Archivi categoria: tra lassù e quaggiù

Quando si ama

Pensate alla persona che amate di più. Ne avete una, vero?
Cosa sareste disposti a fare per lei?

Pensatela, vedetevela davanti. Sareste disposti a prestarle dei soldi? A darglieli tutti? A regalarle la vostra casa, la vostra auto? Lasciare tutto quello che avete per lei?
Sareste disposti a darle tutto il vostro tempo, senza tenervi niente? A darle un rene? Una mano? Un occhio? Tutti e due?
Sareste disposti a morire per lei?

Rispondete onestamente, sinceramente, dentro di voi.

Badate bene: non sto parlando di farlo per dovere, o per eroismo. Ma perché l’amate.

Ora, pensate alla persona che disprezzate di più. La più antipatica, o la più cattiva secondo il vostro giudizio.
Sareste disposti a fare lo stesso?

E’ per questo che non dobbiamo disperare dei nostri limiti, delle nostre cadute, dell’ animalità che ci appesantisce. Del nostro peccato.
Perché c’è chi l’ha fatto.
Qualcuno è morto per una persona così, tutta da disprezzare. E’ morto Cristo, della fine più atroce.
E la persona più disprezzabile? Siamo noi.

Buona Pasqua di Risurrezione.

Le conseguenze dell’amore

Bisogna fare attenzione a quello che ami. Può essere estremamente pericoloso.
Il cristianesimo ha fortemente a che fare con l’amore.  In effetti è il suo punto principale: Dio ha talmente amato il mondo da mandare suo Figlio a salvarci. E Lui stesso ha raccomandato: amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi.

Questo messaggio dà, evidentemente, sui nervi a qualcuno. A molta gente. Moltissima. Che quindi provvede a rimuovere il messaggio. O il messaggero.
Quando non ami, quando ti dà fastidio che qualcuno ami, non ti fa molto problema il modo della rimozione.
Può essere una bomba. Può essere un colpo in testa, o un coltello. Un carcere, una legge, un licenziamento, una battuta sarcastica. Anche solo il silenzio. O, peggio, l’assoluto disinteresse.

Se ami come dovrebbe amare il cristiano, allora ti importa anche di colui che uccide te, i tuoi cari, tuo padre, tua madre, i tuoi figli. I tuoi fratelli, che sono tutti, compreso colui che ti sta rimuovendo, nei modi sopra descritti o in tanti altri più diretti o più ingegnosi. Ti tocca non odiarlo, e questo può essere molto, molto difficile. Il suo scopo, anche se magari non se ne rende conto appieno, è proprio farsi odiare.
Per neutralizzare quel messaggio.

Così il giorno di festa che diventa lutto, la palma di gioia inzuppata di sangue, non sono che ciò che comunemente segue l’amare in un  mondo che non ne vuole sapere. Non sono eccezionali, non sono un caso. Sono la croce; sono la normalità. Quella, non il nostro asfittico accontentarci di gesti vuoti e promesse vane.

Ci viene chiesto, ogni giorno, di testimoniare. Ma il gallo canta per noi. Che non capiamo le conseguenze dell’amore.

Mondo friabile

Stamattina, a messa, il sacerdote si è scagliato con una certa virulenza contro tutti quei cardinali, preti e fedeli che non capiscono la misericordia della nuova Chiesa e sono legati ad una struttura mummificata. Considerando che il suddetto sacerdote ha una certa rassomiglianza con il Boris Karloff del film “la Mummia” a me scappava da ridere. E’ un ex-missionario, che cambia abitualmente le frasi della messa in omaggio a una certa ideologia inclusiva di una cinquantina di anni fa. Mi domandavo se questo famoso nuovo non sia in effetti già un passato decrepito, come quella stagione, mentre l’antico a me pare eternamente giovane.

Ma sicuramente c’è confusione. Amici mi scrivono che il loro mondo si sta sgretolando sotto i loro occhi, “e al suo posto ne sta nascendo uno razionalmente incongruente, spiritualmente deprimente, emotivamente insostenibile”.
Un mondo friabile, dunque: ma mi domando piuttosto se ad essere friabile non siano le basi su cui questo nuovo mondo è costruito. C’è una certa parabola che ricorda che a costruire sulla sabbia, su ciò che non è solido e certo, ci sono certi rischi. Eppure è proprio ciò che, da talune parti, si chiede: il terreno solido appare troppo duro per certi gusti, occorre traslocare.

Un’altra cara amica mi ricorda che i giovani oggi manco sanno chi è Ponzio Pilato, figurarsi tale Amoris Letizia che con quel nome potrebbe anche essere una attricetta. Se solo due dei ragazzi della sua classe rammentano che Gesù è nato a Betlemme, è chiaro che il problema è un tantinello più profondo di improbabilissimi divorziati risposati dallo pseudo-coniuge intrattabile e figli bisognosi che pretendono l’eucarestia. Ma è invitandoli nella baracca sul greto del fiume che potranno trovare un posto sicuro contro le alluvioni della vita? Oltretutto se si dice loro “state pure fuori se avete altro da fare”?

Nel mezzo della tempesta, con il fiume che si ingrossa, se devo scegliere un riparo preferirò l’edificio costruito sulla roccia, più in alto. Il mio parroco ha detto che se lo Spirito Santo ci ha messo in questa situazione, lui saprà tirarci fuori. Non so se sia stato proprio lo Spirito Santo o la nostra libertà, comunque dietro c’è un disegno di cui noi ora vediamo solo i primi abbozzi. Di questo sono sicuro. Quante volte quelle che mi parevano disgrazie si sono rivelate la mano longa della Grazia in azione. Il nostro vedere è corto, nella migliore delle ipotesi.

Come dicevo a quei miei amici di prima, per il mondo friabile, tranquilli. I casi sono due: o è una prova per cui tra poco tutto si risolverà felicemente, o sono gli ultimi tempi.
Forse la seconda, mi hanno risposto, ormai siamo troppo oltre e non la si può più risolvere con risorse umane.
Potrebbero avere ragione. Se fossimo limitati alle risorse umane.

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Balla scimmia

La scimmia si accorge di essere nuda e si copre; poi comincia a costruire, cercando il suo senso.
Perché adesso è uomo.

L’uomo non trova se stesso se semplicemente si abbandona alla sua inclinazione naturale. Per diventare davvero un uomo, deve opporsi a questa inclinazione; deve voltarsi dall’altra: anche le acque per loro natura non salgono verso l’alto di loro accordo.

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La prova dei santi

Qualche anno fa, andava tutto bene con la mia religione.
C’era profonda unità tra quello che mi veniva insegnato e il mondo che vedevo. Tutto era logico, semplice, ragionevole, assolutamente non contraddittorio. Mi era stato insegnato a chiedere il perché di ogni cosa, giudicare quanto accadeva, analizzare, trarre conclusioni. Era come quando vai a controllare la soluzione di un esercizio e vedi che collima perfettamente con ciò che hai calcolato. L’universo era un posto fatto per me.

Come cristiano ero certamente attaccato. Quanto credevo era sotto discussione, testato di continuo. Ma avevo un dubbio. Che la mia prova non fosse una vera prova. Io non sono un santo,  ma sapevo bene che la prova dei santi è il venire attaccati nella fede non solo da coloro che ne sono fuori, ma colpiti da dentro. Dal fuoco amico. La santità si giudica dalla docilità nell’obbedienza, pur mantenendo la fermezza.

Quando ti confronti con qualcuno che non crede è relativamente semplice. All’inizio del mio blog temevo i grandi guru dell’ateismo e dell’agnosticismo, poi ho verificato che nessuno dei loro argomenti regge. Il loro livello è spesso misero, il ragionamento inconsistente. Raramente qualcuno mi ha messo in difficoltà, e non per molto. Avevo risposte adeguate. Merito non mio, ma della solidità di ciò in cui credo, di millenni di apologeti.

Cosa succederebbe però se questa solidità venisse messa in dubbio non da qualcuno di esterno, che so odiare la Chiesa, ma da qualcuno che la ama, dall’interno? Se la visione dominante nella Chiesa diventasse quella che ho sempre combattuto ed avversato? Se mi si chiedesse di sostenere l’opposto di ciò che mi è stato insegnato in precedenza? Credo a quel che credo perché l’ho vissuto, perché l’ho verificato, o a ciò che mi si dice che devo credere?
Se quello che penso vero e l’autorità che rispetto e seguo sostenessero cose contraddittorie, che cosa sceglierei? Questo mi domandavo.
Poi mi dicevo, oh, non accadrà.
Questo la dice lunga sulla mia preveggenza. Sapevo che quando sinceramente chiedo ottengo, ma ad essere sincero questa prova avrei davvero voluto evitarla.

Perché adesso devo affrontarla. Devo risolvere la contraddizione, e devo farlo senza pregiudizio, non per partito preso.
Così anch’io, pur non teologo, proverò a confrontarmi con il nodo fondamentale che altri hanno espresso. Che, apparentemente, è sulla liceità o meno dell’accesso dei divorziati risposati all’eucarestia. In realtà quello è un pretesto, il modo con cui si esprime una questione decisamente più profonda.
Che posso sintetizzare: la Verità esiste?

Seguitemi un attimo, per comprendere meglio cosa è in gioco. Una certa visione nella Chiesa afferma che chi si ritiene a posto con la coscienza può accedere ai sacramenti, cioè comunicare direttamente con Dio. Qui non si sta parlando di coloro che, per ignoranza o arroganza, decidono di fare la Comunione pur sapendo di essere in peccato. A Messa quante volte vedi mettersi in fila della gente che Dio-ci-salvi. Quelli se la vedranno direttamente col Padreterno. No, qui si dice che la Chiesa concede i sacramenti ad alcuni pur sapendo che sono – formalmente – in stato di peccato. In un certo senso questo libera chi accede all’eucarestia in questo stato, dato che non hanno piena avvertenza, per fare ricadere il peso su chi ha dato loro il permesso.

Io conosco dei divorziati non per colpa loro, persone degne, meravigliose, con storie dolorosissime. Vederle ancora giovani a dovere scegliere tra il Corpo di Cristo e una nuova vita con qualcuno che amano mi riempie di dolore umano. Perché rimanere legati anni e anni a qualcuno che ti ha abbandonato? Mi riesce difficile comprenderlo. Se è difficile per me, figurarsi per loro.
Sicuramente alcuni di quei matrimoni saranno stati nulli. Ci si può arrabattare così. Ma tutti nulli? No. Eppure poche volte abbiamo dei pronunciamenti così netti di Gesù come in questo caso. Chi lascia la propria moglie o marito, e si risposa, commette adulterio. Punto. Durissimo: tanto che i discepoli stessi ne rimasero sgomenti: “Allora meglio non sposarsi!” E fu risposto loro che quanto aveva detto non tutti riescono a capirlo.

Coloro che sostengono che oggi le cose son cambiate non hanno proprio presente com’era agli inizi del cristianesimo, com’è stato per lunghi secoli al suo interno, com’è oggi in certe parti del mondo. Cambiate, certo, ma rispetto al meglio ottenuto con fatica. Non si può invocare la cattiveria dei tempi, sono stati molto più cattivi di così. E la dottrina è sempre stata quella.

In tutte le epoche ciarpame umano di ogni tipo e genere, noi compresi, si è rivolto alla Chiesa chiedendo accoglimi, salvami. La Chiesa ha dato ricovero a tutti, ma sempre dicendo: questa è la Verità. La misericordia è sempre passata per quella durezza. Pur con cadute vertiginose, corruzioni, errori. Dicendo: capisco che tu non ce la possa fare, ma ogni volta che cadi mi troverai vicino a rialzarti, finché capirai come si fa a camminare. Ti dico alzati, e cammina.

Adesso, capite, c’è una differenza con quanto sostiene qualcuno nella Chiesa. Ti si dice: se sei convinto di camminare, allora cammina. Io rinuncio a dirti che quello che fai è sbagliato, perché non ne sono più convinto. Anzi, sono convinto del contrario: la mia pietà umana è più grande della misericordia di Gesù, cioè quella di Dio. Lui era troppo duro. Quella poteva essere la Verità allora; adesso è cambiata.

Adesso è cambiata. Qui sta tutto il punto, come avevo anticipato. Sostenere che tutta una serie di pronunciamenti vincolanti di Papi precedenti  non valgono più. Questo non è mai accaduto. In passato si sono cambiati talvolta i modi, ma non la sostanza.
Se accade, quali sono le conseguenze? Che non mi posso più fidare di te, uomo di Chiesa. Se hai cambiato idea su questo, tutto il resto che tu, Chiesa, mi dici, può cambiare. O la tua autorità si poggia su una base solida, e non muta, oppure è soggetta a mutamento di sostanza. Allora, perché dovrei crederti? Se una cosa è bene un istante e il momento dopo no, chi me lo fa fare di affrontare difficoltà e sacrifici per venirti dietro? In ultima analisi, se quello che mi dici non è Verità allora non sono obbligato a crederti. Sei solo un omino che si veste buffo che fa parte di una organizzazione alla cui autorevolezza non crede lui stesso. Grazie, ho di meglio da fare.

L’interpretazione che ho appena data è l’estrema conseguenza. Si può anche pensare che l’accesso ai sacramenti, in casi particolari, sia giustificato dal fatto che davvero non c’è un precedente matrimonio valido, cosa magari formalmente impossibile da dimostrare. Però bisogna dirlo: non può esser un fai-da-te. Sarebbe affermare che la coscienza privata ha la preminenza. Uomo, ultimo tribunale? Cavallo di battaglia protestante, non certo cattolico.
Si può sostenere che non è un cambiamento di dottrina, è un approfondimento della stessa. Questa opinione però deve fare i conti con il Vangelo già citato. Difficile trovare un criterio più nettamente espresso.

Si può anche rimproverare la mancanza di misericordia di una Chiesa troppo legalistica. Citare tanti atti di accoglienza di Cristo: davvero vogliamo escludere dalla Comunione qualcuno che sul serio ha desiderio di Lui, anche se non ha la forza o la volontà di superare i suoi limiti? Tra Pietà e Verità chi vince? Tra Libertà e Verità, chi ha la preminenza?

Non sono interrogativi da prendersi alla leggera. Io non presumo di sapere la verità: la ricerco. Perché è questa che deve guidarmi nella vita di ogni giorno, nella prassi quotidiana. Che Vangelo annuncio? Cosa posso sostenere, di fronte ai miei amici, ai miei colleghi, ai miei parenti? Gli uomini veri si fanno guidare dalla ragione, non dall’istinto. La ragione vera non può prescindere dalla fede.

Devo perciò cercare dei criteri di giudizio.
Uno di questi è senza dubbio il principio di autorità. Riconosco che alcune persone hanno una ragionevolezza e una comprensione molto maggiore della mia, e le seguo anche se ho una opinione dissimile. In questo caso, però, abbiamo autorità che sono in conflitto tra loro: quelle passate, e le attuali. Privilegiassi esclusivamente le attuali ricadrei nel relativismo.

Un altro criterio è “dai frutti li riconoscerai”. Cosa accade dove i nuovi criteri ispirati alla misericordia hanno attuazione? La Fede, la Chiesa sono più forti oppure questa rattrappisce e sparisce? Davvero la misericordia è applicata, o non trionfa l’arbitrio? I sostenitori di questa linea perseguono sempre la Verità, o una loro agenda? L’esame imparziale dei fatti sembrerebbe indicare questa seconda ipotesi.
A questo punto non posso fare a meno di ricordare le parole di Cristo sui tralci che, staccati dal tronco, avvizziscono. Se il criterio non è più quello indicato da Cristo, nonostante tutto il mio umano desiderio di felicità il risultato sembra opposto. Quello che pensavo non risolve niente.

Così questa è la mia risposta a quella prova a cui accennavo all’inizio. E’ corretta? Non lo so. Posso solo pregare. Pregare che la prova finisca, che si trovi come conciliare le opposte esigenze, torni l’unità e la chiarezza che desidero profondamente, come si cerca l’acqua quando si è assetati.
Forse, anzi, sicuramente, il momento presente ha un senso ben preciso. Una potatura necessaria, secondo un disegno divino. Questa è la mia fede. Nello Spirito Santo, non negli uomini confido.

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Di eroi e di santi, ancora

Discutevamo l’altra settimana di eroi e di santi. Forse però non è ben chiara la differenza tra gli uni e gli altri.
Un eroe è una persona che compie qualcosa di eccezionale, per suo merito. Può essere o non essere straordinario in se stesso, un semidio o qualcosa del genere; ma la radice del suo eroismo non è nello spiccare dal punto di vista fisico, quanto da quello comportamentale. L’eroe ispira perché fa l’eroe, non perché sia più forte o più capace. La fonte della sua virtù però è sempre umana, fosse pure l’amore di patria.
Per essere eroi bisogna essere uomini eccezionali, lasciandosi alle spalle le debolezze.

Il santo, invece, pone la sua forze in Dio. Punto. La forza che ha non è sua; è la forza di Dio. Quello che fa di grande è perché “lascia fare Dio”. Si affida. In un certo senso è il contrario dell’eroe, che invece porta tutto il peso dell’umano. Il santo è tanto più grande quanto più si fa piccolo.
La sfida tra il santo è l’eroe è quella tra Davide e Golia. Il ragazzino pressoché disarmato e il fortissimo uccisore corazzato. Un combattimento dall’esito scontato, per tutti i parametri umani. Solo un pazzo avrebbe scommesso contro Golia.

Così come i santi. Chi avrebbe scommesso su di loro? In vita spesso perseguitati, incompresi, esecrati da benpensanti e media, non infrequentemente uccisi.
Eppure sono stati molto più forti di tutte le legioni di eroi, di cui tombe e nomi sono dimenticati. Hanno cambiato il volto del mondo, perché non erano di questo mondo.

Come l’eroe il santo ispira l’imitazione, fa dire: come si fa a vivere così?
Si può fare l’eroe, nella vita di ogni giorno come nella circostanza eccezionale. Ma bisogna avere occasione e stoffa. Volere essere eroi può schiacciarci. Ci può rendere davvero infelici, facendoci accorgere di quanto in realtà siamo deboli. Non tutti possono essere eroi. Non tutti ce la fanno. Non tutti ce la possono fare.

Essere santi è molto più semplice. Possono esserlo tutti. Proprio perché è qualcun altro che fa, molto più forte e perfetto di ogni nostro eroismo.
Possiamo. E sì che allora il mondo cambierebbe.

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Innocenza

La festa di oggi dei Martiri Innocenti è difficile da capire.
Quei piccoli massacrati da Erode nello sforzo di eliminare un possibile pretendente al trono, come credeva fosse Gesù. Giova ricordare che, al tempo, se la vita di una adulto valeva poco, i bambini erano considerati quasi nulla. Com’è ancora oggi, dove il cristianesimo non è arrivato oppure è stato dimenticato.
Erode aveva fatto uccidere tutta la sua parentela, alcuni figli compresi. Cos’erano per lui quei pochi estranei in più?
Da ragazzo pensavo che era quasi sadico festeggiare quelle morti. Mica l’avevano chiesto loro di essere ammazzati. A loro di Gesù non importava niente, neanche parlavano. Quello che volevano era vivere.

Cosa vuol dire martire? Significa testimone. La loro morte testimonia qualcosa: l’esistenza di un motivo per ucciderli. Sono martiri cristiani perché quel motivo era Cristo. Anche se non l’hanno mai conosciuto.
Tanta gente che muore, oggi, mica voleva finire così. Eppure la loro uccisione ci dice che c’è una volontà, uno scopo, che la cattiveria degli uomini vuole qualcosa. E quel qualcosa passa per la fine delle loro vite.
Al male di loro non importa. Può esser qualcosa che hanno fatto, può essere qualcosa che sono, può essere dove sono. Ma la persona irripetibile che sono, che erano, è indifferente.

Si può essere innocenti solo di fronte ad un male. E il male è l’opposto dell’amore. Amore vuol dire curarsi di qualcosa, il suo opposto è non curarsene. Considerarlo niente, eliminarlo, se si ritiene necessario. Il niente si può distruggere senza problemi. Solo al bene importa dell’innocente, perché al bene importa di ogni cosa.

Ogni vita che va, quindi, ci dovrebbe sussurrare. Far pensare. Ai motivi per cui viene spenta. A ciò di cui è martire. Ogni martire è una domanda di perché, e la risposta spetta a noi.
Può darsi che, nel proseguire della nostra storia, saremo chiamati anche noi ad essere martiri. Testimoni, innocenti o no, di qualcosa che va oltre noi stessi.

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L’ora più buia

L’ora più buia è quando il freddo ti accoltella, ti succhia le ossa il  gelo nebbioso.
L’ora più buia è quando non distingui più chi ti sta attorno, contorni sfocati, estranei in corpi che un tempo conoscevi.
L’ora più buia è la morte dell’amore, la certezza che si ferma smarrita, l’impossibile paura che apre le sue lunghe gambe come un ragno magro.
L’ora più buia è quando butti via ciò a cui tieni per tristezza, noia, ripicca, arida sabbia al posto del cuore.
L’ora più buia è il sole che è disperso, orologio rotto, forse fuggito da questa notte che non finisce.
L’ora più buia è quando la tua mortalità uccide chi sei. il tuo errore è ciò che ti definisce, la tua speranza ti pare illusione.
L’ora più buia è quando sei un fantoccio pieno di carta e fiato, quando il tuo tempo è inutile.
L’ora più buia è adesso.

Poi nasce un bambino.
I fantasmi del buio rivelano ciò che sono.
Non è l’alba, quella fioca luce che trascolora il cielo?

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Bella dentro

E’ molto più bella dentro che fuori.
La cittadella della “Piccola casa della Divina Provvidenza”, nota come “Cottolengo” dal nome del suo fondatore, occupa un’area di Torino grande come un piccolo paese. Se da fuori si vedono solo edifici grigi, spogli, severi, da dentro vedi giardini, architetture ariose, bellezza, tranquillità. E’ la risposta cristiana alla miseria del mondo, quella che aumenta sempre ogni volta che l’uomo con le sue sole forze cerca di rimediarvi.

Di per sé l’opera del Cottolengo non è una novità, in quell’ambito cristiano che si è inventato gli hospitali e innumerevoli altre risposte alla povertà. Se nasce nella Torino prerisorgimentale è perché in quegli anni si è rotto il tessuto sociale delle opere di misericordia che prima erano capillarmente diffuse in ogni paese della penisola. E’ stato rotto da illuministi, giacobini, napoleonici. Gli ordini religiosi che provvedevano alle necessità dei poveri sono stati decimati, soppresi, cacciati; gli edifici, i conventi confiscati ed adibiti a caserme o peggio da governi ostili. La religiosità popolare è colpita duramente dalle nuove idee, intese a liberare l’uomo dal fardello di Dio, e che pongono quindi addosso all’uomo stesso il loro ben più pesante giogo.
Se l’opera del Cottolengo nasce e cresce in quel luogo, in quel momento storico, è proprio come risposta ad una situazione che la coscienza cristiana non può trovare accettabile. Le altre coscienze silenziano il problema: quelli sono miserabili.

Conversando con una suora, l’altro giorno, questa un po’ ingenuamente diceva che a certe povertà dovrebbe provvedere lo Stato. Ma è proprio lo Stato che certe povertà le costruisce o, se rimedia, non è con l’eliminare il problema delle persone, ma eliminare la persona con i problemi. La struttura della Piccola Casa ospita molte persone con malformazioni gravissime, ma sempre meno con il passare degli anni. Le giovani generazioni non ci sono: vengono uccise prima, prima che nascano. Così potrebbe avvenire domani con gli anziani non autosufficienti. Cosa ne sarebbe stato di quelle persone solari, luminose che abbiamo veduto, se non fossero state ospitate lì? I ciechi e sordomuti, coloro che mancano di braccia e gambe…sarebbero sfiorite, senza la gioia che hanno trovato in quel luogo. Senza una ragione per vivere, che nessuno Stato può dare. Sarebbero morte, dentro o fuori.
“La sofferenza non è un abisso, è una profondità”, ha detto una delle ospiti. Ma bisogna capirlo. Occorre non smarrirsi dentro quel vuoto che è l’animo umano quando non è riempito da Dio.

La povertà non finirà mai. Ci sarà sempre un abisso in cui perdersi, se non c’è qualcuno che indica, che ci dimostra, che la vita è bella dentro.

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Vivacchiando

Uno dei frammenti che mi hanno sempre affascinato di più del dramma di T.S. Eliot “Assassinio nella Cattedrale” è quel brano del coro delle donne di Canterbury che commenta il tempo vissuto mentre il loro arcivescovo era in esilio:

Seven years we have lived quietly,
Succeeded in avoiding notice,
Living and partly living.
There have been oppression and luxury,
There have been poverty and license,
There has been minor injustice.
Yet we have gone on living,
Living and partly living.

Sette anni abbiamo vissuto quietamente,
riuscendo ad evitare di essere notati
vivendo e in parte vivendo.
Ci sono state oppressione e opulenza,
ci sono state povertà e licenza
ci sono state piccole ingiustizie.
Tuttavia siamo andati avanti a vivere,
vivendo e in parte vivendo.

“Vivendo e in parte vivendo” può essere tradotto anche come “vivendo e vivacchiando”.
Il coro delle donne di Canterbury si conclude con l’appello per il ritorno dell’arcivescovo. In Francia, lontano, dove non disturbi il vivacchiare. La vita parziale di chi non cerca il senso, di chi si accontenta, come canta anche Bob Dylan in una sua canzone:

Anche se i padroni fanno le leggi
per i saggi e per gli stolti,
io non ho niente, mamma, per cui vivere.

Although the masters make the rules
For the wise men and the fools
I got nothing, Ma, to live up to.

Ho scoperto una singolare corrispondenza di quel brano di Eliot in una lettera scritta da Piergiorgio Frassati verso la fine della sua vita:

“Carissimo, ogni giorno più comprendo qual Grazia sia esser Cattolici. Poveri disgraziati quelli che non hanno una Fede: vivere senza una Fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la Verità non è vivere ma è vivacchiare. Noi non dobbiamo mai vivacchiare ma vivere perché anche attraverso ogni disillusione dobbiamo ricordarci che siamo gli unici che possediamo la Verità, abbiamo una Fede da sostenere, una Speranza da raggiungere, la nostra Patria. E perciò bando ad ogni malinconia che vi può essere solo quando si perde la Fede. I dolori umani ci toccano ma se essi sono visti sotto la luce della Religione e quindi della rassegnazione non sono nocivi ma salutari perché purificano l’Anima delle piccole ma inevitabili macchie di cui noi uomini per la nostra cattiva natura spesse volte ci macchiamo. In alto i Cuori e sempre avanti per il trionfo del regno di Cristo nella società”.

Uno potrebbe asserire che difendere un patrimonio di Fede, presumere di custodire la Verità, lottare continuamente per essa è molto poco alla moda ultimamente. Come del resto il trionfo di Cristo nella società. C’è chi suggerisce che vivacchiare quietamente possa essere la soluzione ideale per i tempi moderni, dove tutti si vogliono così bene che non si capisce più cos’è, questo bene.
Ma Frassati è beato, loro no.

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Fondamentalmente

Devo confessare che quando l’ho saputo mi è scappato un po’ da ridere. In un articolo su Nuova Europa dedicato ai fondamentalismi cristiani è finito incluso anche il sito di Samizdatonline. Dopo un elenco di persone e siti che conterrebbero pericolosi riferimenti al cardinale Caffarra, monsignor Schneider e Stanisław Grygiel, troviamo scritto questo:

Il cardinale Burke ha affermato che nel caso dell’Amoris Laetitia, «non si tratta di magistero». Come dire: non vincola nessuno. La sua intervista a Repubblica del 10 aprile 2016 ha trovato spazio, oltre che sui siti fondamentalisti tipo Corrispondenza romana, Riscossa cristiana ecc., su una miriade di altri siti di cattolici che si mostrano più o meno scandalizzati da papa Francesco: lafedequotidiana, chiesaepostconcilio, apostatisisidiventa, lamadredellachiesa, samizdatonline, si si no no, unavox, ilgiudiziocattolico e moltissimi altri. Naturalmente anche sul sito di Magister e su La bussola quotidiana; ma in questi due casi anche per dovere di cronaca.

Intanto non si capisce se Samizdatonline è più scandalizzato o meno scandalizzato. Scandalizzato così-così? Del tipo “O mi mi signora Gina”? Naah, se siamo nell’elenco siamo certo nei cattivi. Il che mi obbliga a qualche precisazione, dato che di Samizdatonline sono, a causa della mia mancanza di riflessi nel tirarmi indietro in tempo, presidente indegno ormai da qualche anno.

La nostra associazione è nata una dozzina di anni fa per raccogliere quanti cercano di mantenere una presenza cattolica su internet. E’ un’insalata mista di tante sensibilità ma, come descritto anche nello statuto, “riconosce l’autorevolezza morale dell’insegnamento della Chiesa Cattolica, come formulato dal Magistero ed espresso dal Pontefice”. Sensibilità diverse, ho detto: infatti nel giro delle nostre mailing list ci siamo tante volte accapigliati in discussioni accese su questo o quell’argomento. Ma, credeteci, riconoscendo sempre di avere per Madre la Chiesa.

Il nostro sito è un riflesso di questa diversità: e se ora che i blog sono un poco passati di moda non riusciamo neanche a mantenerlo tanto e gestire molti contributi originali, non mi risulta che sia mai apparso in esso qualcosa di “scandalizzato” nei termini riportati.

Mi dicono che il problema sono i link: nella fattispecie, uno ad un articolo critico di Magister. Ossignùr! Chi mantiene un sito sa bene la storia dei link: li metti, e poi li dimentichi. Quelli sulla home page del mio blog metà sono morti, ed un paio li dovrei effettivamente levare. Si sa: la gente cambia. Fino a ieri Magister era un vaticanista riverito; ma da un po’ risulta alquanto sgradito a certuni. Pare che il fondamentalismo sia come la lebbra: basta il minimo contatto e ti si appiccica. Dovrebbero andare in giro con un campanellino, quelli.

E qui apriamo una certa parentesi. Il link a Magister c’è e io lo lascerei. Perché dice cose interessanti; perché è spesso informato; perché non si limita a rimandare la velina come fanno tanti altri. Devo vergognarmi di lui? Samizadtonline è stata fatta per parlare con chiunque; nel momento in cui abbiamo un Papa che accoglie in Vaticano eretici espliciti come i luterani e imam musulmani, mi sembrerebbe strano censurare chi si professa cattolico e fedele al magistero, se pur non sono a volte d’accordo con quello che dice.

Devo dire che non sono avvezzo a sentirmi dare del fondamentalista, anche se rientra nel novero degli aggettivi che mi sono stati rivolti nel corso di innumerevoli discussioni, spesso da mangiacristiani incalliti. Ero molto più abituato ad “integralista”: era l’insulto comune con cui i mezzi di comunicazione laicisti indicavano me e il movimento al quale appartengo. Non solo da loro: anche da alcuni fratelli cattolici che vivevano e vivono un’appartenenza al cristianesimo con una visione diciamo un poco differente, quelli che uno di loro ha chiamato “cristiani adulti”; a volte così adulti da non essere nemmeno più cristiani. Poiché l’estensore dell’articolo ha, in passato, condiviso con me l’essere il bersaglio di questo epiteto mi sarei aspettato un poco più di prudenza prima di usare etichette da applicare a mo’ di francobollo su tutto ciò che è reo di non attenersi pedissequamente ad una certa vulgata contemporanea.

Come tutte le definizioni un po’ fasulle e vaghe, “fondamentalista” va parecchio stretto a chiunque: a me tira sul cavallo e prude un sacco. Vorrei rassicurare: qui si è fondamentalmente fedeli alla Chiesa, quella che a sua volta ha come fondamento gli apostoli e i profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù. Non abbiamo intenzione di ereticizzarci o di diventare scismatici. Si cerca di essere cristiani al meglio che si può, e se questo significa essere perseguitati anche dai fratelli nella fede, oh beh, condividiamo il fardello con parecchi personaggi illustri: da Don Giussani a Padre Pio. Loro santi, noi indegni cristianelli che cercano il vero, il bello e il giusto: tenetene conto, voi giudici.

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Perdere la mia religione

Nei tempi andati, nell’Europa di qualche secolo fa, con religione non si indicava ciò che si intende adesso. L’uomo era religioso, punto e basta. Era una virtù; una caratteristica dell’umano, più interna che esterna. Con esso si intendeva il rapporto dell’uomo con il trascendente, con il sacro, con lo straordinario.

Per quasi tutte le culture c’è in questo termine, o nelle sue varie traduzioni, una sorta di contratto tra l’uomo e il divino, in cui quest’ultimo concede il suo favore in cambio di riti, o devozione. Il riconoscimento della sovra-umanità è la garanzia alle regole comuni di comportamento, la base della convivenza sociale. Se per i cristiani questo contratto è una libera alleanza, in altre culture è imposizione, editto da rispettare, dovere da ottemperare. Avere una religione voleva dire quindi sottoporsi a questo legame.

Chi non aveva religione, o ne aveva poca, voleva dire che non riconosceva l’ordinamento comune del mondo. Non riconoscendo le regole, era in qualche maniera fuori dalla società. Quello di cui si accusava i cristiani nei primi secoli era proprio questo: attribuendo la divinità al solo Cristo e non all’imperatore o altri dei erano considerati irreligiosi, ribelli alle regole e perciò pericolosi, capaci di tutto. La preoccupazione degli apologeti dei primi tempi era proprio questa: dimostrare che credere in Cristo non voleva dire non avere regole, ma avere una regola così alta da comprendere tutte le altre.

La trasformazione del concetto di religione in quello moderno avviene quando si comincia a negare la trascendenza. Se si nega che esista qualcosa di più alto dell’uomo allora, se si vogliono avere regole, bisogna sostituire il divino con l’umano. O meglio: occorre dare all’umano un potere sovraumano, concedendogli quegli attributi che un tempo erano riservati alla divinità. Lo Stato è divinizzato; in alternativa il potente, la Costituzione, il Giudice, il Partito, il Mercato… tutte queste entità diventano soggetti religiosi, in quanto si pongono su un piano superiore all’uomo comune e impongono dei riti.
Mentre però il trascendente è per definizione  su un piano più alto della vita terrena, questi sostituti umani non possono dire altrettanto. Per suscitare fedeltà e imporsi devono usare un miraggio di progresso dal fiato corto, l’edonismo spicciolo del piacere oppure la forza. Tutte soluzioni che mancano di vera presa, e quindi incapaci nel tempo di mantenere la promessa, una regola giusta di vita, la felicità.

Abbiamo quindi, oggi, questo paradosso: si riconosce il termine religione solo a quanto si riferisce ad una trascendenza pur essendoci soggetti che, negandola, ne assumono tutte le prerogative. Perché l’uomo in qualche maniera è obbligato a riconoscere di bastare a se stesso;  di non essere abbastanza grande, di avere necessità di qualcosa di maggiore di lui. E’ fatto così: anche se magari consciamente lo rifiuta, l’istante dopo si appella a questa religione che lo vincola.
Che se è roba umana, ha lo stesso esatto problema di chi la pratica: non è abbastanza grande. Chi sposa la moda rimane presto vedovo, si dice. La religione del contemporaneo domani l’avrò già persa.

Birra e misericordia

Mentre scendevo dalla testa della Tronche, in faccia al Monte Bianco, sotto un sole implacabile, c’era una cosa che davvero desideravo.
Una birra ghiacciata.
Il giro è stato più lungo del previsto, le scorte d’acqua sono consumate, quella dei torrenti è fangosa. La sete dissecca la bocca. Così uno se la vede, nella mente. Gialla, fresca, nell’alto bicchiere imperlato di goccioline.

L’albergo che ci ospita, al rientro delle gite, a volte offre ai camminatori una sorta di merenda. Tè, biscotti. Non questa volta. Questa volta era birra. Sì, una birra gelata ed inattesa, esattamente uguale a quella sognata.
E lì capisci la misericordia, che è sempre un miracolo. Un regalo inaspettato, che non hai meriti per pretendere, ma che è il compimento del tuo desiderio profondo.

Discutevo con un mio amico, camminando. Ci chiedevamo,  davanti all’imponenza di quelle cime ammantate di ghiacci e nevi e prati fioriti, come fa chi abita qui a non credere in Dio.
Eppure è possible, accade: perché ci si abitua anche all’eccezionale. Ripensando alla birra, mi sono reso conto che anch’io non ero poi così diverso: perché anch’io ho dato per scontato il Monte Bianco, e gli amici, come se fossero dovuti, normali, mentre sono lì per me. Sono il segno della Sua grazia, manifestazione del Suo amore per me. Un dono. Come la birra.
Qualcosa di immeritato, ma che riempie l’animo di gusto e bellezza.

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De gustibus

Le opere di misericordia spirituale sono sette. Qualcuno sostiene che ce n’è una di troppo: “Ammonire i peccatori” sarebbe irrimediabilmente fuori moda. Non che i peccatori siano fuori moda, anzi, la moda la fanno, è ammonirli che non si usa più. Il peccato è diventato sbaglio, poi opinione, poi opzione, e ora vanto.
Già, se bene e male non esistono anche scegliere consapevolmente uno o l’altro va a gusti.
Credo però che il gusto del Signore sia ben precisato; e, a dirla tutta, la ritengo un’opinione molto più affidabile di quella di qualsiasi opinionista, clericale o no.
Se del gusto non si discute, allora tutto può fare brodo. Mangiatela pure voi, però, quella zuppa dagli ingredienti sospetti. Qui si continua a preferire la roba buona.

Se non altro i fautori del degustibus danno l’occasione per esercitare un’altra opera di misericordia: sopportare pazientemente le persone moleste.

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Hai rotto

Il bambino ha rotto la finestra. Ha esagerato, lo sa. Non ha dato retta agli avvertimenti. Ha compiuto qualcosa di sbagliato.
Può scusarsi. Non volevo, è stato un incidente, mi è scappata. Crederà alle sue stesse giustificazioni? Quello che è rotto rimane tale.
Può non scusarsi. Chissenefrega dela finestra. Chissenefrega dei rimproveri. Qualcosa da dire? No? Ciao.
Può chiedere perdono. Il perdono è ben diverso dalla scusa. La scusa cerca di buttare altrove la colpa, ma non la elimina.  Il perdono la cancella. Come se non fosse successo.

Il padre perdona il figlio. Lo perdona sempre, che si sia pentito o no. Che abbia capito o no. Come una fonte, che continua a gettare acqua sia che beviamo sia no. Fons pietatis.
Se non beviamo, la sete resta.

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Perdonami

Lo sento talvolta anche dal pulpito: l’essenziale è perdonarsi.

Perdonate me: non sono d’accordo.
Non ci si può perdonare da se stessi, come non ci si può sollevare per aria tirandosi per i capelli. Per potersi perdonare bisognerebbe avere in mano il bene e il male, e quelli sono oltre la nostra possibilità.
Ci si può “perdonare” in due maniere: scusandosi, giustificandosi, dicendo “non è colpa mia”; o negando che quello che si è fatto sia male.
Sono ambedue scelte distruttive, perché distruggono l’Io. Eliminano la nostra libertà di scelta, derubricandoci a succubi delle circostanze. Se non siamo responsabili del nostro male non lo siamo neanche del nostro bene. Allora non c’è salvezza, non c’è niente: siamo animali, o meccanismi, non uomini.

Eppure questo è ciò che il potere dominante, l’aria che tira ci somministra tutti i giorni.
Come fa dire Anthony Burgess ad Alex, il teppista protagonista di “Arancia Meccanica”: “Quelli del governo e i giudici e le scuole non possono ammettere il male perché non possono ammettere l’Io“.
Eliminare il male e la possibilità del perdono è come eliminare la persona, eliminare l’Io, e lasciare solo servi da eventualmente punire.

Se non c’è male e non c’è bene, se non si è responsabili di ciò che accade, se non c’è l’Io non è necessario neanche un Dio; basta uno Stato che imponga delle regole, e che elimini chi non le rispetta. L’ultimo moralismo, leggi morali senza morale. Il totalitarismo definitivo.
Il paradosso è proprio questo: che se si abolisce il bene e il male si ha una morale senza bene e male, e perciò tanto più inumana perché il suo oggetto è allora dettato dal potere che la impone. Per cui è bene ciò che il potere dice che è bene, non ciò che l’uomo vede che è bene.

Nel V secolo c’era un’eresia, quella pelagiana, che riconduceva la salvezza alle sole norme morali. Come diceva Ratzinger già venticinque anni fa,

 (I pelagiani) alla fìne avevano dimenticato che l’uomo non si costruisce da solo, con una moralità completa in se stessa; al contrario, perde il senso del mistero, perde così il perdono e perde altresì il realismo della propria vita. (…) Noi viviamo oggi in un mondo paganizzante, razionalista, dove il mistero è difficilmente accessibile. È un mondo, il nostro, che può accettare, perché evidente, la necessità di leggi morali, di norme morali, ma non può capire che c’è un’espiazione, che c’è Uno che può perdonare e può così ricostruire la completezza della nostra vita. In una parola: rendere accessibile questo fattore nuovo che entra con il perdono nella nostra vita è difficile, mentre è abbastanza facile dire una parola morale all’umanità di oggi.
(J.Ratzinger)

Se ci si perdona da sé, invece di chiedere perdono, se si pensa che il bene e la verità siano costrutti opinabili e intercambiabili diventiamo prigionieri di noi stessi. Torniamo schiavi.
Per fare il male, come fare il bene, occorre essere uomini.
Per essere perdonati occorre essere figli.

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Dammi una scusa

Siamo cattivi. E lo sappiamo, oh se lo sappiamo.

Perché, potendo, non abbiamo fatto.

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Tra lassù e quaggiù

Chi rifiuta quanto c’è di vero nelle cose della terra come può sperare di conoscere la verità delle cose del Cielo?

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Cercatori d’infinito

Natura? Bella confusione. Il problema della natura è che oggi non si sa neanche cosa sia. Qualcuno la confonde con una misteriosa divinità che tutto ingloba, oppure un ostacolo che andrebbe rimosso per dare agli esseri umani la vera felicità. Sì, ma quale ostacolo? I limiti morali e fisici, pare. Il bisogno. Per potere essere o fare tutto quello che si vuole.

E questo fa capire, che, effettivamente, non si è compreso cosa si intende con natura delle cose.

Permettetemi una definizione un po’noiosa: natura è,

“Con riferimento a uomini, animali o cose, condizione o modo di essere originario, primitivo, intrinseco e che costituisce carattere fondamentale e stabile di una collettività o di un determinato tipo”,

recita la Treccani.

Lasciatemelo dire in maniera più pedestre: quello che qualcosa è, ciò che lo caratterizza e lo distingue. Ciò di cui siamo fatti.
La natura di un oggetto è quanto l’accomuna a tutti gli oggetti dello stesso tipo, e lo distingue da tutti quelli di tipo diverso. Un cavallo da un sasso, un fiore da un essere umano. Intrinseca: non può essere eliminata.
Capite quindi che “andare oltre la natura” vuol dire, di fatto, cessare di essere quello che si è per diventare qualcosa d’altro. Se pure sia davvero possibile.

Il concetto che abbiamo appena espresso è di solito abbinato ad un altro, quello di scopo. La natura di qualcosa trova la sua realizzazione, è compiuta, quando quel qualcosa raggiunge il suo scopo. Ad esempio, la natura dell’ombrello è riparare dalla pioggia. In un deserto un parapioggia non trova modo di esplicare la sua vera natura. Cosa si intenda con “fini naturali” e come questi vadano intesi sono duemilacinquecento anni che la filosofia lo discute. Però una definizione di uomo può essere proprio “essere vivente che prende coscienza della propria natura e ricerca i propri fini”.

Se la natura di qualcosa è ciò che lo definisce, allora essere “veramente” qualcosa vuol dire realizzarla pienamente.
L’uomo che vuole essere veramente uomo segue la sua natura. Per cosa abbiamo detto prima, prendere coscienza di sé e dei suoi fini. E qui arriva il difficile. Perché non tutti concordano su quali essi siano. O che l’uomo sia questo.
“Tutti gli uomini tendono alla felicità, e i pareri sono divisi solo sul contenuto di essa”, dice S.Agostino. Se la felicità, la realizzazione di sé, coincide con la piena conformità alla propria natura, allora definire in cosa consista sfugge di mano. Perché è evidente che niente, sulla faccia della terra, ci riesce a soddisfare pienamente. Conoscete qualcuno che sia del tutto soddisfatto? Voi, siete del tutto felici?

Anche l’immaginare l’umanità come pura biologia, nient’altro che una scimmia evoluta, o teorizzare l’abolizione dell’uomo, non risolve la questione. Perché non so voi, ma io voglio essere felice qui e ora, e di eventuali superumani futuri che non sono in grado di immaginare davvero non mi importa niente. Anche perché, per definizione, non sarebbero più uomini, non avrebbero più la mia stessa natura.

E’ su quello che davvero rende felici ora nella realtà che bisogna indagare. Questo l’avevano capito anche gli antichi filosofi per i quali, come ricapitola J. Annas,  “Nessuna esistenza viene vissuta secondo natura se non viene vissuta virtuosamente.” Le virtù sono ciò che, da esperienza, rende l’uomo migliore. Ciò che innalza l’uomo, e non l’abbassa. E che cosa siano questo alto e basso ogni uomo lo comprende, se si esamina nel profondo.
Ma, e questo è il paradosso, non sempre l’uomo riesce ad assecondare questa sua predisposizione. E’ come se ci fosse in lui un’altra natura, più oscura, che l’allontana da questa perfezione, preferendo un piacere immediato, la soddisfazione del bisogno, ad una gioia duratura e difficile da ottenere.

Il cristianesimo risolve il paradosso. Non siamo il nostro bisogno né il nostro limite, asserisce, altro ci de-finisce. Noi siamo cercatori di infinito. Il che sembrerebbe condannarci: come si fa a raggiungere l’infinito? E risponde: è quell’infinito che vuole raggiungere noi. I nostri bisogni ci spingono a cercarlo, e lui si fa trovare. Perché si è fatto uomo, incontrabile.

La nostra natura non è cercare di liberarsi della nostra natura, ma trovarne la fonte. Ci è amica. E’ come siamo fatti. E’ il nostro destino.

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Niente di meglio

Sono sempre un po’ sorpreso nel vedere coloro che contro il Dio cristiano cercano di giocare la carta del dolore.

Non so se queste persone discettino di sofferenza mentre sorseggiano una birra ghiacciata sul divano oppure abbiano davvero vissuto il dolore vero. Ma so che non possono esservi così vicini, perché dove c’è il dolore ci sono anche i cristiani.

Ho amiche che assistono i moribondi e amici che allevano come figli loro bambini che tanti medici avrebbero consigliato di abortire. Ho conoscenti che vanno in carcere a fare compagnia ai condannati, e altri che viaggiano in paesi lontani lottando per mettere su ospedali dove medici proprio non ce ne sono. E fanno tutto questo nel nome di quella cristianità che ha per segno stesso il dolore innocente, un corpo appeso straziato dalla tortura.

Nel nome di quel corpo appeso ci sono uomini che cercano di alleviare le sofferenze . Dove non ci sono non c’è nessuno. Non c’è nessuna religione, nessuna politica, nessuna filosofia che osi. Tutte preferiscono dimenticare, ignorare, a volte sfruttare quello stesso dolore. Anche coloro a cui accennavo all’inizio possono parlare di dolore innocente solo perché nascono da un mondo cristiano. Al di fuori di quello sono due parole assurde, come storia e geografia insegnano.

Al di fuori del cristianesimo, o dopo il cristianesimo, l’unica maniera di evitare il dolore è sopprimere chi soffre.
Perché solo il cristianesimo insegna che non sono dolore e morte l’ultima parola sul mondo. E’ la Resurrezione, cioè la fine di ogni dolore e morte.
Non troverete niente di meglio. Non c’è niente di meglio.

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Una spiegazione razionale

“Per chi ha fede nessun miracolo è necessario, per chi non ha fede nessun miracolo è sufficiente”
Franz Werfel

Certo che c’è una spiegazione razionale. Il fatto che delle spine vecchie almeno di cinquecento, settecento, e forse duemila anni, sembrino cambiare colore, sbocciare e fiorire nella coincidenza tra Venerdì Santo e Annunciazione – 25 marzo, come quest’anno – una giustificazione la deve avere. Tale fenomeno pare accada unicamente a determinate spine che si pensa abbiano fatto parte di quella corona che fu forzata sul capo di Cristo prima di essere crocefisso, e sono storicamente tracciabili alla stessa fonte. Che ciò avvenga solo in quest’occasione, alla presenza di testimoni e sotto stretto controllo, un motivo ce lo deve avere. Personalmente io trovo quasi irritante che un secco aculeo apparentemente inerte per decenni dimostri tale vitalità, dato che ho difficoltà a far sopravvivere le mie pianticelle irrigate e concimate ad un solo inverno. Eppure, una spiegazione c’è sicuramente. Ragionevole.

Cioè che, ragionevolmente, la realtà è ben diversa da ogni sua riduzione. E poveretto chi la rifiuta e preferisce la sua pretesa.

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L’ultima parola

Con quale moneta? Con quale soldo è stato pagato questo riscatto, questa redenzione? Da chi?
Alzate gli occhi, lo potete vedere, lì inchiodato.

Il simbolo del cristianesimo non è un fiorellino. Non è una luna, una stella, un sasso. Neanche un monte, o il volto di un potente. E’ una croce. Uno strumento di tortura, di morte. Chi ha pagato il riscatto? Quello appeso lì sopra. Quella croce non è vuota.
Ha comprato il nostro tempo, i nostri  errori, le nostre omissioni. Tutto il male che abbiamo fatto. Tutto il bene che non abbiamo fatto. Se l’è preso lui. Addosso. In quei chiodi dentro la carne, in quelle spine, in quelle botte, in quegli sputi, in quegli insulti. In quella morte. Perché è morto, sapete. Se li è presi, e li ha resi niente. Ci ha resttuito la vita che avevamo perduto vivendo.

Salva me, fons pietatis

Ma ancora non sarebbe bastato. Ancora non basta. Perché anche se siamo perdonati per  tutto il nostro passato, cosa ci impedisce di ricadere? Così siamo fatti, fragili. Intrisi di morte.
No, non sarebbe bastato che lui morisse, ci togliesse i peccati. No, perché avremmo ricominciato uguale a prima. Tutto come prima, peggio di prima. Non sarebbe servito a niente, se la sua morte fosse stata l’ultima parola.
Ma non è stata l’ultima parola. L’ultima parola, la parola definitiva, è la Resurrezione.

Buona Pasqua.

Il negozio delle occasioni perdute

Redìmere: dal lat. redimere, composto di red- «di nuovo» e emere «acquistare»; riscattare.

Pensate a tutto quello che avete fatto di male nella vita. A ciò che avete detto, o non detto. Fatto, o non fatto. Tutti gli sbagli. Le fragilità. Le storture. Tutte le volte avete pensato, tornassi indietro. Tutte le ingiustizie che avete subìto, e che avete imposto. Se siete come me, sono tante, tante da non poterle contare. Da non poterle quasi ricordare, una ad una. Se non fossero cicatrici, o ferite aperte, che fanno ancora male.

Ecco, adesso pensate ad uno sconosciuto che arriva e vi dice: io tutti quegli sbagli, tutte quelle malvagità, io li compro. Li acquisto, al negozio delle occasioni perdute, al banco della cattiveria, all’outlet della dimenticanza, del delitto, della morte.

Questo tipo arriva e dice, compro tutto. Riscatto il vostro tempo, la vostra vita. E poi ve li restituisco. Ma lo posso fare solo per ciò che riconoscete come errore. Per ciò che ammettete davvero come sbaglio. Quello che mi indicate. Perché io vi ridarò solo ciò che pensavate perduto, non altro.

Che fate? Cogliete la sua offerta, oppure preferite dire “Me la cavo da me” oppure “Non ho mai fatto errori”, o anche “Niente che si possa fare è sbagliato”?
Accettate il suo per-dono, che significa dono totale, esagerato, il più grande dono che possa esistere? Poiché non può esistere un regalo maggiore che la vita stessa. Ricominciare.

Forse non vi fiderete. Domanderete: ma con che moneta pagherai questo regalo, che non basta tutto l’oro e il potere del mondo ad acquistare? E perché lo vorresti fare? Chi sei tu, sconosciuto?
Chi sei, che ci vuoi così bene?

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