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Di nuovo il solito sesso

Dicevamo qualche giorno fa che non si parla più di virtù. Ma non solo. Non si parla più neanche di amore. Quantomeno nelle canzoni.
Sì, forse l’avete notato anche voi. Se avete un’età paragonabile alla mia, ricordate senza dubbio quei lenti un po’ melensi, quei ritornelli magari anche yeyè, quelle melodie che dicevano love, amour, amore.
Sparite.
Avrete notato anche da cosa quel vocabolo è stato rimpiazzato. Da un molto più prosaico: sesso.

Oh, sì. Perché struggersi per qualcuno per giorni, mesi, tutta la vita, corteggiare, spasimare, quando ci puoi dare una botta e via? Un tempo molte canzoni narravano una storia, oggi raccontano una sveltina. Neanche un’emozione, in fondo; persino quella ormai è troppo impegnativa.

Se credete che io stia esagerando, se pensate che sia una mia paranoia, beh, non lo è. Il sito The Federalist ci ha fatto sopra un articolo, recentemente. Facendoci scoprire quante poche canzoni con la parola “amore” nel titolo hanno conquistato la top americana dal duemila in poi – solo sei su cinquanta, nell’ultimo mezzo secolo o poco più. Perché quel tipo di canzoni oggi sono davvero poche. Se una volta quello che era celebrato era l’innamoramento, oggi evidentemente quello stadio non pare essere ritenuto più necessario. Si parla di eccitazione, si usano parafrasi o termini espliciti, musiche ritmicamente adeguate, ma il punto è sempre quello: è la parte fisica quella che conta, l’unica che forse c’è.

Ed io mi domando; cosa è conseguenza di cosa? I cantanti si limitano ad annotare una realtà, o la realtà è da loro creata? Davvero non esiste più l’innamoramento, il corteggiamento, il sospirare per qualcuno? Il desiderare tutto dell’altro, e quindi l’attesa, la promessa, la fedeltà?
In qualche maniera, non riesco a crederlo. Credo che ci siano ancora un sacco di canti di amore inespressi, non cantati apertamente nel fragore di questo mondo che ne riderebbe, ma sottovoce, con note mute, per chi li vuole ascoltare.

Cultura

Recentemente la mia azienda ci ha sottoposti ad un corso obbligatorio sulla prevenzione delle frodi sul posto di lavoro. Ovvero, non cercare di fregare la ditta.
Il corso (online, molto ben strutturato, persino con la partecipazione di un noto attore) insisteva particolarmente sul fatto che la prevenzione di tali comportamenti non si deve basare sulla paura del castigo ma sulla formazione di una mentalità che rifiuta questo genere di cose.

Cito:

“Onestà e integrità sono il fondamento di una cultura organizzativa di successo.
Le compagnie che promuovono l’integrità stabiliscono chiaramente che si attendono i loro impiegati:
-Conducano affari onestamente
-Seguano la legge e si comportino eticamente in ogni circostanza
-Facciano la cosa giusta senza riguardo per la posizione o le circostanze.”

La compagnia si aspetta. Per avere successo come organizzazione, deve stare alle regole. Altrimenti – è detto all’interno del corso – questo potrebbe danneggiarla; potrebbe danneggiare le persone che compiono la frode, loro e i loro familiari fino alla settima generazione. Queste frodi non vanno evitate per paura della punizione, è ribadito. Ma la punizione viene agitata davanti agli occhi comunque. Con insistenza. Per chi compie il misfatto, per chi non lo denuncia, per chi lo tollera. Neanche essere vessati, sottopagati, maltrattati può essere giustificazione. Oh, corretto.

Sono cose che non si fanno perché è contro la legge, contro la moralità, soprattutto può incidere sulla reputazione della compagnia. Quanto mi costi, imbroglio. Il benessere della compagnia è suggerito come bene ultimo, e si dice che questo si ottiene aderendo alle norme etiche ed alle leggi. La qual cosa, se si guarda bene, è un pochino ambigua.
Se lo scopo è mantenere il buon nome, e il profitto, della compagnia, non si comprende bene cosa possa succedere se il bene della compagnia e le leggi divergono. Oh, si nega possa accadere; Perché, è asserito, il bene della compagnia coincide sempre con la legge e la moralità.
Quelle norme etiche sono però, per usare una felice formulazione, come un cappello appeso ad un chiodo dipinto sul muro. Quali leggi? Quale etica?
Se il mio vantaggio è chiaramente nella frode, quale forza superiore, forza a parte, può impedirmi di frodare? Di quella cultura organizzativa, in ultima analisi, di cosa mi importa se nell’immediato non ho successo?
Perché è chiaro che il vantaggio di una società organizzata è per tutti, ma soprattutto per gli organizzatori.

Tutto si riduce ad un dovere; ad un volere il dovere; in pratica, un moralismo. E’ come se la compagnia si ponesse come una sorta di divinità dei tempi antichi. Uno di quegli dei amorali ma a cui bisogna dare rispetto e sacrificio se si vuole vivere in società. Amorali perché la legge se la fanno loro; amorali perché senza amore, l’unica cosa che può giustificare davvero una legge. Perché una legge senza amore per l’altro, fosse pure la più perfetta e giusta, non è altro che un cappio che si stringe. Le cose giuste, per le ragioni sbagliate.

Ma temo che nella cultura di questo tipo di organizzazione non ci sia molto posto per l’amore.

 

Esaltazione dell’Uomo

Non siamo dei. O anche solo dio.
Non siamo infallibili.
Non siamo onniscienti.
No, non sappiamo tutto. Non controlliamo tutto.
Manco la nostra vita, nei suoi particolari più insignificanti.
La prova provata? Oh, basta un semplice mal di pancia.

E’ questo l’Uomo che detta le Leggi dell’Universo, colui che dovremmo adorare?

Dadi

L’Universo? Puro caso, nient’altro che un cosmico lancio di dadi.

Sì, ma chi ha fatto i dadi?

Le cose che facciamo invece

Ormai sono un paio di decenni che vivo con mia moglie, e quindi comincio a conoscerla un pochino. Così mi è capitato di osservare che, quando deve fare qualcosa che non le piace, comincia a rallentare e si mette a svolgere le occupazioni più assurde.
Siamo già in ritardo per andare a quell’appuntamento, e lei si attarda a bagnare le piante grasse, o piegare gli asciugamani, o a decidere se è meglio “questo” oppure “quello”.
Non dico che lo faccia consciamente. Anzi, sono abbastanza sicuro che la sua reazione non nasca da una scelta deliberata. Io, in situazioni analoghe, comincio a borbottare e grugnire e divento nervoso come un topo al Colosseo. Penso che questo comportamento rientri nella categoria de “le cose che facciamo invece”.

Temo sia strutturale nel genere umano, salvo in quei suoi rari membri che sono in pace con il loro destino. Rimandare, non pensarci, seppellire la realtà sgradita dietro strati di banalità, di benaltrismo, di bestialità.
Eppure la realtà esiste, l’inevitabile arriva, non è il non pensarci che lo può impedire. Certe cose non possono essere schivate. E di una cosa sono più che certo: a certi appuntamenti non si può arrivare in ritardo, per quante cose ci inventiamo da fare invece.
Perché non sta a noi: è l’inevitabile, è il Mistero che, nell’ora decisa, ci viene a trovare.

 

Piccola

Il cuore senza amore è abituato a calcolare tutto; per questo non prenderà mai in considerazione qualcosa così piccola e insignificante come una speranza.

Non si parla di virtù

Avete notato? Non si parla più di virtù.
Pensate ai vari personaggi pubblici, ai divi di questo nostro tempo. Quando mai li sentite lodare per una virtù che possiedono? E’ molto più probabile sentire esaltare la loro trasgressione, il loro essere contro il sistema – ovvero l’essere completamente integrati al vero sistema di potere.

Quello che conta è semmai essere senza virtù, o praticanti di un qualche vizio in modo spettacolare. E mi domando: sono questi i migliori, coloro che dovrebbero essere d’esempio? Se li si segue dove si finisce?
Certo, ci possiamo anche raccontare che il male non esiste, che tutto è lecito, che un modo di vita vale l’altro. Ma, sotto sotto, se ic fermiamo a pensare, se siamo una volta tanto seri con noi stessi, sappiamo bene che non è vero.

Provate anche voi. Prendete quelli famosi. Elencate le loro virtù, se ci riuscite. Ma badate.
Il coraggio ha sempre un fine, se no è incoscienza. Essere provocatori non è una virtù, e neanche l’ostinazione. Nemmeno lo è cantare, giocare bene a calcio o a letto. Lo stesso vale per seguire il vento, o raccontare bene le balle.
Fatto? No, tenetele per voi, non postatele nei commenti. Non voglio denunce per diffamazione.

La fortezza e la frontiera

Mi è capitato di recente di attraversare qualche frontiera. Ad esempio quella tra Germania e Francia, prima in un senso e poi, una manciata di minuti dopo, in senso opposto. Nel primo caso ci siamo accorti di essere sotto Parigi solo perché le indicazioni stradali erano in francese. Nel secondo, abbiamo sfilato in una gimcana di barriere mentre polizia e soldati in assetto da battaglia con mitragliatrici d’assalto scrutavano le auto che transitavano nelle due carreggiate.

L’assurdità di questa disparità di trattamento per l’identica frontiera a poche decine di chilometri di distanza mi dà da pensare. Se da un lato c’è il sollievo che su questo confine si badi a privati cittadini e non a movimenti di truppe nemiche, mi domando perché tra due stati che dovrebbero far parte della stessa unità politica, altrimenti detta Europa, ci siano quasti controlli. Terrorismo? Va bene, e voi pensate che i terroristi siano tanto fessi da passare allo scoperto proprio nel varco vigilato? E perché proprio lì, e solo lì, questo spiegamento di forze?

Va bene, va bene, può darsi che fosse una circostanza eccezionale di qualche tipo, che non conosco. Ma non posso togliermi dalla testa l’immagine di una potente fortezza che attende il passaggio del nemico mentre il suo paese è già stato conquistato da un esercito passato per un’altra strada. Perché i capi della nazione hanno guardato solo i suoi confini, ma non hanno compreso quale ne fosse il cuore.
E le vedette guardano nella direzione sbagliata, finché qualcuno non dirà loro di scendere, perché quello che pensavano di difendere non è ciò che avrebbero dovuto custodire.

Tutto via

Ci vuole un certo coraggio, a partire ed andare altrove. Ho un’amica che lascia l’Italia e va a raggiungere i figli in America. Lascia una casa stupenda, in mezzo al verde, e sabato ha organizzato una festa per venderne il contenuto. “Garage sale”, la chiamano negli States. “Vendoma tut”, dalle nostre parti. Dai peluches ai libri ai letti, tutto via.
Credo ognuno di noi, italiani stanziali, abbia una abitazione piena di ricordi. Pezzi di cuore e di memoria sparsi in ogni stanza. E smerciarli sottocosto ad amici e sconosciuti, separdonsi da essi per sempre, che sofferenza.
Quel mobile scelto quel giorno particolare tra tanti altri, il quadro che abbiamo desiderato a lungo, anche solo quella poltrona. Andati. Non vederli mai più.

Ma, se ci penso, quanto ho lasciato indietro in vita mia. Quanti oggetti, quanti attimi di esistenza che posso sfiorare con la mente, ma perduti nel tempo, o anche solo da anni nel buio di un sottoscala o un armadio.
Più andiamo avanti, più ci capiterà di dire addio. Magari anche senza saperlo, mentre il ricordo si affievolisce e scompare. Finché verrà il giorno che tutti quei frammenti di noi saranno lasciati indietro definitivamente, perché indietro non si torna.
Saremo distaccati da ogni nostra passione e ogni nostro possesso, più lontano che andare in America.

Ma ben altro che America ci attende.

La maschera

Ah, che bello quando non ci saranno più frontiere, quando tutti gli uomini crederanno le stesse cose, quando la democrazia prevarrà e non ci saranno più omicidi, furti, persino bugie…

Che bello quando ci si renderà conto che quanto affermato qui sopra è, semplicemente, un’illusione. La morale laicista, che si basa sul presupposto di essere condivisa da tutti gli uomini, non esiste e non è mai esistita se non nella mente di quei poveretti a cui è stato fatto credere.
Perchè noi uomini siamo fatti così: pensiamo che quello che pensiamo sia quello che tutti devono pensare. Sarebbe ridicolo, se non fosse tragico.

Così decenni di esportazione della democrazia hanno prodotto oligarchie e dittature, e quando il risultato delle elezioni non piace, bene, si cambi il popolo. Perché è impossibile che quanto accade possa accadere.
La libertà? In suo nome si uccidono più innocenti di ogni altra ideologia. Si ammazzano bambini per garantire loro la felicità. Così vogliono farci credere. E buona parte dell’umanità inneggia gioosa quando qualcuno viene sgozzato, o fatto saltare in aria. Con bomba o missile che sia.

Se tutto è relativo, se non esiste un dio a garantire un fottuto imperativo morale, se c’è solo il cielo stellato sopra di noi, allora fa dannatamente freddo, e ci si scordi di fiori, peluche, pennarelli. Alla fine è la scimmia più forte, o più astuta, quella che comanda. Quella che detta le sue regole.

Così i giudici sentenziano nel nome del nulla che non vi è più niente di sacro, i giornalisti ne danno la notizia soddisfatti mentre gli uomini di spettacolo gaiamente cantano e i politici rilasciano dichiarazioni.
Tutti confermano che non ci sono più frontiere, tranne quelle con quello stato che presto verrà rimesso al suo posto, e siamo tutti uguali, tutti fratelli, crediamo tutti alle stesse cose mentre ci accoltelliamo e sbraniamo e alla porta qualcuno bussa. Con indosso una maschera di morte.
Ma non è una maschera.

 

Facchini del tempo

Maria Grazia non scrive più. Da qualche tempo non riusciva più a leggere le mail, o i nostri articoli, tantomeno a scrivere. Quando ancora era in grado non mancava mai di commentare le nostre uscite, criticare, intervenire.
Ma il tempo passa. La salute declina. Maria Grazia è tornata a quel Padre a cui tanto voleva bene.

Cosa possiamo dire, cosa possiamo fare noi che restiamo? Il tempo corre veloce, e scorre sopra i nostri computer e su di noi. Le dita esitano sui tasti. Quello che credevamo eterno, quello che pensavamo fosse arrivato per rimanere è già volato via, è già passato, è già la gioventù di un’altra era che non è più.
Che posso dire, che posso fare io? La sostanza delle cose sbiadisce molto più in fretta di quanto pensavo, è un antica fotografia in cui ti riconosci appena. Ma ogni momento nel tempo è legato ad un altro, forma una catena di nodi che unisce il passato e il futuro, un futuro in cui non ci saremo ma che sarà reso più fertile dalle nostre ceneri. Noi ci limitiamo quel futuro a portarlo un poco più in là, faticosamente, quasi schiacciati dal suo peso, lieti e malinconici allo stesso momento.

Io credo che sia questo il nostro senso quaggiù. Dove non c’è niente di eterno, ma dell’eterno siamo fatti, continuamente. Là noi vivremo, in un modo che noi umili facchini del tempo non riusciamo ad immaginare. Solo svanisce chi in quella eternità non confida. Non Maria Grazia. Se saremo altrettanto fedeli, non noi.

Solo

La tragedia dell’uomo moderno non è la solitudine, ma il credersi solo.

Ladri di noi

Da queste parti abbiamo zanzare in grado di spolpare un maschio umano adulto in meno di cinque minuti. Lo so perché il maschio in questione sono io. Così, se uno deve fare l’orto o banalmente uscire all’aperto sul fare della sera è meglio che indossi uno scafandro completo, assicurandosi che non siano rimaste aperture, e sperare che il metallo regga.
Quelle bestie secernono veleno più di un cobra e si nutrono di zampironi e autan. Credo che non solo possano resistere all’insetticida, ma in esso sguazzino e prosperino.

Un’alternativa all’armatura è spalmarsi di un olio particolare, dall’aroma fetido. Gli insetti lo fuggono. In effetti fossi una zanzara mi chiederei chi me lo fa fare di avvicinarmi a quella puzza. Deve considerare gli umani folli per adoperare una cosa del genere.
Riflettevo però che talvolta quello che ci sembra fastidioso e pesante da sopportare è in realtà il meglio per noi: la protezione contro predatori che non esiterebbero un attimo a succhiarci via tutto  il sangue e l’anima. Dev’essere un poco così la Grazia: i demoni la fuggono, perché non sopportano niente di ciò che è buono.

Ed anche noi, pieni di male e sbagli come siamo, talvolta mal la sopportiamo e vorremmo farne a meno. Meno male che c’è Qualcuno che non ce la fa mancare. E i ladri di noi non ci fanno più paura.

Lo sguardo altrove

Si può difendere qualsiasi orrore, si può giustificare ogni nefandezza, si può applaudire tutto ciò che è davvero malvagio.

Basta non guardarlo negli occhi.

La regina sulla torre

Bisogna alzare lo sguardo per vederla. E’ là, in cima alla sua torre, che contempla il mondo dall’alto in basso. Tre metri sopra i comuni mortali, al sicuro da cani rabbiosi e bambini dispettosi, controlla il suo dominio con la sicurezza di chi non ammette rivali.
Ti degna appena di uno sguardo fuggevole. Non sarebbe dignitoso, altrimenti. Sa di essere irraggiungibile. Potrebbe stare là in eterno, con sole e luna e terra a girarle attorno.
Almeno, fino all’ora dei croccantini.

Autovelox

Sulla strada che faccio di solito per andare al lavoro hanno messo un autovelox.

Una colonnina di colore arancio, con una sagoma stilizzata di gendarme sopra, e delle lenti che sembrano gli occhi di un cylone di Battlestar Galactica.
Da quando c’è, le auto su  quel tratto di strada rispettano rigorososamente i cinquanta all’ora. Appena fuori dalla vista del pilone però riaccelerano .

Ora, il fatto che si rispetti un certo limite solo quando si sa che c’è qualcuno che ti osserva, e si crede che si sarà puniti in caso di trasgressione, probabilmente potrebbe insegnare qualcosa a coloro che sono convinti che l’uomo possa regolarsi da sé, dandosi un’etica basata sulla volontà.

Potrebbe. Ma non penso che ne trarranno insegnamento.
Credono che nessuno li stia osservando.

Complici

Questo è per tutti coloro che, in questi anni di blog, mi hanno scritto dicendo che non c’era nessun pendio sdrucciolevole, che l’eutanasia è autodeterminazione e libertà, che non si sarebbe mai ucciso nessuno che non lo volesse.

C’è Charlie. Ha nove mesi, una malattia degenerativa rarissima. I medici del suo ospedale non sono in grado di curarlo. Quindi stabiliscono che, per evitargli sofferenze, devono sopprimerlo.
I genitori si oppongono. Loro hanno speranza. Raccolgono fondi per portarlo in America, dove pare che una cura sperimentale dia risultati. Ma i suoi medici si rifiutano di lasciarlo andare. Hanno deciso, Charlie deve morire. E così confermano tre gradi di giudizio della giustizia inglese.

Charlie è vivo. Respira. Sorride. I suoi genitori lo amano. Alcune persone, uno Stato, vogliono a tutti i costi che muoia. Vogliono ucciderlo, per il suo bene, dicono. Secondo la sentenza dovrebbe essere ammazzato mentre sto scrivendo queste parole, anche se forse un ultimo appello alla Comunità Europea potrebbe ostacolare la decisione di morte. Giustiziato perché innocente.

La scienza offrirebbe una speranza, ma è stata rifiutata. Era una scusa. Il pendio ormai è un precipizio che finisce in un abisso, in quell’abisso. Voi che giuravate non sarebbe mai successo, ci credete ancora, a quello che dicevate? Troverete altre giustificazioni, mentre si cade?
Ora abbiamo uno Stato che decide chi deve vivere e deve morire. Un dio oscuro con giudici come sacerdoti e medici come boia.
Li chiamerò assassini. E, vi dirò, hanno dei complici.

Ordine

Che ordine regna nel cosmo. Che supremo ordine. Sotto le spoglie ingannevoli del caos.
Quello che vediamo è talvolta confusione. Ma non è che ordine che si intreccia con l’ordine, bellezza con bellezza.
Perché la bellezza è ordine. L’ordine è bellezza.
Anche quando ti sorprende, anche quando è dissonante. Anche quando non sembra obbedire alla tua idea di ordine.
Quando il suo ordine è segreto. Nascosto, intessuto nelle sue profondità.
Perché noi tutti siamo cuciti con le Leggi. Leggi che capiamo e Leggi che non capiamo, e Leggi che non vogliamo capire.
E crediamo di esserne al di sopra. Teorizziamo che non esistano, persino.
Quando ogni nostro respiro, ogni nostra cellula, ogni nostra molecole è fatta di esse.
Alcuni credono che non ci sia uno scopo. Che niente abbia senso.
Ma se non c’è un senso, perché la legge esiste? Lo stesso domandarsi ne è sostanza.
Siamo fatti di leggi, siamo fatti di ordine, siamo fatti di bellezza.
L’Ordine ci ha fatti. E ci fa.
Con la Sua Legge di Bellezza.

Dignità

C’è gente che si appella alla magistratura per andare via dall’ospedale e morire a casa, e gente che paga per lasciare casa propria e ammazzarsi in una clinica.
In ambedue i casi si sostiene che ciò sarebbe in nome della dignità.

Io penso che non è dove si muore, ma come si muore. Tu, davanti a quel salto infinito.

Non è la morte a potere essere degna, ma solo noi stessi.

Niente panico

Qui ridir non saprei come, nè quale
Avverso nume a me stesso mi tolse

Virgilio, Eneide, Libro II

 

Sappiamo tutti cosa è successo a Torino sabato sera davanti al maxischermo dove si proiettava la finale di Champion League: l’allarme, la fuga, i feriti. Ho degli amici, dei conoscenti che vi ci si sono trovati in mezzo.

I mezzi di comunicazione si sono soffermati su un ragazzo, il “ragazzo a torso nudo con lo zainetto”, che è rimasto fermo mentre intorno tutti correvano via. Sospetto.

Ma perché?
Per esperienza, ci sono tre modi in cui si reagisce ad una emergenza improvvisa.
Il primo è scappare via il più in fretta possibile, senza aspettare di capire cosa stia accadendo davvero. E’ vero, può salvarti la vita: ma in questo caso è ciò che ha causato il disastro.
Il secondo è andare in panico, senza sapere cosa fare. Si rimane bloccati, in preda alla confusione. Può accadere anche a persone intelligenti e decise. Di solito ci si sblocca per imitazione, e si segue la massa o la prima voce decisa.
Il terzo è mantenere il sangue freddo, valutare il problema, agire di conseguenza. Non è di tutti, anzi, chi ci riesce è una minoranza. E’ un atteggiamento che, entro i propri limiti, può essere imparato.

Ecco, a prescindere dal fatto se quel tipo  con lo zaino risulterà essere effettivamente colpevole di procurato allarme o, come ora pare, troppo stravolto e ubriaco per scappare, oppure dotato di abbastanza sangue freddo da capire che non c’era niente di cui avere paura, mi colpisce come si dia per scontato che chi non corre via sia in qualche maniera anomalo.
Come se la fuga fosse l’unico responso accettabile davanti al terrore.

Personalmente mi rifiuto di fuggire. Non voglio essere terrorizzato, ma andare se possibile in direzione opposta, a vedere se si può essere d’aiuto. E se ci si dovesse proprio ritirare, lo vorrei fare con calma. Senza perdere la testa. Magari con una birra in mano.
Sì, ho timore. Della paura.

Enoizacude

I dati parrebbero indicarlo chiaramente. Meno si fa educazione sessuale a scuola, meno sono imposti corsi in cui spiegano la contraccezione, più si abbassano le gravidanze indesiderate.

No, non è un refuso. Più ti insegnano ad evitare di concepire bambini, più ne concepisci.

Così parrebbe indicare un recente studio britannico. I posti in cui detti corsi sono stati tagliati per esigenze di bilancio hanno avuto uno spettacolare calo nel numero di ragazzine incinte. Gli stessi ricercatori sono perplessi. Eppure sarebbe bastato guardare alla classifica delle nazioni in cui ci sono più gravidanze tra gli adolescenti per rendersi conto della stessa cosa. In testa ci sono proprio quelle dove l’educazione sessuale fin dalla prima infanzia è una realtà consolidata.

Cosa può indicare questo? Che forse i metodi anticoncezionali non sono così sicuri? Che indicare ad un ragazzo cosa non deve fare è il metodo più certo per farglielo fare comunque? Che a spiegare il male si insegna il male? Che forse il metodo di approcciarsi al sesso di quei corsi è tutto sbagliato, meccanico, cinico, quando andrebbe insegnato invece che l’amore è altro?

Fate un po’ voi. Potete anche non crederci, e continuare a pensare che, al contrario, quel tipo di educazione sessuale sia un bene per i nostri ragazzi.
Che ha che fare la realtà con l’amore?

 

 

 

La cerva alla fonte

Il sottobosco è un intreccio di rovi e cespugli, di alberelli vivi e rami morti. Le foglie dell’autunno precedente sono ancora sul terreno, e attutiscono il rumore degli zoccoli. Si fa strada quasi senza rumore, appena di tanto in tanto il colpo secco di un rametto spezzato. Sa che deve essere prudente. I suoi nemici sono vicini, lo sente dall’odore. Ma non può fare a meno di continuare a cercare.

E’ una delle composizioni più belle di Palestrina. L’ho cantata tante volte. L’ho già anche commentata. Però non mi ero mai immedesimato con quelle parole.

Il bosco è verde, ma il terreno è secco. Fa caldo, non piove da quasi due settimane. Le pozze si sono inaridite. Ma là, nella valletta, se si tende l’orecchio si può udire uno sgocciolio, un rumore di cascatella.

Parole che sono prese dal salmo 42.  Sicut cervus desiderat ad fontes aquarum, ita desiderat anima mea ad te, Deus. Come la cerva desidera le fonti delle acque così l’anima mia desidera te, o Dio.

Sì, odore di predatore. Sono ossa, sotto a quel tronco? Un teschio sbiancato? La cerva scruta attenta i segni. C’è pericolo. Eppure l’acqua è indispensabile. Non si può farne a meno. Occorre rischiare, rischiare tutto.

Una sete inestinguibile, un desiderio che arde. La musica sono scrosci di suono che salgono nell’invocazione finale a quel “Tu” verso cui siamo spinti dalla nostra stessa natura. Dal nostro bruciante anelito di tutto. Oh, sì, sono quel cervo nel fitto bosco che non può fare a mano di cercare.

E la cerva risale il pendio scosceso. Il rigagnolo mormora tra le felci, l’acqua viva zampilla tra le rocce. Ancora poco e potrà bere l’acqua a cui anela.

Un po’ Pistoia

Che l’uomo sia tendenzialmente cattivo è per me una evidenza. Che però debba fare necessariamente il male è tutto un altro paio di maniche. Questa tesi  era sostenuta, tra gli altri, dai cosiddetti giansenisti. A meno che non siate particolarmente preparati sull’argomento è difficile che voi sappiate chi erano; forse i più ricorderanno vagamente un certo intreccio dei suddetti con la vita di quel Manzoni famoso per Cinque Maggi e Promessi Sposi.

Eppure qualche secolo fa era una “corrente ecclesiale” che andava per la maggiore; i teologi alla moda erano giansenisti, i potenti erano giansenisti, e probabilmente anche giudici e giornalisti. Piaceva la loro austerità; piaceva il loro essere in rotta con il papato; e il rifiuto di tutta quelle devozioni popolari che per gli illuminati illuministi faceva tanto ignoranza. Le tesi gianseniste erano condannate; ma questo a parecchi non faceva problema. Anzi.

Nato in Francia seguendo le idee di Cornelius Jansen, vescovo di Ypres, il Giansenismo visse là il suo momento d’oro a cavallo tra ‘600 e ‘700, per poi estinguersi lentamente fino alla metà dell’800; ma, altrove, si sviluppò ulteriormente: in Olanda e Germania, per esempio e, udite, nella nostra Toscana.
In Olanda diede origine alla chiesa scismatica dei “vecchi cattolici“, tuttora esistente; nelle nostre terre, invece, ebbe il suo apice nel cosiddetto Sinodo di Pistoia.

Dovete sapere che Granduca a quel tempo era il buon Leopold, che come suo fratello Giuseppe II imperatore di Germania, aveva capito che a tirare bastonate alla Chiesa Cattolica ci si guadagna. Il Granduca fece recapitare a tutto il clero del suo dominio un simpatico foglietto dove spiegava la sua idea di come doveva essere la Chiesa. Quindi fece convocare dal suo protetto arcivescovo di Pistoia e Prato, Scipione de’Ricci, un sinodo per ratificare questa sua agenda.
Dei poco più di duecento partecipanti al sinodo un gran numero fu fatto arrivare da fuori diocesi, scegliendo teologi e sacerdoti inclini al giansenismo; la convocazione la fece tal Tamburini, altro giansenista che insegnava a Pavia. E il clero locale? In gran parte ignorato: non piacevano al vescovo, e viceversa. Era il settembre del 1786.
La sessione durò una decina di giorni e, malgrado le discussioni con i (pochi) inclini ad una visione più vicina a quella del papato, i punti proposti da Leopold furono accettati.
Furono adottati i quattro articoli Gallicani dell’assemblea del Clero francese del 1682, che sancivano la superiorità del re e del sinodo su un Papa non infallibile, e il programma di riforma del De’Ricci, ripresi quasi integralmente. L’impianto era fortemente giansenista, e comprendeva tra l’altro la possibiltà dell’autorità civile di impedire matrimoni, la riduzione a tutti gli ordini religiosi a uno solo, con abito comune e senza voti perpetui, la proibizione di farsi suora prima dei quarant’anni, l’abolizione del culto delle reliquie, eccetera.

Leopold stampò 3500 copie dei decreti con il sigillo granducale, e fece convocare il clero da de’Ricci per far firmare ai religiosi l’accettazione del sinodo. Arrivarono solo in ventisette; e di questi solo sette firmarono.
Gli altri vescovi toscani, fatti riunire frattanto a Firenze per il medesimo scopo, si opposero così vigorosamente che alla fine de’Ricci e Leopold dovettero desistere. Quando Leopold fu chiamato ad assumere il ruolo di imperatore, nel 1790, Scipione dovette fuggire di corsa dalla sua sede vescovile, rinunciandovi – il popolo non aveva gradito certi suoi atteggiamenti nei confronti delle reliquie.

Neanche il Papa gradì: nel 1794 la bolla Auctorem fidei sconfessò il Sinodo, e dieci anni più tardi lo stesso de’Ricci dovette sottomettersi  a quella decisione.

Come vedete, non è solo di oggi che infuria la discussione dentro la Chiesa; cambiano magari le mode, che sembrano trionfare per un breve momento; ma poi, con i loro sostenitori, decadono e vengono dimenticate.