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In viaggio

Qualche anno fa vi ho offerto una mia traduzione di un poema di Eliot, “Il viaggio dei Magi”.
Rileggendolo in occasione dell’Epifania, ho avuto un pensiero che vorrei condividere.
In tutta la prima parte del poema colui che parla – uno dei Magi – si lamenta. Si lamenta per la fatica e il disagio del viaggio che ha compiuto. E quando alla fine trova ciò che cercava, esso è diverso da ciò che si aspettava. Quella nascita è anche una morte; la morte di tutto ciò che pensava, perché ha cominciato a vedere tutto con occhi diversi.

Così è il cristianesimo, così è quello che potremo chiamare conversione. L’accorgersi che quello che si cercava era lì, occorreva solo prenderlo sul serio, del tutto diverso dalla nostra immagine mentale e dalle nostre aspettative.
Ma, per capirlo, occorre fare un viaggio, scomodo, disagevole, pieno di sacrifici.

Nel nostro mondo in cui la scomodità è il peccato da evitare e il sacrificio una parolaccia, non stupisce che siano così pochi coloro che intraprendono questo viaggio; nonostante i segni nei cieli e sulla terra, che si sceglie di non vedere.
Meglio oziare sulle terrazze, mangiando il gelato che fanciulle vestite di seta ci portano, tranquilli. Senza osare guardare la stella, perché sappiamo che, se la seguissimo, questa nostra tranquillità non ci basterebbe più.
E che quella che potremmo pensare la fine del nostro viaggio non è altro che il suo punto iniziale.

Te Deum rolling stone

Grazie, Signore, perché quest’anno mi hai levigato. Mi hai fatto rotolare nella Tua tempesta staccandomi di dosso residui e imperfezioni, mi hai preso nel Tuo vortice e fatto urtare ciò che di me era duro con ciò che era più duro di me, mi hai scheggiato e hai rimosso le schegge, mi hai reso più lucido togliendo ciò che mi sporcava, mi hai colpito e colpito e colpito togliendo ciò che era in eccesso fino a che ha cominciato a fare meno male, fino a che ho cominciato a capire.

Non so se ancora sono macchiato, ruvido, aspro, non so fino a quando mi macinerai nel Tuo mulino. Forse finché si sarà staccata da me ogni imperfezione e ogni macchia, quindi per sempre (tale io sono, una aspra pietruzza catturata dalla Tua corrente).

O forse fino a che sarò della forma giusta con la quale Tu possa prendermi e costruire qualcosa. Non so cosa, perché sono un ciottolo, e i sassi non sanno quale sia il loro posto. Sarà una strada, o un muro, una torre o un altare; sarà la tua mano a mettermi là dove debbo stare, perche sei Tu il costruttore.

Io sono il sasso che rotola, e piano piano diventa ciò che deve essere.

Quelle parole

Non entrerò, non voglio entrare, nei problemi che Comunione e Liberazione sta affrontando dopo le dimissioni del suo responsabile Carron – e ben da prima.
A noi che ne facciamo parte è stato chiesto di “assumerci personalmente la responsabilità del carisma“. Mi sono chiesto cosa volesse dire. O meglio: in cosa consiste il carisma di CL?
Io mi sono dato una risposta personale, parziale, imperfetta.

Don Giussani ha sempre riconosciuto che il primo nucleo del movimento, la prima espressione del movimento è stata quando due suoi allievi, nel corso di una assemblea, si sono alzati in piedi e hanno iniziato così: “Noi cattolici…”
Ecco, per me il movimento è sempre stato questo: assumere la coscienza che la fede non è solo un fatto interiore, ma ha una visibile conseguenza esterna. Che essere cristiani comporta una assunzione di responsabilità nella propria vita e davanti al mondo. Magari non avrai ben chiaro cosa stai dicendo, ma sarai obbligato a capirlo, ad approfondirlo, a sostenerne le conseguenze; perché ne dovrai rendere conto. A te stesso e agli altri. Con il vivere una vita da cristiano non solo a casa propria, ma ovunque. Liberati dal giogo del male, in comunione con i fratelli.
Non è per niente facile ciò, poiché viviamo in una società che include tutto e tutti ma esclude ciò che è cristiano, nella quale non puoi parlare di Natale o Presepe, dove sei obbligato a tacere davanti agli insulti in ciò in cui credi, dove sei costretto ad accettare non solo come normale ma come desiderabile ciò che un tempo si chiamava peccato.
Ci vuole qualcuno accanto che ti sostenga e si faccia sostenere; ci vuole la Grazia, che per me ha assunto la forma di una compagnia, di persone precise. E bisogna avere chiaro cosa significhi, in questo tempo di confusione ed incertezza, essere cattolici.

Se riusciremo ancora ad alzarci in piedi e dire quelle parole, accompagnati come usuale dallo scherno dei benpensanti e dall’ostilità dei potenti, ecco, capirò che siamo tornati.

Promesse mantenute

Ancora sul lieto fine.
Qual è il finale che ci soddisfa? Quello in cui le cose vanno secondo giustizia. Quello in cui le promesse sono realizzate.
Ma cos’è la giustizia? Chi ci ha fatto quelle promesse?

La giustizia che dà soddisfazione non è quella umana. Sappiamo bene che le leggi degli uomini possono essere profondamente ingiuste. La realtà può esserlo ancora di più: sia per la cattiveria delle persone che per quello che potremmo chiamare fato.
Leggo una definizione: “La giustizia è la costante e perpetua volontà, tradotta in azione, di riconoscere a ciascuno ciò che gli è dovuto
Ritorna la domanda: cosa è dovuto ad ognuno di noi? Chi è che ci deve qualcosa?

Ecco quindi che confidare in una giustizia vuol dire concepire una versione provvidenziale del cosmo. Qualcosa – Qualcuno – ci costituisce con dei diritti, ci fa delle promesse, decide che ognuno di noi debba avere, e cosa debba avere.
Senza una visione di tal genere la giustizia non è neanche concepibile. E’ una illusione, una vana aspirazione; è il tentativo umano di imitare qualcosa che sentiamo dovrebbe esistere, ma che non sappiamo dire perché dovrebbe esistere. Un giudice non può essere ateo senza essere ipocrita.

Eppure, anche se diciamo di non credere, non abbiamo esitazione nel riconoscere alcuni fatti come ingiusti. Ad esempio, la morte di un bambino: se leggete la tavola del fumetto Sandman in cui Morte viene a portare via un piccolo dalla culla, al fondo di questo post, non potete fare a meno di commuovervi per il suo destino, per la disperazione della madre. “Ma… è questo tutto quello che c’era? Tutto quello che ho avuto?” chiede il neonato; “Sì, ho paura di sì“, risponde Morte. Eppure, per citare lo stesso fumetto in un altro passaggio, “Ti è data la stessa cosa di ogni altro: una vita intera, né di più né di meno“.

Ma una vita così breve non ci soddisfa. Perché pensiamo a tutto ciò che poteva essere e non è stato. Il cuore di ogni tragedia: se Romeo e Giulietta fossero stati novantenni, il loro dramma ci avrebbe tanto colpito?

Ecco allora l’ambiguità. Anche se crediamo davvero che siamo stati creati per una promessa di felicità, non possiamo non constatare che questa promessa raramente è mantenuta. Se crediamo in un Creatore, non ci sono che due scelte: o quel Dio ci inganna, è un’entità crudele, indifferente o capricciosa, e quella promessa non esiste, oppure il compimento di quella promessa c’è ma non lo possiamo vedere. Ci è nascosto; e il solo posto dove si possa nascondere è dietro il velo grigio della morte.

Se crediamo che giustizia esista davvero, dobbiamo credere in una vita oltre questa vita. Oppure rassegnarci, e vivere un’esistenza dove il finale non è per noi. Vivere da ingiusto o da delinquente sarebbe più ragionevole, allora. Se non è così, forse un barlume di quella speranza, di quella promessa anche contro quanto diciamo di credere ancora si agita dentro di noi.

Prospettiva rovesciata

La confessione, tra tutti i sacramenti, non è quella che gode di maggior favore. Riconoscere i propri errori è un fastidio; e spesso si parte da una prospettiva negativa. Si elencano le cose che sono andate storte, nella nostra lotta quotidiana; si deve descrivere il proprio male, spesso dolorosamente uguale a se stesso di mese in mese, un pantano dal quale non vogliamo saperne di uscire.

L’altro giorno, un sacerdote mi ha detto: “prima di elencare le cose brutte della tua vita, elencami le cose belle”.
Devo ammettere che mi ha rovesciato la prospettiva. Obbligandomi a fare i conti con tutta la grazia e la bellezza che mio malgrado mi trovo attorno; con la benedizione che ho di essere qui, adesso, con poche ombre nel mio giorno.

Sì, c’è il male, ma c’è un bene immenso, una luce che la tenebra che si addensa non riesce ancora a vincere. Essere costretti a notarlo – perché al bene siamo troppo abituati – può curare il nostro perenne piangerci addosso, la nostra perpetua ricerca di cosa non va; nel mondo e in noi.
Essere degni di quel bello; ecco cosa davvero ci è chiesto.

Il menu

Chiesa parrocchiale, messa festiva. Oggi ci sono alcune prime comunioni. I banchi sono riempiti da persone che parlano tra loro durante le letture e che non sanno cosa rispondere durante la liturgia, e da bambini. Si arriva alla consacrazione, la parte centrale e più sacra della messa. Il sacerdote, conscio che una buona parte dei presenti non sa quando alzarsi e sedersi, avvisa dall’altare: “Adesso ci si inginocchia”.

Un vociare scandalizzato si diffonde tra le navate. “Figurati se mi inginocchio”, spero sottointeso “con questo vestito”, dice seccata a voce non proprio bassa un’elegante signora di mezz’età. Qualcuno si siede. Un ragazzo in tuta gioca con il telefonino.

Appena prima si era intonato un “Santo” ritmato da battere di mani. Mentre, distratto dall’accaduto, seguivo le parole del sacerdote, mi veniva da pensare che nella Chiesa più liturgicamente ingessata di un tempo nessuno avrebbe osato tenere un comportamento così irrispettoso. Ciò che è serio richiama rispetto; se si sbraga, come si possono rimproverare efficacemente infiltrati e irriguardosi? Come riuscire a far capire a persone di un mondo ormai diverso il valore di quello che sta accadendo in quel luogo e in quell’istante, Dio che si presenta nella sua carne e nel suo sangue per noi? Può accadere solo per un fascino, per una bellezza, per uno sguardo in una verità diversa dall’usuale bugia.

Perché inginocchiarsi, se lo vedono solo come un passaggio insignificante di una cerimonia antiquata, un rito affrettato di cui non si coglie il senso? Persino in chi crede, la familiarità eccessiva genera trascuratezza e noia. Avere una moglie bellissima non garantisce che, abituati alla quotidiana sciattezza, non ci si stuferà di lei.

La messa è finita, i parenti si raccolgono attorno ai ragazzi che hanno appena mangiato Cristo. Pensando al menu del ristorante.

Roba da uomini

Noi vecchi cattolici la domenica andiamo ancora a messa. Questa domenica il Vangelo era un passo famoso di Marco. Gesù che fa un sondaggio d’opinione sulla sua persona: “la gente, chi dice che io sia?”
Allora come adesso i sondaggi non rispecchiano la realtà, ma solo quello che pensa la gente su di essa. Per conoscere il reale occorre essere coinvolti con esso. La risposta corretta viene infatti da colui che più di ogni altro si è coinvolto con Cristo, Pietro.
Dagli altri Vangeli sappiamo che, per quella risposta, Gesù lo nomina Direttore Generale. E scatta il cambiamento.

Prima Pietro era solo un discepolo, uno che seguiva. Ora ha la responsabilità di mantenere un apparato, incrementare le presenze e l’indice di gradimento. Quando Cristo comincia a parlare del fatto che sarà perseguitato e ucciso esce fuori dai gangheri. Ma come, pensa, non si rende conto che sta facendo pessimo marketing? Chi vorrebbe stare vicino a uno che afferma che non solo non avrà successo, ma presto verrà fatto fuori dal potere? Va bene la storia della resurrezione, ma la gente arrivata a “sarà ucciso” è già sparita. Qui gli ascolti crollano, gli sponsor si dileguano, si rischia il flop. E lo fa presente a Gesù.

Pietro ha ragione. Ha ragione secondo la politica, secondo l’economia, e anche da punto di vista morale. Chi se ne va non segue più Cristo: un disastro. Come amministratore, come referente politico, come moralista Pietro fa bene a dirne quattro a Gesù. E’ profondamente umano fare ciò; secondo tutti gli schemi e i libri e i saggi e gli esperti è la cosa giusta da fare. Non si rischia l’intera operazione, mesi e mesi di faticoso cammino, di lavoro incessante, per quattro parole dette alla leggera.
Pietro ha ragione. Ogni uomo con la testa sulle spalle avrebbe fatto altrettanto.

Infatti cosa risponde Cristo? “Tu ragioni secondo gli uomini, non secondo Dio”.
Ed ecco il punto esplosivo. Quello che sappiamo, quello che diciamo, quello che pensiamo è roba da uomini. E’ ciò che va avanti con successo da migliaia di anni: nascondere ciò che non conviene, fosse anche la verità. Non dire quello che si pensa, perché può danneggiarci. Farsi furbi, insomma.
Conviene. Conviene tanto che seguire questa linea ci ha causato secoli di guerra e di violenza. Ha giustificato questa guerra, questa violenza, questa menzogna. Per un bene più grande, il nostro.

In questo episodio ci viene detto che il criterio di Dio è diverso. E’ un criterio in apparenza perdente, incomprensibile, difficile da mettere in pratica. Come potremmo conoscerlo, se siamo solo uomini e pensiamo idee di uomini, agiamo compiendo azioni di uomini? Cosa potremmo essere altro?

Tutto il cristianesimo è qui. Nella pretesa che ci sia un modo di fare le cose migliore che non quello degli uomini.

Sempre che quel modo sia davvero divino. Sempre che ci convenga. Tutto il nostro peccato, tutto il nostro essere uomini è qui.

Quali regole?

Dicevo, l’altro giorno, che tifare per la propria squadra si può dire innato nell’essere umano.
E non solo nell’essere umano. Non c’è animale che non attacchi a vista l’intruso nel proprio territorio. Le guerre non sono prerogativa solo degli uomini, ma di ogni tipo di società organizzata. Chiedetelo alle formiche.

La storia e la biologia insegnano che cessare di sostenere la propria squadra si risolve di solito in un disastro. Ciò che non è sostenuto crolla, di solito trascinando con sé quanto lo circonda. Almeno, questo sembra valere per le organizzazioni umane, siano stati, partiti, squadre di calcio.

L’appello ad amare il proprio prossimo, in questo tipo di civiltà, si sposa con l’impegno di odiare il proprio nemico. E’ ragionevole: se c’è un nemico, meglio distruggerlo appena si riesce.

C’è una scena nel film “Butch Cassidy & Sundance Kid” in cui il primo, impersonato da Paul Newman, affronta in un duello con i coltelli Harvey, un energumeno il doppio di lui.

Butch Cassidy: [Si dirige verso Harvey, che si tiene pronto a combattere. Qualcuno gli offre un coltello] No, no, non ancora. Non finché io e Harvey non mettiamo in chiaro le regole.
Harvey Logan: Regole? In un combattimento con i coltelli? Non ci sono regole.
[Butch dà un calcio nei testicoli ad Harvey, che cade in ginocchio]

C’è una ragione per non odiare il proprio nemico? Per non menarlo, sputargli in faccia, pensare una legge per azzopparlo? Regole, quali regole?

Nella storia, c’è stato un uomo che per primo ha detto qualcosa di radicalmente diverso:

Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

Matteo 5, 43

Dopo di lui, altri ci hanno provato, ma il guaio è che non hanno saputo dare una ragione diversa da quella che Cristo ha dettagliato qui sopra.

Perché fare il tifo per il proprio prossimo è congenito. Chi predica una generica fratellanza, ma senza un padre, di solito finisce per stilare elenchi di quelli che sono fratellastri, semplici conoscenti ed estranei. Trovare qualcosa che unisca davvero tutti è impossibile a degli esseri umani; deve per forza provenire dall’alto; deve per forza presupporre Qualcuno che garantisca, che certifichi, che dia un senso a qualcosa di così assurdo come volere bene a chi ci vuole male.

Perché fair play e la fratellanza del volemose bene durano finché non inizi a perdere. Poi, il tuo prossimo tiene fermo quel bastardo del tuo avversario mentre tu lo meni.

Fuori dal sepolcro

Ho da poco finito di leggere un interessante articolo (in inglese): “The turning tide of intellectual atheism“, “Il riflusso dell’ateismo intellettuale“.
Cosa dice? Che, come recita il sottotitolo, sempre più intellettuali atei seri riconoscono la necessità della resurrezione del cristianesimo ma non riescono a rendere viva la fede in loro stessi.
In altre parole, devono ammettere che il loro ateismo non è in grado di giustificare le loro convinzioni morali, e sono portati a riscoprire che il cristianesimo non era poi tutto quell’oppio che alcuni dicevano. Però, poi, sono incapaci di andare oltre e tirare le conclusioni.

Cito:

(…) Murray crede che la Cristianità sia essenziale perché i secolaristi sono stati fin qui totalmente incapaci di creare un’etica dell’uguaglianza che sia all’altezza del concetto che tutti gli esseri umani sono creati a immagine di Dio. In un articolo su The Spectator, egli nota che la società post-cristiana ha tre possibilità. La prima è abbandonare l’idea che ogni vita umana sia preziosa. “Un’altra è lavorare furiosamente per definire con precisione una versione atea della sacralità dell’individuo.” E se non funziona? “Allora c’è solo un altro posto dove andare. Che è ritornare alla fede, ci piaccia o no.”

In un recente podcast, è più immediato: “La sacralità della vita umana è un concetto Giudeo-Cristiano che potrebbe facilmente non sopravvivere (alla sparizione del) la civiltà Giudeo-Cristiana.”

E ancora:

“Per anni, Holland – un agnostico – ha scritto avvincenti saggi storici sugli antichi Greci e Romani, ma osserva che le loro società erano colme di crudeltà casuale, socialmente accettata verso il debole, stupri e abusi sessuali sull’enorme massa degli schiavi come indiscusso modo di vivere, e che lo sterminio di massa dei nemici era un fatto praticamente ovvio. Quei popoli e la loro etica, scrive Holland, mi sembrano totalmente estranei.

E’ stato il cristianesimo, Holland conclude, che ha cambiato tutto con una rivoluzione così completa che persino i critici del cristianesimo devono prendere in prestito concetti dal cristianesimo per esserlo (senza cristianesimo, scrive, “nessuno sarebbe diventato “woke“)

Questi atei nostalgici temono che il loro pensiero debole sia incapace di resistere ai nuovi totalitarismi, e vorrebbero il cristianesimo come utile alleato.

La sopravvivenza della cristianesimo è essenziale per la sopravvivenza dell’Occidente. La cattiva notizia è che ci si accorge di questo quando il giorno è quasi finito. “La cristianità ha avuto una serie di rivoluzioni e in ognuna di esse il cristianesimo è morto”, ha scritto G.K. Chesterton ne “L’uomo eterno”. “Il Cristianesimo è morto molte volte e risorto ancora: perché esso ha un Dio che conosce la strada per uscire dalla tomba”.

Se da un lato mi fa piacere che alcune persone intelligenti si accorgano di ciò che i più semplici sanno da un pezzo, non posso fare a meno di notare che il loro è comunque un atteggiamento perdente. Non è differente da quanto sostenevano certi filosofi dei secoli scorsi, e che anche oggi certi cattolicesimi di segno opposto, ognuno a loro modo, vanno dicendo: un cristianesimo senza Cristo, una religione come supplemento d’anima dove ci si dimentica opportunamente delle parti più scomode.

Un po’ come fece il giovane ricco del racconto evangelico; tutto bene finché si tratta di adottare intellettualmente un’etica, ma quando si comincia a parlare di sacrificio, di lasciare le proprie ricchezze, e di seguire realmente, allora saluti, scherzavo. Il simbolo del cristianesimo è una croce, qualcosa vuole dire.

L’etica cristiana senza Cristo non regge. Lo vediamo quotidianamente; se la politica è più importante, se il sesso è più importante, se i soldi sono più importanti allora quell’etica è già morta, nella pratica e nei cuori. La menzogna ti ha già convinto. E dal sepolcro non esci.

Forse si può arrivare a Cristo passando dall’etica, riconoscendo che è necessario. Ma occorre fare il salto: non è della Sua parola, o del Suo esempio, o della Sua ombra che c’è bisogno, ma della Sua carne.

I nipoti di Simon Mago

Vorrei partire da questo tweet:

“La Chiesa Cattolica degli Stati Uniti sta facendo tutto il possibile per far sì che la gente lasci la Chiesa. Interessante strategia di marketing.”

Un poco di contesto: si riferisce all’intenzione che avrebbero la maggioranza dei vescovi statunitensi di proibire esplicitamente ai politici che sostengono pubblicamente l’aborto, nel particolare il Presidente Biden, di ricevere la Santa Comunione fino a quando persevereranno nel loro comportamento. E’ noto che Biden fa sfoggio di andare a messa tutte le domeniche pur portando avanti la peggiore politica pro aborto di tutti i suoi predecessori.

Trovo la frase del tweet interessantissima. La persona che la scrive ha evidentemente un’idea della Chiesa come Impresa d’Affari. Un’Impresa d’Affari, una firma commerciale, deve guardarsi dal buttare via quote di mercato, ovvero possibili clienti. Sarebbe cattivo marketing.
Ma che cosa vende la Chiesa?

La risposta corretta è che non vende niente. Offre la salvezza eterna portando nel mondo la Parola, ma soprattutto la Presenza di Dio, nella persona di Gesù Cristo. Almeno, questo è descrizione del brand che è andata per la maggiore per secoli. Vendere, o tentare di vendere, questa salvezza è un peccato noto come simonia; dal nome di quel tal Simon Mago che tentò di comprare dagli apostoli il segreto del loro successo e dei miracoli, finendo malissimo.

Se vogliamo dirla tutta, lo stesso Gesù fu un disastro del marketing. Appena aveva un pubblico decente diceva qualcosa per cui se ne andavano via tutti, a parte quei discepoli che davvero credevano in lui. Come quella volta che istituì quella stessa Eucarestia che si vorrebbe fosse distribuita a cani e porci. Un autentico disastro, o forse lo fece apposta per distinguere i simpatizzanti da quelli che lo amavano sul serio. L’impressione è che dei simpatizzanti non sapesse che farsene.

Nel mondo d’oggi assistiamo ad un fenomeno strano: le Imprese d’Affari cercano di diventare Chiese. Non si accontentano più di vendere i loro prodotti; tentano anche di convincervi che lo fanno per il vostro bene, e che se acquisterete da loro sarete salvi e beati. O meglio, se non acquisterete sarete dannati.
E’ per questo che le grandi imprese stanno spendendo tanto in inclusione, diversità, adesione alle tematiche gender, lotta al cambiamento climatico, sostenibilità… è il vangelo di questa nuova religione, e chi non si conforma è eretico e va espulso. Insomma: compra i miei prodotti non perché sono fatti bene, ma perché “sono” il bene. Anche se magari a realizzarli sono stati bambini sottopagati in qualche periferia dell’Est, o peggio.

Se le industrie si mettono a fare le chiese, perché meravigliarsi che ci sia chi confonde la Chiesa con un’industria? Purtroppo non solo tra quelli che di tale Chiesa non fanno parte e magari non sanno neanche bene di cosa parlano, ma tra i suoi stessi membri. Gli eredi di quel discepolo che vendette con ottimo profitto il suo stesso Maestro.

Beati loro

L’altro giorno, a messa, il sacerdote parlava delle beatitudini. “Ci sono state anche ai nostri tempi delle persone che hanno incarnato quei valori”, ha cominciato. A me è venuto subito in mente Padre Kolbe; e poi Giovanni Paolo II, e Van Thuan, e tanti altri…chi sceglierà, mi sono chiesto?
“… come Gandhi e Martin Luther King”, ha continuato.

Ahem. C’è un certo tipo di cattolicità che tende a trovare il bello e il giusto dentro ogni cosa salvo che nel cattolicesimo. Quei due grandi personaggi certo non erano cattolici. Avevano anche una bella serie di altarini nascosti, come la quasi totalità di noi uomini; ma è difficile dire male di qualcuno che una pubblicistica ormai quasi secolare ha esaltato forse anche al di là dei pure innegabili meriti.

Forse un giorno qualcuno si piglierà la briga, per tutti i personaggi famosi del passato, di scoprire se fu vera gloria o se qualcuno abbia ritenuto opportuno, per ragioni sue, alimentarne la leggenda.

Non so se questa mancanza di popolarità cattolica sia un problema di pubbliche relazioni, attività che la parte avversa ha sempre saputo coltivare con maggior successo; o se, in qualche modo, ciò sia legato al fatto che il cristiano di solito non si vanta troppo di ciò che fa. Anzi, preferisce rimanere nell’ombra, a compiere lavori nascosti ma infinitamente preziosi, perché sa che la ricompensa non sta nell’ammirazione degli uomini ma nella Gloria di Dio. L’orgoglio è un peccato, in qualunque forma si presenti, persino quando è celebrato come un valore. Specialmente allora.

L’umiltà consiste nel riconoscere che non ci facciamo da soli, e non facciamo da soli. Difficilmente essa rende famosi.
Così, magari, il nostro vicino nel suo piccolo è più grande nelle beatitudini di Gandhi e King, ma non comparirà mai sui giornali. O in una predica. Ma lui è contento così.

Dio è una cozza

Ve la dico così come me l’hanno raccontata.

Catechismo. I bambini rispondono su cos’è Dio per loro; siamo sulle banalità abituali, da cui anche noi raramente ci sappiamo sottrarre.

Uno dice: “Per me Dio è come una cozza attaccata alla roccia”.
Il catechista rimane stupito. “Vorrai dire il contrario. La roccia è Dio, ferma e solida, alla quale noi ci attacchiamo”.
Replica: “No, perché Dio si attacca a noi e non ci molla, mentre noi a volte lasciamo la presa e ci lasciamo andare”.

Qualche volta ci vogliono i bambini per rovesciare le nostre idee, per vedere ciò che i nostri occhi stanchi d’abitudine non riescono più a percepire.

Quello che permise il male

Per alcuni fu pavidità.
Altri erano stati indottrinati dal male. Alcuni ci erano semplicemente cascati, perché il male è per definizione menzogna ingannevole. Altri avevano piena comprensione, ed amavano la menzogna.

Molti non capivano. Non avevano letto abbastanza, non avevano visto abbastanza. Non avevano voluto vedere. Accade, quando onestamente pensi che il male non esista, o che accada solo altrove, ad altri. Ignari. Ignavi.

Perché è sempre così che il male si diffonde nel mondo. Non tutti sono cattivi. La maggior parte del tempo.
Ma tutti questi una cosa l’avevano in comune.

L’avrebbero pagata cara.

Non nel senso che qualcuno gliel’avrebbe fatta pagare. Ma nel senso che nessun male è senza conseguenze.
E quando queste arrivano, i ciechi vedono, i sordi odono, i pavidi si lamentano, gli idioti comprendono. Talvolta. I malvagi gioiscono, come si gioisce del male. Anche per loro c’è un prezzo. Un prezzo infinito, che può essere ripagato solo con una moneta eterna. Un soldo che non possiedono, di cui non vedrebbero necessità o senso, se non fosse stato per il male che ha permesso di svelarlo.
Tutti costoro, quando ogni cosa sarà evidente, comprenderanno.

Quello che permise il male siamo noi.

Il senso negato

Ci sono domande che accomunano ogni uomo. Perché si vive? Qual è il mio destino? Che senso ha l’Universo?
Non esiste persona che, in una maniera o nell’altra, non le esprima.
Poi c’è chi tenta di cancellarle. Di eluderle. Chi le qualifica come sciocchezze. Eppure neanche la bestia umana più incallita, il più gelido intellettuale alla moda può evitare un brivido quando soffia il vento dell’eterno.

C’è chi ha chiamato questa predisposizione umana “senso religioso”. La certezza intima di essere di fronte a qualcosa che non riusciamo a comprendere, ad afferrare; quella perenne incompiutezza che esige risposte definitive e sembra destinata a non averle mai. La richiesta che la vita abbia un senso.

Due terzi dell’umanità vive in paesi dove questa richiesta di senso è soppressa, o minacciata. Luoghi dove non è ammesso credere in niente che non sia la sapienza dello Stato, o un credo omicida; dove il cercare una risposta alla domanda che non sia preconfezionata è punito anche con la morte.
Due persone su tre possono perdere il lavoro, la salute, la libertà, la vita, solo per avere inseguito quella domanda.
Non è una questione ipotetica. Succede. Sta succedendo ora.

Come da duemila anni, i cristiani sono i più perseguitati. Niente da stupirsi: il simbolo stesso della religione cristiana è lo strumento di tortura su sui è morto il suo fondatore. Proprio oggi nelle chiese si leggeva del martirio di S.Stefano. Quanti Stefano, ogni giorno.
Leggete il rapporto annuale sulla libertà religiosa nel mondo. Confrontate i dati. Apprendete quanto avviene nel silenzio pressoché totale dei nostri media.
Perché se altrove si è fisicamente minacciati, qui in occidente la persecuzione è più subdola.
Ma sta peggiorando. Qui come altrove.

Nei sogni di tanti maestri del pensiero, personaggi famosi o quasi, politici, scrittori, magistrati, c’è il giorno in cui finalmente si riuscirà a tacitare del tutto quella voce che dice che c’è qualcosa di più alto del consumare, divertirsi, obbedire. In cui si riuscirà a sopprimere del tutto quella voce che chiede un senso all’eternità.
Ma in fondo anche questa è la domanda di un destino.

L’abisso del male

Tutto questo era compito.
Ma lo reggevi tu? Così sempre distratto d’attesa,
come se tutto t’annunciasse un’amata?
Rilke, Prima elegia

Mi stupiscono sempre le maniere in cui negano le evidenze, ci si contraddice pur di non dare ragione, si legge e si sente ciò che si pensa che venga scritto e detto invece di ciò che é. Che guazzabuglio e che paradosso è l’uomo. In fondo è esattamente questo il male: scegliere la propria misura invece di ciò che è reale. Scegliere il nulla, quando tutto in noi grida di esistere.

E da questo abisso scavato dalle proprie mani l’essere umano non si riesce a levare da solo. Quante volte ci abbiamo riprovato; quante volte ricadiamo. Perché il male non è niente altro che il negare ciò che siamo, cioè quello che davvero ci costituisce. Questo impeto verso l’assoluto, verso il bene, che sempre ci attira e ci muove e che in continuazione tradiamo.

Non ci riusciamo da soli perché il male è ciò che non ci fa essere uomini, e occorre essere pienamente uomini per fuggirlo.
Eppure è proprio quel male che ci fa desiderare di essere di più. Che non ci fa stare tranquilli. Nonostante tutti i nostri sforzi per negare la speranza, per svuotare di senso la vita. Perché ci dà dolore vedere le pareti dell’abisso in cui siamo; e quindi neghiamo che esista, come se non pensarci potesse risolvere qualcosa. Non facciamo che fuggire da noi stessi, e allontandoci tutto diventa estraneo.

E’ questo l’annuncio del cristianesimo: che non abbiamo bisogno di fuggire. Di inventarci sistemi perfetti per non avere bisogno di amare, o di essere amati (perché amare è una ferita). Esiste qualcuno che ci viene a prendere così come siamo, mortali come siamo, sciocchi come siamo, paurosi come siamo, feriti come siamo. Perché ci ama.
Questo è l’annuncio, non altro. Che l’attesa è finita.

Cambio di prospettiva

La settimana scorsa, Venerdì Santo. La giornata era iniziata male, come talvolta capita. Ero tutto incavolato per banalissime questioni familiari; mi sentivo trascurato, quasi fossi l’ultima ruota del carro. Borbottavo e rimuginavo sull’ingiustizia della vita, come davanti ad un torto imperdonabile.

Poi ho seguito le meditazioni del Venerdì Santo. In mezzo c’era la preghiera di padre DeGrandmaison:

Santa Maria, madre di Dio,
conservami un cuore di fanciullo,
puro e limpido come acqua di sorgente.
Ottienimi un cuore semplice,
che non si ripieghi ad assaporare le proprie tristezze;
un cuore magnanimo nel donarsi,
facile alla compassione; un cuore fedele e generoso,
che non dimentichi alcun bene
e non serbi rancore di alcun male.
Formami un cuore dolce e umile
che ami senza esigere di essere riamato,
contento di scomparire in altri cuori,
sacrificandosi davanti al tuo Divin Figlio;
un cuore grande e indomabile,
così che nessuna ingratitudine lo possa chiudere
e nessuna indifferenza lo possa stancare;
un cuore tormentato dalla gloria di Cristo,
ferito dal suo amore,
con una piaga
che non si rimargini se non in cielo.

E improvvisamente ho capito di non avere capito niente, e la giornata mi è stata ribaltata. “Ami senza esigere di essere riamato…”
Che le nostre giornate siano sempre ribaltate da qualcosa di più grande della nostra misera misura.

Uomini senza misericordia

Popule meus, quid feci tibi? aut in quo contristavi te? responde mihi.
Michea 6,3 – Liturgia del Venerdì Santo

“Popolo mio, che ti ho fatto? O in che cosa ti ho stancato? Rispondimi.”
E’ Dio che parla. Un Dio un po’ stufo di noi. Delle nostre scuse. Dei nostri tradimenti. Del nostro volere seguire la strada che ci immaginiamo migliore, invece di quella che Lui traccia per noi.
Tante volte pensiamo “Non è colpa mia se non credo. Che ha fatto Dio per me? Se vedessi, se si facesse vedere, allora…”
No, non è così.

Gesù ha girato la Palestina per tre anni. Ha compiuto miracoli immensi. Era Cristo, non credo proprio dicesse cose banali, in modo trito o poco convincente. Quanti erano sotto la sua croce, alla fine?
Quanti, da Cafarnao? Quanti, da Nazareth, da Korazim? Quanti da Gerusalemme?

Certo, direte, ma era pericoloso. Il potere voleva cancellarlo, “Eradamus eum de terra viventium“, raschiamolo dalla terra dei viventi; aveva contro “Viri absque misericordia“, uomini senza misericordia. Quando si innalzano la croci meglio evitare di finirci sopra, meglio scappare.

Ma non è il potere. Il potere non può piegarci se noi non vogliamo farci piegare. Siamo noi, siamo noi a decidere. La nostra libertà.

Il Venerdì Santo è il trionfo della cattiveria umana. E’ la fine di ogni speranza. E’ un susseguirsi di tradimenti. Chi tradisce il proprio Maestro, chi il proprio ufficio, chi se stesso. La morte sembra farla da padrona.

Ma è un’illusione. La Pasqua svelerà quell’illusione. C’è un perdono che è più forte della morte. Di tutti i nostri tradimenti. Di tutte le nostre incredulità. Del nostro essere uomini senza misericordia. Perché quella misericordia che non abbiamo ci è stata offerta, liberamente, da una croce.
Tutto sta ad accettarla.

La strada per il luogo dei desideri

Spero che abbiate letto la graphic novel che vi ho consigliato ieri. Anche se così non fosse, partiamo da una sua pagina: questa.

Le vignette dicono: “Noi reali cristiani abbiamo sempre saputo che la vecchia Bibbia aveva problemi bisognosi di aggiornamento”
“Come dire che Gesù e la sola via a Dio! Com’è non inclusivo! Come se altra spiritualità non fosse valida!”
“Così, per esempio, abbiamo cambiato Gesù che diceva ‘Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me’ in ‘Io sono UNA via, la MIA verità e uno STILE di vita. Alcuni vengono al Padre/Madre/Universo per mezzo di me, ma tutte le altre strade portano anche loro lì’. Meglio, sì?”

Non c’è molto da ridere. E’ esattamente quello che vogliono farci credere. Però, per farlo, devono cambiare ciò che è reale.
Devono prendere ciò che ha detto realmente Cristo, e buttarlo via, sostituendolo con qualcosa di diverso.
Devono prendere letteralmente la realtà e sostituirla con qualcosa di diverso.
Perché la realtà non segue quello che penso io. La realtà non è inclusiva. La realtà ti pone davanti a delle scelte. La realtà è dannatamente esclusiva. A ben guardare, anche quelli che fanno gli inclusivi lo sono; escludono il reale, e chi non la pensa come loro.

Quelle parole Gesù le ha pronunciate durante l’Ultima Cena, che si ricorda oggi, Giovedì Santo. Ha appena lavato i piedi ai discepoli, per fare loro capire che non è una questione di potere. Mangerà con loro, istituirà l’Eucarestia per portare la Sua memoria e la Sua presenza nei secoli. E poi andrà a morire.
O è stata finzione di pazzo, o quello che ha detto occorre prenderlo davvero sul serio. Senza cercare di adattarlo alle nostre paranoie di viziati pieni di ideologia.

Tutti, penso, vorremmo arrivare nel luogo dove ogni vero desiderio è realizzato. Dove è ciò che ci fa, che ci costituisce, che ci abbraccia e ci ama: quello che Cristo chiama Padre.
La via che Gesù propone è se stesso. E’ un sentiero in mezzo al nulla, una sottile strada vertiginosamente sospesa sopra un abisso nebbioso. Le altre vie portano al fondo di quell’abisso, perché sono fatte da fantasie umane. Anche le migliori si interrompono ben prima di arrivare.
La via di Gesù ha la forma di una croce, che vorremmo evitare, o dimenticare. O cambiare.
Possiamo farlo. Ma non stupiamoci se poi quel desiderio ci porta in un altro posto, dove non c’è Cristo. E, come ho già detto, il luogo dove non c’è Cristo si chiama Inferno.

Il problema dei desideri

Parlavo l’altro giorno di desideri realizzati. Il desiderio è quello che ci fa muovere, ci spinge, ci cambia.
Il problema dei desideri è che spesso sono astratti, come i nostri pensieri. Sovente sono solidi al centro ma sfumati ai bordi. come il soffione; non contemplano le conseguenze, si arrestano all’immediato.

Poniamo che il nostro desiderio sia possedere una locomotiva, e per qualche magia un genio della lampada ce la faccia trovare sotto casa. Adesso siamo proprietari di decine di tonnellate di locomotore, senza binari, senza combustibile, parcheggiato in zona blu.
C’era un proverbio che diceva “Hai voluto la bicicletta? E adesso pedala”. Un detto saggio. Com’è noto, i desideri che vengono esauditi dai geni o dalle zampe di scimmia non conducono a nulla di buono.

Ciò che va storto è tutto contenuto nella distanza tra il cuore del nostro desiderio e la realtà. Tra quel centro solido e il vero. Noi uomini di piccolo spirito, dalla ragione rattrappita, raramente inseriamo la verità nei nostri sogni. Pensiamo in astratto, e la vita ci frega.
Per noi cristiani la verità coincide con Cristo. Anche questa parola, “Cristo”, può essere un’astrazione. Spesso lo è. Se fossimo consapevoli, minimamente consapevoli, sapremmo che con essa si indica ciò che lega cielo e terra. Ciò che si dovrebbe amare. La somma di ogni speranza, bellezza, carità, perdono. Se riuscissimo a solidificare il nostro desiderio attorno a quella parola non ci si potrebbe sbagliare; non ci sarebbe più astrazione.

Invece siamo qui che ci ostiniamo a fare i nostri progetti senza Cristo, perché ci pensiamo più furbi, e davvero non abbiamo capito, abbiamo già dimenticato chi Lui sia. Quindi le cose vanno storte. Perché il luogo dove Cristo non c’è si chiama Inferno, e tale diventano i nostri desideri.
Un desiderio può anche essere scendere dalla croce; non salirvi nemmeno. Ma quando è contrario al vero anche il desiderio migliore si tramuta in menzogna.
Occorre domare il nostro cuore, addestrarlo a cercare il vero in ciò che desideriamo; distillare ciò che davvero c’è in quel centro a cui tutto il nostro io aspira.

La formica di un Altro formicaio

Molti di noi hanno o hanno avuto degli animali domestici. Talvolta questi ci sorprendono: “Oh, com’è intelligente”, di fronte al felino che apre le porte, al cane che riporta l’oggetto voluto.

Qualcuno potrebbe dire “sono quasi umani”. Oppure che anche noi non siamo che animali.
Non è proprio così.
Provate a spiegare al vostro gatto che andare dal veterinario è per il suo bene. Convincete il vostro cane che fare il bagno non è letale. Discorrete con loro della bellezza della Divina Commedia, della filosofia ottocentesca o delle leggi dell’elettromagnetismo.

Tra noi e loro c’è un abisso. Di intelligenza, e anche di qualcosa di più dell’intelligenza. C’è una incomunicabilità di base perché siamo fatti in modo differente. E’ per questo che siamo sorpresi e deliziati quando, in apparenza, condividono qualche processo mentale con noi; quando sembrano capirci.

Vogliamo spingerci un poco più in là? Proviamo a comunicare con un formicaio. Cerchiamo di insegnare qualcosa, qualunque cosa, ad una formica. Possiamo stare là tutta la vita, non ci riusciremo. Perché siamo totalmente differenti: differente la nostra fisiologia, la nostra organizzazione mentale, la nostra società, i nostri sensi. Non abbiamo niente in comune. La sola comunicazione che possiamo avere con la nostra formica è darle un colpo per farle cambiare strada; e difficilmente ci ascolterà.

Ora, facciamo un’ipotesi. Che esista un essere che sta a noi come noi stiamo ai cani o ai gatti. Alle formiche. Alle amebe. Probabilmente non riusciamo ad immaginarlo; certamente non riusciamo ad immaginarlo, così come anche il più intelligente dei nostri amici felini non ha idea del significato di gran parte di quello che facciamo. Per una formica siamo del tutto incomprensibili.

Come potrebbe fare questo Essere a comunicare con noi? Se fosse ben disposto nei nostri confronti, e volesse insegnarci a vivere meglio, noi povere creature così limitate rispetto a Lui? Come faremmo a capirlo?

Ci sarebbe una via. Noi non possiamo farci cane, gatto, topo, formica. Forse Lui potrebbe; comprimere la sua grandezza, almeno temporaneamente, in un involucro che potesse condividere con noi uomini una maniera di vedere il mondo, un linguaggio, così da rendersi comprensibile.
Certo, impresa non esente da rischi. Un cane che agisse da uomo durerebbe poco in mezzo ad un branco di suoi simili; e sappiamo che fine fanno le formiche di un altro formicaio. Cosa succederebbe a questo uomo che cercasse di farci capire un livello dell’esistenza che potremmo definire divino, quando tante volte non ci comprendiamo neanche tra noi uomini?

Ragionevole speranza

E così era proprio lei, Grazia Maria, la figlia di Alberto e Paola, che il sacerdote ha ricordato l’altro giorno nella messa mattutina. Io e mia moglie ce la rammentiamo bambina, e sembra impossibile che ormai fosse più che maggiorenne. Da tempo non li vedevamo, si erano trasferiti in Lombardia. Lei, Grazia Maria, non parlava, non camminava. Suo padre, in una lettera per i suoi vent’anni, chiama il suo sguardo “abisso di mistero, convocazione universale,
evocazione senza fondo, abbraccio sconfinato; interrogazione enigmatica, a volte, angoscia partecipe altre, e, nei giorni senza tempesta, fonte di un sorriso avvolgente come una stretta vitale a chi ti sta davanti
“.

Grazia Maria fisicamente non c’è più. Di seguito trascrivo la preghiera dei genitori per il funerale. Credo che, leggendola, tutti dovrebbero davvero domandarsi cosa possa significare “ragionevole speranza” di fronte a circostanze così dolorose. O è pazzia, o qui c’è davvero molto, molto di più di quello che il mondo, questo povero mondo che fugge la croce, possa comprendere.

Signore Gesù Cristo, in Te è la nostra forza, in Te è la nostra ragionevole speranza.

In Te ci è stata data la carissima Grazia Maria: ci è stata data, non ci era dovuta. Da subito l’abbiamo accolta come un dono prezioso. Da subito abbiamo anche dovuto accompagnarla in un percorso doloroso; lo abbiamo fatto, soprattutto sua madre, Paola, riconoscendo in lei i segni della Tua passione per noi. Non c’è stato giorno in cui Grazia Maria non abbia sofferto per la sua condizione; ma non c’è stato giorno in cui non ci siamo stupiti della sua bellezza, della sua pazienza, della sua docilità a farsi fare tutto come un’offerta vivente continua. Soprattutto abbiamo imparato a scoprire la mitezza – che è un oceano di amore discreto – e a ricordarci sempre più che Tu, Signore e Dio, ti sei fatto umile servo nostro.

In questi anni Grazia Maria, il mistero in casa mia, è stata il nostro baluardo, il nostro vessillo, il nostro segno di riconoscimento, il nostro pass permanente per arrivare subito all’essenziale delle circostanze.

Quanta gente incontrandola ha dovuto scoprire l’autorevolezza buona e dolce del suo sguardo.

Grazie Signore: attraverso questo mistero luminoso tu ci hai attratti e consolati.

Ora è ancora lei che ci guida all’essenziale, alla verità di tutto: e noi di nuovo torniamo ad offrirtela, torniamo a ripeterti il nostro sì, con il cuore spezzato e la gioia profonda per la Tua presenza e la Tua preferenza alla nostra vita.

(…)

Grazia Maria, come hai fatto in questi anni, ora che sei nella vita piena, in Paradiso, accanto alla Madre di Cristo, “sicurezza della nostra speranza”, a don Giussani, ai nostri cari, continua ad accompagnaci nei nostri giorni, perché diventiamo sempre più degni della chiamata di Cristo, e camminiamo operosi, lieti e ardenti, finché ti rivedremo felice e radiosa nella casa del Padre buono.

Adeguati e inadeguati

Sentirsi adeguati all’ideale cristiano è sicuramente sbagliato. Vuol dire che non siamo consci dei nostri difetti e delle nostre piccolezze. Dei nostri peccati.
Però anche sentirsi inadeguati è sbagliato. Di fronte ad un’opera d’arte, ci sentiamo forse inadeguati a tanta bellezza? No; ci stiamo davanti, e desideriamo che non venga meno. E’ la stessa cosa che avviene per un amore che ci è liberamente dato; non lo meritiamo, ma possiamo solo starci, affidarci, o non starci.
Il cambiare arriva poi come una stanza che si illumina tutta quando arriva il sole.

La religione Lego

Leggo che in Germania quella che passa per Chiesa Cattolica sta seguendo un “cammino sinodale” che vorrebbe portare al “potere” i fedeli, il “popolo”, anziché il clero. I quali appartenenti al “popolo” potrebbero decidere della dottrina nel modo che più aggrada loro (o meglio: che più aggrada alla mentalità del mondo in cui sono volenti o nolenti immersi). Tradizione? Nah, è roba per vecchi. Se il protestantesimo è la religione Ikea, che ti monti da te, ora siamo arrivati alla religione Lego: puoi anche scegliere quali pezzi mettere e scartare gli sgraditi.
In Germania il protestantesimo ce l’hanno già, e non è che stia andando benissimo. Questi vogliono riprendere gli stessi concetti oh, così vincenti, e portarli un pochetto più in là. Al loro confronto Lutero e Calvino erano dei dilettanti, degli integralisti.

Invece di ascoltare cosa dice Cristo ed esser da Lui sfamati questi gli chiedono di mettersi al passo con i tempi; perché moltiplicare pani e pesci quando ci sono i fast food? Lo scisma protestante, a conti fatti, fu dovuto più ai soldi che altro; i principi nordici erano stufi del flusso di denaro che prendeva la via di Roma, e approfittarono della situazione. Sappiamo della ricchezza della Chiesa tedesca. Forse potrebbe essere ancora questo il caso? Perché sapete, quando si dichiara Dio obsoleto è chiaro che come divinità si ha qualcosa d’altro.

Questi “contestanti sinodali” asseriscono che la teologia cattolica tradizionale non è ben fondata.
Una domandina: ma questa “nuova” teologia, su cosa sarebbe fondata invece? Perché mi vengono solo tre momenti in cui “il popolo” è intervenuto nei Vangeli in modo attivo. Il primo quando volevano fare Gesù Re, e lui fugge. Il secondo quando di fronte a Pilato questo “popolo” sceglie Barabba invece di Cristo. Il terzo quando davanti alla croce scappano tutti.