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L’ingenuo

E’ mattina, suonano il campanello. “Chi è?”, chiedo. E’ una raccomandata per me. “Sarà una multa”, chiosa mia moglie.
Che probabilmente un poco di sfiga la porta, perché è proprio una multa, la prima che prendo da oltre vent’anni.
Guardo ciò che mi è contestato. Infrazione semaforica? Decisamente strano, i semafori li rispetto. Ci sono i fotogrammi di uno di quei rilevatori automatici che mettono qua e là, li controllo e capisco l’accaduto.

E’ notte, sto tornando a casa. Corso cittadino a tre corsie per senso di marcia, quasi vuoto. Il semaforo scatta sul rosso, le due corsie a destra sono occupate da un veicolo ciascuna, così mi posiziono in quella più a sinistra, tanto all’incrocio successivo devo comunque svoltare. Quella corsia a sinistra è riservata a quelli che devono girare, con freccia dedicata, ma il verde scatta comunque prima per chi deve proseguire. Non ostacolo nessuno, non metto in pericolo nessuno, neanche me stesso: viene il verde e vado dritto, e questo basta. Non ero neanche del tutto consapevole di stare compiendo un’infrazione.

Sono due punti sulla patente e poche decine di euro. Pago, ma continuo a rimuginare sull’accaduto. Formalmente ho torto; ma non percepisco di averlo. Le regole sono scritte, ma chiaramente sono rigide anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Mi domando se non è la mia italianità a prendere il sopravvento, si dice che per noi il rosso al semaforo sia un suggerimento e non un’imposizione. O forse è nella natura umana, aspettarsi, invocare un po’ di misericordia, di comprensione, sfuggire a una legge oppressiva che portata fino al fondo impedisce di vivere.
In fondo il Comune ci guadagna così, multando noi illusi.

Le regole e il fuoco

Non mettere le mani sul fuoco, disse il padre.
Faccio ciò che voglio! Non mi sottometterò mai alle tue stupide imposizioni conservative e patriarcali! Rispose il figlio.

Qualche volta non riusciamo a capire il senso di una regola senza aver conosciuto il calore della fiamma.

Bombardano Cortina

Bombardano Cortina
Dicon che gettan fiori
Tedeschi traditori,
Subito fora, subito fora dovete andar…

La canzone di cui sopra, un hit durante la guerra del 15-18, ci ricorda che l’informazione durante una guerra può anche essere poco affidabile.
In quel conflitto lontano, come nelle precedenti guerre contro l’Austria, il tema era recuperare le terre in mano a una potenza straniera per darle ad una potenza che era stata straniera ma che ora non lo era più, i Savoia. Che poi quelle terre fossero così contente di passare di mano può essere opinabile. Ricordo bene come tanti anni fa, durante una gita tra le cime dell’Alto Adige, i gestori di un rifugio ignorarono una nostra amica che stava male, perché italiana. Per risposta intonammo quel canto con accento particolare sulla terza riga, in duecento e passa che eravamo. C’era anche una strofa che parlava del luogo in cui eravamo.

E’ curioso come simili giustificazioni siano alla base del conflitto attuale, con gli attaccanti che rivendicano non a torto come i territori contesi siano più russi che ucraini. Se si conosce la storia non è difficile accorgersi come lo stesso tipo di scuse possa essere accettabile in un caso e assurdo in un altro, a seconda del nostro schieramento preferenziale. Siamo fatti così, noi umani. Che poi vi siano altri motivi per le guerre, ben più profondi e fondamentali, sfugge solo ai superficiali.

Poco meno di un anno fa avevo affermato che l’attuale scontro sarebbe terminato solo quando tutti e tre i contendenti, vale dire Russia, USA e Cina, avessero deciso che era ora di finirla. A tutti è chiaro che non è ancora così, con le parole “pace e trattative” che ormai non vengono neppure sussurrate. Sinceramente non so per quanto tempo ancora l’Ucraina riuscirà ad andare avanti: le sue difese di prima e seconda linea, costruite in otto anni e che avevano retto finora, stanno vistosamente cedendo. Non so quale sia il morale tra le sue truppe, ma credo che a tutti loro sia ormai chiaro che sono sacrificabili. Sanno benissimo di combattere per territori e in territori in cui larga parte della popolazione era più vicina a Mosca che a Kiev, e credo che non pochi si stiano chiedendo quanto valga morire per questo. I recenti defenestramenti e “morti accidentali” di tanti membri del governo ucraino la dicono lunga, come pure i provvedimenti sempre più costrittivi sulle libertà. Potrò sbagliarmi – sinceramente, pensavo sarebbe venuto tutto giù anche prima – ma la sola cosa che potrebbe salvare Kiev dalla rotta sarebbe un intervento diretto. Sarebbe folle, ma abbiamo visto tante follie.

Biden, promettendo i tank Abrahams all’Ucraina, ha assicurato che l’invio dei carri armati “non è una minaccia offensiva” contro la Russia. Dice che gettan fiori.

Il sole, l’atomo e gli scacchi 3D

Ieri ho avuto una illuminazione. Del come mai apparentemente anche coloro che dovrebbero avere meno interesse a promuovere l’agenda “verde” e la balla del riscaldamento globale, tanto per dirne una i produttori di petrolio, sembrano invece sostenerle con tutto il cuore.

La risposta è semplice. L’energia solare ed eolica sono tecnologie costose e assolutamente incostanti. Se non si vogliono rischiare blackout disastrosi, se si desidere avere elettricità anche nelle notti senza vento, allora occorre un rifornimento di energia supplementare in grado di sostenere il 100% del fabbisogno, come se le rinnovabili non ci fossero. Insomma, occorre costruire comunque centrali a metano, petrolio, carbone, o nucleari.

Il guaio delle centrali atomiche è che rendono tanto, ma costano un sacco. Sono quindi in alternativa alle cosiddette fonti rinnovabili: se costruisci pale eoliche e sovvenzioni i pannelli solari non avrai abbastanza soldi per impiantarle, e dovrai ripiegare sui più economici idrocarburi. E’ un semplice problema di ricerca operativa, trovare il mix più conveniente di ingredienti.

Le pale eoliche e i pannelli solari si degradano in fretta. Quando il cambiamento climatico sarà ormai indubitabilmente una panzana e si sgonfierà (dovrebbe essere chiaro da anni, ma non tutti prestano attenzione alla realtà) non varrà la pena di continuare ad investire in tecnologie a basso rendimento e alto costo, anche ambientale. Per allora, però, il nucleare sarà fuori gioco.

Forse sto semplificando troppo, e sicuramente ci sono livelli che mi sfuggono. Ma ho l’impressione che la gente pensi che si stia giocando a pari e dispari, mentre la partita è a scacchi tridimensionali. Non è entusiasmante vedere come la realtà, se guardata con attenzione, sia molto più complessa della faciloneria binaria di certi poveretti?

Qualcuno e qualcosa

“Oggi per controbattere un’accusa non è necessario provare il contrario, basta delegittimare l’accusatore.”
U. Eco

Ripensavo stamattina a quanto accaduto ieri. Altre volte mi è successo di essere attaccato, ma credo di non avere percepito mai così forte ciò che sta dietro. Sono stato messo sotto accusa, etichettato e silenziato non per quanto avevo da dire, ma perché essendo in contatto con una certa rivista non potevo non essere un abominio, un pericoloso fascista, un razzista e via andare. Ai miei tentativi di dialogare, di spiegare che quanto veniva affermato era sbagliato fin dalle premesse, di guardare alla realtà, è stata contrapposta una totale chiusura: “Quello che sei tu mi interessa meno di niente“.

Questa frase rispecchia esattamente il punto. Non interessa l’altro, perché non viene nemmeno visto come una persona ma come un’idea, un oggetto, la personificazione di un concetto. “Non me ne importa niente di te, perché tu sei…” fascista, comunista, borghese, ricco, povero, bianco, nero, gay, omofobo, russo, ucraino, italiano o qualunque altra definizione possa venire in mente. Una non-persona; la semplificazione di una realtà troppo complessa con cui avere a che fare, troppo faticosa da comprendere, troppo impegnativa da affrontare. La radice dello schiavismo e dell’aborto, del razzismo e di ogni sorta di ideologia. Posso fare di te quello che voglio perché tu non esisti come qualcuno, ma come qualcosa.

Quello che il cristianesimo ci ha insegnato è che l’altra persona è un fratello, una sorella, qualcuno di complesso e irriducibile che ha il tuo stesso cuore e lo stesso Padre. Qualcuno che, come noi, è pieno di peccati e paure e sbagli e grandezza e che, come noi, cerca qualcosa di meglio. Senza quel Padre comune che concede amore e perdono diventa arduo, perché ciò che l’altro è, è troppo grande per il nostro cuore piccino. Eppure il nostro stesso cuore è troppo grande per il nostro petto, lo vediamo ogni giorno quando non siamo all’altezza di ciò che vorremmo essere e ci scoppia di un desiderio che ci sfugge tra le dita.

La ragione è conoscenza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori: ogni riduzione è ir-ragionevole, ogni semplificazione ci porta lontano per strade che sembrano più facili da percorrere, ma finiscono male. Perciò chiudersi all’altro, la sostituzione della persona con un fantoccio preparato da noi, è qualcosa che danneggia noi per primi, privandoci della ricchezza di conoscere ciò che è giusto ma che esula dal nostro sapere, e apprendere ciò che è sbagliato per poterlo combattere.

Poveretti quelli che sfuggono dai fantocci da loro stessi fabbricati.

Cortocircuiti

Sono stato coinvolto, questa sera, in una stucchevole polemica in cui mi sono preso dell’estremista di destra, omofobo e razzista. Probabilmente avrei potuto asfaltare il pischello ma, poiché non era il luogo adatto a replicare, mi sono limitato a poche note di pura ragionevolezza e poi ho chiuso.

Quanto è difficile dialogare con chi ragiona con gli a-priori. Io che qualche annetto l’ho vissuto, mi ricordo che, fin dal tempo della mia infanzia, dare del fascista a qualcuno era la maniera più spiccia per fare tacere chi infastidiva, qualunque cosa effettivamente sostenesse. Qualcuno di solito provvedeva, con le buone o le cattive.

Quelli che, quando ero giovane, affibbiavano quelle etichette, ora difendono esattamente le stesse cose che allora attaccavano. Hanno fatto carriera: i furbi, almeno, gli altri credono ancora di essere contro lo stesso sistema di cui ormai fanno parte. Ragionano secondo categorie morte da decenni: l’eterogenesi dei fini di cui parlava Del Noce, gli opposti che cortocircuitano, spostarsi tanto a sinistra da fare tutto il giro e riemergere dall’altra. Poarelli, che pena.

John Waters, in un suo pezzo che ho letto di recente, fa la stessa considerazione riguardo alla satira:

“Non c’è niente di sorprendente in questo, sebbene la gente come Cleese e Linehan (due personaggi attaccati per le loro idee, NdR) tende a risaltare come un’anatra zoppa perché il numero di coloro che sono disposti ad alzarsi in piedi (a difendere un’opinione) è così basso. La maggioranza tende, ogni giorno, a seguire la stessa linea di ieri, cosicché eventualmente gli individui “liberali” si svegliano dal loro sonno una mattina e si scoprono nello stesso letto con coloro che condannavano all’inizio. Per allora, è definitivamente troppo tardi per saltare oltre il bordo”


‘Mad, Ted!’ Why Comedians and Artists (Mostly) Go (and Stay) Woke

Si dice che per capire a cosa tiene il potere, devi guardare a ciò di cui non ti è permesso ridere.

Capisco che ragionare a categorie sia molto più comodo, ma è letale. Il confronto genera esperienza, la sua mancanza chiusura e la sclerosi delle idee, la cui unica fonte rimane la propria immaginazione, limitata come quella di tutti gli uomini.
Da parte mia cerco di dialogare con tutti coloro che vogliono farlo con lealtà, pensassero all’opposto di me; perché nell’istante in cui dici “non mi importa di te” lo stai dicendo ad un altro essere umano, non a una idea o una macchina. L’alternativa è fare fuori tutti quelli che non la pensano allo stesso tuo modo, il che vuol dire la popolazione terrestre meno uno.
Neanche Hitler, o se è per questo Mao o Stalin, ci sono riusciti.

Attenti al fungo

Nel post di ieri narravo come i boschi di betulle della Vauda quest’autunno fossero pieni di Amanita Muscaria, il classico fungo rosso dai puntini bianchi delle illustrazioni delle fiabe. E’ un fungo tossico e allucinogeno. Si dice che i berserker, i folli guerrieri vichinghi, raggiungessero il loro stato di feroce esaltazione omicida proprio bevendo un liquido ricavato da questo fungo, preparato “filtrandolo” attraverso le reni di un druido. Non vi racconto i particolari ma li potete immaginare.

In alcune varietà però i puntini bianchi spariscono e il colorito della cappella tende al giallo arancione. Questo lo fa assomigliare molto a un altro tipo di Amanita, l’Amanita Cesarea. Se tra i saporitissimi porcini ce n’è uno assai tossico, il Boletus Satanas, così tra le velenose amanite ce n’è una molto buona e pregiata, appunto la Cesarea, il leggendario “ovulo buono”. La cesarea e la muscaria si possono distinguere per il colore delle lamelle al di sotto della cappella, in un caso giallo carico e nell’altro bianco; ma occorre saperlo vedere. Il rischio, per l’inesperto o il frettoloso, è grande.

Quante volte ci capita di pigliare per buono ciò che è tossico, di allucinare perché abbiamo ingoiato qualcosa senza guardare al di sotto dell’apparenza. Non capita solo con i funghi.

Crateri

Qualche mese fa giravo in bicicletta nel parco della Vauda. La Vauda è una lunga e dritta collina di origine alluvionale, ampia un paio di chilometri e piatta sulla cima, che si stende da Lanzo Torinese fino a Volpiano, in Piemonte. Si alza per diverse decine di metri sopra la pianura circostante ed è segnata da profonde vallette scavate da ruscelli e torrenti. E’ un territorio alquanto selvaggio, anche perché è fin dalla metà dell’800 in uso all’esercito. Lunga più di venti chilometri, veniva usata per provare i cannoni dei Savoia (che qualche volta centravano le rade fattorie, facendo stragi di galline). Lì furono imprigionati molte migliaia di soldati del regno borbonico, dopo l’annessione; vi fu costruito uno dei primissimi campo volo italiani, all’inizio del ‘900; fino a pochi anni fa veniva utilizzata per esercitazioni con i carri armati.

Oggi diverse sue parti sono ancora proibite, zona militare, ma altre sono ormai di libero accesso e riserva naturale. Ci sono boschi di querce e faggi, brughiere immense di stenta erba, foreste di betulle che ricordano quelle russe. In quest’ultime, se esci dal sentiero e ti allontani anche solo di qualche metro, sei perso: si smarrisce il senso della direzione, tronchi pallidi e uguali da ogni lato. Anche quando era vietato, molti vi si avventuravano, d’autunno, in cerca di funghi; anche in quell’ultima mia visita, sul terreno si potevano vedere moltissime sgargianti amanite muscarie, con le loro cappelle rosso arancio costellate di punti bianchi. Sembrava Faerie, il paese degli elfi, colmo di creature magiche che in lontananza spiano chi osa avventurarsi all’interno.

Senonché il terreno, tra i tronchi, era disseminato di buche circolari, ampie due o tre metri. Crateri. Le residue testimonianze di quelle ormai lontane esercitazioni di artiglieria.

Siamo in qualche modo abituati a vedere immagini di corpi celesti costellati di crateri: la Luna, Mercurio, Marte. Sulla Terra sono rari, il tempo li erode velocemente, anche quelli enormi che hanno sconvolto il pianeta. In qualche maniera sono segno di morte: una cicatrice del suolo, una ferita non del tutto rimarginata .

La vista aerea che si trova qui sotto viene dall’Ucraina. Sono fortificazioni in un’area contesa, proprio dove in questo istante è più forte la battaglia. Potete vedere una trincea zigzagare come un taglio slabbrato nel terreno butterato dalle buche delle esplosioni. Nei filmati si resta sgomenti guardando l’onda d’urto che come un cerchio argenteo di morte si allarga rapido, il chiarore delle fiamme, il fumo che sale verso il cielo. Ci sono uomini che stanno morendo, laggiù.

Forse non ci fermeremo fino a che tutta la Terra sarà un altro mondo senza vita, costellato di crateri; io spero però che anche quelle cavità scavate dalla violenza possano, come quelle tra le nostre betulle, riempirsi d’erba e di funghi, il loro senso dimenticato, nel silenzio della pace.

L’opera della scimmia

Impazzano le cosiddette intelligenze artificiali per scrivere testi, per disegnare illustrazioni o comporre musica. Si rassicurino i più timorosi: sono l’equivalente di certi troll monomaniaci che si trovano in rete, incapaci di un pensiero indipendente, che sanno solo assemblare informazioni per assonanza senza capire realmente cosa stanno affermando.

Prendete ad esempio la richiesta che ho fatto a uno di questi programmi grafici:
spaceship descending into an abyss littered with remains of an ancient civilization in Van Gogh style“, Un’astronave che scende in un abisso disseminato dei resti di un’antica civiltà, nello stile di Van Gogh.

Quello che vedete è forse il risultato migliore su una dozzina di tentativi. Perché, vedete, l’AI non sa che cosa sia un abisso, o una nave spaziale, o una civiltà. Per lui sono solo caratteri che, in questo caso, trova associati alle immagini. Si limita ad ammucchiare i riferimenti più simili alle parole richieste, senza comprenderle. Un procedimento meccanico.
Così la fotografia di un anziano che spacca la legna potrà essere un “vecchio boscaiolo in una foto dei primi ‘900” o “L’imperatore Francesco Giuseppe che taglia la legna nella sua casa di campagna“, a seconda della didascalia, ma in entrambe i casi per lei saranno solo una sequenza di caratteri da ricercare, scorrelati tra loro, associati a un assortimento di pixel da legare. Numeri, numeri, numeri.

A volte, mischiando quei numeri, possono uscire anche risultati piacevoli, come l’immagine al fondo che rappresenta la medesima prima ricerca, ma nello stile di Waterhouse. L’osservatore attento noterà le anomalie che nessun artista accetterebbe. Waterhouse di certo non vi si riconoscerebbe.

Affinando le ricerche, selezionando le fonti, è possibile tirare fuori risultati che non siano un pugno in un occhio, ma rimangono un plagio glorificato. Le immagini generate sembrano talvolta un osceno carnevale di mutanti creati da genetisti in vena di esperimenti, che cercano di creare ibridi piacevoli riuscendo a sfornare solo legioni di creature deformi. Come gli orridi orchi di Sauron, ottenuti alterando e mischiando l’antica bellezza degli elfi.
Non parliamo di creazione. E’ l’opera della scimmia, che imita senza capire.

Accio cancellazionem!

Il dominio totale non consente libertà d’iniziativa in nessun settore della vita, non può ammettere una attività che non sia interamente prevedibile. Ecco perché i regimi totalitari sostituiscono invariabilmente le persone di talento, a prescindere dalle loro simpatie, con eccentrici e imbecilli la cui mancanza d’intelligenza e di creatività offre dopotutto la migliore garanzia di sicurezza.
Hannah Arendt, “Le origini del totalitarismo

Lo dico subito per non creare equivoci: la Rowling non è tra i miei scrittori preferiti. Ce ne sono di migliori sia per stile che per idee. Ciò non mi ha impedito di godermi davvero la sua saga di Harry Potter, anche grazie a quella sua caratteristica dote di stupire portando le trame in direzioni impreviste.

Infatti non è della scrittrice che voglio parlare, ma del modo in cui è stata trattata ultimamente. E’ in corso il tentativo di cancellarla dalla serie che ha creato, farla sparire dall’universo mediatico. Un “artista librario” a Toronto vende (a prezzo carissimo) i libri di Harry Potter con il nome della sua autrice accuratamente rimosso. Ma questo è solamente l’imbecille fondo del barile. Viene dopo l’averla esclusa da una riunione di tutti coloro che hanno contribuito ai film del maghetto, e il celare il suo nome nei trailer della serie “creature fantastiche”. Viene dopo un articolo del New York Times che invita proprio a immaginare Harry Potter senza la Rowling, esempio seguito da parecchie organizzazioni che, avendo seri problemi con la realtà, ce li hanno anche con la fantasia. Viene da minacce di morte, stupro, e chi più ne ha più ne metta.

Ma qual è la colpa della scrittrice? La più grave immaginabile nel mondo d’oggi: essere una transfobica, qualunque cosa voglia dire.
Perché l’autrice britannica ha acquisito questa nomea? Per avere osato affermare pubblicamente quella che potrebbe sembrare una ovvietà: che il sesso biologico è reale, e che occorre difendere i diritti delle donne. Ciò che fino a qualche anno fa era considerato da tutti come una ovvietà, forse persino un poco progressista, oggi viene etichettato come tossico e bigotto. Da notare che quando la giornalista EJ Rosetta fu incaricata di scrivere un pezzo sulle “20 citazioni transfobiche di JK Rowling a cui diciamo basta” rinunciò quando non riuscì a trovarne neppure una. “State bruciando la strega sbagliata“, sembra abbia detto. Una nota ulteriore: la creatrice di Hogwarts è colei che ha reso uno dei coprotagonisti più amati, l’iconico e saggio Silente (Albus Dumbledore), esplicitamente omosessuale.

Ora, se una delle donne più celebri e ricche del mondo è trattata in questa maniera, secondo voi che probabilità ha una persona qualsiasi, con uno stipendio qualsiasi, di reggere una pressione simile? Facciamo un passo avanti: chi pensate che siano coloro che hanno intrapreso questa feroce campagna di denigrazione? Davvero sono interessati a difendere il diritto degli stupratori ad essere definiti donna se così affermano? A permettere a maschi biologici adulti di frequentare le docce delle ragazzine se così vogliono? A incoraggiare il maschio biologico che ha comprato il concorso di miss Universo ad affermare che da adesso il concorso sarà mandato avanti da donne per celebrare il potere del femminismo“? O ciò che per loro conta non è piuttosto annullare, cancellare ogni ogni realtà che si discosti da quanto il potere vuole?

Resistere al male, cioè a chi vuole imporre il suo volere su cosa sia la realtà, la verità, il bene, comporta pagare un prezzo. Perché di solito questo tipo di male coincide con il potere: è voluto, desiderato, gestito dal potere. Che si serve di ogni mezzo per intimidire e sottomettere. Questo prezzo è così alto che è disposto a pagarlo solo chi ha qualcosa di più alto a cui fare riferimento, che gli permette di vedere l’abisso nel quale si rischia di cadere. Può essere l’amore per i propri figli, una fede; nel caso della scrittrice inglese anche forse considerarsi in grado di reggere alle ritorsioni. Spero per lei che sia così.

Hulk e io

I più anziani tra i miei lettori si ricorderanno del telefilm “L’incredibile Hulk“. La parte della minaccia verde era interpretata da Lou Ferrigno, uno dei migliori culturisti dell’epoca. Quando questi si trasformava, dalla sua controparte magrolina, nel mutante muscolare, immancabilmente con i suoi formidabili muscoli lacerava la camicia che aveva indosso.
A me stamattina è successo lo stesso. Peccato che non si sia lacerata sulla schiena, ma sulla panza.
A mia discolpa, l’indumento era più che usurato, sottile e fragile come un papa emerito, e si era pure ristretto. Che addominali potenti, però, eh? Lou Ferrigno, prenditi questa.

Forse con questo mi alienerò la parte dei miei lettori più attenti alla moda, ma sappiate che con i vestiti io sono terribile.
Mi piacciono comodi. Continuo ad indossarli in pubblico finché non noto che la gente, quando mi vede, cerca il portafoglio per darmi l’elemosina. Poi li uso dentro casa fino al punto in cui sono talmente logori da cadere letteralmente a brandelli. A quel punto taglio i pezzi più malridotti, trasformando i pantaloni bucati in pantaloncini corti e amputando nelle camicie le maniche forate ai gomiti, e li sfrutto durante l’estate. L’ultima trasformazione è quella in stracci, sempre che rimanga di loro qualche frammento utilizzabile.

No, non sto scherzando. A parte il particolare sull’elemosina.

Spero che anche Nostro Signore farà così con noi, conservandoci anche quando saremo a pezzi, vecchi, fragili, valorizzando ogni parte salvabile fino in fondo. Non ci butterà via per quanto logori e fuori moda, fino a quando non ci farà ancora una volta nuovi.

Tu chiamalo se vuoi complotto

Quello che sta venendo fuori in America, cioè che la spinta di certi grandi temi come l’agenda verde o i vaccini, sia finanziata a suon di dollaroni da una élite che unisce politica e finanza attraverso mezzi a dir poco discutibili, può stupire solo chi sia vissuto fuori dal mondo.
Non ci vuole uno Sherlock Holmes per capire che gli articoli stranamente identici che appaiono sui mezzi di comunicazione, dalla televisione ai social ai giornali, la sistematica persecuzione e silenziamento delle voci dissenzienti, la similarità di comportamenti “spontanei” nel mondo sono pensati e voluti, e tutto meno che casuali.
Se qualcuno traesse informazioni da un’unica fonte potrebbe anche non accorgersene, se non quando la narrazione entra in così stridente contrasto con la realtà da rendere impossibile il credere. Alla realtà, ovviamente, come ci hanno tristemente insegnato tanti conoscenti.

Chiamalo, se vuoi, complotto. Un complotto palese, negato con un ghigno beffardo e una smorfia d’irrisione.
Perciò queste rivelazioni che quasi quotidianamente ci svelano l’ovvio non smuovono più di tanto. Chi già lo sapeva, chi non ci crede comunque, chi ci sta credendo ma per convenienza tace: nessuna di queste tre categorie cade dal pero alla rivelazione. Sommati a coloro che non ne sono a conoscenza, perché i fatti vengono sistematicamente nascosti, si comprende che l’indignazione è riservata al piccolo numero degli ingenui che stanno cessando di essere tali e a coloro che ancora credono che il mondo possa essere salvato con le loro forze. Pochi.

E’ interessante però capire come evitare di essere ingannati ancora, e ancora, e ancora. Personalmente adotto questo sistema: ogni volta che i media globali ci spingono in una direzione, vuol dire che i loro padroni di spingere ne hanno bisogno. Ovvero, a loro conviene, e\o ci sono ragioni serie per non fare quello che chiedono, e\o qualcuno si sta opponendo a loro. E vado nella direzione opposta.

Sono profondamente convinto che questi occulti burattinai che ci manovrano siano antiumani, nel senso peggiore del termine. Ogni cosa che desiderano, in un modo o nell’altro, è male. Se riescono a convincerci che invece per noi sia un bene è perché siamo ciechi e non riusciamo a comprendere, ancora, quale sia il vero scopo dietro il loro agire. Perché uno scopo ce l’hanno. Non si ha tanto potere senza esserselo procurato e conservato. Sono le bestie più spietate del branco, le più forti, le più astute. Si mimetizzano dietro le parole, fanno leva sul meglio per procurare il peggio. Se possono, schiacciano, se non riescono, ingannano. Non conformatevi a loro.

Come qualcuno ha ricordato poco tempo fa, il termine teoria del complotto fu inventato da loro nel caso Kennedy per etichettare quelle ipotesi che oggi, cinquant’anni dopo, si scopre erano vere.
Davvero non riuscite a vederlo? Davvero non vi accorgete delle menzogne ripetute, ancora e ancora, del silenzio quando vengono scoperte? Di come nel qual caso immediatamente parta la distrazione, la calunnia, una nuova menzogna? O vi siete abituati?
No, non penso che si riuscirà a fare qualcosa. E’ un potere contro cui non si può combattere direttamente. Ma contro la menzogna ci sono altre forze. Possiamo vivere, almeno noi, nella verità, finché ce lo permettono. E’ questa la vittoria che non ci possono togliere. E’ questa la salvezza.

Ciò che era e ciò che sarà

E’ da parecchio che tento di far vedere a mia figlia “Casablanca”, il film con Humphrey Bogart. Niente da fare, preferisce guardare serie coreane. Oh, ci rimette lei. Un pensiero però mi ha colpito: quelle vicende per me, ragazzo, erano materia fresca, sono nato appena vent’anni dopo, mentre per lei sono storia antica, persino più distanti nel tempo di quanto per me fossero i primissimi film muti.
Nessuno ha voglia di vedere invecchiare le cose, tantomeno le persone. Ci si guarda attorno e si dice: “Strano come tutti quelli della mia età assomiglino a dei vecchi”. I miti della nostra gioventù sono ingialliti, sembrano un’altra era: e lo sono. Ma mentre i nostri occhi di bambini erano spalancati sul futuro, mi sembra che oggi si sia molto più miopi. I soli a cui il futuro sembra interessare sono quelli che dicono che non ne avremo uno. Come si fa, allora, a credere all’eterno?

Una pellicola del 1911 su cui sono incappato da poco, “I pirati del 1920“, racconta con grandi effetti speciali l’attacco di brutti ceffi a bordo di dirigibili. Un futuro che non fu, anche se ne possiamo vedere gli echi nel mondo della fantasia. Di lì a poco macchine volanti ben più tremende avrebbero solcato i cieli portando distruzione, mettendo un termine a quell’epoca ignara. Le nostre previsioni di ciò che verrà di solito sono pessime, perché basate su ciò che sappiamo, invece di esserlo su ciò che non sappiamo, la trama e l’ordito dei giorni che ancora non sono.

Siamo stretti tra un passato che non lasciamo andare e un futuro che non conosciamo. Ambedue sono preziosi, perché sono ciò che compone la speranza. Essa non avrebbe senso senza la memoria di una bellezza, anche solo intuita, e non avrebbe scopo se smettessimo di guardare ai tempi che verranno.
Senza speranza, cosa sarebbe l’oggi? Cosa sarebbe l’uomo?

Maggiorenne, finalmente

Ho pubblicato il primo post 18 anni fa a oggi. 4127 post, oltre 65000 commenti, circa 3 milioni 250 mila visite, a cui si devono aggiungere gli attuali 850 che ricevono gli aggiornamenti nella posta.

Sono i numeri di un blog estremamente impopolare. Ci sono letteralmente miliardi di persone che non mi hanno mai letto. E chissà quanti sono quelli che, dopo avermi assaggiato, si sono ritratti disgustati, scandalizzati o semplicemente indifferenti. Posso affermare con tranquilla sicurezza che almeno il 99,999% del genere umano non ha mai sentito parlare di me. Forse sente la mia mancanza senza saperlo, come un sottile desiderio che a volte prende, la sera, guardando orizzonti lontani: ma il fatto che celebrità, donne nude e gattini siano molto più gettonati del sottoscritto è una realtà di cui mi sono fatto una ragione da parecchio tempo. Non penso che verrò ricordato nei libri di storia o letteratura, neanche in una nota a piè di pagina.

Ma confido nel futuro. Finora ero un adolescente. Da oggi sono adulto, e vedrete che roba.

Il numero che non sai gestire

A dirla tutta, sono bravo con i numeri. Organizzarli, ordinarli, ritrovarli. E’ il mio mestiere. Una volta c’era la realtà: inafferrabile fino in fondo, cifre infinite come un pozzo nel quale i calcoli cadevano. Poi i matematici, gli ingegneri, hanno cominciato a capire che in fondo tutti quei numeri nella pratica non servivano. La mente umana non regge l’infinito.
Così abbiamo trovato sistemi per approssimarli. Le trasformate. Laplace, Fourier, l’analogico rimpiazzato dal digitale. Invece della ricchezza di un cosmo senza fine, il ticchettio manicheo dell’acceso e dello spento. Una qualsiasi onda può essere simulata usando componenti più semplici. Il suo valore può essere campionato, ridotto ad un termine finito, a un numero. Non ne occorrono poi molti. Il risultato può essere reso indistinguibile dal reale, l’errore minimizzato. E’ una banale questione di soglie e di costi.

Tutto può essere ridotto a un numero, insomma. Anche le persone. I morti, i nati, il loro conto in banca, la loro vita, quanto guadagnano, chi sono. Probabilmente non conosci tutti quelli del tuo paese, ma ne conosci il numero. Ogni cosa che sono e che possiedono può essere ricondotta ad una quantità discreta che lascia trapelare indiscrezioni sul loro essere. E’ molto più semplice trattare con gli umani in questa maniera. Approssimarli, e poi organizzarli, ordinarli, comandarli. Con i numeri è facile, i numeri possono essere conservati, non si corrompono e non decadono, perché non vivono.
Se tutto quello che sei è un numero, è facile essere cancellato quando la tua cifra è al di fuori di un certo parametro, di una certa soglia. Ammorbidisci la curva, taglia i valori troppo alti e troppo bassi. Sono errori, quelli, tutto funziona meglio se non si considerano.

Qualcuno dice che la realtà è una simulazione, ma è certo che per poterla dominare occorre ridurla proprio a quello. Simulazione, qualcosa che assomiglia ma non è. Prendere ogni valore e convertirlo in un numero facile da manipolare. Chi lo sa fare ha tutti i vantaggi. Chi lo può fare, comanda.
Così io e te siamo numeri in qualche database, anzi, in tanti tanti database, archivi di informazioni, cioè numeri. Ogni cosa che abbiamo fatto, che qualche strumento ha registrato, è lì, in attesa che possa tornare utile. Per prevedere le nostre prossime mosse, perché statisticamente siamo prevedibili. Siamo una funzione di trasferimento, che trasforma un’entrata in una uscita. Voi ingegneri sapete di che parlo.

Eppure, eppure. Ci sono numeri che ci sfuggono, comportamenti che non sappiamo spiegare, equazioni con troppe incognite. Possiamo prevedere statisticamente cosa accadrà, ma ciò che davvero avverrà è un’altra questione. Troppe variabili. Nonostante tutte le nostre arie, restiamo esseri finiti che cercano di misurare l’infinito costringendolo dentro boccette. Che sciocchi che siamo, se davvero crediamo di poterlo fare. Anche il numero delle boccette è infinito. Ci sarà sempre la variabile inattesa, quella scartata, non considerata, che ci sorprenderà. Il numero che non sappiamo gestire.

Filantropi

Nel suo romanzo autobiografico del 1854 “The Spirit Rapper” Orestes Brownson, oggi quasi sconosciuto in Italia ma piuttosto famoso negli Stati Uniti del XIX secolo, fa descrivere così la filantropia a uno dei suoi personaggi progressisti:
“Sappi che la filantropia non cerca l’individuo, nessun bene esclusivo, e non consiste nell’amare e ricercare il benessere dei nostri compagni uomini e donne. E’ l’amore dell’Uomo, non degli uomini, e ricerca il benessere della razza, non degli individui. Il benessere della razza consiste nel progresso, che ha luogo solo con la libera attività. Tutta la libera attività è buona, virtuosa, giusta”.

Brownson era un trascendentalista, ovvero pensava che l’uomo fosse buono di natura ma rovinato dalla società. Fondò la rivista “Il filantropo”, ma più tardi si convertì al cattolicesimo che, com’è noto, ha una visione un poco più realista sulla bontà del genere umano e non nega il peccato originale, almeno quando non è inquinato da altre idee.

Come vedete, le cose non sono poi cambiate molto in duecento anni: ancora oggi abbiamo filantropi che cercano di migliorare la razza umana disprezzando le persone di cui essa si compone. Chi non comprende l’emergenza attuale, che sia una guerra, un virus o il clima, deve essere rimosso per il bene di tutti; i soldi e la collaborazione degli idioti sono essenziali perché il filantropo possa raggiungere una cospicua ricchezza personale che utilizzerà per il bene dell’umanità. Niente deve ostacolare il progresso, fermare gli ecoguerrieri filantropicamente adesivi e imbrattatori o gli eroici dispensatori di vaccini che magari non saranno proprio sicuri, ma su cui occorre tacere per il bene maggiore che il filantropo sponsorizza.

Ma amare un’idea generica e non la persona concreta, che com’è noto di solito puzza, è solo un mezzo per amare le proprie idee e non la realtà. E’ l’illusione suprema: credere di fare il bene e non fermarsi davanti a nessun male per portare a termine la propria missione.
Non è poi così difficile. L’ha fatto Giuda, l’ha fatto Pietro, lo facciamo anche noi mille volte al giorno quando lasciamo che sia la nostra orgogliosa pretesa a prendere il sopravvento. Come si fa a non essere un poco filantropi?

Dopodomani sarà l’Epifania: il ricordo di quando al mondo si è manifestato un potere che non voleva rendere l’umanità migliore a scapito delle persone che la compongono, ma mostrare alle persone che aderire al Vero rende migliori, fa vivere meglio, costasse alla fine proprio anche la vita. Una persona reale, che ha fatto vedere praticamente che il solo modo di rendere l’Uomo migliore è rendere ogni uomo migliore, uno per uno, amandolo per quello che è. Fosse anche un filantropo.

Amputazioni

Da cosa misuriamo il nostro tempo? I nostri anni, per cosa saranno ricordati nei millenni a venire, ammettendo che qualcuno ne faccia memoria?
E’ questa la domanda che mi pongo stamattina, in questo scorcio di nuovo anno appena iniziato che assomiglia stranamente a quello passato.
Nei giorni scorsi ne ho visti pochi di quei tormentoni celebrativi che si usavano una volta, quelli che dicevano quanto bravi eravamo stati nei mesi precedenti, stilavano classifiche e proponevano nuovi traguardi e trionfi. Può darsi che me li sia persi, o che si sia preferito lasciar perdere, evitare di scoperchiare tombe troppo fresche, passati imbarazzanti.

E’ come avessimo scoperto con sorpresa che non siamo migliori dei nostri padri, pur con tutti i tentativi fatti di dare la colpa del male ai soliti cattivi. Sembra che la retorica progressista della marcia inarrestabile del bene e del meglio si sia arrestata sgomenta di fronte ad un futuro che appare sempre più buio. E’ come se la lingua non ce la facesse più ad accumulare altre menzogne, né le orecchie a ascoltarle, in un sussulto di dignità, o di schifo. Tutte le conquiste di cui si vanta questa modernità non sono in fondo che il dissotterrare i cadaveri putrescenti dei vecchi dei, esaltare come novità gli antichi abomini di cui ci eravamo dimenticati.

Forse ancora una volta aveva ragione Eliot:

Un Grido dal Nord, dall’Occidente e dal Sud
da cui migliaia ogni giorno viaggiano verso la Città prigioniera del tempo;
dove il Mio Verbo non è pronunciato,
nella terra delle lobelie e delle flanelle da tennis
il coniglio farà la tana e il rovo rivisiterà,
l’ortica fiorirà nel cortile di ghiaia,
e il vento dirà: “Qui visse gente decente e senza dio:
unico loro monumento la strada asfaltata
e un migliaio di palline da golf perdute”.

CORO:
Edifichiamo invano se il SIGNORE non edifica con noi.

T.S. Eliot, Cori da “La Rocca”, III

Se il signore non costruisce la città invano mettiamo pietra su pietra, dice il salmo. Eppure abbiamo voluto dimenticarlo. Come avvisava Benedetto XVI più di dieci anni fa,

Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza.

Benedetto XVI, discorso al Bundestag

Eppure è esattamente quanto abbiamo fatto. Ci siamo amputati un pezzo di noi credendo che, facendolo, dopo saremmo stati felici; come fanno i trans che devastano il proprio corpo nella ricerca vana di qualcosa che li possa completare, sbagliando completamente. Ci siamo fatti del male accorgendoci tardi che proprio ciò che credevamo ci ostacolasse era ciò che ci permetteva di essere noi stessi. Che ciò che credevamo vecchio era l’unica novità di un mondo preda dei suoi antichi mali.

Ciò che nella nostra follia abbiamo rimosso non tornerà. Eppure dal tronco grigio e scavato che siamo diventati può ancora spuntare un germoglio di nuova primavera. Credevamo di amputare, forse stavamo solo potando.
Lo vedremo, lo capiremo quando tornerà a crescere la luce, tornerà a fiorire la speranza.

Auguri robotici

C’è un vecchio detto degli ingegneri informatici che dice “Garbage in, garbage out“. Ovvero, se metti spazzatura dentro qualcosa, quello che ne verrà fuori sarà spazzatura.
E’ quello che mi è venuto in mente guardando gli auguri di Natale “alternativi” che quest’anno Channel 4 ha affidato, per così dire, a una cosiddetta Intelligenza Artificiale.

Certo, l’espressività del volto sintetico è impressionante e inquietante a dir poco. I contenuti del messaggio? Banalotti. Anzi, anche peggio.
Non è che dietro a quel discorso ci sia un genio, una superintelligenza, un megacomputer senziente che ha identificato ciò che davvero importa al mondo. Piuttosto il contrario: qualcuno, nel preparare lo show, ha ficcato dentro la macchina tutta la melma progressista, che comunque è quella più presente in rete dato lo spenzolamento a sinistra degli atenei e le cospicue sponsorizzazioni.
Se ficchi dentro una scatola mele non è che poi da questa estrai pompelmi. E’ un po’ come quegli idoli alle fiere che ti tirano fuori l’oroscopo quando inserisci la moneta. Non li hanno scritti loro, qualcuno ce li ha messi. Qui è un pochino più sofisticato, ma in fondo la stessa cosa.

Altra cosa è il Natale, e la vita. Non è qualcosa di meccanico, o puramente materiale; non è un discorso, non è una reazione, un buon proposito, un dovere.
Non importa quanto male il giorno sia andato, puoi sempre trovare qualcosa su cui ridere e così se ti senti giù ricordati che hai il superpotere di poter portare un po’ di gioia nel mondo“, ripete l’ammasso di gomma, metallo e silicio, con sullo sfondo un albero sberluccicante, senza sapere e senza capire cosa significa ciò che gli fanno dire. Il volontarismo moralista di uno spot, la speranza di chi non ha speranza, il “Sempre allegri bisogna stare ché il nostro piangere fa male al re“.

No, il Natale è altro. E’ allegria non perché ci salviamo da soli, nessuno ci riesce, ma perché siamo stati salvati. Se lo dimentichiamo, allora diventiamo solo una macchina senz’anima al servizio di chi vuole vendere qualcosa.

Non si può dire

Sto guardando un anime giapponese dove il protagonista, il più in gamba del suo liceo, decide di andare a frequentare l’università a Stanford, una tra le più celebri facoltà americane.

Non sono sicuro che sia una scelta così buona, oggi. Pare che anche laggiù il vento dei “woke” stia spazzando via tutto quanto di buono aveva reso famoso l’ateneo. La media dei voti negli ultimi vent’anni si è alzata di più di un punto su cinque, e non perché gli studenti siano migliorati. Si istituiscono corsi dai temi improbabili (“Equità razziale nell’energia”, “Progettare esperienze nere” sono corsi di ingegneria), mentre si aboliscono quelli classici. Il tutto mentre i costi sono alle stelle, dato che c’è più personale che studenti da mantenere.
In mezzo a tutto questo ci si raccomanda di non usare come esempio a lezione poster di film troppo mascolini, o utilizzare insiemi di ragazzi e ragazze per illustrare le funzioni biiettive. E, naturalmente, censurare il linguaggio.

Pochi giorni fa è stata pubblicata una lista di parole che non si dovrebbero usare in Università perché potrebbero ferire o offendere qualcuno. La lista è lunghetta, e comprende termini vietati per ragioni etiche, sessuali, razziali e chi più ne ha più ne metta. Ad esempio, sapete che si può essere licenziati, incriminati o addirittura arrestati perché ci si rifiuta di chiamare qualcuno con il pronome che ha scelto. Bene, non si deve dire più pronome preferito, ma semplicemente il “pronome” perché “preferito” indicherebbe che la scelta di un genere non binario sarebbe, appunto, una scelta. Scusate, ma non era proprio tutto lì il punto? Se fosse una cosa naturale non ci sarebbe bisogno di forzarlo, no?

Così guai a chiamare “straight” coloro che hanno una sessualità “normale“, chiamateli eterosessuali. “Signore e Signori“, Ladies and Gentlemen, vanno pure fatti sparire, sostituiti con “tutti” (everyone – eh?). Tutto ciò che ha “nera” nel nome – lista nera, pecora nera, scatola nera – non si può usare, come pure tutto ciò che ha bianco, sarebbe razzista. Immagino che grigio possa ancora andare, però. Abominevole ciò che contiene la parola “uomo” (che so, le ore uomo) e anche lui e lei, da cambiare prudenzialmente con “essi“. Le persone di discendenza sud europea, prevalenza ispanica ma anche noi italiani, vanno chiamate Latinx – un termine inventato che i suddetti tra parentesi odiano.

Ora, ditemi voi se questa non è sorprendente (sostituire pazzo con sorprendente, potrebbe essere offensivo). Colui che usa è cliente di questa lista nera lista negata scritta probabilmente da una Karen donna bianca assillante deve essere una persona alquanto scema non vocale se pensa che il rispetto si possa fondare sui termini e non sull’attenzione a chi si ha di fronte. E’ apparenza, non sostanza, volute da persone che per non opprimere opprimono, per non proibire proibiscono, per essere liberi imprigionano. Rifiutano termini come nonno perché potrebbe offendere e usano sono clienti di giri di parole per indicare prostituta (persona che si dedica a lavori sessuali), ma è perché non hanno le palle si prendono rischi, chiusi in un moralismo che terrorizza.
Come diceva Eliot, sognano sistemi così perfetti che non ci sarebbe più bisogno di essere buoni.

Vorrei suggerire di abortire l’iniziativa, ma non posso farlo perché il termine “potrebbe non intenzionalmente sollevare questioni morali o religiose sull’aborto”, hip hip hurrà.
Chissà se il protagonista dell’anime di cui parlavo, una volta laggiù, sarebbe abbastanza (bravo-> nulla) da dire loro che sono noiosi.

Secondo le autorità

Mi è appena capitato sott’occhio un ritaglio del 1988, dove “secondo le autorità” le Maldive sarebbero scomparse, sommerse dal mare, entro il 2018.
Non è successo, chiaro, ma quell’inciso mi ha dato da pensare.
Si dice che questo sia un tempo in cui cadono le certezze, ma mi sembra che più che le certezze in generale si stia scoprendo quante balle ci hanno rifilato in passato. Proprio ieri guardavo un filmato dove Elon Musk diceva, “Sapete tutte quelle teorie complottiste su Twitter? Beh, erano quasi tutte vere“. I complottisti sembrano averci azzeccato un sacco anche in altri campi, tipo il Covid, dove a denti stretti si sta ammettendo anche lì che tutto ciò che era stato etichettato come antiscientifico era in realtà molto più scienza di ciò che ci hanno somministrato. Sembra di sentire i gerarchi nazisti a Norimberga: “non sapevamo”, “ci avevano detto così”, “ho obbedito agli ordini”.

Agli ordini di chi? Delle autorità. Ma chi dice che lo siano, quando i loro sbagli sono così palesi? Chi le ha nominate tali? Altre autorità, probabilmente. Le autorità in autorità.

E’ un copione che abbiamo visto spesso: la martellante campagna mediatica, la persecuzione di chi osa anche solo dubitare, la lenta consapevolezza che ti stanno raccontando balle. Non dev’esser stato poi così diverso nei paesi dell’Est quando il comunismo è crollato. Sembrava tutto perfetto e scintillante, ma non ci credeva più nessuno.

No, non proprio nessuno. C’è sempre una discreta percentuale di persone che sembra impermeabile ai fatti, che tiene la televisione accesa e compra solo i giornali giusti, e se osi dubitare in sua presenza è pronta a denunciarti al sistema, o quantomeno a deriderti. Immagino sia inevitabile.

Forse stavolta la corda è stata tirata troppo. Si è abusato troppo della credulità, della propaganda, e anche ai più convinti talvolta scappa la maschera. Troppe idiozie sono state dette, troppe evidenze negate.
Il guaio è che la finzione viene mantenuta, la recita va avanti, nonostante il pubblico annoiato stia uscendo dalla sala. In fondo lo spettacolo è ben finanziato e prosegue in ogni caso. Se alla fine in sala rimanessero in cinque, tre deficienti e due stipendiati, il titolo sarebbe lo stesso “successo straordinario di pubblico e di critica!
E si chiederebbe il bis e un seguito.

Tempo di cambiamento

Cambiamento climatico è una frase fatta per fottere il cervello degli idioti, perdonate il mio francese. Pensateci, non vuole dire un accidente di niente. Non c’è nessuno che abbia qualche neurone funzionante che non capisca che il clima è sempre cambiato, nella storia del nostro pianeta. Sempre. Due milioni di anni fa c’erano le foreste in Groenlandia. Cinquantamila anni fa il posto dove ora scrivo era sotto qualche centinaio di metri di ghiaccio. Ai tempi dei cretesi faceva più caldo di adesso. Anche ai tempi dei romani, e di nuovo nel medioevo, con in mezzo intervalli freddi, come nel ‘600 quando invece si gelava. Molti record di temperatura nel mondo sono stati fatti novant’anni fa, e ancora resistono.

Quindi “cambiamento climatico” è solo una tautologia, è qualcosa che sarà sempre vero a prescindere. Piove? Cambiamento climatico. Fa bello? Cambiamento climatico! Nevica? CAMBIAMENTO CLIMATICO!! Qualunque cosa accada, ieri è stato diverso, è cambiamento, amico, è crisi, è emergenza, FACCIAMO QUALCOSA! Hanno smesso di chiamarlo riscaldamento globale, perché ormai non potevano più nascondere il fatto che non esiste, che tutti i modelli e le previsioni fatte erano completamenti falsi se non truccati. Adesso la chiamano crisi climatica, emergenza climatica, ma dove sia l’emergenza non si capisce. Indicatemela, se la vedete, per favore.
Mai stati così tanti orsi bianchi negli ultimi decenni. I coralli prosperano come non mai. Il mare non aumenta di livello e le isole non affondano. L’Artico si raffredda. Uragani uguali o in diminuzione, sia come numero che come entità. Siccità e alluvioni stabili. Il numero di morti per catastrofi naturali è una minuscola frazione rispetto a cent’anni fa, con una popolazione mondiale molto maggiore. In compenso le foreste prosperano, perché c’è più anidride carbonica, quella che emettiamo a ogni respiro. Senza, la vita si estinguerebbe.

Quindi io a quei poarelli che si incollano ad autostrade e quadri vorrei chiedere: guarda, se mi riesci a portare una sola prova che quello che dici è vero mi siedo vicino a te. Ma non ci riuscirai. Ti hanno mentito sapendo di mentire. Il punto è, ci credi davvero o ti pagano? Se ti pagano ti capisco, ma se ci credi… qualche domanda dovresti cominciare a fartela, a cominciare dal fatto del perché tutti i potenti, tutti gli straricchi a parole siano d’accordo con te, mentre si comprano proprietà bordo mare e volano sui jet privati, e tu “protesti” gratis.

La fallacia del vero Spartaco

Marco Licinio Crasso contemplò i prigionieri che, sotto l’occhio vigile dei suoi legionari, giacevano accasciati al suolo dopo la battaglia. Il sogno del gladiatore Spartaco e dei suoi ribelli, dopo molte vittorie, si era alla fine infranto contro l’esercito romano. Una sola cosa mancava ancora: Spartaco stesso. La sua punizione sarebbe stata esemplare.
Il centurione si fece avanti, e parlò agli sconfitti ad alta voce. “Il vostro padrone, Crasso, vi annuncia che le vostre vite saranno risparmiate, se indicherete la persona o il corpo di Spartaco”. Ma i sopravvissuti si alzarono ritti in piedi e orgogliosamente lo sfidarono. “Io sono Spartaco”, ripeterono uno dopo l’altro. Non l’avrebbero consegnato!
Crasso, furente, scosse la testa. “Come, come? Abbiamo qui migliaia di schiavi che dicono di essere Spartaco; è impossibile trovarlo”. Stese la mano verso il centurione. “E sia. Visto che non è possibile capire chi sia Spartaco, nessuno lo è. Spartaco non esiste. In nome della diversità, tolleranza e inclusione liberate i prigionieri, ce ne torniamo a Roma”.

Le cose sono andate un po’ diversamente, purtroppo per Spartaco e i suoi. Quei prigionieri furono crocefissi lungo la strada tra Capua e Roma. Ma, si sa, i romani di un tempo erano gente logica. Fin troppo.
Se Crasso fosse stato davvero convinto dell’irrealtà di un uomo con quel nome, sarebbe stato un fesso. Eppure ci sono molti che sostengono che, siccome in certi argomenti non è possibile stabilire immediatamente la verità, allora la verità non esiste. Il solo vero Spartaco non esiste. Occupiamoci d’altro.

Non è che se non riusciamo a capire subito dove sta il vero sia inutile cercarlo. Può darsi che, investigando più attentamente, stando attenti ai fatti, all’esperienza, con la ragione riusciamo a risalire la collina oltre le nebbie del dubbio. Magari mancherà la prova definitiva, la certezza assoluta, ma ci saranno molti indizi che la indicheranno. Il salto finale si chiama fede, quando da quegli indizi ricaviamo una convinzione.

Settant’anni dopo quell’ultima disastrosa battaglia, in un’altra parte dell’Impero è nato un condottiero diverso, che non regna con la forza delle armi ma cambiando i cuori. E’ la nascita che tra poco ricorderemo nel Natale. Ci sono tanti déi al mondo, ma c’è un unico Cristo, così come c’era un unico Spartaco nonostante fossero in tanti ad affermare di esserlo. La crocefissione di Spartaco era la fine di un’avventura; quella di Cristo il suo inizio.

I contagionisti

Nella metà dell’800 ci fu un certo numero di persone, anche acculturate, che entrarono in scontro diretto con la scienza dell’epoca. La loro tesi, sebbene rifiutate dalla maggioranza dei medici e dalle autorità, era singolare: cioè che le malattie fossero trasmesse non dagli umori o dai miasmi, ma da quelli che erano descritti come “germi”; che quindi il contagio si trasmettesse da persona a persona. Idea assurda, perché tutti possono fare esempi di persone cadute ammalate senza entrare in contatto con altri malati.

Il terreno più eclatante di scontro furono le numerose epidemie di colera del XIX secolo. Esimi scienziati bevevano fialette di microbi per dimostrare che non era quella la causa. L’ultima volta ho visto fare qualcosa del genere è in occasione del colera del 1973, quando alcuni pescatori napoletani in diretta Tv mangiarono molluschi da loro pescati per dimostrare che non c’entravano niente con il morbo. Finirono tutti all’ospedale, la realtà è carogna.
La realtà era che sì, il contagio avveniva da persona a persona, ma non tramite l’aria o il contatto fisico, tramite principalmente le feci (e alimenti da esse contagiati). Neanche gli anticontagionisti avevano così torto a incolpare gli ambienti malsani.

Noi uomini abbiamo la tendenza ad escludere dal nostro orizzonte ciò che non ci piace, e a promuovere ciò che sentiamo affine. Quando questo è applicato alla scienza, mal ce ne incoglie. Si crea una cupola di gente che si cita addosso reciprocamente, e i dati sono persi nell’orgoglio.
Non è una novità, i contagionisti lo sanno bene, ma stiamo attraversando una fase particolarmente acuta. Se persino Nature approva in base a norme morali, se Cambridge giocherella con le definizioni di uomo e donna, se nessuno ha ancora spiegato dove veramente sia il riscaldamento globale->cambiamento climatico->crisi climatica->emergenza climatica e perché continuino a cambiarle nome, ma nonostante questo chi la critica è praticamente esiliato… e qualche episodio ancora in campo medico l’abbiamo avuto, come oggi si comincia ad ammettere, dove stiamo andando, dove ci fermeremo?

Capirete bene quindi che un problema c’è. Ed è forse più grave ancora, perché persino quando non c’è questa polarizzazione, gli stessi dati possono essere interpretati in maniera opposta da diversi gruppi di scienziati. Non è uno scherzo, c’è un esperimento. Basandosi su identici valori, non uno su 73 équipe di esaminatori è giunta alle stesse conclusioni. Non uno, vedi grafico sotto. Di questi, solo uno su dieci circa ha asserito che i dati erano inconclusivi. Quali certezze, quale riproducibilità? Si accettano opinioni.

Quindi, e qui passo sul personale, non mi stupisco che anche i miei post siano interpretati in modi differenti. In riferimento a quello di ieri, ci sono stati alcuni che mi hanno accusato di essere critico delle peer review perché il mio libro non venderebbe. Non è così: tutte le critiche che ho ricevuto sono state estremamente favorevoli, e la maggior parte delle vendite arriva dal passaparola, anche con parecchi che regalano il libro ad altri. Certamente non sono stato distribuito nei supermercati né recensito da testate importanti, ma so bene che ci vorrebbe per entrare lì. E so anche che se come blogger andassi su determinati social, se scrivessi di argomenti più pruriginosi e controversi, se mi adeguassi a un certo stile o indirizzo avrei molti molti più lettori. Ma andrebbe contro ciò che voglio fare scrivendo, perciò ripeto ancora: no, grazie. Scrivo di ciò che mi colpisce, di ciò che penso, nella speranza di essere d’aiuto e di comprendere meglio io stesso l’argomento. Per capire meglio la realtà, e restare sempre attento ad essa. Dicono che chi è causa del suo male deve piangere se stesso, ma in realtà io me la rido. In fondo mi diffondo per contagio.

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Edit: dimenticavo questo:

e questo:

In tutti e due, se sbirciate verso il coro…