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Vita a rate

Mi dicono che c’è parecchia gente che compera tutto a rate.
Casa. Elettrodomestici. Auto, magari quella esagerata che fa invidia ai vicini. I venditori favoriscono l’acquisto a credito, dato che si finisce per pagare parecchio di più.

A rate si prende persino la persona con la quale vivere. Ci si dà un pochino per volta,  senza mai impegnarsi per l’intera cifra. Così da non perderci troppo, se viene a noia.
Ma di questa rateizzazione della vita, chi esigerà gli interessi?

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Qualcosa in cui credere

E’ passata in ovattato silenzio la nascita della “Dichiarazione di Parigi“, un manifesto per un cambio di rotta dell’Europa firmato da alcuni tra i pensatori europei che ammiro di più. Gente del calibro di Robert Spaemann, Remi Brague, Roger Scruton, tanto per citare alcuni tra i più noti. Persone che ogni loro libro o articolo è uno spettacolo, parole che aprono la mente.

Sarà per questo che se ne è parlato poco o niente. Persino io l’ho saputo quasi per caso, da una citazione incidentale che mi ha fatto nascere il sospetto che mi stessi perdendo qualcosa.
La dichiarazione stessa è un atto di accusa spettacolare contro l’Europa come è diventata, e un appello a recuperare quelle radici che l’hanno costituita e che troppo spesso sono negate.
Contro gli intellettualismi e le ideologie che ne stanno causando il disfacimento, e per, come dice il sottotitolo della dichiarazione, un’Europa in cui possiamo credere.

Il testo termina così:

In questo momento, chiediamo a tutti gli europei di unirsi a noi per respingere le fantasie utopistiche di un mondo multiculturale senza frontiere. Amiamo a buon diritto le nostre patrie e cerchiamo di trasmettere ai nostri figli ogni elemento nobile che noi stessi abbiamo ricevuto in dote. Da europei, condividiamo anche una eredità comune e questa eredità ci chiede di vivere assieme in pace in una Europa delle nazioni. Ripristiniamo la sovranità nazionale e ricuperiamo la dignità di una responsabilità politica condivisa per il futuro dell’Europa.

Devo dire che approvo e mi riconosco quasi del tutto con questa dichiarazione (leggetela! Qui un sunto). Ma… c’è un ma.
Mi mette un po’ a disagio. E questo perché per me, cattolico, quanto prospettato non rappresenta una soluzione, ma un tentativo che soffre dello stesso male di ciò che vorrebbe curare. Si chiama a recuperare una cultura vista solo come conseguenza e non ciò che è la fonte di quella cultura, se non genericamente. Si vuole l’albero verdeggiante, ma si danno per scontate le radici. Dalle radici può rifiorire l’albero, ma senza ciò che la sostiene e le dà nutrimento anche la pianta più vigorosa dopo poco muore.

In fondo anche questa dichiarazione si stacca dalle radici come ciò che critica; meno lontano dal nucleo vitale, ma stacca comunque.

Apprezzo, batto le mani all’iniziativa, l’appoggio; ma io continuerò ad innaffiare la terra, perché fiorisca.

 

 

 

 

Dappertutto

“Le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive vanno dappertutto”.

Forse ricorderete questa frase ad effetto di qualche anno fa. In effetti ha un fondo di verità.
Le cattive ragazze vanno dappertutto. E anche i cattivi ragazzi: sovente nello stesso posto. Lì le cattive ragazze apprendono una triste verità: i cattivi ragazzi sono molto spesso cattivi.
Coloro che sono convinti che l’uomo sia buono si stracciano le vesti quando qualcuno di segno opposto osa dire “se l’è cercata”. “Non è che una vittima”, sostengono.

Sono d’accordo. E’ una vittima. Ma da ben prima dell’evento fatale.
Innanzi tutto di coloro che, convinti che l’uomo sia buono, non l’hanno preparata ad  incontrare chi buono non è.

E’ vittima di coloro che dicono che il male non esiste, tutto è relativo, fino a quando una ragazzina viene stuprata e magari ammazzata. A quel punto danno la colpa alla società.

E’ vittima di coloro che hanno coniato la frase che ho scritto all’inizio, che suggerisce che essere cattivi, disobbedienti, trasgressivi  è meglio. Balle.
Il paradiso è per definizione tutto ciò che è bello, desiderabile, buono. Il completamento di ogni desiderio. Gli altri posti hanno il resto. Quel dappertutto si riduce quasi sempre ad un fosso, ad una cella, il bordo di una strada, il letto di un ospedale, una tomba.

E’ vittima di chi ha condotto i cattivi in quel posto, consapevoli od inconsapevoli. Il male genera male.
Siamo tutti cattivi. Il punto è se vogliamo rimanere tali.

Ci sono vittime innocenti. Ci sono vittime che hanno cercato il pericolo, consciamente o inconciamente, e l’hanno trovato. Ma tutte le vittime sono tali perché il male esiste davvero. Vittime di una libertà senza verità.
All’inferno si finisce perché lo si lo si desidera. Perché raccontano che non è necessario pentirsi, tutto è concesso, ogni cosa è un diritto. Allora si può fare quello che si vuole, senza conseguenze. E questo è l’inferno, il posto lontano da Dio. E non è vuoto.

E’ pieno di cattivi ragazzi, di cattive ragazze che hanno scelto di essere tali. E di chi li ha applauditi.

 

Glicofilusa

Quante volte confondiamo la fede con un obbligo, la libertà con la licenza, la verità con la legge.

Quando tutte e tre non sono che amore.

(il guaio è che manco sappiamo più cosa sia davvero l’amore)

Abbandonati

Una mia amica nei suoi ultimi istanti chiedeva la grazia di abbandonarsi al destino.
Che, in una certa maniera, è l’opposto di come talvolta si concepisce la libertà: cioè la scelta di fare di testa propria, di seguire la propria idea. Idea che spesso va contro la verità di se stessi per andare dietro alla menzogna, alla soddisfazione di corta durata, all’istinto più bestiale, cioè non degno di un uomo.

Lo dico più chiaramente ancora: libertà è intesa da alcuni solo come possibilità di fare il male per se stessi e per gli altri. Fare il male, ovvero non fare il bene di sé, non seguire la verità di quello che si è. Peccare.

Ma è la verità che fa veramente liberi, perché ti permette di vedere l’illusione. Così la più grande misericordia è volere il bene ultimo, vero, supremo di una persona. Di colui al quale vogliamo bene, del quale vogliamo il bene, perciò anche del nostro nemico.
Favorirlo nella falsità è il suo contrario: l’indifferenza al suo destino ultimo, abbandonarlo nel peccato.

La libertà più grande, anzi, l’unica autentica libertà è abbandonarsi nell’abbraccio di un Altro, e non lasciare che la menzogna ci illuda.

Le terre ballerine

Sono stato, un paio di giorni fa, in un luogo chiamato “le terre ballerine“.
E’ una valletta circolare, circondata dai boschi. Appena sotto la superficie, sigillata dalla torba, c’è l’acqua, residuo di un antico lago ormai scomparso. L’effetto per chi vi si avventura è quello di camminare sopra un enorme materasso elastico.

E’ una sensazione strana, passeggiare dentro quello che sembra un normalissimo bosco ed accorgersi che i passi rimbalzano, e alberi e cespugli nel raggio di una decina di metri ondeggiano al ritmo dei propri saltelli.

Normalmente la terra è sinonimo di solidità. Non si muove sotto i nostri piedi, salvo eventi rari e brevissimi come i terremoti. Invece qui sembra di camminare su un liquido profondo ed ingannevole,  e si è colti da un senso come di nausea. Il mal di mare sul suolo asciutto.

Oh, può anche essere divertente e istruttivo balzare su e giù come bambini facendo oscillare alti alberi alla maniera di fuscelli. Ma, se dovessi costruire, preferirei senza dubbio ciò che non si muove, ciò su cui posso contare, l’immutabile roccia.

Non sorgono case, non abita gente, nelle terre ballerine.

Passeggiando tra i lupi

Mi pare alcuni, nella Chiesa di oggi come in quella di ieri, non solo non abbiano più fiducia in Dio, ma neanche nell’essere umano.
Forse lo si considera troppo stupido, o troppo indaffarato, o troppo arrapato, o troppo cattivo per avere voglia di amare davvero la propria moglie o marito, per capire cosa sia il meglio della propria vita, dove sia il bello, come si debba fare il bene.
Voi lo sapete, io penso che l’uomo sia cattivo. Ma anche chi è cattivo, o stupido, o indaffarato capisce dove sta il suo bene. Magari poi non lo fa; ma capirlo sì.

Persino le pecore lo capiscono. La pecora abbandonata a se stessa bela, invocando aiuto. E una pecora è parecchio meno intelligente di un essere umano.

Questa parte della Chiesa pensa che il pastore dovrebbe dare alle pecore il permesso di fare quello che vogliono, sicure che qualcuno le salverà comunque. O meglio, che si salveranno da sole. Il che è un paradosso, dato che le si considera troppo deboli per comprendere ciò che è male. Paradosso risolvibile in un solo modo, dicendo che il male non è poi così male.

Davvero una pecora può sentirsi realizzata a ficcarsi in un burrone, o a passeggiare tra i lupi? Persino le pecore capiscono che è meglio seguire un pastore che si occupa di loro, togliendole dai pericoli. E’ selezione naturale: quelle che non l’hanno capito muoiono. Se il pastore non fa questo, salvare le pecore, non è un pastore. Cosa sia esattamente non lo so.

Qualcuno pensa che il modo migliore per fare felice l’uomo sia dargli il permesso di fare cosa vuole, senza capire che ha già il permesso di fare cosa vuole: si chiama libero arbitrio, si chiama libertà.
Ma quel “cosa si vuole”, senza bene, conduce alla morte e alla rovina. L’uomo è in grado di capire dove stia il suo bene: ma se non gli viene indicato, se gli viene nascosto, se gli viene detto “tanto è lo stesso” lo troverà molto più difficile; sulla sua pelle.
L’uomo può fare il bene, anche se cattivo. Altrimenti non avrebbe senso una Chiesa.
Una Chiesa che considerasse impossibile il bene per l’uomo dovrebbe pensarlo anche per se stessa. Si definirebbe incapace, e inutile. Che me ne faccio di una Chiesa così?
Per nostra fortuna, la Chiesa è altro. Non la salvezza, ma chi indica la via per la salvezza. Salvezza da che? Dai lupi, dai burroni, da noi stessi.

Talvolta anche gli uomini buoni prendono una sbandata. Figuriamoci quelli cattivi. Ma l’importante è riprendersi; è vedere l’errore; è ricominciare ad essere ciò che si deve essere. Chiedere perdono: sicuri che, di lassù, una mano arriverà.

Cose che non sono lì

Ho appena terminato di vedere un documentario coreano sull’intelligenza artificiale.

Iniziava con una affermazione: la ragione per cui i nostri antenati di 70000 anni fa sono riusciti a battere la concorrenza dell’uomo di Neanderthal, a detta loro migliore fisicamente, risiede nel fatto che l’Homo Sapiens era in grado di vedere cose che non c’erano.

Veniva mostrata come esempio una statuina preistorica antropomorfa con testa felina. Ecco l’arte, ecco la religione, mi sono detto. Ecco i santi, che hanno costruito tutta la loro vita su ciò che non si vede, perché lo si possa guardare attraverso di loro. Ma il filmato non ha dettagliato: è passato al futuro, asserendo che siamo forse sull’orlo di un cambiamento epocale. L’avvento di una intelligenza artificiale in un corpo artificiale. Il documentario, per quasi un’ora, fa una carrellata di vari centri di ricerca dove si insegna a robot umanoidi a riconoscere oggetti e linguaggio, a manipolare e a rispondere in maniera apparentemente sensata agli stimoli.

Certo, impressionanti i risultati. Ma cosa abbiamo in realtà?
Una macchina che impara perché un programma gli dice di imparare, e apprende solo quello che gli viene sottoposto. E’ una simulazione di pensiero; infinitamente distante, ancora, dal nostro hardware dedicato fatto di neuroni. Il cervello, che un programmatore molto più raffinato ha predisposto.

In un certo senso le conclusioni contraddicono le premesse: si dice che verremo superati da qualcosa che non è in grado di vedere oltre la realtà. Oh, magari quanto riesce a vedere questa intelligenza del futuro lo analizzerà più velocemente ed efficientemente di noi. Ma può bastare a battere una creatura come l’uomo che ha la speranza, che ha la fede?

L’Utero

Il mio professore di italiano delle superiori lo chiamava Martin l’Utero. Qualcuno ha sostenuto che a spingerlo alla sua famosa rottura siano stati le pulsioni sessuali; in effetti, sposare una ex-suora ed andare a vivere in un convento espropriato può apparire improprio. Con lui il matrimonio, cioè il sesso, diventa non più affare di Dio, ma dell’individuo, cioè del potere; si può essere anche poligami, basta che non si sappia troppo in giro.
Per cercare conferme o smentite a questa tesi in questi giorni ho letto di tutto. In generale chi lo difende dice che ha agito con in mente uno scopo più grande – come, che so, Stalin – e ponendo l’accento sui molti protestanti degni di rispetto. Forse perché, dal punto di vista storico, molto di quello che ha personalmente detto, scritto e fatto è oggettivamente disgustoso al nostro occhio attuale.
Certo, è politicamente scorretto affermarlo, come del resto lo sarebbe chiamare assassino pedofilo l’altro grande eretico, Maometto, solo perché sposava bambine di nove anni e massacrava chi gli dava fastidio.

Qualcuno sostiene che è merito suo se siamo entrati nella modernità. Vorrei rispondere con le parole di Chesterton, scritte quando ancora era su quella stessa sponda:

“Sono fermamente convinto che la Riforma del sedicesimo secolo sia vicina come può esserlo una cosa mortale al puro male. Persino le parti di essa che possono apparire plausibili ed illuminate da un punto di vista puramente secolare sono risultate marce e reazionarie, anche da un punto di vista puramente secolare. Sostituendo la Bibbia al sacramento ha creato una casta pedante di quelli che potevano leggere, identificati superstiziosamente con quelli che potevano pensare. Distruggendo i monaci, prese il lavoro sociale dai poveri filantropi che avevano scelto di negare se stessi per darlo ai ricchi filantropi che sceglievano di affermare se stessi. Predicando l’individualismo mentre preservava l’ineguaglianza, ha prodotto il moderno capitalismo. Distrusse la sola lega di nazioni che aveva qualche possibilità. Produsse la peggiore guerra di nazioni che sia mai esistita. Ha prodotto la più efficiente forma di Protestantesimo, che è la Prussia. E sta producendo la peggiore parte del paganesimo, che è la schiavitù.”
(New Witness, 20 Giugno 1919)

Sì, forse è anche merito del protestantesimo se si è sviluppato l’odierno mondo. Ma niente mi leva dalla testa che, se non ci fosse stato, avrebbe potuto svilupparsi un mondo migliore.

Preghiera per la pioggia

Dry bones can harm no one

La terra è secca come le ossa di un morto,
L’erba è paglia, il ramo nudo e desolato.

Manca l’acqua, arida è ogni cosa.
Il fuoco nasce da una piccola scintilla:
Incendio che devasta, divoratore di vita.

Qualcuno lo cerca. Gioisce della morte
si augura la cenere, vuole il grigio nulla.
Come stupirsi che il tuo monte bruci?

Fai piovere, Signore, sulla tua terra.
Senza pioggia inaridisce il ruscello,
l’ombra del bosco arso era rifugio.

Non lasciare disseccare la tua fonte
proteggici dal fuoco che non si estingue.

Il travestimento

Lo sapete, è una mia idea un po’ fissa. Cioè che tante di quelle battaglie che qualcuno chiama “di libertà”, o in nome di “diritti”, autodeterminazione e così via, nascondano in realtà la volontà di colpire un singolo obbiettivo, cioè la presenza reale di Dio nel mondo. Che siano, detto altrimenti, dei travestimenti per le zanne e gli artigli di un potere occulto e maligno. Come in un certo libro e ora film di successo, dove il male si traveste da clown che dona palloncini. Sfortunato, e imbecille, chi cade nella trappola.

Così, ad esempio, tutto il movimento iconoclasta che ha piede ora negli Stati Uniti. Credevate che si fermasse alle statue dei generali confederati, scrittori, esploratori come Colombo? No: il prossimo bersaglio sono le croci. Come quella che campeggia su un memoriale a soldati caduti nella prima guerra mondiale, che qualcuno vorrebbe abbattere in nome di una pretesa laicità; sostituendola, cioè, con il nulla di cui quel qualcuno è rappresentante. Un Nulla ben preciso, ovviamente.

C’è da dire che chi volesse difendere quella croce in nome di valori o tradizioni sbaglierebbe in maniera alrettanto decisiva; anzi, in fondo si schiererebbe con il nemico. La croce che campeggia su quelle lapidi, o su quelle tombe, non è una pia tradizione, un segno scaramantico, una bandiera da difendere; rappresenta la memoria di cosa è l’uomo, il senso stesso della sua vita e della sua morte. Senza di quella croce non ci sarebbe ragione di ricordare quei caduti, perché ci sarebbe solo il presente, un perenne istante fuggevole senza significato, in cui ci si sbrana vicendevolmente. Definirla valore o tradizione è averla già abbattuta nel proprio cuore.

La croce proclama che ogni vita vale qualcosa. Così anche le leggi come quelle sull’aborto o come quella sul fine vita attualmente in discussione al Parlamento non sono altro che tentativi di colpire la vita per distruggere la croce. Quando si obbligheranno anche gli ospedali cattolici e i medici ad ammazzare i pazienti, quella croce dovrà essere tolta dalle corsie e dai cuori, se non si vorrà perderla. E dopo scopriremo quanto quella libertà, quei diritti, quella autodeterminazione valgano davvero per chi si riempe di essi la bocca. Già lo potremmo, se volessimo.

Ma dovremmo volere vedere oltre il travestimento.

Varrebbe la pena

Varrebbe la pena seguire sempre noi stessi, ciò che già pensiamo, la nostra idea, se fossimo nel giusto.
Se avessimo la verità.
Se sapessimo descrivere perfettamente il mondo e l’esistenza.
Cioè avessimo davvero capito tutto.

Perché allora saremmo felici.

Ma non lo siamo.
Per cui, vale la pena cercare altro. Imparare. Ciò che è vero.

Carnefici

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi. (Mt 5, 11-12)

Ci pensavo giusto oggi. Capita spesso di ricevere, dal viovo o nella pervasiva Rete che ci avvolge tutti, una dose di insulti. Ci sono persone che, apparentemente, provano piacere nel cercare di fare male al prossimo. Nello sparlare di lui, nell’augurargli ogni sofferenza, a lui, ai suoi cari, a tutto ciò a cui tiene. Ricercano, con ostinato metodo, tutto ciò che possa ferire, nelle piccole cose come nelle grandi. Si immaginano cosa potrebbe dispiacere di più alla loro vittima, e ne testano gli effetti. Il sale nella ferita, l’ago sulla pelle scoperta, con sadismo sottile oppure depravata grossolanità. Credo che noi tutti ne abbiamo viste, conosciamo esempi.

Che poveretti, che anime bruciate e nere. Sapete come la penso sul demonio: lì c’è la sua firma, il suo consiglio all’orecchio che è penetrato in fondo al cranio a devastare.

Che la causa sia opposizione ideologica, calcolo interessato, sadismo oppure semplicemente odio, in questi atti c’è qualcosa di inumano, e allo stesso tempo di profondamente umano: la caduta originale che non ci fa essere ciò che dovremmo. L’orgoglio sconfinato di chi vuole umiliare, forse per non pensare alla propria piccolezza.

Una vita a sopportare insulti mi ha ragionevolmente blindato contro questo tipo di attacchi, se sono portati verso di me. L’unico effetto che mi provocano è una gran pena per chi freneticamente cerca di ferirmi, senza capire che in realtà mi rassicura.
Quando quelle attenzioni sono rivolte ad altri, spesso mi aiutano a capire dove stia la ragione. Chi la possiede, chi ce l’ha dalla sua parte non ha bisogno di spargere menzogna. Chi sparge letame da bocca e dita vuol dire che ne è pieno.

Non sentiamoci immuni, pensando di non essere così. E’ fin troppo facile diventare torturatori e carnefici. La rabbia è cattiva consigliera, e la certezza di essere nel giusto non ci porti all’errore. Cercare il male per qualcuno, con atti o parole, lo è sempre, e la fonte del male non ha bisogno di presentazioni.

Ultima casa prima del mistero

La mia era l”ultima casa prima della campagna.

Oggi non si usa più che i ragazzini girino da soli. Io, bambino delle elementari, vagavo pomeriggi interi per i campi, fin dove mi portavano i piedi. Esploravo; raccoglievo le cartucce dei cacciatori, che utilizzavo come soldatini di improbabili battaglie; immaginavo mondi.
I gorghi sotto le pietre del ruscello diventavano la porta d’ingresso a strani mondi sotterranei. L’erba più alta della mia testa di certi campi abbandonati era quella di una savana in cui si intrecciavano misteriosi sentieri circolari; e c’era sempre un più in là, un segreto da scoprire. Forse risale ad allora questa mia curiosità indomabile, questo mio non accontentarmi di cose facili, ma volere capire, volere andare oltre.

In fondo al cuore sono sempre quel ragazzino sull’orlo di un mistero sconfinato.

Amore programmato

Prendo spunto ancora dal film “Blade Runner 2049” (seguono lievi spoiler, non vi rovinate a leggerli).

Come accennavo, questo sequel in qualche modo depotenzia le profonde domande religiose e filosofiche del suo predecessore. Il punto che sembra esplorare di più è quello dell’amore, del suo rapporto con la predestinazione e con il libero arbitrio.

Una delle protagoniste, Joi, è un programma, un’intelligenza artificiale che è una specie di tamagotchi in apparenza umana. Rappresenta la compagna perfetta: bella, disponibile, si materializza olograficamente con i vestiti adeguati all’umore del suo possessore, o senza di essi. Innamorata.
Ecco, innamorata. Amore, o simulazione di amore? E’ una intelligenza dotata di libero arbitrio, o è solo codice che si esprime in parole e atti adatti alla situazione?
Se la persona fosse reale il modo in cui agisce li definiremmo atti d’amore. Ma, dato che è un programma venduto in milioni di copie, cosa possiamo dire degli stessi atti e parole? Aggiungo io: in ogni caso pronunciati da un’attrice secondo un copione, quindi finzione.

Joi, ammesso che sia considerabile come un’entità, è predestinata ad innamorarsi del suo padrone, non può fare diversamente. O no?

Nel film è suggerito che forse anche Rachel – Sean Young, la protagonista del primo film, fosse stata programmata per innamorarsi di Deckard – Harrison Ford (e viceversa?). Se un programma è “incarnato” dentro un corpo, artificiale che sia, è differente da quando ha come interfaccia un ologramma? E noi umani, in che modo siamo differenti? Siamo forse anche noi predestinati ad amare? Che relazione c’è tra una predisposizione e il destino?

Il libero arbitrio comporta questo: che si può rifiutare ciò a cui siamo predestinati. In altre parole: ci si può rifiutare di amare. O si può amare qualcosa d’altro, qualcun altro. Errore, o possibilità?

Sorge una domanda: la felicità può risiedere nel rifiutare quell’amore che coincide con il nostro destino?
La sola risposta possibile è che dipende da chi ha predisposto, per così dire, quell’amore. Se si tratti di un essere onnisciente che ama le sue creature o di un imperfetto programmatore umano, che le considera un prodotto.
Possiamo scegliere di non essere ciò che dobbiamo essere. Ma ogni cosa ha una conseguenza: accadrà ciò che non avrebbe dovuto essere.

Ciò che è morto

C’era un grande albero, davanti a casa mia. Sovrastava la casa, e con le radici sollevava l’acciottolato e devastava i tubi sotterranei. Era una meraviglia, ma pericolosa. E’ stato quindi deciso di abbatterlo.
Anche se era probabilmente necessario, è stato un dolore vedere un tale albero morire.

Un artista del legno ne ha lavorato il ceppo ancora infisso nel terreno. Ne è uscita una strana scultura sui generis.
Bella a vedersi, sicuro. Ma un’opera del genere richiede manutenzione continua.
Ci sono gli agenti atmosferici, sole e pioggia, freddo e caldo. Ci sono i tarli. C’è l’umidità. I funghi, le muffe… Ciò che è morto si dissolve. Anche se lo vernicio due volte all’anno, uso i prodotti antitarlo e i veleni antifungo, piano piano, un pezzettino per volta, il legno cadrà via, marcirà, fino a quando sarà così compromesso che sarà inutile di cercare di salvarlo.
Ciò che non vive non sopravvive.

La vita, per definizione, reagisce. Risponde agli attacchi, cresce, si fortifica. Quello che è morto deve essere difeso, ma è una battaglia persa in partenza. È un prolungare nel tempo l’inevitabile.
I tarli scaveranno le loro gallerie, i funghi corroderanno e faranno marcire, le fessure si allargheranno per ospitare altri distruttori. Il legno diventerà fungo, diventerà tarlo, e poi più niente.
L’illusione di vita finirà.
Quanto vivo è il nostro albero?

Dov’è la tua vittoria

“Noi siamo per la vita, voi siete per la morte”, disse.

L’altro sbuffò. “Allora questo vuol dire che alla fine vinceremo noi”.

Il primo sorrise. “E’ tutto qui ciò in cui credo: che, malgrado le apparenze e quello che tu possa pensare, la vittoria è già nostra.”

Ad maiorem Dei gloriam

Quanto tempo perso, quanta gioia persa ad inseguire ciò che so non essere.

Signore, aiutami a vedere ciò che dovrei vedere, fare ciò che dovrei fare.

Conseguenze

Sgomberiamo il campo da  un paio di equivoci.
Sicuramente diversi di quelli che hanno detto il rosario ai confini della Polonia avevano in mente la difesa dei “valori occidentali”. Sicuramente molti dei pochi che hanno commentato il fatto; spesso sputandoci sopra, a quei valori. Così è intesa la libertà, dalle nostre parti: cercare di distruggere ciò che ti tiene in vita. Il lento suicidio di chi non trova una ragione per vivere.

Credo tuttavia che una gran parte, spero la gran parte di coloro che hanno aderito alla preghiera avesse in mente tutt’altro. Perché quei “valori” non sono che conseguenze; non sono che il coagularsi storico di un fatto precedente, ovvero l’Incarnazione.
Quello che spero abbiano avuto al centro dei loro pensieri, quel milione che ha pregato, è Cristo. Tutte il resto – la pace, la libertà, l’uguaglianza, la differenza, e poi la protezione della vita, e della famiglia, e l’aiuto al povero e via via nei mille rivoli di ciò che è vero e giusto – nasce da quella sorgente.

E potremmo perderlo, è chiaro. Se si smarrisce la fonte si inaridisce tutto,  decade, anche se a volte sembra ancora vivo; ma è secco dentro, un simulacro che si sfalda al primo soffio di vento.

Perché il Sultano è stato sconfitto, a Lepanto? Aveva comandanti geniali, soldati esperti, la flotta più grossa.
Ma era la flotta di qualcuno che schiavizzava i suoi simili utilizzandoli come rematori; e in battaglia si ribellarono. I galeotti cristiani furuno armati, e promessa loro la libertà in caso di vittoria. A Loreto c’è una cancellata fatta con le loro catene fuse, offerte in voto. E’ il concetto di persona che nasce dal Vangelo che qui ha fatto la differenza.
Quella ottomana era poi una flotta obsoleta; la ricerca era ostacolata, nel mondo musulmano. I cristiani avevano le università; la loro tecnica navale era molto migliore, i loro cannoni, le armature superiori. Il Sultano si doveva accontentare dei carpentieri protestanti pagati a peso d’oro. E’ il concetto di ragione, di realtà positiva e conoscibile che arriva dal cristianesimo e l’Islam non possiede.
E poi, certo, la preghiera. Il rosario, a rinsaldare i cuori contro un avversario che si sa crudele e implacabile, che vuole la tua distruzione. La vita, contro la morte; allora come ora.

La ricerca scientifica, la liberazione degli schiavi, il valore della vita sono conseguenze della visione cristiana del mondo. Ma sarebbe da folli asserire che è per quello che ci si batteva; che erano loro le cose da difendere.
Erano, e sono, conseguenze.

Qualsiasi lotta per un valore se è fine solo a se stessa ha respiro corto, è destinata al fallimento. Fosse anche per la cosa più giusta del mondo.
Perché il valore è solo una conseguenza.
Per questo il rosario è l’arma giusta: riporta al cuore stesso di ciò che è vero e giusto, e di cui ogni cosa vera e giusta, ogni valore di qualsivoglia nazione, di qualunque uomo, non è che il riflesso.
Ogni altra considerazione, per quanto (forse)  bene intenzionata, non è semplicemente cristiana.

Il Sultano alle porte

Qualche giorno fa, nell’assordante silenzio dei media nostrani, un milione e passa di polacchi si sono trovati sui confini della loro nazione. A recitare il rosario.
Pochi oggi sembrano rammentarlo, ma la solennità della Madonna del Rosario non nacque da quello che oggi chiameremmo un evento di pace; anche se in un certo senso lo fu. Fu istituita a seguito della vittoria di Lepanto, che di fatto fermò quella che sembrava una inarrestabile invasione della cristianità da parte del Sultano. Una vittoria tanto eclatante e grandiosa che fu attribuita proprio alla preghiera.

Se può destare scandalo in qualche anima bella, forse bisognerà ricordare loro che se l’esito fosse stato opposto oggi forse non avrebbero tutta quella libertà di indignarsi. Una madre non difende i propri figli dal nemico che li minaccia porgendoglieli. Esistono poche cose letali in natura come una mamma i cui piccoli siano in pericolo.

Così, nel momento in cui la propria famiglia è sotto attacco, ci si muove alla difesa. Ed è sconfortante vedere le reazioni.
Tra i pochi che ne parlano, chi minimizza, chi deride, chi insulta. A leggere sembra che poche migliaia di integralisti islamofobi si siano trovati per manifestare. Così, come talvolta fanno gli estremisti.

A volere bene pensare, si può presumere che il concetto stesso di preghiera possa risultare estraneo a questi signori. O che non sappiano vedere il pericolo, forse perché loro stessi fanno parte del pericolo. Non è solo che hanno così smarrito la loro identità da non capire l’emergenza: no, sono proprio dalla parte del nemico. Sono il nemico. I nuovi giannizzeri.

Così fu anche al tempo di Lepanto. C’è chi si defilò, ci fu chi remava contro. Per questo quella vittoria fu un miracolo.
Oh, Lepanto non fu certo definitiva. Per altri due secoli il Sultano si tenne mezza Europa. Ma quella battaglia dimostrò una cosa: che le fake news sull’ineluttabilità di una conquista non stavano in piedi. Che si perde quando si è divisi, e non si crede si possa vincere. Si perde quando si spalancano le porte al nemico, per paura o calcolo o mera incoscienza.

Questa giornata del Rosario ha avuto luogo in Polonia. E qui in Italia, la si vede quella minaccia? No, non sto parlando dell’Islam, o solo di quello. Si capisce che esiste, o si è rassegnati “all’inevitabile”, anzi, ci si batte perché giunga il prima possibile?
Senza la coscienza di un Sultano alle porte che vuole imporci il suo modo di pensare, in qualsiasi modo si chiami o si travesta adesso, chi armerà le navi, chi chiamerà a raccolta le truppe, chi dirà il Rosario perché si possa vincere, e avere la pace?

Si fa così

Fare ciò che è male in vista di un bene più grande è come volere andare all’inferno perché lì si risparmia sul riscaldamento.
Anzi, è esattamente la stessa cosa.

La gatta vagabonda

Vi ho già parlato della mia gatta, Birba, quella dolce assassina. Quando il tempo è bello se ne sta sul marciapiede, appena fuori dal portone, per ricevere le carezze dei passanti. Se non ne ha voglia si accoccola sulla cima di un muro o di un pilastro, occhieggiando gli eventuali uccellini o lucertole tanto stupidi da aggirarsi nei paraggi.
Mia moglie non sopporta quando fa così. Teme sempre che possa, in un accesso di idiozia felina, scendere nella strada e venire travolta da un’automobile. Il timore non è infondato: pur di farsi vedere, quell’esibizionista passeggia nel bel mezzo dell’asfalto, e più di una volta ho dovuto fare segno ai guidatori di rallentare, se non di fermarsi per permettere il transito della piccola belva. Che sa benissimo che le auto sono pericolose ma non tralascia occasione per pavoneggiarsi.

Per non parlare del riflesso pavloviano.

Sì perché, pur di evitare questi abbozzati tentativi di suicidio, la mia consorte non esita a ricorrere alla più vile corruzione. Corre a prendere le crocchettine buone, quelle fatte con filetto di panda cucinato dai migliori chef, e ne agita il pacchetto a mo’ di sonaglio per richiamare l’animale, lanciando nel frattempo accorati richiami. La bestiolina non cede subito: resiste, per far capire chi è la padrona, e cede solo nel finale, quando una fila delle suddette crocchette masterchef è stata lasciata a mo’ di sentiero fino alla porta di ingresso.

Così l’astuto felino sa che basta seguirci quando usciamo per far scattare la ricompensa. Prima di andare da qualche parte – a Messa, a comprare – ci si informa: dov’è la gatta? E quindi si scivola fuori con il passo felpato del commando. Inutile dire che spesso ci sgama, e inizia ad accompagnarci evitando destramente ogni tentativo di afferrarla.

Posso capire la curiosità di capire dove andiamo. Anche l’affetto, per starci vicino. Ma io ho l’impressione che si sia creata ormai una dipendenza: la ricompensa che dovrebbe servire a dissuaderla è divenuta essa stessa motivazione.
Meno male che gli esseri umani non sono così: quando gli si dà qualcosa perché evitino di fare ciò che è sbagliato, non accade mai che si mettano in torto per lucrare poi il premio; oppure che si convincano che stanno facendo bene, perché invece che puniti vengono esaltati.

Eh no, gli uomini e i gatti sono diversi. I gatti non sanno cosa sia il male.


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Dall’alto

Non è una torre di quelle piccoline. E’ una signora torre, un parallelepipedo di mattoni rossi che svetta bene al di sopra di tutti gli altri edifici. Considerando che è stata costruita almeno otto secoli fa, fa una certa impressione. La chiamano “torre dell’ammiraglio”: potrebbe sembrare una strana scelta di nome per un paese che sorge a centinaia di chilometri dal mare più vicino, ma occorre ricordare che un certo Andrea Provana, comandante della flotta Savoia in quel di Lepanto, era di casa proprio qui.
Da qualche tempo, in occasioni particolari, si può visitare. Se si ha il fiato si possono salire tutti i gradini fino alla cima. Da lì la vista è spettacolare. Pur con la giornata vagamente nebbiosa di ieri si potevano scorgere particolari a decine di chilometri di distanza. Nessun dubbio che, ai tempi in cui il telefono e i binocoli erano solo un sogno per poeti e folli, la sua utilità una struttura del genere l’avesse.

Già. Perché a salire in alto tutto ciò che ostacola la vista a livello del terreno diventa trascurabile. Alberi, case… si riescono a capire i contorni delle cose, come vanno le strade, chi le percorre. Si può vedere molto lontano.
Non stupisce che la prima cosa che cercavano di fare i nemici della città fosse abbatterne le torri. Chi non si eleva, chi non sa guardare a distanza non riesce a capire per tempo quando arriva un malintenzionato.
Ieri come oggi, chi ti è ostile lo riconosci da quanto in basso ti vuole portare.