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Mondi simulati

Oggi impariamo una nuova parola giapponese: Isekai.

Con isekai si intende quel sottogenere della fantascienza o del fantasy in cui il protagonista viene sbalzato in un mondo parallelo. I mondi paralleli sono realtà alternative dove le cose sono diverse rispetto a qui. La Germania ha vinto la seconda guerra mondiale, tanto per dire, o quel conflitto non c’è mai stato; rientrano nella definizione anche gran parte dei mondi fantasy, dalla Terra di Mezzo a Westeros passando per Dungeons and Dragons. Da non confondere con il viaggio nel tempo:  quando attraversate la porta dell’armadio e vi trovate in un posto mai visto prima, se vedete dimosauri passeggiare avete fatto un salto nel tempo, se vedete una ragazza con al guinzaglio un dinosauro, e nessuno a parte voi sembra stupirsene, il vostro è un mondo parallelo.

Tra gli anime, i cartoni animati giapponesi, l’isekai ha sempre goduto di una certa popolarità; popolarità che negli ultimi anni sembra aumentata con la realizzazione di parecchi serie anche molto interessanti, spesso tratte da libri. Da Sword art Online, dove i protagonisti si trovano bloccati in un videogioco mortale, a “Re:Zero – Starting Life in Another World” in cui l’eroe se muore ritorna al punto di partenza, una caratteristica che sembra accomunare queste opere è che i loro mondi alternativi hanno tutte le caratteristiche di una simulazione al computer.

Più esplicito, meno esplicito, è un elemento comune: in “Vita da slime“(That time I got reincarnate in a slime), dove la figura principale si reincarna in un blob gelatinoso, c’è una sorta di interfaccia grafica che illustra i poteri speciali da lui acquisiti; una cosa del tutto analoga avviene per lo scudo magico di “Il sorgere dell’Eroe dello Scudo” (Rising of the Shield Hero), tradendo la natura artificiale della terra in cui si trovano a vivere le loro avventure.

Il messaggio è evidente: se quella in cui i protagonisti si trovano sbalzati è una simulazione di qualche entità superiore, dio o chi per esso, allora anche la realtà in cui ci troviamo è a sua volta una simulazione.

A dirla tutta, non è una visione così lontana dalla nostra tradizione. Personalmente credo che noi siamo i pensieri di Dio, la forma che essi assumono. Esistiamo perchè siamo da lui pensati.

Quando mi diverto con quelche videogioco, mi affeziono ai personaggi, e se qualcuno di loro muore per mia distrazione o errore ricomincio l’avventura, per tentare di salvarlo. Si potrebbe dire, ma cosa te ne importa di un pochino di memoria in un computer? Fregatene, tira innanzi. Ma io sono fatto così. E mi auguro che anche Dio, che fa questo mondo, abbia lo stesso temperamento, e ami noi, piccoli pensieri della sua immensa mente.

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Vissuto

Le prime immagini generate dal computer – ritratti, paesaggi, semplici oggetti – erano semplici da distinguere dalle immagini reali. Erano troppo nitide, semplificate, lucide; mancavano di tutte quelle minuscole imperfezioni ed errori che si ritrovano in ciò che esiste nel nostro mondo fisico. I programmatori, i grafici, hanno lavorato duramente per immettere nei loro prodotti lo sporco, il macchiato, l’asimmetrico. Tutta l’imperfezione che la nostra percezione trova abitualmente attorno a sé, e in mancanza del quale identifica l’immagine come un prodotto artificiale, alieno.

Di qualcosa di rugoso e logoro diciamo che è vissuto: la vita implica un disordine, il mettere alla prova ogni centimetro quadro di materia. Solo l’immaginario non ha difetti.

Questo mi veniva in mente pensando a coloro che passano l’esistenza a incasellare, semplificare, ordinare; che pretendono di fare rientrare ogni cosa in categorie ben definite. Sono la controparte di coloro che vorrebbero far consistere ogni cosa solo dei suoi difetti; ma in tal caso non rimarrebbe niente da riconoscere, le cose perderebbero il loro nome e la loro definizione. La perfezione è irreale, ma un’immagine tutta rumore bianco, caos, disturbo ha perso il suo significato. Quando il difetto prende il controllo, l’oggetto è distrutto.

La realtà è riconoscibile perché è ordinata, perché la nostra ragione ne afferra le categorie. E tuttavia nel profondo sappiamo che l’attrito, l’usura, la macchia non sono evitabili. Fanno parte del mondo in cui viviamo. In qualche maniera sono attesi, accolti. Ce li attendiamo. Tanto più abbiamo vissuto.

Le acque dentro il buio

KAWAAKARI: in giapponese, lo scintillio di un fiume al crepuscolo, o durante il buio.

Vi sarà capitato, forse, di passare accanto ad un fiume nell’oscurità. Non riuscite a vederlo, ma riuscite a sentirlo: onda che si muove, come il fruscio di una grande bestia, di un indicibile animale che si snoda nel buio. C’è odore d’acqua: e di tanto in tanto un riflesso, come la scaglia di un serpente.

Il fiume scorre anche se non lo vediamo. C’è. Non si ferma, non si arresta. Tutto quello che possiamo cogliere è questo scintillio. Le stelle gli brillano dentro, il loro riflesso trascinato dalla corrente. Un’istante, è andato.
Giungerà l’alba: quello che ora è solo intuito riapparirà con la prima luce dell’aurora. E capiremo quanto il fiume è profondo.

Rinuncia

C’è pochissima differenza tra un uomo che sceglie una donna* per tutta la vita e chi non ne sceglie nessuna. Il secondo rinuncia a tutte le donne, il primo a tutte le donne tranne una. Uno rinuncia a 3.000.000.000 di donne, l’altro a 3.000.000.001. Una su tre miliardi, quella che si potrebbe chiamare una “quantità trascurabile”.

Ciò che forse non si capisce oggi è quel concetto, rinuncia. Perché mai uno dovrebbe rinunciare a qualcosa, qualcosa di così bello e appetibile? Diciamo anche solo a tre milioni di persone dell’altro sesso, alla donna, alla ragazza più bella tra mille. Non provi neanche a farla tua, a consumare un rapporto. Incomprensibile, in un mondo dove il consumo è l’ultima parola, dove la regola è lo sbeffeggiare le regole.

E’ come il viaggiatore che non percorre tutte le strade, solo quella che porta a destinazione. Rinuncia a tutte le altre per arrivare da qualche parte. A ciò che davvero gli interessa.

Ciò che davvero interessa. Forse è questo il perno della vicenda: indecisi, viziati, non capiamo cosa ci interessa davvero. Cosa è meglio per noi. Vogliamo tutto, senza renderci conto che tutto è come nulla. Vogliamo cosa abbiamo davanti agli occhi, senza accorgerci che non è ciò che vogliamo.

Esercizio: capire cosa vogliamo veramente, senza frasi fatte, maschere, infingimenti. Provate a scriverlo, adesso, proprio adesso, per non dimenticare. Fatto?

Ed ora, a cosa sareste disposti a rinunciare per ottenerlo?
Se c’è qualcosa a cui non potreste rinunciare, allora avete scritto una menzogna.


* e viceversa per le donne, ovviamente

Fuori dal cinema

Mi ricordo che avevo aspettato con impazienza i miei quattordici anni. Sarei potuto finalmente andare al cinema a vedere tutte quelle pellicole che prima mi erano vietate!
Non pensate subito male: non mi interessava niente di scollacciato. O meglio, diciamo che non era il mio genere. A quei tempi  bastava poco per proibire un film ai minori di anni quattordici, tivù private e internet erano là da venire.

Tentai di inaugurare la mia raggiunta “un po’ maggiore” età con “Zombi 2” (se non ricordo male, comunque c’erano zombie), ma il cinema del mio paese per qualche motivo annullò quella proiezione senza neanche avvisare. Sul posto incontrai una mia coetanea, che aveva avuto per me in passato una certa simpatia e che ora sapevo girare con gente maggiorenne. Mi confidò che questi suoi amici talvolta la facevano intrufolare in sala per pellicole decisamente più adulte, quelle che allora si chiamavano “a luci rosse” e di cui per essere onesto non avevo un’idea ben chiara.

Altri tempi, è chiaro. Tutte le ragazze della mia età, o almeno le migliori, uscivano con gente più adulta. Cominciavo allora a capire come il tempo potesse essere una sottile forma di ingiustizia, e che non erano tanto gli anni a contare ma quanto questi ti avevano fatto comprendere del mondo. Io, che certe cose non le ho mai volute davvero comprendere, allora come oggi sono in un certo senso condannato a rimanere fuori dal cinema. Quantomeno dalle sale di un certo tipo, e da certe per così dire amicizie.

Oggi è questo blog che compie quattordici anni. Non lo troverete molto mutato da allora a qui. Sono conscio di essere fuori moda, che non avere inseguito le ascese e le discese dei vari social mi è costato parecchio in termini di visibilità. Non ho mai voluto cavalcare certe facili onde, limitandomi nei temi e nei toni; non ho cercato spinte o scorciatoie, non sono mai entrato in certi cinema.

E, sapete, mi va bene così. Non voglio crescere più di quello che sono, per cessare di essere quello che sono. La mia è una ricerca per capire ciò che vale, che senso avrebbe inseguire il vano?
Grazie a voi, miei cari lettori. Anche voi siete rimasti più o meno gli stessi, mai troppo pochi o troppo numerosi. Spero di avervi dato qualcosa, perché voi cose me ne avete date.

Comunque, quel cinema di lì a poco cominciò a programmare solo pellicole vietate ai diciotto e poi chiuse, quella mia conoscenza non l’ho più reincontrata. E quel film di zombie, non credo di averlo mai veduto.

Legami d’amore

Ci sono certe persone che hanno una marcia in più, è inutile negarlo. Contengono più spunti interessanti e pensieri originali poche loro righe che interi volumi di presunti intellettuali buoni solo a riciclare aria fritta.
Uno di questi geni è sicuramente Remi Brague. Basta ascoltarlo una volta per rendersi conto che si trova ad un altro livello. Ad esempio, il testo della conferenza “Dio inteso come gentiluomo”, che trovate pubblicato qui da “First Things”, è una miniera di riflessioni su cui sarebbe bello dialogare.

Ne accenno solo una. Brague sviluppa il concetto che il cristianesimo non sia la distruzione del principio aristocratico, ma la sua generalizzazione, e afferma:
“La gente nobile non si lascia trascinare via dai propri capricci. Questa presunta libertà di fare ciò che piace si trova piuttosto tra gli schiavi, che fanno ciò che vogliono non appena l’occhio del padrone non è su di loro. Il paradosso è già indicato nella Metafisica di Aristotele. In una casa di famiglia, la gente libera è più legata che sciolta.”

Il paradosso è proprio questo: la legge apparentemente costringe a fare qualcosa, diminuisce la libertà; ma in realtà è liberante perché allontana il male, che rende prigionieri. Il profeta Osea lo ricorda:

Ad Efraim io insegnavo a camminare
tenendolo per mano,
ma essi non compresero
che avevo cura di loro.
Io li traevo con legami di bontà,
con vincoli d’amore;
ero per loro
come chi solleva un bimbo alla sua guancia;
mi chinavo su di lui
per dargli da mangiare.

E’ una schiavitù nutrire, curare chi si ama? Chi è così amato, è schiavo?
Il legame di amore è come l’imbragatura di un alpinista, che limita i tuoi movimenti, ma per impedire che tu precipiti. Rifiutarlo è porsi in balia del male stesso e quindi perdere quella stessa libertà a cui si mirava. E’ fuggire da se stessi, dal posto che ci è assegnato.

L’aristocratico, il gentiluomo, secondo Brague, è colui che riconosce di avere degli obblighi che gli derivano dalla sua posizione, e vi si sottomette liberamente. Per continuare il paragone della famiglia, chi non ottempera ai propri compiti dentro di essa finisce per lasciarla o distruggerla. Il cristiano è colui che riconosce come sua famiglia il mondo intero, ogni uomo.

Lo schiavo assolve i suoi compiti per paura e per obbligo, l’uomo libero, il figlio per definizione, per amore. Sa che ciò che gli è chiesto è perché chi lui ama possa stare bene. Cristo ci ha liberato dagli obblighi, dalla loro schiavitù, ci ha fatti re. Essere cristiani è sottomettersi alla verità di noi stessi; e la verità ci renderà liberi.

La strada giusta

Le strade non sono tutte uguali. Il viaggiatore che si dirige verso una destinazione, conosciuta o sconosciuta che sia, ne percorre una sola. La sua intenzione è arrivare; se di strade ne percorre mille, vuol dire che non è un viaggiatore ma un vagabondo. O che si è perso.

Quello che chiamano anima

E’ umido, dentro il piccolo cimitero. Sembra fare molto più freddo che fuori dalle sue mura, dove il sole nel cielo pallido si riflette sulle nevi delle montagne. Guardo le lapidi e scopro i cognomi dei miei nonni, dei miei bisnonni, di tanti che conosco. Non siamo così lontani dal mio paese. Chissà le storie che mi legano ad ognuno di loro, che mai saprò. Essere qui è come stare in famiglia, per così dire, renderti conto che sei parte di un racconto che si snoda per secoli e generazioni, dove quella precedente va a poco a poco svanendo, e la tua si dirada, si sfrangia agli orli. Penso ai nomi dei miei compagni di classe, a un appello di tanto tempo fa, a coloro che tra loro certo non rivedrò più sotto questo cielo. Il bullo della scuola, la ragazza silenziosa, l’amico andato lontano. Fili di memoria che invisibili mi legano.
Tutto sembra cambiare, si trascolora, muta, invecchia, ma conserva al centro qualcosa di solido, di immutabile, che ce lo fa riconoscere, che ce lo fa amare, ricordare, portare dentro. Chissà se è questo quello che chiamano anima.

Accidenti

Ecco un’altra parola di cui si è persa traccia. “Accidenti”.

No, non l’esclamazione, ma il termine filosofico di aristotelica memoria che indica ciò che, di un oggetto, non è strettamente connesso con la sua “sostanza”. Concetto quest’ultimo affine a ciò che in un precedente post abbiamo indicato con “natura”. Ad esempio, la sostanza di un pallone da calcio è di essere tondo, la sua natura rotolare; il fatto che sia bianco e nero è un accidente, perché non è necessario che esso lo sia.

E’ una distinzione che sembra confondere qualcuno. Sì, è vero, c’è chi asserisce che non ci sono accidenti perché anche gli accidenti sono sostanza, ed altri che, all’opposto, sostengono che tutte le sostanze sono accidenti – ovvero, non esiste una legge per l’Universo. Ma non intendo costoro, quanto chi sembra non ne avere compreso appieno il significato.

Se io invece del classico pallone bianco e nero ne utilizzo uno rosso e blu, non vado”contro natura”. Non cambio la sostanza dell’oggetto, ma solo i suoi “opzionali”. Un certo modello di automobile rimane lo stesso qualsiasi pneumatico gli venga montato. Se il pallone però lo faccio cubico contraddico la sua natura, rifiuto il suo fine, altero la sua sostanza.

Così le piume di un pettirosso o di un pinguino servono sia per proteggersi che per volare o nuotare; ci sono diversi fini che riguardano lo stesso oggetto (la piuma) che non sono in contraddizione tra loro; i loro colori, nero o rosso, sono accidenti, e non sono quindi davvero importanti per quel fine; possono esserlo sotto altri aspetti – riconoscimento reciproco, mimetismo –  ma non per la piuma in sé. Sarebbe come dire che è necessario per una certa persona avere un determinato naso.

Per fare un esempio su noi stessi, l’evacuazione delle feci ha come accidente un certo grado di piacere; la fisiologia umana adotta questo espediente per ottenere che l’andare di corpo, attività in una certa maniera di per sé spiacevole, avvenga regolarmente. Il piacere non è sostanza, perché non incide sull’atto stesso – espellere materia fecale. Chi cercasse solo l’accidente andando contro la natura della parte in questione – ad esempio introducendo materiale invece di espellerlo – ne soffrirebbe le conseguenze anche serie che ogni buon proctologo vi può illustrare.

C’è chi usa il termine di Natura non nella accezione di “carattere fondamentale“, ma volendo indicare “tutto ciò che esiste”, asserendo che se troviamo qualcosa in essa allora non può che essere buono. Magari sono gli stessi che non credono in Dio perché ci sono le guerre e gli uragani. Signori, il male c’è o no? Nell’istante in cui lo indicate il vostro ragionamento crolla.

Erigere l’accidente ad assoluto, non essere consapevoli della natura delle cose, pretendere di avere dominio sopra di esse negandone contemporaneamente la verità è andare contro la natura stessa della realtà, il “contro natura” più perfetto pensabile. Perché l’uomo cerca la verità, esige la ragione, vuole la giustizia. La giustizia non può esistere senza una legge, che deve essere vera e a cui si deve giungere ragionevolmente.

E’ per questo che il mondo è imperfetto: perché ricerchiamo quella perfezione, quell’andare delle cose secondo la loro natura. Perché questa è la nostra natura.

 

Serietà

Il sesso è roba troppo seria per lasciarla agli amanti del genere.

Contro natura

Quando si parla di “contro natura” spesso la reazione è un tapparsi le orecchie. Occorre domandarsi se ciò sia dovuto ad un rifiuto per così dire “filosofico” del concetto, o sempliemente perché non lo si è capito fino in fondo.

Per sgomberare il campo da questo sospetto andiamo a prendere la definizione di “natura” che ci interessa: secondo la Treccani è

“Con riferimento a uomini, animali o cose, condizione o modo di essere originario, primitivo, intrinseco e che costituisce carattere fondamentale e stabile di una collettività o di un determinato tipo.”

E’ chiaro? E’ ciò che costituisce la – appunto – natura profonda di qualcosa, ciò che lo caratterizza. “Contro natura” è quindi qualcosa che va contro questo carattere fondamentale: è il suo uso improprio, la sua contraddizione, il mancare di rispetto ad esso.

Quando parlo di “opposizione filosofica” mi riferisco al rifiuto di credere che un tale substrato profondo esista. Che ci sia cioè un livello dell’esistenza per cui le cose hanno uno scopo, sono fatte in quel particolare modo per un fine. Se non si crede questo, allora, saluti: è inutile andare avanti, perché se “natura” non ha significato, neanche “contro natura” ne ha.

Coloro che sostengono questa posizione, però, dovrebbero spiegare perché, ad esempio, un ombrello è fatto in quella maniera. Se non ci fosse un fine nelle cose, una natura che le definisce, un ombrello potrebbe essere fatto come una teiera, e noi ci ripareremmo dalla pioggia con un sandalo. Tutti questi oggetti sarebbero intercambiabili tra di loro. Ah, ma quelli sono oggetti inanimati, potrebbe dire qualcuno, non è così per i viventi, che possono decidere cosa essere. Può anche essere vero: un pinguino può decidere di essere un leone, e comportarsi di conseguenza.  Auguri per la savana. Oppure si potrebbero scambiare di posto mani e cistifellea; fatemi sapere quando, sono curioso di vedere. Forse qui ci sarebbe da fare una distinzione su decidere che una cosa sia e credere che una cosa sia.

Uno potrebbe anche sostenere che le mie sono ubbie da cattolico. D’accordo: ma se non sbaglio voi siete evoluzionisti, vero? E che cos’è “il più adatto” darwiniano se non il sostenere che ci sia una forma migliore, una natura migliore per fare le cose? La selezione naturale non si chiama così per niente.

Mettendo da parte il caso di coloro che rifiutano il concetto, lasciatemelo ribadire: quando si asseconda la natura di qualcosa, quella è al suo meglio; quando si cerca di piegarla a qualcosa che contrasta, quando si va contro natura, c’è un prezzo da pagare.

Lasciatemi fare un paio di esempi per spiegarmi meglio.
Assumiamo che la natura dell’ombrello sia riparare dalla pioggia: io lo posso usare per spaccare i sassi, ma cosa avviene? L’ombrello, oggetto fragile per natura, si rompe, e non è più in grado di svolgere quella che dovrebbe essere la sua funzione primaria. L’ho usato contro la sua natura: ne paga le conseguenze.

L’articolazione del nostro gomito è fatta per funzionare fino ad un certo angolo tra braccio ed avambraccio. Se mi metto in testa che sia solo una costruzione sociale, un retaggio medioevale di una società che ci vuole sottomessi e tento di superare quell’angolo limite piegando il gomito all’indietro, senza dubbio potrò dimostrare che quell’angolo può essere superato, ma nel farlo mi spezzerò i tendini e forse qualche osso. Sono andato contro la natura del mio corpo, del mio gomito. Ne pago le conseguenze.

Sì perché, vedete, ogni parte di noi si è sviluppata – o è stata progettata, se preferite – per uno scopo ben preciso, e la fisiologia del corpo mira a quel fine meglio che può.  Così certe funzioni fisiologiche sono associate al dolore, o al piacere, per fare sì che noi facciamo ciò che dobbiamo fare. Il fine detta la loro natura, e se anche certe parti di questo processo possono essere adibite ad altri scopi c’è da ricordarsi cosa accade quando uso impropriamente della natura di qualcosa.

C’è una conseguenza da pagare.

Sarebbe il caso forse di fare altri esempi, ma sono sicuro che, leggendo, un paio siano venuti in mente anche a voi.

 

Mi tradisco

Come faccio a rimanere fedele a me stesso, se sono un idiota traditore che non mi capisce?

Hacker russi

Scorro distratto la posta. Uno strano avviso mi salta all’occhio: “Qualcuno ha appena utilizzato la tua password per tentare di accedere al tuo account.”
Sbatto le palpebre. Eh?

Google, bontà sua, mi sta avvertendo che una manciata di minuti fa, mentre stravo guidando, qualcuno ha fatto accesso ai miei dati. Da un dispositivo diverso dal solito. Da Oblast’ di Astrachan’, Russia.

Acc. Mi hanno craccato l’account. O, più probabile, hanno rubato la mia password in qualche maniera.

Naturalmente la cambio immediatamente. Controllo Gmail, Twitter, tutto ciò che da quella parola chiave dipende. Non sembra che abbiano usato la mia posta per cercare di influenzare le elezioni americane, o abbiano twittato a nome mio pubblicizzando farmaci miracolosi. Apparentemente, sembra tutto in ordine. Nessuna criticità.

Eppure non riesco a togliermi di dosso un senso di disagio. Non è che ci siano segreti, nelle mie mail; ma è come se qualcuno mi avesse frugato nel cassetto dei calzini. Siamo abituati ad avere un nostro mondo privato, e chiunque, chiunque, deve starne fuori. Roba mia.

Penso a come sarebbe se ogni nostro segreto fosse pubblico. Se ogni nostro pensiero più riposto fosse conosciuto da tutti, Se non si potesse nascondere niente, né a se stessi né a quanti ci circondano. Basta inganni, bugie, mezze verità. Nessuno sotterfugio possibile.
E mi domando se, forse, non si vivrebbe meglio. Molte meno preoccupazioni. Perché affannarsi, tutti saprebbero come siamo, E noi sapremmo di loro.

Rido tra me. Davvero smetteremmo di ingannare noi stessi? E poi, immagina cosa accaderebbe se non potessimo celare la nostra parte più oscura. Quanta gente morirebbe, uccisa da chi gli sta accanto.
Davvero ci interesserebbe sapere tutto degli altri? Curiosità morbosa forse all’inizio, ma presto diventerebbe una noia mortale. Pur potendo diremmo no, grazie, tienteli pure i tuoi pensieri. Il mio hacker russo scorrendo la mia posta deve essersi soffocato a sbadigli.

E mi viene un pensiero maligno: e se non fosse vero? Se fosse un trucco di Google per spaventarmi e farmi accettare tutte quei “miglioramenti” invasivi di sicurezza che ho continuato ostinatamente a rifiutare? Cosa meglio di un hacker russo per mettere paura alle persone?
Bah.
In fondo, chissenefrega.
C’è uno solo di cui dovrebbe importarmi, e Lui sa già tutto di me. Lui conosce ogni password perché è proprio Lui che tiene su il grande spettacolo del mondo.

 

Sua

Ognuno ha la sua verità, che spesso è falsa.

L’ora delle campane

Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo. (Qoèlet 3, 1)

Il nostro campanile settecentesco stava crollando, e si è reso necessario un intervento. Certo, uno si domanda come facevano nei tempi andati senza tutta la tecnologia che noi abbiamo: a tirarli su, a mantenerli. E farli belli: oggi le chiese sono senza campanili, e brutte.

Il campanile serviva a segnare il luogo della chiesa e mandare lontano il suono delle campane. Il tempo era scandito dal loro suono. Oggi abbiamo gli orologi, dove siano lo chiese lo vediamo dalle mappe, e forse non ci importa neanche. Le città medioevali erano zeppe di campanili e torri; ad un certo momento, l’uomo ha smesso di andare verso l’alto e non le ha più costruite. Oggi il suono delle campane si ode poco: i vicini protestano, che non sentono la televisione, che il loro rumore disturba.

Mi rammento, da piccolo, di notti insonni accompagnate da quei rintocchi che segnavano il lento progresso del buio. Il loro eco si smorzava lentamente, e ascoltando attentamente si potevano udire dai paesi vicini le chiese più distanti che univano il loro battito asincrono al respiro delle tenebre. Si poteva pensare ad una immensa onda sonora che attraversava il mondo in sincronia con gli astri, sostenuta da ogni cattedrale, da ogni chiesetta di campagna.
Ma oggi chi ha tempo di seguire quel tempo, chi è che si ferma al tocco dell’Angelus, chi è che si arresta alla melodia dell’Ave Maria?

Quei rintocchi erano il messaggio che c’è un ritmo delle cose che è più alto, non deciso da mente d’uomo. Siamo noi a suonare le campane, ma quel suono è un segno, è il battito del cuore dell’assoluto, non è di questa terra.
Sul mio campanile le campane sono tornate, ripulite, rinnovate. Attendo di udirle. Anche se forse non è forse più l’ora delle campane, il loro bronzo brunito non vibra più per l’uomo moderno.
Oppure è l’uomo moderno che non vibra più per l’assoluto.


*AVVISO*: mi hanno segnalato che adesso pubblicità è anche presente sulle mail che ricevono gli abbonati al blog con il post del giorno. Come per quella che compare sul sito non guadagno niente tramite essa e non ne ho alcun controllo. E’ il costo del servizio gratuito…

Ricerche

Poveri noi, se cerchiamo la salvezza o la felicità in istituzioni, in idee, in riti di uomini.

Tanto più se quegli uomini siamo noi.

Dietro l’angolo del tempo

Sono tutti là, quelli che abbiamo amato.

Dietro l’angolo del tempo

Fuoco dal cielo

Probabilmente molti di noi pensano che la Bibbia sia piena di fuffa. Che gli avvenimenti raccontati siano nella migliore delle ipotesi immaginazione, illusione, esagerazione.
Specie il libro della Genesi, che com’è noto comprende racconti di tempi mitici e di avvenimenti fantastici che neanche Harry Potter.

Per esempio, davvero pensate che il Signore sia stato così poco politically correct da distruggere Sodoma e Gomorra? Il fatto è raccontato nei capitoli 18 e 19. Dio manda degli angeli a verificare che quelle città siano davvero così perverse e oppressive come si dice. Abramo, che si aggira nella zona e ha dei parenti in città, apprende da loro che la pazienza è finita e l’intenzione è quella di distruggerle. Il patriarca si lancia quindi in una contrattazione serrata per ottenere che siano risparmiate. Alla fine strappa l’ultimo prezzo: se si troveranno in esse dieci giusti, esse non saranno cancellate. Ma gli angeli, arrivati in città, vengono assaliti dagli abitanti che vogliono fare loro quello per cui il nome Sodoma è famoso. L’unico a proteggerli è Lot, nipote di Abramo. Che sarà anche il solo, con le figlie, a sopravvivere alla tempesta di fuoco che l’indomani incenerisce le città. “Il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale. Abramo andò di buon mattino al luogo dove si era fermato davanti al Signore; contemplò dall’alto Sòdoma e Gomorra e tutta la distesa della valle e vide che un fumo saliva dalla terra, come il fumo di una fornace.

Fin qui il racconto biblico. Che massa di sciocchezze, eh?
Eppure, gli archeologi alcuni anni fa hanno ritrovato i resti di una grande città fortificata che parrebbe corrispondere alla descrizione dell’antica Sodoma. Esaminando il sito, hanno scoperto che questa fu distrutta 3700 anni fa insieme all’area circostante da un evento catastrofico, che vetrificò istantaneamente le suppellettili e rase al suolo gli edifici, ricoprendo la regione con una brina incandescente di sali del Mar Morto vaporizzati che la desertificò per oltre mezzo millennio. L’evento, forse la caduta di una cometa, non ha lasciato un cratere riconoscibile.

Sì. Anche se gli archeologi si guardano dal nominarla, la mente corre proprio a quella città, alla pioggia di fuoco, alla moglie di Lot trasformata in una statua di sale.
Ma non esageriamo, anche se quella parte corrisponde a verità non è detto che sia così anche per il resto: la perversione dei sodomiti, gli angeli, l’ira di Dio, l’inutile contrattazione per risparmiare gli abitanti.
E, anche se così fosse davvero accaduto, tranquillizziamoci: certamente oggi, tra noi, di giusti ce ne sono ben più di dieci. Contiamoli: uno, due…

Incompetenti

“Il Mistero non è assenza di significato, ma la presenza di più significato di quello che possiamo comprendere”
(Citato da Dennis Covington)

Leggendo questo aforisma mi veniva in mente che forse è proprio questo il problema di questa nostra epoca: il sostenere che niente abbia un significato, e quindi che neanche il Mistero esista.
Probabilmente esiste una soglia sotto la quale la mancanza di comprensione diventa negazione di ciò che non si riesce a capire. Se non la comprendo, non può davvero importare o esistere, giusto?
In qualche maniera ciò è legato al grafico dell’effetto Dunning-Kruger, che potete vedere sotto: non c’è niente come l’incompetenza per essere confidenti in se stessi.

In altre parole: siamo incompetenti anche nella stupidità.

Tentazioni

E’ famosa la frase di Oscar Wilde “So resistere a tutto tranne che alle tentazioni”. Può sembrare una massima allegra e simpatica, finché non si riflette che il triste destino dello scrittore inglese può essere attribuito proprio a questa sua conclamata incapacità.
Se guardo alla mia storia vedo che è stato proprio il respingere determinate tentazioni che mi ha consentito di crescere. E se talvolta rimane il tarlo curioso del “cosa sarebbe accaduto se”, devo dire che rifarei quelle scelte che mi hanno portato ad essere quello che sono.

La tentazione a cui si cede ha una sua maniera di trasformarsi in assuefazione, e poi in obbligo, e anche l’illusione di libertà che dava all’inizio presto svanisce.
Si comprende allora cosa significa che “la libertà è volere ciò che si deve essere”: perché ogni altra strada porta ad un futuro dove la tentazione diventa disperata routine.

Il bene sta, come dicevo all’inizio, nel rigettare la tentazione. Senza illuderci che possa esistere un mondo che ne sia privo: neanche l’Eden lo era. La tentazione è la fiamma che serve a raffinare il metallo di cui siamo fatti, eliminare le impurità, renderci aguzzi come una freccia puntata verso il cielo.
Sempre che in quella fiamma non ci cadiamo.

 

Tutto il bene del mondo

Possiamo ipotizzare un futuro dove ci sia imposto di essere felici. Ci sia proibito anche solo il sostenere che la felicità stia altrove. Un sistema così perfetto che sarebbe impossibile fare il male; salvo che esso stesso sarebbe il male. Perché andrebbe a distruggere la libertà, a togliere ogni scelta fino a ridurre l’uomo ad un automa. Ovvero a un non-uomo.
Questo sistema, non potendo eliminare il male, dovrebbe chiamarlo “bene”; fornendo così una perversa illusione a cui però il cuore non potrebbe piegarsi. Sotto, lo sapremmo.

Diceva Solzhenitsyn: “Sta a noi smettere di guardare al Progresso (che non può essere fermato da niente e da nessuno) come una flusso di benedizioni senza fine, e vederlo piuttosto come un regalo dall’Alto, mandatoci come una prova estremamente intricata del nostro libero arbitrio.” Alcuni al posto di “benedizioni” potrebbero inserire “maledizioni”, ma la sostanza non cambia. La tentazione di trasformare noi stessi, l’uomo, ciò che ci circonda secondo la nostra esclusiva volontà è antica quanto l’essere umano. Tra l’uomo-schiavo e l’uomo-OGM di cui oggi ci giunge notizia la sola differenza è il metodo adottato, la frusta o la provetta. E’ sempre la pretesa di ridurre un essere umano ad una formula, una definizione ideata da noi. Noi, così confusi di testa e di cuore, incapaci di amare.

Ogni cosa, anche la più giusta, anche una benedizione, può essere usata per fare il male. Quando diventa ansia di potere: dis-grazia, una cosa che non è fatta per grazia.
Possiamo pensare a sistemi perfetti, o possiamo cercare noi stessi di renderci perfetti. Il risultato è lo stesso, perché come può l’imperfetto cambiare la sua natura? Ma se la perfezione stessa si china su di noi, e noi l’accogliamo, tutto diventa possibile.
La differenza è tutto il male, tutto il bene del mondo.

Ciò che stavamo cercando

Sono passati poco più di dieci anni, ma talvolta pare sia trascorso un secolo. In quei primi mesi del 2005 lasciarono questo mondo Suor Lucia di Fatima, Don Luigi Giussani e Giovanni Paolo II. Mia moglie, un po’ scherzando e un po’ no, si chiese all’epoca se il Signore avesse voluto risparmiare loro qualcosa che si stava preparando. Quello che è certo è che un silenzio quasi irreale sembra essere sceso su questi giganti del secolo trascorso, quasi che non parlandone si possa dimenticare quanto hanno detto e fatto. Come se non fosse più adatto ai nostri tempi.

Eppure nelle loro parole, nei loro scritti, trovo molta più realtà, molto più rispondenza al mio cuore di tante vuote parole odierne che presumono di sapere cosa sia importante. Che pretendono di rinnovare senza avere idea di cosa il nuovo sia e perciò corteggiano il mondo. Ma il mondo è proprio quel vecchio male già sconfitto; si pensa che possa farci essere davvero noi stessi, perché non sappiamo chi noi siamo veramente.  Quei grandi invece sono stati tali perché non chiamavano a loro stessi, ma portavano a Cristo. Come ricordò l’allora cardinale Ratzinger nella straordinaria omelia al funerale di Don Giussani.

Se ne ragionava ieri sera alla presentazione del libro “Ho trovato ciò che stavamo cercando“, relatori il vescovo di Ivrea Mons. Cerrato e Peppino Zola, curatore con Robi Ronza, anche lui presente, del volume. Esso raccoglie testimonianze di persone che Don Giussani l’hanno incontrato di persona. Ed era commovente vedere il segno lasciato in chi parlava; proprio perché conoscere quel tozzo prete brianzolo ha segnato il momento di un incontro con una realtà desiderata e fino a quel momento non trovata.

Giussani ha educato una generazione ad un metodo per pensare, per capire, per verificare. Sollecitando sempre a usare quella ragione che sta attenta a tutti i fattori della realtà, e quindi non decade in ideologia. Una ragione che, se bene usata, non può che portare a Cristo, perché ogni cosa parla di Lui. Forse è questo il problema del tempo moderno, non si crede più che Cristo possa salvare tutto di noi; e quindi non ne siamo interessati, se non in pourparler che non cambia la vita.

Invece la mia vita, come quella di tanti che erano lì, è stata cambiata proprio da questo incontro. Un avvenimento che mi ha fatto comprendere (parzialmente, confusamente, limitatamente, cadendo e risalendo) come tutta la realtà non sia che lo svelarsi della Gloria di Cristo. Senza questa consapevolezza il cristianesimo è come uno splendido portale di cattedrale, scolpito con tante bellissime storie istruttive e morali, che possiamo ammirare stupiti; ma un portale serve per entrare.

In questi richiami uditi ieri ho ritrovato il desiderio che tutto parli di Lui, ciò che da tanti anni mi muove, e che tante volte ho cercato di comunicarvi, riuscendo a mezzo.
Perché il cristianesimo non è un racconto, è un’esperienza.

Istruzione ai padri

Un padre deve abbracciare come una roccia.