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Il dissidente

Libertà di parola vuol praticamente dire nella nostra civiltà moderna che dobbiamo parlare solo di cose non importanti
G.K.Chesterton

In questo nostro mondo dove sembra che la realtà non conti più nulla, ma si debba aderire per forza alle opinioni demenziali di alcuni, diventa interessante capire bene chi siamo noi.
Coloro che si sono trovati in conflitto con la più diffusa ideologia del secolo scorso, il comunismo, sono stati spesso chiamati con il titolo “dissidenti”. La parola deriva dal latino discindĕre, ‘fendere, squarciare’, per sovrapposizione di dissidēre ‘essere discorde’. Il dissidente è colui che si separa pubblicamente da ciò con cui non è d’accordo.

Non basta quindi pensare che una certa cosa non sia giusta e starsene in silenzio, per timore o conformismo; bisogna rifiutarla, prendere posizione. Il dissidente è colui che entra in conflitto con il mondo e con il potere.

C’è però una tentazione, un modo di pensare, che può avvelenare anche i migliori. Un errore in cui è facile cadere, oggi, perché decenni di martellamento ci hanno portato a fare la cosa giusta per la ragione sbagliata. Senza neanche rendersene conto.

Leggete questa citazione da un articolo di Maier. Si sta parlando di Bolt, autore di “Un uomo per tutte le stagioni” sul martirio di Thomas More.

(…) come Bolt stesso ha detto, ha scritto la sua opera non come un argomento per la verità, ma in difesa della coscienza personale, qualunque siano le convinzioni di una persona.

Il vero Thomas More avrebbe trovato incomprensibile il ragionamento di Bolt. More credeva nell’esistenza della verità – non solo la “mia” verità o la “tua” verità, ma la verità, la verità universale e duratura di Dio – indipendentemente dalle nostre opinioni personali.

L’errore che coltiviamo è che ci si debba opporre alla falsità per la libertà. Non è così: ci si deve opporre per la verità. Senza verità la libertà non esiste, è una finzione che presto si spegne, mentre la verità rende liberi. Protestare perché abbiamo un’opinione diversa è esaltare noi stessi. Essere servi del vero vuol dire negare se stessi, umilmente farsi carico di qualcosa ben più grande di noi.

La verità è qualcosa di ben diverso da un’opinione. E’ intimamente connessa con la realtà, che è qualcosa di non cancellabile. E’ conosciuta dalla ragione, dopo che essa ha vagliato tutti i fattori della realtà. E’ un giudizio che viene dall’essenza stesse delle cose, dal nostro cuore più profondo.

Essere dissidenti è una gran fatica. E’ andare controcorrente, ma come nota ancora Chesterton, solo le cose vive lo fanno. Che almeno sia per la ragione giusta.

Memorie contraffatte

Le nostre memorie sono innanzi tutto visive. Immagini. Scene del nostro passato.
Da che uomo è uomo, abbiamo sempre tentato di riprodurre quanto vedevamo, i nostri ricordi. Per fissarli, per dare loro vita al di fuori della nostra testa.
Su pareti  in fondo alle grotte, sui muri di un tempio; sul legno, sulla tela. Poi sulla carta, poi su qualcosa di ancora più inconsistente, punti invisibili, onde, schermi.
Ogni volta si aggiunge qualcosa; ci si avvicina sempre più a quella che è la realtà; una realtà che diventa virtuale, che non permette più di distinguere il vero dal falso.
Se Zeusi riusciva ad ingannare gli uccelli e Parraso stupiva Zeusi, oggi l’informatica consente un grado di realismo delle immagini così elevato da renderle praticamente indistinguibili dalla realtà. Al punto da farci dubitare di ciò che vediamo. Sono passati i tempi in cui una prova video era inconfutabile.
Le memorie di un tempo sono prelevate e rinnovate. Si possono animare antiche foto, persino i quadri; fino a pochi anni fa pareva impossibile, oggi basta un clic.
Potremo presto giocare con la nostalgia, riesumare ciò che non c’è più in modo che ci accompagni nella vita di ogni giorno. Potremo rifugiarci, se vorremo, in un passato perfetto, per eludere un presente deludente e negarci un possibile futuro; come i vecchi, vivere in un tempo che non è più, in luoghi che hanno cessato di esistere, se mai sono esistiti. Una demenza desiderata e ricercata.

Il nostro essere, chi siamo, è fatto di memorie. Avremo ancora memoria di noi stessi?

Condizioni necessarie

Forse diamo la scienza troppo per garantita. Come se venisse fuori spontanea. Come se l’avessimo acquisita una volta per tutte. Come se l’uomo non potesse farne a meno.

Non è proprio così. Ci sono tutta una serie di premesse che vanno rispettate.
Intanto, devi pensare di vivere in un mondo che sia comprensibile. Se per te quanto ci circonda avviene in modo misterioso, è sotto il controllo di entità capricciose, allora neanche si comincia. Voi direte, ma quando mai, mica siamo all’età della pietra. Mi dispiace contraddirvi, ma quando si parla di Gaia e Madre Natura e ciarpame mistico vario siete su quella lunghezza d’onda. Se c’è la Terra che Respira, che senso ha misurare il campo magnetico? Se Allah fa quel che vuole, che indago a fare?

Ma la realtà non deve esser solo comprensibile, deve essere anche misurabile. A spanne non si fa la scienza. Devo potere far calcoli, scrivere leggi, trovare valori. Se le cose fisiche non hanno una matematica alle spalle, se questa matematica non ha delle regole deducibili e sempre uguali, se non posso dare dei valori, delle unità di misura a ciò che mi circonda allora non ho scienza, ho magia. Anzi, neanche, dato che anche la magia ha delle regole; ho una stregoneria. Voi direte, siamo oltre quel punto. Niente affatto; anzi, quante volte sentiamo parlare esperti che pensano di essere nel giusto senza avere mai effettuato un calcolo, una statistica, applicato una legge. Se non si deve fare matematica perché discrimina, è uno strumento dell’uomo bianco, dell’oppressione capitalista; se si danno giudizi invece che voti, se c’è il voto minimo garantito vuol dire che non si crede che la realtà sia misurabile.

C’è un’altra condizione indispensabile, oltre alle prime due: che la realtà abbia un senso, e sia utile indagarla. Se la realtà non ha senso, allora investigarla, anche se fosse possibile, sarebbe solo una perdita di tempo. Se non ha significato il cosmo nella sua interezza, allora anche cercare di comprenderlo è sforzo inutile. Tuttalpiù può servire come gioco, o come sfogo; o per acquisire potere – anche questo rigorosamente senza senso, ma se non vuol dire niente non ci si deve aspettare coerenza. Allora tanto vale stordirsi – di lavoro, di meditazione, di sesso, insomma uno di quei sostituti che possano aiutare a non pensare che la vita è vuota.

Un ultimo tassello deve andare a posto. Vale a dire, credere che quello che mi dice la realtà sia più importante di quello che penso io. Se non sono di questa opinione, allora falsificherò i dati per far sì che mi diano ragione; ricercherò l’assurdo e scarterò ciò che non mi piace; sosterrò teorie improbabili e disegnerò grafici su ciò che penso dovrebbe essere. Se non importa cosa mi dicono i cromosomi, potrò affermare che ci sono millemila generi diversi;  griderò che c’è una emergenza climatica senza che questa emergenza appaia da nessuna parte, e dirò efficaci o inefficaci farmaci e teorie in base all’appartenenza politica di chi ne parla.

Vedete quindi che non è un caso che la scienza sia nata dove si credeva in un Dio che non gioca a dadi con il mondo, ma che lo ha progettato in maniera comprensibile e intellegibile a vantaggio nostro, incoraggiandoci a capirlo meglio per capire meglio Lui. Per cui non si può barare.
Ora che quel Dio lo si vuole cancellare, che fine farà la scienza?

Le sciabole della libertà

Può essere istruttivo un breve accenno ai fatti che accaddero circa duecentotrenta anni fa in una regione dell’Europa non così distante da noi. Può darsi che ne abbiate sentito parlare, anche forse solo di sfuggita. Quella regione è nota come Vandea.

A quei pochi che potrebbero averla sentita nominare nelle classi di storia è stata probabilmente descritta come una sorta di guerra civile. La gloriosa Rivoluzione Francese dispiega le sue ali di Libertà, Eguaglianza, Fraternità e un manipolo di provinciali eterodiretti cerca di ostacolarla. Una rivolta repressa con successo.

La verità è che fu un genocidio. O, meglio, un “popolicidio”. Pensato a freddo e realizzato con deliberata accuratezza. Esagerazione? Ditemi allora come si può descrivere l’uccisione di 117.000 persone su 815.000 che abitavano quel territorio. Non furono ammazzati solo i combattenti, ma donne, vecchi, bambini. Un massacro nascosto dalla storiografia ufficiale, dai cantori interessati della gloriosa rivoluzione

Naturalmente, se lo meritavano. Erano dei fanatici, dei tradizionalisti, amavano il passato, erano ingrati per la luce che la Rivoluzione aveva portato. Erano persino cattolici.
Così cattolici che si risentirono quando, nel 1790, il nuovo governo proclamò la Costituzione Civile del clero. Lo Stato si impossessava dei beni ecclesiastici, e tutti i sacerdoti dovevano giurargli fedeltà. Ben pochi lo fecero.
Era ancora la fase in cui si poteva ritenere utile protestare, ad esempio attraverso una lettera come quella che scrissero 130 sacerdoti della diocesi di Nantes per contestare quella svolta autoritaria. L’illusione durò poco.

Vescovi e preti disubbidienti furono sostituiti con coloro che avevano giurato. Le chiese furono sbarrate, le funzioni proibite. Ma il popolo rifiutava quelli che considerava traditori.
Quello che fece traboccare il vaso fu la coscrizione obbligatoria. Nel 1793 il governo cercò di reclutare trecentomila uomini. La notizia non fu presa bene. Nel marzo di quell’anno. i funzionari governativi furono cacciati a forza.

La reazione non si fece attendere. Un esercito di quasi cinquantamila uomini addestrati ed armati marciò sulla Vandea. I vandeani erano tra i 25.000 e i 40.000, quasi tutti paesani armati con attrezzi agricoli. Riuscirono però a tenere a bada e sconfiggere più volte il loro avversario; combattevano per la loro vita.
Ormai erano considerati briganti e quindi, come il prete “costituzionale” Abbé Roux, vicario di Champagne-Mouton, rassicurò i suoi padroni rivoluzionari il 7 maggio 1793,

I figli della regione del Charente aspettano i vostri ordini per sterminare quei briganti che stanno facendo a pezzi la nostra amata nazione. Voi, Cittadini, state fermi ai vostri posti: non perdete di vista i traditori e cospiratori: non dimenticate mai che se mostrate pietà, nutrirete i vampiri e gli avvoltoi dentro le mura di questa città, e un giorno loro berranno avidamente del sangue di coloro che li hanno salvati dalla vendetta che i loro crimini meritano. 

Così, le forze regolari cominciarono a radunare i “briganti” a quaranta, cinquanta per volta e giustiziarli senza processo, bruciare le case e cannoneggiare le chiese. Nonostante lo sforzo, le sconfitte subite costrinsero il governo a mandare altri 20.000 veterani in appoggio.

Come disse il generale Salomon alle sue truppe, era una guerra di briganti, quindi occorreva che loro stessi diventassero briganti e dimenticassero i regolamenti militari.
Diventò una guerra di sterminio. Per risparmiare munizioni si cominciò la pratica di annegare i “briganti”; dapprima la tecnica fu usata sui preti refrattari, a centinaia, poi sulla popolazione. Era d’uso farli denudare prima di annegarli, vuoi per poter disporre dei vestiti, vuoi per potere meglio violentare le ragazze presenti. A dicembre, il generale Marceau poteva informare trionfante il ministro di avere fatto annegare oltre tremila donne non combattenti a Pont-au-Baux. Quelli che non erano annegati erano uccisi a colpi di baionetta. Il Generale Westermann, arrivando a Laval  il 14 dicembre, notò con  soddisfazione pile di migliaia di cadaveri ammucchiate ai bordi della strada. Così scrisse in una sua relazione:

Cittadini della Repubblica, non c’è più una Vandea. Essa è morta sotto le nostre sciabole della libertà, con le sue donne e bambini. L’ho seppellita nei boschi e nelle paludi di Savenay. Seguendo i vostri ordini, io ho schiacciato i suoi bambini sotto gli zoccoli dei miei cavalli, e massacrato le sue donne… che non faranno ora nascere altri briganti. Non c’è un singolo prigioniero che può criticare le mie azioni – li ho sterminati tutti…

Il governo della Vandea indisse un’amnistia per chi avesse deposto le armi. “E’ tempo per i francesi di riunirsi come una sola famiglia…”. Era una trappola. Nel gennaio il Generale Turreau con due armate di sei divisioni ciascuna si mosse nella “Crociata della Libertà” per finire il lavoro. Gli ordini per le “Colonne infernali” erano di non risparmiare nessuno. I bambini piccoli erano uccisi davanti alle loro madri, quindi erano uccise le madri. Le ragazze violentate, e quindi uccise a loro volta. Qualcuno introdusse l’uso di bruciare intere famiglie nei forni. Si spellarono le vittime per ricavarne cuoio; il 5 Aprile. a Clisson, i soldati del generale Crouzat bruciarono vive 150 donne per ricavarne il grasso.
Sembrerebbe un racconto dell’orrore, una fantasia; è storia documentata.

Il massacro si trascinò fino al 1795, per poi scomparire dalla storia. I suoi esecutori fecero carriera, e non furono mai perseguiti per i loro crimini. Di tanto in tanto il racconto di quelle atrocità ricompare, per ricordarci che, nel paese della Libertà, pensare che ci sia una Verità più grande diventa un crimine.

Il suono della musica

In ufficio, sul luogo di lavoro, sono in un open space; il mio ufficio casalingo, poi, confina con una cucina rumorosa. Capirete che non è il massimo quando ci si deve concentrare per analizzare o scrivere codice. Quando i decibel di caos oltrepassano la soglia metto su le cuffie, scrivo nel browser il nome del primo compositore che mi viene in mente e via.

Balzando di compilation in compilation sono capitato su quella che vedete in allegato. “Tempio perduto, sei ore di antica musica da cattedrale”. Insomma.
Sono quasi tutti pezzi molto belli. Ma dire che è una macedonia è dir poco. Si salta da brani del Requiem di Mozart a frammenti della colonna sonora del Signore degli Anelli, dallo Stabat Mater di Pergolesi alla musica di accompagnamento del videogioco Skyrim. Fa una strana impressione: è come scoprire che la sorpresa dell’Happy Meal questa settimana è la reliquia di un santo.

Quello che era nato per glorificare il Signore adesso serve come musica d’ambiente. Il corpo di Cristo per il relax; c’è una versione di Pange Lingua Gloriosi, l’inno eucaristico scritto da San Tommaso, con accompagnamento di uccellini. Tantum ergo sacramentum con uh-uh di sottofondo.

Il tempio che perde il suo significato diventa solo un luogo in cui ascoltare buona musica. Le parole non sono più un inno al divino, non sono comprese, sono latinorum, sono solo suono.
Quando di una parola rimane solo suono. si perde il significato; essa stessa svanisce, si dissolve nel tempo, sempre più fioca fino a niente; così come svaniscono i rumori.
La bellezza è lo splendore del vero. Accantonando il vero che la genera si percepisce solo una minima parte di quella bellezza.
Qualcosa si è perso; forse sono anch’io colpevole, con le mie cuffie come antidoto a un mondo troppo rumoroso.

Un’altra stazione

Il treno corre. Nella campagna, attraverso le periferie, dentro le sue lunghe gallerie. All’interno del vagone ci sono ancora parecchi di coloro che hanno cominciato il viaggio con me.
Ma molti sono già scesi.
Di tanto in tanto le porte si aprono, qualcuno sale, qualcuno se ne va. A volte me ne accorgo solo quando volto la testa e vedo il sedile vuoto. Dov’è finita quella persona? Avevamo conversato fino a poco fa; poi mi sono distratto, e ora non si vede da nessuna parte. Forse ha cambiato carrozza; forse era arrivato a destinazione. Rivedrò ancora il suo volto? E tu, che mi riempivi il cuore quando parlavi, la tua fermata è rimasta ormai molto indietro.
Il treno corre veloce, e si lascia ogni cosa alle spalle. Le piccole stazioni, le grandi città; ogni cosa che passa diventa passato.

Dove sei, tu che mi stavi seduta vicino, da sempre? Sei appena andata via, e già mi manchi.

Il rumore delle rotaie, i piccoli sobbalzi, il paesaggio che scorre sui finestrini. Sempre uguale, ma sempre differente. Tanta strada abbiamo percorsa. Siamo sempre meno, ci stiamo avvicinando alla destinazione. Presto scenderò anch’io.

per G e M

La guerra delle ossa

La scienza. Spesso ci si dimentica che la scienza è fatta da uomini, e non sempre questi uomini sono tra i migliori. Magari potranno anche essere brillanti, ma sono soggetti, come tutti noi, ai vizi. Egocentrismo, avidità, orgoglio; si dice che servano per fare carriera, e in fondo anche quella dello scienziato è una carriera.
Ai vertici delle accademie spesso non ci salgono i migliori, ma coloro che hanno saputo vendersi meglio, magari appropriandosi dei meriti altrui, o hanno avuto i migliori appoggi. La competizione è spietata, da sempre.

Vi ho già narrato, qualche anno fa, della “guerra del tempo”, che oppose due climatologi. Oggi vi parlerò della “guerra delle ossa“, che vide una lotta spietata tra due paleontologi americani:  Edward D. Cope e Othniel C. Marsh. Il campo di battaglia furono gli strati geologici ricchissimi di fossili del Nord America. Era la seconda metà dell’800, e si cominciava a capire che in passato la Terra era stata popolata da creature ormai scomparse.
Gli scheletri di creature giganti affioravano qua e là: nessuno aveva ancora ben chiaro cosa fossero, quando fossero vissute, perché fossero scomparse. La maggior parte dei dinosauri che hanno popolato i nostri sogni di bambini, i loro stessi nomi – brontosauro, stegosauro, allosauro… – sono l’eredità di quei due pionieri.

Due uomini diversissimi tra di loro: il primo discendente di una ricca famiglia di Quaccheri, il secondo nato povero ma con uno zio facoltoso che, di fatto, gli costruì un museo attorno. Differivano per impostazione culturale, anche per teorie scientifiche – lamarckiano uno, darwinista l’altro – ma erano simili nella passione per i fossili e nel desiderio d primeggiare.

Il loro rapporto fu dapprima amichevole poi, come capita tra primedonne, cominciarono gli screzi. La competizione per accaparrarsi i migliori giacimenti di fossili – e i finanziamenti per le spedizioni – degenerò presto. I due usarono la corruzione, la diffamazione, il sabotaggio, giunsero a distruggere esemplari pur di non farli cadere nelle mani dell’avversario. E’ una storia fatta di avidità e avarizia, con i sottoposti che abbandonavano ora l’uno ora l’altro nauseati dai metodi, dai mancati pagamenti e dalle promesse non mantenute.

Erano sempre in cerca del colpo ad effetto per ingraziarsi l’opinione pubblica; i giornali erano usati per propagandare la scoperta eccezionale oppure per accusare l’avversario di errori o malversazioni. Anche allora i media erano importanti. Più importanti della scienza; riempirono stanze intere di materiale che non esaminarono mai, rovinandosi infine finanziariamente e anche come reputazione. Assursero alle più alte vette accademiche, ma a che prezzo?

Chissà, forse oggi non avremmo questa mania dei dinosauri se non fosse per la smania di protagonismo di quei due scienziati. O forse saremmo ben più avanti, in paleontologia, se non fosse stato per la guerra delle ossa.

La corsa verso il tutto

La mia attenzione è stata attirata oggi dal sottotitolo di un articolo scientifico, “L’Inizio alla fine dell’Universo”, che recita:

“Ogni cosa – dalle creature alle stelle ai buchi neri – decadrà alla fine nel nulla”.

Mi sono detto: questi poveretti, che scrutano l’infinito con la prospettiva del niente ultimo, che pena. Deve essere tremendo contemplare le volte stellate, e i viventi, e pensare “tutto questo è inutile, è una corsa non solo verso la tomba, ma verso il completo oblio, una fredda morte solitaria”. Guardano il tutto, vedono il nulla.

La mia prospettiva è esattamente inversa: la nostra è una marcia non verso l’assenza, ma verso il significato totale. Il senso ultimo, che muove e dà consistenza a questo universo, a me e a te, al sole e alle altre stelle. A cui giungeremo, un giorno.
E, oh, anche adesso, com’è bello il mondo.

La rotta

Quando si naviga, mi dicono,
occorre qualcuno al timone
per tenere la rotta;
perché il mare è vasto
le correnti insidiose
il vento incostante
e la stella che fa da guida
è fioca luce che spesso
si smarrisce alla vista
in un cielo tempestoso.

Il campione

Mi domandavo stamattina se ogni sforzo comune degli esseri umani, ogni ideale condiviso, ogni movimento di popolo debba finire con una persona sola al comando. Un suo campione.
La Rivoluzione Francese ha dato origine a Napoleone, la Repubblica Romana a Cesare e agli imperatori. Ogni comunismo è finito in dittatura, si chiami il potente Stalin, Mao o Fidel. Nazismi e fascismi pure.

E’ qualcosa di inevitabile? E’ un fatto connesso con la mente umana, innato, un itinerario a cui non si può sfuggire? E poi, è il carisma che crea l’ideologia oppure l’ideologia che crea il carisma?
In altre parole: è l’uomo forte, colui che alla fine svetta, che plasma le convinzioni, le politiche, la storia, o ne è a sua volta un prodotto? Le conseguenze del propendere per una o l’altra ipotesi non sono banali.

Da un lato vorrebbe dire che non sono le idee che si scontrano, ma gli uomini. Dall’altro è che ogni tentativo comune umano finirà inevitabilmente per produrre un suo campione, nel bene o nel male. Un re, un dittatore, un imperatore.

Quello che vale per le nazioni si può anche vedere in piccolo. Quante associazioni sono fatte di un solo grande uomo, e tanti piccoli intorno. Sparisce lui, quello che ha costruito collassa. Era il suo spirito che lo sosteneva.

Ma perché emerge, questo campione? Perché ha doti eccezionali, o è solo colui che sa meglio incarnare una certa idea? O piuttosto è colui che prende sul serio la sfida, in mezzo a tanti che non sono disposti ad andare fino in fondo?
Oppure, ancora, forse tutto è spiegabile con la convinzione umana di essere piccoli dei. La brama di potere, piccolo o grande esso sia, li muove; la selezione poi produce il suo frutto finale.
Quanto è faticoso costruire l’opera di un altro.

 

Cavoli

“Un uomo onesto s’innamora di una donna onesta; pertanto, desidera sposarla, essere il padre dei suoi figli, dare sicurezza a lei e a se stesso. Tutti i sistemi di governo dovrebbero essere messi alla prova sul fatto se egli possa realizzare ciò. Se un sistema qualunque, feudale, schiavista o barbarico, di fatto gli dà un campo di cavoli abbastanza ampio da consentirgli di realizzarlo, lì è l’essenza della libertà e della giustizia. Se un sistema qualunque, repubblicano, mercantile o eugeneticista, di fatto gli dà un salario talmente piccolo che non può realizzarlo, lì è l’essenza della tirannia e della vergogna.”
(Chesterton, ILN, 25 marzo 1911, in La famiglia, regno della libertà)

Hanno portato alla mia attenzione questo brano di Chesterton, e mi mette malinconia. Perché il sistema ha trovato un modo spiccio per risolvere il problema; ha rimosso il desiderio di sposarsi, di avere figli, e quindi eliminato la necessità di campi di cavoli e di salari adeguati.
Cent’anni dopo, siamo oltre la tirannia e più in là della vergogna; siamo alla distruzione dell’umano.
E sono cavoli nostri.

Delusioni

Quest’oggi ho avuto alcune delusioni. Capirete anche voi, il mio umore non era dei migliori. Poi ho cominciato a riflettere sulla parola delusione.
La de-lusione è la logica fine dell’il-lusione. E’ quando il gioco finisce, e la realtà irrompe. Quello che mi ero finto nella mia testa, i miei progetti, anche le mie speranze, terminate: perché la realtà ha sempre ragione, il vero alla fine ha la meglio, anche quando non ci piace, anche quando davvero avremmo voluto che le cose fossero andate diversamente.

Di una cosa sono convinto: che la realtà sia positiva. Che ciò che accade sia per un bene. Quindi anche la delusione è positiva, perché cancella l’illusione. La cosa migliore che ci possa capitare. Perché chi vorrebbe vivere in una illusione, abitare in una menzogna?

Un piccolo post di cui non v’importa niente

Non penso davvero che a qualcuno di voi importi se, oggi, è morta una delle mie gatte.
L’avevamo chiamata Bogie, soprannominata Bobo. Ha esalato l’ultimo respiro a meno di mezzo metro dal posto in cui era nata tredici anni fa. Erano tre sorelle, diversissime le une dalle altre. Una sparì quasi subito, scoprimmo poi che era stata adottata da una famiglia ad un centinaio di metri di distanza. Sua sorella Candy era nera, a pelo lungo e occhi azzurri; molto affettuosa e giocherellona, quasi un suo opposto. Bogie era a pelo corto, di uno strano melange mimetico tra il marrone e il rossiccio, con grandi occhi gialli da babau. Era estremamente timorosa. Non si lasciava avvicinare, non entrava in casa; si cibava solo più di croccantini, nelle notti d’inverno svernava nel garage. Rare volte sono riuscita ad accarezzarla, mentre mangiava; quando se ne accorgeva, balzava via. L’ho sempre assimilata ad una zietta zitella e schiva.
Era qualche giorno che si nutriva poco, tardava ad arrivare al richiamo. Mi racconta mia moglie che oggi pomeriggio ha miagolato con quella sua vocina sottile due volte, molto forte, poi si è trascinata sotto il balcone  e non si è più mossa. A mezzogiorno respirava piano; poi non ha respirato più.
Non credo si sia mai allontanata più di cento metri da casa. E’ vissuta nascosta, cacciatrice implacabile da giovane, matrona sdraiata al sole da anziana. Non ha scritto saggi o libri, non ha contribuito alla pace del mondo, era solo una gatta e ora è solo un mucchietto di pelo triste che domani seppellirò.

Come dicevo, non penso che vi importi niente di lei. Non ha toccato la vostre vite. Questo è stato un piccolo post inutile, di cui domani, se pure siete arrivati qui in fondo, vi sarete dimenticati. Quante cose ci sono nel mondo più importanti. Più di una gatta morta, e più di me e di voi e di tutte quelle anime di cui non saprete mai niente, quell’esercito di presenze ai confini della nostra percezione che formano la realtà. Come io per voi, fantasmi, scintille, parole su sfondo chiaro. Che brevemente emergono nel fiume del tempo, affondano, e la cui traccia in questo mondo solo rimane in un ricordo che piano stinge.

Cosa può andare storto?

Mia figlia sta studiando la maniera in cui presero il via nei vari paesi i grandi totalitarismi del secolo scorso. Comunismo, fascismo, nazismo. La traccia è più o meno comune: un gruppo di illuminati offre la soluzione ai mali che affliggono il paese, elimina l’opposizione con una scusa, prende possesso dei media e zac, il gioco è fatto. Ciò non può avvenire senza un cortocircuito tra grande finanza e frange estreme: i primi sovvenzionano le seconde. L’eliminazione delle residue voci di opposizione, quelle che non sono state già comprate o troppo timorose per reagire, è fatta sempre in nome di un bene più grande. Sono loro in fondo che attentano alla democrazia, tentano di assassinare Mussolini, bruciano il Reichstag. Chi detiene il potere non può non reagire, no? E poi orgogliosamente rivendicarlo.

Pensavo queste cose mentre leggevo quest’articolo: “La storia segreta della campagna ombra che ha salvato le elezioni 2020“. Si parla di elezioni americane, ovviamente; e la testata non è l’Eco del Nebraska, è la prestigiosa Time.

Sostanzialmente, è una vanteria. E’ un irridere l’avversario. E’ dire chiaramente quello che tanti avevano capito o sospettato da un pezzo, cioè che c’è stato un “complotto” (parole loro) per assicurarsi che Trump non potesse vincere le elezioni. A fin di bene, ovviamente. Quel cattivone, lasciato a se stesso, avrebbe distrutto la democrazia.

Loro, invece, pretendono di averla salvata. Dice l’articolo:

“C’era una cospirazione che si sviluppava dietro le quinte, una che spegneva le proteste e coordinava la resistenza dei CEO. (…) [Era] il risultato di una informale alleanza tra attivisti di sinistra e titani del business”

Ma questa è solo una piccola parte dello sforzo segreto di questi encomiabili benefattori.

“Il loro lavoro ha toccato ogni aspetto delle elezioni. Hanno fatto sì che gli stati modificassero il sistema di voto e le leggi e hanno aiutato l’acquisizione di centinaia di milioni di dollari da fondi pubblici e privati. Hanno combattuto cause tendenti ad escludere votanti, reclutato armate di scrutatori e fatto sì che milioni di persone votassero per posta per la prima volta. Hanno con successo fatto pressione sulle compagnie di social media perché adottassero una linea più dura contro la disinformazione e usato strategie guidate dai dati per combattere diffamazioni virali (…) Dopo le elezioni, hanno monitorato ogni punto di pressione per essere sicuri che Trump non potesse ribaltare il risultato.”

Quanto nobile. Certo, le modifiche alle leggi erano incostituzionali, hanno fatto sì che votassero pure i morti, i residenti altrove e quelli fuori tempo massimo, hanno censurato ogni opposizione e sistematicamente nascosto notizie vere, come ad esempio lo scandalo del figlio di Biden; ma l’hanno fatto per la democrazia. Come quelli che ti ammazzano per il tuo stesso bene. Per un pelo non è stato un disastro, asseriscono. Loro l’hanno evitato.

“Ma è immensamente importante per il paese capire che non è avvenuto incidentalmente. Il sistema non ha lavorato magicamente. La democrazia non si fa da sola”.

E ancora:

“Anche se suona come un sogno febbrile di un paranoico – una cabala piena di soldi fatta di persone potenti, che spazia attraverso industria e ideologie che lavorano insieme dietro le quinte per influenzare le percezioni, cambiare le leggi, guidare la copertura mediatica e controllare il flusso delle informazioni -non stavano rubando le elezioni; stavano fortificandole. E credono che il pubblico abbia bisogno di capire la fragilità del sistema per assicurarsi che la democrazia in America continui.”

Lo dicono loro, eh. Negli Stati Uniti possono stare sicuri. Adesso loro comandano l’informazione, il potere politico, i tribunali e si assicurano che l’opposizione sia annullata perché il sistema è fragile, potrebbe eleggere qualcun altro, se non ci pensassero loro. Democrazia, no? Cosa può andare storto?

Frammenti di conversazione

“Tu cosa pensi che serva oggi? (…) Cosa serve davvero?” (…)

“Per me tenere a mente la cosa per cui ci muoviamo”

“Non è una domanda scema, perché proprio su questo siamo tutti disorientati.”

“Diciamo che le nostre salde certezze sembrano essere in saldo.
Io non ce la farei se non ritornassi continuamente a quello che so vero.”

“Io sto [cercando] di capire cosa fonda la certezza, cioè la razionalità. Mi guida, come tu dici, sapere che la presenza di Cristo nella mia storia è un fatto, e neanche io stessa posso toglierlo.”

“E’ lo stesso per me. Non posso negare le cose che ho vissuto.”

Un cantico per Simeone

Sapete che per T.S. Eliot, forse il più grande poeta del secolo scorso, io ho una passione. Ho già tradotto su questo blog parecchie sue poesie (es. qui, qui, qui, ma non solo) ; l’occasione è buona per un’altra ancora.
Oggi è la Candelora, la presentazione al Tempio di Gesù. Si ricorda Simeone, il vecchio che attendeva il messia e che lo tenne tra le sue braccia. E sì, Eliot ci ha scritto una poesia meravigliosa. Provare a mettere in italiano quei versi è sempre un’occasione per meditarli, capirli, stupirsi. Ve la offro.

Un canto per Simeone

Signore, i giacinti romani fioriscono nei vasi
E il sole invernale striscia sui colli nevosi;
La stagione ostinata oppone resistenza.
La vita mia è leggera, aspetta il vento di morte,
Come una piuma sul dorso della mia mano.
Polvere che sole illumina e memoria negli angoli
Attendono il vento che gelido va in terra morta.

Donaci la Tua pace.
Molti anni ho camminato in questa città,
Serbato fede e digiuno, provvisto al povero,
Ho preso e dato onore e agio.
Nessuno fu mai respinto dalla mia porta.
Chi ricorderà la mia casa, dove vivranno i figli dei miei figli
Quando verrà il tempo del dolore?
Prenderanno il sentiero della capra, e la casa della volpe,
Fuggendo da volti stranieri e straniere spade.

Prima del tempo delle corde e fruste e lamenti
Donaci la Tua pace.
Prima delle stazioni del monte della desolazione,
Prima dell’ora certa del dolore materno,
Adesso in questa stagione di nascita e decesso,
Lascia l’infante, il Verbo che ancora non dice e non è detto,
Donare la consolazione di Israele
A uno che ha ottant’anni e nessun domani.

Secondo la Tua parola,
Ti loderanno e soffriranno in ogni generazione
Con gloria e derisione,
Luce su luce, salendo la scala dei santi.
Non per me il martirio, l’estasi di pensiero e preghiera,
Non per me la visione finale.
Donami la Tua pace.
(E una spada trafiggerà il tuo cuore,
Anche il tuo).
Io sono stanco della mia vita e delle vite di chi verrà dopo,
io sto morendo la mia morte e le morti di chi verrà dopo.
Lascia che il Tuo servo vada in pace,
Avendo visto la Tua salvezza.

A song for Simeon

Lord, the Roman hyacinths are blooming in bowls and
The winter sun creeps by the snow hills;
The stubborn season has made stand.
My life is light, waiting for the death wind,
Like a feather on the back of my hand.
Dust in sunlight and memory in corners
Wait for the wind that chills towards the dead land.

Grant us thy peace.
I have walked many years in this city,
Kept faith and fast, provided for the poor,
Have taken and given honour and ease.
There went never any rejected from my door.
Who shall remember my house, where shall live my children’s children
When the time of sorrow is come?
They will take to the goat’s path, and the fox’s home,
Fleeing from the foreign faces and the foreign swords.

Before the time of cords and scourges and lamentation
Grant us thy peace.
Before the stations of the mountain of desolation,
Before the certain hour of maternal sorrow,
Now at this birth season of decease,
Let the Infant, the still unspeaking and unspoken Word,
Grant Israel’s consolation
To one who has eighty years and no to-morrow.

According to thy word,
They shall praise Thee and suffer in every generation
With glory and derision,
Light upon light, mounting the saints’ stair.
Not for me the martyrdom, the ecstasy of thought and prayer,
Not for me the ultimate vision.
Grant me thy peace.
(And a sword shall pierce thy heart,
Thine also).
I am tired with my own life and the lives of those after me,
I am dying in my own death and the deaths of those after me.
Let thy servant depart,
Having seen thy salvation

Tradimenti

Ah, se fossimo tutti buoni. Se facessimo sempre la cosa giusta. Se non tradissimo mai le aspettative, se ci si potesse fidare di noi.

Ma non è così. Chi confida in noi sarà deluso, come noi saremo delusi dagli altri. Tradiremo, facendo non la cosa giusta ma ciò che penseremo meglio per noi.
Siamo creature piccole, il nostro cuore è un sasso lucido di lacrime e indifferente. Sempre ad inseguire un suo progetto, pronto ad usare del prossimo, reagendo con ira quando viene contraddetto. Non riesce proprio a rimanere buono.

Tutti desideriamo ciò che non tradisce. Cosa saremmo pronti a fare, pur di afferrarlo? Forse tutto, a parte smettere noi stessi di tradire.
E’ per questo che ci viene offerta la sola cosa per noi raggiungibile: il perdono.

La forma dei cieli

Quando si parla di modelli copernicano e tolemaico, ad esempio a proposito del caso Galileo, generalmente se ne ha un’idea molto diversa da quello che essi affermavano realmente.
Eh? Voi direte. La teoria tolemaica dice che i pianeti e il Sole girano intorno alla Terra; il copernicano che tutti i pianeti, Terra compresa, girano attorno al Sole. Dov’è il problema?
Che due modelli così semplici non funzionano affatto.  Occorreva complicarli parecchio.

Anche prima che Il metodo scientifico si affermasse, la prova di una teoria era verificare le sue conseguenze. Se un modello sulla forma dei cieli non poteva predire la posizione e il movimento dei pianeti, beh, era inutile. Perché le posizioni dei pianeti servivano a produrre oroscopi, e non saperle prevedere correttamente esponeva l’astrologo a conseguenze spiacevoli. Non storcete la bocca alla parola oroscopi: anche Galileo ne faceva.

Per predire il moto dei corpi celesti Tolomeo era stato costretto a complicare un po’ la sua teoria.
Nel modello Tolemaico, i pianeti erano inglobati in una sfera di etere – una sostanza misteriosa inventata per spiegare l’inspiegabile, un po’ come oggi la materia oscura. Questa sfera, chiamata deferente, non era però centrata sulla Terra, ma in un punto equidistante da essa e un altro punto immaginario chiamato equante. Questo perché se no sarebbe risultato impossibile spiegare perché i pianeti si muovono a velocità differenti nel corso dell’anno. Inoltre, i pianeti a loro volta ruotavano lungo una seconda circonferenza che si spostava con il deferente, chiamata epiciclo. Questo per spiegare variazioni di luminosità e il moto retrogrado – cioè quando l’astro sembra talvolta muoversi in direzione opposta al solito.
Ogni pianeta aveva un equante diverso. Capirete da voi che i calcoli erano un incubo, soprattutto visto che dovevano essere fatti a mano. La cosa notevole è che… funzionavano. Quasi del tutto.

Voi pensate, uau, il modello copernicano allora semplifica un sacco. Un par de scatole.
Il problema del modello copernicano è che per Copernico le orbite dei pianeti erano ancora circolari. Così, per fare previsioni esatte, abolì sì gli equanti, ma raddoppiò gli epicicli. La Terra ruotava ora attorno al Sole, ma su due cerchi; anche la Luna possedeva un doppio epiciclo. Neanche il Sole era al centro di tutto, in quanto i moti dei pianeti erano riferiti al centro dell’orbita terrestre, che non coincideva con l’astro stesso. Ogni pianeta ruotava per conto suo. I calcoli da fare non erano meno difficili. Anche per questo il modello non ebbe mai grande successo.

Tali mal di testa per simulare le orbite ellittiche e le leggi di Keplero. Ci riuscivano almeno in parte, certo; ma riflettete, la complicazione nasce dal presumere che il progetto divino fosse basato su quello che allora era considerata la perfezione: la sfera. Il risultato era però decisamente macchinoso e men che perfetto.
La difficoltà era superabile adottando una singola magnifica, semplice equazione, quella della gravitazione universale.

Due secoli prima di Copernico, S.Tommaso d’Aquino scriveva:

“Le supposizioni escogitate da questi astronomi non sono necessariamente vere; poiché forse il comportamento delle stelle può essere spiegato in qualche altro modo ancora non scoperto dagli uomini.”
(San Tommaso d’Aquino, De Caelo et Mundo, II, lect. 17, 451)

“Così, per esempio, in astronomia si ammettono gli eccentrici e gli epicicli perché, accettata questa ipotesi, si può dare ragione delle irregolarità che nel moto dei corpi celesti appaiono ai sensi: tuttavia questo argomento non è apodittico, perché forse (tali irregolarità) potrebbero spiegarsi anche ammettendo un’altra ipotesi.”
(San Tommaso d’Aquino, Summa Theologica, I, q.32, a.1, ad. 2)

In altre parole, forse la formula del mondo è molto più semplice di quanto possiamo pensare noi uomini. Che, correndo dietro ai nostri pensieri, non facciamo altro che complicarci la vita.

(cliccare per ingrandire)

Poca memoria

L’ipocrisia di ricordare massacri lontani, quando tutti i giorni taciamo quelli nuovi.

Quando vedranno

“Forse quella antica trinità di Verità. Bontà e Bellezza non è semplicemente una vuota, stinta formula come pensavamo ai tempi della nostra gioventù materialistica e sicura di sé .”

Così Solženicyn. A dire la verità la mia giovinezza, sebbene discretamente materialistica anch’essa, e certamente autoconfidente, non mi ha mai portato a considerare sorpassata quella triade. Anzi.

Però è anche vero che più invecchio più devo constatare che davvero il terzetto non è separabile.
Senza verità non c’è bellezza, e ogni volta che essa viene taciuta o violata niente di buono può essere trovato. Fosse anche quel tacere, o quella menzogna, un tentativo di essere buoni.

Quando togli la bellezza, il vero non si riesce più a percepire, mentre ciò che è buono splende anche dentro apparenze che potrebbero sembrare orrende, e le trasforma.

E, se elimini il bene, anche la più sfolgorante beltà si trasforma presto in menzogna.

Guardiamoci attorno. C’è ancora tanto bene, bello, vero nel mondo. Andiamo oltre il sottile guscio di ciò che è comodo, di ciò che ci viene ripetuto, di rabbia, odio, abitudine, disillusione. Asciughiamo le lacrime, sciogliamo i denti digrignati. Mettiamoci in cerca, non ci può sfuggire. Ce n’è una fonte inesauribile. I cinici, i sarcastici, coloro che non sanno vedere e ascoltare lasciamoli alle spalle.
Se vorranno, poi ci seguiranno. Quando vedranno.

La lucertola nel secchio

Quest’estate avevo piazzato nell’orto alcuni secchi per raccogliere acqua piovana. Un giorno in uno di questi ho trovato una lucertola.
Il secchio era di plastica liscia, la bestiolina era caduta dentro e non riusciva ad uscire. L’ho afferrata per metterla in salvo.
Lei si dibatteva disperatamente nella mia mano. Quando l’ho lasciata andare è rimasta quasi incredula, stupita, immobile per qualche istante prima di fuggire.

Pensavo che la stessa cosa avviene a noi con il cristianesimo. Ci agitiamo, scalciando disperatamente, contro questa salvezza che ci viene offerta gratuitamente. Non siamo in grado di tirarci da soli fuori dai nostri errori, l’abbiamo visto e rivisto, eppure pensiamo sempre che basterà uno sforzo maggiore, un nuovo progetto, un po’ di fortuna per raggiungere quella felicità.
Che poveri sciocchi siamo, che lucertoline stupide e spaventate che combattono una mano buona così più grande di noi.

Sotutto

Non sono abbastanza giovane per sapere tutto, diceva Oscar Wilde. In effetti quando si è giovani si è convinti di conoscere ogni cosa. Poi la vita ti prende a schiaffi, piglia i tuoi progetti accuratamente costruiti e li accartoccia.

La cultura attuale fa di tutto per farci rimanere giovani, anzi, bambini. Ma spegnendo in noi quella che è la caratteristica migliore dell’essere bambino, la curiosità insaziabile. Invece ci persuade che non c’è niente da sapere, niente da imparare oltre ciò che lei ci racconta. Ci lusinga dicendo che abbiamo sempre ragione, che se tutto non è bellissimo è colpa del nemico che lei ci indica. Che va cancellato.

Non c’è niente di più letale di qualcuno che ci illude dicendo che non abbiamo mai torto. Che ci rende impossibile conoscere la falsità. L’amico vero non è quello che è sempre d’accordo con noi, ma quello che ci dice chiaramente dove stiamo sbagliando. Uno così tiene a me; l’altro è un ingannatore, un manipolatore.

Solo chi ha un orizzonte più alto di se stesso ammette l’errore. Scrive Christopher Seitz, su quanti considerano la Bibbia inadatta a questi tempi:

“Cosa mi ha chiarito la mente, dopo anni di studio e insegnamento dell’Antico Testamento, è questo: che tipo di persone scrivono un tipo di storia nella quale sono così chiaramente messe in cattiva luce, con le loro mancanze esposte, i peccati registrati, gli errori in piena vista per tutti da vedere e ricordare…?”

Nel Vangelo gli apostoli fanno una pessima figura, a dir poco. Eppure sono gli stessi che hanno scritto e tramandato quelle pagine, per noi, perché capissimo.

Chi vuole rimuovere un passato o un presente che lo disgusta è incapace di comprendere che lui è fatto della stessa materia dei suoi avi. Impastato di errore e bellezza. Si cresce solo quando un amico ti fa uscire a suon di calci dalla tua illusione. Per mia fortuna di amici così ne ho avuti e ne ho tanti.

Gratuità

Quando agisco in modo gratuito ammetto che non sono io che faccio accadere le cose; sono disponibile a riconoscere che la realtà è molto più grande di me.
Con la gratuità ci si arricchisce. Certo, non arricchimento materiale (anzi).
In ogni altro caso è un piccolo gioco che alla fine ci si ritorce contro. Un egoismo nascosto che spesso nemmeno noi riusciamo a riconoscere, finché non si svela. Una brama di possedere, di fare andare le cose come secondo noi dovrebbero essere.
Oh, siamo umani. Quel desiderio di potere non può essere cancellato. Solo limitato, corretto, resistito, e infine perdonato.