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Un’altra vita

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che il diritto all’aborto, sancito dalla sentenza Roe vs Wade del 1973, è sostanzialmente un’invenzione che non trova posto né nella Costituzione americana né nelle sue leggi. Che fosse tale si sapeva da un pezzo; ma finora era sempre mancata una maggioranza di giudici che lo confermasse. Adesso si è trovata.

Abbiamo assistito, da quando è trapelata la notizia che ciò sarebbe forse successo, ad un crescendo di attacchi isterici e violenti contro chi vorrebbe proteggere il nascituro. Centri per la vita vandalizzati, pestaggi, minacce, c’è stato anche chi ha tentato di uccidere i giudici. Il tutto non solo non ostacolato da chi comanda, ma in qualche modo incoraggiato dal potere. Seppellendo una volta per tutte, se uno volesse guardare ai fatti con onestà, la leggenda che il punto è la libertà. Se non si ha a cuore la vita di bambini indifesi, è chiaro che nessuna vita o opinione è al sicuro.

Quella che decade è solo la protezione federale contro la vita. Coloro che si arricchiscono sulla morte, che dell’ammazzare bambini hanno fatto il loro sacramento, non si fermeranno certamente. Hanno soldi, hanno potere e visibilità. Però, chissà. Forse un certo castello di menzogne costruito nell’ultimo mezzo secolo comincia a fare vedere qualche crepa. Ma anche dovesse crollare del tutto, sappiamo bene che il combattimento non sarà mai finito, perché il male non è sconfitto né dalle leggi né dalla buona volontà. Finché ci sarà libertà, non potremo fare a meno di scegliere.

Cenni di fisica divina

Dio è un campo.
No, non di quelli che puoi coltivare. Un campo come in campo elettrico, campo gravitazionale. In fisica, il campo è un’entità che esprime una grandezza come funzione della posizione nello spazio e nel tempo.
Qual è la grandezza che esprime il campo di cui parlo? E’ la bellezza. La verità. La giustizia. Per usare un’unica parola, potremmo dire il bene – il senso della nostra esistenza.

In prossimità di Dio, il valore del bene diventa asintotico, tende ad infinito. Smette di essere misurabile, o raggiungibile. Noi esseri finiti non lo raggiungeremo mai – salvo “cadere” dentro la divinità.

La differenza di bene tra un punto e l’altro è quello che ci fa muovere. Siamo attirati verso il bene maggiore. Spesso ci capita di procedere nella direzione sbagliata, dando retta a bussole malfunzionanti. Ciò si chiama male. Il male non ha una sua realtà indipendente. E’ un vettore che punta nella direzione opposta a Dio.
L’inferno è assenza di campo.

Vite perdute

Ho passato parte della notte ad ascoltare il rantolo di un moribondo. Di fronte alla morte hai due strade: tirarti fuori, distogliere lo sguardo, o prendere consapevolezza che quella che sta per cessare è una vita umana come la tua, con una ricchezza che tu non potrai mai afferrare, che ha visto e conosciuto cose che mai potrai sapere. Memorie di attimi irripetibili di cui non rimarrà traccia. Sogni, conoscenze, idee; perdute per sempre, in questo mondo.

Così vedi un filmato delle truppe russe all’offensiva. Un ponte distrutto. Pietre macchiate di sangue. Localizzi il posto esatto sulla mappa, fotografie risalenti a tempi diversi, senza i crateri delle esplosioni. La mappa diventa curiosamente reale, comprendi che in quel luogo delle persone stanno morendo. Stanno perdendo la loro vita, ogni cosa. Non saprai mai altro di loro. Qualcuno li attenderà invano.

Puoi pensare che ogni cosa sia perduta per sempre in ogni istante; che il tempo non sia che una scia di naufragi, di relitti abbandonati in isole irraggiungibili. Oppure che ogni cosa sia salvata; che ogni tempo sia presente a qualcosa, o Qualcuno, che è al di fuori del tempo. Anche noi; anche quel moribondo nel suo letto, anche quel soldato morto sotto un ponte distrutto.

Se distogli lo sguardo, può sembrare irreale. Guerra, sanzioni, bombardamenti; malattia, agonia, un respiro sempre più affannoso. Può non riguardarti.
E che ci puoi fare, è la tentazione.
Come cambierebbe il mondo se ci importasse di ogni vita.

Difficoltà di conversione

Forse non sapete di quella volta che una sonda marziana si perse per un errore di traduzione.

Accadde nel 1999. La missione Mars Climate Orbiter era costata in tutto 328 milioni di dollari, anni di sviluppo, e dieci mesi di viaggio tra la Terra e Marte.
La sonda avrebbe dovuto orbitare il pianeta rosso ad un’altezza di 150 Km. Il guaio fu che la sonda trasmetteva i dati usando il sistema internazionale di misura (cioè i Newton come unità di misura della forza); ma i calcoli erano fatti attendendosi un valore in libbre.
Il risultato fu che l’Orbiter si trovò a viaggiare a soli 50 Km di altezza dalla superfice di Marte e venne distrutto dall’attrito con l’atmosfera. Poff.

Cosa causò il problema? Tagli di budget, certo, che spinsero a riutilizzare software di missioni precedenti senza capirlo appieno, e mancanza di controlli. Ma, in ultima analisi, la causa del disastro fu il dare per scontato che un certo dato sarebbe stato nella forma che ci si aspettava. Quando il desiderio si scontra con la realtà, quest’ultima vince sempre.

Quante volte presupponiamo che le cose stiano come pensiamo noi, senza domandarci se non parlino piuttosto un linguaggio diverso, che dovremmo sforzarci di comprendere per ottenere il loro autentico significato.
Quante volte falliamo questo semplice test di comprensione, per pigrizia, o forse per arroganza. Nel caso della sonda marziana, bruciò un costosissimo oggetto metallico; nel caso nostro, fraintendere quello che il reale cerca di dirci potrebbe bruciarci la vita intera.

Al verde!

Leggo che l’UE avrebbe messo al bando la produzione delle auto non elettriche entro il 2035.
Bilancerò le parole, stando attento a non esagerare nel mio giudizio: è una stronzata decisa da decerebrati che o non hanno la più pallida idea del disastro che rischiano di provocare oppure, se invece lo sanno, sono dei criminali venduti.

Volete i motivi della mia affermazione? Eccone alcuni.
1- La decisione si basa sull’emergenza “cambiamento climatico
Peccato che detta emergenza non esista. La vedete, voi?
Una volta si chiamava “riscaldamento globale”, ricordate? Hanno cambiato nome dopo che è stato chiaro che non si stava riscaldando un tubo. Sono quarant’anni che ci dicono che abbiamo dieci anni per salvare il pianeta; ogni previsione che hanno fatto è stata smentita dai fatti. La temperatura dagli anni ’80 è salita (forse) di un grado o meno; negli ultimi quindici anni è stabile o in diminuzione. Il numero di persone morte in eventi dovuti al clima è sceso verticalmente. Uragani e alluvioni sono stabili o in diminuzione. Che poi la causa di questo limitatissima variazione di temperatura, molte volte inferiore a quella che causa un refolo di vento, sia dovuta alla CO2 è ben lungi dall’essere provato; anzi. Il solo effetto certo dell’aumento della percentuale di quel gas è il fatto che i raccolti crescono meglio, e infatti anno dopo anno è record. Altro che disastri e carestie. Se ancora ci credete, permettete che vi presenti un principe nigeriano mio amico.
2- Le auto elettriche sono inquinanti e costose
Per produrre un auto elettrica di ultima generazione occorrono metalli rari che pochi hanno (cfr Cina) e la produzione delle stesse richiede moltissima energia. L’elettricità che le fa andare avanti, poi, è prodotta con i mezzi tradizionali: qualcuno ha detto carbone? Per ragioni fisiche, il processo di produzione e trasporto di questa energia è molto meno efficiente rispetto ai motori endotermici. Si presenta poi il problema dello smaltimento delle costosissime batterie, la cui vita non è paragonabile a quella di un attuale motore.
3- Le auto elettriche sono scomode
Un’auto elettrica attualmente ha un’autonomia massima intorno ai trecento chilometri. Una ricarica completa dura diverse ore. Una ricarica rapida qualche decina di minuti, in ogni caso molto più e molto più spesso che una fermata ad una pompa di gasolio o benzina. Se l’auto ti si ferma per strada perché scarica, non puoi prendere una tanica di elettricità per farla ripartire. Notate bene: se ogni auto adesso attiva diventasse improvvisamente elettrica, la rete attuale non ce la farebbe mai a ricaricarle tutte.
4- Le auto vecchie le sappiamo fare
L’Europa sa produrre motori. Li sappiamo fare meglio di tutti gli altri. Buttare via la conoscenza e la tecnologia di cui siamo leader mondiali per favorirne una che non possediamo è un atto di puro masochismo, o di consapevole tradimento.
5- Non succederà
State comunque sicuri. Non c’è modo di produrre abbastanza batterie ed elettricità, allo stato attuale, per realizzare quanto deciso. E’ fumo negli occhi, è un imbroglio.
Ma se non lo fosse, meglio che oliate la catena della bicicletta.

Il canto della notte

La verità intera è in genere alleata della virtù, una mezza verità è sempre alleata di un vizio.
Gilbert Keith Chesterton

Con un sussulto, l’altro giorno, mi sono improvvisamente reso conto di appartenere a un’altra era.
L’era in cui sono cresciuto sosteneva che occorre educare alla virtù. Che per l’uomo non esiste nulla di più desiderabile che essere virtuoso. Che la virtù conduce ad una vita appagante e felice.

Il problema è che non una, non una delle virtù con cui sono cresciuto è ritenuta da coloro che guidano le opinioni di questo angolo di tempo e di spazio ancora degna di essere perseguita. Nessuna. Retaggi di un passato da ignorare e sopprimere. Chi ancora le pratica è vecchio, scemo o pericoloso.
Non si può neanche parlare di tramonto della virtù: ad essere idolatrati sono coloro che si comportano in modo opposto. E’ il rovesciamento completo di ciò che veniva insegnato qualche decennio fa. L’uomo ideale è diventato l’antivirtuoso. Perfetto non è chi non ha vizi, ma chi li ha tutti.

Ad essere onesti, di tanto in tanto, qualche sprazzo dell’antico ideale ricompare brevemente. E’ un lampo: di solito la virtù viene usata strumentalmente per indicare al pubblico ludibrio un nemico, per esaltare un proprio sodale o vendere qualche tipo di merce; casi sempre limitati, avulsi e smentiti dalla vita di chi li porta innanzi. Non è un problema di coerenza: si tratta proprio della consapevole negazione della verità.

Il punto è poi quello: l’affermazione che la verità ce la facciamo noi, invece che riconoscerla. I virtuosi, che si rifanno ad un Vero immutabile, sono i nemici. Questa è la maligna era corrente. Senza virtù non si è davvero uomini, ma animali violenti e menzogneri facili da ingannare e da dominare, perché già schiavi.
Ci sono stati altri periodi storici, altri luoghi in cui si è udito risuonare questo motivo. Spesso alla vigilia della fine di quel mondo, come il canto di quegli uccelli notturni che annunciano l’alba

Voi che ancora sapete cosa fossero le virtù, prestate attenzione ai discorsi che il potere vi fa attraverso i suoi mille canali. Quale attitudine è lodata nei suoi eroi? Ditemi se ho torto. E voi che non sapete queste virtù cosa siano, cercatene il significato. Conoscenza necessaria, se volete essere umani.

Alieni

Il mio amico Ugo è entusiasta. “Ho letto su Scientific American della teoria di questo professore di Harvard…”
Io alzo il sopracciglio. “Quale professore?”
“Uno di quelli fighi, un astronomo, un astrofisico, è in un sacco di comitati, è importante. Ha scritto anche dei libri sugli alieni”.
Sospiro. “Dice di averli incontrati?”
“Ma no!”, ribatte il mio amico indignato. “E’ uno di quelli che li cerca. Un vero scienziato”.
“Ah. Dicevi, la teoria…”
Ugo riprende il filo. “E’ una teoria davvero interessante! Dice che il nostro universo potrebbe essere stato creato da una razza di alieni potentissimi”.
“Hm-hm”, faccio, senza sbilanciarmi.
Ugu è eccitato. “E’ assolutamente logico, se ci pensi! Risolve d’un botto il problema del perché questo universo sembra fatto apposta per noi, con tutte le costanti fisiche che paiono calibrate per permettere la vita. Questa storia che tutto è casuale non sta in piedi, a ben vedere. E spiega anche perché esistiamo…”
“Oh, e perché esisteremmo?”
“Perché possiamo evolverci in una razza in grado a sua volta di creare universi, è chiaro!”
“Ah”. Scuoto la testa. “Non mi pare una teoria così originale. Sono sicuro di avere letto almeno un paio di racconti di fantascienza su questo tema”.
“Ma questa non è fantascienza, è scienza vera, fatta da uno scienziato!”
“Scienza. Va bene. E le prove?”
“Che prove?”
“Perché sia scienza, ci vogliono i fatti. Altrimenti è immaginazione”.
Lui ride. “Eddai! Non ti pare evidente che il cosmo sia stato progettato? E chi può averlo fatto, se non una razza aliena?”
Guardo l’orologio. “D’accordo, ti credo, l’universo è stato progettato per un fine sconosciuto da una misteriosa razza aliena che nessuno ha mai veduto. Adesso scusa però, devo andare”.
“E dove?”, fa lui.
“A messa”, rispondo.
Lui ride. “Non capisco come fai a credere a quelle boiate religiose. Non siamo più nel medioevo”.
Lo saluto mentre esco. “Già. Allora, per spiegare il mondo, non avevano bisogno di inventarsi degli alieni”.

Altrove

Qualche giorno fa ho chiesto a mia moglie: cosa dicono la televisione e i giornali che di solito segui della guerra in Ucraina? Niente di particolare, la risposta: pezzi di colore vaghi, le solite roboanti affermazioni. Non dicono che la prima linea ucraina nel Donbass ha ceduto? Ho insistito. No, non lo dicevano.
Ci sono voluti un paio di giorni perché a denti stretti fosse ammesso che la guerra non stava andando proprio benissimo per Kiev. O per l’Europa, se è per questo, visto che sempre più ci si sta accorgendo che le sanzioni dei mesi scorsi ci si sono ritorte contro in modo spettacolare. Che è come avessimo dichiarato guerra a noi stessi.

Certo, non sono notizie che normalmente si possono leggere o ascoltare dai media di (nostro) regime, cioè quasi tutti. Bisogna avere voglia di spulciare un po’, di leggere in altre lingue, di confrontare fonti di più parti per capire come stanno andando le cose. Che Kiev difficilmente riuscirà a ricacciare indietro i russi, perché il suo esercito è quasi allo sbando. Hanno mandato al fronte, al massacro, reclute senza preparazione. Il morale, e la considerazione che la gente ha del proprio governo, non è proprio alle stelle.
Lì come qua.

I profughi, poi, non stanno più fuggendo, stanno rientrando – almeno quelli delle zone non di guerra. Anche perché la situazione nei paesi ospiti comincia a farsi tesa. Va bene ospitalità, ma per quanto? Se Zelenski vuole continuare la guerra ad oltranza, i paesi più vicini potrebbero cominciare ad arrabbiarsi. Sul serio. Anche nel campo di coloro che hanno lavorato da anni per questa guerra in campo occidentale qualche spaccatura comincia ad emergere. Le cose non stanno andando proprio come previsto, almeno da alcuni.

Se la guerra finirà sarà più che altro perché si apriranno nuovi scenari. Qualcuno vi ha detto che la Turchia sta di nuovo invadendo il nord della Siria? Che si prospetta laggiù uno scontro diretto con la Russia? Sì, la Turchia di Erdogan, quella che ha posto il veto sull’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO (lo sapevate, vero?).
Domandatevi perché.
Per non parlare di Taiwan. Di Iran. Di Corea del Nord. Oh, e l’India ha appena testato un missile intercontinentale. Ecco, se queste nuove grane dovessero scoppiare contemporaneamente il rischio che scoppi qualcosa di più grosso, molto più grosso, c’è tutto. Sembra a stare a Sarajevo, nel 1914 o nel 1991. Forse Hiroshima 1945.

Nel frattempo in Nigeria hanno ammazzato cinquanta cristiani, a messa, donne e bambini. Ma non c’è da preoccuparsi. Non erano pazzi psicopatici, non erano suprematisti, nazionalisti, russi. L’uomo è buono, il governo dice sempre la verità e la guerra è altrove.

La folle lussuria del gorilla ipnotizzato

Ai ragazzi di oggi, abituato al politicamente corretto, copertine del genere debbono sembrare più strane di un testo buddista coreano del XV secolo. Eppure c’erano anni in cui giornaletti e giornalacci con copertine tipo questa vendevano, eccome se vendevano:

Questa ce l’ha un poco tutte: sessismo (Playboy Parker’s joy girl commando raid – non penso neanche sia traducibile in italiano), anche riguardante minorenni (Le liceali cacciano le professioniste fuori dal mercato!), razzismo (Oh, i malvagi stupratori cinesi!), politica (comunisti), violenza (Ammutinamento sulla fregata del peccato!) sadismo (Le torture nude dei 1000 tagli!)… persino la protezione animali avrebbe qualcosa da dire riguardo alle brame sessuali di quel povero gorilla ipnotizzato.
Difficile trovare qualcosa di più lurido, almeno secondo la mentalità corrente. Mancano solo il fumo e il riscaldamento globale.

Mi è caduto l’occhio sul titolo del giornaletto: Man’s daring, “Ciò che l’uomo osa”. E ho capito che tutto il luridume di quella copertina in realtà era lurido anche allora. Per questo attirava: perché era esagerato, sporco, scorretto… eppure era presentato come qualcosa che gli uomini,”i veri uomini”, desideravano. Faceva colpo perché era trasgressivo. Era la liberazione della componente animale della persona: sesso, violenza, potere.

La trasgressione, oggi, ha fondamentalmente gli stessi componenti, ma espressi con concetti diversi. Invece di una mascolinità tossica abbiamo una mancanza di mascolinità altrettanto tossica. Da dominatori a dominati, da attivi a passivi.

I lettori di quel tipo di rivistacce di allora ormai sono probabilmente per età oltre quei tipi di desiderio; sono passati sessant’anni. Mi chiedo i lettori potenziali di oggi come soddisfino il loro desiderio trasgressivo di assurde e deliranti storie di sesso, violenza e sopraffazione.
Chissà se bastano loro i telegiornali.

Questo silenzio cos’è?

Il mondo ci rintrona. Dalle orecchie e dagli occhi, nel mondo convulso in cui viviamo, ci vengono riversati addosso fiumi di informazioni. Al confronto, una jungla, una savana, sono posti tranquilli. Ogni auto può essere pericolosa come un predatore, negozi e lavori sono assordanti esplosioni di suono, il chiacchiericcio di colleghi, media, passanti sollecita la nostra psiche a livelli che i nostri antenati non hanno mai dovuto sopportare.

Per combattere questo assalto ci si isola nel proprio mondo virtuale, fatto di cuffie e auricolari, di musiche e chat e giochini da guardare con occhio cieco a quanto ci circonda.
Ma questo non è silenzio. E’ sostituire rumore con altro rumore, di nostra scelta.

Il silenzio è diverso. Silenzio vuol dire ascoltare se stessi. Significa riallacciare pensieri, allargare il cuore a suoni e idee normalmente annegate nel rumore. Rinunciare a quel volontario oblio della propria mente. Guardare ciò che esiste, a cominciare da noi stessi; ritrovare il rapporto con ciò che non siamo noi.

Ci sono posti, sui monti, dove la mancanza di suono è quasi un grido; ma anche solo camminare nella campagna, con l’ossessivo ritornello dei grilli e delle rane, può essere a suo modo silenzio. Quando ci immergiamo in sacche di questo silenzio la mente comincia a lavorare davvero. Si aprono le orecchie del nostro cuore. Comincia a vedere lontano.

Coloro che vorrebbero controllare il nostro pensiero odiano il silenzio, come il Capitano Uncino della canzone di Bennato. Il silenzio invita a pensare, invece di obbedire, di fare senza dubitare, senza mettere in forse il ritornello del rumore del potere. Un rumore che ci rende silenziosi, ma che silenzio non è.

Decisioni

C’è una leggenda diffusa ai giorni nostri che asserisce che le macchine prendono decisioni in modo assolutamente neutrale; che quindi il ruolo di arbitro e di giudice debba essere assunto da programmi evoluti, da intelligenze artificiali, che garantirebbero un risultato certo ed equilibrato.

E’ un’affermazione assolutamente falsa.
Una macchina per “prendere decisioni” si basa su algoritmi, e gli algoritmi sono basati su dati. Sia gli algoritmi che i dati sono creati e forniti da esseri umani.
A differenza dell’uomo, una macchina non compie salti deduttivi. Ha solo ciò che le è stato messo dentro.
Un vecchio adagio dice “garbage in, garbage out“. Se inserisci spazzatura, quello che esce è spazzatura.
Se le funzioni che la macchina usa per scegliere sono scritte male, il risultato sarà problematico. Se i dati sono in qualche maniera artefatti, lo stesso. Anzi: è possibile dimostrare che persino l’ordine con cui i suddetti dati sono presentati alla macchina influenza pesantemente il risultato della sua elaborazione.

In altre parole, le macchine sono pessimi decisori. Non possono tenere conto di ogni sfumatura, perché non esiste nessun tipo di codice che possa insegnare loro a farlo. Quello che ai nostri occhi appare ovvio, banale, se non è codificato per la macchina non esiste. La macchina non “prende una decisione”: in base ad una serie di input, assegna un valore maggiore ad un certo risultato piuttosto che un altro. Non implica consapevolezza. Non implica libero arbitrio. Non implica neanche dubbio. La probabilità è differente dal dubbio.

Nel mio romanzo, il destino del mondo è affidato a una intelligenza artificiale, che lo distruggerà se si dovessero verificare certe condizioni; ma la decisione finale è stata posta nelle mani di qualcun altro, un Custode umano, proprio per questo motivo; perché nessuna macchina, per quanto complessa, può afferrare tutte le sfumature della realtà.
Che poi anche gli uomini prendano cattive decisioni, è una certezza. Ma davvero sarebbe possibile ad una macchina insegnare la pietà?

Mettiamoci una pezza

“Patch” vuol dire letteralmente “pezza”. In linguaggio informatico, è il rilascio di codice che serve a correggere certi errori del software di cui ci si è accorti tardi. Il programma si comporta male in determinate circostanze, e quindi viene modificato o aggiunto un qualcosa che mette a posto il problema.

Semplicissimo, in teoria.

Non è proprio così.
Intanto, occorre togliersi dalla testa che un programma possa essere testato completamente. Un noto aforisma dice che gli stupidi sono molto più abili degli intelligenti a trovare gli errori, cadendoci dentro. Le circostanze reali sono infinitamente più complesse non solo di quanto si testi, ma anche di quanto si possa testare.

Sei o sette anni fa rilasciammo una serie di modifiche in apparenza innocue al nostro programma più complesso, dopo averle provate per oltre cinque mesi. Su una macchina su cento una particolare funzione utente smise di funzionare. Su un installato di decine di migliaia il problema si trasformò in una valanga di reclami e, dopo una settimana passata ininterrottamente a cercare di capire la causa, dovemmo disinstallare gli aggiornamenti.

Gli errori accadono comunque. Un adagio in voga tra gli informatici dice che ogni programma contiene una riga di codice inutile e una che contiene un errore; quindi, togliendo una per una le righe inutili, si arriva ad un programma di una sola riga che non funziona. Tanto per ridere; ma non così distante dalla realtà della programmazione. Sviluppatori inesperti, ambienti di sviluppo bacati, codice le cui specifiche cambiano più e più volte, generando matasse di codice ingarbugliato… le cause di errore sono infinite.

Le “pezze” stesse spesso, poi, introducono a loro volta problemi, perché magari, per la fretta, chi le ha sviluppate non le ha provate a fondo prima di rilasciarle. Accade anche alle grosse aziende. Ho ben presente certe patch di Microsoft che hanno causato devastazione prima di essere a loro volta corrette.

Teoricamente, un computer dovrebbe essere un sistema perfettamente conosciuto e replicabile. La realtà è del tutto diversa, come ben sa chi abbia fatto assistenza remota di programmi complessi. Sovente la via più rapida, a volte la sola praticabile, per rimediare ad un malfunzionamento, è “cancella tutto e reinstalla”.

Detto questo, capite che mi preoccupa parecchio sentire Bill Gates, colui che ci ha dato, per così dire, il sistema operativo Windows, e che ora è passato ai vaccini, asserire che tutto ciò di cui abbiamo bisogno dal punto di vista medico è avere costanti aggiornamenti di noi stessi, del nostro sistema operativo; installare delle patch, insomma.

Mi preoccupa prima di tutto perché una tale concezione della fisiologia è profondamente errata. Secondo, l’essere umano è incredibilmente più complesso di un programma di qualche milione di righe di codice: siamo ben lungi dal comprendere tutto quanto avviene al nostro interno. E se Windows è notoriamente pieno di problemi, colmo di assurdità informatiche e cattive scelte progettuali, pretendere di adottare la stessa filosofia su esseri umani vivi mi riempie di sgomento. E’ una follia transumanista; è il meccanicismo ultimo, la cosificazione della persona.

Quello che temo è che, avendo il potere e i soldi, questo sistema si finirà con l’imporlo. O forse si è già fatto, si sta facendo, e piano piano cominciano ad emergere le storie di patch non proprio di successo. Il guaio, qui, è che gli esseri umani non possono essere cancellati e reinstallati da capo.

I sei stadi della correzione errori.
1- Questo non può accadere
2- Questo non accade sulla mia macchina
3- Questo non dovrebbe accadere
4- Perché accade?
5- Oh, capisco
6- Ma come faceva a funzionare?

Fratelli d’inchiostro

Per me visitare il Salone del Libro dev’essere un po’ come per un goloso entrare in una pasticceria estremamente ben fornita. Non desidereresti altro che buttarti a capofitto, immergerti in quel mare, abbuffarti oltre la sazietà; ma sai che dedicarci la tua vita intera non basterebbe ad esaurire l’offerta. E, in ogni caso, esploderesti prima.
Oh, se vendessero tempo; ne acquisterei a barili. Ma le ore sono quelle che sono, e forse gli anni qualche danno l’hanno fatto, perché non ho più quell’avidità di leggere di una volta.
Forse è questo l’invecchiare: comprendere che non potrai avere tutto ciò che desideri, e dovrai limitarti a contemplare di lontano. Ora saggiamente conosco i miei limiti.

Al mio limite sono arrivato alla sera, stanco che neanche avessi scalato una cima. I chilometri percorsi su e giù nei padiglioni sono più o meno quelli, però. Quanta gente interessante! E che bello parlare con chi condivide, almeno in parte, le tue passioni. Ho scoperto che gli autori fantasy sono strani forte; persino più di me. Ci siamo pianti un po’ addosso per la mancanza di attenzione delle grandi case editrici; ma che ci volete fare. Al di fuori dei banchi al supermercato c’è un mondo di piccoli editori, di libri di cui non saprete mai niente (come il mio). D’altra parte, al firmacopie di Joe Lansdale (quel Joe Lansdale!) c’era quasi nessuno; ci ho anche parlato per un paio di minuti. Se uno degli scrittori più celebri (e bravi) del pianeta viene ignorato così, di che mi posso lamentare io?

Con un paio di quei colleghi scrittori abbiamo concordato, non lo facciamo certo per i soldi. E probabilmente neanche per la gloria. Ci fossero gli uni o l’altra non ci sputeremmo sopra – ma scriviamo, in realtà, perché abbiamo qualcosa da dire, storie da raccontare, e dobbiamo restituire al mondo un po’ di quelle parole che abbiamo letto, che ci hanno fatto crescere e sognare.
Noi, fratelli e sorelle dell’inchiostro.

Filantropi

Il filantropo è una persona che ama l’uomo. Ma non l’uomo qualsiasi: l’uomo come lui desidera che esso sia.
E’ inevitabile; è nella natura stessa dell’essere umano. Lasciati a noi stessi, non possiamo non amare ciò che più ci piace, e favorirlo. E’ anche il motivo per cui il tentativo di generosità, se di questo si tratta, finisce spesso per negare l’impeto stesso che lo ha originato.

Così apprendiamo che dietro mille associazioni dallo scopo nominalmente nobile, dietro certi rivoltosi e contestatori molto organizzati, dietro gruppi di cittadini indignati e sostenitori di cause giuste, dietro coloro che decidono che certe cause sono giuste e che certe altre invece no, c’è spesso un filantropo.

E’ il filantropo che fornisce i cartelli per le manifestazioni, e sovvenziona chi crea gli slogan. Quelle coreografie sono il risultato professionale dei contributi di un filantropo. Chi ne fa parte riceve uno stipendio, e se si impegna gratuitamente è perché è stato convinto da qualcuno pagato dal filantropo. Perché tutto quel lavoro organizzativo non vada perduto, il filantropo si preoccupa di informare il pubblico. I filantropi sono molto generosi con i mezzi di comunicazione. Sono previdenti, i filantropi.

A seguire i soldi, si potrebbe essere portati a pensare che a causare certe situazioni estreme, certi disastri, il risultato di certe elezioni, certe leggi abominevoli e regimi peggiori, addirittura certe guerre, sia stato un filantropo. Dei filantropi però non si può che parlare bene: perché loro fanno del bene, no? Capitano brutte cose a chi non parla bene dei nostri amici filantropi, un po’ come a chi non crede alle catene di S. Antonio.

Che poi tracciare questi soldi non è semplice. Ci sono fondazioni esplicite ed altre meno esplicite, società che sono solo il paravento di altre società, con indirizzi uguali e uffici vuoti, stessi dirigenti, nessun impiegato, nessun sostenitore. Solo nomi accattivanti e un poco misteriosi, e budget milionari. Tutta beneficenza. Tutta filantropia.

Avendo i soldi, non c’è niente che il filantropo non possa fare per sagomare il mondo a sua immagine. Un autentico principe di questo mondo.
E’ libero. Può farlo. Ha il denaro e quindi il potere. Può comprare quello che vuole.
Tranne ciò che davvero importa.

I bei vecchi tempi

Prehende servam: cum voles, uti licet.
Prenditi la schiava: quando vuoi, è tuo diritto
Graffito pompeiano

Leggevo qualche giorno fa le polemiche suscitate da una tizia che accusa la Chiesa cattolica di opprimere, da duemila anni, la donna.

Suggerirei a coloro i quali le credano o siano tentati di crederlo, di provare a verificare se nelle tante culture, intorno al mondo, dove il cattolicesimo ha poca importanza, la situazione femminile sia nettamente migliore.

Come controprova, consiglio di guardare anche al modo in cui la donna era considerata dalle nostre parti prima che i cristiani cominciassero a dire la loro. Ne abbiamo una testimonianza pressoché diretta guardando a Pompei, che è una sorta di capsula del tempo congelata all’eruzione del primo secolo. In quella piccola cittadina di poche migliaia di persone sembra ci fossero almeno trentacinque bordelli, per non parlare di coloro che numerosi, maschi e femmine, si prostituivano per strada. Le tariffe, forse anche per l’offerta disponibile, erano assai basse: si partiva da due assi, il costo, dicono, di un bicchiere di vino.

Naturalmente l’età non era un limite. I bambini di entrambi i sessi facevano parte dell’offerta, per chi aveva quei gusti. Per i più abbienti c’era anche la possibilità di sfruttare liberamente i propri schiavi, come ricorda il graffito all’inizio di questo post.

Le immagini falliche e di copule, spesso anche oltre quello che oggi è l’osceno accettabile, erano pubbliche e diffusissime. Ragazze di buona famiglia indossavano gioielli raffiguranti peni maschili. Qualcuno potrebbe rimpiangere una visione così disinibita del sesso; forse dovrebbe pensare a chi quelle prestazioni le doveva fornire, per obbligo o necessità. Lo sfruttamento totale della persona, senza nessun rispetto.
Naturalmente quella attività finiva con il produrre gravidanze indesiderate. I bambini non voluti di cui non ci si liberava prima venivano buttati una volta nati nei canali di scolo, o abbandonati in campagna.

Le testimonianze dei primi cristiani ci dicono che era loro rimproverato proprio l’astenersi da tutto questo. Allora, come adesso.
Ecco, forse c’è qualche nostalgico di quei tempi, che vorrebbe ritornassero. Personalmente, io no.

Lunedì 23 maggio sarò al Salone del Libro. Cercatemi allo stand dell’editrice Echos.
Ecco l’intervista fattami da Elisabetta Violani, su Youtube; disponibile anche presso il suo profilo Facebook.

Cosificare

Cosificare. Rendere le persone, cose. Rendere gli oggetti, cose. Rendere le idee, cose. Insomma, rendere la realtà una “cosa”. Che possiamo usare come vogliamo.

E’ qualcosa di peggio che strumentalizzare. Se rendi qualcosa o qualcuno uno strumento vuol dire che in una certa maniera gli dai valore; ti serve.
Cosificare vuol dire togliere ogni valore. Ogni importanza. Ogni dignità. Vuol dire fregarsene; o considerare solo per il proprio tornaconto.

Tutto può essere cosificato. La propria moglie, il proprio marito. I propri figli, i propri genitori. Il lavoro. l’hobby. La politica. La religione.
Lo facciamo continuamente. Senza accorgercene. Cosifichiamo.

Come si cosifica? Basta togliere tutto l’amore. Ciò verso cui abbiamo amore non può essere cosificato impunemente. Però è possibile dimenticarsi di averlo, quell’amore. Anche solo per qualche istante.

E cosificare.

Grado di errore

“È una caratteristica delle menti istruite accontentarsi del grado d’esattezza consentito dalla natura dell’argomento e non cercare l’esattezza laddove solo l’approssimazione è possibile.”
Aristotele

La realtà è difficile. Calcolarla, praticamente impossibile. Lo sanno bene gli ingegneri, il cui lavoro spesso consiste nel trovare la maniera migliore per approssimarla.
Cosa si intende per approssimare la realtà? Costruire un modello semplificato di essa che fornisca risultati il più simile possibili al vero. In un certo senso è come imitare una persona: riuscire per qualche istante a far credere di essere lei.

Le musiche che ascoltiamo attraverso il computer non sono gli originali, sono delle approssimazioni la cui differenza dal suono emesso dalla voce o dallo strumento è così piccola che l’orecchio di solito non la percepisce. Le immagini sul computer sono un’approssimazione delle immagini reali; se ci avviciniamo a sufficienza vediamo i pixel, la scala alla quale l’illusione cessa di essere valida. Possiamo rendere la risoluzione maggiore, ma non infinita. Ad un certo momento ci dovremo fermare. Cerchiamo di minimizzare l’errore, sapendo che non ci riusciremo mai del tutto.

C’è parecchia matematica, sotto. Ci sono algoritmi che correggono le inevitabili differenze, funzioni che dicono quanto distante dall’originale è la mia copia. Strumenti via via più raffinati, che simulano il reale sempre meglio.

Noi tutti vorremmo vivere una vita perfetta. Ma non ci riusciamo, perché la realtà è infinita. Quindi ci accontentiamo di una approssimazione. Correggiamo i nostri errori man mano che si presentano, cercando di avvicinarci all’immagine di perfezione che abbiamo in mente, o nel cuore. Non riusciremo mai a raggiungerla. Questo in qualche maniera dovrebbe tranquillizzarci. Il difetto è insito in noi; non riusciremo ad eliminarlo in questo mondo.
Siamo approssimazioni di ciò che dovremmo essere. Imperfetti.

Ciò non ci toglie quel desiderio, non ci fa abbandonare quella ricerca. Se lo facessimo, allora sì che diventeremmo brutte copie, determinate dal nostro errore.

Passaggi nel tempo

La radio dell’auto è sintonizzata su una di quelle stazioni che trasmette successi del passato. Note familiari, o meno, mi accompagnano nel viaggio. Parte Time Passages, una canzone di Al Stewart del 1979

…Well I’m not the kind to live in the past
The years run too short and the days too fast
The things you lean on are the things that don’t last
Well it’s just now and then my line gets cast into these
Time passages
There’s something back here that you left behind
Oh time passages
Buy me a ticket on the last train home tonight

…Bene, Io non sono il tipo che vive nel passato
Gli anni corrono troppo corti e i giorni troppo in fretta
Le cose su cui ti appoggi sono le cose che non durano
Bene, è solo l’adesso e poi la mia linea si incastra in questi
Passaggi nel tempo
C’è qualcosa qua dietro che hai lasciato indietro
Oh passaggi nel tempo
Compratemi un biglietto sull’ultimo treno che stanotte torna a casa

Questo disco me l’aveva regalato una mia cara cugina, ormai persa dentro uno di quei “passaggi nel tempo” della canzone. Che nostalgia, sapevo a memoria tutti i brani. Canto mentre guido, fino a che le note si spengono.

La programmazione continua, canzoni famose e artisti il cui nome non mi dice più nulla. Il successo dura poco, un attimo di gloria e sei già stato rimpiazzato. Eppure quelle melodie risuonano ancora dopo che si è persa traccia di chi le suonava, e la memoria di chi le ascoltava si scolora sempre di più, ultima traccia di un passato che rimane nella memoria delle cose, ma non degli uomini.

Chissà com’è l’eternità, il poter correre sulla riva di questo fiume del tempo che sempre scorre, perché il suo correre è il sempre.

Goodbye my friend, the stars wait for me. Who knows when we shall meet again, if ever, but time keeps flowing like a river (on and on) to the sea till is gone forever… gone forevermore.

Time, Alan Parson Project

Avviso: un’altra intervista con il sottoscritto! Parlerò del mio libro “il tempo degli dei” con Elisabetta Violani Mercoledì 18 Maggio alle 18 in diretta -> https://facebook.com/elisabetta.violani.5
Potrete rivedere l’intervista in seguito su Youtube sul suo canale.

A chi conviene

Forse vi è giunta notizia che Jeff Bezos di Amazon ha deciso di pagare l’aborto alle sue dipendenti, in evidente polemica contro la ventilata abolizione della sentenza Roe vs Wade, quella che ha dato il via libera all’aborto federale negli USA.

Non ingannatevi: non si tratta di una mossa di libertà, ma di convenienza. Amazon non è famosa per l’attenzione verso le esigenze dei suoi addetti. Per l’industria, una dipendente in maternità ha dei costi non indifferenti. Meglio liberarsi di quei fastidiosi bambini prima che diventino scomodi e distraggano dal lavoro: paghi subito per guadagnarci dopo. E’ il capitalismo, bellezza. I padroni dei bordelli facevano lo stesso con le loro impiegate. Erode in scioltezza.

Chissà se quelle sinistre che una volta dicevano di sostenere la classe operaia e oggi inneggiano all’iniziativa degli sfruttatori del popolo qualche dubbio ce l’hanno; se si chiedono quest’aborto a chi convenga realmente, se si accorgono di realizzare ciò che Chesterton diceva di loro: “Uomini che cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell’umanità, finiscono per combattere anche la libertà e l’umanità pur di combattere la Chiesa”.

Di prede e predatori

La stradicciola di campagna è stretta tra la bealera gonfia d’acqua e il bosco. Le acacie strabordanti di fiori bianchi gettano poco profumo, il polline è stato lavato via dalla pioggia. Il sole basso proietta una mia ombra alta il doppio di me. Mentre pedalo imposto, quasi sovrappensiero, il problema trigonometrico: quanto è alto il sole? Il mio ragionamento è interrotto da una, due, tre sagome in mezzo al passaggio. Sono coniglietti, color caffelatte chiaro, la codina bianca a ciuffo, gli occhioni neri, il naso curioso. Mi guardano perplessi pedalare verso di loro: quando sono a due metri, si ricordano della loro razza e con un salto spariscono tra i cespugli.

Attenti, piccolini. Siete così minuscoli, forse alla prima uscita della vostra vita. Ma se continuate in questo modo non durate molto. Da dove sono posso vedere il nido delle poiane, mezzo chilometro più in là, in cima ad una vecchia quercia; e conosco la macchia d’alberi dove la volpe ha la tana. Io sono molto più grosso e rumoroso di quei cacciatori, e traspiro sudore e vento. Se non notate me, se restate immobili in campo aperto, la morte vi arriverà addosso senza che ve ne accorgiate.

Poi un pensiero mi colpisce: ma perché, tra preda e predatore, le nostre simpatie vanno alla preda? Sì, d’accordo, i coniglietti con gli occhioni, ma anche i volpacchiotti, i piccoli della poiana debbono mangiare. Non è che abbiano altra scelta, e la vita per loro non è meno dura. Mi ricordo la carcassa dalla coda rossa a marcire in mezzo al campo, lo scorso anno; o la poiana morta che ho trovato a inizio primavera, sui bordi di un campo non lontano di qui.

Perché dunque tifiamo per il debole? Perché aiutiamo il passero a scappare dal nostro gatto, che ci guarda con aria delusa? C’è una ragione? In fondo noi siamo i predatori finali, nessuno ci sta alla pari come potenziale distruttivo, come determinazione, come ferocia. Forse il nostro parteggiare per la preda è solo un calcolo inconscio e interessato, l’ostilità verso i concorrenti. O, forse, in altre epoche, avremmo tifato per il leone, per l’aquila, senza ombra di pietà per quegli sciocchi batuffoli tanto imprudenti da rimanere fermi a guardarci allo scoperto. Mentre ora siamo diventati miti, come coniglietti appena usciti dal nido.
Mi domando se appariamo, agli occhi dei nostri predatori, inconsapevoli allo stesso modo.

Gli dei vi vedono, e vi mandano pubblicità mirata

Ha destato qualche sconcerto la notizia che una nota marca di trattori avesse bloccato da remoto una serie di suoi mezzi per così dire “passati di mano” a seguito della guerra in Ucraina. Personalmente, non mi stupisce affatto. E’ il mio campo di lavoro; se pensate di avere il pieno controllo di uno qualsiasi dei vostri apparecchi collegati a internet, a partire dal telefono per finire alla vostra automobile o televisore, beh, meglio che ve lo togliate dalla testa. Tutto ciò che è elettronico è ormai imbottito di sensori che comunicano a banche dati distanti informazioni che neanche pensereste possano servire a qualcuno; se non lo fa, vuol dire che è obsoleto e presto dovrete cambiarlo.

Naturalmente questo tipo di controllo non è tanto pubblicizzato. Quando Google vi manda il riassunto dei vostri spostamenti della settimana, non vi viene in mente che potrebbero essere usati per sapere se siete uno dei migliaia di “muli” che hanno trasportato voti illegali durante le ultime elezioni americane. Non avete idea che tramite analisi su di essi una banca potrebbe conoscere esattamente il numero di clienti che entrano in un negozio, e da questo decidere se concedere o no un prestito. O che le informazioni su tipo di terreno, sfruttamento, umidità raccolte da quei trattori di cui parlavamo prima durante il loro lavoro finiscano nelle mani delle più grandi industrie alimentari mondiali.

Non illudetevi; ogni cosa che fate, ogni vostro spostamento, ogni vostro acquisto vengono fedelmente registrati. Sanno chi siete; sanno chi siamo. Se vi dà fastidio l’idea di un dio che osserva il vostro comportamento e vi giudica, bene, sappiate che questi autoproclamati dei non solo vi giudicano, ma vi spingono ad agire come vogliono loro; vi allettano con offerte mirate, vi puniscono se sgarrate e annotano nel loro librone ogni particolare di voi e di ciò che vi circonda. Per la vostra sicurezza, per il vostro piacere, per necessità di manutenzione imprescindibili. Per la vita dopo la morte? La salvezza eterna? No, non credo facciano parte di quello schieramento. La loro morale è, appunto, loro.
Dio vi vede, ma non è il solo a conoscere la vostra posizione e i vostri peccati. Quanto all’anima, quella è ancora vostra; per un poco, almeno.

Il potere delle mamme

Ciò che ogni potere di questo mondo ha in odio è l’amore di una madre e di un figlio. E’ qualcosa che non può controllare; rovina il suo discorso, scombussola la sua ideologia, svuota la sua retorica.

Tutti gli utopisti, i filosofi sognatori, i sostenitori di uno stato forte e pervasivo o banalmente gli assetati di potere hanno tentato di fare fuori le mamme. Sognando sistemi in cui i figli vengono strappati alla famiglia da piccoli, ed educati dallo Stato; cercando di spezzare in ogni modo quel rapporto filiale, con rivoluzioni sessuali, aborti, divorzi, colpevolizzazioni. Lavoro al posto dei figli; piacere al posto dei figli; carriera al posto dei figli. Usura, lussuria e potere, la nota triade di sostituti di Dio.

Mentre Dio cos’ha fatto? Ha esaltato la Madre. Il metodo scelto per farsi conoscere al mondo.

Di qualunque ideologia, di qualunque governo, di qualunque filosofia o religione, di qualunque impiego o spettacolo o libro, controllate come prima cosa in che maniera tratta le mamme. Perché è quello il banco di prova per capire se è contro la vita, contro l’amore, contro di voi.

Ci fidavamo

Ho ancora i libri di quand’ero bambino, che mostravano figure vestite d’amianto che procedevano in mezzo alle fiamme.
Qui intorno tutti avevano tegole d’eternit. Ed eravamo sollevati di apprendere che con il DDT (sapete cos’è, bambini?) si sarebbero sconfitti gli insetti che affliggevano l’equatore del mondo con le loro malattie. Ci fidavamo.

Ma le cose cambiamo. Apprendiamo quello che non sapevamo. Ciò che pareva una benedizione era una maledizione sorridente. Avremmo usato lo stesso quelle tute ignifughe, quegli insetticidi? Il mondo sarebbe stato migliore o peggiore?

Quante cose crediamo di sapere. Di quanti argomenti sfioriamo appena la superficie, come la acque calme di un lago, senza sapere che al di sotto si celano mostri.