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Obbedire

La caratteristica fondamentale (della) religiosità naturale è lo sforzo dell’individuo: è la mia coscienza che vi si applica, la mia genialità che lo crea, la mia energia che lo costruisce. Ma nella storia umana, ad un certo punto, è venuto un uomo, Gesù Cristo, che ha offerto allo sforzo religioso di tutta l’umanità la possibilità di realizzarsi. Anche se dinanzi a questa sua pretesa molti si sono ribellati e non hanno saputo vedere in Lui il Dio che cercavano, da questo momento la metodologia religiosa, il modo di andare a Dio, si è totalmente capovolto: prima era opera di genialità; ora è questione di obbedienza. Nel primo momento assieme alla devozione alla divinità era mischiato l’orgoglio personale; ora non c’è più affermazione di sé, ma abbandono. Prima erano favoriti i geni religiosi; ora il genio ed il bambino sono alla pari. Più precisamente: prima il metodo era uno studio mio, una ricerca mia; adesso è un’esperienza mia. Prima era una costruzione; adesso è un incontro. Prima era una teoria; adesso è un fatto irrecusabile. Prima potevo fingere Dio secondo un mio criterio o un mio gusto; adesso devo prenderlo o lasciarlo così come mi si presenta.

Luigi Giussani,  “Porta la speranza: primi scritti”

Questo è l’Avvento, il tempo che è appena cominciato: iniziare a capire che occorre obbedire alla realtà, per raggiungere quella “perfetta letizia” di cui parla S.Francesco. Che non è eroica sopportazione del male, indifferenza al proprio destino o apatia similbuddista, ma consapevolezza che c’è un bene che racchiude e redime ogni cosa, comprese le più fetide; cioè noi.
Come chi sopporta disagi, sofferenze, viaggi interminabili pur di vedere per qualche minuto la persona amata: e quando la raggiunge nessun sacrificio sembra vano.
Sì, questo è l’Avvento. Comprendere che ciò che ci cambia e ci salva viene, è venuto, e tutto quello che ci chiede è accoglierLo.

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Arancio

La persona che cammina davanti a me nella via ha una specie di gonna arancione sotto il piumino. Trascina ballonzoloni sul selciato un trolley bianco e blu, e tiene in mano qualcosa, forse dei libri.
Passa sull’altro marciapiede, mentre io mi avvicino al cancello di casa. Mi volto verso di lui, lui mi sorride attraverso la strada e i miei sospetti sono confermati.
“Buonasera”, mi saluta, ed io ricambio.
“Le interessa sapere qualcosa sulla spiritualità orientale?” Mi chiede.
La mente mi corre a parecchi decenni fa, quando vidi per la prima volta quelle tuniche arancioni, in quel di Genova. Ero molto giovane: mi incuriosirono i loro canti monotoni, i crani rasi, la loro danza improvvisata. Studiai un poco il loro credo, mi feci anche imprestare un disco di quelle loro nenie sempre uguali, che non riuscii ad ascoltare fino in fondo. Erano anni che non ne vedevo uno: le mode passano.
Declino sorridendo. “No, grazie, torno adesso da Messa”.
Anche lui sorride. E’ giovane, forse vent’anni o poco più, strisce di biacca bianche sul volto imperbe sotto il cappuccio.
“Bene, in fondo siamo tutti e due in cerca di spiritualità”, mi dice.
“Sì, anche se ben diverse”, replico sorridendo anch’io.
Ci scambiamo gentili saluti, gli auguro buon proseguimento, lui va, io entro in casa. Ah, sto invecchiando. In altri tempi ci avrei discusso per ore, ma fa troppo freddo, è troppo buio, ho da fare e non ho più la pazienza di un tempo.

Ho sempre un po’ di rimorso, in questi casi, per le mie omissioni. E domande: cosa avrà visto quel giovane gentile nel suo culto orientale, in usanze esotiche che lo spingono per strade sconosciute al gelo? La mia fede in Cristo è una fede fatta di ragione, si fonda sulle risposte a tutte le questioni, sulla storia, sull’esperienza. Qualcuno mi ha spiegato la vita, e quelle spiegazioni hanno senso, sono solide, non si contraddicono. Tutto questo quel giovane non l’ha visto, non l’ha trovato, e l’ha cercato altrove, lontano.
In risposte umane al Mistero.
Quanto siamo stati fortunati, mi diceva l’altra sera un sacerdote. E’ vero. Abbiamo incontrato ciò che è vero, ed era proprio accanto a noi.

La scelta

Uno dei commenti su Twitter al post di ieri diceva così, parlando di Cristo:
Nessuno gli ha chiesto di morire per noi quindi è stata una sua scelta

Il che è sicuramente vero. Ma mi domando che razza di concezione dell’esistenza sia quella per cui le cose si fanno solo perché obbligati.
Non abbiamo chiesto di nascere; non abbiamo chiesto di vivere in un mondo così bello, vario, amico della vita. Non abbiamo chiesto noi che un oggetto posato in un luogo rimanga lì, se nessuno lo tocca; che l’acqua sia bagnata e l’aria si possa respirare.

Non è una nostra scelta se qualcuno ci ama; non è una nostra scelta se qualcuno ci ha amato così tanto da darci i tramonti e le montagne innevate, i gatti e le rose.
Non è una nostra scelta che Chi ci ha dato tutto questo ci abbia alla fine amato tanto da piangere per noi, e morire per noi.
E’ stata la libertà, nella sua forma più pura, che è un altro nome dell’Amore.

Ma noi, cosa scegliamo?

La pretesa finale

Il popolo ebraico ai tempi di Gesù era convinto che Dio intervenisse nel mondo in cinque maniere diverse. Tramite la Parola (“Ogni mia Parola non ritornerà a me senza avere compiuto ciò per cui è stata mandata”, dice Dio secondo Isaia ); tramite la Sapienza – c’è un intero libro della Bibbia dedicato a lei, per non parlare dei Proverbi che ne cantano le lodi; tramite la Legge, che è più manifestazione divina che codice scritto, e di questa c’è l’intero Pentateuco; c’è lo Spirito, che è attivo nei Profeti e nei personaggi come Sansone; e poi c’è il Tempio, la dimora di Dio sulla terra.

Se prendiamo i Vangeli, possiamo notare che Gesù si identifica formalmente con ognuno di questi aspetti. E’ questo che lascia sbigottiti sacerdoti, scribi, farisei. Secondo la loro concezione era la bestemmia suprema per un uomo.
Nella parabola del seminatore quella che è seminata è la Parola, e Lui si identifica in colui che la manda. Così per la Sapienza: il saggio è colui che ode le mie parole, dice Cristo, e costruisce la casa sulla roccia. Cioè suggerisce che è lui che porta la Sapienza.
La questione della Legge è più evidente ancora: Gesù si pone come colui che dà una Legge nuova, completamento della antica. Tramite lo Spirito scaccia i demoni, e vengono scacciati in nome suo; e, per finire, si identifica con il Tempio nella famosa frase “Distruggete questo tempio e lo ricostruirò in tre giorni”.
Non possiamo capire appieno molti passaggi dei Vangeli se non comprendiamo questo: quasi ogni cosa che Gesù compie punta a dimostrare a coloro che lo incontravano, e a noi con lui, la sua pretesa di divinità. Affermare che Cristo non si sia mai definito Dio è semplicemente ignorare i fatti.

Ora, possiamo credere o non credere in Gesù, ma in ogni caso ci si pone una scelta. Perché se Lui è veramente Dio, se quello che sostiene è vero, allora l’unica cosa sensata da fare è seguirLo, capire cosa voglia da noi. In Lui c’è il nostro destino di uomini.
L’unica altra alternativa è considerarlo un pazzo visionario.
Ma, accidenti, quante cose vere e giuste diceva quel pazzo. Quale sano è mai stato come lui?

Strane associazioni

Se la Chiesa non servisse per condurre alla santità, cioè a seguire in tutto e per tutto la volontà di Dio, sarebbe solo un’inutile associazione di strani fissati che non capiscono perché il loro fondatore abbia fatto la fatica di morire.

Il più grave peccato

Il più grande peccato non è peccare. E’ condurre gli altri al peccato, perché si somma peccato a peccato. Si distrugge la vita propria e l’altrui.
Ma c’è di peggio. Ed è condurre al peccato asserendo che non ha bisogno di redenzione.
Perché il peccato della carne è una cosa, quello dello Spirito è ben più grave.

Quale misericordia per chi dovesse commetterlo, davanti al Giudice? Le anime dei perduti parleranno contro di lui.

Badate al giudizio, perché sarà giusto.

L’abbraccio

C’è qualcosa che ti abbraccia prima ancora che tu sbagli – e sì, sbaglierai.
Ma, se ti fidi, questo abbraccio ti porta fuori dal tuo buco. Basta farsi vincere da esso, avere quella che possiamo chiamare povertà di spirito: il non opporre la nostra menzogna alla verità di noi.
E’ il primo nostro errore, fingere di essere quello che non siamo, ostinarci in quella che è la nostra idea: del mondo, di chi ci sta di fronte, di noi stessi.

Quel desiderio di felicità che tante volte non sappiamo neanche di avere è destato da quell’abbraccio, che qualcosa, anzi, qualcuno si muove per darci. E’ una presenza che possiamo ignorare solo dandole le spalle. La vita è meglio di quello che possiamo immaginare. E’ essere perdonati in tutto, se scegliamo di dare tutto.
E’ proprio il concedersi senza ombre che fa svanire il peccato, che non è nient’altro che quella bruttura dell’animo, quello sguardo opaco e falso su ogni cosa.

Così possiamo essere liberi, per prima cosa da noi stessi. Anche lo sbaglio più enorme scompare; come scompare il gelo in una fulgida mattina di sole.

Eresie di nicchia

Chiesa barocca nel centro di Torino, che più centro non si può. Nicchia laterale. Una versione dipinta in un beige inquietante del viso della sindone, e tutt’intorno ritratti di…

…santi?
Non proprio. Oh, c’è padre Pio. Madre Teresa. Papa Roncalli.
Va bene, facciamoci pure stare con gli altri anche il fu cardinal Martini. Ma Gandhi? Non è che fosse così tanto cattolico, ne manco cristiano; sicuramente un gran personaggio, seppure con scelte di vita che di santo e cristiano avevano poco… stesso discorso per Martin Luther King, sull’altro lato.

Ma il Martin Lutero originale?

Sì, anche il suo ritratto occhieggia tra gli altri. Lui che la Chiesa l’ha divisa, e che avrebbe probabilmente bruciato buona parte di quanto sta intorno a questa sua effige. Come l’avrebbe presa a trovarsi appena sopra ad un rappresentante del “papato in Roma fondato dal diavolo“?

Forse sono ingenuo io, a pensare che mettere candeline (sia pure elettriche) davanti ad eretici e non credenti sia inopportuno. Non è che i santi veri scarseggino. Altrimenti uno potrebbe pensare che allora l’ubbidienza, la fedeltà a quanto Cristo ha detto e la Chiesa ha tramandato, la fede stessa nel Signore non siano virtù da coltivare. Che Colui che si può vedere al centro poteva anche evitare di ricevere le botte e le ferite, morire in croce. Bastava un po’ di buona volontà, o sola fede, a seconda del patron scelto.

Mentre fotografo la nicchia, non posso fare a meno di pensare: almeno non hanno messo Che Guevara.
Forse non c’era più posto.

Senza giudizio

Probabilmente non lo sapete, non è il genere di notizia che si possa leggere sui nostri giornali o vedere alla televisione, ma alcuni giorni fa molti leader protestanti evangelici hanno firmato il cosiddetto “Nashville Statement“, la Dichiarazione di Nashville.
Di cosa si tratta? Di una forte riaffermazione che il piano di Dio preveda maschi e femmine, e che questa differenza non sia a discrezione dell’individuo. In quattordici articoli si parla di matrimonio, di castità, di ciò che compone la sessualità umana; negando ciò che su di esse dice il mondo in contrapposizione alle Scritture. Sebbene siano redatti da evangelici per evangelici, e si veda chiaramente, questi articoli potrebbero essere sottoscritti senza problemi anche da un cattolico. Di quelli “vecchio stampo”, intendo, un po’ come me.

Naturalmente una così forte e ampia presa di posizione contro gender e transessualismo rampanti non poteva non suscitare reazioni e contrapposizioni. Non starò lì ad elencarle, chi è interessato potrà approfondire per conto suo. Mi limiterò ad una nota he ho trovato in un post di un noto teologo: cioè che, almeno in ambito cattolico, quello che è inerente alla sessualità non trovi quasi mai posto in omelie e dichiarazioni. Non l’omosessualità, ma la sessualità per così dire normale. Quella della stragrande maggioranza della gente.

Quella è America, ma devo dire che anche da queste parti è così. Personalmente non ho mai sentito predicare, se non in ambiti decisamente ristretti o dedicati, quale sia la visione cristiana sull’argomento. Perché si debbano evitare i rapporti prematrimoniali, i mali del divorzio o dell’aborto. Ho seri dubbi che siano argomenti affrontati in qualsivoglia luogo nel catechismo per i bambini, dato che questo è rivolto a un’audience di un’età ancora disinteressata. E dopo, dove si può sentire? Così temo molto che, al di fuori di quegli ambiti di cui parlavo prima, i giovani cattolici crescano completamente ignoranti della visione della loro chiesa sull’argomento, e soprattutto dei perché di questa visione. E’ come se si fosse rinunciato ad avere un punto di vista diverso da quella del mondo, forse perché si considera il mondo come stravincente. Come stupirsi poi dei risultati?

Ho letto che, se un matrimonio su tre finisce in divorzio, tra coloro che vanno a Messa la percentuale cala a uno su cinquanta, e uno su millecento per sposi che pregano insieme. Ma, a Messa, queste cose non vengono dette. Mi confidava un sacerdote qualche anno fa che praticamente tutti i frequentatori dell’oratorio avevano avuto le loro esperienze. Il guaio è trovarlo normale. Per poi stupirsi dei disastri della vita personale che attendono nel corso degli anni. Dell’infelicità.
Si ha quel che si semina. Se non si semina, non è lecito attendersi un raccolto.

Sembra che per certi uomini di chiesa si debba parlare di sessualità solo per dire “non bisogna giudicare, non bisogna condannare”. Come se il peccato non esistesse. Come se il peccato non avesse le sue conseguenze, in terra come pure in cielo. Come si fa a condannare la pratica omosessuale se non si condanna la pratica eterosessuale fuori dal matrimonio? Se non si dice che cosa sia il matrimonio, dove sta la sua bellezza e la sua convenienza, come attendersi che i giovani lo desiderino? Per quale scopo attendere, se non viene fornito uno scopo?
Come si può giudicare non le persone, ma gli atti, se non si è più neanche certi di cosa sia bene e cosa sia male? Non si ha più giudizio non solo sugli altri, ma anche sulle nostre stesse azioni. “E’ senza giudizio”, diceva mia nonna per indicare una persona che non sapeva quello che faceva.

Parte della Chiesa sembra avere abbandonato l’umanità perché incapace di dire le cose chiaramente. Per paura, per convenienza; o meglio per mancanza di fede, di speranza, di carità. Come se non fosse più vero ciò che diceva Gesù, ciò che si credeva in faccia al mondo solo l’altro ieri. Se non sono i sacerdoti a parlare chiaro, chi dovrà essere? Se nessuno li educa al vero, come faranno i nostri figli a crescere bene?

Gli evangelici hanno la Dichiarazione di Nashville, noi cattolici documenti magistrali a iosa. Ma se quelle parole, quelle realtà non ricominciano a essere dette dove possono essere sentite, cosa accadrà di noi?
Rimarremo anche noi senza giudizio, in attesa del Giudizio vero?

 

 

Un fruscio d’ali oscure

Verrebbe voglia di considerarlo tutto uno scherzo, questa cosa del diavolo.
Sì, il demonio ha talvolta persino la faccia simpatica. C’è la tentazione di raffigurarselo un bonaccione, ma poi questo nostro intelletto moderno prevale e ci si dice “ma tanto davvero non esiste”. E’ solo un cartoon, buono per fare battute, per post più  meno sarcastici, raccontini quasi umoristici. Un topos letterario. La personificazione dell’astuto ingannatore. Una macchietta.

Poi, talvolta, lo senti veramente.
Oh, è tanti anni che lo impersono. Dovrei essere vaccinato. Invece ci sono momenti in cui riesco ad udire il fruscio delle sue ali coriacee. In cui lo ascolto parlare, per bocca di coloro che ha preso. Di coloro che collaborano con il male. Coscientemente. Ce ne sono.

In quegli istanti percepisci il pozzo tenebroso di una malvagità senza fine. L’opposto del bene, la mancanza del bene, e quel buco che sprofonda nel nulla non ha un fondo. Non ha un limite. Si inabissa bene al di là dell’umano.
Ascolti, e capisci che non è una burla, che non è un’illusione, una invenzione buona per raccontini morali. E’ una forza oscura, che non ha misericordia, e che se ti appare bonaria è perché ti sta ingannando.

Ridete di me, razionalisti, materialisti, cattolici che non sanno più credere a ciò che va oltre il reale – a Dio, figurarsi al diavolo.
Ma questo mistero c’è. Ci sta guardando, proprio ora.

Piccolo cuore contorto

Mi rammentava un’amica di pregare non tanto per gli innocenti, che non ne hanno così bisogno, quanto per coloro che gli innocenti li ammazzano, o giustificano quella scelta di odio con parole che sembrano amore ma ne sono l’opposto.
Eh sì, è questo il cristianesimo. Pregare per l’aguzzino, per il boia, per il carnefice, e per coloro che li applaudono; elevare suppliche per le anime nere e quelle grigie, che possano vedere negli occhi delle loro vittime un riflesso di quella bontà che li ha fatti.

Nostro Signore mi perdoni, quanto è difficile. A sentire certe parole mi è venuto d’impulso l’invocare fulmini celesti. Poi mi sono sentito subito “figlio del tuono”, e mi sono immaginato il cazziatone. Non esistono già abbastanza omicidi al mondo che anche noi lo diventiamo, sia pure solo nel nostro animo? No, non riuscirai a farmi scegliere il male. Che io ti combatta non vuol dire che io non ti ami, piccolo cuore contorto e assassino che potresti essere il mio.

Ne facciamo a meno

Per  il post di oggi faccio poca fatica. Sono tre citazioni.

“If the payoff for bad behavior is high, and the odds of getting caught and punished are low, bad behavior happens every time.”
“Se la ricompensa per il comportamento cattivo è alta, e le probabilità di essere presi e puniti sono basse, il comportamento cattivo avviene ogni volta”

-Scott Adams-

“No one knows how bad they are till they have tried very hard to be good.”
“Nessuno sa quanto è cattivo se non dopo avere provato con tutte le forze ad essere buono”

-C.S.Lewis-

“None of us feels the true love of God till we realize how wicked we are.”
“Nessuno di noi sente il vero amore di Dio fino a quando non capiamo quanto siamo malvagi”

-Dorothy Sayers-

Se uniamo tutte e tre le citazioni, si ottiene che non sentiamo il vero amore di Dio fino a quando non ci accorgiamo che, di fronte alle tentazioni, pur con tutte le buone intenzioni, da soli cadiamo miseramente.
Oh, certo, ci si può giustificare in mille modi. Che la regola sia cattiva, che sia mal posta, che la società sia fatta così, che non possiamo fare altrimenti nel mondo d’oggi, che Dio ha creato un mondo malvagio, che sappiamo noi qual è il nostro bene, che buono e cattivo non esistono, che dipendono, e via andare.

Ma l’amore di Dio, in tutte queste scuse, non c’è. Ne fanno a meno. Noi con loro.
Senza amore non c’è perdono.
Quanto miseri siamo.

Di balene, dinosauri e uomini

Agire o non agire? Essere o non essere, come direbbe il vecchio Shakespeare? Procurarsi grane contestando i potenti di questo mondo, o dormire sicuri perché Dio ha già vinto? E, già che ci siamo, come dice una cara amica, come faccio a sapere davvero che Dio ha già vinto? O che sono nel giusto a contestare?

Sapete, provo un grande dolore, perché mi sembra di essere un dinosauro in un mondo di mammiferi, una balena spiaggiata che non può tornare al mare. Posso incolpare gli asteroidi o il global warming, ma sta di fatto che i tempi sono cambiati, e quelli nuovi non mi piacciono.

Non mi piacciono perché non li trovo veri; non mi piacciano perché non corrispondono alla fibra più interna del mio cuore.
Ma è il mio cuore ad essere sbagliato, o i tempi? Forse dovrei adattarmi, farmi spuntare le mammelle o le zampe e adattarmi, evolvermi perché i tempi mi urlano questo.

Sempre che i tempi siano sinceri nel loro millantare; sempre che questi cambiamenti siano ineluttabili come provano a farci credere, e non siano che un sussulto della terra, una bassa marea destinata a recedere perché i tempi sono temporanei per definizione. E le urla non siano che strida di uccelli da preda.

Se una cosa è vera rimane vera per sempre, questo devo credere; perché se no non avrei un terreno sul quale puntare i piedi, un mare in cui nuotare, e sarebbe inutile il mio stesso chiedermi che fare. Dato che non ci sarebbe risposta.

Se è vero che Dio ha già vinto l’ha fatto in un momento del tempo, in un luogo che non sono questo momento, questo luogo. Se ciò che è vero rimane vero allora è vero anche adesso, anche qui: quello che manca è l’annuncio di quel fatto, un annuncio che conta sulle mie gambe, sul mio fiato, sul mio cuore.

Agire o non agire? Agire, ma senza astio, senza quella rabbia che sarebbe contraddizione. Ci potranno essere occasioni perse, e sconfitte e tradimenti: lo so, lo sappiamo. Non sarà una strategia errata a cambiare il vero. Che il dolore per ciò che non è si faccia parola e mano e cuore che trabocca.
Essere o non essere? Essere, per esserci, perché solo chi c’è vive. Ma vivere per il bene che è. Perché il mare c’è, balena. E tu dinosauro, spiega le tue ali e vola.


(Lo so, sono troppo retorico, ma perdonatemi:  sono solo un dinosauro)

Di padri e Padri

Partiamo da questo bel brano di Peguy:

«Chiedete a un padre se il miglior momento
Non è quando i suoi figli cominciano ad amarlo come uomini,
Lui stesso come un uomo,
Liberamente,
Gratuitamente,
Chiedetelo a un padre i cui figli stiano crescendo.

Chiedete a un padre se non ci sia un’ora segreta,
Un momento segreto,
E se non sia
Quando i suoi figli cominciano a diventare uomini,
Liberi
E lui stesso lo trattano come un uomo,
Libero,
L’amano come uomo,
Libero,
Chiedetelo a un padre i cui figli stiano crescendo.

Chiedete a quel padre se non ci sia una elezione fra tutte
E se non sia
Quando la sottomissione precisamente cessa e quando i suoi figli divenuti uomini
L’amano, (lo trattano), per così dire da conoscitori,
Da uomo a uomo,
Liberamente.
Gratuitamente. Lo stimano così.
Chiedete a quel padre se non sa che nulla vale
Uno sguardo d’uomo che incontra uno sguardo d’uomo.

Ora io sono il loro padre, dice Dio, e conosco la condizione dell’uomo.
Sono io che l’ho fatta.
Non chiedo loro troppo. Non chiedo che il loro cuore.
Quando ho il cuore, trovo che va bene. Non sono difficile.

Tutte le sottomissioni da schiavo del mondo non valgono un bello sguardo da uomo libero.
O piuttosto tutte le sottomissioni da schiavo del mondo mi ripugnano e io darei tutto
Per un bello sguardo da uomo libero».

da Ch. Peguy, “Il Mistero dei Santi Innocenti”

Come padre posso dire che sì, è vero. Ma tra il momento in cui tuo figlio ti adora come bambino e quello in cui ti ama come uomo, tra quello in cui tua figlia è la tua piccola principessa che si siede felice sulle tue ginocchia e quello in cui è la donna forte e indipendente c’è quel limbo angoscioso, quel terribile tratto in cui l’amore diventa odio, disprezzo, rifiuto. Sì, l’adolescenza.

Oh, so bene  che è un momento necessario.  Che è meglio così. E’ la spinta fuori dal nido, l’espulsione della placenta, il seme scagliato lontano. Non fa meno male per questo.

E questo pensiero mi ha colpito. Il Signore è il nostro Padre. E noi tutti siamo suoi figli.
Che dolore deve essere questa libertà quando la ribellione non muore, l’adolescenza non finisce, rimane urlo contro.
Che fatica per un padre passare per il mare tempestoso del rifiuto. Ma che sofferenza se questo mare non finisce, se la barca naufraga nell’ostinazione.

E noi tutti siamo figli ribelli. Che dolore quando il figlio che amiamo sbaglia. Pensate al Padre, questa sofferenza moltiplicata per i miliardi dei suoi figli. Moltiplicata ancora per l’amore che ci porta, così profondo che il nostro è pozzanghera fangosa.

Insopportabile, deve essere.
Così, da padre, non stupisce che sia venuto, che si sia incarnato, per diminuirla, per farla finire.

Perché un padre farebbe di tutto per i suoi figli. Figurarsi un Padre.

 

Buone intenzioni

Lo confesso, c’è una parte della messa che mi dà il prurito.  Sono le cosiddette “intenzioni”, altrimenti dette “preghiera dei fedeli”

Per chi non fosse avvezzo a quella frequentazione, queste intenzioni sono una serie di invocazioni – intervallate da una richiesta corale tipo “Ascoltaci, o Signore”. Si prega per ciò che sta a cuore al’estensore, che si presume interessi tutti i fedeli.
E qui cominciano le difficoltà.

A volte sembra che queste preghiere siano state redatte da giornalisti di “Repubblica” o de “l’Unità”. O, quantomeno, da loro assidui lettori. Quasi come si confidasse più nei propri sforzi per cambiare il mondo, in una giustizia sociale, in un moralismo spicciolo piuttosto che nel Signore. Il quale pare venire invocato solo come generico ritornello. Come se non si pensasse che è lui che salva. Come se non importasse davvero. Come se si confondesse Dio – la somma di tutto il bene, di tutta la bellezza – con le nostre pretese. Come non sapessimo dove stiamo andando.

Così era Tommaso, l’apostolo, poche ore prima che Gesù morisse. Cristo aveva appena detto: “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?».
Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”.

Sembra a volte che abbiamo perso memoria di che sia questo posto verso cui dovremmo andare, e quindi della via non ci importi più niente. Sembrano preghiere di infedeli. Buone intenzioni, a lastricare la strada verso altri luoghi.

Se posso, quando mi viene chiesto di leggere, evito le preghiere dei fedeli. Proprio perché, e ve lo dico chiaro, se dovessi imbattermi in qualcuna di queste discutibili invocazioni non so se riuscirei ad obbligarmi a leggerle.

Quando devo limitarmi a rispondere ad esse ho adottato un trucco: prego per la salvezza di chi le ha composte. Per le loro intenzioni buone, al di là dell’implementazione. Che possano ritrovare quella via che, talvolta, sembra perduta.

Sopra

Ci dicono che ciò che importa a questo mondo  è sopravvivere. Sopravvanzando l’altro, sopraffacendolo. Ci si accontenta del di meno, perché il desiderio è troppo alto per raggiungerlo. Noi, esseri limitati.

Il cristianesimo ci insegna invece che occorre elevarsi. Elevare se stessi, ma anche l’altro, persino il proprio nemico. Volere il suo bene. Senza limitarsi ad essere dei sopravvissuti, perché siamo fatti per qualcosa di più alto della vita stessa. Sopra la vita, sopra il sopravvivere, c’è tutto l’essere uomini.

La luce non ci dimentica

E’ come uno splendido vestito indossato da una bellissima donna che canta una meravigliosa canzone. Quella canzone ha parole che spiegano la vita, e l’abito e la donna diventano più belli ancora. Se non ci fosse un senso in quel vestito, in quella canzone, in quella donna, non sarebbero altro che suoni che si spengono e colori ed esistenza senza scopo, destinati a svanire. Come muore ogni cosa umana.
Se ha un senso anche il filo d’erba tra i milioni del prato diventa il capolavoro di un incredibile progettista.

Perché quando ogni cosa ha un senso, quando ogni cosa è spiegata, quando ogni cosa è parte di qualcosa di più grande di quanto tu possa immaginare tutto diventa più bello.
Questo vuol dire essere cristiani.

Dove altri vedono sforzo e pesi da eliminare noi vediamo risa di bambini e il completamento del proprio esistere. Dove altri vedono costrizione e chiusura noi troviamo la gioia di sapere chi siamo e lo spalancarsi del Mistero. Non c’è più niente di estraneo, nessun nemico, persino il male è – si stenta a dire la parola – redento. Redento vuol dire riscattato; vuol dire che l’ultima parola non è l’odio che ci è riversato contro, la sofferenza di ogni giorno e quella speciale di chi vuole la nostra distruzione, o persino l’indifferenza che è avere già scelto la parte vuota del cosmo.

Vuol dire che ogni cosa può cambiare, che non siamo prigionieri degli errori del giorno prima. Non siamo prigionieri neanche di noi stessi.
Tutto è cento volte più vivo, anche la nostra vita. Questa è l’esperienza. Questa è la verità.
Questo non ci toglie la fatica; ma ci dà la speranza, costruisce la certezza.

E’ per questo che siamo cattolici; anche nell’ora più buia, non ci dimenticheremo della luce; perché la luce non ci dimentica.

Quando si ama

Pensate alla persona che amate di più. Ne avete una, vero?
Cosa sareste disposti a fare per lei?

Pensatela, vedetevela davanti. Sareste disposti a prestarle dei soldi? A darglieli tutti? A regalarle la vostra casa, la vostra auto? Lasciare tutto quello che avete per lei?
Sareste disposti a darle tutto il vostro tempo, senza tenervi niente? A darle un rene? Una mano? Un occhio? Tutti e due?
Sareste disposti a morire per lei?

Rispondete onestamente, sinceramente, dentro di voi.

Badate bene: non sto parlando di farlo per dovere, o per eroismo. Ma perché l’amate.

Ora, pensate alla persona che disprezzate di più. La più antipatica, o la più cattiva secondo il vostro giudizio.
Sareste disposti a fare lo stesso?

E’ per questo che non dobbiamo disperare dei nostri limiti, delle nostre cadute, dell’ animalità che ci appesantisce. Del nostro peccato.
Perché c’è chi l’ha fatto.
Qualcuno è morto per una persona così, tutta da disprezzare. E’ morto Cristo, della fine più atroce.
E la persona più disprezzabile? Siamo noi.

Buona Pasqua di Risurrezione.

Le conseguenze dell’amore

Bisogna fare attenzione a quello che ami. Può essere estremamente pericoloso.
Il cristianesimo ha fortemente a che fare con l’amore.  In effetti è il suo punto principale: Dio ha talmente amato il mondo da mandare suo Figlio a salvarci. E Lui stesso ha raccomandato: amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi.

Questo messaggio dà, evidentemente, sui nervi a qualcuno. A molta gente. Moltissima. Che quindi provvede a rimuovere il messaggio. O il messaggero.
Quando non ami, quando ti dà fastidio che qualcuno ami, non ti fa molto problema il modo della rimozione.
Può essere una bomba. Può essere un colpo in testa, o un coltello. Un carcere, una legge, un licenziamento, una battuta sarcastica. Anche solo il silenzio. O, peggio, l’assoluto disinteresse.

Se ami come dovrebbe amare il cristiano, allora ti importa anche di colui che uccide te, i tuoi cari, tuo padre, tua madre, i tuoi figli. I tuoi fratelli, che sono tutti, compreso colui che ti sta rimuovendo, nei modi sopra descritti o in tanti altri più diretti o più ingegnosi. Ti tocca non odiarlo, e questo può essere molto, molto difficile. Il suo scopo, anche se magari non se ne rende conto appieno, è proprio farsi odiare.
Per neutralizzare quel messaggio.

Così il giorno di festa che diventa lutto, la palma di gioia inzuppata di sangue, non sono che ciò che comunemente segue l’amare in un  mondo che non ne vuole sapere. Non sono eccezionali, non sono un caso. Sono la croce; sono la normalità. Quella, non il nostro asfittico accontentarci di gesti vuoti e promesse vane.

Ci viene chiesto, ogni giorno, di testimoniare. Ma il gallo canta per noi. Che non capiamo le conseguenze dell’amore.

Mondo friabile

Stamattina, a messa, il sacerdote si è scagliato con una certa virulenza contro tutti quei cardinali, preti e fedeli che non capiscono la misericordia della nuova Chiesa e sono legati ad una struttura mummificata. Considerando che il suddetto sacerdote ha una certa rassomiglianza con il Boris Karloff del film “la Mummia” a me scappava da ridere. E’ un ex-missionario, che cambia abitualmente le frasi della messa in omaggio a una certa ideologia inclusiva di una cinquantina di anni fa. Mi domandavo se questo famoso nuovo non sia in effetti già un passato decrepito, come quella stagione, mentre l’antico a me pare eternamente giovane.

Ma sicuramente c’è confusione. Amici mi scrivono che il loro mondo si sta sgretolando sotto i loro occhi, “e al suo posto ne sta nascendo uno razionalmente incongruente, spiritualmente deprimente, emotivamente insostenibile”.
Un mondo friabile, dunque: ma mi domando piuttosto se ad essere friabile non siano le basi su cui questo nuovo mondo è costruito. C’è una certa parabola che ricorda che a costruire sulla sabbia, su ciò che non è solido e certo, ci sono certi rischi. Eppure è proprio ciò che, da talune parti, si chiede: il terreno solido appare troppo duro per certi gusti, occorre traslocare.

Un’altra cara amica mi ricorda che i giovani oggi manco sanno chi è Ponzio Pilato, figurarsi tale Amoris Letizia che con quel nome potrebbe anche essere una attricetta. Se solo due dei ragazzi della sua classe rammentano che Gesù è nato a Betlemme, è chiaro che il problema è un tantinello più profondo di improbabilissimi divorziati risposati dallo pseudo-coniuge intrattabile e figli bisognosi che pretendono l’eucarestia. Ma è invitandoli nella baracca sul greto del fiume che potranno trovare un posto sicuro contro le alluvioni della vita? Oltretutto se si dice loro “state pure fuori se avete altro da fare”?

Nel mezzo della tempesta, con il fiume che si ingrossa, se devo scegliere un riparo preferirò l’edificio costruito sulla roccia, più in alto. Il mio parroco ha detto che se lo Spirito Santo ci ha messo in questa situazione, lui saprà tirarci fuori. Non so se sia stato proprio lo Spirito Santo o la nostra libertà, comunque dietro c’è un disegno di cui noi ora vediamo solo i primi abbozzi. Di questo sono sicuro. Quante volte quelle che mi parevano disgrazie si sono rivelate la mano longa della Grazia in azione. Il nostro vedere è corto, nella migliore delle ipotesi.

Come dicevo a quei miei amici di prima, per il mondo friabile, tranquilli. I casi sono due: o è una prova per cui tra poco tutto si risolverà felicemente, o sono gli ultimi tempi.
Forse la seconda, mi hanno risposto, ormai siamo troppo oltre e non la si può più risolvere con risorse umane.
Potrebbero avere ragione. Se fossimo limitati alle risorse umane.

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Balla scimmia

La scimmia si accorge di essere nuda e si copre; poi comincia a costruire, cercando il suo senso.
Perché adesso è uomo.

L’uomo non trova se stesso se semplicemente si abbandona alla sua inclinazione naturale. Per diventare davvero un uomo, deve opporsi a questa inclinazione; deve voltarsi dall’altra: anche le acque per loro natura non salgono verso l’alto di loro accordo.

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La prova dei santi

Qualche anno fa, andava tutto bene con la mia religione.
C’era profonda unità tra quello che mi veniva insegnato e il mondo che vedevo. Tutto era logico, semplice, ragionevole, assolutamente non contraddittorio. Mi era stato insegnato a chiedere il perché di ogni cosa, giudicare quanto accadeva, analizzare, trarre conclusioni. Era come quando vai a controllare la soluzione di un esercizio e vedi che collima perfettamente con ciò che hai calcolato. L’universo era un posto fatto per me.

Come cristiano ero certamente attaccato. Quanto credevo era sotto discussione, testato di continuo. Ma avevo un dubbio. Che la mia prova non fosse una vera prova. Io non sono un santo,  ma sapevo bene che la prova dei santi è il venire attaccati nella fede non solo da coloro che ne sono fuori, ma colpiti da dentro. Dal fuoco amico. La santità si giudica dalla docilità nell’obbedienza, pur mantenendo la fermezza.

Quando ti confronti con qualcuno che non crede è relativamente semplice. All’inizio del mio blog temevo i grandi guru dell’ateismo e dell’agnosticismo, poi ho verificato che nessuno dei loro argomenti regge. Il loro livello è spesso misero, il ragionamento inconsistente. Raramente qualcuno mi ha messo in difficoltà, e non per molto. Avevo risposte adeguate. Merito non mio, ma della solidità di ciò in cui credo, di millenni di apologeti.

Cosa succederebbe però se questa solidità venisse messa in dubbio non da qualcuno di esterno, che so odiare la Chiesa, ma da qualcuno che la ama, dall’interno? Se la visione dominante nella Chiesa diventasse quella che ho sempre combattuto ed avversato? Se mi si chiedesse di sostenere l’opposto di ciò che mi è stato insegnato in precedenza? Credo a quel che credo perché l’ho vissuto, perché l’ho verificato, o a ciò che mi si dice che devo credere?
Se quello che penso vero e l’autorità che rispetto e seguo sostenessero cose contraddittorie, che cosa sceglierei? Questo mi domandavo.
Poi mi dicevo, oh, non accadrà.
Questo la dice lunga sulla mia preveggenza. Sapevo che quando sinceramente chiedo ottengo, ma ad essere sincero questa prova avrei davvero voluto evitarla.

Perché adesso devo affrontarla. Devo risolvere la contraddizione, e devo farlo senza pregiudizio, non per partito preso.
Così anch’io, pur non teologo, proverò a confrontarmi con il nodo fondamentale che altri hanno espresso. Che, apparentemente, è sulla liceità o meno dell’accesso dei divorziati risposati all’eucarestia. In realtà quello è un pretesto, il modo con cui si esprime una questione decisamente più profonda.
Che posso sintetizzare: la Verità esiste?

Seguitemi un attimo, per comprendere meglio cosa è in gioco. Una certa visione nella Chiesa afferma che chi si ritiene a posto con la coscienza può accedere ai sacramenti, cioè comunicare direttamente con Dio. Qui non si sta parlando di coloro che, per ignoranza o arroganza, decidono di fare la Comunione pur sapendo di essere in peccato. A Messa quante volte vedi mettersi in fila della gente che Dio-ci-salvi. Quelli se la vedranno direttamente col Padreterno. No, qui si dice che la Chiesa concede i sacramenti ad alcuni pur sapendo che sono – formalmente – in stato di peccato. In un certo senso questo libera chi accede all’eucarestia in questo stato, dato che non hanno piena avvertenza, per fare ricadere il peso su chi ha dato loro il permesso.

Io conosco dei divorziati non per colpa loro, persone degne, meravigliose, con storie dolorosissime. Vederle ancora giovani a dovere scegliere tra il Corpo di Cristo e una nuova vita con qualcuno che amano mi riempie di dolore umano. Perché rimanere legati anni e anni a qualcuno che ti ha abbandonato? Mi riesce difficile comprenderlo. Se è difficile per me, figurarsi per loro.
Sicuramente alcuni di quei matrimoni saranno stati nulli. Ci si può arrabattare così. Ma tutti nulli? No. Eppure poche volte abbiamo dei pronunciamenti così netti di Gesù come in questo caso. Chi lascia la propria moglie o marito, e si risposa, commette adulterio. Punto. Durissimo: tanto che i discepoli stessi ne rimasero sgomenti: “Allora meglio non sposarsi!” E fu risposto loro che quanto aveva detto non tutti riescono a capirlo.

Coloro che sostengono che oggi le cose son cambiate non hanno proprio presente com’era agli inizi del cristianesimo, com’è stato per lunghi secoli al suo interno, com’è oggi in certe parti del mondo. Cambiate, certo, ma rispetto al meglio ottenuto con fatica. Non si può invocare la cattiveria dei tempi, sono stati molto più cattivi di così. E la dottrina è sempre stata quella.

In tutte le epoche ciarpame umano di ogni tipo e genere, noi compresi, si è rivolto alla Chiesa chiedendo accoglimi, salvami. La Chiesa ha dato ricovero a tutti, ma sempre dicendo: questa è la Verità. La misericordia è sempre passata per quella durezza. Pur con cadute vertiginose, corruzioni, errori. Dicendo: capisco che tu non ce la possa fare, ma ogni volta che cadi mi troverai vicino a rialzarti, finché capirai come si fa a camminare. Ti dico alzati, e cammina.

Adesso, capite, c’è una differenza con quanto sostiene qualcuno nella Chiesa. Ti si dice: se sei convinto di camminare, allora cammina. Io rinuncio a dirti che quello che fai è sbagliato, perché non ne sono più convinto. Anzi, sono convinto del contrario: la mia pietà umana è più grande della misericordia di Gesù, cioè quella di Dio. Lui era troppo duro. Quella poteva essere la Verità allora; adesso è cambiata.

Adesso è cambiata. Qui sta tutto il punto, come avevo anticipato. Sostenere che tutta una serie di pronunciamenti vincolanti di Papi precedenti  non valgono più. Questo non è mai accaduto. In passato si sono cambiati talvolta i modi, ma non la sostanza.
Se accade, quali sono le conseguenze? Che non mi posso più fidare di te, uomo di Chiesa. Se hai cambiato idea su questo, tutto il resto che tu, Chiesa, mi dici, può cambiare. O la tua autorità si poggia su una base solida, e non muta, oppure è soggetta a mutamento di sostanza. Allora, perché dovrei crederti? Se una cosa è bene un istante e il momento dopo no, chi me lo fa fare di affrontare difficoltà e sacrifici per venirti dietro? In ultima analisi, se quello che mi dici non è Verità allora non sono obbligato a crederti. Sei solo un omino che si veste buffo che fa parte di una organizzazione alla cui autorevolezza non crede lui stesso. Grazie, ho di meglio da fare.

L’interpretazione che ho appena data è l’estrema conseguenza. Si può anche pensare che l’accesso ai sacramenti, in casi particolari, sia giustificato dal fatto che davvero non c’è un precedente matrimonio valido, cosa magari formalmente impossibile da dimostrare. Però bisogna dirlo: non può esser un fai-da-te. Sarebbe affermare che la coscienza privata ha la preminenza. Uomo, ultimo tribunale? Cavallo di battaglia protestante, non certo cattolico.
Si può sostenere che non è un cambiamento di dottrina, è un approfondimento della stessa. Questa opinione però deve fare i conti con il Vangelo già citato. Difficile trovare un criterio più nettamente espresso.

Si può anche rimproverare la mancanza di misericordia di una Chiesa troppo legalistica. Citare tanti atti di accoglienza di Cristo: davvero vogliamo escludere dalla Comunione qualcuno che sul serio ha desiderio di Lui, anche se non ha la forza o la volontà di superare i suoi limiti? Tra Pietà e Verità chi vince? Tra Libertà e Verità, chi ha la preminenza?

Non sono interrogativi da prendersi alla leggera. Io non presumo di sapere la verità: la ricerco. Perché è questa che deve guidarmi nella vita di ogni giorno, nella prassi quotidiana. Che Vangelo annuncio? Cosa posso sostenere, di fronte ai miei amici, ai miei colleghi, ai miei parenti? Gli uomini veri si fanno guidare dalla ragione, non dall’istinto. La ragione vera non può prescindere dalla fede.

Devo perciò cercare dei criteri di giudizio.
Uno di questi è senza dubbio il principio di autorità. Riconosco che alcune persone hanno una ragionevolezza e una comprensione molto maggiore della mia, e le seguo anche se ho una opinione dissimile. In questo caso, però, abbiamo autorità che sono in conflitto tra loro: quelle passate, e le attuali. Privilegiassi esclusivamente le attuali ricadrei nel relativismo.

Un altro criterio è “dai frutti li riconoscerai”. Cosa accade dove i nuovi criteri ispirati alla misericordia hanno attuazione? La Fede, la Chiesa sono più forti oppure questa rattrappisce e sparisce? Davvero la misericordia è applicata, o non trionfa l’arbitrio? I sostenitori di questa linea perseguono sempre la Verità, o una loro agenda? L’esame imparziale dei fatti sembrerebbe indicare questa seconda ipotesi.
A questo punto non posso fare a meno di ricordare le parole di Cristo sui tralci che, staccati dal tronco, avvizziscono. Se il criterio non è più quello indicato da Cristo, nonostante tutto il mio umano desiderio di felicità il risultato sembra opposto. Quello che pensavo non risolve niente.

Così questa è la mia risposta a quella prova a cui accennavo all’inizio. E’ corretta? Non lo so. Posso solo pregare. Pregare che la prova finisca, che si trovi come conciliare le opposte esigenze, torni l’unità e la chiarezza che desidero profondamente, come si cerca l’acqua quando si è assetati.
Forse, anzi, sicuramente, il momento presente ha un senso ben preciso. Una potatura necessaria, secondo un disegno divino. Questa è la mia fede. Nello Spirito Santo, non negli uomini confido.

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Di eroi e di santi, ancora

Discutevamo l’altra settimana di eroi e di santi. Forse però non è ben chiara la differenza tra gli uni e gli altri.
Un eroe è una persona che compie qualcosa di eccezionale, per suo merito. Può essere o non essere straordinario in se stesso, un semidio o qualcosa del genere; ma la radice del suo eroismo non è nello spiccare dal punto di vista fisico, quanto da quello comportamentale. L’eroe ispira perché fa l’eroe, non perché sia più forte o più capace. La fonte della sua virtù però è sempre umana, fosse pure l’amore di patria.
Per essere eroi bisogna essere uomini eccezionali, lasciandosi alle spalle le debolezze.

Il santo, invece, pone la sua forze in Dio. Punto. La forza che ha non è sua; è la forza di Dio. Quello che fa di grande è perché “lascia fare Dio”. Si affida. In un certo senso è il contrario dell’eroe, che invece porta tutto il peso dell’umano. Il santo è tanto più grande quanto più si fa piccolo.
La sfida tra il santo è l’eroe è quella tra Davide e Golia. Il ragazzino pressoché disarmato e il fortissimo uccisore corazzato. Un combattimento dall’esito scontato, per tutti i parametri umani. Solo un pazzo avrebbe scommesso contro Golia.

Così come i santi. Chi avrebbe scommesso su di loro? In vita spesso perseguitati, incompresi, esecrati da benpensanti e media, non infrequentemente uccisi.
Eppure sono stati molto più forti di tutte le legioni di eroi, di cui tombe e nomi sono dimenticati. Hanno cambiato il volto del mondo, perché non erano di questo mondo.

Come l’eroe il santo ispira l’imitazione, fa dire: come si fa a vivere così?
Si può fare l’eroe, nella vita di ogni giorno come nella circostanza eccezionale. Ma bisogna avere occasione e stoffa. Volere essere eroi può schiacciarci. Ci può rendere davvero infelici, facendoci accorgere di quanto in realtà siamo deboli. Non tutti possono essere eroi. Non tutti ce la fanno. Non tutti ce la possono fare.

Essere santi è molto più semplice. Possono esserlo tutti. Proprio perché è qualcun altro che fa, molto più forte e perfetto di ogni nostro eroismo.
Possiamo. E sì che allora il mondo cambierebbe.

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