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La posizione giusta

Quando stavo per sposarmi indagai per scoprire se la Chiesa dicesse qualcosa sulle  – uhu – posizioni lecite tra i coniugi nell’intimità.

La risposta che ottenni fu più o meno questa: non è la meccanica dell’atto che importa, ma lo spirito con cui lo fai. Fate in maniera da guardarvi sempre negli occhi, perché è nel tuo riflesso nei suoi occhi che lo si capisce.

In altre parole: fa l’amore con tua moglie, non con una persona immaginaria o te stesso. Abbi presente chi sei tu, chi è lei, perché siete lì. Che non è la foia di un momento, uno sfogo, una reciproca masturbazione per ottenere piacere. Se è solo il piacere che si cerca tanto varrebbe farlo con sconosciuti.

Invece, se siete insieme, è per accompagnarvi in un destino. Due persone che sono l’una per l’altra guida, e compagnia, e incontro.

La posizione che devono tenere i cattolici quando fanno l’amore? Una posizione ragionevole.

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Love story, revised

Amore è non dovere mai dire “mi dispiace”
Erich Segal, “Love Story”

Sapete quando si ha una illuminazione improvvisa, la lampadina che si accende? A me è successo mentre meditavo sui disastri matrimoniali della mia generazione.
Mi è venuta in mente all’improvviso la frase che potete leggere nell’incipit. “Love Story” è stato un libro e un film di immenso successo, oggetto di culto collettivo negli anni della mia infanzia. Una storia di quelle strazianti, romantica sino al coma diabetico, sgocciolante sentimentalismo come un favo. E il motto citato ne era il culmine, citato e stracitato.

Ed è anche una immensa balla.
Dovrebbe essere stampigliata come motivazione principale nei moduli di richiesta divorzio. Non so quanti ne ha separati, ma di certo una marea. Un oceano di fidanzati, sposi convinti che l’amore voglia dire non chiedere scusa, mai. Con il corollario che il proprio coniuge non possa mai deludere, non possa mai sbagliare perché se delude o sbaglia allora, signori miei, è chiaro, carta canta: non è amore.

E quindi attenzione a non fare passi falsi, perché alla prima cazzata zac, non mi ami più, e perché devo stare con chi non mi ama più, addio, adesso mi cerco qualcun altro che sia perfetto e non compia mai errori.
Impossibile, dite? Certo. Ma ditelo ad un ventenne, o ai cinquantenni di adesso che all’epoca ci avevano creduto.

Ci possono anche essere conseguenze peggiori. Si finisce per non dire “mi dispiace” perché va bene tutto, tutto è lecito, compreso andare a letto con il migliore amico\a, in fondo è naturale, è passione. L’infame ricatto della tolleranza. Oppure tenersi tutto dentro, nascondere i propri sbagli nella finzione e nelle maschere perdendosi in una solitudine colpevole.

Invece di rendersi conto che amare è proprio dire “mi dispiace”. Solo chi ama si pente dei suoi errori, ed è in grado di dire quelle parole che significano “tengo più a te di quanto tenga a me stesso, al mio amor proprio”. Amore non è una fredda coerenza, amore è misericordia e perdòno.

L’illuminazione che ho avuto è questa: quali disastri possa provocare un cattivo maestro se non usiamo l’esperienza, se non usiamo il cuore.

Il segreto della famiglia

Non sei stata all’altezza di quanto avrei desiderato. E’ per questo che siamo una famiglia.

Se fossimo perfetti che bisogno avremmo gli uni degli altri?

Oggi sposi

Dopo tutta la serie “Oggi sposi“, i post delle scorse settimane, rimane ancora una domanda sospesa, una domanda che aleggia.
Potrete dire, ma la vita non è così.
Cos’è una promessa scambiata di fronte ai casi della vita. Di fronte alle umiliazioni, ai tradimenti, ai litigi, alle urla, ai pianti; alle fatiche, e la prima fatica è quella di vivere. Al sopportare un’altra persona, diversa, diversa da me, e diversa da quello che mi ero immaginato.
Cos’è che me lo fa fare?
Perchè non scappare? Perchè non fuggire da chi non mi capisce, o non mi concede quello che voglio, mi ostacola nei miei progetti?

La ragione per cui ho scritto questi post è esattamente questa. Capirlo. Scavare a mani nude nel gran mucchio accumulatosi nel tempo fino a raggiungere quello che stava sotto, la radice, il diamante al centro.

Esattamente dieci anni fa, pressapoco in questo istante, le porte della chiesa del mio paese si sono aperte. Stagliata contro l’abbagliante luce del giorno è apparsa una figura velata, bianca. Colei che stava per diventare mia moglie. Per un attimo l’universo è stato perfetto, ed io ho capito che era proprio così che doveva andare, quell’apparizione che mi toglieva il fiato era la mia storia, il mio destino. Era vero. E’ stato vero, e sarà vero per sempre. Quel momento si è cristallizzato, è stato reso eterno, e non può essere negato. Gli sbagli fatti possono sporcarne la superficie, ma sotto continua a brillare, come il primo momento, basta solo di tanto in tanto ripulirlo e continuerà a splendere.
Per sempre.

Oggi sposi VII – Il legame ed il segno

Ecco, sono sposati. Hanno pronunciato la promessa che non si può rompere, il voto che non può essere infranto.

Il Signore onnipotente e misericordioso confermi il consenso che avete manifestato davanti alla Chiesa e si degni di ricolmarvi della sua benedizione. Non osi separare l’uomo ciò che Dio unisce.

Resta un ultimo passo formale:

YYY, ricevi questo anello, segno del mio amore e della mia fedeltà. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

L’anello scivola intorno alle dita. L’anello è simbolo di legame, duraturo e incorruttibile come l’oro. Il metallo scintilla, nuovo, appena forgiato. Il tempo, gli eventi poco a poco ne appanneranno la superficie. Succede sempre così. Ma l’anello stesso, nella sua essenza, rimane. La sua essenza è essere il segno di un sacramento.
Sacramento vuol dire prendere qualcosa di terreno, di fugace, di temporaneo come può essere l’acqua, il pane, l’amore tra un uomo e una donna e renderlo sacro, oltre la misura umana; renderlo divino. Tutto ciò che è umano è corruttibile. Nessuna azione umana è totalmente sana, quindi capiterà, volendo molto bene, di farsi del male. E quindi tutto il proprio impetuoso bene verso l’altro è una domanda che deve diventare una preghiera.

La strada per cui la fisicità si mescola è promessa di un beneficio più grande. Il sesso non può bastare nè come pagamento nè come appagamento.
L’appagamento è quando ogni mio desiderio è compiuto, e sappiamo bene che questo non è nelle possibilità umane. Può arrivare solo se io sto con Cristo (la bellezza, la verità, il termine ultimo di ogni desiderio) stando con te. Il matrimonio è compagnia l’uno all’altro per questo fine; è un destino, una chiamata, una vocazione a che il bene dell’altro si compia attraverso noi stessi; che il bene della mia sposa passi attraverso di me, che il bene del mio sposo passi attraverso di me. E occorre essere pronti per questo, puliti, senza peccati, trasparenti, perchè questo bene fluisca senza ostacoli attraverso di noi all’altro. Questo dobbiamo desiderare, il giorno del matrimonio e per sempre.

"Non farci muovere di qui se Tu non camminerai con noi". Qui sta il sacramento. Qui sta la differenza con una convivenza, con un legalismo davanti ad un consigliere comunale. Non è apparenza, una bella chiesa, un vestito bianco. Diceva il sacerdote santo che nominavo all’inizio che la solidità di un matrimonio è inversalmente proporzionale al numero di fotografi presenti. Il matrimonio è la supplica che accada il bene dell’altra persona, per sempre, anche per quando il nostro cuore si indurirà, specialmente quando il nostro cuore si indurirà; che Qualcuno ci ricordi il giorno di quella promessa e il cuore torni ad ammorbidirsi. E’ una catena infrangibile che ci forgiamo perchè verrà il giorno in cui vorremo spezzarla – siamo così deboli – e il fatto che non possa rompersi ci costringerà a restare fino al momento in cui saremo pronti ad amarla dinuovo, ad amare di nuovo gli anelli di quella catena che ci lega alla persona che amiamo.

E’ umano avere timore di quella catena, ma sarebbe meno che umano averne tanta paura da rifiutarla. Sarebbe meno che amare.
Sì, ne vendono anche di finte. Spero in questi post di avere fatto vedere quale e quanta differenza ci sia con la cosa autentica. Quella che impone dolci doveri, che chiede fedeltà, onore, amore. Che lega veri esseri umani di un vincolo più grande di loro, e che, sola, può unirli veramente.


Puntate precedenti:
I Tre domande ed una promessaII Venuti insiemeIII Liberi e consapevoliIV Onorati amanti – V Fecondi educatori – VI Rigogliosa fedeltà

Oggi sposi VI – Rigogliosa fedeltà

Dopo le premesse arriva la promessa, il nucleo, il dichiararsi marito e moglie.
Dice il sacerdote:

Se dunque è vostra intenzione unirvi in Matrimonio,
datevi la mano destra
ed esprimete davanti a Dio e alla sua Chiesa
il vostro consenso.

E gli sposi:

Io XX, accolgo te, YY, come mia sposa.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Fedele. Vuol dire che potrai sempre avere fiducia in me come io potrò avere fiducia in te, te lo prometto. Anche quando rideremo, e ci andrà tutto bene, e magari l’altro ci sarà di peso. Anche quando tutto sembra crollare, nel lutto, nella sofferenza, quando l’altra ci sarà di peso. In tutti, tutti i giorni della vita, che possono essere tanti. E, siccome non ce la faccio, non ce la faremo da soli (uomo, donna siamo), che Dio ci dia la forza che noi non abbiamo.

Accolgo…una volta si diceva "prendo".
Possiede veramente chi vive il distacco. Il possesso vero richiede il sacrificio, prima di tutto il sacrificio della mia istintività che vorrebbe goffamente afferrare, determinare completamente ciò che desidera e ama. Senza sacri-ficio, cioè fare sacro, altro e intoccabile da me, non c’è fecondità; che non è prendere ma dare se stessi perchè l’altro cresca. La condizione della fecondità è la verginità.

La parola "vergine" significa rigoglioso, ricco, maturo. Verginità vuol dire che non mi impossesso delle cose, neanche delle mie capacità o voglie, ma riconosco che non sono mie, che mi sono date, che sono una ricchezza rigogliosa da offrire. Mi distacco da esse. Così facendo, paradossalmente le valorizzo in pieno, in un modo che il possesso più totale non potrebbe.
C’è un modo di fare all’amore tra coniugi che è verginità; altrimenti rimane solo sesso e possesso. E’ guardare l’altro, l’altra negli occhi; è amarlo, amarla per quello che è, non per quello che fa. Questa è la fedeltà, l’amore, l’onore. E’ la stessa differenza che c’è tra coltivare un terreno attenti alla sua natura e alle stagioni e sfruttarlo senza rispetto finchè non ne rimanga che un deserto arido.

L’amore sterile, non fecondo, per piacere e possesso, toglie il rispetto per quello che l’altro è; e si finisce per vedere il proprio coniuge solo come un mezzo per ottenere piacere, per imporre possesso. E se è il fine del matrimonio è il piacere, il mezzo diventa poco importante; magari si comincia a pensare che un altro mezzo, un altra persona potrebbero arrivare meglio a quel fine.

E c’è un ultimo passo.
La vera fecondità è un impeto creativo, è la comunicazione di sè. La fecondità è ciò che ci rende più somiglianti a Dio che è il Creatore. La verginità deve essere quindi la condizione di tutti. E’ il scegliere di portare la propria ricchezza, la propria fecondità, la fecondità che ci è data a tutti, a tutto il mondo. Da questo si capisce il valore dell’adozione e dell’affido.
Il nome di questa fecondità, per un cattolico, è Cristo. Se sposo un uomo, una donna, è per portare a tutti questa ricchezza; e i primi a riceverlo saranno i figli. Se vogliamo fare bene il padre e la madre dobbiamo guardare, curare, conservare, valorizzare la verginità nostra e del nostro coniuge. Il nostro compito, il compito di entrambi, diventa portare Cristo al mondo. E questa è la Chiesa.

Non è semplice. E’ difficile da capire, in questo mondo che ci spinge solo a possedere. Ma è vero.


Puntate precedenti:
I Tre domande ed una promessaII Venuti insiemeIII Liberi e consapevoliIV Onorati amanti – V Fecondi educatori

Oggi sposi V – Fecondi educatori

Le prime due domande sono centrate sui due sposi. Ma la terza imprime una accellerazione verso il futuro, d’un tratto rende palese che una famiglia non sono solo due persone.

Siete disposti ad accogliere con amore i figli che Dio vorrà donarvi e a educarli secondo la legge di Cristo e della sua Chiesa?

Il matrimonio cristiano è rendersi conto che c’è un’altra presenza che ha messo insieme un uomo e una donna. Come abbiamo detto, un rapporto totale e per sempre. Ogni rapporto è vero, vivo, se tende ad una fecondità, che è qualcosa prima che fare figli. La fecondità è accorgermi che prima di tutto è nato qualcosa, cioè sono cambiato. La prima fecondità è la capacità di perdonare l’altro. L’istanza ultima sono i figli, il dono di qualcosa d’altro, di diverso da noi.

Faccio notare quel "vorrà donarvi". I figli non sono un diritto, ma un dono. Non appartengono a noi se non perchè ci sono dati, e noi li abbiamo voluti accogliere. E chi li dona è Dio. Questo libera il campo da una serie di affanni e pretese che possono realmente rovinare non solo il matrimonio ma la vita.
Anche la sterilità fisica è compresa e accolta. E non è un qualcosa da ricercare prima, quando il figlio non si vuole, e combattere poi, quando il figlio lo si vuole a tutti i costi. L’accogliere i figli può anche volere dire figli che non sono tuoi secondo la carne; può anche volere dire accogliere malattie, insufficienze, malformazioni. E’ una visione diversa, un mondo differente da chi vede un figlio solo come un diritto dovuto, da chi è disposto ad accettarlo solo se perfetto. E che se non è perfetto lo butta via, è disposto a buttarlo via, come un regalo sgradito.

Essere disposto ad accogliere vuol dire anche che non metto ostacoli tra me e questo figlio che può arrivare. Detto in soldoni: il sesso va fatto sempre nell’ottica che un figlio può arrivare. Non sottovalutate questo. Il sesso fine a se stesso, il sesso sterile per scelta, finisce per essere appunto uno sterile atto fine a se stesso, senza più legame con la persona con cui lo si sta facendo o, peggio, non facendo. E’ il disfacimento di un rapporto.
I figli non possono essere frutto di un calcolo. Pianificare troppo è come essere sempre in lotta, come difendersi da qualcosa, e quindi essere sempre pre-occupati, sempre tristi che le cose vadano come si è pensato, e si finisce per non godere più della vita.  

Come sa bene chi è genitore, un figlio è invece sempre una presenza imprevista e imprevedibile, che si configura come un bisogno totale. Bisogno di amore, appunto, di affetto, di sicurezza. La madre è la sicurezza affettiva, il padre è la sicurezza ontologica, la solidità delle cose, colui che ti fa crescere e maturare. Occorrono ambedue i ruoli per potere forgiare una personalità equilibrata. E se voglio il bene, se desidero il bene di questo figlio, allora non lo abbandono a se stesso ma lo educo alla totalità, lo educo al bene, insomma lo educo a Dio secondo la Chiesa, che è il modo in cui Dio si rende presente agli uomini.

Se dunque si vuole essere fecondi, e generare rapporti di fecondità e amore, anche a questa domanda si risponda sì.

Puntate precedenti:
I Tre domande ed una promessaII Venuti insiemeIII Liberi e consapevoliIV Onorati amanti

Oggi sposi IV – Onorati amanti

Al matrimonio si arriva un passo dopo l’altro. Il secondo passo, la seconda domanda, è quella forse più tosta, quella più impegnativa:

Siete disposti, seguendo la via del Matrimonio, ad amarvi e a onorarvi l’un l’altro per tutta la vita?

Alla faccia. Dici niente. Vi si sta domandando se siete disposti a volere il bene di quella persona per tutti gli anni che sarete insieme sulla terra, non solo, ma anche onorarla, cioè non disprezzarla per quello che è. Neanche quando vi farà arrabbiare, neanche quando prenderà decisioni assurde, neanche quando andrà contro tutto quello che credete e desiderate. E questo succederà, non dubitatene, quindi è meglio che lo sappiate bene prima di rispondere.
Ci sarà un momento in cui lui dirà bianco e lei nero. Quando lei si negherà quando lui vorrebbe concedersi, e viceversa. Quando lei piegherà i tovaglioli a triangolo invece che quadrati, e non laverà le calze. Quando lui vorrà vedere gli amici, e si dimenticherà degli anniversari. Perchè sono le piccole cose quelle che fanno arrabbiare, che seminano disprezzo, quelle che fanno dubitare dell’altro, quello che mandano a quel paese l’amare e soprattutto l’onorare l’altro.

Ma la domanda non specifica "in ogni momento", non dice "giurate che l’amerete", ma solo se siete disposti a farlo. Se ne avete l’intenzione. Se siete convinti che non è una prova, se non state dicendo "ma se non è come dico io la mollo", "se non fa come dico io lo mollo". Se non date per scontato che tra un paio di anni ciao, che si dice indissolubile ma è in fondo una palla. Perchè se in fondo non ne siete convinti, se quello in cui vi imbarcate è condizionato a quello che l’altro, l’altra farà e dirà, allora tanto vale che insieme al registro matrimoniale firmiate anche la domanda di divorzio per portarvi avanti con il lavoro.
O meglio: di nullità, perchè se rispondete sì state mentendo, e il matrimonio non è valido.

Ma chi è in grado di resistere se l’altro non ama più, se tradisce? Gli stessi apostoli, quando Gesù fece loro presente che chi anche solo pensa di tradire sta già facendolo si spaventarono, e dissero che allora era meglio non prendere moglie. Gli apostoli erano quasi tutti sposati, e sapevano.
Sapevano che l’uomo tradisce, la donna tradisce (e non pensate subito al sesso, quello è buon ultimo).

Il matrimonio, l’abbiamo detto, c’è già tutto quando una persona mi si impone come la possibilità che il mio destino sia realizzato, cioè la possibilità che si compia quello per cui sono stato fatto; e nel rendersi conto che questa persona c’entra con una esperienza di totalità.
Totalità vuol dire non lasciare fuori niente, non tenersi niente da parte o nascosto, nè la testa, nè il corpo, nè l’anima, nè le circostanze.
Qualunque rapporto umano che sia vero apre alla totalità. E la totalità non è niente meno di un per sempre. Il per sempre non implica il futuro: è tutto nel presente, in quel "siete disposti". Il possesso vicendevole totale. Se ti amo, desidero tutto di te. Tutto di te è mio, tutto di me è tuo, e questa è, dà, una esperienza di libertà, perchè niente è freno, niente è nascosto, niente è impedimento.
La parola che porta alla totalità è il perdono. L’opposto della tolleranza. La tolleranza è un veleno che uccide lentamente, perchè vuol dire "non ti accetto ma ti tengo lo stesso". Cessa l’amore, cessa l’onore. Il perdono è sempre un miracolo di ricostituire un nuovo inizio.
la tolleranza è un cinismo, un compromesso quotidiano. Il perdono esalta il realismo. E’ riconoscere che quel tutto di te che scelgo di amare e onorare comprende anche il brutto di te, che c’è, come c’è il brutto di me. E che, insieme, ogni giorno si può ricominciare, per tutti i giorni della vita.

Oggi sposi III – Liberi e consapevoli

E viene il momento della prima domanda.
 
siete venuti a contrarre matrimonio in piena libertà e consapevoli del significato della vostra decisione?

Eh, la piena libertà. Vuol dire che nessuno ci ha costretto. Ma le costrizioni non sono il padre con la carabina puntata, non più almeno. Non è un film.
La costrizione può essere anche doversi sposare perchè "che altro vuoi fare". Può essere la disperazione di trovare un’altra persona, se questa dovesse andare via, e allora ci si accontenta sperando che "dopo cambi".
Illusioni, illusioni letali. Che sfociano nella noia, o nella rabbia, perchè l’altro o l’altra rimane esattamente come prima che di sposarsi, solo un po’ peggio, perchè subentrano abitudine e quotidianità.

Se ho ringraziato Dio per avermi fatto incontrare il mio fidanzato o la mia fidanzata, allora posso andare avanti. Altrimenti è mille volte meglio disdire gli inviti e mangiarsi la torta da soli.

Ci si incontra, ci si innamora. Ma ci deve essere uno scatto rispetto all’innamoramento, bisogna andare avanti. L’innamoramento non dura: pochi mesi, in casi eccezionali pochi anni. Poi le fette di formaggio cadono dagli occhi, e si vede meglio. Il fidanzamento serve a questo, ad aspettare che cada il formaggio (che c’è, non illudetevi, c’è). E quindi può partire il giudizio, da dare con occhiali meno spessi.
E qual’è l’indizio, il punto da guardare per decidere se ho incontrato te, la persona giusta? Devo accorgermi che stando con te divento più me. Ovvero, tu mi aiuti a realizzare il mio destino, mi fai essere più pienamente uomo o donna. Senza di te valgo di meno, il mondo è meno ricco.
In termini cristiani, si può dire che "incontrando te incontro Dio", ovvero sono più vicino alla felicità, alla realizzazione del mio desiderio di pienezza profondo.

Quando sono con lui, con lei devo domandarmi: "cosa vuole il Signore da me mediante questo ragazzo, questa ragazza?", ovvero: "E’ lei, con lei, la mia strada? E’ lui, con lui, il mio destino?" "Posso immaginarmi senza di lui, senza di lei?" Se la risposta è confusa o peggio, questo è il momento di ripensarci, di approfondire.
Siete fidanzati, dovreste sposarvi? Fatevi la domanda, rispondevi, adesso.

Il significato della decisione, della risposta positiva a quella domanda è che con quella persona, arrivata come un dono, io sarò una cosa sola fino al termine della vita. Nessuna convenzione, nessuna illusione, nessuna pressione possono cambiare questo.
E se è quello che voglio, dico sì.

Oggi sposi – II – Venuti insieme

E così un giorno ci si trova in una chiesa, con accanto la persona con la quale si ha intenzione di passare il resto della propria vita. Davanti, un prete. Che comincia…

Carissimi N. e N.,
siete venuti insieme nella casa del Padre,
perché la vostra decisione di unirvi in Matrimonio
riceva il suo sigillo e la sua consacrazione,
davanti al ministro della Chiesa e davanti alla comunità.
Voi siete già consacrati mediante il Battesimo:
ora Cristo vi benedice e vi rafforza con il sacramento nuziale,
perché vi amiate l’un l’altro con amore fedele e inesauribile
e assumiate responsabilmente i doveri del Matrimonio.

Pertanto vi chiedo di esprimere davanti alla Chiesa
le vostre intenzioni.

Attenzione, attenzione alle parole, perchè non ce n’è una di troppo, e tutte sono importanti. Non ne deve scappare una. Perchè quello che si sta facendo è, in tutti i casi, la scelta, la decisione più importante che un uomo e una donna possano prendere. E’ cosa da fare tremare i polsi. E’ la lama che divide miseria e felicità.
E quello che il sacerdote sta cercando di fare è avvertire, definire, inchiodare alla propria responsabilità. Se si era ragazzi, è il momento di crescere. Questo è il luogo dell’adulto, e l’adulto è colui che si assume doveri. Non è un gioco, non più, qui si fa sul serio. Se le cose andassero storte, non tirate in ballo Dio: "siete venuti insieme" nella Sua casa, siete stati voi a cercarlo, a prendere la decisione; quello che Lui fa è prenderne nota, e rendere questa vostra scelta una scelta sacra; cioè eterna.
La scelta è vostra; Lui ci metterà la forza, la gioia, ogni benedizione; e vi ricorderà quell’amore che non finisce, quell’amore che non tradisce, ogni volta che lo vorrete.
Ma non vi toglierà la libertà, e quella gioia e quella benedizione e quel ricordo potranno anche essere rifiutati.

Insieme alla casa del Padre vuol dire non che dovrete per sempre guardarvi negli occhi, ma guardare insieme nella stessa direzione.
Camminare guardandosi negli occhi è la maniera migliore per inciampare e cadere, perchè non si guarda dove si va. Quello, e camminare ad occhi chiusi.
Qui gli occhi occorre tenerli bene aperti.
Qui non si fa il giochino dei diritti: qui ci si assume doveri.
E così, davanti a Dio, davanti alla Chiesa, cioè davanti a tutti, siete voi, adulti, a dire chi siete e chi volete essere.
E quello che volete essere è uniti per l’eternità con la persona che vi sta a fianco; è affermare che lei è il vostro destino.
Non è così?

Oggi Sposi – I – Tre domande e una promessa

Quando mi stavo per sposare ho dovuto seguire il corso prematrimoniale. Conoscevamo allora un sacerdote santo – e l’aggettivo non è a caso – e decidemmo di farlo da lui, nella sua parrocchia.
Se pensavamo a qualche seratina liscia di pistolotti su cose che noi, ultracattolici, sapevamo già, bè, ci sbagliavamo.

Il corso era strutturato e tenuto per mandare in crisi le coppie. Era l’ultimo test. Obbligava a ripensare, seriamente, quello che si andava a fare, a confrontarsi con noi stessi, con i nostri sogni, le nostre paure, le nostre intenzioni. Se eravamo sinceri in quello che stavamo per fare o eravamo mossi da noia, incoscienza, quiescenza.

Sì, perchè fare qualcosa di cui magari non si è capito bene il senso e/o per le motivazioni sbagliate è la via al disastro. E chiamare Dio a benedire un disastro annunciato di solito è una pessima idea.

Mi rendo conto che forse non è chiaro a parecchi che cos’è un matrimonio cattolico. Spesso ai cattolici in prima battuta, compreso quelli più coinvolti: gli sposi, e coloro che tengono i corsi prematrimoniali. I quali corsi talvolta hanno una impostazione che non c’entra niente con la vita o, peggio, hanno rinunciato ad essere cattolici.

Vorrei quindi riproporre anche a voi quello che imparammo in quei tempi ormai lontani, integrato con grosse dosi di vita vissuta. Partendo da quello che è il rito del matrimonio, dalle parole stesse che si pronunciano quel giorno, ognuna da pesare e capire se si vuole essere seri con quello che si è, sarà, o potrebbe essere. Cioè sposi. 

Il rito del matrimonio è composto, sostanzialmente di tre domande ed una promessa. Le domande servono (dovrebbero servire) a sincerarsi che si stia facendo la cosa giusta pronunciando la promessa successiva. Se a quelle domande si risponde in malafede allora il matrimonio è nullo, non valido, come se non fosse mai stato celebrato; come un contratto viziato da un difetto di forma, dalla malafede dei contraenti. Le domande sono, in riepilogo, se al matrimonio ci arrivo liberamente, se d’ora in poi la mia sposa o sposo avrà tutta la mia fedeltà, se accoglierò i figli che giungeranno.

Dal prossimo post della serie cominceremo a capire cosa vogliono veramente dire queste parole.