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Dietro le parole

Certe volte sento la nostalgia di quelli che parevano tempi più semplici.

Quando si sapeva dov’era il bene, e si sapeva dov’era il male; quando i nemici dichiaravano il loro intento, e l’esperienza di cose vedute era inequivocabile.

E poi penso che quel bene non è cambiato, quel male non è cambiato; i nemici si dichiarano, ancora più baldanzosi di un tempo, e l’esperienza niente riuscirà a dirmi che non è mai esistita.

Che confusione ancora potrei avere? Dietro le parole c’è ancora ciò che è reale.

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La dittatura della tata

Dimmi che l’amore non è vero
è solo qualcosa che facciamo
Madonna, Don’t tell me

La promessa della rivoluzione sessuale era che il sesso può essere senza significato. A dire il vero, deve essere senza significato per preservare la nostra autonomia. Se avesse un significato intrinseco, indipendente da quello che noi desidereremmo significasse, allora questo potrebbe voler dire che abbiamo doveri che hanno effetto sulla nostra autonomia.
Noelle Mering

Molta della libertà moderna è, alla sua radice, paura. Non è tanto che siamo troppo audaci per sopportare le regole; è piuttosto che siamo troppo timidi per sopportare le responsabilità.
G.K.Chesterton

Il trittico di citazioni che vi ho proposto individuano il fallimento della morale di questo nostro tempo. La lotta che si continua a portare avanti contro il matrimonio, contro la famiglia, contro la struttura stessa della sessualità e i ritmi della vita non sono altro che un gigantesco tentativo di togliere ogni senso di responsabilità alle nostre azioni.

Ci viene detto che possiamo scegliere ciò che vogliamo, perché non vi saranno conseguenze.
Questo è falso sotto tutti i punti di vista. Non possiamo scegliere ciò che vogliamo; e ogni nostra azione porta un significato eterno. E’ in atto una consapevole riduzione dell’adulto a bambino capriccioso, che strilla ogni volta che qualcosa di inconsueto lo tocca. La mancanza di persone con la mentalità da adulti vuol dire addossare ogni responsabilità a qualche soggetto che ben volentieri se ne fa carico, e provvede a calmare il pianto dei viziati dando loro caramelle. Una tata il cui scopo è mantenere il suo posto rendendo coloro che le sono affidati completamente dipendenti da lei.

Per ottenere questo, occorre prima distruggere il desiderio vero, quello che non si adegua. Lo si fa dando surrogati, e denigrando, accusando, condannando chi non si accontenta.
Sesso. Mille cose da comprare, mille spettacoli da vedere. Giochi. Cuccioli. E qualcuno da incolpare e calpestare. La tata farebbe qualsiasi cosa pur di non farti piangere.
Poi ti dice che non hai doveri, solo diritti. Quelli che vuole lei. La falsa libertà che illude di potere fare ciò che si vuole, mentre hai la libertà di fare solo quello che lei vuole.

Eppure basterebbe fermarsi e considerare ciò che davvero desidera il nostro cuore. Sembriamo incapaci di capirlo. Come se non sapessimo neppure più dove si trova. Tanta è la confusione e il rumore.
O forse anche questo ignorare chi siamo è un modo per evitare lo sforzo. Per non avere responsabilità. Di noi stessi. Tanto c’è la tata.
Che non tiene davvero a te. Chi tiene a te è un padre, una madre. La tata te li vuole far dimenticare. Come non ci fossero.
Responsabilità vuol dire dovere rispondere a qualcuno delle nostre azioni. Ma se quel qualcuno non c’è, che senso ha la parola? E cosa diventa, l’agire?

Un foro nel cielo

Dio che tutto puoi e tutto crei e tutto tieni, autore del cielo e della terra (…) se prima del cielo e della terra non esisteva tempo, perché chiedere cosa facevi allora? Non esisteva un allora dove non esisteva un tempo.
S. Agostino, Le Confessioni, XI, 13, 15.

Qualche giorno fa ci hanno mostrato un’immagine e ci hanno detto che quello era un buco nero. Beh, questa affermazione era falsa.
Un buco nero, per definizione, non si può vedere. E’ un foro nella struttura dell’universo, una trappola da cui la luce non può fuggire. E’ la luce che ci permette di vedere le cose. Quell’immagine, ottenuta con tecniche sofisticatissime, non mostra il buco nero stesso, ma il suo effetto.

Per intenderci, è come se prendessimo una foto di gruppo e ritagliassimo da essa una persona. Che all’interno dell’area rimossa ci sia qualcosa si capisce da quanto la circonda: mani su spalle che non esistono, ombre che nessuno proietta, la mancanza dello sfondo. Così è anche in questo caso: quello che scorgiamo è la materia che, come l’acqua nello scarico di un lavandino, si inabissa vorticando in quel foro nello spazio. In termini matematici, il buco nero è una singolarità: un luogo in cui le leggi che governano il mondo cessano di esistere perché i valori delle loro equazioni vanno ad infinito. Lo spazio è connesso con il tempo, indissolubilmente: quando la gravità del buco nero deforma il primo, anche il secondo si altera. Fino a smettere di esistere secondo i nostri criteri quotidiani.

Recentemente leggevo di come Sant’Agostino, milleseicento anni fa, asserisse che senza creazione, senza la materia, neanche il tempo esiste. Sono sobbalzato: questo è esattamente il concetto espresso dalla teoria della relatività. Questa condizione si realizza ancora all’interno del buco nero, dove la realtà si allontana vertiginosamente da ciò che possiamo comprendere in termini umani. Singolarità.

Se vogliamo, quella è anche la definizione di Dio. Dio è ciò che si ha quando ciò che è bello, giusto, vero, raggiunge un valore incommensurabile, irraggiungibile nel nostro spaziotempo ordinario. Dio, come il buco nero, trascende l’universo, è al di fuori di esso, pur essendo in qualche maniera al suo interno. E’ fuori dal tempo, pur agendo nel tempo. Dio non lo possiamo vedere direttamente, ma ne rileviamo gli effetti: in sua prossimità, quello che siamo abituati a considerare normalità cessa di essere tale.

I buchi neri hanno plasmato il nostro cosmo: sappiamo che ce n’è almeno uno al centro di ogni galassia, e le galassie sono numerose come granelli di sabbia. Il nostro sole gira attorno a quello nascosto tra le nubi di gas e polveri laggiù, nel Sagittario, a decine di migliaia di anni luce da noi. Ma ve ne sono tanti altri tra le stelle. Presenze invisibili che influenzano la nostra vita in modi di cui neppure ci rendiamo conto. Sono la prova pratica che l’infinito può essere tangibile. Che ciò che non si può vedere è al centro del nostro esistere, e neanche ce ne rendiamo conto.

Occhi secchi

Alcune delle culture al meglio civilizzate e altamente organizzate, come Cartagine nel suo momento di massimo splendore, avevano il sacrificio umano al suo peggio.
La cultura, come la scienza, non offre protezione contro i demoni.

G.K.Chesterton

Mio nonno era stato colpito da un ictus. Ha vissuto per molti anni con noi che l’accudivamo. Sembrava non capire più niente, ma quando gli dicemmo che mia nonna, sua moglie, era morta, pianse.

Come sembra abbia pianto alla notizia della sua stessa sorte Vincent Lambert, il disabile a cui oggi toglieranno non le cure, come qualcuno ha scritto, ma il necessario per vivere: acqua e cibo.

Non facciamoci ingannare: è un sacrificio umano. Del genere peggiore. Come ne abbiamo visti altri, in questi anni.

Il guaio è che non siamo neanche più capaci di piangere.

Numeri

C’era un vecchio telefilm, “Il prigioniero“, in cui il protagonista, un agente segreto dimissionario, veniva imprigionato in un’isola in cui nessuno aveva un nome, ma solo un numero. “Io non sono un numero”, l’eroe ripeteva ad ogni tentativo di fuga.
Ai prigionieri – in un lager, in un penitenziario, viene assegnato un numero.

Un numero è utile. Un numero rende facile identificare. Un numero semplifica. Ve lo dice uno che lo fa per professione.
Ma il numero non coincide con ciò che è una cosa è. Serve come indice, ma il suo esistere non ha legame con ciò che indica. Un numero può anche fornire una quantità, ma non è qualcosa che realmente esista di per sé. Non c’è un oggetto chiamato “numero”; un numero è un attributo, qualcosa che non vive di vita propria. Due e due fa quattro, ma cos’è due, cos’è quattro? C’è una certa ironia nel fatto che ciò che è la base della scienza e in una certa maniera della realtà sia assolutamente irreale.

I calcolatori, i programmi, manipolano cifre. Il reale ridotto a numero, indicizzato, ricalcolato, scomposto, ricomposto, simulato. Le magnifiche immagini virtuali generate al calcolatore sono numeri, numeri, numeri. Come ciò che state leggendo ora.

“Digitalizzare” vuol dire proprio questo: ricondurre ogni cosa a cifra, “digit”. La musica. I colori. La forma delle cose. Che non sono numeri. Non sono numeri.
Ridurre il reale a numero vuol dire poterlo manipolare a piacimento, mentre per l’oggetto concreto ciò è possibile solo mediante un rapporto. Se utilizzare i numeri al posto di ciò che esiste davvero ha enormemente allargato la comprensione delle leggi dell’universo, in un certo senso ci ha allontanato dalla autentica sostanza delle cose.

Il numero non è la cosa. Se è usato al posto della cosa, la simula, la rende virtuale. La rende prigioniera. La nostra identità non è un numero, e può essere manipolata, rubata, distrutta solo se lo è.

Il numero non è la cosa. Noi non siamo numeri. Non permettiamo a nessuno di dimenticarlo.

La tazzina etica

Un uomo entra in un bar e chiede una tazzina di caffé. Il barista gliela sporge. L’uomo rovescia il caffé, sgranocchia la tazzina, lascia il manico sul piattino e se ne va. Il barista lo guarda sbaccalito: “Ma avete visto quello? Roba da pazzi!”
“Veramente”, replica un altro cliente, scuotendo la testa. “Mangiare la tazzina e lasciare il manico che è la parte più buona!”

Questa barzelletta mi ricorda ciò che ha fatto la modernità con il cristianesimo. Si autodefinisce in base ad una serie di idee rubate al cristianesimo stesso, e nello stesso tempo rifiuta ciò che rende quelle stesse idee intelleggibili. Il progresso, per esempio, non è che la Divina Provvidenza meno la parte divina. Ma senza Dio l’idea che l’uomo sia destinato ad avanzare moralmente è senza senso.
Il perdono senza un giudice superiore che possa dare assoluzione, che base ha? E se l’Universo ha un ordine razionale che la mente umana attraverso la scienza può scoprire, se questa stessa mente non è che il risultato esclusivo di forze il cui unico scopo è la sopravvivenza e non la razionalità, cosa veramente può capirne dell’Universo?

Si sente, in questi giorni, parlare tanto di moralità. Ma per qual motivo uno che rifiuta il concetto di giustizia suprema o verità immutabile dovrebbe comportarsi moralmente? Quando i suoi interessi dovessere collidere con quelli della società, perché favorire la società? Se il fratello ti è d’impiccio, cosa è la fraternità perché non te ne possa liberare? Perché uguaglianza, se siamo bestie in competizione? Non c’è una ragione. I valori sono comode cassettine intercambiabili, da usare fino a quando servono. La tentazione diventa ciò che si attende, non ciò che si fugge.
Quale libertà, se non c’è uno scopo nell’agire? L’indulgere nelle passioni è quanto di più meccanico ci sia. La libertà per il cristiano, invece, è volere ciò che si deve essere.

E quando anche questo uomo moderno dovesse garantire la sua etica, perché dovremmo credergli? O siamo creati da un bene in vista di un bene, o siamo animali che lottano per il dominio. Anche con le parole menzognere o illusorie. Perché l’etica atea non ha una ragione per essere migliore delle altre, dato che è la prima a negare il concetto di valore.

Il pensatore moderno butta via il caffé e si sgranocchia la tazzina. Il manico lo lascia perché non sa neanche lui cosa farsene: non ha un posto dove appenderlo.

C’è festa e festa

Va bene, il figliol prodigo torna lacrimando dal padre, e il padre l’accoglie.
Vorrei solo far notare che detto figliolo puttaniere e scialacquatore mica mette su la sua liason godereccia nella casa natia; no, anzi, se ne va il più lontano possibile.
Perché, dice il padre, caro figliolo, se tu torni pentito volentieri ti riaccolgo. Ma le porcherie in casa mia tu non le fai.

C’è festa e festa. La festa per un bene è tale, quella per il male è altro. Nella casa paterna c’è posto solo per il primo tipo. I due fratelli lo sanno: loro padre non è poi così accomodante come qualcuno vorrebbe dipingerlo.
Ma quelli erano altri tempi.
Oggi, forse, la casa di suo padre quel figlio l’avrebbe okkupata.

Le canzonette come mezzo di educazione sentimentale

Educazione è cosa ottieni quando leggi le parole stampate in piccolo; esperienza è cosa ottieni quando non le leggi
Pete Seeger

Molte volte la radio che ascolto duranti i miei trasferimenti mattutini mi dà da pensare.
La stazione su cui sono sintonizzato trasmette canzonette italiane, una dopo l’altra. In ognuna l’interprete esalta la bellezza di fare l’amore. Per impulso, per sfizio, perché è bello, perché piace. E no, non sono canzoni di oggi. Sono quelle di ieri e dell’altro ieri, quelle dei miei tempi. Le contemporanee sono anche peggio.

Non è per fare i moralisti. Sono brani che ho ascoltato mille volte, e non ci ho mai fatto caso. Ma non una, non una, che esalti la bellezza di una relazione stabile, di un matrimonio, uno sposo, una sposa. Provo a pensarci: di tal fatta me ne vengono in mente solo due o tre, e pure ambigue.

Può darsi che chi scrive abitualmente canzoni abbia una vita amorosa particolarmente esuberante, d’accordo. Ma il dubbio viene: dov’è che un ascoltatore distratto, un ragazzo, una ragazza, possono udire ciò che è vero e bello ed è comunque l’esperienza di tanti: mariti, mogli, famiglie? C’è una grossa fetta di vita che è taciuta. Un’educazione che è trascurata, perché ogni cosa che ascoltiamo ci educa, e gli effetti si vedono.

Forse la fedeltà non vende, forse non tira. E’ molto più pruriginoso l’ammiccare, o forse neanche, l’ormai esplicito sesso. Siamo stupidi così: potremmo dire che è il fascino del proibito, ma ormai proibito da chi? Tra poco manco la Chiesa lo chiamerà ancora peccato.
Forse si sono ascoltate troppe canzonette.

Deperibile

Prendo la paletta di plastica, la batto contro il muro per staccare i residui di terra. Si spezza.
La guardo. Non ci avevano raccontato che la plastica è praticamente eterna? Eppure pochi anni di sole, sbalzi di temperatura, umidità l’hanno resa fragile. Mi si sminuzza tra le dita.
Ripenso a certe case disabitate in cui talvolta sono entrato, agli oggetti abbandonati. Ruggine e tempo li hanno rosi. I sacchetti si mutano in polvere a sfiorarli. Ogni cosa si sfalda.

Le rocce sono molto dure. Eppure diventano ciottoli arrotondati, ghiaia, sabbia. Alcune di loro sono fatte con i gusci, le ossa di ciò che era vivo, ciò che esseri animati avevano di più resistente. Eppure è proprio ciò che è vivo che regge meglio al trascorrere del tempo. Perché si adatta, si ripara, cresce pur rimanendo se stesso. Mentre ciò che è scolpito nella pietra è eroso dalla goccia e dal vento.

Ci illudiamo che certi rapporti possano resistere costruendoci dei gusci attorno. Ma non funziona. Ciò che è all’interno del guscio, se non ha sole e aria, marcisce. Ma le persone cambiano, e il tempo non è più tenero con esse che con le palette di plastica. Se pensiamo che un matrimonio, un’amicizia, possano resistere immutatati stiamo pronti ad essere profondamente delusi. Ciò che non vive decade.

C’è qualcosa che è più duro della roccia, che è più indistruttibile della plastica e dei metalli e di ogni guscio o carapace, che è la verità che sta al centro delle cose. Ma solo se si veste di carne non muore nella sola maniera in cui una verità può morire: essere dimenticata.

Lento

“Cosa sono i lenti?”
La domanda mi coglie di sprovvista. Sto accompagnando un paio di adolescenti ad uno spettacolo, e la radio della macchina sta trasmettendo il famoso tema del “Tempo delle mele“, “Reality”. “Driiims, ar mai realitiii… era uno dei lenti più belli di quando avevo la vostra età”, lascio cadere. E poi, l’incuriosita questione.

I balli lenti, momento cardine del rituale di corteggiamento dei giovani dei miei tempi. Arrivavano quando la festa era nel suo pieno, dopo che ci si era scatenati con le musiche veloci. Era il momento in cui finalmente potevi invitare la ragazza che ti piaceva. “Balli con me?”, e se la risposta era positiva, bene, voleva dire che quantomeno non ti disprezzava. Avevi una possibilità. Si danzava allacciati, al suono di canzoni fatte apposta per le luci abbassate e per quel sentimento, quel cuore che batteva per la vicinanza di un altro cuore.

Non si usano più, mi dicono. Quasi non ci posso credere. Chiedo conferma ad un ventenne. “Cos’è un lento?”, mi chiede anche lui. E poi “Ah, sì, ma non siamo più negli anni cinquanta”.
Sono andate fuori moda le pavane e il charleston, ma sinceramente credevo che quest’uso avrebbe resistito al tempo. Avrei dovuto pensarci meglio. Erano uno stratagemma per dire e non dire, per stare vicini ma non troppo, per anticipare un’intimità che forse non sarebbe mai arrivata. Il sospetto è che oggi si sia molto più diretti. Che sia andato perso quel velo di mistero, di attesa, di speranza.
No, non voglio saperlo, come si fa oggi. Preferisco non saperlo davvero. Come in quei lenti di una volta, c’è una stilla di tristezza e di nostalgia per quel tempo andato, perduto, che non ritorna.

Come quei versi di uno dei lenti più belli che abbia mai ballato, in un’altra era.

Addio amici miei (addio amore mio)
forse per sempre
Addio amici miei (chi sa quando ci incontreremo ancora)
Le stelle mi attendono
Chi sa quando ci incontreremo ancora
se mai accadrà
tranne il tempo
che continua a scorrere come un fiume (va e va)
verso il mare, verso il mare
fino a che è svanito per sempre
svanito per sempre
svanito in eterno

La via stretta

Ci sono le grandi strade veloci. Quelle a corsie multiple, nastri d’asfalto diritti, dove fermarsi è vietato, sostare non è sicuro. Di solito non è che ti godi il viaggio, quello che a te interessa è arrivare. E prima arrivi meglio è: nessuno si sognerebbe di prolungare, desiderare un’aggiunta di chilometri.

Poi ci sono le vie strette. Se non ci fai attenzione non le vedi neanche. Partono da dietro la curva, entrano nel bosco, tra gli alberi. E’ bello percorrerle, te ne godi ogni minuto, e quando sei arrivato dall’altra parte avresti desiderato quasi quasi fossero state un po’ più lunghe.

La via larga è un mezzo per andare da qui a là. Ma il tempo che ci trascorri sopra è perduto. E’ la strada che imbocchiamo di solito, perché tutto ci spinge ad avere fretta, a correre correre senza guardarci intorno. E, quando siamo arrivati, ci tocca già ripartire. Ogni destinazione è provvisoria.

La via stretta, invece, è la risposta alla domanda: cosa è meglio per me?

Tacere

Questi sono giorni in cui ci si aspetta che i Cristani lodino ogni fede tranne la propria.
G.K.Chesterton

Mi chiedevo l’altro giorno perché oggi qualcuno dovrebbe provare l’impulso di farsi cristiano. Non certo per ascoltare discorsi sociologici o sermoni edificanti. Quei tremila che, secondo le letture di oggi, si fecero battezzare dagli apostoli, perché lo fecero? Cosa attendevano? Cosa si attendevano?
E quelle centinaia di fedeli morti il giorno di Pasqua nelle chiese devastate dagli attentati, perché erano lì? Per che cosa sono morti?
Per un bel discorso? Per una morale? un discorso culturale?
Erano “adoratori di Pasqua”, come suggerivano i messaggi coordinati dei democratici americani che tanto piacciano anche da noi? Speravano un ritorno economico, erano predatori sessuali, avevano un’agenda politica?

Di fronte alla cattedrale di Notre Dame in fiamme, una giornalista chiedeva ad uno dei giovani in preghiera che volesse mai dire “Ave Maria”. Nelle università, una sparuta minoranza sa cosa sia la Pasqua. A forza di tacere, Cristo è diventato un nome incognito, un pensiero che ha cessato di essere reale.

Mi vengono in mente quei versi di Rilke:
E tutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace
un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile.

E per noi, cos’è Cristo?
Chi è Cristo?
Perché taciamo?

Sull’onda

Un pezzo di legno non è una barca.
Va dove lo spingono le correnti,
Si arena su spiagge straniere.
La differenza sta nel timone,
nella volontà di navigare.

Il seme di un popolo

Ieri affermavo che “Poche persone in preghiera non fanno una cattedrale. Quella la fa un popolo“.

Cerco di spiegare meglio quella frase.
I dodici apostoli non erano un popolo, erano il seme di un popolo; tant’è che non hanno costruito cattedrali. Mentre la cattedrale è, per così dire, il paradigma di una nazione cristiana: quando finisce l’apostolato e si afferma che su tutto domina Cristo. Quando il popolo, gran parte del popolo, sa a cosa crede. La cattedrale è il tentativo di dare forma visibile, stabile, architettonica alla bellezza che sprigiona il cristianesimo.

Quando uno è giovane, e vuole mettere su casa, dapprima si accontenta. Una stanza in affitto, un letto. L’urgenza è insomma un tetto sulla testa. Poi comincia a farsi una famiglia, e la stanza non basta più. Si guadagna, si mette da parte, e alla fine si può arrivare alla casa dei propri sogni, dove c’è posto non solo per la praticità ma anche per la bellezza, per esprimere quell’amore che nasce dalla famiglia che la abita. Si lavora per quello.

Così la cattedrale appare quando c’è qualcosa di solido, di compiuto. Perché le cattedrali non sono state solo una espressione di una elite, ma strutture che nascevano da un popolo che aveva una ben chiara fede comune.

Quando il cristianesimo cessa di essere ciò che unisce e forma il popolo, allora le cattedrali non si costruiscono più. Quelle che esistono diventano musei.
Il popolo senza fede ha altro a cui pensare. La partita, le tasse. Non ci sono soldi per glorificare Dio. Un potere ostile non vede di buon occhio le cattedrali, che sono un segno troppo visibile, un faro che smentisce ogni leggenda di oscurità.
Può accadere che la Chiesa stessa prenda le distanze dalla cattedrale, cessando di vederne l’utilità, perché insegue un suo progetto che può non essere la maggiore Gloria di Dio. Quando perde nesso tra il presente e l’eterno, quando perde l’eterno. La bruttezza delle chiese moderne ne è segno. Il fatto che siano vuote ne è conferma. Se così poche persone entrano nelle chiese, non vale la pena di costruirne una più grande.

Poi, la cattedrale brucia. Quel popolo disperso si raduna intorno alla fiamma. Sono falene, o sono gli apostoli sfiorati dalle fiamme divine della Pentecoste? Sui milioni di persone di Parigi certo sono una minoranza. Piccola, piccolissima minoranza. Come erano gli apostoli, in quella Settimana Santa, la prima Settimana Santa.

Gli alberi nascono, crescono; muoiono. Ciò che era nato da un piccolo seme potrebbe tornare a rifiorire da un altro piccolo seme. Non tutto è spento a Parigi.
Se arderà di nuovo, lo sa Dio, lo diranno i secoli.

Incendio lento

La cattedrale di Notre Dame, leggo, era l’icona simbolo della bellezza e della storia di Parigi.
Lo scrive uno dei quotidiani più laicisti e anticattolici al mondo, che giusto ieri usava “medioevo” come sinonimo di oscurità, arretratezza, chiusura mentale.
Quelle fiamme che tutti abbiamo visto uscivano da un luogo nato in quel periodo oscuro, da quella stessa fede tante volte irrisa.

Chi ricostrurà Notre Dame? Un popolo che più non crede in quello che essa era stata eretta per contenere? Non ne saranno in grado, anche dovessero replicarla con l’esattezza della tecnologia più avanzata. Forse la faranno come un museo, perché il turista porta soldi. Un buon investimento, anche a lungo termine.

Chissà. Ne ho viste di cattedrali nel deserto, in Francia. Solo che il deserto non era al di fuori, ma dentro. Vuote di fedeli, solo turisti annoiati a sbirciare distratti le vetrate. Gotici gusci.
Ben altro che una cattedrale è bruciata, in questi anni. La fede di un popolo si è consumata lentamente, è diventata fumo, cenere, e la cenere si è raffreddata. Una catastrofe silenziosa, una devastazione ignorata ma ben maggiore di qualsiasi incendio perché non ha colpito ciò che è stato fatto, ma chi faceva. Rovina desolante. Le fiamme che carbonizzavano Notre Dame non sono che pallidi bagliori rispetto all’inferno che consuma le anime.

Le cattedrali sono un segno. La bellezza è nesso tra il presente e l’eterno, per cui il presente è segno dell’eterno e inizio dell’eterno, e sua esperienza, da cui inizia il gusto della vita vera. Questa è la vera ragione per cui l’arte oggi è brutta e senza gusto: perché ha smarrito l’eternità.
Da questo si misura la fede di un popolo, la sua forza, la sua giovinezza: se costruiscano cattedrali. Fatte di pietre, suoni, immagini, parole o qualsiasi materiale reale o immaginario.
Capiremo se la Nostra Dama, la Nostra Signora, sarà ancora la Regina di Parigi, se ancora si chinerà a salvarla, se quella che verrà ricostuita sarà una cattedrale.
E non un museo.

Tengo famiglia

Quante volte facciamo, o non facciamo, per paura di perdere ciò che possediamo.

Stiamo zitti di fronte all’ingiustizia. Assistiamo a cattive pratiche, a crimini persino, ma ci guardiamo bene dall’intervenire. Perché sappiamo che potremmo subirne le conseguenze. Il male non ha remore a proteggersi con la violenza. Anche con la violenza silenziosa, quelle grane che ci fan venire il sangue amaro, che rovinano la vita.
Fossimo soli. Ma che accade quando siamo il sostentamento di una famiglia? Di persone che amiamo. Di piccoli innocenti, i primi ad andare di mezzo? Se il bene è difenderli, allora scambiamo il male per un bene. Per un buon fine, un fine onorevole.
Ma è pur sempre un male.

La carriera negata, addirittura perdere il lavoro. L’ostracismo dei pari. I pettegolezzi maligni, le falsità fatte apposta per screditare, o peggio. La falsa accusa.
Allora meglio tacere. Adeguarsi. Lasciar correre. Ridere alla battuta che dentro ti fa sanguinare. Magari la seconda volta un po’ meno, fino a che l’anima è tutta una cicatrice, indurita. Niente riesce più a fare male.

Accade sul lavoro. Accade in politica, dove chi non si adegua alla disciplina di partito – un altro modo per chiamare l’interesse del potente – si può sognare il posto in commissione, l’essere ricandidato. Se non si hanno altri guadagni, se della politica si è professionisti, impensabile. C’è una vita da mandare avanti. Una famiglia da mantenere.

I sacerdoti dovrebbero esser più liberi. Dovrebbero indicare il male, senza sconti. Sapendo che se hanno ucciso Cristo, con il bene fatto, per il bene fatto, chiunque può essere nel mirino.
Possono tenere botta, difendere l’ideale. Tra Cristo e il mondo, scegliere Cristo. Perché non sono ricattabili. Se importa loro più di una ipotetica carriera. Di un quieto vivere.
Eppure ancora sembra, talvolta, che il mondo per alcuni possa esigere il suo pizzo. Possa far tacere.
Pensate tenessero famiglia.

Impasto

Gli uomini sono quegli esseri che cercano il senso del loro esistere. Ma, allo stesso tempo, quando viviamo come non vi fosse, diciamo che è perché siamo solo uomini.

Essere uomini, allora, è cercare l’eterno, ciò che non muore, o la sua dimenticanza?

Uomini, impasto di terra e d’infinito.

Vulcano-di-fango

Abbandono

E’ l’umanità che ha abbandonato la Chiesa, o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?” Questa la domanda terribile che poneva T.S. Eliot ottantacinque anni fa nei suoi “Cori della Rocca”.
Perché terribile? Perché, qualunque sia la risposta, c’è stato un abbandono.

L’abbandono, quando significa lasciare qualcosa o qualcuno, è sempre terribile. Implica che prima c’era qualcosa di grande, un’unione, una sintonia, una convivenza; e che questa è cessata.
Algo se muere en el alma cuando un amigo se va“, canta la Sevillana dell’addio: qualcosa muore nell’anima quando un amico se ne va. E’ ancora più straziante quando si è più che amici, quando si è condiviso qualcosa che va oltre l’amicizia stessa. Ora, ognuno va per la sua strada. Una strada comunque triste, solitaria, definitiva.

Anche ci si dovesse ritrovare sarà passato del tempo, il tempo della separazione. Una ferita che non si sana; umanamente, non si sana.  Perché l’abbandono implica sempre una ferita: qualsiasi siano le sue ragioni,  buone o cattive, insulse o gravi. E’ una schiena che si allontana. “Non ti conosco”. “Non ti riconosco”. Chi ha lasciato chi?

“E’ l’umanità che ha abbandonato la Chiesa, o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?” Eliot nei suoi cori tracciava la storia dell’uomo e della Chiesa, rasentando la profezia.  Don Giussani, nel suo libro “La coscienza religiosa dell’uomo moderno” fa lo stesso, riproponendo l’identica domanda. Ambedue, è la risposta dolorosa di Giussani.

“Tutte e due, tutte e due, perché innanzitutto è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa, perché se io ho bisogno di una cosa, le corro dietro, se quella cosa va via. Nessuno correva dietro.
E la Chiesa quando ha abbandonato l’umanità?
La Chiesa ha cominciato ad abbandonare l’umanità secondo me, secondo noi, perché ha dimenticato chi era Cristo, non ha poggiato su… ha avuto vergogna di Cristo, di dire chi è Cristo.
.. ”
riprendeva il sacerdote nel 2004 in un’intervista televisiva.

Ambedue, dice Ratzinger nel documento appena pubblicato. La ragione ultima degli abusi, della profonda crisi della Chiesa e dell’uomo, è che non si crede più a Cristo. Non gli crede più la Chiesa, parte della Chiesa; non gli crede più l’umanià, parte dell’umanità. Il saggio di Benedetto XVI è quanto di più cristallino e illuminante abbia letto da un bel pezzo.
Il nostro non essere redenti poggia sull’incapacità di amare Dio“.  E questo vale sia per l’uomo che per la Chiesa. Chi può credere a qualcuno che non ha ragioni di amare?

L’umanità ha abbandonato la Chiesa, e la Chiesa ha abbandonato l’umanità. Perché hanno abbandonato Cristo.
Cristo, abbandonato in cima alla croce. Oltraggiato, percosso, inchiodato, alla fine ucciso. Tutti, o quasi, fuggiti. Come si può vincere il mondo? Come si può vincere il potere? Fuggire, nacondersi, o adeguarsi. “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”

E poi, quando tutto sembra finito, che rimanga solo il deserto dell’abbandono, è risurrezione. I figli tornano.

Niente sesso, siamo moderni

Sono sposato. Posso vestirmi in qualunque modo voglia.
Larry David

Negli ultimi tempi ho letto statistiche da differenti paesi che indicano come, oggi, si faccia parecchio meno sesso di ieri. A quanto pare le probabilità di essere andato a letto con qualcuno nel corso degli ultimi mesi erano decisamente più alte negli anni ’70 del secolo scorso rispetto ad adesso.

Ma come? Non siamo in un’epoca in cui non ci sono più tabù, ed in cui la morale corrente ha sdoganato qualsiasi tipo di rapporto? In cui, se si ha qualche curiosità, basta aprire internet e si può accedere ad ogni tipo di immagine che illustra graficamente non solo i rapporti per così dire convenzionali ma per persino quelle che, in altri tempi, erano chiamate devianze? Non come eravamo noi, tenuti nell’ignoranza da un moralismo repressivo.

Sì, appunto.

Alcuni commentatori affermano che le cause di questo calo sarebbero proprio il ripudio delle antiche tradizioni.
Ci si sposa molto, molto meno; i matrimoni finiscono spesso in divorzi; e, nonostante le convivenze siano vertiginosamente aumentate, il loro numero non compensa i matrimoni mancanti. Il numero di figli al di fuori da una convivenza stabile, in alcuni stati hanno superato quelli nati all’interno del vincolo coniugale.

Non ci si sposa perché si ha paura che non duri. Ma le statistiche sono impietose: chi convive ha una percentuale molto maggiore di fallimento rispetto a chi si sposa. Il risultato di queste unioni mancate è una povertà diffusa, perché i single hanno meno forza economica delle famiglie, specie quelli con figli; e, di conseguenza, anche di figli se ne fanno molti meno. Gli sposati, a parità di altri fattori, hanno anche una vita più lunga, più in salute, con più probabilità di migliorare socialmente.

Sapete cosa cala pure? La felicità. Chi è sposato è statisticamente più felice di chi non lo è, e fa sesso molto più spesso. E sì, c’è correlazione.
Secondo l’Università di Chicago, negli USA i giovani sposati hanno il 75% in più di probabilità di dire ce sono “molto felici” rispetto ai loro coetanei non sposati; ma la percentuale degli sposati è caduta dal 59% nel 1972 al 28% nel 2018.

Un’altra causa della situazione attuale è proprio il diffondersi di una pornografia che fornisce all’immaginario modelli fasulli e irraggiungibili. La realtà non potrà che essere deludente, e l’infelicità aumentare.

In altre parole, la rivoluzione sessuale di cinquant’anni fa e i suoi mentori ci hanno propinato una montagna di menzogne. Abolendo l’antica morale ci avevano promesso più sesso, più felicità. E’ accaduto il contrario. Per usare un paragone chestertoniano, la morale cattolica era un muretto, ma che sorgeva sul ciglio di un precipizio. Adesso che è stato distrutto più nessuno ha il coraggio di avventurarsi vicino all’orlo.

Sapete cos’altro si è dimostrato una menzogna?
La stessa fonte di prima attesta che coloro che frequentano spesso funzioni religiose si dichiarano del 40% più felici di coloro che non sono religiosi per niente. Il calo della percentuale di devoti è parte del calo generale di felicità. Ma anche questo non si può dire.
Al cinema, alla televisione, su tutti i media continuiamo a vedere che il modello proposto è quello del singolo a-religioso sessualmente attivissimo e felice.
Ma si sa, quelle sono opere di fantasia. Lontanissime dalla realtà.

C’è da imparare

Mia moglie sta partendo per qualche giorno. Ci salutiamo. “Pensi tu, vero, a Birba?” mi dice, sogghignando.
Birba è una gatta. Con delle idee molto precise. Qualcuno le potrebbe chiamare vizi. Ad esempio, dormire fino alle tre e mezza di notte sul divano, stravaccata su una copertina, il ritratto angelico della tranquillità. Quindi alzarsi, stirarsi, recarsi dall’umano più vicino, che in quell’istante è addormentato nel suo letto in piena fase REM, ed attirare la sua attenzione.

Il metodo che la gatta usa per risvegliare il servo dormiente consiste nel farsi le unghie sul materasso. Al che l’umano si alza, cerca le ciabatte al buio a tentoni, non le trova, smoccola sottovoce, decide di camminare a piedi nudi sul pavimento gelido (prendendosi un malanno) e si dirige verso la porta che dà all’adiacente ufficio; la apre, getta un paio di croccantini di quelli buoni, fatti di caviale del Volga e cuori di fringuello (o qualcosa dal prezzo simile) al di là della soglia, aspetta che il felino con comodo si degni di varcarla, richiude la porta e torna a letto.
Mia moglie credo riesca a fare questo continuando a dormire. Io dopo mi rigiro fino all’alba.

Bisogna prendere esempio da Birba. Quando la pappa è finita si siede accanto al piatto vuoto e ti guarda. Poi, sempre scrutandoti fisso, allunga una zampa  verso i magneti appesi al vicino termosifone e con un colpo di zampa ne stacca uno, che cade al suolo. Ti guarda. Un altro colpo di zampa, altro magnete casca giù. E ti guarda ancora. Come a dire: quando finisco i magneti, sarà qualcosa d’altro a rotolare.

Se poi non la consideri per il suo quarto d’ora di coccole serale, magari perché stai facendo inglese con la figlia, è lei a decidere che si è studiato abbastanza. E si sdraia sui libri che stavi usando.

Tutte le volte che le nostre richieste vengono disattese, che i nostri appelli rimangono inascoltati, che non siamo considerati dal potere, penso che ci sia da imparare da quella gatta.
Tutto sta a trovare il materasso giusto su cui farsi le unghie.

Vive la difference

Un po’ di tempo fa, quando i cristiani cercavano di opporsi all’imposizione forzata delle teorie gender, non era raro che qualcuno, non si sa con che ignoranza o faccia tosta, sostenesse che erano tutta un’invenzione.
Al che viene da pensare: ma allora Simone de Beauvoir, quando diceva “Una persona non nasce, piuttosto diventa, donna“, cosa intendeva? Oppure la professoressa di Berkeley Judith Butler, che sosteneva che “maschio” e “femmina” sono solo dei costrutti sociali e che “Il genere non è un fatto, sono i vari atti gender che creano l’idea di gender, e senza questi atti non ci sarebbe gender del tutto” cosa intendeva? Per queste affermazioni ha vinto il Premio Mellon, un milione e mezzo di dollari (il Nobel sta a poco più di uno). E insegnava letteratura comparata, non neuroscienze. Questo più di trent’anni fa: ma ancora nel 2017, Cordelia Fine, professoressa di studi storici e filosofici a Melbourne, ha scritto un libro “Testosterone Rex: Unmaking the myths of our gendered minds” vincendo il premio della Royal Society per il miglior libro di scienza dell’anno. In esso si afferma che ogni pretesa che uomini e donne differiscano significativamente nel cervello o nel comportamento sono semplici miti diffusi dalla eteronormativa patriarcale.
Non è difficile incontrare affermazioni simili, in riviste divulgative o anche più specialistiche. Intere nazioni ci hanno fatto e ci fanno politiche sopra.

Peccato che la scienza, quella vera, quella sperimentale, dica altrimenti.

Se quello che le suddette pluripremiate e celebrate autrici fosse vero, e la differenza tra maschio e femmina fosse un ruolo imposto dalla società, ci si aspetterebbe che quando l’imposizione viene a mancare tra i due cervelli fisicamente non ci sia alcuna differenza. Ma non è così. Intanto i cervelli, fisicamente, nei tempi e modi di maturazione e nelle caratteristiche sono profondamente diversi tra maschi e femmine durante l’infanzia e l’adolescenza. Non solo: alcune di queste differenze, ad esempio nella trascrizione dei geni o nelle connessione corticali, sono ancora più marcate prima della nascita dove non si comprende come l’educazione potrebbe influire.
Le femmine sviluppano, mentre sono ancora in utero, maggiori dimensioni della corteccia prefrontale e un gran numero di connessioni tra diverse parti del cervello. In effetti, noi maschietti abbiamo un modo di ragionare seriale mentre le donne sono capaci di pensare in parallelo. Adesso sappiamo anche perché.

Se questo non bastasse, abbiamo altri esperimenti che mostrano come le femmine siano meno prone al rischio dei maschi. Non stiamo parlando di umani, ma di topi. Certo, c’è la possibilità che la società patriarcale dei sorci possa influire sui risultati…

A suo tempo, Galileo Galilei fu inquisito per delle affermazioni di cui non poteva fornire le prove, e ancora ce la menano. Oggi abbiamo persone inquisite per ciò che è provato al di là di ogni dubbio, tipo il professore dell’università di Lund in Svezia denunciato dai suoi stessi studenti perché ha affermato che maschi e femmine sono diversi, e tutto tace.

Uno si può domandare come proposizioni così antitetiche rispetto all’esperienza e ora negate pure dalla scienza possano continuare ad essere credute ed imposte. A chi convenga. Se parliamo di ingiustizia, cosa è più ingiusto: dire che due cose uguali sono differenti, o che due cose differenti sono uguali? Da parte mia, quella differenza che si vuole inesistente è una delle meraviglie della vita, una delle ragioni per cui vale la pena viverla.
Vive la difference!

Impavidi

Essere impavidi non vuol dire “non avere paura”. Vuol dire non farsi vincere dalla paura, come invece accade al pavido.
Perché tutti abbiamo paura. La vita ci insegna presto che occorre averne, se si vuole sopravvivere. La paura non è di per sé male, perché è legata al concetto di prudenza. Chi non conosce la paura è incosciente. L’incosciente non è impavido, è solo folle.
Quando però la paura ci domina, quando ci costringe all’inazione o, peggio, a cedere davanti al forte, al pre-potente, allora diventa male. Diventa qualcosa che ci fa essere meno uomini.

Essere impavidi vuol dire quindi essere davvero uomini. Si può dire che è una virtù virile: occorre un coraggio non comune per essere disposti a morire (in trincea o sul pulpito) per ordini superiori.
Morire in piedi, eroismo meno difficile in assenza di mogli e figli che possano suscitare la paura della perdita. Mentre, all’opposto, la donna diventa impavida e temibile guerriera quando difende casa sua, i suoi figli. Ruoli differenti, attacco e difesa, ognuno necessario.

Si capisce allora che un nemico che voglia conquistare, che voglia debellare la resistenza, tenterà di rendere gli uomini pavidi, proverà a togliere le donne da quella casa che dovrebbero difendere. Ci si batte male su un terreno che non si conosce, per il quale non si è fatti.  O non ci si batte per niente, resi pavidi dalla propria finitezza, dalla mancanza di un motivo valido per compiere l’impresa.

C’è una canzone che dice “cammina l’uomo, quando sa bene dove andare”. L’impavido è tale perché sa dove sta andando, vince la paura del cammino perché ha qualcosa di più grande da fare. Se viene meno il motivo, la coscienza, allora la paura prevale. Se il dubbio e l’incertezza dominano, non si cammina, ci si arresta. O si torna indietro. Chi ce lo fa fare.

Se vogliamo essere davvero impavidi allora dobbiamo scoprire perché esserlo, per cosa esserlo, per chi esserlo. Stringerci in compagnie di amici, che possano sostenersi vicendevolmente quando l’ora si fa buia.
Perché il nemico arriva.

Riempire i vuoti

La ragione è coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori, così come la cogliamo nell’esperienza. Ma proprio questa definizione ci fa rendere conto del nostro limite, e dell’arroganza di usarla come potesse spiegare ogni cosa. Siamo esseri umani, e per quanto intelligenti, per quanto saggi, grandi quanto vogliamo, siamo esseri finiti. Anche i migliori tra noi.

Permettetemi un paragone. Guardatevi attorno. Adesso pensate la stessa scena vista attraverso una telecamera, l’obbiettivo di una macchina fotografica. Una piccola immagine conterrà pochi dettagli; ingrandendola la vedrete sgranata, i particolari più fini si perderanno. Aumentiamo la risoluzione, 600×800, 1200×16000, un milione per due milioni… una risoluzione sufficientemente grande ci può dare l’illusione del reale ma, avvicinandoci ad un dato momento vedremo comunque i pixel. La risoluzione di una immagine è data dal numero complessivo dei suoi punti. Per quanto grande, la memoria delle macchine ha un limite, è finita. Come anche la nostra visione. La nostra memoria ha pure un limite, il numero dei nostri neuroni. Ci sarà sempre un particolare minuto che ci sfuggirà, che andrà oltre la nostra soglia di percezione. C’è molta più realtà di quanto possiamo pensare.

Se la fotografia è sgranata, ci sono delle tecniche di interpolazione che consentono di dare l’illusione della continuità. Assegnano valori arbitrari a ciò che non posseggono basandosi su ciò che sta intorno. E’ un trucco, un’illusione. E’ un ragionamento: dove non arrivano i dati, esso cerca di desumere ciò che dovrebbe essere da ciò che sa. Qual è il rischio? La presunzione. Pre-sumere: assumere in anticipo. Non posso sapere ciò che non so, ciò che già non rientra nella mia visione. Se io sono qualcosa di limitato in un mondo che non lo è, ci saranno infiniti punti che io non comprenderò. E’ matematica.

Chesterton dice che il pazzo non è chi ha perso la ragione, ma chi ha perso tutto tranne la ragione. Cioè chi ha lasciato da parte la realtà e l’esperienza e si basa unicamente sul proprio ragionamento, interpolando quanto conosce fino ad elaborare finzioni per ogni cosa. Ad avere un’immagine finta del mondo e di se stesso.
Non possiamo fare a meno di interpolare i dati. Di riempire gli spazi incogniti con ciò che sappiamo di quanto esiste. Siamo uomini, e gli uomini tentano sempre di riempire il vuoto, dentro e fuori di loro. Cercando di raggiungere ciò che è Tutto.
Chi pensa il tutto, senza interpolazioni, per come realmente è, è per definizione infinito.
Il reale in noi è solo un’immagine che sfoca in lontananza. In lontananza, eppure così vicino, com’è Dio.