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L’abisso del male

Tutto questo era compito.
Ma lo reggevi tu? Così sempre distratto d’attesa,
come se tutto t’annunciasse un’amata?
Rilke, Prima elegia

Mi stupiscono sempre le maniere in cui negano le evidenze, ci si contraddice pur di non dare ragione, si legge e si sente ciò che si pensa che venga scritto e detto invece di ciò che é. Che guazzabuglio e che paradosso è l’uomo. In fondo è esattamente questo il male: scegliere la propria misura invece di ciò che è reale. Scegliere il nulla, quando tutto in noi grida di esistere.

E da questo abisso scavato dalle proprie mani l’essere umano non si riesce a levare da solo. Quante volte ci abbiamo riprovato; quante volte ricadiamo. Perché il male non è niente altro che il negare ciò che siamo, cioè quello che davvero ci costituisce. Questo impeto verso l’assoluto, verso il bene, che sempre ci attira e ci muove e che in continuazione tradiamo.

Non ci riusciamo da soli perché il male è ciò che non ci fa essere uomini, e occorre essere pienamente uomini per fuggirlo.
Eppure è proprio quel male che ci fa desiderare di essere di più. Che non ci fa stare tranquilli. Nonostante tutti i nostri sforzi per negare la speranza, per svuotare di senso la vita. Perché ci dà dolore vedere le pareti dell’abisso in cui siamo; e quindi neghiamo che esista, come se non pensarci potesse risolvere qualcosa. Non facciamo che fuggire da noi stessi, e allontandoci tutto diventa estraneo.

E’ questo l’annuncio del cristianesimo: che non abbiamo bisogno di fuggire. Di inventarci sistemi perfetti per non avere bisogno di amare, o di essere amati (perché amare è una ferita). Esiste qualcuno che ci viene a prendere così come siamo, mortali come siamo, sciocchi come siamo, paurosi come siamo, feriti come siamo. Perché ci ama.
Questo è l’annuncio, non altro. Che l’attesa è finita.

Cambio di prospettiva

La settimana scorsa, Venerdì Santo. La giornata era iniziata male, come talvolta capita. Ero tutto incavolato per banalissime questioni familiari; mi sentivo trascurato, quasi fossi l’ultima ruota del carro. Borbottavo e rimuginavo sull’ingiustizia della vita, come davanti ad un torto imperdonabile.

Poi ho seguito le meditazioni del Venerdì Santo. In mezzo c’era la preghiera di padre DeGrandmaison:

Santa Maria, madre di Dio,
conservami un cuore di fanciullo,
puro e limpido come acqua di sorgente.
Ottienimi un cuore semplice,
che non si ripieghi ad assaporare le proprie tristezze;
un cuore magnanimo nel donarsi,
facile alla compassione; un cuore fedele e generoso,
che non dimentichi alcun bene
e non serbi rancore di alcun male.
Formami un cuore dolce e umile
che ami senza esigere di essere riamato,
contento di scomparire in altri cuori,
sacrificandosi davanti al tuo Divin Figlio;
un cuore grande e indomabile,
così che nessuna ingratitudine lo possa chiudere
e nessuna indifferenza lo possa stancare;
un cuore tormentato dalla gloria di Cristo,
ferito dal suo amore,
con una piaga
che non si rimargini se non in cielo.

E improvvisamente ho capito di non avere capito niente, e la giornata mi è stata ribaltata. “Ami senza esigere di essere riamato…”
Che le nostre giornate siano sempre ribaltate da qualcosa di più grande della nostra misera misura.

Uomini senza misericordia

Popule meus, quid feci tibi? aut in quo contristavi te? responde mihi.
Michea 6,3 – Liturgia del Venerdì Santo

“Popolo mio, che ti ho fatto? O in che cosa ti ho stancato? Rispondimi.”
E’ Dio che parla. Un Dio un po’ stufo di noi. Delle nostre scuse. Dei nostri tradimenti. Del nostro volere seguire la strada che ci immaginiamo migliore, invece di quella che Lui traccia per noi.
Tante volte pensiamo “Non è colpa mia se non credo. Che ha fatto Dio per me? Se vedessi, se si facesse vedere, allora…”
No, non è così.

Gesù ha girato la Palestina per tre anni. Ha compiuto miracoli immensi. Era Cristo, non credo proprio dicesse cose banali, in modo trito o poco convincente. Quanti erano sotto la sua croce, alla fine?
Quanti, da Cafarnao? Quanti, da Nazareth, da Korazim? Quanti da Gerusalemme?

Certo, direte, ma era pericoloso. Il potere voleva cancellarlo, “Eradamus eum de terra viventium“, raschiamolo dalla terra dei viventi; aveva contro “Viri absque misericordia“, uomini senza misericordia. Quando si innalzano la croci meglio evitare di finirci sopra, meglio scappare.

Ma non è il potere. Il potere non può piegarci se noi non vogliamo farci piegare. Siamo noi, siamo noi a decidere. La nostra libertà.

Il Venerdì Santo è il trionfo della cattiveria umana. E’ la fine di ogni speranza. E’ un susseguirsi di tradimenti. Chi tradisce il proprio Maestro, chi il proprio ufficio, chi se stesso. La morte sembra farla da padrona.

Ma è un’illusione. La Pasqua svelerà quell’illusione. C’è un perdono che è più forte della morte. Di tutti i nostri tradimenti. Di tutte le nostre incredulità. Del nostro essere uomini senza misericordia. Perché quella misericordia che non abbiamo ci è stata offerta, liberamente, da una croce.
Tutto sta ad accettarla.

La strada per il luogo dei desideri

Spero che abbiate letto la graphic novel che vi ho consigliato ieri. Anche se così non fosse, partiamo da una sua pagina: questa.

Le vignette dicono: “Noi reali cristiani abbiamo sempre saputo che la vecchia Bibbia aveva problemi bisognosi di aggiornamento”
“Come dire che Gesù e la sola via a Dio! Com’è non inclusivo! Come se altra spiritualità non fosse valida!”
“Così, per esempio, abbiamo cambiato Gesù che diceva ‘Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me’ in ‘Io sono UNA via, la MIA verità e uno STILE di vita. Alcuni vengono al Padre/Madre/Universo per mezzo di me, ma tutte le altre strade portano anche loro lì’. Meglio, sì?”

Non c’è molto da ridere. E’ esattamente quello che vogliono farci credere. Però, per farlo, devono cambiare ciò che è reale.
Devono prendere ciò che ha detto realmente Cristo, e buttarlo via, sostituendolo con qualcosa di diverso.
Devono prendere letteralmente la realtà e sostituirla con qualcosa di diverso.
Perché la realtà non segue quello che penso io. La realtà non è inclusiva. La realtà ti pone davanti a delle scelte. La realtà è dannatamente esclusiva. A ben guardare, anche quelli che fanno gli inclusivi lo sono; escludono il reale, e chi non la pensa come loro.

Quelle parole Gesù le ha pronunciate durante l’Ultima Cena, che si ricorda oggi, Giovedì Santo. Ha appena lavato i piedi ai discepoli, per fare loro capire che non è una questione di potere. Mangerà con loro, istituirà l’Eucarestia per portare la Sua memoria e la Sua presenza nei secoli. E poi andrà a morire.
O è stata finzione di pazzo, o quello che ha detto occorre prenderlo davvero sul serio. Senza cercare di adattarlo alle nostre paranoie di viziati pieni di ideologia.

Tutti, penso, vorremmo arrivare nel luogo dove ogni vero desiderio è realizzato. Dove è ciò che ci fa, che ci costituisce, che ci abbraccia e ci ama: quello che Cristo chiama Padre.
La via che Gesù propone è se stesso. E’ un sentiero in mezzo al nulla, una sottile strada vertiginosamente sospesa sopra un abisso nebbioso. Le altre vie portano al fondo di quell’abisso, perché sono fatte da fantasie umane. Anche le migliori si interrompono ben prima di arrivare.
La via di Gesù ha la forma di una croce, che vorremmo evitare, o dimenticare. O cambiare.
Possiamo farlo. Ma non stupiamoci se poi quel desiderio ci porta in un altro posto, dove non c’è Cristo. E, come ho già detto, il luogo dove non c’è Cristo si chiama Inferno.

Il problema dei desideri

Parlavo l’altro giorno di desideri realizzati. Il desiderio è quello che ci fa muovere, ci spinge, ci cambia.
Il problema dei desideri è che spesso sono astratti, come i nostri pensieri. Sovente sono solidi al centro ma sfumati ai bordi. come il soffione; non contemplano le conseguenze, si arrestano all’immediato.

Poniamo che il nostro desiderio sia possedere una locomotiva, e per qualche magia un genio della lampada ce la faccia trovare sotto casa. Adesso siamo proprietari di decine di tonnellate di locomotore, senza binari, senza combustibile, parcheggiato in zona blu.
C’era un proverbio che diceva “Hai voluto la bicicletta? E adesso pedala”. Un detto saggio. Com’è noto, i desideri che vengono esauditi dai geni o dalle zampe di scimmia non conducono a nulla di buono.

Ciò che va storto è tutto contenuto nella distanza tra il cuore del nostro desiderio e la realtà. Tra quel centro solido e il vero. Noi uomini di piccolo spirito, dalla ragione rattrappita, raramente inseriamo la verità nei nostri sogni. Pensiamo in astratto, e la vita ci frega.
Per noi cristiani la verità coincide con Cristo. Anche questa parola, “Cristo”, può essere un’astrazione. Spesso lo è. Se fossimo consapevoli, minimamente consapevoli, sapremmo che con essa si indica ciò che lega cielo e terra. Ciò che si dovrebbe amare. La somma di ogni speranza, bellezza, carità, perdono. Se riuscissimo a solidificare il nostro desiderio attorno a quella parola non ci si potrebbe sbagliare; non ci sarebbe più astrazione.

Invece siamo qui che ci ostiniamo a fare i nostri progetti senza Cristo, perché ci pensiamo più furbi, e davvero non abbiamo capito, abbiamo già dimenticato chi Lui sia. Quindi le cose vanno storte. Perché il luogo dove Cristo non c’è si chiama Inferno, e tale diventano i nostri desideri.
Un desiderio può anche essere scendere dalla croce; non salirvi nemmeno. Ma quando è contrario al vero anche il desiderio migliore si tramuta in menzogna.
Occorre domare il nostro cuore, addestrarlo a cercare il vero in ciò che desideriamo; distillare ciò che davvero c’è in quel centro a cui tutto il nostro io aspira.

La formica di un Altro formicaio

Molti di noi hanno o hanno avuto degli animali domestici. Talvolta questi ci sorprendono: “Oh, com’è intelligente”, di fronte al felino che apre le porte, al cane che riporta l’oggetto voluto.

Qualcuno potrebbe dire “sono quasi umani”. Oppure che anche noi non siamo che animali.
Non è proprio così.
Provate a spiegare al vostro gatto che andare dal veterinario è per il suo bene. Convincete il vostro cane che fare il bagno non è letale. Discorrete con loro della bellezza della Divina Commedia, della filosofia ottocentesca o delle leggi dell’elettromagnetismo.

Tra noi e loro c’è un abisso. Di intelligenza, e anche di qualcosa di più dell’intelligenza. C’è una incomunicabilità di base perché siamo fatti in modo differente. E’ per questo che siamo sorpresi e deliziati quando, in apparenza, condividono qualche processo mentale con noi; quando sembrano capirci.

Vogliamo spingerci un poco più in là? Proviamo a comunicare con un formicaio. Cerchiamo di insegnare qualcosa, qualunque cosa, ad una formica. Possiamo stare là tutta la vita, non ci riusciremo. Perché siamo totalmente differenti: differente la nostra fisiologia, la nostra organizzazione mentale, la nostra società, i nostri sensi. Non abbiamo niente in comune. La sola comunicazione che possiamo avere con la nostra formica è darle un colpo per farle cambiare strada; e difficilmente ci ascolterà.

Ora, facciamo un’ipotesi. Che esista un essere che sta a noi come noi stiamo ai cani o ai gatti. Alle formiche. Alle amebe. Probabilmente non riusciamo ad immaginarlo; certamente non riusciamo ad immaginarlo, così come anche il più intelligente dei nostri amici felini non ha idea del significato di gran parte di quello che facciamo. Per una formica siamo del tutto incomprensibili.

Come potrebbe fare questo Essere a comunicare con noi? Se fosse ben disposto nei nostri confronti, e volesse insegnarci a vivere meglio, noi povere creature così limitate rispetto a Lui? Come faremmo a capirlo?

Ci sarebbe una via. Noi non possiamo farci cane, gatto, topo, formica. Forse Lui potrebbe; comprimere la sua grandezza, almeno temporaneamente, in un involucro che potesse condividere con noi uomini una maniera di vedere il mondo, un linguaggio, così da rendersi comprensibile.
Certo, impresa non esente da rischi. Un cane che agisse da uomo durerebbe poco in mezzo ad un branco di suoi simili; e sappiamo che fine fanno le formiche di un altro formicaio. Cosa succederebbe a questo uomo che cercasse di farci capire un livello dell’esistenza che potremmo definire divino, quando tante volte non ci comprendiamo neanche tra noi uomini?

Ragionevole speranza

E così era proprio lei, Grazia Maria, la figlia di Alberto e Paola, che il sacerdote ha ricordato l’altro giorno nella messa mattutina. Io e mia moglie ce la rammentiamo bambina, e sembra impossibile che ormai fosse più che maggiorenne. Da tempo non li vedevamo, si erano trasferiti in Lombardia. Lei, Grazia Maria, non parlava, non camminava. Suo padre, in una lettera per i suoi vent’anni, chiama il suo sguardo “abisso di mistero, convocazione universale,
evocazione senza fondo, abbraccio sconfinato; interrogazione enigmatica, a volte, angoscia partecipe altre, e, nei giorni senza tempesta, fonte di un sorriso avvolgente come una stretta vitale a chi ti sta davanti
“.

Grazia Maria fisicamente non c’è più. Di seguito trascrivo la preghiera dei genitori per il funerale. Credo che, leggendola, tutti dovrebbero davvero domandarsi cosa possa significare “ragionevole speranza” di fronte a circostanze così dolorose. O è pazzia, o qui c’è davvero molto, molto di più di quello che il mondo, questo povero mondo che fugge la croce, possa comprendere.

Signore Gesù Cristo, in Te è la nostra forza, in Te è la nostra ragionevole speranza.

In Te ci è stata data la carissima Grazia Maria: ci è stata data, non ci era dovuta. Da subito l’abbiamo accolta come un dono prezioso. Da subito abbiamo anche dovuto accompagnarla in un percorso doloroso; lo abbiamo fatto, soprattutto sua madre, Paola, riconoscendo in lei i segni della Tua passione per noi. Non c’è stato giorno in cui Grazia Maria non abbia sofferto per la sua condizione; ma non c’è stato giorno in cui non ci siamo stupiti della sua bellezza, della sua pazienza, della sua docilità a farsi fare tutto come un’offerta vivente continua. Soprattutto abbiamo imparato a scoprire la mitezza – che è un oceano di amore discreto – e a ricordarci sempre più che Tu, Signore e Dio, ti sei fatto umile servo nostro.

In questi anni Grazia Maria, il mistero in casa mia, è stata il nostro baluardo, il nostro vessillo, il nostro segno di riconoscimento, il nostro pass permanente per arrivare subito all’essenziale delle circostanze.

Quanta gente incontrandola ha dovuto scoprire l’autorevolezza buona e dolce del suo sguardo.

Grazie Signore: attraverso questo mistero luminoso tu ci hai attratti e consolati.

Ora è ancora lei che ci guida all’essenziale, alla verità di tutto: e noi di nuovo torniamo ad offrirtela, torniamo a ripeterti il nostro sì, con il cuore spezzato e la gioia profonda per la Tua presenza e la Tua preferenza alla nostra vita.

(…)

Grazia Maria, come hai fatto in questi anni, ora che sei nella vita piena, in Paradiso, accanto alla Madre di Cristo, “sicurezza della nostra speranza”, a don Giussani, ai nostri cari, continua ad accompagnaci nei nostri giorni, perché diventiamo sempre più degni della chiamata di Cristo, e camminiamo operosi, lieti e ardenti, finché ti rivedremo felice e radiosa nella casa del Padre buono.

Adeguati e inadeguati

Sentirsi adeguati all’ideale cristiano è sicuramente sbagliato. Vuol dire che non siamo consci dei nostri difetti e delle nostre piccolezze. Dei nostri peccati.
Però anche sentirsi inadeguati è sbagliato. Di fronte ad un’opera d’arte, ci sentiamo forse inadeguati a tanta bellezza? No; ci stiamo davanti, e desideriamo che non venga meno. E’ la stessa cosa che avviene per un amore che ci è liberamente dato; non lo meritiamo, ma possiamo solo starci, affidarci, o non starci.
Il cambiare arriva poi come una stanza che si illumina tutta quando arriva il sole.

La religione Lego

Leggo che in Germania quella che passa per Chiesa Cattolica sta seguendo un “cammino sinodale” che vorrebbe portare al “potere” i fedeli, il “popolo”, anziché il clero. I quali appartenenti al “popolo” potrebbero decidere della dottrina nel modo che più aggrada loro (o meglio: che più aggrada alla mentalità del mondo in cui sono volenti o nolenti immersi). Tradizione? Nah, è roba per vecchi. Se il protestantesimo è la religione Ikea, che ti monti da te, ora siamo arrivati alla religione Lego: puoi anche scegliere quali pezzi mettere e scartare gli sgraditi.
In Germania il protestantesimo ce l’hanno già, e non è che stia andando benissimo. Questi vogliono riprendere gli stessi concetti oh, così vincenti, e portarli un pochetto più in là. Al loro confronto Lutero e Calvino erano dei dilettanti, degli integralisti.

Invece di ascoltare cosa dice Cristo ed esser da Lui sfamati questi gli chiedono di mettersi al passo con i tempi; perché moltiplicare pani e pesci quando ci sono i fast food? Lo scisma protestante, a conti fatti, fu dovuto più ai soldi che altro; i principi nordici erano stufi del flusso di denaro che prendeva la via di Roma, e approfittarono della situazione. Sappiamo della ricchezza della Chiesa tedesca. Forse potrebbe essere ancora questo il caso? Perché sapete, quando si dichiara Dio obsoleto è chiaro che come divinità si ha qualcosa d’altro.

Questi “contestanti sinodali” asseriscono che la teologia cattolica tradizionale non è ben fondata.
Una domandina: ma questa “nuova” teologia, su cosa sarebbe fondata invece? Perché mi vengono solo tre momenti in cui “il popolo” è intervenuto nei Vangeli in modo attivo. Il primo quando volevano fare Gesù Re, e lui fugge. Il secondo quando di fronte a Pilato questo “popolo” sceglie Barabba invece di Cristo. Il terzo quando davanti alla croce scappano tutti.

Promessa di eternità

Nel post di ieri commentavo la disperante mancanza di senso che traspariva da un articolo scientifico sul destino dell’universo, immaginato diretto verso il nulla. Ci sono due ulteriori osservazioni da fare.

La prima, è che alla fine l’articolista sembra fare un passo indietro rispetto alla sua descrizione della fine dei tempi. Suppongo che anche per un ateo la depressione abbia dei limiti. Pubblicando la foto in qualche maniera melensa di due bambini che giocano sotto la girandola stellata di una galassia, scrive:

Questi sono scenari difficili – e anche disturbanti – da meditare. Ma ricordate, la storia ci insegna che queste teorie potrebbero essere un giorno scalzate da altre, cambiando decisamente le nostre predizioni sul distante futuro. Forse le nostre congetture cosmologiche mancano ancora di una o due importanti considerazioni.

Forse, solo forse, l’universo finirà né con una morte né con una rinascita. Indubbiamente, ci potrebbe essere un intreccio che la nostra immaginazione deve ancora visionare, uno dove  le leggi fisiche dell’universo permettano alla materia, e alla vita, di continuare indefinitamente.

Deve ancora visionare? Non stai dimenticando niente? Mai sentito parlare di una cosa chiamata cristianesimo, che degli ultimi tempi qualcosa ha detto? No, capisco; non vale la pena parlarne. Però lo devi ammettere: il pensiero che tutto finisca nel nulla è davvero disturbante. Ti viene da chiedere perché si vive.

La seconda è ciò che stasera ho sentito in chiesa. Perché oggi è Mercoledì delle Ceneri, il giorno in cui ci viene chiesto di ricordare che siamo polvere, e polvere ritorneremo. Qualcuno potrebbe dire: ecco, hai fatto la morale all’articolo ma il tuo cristianesimo non dice lo stesso? Non ti ricorda che sei nulla, e diverrai di nuovo nulla?

No. E’ vero, siamo una manciata di cenere; che però vive. Il nostro corpo attuale non durerà a lungo; invecchiare te ne fa rendere conto con acuta certezza. Ma non siamo solo cenere. C’è dentro di noi una componente immortale. Qualcosa di amato, voluto, che vive nel tempo ma che è fuori dal tempo. Non c’è una legge scientifica, una prova matematica di quest’anima? Forse perché la matematica e la fisica, almeno quelle che conosciamo, non possono descriverla. E’ come la foto di una banana: non può descriverne il profumo, perché è una foto, e sarebbe folle pretendere che lo facesse; è altro. Ma il profumo c’è.

Noi ancora capiamo ben poco di cosa l’Universo sia. Però ci è stata fatta una promessa di eternità. Non dimentichiamocene.

 

 

La distanza

Il Natale è l’opposto del distanziamento. Il Natale è il momento in cui la distanza tra l’intoccabile e la nostra mortalità si annulla. E’ un Dio a chilometro zero, qualcosa di inconcepibile che diventa concepito, l’invisibile che si fa vedere, il silenzio che può essere udito, la Parola che può essere toccata. Un bambino che piange, e un bambino è sempre gioia, è sempre qualcosa di nuovo, un germoglio, una primavera.

Oh, sì, può essere anche meditato nella propria cameretta, ma è quasi una bestemmia. E’ rendere privato ciò che il Signore ha voluto che fosse pubblico, è rifiutare l’invito alla festa, è non averci capito niente. O avere capito tutto, e rifiutarlo. E’ volere rendere spirituale, cioè inafferrabile, ciò che è carnale, cioè tangibile. Disprezzare l’incarnazione, cioè Cristo. Il male esiste.

Lasciamo che chi non vuole festeggiare, non vuole essere lieto, se ne stia pure a casa sua, a rinsecchirsi. Da parte mia, “Dammi Gesù“. Stare con chi ami è un’altra cosa. Ti trasforma il giorno, perché il cuore non è fatto per la distanza. Protendiamoci verso di Lui, come fa Maria nello stupendo altorilievo di Giovanni Pisano.
Lui è qui, ora, presente, perché da quel giorno è Natale tutti i giorni, tutti i giorni è con noi.

Buon Natale.

Siate lieti

Don Fabio Baroncini è tornato ieri alla casa del Padre. A proposito di lui, un’amica mi scrive: “mi ricordo che ci ripeteva spesso una frase del don Giuss era diventato anche il suo motto ‘vagliate ogni cosa e trattenete ciò che vale‘”.

Don Giussani solitamente non inventava nulla ma rimaneva colpito da ciò che leggeva e incontrava fino a immedesimarsi con esso, facendolo suo. In questo caso riportava la prima lettera di San Paolo ai Tessalonicesi, 5, 21. Sono andato a prendermi la citazione completa:

Siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male.

Come non sentirsi giudicati da quel “siate lieti”? Quanta tentazione di non esserlo. Di perdersi in lamentazioni per l’anno orribile, per la cattiveria dei tempi, per la perfidia degli uomini e per i mille e mille tradimenti di coloro in cui avevamo riposto speranza. Oh, abbandonarsi alla disperazione, annegare in questo mare d’odio denso come l’olio, affondare senza lasciare traccia in un mondo che non ci merita.

Eppure no. Siate lieti. Pregate. Rendete grazie in ogni cosa (difficile, difficile!). Tenete ciò che è buono, doveste distillare mille litri di liquami per averne una sola goccia. Astenetevi dal male, come ci si può astenere dal bere da quella bottiglia che ci tenta, che sappiamo dove trovare.

Un’altra amica mi ha mandato la frase che tiene inquadrata in cucina, un po’ stinta, che dice pressapoco lo stesso:

Siate lieti nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, siate lieti.  La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.
In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri. Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi!
(Filippesi 4, 4)

Siate lieti, rallegratevi. E questo che scriveva lo menavano un giorno sì e l’altro pure, lo hanno sbattuto in carcere e poi alla fine l’hanno ammazzato. Di cosa dobbiamo essere preoccupati, noi? La pace di Dio sorpassa ogni intelligenza, è scritto, e pure la nostra. Non capiamo come sia possibile, visto cosa abbiamo intorno, ma è così.

Pensiamo quindi a ciò che vale. Solo a quello. Filtriamo, distilliamo, vagliamo, tratteniamo. Smettiamo la piangina. Cessiamo la lamentela. Lasciamo stare i borbottii: non è questo che può darci pace.
A noi, e al mondo.

Una felice congiunzione

Se guardate in queste sere verso sudovest, al tramonto o poco dopo, potete vedere due punti particolarmente luminosi nel cielo, molto vicini l’uno all’altro.
Non sono stelle, sono pianeti. Il più luminoso è Giove, l’altro Saturno. Lunedì prossimo saranno così accostati da sembrare toccarsi. E’ quella che si chiama “grande congiunzione”. Ieri e oggi, ospite d’onore lì accanto il cinereo globo della luna con una sottile falce splendente.
Naturalmente è solo un’illusione prospettica. I due corpi celesti rimangono lontani tra loro centinaia di milioni di chilometri. Ma sono pianeti che si muovono lentamente, e il vederli così vicini tra loro è un evento molto raro, che non giungeva da molti secoli.

Sapete quando capitò non solo una, ma ben quattro volte a distanza di poco? Intorno agli anni in cui nacque Gesù. Qualcuno – per primo il celebre Keplero – ha suggerito che fosse proprio questa la “stella” che i Magi seguirono: non una cometa, ma una congiunzione, che quegli antichi astrologi non avevano problemi ad individuare in anticipo.

Nel 7 a.C. si verificarono ben tre congiunzioni di Saturno con Giove nella costellazione dei Pesci: maggio, settembre e dicembre. L’aprile del 6 a.C., poi, vide il Sole, Giove, Saturno e la Luna nella costellazione dell’Ariete, mentre Venere era nell’adiacente costellazione dei Pesci, e Marte e Mercurio dalla parte opposta del cielo, nella costellazione del Toro. Giove era il simbolo della regalità e della divinità, Saturno della giustizia; l’Ariete simboleggiava la primavera che stava giusto iniziando mentre i Pesci il popolo ebraico. Per quegli antichi studiosi questo era equivalente a Dio che dicesse: nascerà un Re in Israele, e porterà giustizia e vita, forse quel messia che gli ebrei stavano attendendo da tempo e di cui secondo le profezie era imminente la venuta. Quattro anni più tardi se ne verificò un’altra ancora più rara: Venere con Giove. I due oggetti più luminosi del cielo, a parte Sole e Luna, erano così vicini da vedersi come un solo oggetto, evento unico in tremila anni. Era il due avanti Cristo; quell’anno, il moto di Giove ebbe ben due punti stazionari, nei quali il suo moto celeste è sembrato fermarsi: uno il 25 marzo, e uno il 25 dicembre. I giorni in cui i cristiani festeggiano l’Annunciazione e, a distanza di nove mesi, il Natale.

Per gli antichi il firmamento era come la tavolozza di Dio, attraverso la quale ci invia segni.
Adesso possiamo riderne, perché abbiamo perso il senso di un disegno cosmico, e non crediamo più nel suo disegnatore. Eppure quando regaliamo una rosa rossa sappiamo cosa significa, e consideriamo significative certe date, ingegnandoci perché avvenimenti particolari coincidano con esse. E’ così folle allora che chi ha progettato l’Universo possa avere annunciato nel cielo la nascita del Suo figlio?

Un ultimo pensiero, La congiunzione di lunedì coincide con l’inizio dell’inverno, ed avviene nella costellazione del capricorno. Chissà, è un altro segno o solo pianeti che si rincorrono in un cielo senza scopo?

O tempora

Tanti sostengono che la Chiesa dovrebbe adeguarsi ai tempi, quando la sua missione originale era fare sì che i tempi si adeguassero alla Chiesa.
E soprattutto che lei stessa si adeguasse a Cristo.

Sapere quel che si sfa

Ripensavo a quella scritta che ho commentato l’altro giorno, “Morte al Nazareno”. L’esatta posizione di tanti sul Calvario, quel giorno di quasi duemila anni fa. Gesù disse di loro, “Non sanno quello che fanno”. Qualcuno, almeno.

Ne sono certo, parecchi di coloro che hanno bruciato quelle chiese non sanno davvero cosa stanno facendo. Non sanno cosa sia la Chiesa, e chi fosse quel Nazareno. Non conoscono quella storia di bene lunga venti secoli, la ragione ultima per cui ci possono non essere le guerre, ci può non essere la schiavitù, ci può non essere il dominio della forza e dell’uomo sull’uomo; la ragione per cui ci sono ospedali e orfanotrofi e università e tutte quelle miriadi di piccole imprese di carità e misericordia che, senza che ce ne accorgiamo, riempiono e hanno riempito il nostro mondo di oggi.

Quei piromani la loro idea della Chiesa l’hanno presa dai giornali, dalle televisioni, dai film, dai libri; è un racconto, una narrazione di qualcosa di strano ed esotico, fatto di palazzi e cardinali, di dogmi misteriosi e leggende nere, e che in ultima analisi ha a che fare con la Chiesa reale più o meno quanto un film hollywoodiano rispetto alla verità storica. E’ stato insegnato loro che quell’entità che chiamano Chiesa è un moloch inutile, dannoso, retrogrado e autoritario, e questo basta a renderli ciechi di fronte alla realtà.

Quelli che scrivono “morte al Nazareno” non lo conoscono. Ma neanche i miei colleghi, i miei amici, neanche i miei familiari lo conoscono. Parlo con loro ogni giorno, e anche in loro c’è la stessa ignoranza; c’è la stessa indifferenza. E neanch’io lo conosco, quando rimango prigioniero di quella stessa narrazione, quando vedo o ascolto ciò che non è Chiesa raccontarmi cos’è Chiesa; persino quando la Chiesa stessa, una sua parte almeno, si racconta.

Solo quando vedo i miei amici, e momenti di miei amici, di miei conoscenti, di miei parenti; quando vedo il volto dei tanti santi che mi capita di incrociare, quando li ascolto, quando ragiono sull’immenso bene che percorre sotterraneo il mondo per quel Nazareno ucciso e risorto duemila anni fa, solo allora capisco, solo allora comprendo. Solo guardando loro.

Cosa comprendo? che devo essere anch’io qualcuno da guardare, perché solo vedendo me chi mi sta vicino vedrà cosa quel Nazareno morto, ma mica tanto, può fare, ha fatto, continua e continuerà a realizzare fino che su questo mondo si troverà un poco di fede. Finché sapremo quello che facciamo, almeno noi.

I vermi e il cielo

A qualcuno il post di ieri, con degli uccellii che non sanno spiccare il volo, potrebbe aver ricordato un libretto assai famoso parecchi anni fa, “Il gabbiano Jonathan Livingston”. In effetti, siamo dalla parte opposta.

Quel racconto a me era piaciuto parecchio. Come pure il libro successivo dello stesso autore, “Illusioni”, una sorta di trasposizione dello stesso tema in versione umana. Un essere illuminato, un messia, scende ad annunciare il verbo ai poveri coglioncelli provinciali. Quando ne parlai in termini entusiasti ad un mio conoscente che bazzicava di filosofia più di me, questi ebbe un moto di disprezzo: “cazzate gnostiche new-age”.

Allora rimasi stupito e perplesso. Oggi, a distanza di tanto tempo, devo riconoscere che ci aveva preso in pieno, aveva compreso quello che a me, ignorante ed inesperto, era sfuggito.

I messia dei due libri sono dei “saggi” che hanno raggiunto un grado di comprensione superiore, e sono in grado di fare evaporare le nuvole con il pensiero e resuscitare i morti. Come può fare chiunque, basta avere fede… in noi stessi.
Oh, io ci ho provato tante volte a far sparire le nuvole, ma col cavolo.
E’ un po’ come pregare sé stessi. Fingersi divini. Ma noi sappiamo bene chi siamo, e cosa possiamo. Quanto corte siano le nostre ali.

Basta un po’ d’onestà per riconoscere che siamo creature finite, mortali. E altrettanta onestà nel riconoscere che invece vogliamo l’infinito, bramiamo l’eterno. Non possiamo librarci come aquile perché siamo polli; ma possiamo comunque sollevare lo sguardo, se qualcosa ci richiama costantemente al cielo.

Lo gnostico non prega, perché pensa basti sapere. Ma l’unica cosa che alla fine apprendiamo è che la conoscenza non serve a soddisfare il nostro immenso desiderio. Lo scettico potrebbe dire che è altrettanto inutile pregare. Se Dio sa tutto, ragiona, a che serve? A che potrebbe servire quell’insistenza che ci viene raccomandata dai Vangeli? Non dovrebbe essere Lui a provvedere a tutto, comunque?

Il punto credo sia proprio quello sguardo. Se lo teniamo puntato a terra, alla ricerca di vermi, è questo quanto chiediamo, è questo quanto ci viene dato. Invece la preghiera è guardare verso l’alto, e domandare di più.
Ma troppo spesso confondiamo desiderio e pretesa. La pretesa è volere un verme più grosso e succoso. E’ guardare sempre verso il basso, è ancora trovarsi nei propri limiti. L’unica preghiera che davvero funziona, a mia esperienza, è dire “fa’ cosa è meglio per me”. Solo chi non ha limiti può darmi quel cielo che in fondo più di ogni altra cosa desidero.

Gesù come me lo immagino

Qualche settimana fa, la Chiesa d’Islanda – la chiesa protestante nazionale, per intenderci – ha pensato bene di pubblicizzare la sua scuola domenicale con l’immagine che trovate in fondo.
In essa si può vedere un Gesù con barba, vestitino corto e tette danzare gaio davanti ad un arcobaleno.
Come forse potrete immaginare, non tutti l’hanno presa benissimo.

Petur Georg Markan, addetto stampa per la Chiesa d’Islanda, ha affermato che è positivo che Gesù Cristo appaia in forme differenti e che la Chiesa celebri la diversità. Markan ha aggiunto “Stiamo cercando di abbracciare la società come essa è. Noi abbiamo ogni genere di persone e dobbiamo addestrarci a parlare di come Gesù sia di “ogni genere” in questo contesto. Specialmente perché è davvero importante che tutti e ciascuno vedano se stessi in Gesù e che non ci sia troppa stagnazione. Questo è il messaggio essenziale. Così è okay, è okay che Gesù abbia barba e seni.”

Non so se abbiate colto il punto. Stanno cercando di fare assomigliare Gesù alle persone, invece di fare in modo che le persone imitino Gesù. Io raffiguro me stesso come Cristo, posso quasi fare finta di essere lui. Un Cristo immaginario che saltella in un panorama immaginario. In questa maniera è tutto bello comodo: non c’è bisogno di cambiare, non c’è bisogno di redenzione, qualunque cosa si sia e si faccia si sta al caldo.
Talmente al caldo che sembrerà di bruciare.

Nonostante

Quando ero un bambino piccolo, io ero solito pregare tutte le notti per una bicicletta nuova. Quindi capii che il Signore, nella Sua saggezza, non lavora in questo modo. Così semplicemente ne rubai una e Gli chiesi di perdonarmi.
Emo Philips

Ci sono persone che sono davvero convinte che i peccati non contino, o non esistano. Che si possa fare quello che si vuole, basta amare. Che Dio ti perdona sempre, in ogni caso. Che ti ama così come sei, accento sul così come sei.
Queste stesse persone probabilmente si troverebbero in imbarazzo a giustificare frasi di questo tenore:
“Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. (Mt 25)”
“Vi ho detto che andrete in rovina per i vostri peccati. IO SONO: se non credete questo, andrete in rovina per i vostri peccati. (Gv 8)”
“Voi siete figli del diavolo, che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c’è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna. (Gv 8)”

No, Dio non ci ama quando siamo pieni di male. Proprio perché ci ama vorrebbe che fossimo come dovremmo essere, e non come siamo. Altrimenti Cristo sarebbe venuto per nulla.
Dio ama noi, ma non può amare il peccato in noi. Il peccato è tutto ciò che non è Dio. Quando ne siamo pieni, cosa resta in noi che possa amare? Se Lo rifiutiamo, se non vogliamo cambiare, se non chiediamo, pentiti, di essere perdonati siamo noi che ci allontaniamo da Lui. Scegliamo un altro padre. E Lui non forza la nostra libertà. Quella libertà che può condurre alla rovina del fuoco eterno. Anche questo è amore.
Dire “Dio mi ama così come sono” è rifiutare la Sua Redenzione, e perdersi. Lui ci ama non così come siamo, ma nonostante ciò che siamo.


Le conseguenze

Certe volte mi chiedo se l’ottimismo tanto in voga nel nostro stanco cristianesimo non sia mal riposto. Guardo le chiese vuote e certi loro frequentatori, sia occasionali che assidui, e ho i brividi. Quella croce sembra svuotata di significato; sempra che il Paradiso sia dovuto o, peggio, che del Paradiso, della nostra futura vita carnale dopo che questo tempo avrà fine, niente sembri importare.
Come se non ci si credesse davvero; come se fosse un pensiero scomodo, da allontanare, un fiaba per bambini di cui gli adulti sorridono.

Delle conseguenze della croce, di ciò che essa ci chiede, molto molto pochi si occupano. Ma la salvezza non è un rito automatico, non è un atto dovuto; non è come la pensione, come un’assicurazione, un contratto firmato di cui non ci si deve più occupare. La porta che vi conduce è detta stretta; noi ci comportiamo come fosse un portone spalancato. Rendendo inutile quella croce, vuota la misericordia, perché non desideriamo ciò che dovremmo, e non vogliamo ciò che dovremmo volere.
Senza avere capito davvero ciò che è l’inferno. Senza avere compreso di come sia orribile oltre ogni nostra immaginazione.

Ecco quello che temo: che abbiamo sottovalutato gli avvertimenti, gli ammonimenti, le profezie; e l’ultimo dei giorni, quel giorno sarà davvero un giorno terribile, perché tanti che abbiamo amato scopriranno di non avere amato abbastanza. Lo scopriremo tutti.

L’amerà?

Prendete un uomo che possiede poco o niente e che voglia farsi amare da una donna ricchissima.

Lui potrebbe prelevare dal patrimonio di lei e acquistarle gioielli e vestiti.
Lei l’amerà?
Oppure potrebbe infischiarsene di lei, ignorarla, tradirla, convinto che lei non possa fare a meno di lui.
Lei l’amerà?
Potrebbe limitarsi a fare la sua vita, standole vicino, indifferente; una parola di tanto in tanto, chiederle favori quando ne ha bisogno, corretto e distante.
Lei l’amerà?

E adesso pensate voi e Dio. Cosa gli potete donare, che potete fare per farvi amare?

Oh, certo, l’esempio ha dei limiti. Resta ancora una domanda: lui, l’ama?

Il problema, e la soluzione

Uno, forse sbagliando, un poco ci spera, nell’uomo. Quando dico che la caratteristica principale dell’essere umano è la ragione, la capacità di guardare oltre l’immediato e alzare lo sguardo, devo però prendere atto che gli esseri umani talvolta sembrano essere merce rara.
Vedo con malinconia tanta gente che sembra incapace di trarre le conseguenze dai fatti più semplici, accecata dall’ideologia. Un piccolo esempio, visto su twitter:
“Il problema è che qui in UK (come in US) siamo molto poco educati persino sulle basi della razza: molta gente non ha idea che la razza è una categoria costruita senza validità scientifica che è stata inventata e rifinita principalmente per opprimere la gente di colore.”
Provate a rileggerla cercando di cavarne il senso, e ditemi se non siamo avanti sulla strada della pazzia. Che tratti della razza è solo un particolare: è la logica che manca.

Aristotele è morto invano, il principio di non contraddizione pare essere roba del passato. Ma quale sia davvero il problema, perché questo accada, è detto in modo molto semplice dal protagonista del video che trovate qui.

Una contestatrice bianca apostrofa un gruppo di poliziotti estremamente pazienti, chiamandoli razzisti. Uno di loro asserisce che sua moglie è nera, e la ragazza lo prende di mira “Puoi avere anche la moglie nera, o un amico nero, ed essere ancora razzista. Non ha a che fare con le conoscenze”, e l’accusa di essere intimidito mentre questo si allontana.
Un altro ufficiale, sembra di colore, interviene: “Non è intimidito… stai cercando di avere una conversazione, ed hai una mente a binario unico? Non ha senso… devi essere in grado di vedere i due lati della storia.”
Lei replica: “Non stavo parlando con lei, signore, stavo parlando al tipo bianco”.
E lui; “Oh, perché io non posso essere razzista, vero?”
Lei risponde: “Sistematicamente no, signore. Sistematicamente il razzismo può solo essere bianco.”
Un altro poliziotto, di pelle ancora più scura, si avvicina. “Lasciami dire qualcosa”.
Lei si ritrae, cercando di evitarlo: “Non voglio prendere il COVID!”
Lui continua: “L’America ha un problema di peccato. Il mondo ha un problema di peccato, signorina. Okay? Gesù ha detto: io sono la Via, la Verità e la Vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.”
La donna continua a scansarsi, parlando e cercando di aggirare il poliziotto.
Lui prosegue: “L’America e il mondo hanno un problema di peccato. E’ da lì che escono razzismo, ingiustizia, e odio e violenza. Non riguarda il razzismo. Legga la Bibbia”, conclude.

Beh, è la verità. Detta da un robusto poliziotto nero di mezz’età in mezzo a ragazzini che, evidentemente, non ci credono. Se mai ci hanno pensato. Se mai qualcuno gliel’ha detto.
Il punto è quello: puoi leggere la Bibbia quanto vuoi, ma prima di tutto devi fare esperienza che tutte le cose brutte arrivano dal fatto che si rifiuta ciò che è buono. Senza questa esperienza, quelle parole non vogliono dire niente .Ti allontani, come quella ragazza. Che se anche le ha udite, molto probabilmente non è riuscita a capirle, piene delle stesse cose che dice di combattere. Per arroganza, ignoranza, perché l’ha letto sui social, perché tutti fanno così.

Ho pochi dubbi che quel poliziotto il male vero l’abbia visto in faccia molte volte. Ma non è con il male, e neanche con le parole che si riuscirà a sconfiggere il male. Perché la ragione, la capacità di guardare oltre l’immediato e alzare lo sguardo, lo stesso essere uomini, dipende dall’adesione a quel Vero, a quella Via, a quella Vita a cui si riferiva l’ufficiale. Vederla attuarsi in chi ci sta di fronte. Desiderarla per sé.

Senza, siamo persi.

Abbandoni

Deserto e vuoto. Deserto e vuoto. E tenebre sopra la faccia dell’abisso
È la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?
Quando la Chiesa non è più considerata, e neanche contrastata, e gli uomini hanno dimenticato
tutti gli dei, salvo l’Usura, la Lussuria e il Potere.

dai «Cori da “La Roccia”» , T.S.Eliot,

 

Sono un paio di giorni che mi risuona nella testa l’amara domanda che T.S.Eliot pose nei suoi «Cori da “la Roccia”», quella domanda che Don Giussani usò come base per il suo bellissimo libro “La coscienza religiosa dell’uomo moderno”.

È la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?

Has the Church failed mankind, or has mankind failed the Church? Il poeta, in inglese, usa il verbo “fail“. Che significa abbandonare, ma vuol dire anche fallire, errare, mancare, non riuscire. E quelle parole girano e girano, perché le vedo vere. Quel poema dovrebbe trovare posto nei libri profetici.

Per parafrasare Eliot, la Chiesa si è abbandonata all’umanità, invece che a Cristo.

Da ieri sarei potuto tornare all’Eucarestia. Invece ancora niente; al mio paese ancora non hanno riaperto; e neanche in quello vicino, dove talvolta da transfughi migravamo, io e mia moglie, in cerca del sacramento. Bisognerebbe andare ancora più lontano, ed è complicato.

Una parte della colpa ce l’hanno le assurde misure di sanificazione. Le chiese devono seguire norme che neanche i reparti di trapianti all’ospedale; mentre, a dieci metri, ci si scambiano i sacchetti del pane senza mascherina. L’ho detto, lo ripeto: c’è una volontà di distruggere la Chiesa unita all’idiozia di incompetenti. E all’accettazione supina, o peggio, di chi il sacramento dovrebbe difenderlo e se ne sente padrone.
San Giovanni Paolo II l’aveva scritto nella sua ultima enciclica, ormai dimenticata:

“La Chiesa vive dell’Eucaristia. Questa verità non esprime soltanto un’esperienza quotidiana di fede, ma racchiude in sintesi il nucleo del mistero della Chiesa.”

Invece c’è chi sembra pensare che essa sia una sorta di spettacolo cinematografico, che se non c’è posto il film lo vedi poi, magari alla tv. Spero di riuscire ad entrare in chiesa, domenica, data la riduzione di posti e il fatto che sia stata anche abolita una messa. Troppo ravvicinata, non si riusciva a sanificare. Così c’è il concreto rischio che la gente resti fuori; ma è stato votato a maggioranza di non inserire una celebrazione supplementare. Confidando sul fatto che molti resteranno a casa, sono invitati a stare a casa. Compresi gli anziani; quegli stessi che, i pomeriggi dei giorni feriali, vanno magari tre volte al supermercato.

Ma se la chiesa non serve per i sacramenti, a che serve? Temo la risposta che molti in parrocchia potrebbero dare. E alla mia domanda quella iniziale di Eliot suona piuttosto come una risposta.
Forse bisognerà lasciare che la fiamma si spenga, per poterla riaccendere da quella Luce invisibile che le tenebre ci fanno desiderare.

Sembra passato un secolo

Avrebbe compiuto un secolo. E un secolo sembra passato dalla sua epoca.
Anche noi, che l’abbiamo veduto, sembriamo avere dimenticato.
Volevano chiamarlo Magno, ma oggi a stento viene nominato; talvolta per denigrarlo, a volte con imbarazzo, oppure per strumentalizzarlo. Così siamo fatti noi uomini.

Veniva da un paese per noi lontano, aveva un nome che intrecciava la lingua. Era uno del popolo, che aveva lavorato, che aveva visto da vicino nazismo prima e comunismo poi, e anche quell’altra ideologia ancora più insidiosa che vuole trasformare ogni cosa in nulla. Forse neanche un’ideologia, solo un nuovo trucco di un antico Nemico. La Chiesa sembrava essere destinata a soccombere, di fronte a tali avversari, che parevano non potessero essere fermati. Una congrega di vecchi, destinati all’irrilevanza: così appariva a tutti. Pochi, pochissimi, osavano ancora proclamare pubblicamente un credo così fuori moda.

Arrivò lui, cambiò tutto. Molti indicano nella sua persona il fattore determinante per la caduta del comunismo sovietico, e va bene, d’accordo. Ma quello era un albero marcio, corrotto al suo stesso interno; l’errore si autodistrugge. No, per me fu altro il dono che portò. Fu ben altro il suo merito. Fu il far vedere che il cattolicesimo non era un affare di vecchi; non era una superstizione basata sulla paura; non era qualcosa di moribondo, morto, sepolto, ma una vita la cui forza era sufficiente a erompere da qualsiasi sepolcro si fosse tentata di infilarlo.

Valorizzò la gioventù, la forza, la bellezza; mostrò che Nietzsche aveva torto, Stalin aveva torto, che tutti gli innumerevoli profeti di falsi e muti dei erano in errore. E non lo fece con la persuasione, con belle parole, con gesti ad effetto; oh, ci furono, ma non erano che la conseguenza dell’unica cosa che lui mostrava, cioè la Verità, e quella Verità era Cristo. Lo splendore del vero, che illuminava tutto, toglieva le paure, spalancava le porte di mille prigioni e rendeva liberi.

Univa il carisma e la simpatia umana con doti artistiche, intellettuali, teologiche fuori dal comune. Anche queste, però, erano come illuminate dall’interno da una fede enorme, che non si arrotolava su se stessa ma erompeva a cambiare il mondo. Non ci voleva grande sensibilità a capire che si era davanti non solo a una persona eccezionale, ma tanto più un santo. Quando la malattia colpì, quando quelle doti vennero meno, era ciò che rimaneva evidente.

Ovviamente, fu combattuto. Non poteva essere altrimenti. Ricordo bene le beffe e le calunnie. E quei colpi di pistola. Oh, sì, quel maggio, quel giorno di Nostra Signora di Fatima in piazza S. Pietro; se tutto non finì quel giorno lo potremmo chiamare caso, o forse protezione soprannaturale da parte di quella Signora a cui era tanto affezionato.

I colpi di pistola sono il meno; sono ben altre le armi in campo contro la Chiesa. Ce ne stiamo rendendo conto ora, con gli anni che passano più veloci dello sfogliare delle pagine del Vangelo sulla sua bara, il giorno dei funerali. Dove sono finiti tutti quei giovani? Dov’è finita quella Chiesa che sapeva parlare di Cristo al mondo, che anche i potenti temevano? Dove sono tutto coloro che lo applaudivano?

Dov’è finita la verità?

E’ difficile vederla; sembra impossibile, in questa oscurità. Ma

“Anche se sono vissuto fra molte tenebre, sotto duri regimi totalitari, ho visto abbastanza per essere convinto in maniera incrollabile che nessuna difficoltà, nessuna paura è così grande da poter soffocare completamente la speranza che zampilla eterna nel cuore dei giovani. Non lasciate che quella speranza muoia! Scommettete la vostra vita su di essa! Noi non siamo la somma delle nostre debolezze e dei nostri fallimenti; al contrario, siamo la somma dell’amore del Padre per noi e della nostra reale capacità di divenire l’immagine del Figlio suo. Là, tra gli uomini, è la casa di Cristo, che chiede a voi di asciugare, in suo nome, ogni lacrima e di ricordare a chi si sente solo che nessuno è mai solo se ripone in Lui la propria speranza.”

Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II, 18 Maggio 1920 – 2 aprile 2005