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Quel punto rosso

Io sono un ciellino, non dovrebbe essere una sorpresa per molti. Rileggevo l’altro giorno una lezione che Don Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione, tenne ai responsabili degli universitari nel 1986, quando io era già da qualche anno nel movimento.
Il titolo è “il punto rosso”. Qual è questo punto rosso? E’ il cuore dell’Icaro di Matisse, immagine scelta per il Volantone di Pasqua di quell’anno.
Il Volantone di Pasqua è un manifesto che viene distribuito per la Pasqua e che riporta un testo e un’immagine. Accompagnata a Matisse quell’anno c’era una frase dell’allora cardinale Ratzinger, che potete leggere di seguito:

Nella lezione, Giussani faceva la considerazione che, di fronte a questo testo, c’era stato come un ritrarsi, un ondeggiamento. Come se non si riuscisse a fare l’ultimo passo. E in cosa consiste, per Giussani, quell’ultimo passo? “Si tratta della sapienza della vita (…) di quel vantaggio ultimo per cui l’uomo ama se stesso e il mondo, per cui è pronto a dare la vita per tutto ciò che è bene, per cui, in questo amore, riesce realmente a cambiare il mondo intorno a sé, per cui diventa creatore; e l’uomo dimostra di essere creatore quando è capace di creare unità, di fare unità tra i suoi compagni di viaggio.” (p.70).
Quel punto rosso è il cuore dell’uomo che dipende da ciò che non è dentro sé, il simbolo di un rapporto. “Questo è l’Icaro di Matisse, esile fin quando volete, ma ha la percezione di appartenere a qualcosa d’altro”.
Ciò che definisce“, riprende Giussani (p.72), “l’identità, la forza e la letizia di un soggetto – o di una realtà – è la sua appartenenza, è ciò a cui appartiene.” L’immoralità nel senso più nefando, asserisce Giussani, è dubitare di quell’appartenenza a Cristo.

“Senza la coscienza di appartenenza un uomo non può essere presente, non può essere presenza. Essere presenza vuol dire che in noi, in noi stessi, portiamo qualcosa d’altro. Non si può essere presenza se non si è segno: segno, cioè rimando ad altro.” (p.73)
Di seguito, Giussani fa l’esempio di Citton, un ragazzo bravo, molto bravo, cosa che tutti riconoscevano e stimavano.
Ed io gli dicevo “Citton, tu non sei una presenza così” “Ma no, io do il buon esempio.” “Ma dai il buon esempio per te stesso, tu richiami gli altri a se stesso, non a qualcosa d’altro, non ad un’altra realtà: tu richiami la stima e fai onore a te stesso. Per essere veramente una presenza, tu devi richiamare un’altra realtà. Vedi, i quattro ragazzetti che si sono alzati la settimana scorsa all’assemblea a dire “Noi cattolici…”, quei quattro ragazzetti lì sono una presenza, che ha diviso la scuola, così come Cristo è venuto per dividere (come disse il vecchio Simeone, con buona pace di tutti i pacifisti e gli irenisti tra i vescovi e i teologi di oggi).”

Eh, ci va giù duro Giussani. Quella frase pronunciata dai quattro ragazzetti di cui sopra segna proprio l’inizio del movimento di CL, il punto di rottura rispetto a quella mentalità diffusa allora dove era tutto un parlare di valori e di morale, ma dove il riferimento a quella presenza sorgiva era sistematicamente lasciato indietro.
Fu proprio questo a distinguere Comunione e Liberazione in quegli anni da tutte le altre realtà pur cristiane che c’erano nella società: porre Cristo come centro, e dirlo. E per questo prendersi insulti e minacce e botte.
Non ci bastava fare i bravi ragazzi: quell’appartenenza generava un ethos, una personalità diversa.

L’unità che la civiltà può creare, continuava Giussani, è come quella delle presse che schiacciano le automobili e le riducono ad un cubo di ferraglia. Mentre l’unità che questo uomo diverso può creare viene dal di dentro ed è perciò una libertà, una letizia impensabili, ignote agli altri. “E tanto più siamo coscienti tanto più siamo liberi e lieti“.
Una cultura dell’appartenenza che cambia il modo di agire, che converte: la conversione implica il riconoscere l’appartenenza, come il bambino appartiene a sua madre. Questo riconoscere avviene nell’ambiente: non in un gruppo, non in una parrocchia, non in una associazione. Tramite una presenza che è odiata, perché il mondo vorrebbe ridurre il fatto di Cristo ad un fatto privato, in cui al limite ti lasciano gesticolare.

Fin qui Giussani. Perché vi ho descritto, o nel caso di alcuni vi ho ricordato, tutto questo? Perché mi sembra che, ora come allora, vi sia un tentativo di occultare questa presenza, Cristo, dietro uno sbarramento di valori, di amicizia sociale, di parole che tutti possono condividere ma che sono come la camomilla con cui si addormenta la nostra coscienza. Come se, dato che Cristo non lo conosce più nessuno, fosse inutile parlarne. O pericoloso.
Non è che abbia rimpianti delle aggressioni di un tempo, ma proprio quell’odio contro di noi ci confermava in quel che eravamo. Oggi, chi ci attacca ancora?

O quel punto rosso riprende a battere per ciò a cui appartiene, o confessiamo quel nome e non le idee, o finiremo come sono finiti tutti coloro che, negli anni, lo hanno dimenticato. Sotto altre bandiere; ma lieti, felici?

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Buoni propositi

Il digiuno, i buoni propositi, ci servono a capire che non riusciamo a fare niente da soli.
Quanti fallimenti per accorgerci che non siamo cambiati. Che non ci possiamo cambiare.
Possiamo solo essere salvati.

 

 

Un altro amore

Oh, amore, amore. Quanto si parla di amore, come se fosse qualcosa di bello. Di sempre bello. Di sempre vero, di giusto sempre, sempre da seguire.

Ma..

Tra i canti della Settimana Santa che preferisco c’è sicuramente questo, di Fra Marc’Antonio da San Germano (sec XVI):

CRISTO AL MORIR TENDEA

Cristo al morir tendea
Et a più cari suoi Maria dicea:
“Hor, se per trarvi al ciel dà l’alma e ‘l core,
Lascieretelo voi per altro amore?”

“Ben sa che fuggirete
Di gran timor’ e alfin vi nascondrete:
Et ei, pur come Agnel che tace e more,
Svenerassi per voi d’immenso amore”.

“Dunque, diletti miei,
S’a dura croce, in man d’iniqui e rei,
Dà per salvarvi ‘l sangue e l’alma e ‘l core
Lascieretelo voi per altro amore?”

Una delle cose che mi hanno sempre colpito è l’ultimo verso della prima e terza strofa. Maria chiede ai discepoli se lasceranno Cristo per un altro amore.

Capite, non per qualcosa di immediatamente brutto, disprezzabile. Non per malvagità o vizio. Un altro amore.
La grande maggioranza dei peccati che facciamo, delle decisioni sbagliate che prendiamo avvengono perché stiamo inseguendo un altro amore. Che ci sembra più grande, più bello, più immediatamente confacente ai nostri gusti.

Lascio mia moglie e i miei figli per quella donna appena conosciuta? Ma va bene, perché la amo. E’ un altro amore.
Butto tutto il mio tempo e i miei soldi in quella cosa lì? E’ una mia passione, il resto può sparire, perché io la amo. E’ un altro amore.
E questo altro amore mi consuma, come fanno tutti gli altri amori. Perché gli altri amori sono piccoli, sono limitati, e finiscono. Arrivano al loro limite. Ed esplodono.
Quando l’altro amore finisce, perché finisce, non lascia che cenere.
Posso saltare di altro amore in altro amore. Lascerò una scia di delusione, una traccia di cenere. E’ quello che di solito accade nelle nostre vite.

No, l’amore non è sempre qualcosa di buono, se è un chiudersi, il lasciare il più grande per il più piccolo. Che è la definizione esatta di peccato. Anche quando si tratta d’amore, quando non si tratta di null’altro che amore.
Ma come si fa a capire se un amore, l’amore, è quello grande?
Se è disposto a morire per noi.

E noi, per lui?

 

Tempo ristretto

Il sesso è il solo misticismo che il materialismo offre.
Malcom Muggeridge

Alice: “Quanto dura per sempre?”
Bianconiglio: “Talvolta, solo un secondo.”
Lewis Carroll

Il cristianesimo è, per definizione, l’eterno che si fa istante e dà al tempo degli uomini un valore eterno.
Senza quell’eterno, il tempo degli uomini è il solo tempo, l’istante la sua sola misura. Perché meravigliarsi se tutto crolla?
Quelli che non riconoscono, o non riconoscono più, l’eterno, possono solo ricercarlo in pelli giovani, nella fuga dal pensiero, in istanti di piacere che durano solo un istante.
Farebbero di tutto per procurarsela, questa piccola eternità, questi uomini dal tempo ristretto. E finisce tutto – perché, al di fuori dell’eterno, tutto finisce – in inganno, violenza e feci.

Un bambino

Un bambino è nato.

Una nascita. Un bambino. C’è stato chi ha cercato di strumentalizzarlo politicamente; chi ha tracciato schemi, progetti. Chi lo ha veduto come un intralcio e ha cercato subito di eliminare quella nascita, quel bambino.

Quella nascita. Non è certo la politica che la definisce. Coloro che hanno cercato di buttarla in quel senso si sono trovati con niente in mano. Il Signore li ha dispersi nei pensieri del loro cuore, direbbe qualcuno.

E’ proprio dell’uomo cercare di schematizzare ciò che accade a proprio vantaggio. Pro o contro questo o quello. Incasellare. Usare.

Ma un bambino è nato. Lui è un bambino, ma è molto più grande di così. Guardatelo, e provate ad immaginare se tutte le vostre discussioni, tutte le vostre beghe, tutti i vostri furori pro o contro questo, pro o contro quello fossero niente. NIENTE.

Niente in confonto a quel singolo, unico fatto. Un bambino è nato. Quel bambino. Tutto il senso del mondo, tutta la misericordia del mondo, lì. Accettarlo, o rifiutarlo.

Potete continuare a cercare di incasellarlo, di utilizzalo per il vostro disegno, qualunque esso sia, che magari per voi è bene, ma è un vostro disegno. E voi siete polvere.

Oppure dire sì a quel bambino, ed amarlo, e cambiare, almeno per un minuto. Farsi cambiare. Prenderlo in braccio.

Così che Lui possa prendere in braccio voi.

Buon Natale.

I pensieri del loro cuore

“Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore”. Così parla il “Magnificat“, il cantico che i Vangeli dicono Maria incinta di Gesù abbia pronunciato quando ha incontrato sua cugina Elisabetta, e che fa parte della liturgia dell’Avvento.

Mi sono domandato spesso che significato abbia questa frase. Guardando all’esperienza, sono giunto alla conclusione che quando uno è superbo, quando pensa che tutto gli sia dovuto, è convinto di possedere la verità, si dis-perde. Non sa più dove si trovi realmente, vive in uno mondo suo dove è l’unico re-dio. Quel mondo sono le sue convinzioni, le sue architetture mentali, le città e i palazzi di un cuore che non ascolta altro che se stesso.

I superbi non vanno lontano: sono prigionieri di quello che sono, perduti e smarriti anche quando sembrano invincibili, fanno carriera, hanno successo. E’ un triste regno il loro.

Cos’è l’opposto della superbia? L’umiltà. Il cuore che ascolta. Il cuore di una ragazza di Nazareth che, poco più di venti secoli fa, ha scelto di essere serva, e ora è davvero Regina.

 

 

Un bimbo ci è stato dato

un bambino è nato per noi,
ci è stato dato un figlio.

Isaia 9,5

Un bambino.
Cosa c’è di più nuovo, cosa porta più  cambiamento? I padri, le madri lo sanno. La vita non sarà mai più la stessa, nella gioia, nell’affanno. È il compiersi di una profezia sulla nostra stessa esistenza; è un punto di arrivo ed insieme un punto di partenza.

Un bambino ti ruba il sonno, l’energia; devi essere presente, proteggerlo, perché da solo non può combinare niente. Si affida tutto a te, ed è per questo che tu accetti quel sacrificio. Magari borbottando, dolendoti per la vita di prima che non tornerà, mugugnando, ma se sei uomo, se sei essere umano, se la tua natura è di uomo, se la tua natura è di essere umano allora lo fai. Per quel bambino. Ci stai.

Perché quel bambino sei tu, quel bambino è il tuo futuro, e sai che se gli volti le spalle un domani non ce l’avrai. Perderesti il senso della vita, cioè ciò che ti fa essere uomo, perché un uomo senza scopo non è un uomo. Passeresti il resto della vita rimpiangendo ciò che hai perduto, a non vivere pur vivendo.

Ecco perché Dio ha scelto di essere un bambino in mezzo a noi. Perché tutto questo si realizzasse. Perché decidessimo di essere uomini. Adesso, non poi.

Il solo ordine

Alcune considerazioni dopo il post di ieri.

Cosa è più importante, il regalo o la persona che te lo fa? Solo il superficiale, l’egoista, il cinico può dire il primo. Se trovi la tua casa ordinata vuol dire che qualcuno te l’ha messa a posto; apprezzi l’ordine, ma esso non ci sarebbe senza l’ordinatore. Che tu l’apprezzi vuol dire che condividete qualcosa che vi permette di capirvi vicendevolmente. Siete legati, e non è un legame che tu hai deciso, una definizione da te inventata. E’ un dato, cioè è data. Puoi mettere in ordine, ma non sei tu che fai l’ordine.

Cosa vuol dire “ordinare”? Vuol dire mettere le cose al proprio posto: presuppone le cose, e un posto, e che questo sia comprensibile, e che questo sia buono. Chi definisce l’ordine definisce anche ciò che ho elencato.
Non riusciamo a concepire il caos come entità a sé stante, ma solo come mancanza di qualcosa, perché noi siamo costituzionalmente fatti per un ordine, siamo intrinsecamente ordinati. Chi costituisce le cose, costituisce anche te, fa anche te, proprio perché anche tu fai parte di quell’ordine.

Un ordine buono. Perché senza l’ordine non potremmo capire niente del mondo. Oh, noi umani cerchiamo di metterci del nostro, ma di solito roviniamo tutto, Per questo quando si entra in contatto con l’ordine vero, quando si capisce quella luce cosa sia, non la si può più abbandonare. Non si può lasciare chi l’Ordinatore stesso ha mandato per mostrarcelo:

Un giovane ordinato.
(…)
Fino al giorno in cui aveva cominciato il disordine.
Introdotto il disordine.
Il più grande disordine che ci sia stato nel mondo.
Che ci sia mai stato nel mondo.
Il più grande ordine che ci sia stato nel mondo.
Il solo ordine.
Che ci sia mai stato nel mondo.

(Peguy, “Il mistero della carità di San Giovanna d’Arco”)

Perché? Perché quell’ordine è ciò che ti fa, quell’ordine è amore, e rinnegarlo vorrebbe dire rinnegare la stessa essenza di cui si è fatti, rinnegare noi stessi. Quant’è più grande rinnegare invece la nostra immagine di noi stessi, costruita di menzogna, di assenza di luce, di disordine, per arrivare al vero “io”. Questa la scelta, che un Dio amorevole pone alla nostra libertà.

Neanche a farlo apposta, ho trovato stamattina questo pezzo del grande Robert Spaemann, uno degli ultimi grandi filosofi cattolici del nostro tempo, appena passato al Padre.

Ecco alcuni passaggi:

“(…) O Dio c’è oppure l’autocomprensione dell’uomo in quanto essere di ragione, vale a dire in quanto persona, è un’illusione. (…)
Ragione, ratio, significa tanto ragione quanto fondamento. La visione scientista del mondo considera il mondo e dunque anche se stessa come priva di un fondamento. La fede in Dio è la fede in un fondamento del mondo, che lui stesso non è senza fondamento, dunque irrazionale, ma “luce”, trasparente a se stessa e così suo proprio fondamento. (…) La sottomissione incondizionata alla volontà di Dio, che si rivela in ciò che accade e in ciò che noi non possiamo modificare, è l’atteggiamento fondamentale di tutti coloro che credono in Dio. 

Ma che cosa significa sottomissione a ciò che noi non possiamo modificare? Non è forse più dignitoso almeno rifiutarci di accettarlo? Ma a chi interessa questo, se Dio non esiste, se il destino è cieco e l’universo indifferente all’accettazione così come al rifiuto o addirittura alla protesta? Quando Giobbe protesta davanti a Dio, questo accade perché egli pensa a Dio come ad un essere a cui appartiene il fatto di essere buono. Nella protesta si trova ancora il riconoscimento di Colui al quale noi rivolgiamo la protesta. Se noi lo considerassimo indifferente al dolore del mondo, non avrebbe alcun senso protestare […]. 

Il discorso sulla bontà di Dio, su Dio che è amore, smarrisce il suo punto sconvolgente, se passa sotto silenzio chi è colui di cui si dice che Egli è amore, se cioè passa sotto silenzio che Egli è la Potenza che guida la nostra esistenza e il mondo, che muove il sole e le altre stelle. Soltanto tale Potenza, infatti, può salvarci dalla morte. L’idea di un amore assoluto, infinito, resta un’idea regolativa, se in essa non viene pensata l’unità di due assolutezze, quella del fattuale, del destino, e quella del bene […].

L’occhio che inesorabilmente dirige e che è allo stesso tempo inesorabilmente buono appartiene esso stesso all’essere, altrimenti l’essere non sarebbe tutto. Ma vale anche il contrario: se il bene fosse impotenza, allora non sarebbe il bene tout court. Poiché l’impotenza del bene non è bene. La fede nella potenza del bene è ciò che ci consente di abbandonarci attivamente alla realtà, senza dover temere che, in un mondo assurdo, anche ogni buona intenzione produce il contrario.”

Leggetelo tutto, perché spiega in maniera sublime ciò che io ho stentatamente cercato di comunicarvi. Quella Lux Aeterna, mandata per salvarci: luce da luce, Dio vero da Dio vero.

L’ordine della luce

Dicono che per vedere qualcosa occorrono due elementi, gli occhi e la luce. In realtà noi però non vediamo “qualcosa”, vediamo proprio la luce.
Non è vero che senza la luce che illumina non riusciremmo a vedere: tutta l’informazione è portata proprio da quei fotoni che ci raggiungono. Non sono i servi del messaggio, il messaggio sono loro.
Guardo un panorama sul mio computer:  ma non c’è nessuna valle, nessuna catena di montagne all’interno dello schermo, solo qualcosa che genera un dato che le mie pupille recepiscono. Il monitor, una televisione, uno schermo cinematografico sono generatori di luce, non di oggetti.

La luce ha quindi dentro di sé un senso, che interpretiamo. Questa interpretazione è tutto quello che conosciamo: ma come distinguere se l’informazione è autentica o simulata? Se esiste davvero qualcosa di corrispondente a ciò che l’esterno ci comunica?

Anche se quella immagine fosse falsa, la sua stessa esistenza ci dice che c’è qualcosa fuori di noi, che comunica con noi. Passivamente con il solo esistere, o attivamente generando quella luce modulata che ci arriva. Una testimonianza di un ordine che ci trascende, più grande di noi, perché quel flusso noi non lo controlliamo anche se sappiamo interpretarlo. Lo state sperimentando ora, in questo stesso istante: leggete, capite. Il fatto che la visione sia intelleggibile significa che abbiamo la chiave per comprenderla, per comprendere ciò che ci circonda. Quella facoltà che, nella sua accezione più alta, si chiama ragione.

Oggi è Santa Lucia. Quella ragazza di Siracusa di diciassette secoli fa rinunciò agli occhi e alla vita per non negare quello che aveva capito. Cioè che l’ordine della luce non è casuale, non è semplicemente un fatto da dare per scontato. Facendosi togliere la capacità di vedere vedeva più lontano di tutti i suoi torturatori, perché lo sguardo del cuore arriva più lontano degli occhi.

 

Il padre perfetto

L’altro giorno una persona paragonava l’amore per Dio a quello per la persona amata, per il proprio sposo o sposa.
A mio parere il paragone non è del tutto corretto. E’ molto più pertinente la similitudine che Gesù stesso ci suggerisce: quella filiale. L”amore della propria vita” uno se lo sceglie, in una certa maniera; con lei, con lui, può capitare di litigare, di lasciarsi, e si diventa come estranei, o peggio. Il padre o la madre, invece, uno non se li sceglie: sono dati, sono inevitabili, è un legame che anche nella rabbia e nell’aspro confronto non si può mai spezzare. Esisterà sempre, sarà sempre possibile un ritorno.
Per i figli il padre dopo una giornata di duro lavoro prende e va, la madre si consuma a stare loro dietro. Di fronte all’irriconoscenza (“che schifo c’è per cena?”) il genitore si arrabbia, ma il giorno dopo sarà ancora lì per loro.

Che pazienza ha con noi il Padre perfetto.

Il Dio delle sorprese

“Si compiacerà del timore del Signore.
Non giudicherà secondo le apparenze
e non prenderà decisioni per sentito dire;
ma giudicherà con giustizia i miseri
e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese.”

Isaia, 11, 3

“Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.”

Mt 11, 25

Questi due brani rientravano nelle letture per la messa di ieri. La prima fa parte della profezia di Isaia sull’avvento del Messia; la seconda del discorso di Gesù detto “della Montagna”.
Non sono brani isolati: anzi, sembra che siano un’indicazione della maniera in cui Dio opera abitualmente.
In una certa maniera potremmo dire che Dio ama prendere in contropiede. Quando ammonisce di non giudicare, è perché Lui utilizza criteri ben diversi da quelli dei giudici umani. Noi uomini diamo importanza a cose che Lui ritiene di nessun conto, e viceversa.
Forse la nostra saggezza non è poi così saggia; o forse il ritenersi saggi provoca orgoglio, e l’orgoglio acceca. Forse spesso quando discutiamo di determinati argomenti siamo mossi più dai pre-giudizi che dai fatti che dovremmo giudicare. Fatto sta che Dio colpisce di sorpresa, appare dove noi non avremmo pensato; fa lo sgambetto, appare alle spalle, scombina i piani; si serve della nostra arroganza per buttarci giù, poi tende una mano per farci risalire.

Ci aspetteremmo che i nostri problemi venissero risolti da un grande guru, un imperatore, un condottiero; un grande statista, un astuto politico, un algido intellettuale.
E invece ci capita un bambino.

E’ questa la genialità di Dio: che Cristo è troppo assurdo per potercelo inventare, per potere dire che in realtà è merito nostro, è farina del nostro sacco. E lo stupore delle cose dette e fatte è la medicina per la nostra supponenza.
Se saremo anche noi come bambini, lasciandoci ferire. Se preferiamo continuare a ritenerci saggi, ok, d’accordo, come vogliamo.
Ma i diavoli ridono di noi, gli angeli piangono per noi.

 

La salvezza

Certo che è impressionante vedere migliaia di persone invocare la morte di un’altra solo perché la pensa differente da loro. No, non sto parlando di Twitter e di un certo politico nostrano, mi sto riferendo al Pakistan e alle violenze allucinanti seguite all’assoluzione di Asia Bibi. Stranamente non ne parlano quelli per cui l’Islam è religione di pace, siano essi musulmani oppure occidentali; non trovo femministe che scendono in campo per una loro sorella contro la brutalità di una civiltà al maschile, e ben poche tracce di coloro che usualmente contestano i soprusi di stato e le pessime leggi, gli anarchici, i nemici della pena di morte e delle discriminazioni.

Mi domando perché, e andare a messa questa domenica mi ha aiutato a capire.

Il Vangelo che abbiamo letto parlava dei comandamenti più importanti: amare Dio con tutto il cuore, e il prossimo come se stessi. E questa è legge divina, ciò che occorre seguire, e da ciò deriva ogni altra moralità. E’ il fondamento dell’essere cristiani: noi amiamo Dio e Dio, per puro amore, ci ha dato Suo Figlio. Perché lo uccidessimo. Per farci uscire tramite il suo sacrificio da un mondo in cui ciò che ho descritto nel primo capoverso è la normalità, e stupirebbe piuttosto l’occuparsi di una poveraccia qualsiasi in un paese lontano. Una donna che in quest’istante è come Cristo in balia di un Pilato che sì, non le ha trovato alcuna colpa, ma che deve fare i conti con una folla assetata di sangue, con i capi delle folle che la vogliono comunque morta.

Poi, durante la messa, sono state lette le intenzioni. E mi sarei aspettato delle esortazioni a portare questa bellezza, questa verità ad ogni persona, ad ogni popolo.
Invece sono stato esortato ad ascoltare le altre religioni e i non credenti, a trovare in essi la verità, a imparare da loro…
Come se Cristo non avesse portato la verità tutta intera. Come se fosse stato uno tra i tanti.

Oh, lo so che c’è un briciolo di verità in ogni religione, che l’uomo ha sempre cercato Dio e continua a farlo anche se non crede nel nostro. So perfettamente che ci sono ovunque persone straordinarie, magnifici individui che talvolta mettono a rischio la loro stessa incolumità per gli altri.
Ma, spiegatemi, cosa devo imparare da quella folla che vuole linciare Asia Bibi? Cosa mi devono insegnare i buddisti, gli indù, i satanisti, gli atei con cui dovrei dialogare? Sono tanti anni che lo faccio, qui su questo blog e nella vita. Ma devo ancora trovare qualcosa di più grande di Cristo, di più vero di Cristo, devo ancora incontrare qualcuno che sappia spiegarmi la vita meglio di così.

Se lo incontrassi, dovrei dedurne che il suo insegnamento è migliore di quello cristiano. Quindi, perché dovrei poi restare tale?

Ma questo sono io. Io che ho incontrato un significato, un avvenimento vero, che qualcuno mi ha annunciato.
Nella lezione di Don Giussani di cui vi ho parlato poco tempo fa si dice che il fatto costitutivo del cristianesimo è appunto l’annuncio.
L’annuncio è la presenza di una persona coinvolta con pienezza in un significato del mondo, in un significato della vita. Ecco, tante volte mi sembra che quel coinvolgimento per parecchi di noi non ci sia. Che talvolta per noi Cristo sia solo un poveraccio di un paese straniero, vissuto tanto tempo fa, e morto. Uno per cui non vale la pena vivere, e quindi neanche morire. Perché occuparsene? Perché occuparsi di ciò che con lui ha a che fare, perdenti di fronte alla violenza esplicita e a quella suadente del potere? Sciocca la povera Asia, donna ignorante che si ostina a non dialogare.

Per cui si può andare avanti a ignorare.
Ignorare cosa?
La salvezza.

 

Disposti

Asia Bibi, condannata a morte in Pakistan per blasfemia quando la sua colpa era in realtà essere cattolica, è stata assolta, dopo più di nove anni, dalla Corte Suprema di quel paese. La sua situazione è ancora pericolosa, dato che i fondamentalisti islamici che hanno minacciato e ucciso chiunque avesse preso le sue difese, ministri compresi, hanno messo una forte taglia sulla sua testa.

Asia Bibi è una martire, nel senso etimologico del termine: una testimone di quanto la fede può fare, di quanto può esigere in termini di sacrificio. Dieci anni nelle carceri più dure, in isolamento, lontano dai figli, per non pronunciare quell’abiura che l’avrebbe liberata. Il suo rifiuto di abbandonare Cristo ci interroga. Il nostro cristianesimo fatto di morali e di superfluo, di canzoncine e parole d’ordine, reggerebbe una simile prova?
Noi che stiamo zitti davanti alla macchinetta del caffè, parleremmo in un aula di tribunale? O troveremmo quella scandalosa fedeltà un retaggio medioevale, frutto di ignoranza e di illusioni, a cui contrapporre un machitelofafare?

In altre parole: saremmo disposti a morire per Cristo, noi che non siamo disposti a vivere per Lui?

Necessità

Sto tentando di insegnare i rudimenti dell’informatica a mio figlio. Facendolo, mi sono reso conto di quante cose che per me sono ovvie e scontate per lui sono incognite da scoprire e da capire.
E’ come guardare i bambini che imparano a camminare: non ci ricordiamo più che significa non sapere mettere un piede davanti all’altro, cosa ci vuole per potere stare in piedi. Dicono che ogni bimbo ha il suo modo di gattonare, di approcciare la sfida della postura eretta.
Così, guardando i semplici esercizi di programmazione di mio figlio io, che qualche esperienza ce l’ho, vedo subito quello che forse è il modo migliore di risolverli. Ma lo è davvero? Non necessariamente. Potrebbe esserci qualcosa di ancora più efficiente che io non riesco a vedere.

E mi tornano in mente le terzine dantesche
State contenti, umana gente, al quia
ché, se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria.
(Purgatorio, 3, 37-39)

Era un necessità il concepimento virginale di Gesù? Certamente Dio avrebbe potuto fare le cose in altro modo.
Eppure quello che ci è stato dato è certamente il modo migliore per l’avvento di Cristo. Per una ragione molto semplice: è stato il modo che Dio ha scelto, e Lui non sceglie un di meno.
Questo però noi lo possiamo sapere solo a posteriori, quando riconosciamo anche l’incastrarsi di profezie e avvenimenti durante i secoli per preparare e raggiungere quel risultato. A priori, nessuno lo avrebbe immaginato. Questo perché le vie di Dio non sono le nostre, le sovrastano quanto noi quelle delle formiche. Noi abbiamo molta meno fantasia.
Come la Croce, anche l’Incarnazione è stata una sorpresa.

Oggi, e non da oggi, c’è gente che farebbe a meno di Cristo e la Sua croce. Che, come gli Ebrei, non riesce a comprendere un Messia umile, nato da una ragazzina di un villaggio sperduto, e che ha dovuto morire per compiere ciò che era venuto a fare. Salvarci. E quindi preferisce affidarsi ad altri tipi di messia.
E mi domando: chissà tutta questa gente se sa programmare.

Fatta bene

Io non sono un fanatico della messa in latino, anche se devo ammettere che certe preghiere suonano molto meglio in quella lingua. E devo dire che reggo poco chi pone il criterio dell’essere cristiano in un certo tipo di liturgia, quasi che il piatto di portata conti più del gusto del suo contenuto, e il gusto più del nutrimento. Stringendo stringendo, il punto è fare memoria di Cristo, il resto è in qualche maniera in sovrappiù. Se no si finisce per far contare un ritratto più della persona che vi è raffigurata.
Però stasera, di fronte ad una messa vecchio stampo, mezza cantata, con tutte le parole al posto giusto senza essere corrette sociologicamente, la gente usciva dicendo “che bella”.

Io credo che la bellezza abbia una valenza morale: coagula su di sé tutti gli attributi trascendentali dell’Essere, li tiene insieme, li esalta. La verità è anche estetica, e al godimento estetico la temperanza non si applica. Ciò che è fatto bene è cattolico, perché persegue quell’infinita perfezione a cui ogni uomo anela, quell’infinito a cui il cristianesmo dà un nome. Se una messa lascia indifferenti vuol dire che le manca qualcosa, non porta verso ciò cui dovrebbe fare memoria. Non lo trasmette – in latino tradere, da cui tradizione. Se la tradizione non è memoria è vuota ripetizione, ma se manca la tradizione che si trasmette? Certo, la bellezza è negli occhi di chi guarda, e i nostri occhi sono spesso chiusi, velati, gonfi di croste. Ma ancora qualcosa distinguere sanno.

Gli esclusi

Pensa un cardinale che “il documento finale di #Synod2018 debba parlare a tutti i giovani. Anche i #giovani omosessuali, dunque, devono sentirsi inclusi in quello che proporremo con il documento sinodale.
E io sono d’accordo. Anzi direi di più. Anche i giovani atei o bestemmiatori dovrebbero sentirsi tali. Anche i giovani egoisti che se ne fregano degli altri. Quelli che non rispettano padre e madre. I giovani ladri, dovrebbero esserci anche loro, insieme con i giovani assassini. Dovrebbero sentirsi inclusi anche i giovani che mentono, che non rispettano i giuramenti, che spacciano, che menano, che scopano con chiunque, che insomma fanno quello che fanno tutti gli uomini: peccano.

Il documento dovrebbe parlare a tutti loro e dire che c’è una realtà che va oltre la vita buia che vivono, che possono, devono lasciarla se vogliono vivere una esistenza migliore, e che si può ricominciare.
Perché quello che fanno è male. Molto male. E se continuano si escluderanno dalla vita preparata per loro.
Tutti questi dovrebbero sentirsi inclusi.

Quelli che invece usano Cristo per il loro interesse e dello Spirito Santo per legittimare il loro peccato, scandalizzano i piccoli e sotterrano i loro talenti, ecco, quelli invece dovrebbero essere esclusi.
E cacciati a calci in culo là dove è buio e pianto e stridore di denti.

Non so se si farà, mentre il padrone di casa è lontano e i suoi servi pensano non debba tornare. Ma un giorno si volteranno, e Lui sarà lì, a separare gli inclusi dagli esclusi.

Ci è data una grande grazia

Io non penso che lo Spirito Santo agisca come una sorta di manto magico, alla faccia della libertà. Non credo neanche che la Grazia che viene data in certe circostanze sia essere avvolti in una sorta di alone mistico. Credo che la protezione dal male, la correzione dall’errore, l’apertura dei nostri occhi nella grande maggioranza dei casi sia data dalle altre persone, dai nostri fratelli e, perché no, dai nostri avversari.

Non dico che il soprannaturale, ciò che va oltre il materiale, non esista, anzi. Ma la mia esperienza è che la concretezza di ciò che non si vede trova le sue vie in una meravigliosa normalità.

La forma fisica della Grazia è l’amico che mi prende da parte e mi rimprovera, la frase che mi rivela ciò a cui non avevo mai dato peso o attenzione, o anche l’amore che provo per qualcuno che mi spinge a cambiare. La Grazia è spesso una improbabile compagnia, che un Destino Buono ci ha dato. Che è lì per noi, al suo posto esatto. Da guardare, da accettare. E che possiamo rifutare.

Dio non ci salva malgrado noi, ma attraverso la realtà; e salva la realtà attraverso noi.

Segni e segnali

Mi raccontano di un giovane benvoluto che muore, e della chiesa piena ai suoi funerali. E della reazione di una persona all’accaduto: “Cosa mi ha insegnato questo? Goditela finché puoi!”

Certo, segni e segnali possono essere fraintesi. Mi ricordo di un romanzo di Terry Pratchett in cui la scritta “Road works” non veniva interpretata da un autista come “Lavori stradali” ma “La strada funziona“, con effetti nefasti. Un gioco di parole intraducibile in italiano, ma che illustra come basti non afferrare il senso reale delle frasi, o degli avvenimenti, per comprenderli al contrario.

Così è forte la tentazione di rimediare alla fuga dei giovani dalla chiesa dando loro quello che vogliono, o che dicono di volere. Esattamente quello che accade nelle famiglie che si sfasciano, con figli viziati o sbandati.

Chi è l’adulto che si farebbe dare consigli su cosa fare della vita da un adolescente? Eppure pare che sia questo che qualcuno sponsorizza.

Dalla mia esperienza, è il metodo più sicuro per perdere quel giovane per sempre: non per niente è il metodo che oggi è applicato ovunque, nelle chiese vuote. I soli giovani che ho visto rimanere sono quelli a cui è stata fatta una proposta forte, sicura, a cui aderire anche a prezzo di rinunce e sacrifici – una proposta da adulti. Una proposta fatta di verità e realtà. Quella che a suo tempo è stata fatta a me.

Si, i giovani ci segnalano che hanno bisogno di qualcosa, come fanno tutti i giovani da sempre.
Di una strada che funzioni. Non di essere compiaciuti con novità antiche quanto il diavolo.

Fallimenti

Tutte, tutte, tutte le storie umane sono intrise di fallimento.
Fallimento vuol dire caduta, vuol dire errore. Vuole dire peccato: il distacco tra ciò che dovrebbe essere, l’infinito bene oltre i nostri più sfrenati desideri, cioè Dio, e la nostra realtà di uomini.
E’ per questo che sappiamo che esiste un Dio: perché possiamo vedere questo distacco, questo fallimento. Siamo umani perché sappiamo che l’infinito c’è. Se pure non ci arriviamo. Se pure falliamo.
C’è Chi ci porge la mano per rialzarci, ogni volta che cadiamo, perché sempre, sempre sempre cadiamo. E’ per questo che è venuto Cristo: a mostrarci che per quel cielo impossibile c’è una via.

E che cristiani saremmo se negassimo che, anche in mezzo al fallimento più cocente, questa strada esiste?

L’eclissi del sacro

Sapete, se qualcuno quarant’anni fa, o venti, o meno, avesse suggerito le dimissioni del Papa, sarebbe stato guardato come matto. O come assolutamente ignorante della Chiesa cattolica; un poveretto di altra religione, non bene informato.
Ciò che più mi spaventa, a pensarci – beh, magari non proprio il pensiero più spaventoso, ma quasi – è che invece la cosa sia arrivata da un vescovo, e sia stata presa seriamente. Che non sia stata considerata un’uscita folle. Accidenti, che molti, me compreso, l’abbiano considerata una possibilità, qualcosa da valutare.

Il che è un segnale molto brutto di ciò che mi viene da chiamare eclissi del sacro. Cioè il ragionare per categorie mondane anche per quello che dovrebbe essere pertinente al divino; come se il divino fosse solo una impiallacciatura, un qualcosa di scontato e in fondo di non necessario. Ok, Gesù e il Vangelo, ma adesso parliamo di cose reali.

Che è esattamente il contrario del modo di ragionare che mi è stato insegnato e che cerco di seguire: che Dio non è paesaggio, e neanche la prima cosa, quella più importante; ma l’unica cosa. Tutto il resto viene di conseguenza.
Viene di conseguenza, se abbiamo caro il vero e il giusto; perché non c’è altra maniera che il vero e il giusto arrivino in questa nostra vita. Convertirsi a Cristo è la nostra unica possibilità di salvezza da tutte le brutture che ci sono nel mondo, alle quali diamo il nostro sostanziale contributo.

Essere arrivati a questo punto, per cui Dio fa parte del paesaggio e la conversione non è un’opzione, è il fallimento della Chiesa di oggi. Si è nascosto Dio dietro alla buona volontà, all’accoglienza, al volontariato, a questa e quella morale o moralismo. Oppure dietro paramenti, o messaggi, o devozioni, a questa e quella morale e moralismo, e ci poi ci si è dimenticati di Lui. Spesso. Quasi sempre.

E, come sempre accade quando ci si dimentica di Lui, quando lo si abbandona in qualche soffitta o in qualche buona intenzione, il male deborda. Perché è proprio questo il male: dimenticarsi di Dio. E quindi tutte le cose più turpi e immonde, e più turpi e immonde di quanto spero riusciate ad immaginare, giungono. Si insediano, si fortificano, si aiutano, si sostengono vicendevolmente, e l’inferno, un po’ d’inferno, un assaggio di inferno dilaga sulla terra. Le tenebre diventano sempre più dense.

Sì, abbiamo dimenticato tutti Dio. Il Vangelo annota, più e più volte, che anche tra i suoi principi, tra i suoi discepoli, tra i suoi apostoli vi erano quelli che dubitavano. Che non credevano. Fino all’ultimo. Il sole di Cristo, che pure era lì, evidente, era eclissato da altro. Come ora.
La Bibbia rammenta per il popolo ebraico tempi simili a questi. Tutte storie che non finiscono bene.

Le eclissi sono fenomeni transitori. La luce è oscurata, ma ciò che la oscura passa, va. Per sua natura.
Ma noi che vediamo la luce scemare di minuto in minuto, cosa ne sappiamo? Come possiamo sapere che finirà, se non per la fede che dovremmo avere? E, se pure in qualche modo l’abbiamo conservata, come possiamo conoscere se si è già raggiunto il punto dove la notte è più fonda, o il peggio deve ancora venire?

Noi che attendiamo che i santi ci salvino, senza pensare che i santi dovremmo essere noi?

All’orizzonte

Sei sul margine del deserto, che guardi nella distanza. C’è un puntolino all’orizzonte. Cosa sarà mai? L’aria calda distorce quella distante sagoma che si vede a tratti.

Le persone attorno a te, ognuna ha un’opinione. C’è chi dice che sia un uomo, un viaggiatore a piedi. Chi un uomo a cavallo. Chi un coyote, chi qualche altro animale selvatico. Altri dicono sia
un miraggio dovuto alla calura, che lì fuori non ci sia niente. Esiste realmente, quel qualcosa in lontananza?

Le loro opinioni sono tutte legittime, anche se alcune sono discutibili. Ma solo uno può avere ragione. Non possono essere tutte vere contemporaneamente. Non può essere un uomo e uno sciacallo. Non può essere qualcosa e insieme niente.

Quindi la domanda importante non è se gli altri abbiano il diritto di esprimere la loro idea. E’ “Chi ha ragione”?

Tu noti qualcosa d’altro. Un nuovo punto, ma questa volta si avvicina. Lo vedi bene, adesso, è un uomo. Arriva dalla stessa direzione di quell’altro oggetto all’orizzonte. Si fa avanti, vi saluta.
“Io e mio padre”, dice, indicando il punto lontano “stiamo cercando un posto dove stare. Sareste disposti ad ospitarci?”

La domanda adesso è cambiata. Non è più “Chi ha ragione”, ma “Sta dicendo il vero quest’uomo? Posso credergli? Arriva proprio da lì, è credibile che abbia la risposta al nostro dubbio?”

Se, dopo che quest’uomo è giunto, continuate a discutere, e siete ancora dell’idea che il punto all’orizzonte potrebbe essere uno sciacallo o un’illusione, allora ciò vuol dire solo una cosa: non gli credete.

Così se, nella nostra realtà di oggi, pensiamo di non potere dire niente ad un ateo, un agnostico, un uomo di altra religione, vuol dire che non crediamo a quell’uomo che il Padre Suo ha mandato a salvarci dalle nostre opinioni. Vuol dire che non ci possiamo chiamare con il suo nome, dirci cristiani.
Siamo solo dei coglioni che guardano l’orizzonte, incapaci di capire cosa vedono.

Benedetto

San Benedetto cercava Dio, per questo educò gli uomini, che fecero l’Europa.
Oggi vogliono dimenticare Dio per cercare l’Europa, e stanno solo disfacendo gli uomini.

Il dio sdraiato

E’ una strana teologia quella che è in voga ai nostri giorni.

Avevamo parlato qualche giorno fa di un dio orizzontale, cioè che non si pone più come qualcosa di superiore all’uomo ma allo stesso livello. Avevamo obiettato che il dio di una simile teologia difficilmente può riuscire a farsi amare, o anche solo a farsi rispettare. C’è persino il dubbio che rientri appieno nella definizione stessa di “dio”. In che cosa dunque sarebbe diverso da un essere umano qualsiasi? Se ogni colpa è perdonata in anticipo oppure giustificata non esiste nessuna differenza morale. Nessun peccato, il termine stesso non ha più senso.
Ma se non ha più senso allora  come può qualcuno essere moralmente superiore ad un altro?
Se non c’è differenza morale allora la sola distinzione è quella fisica; un qualche superpotere, il cui uso è impossibile ad un figlio di Adamo. Sì, un supereroe, o un superbullo che gioca con la materia dell’universo. Un essere pericoloso da cui guardarsi, da ingraziarsi se possibile; a cui sacrificare in cambio dell’uso amichevole dei suoi poteri.

In altre parole un dio come quello delle antiche mitologie, un Odino o uno Zeus, o un Baal.
Un beone e un fornicatore, un ingannatore e un violento. Ma, rassicuratevi: non avevamo detto che la colpa non esiste? Questi dei sono gli idoli adatti ai nostri tempi.
Idoli inutili.
Perché degli dei come questi non esistono; o, se esistessero, non avrebbe il mio rispetto. Non cambierebbero la mia vita. Non mi insegnerebbero a essere più felice. Per questo tipo di dei sarei ben felice di dirmi ateo, come tali venivano definiti i primi cristiani.

Il dio compagnone è una nullità morale; se anche i miracoli vengono negati, come talvolta accade, non c’è ragione neanche per tentare di ingraziarselo. Un’entità inutile, di cui non vale la pena occuparsi. Figurarsi poi di quelli che si dicessero suoi interpreti, suoi sacerdoti.

Un dio che non mi spiega come fare a essere felice è un dio sdraiato a godersi la vita, lui; mentre io mi arrabatto con i miei limiti e i miei errori. Che esistono, che ci sono, e nessuna negazione, nessuna autogiustificazione possono davvero spingerci a credere che non esiste niente di male a fare il male.

Con chi lo asserisce in prima fila ad accusare, a giudicare, ad indignarsi. Nel nome dell’unico suo dio, se stesso.

Se un Dio davvero c’è, deve essere Qualcuno di cui davvero valga la pena di occuparsi; Qualcuno che si occupi di me.
Per nessun altro dio mi drizzerò in piedi, o mi inginocchierò.