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Transumani

Va ancora di moda il transumanesimo; il pensare che aggiungendo al nostro corpo miglioramenti meccanici o bionici possiamo trascendere l’umano, diventare più che umani.

Provate a fare il ragionamento inverso. Cominciate a staccare pezzi da un uomo. Braccia, gambe, occhi, orecchie. Toglietegli la memoria, o il linguaggio.
Quand’è che diventa meno che umano?

Istinto

“Che cosa misera è l’uomo se non si sa elevare oltre l’umano!”
Lucio Anneo Seneca, Naturales Quaestiones

Qualcuno ha detto che libertà è il diritto di fare ciò che dobbiamo; “volere ciò che dobbiamo essere”.
Se ci pensate, è ben diverso dal fare ciò che vogliamo. Fare ciò che si vuole, ovvero nella maggior parte dei casi fare ciò che ci dice l’istinto, non è per niente garantito che ci possa portare alla felicità. Abbiamo, troppo spesso, un’idea molto confusa di cosa davvero desideriamo. La libertà di scolarci dieci litri di liquore, per quanto piacevole, probabilmente ci porta alla tomba, che è l’antitesi della libertà. Invece fare ciò che si deve, ovvero ciò per cui siamo fatti, vuol dire inseguire il nostro completamento, essere più vicini a quell’ideale a cui dovremmo mirare, alla verità di noi stessi.
Se identifichiamo la libertà con il soddisfare l’istinto, la libertà cessa di essere tale; perché cosa ha che fare l’istinto innervato nel nostro strato animale profondo con la libertà?

Quando il premio dell’istintività si dimostra non essere ciò che davvero vorremmo, ha facile gioco il potere. La paura di perdere ciò che è illusione ci porta a dimenticare il solo timore che dovremmo avere, cioè scordarci di chi siamo. L’istinto dell’animale spaventato, quella reazione che è rifugiarsi in un buco profondo e mordere chi si avvicina, ha la meglio. Ciò che si credeva irrinunciabile viene portato via, e non ci si lamenta, non si osa. Si è disposti a pagare la sicurezza promessa rinunciando ad una concezione di libertà che in fondo ci ha tradito, perché basata su una menzogna; ma, così facendo, si rinuncia anche alla libertà di non essere d’accordo, ovvero alla verità, che è ciò che rende liberi davvero. Se la libertà è il diritto di fare ciò che le leggi permettono, come afferma Montesquieu, siamo schiavi di chi quelle leggi le fa a suo capriccio.

Possiamo essere davvero liberi, vincendo la paura verso il mondo e verso gli altri, solo se recuperiamo la verità di chi dobbiamo essere. Cioè, innanzitutto uomini.

Le pulsar morte dell’oltrespazio

EGON: La struttura di questa copertura è esattamente come il tipo di tracker telemetrico usato dalla NASA per identificare le pulsar morte nell’oltrespazio.
RAY: Saldato a freddo. Travi con tondino di selenio puro.

dal film Ghostbusters (1984)

Questo scambio di battute del film Ghostbusters mi ha sempre fatto molto ridere. Due “scienziati” pronunciano con tono assolutamente serio alcune considerazioni che potrebbero anche sembrare verosimili, ma che stanno alla scienza più o meno come la supercazzola del Conte Mascetti. Sono parole buttate lì per impressionare, per dare l’impressione di essere grandi esperti che non possono esser contraddetti. Come recita un’altra battuta del film, “Non rompiamo. Si inchini alla scienza.” (Nell’originale “Fatti un giro, uomo, sono uno scienziato“).

I venditori di fumo approfittano della generale credulità per far soldi. Piccolo esempio: quanti di voi in passato hanno acquistato cactus o chiavette che “riducevano le pericolose onde elettromagnetiche”?
Prendete l’affare qui sotto:

E’ garantito neutralizzare le dannose radiazioni in tutta la casa, una volta inserito in una presa, come un deodorante elettrico.
Ma, quando aperto…

… si scopre che contiene solo un po’ di argilla spalmata sul rame. Un mattone, insomma.
Ma la parte più divertente è la reazione del fabbricante dell’aggeggio alle lamentele da parte degli utenti truffati.
La includo qui:

La parte che preferisco è: “Auterra (il nome della ditta) è attiva dal 1998 e ha fatto estensivi studi del DNA e studi di Microscopia in Campo Oscuro di Sangue Vivo (Live Blood Dark Field Microscopy) per validare l’efficacia dei suoi prodotti“. Supercazzola in purezza, come fosse antani.
Ora, io ho studiato un bel po’ i campi elettromagnetici, e devo dire che la scoperta di una “mistura di minerali terrosi altamente paramagnetici che emettono una forte frequenza coerente che neutralizza le onde incoerenti emesse dagli elettrodomestici” meriterebbe il Nobel, da assegnarsi a pari merito con chi ha ideato i tracker telemetrici per le pulsar morte. E’ un peccato che vendano quei mattoni a così poco.

Ma d’altra parte, perché dovremmo indignarci e stupirci? Abbiamo due anni di dichiarazioni di eminenti virologi e politici da poter confrontare con la realtà dei fatti. Se racconti balle su aggeggi che non funzionano su internet sei un truffatore, se racconti balle su salute e libertà su giornali e tivù sei un intellettuale, uno statista.

Voi direte: sono affermazioni gravi, ne sei certo? E io “Il peso atomico del cobalto è 58.9?

Il nano sul tavolo

Quando ero più giovane di quanto sono giovane adesso, amavo giocare ai giochi di ruolo. Spesso la mia posizione era quella di Master, colui che “dirige” la storia come una sorta di regista e la presenta ai restanti giocatori, che ne interpretano i personaggi. Essendo quel che sono, le avventure preferivo inventarle da me invece di acquistarle preconfezionate.

Quella volta il gruppo di temprati combattenti impersonati dai miei amici doveva risolvere l’enigma di strane sparizioni in una città lagunare solcata da canali. Gli indizi li avevano portati fino al palazzo di una nobildonna misteriosa, che a quanto pare nessuno aveva mai visto in volto. Esplorando l’edificio si erano imbattuti in una stanza piena di sgherri armati, con cui avevano ingaggiato battaglia.

Nonostante gli eroi fossero in inferiorità numerica erano avvantaggiati dal fatto che il locale dove avveniva lo scontro fosse ingombro di tavoli che ostacolavano il movimento dei furfanti più lontani, obbligandoli ad affrontare gli avventurieri pochi alla volta.
Poi uno dei personaggi, un nano che era in seconda fila nella mischia, aveva avuto la bella idea di salire su un tavolo brandendo l’ascia.
Io sono sempre stato un fautore del realismo persino nelle avventure fantasy. Cosa potevano fare gli sgherri in attesa del loro turno al fondo della stanza, se non riempire di colpi di balestra il loro avversario che così generosamente si era loro mostrato allo scoperto?

Quell’episodio mi è rimasto impresso. Il bello di essere piccoli è che si è poco esposti, e si può operare stando defilati; se decidi di salire sul tavolo, potrai sì affrontare i nemici faccia a faccia, ma rischi di attirare tutta l’attenzione su di te: forse più di quanto tu possa reggere. Per vincere le battaglie non basta il coraggio, è utile anche la tattica.

Il nano, pur assai malconcio, sopravvisse allo scontro, per poi finire eroicamente ammazzato dalla nobildonna di cui sopra, una Medusa in incognito. Ma questa è un’altra storia.

Il gabbiano nella pece

Oggi è il 10 gennaio, quindi è il compleanno del blog. Per adesso rimane minorenne; deve ancora andare in giro in bici, ma dall’anno prossimo prende la patente. Esistono ancora i film vietati ai 18? In ogni caso lui è nato e cresciuto su internet, queste cose non gli fanno né caldo né freddo. Per lui sono ordinaria amministrazione, il male del mondo non ha età.

Faccio sempre più fatica ad aggiornare queste pagine senza cadere nella ripetitività, nella rabbia o nello sconforto. La realtà sta velocemente sorpassando le mie distopie; se c’è una cosa più triste del conoscere quel male è vederlo prendere possesso di ciò che è caro.
Quando una petroliera naufragava erano immancabili le immagini di uccelli ricoperti da una patina nera e oleosa. Così mi sembra il tempo attuale: una grande petroliera piena di menzogna si è spaccata nel nostro mare, e la pece copre tutto ciò che conoscevamo.

Secondo i racconti di Salgari una volta i marinai in difficoltà gettavano il petrolio in mare per calmare le onde. Sotto di noi però continua ad infuriare la tempesta: ad un amico che mi raccontava di sentirsi come un tappo di sughero in quell’oceano, replicavo che quantomeno il tappo galleggia e non affonda. Va bene, non ha il timone ed è sballottato dai marosi, ma l’alternativa sarebbe la bituminosa calma piatta e la noia infinita di giorni sempre uguali.

Certo, di quella noia talvolta sentiremmo quasi il bisogno; se non altro, il fatto che le nostre cupe fantasie siano sorpassate da ciò che accade ci fa supporre che la realtà sia oggettiva, e che superi l’immaginazione. Non ne siamo noi i padroni; può benissimo essere che il trovarla così difficile da digerire non sia un difetto, ma faccia parte del progetto. A noi non resta che cercare di credere in quel progetto buono, non “contro ogni evidenza”, ma contro l’apparenza.

E il cercare di scriverne, finché ci verranno le parole o la pece non ci inghiottirà.

CF

Il 3 febbraio 1949 il cardinale Jozsef Mindszenty fu portato a processo. Erano passati trentanove giorni da quando la polizia comunista l’aveva arrestato, giorni durante i quali avevano cercato di costringerlo con tutti i mezzi a firmare una falsa confessione. Botte, umiliazioni, freddo e torture psicologiche non erano bastate. Ma poche ora prima, di fronte alle minacce alla sua anziana madre, aveva ceduto. In calce alla sua firma aveva aggiunto la sigla C.F.: “Coactus feci“, l’ho fatto sotto costrizione.

Lungi da me potermi paragonare con quella luminosa figura e quelle circostanze. Ma anch’io, in calce al documento liberatorio che oggi mi si chiederà di firmare, aggiungerò la stessa sigla.

In quell’antico regime, che la storia ha giudicato, coloro che urlavano “libertà!” sono finiti come cani del potere o nelle fosse comuni. Sì, perché occorreva liberare il paese da tutti quelli che si opponevano al progetto. Qui, in apparenza, il potere ci va molto più piano. Ma provate a pensare come sarebbe stato trattato un governo che si fosse spinto a tanto per seguire una sua agenda, per reprimere un dissenso, anche solo tre anni fa. Quando gli allineati di oggi denunciavano il pericolo autoritario. Qualche personaggio ha parlato di misure necessarie per “convincere” a vaccinarsi: come fu convinto Mindszenty. Chissà tra altri tre anni dove saremo.

Come ho già scritto più volte, non sono a priori contro i vaccini, neanche questi. Ma trovatemi un medico, un virologo, un dato statistico che mi spieghi bene perché dovrei vaccinarmi adesso, a Covid già passato pochi mesi fa con sintomi leggeri, con la vita sana e la prevenzione che seguo. Quale sia la motivazione logica, da cosa dovrei proteggermi o proteggere esattamente, perché dovrei rischiare l’abbassamento immunitario e gli effetti collaterali che la letteratura e i dati reali mi avvertono dovrò subire con altissima probabilità.

E spiegatemi anche dove e come si potrà fermare questa corsa verso un mondo in cui non è ammesso fare, o pensare, in modo differente da quello imposto, un mondo di menzogna istituzionalizzata. Sì, il regime comunista era questo, e alla fine implose.
Ma tra 1949 e 1989 sono passati quarant’anni; dal 1989 ad ora, poco più di trenta.

L’origine

Dio, l’origine e il destino di tutto, ciò di cui tutte le cose, ultimamente, sono fatte, per aiutare l’uomo, si è reso compagnia all’uomo, è diventato compagnia umana: è entrato nella vita stessa dell’uomo con forma umana. Questo è Gesù Cristo: Dio fatto carne, Dio fatto uomo.
Luigi Giussani, “È, se opera” (30Giorni, ottobre 1993)


Il punto è esattamente questo: se ci sia un modo per portare Giustizia nel mondo (quella di cui noi non siamo capaci). Se ci sia un modo per portare Verità nel mondo (quella di cui noi non siamo capaci). E quindi la Bellezza (che è lo splendore della Verità). E quindi la Libertà (perché la Verità rende liberi).

Il Natale è la risposta. Ci dice che il modo per portare nel mondo tutta questa Giustizia, questa Verità, questa Bellezza, questa Libertà è stato un bambino, che era tutte queste cose; che è tutto questo, perché o il Natale è un avvenimento dell’oggi, è vero oggi, o è solo una favola che non può darci niente se non un momento passeggero d’illusione.

Ma la risposta al nostro desiderio, al nostro infinito desiderio di bene, può essere un’assenza?

Buon Natale.

Non Natale

A Natale si è tutti più buoni. Ma perché? Perché essere più buoni? Chi ce lo fa fare?
Nessuno, se nessuno d’importante è nato a Natale.

Tant’è che l’appello ad essere migliori, a condividere, ormai arriva solo più da commercianti in cerca di clienti. Più buoni vuol dire spendere di più per regali, o per finanziare progetti che ci facciano sentire in pace con la coscienza.
Il che ha poco a che fare con l’essere buoni davvero. Il perdono non si compra.

Di questo avremmo veramente bisogno, di perdono. Ma chi ci può perdonare, se nessuno è nato a Natale?
Noi stessi, ovviamente. Non che abbiamo davvero bisogno di questo perdono, perché non abbiamo fatto nulla di male. O così ci dicono. E’ inutile che qualcuno sia nato a Natale, per salvarci. Da cosa, poi?

Se nessuno è nato a Natale, allora eliminiamo quel nome sgradevole che sa d’integralismo e patriarcato. Buone feste invernali. Babbo Natale… ah, no, Genitore Stagionale… ci riempirà di doni.
Per festeggiare che sia nato nessuno, per essere migliori, per essere ciò che siamo sempre stati e che saremmo sempre stati se non fosse davvero nato un bambino, venti secoli fa, che si sarebbe caricato sulle spalle il peso del mondo. Tutti i pesi del mondo; i nostri miserabili pesi, noi che siamo tanto buoni, noi che non abbiamo bisogno di perdono, noi che siamo solo uomini.

Degenerati

Un degenerato è colui che non è generato. E’ de-generato: si allontana (de-) dal valore della propria stirpe (-genus). Rifiuta il suo genere, ovvero il posto da cui arriva e che fa di lui ciò che è.

Noi siamo ri-generati ad ogni istante, altrimenti cesseremmo di essere. Il nostro presente è la prosecuzione di un passato, che è la radice che ci determina. Se viene tagliata, cessa di alimentarci. Il degenerato è colui che ha perso il suo passato e quindi il suo futuro.

Oggi si assiste al trionfo della degenerazione. Essa è teorizzata e lodata, e chi rimane fedele al proprio essere, chi non rinnega ciò che è stato, nel bene o nel male, è additato come il peggiore degli uomini; anzi, viene quasi detto indegno di appartenere alla razza umana.

Il che é un paradosso, perché è proprio l’appartenenza che gli si contesta. Ma chi si dimentica da dove arriva non potrà ricordare tutti gli errori che sono stati corretti, tutte le cadute da cui ci si è rialzati; e le sperimenterà ancora, sulla propria pelle.

Chi non è generato non sa come generare; possiamo dare solo ciò che ci è stato dato. Imparare da chi ci ha preceduto; ma questo non è possibile per chi ha scelto di essere degenerato.

Conflitti

Che il solo cristianesimo comandi di amare i propri nemici è sicuramente vero. Quello che purtroppo è anche vero è che i nemici, spesso, sono abbastanza restii a ricambiare quest’amore. Ciò accade anche in società formalmente cristiane, per un semplice motivo: il male esiste e l’uomo è cattivo.

Facciamo un esempio pratico. La Firenze del 1300: città turbolenta, dove le famiglie rivali letteralmente si ammazzavano nelle strade. Diciamo che la situazione dell’ordine pubblico era alquanto peggiore di adesso. I ricchi odiavano i popolani, ricambiati. Guelfi e Ghibellini erano sempre ai ferri corti tra di loro e al loro stesso interno. I Papi, alquanto preoccupati per l’instabilità dei loro vicini, cercarono per ben cinque volte tra il 1273 e il 1306 di portare la pace in città. Nella prima occasione Gregorio X stesso, uno studente di S.Tommaso dalle grandi doti e in fama di santità, si recò personalmente a Firenze. Convocò le opposte fazioni in chiesa, fece scambiare loro giuramenti e il bacio della pace davanti all’altare. Quindi predicò loro che i nomi “guelfi” e “ghibellini” erano vuoti e fonti di male.
Ciò indispose non poco i governanti guelfi, che avevano per mezzo secolo combattuto per il papato con notevoli sacrifici personali. E ora il Papa li condannava invece di ricompensarli?
Non andò molto bene.
Il cardinale Orsini ci riprovò, sei anni più tardi, con maggiore realismo. Persuase la città che mantenere ambedue le fazioni all’interno della stessa e arrangiare protezioni legali per la reciproca convivenza sarebbe stato la cosa migliore per tutti. Combinò matrimoni tra famiglie rivali, e arrivò a cancellare gli atti delle violenze precedenti per favorire la riconciliazione. La pace durò un paio d’anni, poi i contraccolpi dei Vespri siciliani del 1282 mandarono all’aria tutto quanto. Tre successivi tentativi papali di trovare la pace tra i Bianchi e i Neri fallirono in modo anche cruento; l’ultima volta, nel 1306, i pacieri furono respinti dai fiorentini asserendo, non a torto, che i precedenti tentativi non avevano fatto altro che peggiorare la situazione.
L’esilio di Dante fu proprio l’effetto di uno dei disgraziati tentativi di cui sopra. Chissà se avremmo mai avuto la Commedia, altrimenti.

La domanda è: ma se pure tra cristiani non si riesce a trovare una pace duratura, che possibilità c’è che ciò avvenga quando si ha a che fare con persone che del comandamento di Cristo non può fregare di meno, e che approfitteranno di ogni debolezza?
E che giova l’essere cristiani, se poi si cade in questa maniera? Eppure il continuo ricercare una pace, e il conflitto sì, ma senza gli eccessi di altri luoghi e altre ere, dicono che per la prima volta nella storia si ha una civiltà in cui l’oppressione della forza è in qualche modo stemperata. Forse la sola risposta possibile è quella che fornì Evelyn Waugh quando gli fu chiesto come poteva comportarsi così crudelmente verso gli altri e chiamarsi ancora cristiano. Lo scrittore rispose: “Non avete idea di quanto sarei peggiore se non fossi Cattolico. Senza aiuto soprannaturale sarei a malapena un essere umano“.

Chi ti credi di essere?

Dicevamo che, in mancanza di un ordine superiore, l’uomo fa di se stesso un dio a cui tutto è permesso a scapito della realtà.
Esempio pratico?
Quando, qualche anno fa, saltò fuori che per i “nuovi diritti” una persona poteva esigere di essere considerato maschio o femmina o qualcosa di ancora diverso a prescindere dalla realtà fisica, feci presente che questo ragionamento portato all’estremo avrebbe condotto a conseguenze imbarazzanti.

Se esigo di essere di un sesso diverso da quello inscritto in ogni cellula del mio corpo, perché non potrei dichiararmi di altezza o peso differente? Se obbligo gli altri a chiamarmi con il pronome di mia scelta, perché non rivendicare titoli inventati e imporre che tutti si rivolgano a me solo con inchini e genuflessioni? Cosa mi impedisce di sostenere che la mia età, i miei tratti fisici, o persino la mia specie siano non quelli che mi identificano dalla nascita ma quelli che ho deciso, che “mi sento”?

Allora mi si disse che mai si sarebbe giunti a tanto. Ma è difficile chiudere una porta quando la si è aperta.
Mi giunge notizia che la Corte Suprema del Messico ha deliberato che si possa alterare la propria età anagrafica adeguandola alla propria “età sociale”. In altre parole, se “mi sento” più giovane allora “sono” più giovane.

D’accordo, i giudici di quel contesto si sono affrettati a specificare che ciò si può fare solo in ambiti ben precisi, quando non costituisca dolo o lo si usi per sfuggire a qualche obbligo. Con queste premesse, il pedofilo non potrebbe dichiararsi minorenne per sfuggire alla giustizia, o il bambino porsi come maggiorenne per potere comprare alcolici. Ma per tutti quei bonus legati all’età, tipo certi sconti, o la pensione, come si farà? I giudici si sono dimenticati di specificarlo.

Come per il cambio di sesso, o l’aborto, o l’eutanasia, il caso eccezionale di partenza potrebbe diventare presto la normalità. Una volta dichiarata ininfluente la realtà, niente può limitare la pretesa. La vita come un cosplay; “Lei non sa chi sono io” eretto a sistema.
E voi, chi pensate di essere?

La maschera di carta e di vento

La Chiesa ripudiata, la torre abbattuta, le campane capovolte, cosa possiamo fare
Se non restare con le mani vuote e le palme aperte rivolte verso l’alto
In un’età che avanza all’indietro, progressivamente?

T.S.Eliot – Cori da “The Rock”

Fino dalla più remota antichità, i nemici sono stati sterminati.
E’ la soluzione più ragionevole. Combatterli fino a che non siano completamente distrutti; ammazzati, giustiziati, schiavizzati gli utili e soppressi gli inutili.
Ogni civiltà, e ciò che era prima della civiltà stessa, ha fatto così. La rara clemenza è solo per chi si sottomette.

Una sola società si è retta su un assunto diverso. Cioè che persino i nemici si devono amare. Quella cristiana. Un principio spesso disatteso, ma che, secolo dopo secolo, passo dopo passo, ha modellato un nuovo modo di agire e di pensare. Quello che regge il nostro modo di vivere attuale, dove il massacro è condannato e non celebrato. O dovrebbe, se non fosse che l’unica ragione per amare i nemici è condividere con loro un Padre comune.

Nell’istante in cui quel Padre è rinnegato, la sua eredità sbeffeggiata, e ci si dichiara orgogliosamente padroni assoluti del proprio destino, allora l’antica belva rinasce. Perché non si dovrebbe odiare il proprio avversario, chi ci ostacola, chi dissente da noi?
Se qualcuno si illudeva che ci fossero altre ragioni per risparmiare l’oppositore, che esistesse un’etica puramente umana, basta che guardi alla ferocia di chi si è sempre atteggiato a protettore del diverso, della minoranza, della democrazia, di chi aveva una opinione diversa. La maschera si è ormai sfaldata: era di carta e di vento. Questo nostro nuovo mondo è progredito fino ad assomigliare al peggio di quello antico.

Un piccolo passo per volta siamo tornati quelli che eravamo. Bestie orgogliose che non sanno più di essere state salvate dal loro destino di oppressori o schiavi, e fanno quello che hanno sempre fatto: per il loro interesse, uccidono.

Di muli e di uomini

Orwell, nel suo romanzo 1984 (scritto nel 1948), ci descrive una società dove tutto è controllato tramite la paura e il dolore. La verità è nascosta dal potere. Il Grande Fratello sa come occuparsi di quelli che sgarrano.

Aldous Huxley, nel libro Brave New World (del 1932) parla invece di un mondo in cui la verità non è nascosta ma è irrilevante. Nessuno vuole cercarla. E’ il piacere a controllare gli uomini.

Due visioni del mondo anche troppo estreme. Il potere oggi preferisce una soluzione ibrida.
Ti rincoglionisce con l’offerta del piacere; e ti terrorizza dicendo che, se non fai come dice lui, te lo toglierà.
Una volta si chiamava il bastone e la carota; da sempre, il metodo migliore per dominare muli e uomini.

I fiori di plastica

Qui non c’è città permanente, qui non c’è stabile dimora
cattivo il vento, cattivo il tempo, incerto il profitto,
certo il pericolo
O tardo, tardo, tardo è il tempo, tardo troppo tardo, e marcio
l’anno;
Malvagio il vento, e amaro il mare, e grigio il cielo,
grigio, grigio, grigio.
O Tommaso, ritorna, Arcivescovo; ritorna, ritorna in Francia.
Ritorna. Veloce. Quieto. Lasciaci morire in pace.
T.S.Eliot “Assassinio nella cattedrale

Ho parlato della meraviglia e ho parlato della paura. Tra i due c’è un terzo incomodo: l’indifferenza.
L’indifferenza è l’opposto dello stupore, e in una certa maniera anche del timore. Rappresenta la fuga da tutto quanto possa agitare, possa turbare. Niente interessa che possa far cambiare. E’ mettersi le mani sopra le orecchie per non sentire, sopra gli occhi per non vedere; la terza scimmia, quella che non parla, è figlia delle prime due.

Una delle più magistrali descrizioni di questa disposizione della mente è il coro delle donne di Canterbury nel dramma di Eliot “Assassinio nella cattedrale”, di cui all’inizio del post ho inserito un brano. Tommaso Beckett ritorna in Inghilterra dall’esilio pur sapendo che potrebbe essere ucciso dagli scherani del re. Il suo desiderio di comunicare il vero è più forte della paura della morte. Ma gli abitanti di Canterbury, dove sorge la sua cattedrale, non vogliono il suo ritorno perché la sua azione mette in pericolo, in discussione, la loro miserabile esistenza. Un’esistenza che, come recita il ritornello del coro, è “living, and partly living“: vivere, e parzialmente vivere. Una vita che si trascina mesta e uguale negli anni, per salvaguardare la quale invocano il ritorno di Tommaso: non nella sua patria, ma in Francia, lontano.

Quando lo rileggo, non posso fare a meno di pensare a tutte le persone che conosco che se ne stanno ben lontane dal pericolo di esporsi; guardano i telegiornali e si fanno i loro affari, commentando sottovoce quanto stupida sia la gente incapace di rimanere tranquilla. Hanno il loro piccolo mondo, le loro passioni; sono come quei fiori di plastica che metti sulle tombe, senza profumo, sempre uguali a se stessi, che a poco a poco il tempo scolora.

Here is no continuing city, here is no abiding stay.
Ill the wind, ill the time, uncertain the profit, certain
the danger.
O late late late, late is the time, late too late, and rotten
the year;
Evil the wind, and bitter the sea, and grey the sky,
grey grey grey.
O Thomas, return. Archbishop; return, return to France.
Return. Quickly. Quietly. Leave us to perish in quiet.

La paura

C’è la meraviglia, lo stupore, il desiderio del bello.
E poi l’altra faccia del nostro rapporto con la realtà: la paura.
La paura non è qualcosa di originario. Prima di essa c’è il possedere. Quando siamo timorosi di perdere quello che abbiamo – persone care, ricchezza, vita – ecco che arriva la paura.

La paura è un sentimento potente. Ti fa fare le cose più impensate, ti offusca la mente, ti conduce dove non avresti mai creduto. Da sempre è uno dei due mezzi di controllo che il potere usa sul popolo. Le dittature più feroci sono quelle che usano la paura per dominare.

Ma questa paura non è necessariamente la paura del potere stesso, di quanto può infliggere fisicamente, della tortura, della Siberia, della prigione. Può essere la paura di un nemico; può essere la paura di una malattia; può essere il timore di perdere il proprio status sociale, o i mezzi di sussistenza se si disubbidisce a quanto quel potere ci chiede.

La guerra nucleare, l’AIDS, le piogge acide, il riscaldamento globale, il cambiamento climatico, il COVID. Il fascismo, il comunismo, il terrorismo, i russi, gli arabi… non puoi non avere paura. Ti è proibito. C’è da avere paura delle conseguenze.

La paura è l’opposto dello stupore che apre alla realtà. Annebbia il desiderio, nasconde la bellezza, ci fa ripiegare su noi stessi rendendoci incapaci di gustare ciò che abbiamo e pregustare ciò che potremmo avere.

Normalmente si dice che il coraggio si oppone alla paura, ma è una ben misera opposizione. Coraggio vuol ignorare la paura. Ma non sconfiggerla. Essa rimane.
Il solo modo di vincere davvero la paura è agire sulla sua radice. Rendersi conto di cosa realmente importa per noi. Se essa è timore di perdere ciò che si ha, vuol dire porre nella giusta prospettiva ciò che possediamo. Ciò è possibile solo quando ci si rende conto che ogni cosa ci è donata, che non siamo stati noi a darcela, a cominciare dalla vita.

Questa consapevolezza non ci toglierà la paura, ma ce la farà sconfiggere. Ci farà andare avanti, anche dove non vorremmo.
“Non abbiate paura”.

Le trappole dell’infinito

E’ il desiderio che ci rende curiosi, che ci attrae verso le cose, o è lo splendore delle cose che genera in noi il desiderio? La bellezza che vediamo crea in noi la nostalgia per un tramonto che non ceda alla notte, per stelle che non siano nascoste dalle nubi, per un fiore che non appassisca? Oppure abbiamo dentro un vuoto inestinguibile che cerca ovunque ciò che lo possa colmare?

Non so chi nasca prima, tra attrazione e desiderio. Ma è chiaro che non potrebbe esserci uno senza l’altro; la stessa fonte ha intessuto nel nostro profondo una spinta verso ciò che è bello, giusto, eterno, e i brevi bagliori dell’universo che ci suggeriscono che ciò che cerchiamo possa esistere.

Le nubi sfolgoranti tinte dal sole che cala, la struggente malinconia dei punti di luce nel nero cielo, il fiorire di una corolla tra i sassi, sono trappole al contrario, che invece di imprigionarci ci liberano, ci proiettano verso l’infinito di cui sono segni.

Lieti fini

Ieri parlavo di “…opere recenti, (in cui) c’è una quantità di buone intenzioni che vanno orribilmente storte“.
Il primo riferimento che viene in mente a molti è alle “Cronache del ghiaccio e del fuoco”, ovvero la serie di libri ( e telefilm) del “Trono di spade”. Romanzi nati con l’intenzione di fare da contraltare al “Signore degli anelli”: la tesi esplicita è che non esiste una provvidenza buona, e ogni tentativo di fare la cosa giusta finisce per aggravare ancora di più la situazione. Non la gioia di una buona conclusione, ma dolore e fallimento, la morte di ogni uomo e di ogni loro impresa. E’ la discatastrofe descritta da Tolkien come opposta alla felice eucatastrofe tipica del fantasy epico.

All’uomo la discatastrofe non basta. Quello che sotto sotto tutti desideriamo è il lieto fine, dove i buoni sono premiati e i cattivi puniti. Dove questo non c’è, rimane in bocca il gusto amarognolo della tragedia. Se a questa tragedia manca pure la morale, oltre al gusto resta pure la difficoltà di digestione.

Qualcuno sostiene che sia proprio questo il motivo per cui da oltre dieci anni l’autore del “Trono di spade”, George R.R. Martin, non riesce a terminare il successivo capitolo della sua saga: quello che il pubblico vorrebbe contrasta frontalmente con le premesse che lui stesso ha posto. Non c’è un modo semplice in cui le cose possano finire bene (e sappiamo tutti cosa si intende con ciò) se l’obbiettivo è la insoddisfacente discatastrofe. La conclusione della serie televisiva, con i giudizi che ha suscitato, gli è servita da monito.

Come cristiani sappiamo bene che un lieto fine terreno non è qualcosa su cui scommettere. Nella realtà, la via giusta spesso possiede al fondo una croce. Eppure, non smettiamo di percorrerla, perché la strada non si arresta a quel segno di morte, ma prosegue oltre, verso quella lieta conclusione che desideriamo.
E’ la strada che si allontana da quella croce che occorre evitare perché, anche se può sembrare migliore in un primo momento, il suo punto d’arrivo è proprio quella morte senza speranza da cui tentiamo di fuggire.

Informazione corretta

Una società irreligiosa non può sopportare la verità della condizione umana. Preferisce una bugia, non importa quanto idiota possa essere.
Nicolas Gomez Davila

Solamente una persona cieca e sorda, sommamente ingenua o terminalmente stupida potrebbe credere che qui in Italia l’informazione non sia corretta.
Corretta nel senso che si prende la realtà e la si corregge, per dare al pubblico qualcosa che possa essere conforme a una certa tesi. Il mio dubbio è se qualcuno di coloro che ce la ammanniscono ci creda veramente oppure faccia buon viso a cattivo gioco per portare a casa la pagnotta. Al confronto i celebrati cinegiornali dell’Istituto Luce o la Pravda sovietica erano modelli di libertà di espressione e pensiero indipendente.

I giornali, salvo pochissimi, sembrano fatti con lo stampino. Si differenziano marginalmente per il maggiore o minore livore, ma visto uno visti tutti. I telegiornali sono inguardabili, i radiogiornali inascoltabili. E’ impressionante la quantità di notizie vengono passate sotto silenzio, e le bufale spacciate come verità insindacabili. Ci si domanda perché si dovrebbe fare la fatica di leggersi una rassegna stampa, quando la stampa sembra rassegnata a nascondere il più possibile ciò che è sgradito in sala di comando rimbalzando sempre le stesse idee.

Se l’esimio excapodelgoverno Monti si permette di dire che l’informazione dovrebbe essere meno democratica, e non uno degli autonominati democratici fiata, è evidente che qualcosa non funziona. Anche perché l’unico modo in cui l’informazione potrebbe essere più controllata sarebbe chiudere di forza le poche voci indipendenti e mandare al confino, o in prigione con le solite accuse, i maledetti ribelli.

Credo che non manchi molto. Già ora, è quasi incredibile in quanto poco tempo ci abbiano abituato ad accettare ciò che si era urlato come tirannico.
E’ come se insieme ad ogni notiziario insieme all’informazione corretta ci avessero fatto bere litri di caffè altrettanto corretto. Buono, non c’è che dire, ma non proprio il meglio per mantenere lucidità.
Una differenza c’è: la correzione liquida ti fa vedere doppio, quella delle notizie ti fa vedere una sola versione delle cose. Però in entrambi i casi non si tratta di realtà.

A gatto morto

La strategia del gatto morto, deadcatting in inglese, è l’introduzione di una novità drammatica, sensazionale o scioccante per sviare il discorso da un argomento svantaggioso.

Quando vi parlano del povero felino, non fatevi distrarre. Guardatevi attorno. Vedrete cose più interessanti.

Siamo in società?

Società s. f. [dal lat. societas -atis, der. di socius «socio»].
– 1. In senso ampio e generico, ogni insieme di individui (uomini o animali) uniti da rapporti di varia natura e in cui si instaurano forme di cooperazione, collaborazione, divisione dei compiti, che assicurano la sopravvivenza e la riproduzione dell’insieme stesso e dei suoi membri (Treccani)

Mi ha molto colpito quanto avrebbe detto Draghi in conferenza stampa, parlando dell’introduzione di provvedimenti di controllo rafforzati: “L’auspicio è che queste persone attualmente penalizzate dalle misure adottate possano tornare a essere parte della società come tutti noi

Il sottinteso è che chi ha deciso di non vaccinarsi non faccia più parte della società. Al che mi sono domandato: ma chi decide chi fa parte della società? Esattamente, qui di quale società si parla?
Se ci rifacciamo alla definizione più generica che ho messo all’inizio, si parla di società se tra individui ci sono forme di cooperazione e cooperazione. Affermare che alcuni non ne fanno parte sottintende che questi cessino di avere qualsiasi rapporto con le altre persone. Ma così non può essere; continuano ad essere cittadini italiani, regolamentati da leggi italiane; se non lo fossero, nessun decreto per loro avrebbe senso.
Ancora oggi qualcuno parla di inclusione. E’ in ritardo, bisognerebbe informarlo.

Sempre dalla Treccani, leggo:

Nella filosofia politica, società civile, locuzione usata nell’ambito del giusnaturalismo come sinonimo di stato (e pertanto detta anche società politica), in quanto indica, in contrapposizione a società naturale, l’associazione volontaria degli individui originariamente indipendenti che, rinunciando alla libertà e ai diritti di cui godevano nello stato di natura, si sottomettono a una autorità sovrana.

Forse qui ci siamo: se qualcuno sceglie di non sottomettersi in tutto e per tutto all’autorità sovrana questi cessa di fare parte della società.
Può il Governo definire se stesso autorità sovrana? E’ giuridicamente corretto, dato che l’Italia è una democrazia e possiede una Costituzione? Se il popolo investe del potere qualcuno, può quel qualcuno disconoscere parte del suo elettorato? Secondo quella stessa Costituzione no.

Siamo quindi ad un punto fondamentale: la concezione che Draghi e chi gli sta intorno hanno del loro ruolo. Si può leggere tra le righe che si sentono investiti di poteri assoluti, non dissimili da quelli dei capi di certi Stati che, nella storia o nella geografia, abbiamo ben presenti. Capi che si aspettano dai loro sudditi che “rinuncino a libertà e diritti” per un bene più grande, da loro deciso.
E’ strano sentire che si vorrebbe “ricucire questa contrapposizione tra chi si vaccina e chi non si vaccina” buttando di fatto fuori i secondi dal consesso civile. E udire l’affermazione che “non bisogna sottovalutare né criminalizzare la diversità di vedute e comportamenti, bisogna cercare di convincere. Perché questa riconciliazione avvenga“, mentre il provvedimento adottato, più che convincere o riconciliare, pare che voglia costringere. Sembra esserci uno scollamento tra parole e realtà; perché non voglio credere che si possa pensare davvero che imprigionare sino a che si pieghi il capo sia libertà.

Ci si potrebbe anche chiedere chi desideri fare parte di una siffatta società; ma, a quanto pare, non abbiamo scelta. Secondo l’autorità, anche se qualcuno è fuori dalla società, deve comunque obbedire ad essa. E questo è il paradosso finale.
Chi è costretto ad obbedire a qualcosa pur non facendone parte?
Lo schiavo.

Uso personale

Ti potranno giudicare i posteri, o Dio, ma ciò per cui sarai giudicato saranno le tue idee e le tue azioni, le tue decisioni e le tue indecisioni. Tue.
Se tu accetterai quelle di altri senza farti domande, senza indagare, senza riflettere, non potrai ribaltare su di loro la tua colpa.
La ragione è data per uso personale.

La signora nuda

“…Perché la Verità è una signora nuda, e se per caso ella viene tirata su dal fondo del mare, ci vuole un gentiluomo sia per darle una sottoveste stampata che per girare la propria faccia verso il muro e giurare che non ha visto niente”
R. Kipling, “A Matter of Fact” (da “Many Inventions”, 1893)

Come già ho detto a più riprese in passato, mi interessano relativamente poco gli estremismi; sia di quelli che vorrebbero vaccinare anche i gatti che di quelli che il vaccino è pozione demoniaca. Personalmente, io mi affido ai dati; sono fatto così, sono un ingegnere, la realtà si verifica sui fatti e non sulle idee per quanto attraenti o verosimili possano sembrare.

Proprio perché osservo i fatti, non posso non accorgermi che la narrativa che oggi possiamo leggere, vedere ed ascoltare a reti unificate (qui come in altri parti del mondo che condividono simili metodi di gestione) si basa spesso su premesse errate, quando non su chiare e consapevoli menzogne.
Io sono convinto che solo la menzogna ha bisogno di menzogna per avere ragione. Se tu mi prendi in giro somministrandomi dati fasulli o ragionamenti palesemente falsi, come faccio a non pensare che tu abbia secondi fini, altri interessi che non possono essere resi pubblici, innominabili? Ti posso perdonare qualunque peccato; ma, se mi menti, non pretendere che io mi possa ancora fidare di te.

Un sistema politico che si vuole definire una democrazia non dovrebbe tentare di ingannare il proprio popolo; se lo fa, non è democrazia. Evidentemente c’è qualcun altro, non il popolo, che governa.

Così la citazione iniziale di Kipling – allora entusiasta cantore dell’imperialismo britannico, la voce del padrone – mi trova del tutto in disaccordo. Per me la Bellezza è lo splendore del vero; se la Verità ha necessità di venire rivestita di parole per essere accolta, oppure si vuole distogliere da lei lo sguardo, probabilmente non è poi così bella e meritevole di essere ammirata; siamo in presenza di un impostore.

Con il senno di poi

Ci sono alcune pratiche mediche che hanno goduto in passato di estremo successo e che oggi sono ritenute dannose e barbariche.

Una di queste è il salasso: il levare sangue al paziente per curarlo era praticato in tutto il mondo antico, dall’Egitto alla Cina ai domini dei Maya. Galeno, il padre fondatore della medicina greca, ne era un fervente sostenitore. E’ solo milletrecento anni dopo che ci si è cominciato a domandare se dissanguare fosse poi tutta quella salute.

Un altro esempio è la lobotomia. Consiste nella distruzione delle connessioni della corteccia prefrontale dell’encefalo; in pratica, si elimina parte del cervello. Ebbe un grande successo tra gli anni trenta e cinquanta del secolo scorso, quando veniva praticata per un bel po’ di patologie, dalla schizofrenia al mal di testa. Spesso riduceva il paziente ad un vegetale, come sa chi ha visto il film o letto il libro “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, ma ciò non impedì di praticarla entusiasticamente su decine di migliaia di persone. Uno dei suoi inventori ricevette anche il Nobel, per questo.

Sia il salasso che la lobotomia erano Scienza, di cui nessun dottore serio dubitava. Ci sono cose su cui c’era amplissimo consenso, come ad esempio che è ridicolo pensare che le morti delle madri dopo il parto siano dovute ai medici che non si lavano le mani; o che quei cosini visibili solo al microscopio che nuotano nell’acqua possano causare malattie: se ce ne sono tanti e arzilli vuole certamente dire che quell’acqua è sana, no?

Vedete, in fin dei conti siamo solamente umani: a volte crediamo che, siccome abbiamo studiato, abbiamo capito tutto di come funziona il nostro corpo, e guai a chi ne dubita. Ma, con il senno di poi, quante volte abbiamo chiamato senza vergogna Scienza ciò che era solo un’illusione condivisa o, peggio, una consapevole menzogna.