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Crepa (piano piano)

Stiamo arrivando. Piano piano. Non ve ne accorgete? No, certo che no. Perché noi facciamo piano. Un passetto per volta. Un pezzettino per volta. Vi cambiamo. Cambiamo voi. Cambiamo te. Delicatamente. Profondamente. Cambiamo il modo con cui guardi agli altri. Cambiamo il modo con cui consideri quelli che ami. In maniera che non li ami più così. In maniera che non li ami più. Che li ami in modo diverso. Più rispettoso, diciamo. Allontanandoti. Lasciandoli andare. Tagliando i legami. Facendoti pensare che il loro bene sia non volere loro bene. Che sia il non volere il loro bene. In piccole cose. E poi nelle grandi cose. Ma non subito. Per gradi. Passando dall’amore al rispetto. Dal rispetto all’indifferenza. Dall’indifferenza a quello che c’è dopo, e dopo c’è tanto. Noi lo sappiamo. Ieri non potevate ammetterlo. Poi sono arrivati i casi speciali. I casi pietosi. Quasi mai veri. Mai veri del tutto. Ma erano un passo. Un piccolo passo. Per abituarvi. Piano piano. Per cambiarvi. Piano piano. La seconda volta che accade è già visto. La terza è noioso. La quarta si spinge più in là. Verso di noi. Piano piano. Dal caso pietoso a quello normale. Non ci si può tirare indietro. Non ci si può più tirare indietro. Chi si tira indietro sarà denunciato. Non è pietoso. Non ha pietà. La sua pietà vera sarà derisa. Sarà derisa perché vera. Sarà impedita perché vera. Sarà vietata perché vera. Quella falsa avrà vinto. Noi avremo vinto. Piano piano. Ti permetteremo di morire di sete. Ti faremo morire di sete. Per non morire di vita. Ma la sete è crudele. Saremo pietosi. Ti uccideremo con una pastiglia. Con una iniezione. Per pietà. La nostra pietà. Ti addormenteremo. Ti sederemo. Per non fartene accorgere. Non ve ne accorgerai. Non te ne stai accorgendo. Ti abbiamo sedato. Ti abbiamo addormentato. Basta una volta. Mille no. Ma basta un sì. Ci sarà il cedimento. Ci sarà il crollo. Siamo abili. Piano piano, a strisciare. Nelle crepe. Allargarle. Piano piano. Finché non ci sarete più. Ci saremo solo più noi. E verremo da voi. Forti. Senza più bisogno di andare piano. Avremo vinto. Vi guarderete intorno. Non ci sarà più nessuno. Solo noi. A dire che non avete più libertà. Che adesso siamo noi a comandare. E che dovete sparire. Obiezioni? No, non le accettiamo ormai. Dovevate parlare prima. L’avete fatto? Peccato, non vi abbiamo sentiti.
Avete parlato troppo piano.

 

Irritante

Che irritanti questi che vogliono il mio bene. Che vogliono salvarmi. Che mi amano.
Irritanti, supponenti, arroganti. Non l’hanno ancora capito? Lo so io cos’è il mio bene.
Danno la loro vita per me. Fanno sacrifici in mio favore. Dedicano a me il loro tempo e la loro fatica.
Che stronzi.
Pensano forse che questo dia loro il diritto di dirmi cosa fare? Di dare a me, proprio a me, dei consigli?
Lo ripeto, so io cos’è il mio bene. La mia convenienza. Non ho bisogno di salvatori. Di maestri. O di padri, di madri, di gente che mi giudica. Vogliono dare per me il loro sangue? Che facciano. Scelta loro. Non si aspettino ringraziamenti.

Vorrebbero insegnarmi. Ma chi sono, loro? Che titoli hanno? E, anche se li avessero, che mi interessa cosa affermano?
Non c’è nessuno che può dirmi cos’è la verità. La verità non esiste. La verità me la faccio da me.
Che stiano zitti. Che stiano in silenzio, che non si facciano neanche vedere.

Irritanti, questi giusti. Irritanti, questi perfettini.
Irritante soprattutto quello che dice che muore per salvarmi.
Poi, con questa scusa, mi giudica. La croce era il minimo, per uno così.

Ah, dimenticavo, non mi sono presentato. Io sono te.

Le conseguenze dell’amore

Bisogna fare attenzione a quello che ami. Può essere estremamente pericoloso.
Il cristianesimo ha fortemente a che fare con l’amore.  In effetti è il suo punto principale: Dio ha talmente amato il mondo da mandare suo Figlio a salvarci. E Lui stesso ha raccomandato: amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi.

Questo messaggio dà, evidentemente, sui nervi a qualcuno. A molta gente. Moltissima. Che quindi provvede a rimuovere il messaggio. O il messaggero.
Quando non ami, quando ti dà fastidio che qualcuno ami, non ti fa molto problema il modo della rimozione.
Può essere una bomba. Può essere un colpo in testa, o un coltello. Un carcere, una legge, un licenziamento, una battuta sarcastica. Anche solo il silenzio. O, peggio, l’assoluto disinteresse.

Se ami come dovrebbe amare il cristiano, allora ti importa anche di colui che uccide te, i tuoi cari, tuo padre, tua madre, i tuoi figli. I tuoi fratelli, che sono tutti, compreso colui che ti sta rimuovendo, nei modi sopra descritti o in tanti altri più diretti o più ingegnosi. Ti tocca non odiarlo, e questo può essere molto, molto difficile. Il suo scopo, anche se magari non se ne rende conto appieno, è proprio farsi odiare.
Per neutralizzare quel messaggio.

Così il giorno di festa che diventa lutto, la palma di gioia inzuppata di sangue, non sono che ciò che comunemente segue l’amare in un  mondo che non ne vuole sapere. Non sono eccezionali, non sono un caso. Sono la croce; sono la normalità. Quella, non il nostro asfittico accontentarci di gesti vuoti e promesse vane.

Ci viene chiesto, ogni giorno, di testimoniare. Ma il gallo canta per noi. Che non capiamo le conseguenze dell’amore.

Assassini globali

Astiterunt reges terrae , et principes convenerunt in unum…

Spero che non cadiate anche voi dal pero perché davvero siete convinti che Assad abbia bombardato con armi chimiche. Devo dire che, tra tutte le operazioni di notizie fasulle che ho visto, questa è tra le più goffe e ridicole. Che un capo di stato in sella da decenni possa, mentre sta vincendo e appena prima di una conferenza di pace, bombardare con un’arma vietatissima per ammazzare pochi civili in mezzo ad un deserto è a dir poco grottesca. Lo avesse fatto, o è un idiota integrale o poteva guadagnarci qualcosa; presumendo che un idiota non sia, ditemi cosa aveva da guadagnarci.

Questo unito a qualche altro piccolo indizio (che so, le immagini della strage palesemente fasulle, la mancanza di informazioni indipendenti, l’attacco con i gas denunciato per sbaglio 12 ore prima e simili piacevolezze) mi portano a ritenere, con una certa fondatezza, che sia stata un’operazione cinicamente studiata in anteprima da quelli che sono nominalmente le vittime. Volete altri indizi? Il fatto che, in mancanza di informazioni e prove, i capi delle diplomazie di diversi paesi abbiano puntato senza esitare il dito contro il presidente della Siria .

Neanche loro sono fessi. Se l’hanno fatto, o hanno rapporti molto molto buoni con i ribelli e quindi informazioni di prima mano che indicano senza dubbio Assad come colpevole, o hanno rapporti molto molto buoni con i ribelli e vogliono indicare Assad come colpevole.
La spudoratezza di riciclare una storia così debole denota o una arroganza suprema o molta fretta, unita alla convinzione che i nostri popoli siano composti di minus habens. In alcuni casi, viste le reazioni, può anche essere vero.

Deprimente. Ma ancora più deprimente è il fatto che la diplomazia americana si sia allineata con queste fake news, malgarado Trump.
E’ ovvio che è in corso la normalizzazione del Presidente. Magicamente, nelle ultime 24 ore le varie testate giornalistiche  che negli ultimi mesi hanno sparato palle incatenate ad alzo zero contro il miliardario hanno cominciato a trattarlo come un presidente.  Ha fatto quello che volevano; possono rallentare le bastonate.
Oh, potrebbero esserci anche esserci ragioni strategiche impellenti. Che ne sappiamo. Democrazia? Ma non fatemi ridere.

Qualcuno asserisce, o spera, che quella di Trump sia solo un falso cedimento. Che in realtà li stia ancora giocando. Da parte mia, sapendo le doti di negoziatore del POTUS, la vedo più come una disponibilità a negoziare. Il segnale sono le braghe calate, e parecchi morti.

Così sono i prìncipi di questo mondo. Spero per voi, di nuovo, che non aveste fiducia in qualcuno di loro. Volete sapere chi sono? Guardate chi ha cantato questa ballata di morte, senza dimostrare dubbi.
No, non sono loro. Quelli sono solo i loro utili idioti.

Il coraggio di essere

Non c’è attività più rischiosa del vivere, ma è anche quella che ti dà le maggiori soddisfazioni.

Una fede scontata

Le nebbie rendevano alberi e palazzi intorno a me, che tornavo dal lavoro, fantasmi grigi nella precoce notte invernale. Fu allora che notai quella stella brillante, a mezz’altezza. Un aereo? Eppure non sembrava muoversi. Anzi, pareva fissa, e relativamente vicina. Archiviai il mistero nella mente. Fu solo dopo qualche giorno, transitando in orari meno tenebrosi, che vidi come il fantomatico lume fosse posizionato sulla cima di una specie di guglia.
Cosa poteva essere? Il pilone di un nuovo ponte? Nella zona ferveva un rinnovamento urbanistico, con svincoli e viadotti che sorgevano improvvisi su antichi prati. Eppure era strano. Un pilone così aguzzo, isolato, quasi in mezzo al niente… sembrava quasi il campanile di una chiesa, di quelle moderne che sembrano vele, raggi di sole o, mi si perdoni, cacate di giganti.

il mistero mi si è chiarito a distanza di parecchie settimane, quando ho visto in giro i manifesti del nuovo outlet. La guglia era sostanzialmente un segnale pubblicitario, come i fasci di luce lanciati verso il cielo che avevo scambiati per quelli di una discoteca o delle giostre carnevalesche. Il giorno dell’apertura il traffico era paralizzato per chilometri attorno, e sì che avevano raddoppiato le strade.

Adesso, con la bella stagione, quella guglia la vedo molto meglio.Sia di giorno che di notte. E mi interroga.
Il senso di una civiltà, a mio parere, è rivelato da ciò chegli uomini che ne fanno parte innalzano verso il cielo.
Le torri di guardia, avevano un senso. I campanili, avevano un altro senso. Monumenti? Bandiere?
Questa nostra civilizzazione innalza segni che dicono “Qui si compra e si vende”.

E la gente si dirige a frotte nella nuova chiesa. Che non promette salvezza, ma solo sconti.
Sì, sto parlando dell’outlet.

Attenti all’etichetta

Un piccolo avviso a giornalisti, scientisti e blogger, nonché ai loro commentatori.
Una ricerca sociologica, una statistica sui comportamenti umani, una serie di interviste o anche di dati anagrafici spesso non sono scienza.
La scienza ha a che fare con il ricercare leggi e dimostrarle; con il fare esperimenti riproducibili per verificare queste leggi; con il predire comportamenti basandosi su ipotesi rigorose. Confrontate con ciò che spesso invece si vuole far passare sotto l’etichetta di scientifico. Dov’è la legge che lo spiega, dove le ipotesi dimostrate sperimentalmente? Ci sono casi che invalidano le ipotesi? Se sì, li si è considerati o sono stati semplicemente ignorati?

Feynman, uno dei più grandi scienziati del secolo scorso, in questo breve video, chiama quella “pseudoscienza“, fatta da pseudoesperti pseudoscientifici.
“Avendo io il vantaggio di aver personalmente scoperto quanto duro sia sapere davvero qualcosa, quanto cauto devi essere nel controllare gli esperimenti, quanto è facile che tu stesso faccia errori, io so cosa voglia dire “conoscere” qualcosa, e quindi vedo come loro (questi pseudoscienziati, ndt) ottengono le informazioni. E non posso credere che loro questo lo sappiano e abbiano fatto il lavoro necessario, e i controlli necessari e abbiano avuto la cura necessaria… ho il grande sospetto che non sappiano come questa cosa vada fatta.”

Perciò, prima di etichettare qualcosa come “scientifico”, assicurarsi che lo sia davvero e non un accozzaglia di dati raccolti in modo discutible, analizzati in base ai desideri più che ai fatti, e poi presentati ai creduloni per confermare quel che già si pensa di sapere. Propaganda, non scienza.

La differenza tra uno scienziato e uno pseudoesperto imbonitore è che il primo dovrebbe cercare la verità nella realtà per quella che è. Diffidate delle imitazioni.

Poi

Tutto è cupo, buio, freddo. Ciò che un tempo viveva ora è secco, duro come il cuore di un avaro. Non lo riconosci più, tu che lo ricordi al tempo del suo splendore. E’ avvizzito, è appassito. Ti ha deluso, tu che confidavi in lui. Ti ha lasciato in solitudine in questa nebbia, in questo gelo che non sembra finire. Anche la speranza è la fioca fiamma di una candela dallo stoppino corto e fumigante.

Poi, d’improvviso, senza che tu abbia fatto niente, immeritatamente è primavera.

Debolezza e forza

Appaiono forti come non mai, in questo momento storico, tutte le ideologie che vogliono depotenziare l’uomo.
Alla legge naturale e al senso di colpa derivante dal peccato si sovrappone il nuovo codice etico: ambientalismo (rinuncia al dominio del creato), sesso libero e omosessualismo ( rinuncia al dominio di sé), multiculturalismo globale (rinuncia alla propria identità culturale), politically correct (rinuncia alla realtà e alla onestà intellettuale). Con buona pace della volontà di potenza. Contro tutti queste rinunce ormai appare schierata quasi solo la Chiesa, alla faccia di Nietzsche, e neanche tutta.

Sono proprio i poteri forti che vogliono questa debolezza: perché chi è forte vuole essere ancora più forte, e una strada per ottenerlo è che i deboli siano ancora più deboli. Non c’è vincitore più completo di chi vince perché il suo avversario decide di perdere.

Il cristianesimo fa della debolezza e dell’umiltà la sua forza. Ma la debolezza del cristianesimo non è una rinuncia fine a se stessa: è la rinuncia alla menzogna, non alla realtà. E’ la rinuncia alla forza, non ad essere forti; la rinuncia a imporre il proprio volere, non al volere; la rinuncia al peccato, non alla virtù.
Diffidate di chi predica questo nuovo spiritualismo imbelle, questo catarismo degenere che si lascia usare dal mondo perché ogni cosa diventa lecita, tranne essere veri.

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Fuori onda

Strane correnti ci muovono, e non capiamo cosa siano.
Una luce misteriosa si intravede, a volte, in alto, ma non la comprendiamo. C’è chi nega che esista davvero. La chiama illusione.
Ma cosa illumina questo nostro mondo?

Siamo pesci in cerca dell’acqua in cui nuotano.

In mezzo al rumore

Uno fa le cose che pensa.
“Che pensa”. Che pensa siano convenienti. Non necessariamente vere, o giuste. Vere o giuste solo se pensa che il proprio bene faccia parte del bene di tutti.
Le virtù umane sono anche le virtù cristiane, e viceversa, ma di loro non importa a nessuno che non abbia un interesse per loro. Che non pensi gli convenga seguirle. Ma che accade se quelle virtù non gli dicono niente?

Non si combatte per difendere le leggi se non si crede più alla ragione per cui quelle stesse leggi sono nate. Se non penso che ogni vita sia sacra allora mi è lecito uccidere quanti mi infastidiscono, siano bambini non nati o persone che reputo inutili o dannose, e pure me stesso.
Uccido, e non ci vedo niente di male, niente di strano, perché è un’altra la prospettiva che mi guida. Altre parole, urlate da ogni dove.
Non sono neanche in grado di comprendere perché a qualcuno dovrebbe fare problema. Posso ancora capirlo, ma solo perché vivo in una società che un tempo era così. Reliquia di un educazione, di una visione del mondo differente ma che ha perso il nesso con la mia esistenza. Come brandelli di manifesti sul muro, frammenti di frasi stinte davanti a cui passo senza fermarmi.

Coscienza? Qualcuno ha detto coscienza? Una voce che sussurra parole che non riesco ad interpretare.

C’è ancora qualcuno che non si rassegna. Qualcuno per cui quelle paroline sussurrate da dentro hanno ancora un senso, in mezzo al rumore. Come in quei tempi, in cui quel linguaggio non era stato dimenticato. Se vogliamo che giustizia regni, abbiamo solo una strada: che tornino quei tempi, che le persone vedano di nuovo cosa sia il vero e il giusto e il bello.

Si può lottare per leggi giuste. Bisogna lottare per leggi giuste. Ma perché si capisca che sono giuste bisogna reimparare quel linguaggio. Altrimenti sarà come una lingua straniera imposta da un invasore, destinato a perdere perché nessuno comprende quanto dice.
La comprensione non si può imporre. Si può solo ottenere facendo vedere quanto più bello e umano e vero sia vivere così. Spiegando quelle parole. Anzi, ancora prima: dicendo, ascoltale.
Sono anche dentro di te. Non le senti, come cercano di farsi sentire, in mezzo a tutto questo rumore?

Populismi

Tutte le ideologie rispettabili da giovani sono state populismi.

In effetti un populismo non è che una formazione politica prima che i potenti la comprino.

Un’ideologia cessa di essere un populismo quando capisce che quello che lei stessa chiede è irrealizzabile, o il peggiore dei mali. Si vergogna allora così tanto che comincia a parlare d ‘altro.
Al che il popolo si sfila e comincia a cercare un’altra idea che non abbia ancora capito cosa accade quando i desideri si realizzano.
Di solito un populismo nasce per contrastare i danni del populismo precedente.

Il disprezzo degli ex-populisti per il popolo assomiglia al rifiuto dei propri genitori degli adolescenti. Invecchiando capiscono poi l’errore, e vorrebbero riallacciare i rapporti. Ma chi li vuole ancora?

Al tempo dei nonni

Lo sapete, sono cattivo.

Ma sono un cattivo che si domanda il perché delle cose.
Sono anche quel tipo di cattivo che comincia a capire che quando televisioni e giornali riprendono unanimi una data notizia c’è da chiedersi: che cosa vogliono ottenere?
Sì, perché questo cattivo è convinto che nella maggior parte dei casi ormai non stiano informando il pubblico, stiano facendo propaganda per i loro padroni.
Prendiamo il caso di quei due signori già anzianotti ai quali è stata tolta la potestà della figlia. E’ interessante notare come la simpatia dei giornalisti, e di conseguenza di gran popolo, stia tutta con la coppia. I giudici, che di solito si adorano specialmente quando demoliscono leggi o ne coniano di nuove, in questo caso sono additati al pubblico disprezzo.

Non voglio entrare nel merito del caso, che non conosco. Dico solo che essere genitori all’età in cui si è nonni o addirittura bisnonni è una possibilità concessa da una scienza che non pensa e da un’ideologia che privilegia i soldi e il desiderio di “adulti” sul bene dei bambini. Fa bene il loro avvocato a ricordare esempi di noti personaggi con analoghe discendenze che nessuno pensa di sottrarre loro. Chissà, forse occorerebbe applicare a questi gli antichi metodi di educazione, del tempo dei nonni o anche più in là, per insegnare che non basta essere ricchi e famosi per fare tutto ciò che si vuole.
Ma le punizioni corporali sono fuori moda, come pure il bene dei bambini. Anche i tribunali dei minori vogliono abolire.

Oh, chiamatemi insensibile, arretrato, naturalista – no, quello va usato solo quando fa comodo. Però io penso davvero che la natura – cioè il modo in cui siamo fatti – abbia un senso. Se certe cose non sono comunemente possibili, una ragione c’è.

Così il compianto unanime per quei poveri vecchi mi fa pensare che un giudice ci penserà parecchio, la prossima volta, a sottrarre il figlio faticosamente concepito o comprato da qualche facoltoso o famoso vecchierello. E’ contro l’opinione pubblica; rovina il business. Penso male, sono cattivo.
In fondo i figli spesso vengono parcheggiati dai nonni. Diritto ad una mamma, ad un papà che possano essere davvero tali? Naaa. Quella è roba per bambini.

Dire, fare, lettera, testamento

Non è chiaro se la proposta di legge sul testamento biologico, che sta per giungere nelle aule parlamentari con le usuali forzature radicaleggianti dei finti democratici, sia in realtà un mezzo per cercare di eutanasizzare – se mi passate l’orrido neologismo – il governo o ricompattarlo. Perché se da un lato il tema dell’eutanasia, di cui questa proposta è chiaramente anticipatrice ed esplicito grimaldello, è un tema per così dire “caro” ad una sinistra mortifera, dall’altra è senza’altro possibile che si tenterà di sfruttare i prevedibili malumori per mollare una stoccata all’esecutivo. Un casus belli per apparire puliti.

Le unioni civili, quella indiscussa porcata di legge che è l’unico lascito degno di nota del fu governo Renzi, furono utilizzate per ricompattare un partito mugugnante contro il “nemico comune”. Quale nemico? quel cattolicesimo che ha costruito e costituito la civiltà occidentale. Se si vuole sostituirlo con una nuova ideologia è indispensabile liberarsi del suo retaggio. Per tornare al paganesimo che fu, e anche più in giù. Che poi anche alcuni esponenti formalmente cattolici si siano accodati dietro congruo compenso alla “nuova” morale progressiva la dice lunga sui danni che può fare la politica quando è staccata da un ideale da raggiungere.

I pochissimi civiluniti certificano l’ampiezza della menzogna sull’urgenza di quel provvedimento e il favore popolare pressoché nullo; i successivi pronunciamenti, ampiamente previsti, di giudici compiacenti, ridicolizzano gli sbandierati risultati della finta opposizione. Ma temo che da ciò non si sia imparato niente.

Possiamo sgolarci affermando che il caso di quel poveretto che è andato in Svizzera ad ammazzarsi non c’entra niente con quanto si vuole passare in aula: quello è stato puro suicidio. Non servirà, ma almeno serve a chiarire cosa si vuole ottenere in realtà, al di là di tutte le parole false che ci riversano addosso.

Avremo un bel dire che, una volta aperta la porta alla morte, sarà difficile richiuderla. Non ci saranno molti che presteranno orecchio a quanto accaduto in altri stati, dove si è partiti come qui con parole di dolce morte e si è finiti a trattenere con la forza vecchietti che cercavano di resistere a chi li sopprimeva. O a far fuori bambini, malati mentali, persone non autosufficienti, senza più neanche addurre scuse. Nel silenzio complice, persino nell’indifferenza.

Un poco di orrore da queste parti ancora quelle pratiche le suscitano. Quella parte politica che adesso spinge il provvedimento è, nominalmente, la stessa che esecrava la barbarie nazista, non così differente quanto a volontà di eliminare ciò che riteneva improduttivo. Almeno senza l’ipocrisia di dire che lo faceva per il loro stesso bene.

Perché quanto il padrone decide che è ora di sopprimere i pesi morti o tu hai una ragione per dirgli di no, per dire che quello non è una zavorra ma un essere umano vivo, oppure obbedisci. Anzi, porti avanti quella battaglia per la morte come se ne andasse della tua vita.
Attento, servitore del nulla. Cosa ti accadrà quando al tuo padrone non servirai più?

E noi, che pensiamo la vita sia sacra e non oggetto di mercato, che dobbiamo dire? Che dobbiamo fare? Dobbiamo farci sentire perché il nostro modo di vedere il mondo non divenga lettera morta. Non è ancora venuto il momento di scrivere il testamento biologico della fede.

I tempi cambiano

Mi ricordo, parecchi anni fa, che ogni tanto i giornali davano notizie di genitori poverissimi che vendevano i loro figli a qualche ricca coppia.
Fossero contadini calabri o zingari, i parenti degeneri erano additati al disprezzo universale. Come si poteva pensare di dare la propria prole in cambio di denaro? E quei ricconi, come osavano rompere il legame tra madre e figlio? Che cosa ci volevano veramente fare con quella creatura?
I titoli erano su più colonne, la condanna unanime.

Poi i tempi sono cambiati. Notizie del genere sono diventate sempre più rare, e poi sono sparite.
Forse non c’è più quella povertà, si può pensare, o c’è maggiore coscienza. Magari al pubblico non interessa più. Oppure quei ricconi hanno trovato altre strade.

Adesso sui giornali si possono leggere di nuovo notizie simili. Ma, a differenza di un tempo, sembra che quelle vendite risultino molto più simpatiche, quasi dovute; anzi, ci si indigna che qualcuno – evidentemente rimasto fermo ad un’altra era – si possa indignare.
Non si capisce più dove sia il reato; in fondo, si dà soddisfazione a due bisogni e la trattativa commerciale è diretta. Al limite si potrebbe discuetere sull’IVA. La mamma non è più un ostacolo; anche perché pare che in fondo non serva, dato che ambedue gli acquirenti sono spesso inadatti fisicamente, nonostante la buona volontà, a svolgere tale compito.

Adesso che grazie a giornalisti e giudici abbiamo capito cos’è davvero importante e che non ci si deve preoccupare più tanto del benessere del pupo, è ora di pensare alle prossime leggi.
Perché se gli adottanti hanno diritto alla felicità di comprarsi un bambino, quando quello stesso bambino non darà più loro la felicità – capricci, troppe spese, adolescenza – logicamente verranno a cadere le premesse. Quindi è del tutto naturale che se ne vogliano sbarazzare. In fondo, l’hanno comprato. Anche gli elettrodomestici hanno la garanzia e il diritto di recesso.
Se non vogliamo distruggere pure le leggi sull’abbandono di minore, io suggerirei di portarci avanti con i tempi e passare al prossimo step.
Che ne direste del bambino in leasing?

Disperato tramonto

Con la tua vita puoi fare quello che vuoi, acquistare bambini per darle un senso o ammazzarti perché il senso non lo trovi. E’ il disperato tramonto del laico senza certezze, che pensava di potere comprare la felicità, equivocando sul significato di valori.

Le bubbole nelle quali credeva sono scoppiate: contenevano il nulla. Si atteggiava a uomo superiore, adesso si definisce animale. Ha un sussulto solo quando gli viene indicato il nuovo demone da abbattere: il fascista, l’omofobo, l’obiettore, l’inutile carcassa umana, il politico che infastidisce il potente che detta la linea. Allora si scatena, veste i colori di guerra. Manca poco per raggiungere la perfezione, solo ancora una persona da far sparire.
Urla, manifesta, scrive insulti su twitter. Non si accorge di essere morto.

Avesse almeno qualcuno a cui chiedere perdono.

Accanimento

L’italia sta morendo, e quelli al Parlamento pensano a farle scrivere il testamento biologico.

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Caro Ippocrate ti scrivo

Caro Ippocrate,
ti scrivo perché voglio essere medico. Non equivocare, però: a me che i malati stiano meglio non importa nulla. Anzi, loro non mi interessano proprio. Se c’è una persona che deve stare bene quella sono io. Dovresti aggiornarti: oggi il medico fa molte più cose dei tuoi tempi. Il medico è quello che ammazza i bambini nella pancia della mamma, con mezzi ingegnosi. E’ quello che mette bambini nella pancia della mamma, solo che non si chiama più così, dato che poi deve sparire perché il bambino è già stato venduto. E’ quello che elimina il materiale organico superfluo, che una volta si poteva chiamare umano, vecchio o invalido, idiota o annoiato che sia. Un tempo i carnefici potevano anche essere ignoranti, adesso occorre essere medici.
Se vuoi essere boia, sai cosa devi studiare. Non vuoi esserlo? Difficile che ti assumano.

Quindi, caro Ippocrate, vedi bene che essere medici è la professione del futuro. Non sei felice? Ho solo una richiesta per te: quel tuo giuramento, che hai scritto molti secoli prima di qualsivoglia cristo. Dici di stare lontano da farmaci mortali, azioni corruttive, medicinali abortivi anche se richiesti. Ecco, come dire? Non sei al passo con i tempi. Siamo diventati molto più moderni da allora, da quando tu ti limitavi a curare. E’ il momento di cancellare quelle tue parole, dimenticarle. Danno fastidio.

Nel nostro nuovo ruolo di medici, lo sai cosa facciamo a chi dà fastidio?

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Mercoledì delle ceneri

Come forse sapete, sono un grande appassionato di T.S. Eliot, il poeta.
C’è una poesia che leggo una volta l’anno, in questo giorno. Si intitola Mercoledì delle Ceneri, Ash Wednesday.
La traduzione italiana che ho non mi ha mai soddisfatto. Così, con notevole incoscienza, vi presento la mia versione. Spero non vi dispiaccia troppo.

I

Perch’i’ no spero di tornar giammai
Perch’i’ no spero
Perch’i’ no spero di tornar
a desiderare questo dono d’uomo e quel fine d’uomo
io non mi sforzo più di sforzarmi verso cose così
(Perché l’aquila invecchiata distende le ali?)
Perché dovrei piangere
Il potere svanito del regno usuale?

Perch’i’ no spero di saper giammai
la gloria malata dell’ora positiva
Perch’i’ no penso
Perch’i’ so che non potrò sapere
il solo verace potere transitorio
Perch’i’ no posso bere
Là, dove alberi fioriscono, e sorgenti sgorgano, che niente v’è giammai.

Perché so che tempo è sempre tempo
e luogo sempre e solo luogo
e ciò che è attuale è attuale solo per un tempo
e solo per un luogo
Gioisco che le cose siano come sono e
rinuncio al volto benedetto
e rinuncio la voce
Perch’i’ no spero di tornar giammai
e quindi gioisco, dovendo costruire qualcosa
di cui gioire.

E prego Dio di avere pietà di noi
E prego ch’i’ possa dimenticare
Queste materie che troppo tra me discuto
Che troppo spiego
Perch’i’ no spero di tornar giammai
Lascia che queste parole rispondano
Per ciò ch’è fatto, che più non sarà fatto
Possa il giudizio non esser troppo pesante su di noi

Perché queste ali non sono più ali su cui volare
Ma solamente ale per battere l’aria
L’aria che ora è del tutto rada e arida
Più rada e più secca della volontà
Insegnaci ad avere cura e non curarci
Insegnaci a sedere fermi.

Prega per noi peccatori ora e nell’ora della nostra morte
Prega per noi ora e nell’ora della nostra morte

II

Signora, tre leopardi bianchi sedevano sotto un ginepro
Nel fresco del giorno, avendo mangiato a sazietà
Delle mie gambe mio cuore mio fegato e ciò che era contenuto
Nella vuota boccia del mio cranio. E Dio disse
Potranno queste ossa rivivere? Potranno queste
Ossa rivivere? E ciò che era stato contenuto
Nelle ossa (che erano già aride) disse stridendo:
Per la bontà di questa Signora
E per la sua amabilità, e per il fatto
che onora la Vergine in meditazione,
Noi splendiamo con brillantezza. E io che sono qui smembrato
Offro le mie azioni all’oblio, e il mio amore
alla posterità del deserto e al frutto della zucca.
E’ questo che raccoglie
Le mie viscere le fibre dei miei occhi e le parti indigestibili
Che i leopardi rifiutano. La Signora è ritirata
in una veste bianca, in contemplazione, in una veste bianca.
Lasciate che la bianchezza delle ossa espii a dimenticanza.
Non c’è vita in loro. Come io sono dimenticato
E vorrei essere dimenticato, così vorrei dimenticare
così consacrato, concentrato allo scopo. E Dio disse
Profetizza al vento, al vento solamente perché solo
Il vento ascolterà. E le ossa cantarono stridendo
Col ritornello della cavalletta, dicendo

Signora dei silenzi
Calma e affannata
Lacerata e più intera
Rosa di memoria
Rosa di dimenticanza
Consumata e che dai vita
Ansiosa fonte di riposo
La singola Rosa
E’ ora il Giardino
Dove tutti gli amori finiscono
Tormento terminato
Di amore insoddisfatto
Il tormento più grande
Di amore soddisfatto
Fine del senza fine
Viaggio senza arrivo
Conclusione di tutto ciò
Che non si può concludere
Linguaggio senza parola e
Parola di nessun linguaggio
Grazia alla Madre
Per il Giardino
Dove tutto l’amore finisce.

Sotto un ginepro le ossa cantarono, disperse e scintillanti
Siamo contente di essere disperse, facemmo poco bene una all’altra,
Sotto un albero nel fresco del giorno, con la benedizione della sabbia,
Dimenticandoci di noi e tra di noi, unite
Nella quiete del deserto. Questa è il paese che voi
vi spartirete tirando in sorte. E né divisione né unità
Importano. Questo è il paese. Abbiamo la nostra eredità.

III

Alla prima rampa della seconda scala
Mi voltai e vidi in basso
la stessa forma avvinta alla ringhiera
Sotto il vapore nell’aria fetida
lottare col diavolo delle scale che veste
il volto ingannevole di speranza e disperazione.

Alla seconda rampa della seconda scala
li lasciai avvinghiati, voltati in basso,
Non c’erano più volti e la scala era buia,
Umida, scheggiata, come la bocca bavosa di un vecchio, oltre riparo,
O la gola dentata di uno squalo antico.

Alla prima rampa della terza scala
C’era una finestra a fessure panciuta come il frutto del fico
E oltre i fiori di biancospino e una scena di pascolo
La figura dalle ampie spalle vestita in blu e verde
Incantava maggio con un antico flauto.
Dolce è chioma mossa, bruna chioma sulla bocca mossa,
Lillà e chioma bruna;
Distrazione, musica del flauto, gradi e gradini della mente sulla terza scala,
svanendo, svanendo; forza oltre speranza e disperazione
arrampicandosi sulla terza scala.

Signore, non sono degno
Signore, non sono degno
Ma dì solo una parola.

IV

Chi camminava tra viola e viola
Chi camminava attraverso
Le varie fila di verde diverso
Procedendo in bianco e azzurro, di Maria il colore,
Di piccole cose parlando
in ignoranza e conoscenza dell’eterno dolore
Chi si muoveva tra gli altri mentre camminavano
Chi fece quindi forti le fontane e le sorgenti rinfrescando

Fece fredda la roccia arida e fece solida la sabbia
Nell’azzurro della speronella, azzurro del colore di Maria
Sovegna vos

Qui sono gli anni che camminano attraverso, portando
via i violini e i flauti, confortando
Uno che si muove nel tempo tra il sonno e la veglia, vestendo

Luce bianca piegata, su di lei drapeggiata, piegata.
I nuovi anni camminano, riparando
attraverso una nube brillante di lacrime, gli anni, riparando
Con un nuovo verso la rima antica. Redimi
Il tempo. Redimi
La visione non letta nel sogno più alto
Mentre unicorni ingioiellati trascinano il carro dorato.

La sorella silenziosa velata in bianco e azzurro
Tra gli alberi di tasso, dietro il dio del giardino,
Il cui flauto è senza fiato, chinò la testa e fece un cenno ma non disse parola

Ma la fontana sorse su e l’uccello cantò giù
Redimi il tempo, redimi il sogno
La promessa della parola non udita, non detta

Fino a che il vento scuota mille sussurri dal tasso

E dopo questo nostro esilio

V
Se la parola perduta è perduta, se la parola spesa è spesa
Se la non udita,  non detta
Parola è non detta, non udita;
E’ ancora la parola non detta, la Parola non udita,
La Parola senza una parola, la Parola dentro
Il mondo e per il mondo;
E la luce rifulse nelle tenebre e
Contro la Parola il mondo disancorato ancora roteava
Attorno al centro della Parola silenziosa.

Popolo mio, che cosa ti ho fatto.

Dove potremo trovare la parola, dove la parola
risuonerà? Non qui, non c’è silenzio bastante
Non sul mare o sulle isole, non
Sul continente, nel deserto o nelle terre piovose
Per coloro che camminano nelle tenebre
Sia nel tempo del giorno che nel tempo della notte
Il giusto tempo e il giusto luogo non sono qui
Nessun luogo di grazia per coloro che evitano la faccia
Nessun tempo per esultare per chi cammina tra il rumore e va la voce a negare.

La sorella velata pregherà per
Coloro che camminano nelle tenebre, chi Ti ha scelto e Ti si oppone,
Coloro che sono lacerati dal laccio tra stagione e stagione, tempo e tempo, tra
Ora e ora, parola e parola, potere e potere, coloro che attendono
Nelle tenebre? Pregherà la sorella velata
Per i bambini alle porte
Chi via non andrà e pregare non potrà:
Prega per coloro che scelsero e si oppongono.

Popolo mio, cosa ti ho fatto.

La sorella velata pregherà tra i sottili
alberi di tasso per coloro che lei offendono
E sono terrorizzati e arrendere non si possono
E affermano davanti al mondo e negano tra le rocce
Nell’ultimo deserto tra le ultime azzurre rocce
Il deserto nel giardino il giardino nel deserto
Dell’aridità, sputando dalla bocca il seme di mela avvizzito

Popolo mio.

VI

Perch’i’ no spero di tornar giammai
Perch’i’ no spero
Perch’i’ no spero di tornar

Oscillando tra il proftto e la perdita
In questo breve transito dove il sogno incrocia
Il crepuscolo dai sogni incrociato tra nascita e morte
(Benedicimi padre) sebbene io non voglia volere queste cose
Dall’ampia finestra verso la riva di granito
Le bianche vele ancora volano verso il mare, verso il mare volando
Ali non spezzate

E il cuore perduto s’irrigidisce e gioisce
Nel perduto lillà e le voci perdute del mare
E lo spirito debole si sbriga a ribellarsi
Per la verga d’oro piegata e l’odore del mare perduto
Si sbriga a ritrovare
Il grido della quaglia e il piviere roteante
E l’occhio cieco crea
Le forme vuote tra le porte d’avorio
E l’odore rinnova il sapore salato della terra sabbiosa

Questo è il tempo  di tensione tra morire e la nascita
Il luogo di solitudine dove tre sogni si incrociano
Tra rocce azzurre
Ma quando le voci scosse dall’albero di tasso vagano via
Fa’ che l’altro tasso sia scosso e risponda.

Sorella benedetta, madre santa, spirito della fontana, spirito del giardino,
Non lasciare che che ci prendiamo in giro con falsità
Insegnaci ad avere cura e non curarci
Insegnaci a sedere fermi
Persino tra queste rocce,
In sua voluntade è nostra pace
E persino tra queste rocce
Sorella, madre
E spirito del fiume, spirito del mare,
Non permettere che io sia separato

E il mio grido giunga sino a Te.

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Morte à la carte

C’è gente che si ricorda della morte solo quando vuole darla agli altri.
Non equivocate. A loro quel che davvero preme non è la fine delle sofferenze di qualcuno. Non gliene potrebbe fregare di meno. Tant’è che persone di quel tipo le cercano e le usano. Se servisse al loro scopo volentieri moltiplicherebbero quella sofferenza, taglierebbero quelle gole. Loro sono adoratori del nulla, e non si fermeranno davanti a nulla perché è esattamente quello il loro scopo. Che tutti vadano al nulla.

Dicono che una certa vita non ha senso, ma non sanno dire quale sia il senso della vita.
Ingannano. Anche se parlano con le bocche mielate di giornalisti, attori, politici. Gente cioè la cui professione è far credere una certa versione delle cose.
Cercheranno di convincervi che il nulla è bello. Non li ascoltate.
No, la morte non è il nulla. Neanche la vita è il nulla.
Solo chi disprezza entrambe può gioire quando un’esistenza finisce.
La morte? Lei fa il suo lavoro.

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Astronomia per età oscure

Around the 6th century AD, Europe entered what’s known as the Dark Ages. This period of time from around 500 AD until to the 13th century witnessed the suppression of intellectual thought and scholarship around the continent because it was seen as a conflict to the religious views of the church.

Attorno al sesto secolo della nostra era, l’Europa entrò in quelle che sono conosciute come Età Oscure. Questo periodo di tempo tra circa il 500 DC. fino al 13esimo secolo vide la soppressione del pensiero intellettuale e degli studi nel continente perché era visto in conflitto con la visione religiosa della chiesa.

Quando ho letto questa frase sul sito Astronomy.com entro un articolo sugli studiosi di astronomia islamici (“Come gli studiosi islamici fecero nascere la moderna astronomia“) sono sobbalzato. Mi sono chiesto: ma davvero c’è ancora tanta ignoranza, specie da parte da chi vorrebbe scrivere articoli storici? Si ripropongono bufale smentite da un pezzo.
Perché quella frase che ho riportata è non solo inesatta, ma completamente errata. In effetti, avvenne proprio il contrario.

L’astronomia era una delle quattro “Arti liberali” del Quadrivio. Esse erano insegnate in tutte le scuole europee medievali a partire dal V secolo, quando furono codificate per la prima volta. Queste scuole erano quasi sempre sotto il patrocinio della Chiesa. La Chiesa infatti ha sempre incoraggiato apertamente lo studio delle stelle e dei pianeti, come mezzo per capire meglio il disegno di Dio e la sua Creazione. Monaci e anche santi, come San Ermanno lo Storpio, studiavano e copiavano trattati sulle meccaniche celesti e realizzavano strumenti astronomici. Papa Silvestro II (999-1003), Gerberto di Aurillac, era un astronomo al quale si deve tra l’altro la reintroduzione in Europa dell’astrolabio.

Se di fronte ai fatti ci fossero ancora dubbi basterà ricordare la Divina Commedia, infarcita di riferimenti astronomici in connessione con la divinità: “amor che muove il sole e l’altre stelle“. La Chiesa era così contraria agli studiosi che creò le università (no, quella di Fez era solo una madrassa)…

Non si può negare che, per larga parte del primo medioevo, i migliori astronomi fossero in territorio islamico. Ancora oggi i nomi di molte delle stelle più luminose sono arabi (Algol, Alcor, Altair…): la versione araba del greco da cui furono tradotte. L’eredità degli astronomi indiani e persiani conquistati nonché la disponibilità di testi classici perduti in occidente dava una netta superiorità agli studiosi di quelle terre rispetto agli omologhi europei, dove le conoscenze erano state spazzate via dalle successive ondate di invasioni.
Ma già nel 1200 una certa parità era stata raggiuunta, e nei secoli successivi il divario in favore dell’Europa divenne sempre maggiore. Quale il motivo?  Proprio la spinta della Chiesa, assente in Oriente, dove anzi gli studiosi vennero sempre più visti con sospetto se non con ostilità. Se nel cattolicesimo Dio ci incoraggia a conoscere il mondo perché esso è ragionevole, nell’Islam il mondo è soggetto al capriccio divino, e quindi imperscrutabile. Non molte possibilità di una vera scienza.

Quindi, onore agli astronomi islamici, ma se l’astronomia oggi è grande è per merito della Chiesa. Sì, anche Galileo era cattolico.

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Certezze

Tutti hanno certezze, ma pochi lo ammettono.

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Nel giardino dell’Eden

Mi hanno passato la lettera che segue. E’ di un trentenne friulano che si è ucciso, pubblicata per volontà dei genitori. Leggetela, poi ne parliamo.
* * *
 
Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.
Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
 
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.
 
A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.
Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.
Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.
Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.
Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.
P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.
MICHELE

****

Che tristezza.
Può sembrare indelicato nei confronti di chi si è tolta la vita, ma la sua lettera è un inno alla pretesa. Il mondo non è quello che vorrei, dice a chiare lettere, quindi non gioco più.

“Da questa realtà non si può pretendere niente”

Esattamente.

“Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato”

Doveva? Perché doveva?

Ma chi te l’ha detto che la realtà si debba conformare a te? Che non avresti avuto problemi, lotte, sfide da risolvere? Che non avresti dovuto soffrire? Nessuno ti ha insegnato… Sembrerebbe di no, purtroppo. Forse te l’hanno detto, ma non ci hai creduto.

La colpa non è di questo o quel ministro, del precariato, della società. La colpa ricade su chi ti ha illuso. Che ti ha detto che la felicità era garantita, dietro l’angolo, che non esiste il male, che non si deve soffrire, che è tuo diritto avere tutto. Su di loro, a cui hai creduto e di cui ora vedi la menzogna, ricada il tuo sangue. Su di loro ricada la morte di questa generazione.

Il cristianesimo invece ci dice che una volta eravamo nell’Eden, ma ne siamo usciti da un bel pezzo. Da quando abbiamo voluto conoscere il male, e il bene. Se c’è una cosa che ci è garantita è la sofferenza, e la croce. Ma anche la redenzione, se la vogliamo. Anche la salvezza. Nessun corriere ha sbagliato a recapitarci questo mondo. Nessun mondo ci può bastare, perché siamo uomini.

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