Archivi categoria: tra lassù e quaggiù

La qualità del fare

Perché fare le cose?

Perchè si è obbligati. Perchè si viene pagati. Perchè ne ho un vantaggio.
Se queste sono le motivazioni, nell’istante in cui cessano – Sono libero! Mi pagano troppo poco! – allora cessa anche la nostra attività. Chi mi obbliga a fare le cose bene?

Perché voglio imparare. Perchè devo.
Si è passati a qualcosa di più alto del piano materiale. Quando però sentirò di avre migliorato abbastanza, quando il dovere mi verrà a noia, chi me lo farà fare di continuare ancora?

Perché questo lavoro è tutto per me. Io amo quello che faccio.
Ma prima o poi ci si accorge che quel che pensiamo tutto è solo una piccola parte; che in fin dei conti la vita è più grande, e quel nostro tesoro non la riempie, non le dà senso. Arriva la disillusione. Si smette di fare, o si continua per inerzia.

Quanto è differente, invece, chi fa le cose perché ama non (solo) la cosa che fa, ma Chi gli permette di fare. Lo spinge il desiderio di imitare Chi ha fatto tutte bene ogni cosa, lui stesso compreso, perché le ama tutte. E quindi vuole restituire un poco di quell’amore, cercando di imitare quella perfezione.

Una persona così non smetterà mai di cercare di migliorarsi, non accetterà di fare lavori approssimativi, non si accontenterà di una qualità minore, perché sa che solo la ricerca del bello e del vero, tramite il lavoro della sua testa e delle sue mani, è un compito adeguato alla statura di quello che è. Cioè un uomo, un figlio di Dio.
Non si accontenterà di niente di meno.
Cercate questo tipo d’uomo, voi che desiderate maestri, desiderate le cose fatte bene.

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Vuoto a perdere

C’è un particolare episodio della Bibbia che mi ha fatto sempre pensare. E’ dal primo libro di Samuele. Si narra della guerra tra Israele e i filistei, avvenuta circa undici secoli prima di Cristo. Gli ebrei le stanno prendendo sonoramente dai loro nemici, e di fronte alla prospettiva della sconfitta si dicono: perché non facciamo venire l’Arca dell’Alleanza? Con quella abbiamo sconfitto gli egiziani: non possiamo perdere!
Così l’Arca arriva, tra le acclamazioni degli israeliti e il timore dei filistei; e ricomincia la battaglia.
Gli Ebrei vengono fatti a pezzi. I superstiti fuggono e l’Arca è catturata.

Certo, si è presi un po’ in contropiede. Ma come, quelli hanno il Signore, hanno l’Arca, e vengono massacrati? Allora Dio non esiste?
Il problema è che abbiamo visto un po’ troppi film di Spielberg. O meglio, ragioniamo alla stessa maniera di quei soldati di Israele di tremila anni fa. Ci aspettiamo che Dio sia una specie di talismano , un idolo, un simbolo da sfoggiare che ci rende imbattibili e invulnerabili. Pensiamo che basti portare il distintivo e i nemici saranno sconfitti, i nostri desideri realizzati. E sarà meglio che sia così, ringhiamo verso Dio, altrimenti…

Questo era diventato l’Arca: un comodo simbolo da sfruttare, per ottenere tributi o sconfiggere i nemici. I suoi custodi, i figli del sacerdote Eli, sono descritti come corrotti e approfittatori. Moriranno con gli altri in battaglia.
Non basta avere una carica, mostrare un simbolo – fosse anche una croce – per assicurarsi la vittoria. Dio non è ricattabile. La croce serve per salirci, non per essere usata come vessillo, neanche per un fine nobilissimo. Il Signore ha una maniera un po’ drastica di ricordarcelo.

Coloro che pensano che basti il simbolo, allora come oggi, vogliono un’Arca da cui sia stato tolto quel Dio così scomodo, sventolano una croce su cui non c’è Cristo. Un imballaggio senza contenuto, una scatola vuota, inutile contro i filistei di ieri e di oggi.
Vuoto a perdere, pronto ad essere buttato via.

 

La vita degli uomini

Avendo già oltrepassato da un pezzo la metà della mia vita, almeno statisticamente parlando, mi sono trovato a interrogarmi più volte su quel mistero che attende tutti noi. Grande Mistero davvero. La morte di un uomo è qualcosa di immenso e irrimediabile. Tutto ciò che ha visto, tutto ciò che ha imparato, tutto quello che ha fatto e che avrebbe potuto fare sono persi per il mondo in cui ha vissuto. La memoria di cose accadute svanirà, perché di tanti di esse era l’ultimo, l’unico testimone. Quante cose non si sapranno mai, quante non si potranno mai sapere; e, anche ne venissimo in qualche modo a conoscenza, anche questa nostra coscienza è destinata un giorno a svanire allo stesso modo.

Cosa ne sappiamo perciò della vita degli uomini? Quale ricchezza custodiscono, irripetibili, dentro la loro anima? Quali abissi di gioia, bellezza, e quali vuoti, quali terribili mancanze, quali mali innominabili? Non riusciamo a comprendere nemmeno noi stessi, tanto più persino le persone che ci sono più vicine e care: i nostri genitori, i nostri figli, i nostri sposi. Rimangono entità misteriose, che non conosciamo davvero e non conosceremo mai nella loro verità. Quanto, allora, i veri sconosciuti?

Se ogni momento del tempo non fosse consegnato all’eterno, se il tempo di ogni uomo andasse per sempre perduto, che sarebbe valso vivere? Che senso avrebbe l’istante, così fuggevole che è già svanito quando ci accorgiamo di esso? E ognuno di noi, che varrebbe?
Eppure ci siamo, esistiamo, non siamo nulla; e questo è il mistero più grande. Non andiamo sprecati, perché qualcuno ci ha voluti, ci ha desiderato, dal profondo del tempo.

Non siamo perduti. Non lo saremo.

 

Candelora

Mentre facevo la processione della Candelora, stasera, riflettevo come questa fosse immagine fedele di noi stessi. Piccole deboli fiammelle di candeline da quattro soldi, prone a scaldarsi troppo, facili a spegnersi, con una luce fioca ed incostante.

Ma è una luce che non brillerebbe se non fosse stata accesa da qualcuno. Se non ci fosse stata una fiamma originaria, passata poi di lumino in lumino fino a rischiarare tutta la navata con il suo sommesso chiarore.

Lo sfarfallio di ciascun fuoco non è così importante, se si è in molti, vicini, a splendere.
Splendere fiocamente, certo. Ma a sufficienza per capire dove si sta andando, e scacciare il buio.

Quel che siamo

Siamo dei Nulla che cercano il Tutto.
Per questo non ci possiamo accontentare di Qualcosa.

Te Deum 2017

Ti ringrazio, Signore, per ciò che non va.

Per la pioggia fredda senza ombrello, l’autobus in ritardo, il dolore ai denti. Per tutto ciò che è fastidioso ed indesiderato, per un mondo che non è come vorrei, ti lodo. Per ogni cosa irregolare, storta, malfatta, che mi ricorda quanto lo sono anch’io, grazie, Signore.

Grazie per avermi fatto sbagliato e avere fatto sbagliato il mondo. Che era la maniera più giusta di farlo. Tu ci dai tutto, tutta questa imperfetta bellezza, questa giustizia zoppicante, questa verità nascosta. Così che, colmi di desiderio, cerchiamo la perfetta bellezza, la vera giustizia, e quella verità che è sempre sotto i nostri occhi. Insomma, che cerchiamo Te.

Grazie per ogni momento di lotta, vale a dire ogni momento di vita. Daccela in abbondanza, così che ancora una volta possiamo dire: Te Deum laudamus.

Il cuore della faccenda

Ieri sera, mentre cantavo l’Hallelujah di Haendel da dietro l’altare della chiesa di S.Cristina, nel centro di Torino, pensavo che una cappella così, piena di storia, in America sarebbe monumento nazionale e verrebbero da migliaia di chilometri per vederla. Qui ci siamo abituati, la guardiamo appena mentre pensiamo ai nostri piccoli affari che saranno già dimenticati domani.
Il traffico demenziale, l’isteria di inseguire un dono obbligatorio, la distrazione dei cellulari sempre connessi con l’inessenziale. Tutto ci spinge a trascurare quello che importa davvero. Quello che ci fa costruire bellezza, la quale tuttavia neanche lei è il cuore della faccenda.
Anche questi quadri e queste note non ne sono che un riflesso: la realtà vera sta ancora più a fondo, in una stanzetta odorosa di letame e calda di animali nella cenciosa periferia di un impero di venti secoli fa. Dove la verità del mondo, la spiegazione del mondo, delle nostre corse affannose con il telefono in mano e degli  Hallelujah! di Haendel è diventata la carne e il sangue di un bambino nato per questo.
Per regnare in eterno.

Senza di lui saremmo ancora qui, a cercare di conoscere cosa è importante davvero. Adesso invece lo sappiamo. Tutto quello che ci resta è capirlo.

Buon Natale.

TU

La legge è una imposizione dall’alto, estranea all’uomo anche quando è giusta, quando è connaturata, quando segue per filo e per segno di cosa l’uomo è fatto.
Solo quando il rapporto passa da re-schiavo ad amico, ad un tu,  allora acquista senso e non causa ribellione.
Solo in un tu c’è il senso della vita.
Ma se già nell’incontro tra due uomini la libertà del tu non può venire sollecitata da mediazioni di potere o di magia, ma deve aprirsi da sè, tanto più il TU assoluto e infinito potrà aprirsi all’uomo solo nella piena libertà e nella grazia puramente gratuita.

Quel TU che fa l’uomo doveva farsi incontrabile ed incontrato per fare capire che la sua Legge è dolce, e leggera, al contrario di quelle degli uomini. Ma senza un TU da chiamare per nome tutta la libertà non serve a niente, è solo una trappola che imprigiona, un labirinto senza uscita. Dice Lagerkvist:

Uno sconosciuto è mio amico,
uno che io non conosco,
uno sconosciuto lontano lontano.
Per lui il mio cuore è pieno di nostalgia.
Perché Egli non è presso di me.
Perché Egli forse non esiste affatto?
Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza ?
Che colmi tutta la terra della tua assenza ?

Quell’assenza è diventata Presenza. Si è incarnata. Questo è il Natale: potere chiamare il senso della vita TU.

Obbedire

La caratteristica fondamentale (della) religiosità naturale è lo sforzo dell’individuo: è la mia coscienza che vi si applica, la mia genialità che lo crea, la mia energia che lo costruisce. Ma nella storia umana, ad un certo punto, è venuto un uomo, Gesù Cristo, che ha offerto allo sforzo religioso di tutta l’umanità la possibilità di realizzarsi. Anche se dinanzi a questa sua pretesa molti si sono ribellati e non hanno saputo vedere in Lui il Dio che cercavano, da questo momento la metodologia religiosa, il modo di andare a Dio, si è totalmente capovolto: prima era opera di genialità; ora è questione di obbedienza. Nel primo momento assieme alla devozione alla divinità era mischiato l’orgoglio personale; ora non c’è più affermazione di sé, ma abbandono. Prima erano favoriti i geni religiosi; ora il genio ed il bambino sono alla pari. Più precisamente: prima il metodo era uno studio mio, una ricerca mia; adesso è un’esperienza mia. Prima era una costruzione; adesso è un incontro. Prima era una teoria; adesso è un fatto irrecusabile. Prima potevo fingere Dio secondo un mio criterio o un mio gusto; adesso devo prenderlo o lasciarlo così come mi si presenta.

Luigi Giussani,  “Porta la speranza: primi scritti”

Questo è l’Avvento, il tempo che è appena cominciato: iniziare a capire che occorre obbedire alla realtà, per raggiungere quella “perfetta letizia” di cui parla S.Francesco. Che non è eroica sopportazione del male, indifferenza al proprio destino o apatia similbuddista, ma consapevolezza che c’è un bene che racchiude e redime ogni cosa, comprese le più fetide; cioè noi.
Come chi sopporta disagi, sofferenze, viaggi interminabili pur di vedere per qualche minuto la persona amata: e quando la raggiunge nessun sacrificio sembra vano.
Sì, questo è l’Avvento. Comprendere che ciò che ci cambia e ci salva viene, è venuto, e tutto quello che ci chiede è accoglierLo.

Arancio

La persona che cammina davanti a me nella via ha una specie di gonna arancione sotto il piumino. Trascina ballonzoloni sul selciato un trolley bianco e blu, e tiene in mano qualcosa, forse dei libri.
Passa sull’altro marciapiede, mentre io mi avvicino al cancello di casa. Mi volto verso di lui, lui mi sorride attraverso la strada e i miei sospetti sono confermati.
“Buonasera”, mi saluta, ed io ricambio.
“Le interessa sapere qualcosa sulla spiritualità orientale?” Mi chiede.
La mente mi corre a parecchi decenni fa, quando vidi per la prima volta quelle tuniche arancioni, in quel di Genova. Ero molto giovane: mi incuriosirono i loro canti monotoni, i crani rasi, la loro danza improvvisata. Studiai un poco il loro credo, mi feci anche imprestare un disco di quelle loro nenie sempre uguali, che non riuscii ad ascoltare fino in fondo. Erano anni che non ne vedevo uno: le mode passano.
Declino sorridendo. “No, grazie, torno adesso da Messa”.
Anche lui sorride. E’ giovane, forse vent’anni o poco più, strisce di biacca bianche sul volto imperbe sotto il cappuccio.
“Bene, in fondo siamo tutti e due in cerca di spiritualità”, mi dice.
“Sì, anche se ben diverse”, replico sorridendo anch’io.
Ci scambiamo gentili saluti, gli auguro buon proseguimento, lui va, io entro in casa. Ah, sto invecchiando. In altri tempi ci avrei discusso per ore, ma fa troppo freddo, è troppo buio, ho da fare e non ho più la pazienza di un tempo.

Ho sempre un po’ di rimorso, in questi casi, per le mie omissioni. E domande: cosa avrà visto quel giovane gentile nel suo culto orientale, in usanze esotiche che lo spingono per strade sconosciute al gelo? La mia fede in Cristo è una fede fatta di ragione, si fonda sulle risposte a tutte le questioni, sulla storia, sull’esperienza. Qualcuno mi ha spiegato la vita, e quelle spiegazioni hanno senso, sono solide, non si contraddicono. Tutto questo quel giovane non l’ha visto, non l’ha trovato, e l’ha cercato altrove, lontano.
In risposte umane al Mistero.
Quanto siamo stati fortunati, mi diceva l’altra sera un sacerdote. E’ vero. Abbiamo incontrato ciò che è vero, ed era proprio accanto a noi.

La scelta

Uno dei commenti su Twitter al post di ieri diceva così, parlando di Cristo:
Nessuno gli ha chiesto di morire per noi quindi è stata una sua scelta

Il che è sicuramente vero. Ma mi domando che razza di concezione dell’esistenza sia quella per cui le cose si fanno solo perché obbligati.
Non abbiamo chiesto di nascere; non abbiamo chiesto di vivere in un mondo così bello, vario, amico della vita. Non abbiamo chiesto noi che un oggetto posato in un luogo rimanga lì, se nessuno lo tocca; che l’acqua sia bagnata e l’aria si possa respirare.

Non è una nostra scelta se qualcuno ci ama; non è una nostra scelta se qualcuno ci ha amato così tanto da darci i tramonti e le montagne innevate, i gatti e le rose.
Non è una nostra scelta che Chi ci ha dato tutto questo ci abbia alla fine amato tanto da piangere per noi, e morire per noi.
E’ stata la libertà, nella sua forma più pura, che è un altro nome dell’Amore.

Ma noi, cosa scegliamo?

La pretesa finale

Il popolo ebraico ai tempi di Gesù era convinto che Dio intervenisse nel mondo in cinque maniere diverse. Tramite la Parola (“Ogni mia Parola non ritornerà a me senza avere compiuto ciò per cui è stata mandata”, dice Dio secondo Isaia ); tramite la Sapienza – c’è un intero libro della Bibbia dedicato a lei, per non parlare dei Proverbi che ne cantano le lodi; tramite la Legge, che è più manifestazione divina che codice scritto, e di questa c’è l’intero Pentateuco; c’è lo Spirito, che è attivo nei Profeti e nei personaggi come Sansone; e poi c’è il Tempio, la dimora di Dio sulla terra.

Se prendiamo i Vangeli, possiamo notare che Gesù si identifica formalmente con ognuno di questi aspetti. E’ questo che lascia sbigottiti sacerdoti, scribi, farisei. Secondo la loro concezione era la bestemmia suprema per un uomo.
Nella parabola del seminatore quella che è seminata è la Parola, e Lui si identifica in colui che la manda. Così per la Sapienza: il saggio è colui che ode le mie parole, dice Cristo, e costruisce la casa sulla roccia. Cioè suggerisce che è lui che porta la Sapienza.
La questione della Legge è più evidente ancora: Gesù si pone come colui che dà una Legge nuova, completamento della antica. Tramite lo Spirito scaccia i demoni, e vengono scacciati in nome suo; e, per finire, si identifica con il Tempio nella famosa frase “Distruggete questo tempio e lo ricostruirò in tre giorni”.
Non possiamo capire appieno molti passaggi dei Vangeli se non comprendiamo questo: quasi ogni cosa che Gesù compie punta a dimostrare a coloro che lo incontravano, e a noi con lui, la sua pretesa di divinità. Affermare che Cristo non si sia mai definito Dio è semplicemente ignorare i fatti.

Ora, possiamo credere o non credere in Gesù, ma in ogni caso ci si pone una scelta. Perché se Lui è veramente Dio, se quello che sostiene è vero, allora l’unica cosa sensata da fare è seguirLo, capire cosa voglia da noi. In Lui c’è il nostro destino di uomini.
L’unica altra alternativa è considerarlo un pazzo visionario.
Ma, accidenti, quante cose vere e giuste diceva quel pazzo. Quale sano è mai stato come lui?

Strane associazioni

Se la Chiesa non servisse per condurre alla santità, cioè a seguire in tutto e per tutto la volontà di Dio, sarebbe solo un’inutile associazione di strani fissati che non capiscono perché il loro fondatore abbia fatto la fatica di morire.

Il più grave peccato

Il più grande peccato non è peccare. E’ condurre gli altri al peccato, perché si somma peccato a peccato. Si distrugge la vita propria e l’altrui.
Ma c’è di peggio. Ed è condurre al peccato asserendo che non ha bisogno di redenzione.
Perché il peccato della carne è una cosa, quello dello Spirito è ben più grave.

Quale misericordia per chi dovesse commetterlo, davanti al Giudice? Le anime dei perduti parleranno contro di lui.

Badate al giudizio, perché sarà giusto.

L’abbraccio

C’è qualcosa che ti abbraccia prima ancora che tu sbagli – e sì, sbaglierai.
Ma, se ti fidi, questo abbraccio ti porta fuori dal tuo buco. Basta farsi vincere da esso, avere quella che possiamo chiamare povertà di spirito: il non opporre la nostra menzogna alla verità di noi.
E’ il primo nostro errore, fingere di essere quello che non siamo, ostinarci in quella che è la nostra idea: del mondo, di chi ci sta di fronte, di noi stessi.

Quel desiderio di felicità che tante volte non sappiamo neanche di avere è destato da quell’abbraccio, che qualcosa, anzi, qualcuno si muove per darci. E’ una presenza che possiamo ignorare solo dandole le spalle. La vita è meglio di quello che possiamo immaginare. E’ essere perdonati in tutto, se scegliamo di dare tutto.
E’ proprio il concedersi senza ombre che fa svanire il peccato, che non è nient’altro che quella bruttura dell’animo, quello sguardo opaco e falso su ogni cosa.

Così possiamo essere liberi, per prima cosa da noi stessi. Anche lo sbaglio più enorme scompare; come scompare il gelo in una fulgida mattina di sole.

Eresie di nicchia

Chiesa barocca nel centro di Torino, che più centro non si può. Nicchia laterale. Una versione dipinta in un beige inquietante del viso della sindone, e tutt’intorno ritratti di…

…santi?
Non proprio. Oh, c’è padre Pio. Madre Teresa. Papa Roncalli.
Va bene, facciamoci pure stare con gli altri anche il fu cardinal Martini. Ma Gandhi? Non è che fosse così tanto cattolico, ne manco cristiano; sicuramente un gran personaggio, seppure con scelte di vita che di santo e cristiano avevano poco… stesso discorso per Martin Luther King, sull’altro lato.

Ma il Martin Lutero originale?

Sì, anche il suo ritratto occhieggia tra gli altri. Lui che la Chiesa l’ha divisa, e che avrebbe probabilmente bruciato buona parte di quanto sta intorno a questa sua effige. Come l’avrebbe presa a trovarsi appena sopra ad un rappresentante del “papato in Roma fondato dal diavolo“?

Forse sono ingenuo io, a pensare che mettere candeline (sia pure elettriche) davanti ad eretici e non credenti sia inopportuno. Non è che i santi veri scarseggino. Altrimenti uno potrebbe pensare che allora l’ubbidienza, la fedeltà a quanto Cristo ha detto e la Chiesa ha tramandato, la fede stessa nel Signore non siano virtù da coltivare. Che Colui che si può vedere al centro poteva anche evitare di ricevere le botte e le ferite, morire in croce. Bastava un po’ di buona volontà, o sola fede, a seconda del patron scelto.

Mentre fotografo la nicchia, non posso fare a meno di pensare: almeno non hanno messo Che Guevara.
Forse non c’era più posto.

Senza giudizio

Probabilmente non lo sapete, non è il genere di notizia che si possa leggere sui nostri giornali o vedere alla televisione, ma alcuni giorni fa molti leader protestanti evangelici hanno firmato il cosiddetto “Nashville Statement“, la Dichiarazione di Nashville.
Di cosa si tratta? Di una forte riaffermazione che il piano di Dio preveda maschi e femmine, e che questa differenza non sia a discrezione dell’individuo. In quattordici articoli si parla di matrimonio, di castità, di ciò che compone la sessualità umana; negando ciò che su di esse dice il mondo in contrapposizione alle Scritture. Sebbene siano redatti da evangelici per evangelici, e si veda chiaramente, questi articoli potrebbero essere sottoscritti senza problemi anche da un cattolico. Di quelli “vecchio stampo”, intendo, un po’ come me.

Naturalmente una così forte e ampia presa di posizione contro gender e transessualismo rampanti non poteva non suscitare reazioni e contrapposizioni. Non starò lì ad elencarle, chi è interessato potrà approfondire per conto suo. Mi limiterò ad una nota he ho trovato in un post di un noto teologo: cioè che, almeno in ambito cattolico, quello che è inerente alla sessualità non trovi quasi mai posto in omelie e dichiarazioni. Non l’omosessualità, ma la sessualità per così dire normale. Quella della stragrande maggioranza della gente.

Quella è America, ma devo dire che anche da queste parti è così. Personalmente non ho mai sentito predicare, se non in ambiti decisamente ristretti o dedicati, quale sia la visione cristiana sull’argomento. Perché si debbano evitare i rapporti prematrimoniali, i mali del divorzio o dell’aborto. Ho seri dubbi che siano argomenti affrontati in qualsivoglia luogo nel catechismo per i bambini, dato che questo è rivolto a un’audience di un’età ancora disinteressata. E dopo, dove si può sentire? Così temo molto che, al di fuori di quegli ambiti di cui parlavo prima, i giovani cattolici crescano completamente ignoranti della visione della loro chiesa sull’argomento, e soprattutto dei perché di questa visione. E’ come se si fosse rinunciato ad avere un punto di vista diverso da quella del mondo, forse perché si considera il mondo come stravincente. Come stupirsi poi dei risultati?

Ho letto che, se un matrimonio su tre finisce in divorzio, tra coloro che vanno a Messa la percentuale cala a uno su cinquanta, e uno su millecento per sposi che pregano insieme. Ma, a Messa, queste cose non vengono dette. Mi confidava un sacerdote qualche anno fa che praticamente tutti i frequentatori dell’oratorio avevano avuto le loro esperienze. Il guaio è trovarlo normale. Per poi stupirsi dei disastri della vita personale che attendono nel corso degli anni. Dell’infelicità.
Si ha quel che si semina. Se non si semina, non è lecito attendersi un raccolto.

Sembra che per certi uomini di chiesa si debba parlare di sessualità solo per dire “non bisogna giudicare, non bisogna condannare”. Come se il peccato non esistesse. Come se il peccato non avesse le sue conseguenze, in terra come pure in cielo. Come si fa a condannare la pratica omosessuale se non si condanna la pratica eterosessuale fuori dal matrimonio? Se non si dice che cosa sia il matrimonio, dove sta la sua bellezza e la sua convenienza, come attendersi che i giovani lo desiderino? Per quale scopo attendere, se non viene fornito uno scopo?
Come si può giudicare non le persone, ma gli atti, se non si è più neanche certi di cosa sia bene e cosa sia male? Non si ha più giudizio non solo sugli altri, ma anche sulle nostre stesse azioni. “E’ senza giudizio”, diceva mia nonna per indicare una persona che non sapeva quello che faceva.

Parte della Chiesa sembra avere abbandonato l’umanità perché incapace di dire le cose chiaramente. Per paura, per convenienza; o meglio per mancanza di fede, di speranza, di carità. Come se non fosse più vero ciò che diceva Gesù, ciò che si credeva in faccia al mondo solo l’altro ieri. Se non sono i sacerdoti a parlare chiaro, chi dovrà essere? Se nessuno li educa al vero, come faranno i nostri figli a crescere bene?

Gli evangelici hanno la Dichiarazione di Nashville, noi cattolici documenti magistrali a iosa. Ma se quelle parole, quelle realtà non ricominciano a essere dette dove possono essere sentite, cosa accadrà di noi?
Rimarremo anche noi senza giudizio, in attesa del Giudizio vero?

 

 

Un fruscio d’ali oscure

Verrebbe voglia di considerarlo tutto uno scherzo, questa cosa del diavolo.
Sì, il demonio ha talvolta persino la faccia simpatica. C’è la tentazione di raffigurarselo un bonaccione, ma poi questo nostro intelletto moderno prevale e ci si dice “ma tanto davvero non esiste”. E’ solo un cartoon, buono per fare battute, per post più  meno sarcastici, raccontini quasi umoristici. Un topos letterario. La personificazione dell’astuto ingannatore. Una macchietta.

Poi, talvolta, lo senti veramente.
Oh, è tanti anni che lo impersono. Dovrei essere vaccinato. Invece ci sono momenti in cui riesco ad udire il fruscio delle sue ali coriacee. In cui lo ascolto parlare, per bocca di coloro che ha preso. Di coloro che collaborano con il male. Coscientemente. Ce ne sono.

In quegli istanti percepisci il pozzo tenebroso di una malvagità senza fine. L’opposto del bene, la mancanza del bene, e quel buco che sprofonda nel nulla non ha un fondo. Non ha un limite. Si inabissa bene al di là dell’umano.
Ascolti, e capisci che non è una burla, che non è un’illusione, una invenzione buona per raccontini morali. E’ una forza oscura, che non ha misericordia, e che se ti appare bonaria è perché ti sta ingannando.

Ridete di me, razionalisti, materialisti, cattolici che non sanno più credere a ciò che va oltre il reale – a Dio, figurarsi al diavolo.
Ma questo mistero c’è. Ci sta guardando, proprio ora.

Piccolo cuore contorto

Mi rammentava un’amica di pregare non tanto per gli innocenti, che non ne hanno così bisogno, quanto per coloro che gli innocenti li ammazzano, o giustificano quella scelta di odio con parole che sembrano amore ma ne sono l’opposto.
Eh sì, è questo il cristianesimo. Pregare per l’aguzzino, per il boia, per il carnefice, e per coloro che li applaudono; elevare suppliche per le anime nere e quelle grigie, che possano vedere negli occhi delle loro vittime un riflesso di quella bontà che li ha fatti.

Nostro Signore mi perdoni, quanto è difficile. A sentire certe parole mi è venuto d’impulso l’invocare fulmini celesti. Poi mi sono sentito subito “figlio del tuono”, e mi sono immaginato il cazziatone. Non esistono già abbastanza omicidi al mondo che anche noi lo diventiamo, sia pure solo nel nostro animo? No, non riuscirai a farmi scegliere il male. Che io ti combatta non vuol dire che io non ti ami, piccolo cuore contorto e assassino che potresti essere il mio.

Ne facciamo a meno

Per  il post di oggi faccio poca fatica. Sono tre citazioni.

“If the payoff for bad behavior is high, and the odds of getting caught and punished are low, bad behavior happens every time.”
“Se la ricompensa per il comportamento cattivo è alta, e le probabilità di essere presi e puniti sono basse, il comportamento cattivo avviene ogni volta”

-Scott Adams-

“No one knows how bad they are till they have tried very hard to be good.”
“Nessuno sa quanto è cattivo se non dopo avere provato con tutte le forze ad essere buono”

-C.S.Lewis-

“None of us feels the true love of God till we realize how wicked we are.”
“Nessuno di noi sente il vero amore di Dio fino a quando non capiamo quanto siamo malvagi”

-Dorothy Sayers-

Se uniamo tutte e tre le citazioni, si ottiene che non sentiamo il vero amore di Dio fino a quando non ci accorgiamo che, di fronte alle tentazioni, pur con tutte le buone intenzioni, da soli cadiamo miseramente.
Oh, certo, ci si può giustificare in mille modi. Che la regola sia cattiva, che sia mal posta, che la società sia fatta così, che non possiamo fare altrimenti nel mondo d’oggi, che Dio ha creato un mondo malvagio, che sappiamo noi qual è il nostro bene, che buono e cattivo non esistono, che dipendono, e via andare.

Ma l’amore di Dio, in tutte queste scuse, non c’è. Ne fanno a meno. Noi con loro.
Senza amore non c’è perdono.
Quanto miseri siamo.

Di balene, dinosauri e uomini

Agire o non agire? Essere o non essere, come direbbe il vecchio Shakespeare? Procurarsi grane contestando i potenti di questo mondo, o dormire sicuri perché Dio ha già vinto? E, già che ci siamo, come dice una cara amica, come faccio a sapere davvero che Dio ha già vinto? O che sono nel giusto a contestare?

Sapete, provo un grande dolore, perché mi sembra di essere un dinosauro in un mondo di mammiferi, una balena spiaggiata che non può tornare al mare. Posso incolpare gli asteroidi o il global warming, ma sta di fatto che i tempi sono cambiati, e quelli nuovi non mi piacciono.

Non mi piacciono perché non li trovo veri; non mi piacciano perché non corrispondono alla fibra più interna del mio cuore.
Ma è il mio cuore ad essere sbagliato, o i tempi? Forse dovrei adattarmi, farmi spuntare le mammelle o le zampe e adattarmi, evolvermi perché i tempi mi urlano questo.

Sempre che i tempi siano sinceri nel loro millantare; sempre che questi cambiamenti siano ineluttabili come provano a farci credere, e non siano che un sussulto della terra, una bassa marea destinata a recedere perché i tempi sono temporanei per definizione. E le urla non siano che strida di uccelli da preda.

Se una cosa è vera rimane vera per sempre, questo devo credere; perché se no non avrei un terreno sul quale puntare i piedi, un mare in cui nuotare, e sarebbe inutile il mio stesso chiedermi che fare. Dato che non ci sarebbe risposta.

Se è vero che Dio ha già vinto l’ha fatto in un momento del tempo, in un luogo che non sono questo momento, questo luogo. Se ciò che è vero rimane vero allora è vero anche adesso, anche qui: quello che manca è l’annuncio di quel fatto, un annuncio che conta sulle mie gambe, sul mio fiato, sul mio cuore.

Agire o non agire? Agire, ma senza astio, senza quella rabbia che sarebbe contraddizione. Ci potranno essere occasioni perse, e sconfitte e tradimenti: lo so, lo sappiamo. Non sarà una strategia errata a cambiare il vero. Che il dolore per ciò che non è si faccia parola e mano e cuore che trabocca.
Essere o non essere? Essere, per esserci, perché solo chi c’è vive. Ma vivere per il bene che è. Perché il mare c’è, balena. E tu dinosauro, spiega le tue ali e vola.


(Lo so, sono troppo retorico, ma perdonatemi:  sono solo un dinosauro)

Di padri e Padri

Partiamo da questo bel brano di Peguy:

«Chiedete a un padre se il miglior momento
Non è quando i suoi figli cominciano ad amarlo come uomini,
Lui stesso come un uomo,
Liberamente,
Gratuitamente,
Chiedetelo a un padre i cui figli stiano crescendo.

Chiedete a un padre se non ci sia un’ora segreta,
Un momento segreto,
E se non sia
Quando i suoi figli cominciano a diventare uomini,
Liberi
E lui stesso lo trattano come un uomo,
Libero,
L’amano come uomo,
Libero,
Chiedetelo a un padre i cui figli stiano crescendo.

Chiedete a quel padre se non ci sia una elezione fra tutte
E se non sia
Quando la sottomissione precisamente cessa e quando i suoi figli divenuti uomini
L’amano, (lo trattano), per così dire da conoscitori,
Da uomo a uomo,
Liberamente.
Gratuitamente. Lo stimano così.
Chiedete a quel padre se non sa che nulla vale
Uno sguardo d’uomo che incontra uno sguardo d’uomo.

Ora io sono il loro padre, dice Dio, e conosco la condizione dell’uomo.
Sono io che l’ho fatta.
Non chiedo loro troppo. Non chiedo che il loro cuore.
Quando ho il cuore, trovo che va bene. Non sono difficile.

Tutte le sottomissioni da schiavo del mondo non valgono un bello sguardo da uomo libero.
O piuttosto tutte le sottomissioni da schiavo del mondo mi ripugnano e io darei tutto
Per un bello sguardo da uomo libero».

da Ch. Peguy, “Il Mistero dei Santi Innocenti”

Come padre posso dire che sì, è vero. Ma tra il momento in cui tuo figlio ti adora come bambino e quello in cui ti ama come uomo, tra quello in cui tua figlia è la tua piccola principessa che si siede felice sulle tue ginocchia e quello in cui è la donna forte e indipendente c’è quel limbo angoscioso, quel terribile tratto in cui l’amore diventa odio, disprezzo, rifiuto. Sì, l’adolescenza.

Oh, so bene  che è un momento necessario.  Che è meglio così. E’ la spinta fuori dal nido, l’espulsione della placenta, il seme scagliato lontano. Non fa meno male per questo.

E questo pensiero mi ha colpito. Il Signore è il nostro Padre. E noi tutti siamo suoi figli.
Che dolore deve essere questa libertà quando la ribellione non muore, l’adolescenza non finisce, rimane urlo contro.
Che fatica per un padre passare per il mare tempestoso del rifiuto. Ma che sofferenza se questo mare non finisce, se la barca naufraga nell’ostinazione.

E noi tutti siamo figli ribelli. Che dolore quando il figlio che amiamo sbaglia. Pensate al Padre, questa sofferenza moltiplicata per i miliardi dei suoi figli. Moltiplicata ancora per l’amore che ci porta, così profondo che il nostro è pozzanghera fangosa.

Insopportabile, deve essere.
Così, da padre, non stupisce che sia venuto, che si sia incarnato, per diminuirla, per farla finire.

Perché un padre farebbe di tutto per i suoi figli. Figurarsi un Padre.

 

Buone intenzioni

Lo confesso, c’è una parte della messa che mi dà il prurito.  Sono le cosiddette “intenzioni”, altrimenti dette “preghiera dei fedeli”

Per chi non fosse avvezzo a quella frequentazione, queste intenzioni sono una serie di invocazioni – intervallate da una richiesta corale tipo “Ascoltaci, o Signore”. Si prega per ciò che sta a cuore al’estensore, che si presume interessi tutti i fedeli.
E qui cominciano le difficoltà.

A volte sembra che queste preghiere siano state redatte da giornalisti di “Repubblica” o de “l’Unità”. O, quantomeno, da loro assidui lettori. Quasi come si confidasse più nei propri sforzi per cambiare il mondo, in una giustizia sociale, in un moralismo spicciolo piuttosto che nel Signore. Il quale pare venire invocato solo come generico ritornello. Come se non si pensasse che è lui che salva. Come se non importasse davvero. Come se si confondesse Dio – la somma di tutto il bene, di tutta la bellezza – con le nostre pretese. Come non sapessimo dove stiamo andando.

Così era Tommaso, l’apostolo, poche ore prima che Gesù morisse. Cristo aveva appena detto: “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?».
Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”.

Sembra a volte che abbiamo perso memoria di che sia questo posto verso cui dovremmo andare, e quindi della via non ci importi più niente. Sembrano preghiere di infedeli. Buone intenzioni, a lastricare la strada verso altri luoghi.

Se posso, quando mi viene chiesto di leggere, evito le preghiere dei fedeli. Proprio perché, e ve lo dico chiaro, se dovessi imbattermi in qualcuna di queste discutibili invocazioni non so se riuscirei ad obbligarmi a leggerle.

Quando devo limitarmi a rispondere ad esse ho adottato un trucco: prego per la salvezza di chi le ha composte. Per le loro intenzioni buone, al di là dell’implementazione. Che possano ritrovare quella via che, talvolta, sembra perduta.