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La stirpe di Caino

Come ho già detto altre volte, mi capita di seguire alcuni anime – serie a cartoni animati – giapponesi. Non è roba per bambini; sicuamente non lo è quello intitolato “Vinland saga“.
Si tratta di una storia ambientata tra i Vichinghi, intorno all’anno mille. Anche se sono state prese ampie licenze romanzesche rispetto ai fatti realmente avvenuti, non si può non ammirare una certa serietà di ricerca storica, la ricercatezza dei disegni e la qualità della trama. Trama che ci proietta in un mondo brutale, dove il cristianesimo si è appena affacciato ed è ben lontano dall’avere convertito il nord guerriero.

Nell’ultimo episodio trasmesso la banda vichinga a cui appartiene il protagonista assale un pacifico villaggio, i cui abitanti vengono quindi massacrati a sangue freddo. Il crudo orrore potrebbe spingere a etichettare quanto mostrato come una invenzione narrativa. Non è così.
Gli archeologi hanno trovato decine e decine di casi simili, in ogni paese, in ogni era. Fosse comuni riempite con corpi ammonticchiati, uomini donne bambini, uccisi con un colpo di mazza alla nuca, la gola tagliata, una lancia nella schiena. Segni di tortura. La prassi comune degli scorridori, dal neolitico fino ad oggi.

Talvolta i corpi sono sepolti con più cura, segno che sono i sopravvissuti ad avere raccolto i morti. In altri casi, c’è solo una pila di cadaveri frettolosamente ammucchiati. Ce ne dobbiamo rendere conto: nel corso di quasi tutta la storia questa è stata la fredda normalità. I civili in zona di combattimento vengono massacrati. Senza distinzione e senza pietà. Chi si salva è preso come schiavo.

E sia chiaro; nessuno si aspetta niente di diverso. Il figlio del contadino ucciso che entra nella milizia sterminerà a sua volta altri innocenti nel medesimo modo. Perché non c’è una ragione per non farlo.
Non c’è una ragione per non farlo.
Dalla Cina al Messico, dalla Germania all’Alaska. Il guerriero, il soldato, il pirata uccide. E prova piacere nel farlo. L’uomo è fatto così.

Il trattenere la mano verso gli innocenti, il risparmiare chi non combatte,  il frenarsi negli stupri, nei saccheggi, nelle violenze, potrebbe venire solo da un altro livello rispetto a questo tipo di uomo. Non bastano le morali, le regole. Solo chi sa di far male, sa di mettere a rischio tutta l’eternità ammazzando può avere una ragione per fermare la mano. Solo chi ha scoperto che l’altro, persino il nemico, è un fratello, che non solo non si deve uccidere ma per cui si deve pregare, può arrestare il massacro, l’esaltazione del sangue e della lotta. Pietas. Ciò che è pio, ciò che non poggia sulla stessa materia di cui sono fatte le lame.

Una simile forza ha frenato la stirpe di Caino. Una forza che adesso si affievolisce; ci hanno raccontato che non esiste, non serve, che ogni libertà è lecita. Ritornano i senza pietas, gli spietati.
Attenti a chi si muove all’orizzonte, voi del paese.

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Colori

L’intellettuale utopico, visto che con il rosso non passava, è diventato verde.

Il buio in paese

Il paesino di montagna nel quale passavo le mie estati è sempre più spopolato. La notte ben poche luci rimangono accese; le tenebre e il silenzio regnano sulle panchine di antiche sere. Dove erano pascoli ora c’è un bosco; sono quasi riuscito a perdermi in posti che un tempo conoscevo palmo a palmo, cercando sentieri ora spariti.
Non posso dar torto più di tanto a chi ha abbandonato quei luoghi. Strade difficili, strette, tortuose, negozi rari e distanti e no, niente banda larga. Il lavoro resta quello manuale, il terreno non si presta certo all’agricoltura intensiva e allevare animali è faccenda pesante e puzzolente. Perché restare?

Pensavo a coloro che vogliono a tutti i costi mantenere in vita il modo di vivere primitivo di certi popoli dall’altra parte del mondo, gente che abita dove la vita è molto più dura. E’ strano che ci si batta per mantenere quelle tradizioni di età passate quando, qui, la festa del patrono forse non si farà più; che per quelli s’invochi la Natura matrigna e bastarda che su queste montagne, secolo per secolo, siamo riusciti a regolare nel suo mortifero impeto ad ammazzare i propri figli.

Il dubbio è che sia una infatuazione per ciò che è distante e non si comprende appieno, simile ai nostri sogni di ragazzi sui pirati e gli indiani; la realtà vissuta non è mai così romantica. Ma l’illusione è lo strumento di chi sa come manipolare la testa dell’uomo per i suoi fini.
E’ strano: quelli che premono perché i popoli primitivi dell’Amazzonia non abbandonino i loro costumi ancestrali per la modernità spesso hanno l’ultima versione di telefonino.

Non basta il miracolo

“Chi crede nei miracoli li accetta (a torto o a ragione) perché sono evidenti per lui; chi non ci crede li nega (a torto o a ragione) perché ha una dottrina contro essi.”
G.K. Chesterton

Quante volte abbiamo sentito, magari ci siamo detti: “Ecco, io non credo, o credo poco, perché non ho una prova certa di Dio, di Cristo, della Chiesa. Certo, vedessi un miracolo…”
Ma non funziona così. Ai tempi di Gesù, le folle videro i suoi miracoli e poi l’abbandonarono. Basta guardare anche solo la lettura della scorsa domenica: Gesù risana dieci lebbrosi, ma solo uno di loro torna indietro a ringraziarlo. “Non sono stati guariti tutti e dieci?” Chiede tra l’ironico e lo sconsolato lo stesso Messia. A quegli altri, il miracolo non è bastato. Come non bastò neanche la resurrezione di Lazzaro: i Vangeli annotano che fu proprio dopo quel fatto straordinario che si decise di uccidere Gesù alla prima occasione. In altre parole: se non hai fede, il miracolo non te la dà.

Prendiamo i miracoli eucaristici, in particolari quelli dove l’ostia rivela la sua natura di corpo di Cristo assumendone non solo la sostanza ma anche la componente materiale.
In altre parole, abbiamo delle ostie che si “trasformano” in quello che a un esame medico scientifico si rivela essere tessuto del cuore umano, un cuore torturato e ferito come nei racconti della Passione. Come si fa a spiegare questo? O si tratta di un disegno criminale, con una mano misteriosa che taglia a fette il muscolo miocardico di persone sottoposte a sofferenza estrema e lo innesta nel pane consacrato, oppure c’è una realtà più alta che sfugge alla supponenza dei materialisti.

Quando poi scopriamo il gruppo sanguigno comune a questi miracoli e ad altre reliquie famose – tipo la Sindone – non ci può non essere stupore, perché è sempre lo stesso: AB, il gruppo più raro. Quali sono le possibilità che sia un caso, in reperti che datano a secoli prima della scoperta dei gruppi stessi?

Vedete, qui abbiamo dei fatti straordinari, convalidati dalla scienza. Oh, certo, rimane sempre e comunque uno spazio di manovra, la possibilità di rifiutare o ignorare quel dato, come fecero a tempi di Gesù e continuiamo oggi. Eppure, se fossimo coerenti, dovremmo precipitarci nella chiesa più vicina ad inginocchiarci davanti all’Eucarestia. Perché, se quei fatti sono veri, il mondo e noi ruotiamo intorno a quel pane divenuto carne di Dio. Il resto non è importante.

Ma non accadrà. Perché l’uomo difficilmente crede ai propri occhi e alle proprie orecchie. Difficilmente si fida dei suoi sensi, della realtà, più che del suo pensiero.
Per davvero cambiare il cuore occorre un incontro. Incontrare una persona viva. Capire che si può cambiare. Non basta il miracolo, per noi uomini di poca fede, che ci rifiutiamo di credere a ciò che è vero.

Non siamo soli

A guardare la follia (pagata e no) di quelli dell'”extinction rebellion”, certe affermazioni di personaggi che sembrano avere dimenticato chi sia Cristo pur affermando di servirLo, le omicide menzogne e le compiacenti falsità di persone che sono definite “importanti”, uno si fa la domanda.
Davvero Cristo è morto per questi? Vale la pena di tanto sacrificio, se poi la ragione umana, la libertà, la verità sono calpestate in questo modo?
Forse quella del diluvio non era una cattiva idea. Mi sento di comprendere Geremia, Osea e gli altri ai quali il Signore ha dettato la Sua ira per un popolo falso e arrogante, che disprezza i doni e uccide i profeti. Cosa mai c’è da salvare in questa umanità? Massì, estinguiamoci. Fosse vero, il “cambiamento climatico”. Chissà se ci hanno pensato, che poi sarebbe come se a Milano ci fosse il clima di Roma. Tragedia. Imbecilli.

Davvero, se non si crede più a Dio si crede a tutto. Non sembra esserci limiti alla credulità e a quelli che ne approfittano. Sodoma si sarebbe salvata, se si fosse riusciti a trovare in essa dieci giusti. Mi domando quanto noi siamo a ridosso di quel limite.

Eppure, eppure. Neanch’io sono certamente puro. E quanta ne conosco, di gente per cui varrebbe la pena di salvare il mondo. No, nessuno di noi è perfetto. Siamo tutti meschini, e cattivi. Mica solo oggi: tornando indietro nella storia, non c’è bassezza o malvagità che non sia stata compiuta. Nonostante tutto, confusamente, questo non ci ferma nel desiderare di essere migliori, lottare per essere migliori, degni di una salvezza e di un perdono che non ci possiamo dare da soli. Che, se fossimo da soli, tutto sarebbe perduto in questo nostro abisso.

Ma non siamo soli.

Cor ad cor loquitur

Sulla mia scrivania tengo tre santini. Due sono di Don Giussani; uno del beato e prossimo santo John Henry Newman.

Sono lì per ricordarmi la ragione per cui lavoro, la bellezza dell’ideale, e che per seguire la verità sono talvolta necessari grandi sacrifici.
Oh, sì: c’è bisogno di un grande, immenso coraggio per lasciare tutto alle spalle e diventare un New-man, un uomo nuovo. Un coraggio più grande di quello che normalmente abbiamo.
Perché tutti ci chiameranno  folli, incoscienti, illusi; metteranno in dubbio noi e i nostri motivi. Dare ascolto al vero è sempre pericoloso.
Lo sapeva bene Newman, attaccato e abbandonato da tutti, anche dagli amici. Il coraggio non basta.
Ci deve essere altro; ciò che il mondo chiama follia, credere a ciò che è evidente ma non si vede, avere ciò che non si può dire ma si chiama fede.

The age to come

“When I would search the truths that in me burn,
And mould them into rule and argument,
A hundred reasoners cried,—’Hast thou to learn
Those dreams are scatter’d now, those fires are spent?’
And, did I mount to simpler thoughts, and try
Some theme of peace, ‘twas still the same reply.

Perplex’d, I hoped my heart was pure of guile,
But judged me weak in wit, to disagree;
But now, I see that men are mad awhile,
‘Tis the old history—Truth without a home,
Despised and slain, then rising from the tomb.”

L’età che viene

Quando le verità che in me bruciano ho cercato
e le ho modellate in regola e argomenti
Cento pensatori urlarono, – “Non l’hai imparato,
quei sogni sono dispersi ora, i fuochi spenti?”
Dedicandomi a più semplici pensieri, una proposta
di pace tentai, ebbi ancora la stessa risposta.

Perplesso, sperai il mio cuore da inganno puro,
Ma mi giudicarono idiota, per dissentire;
Ma ora, vedo, gli uomini son folli, sicuro
è la vecchia storia – Verità senza una casa,
disprezzata e uccisa, poi da tomba risorta.

J.H.Newman, 1833


Cor ad cor loquitur era il suo motto cardinalizio: “il cuore parla al cuore”
Dietro al santino c’è scritto:
Dio, che con la tua luce benigna hai guidato il beato John Henry Newman, sacerdote, a trovare la pace nella tua Chiesa, concedi a noi propizio, per la sua intercessione e il suo esempio, di essere condotti dalle ombre e dalla apparenze alla pienezza della verità.

Stare a ruota

Cercate ogni giorno il volto dei santi per trovare riposo nei loro discorsi
Didaché

Nei tempi di incertezza, quando è difficile comprendere dove stia il vero e il bene e quindi che decisioni prendere per la propria vita, occorre un metodo.
Non è una questione banale. E’ difficile pure per chi non crede, per chi è convinto che l’esistenza sia tutta in quei pochi anni che ci sono concessi. Figurarsi per chi invece ritiene che ogni parola abbia un peso eterno.

Uno dei metodi può essere appoggiarsi ai grandi. Non ai grandi come li definiscono gli uomini, ma quelli grandi sul serio.
Noi tutti abbiamo la ragione per giudicare e aiutarci a riconoscerli. Ci sono persone che devi ammettere che hanno un marcia in più. Che sanno capire la vita meglio di te, che la vivono più intensamente, che sei costretto ad ammirare. Sono coloro che lottano per il vero, a proprio rischio e a volte a proprio danno, malgrado calunnie, maldicenze, e l’essere umani e fallibili, come ognuno di noi è.

Sono chi parla schietto, con parole come bastonate, le bastonate delle antiche lavandaie per pulire i panni. Chi ti conferma in ciò che sai e ti insegna ciò che non sai. Se sei furbo, se hai quella domanda, allora le segui. Cerchi di imparare, di capire il loro segreto. Se anche non potrai essere grande come loro almeno potrai “stare a ruota” accodandoti, come si dice in gergo ciclistico. Si fa meno fatica.

Ieri sono stato alla giornata della Nuova Bussola Quotidiana. Grazie agli amici che mi hanno convinto alla sfacchinata. La levataccia e il ritorno a notte fonda ne valevano la pena, perché ho trovato lì tante persone grandi, nel senso che prima dicevo.
Qualcuno li ha chiamati odiatori e buffoni. Non mi pare; odio non ne ho visto, semmai una sana preoccupazione per questi tempi difficili. D’altronde si sa, l’ostilità di ominicchi e quaquaraquà non deve spaventare, è in qualche modo attesa.
Anzi, forse è proprio quella uno dei segni che aiutano a comprendere, a eliminare le incertezze. Si tocca con mano la differenza tra piccineria e grandezza.

La ragione, che misura la realtà, ci dice di cercarli; stare a ruota loro, per combattere la buona battaglia verso quel traguardo che desideriamo.

Nel regno dei ciechi

Dopo una notte insonne, insulse incomprensioni e piccoli inconvenienti a raffica, è normale che ci sia un po’ di malumore. La magnifica vista delle montagne limpide nell’aria mattutina lo stempera un poco, anche se dentro si brontola “vorrei essere lassù” e non qui dove il dovere chiama. Così, permettetemi di crogiolarmi qualche istante in un minuscolo momento di trionfo, e di pronunciare quelle due brevi odiose parole che siamo soliti associare alla spocchia: “avevo ragione“.

Sulle prime avevo fatto poco caso alla notizia. Uno studio di alcuni anni fa legava la religiosità alla mancanza di generosità. Ora questa ricerca è stata ritirata, con tante scuse, dai suoi estensori. Fuffa, hanno dovuto ammettere. Quando ho letto per la prima volta l’accaduto non ci avevo pensato, ma poi improvvisamente mi si è accesa una lampadina nel cervello. Io, quello studio l’avevo criticato su questo blog quando era uscito, portando le stesse ragioni che ora hanno costretto i suoi autori al ritiro. Ops.

Ora, perché ci sono voluti quattro anni? Io non sono uno statistico, non sono un genio matematico, non sono un professionista di sociologia. Sono semplicemente una persona che sta attenta alla realtà, che non si beve acriticamente tutto quanto legge o ascolta per quanto griffato ed è abituata a individuare gli errori, i punti deboli, le truffe consapevoli. E’ il frutto di una educazione; mi è stato insegnato, ed io cerco di allenarmi un po’ ogni giorno. “Non conformatevi alla mentalità del mondo”, dice S.Paolo. “Domandate il perché di ogni cosa”, ricordava don Giussani. Non accontentatevi.

Se qualcosa vi suona strano, o al contrario è persino troppo bello, è il caso di insospettirsi. Di approfondire. Andare alle fonti, trovare i nessi, analizzare.
Se l’ho capito io, che qualcosa non andava, avrebbero dovuto accorgersene anche i professionisti: le peer review, le redazioni scientifiche, tutti coloro che hanno bevuto e pubblicato acriticamente lo studio magari con un brivido intimo di soddisfazione.
Non escludo che alcuni, pur accorgendosi delle inconsistenze, l’abbiano mandato avanti lo stesso. Più che cecità selettiva, lo sguardo del meschino. L’onestà intellettuale è merce rara, specie tra chi ritiene che il fine giustifichi i mezzi.

Riarrotolo la coda di pavone. A ben guardare non ho fatto poi niente di così eccezionale. Ma “in regno caecorum…” Deh, anche un solo occhio, e miope, a volte dà qualche gioia.

Drone

Quello che vedete nella figura è un drone programmabile a basso costo. Può essere usato individualmente, in coppia, in sciame, con un carico da 40 mm che può includere una telecamera, proiettili perforanti, incendiari, a frammentazione, fumogeni, anti-drone e via andare. Ha 12 minuti di autonomia di volo e venti se si limita a rimanere immobile a mezz’aria.

Mi dicono che siano usati già estensivamente negli attuali teatri di guerra, Siria e Ucraina per esempio. Credo che a nessuno sfugga quello che potrebbe fare uno solo di questi affari usato da un malintenzionato. Anche, che so, provocare un incendio o un danno strutturale in un luogo altrimenti inaccessibile, colpire un uomo anche se protetto da guardie del corpo, il tutto mentre chi l’ha lanciato se ne sta al sicuro, non rintracciabile. Da quando l’ho ricercato Google si premura di fornirmi la pubblicità di siti dove si possono fare acquisti all’ingrosso.

Ne abbiamo fatta di strada dai tempi dell’ascia di selce, della freccia e della spada, ma siamo sempre lì, noi figli di Caino.

Jaguar

Stamattina, andando al lavoro sulle solite strade di campagna, sono stato dietro ad una Jaguar, un macchinone nero dall’aria cattiva con doppio tubo di scappamento. Come ci sono riuscito? Aveva una velocità di punta di 42 km\h, che nelle rotonde scendevano a 15. A momenti mi si fermava la macchina. Quando alla fine sono riuscito a superare, avrei voluto abbassare il finestrino e gridare al conducente “Tanto valeva ti comprassi una Panda, risparmiavi ed eri più veloce”.

Che senso ha avere un mezzo così potente per farsi superare pure dalle biciclette? Poi ho pensato: quante volte ci accade di mirare basso, di far passare per prudenza quello che è timore o incapacità. Il rombo del motore che potremmo essere, non udirlo mai.

L’istruzione del mondo

Apprendo che il novello ministro dell’Istruzione, evidentemente per mantenere lo standard a cui siamo abituati per chi occupa la sua carica, ha affermato che appeso ai muri delle aule ci metterebbe non il crocefisso, ma una cartina del mondo.

Mi sembra coerente. Quando si adora qualcosa, uno vorrebbe averlo sempre davanti.

Il paradosso è che nel crocefisso il cristiano cerca la propria salvezza, mentre chi adora il mondo pensa di essere lui a poterlo salvare. E’ una strana illusione, credere di essere tanto più grandi del mondo e tuttavia essere proni a tutto quello che esso  – o il suo padrone – chiede.

Paradosso tanto più grande quando quella salvezza, implicitamente certificando la propria impotenza, la si domanda urlando ad altri. Che soddisfatti annuiscono: asserire che i problemi si risolvano gridando piuttosto che studiandoli è il tipo di istruzione che preferiscono.

 

Vederci chiaro

Mi capita talvolta di vedere le cose come attraverso una nebbia. Faccio fatica a mettere a fuoco ciò che mi sta davanti; per quanto mi sforzi, è tutto oscuro, confuso. Se insisto la testa mi si fa pesante, la nausea mi avvolge.

Poi guardo gli occhiali, sulle cui lenti si sono accumulati lo sporco, i detriti, il grasso delle ore trascorse.
Faccio pulizia, e il mondo ritorna luminoso.

Manifestare

Ho sempre pensato che per un ideale, se è giusto, vale la pena studiare, imparare, lavorare.
Non scioperare.

E’ dal modo in cui tu impieghi il tuo tempo libero che si capisce a cosa tieni. Altrimenti è un po’ come fare la carità con i soldi degli altri. Se per te partecipare è un sacrificio, vuol dire che ci credi davvero, che ritieni la causa nobile. Se no tutto si riduce al piacere del branco, voglia di protagonismo o scusa per passeggiare.

Saltare la scuola per manifestare è come dire: non ho bisogno di conoscenza, non ho necessità di apprendere per capire. Se ti è chiesto questo normalmente è perché chi ti spinge a farlo ti preferisce ignorante.
Per mettere in discussione qualcosa occorre farne esperienza, essere molto attenti alla realtà, o averlo studiato. Gli ignoranti non si possono fare troppe domande sulle cose che sostengono, non sono attrezzati per mettere in dubbio ciò che viene detto loro. Pochi ne hanno esperienza, non è stato insegnato loro l’attenzione critica o ciò che serve per comprendere l’errore.

Bastano allora uno slogan da ripetere, lo stare insieme, che sono piaceri umani. Il ragionare, l’essere persone non è richiesto o addirittura sconsigliato.
E’ così che si fanno le rivoluzioni e le dittature si garantiscono la base. Come si fa a distinguere i due casi? Se a sostenere la manifestazione è chi è al potere, siamo nel secondo caso. Il primo è quando i suoi organizzatori al potere ci vogliono andare.

 

Il grande minimo

Sapete che di tanto in tanto mi diletto a tradurre dei brani che mi colpiscono particolarmente. Così è per questa poesia di Chesterton. Credo che rifletta bene il momento che siamo vivendo, in cui tutto sembra decadere e scivolarci via. Eppure, ciò che abbiamo visto, se lo abbiamo visto, è qualcosa. Piccolo, forse, minimo, ma c’è, c’è stato, e non possiamo strapparci il ricordo e fare finta che non sia mai successo. No, non lo possiamo dimenticare.

The Great Minimum

It is something to have wept as we have wept,
It is something to have done as we have done,
It is something to have watched when all men slept,
And seen the stars which never see the sun.
It is something to have smelt the mystic rose,
Although it break and leave the thorny rods,
It is something to have hungered once as those
Must hunger who have ate the bread of gods.
To have seen you and your unforgotten face,
Brave as a blast of trumpets for the fray,
Pure as white lilies in a watery space,
It were something, though you went from me to-day.
To have known the things that from the weak are furled,
Perilous ancient passions, strange and high;
It is something to be wiser than the world,
It is something to be older than the sky.
In a time of sceptic moths and cynic rusts,
And fatted lives that of their sweetness tire,
In a world of flying loves and fading lusts,
It is something to be sure of a desire.
Lo, blessed are our ears for they have heard;
Yea, blessed are our eyes for they have seen;
Let thunder break on man and beast and bird
And the lightning. It is something to have been.

 

Il Grande Minimo

E’ qualcosa aver pianto come noi pianto abbiamo,
E’ qualcosa aver agito come noi agito abbiamo,
E’ qualcosa aver vegliato mentre tutti dormivano,
E visto le stelle che a veder sole mai arrivano.

E’ qualcosa avere annusato la mistica rosa,
Sebbene si spezzi e lasci la branca spinosa,
E’ qualcosa una volta essere stato affamato
Come deve chi il pane degli dei ha mangiato.

Avere visto te e il tuo volto indimenticato,
coraggioso come corno per l’assalto squillato,
puro come bianchi gigli sotto una cascata,
Era qualcosa, se pure via oggi sei andata.

Al debole nascoste, aver conosciuto cose,
Antiche passioni, strane e alte, pericolose;
E’ qualcosa essere del mondo più assennato,
E’ qualcosa essere del cielo più invecchiato.

In tempi di scettiche tarme e cinismi arrugginiti,
In un mondo di amori fugaci e sbiaditi appetiti
E vite ingrassate stanche della loro dolcezza,
E’ qualcosa, di un desiderio avere la certezza.

Benedette le nostre orecchie, ché hanno ascoltato;
Oh, benedetti i nostri occhi, ché hanno guardato;
Lascia che tuono scoppi su ogni uomo, bestia, cosa
e il fulmine. Sì, essere stati, è qualcosa.

G.K. Chesterton, 1915

Furti

Nessuno ha rubato i miei sogni o il mio futuro. Li tengo dove i ladri e le tarme non possono arrivare.

Parate

Le manifestazioni per la salvezza del pianeta non sono organizzate dai ragazzini, ma sponsorizzate dalle stesse persone che il pianeta lo comandano. Non sono proteste: sono parate di regime.
La propaganda ha creato un esercito di volontari schierato contro un nemico immaginario. Chissà se un giorno capiranno che questo nemico sono loro stessi.

Opacità

Di tanto in tanto mi accorgo di avere la vista appannata, di avere un certo mal di testa, di non riuscire a distinguere bene le parole e le immagini sullo schermo. Il mondo mi sembra un posto oscuro e nebbioso.

E’ ora di pulire gli occhiali. Polvere, sporco, grasso li hanno resi una cortina opaca, non un aiuto per la vista.

E, dopo tutto appare più luminoso, che viene voglia di cantare.

Giardinieri ed adoratori

Dovremmo essere i giardinieri della Terra e non gli adoratori dell’Albero, infagottati nelle nostre comodità, timorosi di correnti d’aria e sbalzi di temperatura.
Guai a chi ama il Creato più del Creatore.

Scarafaggi

Dicono che la specie più resistente ed adattabile siano gli scarafaggi.
Balle. L’uomo è stato sulla Luna, vive nell’Artico e nel Sahara. Gli scarafaggi sopravvivono, noi troviamo il modo.

Vivere in una bolla

Noi, in ogni età, viviamo attraverso l’effetto su di noi delle emozioni di massa e dei condizionamenti sociali dai quali è quasi impossibile distaccarci. Spesso le emozioni di massa sono quelle che sembrano nobilissime, migliori e più belle. Eppure, nel giro di un anno, cinque anni, un decennio, cinque decenni, la gente si chiederà, “come abbiamo potuto crederci?” Perché saranno occorsi eventi che avranno relegato quelle emozioni di massa nel cestino dei rifiuti della storia.

Doris Lessing, Prisons We Choose to Live Inside (1987)

Chi, da piccolo, non ha fatto le bolle di sapone? Prodotte in casa, o comprate in cartoleria e al mercato, quei cilindretti di liquido urticante che finivano sempre troppo presto. Su qualche scaffale d’armadio di casa ne abbiamo ancora, abbandonati dai piccoli che l’usavano; ormai disseccati dagli anni.
Perché le bolle di sapone non durano. Certo, è bello immaginarsi all’interno di uno di quei piccoli universi policromi, volare in alto spinti dal vento.
Ed ecco la seconda verità sulle bolle di sapone: non solo non durano, ma sono in balia di ogni refolo di brezza. Vanno volando, ma non dove vuoi tu.

Mi pare che anche noi talvolta viviamo dentro delle bolle. Pseudorealtà separate e fragili. Prendiamo per vere assurdità di ogni tipo: che non sono i nostri cromosomi o i genitali che ci definiscono uomo o donna, che siamo in mezzo ad una catastrofe climatica, che si è più felici senza legami. Basterebbero cinque minuti, basterebbe guardare fuori, per capire che non è così. Che è una bolla. Per accorgersi che il cielo è innaturalmente colorato, che le sagome di ciò che ci circonda sono distorte, che davanti a te c’è il tuo riflesso. Basterebbe essere seri con la realtà, per rifiutare ciò che, anche con le migliori intenzioni, ci viene spacciato come vero.

Le bolle venivano sospinte dal vento, e noi le seguivamo finché non colpivano qualche ostacolo. Un muro, un albero, qualcosa di solido, di reale. E lì scoppiavano. Chi si trova dentro una bolla, quando quella esplode, cade. Perché la bolla ti porta in alto, dove vuole, ma non riesce a tenerti al riparo dal vento e da ciò che è concreto per sempre. La bolla esplode, e quello che lascia sono spruzzi che si seccano, mani appiccicose, occhi che bruciano, e la delusione.

Per il tuo bene

Mentre qui da noi si sta aspettando un pronunciamento sul fine vita un po’ come stando seduti sulla sponda di un fiume, ma girati dalla parte sbagliata, altrove si è già molto più avanti.

Non ho trovato molti riscontri sulla stampa nostrana alla sentenza olandese dell’altro giorno. Eppure è a suo modo abbastanza clamorosa. Era la prima volta che si metteva sotto accusa un medico che aveva ucciso un suo paziente di non avere agito secondo la legge vigente. Una certa signora aveva scritto di volere essere sottoposta ad eutanasia su sua richiesta al momento giusto. La suddetta signor aveva cominciato a soffrire di demenza senile e i suoi parenti avevano deciso che, beh, a cosa serviva ancora tenerla in vita? Così avevano preso accordi per sedarla ed ucciderla. La vecchietta non aveva gradito: aveva cercato di opporsi e resistere all’iniezione letale. Avevano dovuto bloccarla, per ammazzarla.

Adesso il giudice ha deciso che va bene così. Anche se la signora aveva lottato per continuare a vivere, aveva lasciato scritto che le sarebbe piaciuto morire. Non è che l’hanno uccisa contro la sua volontà, è che non capiva che schiattare avvelenata era la sua volontà. Gli altri sapevano meglio di lei, cosa era bene per lei: cessare di esistere.
Oh, non fate quelle facce. Non è un concetto nuovo. In fin dei conti, non si abortiscono tutti quei bambini per il loro stesso bene? Cosa vi lamentate, allora? La perdita della vostra libertà? Ma decidere di morire è la cessazione della libertà, il suo diretto opposto. Ci avete già rinunciato. Siate contenti che ci sia qualcuno che si occuperà di voi quando diventerete inutili, o dannosi.

E se non pensate così, anche voi siete dementi. Come tali, non sapete cosa è meglio per voi: tacere, aspettando quieti il boia, o il dottore.

 

 

Uomini senza musica

L’uomo che non ha musica nell’animo
né si commuove alle dolci armonie,
è nato ai tradimenti, alle rapine,
al malaffare, ha foschi e tenebrosi
come la notte i moti dello spirito
e più neri dell’Erebo gli affetti.
Mai fidarsi di uomini siffatti.
Ma ascoltiamo la musica.

W. Shakespeare, “Il Mercante di Venezia”

L’universo non è stato creato, esiste solo per un mero caso.
Come la nona di Beethoven, o un quadro di Bruegel.

 

“The man that hath no music in himself,
Nor is not moved with concord of sweet sounds,
Is fit for treasons, stratagems and spoils;
The motions of his spirit are dull as night
And his affections dark as Erebus:
Let no such man be trusted. Mark the music.”

The Merchant of Venice (V, i, 83-88)

Parole, parole, parole

Parole, parole, parole.

Non sono solo il ritornello di una canzone, o uno splendido verso dell’Amleto. Sono anche ciò che ascolto sempre più spesso. Parole, soltanto parole vuote di vita, di significato o di verità.
Sono le menzogne del politico, che ha mentito apertamente, senza ritegno, eppure continua a parlare come se quello che dice potesse ancora valere qualcosa. Quelle del manager che cerca di appiopparti il contrario di quello che ti ha venduto poco prima, giustificandosi con un fiume di suoni che saturano l’orecchio. Buzzword, le chiamano gli inglesi: parole che ronzano, insistenti come le ali di una zanzara il cui unico scopo è succhiarti la vita. Quand’è il momento lo capisci perché il ronzio cessa.
E poi le parole vuote di tutti quelli che non vogliono davvero dirti qualcosa, il cui discorso, depurato e spremuto, è solo suono senza significato. Sono tanti, sono tutti quelli che hanno perso il senso dell’esistere o sono giunti a negarlo. Se la vita non ha un senso, nessuna parola pronunciata ne ha. Non risparmiano il fiato perché non serve loro per vivere.
Allora che si smetta di perdere tempo, di prendere in giro. Chi non ha da dire niente di serio, taccia.
La smetta di usare delle parole, ciò che ci distingue dagli animali. Esse non sono solo suono.