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Le conseguenze

Certe volte mi chiedo se l’ottimismo tanto in voga nel nostro stanco cristianesimo non sia mal riposto. Guardo le chiese vuote e certi loro frequentatori, sia occasionali che assidui, e ho i brividi. Quella croce sembra svuotata di significato; sempra che il Paradiso sia dovuto o, peggio, che del Paradiso, della nostra futura vita carnale dopo che questo tempo avrà fine, niente sembri importare.
Come se non ci si credesse davvero; come se fosse un pensiero scomodo, da allontanare, un fiaba per bambini di cui gli adulti sorridono.

Delle conseguenze della croce, di ciò che essa ci chiede, molto molto pochi si occupano. Ma la salvezza non è un rito automatico, non è un atto dovuto; non è come la pensione, come un’assicurazione, un contratto firmato di cui non ci si deve più occupare. La porta che vi conduce è detta stretta; noi ci comportiamo come fosse un portone spalancato. Rendendo inutile quella croce, vuota la misericordia, perché non desideriamo ciò che dovremmo, e non vogliamo ciò che dovremmo volere.
Senza avere capito davvero ciò che è l’inferno. Senza avere compreso di come sia orribile oltre ogni nostra immaginazione.

Ecco quello che temo: che abbiamo sottovalutato gli avvertimenti, gli ammonimenti, le profezie; e l’ultimo dei giorni, quel giorno sarà davvero un giorno terribile, perché tanti che abbiamo amato scopriranno di non avere amato abbastanza. Lo scopriremo tutti.

L’amerà?

Prendete un uomo che possiede poco o niente e che voglia farsi amare da una donna ricchissima.

Lui potrebbe prelevare dal patrimonio di lei e acquistarle gioielli e vestiti.
Lei l’amerà?
Oppure potrebbe infischiarsene di lei, ignorarla, tradirla, convinto che lei non possa fare a meno di lui.
Lei l’amerà?
Potrebbe limitarsi a fare la sua vita, standole vicino, indifferente; una parola di tanto in tanto, chiederle favori quando ne ha bisogno, corretto e distante.
Lei l’amerà?

E adesso pensate voi e Dio. Cosa gli potete donare, che potete fare per farvi amare?

Oh, certo, l’esempio ha dei limiti. Resta ancora una domanda: lui, l’ama?

Il problema, e la soluzione

Uno, forse sbagliando, un poco ci spera, nell’uomo. Quando dico che la caratteristica principale dell’essere umano è la ragione, la capacità di guardare oltre l’immediato e alzare lo sguardo, devo però prendere atto che gli esseri umani talvolta sembrano essere merce rara.
Vedo con malinconia tanta gente che sembra incapace di trarre le conseguenze dai fatti più semplici, accecata dall’ideologia. Un piccolo esempio, visto su twitter:
“Il problema è che qui in UK (come in US) siamo molto poco educati persino sulle basi della razza: molta gente non ha idea che la razza è una categoria costruita senza validità scientifica che è stata inventata e rifinita principalmente per opprimere la gente di colore.”
Provate a rileggerla cercando di cavarne il senso, e ditemi se non siamo avanti sulla strada della pazzia. Che tratti della razza è solo un particolare: è la logica che manca.

Aristotele è morto invano, il principio di non contraddizione pare essere roba del passato. Ma quale sia davvero il problema, perché questo accada, è detto in modo molto semplice dal protagonista del video che trovate qui.

Una contestatrice bianca apostrofa un gruppo di poliziotti estremamente pazienti, chiamandoli razzisti. Uno di loro asserisce che sua moglie è nera, e la ragazza lo prende di mira “Puoi avere anche la moglie nera, o un amico nero, ed essere ancora razzista. Non ha a che fare con le conoscenze”, e l’accusa di essere intimidito mentre questo si allontana.
Un altro ufficiale, sembra di colore, interviene: “Non è intimidito… stai cercando di avere una conversazione, ed hai una mente a binario unico? Non ha senso… devi essere in grado di vedere i due lati della storia.”
Lei replica: “Non stavo parlando con lei, signore, stavo parlando al tipo bianco”.
E lui; “Oh, perché io non posso essere razzista, vero?”
Lei risponde: “Sistematicamente no, signore. Sistematicamente il razzismo può solo essere bianco.”
Un altro poliziotto, di pelle ancora più scura, si avvicina. “Lasciami dire qualcosa”.
Lei si ritrae, cercando di evitarlo: “Non voglio prendere il COVID!”
Lui continua: “L’America ha un problema di peccato. Il mondo ha un problema di peccato, signorina. Okay? Gesù ha detto: io sono la Via, la Verità e la Vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.”
La donna continua a scansarsi, parlando e cercando di aggirare il poliziotto.
Lui prosegue: “L’America e il mondo hanno un problema di peccato. E’ da lì che escono razzismo, ingiustizia, e odio e violenza. Non riguarda il razzismo. Legga la Bibbia”, conclude.

Beh, è la verità. Detta da un robusto poliziotto nero di mezz’età in mezzo a ragazzini che, evidentemente, non ci credono. Se mai ci hanno pensato. Se mai qualcuno gliel’ha detto.
Il punto è quello: puoi leggere la Bibbia quanto vuoi, ma prima di tutto devi fare esperienza che tutte le cose brutte arrivano dal fatto che si rifiuta ciò che è buono. Senza questa esperienza, quelle parole non vogliono dire niente .Ti allontani, come quella ragazza. Che se anche le ha udite, molto probabilmente non è riuscita a capirle, piene delle stesse cose che dice di combattere. Per arroganza, ignoranza, perché l’ha letto sui social, perché tutti fanno così.

Ho pochi dubbi che quel poliziotto il male vero l’abbia visto in faccia molte volte. Ma non è con il male, e neanche con le parole che si riuscirà a sconfiggere il male. Perché la ragione, la capacità di guardare oltre l’immediato e alzare lo sguardo, lo stesso essere uomini, dipende dall’adesione a quel Vero, a quella Via, a quella Vita a cui si riferiva l’ufficiale. Vederla attuarsi in chi ci sta di fronte. Desiderarla per sé.

Senza, siamo persi.

Abbandoni

Deserto e vuoto. Deserto e vuoto. E tenebre sopra la faccia dell’abisso
È la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?
Quando la Chiesa non è più considerata, e neanche contrastata, e gli uomini hanno dimenticato
tutti gli dei, salvo l’Usura, la Lussuria e il Potere.

dai «Cori da “La Roccia”» , T.S.Eliot,

 

Sono un paio di giorni che mi risuona nella testa l’amara domanda che T.S.Eliot pose nei suoi «Cori da “la Roccia”», quella domanda che Don Giussani usò come base per il suo bellissimo libro “La coscienza religiosa dell’uomo moderno”.

È la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?

Has the Church failed mankind, or has mankind failed the Church? Il poeta, in inglese, usa il verbo “fail“. Che significa abbandonare, ma vuol dire anche fallire, errare, mancare, non riuscire. E quelle parole girano e girano, perché le vedo vere. Quel poema dovrebbe trovare posto nei libri profetici.

Per parafrasare Eliot, la Chiesa si è abbandonata all’umanità, invece che a Cristo.

Da ieri sarei potuto tornare all’Eucarestia. Invece ancora niente; al mio paese ancora non hanno riaperto; e neanche in quello vicino, dove talvolta da transfughi migravamo, io e mia moglie, in cerca del sacramento. Bisognerebbe andare ancora più lontano, ed è complicato.

Una parte della colpa ce l’hanno le assurde misure di sanificazione. Le chiese devono seguire norme che neanche i reparti di trapianti all’ospedale; mentre, a dieci metri, ci si scambiano i sacchetti del pane senza mascherina. L’ho detto, lo ripeto: c’è una volontà di distruggere la Chiesa unita all’idiozia di incompetenti. E all’accettazione supina, o peggio, di chi il sacramento dovrebbe difenderlo e se ne sente padrone.
San Giovanni Paolo II l’aveva scritto nella sua ultima enciclica, ormai dimenticata:

“La Chiesa vive dell’Eucaristia. Questa verità non esprime soltanto un’esperienza quotidiana di fede, ma racchiude in sintesi il nucleo del mistero della Chiesa.”

Invece c’è chi sembra pensare che essa sia una sorta di spettacolo cinematografico, che se non c’è posto il film lo vedi poi, magari alla tv. Spero di riuscire ad entrare in chiesa, domenica, data la riduzione di posti e il fatto che sia stata anche abolita una messa. Troppo ravvicinata, non si riusciva a sanificare. Così c’è il concreto rischio che la gente resti fuori; ma è stato votato a maggioranza di non inserire una celebrazione supplementare. Confidando sul fatto che molti resteranno a casa, sono invitati a stare a casa. Compresi gli anziani; quegli stessi che, i pomeriggi dei giorni feriali, vanno magari tre volte al supermercato.

Ma se la chiesa non serve per i sacramenti, a che serve? Temo la risposta che molti in parrocchia potrebbero dare. E alla mia domanda quella iniziale di Eliot suona piuttosto come una risposta.
Forse bisognerà lasciare che la fiamma si spenga, per poterla riaccendere da quella Luce invisibile che le tenebre ci fanno desiderare.

Sembra passato un secolo

Avrebbe compiuto un secolo. E un secolo sembra passato dalla sua epoca.
Anche noi, che l’abbiamo veduto, sembriamo avere dimenticato.
Volevano chiamarlo Magno, ma oggi a stento viene nominato; talvolta per denigrarlo, a volte con imbarazzo, oppure per strumentalizzarlo. Così siamo fatti noi uomini.

Veniva da un paese per noi lontano, aveva un nome che intrecciava la lingua. Era uno del popolo, che aveva lavorato, che aveva visto da vicino nazismo prima e comunismo poi, e anche quell’altra ideologia ancora più insidiosa che vuole trasformare ogni cosa in nulla. Forse neanche un’ideologia, solo un nuovo trucco di un antico Nemico. La Chiesa sembrava essere destinata a soccombere, di fronte a tali avversari, che parevano non potessero essere fermati. Una congrega di vecchi, destinati all’irrilevanza: così appariva a tutti. Pochi, pochissimi, osavano ancora proclamare pubblicamente un credo così fuori moda.

Arrivò lui, cambiò tutto. Molti indicano nella sua persona il fattore determinante per la caduta del comunismo sovietico, e va bene, d’accordo. Ma quello era un albero marcio, corrotto al suo stesso interno; l’errore si autodistrugge. No, per me fu altro il dono che portò. Fu ben altro il suo merito. Fu il far vedere che il cattolicesimo non era un affare di vecchi; non era una superstizione basata sulla paura; non era qualcosa di moribondo, morto, sepolto, ma una vita la cui forza era sufficiente a erompere da qualsiasi sepolcro si fosse tentata di infilarlo.

Valorizzò la gioventù, la forza, la bellezza; mostrò che Nietzsche aveva torto, Stalin aveva torto, che tutti gli innumerevoli profeti di falsi e muti dei erano in errore. E non lo fece con la persuasione, con belle parole, con gesti ad effetto; oh, ci furono, ma non erano che la conseguenza dell’unica cosa che lui mostrava, cioè la Verità, e quella Verità era Cristo. Lo splendore del vero, che illuminava tutto, toglieva le paure, spalancava le porte di mille prigioni e rendeva liberi.

Univa il carisma e la simpatia umana con doti artistiche, intellettuali, teologiche fuori dal comune. Anche queste, però, erano come illuminate dall’interno da una fede enorme, che non si arrotolava su se stessa ma erompeva a cambiare il mondo. Non ci voleva grande sensibilità a capire che si era davanti non solo a una persona eccezionale, ma tanto più un santo. Quando la malattia colpì, quando quelle doti vennero meno, era ciò che rimaneva evidente.

Ovviamente, fu combattuto. Non poteva essere altrimenti. Ricordo bene le beffe e le calunnie. E quei colpi di pistola. Oh, sì, quel maggio, quel giorno di Nostra Signora di Fatima in piazza S. Pietro; se tutto non finì quel giorno lo potremmo chiamare caso, o forse protezione soprannaturale da parte di quella Signora a cui era tanto affezionato.

I colpi di pistola sono il meno; sono ben altre le armi in campo contro la Chiesa. Ce ne stiamo rendendo conto ora, con gli anni che passano più veloci dello sfogliare delle pagine del Vangelo sulla sua bara, il giorno dei funerali. Dove sono finiti tutti quei giovani? Dov’è finita quella Chiesa che sapeva parlare di Cristo al mondo, che anche i potenti temevano? Dove sono tutto coloro che lo applaudivano?

Dov’è finita la verità?

E’ difficile vederla; sembra impossibile, in questa oscurità. Ma

“Anche se sono vissuto fra molte tenebre, sotto duri regimi totalitari, ho visto abbastanza per essere convinto in maniera incrollabile che nessuna difficoltà, nessuna paura è così grande da poter soffocare completamente la speranza che zampilla eterna nel cuore dei giovani. Non lasciate che quella speranza muoia! Scommettete la vostra vita su di essa! Noi non siamo la somma delle nostre debolezze e dei nostri fallimenti; al contrario, siamo la somma dell’amore del Padre per noi e della nostra reale capacità di divenire l’immagine del Figlio suo. Là, tra gli uomini, è la casa di Cristo, che chiede a voi di asciugare, in suo nome, ogni lacrima e di ricordare a chi si sente solo che nessuno è mai solo se ripone in Lui la propria speranza.”

Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II, 18 Maggio 1920 – 2 aprile 2005

Se l’hanno fatto a me

C’è gente che è indignata perché le chiese sono state chiuse, e i supermercati no. Non io.
C’è gente che si è infuriata perché vengono colpite le messe, e non le librerie. Non io.
C’è gente stranita perché il 25 Aprile è stato permesso, e la Pasqua no. Non io.

Perché sono abituato a provare a vedere come la realtà oltre l’immediato. Sono abituato a cercare le ragioni, a capire le conseguenze. Così, penso che non poteva essere altrimenti, dato lo stato delle cose. Data l’evidenza delle cose.

L’evidenza delle cose è che le nazioni, le nostre nazioni, sono governate in gran parte da gente che ha in odio il cristianesimo. Al potere chi sono persone cresciute disprezzando chiese e altari. Spesso non solo disprezzando, ma cercando di distruggere. Uomini e donne convinti che il mondo sarebbe un posto migliore senza Chiesa e senza chiese. Sono le stesse persone che hanno votato leggi che hanno abbattuto e svilito quella che è stata per secoli, millenni, la morale della comunità cristiana; persone che andavano in corteo, dimostravano contro ciò che la Chiesa insegnava, il pugno alzato, a volte anche abbassato. Che hanno urlato la morte di Dio. L’hanno detto, l’hanno scritto, l’hanno gridato. Sappiamo da dove vengono, sappiamo dove hanno intenzione di andare. Ce l’hanno detto, anche se per opportunismo talvolta dissimulano. Quindi, come potremmo presumere?

Naturalmente non sono sole. Sono accompagnate nel governo da moltissimi altri che non odiano davvero il cristianesimo, quanto non lo conoscono. Non hanno più idea di cosa sia; sono ignoranti, e quindi non riescono neanche a capire da dove arrivi la civiltà, le leggi, la morale che dicono di seguire. Non è stato loro insegnato, o è stato insegnato loro sbagliato, o comunque hanno dimenticato perché non interessati. Quello che chiediamo come cattolici li lascia indifferenti, perché non lo capiscono. Per loro è come una lingua aliena, incomprensibile, un rito di cui non afferrano il significato e che non interessa. Questi sono chi ci comanda, chi amministra le cose, chi decide. Quindi, come possiamo pretendere?

Voi direte, ma non vi hanno ancora distrutto. Questo per una ragione semplice. La gente che odia il cristianesimo, e quelli che non lo conoscono, sono trattenuti da una terza categoria di persone: quelli che il cristianesimo lo usano.

Sono spesso chierici; spesso fanno a loro volta parte della prima o della seconda categoria che ho descritte. Sono coloro che pensano di potere adoperare il cristianesimo per vivere, per arricchirsi, per comandare o, in un certo senso più nobilmente, per dare un morale, per blandire e placare il popolo, per governare gli idioti. Sono complici dei primi, che pensano di poter sfruttare; sono strumenti dei primi, da cui vengono sfruttati. Non si rendono conto dell’odio o, pur rendendosene conto, pensano di riuscire a cavalcarlo, illudendosi.

Questi sono i capi delle nazioni. Qualche nazione più, altre meno. Chi ci odia, chi non ci capisce, chi ci usa.

Capite perché non mi indigno, non mi straccio le vesti? Perché le cose stanno così: il cristianesimo, come quasi sempre, è semplicemente perseguitato. Niente di cui stupirsi. Ci è stato detto, è stato predetto. Perché è esattamente quello che hanno fatto a Cristo e noi, che lo seguiamo pur con tutto il nostro orgoglio e le nostre illusioni, non siamo più, non siamo meglio di Cristo.

Scarpe per camminare

Quelli che non vedono la necessità delle chiese per pregare sono in fondo corretti.

Non c’è bisogno di una chiesa per pregare Dio, come non c’è bisogno di scarpe per camminare o di vestiti per andarsene in giro. Scarpe, vestiti e chiese sono superflui, e se ne può fare benissimo a meno. A pensare questo sono generalmente coloro che ne fanno già a meno; fachiri, nudisti ed intellettuali. Che un dato capo d’abbigliamento o un particolare edificio possa essere cancellato dalla faccia della terra senza particolari conseguenze è una convinzione che in generale hanno le persone che conoscono talmente bene l’umanità da sentirsi in grado di ricrearne una migliore. Hanno i loro segreti progetti su come dare a tutti la felicità, che di solito consiste nel fare in maniera che tutti la pensino esattamente come loro.
Tutto ciò che non rientra nei loro schemi si può eliminare. Tanto, a che serve? Ciò che non è utile, come i vecchi, le stelle o una stazione per chi non parte mai, che scompaia.
Chiese e conventi, in particolare, sembrano essere stati spesso oggetti di questo genere di attenzioni. Se di una struttura non si capisce l’utilità perché non demolirla? Ciò che non serve non può venire usato, ciò che non si usa diventa pericolante e quindi pericoloso. Ragionamento seguito da rivoluzionari francesi, inglesi, spagnoli, comunisti di varie latitudini. Gli italiani no. E’ per questo che negli altri paesi si va a visitare rovine e gusci vuoti, e qui si entra nelle cattedrali.

Se le chiese davvero non servono, allora non si vede perché le funzioni sacre debbano aver luogo in posti come San Pietro, il duomo di Milano, o Santa Croce a Firenze. Meglio sarebbe un qualsiasi sgabuzzino, e via. O, addirittura, una di quelle chiese moderne che fanno sembrare gli sgabuzzini delle meraviglie architettoniche. E perché poi, a questo punto, avere davanti una croce? Se è tutto nella mente e nel cuore, allora andrebbe bene anche una scatoletta di tonno.

Però, fateci caso; entrare in una chiesa è differente dall’entrare in un’altra costruzione qualsiasi. Una reggia può essere altrettanto splendida, ma rimane un edificio. Un palazzo può contenere arte meravigliosa, ma rimane un mucchio di mattoni. La più umile chiesetta di campagna, invece, ha una grandezza con cui neppure Versailles può competere.

Il guaio di questi materialisti che esaltano lo spirituale è che non sono né materialisti né spirituali. Il cristianesimo è la religione più materialista che ci sia: afferma che Dio stesso si è fatto materia per poterci parlare dello spirito. Al contrario costoro considerano la materia nient’altro che materia, dimenticandosi che tutto ciò che amiamo è anche materia; amiamo con lo spirito, ma materia rimane. Togliete la materia dalla bistecca; non ne rimarrà che il profumo, e con quello non ci si sfama. Togliete la materia dal cristianesimo e rimarrà una croce vuota, quindi inutile. Una croce vuota non redime; non è che uno strumento di tortura in attesa di utilizzo, il segno tracciato da analfabeti della vita.
E’ per questo che abbiamo bisogno delle chiese, come il piede delle scarpe.

Come potremmo anche andare in giro a piedi nudi, delle chiese se fosse necessario potremmo anche fare a meno. La scarpa fa camminare meglio, ma il nodo sta nel camminare. Non è la scarpa che importa, è il suo contenuto carnale. Una scarpa vuota da sola non marcia, la si può gettare ai cani, è solo un guscio di cuoio o di gomma vagamente odoroso. Così è anche nel caso dell’edificio sacro. Non è l’edificio che rende sacro ciò che contiene, ma è il suo contenuto che rende sacro l’edificio. Non sono gli ori o i quadri o le statue che santificano San Pietro. Se è necessario, le scarpe e gli abiti possiamo anche toglierceli; sulla spiaggia o sotto la doccia ci andiamo nudi o quasi. Scartate pure la buccia, ma vi prego, lasciateci il frutto. Buttate i muri, i dipinti, le statue, dateci il tabernacolo. Buttate pure il tabernacolo, dateci la pisside che contiene. Eliminate la pisside, e donateci quel pezzettino di pane che è Gesù.

Questo tanti sembrano non capirlo, fuori e dentro la Chiesa. Se i sacerdoti sono solo impiegati, se la cattedrale è alla stregua di un ufficio, allora che stia pure chiusa e noi tutti a casa. Ma se lì c’è Cristo, ovvero ciò che davvero importa in questo mondo, allora posso fare anche a meno del resto, ma Lui datemelo, perché senza di Lui non c’è significato alle cose.
Se dobbiamo stargli lontano, devi darmi buone, buonissime ragioni; se pure ce ne fossero, se non cerchiamo con tutte le forze un modo per tornare a Lui, vuol dire che non ci teniamo veramente. Significa che le nostre parole sono di circostanza, il nostro affetto una finzione, il nostro dirci cristiani un’impostura.

Se ci preoccupiamo più di librerie e scampagnate che delle messe, vuol dire che libri e picnic sono più importanti per noi dell’eternità. Quale pane e quale vino siano più salutari per la nostra vita è qualcosa su cui dovremmo riflettere, senza farci confondere da chi in essi vede solo pane, solo vino. Senza credere a chi non ha memoria, a chi non fa memoria.

Meno male che Lui ci salva comunque; se ci pentiamo, se ci ripensiamo, se ci rendiamo conto di cosa davvero importi. Se alziamo gli occhi dal nostro niente – fosse pure una chiesa.
Se anche le chiese sono chiuse, le Sue braccia sono sempre spalancate.

Il domani della morte

L’allungarsi della vita, la mancanza di guerre e di epidemie, hanno voluto dire, per molti, il dimenticare che sia la morte.
Oggi non ce ne rendiamo conto, com’era.
Duecento anni fa ogni bambino aveva un fratello, una sorella, un parente della sua stessa età, un compagno di giochi che non ce la faceva. Si ammalava, moriva. Figli di poveri e figli di re. Quanti orfani. Quante vedove. Quanti pochi anziani.
Un secolo dopo. Probabilmente conosciamo, abbiamo conosciuto persone che c’erano, cent’anni fa. Era appena terminata una guerra che aveva falcidiato la gioventù, e un’epidemia mortale come l’odierna, ma che trovava l’umanità molto più indifesa. Anche allora si sapeva cosa voleva dire morire.

I nostri vecchi conoscevano la morte; la rispettavano;  ci si poteva anche scherzare, ma erano quegli scherzi che si fanno a mezza bocca. Non si ironizza troppo su ciò che ti può venire a prendere domani. C’è poco da ridere.

Il domani in cui arriverà quel momento, in questa nostra era di sicurezze lievi e svago, è invece troppo remoto perché sia considerato seriamente. I lutti sono brevi e distanziati; attorno a noi ci sono mille cinture di sicurezza, mille maniglioni antipanico, mille airbag. Se qualcosa di imprevisto accade, non ti preoccupare: saranno loro a mantenerti al sicuro. Quando non funzionano ci si indigna, si cerca il responsabile; la sicurezza innanzi tutto. Sono dispositivi obbligatori per regolamento: ci sono leggi che garantiscono che si possano uccidere i bambini prima che possano disturbare con la loro presenza, e leggi che ti autorizzano a darti la morte; ma non a rischiare, rischiare è proibito. Lasciare la vita è accettabile se lo desideri, ma non per caso.
Quei dispositivi di protezione sono il guscio corazzato che abbiamo fabbricato per allontanare la morte; e qualcuno sussurra bisbigli di immortalità, che dicono che un giorno avremo corpi bionici e meccanici e non vedremo mai la tomba.

Questa è la nostra società. Un eterno presente, in cui il nostro domani mortale è sfocato come un oggetto distante in una fotografia, in un primo piano.

Un giorno è arrivato l’imprevisto. Una città cinese chiusa, e noi ne ridevamo. Troppo lontano. L’avvicinarsi silenzioso, di soppiatto, della sterminatrice; e ancora ne ridevamo.
Poi ha cominciato a bussare; e le file di bare hanno improvvisamente risvegliato qualcosa, un ricordo sopito.
La morte esiste. Ed esiste ora.

Tanto eravamo arrivati a sottovalutarla, riuscire a dimenticarci di lei, che ne siamo stati tutti colti di sorpresa. Adesso ci devi fare i conti. Devi fare i conti con lei tutta intera. Vuol dire che non vedrai più una certa persona; e ti domandi, dov’è finita? Dove sono finiti tutti i suoi ricordi, i momenti che ha vissuto? Che fine ha fatto quell’intelligenza viva, quell’amore che aveva, ogni singolo istante?

Tu sai cos’è ora. Cellule che si decompongono in un contenitore zincato, liquidi che si asciugano a poco a poco, e creature che si cibano di quelle carni che avevi accarezzate; fino a diventare cenere, fino a diventare terra.
Di quante ossa non conosciamo più il nome. Di quanti soprammobili impolverati più non sappiamo dire chi li comprò e li mise sullo scaffale. Quante fotografie stinte di sconosciuti. Cominciamo ad accorgercene.

Ti sembra impossibile. Com’è possibile che quell’energia vitale sia svanita dal mondo? Che quella persona sia ormai  nient’altro che ricordo che sbiadisce, fino a cancellarsi, fino a quando più nessuno si ricorderà di quelle fattezze amate?

E’ sembrato impossibile ad ogni uomo, in ogni tempo. E’ una domanda, è LA domanda.
Che io sia felice. Per sempre. Che non finisca qui. Che ci sia un oltre, un posto che non vediamo che ma che sentiamo ci debba essere, in cui la morte dell’oggi cessi, dove non esistano più quelle guerre, quelle malattie, quelle ingiustizie che sperimentiamo quotidianamente. Un’altra vita, una vita nuova, sotto un cielo differente e non più indifferente.

Un luogo dove ritrovare chi mi è stato caro, e dove loro ritrovino me. Un eterno ritorno. Una resurrezione. La resurrezione.

Dimenticare la morte ci ha fatto anche dimenticare la resurrezione. Ci ha fatto scordare anche le condizioni di quella resurrezione. Perché se sogniamo cieli nuovi,  una terra di giustizia, allora in essa non c’è posto per il male. Compreso il nostro. Compreso quello che abbiamo fatto, facciamo, faremo.
Fosse solo per noi, per raggiungere quella terra non sapremmo dove andare. Ci arriveremo solo andando dietro a un bene. Non sarà un nostro sforzo a farci abbandonare il male, ma seguendo quello che si può chiamare amore ci guarderemo alle spalle e ci accorgeremo che quel male  è rimasto indietro. Come qualcosa che non serve più, che non è mai servito.

Certo, può essere tutta un’illusione. Può darsi che ci attendano solo i vermi ed il silenzio.
Ma davvero non lo crediamo. Davvero non possiamo crederlo.
Se ci attende solo il nulla, cosa serve davvero abitare la scena di questo mondo?
La morte sarebbe davvero la sola regina. Ma lo sappiamo, lo sappiamo: non siamo fatti per la morte, ma per quell’amore, per la vita. Lo diciamo con ogni nostro istante, ogni nostro respiro.
Lo diciamo vivendo.

articolo scritto per PepeOnline

Benedetta banda larga

La cosa che mi manca di più, in questa forzata limitazione dei luoghi e dei movimenti, è senza dubbio l’Eucarestia.
Vi prego di credermi, non sto facendo l’ultracattolico, non lo dico per farmi bello; tanto più che, agli occhi di tanti, affermare qualcosa del genere ti fa etichettare immediatamente come un pericoloso fondamentalista, tradizionalista e fanatico.
Ma, del resto, che mi manca? I giri in campagna, certo, ma ho la fortuna di un minimo di giardino; gli amici li sento più adesso di prima, e non c’è scarsità di cose da fare. Poco moto, ma per fortuna è Quaresima o avrei già preso dieci chili.

Ma la presenza reale di Cristo, quella non puoi sentirla su Skype. Delle due realtà che distribuiscono pane al popolo, quella più importante è chiusa; e non sto parlando dei panettieri.

Così, come molti che conosco, mi sono organizzato. Benedetta informatica, benedetta banda larga che ci porti la Messa a casa. C’è tanta offerta da cui scegliere.

Qualcuno ha detto che i cristiani non dovrebbero inginocchiarsi davanti ad uno schermo. Concordo: infatti io non mi inginocchio davanti ad uno schermo, ma davanti a Nostro Signore che, incidentalmente, non si trova a venti passi ma a cento chilometri da me; però c’è.
E’ un po’ lo stesso che inginocchiarsi davanti ad una statua della Madonna o di un santo. Non è la statua che stai adorando, ci mancherebbe; è colui o colei che quel pezzo di legno o di gesso rappresenta e ricorda.
Quando i miei figli erano più piccoli e turbolenti a volte ho seguito il servizio divino da una saletta laterale, dove il parroco di allora aveva allestito un televisore collegato con la chiesa principale per pargoli esagitati e relativi genitori; più recentemente, da saloni attrezzati con megaschermi insieme ad altre migliaia di persone che non avevano potuto trovare posto nel pur capiente padiglione principale.
Anche qui, non sono i venti metri o i venti chilometri di cavo che portano parole e immagini a fare la differenza.

So che Cristo c’è; è lì, come i celebranti. Non è un inganno.
Speriamo di tornare presto a gustarlo, che non sia solo memoria.

La lontananza

Mia moglie ha a cuore la mia salute, mi fa fare sollevamento pesi. Mi fa portare la spesa; e quando si fanno acquisti per sei persone e due gatti non è un esercizio da sottovalutare.
E’ accaduto due giorni fa, ancora non era scattata la zona rossa, i divieti connessi e tutto ciò che ne consegue. In un paese ci si conosce tutti, e così, mentre io traghettavo borse ricolme, mia moglie si è fermata a parlare con una conoscente fuori dal piccolo supermercato.

Il discorso, di questi tempi, è uno solo, il virus. A parlare del tempo si passa da innovativi. La signora in questione, dopo un po’, esce con questa frase:
“Non capisco perché Don (…) non chiude la chiesa. Tanto, che bisogno c’è della messa? Uno può pregare da casa”.

La signora, che quella chiesa comunque la frequenta, segue chiaramente una religione. Una religione è qualcosa che fa del suo meglio per spiegarti la vita, per dare delle regole morali; una verniciata per rendere la vita personale e collettiva migliore, che in caso di necessità , o se conviene, si può anche sospendere.

Niente di male, in questo. Tutti noi seguiamo qualche religione, è nella nostra natura; anche quelli che credono nel cambiamento climatico, LGBTQeccetera e i diritti umani, tutte tristissime e infondate religioni nel loro genere. Se l’incolumità personale ci chiede di sospendere il credere, oh, si può fare.

Ma il cristianesimo è diverso. Il cristianesimo è un innamoramento. Penso che quella sia un’esperienza che molti di noi hanno fatto. Pensiamoci un attimo: se siamo innamorati di una persona, ci basta pensarla da casa? Stiamo allegramente senza vederla, senza ascoltarla, senza toccarla?  Si può “vivere lo stesso e meglio” come suggeriva ieri una lettrice? Non se sei davvero innamorato, innamorata. Se non ti fa differenza, se in fondo non esserle vicino è il vantaggio di rinunciare alla scomodità di muoversi vuole dire che forse non c’è tutto quel sentimento; che la tua religione per te è un dovere, e non un’occasione per crescere, per essere felice.

Poi, certo, può capitare che la persona che ami si ammali e la lontananza diventa forzata; ma non è qualcosa che prendi con leggerezza, e il desiderio ti fa struggere.

E voi, amate?

La preghiera dell’infedele

A volte mi chiedono di leggere a messa. Non ho problemi, di solito. Non mi spaventano i nomi difficili, i lunghi brani o intonare l’alleluia.
Una sola cosa mi fa difficoltà: la preghiera dei fedeli. A leggere alcune di queste mi si ingarbuglia la lingua.
Perché, diciamolo chiaramente a volte sembrano scritte da Peppone più che da Don Camillo. O forse neanche: in tal caso sarebbero più schiette, mentre alcune invocazioni sembrano prese di peso da un consesso dell’ONU, un’assemblea di extraparlamentari o da una congrega massonica. Non sono tanto invocazioni a Nostro Signore quanto fervorini moraleggianti che con il cielo hanno ben poco a che fare. Talvolta paiono quasi dire: deh, se lassù ci sei, cosa di cui dubito, correggiti subito.

In tali casi estremi, ormai ho preso questa abitudine: invece di invocare l’ascolto del Signore per il testo della preghiera, chiedo la conversione di chi l’ha scritta. Siamo cristiani, in fondo: crediamo nella Grazia e nei miracoli.

Sotto la cenere

Credo che pochi concetti siano stati così efficacemente banditi dalla vita e dalla coscienza degli uomini occidentali moderni come quello di penitenza.
Essa ormai risulta incomprensibile ai più; la si confonde con un vago masochismo, le si attribuiscono secondi fini, dato che quello principale risulta ormai incomprensibile.

Essa ha le sue radici nella fede in un Dio creatore e misericordioso, che si occupa dei suoi figli e si preoccupa delle loro azioni; nella convinzione che si possa fare il male consciamente, che il peccato esista, e che per quelli commessi si debba chiedere perdono; nella consapevolezza che il miglioramento di sé passa attraverso il sacrificio e la rinuncia a qualche piacere.

Tutte cose passate di moda, dimenticate, forse mai sapute.
Sì, si vive anche senza credere in un essere superiore, compressi in un orizzonte troppo vicino dove la legge è dettata dallo Stato o da qualche giudice umano.
Sì, si sta benissimo se ci si perdona per ogni azione, sempre giustificandosi, o almeno si può far finta di crederlo.
Sì, per quanto riguarda il miglioramento e il sacrificio, può forse valere la pena per perdere qualche chilo, impresa già difficile. Cosa c’è d’altro in fondo oltre al piacere?

Eppure esiste ancora un popolo, nascosto, perlopiù silenzioso, che sa cosa sia la penitenza. Verrà il momento in cui l’apparenza di questo mondo diverrà evidente, e allora le falsità e le bugie saranno spazzate via, bruceranno. Perché la verità è come un fuoco, che cova sotto la cenere.

Salvezza

Quando siamo dell’opinione che il riscaldamento globale debba essere la nostra più grande preoccupazione – o la povertà, o la libertà, o l’Amazzonia, o l’uscita dall’euro, il femminismo, la rivoluzione sessuale, l’aborto, fate voi – stiamo consapevolmente adorando degli idoli. Stiamo deificando una circostanza, un’idea, un’illusione.
Se nell’elenco rientra anche il vostro idolo preferito, ehi, incazzatevi pure. Ma poi dovete giustificarmi questo:

Pensiamo davvero che questi idoli possano darci la salvezza?

Ok, bella frase. L’avete letta, magari avete pure annuito. Adesso fermatevi, facciamo un passo indietro. Sicuri di averla capita?
Che è ‘sta salvezza? Magari è solo un suono, una parola che non sappiamo definire, un’immagine vaga, angioletti e cristi sorridenti in un paesaggio bucolico. E’ ora di capire un po’ meglio.

Treccani la definisce l’essere salvo, che è questo:
salvo agg. [lat. salvus, della stessa radice di salus «salute»]. – 1. a. Che ha superato un pericolo, anche grave, senza subire alcun danno; incolume, illeso, intatto (…) In senso spirituale, che ha raggiunto la salvezza eterna, e non corre perciò più il pericolo della dannazione.

Secondo Wiki, salvezza in generale significa la liberazione da condizioni indesiderabili.

Quindi, la salvezza vuol dire essere esattamente nella condizione che desideriamo, senza che niente possa più toccarci e toglierci da essa. “Niente possa più toglierci” sarebbe la parte “eterna”. “Dannazione” non è che la parola che ricapitola quanto di più distante dal bello, dal giusto e dal vero possiamo immaginare, cioè la massima indesiderabilità. In cui, paradossalmente, cadiamo solo se la vogliamo.

Nei tempi antichi, e talvolta anche adesso, la gente invocava gli dei con sacrifici per ottenere di essere liberati da qualche condizione particolarmente sfavorevole. Io ti do, tu mi dai. Molta gente vede così anche il cristianesimo: se mi comporto bene, ottengo la salvezza.
Gli antichi dei avevano ognuno la sua specializzazione. La dea dell’amore, quello del denaro, e via andare. Le nuove religioni – ambientalismo, gender, tutto quell’ammasso di menzogne che oggi devi credere se non vuoi essere fuori moda – sono ancora più specifiche. La loro pretesa è ancora ridotta: vogliono farti stare meglio solo su un particolare, o nemmeno tu, i tuoi discendenti futuri, o neanche, il pianeta.

Ma le antiche e nuove religioni hanno una cosa in comune: pretendono da te un comportamento. Che sia inginocchiarsi davanti ad una statua o al diritto umano correntemente di moda, non fare figli o eliminare il blasfemo di turno.

La pretesa del cristianesimo è che non è il comportamento che salva. Esattamente l’opposto: tu ti “comporti bene” proprio perché sei salvato. E sai salvo perché sei amato. Non un dovere da compiere, un pagamento di prestazioni: un rapporto d’amore, in cui tutto il resto impallidisce e sparisce. Non te ne importa.
Non è che smetti di avere guai o che le condizioni indesiderabili cessino. Anzi, proprio perché il cristianesimo è così radicalmente diverso le persecuzioni sono garantite. Agli dei antichi e nuovi, e ai loro sacerdoti, non piace essere privati del nutrimento. La differenza è che di questi mali non ti importa più. C’è qualcosa di meglio. C’è qualcosa di più grande. Il cristiano è salvo perché i pericoli non sono più un pericolo. E’ libero anche in prigione. Etimologicamente, il termine ebraico per salvezza ha il senso di “liberazione”. Non si è più imprigionati dal proprio male. C’è di meglio che desiderare, e ottenere, tutto?

Ecco perché se pensiamo che un qualsiasi idolo possa guidarci alla salvezza, bene, sbagliamo di brutto. Le altre religioni sono strade umane, sono tortuose, vanno nella direzione sbagliata, si perdono. Sono parziali. Se percorse in buona fede possono essere un aiuto alla salvezza, ma mai la salvezza stessa.
Non sono la salvezza perché riguardano solo una parte dei tuoi possibili guai, dei tuoi problemi. Gli altri, rimangono irrisolti.

Quindi, hey, non ti fidare dei tuoi idoli e dei loro sacerdoti. Ti stanno usando. A quegli dei che adori non frega niente di te.
Non importa loro che tu sia salvo davvero. Nemmeno saprebbero che cosa fare.

La vera fraternità

Qual è la differenza tra la fratellanza che tanto va di moda oggi e l’autentica fratellanza cristiana? Non l’inclusione indiscriminata. Anche Cristo distingue tra i discepoli e gli altri; e quando dice ai farisei che sono non sono figli di Abramo ma figli del demonio non divide forse anche lui, non esclude quelli che non hanno i suoi stessi criteri sulla realtà?

La fraternità cristiana nasce appunto da questo: riconoscersi figli prima che fratelli. Riconoscersi figli vuol dire accettare di essere fatti, di essere bisognosi, di dipendere. Non è un’elite, non una conventicola di gente che conta solo su se stessa.
Riconoscere di essere di un Altro vuol dire non concepire la verità come qualcosa che si possiede, ma qualcosa che viene dato. Che si cerca assieme, che si desidera insieme, che si vuole per chi ci sta accanto, fratello e sorella perché condivide lo stesso padre, quindi lo stesso destino.

Se pensiamo di possedere la verità seguiamo solo noi stessi, andiamo e facciamo quello che ci pare. Ma se questa verità è Altro, allora dobbiamo cercarla e, trovata, andare dove non ci aspettiamo e dove forse non vorremmo.
Fosse anche il martirio, cioè la testimonianza più forte, il riconoscimento più profondo.
Che non sempre è cruento. Talvolta, ci tocca morire un po’ ogni giorno.

L’origine della luce

Grazie a Dio per la sua meccanica celeste. Le giornate si stanno allungando, e la luce illumina i miei viaggi mattutini.
Il cielo oggi era latteo, andava dall’antico avorio al celeste slavato, là in alto. Il sole appena sopra le colline si nascondeva dietro una nube, indorandola di raggi radianti dal suo cuore scuro.
Era così bello. Avrei voluto fotografare quella preziosa meraviglia, fissarla per i giorni a venire. Ma non mi potevo fermare, e presto l’astro si è affacciato tra i filamenti di nuvola nel suo abbacinante fulgore.

Ho sempre saputo che dietro quella nube c’era il sole. Non poteva essere altra la fonte di quello splendore. In questo abitava la bellezza: lui c’era, ma non abbagliava, dando risalto a tutto quanto stava attorno.
Quei colori erano creati da lui, dagli echi dei suoi raggi. Artista umile, si teneva nascosto perché li potessimo davvero vedere.

Non potremmo gustare tutto il bello che ci circonda se la sua fonte non rimanesse celata. Noi siamo uomini finiti, troppa luce ci acceca. Al cospetto dell’infinito ciò che è limitato, le cose di questo mondo, spariscono. Lo sa bene, l’Autore della luce.
Grazie a Dio, perché si fa vedere soprattutto quando si nasconde.

Dammi (cosa voglio)

Ascoltavo questa canzone, ieri sera (in una versione un pochino più soul di quella che allego):

Gimme Jesus

In the morning, when I rise (3v)
Give me Jesus (3v)
You can have this whole world
Give me Jesus

When I am alone (3v)
Give me Jesus (3v)
You can have this whole world
Give me Jesus

When I come to die (3v)
Give me Jesus (3v)
You can have this whole world
Give me Jesus

Dammi Gesù

Al mattino, quando mi alzo (3v)
Dammi Gesù (3v)
Tu puoi avere tutto questo mondo
Dammi Gesù

Quando sono solo (3v)
Dammi Gesù (3v)
Tu puoi avere tutto questo mondo
Dammi Gesù

Quando sarà la mia ora (3v)
Dammi Gesù (3v)
Tu puoi avere tutto questo mondo
Dammi Gesù

Eh, certo, belle parole. Ma che vogliono dire? Tutto il mondo, in cambio di Cristo? Normalmente è l’opposto: dammi tutto il mondo, e magari un pizzichino di Gesù sopra, per insaporire.
Chi canta questa canzone davvero volendo quello che canta, chi è? Un pazzo, un fanatico, o semplicemente non si rende conto di quello che chiede. Questo viene da pensare, se davvero leggiamo, se davvero pensiamo le parole. Se confrontiamo la nostra vita, i nostri desideri, con questo testo.

E poi, cosa vuol dire “dammi Gesù”? Non lo vendono su Amazon, non lo incontro per strada. Cosa vuol dire, in concreto? O sono davvero solo parole, l’iperbole di un poeta un poco fissato?
No, figuriamoci.

Poi vengono in mente – a chi le ha già sentite – le parole di Cristo al giovane benestante, quel bravo ragazzo a cui, ehi, piaceva quello che Gesù diceva. “Vendi tutto, molla tutto, e seguimi“.
O quelle altre, la risposta alla domanda “Che viene a noi che abbiamo lasciato tutto per seguirti?“. “Cento volte tanto di quello che avete lasciato e, in più, l’eternità“.

Ovvio, altre parole che possiamo ignorare. E continuare ad andare alla nostra piccola messa la domenica, quando non è una giornata da gita, fare la donazione a quella ONG, e magari una preghiera se le cose ci vanno particolarmente male.

Ma un tarlo resta. Viene il dubbio: ma questa storia del “Dammi Gesù” non sarà forse come quando sei innamorato, innamorato davvero, e faresti di tutto per vedere chi ami, e tutte le cose sono per lei, quella persona, e vivi e respiri per lei, e quella parola, “amore”, la capisci, e capisci che non ti basta, perché noi hai bisogno di una definizione, di una spiegazione, di una organizzazione, ma di lei, della sua presenza.

Pensi questo, e ti rendi conto che il tuo guaio è che non ami abbastanza. O meglio, ti piace di più il mondo, più di quel Gesù che potrebbe darti il centuplo di ogni cosa, se davvero lo amassi.
Ma quel tipo di amore è quello dei santi, che del mondo se ne fregano eppure il mondo è loro. E tu santo non sei.
L’ultimo pensiero è: ma potrei esserlo.

LIberi di

La libertà oggi è intesa come potere di comprare quello che si vuole.
Non ci credete? Guardate le pubblicità. Ascoltate i discorsi.

Chi protesta perché vuole più libertà spesso sta chiedendo ad altri di pagare per le libertà che non può concedersi.

E’ questa la radicale contrapposizione con la vita cristiana. Per il cristiano dare la vita gratuitamente è la libertà più alta. Il nostro prezzo è già stato pagato.

Happy day

Stamattina mi sono alzato per andare al lavoro, dopo quattro giorni di mutua. La cucina girava e avevo un coboldo sullo stomaco, ma dovevo proprio. E così mi sono messo in macchina, sperando che la nausea si dimenticasse di me.
Mentre viaggiavo tra i campi sotto la pioggia la radio andava, e la stazione che stavo seguendo ha infilato un vecchio classico. “Oh Happy Day”. No, non quello di Fonzie; i vecchietti come me se lo ricordano per un’antica pubblicità. Ricordi in bianco e nero. Così, tra una pozzanghera e l’altra, ho ascoltato le voci cantare:

Oh happy day (oh happy day)

Oh happy day (oh happy day)
When Jesus washed (when Jesus washed)
When Jesus washed (when Jesus washed)
When Jesus washed (when Jesus washed)
He washed my sins away (oh happy day)
Oh happy day (oh happy day)
He taught me how to watch, fight and pray, fight and pray
And live rejoicing every, everyday

O giorno felice,
Quando Gesù lavò
Lui lavò via i miei peccati
O giorno felice,
Mi insegnò come stare in guardia, combattere e pregare
E vivere con gioia ogni, ogni giorno

In questi giorni sembra davvero che dello “stare in guardia, combattere e pregare” sia rimasto molto poco. E’ fuori moda. Non c’è niente da cui stare in guardia, ci dicono, basta essere a posto con se stessi. E’ inutile combattere, ribadiscono, troppo guerresco per questi tempi dolciastri. Più che combattere occorre (se il caso) contestare; più che stare in guardia bisogna (a volte) indignarsi. Il pregare è rimasto solo parola che presto passa.

Però, scusatemi se ve lo dico, tra tutti questi arrabbiati, indignati, indaffarati, pare che del vivere con gioia sia rimasto ben poco. Come se le cose fossero connesse; come se quella gioia sia legata con lo stare in guardia da quei peccati che sono stati lavati, con il combattere quel Nemico che ci vorrebbe distogliere da Colui che dobbiamo pregare.

Siccome io alla gioia ci tengo, temo proprio che continuerò, fuori moda come un Don Chisciotte, il mio combattimento; a guardarmi come posso, e forse persino a pregare, in quest’alba del tempo che ogni anno si rinnova, che in ogni istante si rinnova, e che per oggi e ogni felice giorno non avrà fine.
Buon Natale.

Credibili

Occasionalmente, ho udito il sacerdote a Messa pregare dicendo “rendi la Tua Chiesa testimone credibile”.

E’ un’espressione che mi ha messo sempre un po’ a disagio. Mi ha confortato apprendere che non sono il solo. Così scriveva il Cardinale Giacomo Biffi:

«“La Chiesa deve diventare credibile”? Così come suona, il concetto è mal formulato e inaccettabile, perché fa delle esigenze e delle persuasioni degli uomini il metro per giudicare l’azione e la realtà dei cristiani, mentre l’unico metro resta il Signore Gesù e la sua verità. La Chiesa deve sforzarsi di essere sempre più credente; in tal modo diventerà sempre più credibile agli occhi dei non credenti ben disposti, che ricercano la verità, e sempre più incredibile agli occhi dei non credenti che non hanno nessuna voglia di credere».

Quando un testimone è credibile? Quando appare certo di quello che dice. Quando può portare prove delle sue affermazioni. Quando non ha dubbi su quale sia la verità. C’era.

Chi si fida di colui che è dubbioso sui fatti? Scommettereste la vostra vita su qualcuno incerto, che si tira indietro, che avete sorpreso a mentire?
Un testimone che si contraddice è utile solo a rafforzare l’incredulità. Come giudicare ciò che è degno senza un metro affidabile?

Posso testimoniare ciò che ho veduto, che ho vissuto. Allora l’invocazione dovrebbe essere, Signore, fammi vedere la Tua bellezza, rendimi visibile la Tua verità.
Poi rendimi capace di mostrarla a quanti mi vorranno ascoltare.

Oggi non sono santo

Alla fine, essere santi non vuol dire fare tutte le cose giuste.
Vuol dire dare tutto, offrire tutto, anche quel pezzettino che ci tiene ancorati allo scoglio del mondo.
L’abitudine dalla quale non ci possiamo staccare, ciò a cui pensiamo di non poter rinunciare, e quel timore che ci trattiene dall’offrire tutto noi stessi perché sappiamo che la nostra offerta sarà accettata. Il peccato è un “non”: non volere essere interi.

Vedo che mi converrebbe, ma non ci riesco. No, neanche a chiederlo. Ho paura della Grazia di cambiare. Forse accadrà domani. Ma oggi, non sono santo.

Pessime intenzioni

Permettetemi qualche chiosa sul ratto e conseguente lancio a fiume delle statuette lignee amazzoniche in quel di Roma.

Punto primo, io in certe chiese ho visto di tutto. Ho visto sugli altari immagini di noti eretici e credenti in altri religioni; ho veduto portare in processione un po’ ogni cosa, terra, fiori, palloni e così via. Ma sulle pareti cappella Sistina sono dipinte le profetesse pagane del tempo che fu, e pure Virgilio. Il punto è: sono il contorno, non la pietanza. Il cristianesimo può valorizzare tutto, statue di donne nude incinte comprese, perché Cristo è tutto in tutti, e redime ogni cosa.
Ma solo se c’è lui per primo. Se il suo nome non è invocato, pregato per primo, allora anche una “Nostra Signora” può diventare pagana. Noi veneriamo Maria quale Madre di Cristo, non come divinità a se stante. Fosse altrimenti, la sua statua andrebbe buttata nel Tevere, fosse anche scolpita da Della Robbia. Il senso di ogni cosa portata all’altare è che tramite essa si glorifica Lui. Se non è così non è cristianesimo, anche fosse fatto con la migliore delle buone intenzioni. Sarebbe uno sbaglio da correggere.
Posso venerare un’icona di Maria con le tette di fuori come le Madonne del Latte cinquecentesche, se è Maria, se mi richiama la realtà della Madre di Dio. Se quel bambino nel grembo della statuina è Dio, me lo si dica chiaramente, e bacerò quell’immagine che mi richiama all’Incarnazione. Se non lo è, non voglio averci a che fare. Chi sa, lo dica: sì o no?
Essere segno del Mistero è cosa rende sante le cose. Chiariamo cosa è santo e cosa no; cosa va gettato, e cosa no. Dell’immondizia (ciò che non è mondo, puro) uno se ne libera. Gli idoli, di legno o di pensiero, sono immondizia.

Punto secondo. Perché il gesto ha suscitato tanto entusiasmo? Per lo stesso motivo per cui Fantozzi è stato portato in trionfo dopo avere detto la sua opinione sulla Corazzata Potëmkin. Usare un linguaggio scurrile (“cagata pazzesca”) è certamente da stigmatizzare, ma ha il merito di togliere il tappo del conformismo, del timore imbelle. Fa capire che davvero non se ne può più. Che, nei pensieri reconditi della gente, più che le statuette dovrebbero rinfrescarsi le idee nel fiume chi ce le ha volute. Perché la gente sa ancora cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è bene e cosa è male, quando li si tenta di ingannare, mentendo e manipolando, per portare avanti un proprio misero progetto. Almeno, quelli che ci tengono. Gli intellettualoidi possono contargliela, ma il senso comune difficilmente se la beve. Il gregge si domanda che cavolo stiano facendo i suoi pastori, chi siano realmente. Diteci qualcosa di cattolico, qualcosa in cui credere, che allarghi il cuore, e non la rifrittura di ideologie che Cristo ha sconfitto. Parlateci di cose e persone sante. Se l’intenzione è retta, se ancora credete.

Punto terzo, non comprendo perché dovremmo rispettare la Tradizione dei popoli amazzonici e nel contempo negare la Tradizione del popolo cattolico. La tradizione di quelle tribù è l’infanticidio e peggio? Quello dei romani di gettare nel Tevere quanto non gradiscono. Se occorre rispettare quella cultura, perché dovremmo disfarci della nostra? Mi pare abbia costruito un bel po’ di più di capanne di fango. Allora il dubbio viene che non sia tanto la Tradizione di per sé ciò di cui dicono ci dovremmo disfare, ma il suo contenuto. Non mi è chiaro perché dovremmo sostituire il tricorno con un cappello di piume. Oh, certo, alcune cose sono orpelli e sovrastruttura. Il cuore della Tradizione però è Cristo.
Chi allora ha le intenzioni peggiori: chi vuole liberarsi di brutte statuine, o del significato stesso della Chiesa?

Il Rio delle Amazzoni non è il Tevere. Se non altro il gesto l’ha chiarito a chi si illudeva. Che si smetta di spacciare l’uno per l’altro.

Forse un mattino andando

C’è una poesia di Montale che conosco a memoria. E’ questa:

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore da ubriaco.

Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi, case, colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Un pensiero mi ha colpito stamattina, ripensando alle conversazioni dei giorni passati sui miracoli. Che per l’uomo d’oggi il poema è esattamente invertito. Il nulla non è ciò che colgo voltandomi, ma la normalità del vivere. Si è come immersi in una nebbia, in una pioggia cupa e grigia che nega le cose, la loro stessa esistenza. In un certo senso è come se si camminasse perennemente voltati dall’altra parte rispetto a ciò che esiste, immersi in una disperazione piena di mancanza.

Ma ecco che il miracolo accade: ti obbliga a guardare davanti a te, e allora la grande cortina di pioggia di questo mondo si apre e vedi… Bianche sponde e, al di là di queste, un verde paesaggio sotto una lesta aurora; o meglio la tua vita quotidiana, le persone, le cose come sono veramente, perché esse sono veramente. E’ il vuoto l’illusione.
Comprendi, non con terrore ma con gioia, che il tuo esistere ha un senso, e che c’è chi ti vuole bene fino in fondo.

Il miracolo, quasi sempre, ha il volto di qualcuno da guardare, qualcuno che un certo mattino ti afferra dal grigiore del nulla e ti riporta alla vita.

Auguro a tutti un mattino così.

L’inchino all’idolo

Destano un poco di sconcerto certe prese di posizione, certi documenti ecclesiali, che sembrano suggerire che il cristianesimo non è poi così vero. Che in fondo è una religione come le altre, non tutto quell’eccezionale che si pensava un tempo. Che Dio si sia fatto uomo e sia morto per noi potrebbe sembrare qualcosa di assolutamente nuovo e mai udito prima. Forse però esercita meno fascino di certi idoli sì muti, ma dorati. O verdi.

Una certa parte della Chiesa pare pensare che il cristianesimo abbia bisogno di aggiornarsi per essere al passo con i tempi. In altre parole, non è che Dio non ci sia, è solo un poco senile. Fuori moda. Mi rammenta quanto accadde alcuni secoli fa con il Rinascimento. Il Dio medioevale, centro di tutte le cose, fu spinto improvvisamente ai margini. Gli antichi dei greci e romani, umiliati e abbandonati secoli prima, ritornarono in auge. Con la differenza che nessuno davvero si inchinava di fronte ad essi.

L’inchino all’idolo è in fondo un inchinarsi a se stessi, alle proprie voglie. Solo un Dio assolutamente “altro” è differente da noi. Ma che senso ha inchinarsi a ciò che è Altro, cioè ineffabile, incommensurabile, incomprensibile? Ha senso solo se questo Altro diventa qualcosa di riconoscibile e incontrabile. Si incarna; pur essendo Altro si fa prossimo.

Inchinarsi all’Eucarestia non è piegarsi ad un idolo. E’ riconoscere che lì è il nostro destino. Certe liturgie fantasiose potrebbero anche essere accettabili se fossero fatte con vero amore per Chi ne è il protagonista, e non per desiderio di rubare a Lui la scena. Una messa celebrata con briciole di pane e acini schiacciati in una prigione di regime può essere più santa di una messa cantata in Piazza S.Pietro. Non è questione di paramenti, ma a Chi guardi. E’ sempre lì il punto: dove sta il cuore. Un anello di plastica regalato al proprio amore può essere infinitamente più prezioso di un diamante incastonato. Sì, i diamanti aiutano a dire che un regalo è prezioso, ma tutto dipende da cosa rende prezioso il dono. La bellezza non è sempre quello che pensiamo.

In fondo è come quegli amori finiti che cercano di sembrare vivi con fantasie sempre più improbabili, trucchi e vestiti. Quando invece basterebbe tornare a quel fascino iniziale, a quel primo momento in cui si è riconosciuto il proprio destino assieme all’altro. Il guaio è quando non si è mai creduto che quella storia potesse durare in eterno, e promettendo fedeltà già si cercava una via di fuga.
Così accade anche oggi. Se Dio non è tutto, se lo troviamo vecchio, allora ci si permette amori diversi, apparentemente più giovani. Scappatelle, finché una sera ci si dimentica di ritornare.
Ma la bellezza di Dio non sfiorisce, a differenza delle altre. Egli è eterno, e solo uno sguardo fatto d’eterno può amarlo davvero.