneticamente per preferire gli “organici”, le tecniche di riproduzione assistita, eccetera.
L’allattamento al seno viene pure definito “naturale”. Ma…
Abbinare natura con maternità, però, può inavvertitamente supportare argomenti biologicamente deterministici sul ruolo di uomini e donne in famiglia (per esempio, che le donne debbano avere la cura primaria dei figli). Fare riferimento al termine “naturale” nella promozione dell’allattamento al seno, quindi, può inavvertitamente promuovere un insieme di valori sulla vita familiare e ruoli di genere, il che sarebbe eticamente inappropriato. Usare il termine “naturale” è anche impreciso perché manca di una chiara definizione. Per simili ragioni, il recente rapporto Nuffield afferma che agenzie pubbliche, governative e che contribuiscono al pubblico dibattito su scienza, tecnologia e medicina “dovrebbero evitare i termini “naturale, innaturale e natura” a meno di non rendere trasparente i valori e le convinzioni che li accompagnano.”
In definitiva, “L’opzione “naturale” non si allinea con consistenza agli obbiettivi di salute pubblica. Se fare quanto è “naturale” è “meglio” nel caso dell’allattamento al seno, come ci si aspetta che le madri ignorino quella potente e persuasiva visione del mondo quando scelgono riguardo ai vaccini?”

***

Questa la sintesi del testo, pubblicato su un’importante rivista di pediatria. Non voglio entrare sulla polemica vaccinale. Però è molto interessante il pensiero delle articoliste: L’etica è ciò che decidono i potenti, e il linguaggio deve evitare di suscitare pensieri indesiderati nelle masse. Cosa sia il vero, o la realtà, non importa: se è inappropriato secondo il pensiero dominante deve essere evitato.
Siamo avvertiti. Dal loro punto di vista, il ragionamento è corretto. Perché mai la donna dovrebbe avere un ruolo primario nell’allattare e allevare i figli, quando è noto che quei cosi li porta la cicogna, o tuttalpiù si comprano?

Il contenuto

Quando ero decisamente più giovane, un’estate mi ritrovai a Rimini per il Meeting, a lavorare come volontario. Il posto dove alloggiavo era dall’altra parte della città e, mancando io sia di soldi che di mezzi di trasporto, ero ridotto a gambe e pollice. Pollice per fare l’autostop; gambe, quando nessuno mi caricava.
Oggi non si usa più, ma allora l’autostop era parecchio diffuso. Un anno ci tornai dalle montagne del trentino al mio paesello piemontese… ma questa è un’altra storia.
Quel giorno, a Rimini, mi presero su quattro ragazzi abbronzati in costume da bagno e asciugamani sui sedili. Nel tragitto uno, indicando dei manifesti che riportavano il titolo del Meeting di quell’anno, disse agli altri: “Ehi, avete visto quella roba? Ma che cos’è?” “Boh, è una roba di cattolici”, rispose un altro.
Potevo stare zitto. Ma non mi passò neanche per la testa. E così cominciai, con fatica, a spiegare loro di cosa si trattasse.
Mi lasciarono andare avanti per un po’, poi uno sogghignando se ne uscì con “Veh, ma l’avete sentito l’ultimo discorso del Gius?”, e giù a ridere. Erano quattro ciellini milanesi che mi avevano allegramente preso per il sedere.
Mi fecero i complimenti per il fegato mostrato a parlare così apertamente a degli sconosciuti (non erano ancora anni facili, sebbene non così violenti come i precedenti); ma a me non sembrava di avere manifestato chissà quale coraggio. Era qualcosa in cui credevo, ero lì apposta. Lo stare zitto, quello sì che sarebbe stato un tradimento.  Tanto valeva andarsene subito a casa.

Talvolta, quando qualcuno fa certi discorsi, manifesta certe ignoranze, sento impellente il desiderio di parlare. Di correggere, di intervenire, di spiegare. Non sono però più il ragazzo impetuoso di allora. Ora ho compreso il pericolo insito nel dire quello che si pensa, nel mostrare il proprio pensiero. I rischi: quello di essere escluso, di fare brutta figura, messo da parte, di rovinarsi la carriera o l’opportunità. L’ho appreso sulla mia pelle.

Ma niente, non lo reggo, se è in gioco la verità non ce la faccio a stare fermo. Non riesco a rimanere contenuto, quando quello che ho dentro è più grande di me.

Le onde della vita

C’è stato un periodo, venti-venticinque anni fa, in cui io e la mia fidanzata e poi moglie quasi ogni settimana eravamo invitati ad un matrimonio. Facevamo parte di compagnie ampie, e cattoliche, perciò pieni di amici inclini a sposarsi più della media di quest’età secolarizzata. Ho in mente cerimonie molto belle e allegre, che univano la fede a quella gioconda impazienza di costruire finalmente una famiglia, fare un passo avanti sui sentieri della vita.

Lentamente quella stagione declinò. Cominciò la stagione dei battesimi, per loro natura più numerosi ma anche più discreti. Seguì quella delle prime comunioni, e poi delle cresime. A ritmo sempre crescente anche quella degli estremi saluti, e mi colgono i brividi a pensare a quante persone conosco, ai tanti familiari miei e loro.

Lo scorso sabato si è aperta una nuova stagione. E’ convolata a nozze la prima bambina frutto di quei matrimoni di cui dicevo all’inizio. Anche questa volta è lei che apre la strada. Bambina? Ragazza, donna. Guardavo sul sagrato della chiesa quella straripante gioventù di ex bambinetti che manco mi arrivavano al ginocchio, e ora riconoscibili a stento, più alti di me. Con addosso quegli abiti da adulti che ho visto indossati dai miei stessi figli, con una stretta al cuore. Il termine “generazione” acquista spessore e significato.

Così il tempo va, come onde che si susseguono dolcemente, diverse eppure simili, e tu ti lasci trasportare dalla spuma, curiosamente in pace. Domandandoti se vedrai la terza onda.

Meglio di noi

Quante volte incontriamo persone che, se conosciute meglio, ci deludono. Chi è che, prima o poi, non delude?
Nessuna persona però ci conosce meglio di noi stessi. Sappiamo di noi tutto ciò che nessun altro potrà mai sapere.

C’è chi ha un’alta opinione di sé. Chi pensa di non avere difetti e che a sbagliare siano sempre gli altri.
Chi è più realista sa la verità del proprio essere. Conosce bene la cattiveria che ha dentro, la mancanza di coerenza, l’essere ben distante dall’ideale.
Insomma, sa di essere piccolo. Come direbbe un mio amico, tu sai che merda sei. E’ difficile persino per noi amarci per quello che siamo: cosa farebbe chiunque altro se sapesse ciò che di noi sappiamo?

Eppure, anche noialtri siamo amati. Da Qualcuno che ci conosce persino meglio di noi stessi, in quanto ci ha fatti e ci mantiene in esistenza.
Se siamo amati così da chi è oltre ogni misura umana, come posso io rifiutare questo amore che, se accettato e ricambiato, mi fa smettere di essere la piccola merda che sono?

 

Relazioni improbabili

Forse non lo sapete, ma esiste una precisa correlazione tra il consumo pro capite di formaggio e il numero di persone che muoiono per essere rimaste impigliate nelle proprie lenzuola. Sembra incredibile, ma è così. Ma potreste restare ancora più stupiti nell’apprendere il profondo legame esistente tra il numero di film in cui appare Nicholas Cage e quante persone annegano cadendo in piscina. Potrebbe essere una ragione per imprigionare Cage, se non fosse che le sue interpretazioni hanno un effetto positivo sulle morti in incidenti di elicottero e sui giorni di sole nel New Jersey.

La realtà è molto più complessa di alcune linee che uniscono i puntini. Pensiamo che i numeri non siano manipolabili, ma con essi è facile giocare. I giocatori professionisti sanno come evocare illusioni.

Eppure quante semplici verità ignoriamo per scelta ogni giorno. Quante correlazioni reali tra cosa facciamo, cosa crediamo, e la felicità.

Idoli cattivi

Ah, ma ciò che un uomo può raggiungere dovrebbe eccedere ciò che può afferrare, o a cosa servirebbe il cielo? *
Robert Browning

Le scorse ventiquattr’ore sono state un susseguirsi di sfighe. Non approfondirò, accennerò solo che alle tre di stanotte spalavo acqua putrida dalla cantina vicino alla mia auto rotta. Ma va bene, va bene; nonostante la stanchezza e le spese e le corse impreviste, va bene; ormai da un pezzo sono convinto che le sfortune siano semplicemente una deviazione sassosa da una strada di cui probabilmente non conosceremo mai il pericolo.

Ognuno ingrandisce ciò che gli capita, com’è nella natura umana. Siamo centrati su noi stessi: ci mancherebbe, siamo la persona più importante del nostro universo. Abbiamo la tendenza non solo a idealizzare, ma anche ad idolizzare: sebbene la ragione ci dica che c’è gente messa molto peggio di noi, la nostra piccola disgrazia ai nostri occhi apparirà comunque enorme.

Non adoriamo solo falsi dei, ma anche falsi demoni; abbiamo timore delle cose sbagliate per le ragioni sbagliate. Sì, abbiamo paura della povertà, della perdita di ciò che possediamo, della guerra, giustamente; e poi del riscaldamento globale, di questo o quello al potere, che quella certa persona ci ignori…
anche quando l’evidenza, la storia, la realtà ci dicono che nessuna di queste eventualità sono minimamente la fine del mondo.

Guardando solo le cose piccole, ci sfuggiranno le grandi. Mentre nel grembo delle cose grandi c’è molto posto, anche per i nostri piccoli cuori.
Dovremmo preoccuparci invece di perderci spiritualmente, della nostra stessa corruzione, mancanza di umiltà, odio, l’adorazione o terrore degli idoli. Quelli sono i demoni autentici, gli altri sono solo illusioni, figure di fumo, distrazioni. Gli idoli, benigni o maligni, sono sempre riflessi pallidi di ciò che davvero importa.

*  “Ah, but a man’s reach should exceed his grasp, Or what’s a heaven for?”

L’opzione del riccio

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. (…) Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato».
(Mt 10, 16-21)

L’avevo visto qualche mese fa, rientrando la notte. Una sagoma, un paio di occhi luminosi alla luce dei fari. Allora non avevo capito cosa fosse, quella forma in fondo al giardino.
L’ho rivisto la settimana scorsa, questa volta meglio. Un grosso riccio, che banchettava con i frutti del corniolo davanti alla finestra della cucina.
Un riccio sicuramente deve vedere il mio giardino come una sorta di Eden. Pieno di alberi da frutta, cespugli di bacche, insetti. Recintato, senza cani, solo gatti a cui credo il coinquilino non interessi granché.

E poi, ieri sera, bagnando le piante, l’incontro ravvicinato. L’ho sorpreso allo scoperto, a meno di tre metri di distanza, mentre innaffiavo le piante. Ho chiamato mia moglie; mi aspettavo scappasse a gambe levate.
Invece no.
I ricci hanno, a quanto pare, una loro strategia quando si trovano faccia a faccia con una minaccia. Si fingono morti.
“Che carino”, ha detto mia moglie, “lo chiameremo Ciccio”. Anche avvicinandosi a pochi centimetri Ciccio il riccio rimane immobile, come stroncato da istantaneo decesso. Così è questo il tipo che mi ha fatto sparire tutte le fragole… Qualche foto, reprimo la tentazione di toccarlo e ci allontaniamo. Che torni a saziarsi di prugne cadute e ribes.

Ieri era San Benedetto. Come forse sapete, esiste una teoria, chiama “Opzione Benedetto“, la quale suggerisce che una strategia per i cristiani per superare l’attuale momento di persecuzione e crisi potrebbe essere quella di rifugiarsi in comunità isolate, tipo quelle benedettine durante le invasioni barbariche. In attesa che il mondo capisca l’errore.
Può essere una via, certo. L’idea presenta fascino e vantaggi. Ma a me ricorda, in qualche modo, la scelta del riccio.

Intendiamoci, i ricci sono sopravvissuti fino ai giorni nostri e prosperano. Quindi qualche merito il simulare di essere cadaveri, zitti e immobili, ce lo deve avere.
Ma se io fossi stato ghiotto di ricci, se odiassi la razza, se non desiderassi altro che sterminare i parassiti che mi ripuliscono di fragole l’orto, allora sarebbe stata l’opzione peggiore. Ugualmente nel caso di un’automobile che tira dritto nella notte: immobilizzarsi davanti ai fari non è la strategia più adatta. Di fronte ad una minaccia maligna o indifferente il riccio che si finge morto muore davvero.

Il guaio è che questo, come testimonia il Vangelo di ieri riportato all’inizio del post, è proprio il nostro caso. C’è un sacco di gente che vuole liberarsi di quei cristiani indiscreti che osano abitare nel loro stesso orticello.

Così, piuttosto che il riccio, forse è meglio adottare la strategia suggerita da Cristo stesso: “prudenti come i serpenti”. I serpenti sono attenti alle vibrazioni della terra, e filano via e si nascondono nei pericoli. Ma, se proprio vengono afferrati e sono messi alle strette, mordono.

 

Dov’è la libertà

La differenza tra il cristianesimo e le altre religioni è che queste ultime il sacrificio lo praticano sugli altri.

Tempo

Il tempo
stalla dolcemente
nel vento, immobile
un istante per tuffarsi
negli abissi d’aria
sotto di lui.

Rallenta, muove poco le ali,
senza peso volteggia
nell’infinità azzurrina
scendendo e risalendo
nei turbini invisibili,
nelle fresche correnti.

Poi guizza frenetico
come ad afferrare
un sogno, un’ombra
dileguata chissà dove,
e sparisce lasciando,
dietro sé, il ricordo.

1984

Pasti esclusivi

Poco fa, alla televisione correvano le immagini di un cuoco che componeva il suo piatto con le pinzette.
Porzioni piccolissime e, immagino, costosissime. Il ristorante sembrava uscito da una rivista di architettura, dove una saliera costa quanto il mio stipendio di un mese.

Mi sono trovato a domandarmi se quel minuto antipasto avrebbe sfamato Vincent Lambert. Lambert, il disabile, ve lo ricordate? Lo stanno facendo morire di fame e di sete. Avevano fermato tutto quando era uscito il video in cui piangeva all’annuncio che era stato condannato a morte. Passato qualche giorno, dimenticato il filmato, come previsto hanno ricominciato ad ucciderlo.

Non posso fare a meno di pensare che le due cose siano collegate. Che gli avventori di quel ristorante da ricchi leziosi siano gli stessi che non possono sopportare una vita inutile come quella di Lambert. Quelli per cui la vita è uno spettacolo da gustare in poltrona VIP, con l’immondizia ben fuori dalla vista.
Chissà se il mangiare e il bere a quelle tavole esclusive lo chiamano, come per Vincent, “trattamento”. Il costo è certamente molto più alto.

Forse il mio è solo pensar male, o amarezza; perdonatemi. Però una domanda per quelli che gioiscono della prossima morte di un innocente ce l’ho: se la sua vita è inutile, in cosa è utile la vostra?

Immoralisti

Non c’è soddisfazione più grande per gli immoralisti che rimproverare la loro morale ai virtuosi.

Correttori

Un antico detto degli informatici dice che ogni programma contiene almeno un errore e una riga di codice ridondante. Applicando il detto recursivamente a qualsiasi programma ed eliminando le righe inutili, li si può ridurre tutti ad una sola riga di codice che non funziona.
Per i testi scritti si potrebbe usare lo stesso paradigma.

Ieri, mentre rileggevo l’inizio del mio libro, mi sono imbattuto in un errore.
Insomma, la prima pagina. L’avrò scorsa centinaia di volte. L’hanno rivista almeno altre sei persone. Eppure c’era uno strafalcione.

Gli errori capitano. Anche i post, anche quelli li scrivo, li rileggo, sia in testo semplice che in anteprima, più e più volte. Se posso, li lascio riposare prima di scorrerli ancora e pubblicarli. A volte è così tardi, sono così stanco che gli occhi mi si incrociano, e lo sbaglio può sfuggire. Ma qualcosa che ho cesellato per ore?

Siamo fallibili. Se è così vero per la scrittura, figurarsi con il resto. Quanti sbagli ogni giorno, che il correttore ortografico non può evidenziare.

C’è solo da sperare che chi corregge le bozze dellla nostra vita sia misericordioso.

I figli di Trasimaco

Disse Socrate: «Cerca dì persuaderci che ci sbagliamo nel preferire la giustizia all’ingiustizia».
«E come potrò persuaderti?», replicò Trasimaco. «Se non sei stato convinto da ciò che ho detto poco fa, cos’altro potrei fare? Devo forse infilarti il discorso nell’anima con la forza?»

Platone, “Repubblica”, Libro I

 

Non credo che molti tra i miei lettori sappiano chi fosse Trasimaco, un sofista greco vissuto quattrocento anni prima di Cristo, di cui ci resta ben poco. Se è famoso – se così si può dire – è grazie alla “Repubblica” di Platone, che lo sceglie come antagonista di Socrate in una discussione sulla giustizia. Per il Trasimaco del libro, la giustizia coincide l’utile del più forte: chi è più forte può dettare legge secondo i propri interessi. Felice è colui che, grazie alla propria potenza, è in grado di soddisfare ogni desiderio e sottomettere i più deboli. L’ingiustizia è virtù. Quindi beati i forti, perché di loro è il regno di questa terra.

E’ una tesi che torna in mente guardando le cronache di questi giorni, agli esempi di leggi e sentenze a uso e consumo di particolari convenienze e ideologie.
Si tratti di far morire di fame e di sete chi utile non è, di sottrarre i figli ai genitori, di destinare risorse agli amici, ignorare i fatti; il tratto comune è lo spregio di quanto appare ragionevole al pensiero. Chi dovesse rimanere stupito e confuso per come si invochi legalità un minuto prima e la si infranga in nome di un personale arbitrio l’istante dopo, è invitato a rileggersi Trasimaco.

Perché sembrerebbe abbia ragione lui. Se la legge viene interpretata fino a farle dire l’opposto, a incarcerare la vittima e liberare il ladro come nelle storie di Pinocchio, allora davvero essa non è che lo strumento di oppressione del potente. Quello che più colpisce non è tanto l’ovvia distorsione di chi fa il proprio interesse, quanto la claque di tanti che non hanno così tanto da guadagnare, se non per il fatto di essere sul carro del vincitore. Quantomeno, illudersi di esserlo.

Sembrerebbe il trionfo del relativo, della forza sul diritto. Eppure il fatto stesso che di diritto si parli, che si percepisca la dissonanza tra quanto si sostiene e la realtà, indica un fatto chiaro: che una giustizia più profonda, un vero più profondo ed autentico esiste. Incrostato di dubbio e falsità, vilipeso, rovesciato, deriso, disprezzato, però c’è. Riconosciuto nel momento stesso in cui lo si nega, perché non si cerca di distruggere ciò che non esiste.

I figli di Trasimaco controllano la scena di questo mondo, ma Trasimaco si sbaglia. Non è felicità la loro, è solo esercizio di potere, una soddisfazione labile, presto finita. Perché ciò che l’uomo davvero desidera è la giustizia vera, e allontanarsene non fa che acuire quella brama.

Che i potenti e i loro servi seguano pure quei loro desideri, che li portano distante da ciò che senza rendersene conto vogliono. Il vero e il giusto cerchiamo. Perché questi durano, non cambiano con i giorni, i governi, i giudici, il gioco dei potenti.

Io non sono così

Mi guardo allo specchio e vedo uno che mi somiglia

Vita di Schrödinger

Il gatto di Schrödinger non si sa se sia vivo o morto fintanto che non si apre la scatola. E’ un gatto indefinito.
Ma anche la nostra vita non esiste davvero finché non la guardiamo.
Il problema è che raramente lo facciamo. Preferiamo restare in uno stato indefinito, di non vita. Senza farci domande, mettendo i minuti in fila come ne avessimo infiniti a disposizione.
Forse abbiamo paura di aprire la scatola e scoprire che noi, dentro, non ci siamo.

Che ce ne mandino

Mi scrive un lettore, a proposito di alcuni commenti apparsi su questo blog:

(…) Mi chiedo solo quale colpa diretta possano avere certi critici (…), persino certi conclamati troll, quando i maggiori media “cattolici”, importanti vescovi cardinali e professori con cattedra di teologia “cattolica”, mostrano ignoranza della fede, e smentiscono di fatto le sacre scritture, dimostrando che il cristianesimo è pura congettura umana, un’escamotage politico (a beneficio dell’umanità, ci mancherebbe!).
Come possiamo fare con chi è stato forzatamente abbeverato alle fonti inquinate del modernismo (come succede della mia parrocchia), e oggi se la ride di tutte quelle “menzogne” cattoliche quali discese dal cielo e ascensioni (in mongolfiera?), risurrezioni e apparizioni, angeli annunciatori e spermatozoi creati nell’utero di una vergine?
Come si può evangelizzare quando la voce della Chiesa si confonde e si conforma a quella del mondo (…)? 

Dubbio più che legittimo. Così ho risposto:

Quale colpa diretta? In effetti qui mi sento di applicare quel “non giudicare” evangelico. Ma sullo stesso Vangelo c’è anche scritto: “Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato.” (Gv 15)
Parafrasando, e con un minimo di autoironia, si potrebbe dire: se non avessero letto Berlicche… ora, se non sanno e discutono con onestà intellettuale, bene! Chissà che la Grazia non agisca; in fondo anche i grandi convertiti hanno fatto lo stesso. Se però discutendo mentono, vuol dire che non cercano la verità; e allora proprio scuse non ne hanno.
Come possiamo fare con chi deride il cattolicesimo (e magari è prete o vescovo?) Deridiamo loro, perché non hanno senno: se non credono al Vangelo che li fa essere discendenti degli apostoli non meritano rispetto, perché allora non sono altro che ingannatori vestiti da buffoni.
E preghiamo per loro, perché possano rinsavire. Come discutevamo ieri e come ho scritto oggi (ieri, ndr), a tirarci fuori da questo pasticcio non saranno sedevacantisti, tradizionalisti o modernisti, ma santi.
Che da lassù ce ne mandino.

Che poi, se tutti avessimo davvero a cuore il bene della Chiesa, ricette a parte dovremmo essere concordi ed azzuffarci un poco meno. Capisco la rabbia; ma cedervi è peccato.