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Brigida la tosta

Il primo febbraio è la festa di Santa Brigida, una santa irlandese del quinto secolo. Come per il conterraneo e contemporaneo San Patrizio di lei si sa poco di storicamente certo, non sono molti i documenti sopravvissuti di quell’epoca; un gran numero di leggende e miracoli e tradizioni, come le croci di Santa Brigida fatte intrecciando i vimini, in compenso. Morì attorno al 524; si conosce la sua probabile famiglia, i Fothairt, e l’area di nascita, il Kildare. Sappiamo che beneficò molto i poveri e i sofferenti e che fondò monasteri, monasteri sono stati per un millennio tra le più influenti istituzioni dell’isola. Ci sono pochi dubbi che l’abbia fatto veramente: in quella società ancora fortemente pagana le donne erano totalmente assoggettate al loro parente maschile più prossimo, non potevano possedere beni né testimoniare in tribunale, come gli schiavi, i minori e i pazzi. Ma di fronte alle formidabili badesse nel medioevo anche i vescovi dovevano cedere il passo.

Quando si è trattato di istituzionalizzare la festa dedicata alla santa, però, l’Irlanda ormai scristianizzata le ha preferito qualcun altro. Nel clima inclusivo si voleva comunque dedicare un giorno festivo a una donna, così alla santa è stata sostituita una dea celtica, Brigit.
Ora, di Brigit si sa molto meno che di Santa Brigida. La prima volta che la divinità viene nominata è in un trattato scritto intorno all’anno mille, quindi cinque secoli dopo. Non è neanche certo che quegli autori non si siano inventati tutto; se era venerata una dea di nome Brigantia nell’Inghilterra preromana, attestata in alcune iscrizioni, non sono mai state rinvenute testimonianze dirette della sua quasi omonima irlandese né se abbia mai avuto un culto. Qualche vago accenno, e tanto basta per costruirci sopra mitologie.

Però, capiteli anche questi poveretti: pur di far dimenticare la tosta Brigida, cattolica e pure santa, qualcosa dovevano pur tirare fuori. Sostengono che i cristiani abbiano usurpato le feste pagane; potrebbe essere anche in parte vero, non lo sappiamo, ma ciò che è certo è che i nuovi pagani al potere stanno usurpando e cancellando feste cristiane vive dopo 1500 anni.
Massì, lasciamoli pure fare sacrifici a questa mitica divinità che, poveretta, non deve essere molto efficiente se di essa si era persa la memoria. Che la invochino per ottenere felicità e prosperità; e di quelle arrivi loro tutto quello che l’antica dea è in grado di concedere.

Vergine e martire

Se avete presente un minimo il calendario, se avete girato un po’ l’Italia dei vecchi paesi, e se magari avete anche qualche ricordo del catechismo antico, probabilmente avete un’idea del gran numero di martiri che la Chiesa ricorda nei primi secoli.
Forse non ci avete fatto caso ma spesso, per quelli di sesso femminile, la dicitura è “vergine e martire”. Perché dare tanta importanza alla verginità? Perché, a quei tempi, era normale abusare dei deboli, cioè donne, bambini e schiavi. Il cristianesimo rifiuta questo modo di pensare, e la reazione da parte di chi ha la forza e il potere è atroce. Fino alla morte di chi si oppone; un rifiuto dato non per proteggere una condizione fisica, ma per sottrarsi alla profanazione dello spirito, prima che a quella del corpo. La verginità significa non essersi piegati all’antica concezione di uomo, cioè lo sfruttamento della persona.

Una mentalità che non è solo di quei tempi. Dieci secoli più tardi, a San Tommaso d’Aquino fu fatta trovare in stanza dai fratelli una donna nuda e disponibile, per distoglierlo da quel cammino che aveva scelto (lui la cacciò con un attizzatoio, pare). Più recentemente, non sono passati duecento anni da che Carlo Lwanga fu martirizzato per essersi rifiutato di concedersi al proprio re.

Oggi avrebbe ancora luogo quel loro martirio? Da ogni dove arriva l’invito ad essere sessualmente attivi, come fosse piccola cosa, e pare che la verginità sia un peso di cui liberarsi al più presto. Nell’immaginario non si tratta più di una virtù, ma una sorta di depravazione. Non dissimilmente la pensavano quegli antichi di venti secoli fa dei primi cristiani, come i testi dell’epoca ci ricordano. Con la differenza che oggi è richiesto sia volontario ciò che allora era spesso forzato; per adesso, almeno. Ma, in fondo, sempre di sfruttamento per il proprio piacere si tratta, anche se reciproco.

Chi oggi ancora predica la verginità, o anche solo la castità? Sembra ormai impossibile parlarne. Anche dentro la Chiesa edificata su quei martiri e che chiama sacramento il matrimonio c’è chi è più che propenso a dichiarare accettabili non solo i rapporti fisici senza vincolo e promessa definitiva, ma anche quelli occasionali e persino quelli che un tempo si chiamavano contro natura.
E’ sempre amore, no?
No.

Riconoscere

Qualche anno fa siamo stati colpiti dall’alluvione. Quella volta ho passato ventiquattr’ore filate a spalare acqua.
Perché l’ho fatto? Perché sono contro il cambiamento climatico? Contro la cementificazione? Perché l’ordine e la pulizia siano mantenute? Per mostrare a tutti i miei muscoli guizzanti da uomo vero?
No di certo. Amo la mia famiglia, e di conseguenza casa mia. Non è una preoccupazione morale. Non è un impegno. Non l’ho fatto per dovere.

Non sarà un’astratta legge morale a salvare il mondo, ma un’incarnazione: il bello, il vero, il giusto che si fanno carne, si fanno incontrabili. Qualcosa che c’è prima delle mie preoccupazioni, dei miei dubbi e desideri, di tutte le filosofie e i ragionamenti. Prima, non al loro posto. Solo in questa maniera le mie preoccupazioni trovano riposo, i miei dubbi risposta, i miei desideri soddisfazione, le filosofie fondamento, i ragionamenti sostanza.
Non per un mio sforzo, ma come un fatto che rende possibile ciò che con le nostre forze non sembra realizzabile. Semplicemente riconoscendolo. Amandolo.
In fondo essere salvati vuol dire questo. Questa è l’Epifania, Dio-con-noi.

Tre parole

Mi ricordo che, quando annunciarono il suo nome dal balcone di piazza S.Pietro io, tra sguardi perplessi, saltavo su e giù come un grillo per la gioia.
Benedetto è stato il “mio” Papa, più di Giovanni Paolo II, un santo che ammiro tantissimo; Ratzinger è stato un Papa secondo il mio cuore, chiarissimo nell’eloquio, nella scrittura e nel ragionamento che li guida, un’umanità immensa su un intelletto straordinario, innamorato di Cristo.

Forse non dovrei, ma mi fanno un po’ ribollire vedere coloro che lo hanno attaccato e appassionatamente odiato in vita, che hanno negato ciò che lui diceva e ciò in cui credeva, che hanno cercato e cercano in ogni modo di distruggere la memoria e l’eredità che lui ha lasciato, tesserne le lodi con lingua maligna. Ho ascoltato certi distillati di veleno e falsità, in questi giorni, da far cadere stecchiti interi nidi di cobra.
Ovviamente quel suo intrecciare fede e ragione dava fastidio. Una presenza nascosta ma ingombrante, che non si lasciava usare per certi giochetti, ma che ora è fatalmente alla mercé di chiunque voglia impossessarsene. Quanto è basso e quant’è alto il cuore dell’uomo.

Bruciano le sue ultime parole, le stesse di Pietro quella mattina di venti secoli fa sulle rive del lago di Cafarnao: “Signore, ti amo”. Nel suo caso, indubitabilmente vere. Le parole che fanno di un Papa un Papa. E’ questo il nucleo ultimo dell’essere cristiano, non l’inseguire questo o quell’aspetto, quell’ideologia, quel sentimento. Sono le tre parole che mandano al macero biblioteche intere di disquisizioni variamente dotte o blasfeme, infiniti articoli e commenti, ragionamenti e deduzioni che impietosamente invecchiano e muoiono. Quelle tre parole che il potere non è in grado di impedire, di controllare, di fare sue.

Quelle parole che dovrebbero essere sempre la sola cosa che dovremmo dire e dovremmo dimostrare, in ogni nostro discorso, azione, post.
Noi uomini che qui rimaniamo, per il tempo che ci è dato, appositamente per questo.

Se l’abbiamo mai creduto

Quando siamo coinvolti in un confronto spesso noi pensiamo che in caso di nostra sconfitta l’avversario si fermerà. Che si accontenterà di quanto ha ottenuto, di quanto diceva di volere ottenere, e non spingerà ancora più in là le sue pretese. Che avrà pietà di noi. Che non ci distruggerà.
Oh, illusione. Noi cristiani siamo dalla parte dell’unico che ha davvero pietà e misericordia. Chi si oppone, beh, si oppone anche a quelle. Non saremo risparmiati, non più di quanto fu risparmiato Cristo.

Pensavamo che il mondo che avevamo faticosamente costruito andasse bene, ai più. Che ciò che avevamo ottenuto potesse bastare, perché è ciò che è più conveniente per l’uomo. Che la bellezza, la giustizia, la verità che avevamo fatto rifulgere fossero un risultato che nessuno si sarebbe sognato di mettere in discussione. Anche qui, illusi. Le nostre conquiste sono state smontate, distrutte, oltraggiate. Il grido di chi vuole ciò che è ingiusto risuona più forte dei lamenti dei deboli.

“Cosa te ne importa a te se fanno così? E’ la loro libertà, non tocca mica la tua”. Quante volte me lo sono sentito dire, anni addietro. Quegli stessi ora tacciono, non so se soddisfatti, sbigottiti o dimentichi. Ora vieni imprigionato se osi chiamare qualcuno con il pronome indesiderato, o se preghi silenziosamente, se ti opponi alla morte o se pensi di proteggere i tuoi figli dall’indottrinamento che li uccide nel corpo e nell’anima. Sei additato come pericoloso, e lo sei veramente, perché i potenti non possono sopportare quando il vero si scontra con la loro menzogna. La libertà senza verità è ciò di cui sta morendo il nostro tempo.

Ma qual è la causa ultima di tutto ciò? Com’è stato possibile? Ve lo dirò: abbiamo perduto la fede.
Non crediamo più che il bene possa vincere (se l’abbiamo mai creduto). Non crediamo più che ci sia una verità dalla quale non ci si deve distaccare, fosse anche sacrificando la propria vita (se l’abbiamo mai creduto). In una parola, non crediamo più in Dio (se l’abbiamo mai creduto). Oh, sì, magari crediamo in un dio nebuloso, lassù, soddisfatto dai riti, incapace di muovere il mondo e renderci felici. Come dire, nessun Dio,

Abbiamo perduto la fede: scettici, stanchi, delusi. Umani.
Proprio come tutti gli altri uomini, in ogni tempo. E’ per questo che Dio si è scomodato a venire da noi carnalmente, a farsi trovare, a nascere e morire. Perché la nostra fede si poggiasse su qualcosa che non sono idee, ma carne.
Neanche i suoi discepoli avevano molta fede. Forse ancora meno di noi (se ce l’abbiamo).

Com’è che si acquista, questa fede? Non si trova sotto l’albero, non è possibile farsela recapitare da Amazon. Ci sono volti da guardare, fatti da guardare, sì, ci sono ancora. La fede ancora brilla in posti inattesi, come un profumo versato la cui fragranza continua ad aleggiare anche dopo che è stato ripulito. La si riconosce, volendo. Bisogna guardare, e vedere, e paragonare il nostro cuore con quello che abbiamo veduto, in maniera che possiamo credere a ciò che non abbiamo veduto. Non saranno le circostanze a vincere. Non sarà ciò che è male, malgrado l’apparenza: che è appunto apparenza, e non sostanza.
In fondo è questo il Natale, quello vero. L’annuncio di una vittoria, per chi ci ha creduto.

L’attesa

Ieri sera il concerto natalizio in cui cantavo si è aperto sulle note di “Povera voce“. Oggi abbiamo saputo che l’anima della sua autrice, Adriana Mascagni, proprio ieri è salita a colorarsi al sole dell’amore del padre, come chiedeva in un’altra sua celebre canzone.

Mi rimane indelebile il ricordo di lei che ci invitava a non interpretare quel suo canto più famoso in maniera cupa e mesta, come talvolta avveniva. “La nostra voce è povera solo se perde il senso. Ma a noi quel perché è stato rivelato, quindi dobbiamo essere gioiosi e intrepidi nell’annunciarlo a tutti”.
Da quando udii quel suo insegnamento quella è una strofa che canto sempre a bocca spalancata, trionfante, ridendo, perché la vita c’è, anche quando sembra quasi spenta, o assopita.

In un momento in cui le voci della speranza, della fede e della carità sono sempre più flebili, derise, ostacolate in ogni modo, dobbiamo continuare a cantare di quel perché. Non per un volontarismo, non per abitudine o morale. Ma perché siamo fatti di esso, anche se talvolta possiamo dimenticarlo. Noi possiamo tradire mille volte, ma lui non ci tradirà mai. Che il nostro canto si levi in questo silenzio. In questa attesa.

La fallacia del vero Spartaco

Marco Licinio Crasso contemplò i prigionieri che, sotto l’occhio vigile dei suoi legionari, giacevano accasciati al suolo dopo la battaglia. Il sogno del gladiatore Spartaco e dei suoi ribelli, dopo molte vittorie, si era alla fine infranto contro l’esercito romano. Una sola cosa mancava ancora: Spartaco stesso. La sua punizione sarebbe stata esemplare.
Il centurione si fece avanti, e parlò agli sconfitti ad alta voce. “Il vostro padrone, Crasso, vi annuncia che le vostre vite saranno risparmiate, se indicherete la persona o il corpo di Spartaco”. Ma i sopravvissuti si alzarono ritti in piedi e orgogliosamente lo sfidarono. “Io sono Spartaco”, ripeterono uno dopo l’altro. Non l’avrebbero consegnato!
Crasso, furente, scosse la testa. “Come, come? Abbiamo qui migliaia di schiavi che dicono di essere Spartaco; è impossibile trovarlo”. Stese la mano verso il centurione. “E sia. Visto che non è possibile capire chi sia Spartaco, nessuno lo è. Spartaco non esiste. In nome della diversità, tolleranza e inclusione liberate i prigionieri, ce ne torniamo a Roma”.

Le cose sono andate un po’ diversamente, purtroppo per Spartaco e i suoi. Quei prigionieri furono crocefissi lungo la strada tra Capua e Roma. Ma, si sa, i romani di un tempo erano gente logica. Fin troppo.
Se Crasso fosse stato davvero convinto dell’irrealtà di un uomo con quel nome, sarebbe stato un fesso. Eppure ci sono molti che sostengono che, siccome in certi argomenti non è possibile stabilire immediatamente la verità, allora la verità non esiste. Il solo vero Spartaco non esiste. Occupiamoci d’altro.

Non è che se non riusciamo a capire subito dove sta il vero sia inutile cercarlo. Può darsi che, investigando più attentamente, stando attenti ai fatti, all’esperienza, con la ragione riusciamo a risalire la collina oltre le nebbie del dubbio. Magari mancherà la prova definitiva, la certezza assoluta, ma ci saranno molti indizi che la indicheranno. Il salto finale si chiama fede, quando da quegli indizi ricaviamo una convinzione.

Settant’anni dopo quell’ultima disastrosa battaglia, in un’altra parte dell’Impero è nato un condottiero diverso, che non regna con la forza delle armi ma cambiando i cuori. E’ la nascita che tra poco ricorderemo nel Natale. Ci sono tanti déi al mondo, ma c’è un unico Cristo, così come c’era un unico Spartaco nonostante fossero in tanti ad affermare di esserlo. La crocefissione di Spartaco era la fine di un’avventura; quella di Cristo il suo inizio.

Relazioni

E’ una questione di relazioni.
Voi pensate che le relazioni tre padre e figlio, tra marito e moglie, tra padrone e dipendente siano sempre state come adesso? No, proprio no.
Prendete anche solo gli antichi romani, la civiltà dietro il nostro angolo della storia.

Si potevano ammazzare i bambini appena nati. Accidenti, i padri potevano ammazzare i figli fino alla loro adolescenza. I bambini erano protetti fintanto che erano in famiglie di cittadini romani, al di fuori erano preda. La sessualità era intesa in modo ben diverso da oggi: per il maschio romano non era strano o degradante possedere carnalmente gli inferiori, fossero maschi, femmine o bambini. Essere posseduto, quello sì che non andava. Per il sesso c’erano gli schiavi a completa disposizione e la prostituzione. I resti di schiavi rinvenuti mostrano segni di ogni genere di sevizia e lavoro in quantità da schiantare, sia in adulti che nei piccoli. Il povero era in completa balia del ricco e del potente, che poteva letteralmente disporre della sua vita. Oh, sì, talvolta le leggi mettevano i bastoni tra le ruote, ma non era poi difficile aggirarle. Non si poteva esercitare la pena capitale sulle ragazze vergini? Nessun problema, bastava stuprarle prima. Se mi dai fastidio ti accuso, mi compro i giudici, ti faccio condannare. Non è neanche detto che le accuse siano false.

Le relazioni, in definitiva, erano determinate dai tre antichi dei: denaro, lussuria, potere. In altre parole, il dominio del più forte. Nient’altro contava, nella realtà.

Questo accadeva duemila anni fa, e non c’era via d’uscita. Non si vedeva via d’uscita a questa situazione. Forse qualche spirito forte, qualche filosofo, poteva estraniarsi dal suo tempo. Ma perché poi? In nome di cosa? E per quanto?

Duemila anni fa, alla periferia dell’Impero, in una terra martoriata e crudele, nasceva un uomo, destinato qualche tempo dopo a morire in uno dei modi orrendi che il potere riservava a quanti osavano sfidarlo: la crocefissione.
Potete anche non credere a Lui, alla sua pretesa di essere Dio: ma da quel momento, i rapporti sono cambiati. E’ emersa la possibilità di una relazione nuova, dove il figlio non è proprietà del padre o dello stato o del potente di turno. Dove la moglie può stare alla pari con il marito, con un amore e una libertà prima impensabili. Dove, se pure uno è schiavo, è fratello del suo padrone, e viceversa. Dove non puoi fare tutto che vuoi perché sei più forte. Dove il denaro non conta, il sesso non conta, il potere non conta, perché si è tutti figli dello stesso padre. Impensabile in precedenza; certamente non realizzabile. Non dagli uomini, da noi uomini.

Certo, il mondo non è cambiato tutto di colpo. L’eco di quella nascita, le sue onde nel mare nero della storia si stanno ancora diffondendo, stanno raggiungendo luoghi dove rimane vero tutto ciò che abbiamo decritto all’inizio. A volte pare che qualcuno rimpianga i giorni di un’altra era, dove i rapporti tra le persone erano conquista e dominio, e faccia di tutto per tornare laggiù, a quel potere senza limiti.

Ma a noi è nato un bambino, e le relazioni non saranno mai più le stesse. Sta a noi fare in modo che siano così, giorno dopo giorno.

Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.
(Gal 3, 26-28)

Una voce nel tempo

Sapete cos’è il senso religioso? E’ la prima caratteristica dell’umano: la percezione che esiste di qualcosa di più grande di noi, che ci spinge a cercare di trovarlo.
E’ anche il titolo del più famoso libro di don Luigi Giussani, nato dalle lezioni che teneva alle sue classi liceali prima e universitarie poi. Per chi non lo sapesse Giussani è anche il fondatore di Comunione e Liberazione. Quel suo approccio a Dio, estremamente concreto e fondato sull’esperienza di ognuno di noi, ha profondamente influenzato la Chiesa della fine del secolo scorso, in qualche maniera salvandola da una deriva spiritualistica da un lato e materialistica dall’altro. Proprio il fatto che questi due grandi errori abbiano riacquistato forza nel mondo in cui viviamo dovrebbe stimolarci a riprendere quest’opera con il suo unico approccio al reale. Insegna non concetti, ma un metodo.

Cosa c’è di meglio che leggere il libro? Ascoltare quelle stesse parole dalla viva voce di don Giussani. Alcune di quelle sue lezioni sono state da pochissimo pubblicate in podcast e, devo dire, sono impressionanti. Anch’io che avevo ascoltato quella sua parlata impetuosa dal vivo stavo ormai dimenticando, dopo tanti anni, quanta forza avesse. E’ come se i concetti acquistassero tridimensionalità, se l’oggetto del ritratto uscisse dalla cornice e prendesse vita. Una cosa è leggere di un episodio accaduto, un altro è sentirlo raccontare dalla bocca del protagonista. Non si può fingere una simile passione, passione per l’umano, passione per il divino. Il contrario della distaccata indifferenza di troppi.

Al termine si rimane scossi e quasi perplessi. Legge un brano di Carrell che parrebbe riferirsi all’oggi, ma è stato scritto un secolo fa; dalle lezioni stesse sono passati quasi cinquant’anni, ma è come se fossero state registrate questa mattina. Ci pare dire che l’uomo rimane lo stesso, anche se i tempi cambiano; che il cuore non muta e gli errori sono sempre quelli, con altro nome magari ma perfettamente riconoscibili. Si capisce davvero cosa ci abbiano visto tanti in lui; quanto di lui abbiamo dimenticato.

Fatevi un favore, anzi, un regalo enorme: ascoltatelo.

Dio a domicilio

Argomentavo nel post di ieri che non è il poter correre più veloce, o il vivere più a lungo, che cambierà la natura dell’uomo. Noi siamo come razza sostanzialmente immutati da migliaia di anni, fin dall’inizio della storia e probabilmente anche da prima, attirati dai medesimi desideri, dagli stessi piaceri e dalle stesse gioie.
Lo si può vedere dagli dei che sono stati adorati, e talvolta ancora lo sono, in tutto il mondo. Sono quasi sempre sovrapponibili l’uno all’altro, diversi nomi per esseri simili salvo nelle sfumature.
Gli dei cannibali che pretendevano il sacrificio di bambini innocenti preso i Fenici non sono poi così differenti da quelli che hanno infestato il Messico fino all’arrivo degli Spagnoli. Nel pantheon romano trovavano posto senza grosse difficoltà le divinità dei popoli conquistati, con appena minimi adattamenti.

Di queste convergenze possiamo dare tre spiegazioni distinte.
La prima è che tutte queste teogonie non siano che i riflessi di un’unica religione primigenia, che si è distinta e frammentata con l’espandersi della civiltà umana nel globo, in modo non differente da quello che deve essere accaduto con il linguaggio o con i tratti genetici.
La seconda è che gli dei si assomiglino perché sono personificazione degli stessi impulsi comuni dall’equatore al polo; vizi e virtù fatti entità da ingraziarsi e venerare.
La terza, che esistano davvero degli esseri con poteri non di questo mondo che si nascondano dietro maschere divine. Per la tradizione cristiana sono demoni, o forse quegli angeli che rifiutarono di schierarsi nella grande guerra celeste; comunque esseri che sanno come sfruttare le debolezze umane ai loro scopi.

Miti, realtà nascosta o personificazione di sogni, rimane il fatto che gli esseri umani si sono riforniti al supermercato delle religioni fin dal principio, acquistando il prodotto che più si confaceva al loro temperamento e alla società in cui vivevano. Esiste un solo caso, in tutta la storia, in cui non sia stato l’uomo a cercare il dio che più gli stava a genio ma Dio sia sceso a offrirsi al suo popolo, facendosi uomo lui stesso. Un Dio a domicilio. Che addirittura muore, non assassinato per qualche bega tra le divinità, ma per salvare quelli che chiama amici e fratelli. Quegli irritanti, cattivi, disperati uomini, sempre uguali a loro stessi, che mai non cambieranno, salvo che da quel Dio si lascino cambiare.

Mi manca

Mi ricordo quando giunse la notizia che attendevamo e temevamo da giorni. Don Berna era morto.
Per parecchio tempo dopo quel momento mi sembrò talvolta di vederlo in giro, con la sua caratteristica pelata. Erano solo persone che gli somigliavano, naturalmente. Ma quelle brevi allucinazioni erano un segno di quanto mi mancasse. E ancora mi manca, dopo venticinque anni.

Il mio essere ancora cristiano è dovuto all’opera di parecchie persone. Sicuramente lui è una di queste. La dottrina della comunione dei santi ci dice che coloro che hanno abbandonato questo mondo ancora partecipano con noi in unità. E’ vero, ma ci sarebbe proprio bisogno adesso, in questo luogo e questo tempo, della sua ruvida grandezza.

Tocca a noi, che siamo rimasti qui, portare avanti l’opera, lo so bene. Quella bellezza che ci aiutava a trovare, nella musica o nel cielo stellato della sua chiesa, nel mio piccolo cerco di comunicarla.

Però mi manca.

I tempi che ci tocca vivere

Lo premetto subito, non sono stato a Roma per il centenario di Don Giussani. Ho pensato molto se andare o non andare. Al di là degli oggettivi problemi logistici, quello che mi ha frenato è stata un’amara considerazione su me stesso. Ero sicuro che stare con gli altri, laggiù, sarebbe stato fantastico. L’ho vissuto molte molte volte; credo che siano più di una decina i soli viaggi “in giornata” che ho compiuto a San Pietro. Ma avevo timore. Timore che sarebbe stato come l’ultima volta che il Papa aveva dato udienza al popolo di Comunione e Liberazione, sette anni fa, dove ero rimasto ferito e amareggiato. Capite bene, timore non dei rimproveri in sé, ma di come io avrei potuto prenderli. Non so se sarei riuscito a sopportarli.

Lo so, è un mio limite, è come sono fatto io. E’ uno sbaglio, un difetto nel carattere, se vogliamo anche un peccato. Mattonatemi quanto volete. Io cerco sempre di correggermi, ma probabilmente non prego abbastanza; certamente non prego abbastanza.

Ho seguito in televisione. Quando è finito il discorso del Papa, ho pensato: ha detto più o meno quello che mi attendevo dicesse.
Un po’ di bastonate. Don Gius è stato grande, ma adesso lasciate perdere, perché è un mondo nuovo. Ubbidite.

Poi mi sono chiesto: va bene, ma cosa davvero avrei voluto ascoltare? Come avrebbe potuto essere differente?

Ho ripensato alle volte con Giovanni Paolo II, con Benedetto, anche con il Gius. Che anche loro ci cazziavano, eccome. Patapim patapam. Ma erano sempre come i rimproveri di un padre che dopo sai che ti rimbocca le coperte. Quando parlavano, il discorso non era distaccato da quello che c’era stato prima, la festa, i canti, la compagnia, ma ne era in qualche maniera il punto più alto.
Ribadisco, forse si tratta di un mio limite o un mio preconcetto, ma qui ho avvertito ancora una volta una cesura, come se la Chiesa più che una madre fosse un’istitutrice. Non ho ritrovato lo stesso calore. Si ubbidisce da inquieti.

Mentre riflettevo su questo, mi è capitato di leggere un brano del vescovo Luigi Negri, uno dei primi del Movimento. L’ultimo capoverso mi ha fatto saltare sulla sedia.
“(…) La Chiesa è un mistero da adorare, da venerare. Un mistero che è santo e divino non perché i cristiani sono impeccabili, ma perché fondata dall’azione dello Spirito Santo. Per questo non può essere concepita semplicemente come una struttura da decostruire perché non è al passo con i tempi, ammesso e non concesso che i tempi e i cambiamenti siano sempre positivi; occorrerebbe, infatti, capire dove porta il cambiamento prima di affermarne la positività. Credo che, in un contesto come quello odierno, nel quale l’immagine diffusa della Chiesa è tornata a essere quella di una struttura da adeguare ai tempi, perciò da decostruire per ricostruirla secondo nuove prospettive rivoluzionarie, sia davvero fondamentale recuperare a pieno la lettura della Chiesa come un dato sacramentale compiuta in modo alquanto puntuale da Giussani.”
Sì, è ciò che cercavo.

E’ questo il senso con cui sono state pronunciate quelle parole a S.Pietro? Oggettivamente, non lo so. Ho visto fatti brutti, che mi fanno dubitare. Ma so per certo che questo è il modo in cui io le voglio vivere, che fa davvero assonanza con il mio cuore, che risuona come risuonavano con il Gius e Wojtyla e Ratzinger. Sono passati i giorni in cui ci si poteva nascondere. Questo è un tempo di prova, e la sfida è per ciascuno di noi. Io ci sono.

Mare d’odio

Guardate il livello di menzogna nel mondo. Guardate le persone dividere le uccisioni in ignobili e giustificabili.

Un’auto che corre davanti a una cortina di fuoco, finché non diventa fuoco anch’essa. Cadaveri putrefatti dentro un autobus sforacchiato. Pezzi di bambina sparsi per il parco, insieme a quelli della nonna. E ancora, una ragazza che aveva visto troppo, un bambino che ancora non aveva visto niente, e le vite spezzate dalle menzogne di chi ha dato loro veleno.

Ci sono persone che possono trovare giustificazioni perfettamente accettabili per ognuna di queste morti. A dirla tutta, ne leggo e ne ascolto ogni giorno.
E’ talvolta gente importante, famosa, magari celebre proprio in forza di quelle giustificazioni. Il male è generoso con chi lo segue.

Ogni volta che diamo l’assenso a una di queste morti, giustificandola con le nostre parole o con il nostro silenzio, innalziamo quel livello di menzogna. E’ un mare opaco e senza luce nel quale si può facilmente annegare.

Per questo io credo nell’unica barca che può navigare questo oceano di odio e di falsità e trarre in salvo i naufraghi. Per questo sono cristiano. Non c’è altro legno che si oppone alle onde di tenebra, che non le divide in accettabili e no. Il solo luogo in cui tutte le nostre menzogne, il nostro odio, il nostro essere assassini in atti, parole, omissioni non sono giustificati, non sono ignorati ma, se abbiamo la forza di pentircene, perdonati.

Ottimismo, pessimismo, realismo

Ottimismo e pessimismo sono trucchi della mente, sono ideologie non meno letali di altre. Gli ottimisti credono che tutto andrà bene a prescindere, i pessimisti che tutto va male, e continuerà ad andarci.
Ambedue le affermazioni sono profondamente anticristiane.
Ci sono libri della Bibbia che a una lettura superficiale sembrerebbero sposare le due opposte convinzioni.

Se per il Qoèlet

Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità, tutto è vanità.
Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno
per cui fatica sotto il sole?

(Qoelet 1,1)

Il libro della Sapienza invece afferma:

(..) Dio non ha creato la morte
e non gode per la rovina dei viventi.
Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza;
le creature del mondo sono sane,
in esse non c’è veleno di morte,
né gli inferi regnano sulla terra,
perché la giustizia è immortale.

(Sapienza 13-15)

Se leggiamo bene, la posizione degli autori è ben più profonda. Non è negato il bene, non è negato il male. Tutto è riassunto nel libro di Giobbe: c’è un disegno oltre quelle che sembrano fortune, oltre quelle che paiono disgrazie.

Invece l’ottimista tende a dimenticare che il male è reale; il pessimista che l’amore di Dio è reale; ambedue scordano che esistono la redenzione e la salvezza.
Ciò che si dimentica raramente viene cercato. Ecco perché essere l’uno o l’altro è pericoloso.

Se prendiamo il Vangelo, al pessimista, Cristo indica che la compassione di Dio è più forte di tutti i fatti brutti della vita:

In seguito si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere!». E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Giovinetto, dico a te, alzati!». Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre. (Lc 11,17-22)

Un esempio di ottimismo mal riposto è invece Pietro. Quando Cristo prende a dire che a Gerusalemme sarà crocefisso, lui lo prende in disparte e lo rimprovera. La reazione di Gesù è un aspro rimprovero:

Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: «Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». (Mc 8,32-33)

Sappiamo a Gerusalemme com’è finita. Il Calvario non è stata una passeggiata. E l’essere cristiano non lo è: quanti martiri, ieri e oggi.
L’essere ottimista o pessimista sono posizione umane. Il cristiano è realista: sa che ciò che l’attende è la croce, in una forma o nell’altra. Ma proprio attraverso quella tutto è guadagnato.

Cosa ascoltiamo oggi?

Ricevo la richiesta di compilare un certo questionario online, che arriva nientepopodimeno che dai vertici della Chiesa. I risultati saranno presentati al Papa stesso, mi dicono. Il titolo è “la Chiesa ascolta”.
Un certo scetticismo ce l’ho. Man mano che vado avanti nelle domande, il disagio cresce. Ma davvero questo l’hanno pensato dei sacerdoti? Sembra più affine ad un sondaggio di certi giornali laicisti. Prendiamo ad esempio la domanda su cosa dovrebbe concentrarsi la Chiesa oggi. Le possibilità sono quelle sotto.

A leggerle, appare evidente una cosa: nella testa di chi l’ha ideato, il mondo ha già vinto. Si adottano le stesse categorie di coloro che sono stati e sono i nemici del cattolicesimo, hanno brigato e brigano per distruggerla. Quando si adotta il linguaggio del nemico, vuole dire che si è persa la propria identità, i propri valori, i propri ideali.

Tra quelle possibili risposte non ne trovo una realmente cattolica. Cattolico vuol dire universale; tutte quelle scelte parlano di particolari, di circostanze, di specificità che spesso sono state usate a scopo strumentale per mettere in dubbio il cristianesimo.
Perché i “LGBTQ+”, la patacca linguistica inventata per giustificare le anomalie sessuali da sempre sul mercato, e non gli obesi, o i bulimici del sesso etero? Perché l’essere cristiani sul luogo di lavoro dovrebbe differire dall’esserlo sempre? Cos’hanno giornalisti e scienziati che ci si debba inchinare davanti? Perché portare avanti un’agenda femminista, o seguire una moda ambientale che è cinico calcolo di chi ci guadagna?

Tutte quelle scelte potrebbero essere sostituite da una sola: annunciare Cristo, desiderare Cristo, vivere in Cristo. Tutti, perché tutti possiamo, tutti ne abbiamo bisogno. Tutto il resto è, come direbbe qualcuno, il diavolo che parla.

La Chiesa Patriottica

La Chiesa Patriottica è la Chiesa per il progresso dell’uomo. La Chiesa Patriottica ha a cuore “il grande progetto di trasmettere lo spirito pastorale, onorare il Signore e beneficiare il popolo”, con l’intenzione di “guardare avanti” cercando la verità e il pragmatismo. La Chiesa Patriottica vuole unire e condurre il vasto numero dei cattolici a prendere come guida il pensiero politico del nostro Presidente, per una Nuova era; continuare a tenere alta la bandiera del patriottismo e dell’amore per la religione, seguire i principi dell’autogestione indipendente della Chiesa e dell’educazione democratica, aderire alla globalizzazione del cattolicesimo nel mondo, rafforzando vigorosamente la lotta alle pandemie e al cambiamento climatico.

O meglio, la Chiesa Patriottica qui da noi. Altrove, ad esempio in Cina, le parole possono essere qui e là lievemente differenti nel contenuto, ma non nella sostanza. Non c’è da stupirsi, o scandalizzarsi troppo. Ogni tempo e ogni luogo hanno avuto la loro Chiesa Patriottica. Quelle che hanno inneggiato alle varie riforme e alle diverse rivoluzioni, adeguandosi alle mode perché è così che si raggiunge la gente. Coloro che sono i servi del potere corrente, che cercano e offrono la salvezza nella concretezza di ciò che vuole il mondo e i suoi sovrani. Poco importa che questi sovrani abbiano il nome di un imperatore, di un presidente, o di una generica entità: popolo, socialismo, globalizzazione. E’ un potere estremamene astuto, dal volto temporaneamente benevolo, che offre molto di più per la vita di tutti i giorni di quanto possa fare chiunque altro. In termini sia positivi: ricchezza, successo, tranquillità, che negativi: se non ci adori, perderai il lavoro, la famiglia, gli amici; sarai un reietto, uno spostato, un pazzo. Pagherai con la vita.

E questo è esattamente il punto: pagare con la vita. Un punto che troppo spesso dimentichiamo. Un punto che troppo spesso ricordiamo, e quindi ben venga la Chiesa Patriottica, che ti fornisce tranquillità e quieto vivere, che ti promette salvezza qualunque cosa tu faccia, invece di quell’altra che tutto quello che ti sembra offrire è una croce. In cambio la Chiesa Patriottica chiede poco: l’obbedienza alla parola del giorno, invece che alla Parola che si è fatta carne. Che costa, in fondo, un applauso, un po’ di silenzio?
Serviamo quindi la Chiesa Patriottica, che ci fornisce l’illusione di non esserci venduti. Che risponde, a suo modo, alla domanda: “Qual vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?”
In fondo, a che serve l’anima a chi non la usa?

I miei primi quarant’anni

Quando ero un poco più giovane di adesso, venni invitato ad una vacanza in montagna. Ero riluttante. Ci andai, aspettandomi di tutto tranne che incontrare qualcosa che mi avrebbe ribaltato la vita.

L’ultimo giorno, mi ricordo perfettamente, dissi: “Io non riesco mai a portare fino in fondo niente. Questa cosa che ho incontrato è troppo grande e bella. Un anno; proverò a starci a un anno”.

Ne sono appena passati quaranta. E ancora ci sto.

Qualcuno da seguire

Non mi interessa il potere, è un demone che ho congedato da un pezzo. Tutti quei giochini mi piacciono molto poco. Ciò a cui tengo è la verità, quella che rende liberi.

Perciò datemi qualcuno che spieghi il vero, che mi faccia crescere, che mi prenda in contropiede, che mi stupisca, che mi obblighi a pensare e ripensare me stesso. Datemi qualcuno che mi affascini per ciò che indica; datemi qualcuno da seguire.

E io, se so cosa mi conviene, lo seguirò.

Il giorno della cipolla

Dopo la rivoluzione francese, le festività dei santi furono rimpiazzate con giorni in cui si ricordavano particolari ritenuti importanti della vita rurale francese. Il 21 Giugno era il giorno in cui si onorava la Cipolla.

Nel nostro mondo contemporaneo, ancora una volta si dedicano i giorni, le settimane, i mesi a ciò che chi si illude di essere padrone del tempo decide sia importante esaltare.

I santi non se la prendono. Quello che è davvero importante loro ce l’avevano ben chiaro.
E’ per questo che li ricordiamo.

Perdono, perdono

Cristo non ci dice di perdonare per essere buoni, ma perché siamo cattivi.

Un tempo si chiamava amore

Certamente il post di ieri era un poco amaro. Per capire meglio i miei sentimenti, immaginatevi un luogo che vi è particolarmente caro invaso da turisti caciaroni che lo guardano con occhi ciechi, incapaci di cogliere la sua bellezza. Una bellezza nascosta dalla sciatteria, dalla vuota compiacenza, dalla dimenticanza di sé.

Chiedeva T.S. Eliot molti anni fa, è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa, o la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?

Proviamo a fare un altro paragone, quello del rapporto tra uomo e donna.
E’ meglio vivere assieme per abitudine, senza passione, indifferenti l’uno all’altro, ripetendo gesti che non hanno più significato, oppure vivere del tutto separati, immersi in reciproche infedeltà, “autentici” nel senso che non si fa mistero che non importa niente dell’altro, rapportandosi solo se costretti?

La risposta dovrebbe essere né l’uno né l’altro.
Perché ci si dovrebbe tornare ad abbracciare, se l’altro è indifferente, intercambiabile, se tutto quello che conta è il piacere che ci si può prendere usando l’altra persona?
Perché disseccarsi in riti vuoti, di cui non si afferra più il senso, alienazione sopportata solamente per immagine sociale?

Occorrerebbe non vedere chi ci sta davanti come una necessità morale, o un fugace passatempo da afferrare e lasciare, ma come la strada verso un destino comune, la sorgente della propria completezza e felicità. Un gran lavoro da fare in due, che un tempo si chiamava amore.

Dopo il ciaone

Come, credo, la maggior parte dei fedeli che va a Messa, ho imparato a temere ed evitare quelle volte in cui questa coincide con qualche sacramento extra – battesimo, prima comunione, cresima, matrimonio.
Non certamente per il sacramento di per sé. So per esperienza di bellissime occasioni di alimentare la fede, di cerimonie davvero edificanti che ti lasciano caldo dentro, come un fuoco nel grigiore dell’inverno.
Questo accade quando sono coinvolte persone che credono in quello che stanno facendo. Purtroppo, questo non avviene nella maggioranza dei casi, quando alla funzione sembra partecipare solo gente che in chiesa non entra dal giorno del proprio battesimo.

Frequentando le chiese con una certa assiduità, si può capire in fretta quelli che sono capitati lì solo per qualche occasione sociale. Sono spesso vestiti in maniera glamour, e non smettono di parlare, salutarsi, giocare con il telefonino; nella migliore delle ipotesi, fissare il vuoto con sguardo assente. Non rispondono al sacerdote, stanno seduti quando dovrebbero stare in piedi o in ginocchio, senza neanche la decenza di adeguarsi a chi conosce il rito. C’è la stessa sacralità di un ritrovo al bar, di una riunione di condominio.

Sabato sono arrivato un po’ trafelato per la messa prefestiva, e ho subito capito che qualcosa non andava. Stormi di giulive signore in abiti appariscenti riempivano con il loro cicaleccio i gradini della chiesa e il sagrato, i maschi radunati in un angolo della piazza fumavano e parlottavano indirizzando sguardi cinici verso quegli scalini, sguardi che dicevano “col cavolo che entro, non mi avrete mai”. Una parrocchiana sulla soglia ha captato il mio stato d’animo. “Cresime”, mi ha sussurrato. “Quasi quasi ritorno domani”, le ho risposto pronto al dietrofront. “Anche domani”, ha sospirato lei. Ho emesso un gemito. La fuga era inutile.
Va bene, la speranza è virtù cristiana. Magari mi preoccupo per niente, mi sono detto.

La messa è cominciata, la campanella ha suonato, il coro ha attaccato il canto iniziale; il sacerdote guidava la piccola processione che attraversava la chiesa verso l’altare.
Nessuno si è alzato.
Non gli invitati, non i cresimandi. A quanto potevo vedere l’unico in piedi ero io, in una cappellina laterale.
Cominciamo bene, mi sono detto. Non gli hanno spiegato nemmeno questo.

Accanto a me due ragazzini formato hobbitt si sono accapigliati per tutto il tempo. Genitori e parenti abbigliati a festa erano fuggiti fuori alla prima lettura. Dietro loro, una anziana coppia è rimasta seduta e zitta per tutto il tempo, come stordita. Nel banco ancora dietro, una signora con un top leopardato a spalle scoperte e minigonna inguinale consultava di tanto in tanto il cellulare. Parenti ritardatari, quando arrivavano, salutavano e abbracciavano i presenti. Il bisbiglio ininterrotto delle conversazioni rendeva difficile seguire. Manco dicevano “amen”.
Sì, la speranza è virtù cristiana; anche la pazienza, e devo ringraziarli per avermi aiutato ad esercitarla in grado eroico.

Mi sono interrogato; cosa abbiamo mai fatto, per perdere così intere generazioni? Per avere allontanato dalla fede così tanti? Come siamo riusciti a rendere la bellezza poco interessante, a nascondere la lanterna non solo sotto il moggio, ma in cantina? Cosa può fregare a questi che si stanno cresimando di una morale in cui non si riconoscono, perché hanno spiegato loro che possono fare quello che vogliono? Oh, il perdono sarà pure assicurato per chiunque, ma il perdono da che, se non ci sono più peccati? Se quelli che un tempo lo erano ora sono alla stregua di virtù? Non c’è niente che possa interessare, perché la domanda di senso della vita è nascosta e censurata. E non c’è niente di più assurdo della risposta ad una domanda che non ci si pone.

Sia la morale che la mancanza di morale hanno una cosa in comune: l’ignorare Cristo, il metterlo sullo sfondo. Togliendo il sapore al sale, il fascino alla bellezza, e il prossimo dall’amore. Abbiamo creduto che il compito del cristianesimo fosse mantenere un’etica sociale, che folli. Mi sono chiesto cosa sia stato detto a quei cresimandi, che motivo si sia addotto per rimanere cristiani, per tornare in chiesa anche dopo quel giorno, perché quella non fosse la cerimonia del ciaone.

Alla fine della celebrazione una catechista ha fatto i ringraziamenti. Alle forze dell’ordine, perché sono venuti ad insegnare i pericoli di internet… per la gita in fattoria, a vedere le bellezze della natura…
Sono uscito senza aspettare la benedizione. Anche la pazienza capisce quando è ora di smettere.

Siamo gente ben strana

Siamo gente ben strana.
Vediamo che la gente ricca non è felice, eppure bramiamo la ricchezza.
Ci accorgiamo che inseguire sogni di sesso senza limiti distrugge, eppure lo facciamo lo stesso.
Vorremmo un mondo senza limiti, leggi, morali, eppure dove quelle mancano sappiamo esserci l’inferno.
Faremmo di tutto per il potere, per quel poco di potere che potremmo ottenere, ma disprezziamo e odiamo chi quel potere ce l’ha.

(e, giorno dopo giorno, la nostra vita si dissecca in sentieri insensati)

Insomma, faremmo di tutto per essere infelici; e il mondo attorno a noi, il mondo dei ricchi, dei moralmente liberi, dei potenti e di tutto il loro contorno di celebratori ci incoraggia, unanime: “Siate come noi”. Schiavi del nulla.
Chi ci indicherà la felicità vera, se più nessuno sembra crederci? Come potremmo volere essere altro?

Siamo gente ben strana. Tutto ci indica la strada per l’infelicità, eppure noi guardiamo ancora il cielo.