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Un fruscio d’ali oscure

Verrebbe voglia di considerarlo tutto uno scherzo, questa cosa del diavolo.
Sì, il demonio ha talvolta persino la faccia simpatica. C’è la tentazione di raffigurarselo un bonaccione, ma poi questo nostro intelletto moderno prevale e ci si dice “ma tanto davvero non esiste”. E’ solo un cartoon, buono per fare battute, per post più  meno sarcastici, raccontini quasi umoristici. Un topos letterario. La personificazione dell’astuto ingannatore. Una macchietta.

Poi, talvolta, lo senti veramente.
Oh, è tanti anni che lo impersono. Dovrei essere vaccinato. Invece ci sono momenti in cui riesco ad udire il fruscio delle sue ali coriacee. In cui lo ascolto parlare, per bocca di coloro che ha preso. Di coloro che collaborano con il male. Coscientemente. Ce ne sono.

In quegli istanti percepisci il pozzo tenebroso di una malvagità senza fine. L’opposto del bene, la mancanza del bene, e quel buco che sprofonda nel nulla non ha un fondo. Non ha un limite. Si inabissa bene al di là dell’umano.
Ascolti, e capisci che non è una burla, che non è un’illusione, una invenzione buona per raccontini morali. E’ una forza oscura, che non ha misericordia, e che se ti appare bonaria è perché ti sta ingannando.

Ridete di me, razionalisti, materialisti, cattolici che non sanno più credere a ciò che va oltre il reale – a Dio, figurarsi al diavolo.
Ma questo mistero c’è. Ci sta guardando, proprio ora.

Piccolo cuore contorto

Mi rammentava un’amica di pregare non tanto per gli innocenti, che non ne hanno così bisogno, quanto per coloro che gli innocenti li ammazzano, o giustificano quella scelta di odio con parole che sembrano amore ma ne sono l’opposto.
Eh sì, è questo il cristianesimo. Pregare per l’aguzzino, per il boia, per il carnefice, e per coloro che li applaudono; elevare suppliche per le anime nere e quelle grigie, che possano vedere negli occhi delle loro vittime un riflesso di quella bontà che li ha fatti.

Nostro Signore mi perdoni, quanto è difficile. A sentire certe parole mi è venuto d’impulso l’invocare fulmini celesti. Poi mi sono sentito subito “figlio del tuono”, e mi sono immaginato il cazziatone. Non esistono già abbastanza omicidi al mondo che anche noi lo diventiamo, sia pure solo nel nostro animo? No, non riuscirai a farmi scegliere il male. Che io ti combatta non vuol dire che io non ti ami, piccolo cuore contorto e assassino che potresti essere il mio.

Ne facciamo a meno

Per  il post di oggi faccio poca fatica. Sono tre citazioni.

“If the payoff for bad behavior is high, and the odds of getting caught and punished are low, bad behavior happens every time.”
“Se la ricompensa per il comportamento cattivo è alta, e le probabilità di essere presi e puniti sono basse, il comportamento cattivo avviene ogni volta”

-Scott Adams-

“No one knows how bad they are till they have tried very hard to be good.”
“Nessuno sa quanto è cattivo se non dopo avere provato con tutte le forze ad essere buono”

-C.S.Lewis-

“None of us feels the true love of God till we realize how wicked we are.”
“Nessuno di noi sente il vero amore di Dio fino a quando non capiamo quanto siamo malvagi”

-Dorothy Sayers-

Se uniamo tutte e tre le citazioni, si ottiene che non sentiamo il vero amore di Dio fino a quando non ci accorgiamo che, di fronte alle tentazioni, pur con tutte le buone intenzioni, da soli cadiamo miseramente.
Oh, certo, ci si può giustificare in mille modi. Che la regola sia cattiva, che sia mal posta, che la società sia fatta così, che non possiamo fare altrimenti nel mondo d’oggi, che Dio ha creato un mondo malvagio, che sappiamo noi qual è il nostro bene, che buono e cattivo non esistono, che dipendono, e via andare.

Ma l’amore di Dio, in tutte queste scuse, non c’è. Ne fanno a meno. Noi con loro.
Senza amore non c’è perdono.
Quanto miseri siamo.

Di balene, dinosauri e uomini

Agire o non agire? Essere o non essere, come direbbe il vecchio Shakespeare? Procurarsi grane contestando i potenti di questo mondo, o dormire sicuri perché Dio ha già vinto? E, già che ci siamo, come dice una cara amica, come faccio a sapere davvero che Dio ha già vinto? O che sono nel giusto a contestare?

Sapete, provo un grande dolore, perché mi sembra di essere un dinosauro in un mondo di mammiferi, una balena spiaggiata che non può tornare al mare. Posso incolpare gli asteroidi o il global warming, ma sta di fatto che i tempi sono cambiati, e quelli nuovi non mi piacciono.

Non mi piacciono perché non li trovo veri; non mi piacciano perché non corrispondono alla fibra più interna del mio cuore.
Ma è il mio cuore ad essere sbagliato, o i tempi? Forse dovrei adattarmi, farmi spuntare le mammelle o le zampe e adattarmi, evolvermi perché i tempi mi urlano questo.

Sempre che i tempi siano sinceri nel loro millantare; sempre che questi cambiamenti siano ineluttabili come provano a farci credere, e non siano che un sussulto della terra, una bassa marea destinata a recedere perché i tempi sono temporanei per definizione. E le urla non siano che strida di uccelli da preda.

Se una cosa è vera rimane vera per sempre, questo devo credere; perché se no non avrei un terreno sul quale puntare i piedi, un mare in cui nuotare, e sarebbe inutile il mio stesso chiedermi che fare. Dato che non ci sarebbe risposta.

Se è vero che Dio ha già vinto l’ha fatto in un momento del tempo, in un luogo che non sono questo momento, questo luogo. Se ciò che è vero rimane vero allora è vero anche adesso, anche qui: quello che manca è l’annuncio di quel fatto, un annuncio che conta sulle mie gambe, sul mio fiato, sul mio cuore.

Agire o non agire? Agire, ma senza astio, senza quella rabbia che sarebbe contraddizione. Ci potranno essere occasioni perse, e sconfitte e tradimenti: lo so, lo sappiamo. Non sarà una strategia errata a cambiare il vero. Che il dolore per ciò che non è si faccia parola e mano e cuore che trabocca.
Essere o non essere? Essere, per esserci, perché solo chi c’è vive. Ma vivere per il bene che è. Perché il mare c’è, balena. E tu dinosauro, spiega le tue ali e vola.


(Lo so, sono troppo retorico, ma perdonatemi:  sono solo un dinosauro)

Di padri e Padri

Partiamo da questo bel brano di Peguy:

«Chiedete a un padre se il miglior momento
Non è quando i suoi figli cominciano ad amarlo come uomini,
Lui stesso come un uomo,
Liberamente,
Gratuitamente,
Chiedetelo a un padre i cui figli stiano crescendo.

Chiedete a un padre se non ci sia un’ora segreta,
Un momento segreto,
E se non sia
Quando i suoi figli cominciano a diventare uomini,
Liberi
E lui stesso lo trattano come un uomo,
Libero,
L’amano come uomo,
Libero,
Chiedetelo a un padre i cui figli stiano crescendo.

Chiedete a quel padre se non ci sia una elezione fra tutte
E se non sia
Quando la sottomissione precisamente cessa e quando i suoi figli divenuti uomini
L’amano, (lo trattano), per così dire da conoscitori,
Da uomo a uomo,
Liberamente.
Gratuitamente. Lo stimano così.
Chiedete a quel padre se non sa che nulla vale
Uno sguardo d’uomo che incontra uno sguardo d’uomo.

Ora io sono il loro padre, dice Dio, e conosco la condizione dell’uomo.
Sono io che l’ho fatta.
Non chiedo loro troppo. Non chiedo che il loro cuore.
Quando ho il cuore, trovo che va bene. Non sono difficile.

Tutte le sottomissioni da schiavo del mondo non valgono un bello sguardo da uomo libero.
O piuttosto tutte le sottomissioni da schiavo del mondo mi ripugnano e io darei tutto
Per un bello sguardo da uomo libero».

da Ch. Peguy, “Il Mistero dei Santi Innocenti”

Come padre posso dire che sì, è vero. Ma tra il momento in cui tuo figlio ti adora come bambino e quello in cui ti ama come uomo, tra quello in cui tua figlia è la tua piccola principessa che si siede felice sulle tue ginocchia e quello in cui è la donna forte e indipendente c’è quel limbo angoscioso, quel terribile tratto in cui l’amore diventa odio, disprezzo, rifiuto. Sì, l’adolescenza.

Oh, so bene  che è un momento necessario.  Che è meglio così. E’ la spinta fuori dal nido, l’espulsione della placenta, il seme scagliato lontano. Non fa meno male per questo.

E questo pensiero mi ha colpito. Il Signore è il nostro Padre. E noi tutti siamo suoi figli.
Che dolore deve essere questa libertà quando la ribellione non muore, l’adolescenza non finisce, rimane urlo contro.
Che fatica per un padre passare per il mare tempestoso del rifiuto. Ma che sofferenza se questo mare non finisce, se la barca naufraga nell’ostinazione.

E noi tutti siamo figli ribelli. Che dolore quando il figlio che amiamo sbaglia. Pensate al Padre, questa sofferenza moltiplicata per i miliardi dei suoi figli. Moltiplicata ancora per l’amore che ci porta, così profondo che il nostro è pozzanghera fangosa.

Insopportabile, deve essere.
Così, da padre, non stupisce che sia venuto, che si sia incarnato, per diminuirla, per farla finire.

Perché un padre farebbe di tutto per i suoi figli. Figurarsi un Padre.

 

Buone intenzioni

Lo confesso, c’è una parte della messa che mi dà il prurito.  Sono le cosiddette “intenzioni”, altrimenti dette “preghiera dei fedeli”

Per chi non fosse avvezzo a quella frequentazione, queste intenzioni sono una serie di invocazioni – intervallate da una richiesta corale tipo “Ascoltaci, o Signore”. Si prega per ciò che sta a cuore al’estensore, che si presume interessi tutti i fedeli.
E qui cominciano le difficoltà.

A volte sembra che queste preghiere siano state redatte da giornalisti di “Repubblica” o de “l’Unità”. O, quantomeno, da loro assidui lettori. Quasi come si confidasse più nei propri sforzi per cambiare il mondo, in una giustizia sociale, in un moralismo spicciolo piuttosto che nel Signore. Il quale pare venire invocato solo come generico ritornello. Come se non si pensasse che è lui che salva. Come se non importasse davvero. Come se si confondesse Dio – la somma di tutto il bene, di tutta la bellezza – con le nostre pretese. Come non sapessimo dove stiamo andando.

Così era Tommaso, l’apostolo, poche ore prima che Gesù morisse. Cristo aveva appena detto: “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?».
Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”.

Sembra a volte che abbiamo perso memoria di che sia questo posto verso cui dovremmo andare, e quindi della via non ci importi più niente. Sembrano preghiere di infedeli. Buone intenzioni, a lastricare la strada verso altri luoghi.

Se posso, quando mi viene chiesto di leggere, evito le preghiere dei fedeli. Proprio perché, e ve lo dico chiaro, se dovessi imbattermi in qualcuna di queste discutibili invocazioni non so se riuscirei ad obbligarmi a leggerle.

Quando devo limitarmi a rispondere ad esse ho adottato un trucco: prego per la salvezza di chi le ha composte. Per le loro intenzioni buone, al di là dell’implementazione. Che possano ritrovare quella via che, talvolta, sembra perduta.

Sopra

Ci dicono che ciò che importa a questo mondo  è sopravvivere. Sopravvanzando l’altro, sopraffacendolo. Ci si accontenta del di meno, perché il desiderio è troppo alto per raggiungerlo. Noi, esseri limitati.

Il cristianesimo ci insegna invece che occorre elevarsi. Elevare se stessi, ma anche l’altro, persino il proprio nemico. Volere il suo bene. Senza limitarsi ad essere dei sopravvissuti, perché siamo fatti per qualcosa di più alto della vita stessa. Sopra la vita, sopra il sopravvivere, c’è tutto l’essere uomini.

La luce non ci dimentica

E’ come uno splendido vestito indossato da una bellissima donna che canta una meravigliosa canzone. Quella canzone ha parole che spiegano la vita, e l’abito e la donna diventano più belli ancora. Se non ci fosse un senso in quel vestito, in quella canzone, in quella donna, non sarebbero altro che suoni che si spengono e colori ed esistenza senza scopo, destinati a svanire. Come muore ogni cosa umana.
Se ha un senso anche il filo d’erba tra i milioni del prato diventa il capolavoro di un incredibile progettista.

Perché quando ogni cosa ha un senso, quando ogni cosa è spiegata, quando ogni cosa è parte di qualcosa di più grande di quanto tu possa immaginare tutto diventa più bello.
Questo vuol dire essere cristiani.

Dove altri vedono sforzo e pesi da eliminare noi vediamo risa di bambini e il completamento del proprio esistere. Dove altri vedono costrizione e chiusura noi troviamo la gioia di sapere chi siamo e lo spalancarsi del Mistero. Non c’è più niente di estraneo, nessun nemico, persino il male è – si stenta a dire la parola – redento. Redento vuol dire riscattato; vuol dire che l’ultima parola non è l’odio che ci è riversato contro, la sofferenza di ogni giorno e quella speciale di chi vuole la nostra distruzione, o persino l’indifferenza che è avere già scelto la parte vuota del cosmo.

Vuol dire che ogni cosa può cambiare, che non siamo prigionieri degli errori del giorno prima. Non siamo prigionieri neanche di noi stessi.
Tutto è cento volte più vivo, anche la nostra vita. Questa è l’esperienza. Questa è la verità.
Questo non ci toglie la fatica; ma ci dà la speranza, costruisce la certezza.

E’ per questo che siamo cattolici; anche nell’ora più buia, non ci dimenticheremo della luce; perché la luce non ci dimentica.

Quando si ama

Pensate alla persona che amate di più. Ne avete una, vero?
Cosa sareste disposti a fare per lei?

Pensatela, vedetevela davanti. Sareste disposti a prestarle dei soldi? A darglieli tutti? A regalarle la vostra casa, la vostra auto? Lasciare tutto quello che avete per lei?
Sareste disposti a darle tutto il vostro tempo, senza tenervi niente? A darle un rene? Una mano? Un occhio? Tutti e due?
Sareste disposti a morire per lei?

Rispondete onestamente, sinceramente, dentro di voi.

Badate bene: non sto parlando di farlo per dovere, o per eroismo. Ma perché l’amate.

Ora, pensate alla persona che disprezzate di più. La più antipatica, o la più cattiva secondo il vostro giudizio.
Sareste disposti a fare lo stesso?

E’ per questo che non dobbiamo disperare dei nostri limiti, delle nostre cadute, dell’ animalità che ci appesantisce. Del nostro peccato.
Perché c’è chi l’ha fatto.
Qualcuno è morto per una persona così, tutta da disprezzare. E’ morto Cristo, della fine più atroce.
E la persona più disprezzabile? Siamo noi.

Buona Pasqua di Risurrezione.

Le conseguenze dell’amore

Bisogna fare attenzione a quello che ami. Può essere estremamente pericoloso.
Il cristianesimo ha fortemente a che fare con l’amore.  In effetti è il suo punto principale: Dio ha talmente amato il mondo da mandare suo Figlio a salvarci. E Lui stesso ha raccomandato: amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi.

Questo messaggio dà, evidentemente, sui nervi a qualcuno. A molta gente. Moltissima. Che quindi provvede a rimuovere il messaggio. O il messaggero.
Quando non ami, quando ti dà fastidio che qualcuno ami, non ti fa molto problema il modo della rimozione.
Può essere una bomba. Può essere un colpo in testa, o un coltello. Un carcere, una legge, un licenziamento, una battuta sarcastica. Anche solo il silenzio. O, peggio, l’assoluto disinteresse.

Se ami come dovrebbe amare il cristiano, allora ti importa anche di colui che uccide te, i tuoi cari, tuo padre, tua madre, i tuoi figli. I tuoi fratelli, che sono tutti, compreso colui che ti sta rimuovendo, nei modi sopra descritti o in tanti altri più diretti o più ingegnosi. Ti tocca non odiarlo, e questo può essere molto, molto difficile. Il suo scopo, anche se magari non se ne rende conto appieno, è proprio farsi odiare.
Per neutralizzare quel messaggio.

Così il giorno di festa che diventa lutto, la palma di gioia inzuppata di sangue, non sono che ciò che comunemente segue l’amare in un  mondo che non ne vuole sapere. Non sono eccezionali, non sono un caso. Sono la croce; sono la normalità. Quella, non il nostro asfittico accontentarci di gesti vuoti e promesse vane.

Ci viene chiesto, ogni giorno, di testimoniare. Ma il gallo canta per noi. Che non capiamo le conseguenze dell’amore.

Mondo friabile

Stamattina, a messa, il sacerdote si è scagliato con una certa virulenza contro tutti quei cardinali, preti e fedeli che non capiscono la misericordia della nuova Chiesa e sono legati ad una struttura mummificata. Considerando che il suddetto sacerdote ha una certa rassomiglianza con il Boris Karloff del film “la Mummia” a me scappava da ridere. E’ un ex-missionario, che cambia abitualmente le frasi della messa in omaggio a una certa ideologia inclusiva di una cinquantina di anni fa. Mi domandavo se questo famoso nuovo non sia in effetti già un passato decrepito, come quella stagione, mentre l’antico a me pare eternamente giovane.

Ma sicuramente c’è confusione. Amici mi scrivono che il loro mondo si sta sgretolando sotto i loro occhi, “e al suo posto ne sta nascendo uno razionalmente incongruente, spiritualmente deprimente, emotivamente insostenibile”.
Un mondo friabile, dunque: ma mi domando piuttosto se ad essere friabile non siano le basi su cui questo nuovo mondo è costruito. C’è una certa parabola che ricorda che a costruire sulla sabbia, su ciò che non è solido e certo, ci sono certi rischi. Eppure è proprio ciò che, da talune parti, si chiede: il terreno solido appare troppo duro per certi gusti, occorre traslocare.

Un’altra cara amica mi ricorda che i giovani oggi manco sanno chi è Ponzio Pilato, figurarsi tale Amoris Letizia che con quel nome potrebbe anche essere una attricetta. Se solo due dei ragazzi della sua classe rammentano che Gesù è nato a Betlemme, è chiaro che il problema è un tantinello più profondo di improbabilissimi divorziati risposati dallo pseudo-coniuge intrattabile e figli bisognosi che pretendono l’eucarestia. Ma è invitandoli nella baracca sul greto del fiume che potranno trovare un posto sicuro contro le alluvioni della vita? Oltretutto se si dice loro “state pure fuori se avete altro da fare”?

Nel mezzo della tempesta, con il fiume che si ingrossa, se devo scegliere un riparo preferirò l’edificio costruito sulla roccia, più in alto. Il mio parroco ha detto che se lo Spirito Santo ci ha messo in questa situazione, lui saprà tirarci fuori. Non so se sia stato proprio lo Spirito Santo o la nostra libertà, comunque dietro c’è un disegno di cui noi ora vediamo solo i primi abbozzi. Di questo sono sicuro. Quante volte quelle che mi parevano disgrazie si sono rivelate la mano longa della Grazia in azione. Il nostro vedere è corto, nella migliore delle ipotesi.

Come dicevo a quei miei amici di prima, per il mondo friabile, tranquilli. I casi sono due: o è una prova per cui tra poco tutto si risolverà felicemente, o sono gli ultimi tempi.
Forse la seconda, mi hanno risposto, ormai siamo troppo oltre e non la si può più risolvere con risorse umane.
Potrebbero avere ragione. Se fossimo limitati alle risorse umane.

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Balla scimmia

La scimmia si accorge di essere nuda e si copre; poi comincia a costruire, cercando il suo senso.
Perché adesso è uomo.

L’uomo non trova se stesso se semplicemente si abbandona alla sua inclinazione naturale. Per diventare davvero un uomo, deve opporsi a questa inclinazione; deve voltarsi dall’altra: anche le acque per loro natura non salgono verso l’alto di loro accordo.

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La prova dei santi

Qualche anno fa, andava tutto bene con la mia religione.
C’era profonda unità tra quello che mi veniva insegnato e il mondo che vedevo. Tutto era logico, semplice, ragionevole, assolutamente non contraddittorio. Mi era stato insegnato a chiedere il perché di ogni cosa, giudicare quanto accadeva, analizzare, trarre conclusioni. Era come quando vai a controllare la soluzione di un esercizio e vedi che collima perfettamente con ciò che hai calcolato. L’universo era un posto fatto per me.

Come cristiano ero certamente attaccato. Quanto credevo era sotto discussione, testato di continuo. Ma avevo un dubbio. Che la mia prova non fosse una vera prova. Io non sono un santo,  ma sapevo bene che la prova dei santi è il venire attaccati nella fede non solo da coloro che ne sono fuori, ma colpiti da dentro. Dal fuoco amico. La santità si giudica dalla docilità nell’obbedienza, pur mantenendo la fermezza.

Quando ti confronti con qualcuno che non crede è relativamente semplice. All’inizio del mio blog temevo i grandi guru dell’ateismo e dell’agnosticismo, poi ho verificato che nessuno dei loro argomenti regge. Il loro livello è spesso misero, il ragionamento inconsistente. Raramente qualcuno mi ha messo in difficoltà, e non per molto. Avevo risposte adeguate. Merito non mio, ma della solidità di ciò in cui credo, di millenni di apologeti.

Cosa succederebbe però se questa solidità venisse messa in dubbio non da qualcuno di esterno, che so odiare la Chiesa, ma da qualcuno che la ama, dall’interno? Se la visione dominante nella Chiesa diventasse quella che ho sempre combattuto ed avversato? Se mi si chiedesse di sostenere l’opposto di ciò che mi è stato insegnato in precedenza? Credo a quel che credo perché l’ho vissuto, perché l’ho verificato, o a ciò che mi si dice che devo credere?
Se quello che penso vero e l’autorità che rispetto e seguo sostenessero cose contraddittorie, che cosa sceglierei? Questo mi domandavo.
Poi mi dicevo, oh, non accadrà.
Questo la dice lunga sulla mia preveggenza. Sapevo che quando sinceramente chiedo ottengo, ma ad essere sincero questa prova avrei davvero voluto evitarla.

Perché adesso devo affrontarla. Devo risolvere la contraddizione, e devo farlo senza pregiudizio, non per partito preso.
Così anch’io, pur non teologo, proverò a confrontarmi con il nodo fondamentale che altri hanno espresso. Che, apparentemente, è sulla liceità o meno dell’accesso dei divorziati risposati all’eucarestia. In realtà quello è un pretesto, il modo con cui si esprime una questione decisamente più profonda.
Che posso sintetizzare: la Verità esiste?

Seguitemi un attimo, per comprendere meglio cosa è in gioco. Una certa visione nella Chiesa afferma che chi si ritiene a posto con la coscienza può accedere ai sacramenti, cioè comunicare direttamente con Dio. Qui non si sta parlando di coloro che, per ignoranza o arroganza, decidono di fare la Comunione pur sapendo di essere in peccato. A Messa quante volte vedi mettersi in fila della gente che Dio-ci-salvi. Quelli se la vedranno direttamente col Padreterno. No, qui si dice che la Chiesa concede i sacramenti ad alcuni pur sapendo che sono – formalmente – in stato di peccato. In un certo senso questo libera chi accede all’eucarestia in questo stato, dato che non hanno piena avvertenza, per fare ricadere il peso su chi ha dato loro il permesso.

Io conosco dei divorziati non per colpa loro, persone degne, meravigliose, con storie dolorosissime. Vederle ancora giovani a dovere scegliere tra il Corpo di Cristo e una nuova vita con qualcuno che amano mi riempie di dolore umano. Perché rimanere legati anni e anni a qualcuno che ti ha abbandonato? Mi riesce difficile comprenderlo. Se è difficile per me, figurarsi per loro.
Sicuramente alcuni di quei matrimoni saranno stati nulli. Ci si può arrabattare così. Ma tutti nulli? No. Eppure poche volte abbiamo dei pronunciamenti così netti di Gesù come in questo caso. Chi lascia la propria moglie o marito, e si risposa, commette adulterio. Punto. Durissimo: tanto che i discepoli stessi ne rimasero sgomenti: “Allora meglio non sposarsi!” E fu risposto loro che quanto aveva detto non tutti riescono a capirlo.

Coloro che sostengono che oggi le cose son cambiate non hanno proprio presente com’era agli inizi del cristianesimo, com’è stato per lunghi secoli al suo interno, com’è oggi in certe parti del mondo. Cambiate, certo, ma rispetto al meglio ottenuto con fatica. Non si può invocare la cattiveria dei tempi, sono stati molto più cattivi di così. E la dottrina è sempre stata quella.

In tutte le epoche ciarpame umano di ogni tipo e genere, noi compresi, si è rivolto alla Chiesa chiedendo accoglimi, salvami. La Chiesa ha dato ricovero a tutti, ma sempre dicendo: questa è la Verità. La misericordia è sempre passata per quella durezza. Pur con cadute vertiginose, corruzioni, errori. Dicendo: capisco che tu non ce la possa fare, ma ogni volta che cadi mi troverai vicino a rialzarti, finché capirai come si fa a camminare. Ti dico alzati, e cammina.

Adesso, capite, c’è una differenza con quanto sostiene qualcuno nella Chiesa. Ti si dice: se sei convinto di camminare, allora cammina. Io rinuncio a dirti che quello che fai è sbagliato, perché non ne sono più convinto. Anzi, sono convinto del contrario: la mia pietà umana è più grande della misericordia di Gesù, cioè quella di Dio. Lui era troppo duro. Quella poteva essere la Verità allora; adesso è cambiata.

Adesso è cambiata. Qui sta tutto il punto, come avevo anticipato. Sostenere che tutta una serie di pronunciamenti vincolanti di Papi precedenti  non valgono più. Questo non è mai accaduto. In passato si sono cambiati talvolta i modi, ma non la sostanza.
Se accade, quali sono le conseguenze? Che non mi posso più fidare di te, uomo di Chiesa. Se hai cambiato idea su questo, tutto il resto che tu, Chiesa, mi dici, può cambiare. O la tua autorità si poggia su una base solida, e non muta, oppure è soggetta a mutamento di sostanza. Allora, perché dovrei crederti? Se una cosa è bene un istante e il momento dopo no, chi me lo fa fare di affrontare difficoltà e sacrifici per venirti dietro? In ultima analisi, se quello che mi dici non è Verità allora non sono obbligato a crederti. Sei solo un omino che si veste buffo che fa parte di una organizzazione alla cui autorevolezza non crede lui stesso. Grazie, ho di meglio da fare.

L’interpretazione che ho appena data è l’estrema conseguenza. Si può anche pensare che l’accesso ai sacramenti, in casi particolari, sia giustificato dal fatto che davvero non c’è un precedente matrimonio valido, cosa magari formalmente impossibile da dimostrare. Però bisogna dirlo: non può esser un fai-da-te. Sarebbe affermare che la coscienza privata ha la preminenza. Uomo, ultimo tribunale? Cavallo di battaglia protestante, non certo cattolico.
Si può sostenere che non è un cambiamento di dottrina, è un approfondimento della stessa. Questa opinione però deve fare i conti con il Vangelo già citato. Difficile trovare un criterio più nettamente espresso.

Si può anche rimproverare la mancanza di misericordia di una Chiesa troppo legalistica. Citare tanti atti di accoglienza di Cristo: davvero vogliamo escludere dalla Comunione qualcuno che sul serio ha desiderio di Lui, anche se non ha la forza o la volontà di superare i suoi limiti? Tra Pietà e Verità chi vince? Tra Libertà e Verità, chi ha la preminenza?

Non sono interrogativi da prendersi alla leggera. Io non presumo di sapere la verità: la ricerco. Perché è questa che deve guidarmi nella vita di ogni giorno, nella prassi quotidiana. Che Vangelo annuncio? Cosa posso sostenere, di fronte ai miei amici, ai miei colleghi, ai miei parenti? Gli uomini veri si fanno guidare dalla ragione, non dall’istinto. La ragione vera non può prescindere dalla fede.

Devo perciò cercare dei criteri di giudizio.
Uno di questi è senza dubbio il principio di autorità. Riconosco che alcune persone hanno una ragionevolezza e una comprensione molto maggiore della mia, e le seguo anche se ho una opinione dissimile. In questo caso, però, abbiamo autorità che sono in conflitto tra loro: quelle passate, e le attuali. Privilegiassi esclusivamente le attuali ricadrei nel relativismo.

Un altro criterio è “dai frutti li riconoscerai”. Cosa accade dove i nuovi criteri ispirati alla misericordia hanno attuazione? La Fede, la Chiesa sono più forti oppure questa rattrappisce e sparisce? Davvero la misericordia è applicata, o non trionfa l’arbitrio? I sostenitori di questa linea perseguono sempre la Verità, o una loro agenda? L’esame imparziale dei fatti sembrerebbe indicare questa seconda ipotesi.
A questo punto non posso fare a meno di ricordare le parole di Cristo sui tralci che, staccati dal tronco, avvizziscono. Se il criterio non è più quello indicato da Cristo, nonostante tutto il mio umano desiderio di felicità il risultato sembra opposto. Quello che pensavo non risolve niente.

Così questa è la mia risposta a quella prova a cui accennavo all’inizio. E’ corretta? Non lo so. Posso solo pregare. Pregare che la prova finisca, che si trovi come conciliare le opposte esigenze, torni l’unità e la chiarezza che desidero profondamente, come si cerca l’acqua quando si è assetati.
Forse, anzi, sicuramente, il momento presente ha un senso ben preciso. Una potatura necessaria, secondo un disegno divino. Questa è la mia fede. Nello Spirito Santo, non negli uomini confido.

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Di eroi e di santi, ancora

Discutevamo l’altra settimana di eroi e di santi. Forse però non è ben chiara la differenza tra gli uni e gli altri.
Un eroe è una persona che compie qualcosa di eccezionale, per suo merito. Può essere o non essere straordinario in se stesso, un semidio o qualcosa del genere; ma la radice del suo eroismo non è nello spiccare dal punto di vista fisico, quanto da quello comportamentale. L’eroe ispira perché fa l’eroe, non perché sia più forte o più capace. La fonte della sua virtù però è sempre umana, fosse pure l’amore di patria.
Per essere eroi bisogna essere uomini eccezionali, lasciandosi alle spalle le debolezze.

Il santo, invece, pone la sua forze in Dio. Punto. La forza che ha non è sua; è la forza di Dio. Quello che fa di grande è perché “lascia fare Dio”. Si affida. In un certo senso è il contrario dell’eroe, che invece porta tutto il peso dell’umano. Il santo è tanto più grande quanto più si fa piccolo.
La sfida tra il santo è l’eroe è quella tra Davide e Golia. Il ragazzino pressoché disarmato e il fortissimo uccisore corazzato. Un combattimento dall’esito scontato, per tutti i parametri umani. Solo un pazzo avrebbe scommesso contro Golia.

Così come i santi. Chi avrebbe scommesso su di loro? In vita spesso perseguitati, incompresi, esecrati da benpensanti e media, non infrequentemente uccisi.
Eppure sono stati molto più forti di tutte le legioni di eroi, di cui tombe e nomi sono dimenticati. Hanno cambiato il volto del mondo, perché non erano di questo mondo.

Come l’eroe il santo ispira l’imitazione, fa dire: come si fa a vivere così?
Si può fare l’eroe, nella vita di ogni giorno come nella circostanza eccezionale. Ma bisogna avere occasione e stoffa. Volere essere eroi può schiacciarci. Ci può rendere davvero infelici, facendoci accorgere di quanto in realtà siamo deboli. Non tutti possono essere eroi. Non tutti ce la fanno. Non tutti ce la possono fare.

Essere santi è molto più semplice. Possono esserlo tutti. Proprio perché è qualcun altro che fa, molto più forte e perfetto di ogni nostro eroismo.
Possiamo. E sì che allora il mondo cambierebbe.

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Innocenza

La festa di oggi dei Martiri Innocenti è difficile da capire.
Quei piccoli massacrati da Erode nello sforzo di eliminare un possibile pretendente al trono, come credeva fosse Gesù. Giova ricordare che, al tempo, se la vita di una adulto valeva poco, i bambini erano considerati quasi nulla. Com’è ancora oggi, dove il cristianesimo non è arrivato oppure è stato dimenticato.
Erode aveva fatto uccidere tutta la sua parentela, alcuni figli compresi. Cos’erano per lui quei pochi estranei in più?
Da ragazzo pensavo che era quasi sadico festeggiare quelle morti. Mica l’avevano chiesto loro di essere ammazzati. A loro di Gesù non importava niente, neanche parlavano. Quello che volevano era vivere.

Cosa vuol dire martire? Significa testimone. La loro morte testimonia qualcosa: l’esistenza di un motivo per ucciderli. Sono martiri cristiani perché quel motivo era Cristo. Anche se non l’hanno mai conosciuto.
Tanta gente che muore, oggi, mica voleva finire così. Eppure la loro uccisione ci dice che c’è una volontà, uno scopo, che la cattiveria degli uomini vuole qualcosa. E quel qualcosa passa per la fine delle loro vite.
Al male di loro non importa. Può esser qualcosa che hanno fatto, può essere qualcosa che sono, può essere dove sono. Ma la persona irripetibile che sono, che erano, è indifferente.

Si può essere innocenti solo di fronte ad un male. E il male è l’opposto dell’amore. Amore vuol dire curarsi di qualcosa, il suo opposto è non curarsene. Considerarlo niente, eliminarlo, se si ritiene necessario. Il niente si può distruggere senza problemi. Solo al bene importa dell’innocente, perché al bene importa di ogni cosa.

Ogni vita che va, quindi, ci dovrebbe sussurrare. Far pensare. Ai motivi per cui viene spenta. A ciò di cui è martire. Ogni martire è una domanda di perché, e la risposta spetta a noi.
Può darsi che, nel proseguire della nostra storia, saremo chiamati anche noi ad essere martiri. Testimoni, innocenti o no, di qualcosa che va oltre noi stessi.

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L’ora più buia

L’ora più buia è quando il freddo ti accoltella, ti succhia le ossa il  gelo nebbioso.
L’ora più buia è quando non distingui più chi ti sta attorno, contorni sfocati, estranei in corpi che un tempo conoscevi.
L’ora più buia è la morte dell’amore, la certezza che si ferma smarrita, l’impossibile paura che apre le sue lunghe gambe come un ragno magro.
L’ora più buia è quando butti via ciò a cui tieni per tristezza, noia, ripicca, arida sabbia al posto del cuore.
L’ora più buia è il sole che è disperso, orologio rotto, forse fuggito da questa notte che non finisce.
L’ora più buia è quando la tua mortalità uccide chi sei. il tuo errore è ciò che ti definisce, la tua speranza ti pare illusione.
L’ora più buia è quando sei un fantoccio pieno di carta e fiato, quando il tuo tempo è inutile.
L’ora più buia è adesso.

Poi nasce un bambino.
I fantasmi del buio rivelano ciò che sono.
Non è l’alba, quella fioca luce che trascolora il cielo?

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Bella dentro

E’ molto più bella dentro che fuori.
La cittadella della “Piccola casa della Divina Provvidenza”, nota come “Cottolengo” dal nome del suo fondatore, occupa un’area di Torino grande come un piccolo paese. Se da fuori si vedono solo edifici grigi, spogli, severi, da dentro vedi giardini, architetture ariose, bellezza, tranquillità. E’ la risposta cristiana alla miseria del mondo, quella che aumenta sempre ogni volta che l’uomo con le sue sole forze cerca di rimediarvi.

Di per sé l’opera del Cottolengo non è una novità, in quell’ambito cristiano che si è inventato gli hospitali e innumerevoli altre risposte alla povertà. Se nasce nella Torino prerisorgimentale è perché in quegli anni si è rotto il tessuto sociale delle opere di misericordia che prima erano capillarmente diffuse in ogni paese della penisola. E’ stato rotto da illuministi, giacobini, napoleonici. Gli ordini religiosi che provvedevano alle necessità dei poveri sono stati decimati, soppresi, cacciati; gli edifici, i conventi confiscati ed adibiti a caserme o peggio da governi ostili. La religiosità popolare è colpita duramente dalle nuove idee, intese a liberare l’uomo dal fardello di Dio, e che pongono quindi addosso all’uomo stesso il loro ben più pesante giogo.
Se l’opera del Cottolengo nasce e cresce in quel luogo, in quel momento storico, è proprio come risposta ad una situazione che la coscienza cristiana non può trovare accettabile. Le altre coscienze silenziano il problema: quelli sono miserabili.

Conversando con una suora, l’altro giorno, questa un po’ ingenuamente diceva che a certe povertà dovrebbe provvedere lo Stato. Ma è proprio lo Stato che certe povertà le costruisce o, se rimedia, non è con l’eliminare il problema delle persone, ma eliminare la persona con i problemi. La struttura della Piccola Casa ospita molte persone con malformazioni gravissime, ma sempre meno con il passare degli anni. Le giovani generazioni non ci sono: vengono uccise prima, prima che nascano. Così potrebbe avvenire domani con gli anziani non autosufficienti. Cosa ne sarebbe stato di quelle persone solari, luminose che abbiamo veduto, se non fossero state ospitate lì? I ciechi e sordomuti, coloro che mancano di braccia e gambe…sarebbero sfiorite, senza la gioia che hanno trovato in quel luogo. Senza una ragione per vivere, che nessuno Stato può dare. Sarebbero morte, dentro o fuori.
“La sofferenza non è un abisso, è una profondità”, ha detto una delle ospiti. Ma bisogna capirlo. Occorre non smarrirsi dentro quel vuoto che è l’animo umano quando non è riempito da Dio.

La povertà non finirà mai. Ci sarà sempre un abisso in cui perdersi, se non c’è qualcuno che indica, che ci dimostra, che la vita è bella dentro.

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Vivacchiando

Uno dei frammenti che mi hanno sempre affascinato di più del dramma di T.S. Eliot “Assassinio nella Cattedrale” è quel brano del coro delle donne di Canterbury che commenta il tempo vissuto mentre il loro arcivescovo era in esilio:

Seven years we have lived quietly,
Succeeded in avoiding notice,
Living and partly living.
There have been oppression and luxury,
There have been poverty and license,
There has been minor injustice.
Yet we have gone on living,
Living and partly living.

Sette anni abbiamo vissuto quietamente,
riuscendo ad evitare di essere notati
vivendo e in parte vivendo.
Ci sono state oppressione e opulenza,
ci sono state povertà e licenza
ci sono state piccole ingiustizie.
Tuttavia siamo andati avanti a vivere,
vivendo e in parte vivendo.

“Vivendo e in parte vivendo” può essere tradotto anche come “vivendo e vivacchiando”.
Il coro delle donne di Canterbury si conclude con l’appello per il ritorno dell’arcivescovo. In Francia, lontano, dove non disturbi il vivacchiare. La vita parziale di chi non cerca il senso, di chi si accontenta, come canta anche Bob Dylan in una sua canzone:

Anche se i padroni fanno le leggi
per i saggi e per gli stolti,
io non ho niente, mamma, per cui vivere.

Although the masters make the rules
For the wise men and the fools
I got nothing, Ma, to live up to.

Ho scoperto una singolare corrispondenza di quel brano di Eliot in una lettera scritta da Piergiorgio Frassati verso la fine della sua vita:

“Carissimo, ogni giorno più comprendo qual Grazia sia esser Cattolici. Poveri disgraziati quelli che non hanno una Fede: vivere senza una Fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la Verità non è vivere ma è vivacchiare. Noi non dobbiamo mai vivacchiare ma vivere perché anche attraverso ogni disillusione dobbiamo ricordarci che siamo gli unici che possediamo la Verità, abbiamo una Fede da sostenere, una Speranza da raggiungere, la nostra Patria. E perciò bando ad ogni malinconia che vi può essere solo quando si perde la Fede. I dolori umani ci toccano ma se essi sono visti sotto la luce della Religione e quindi della rassegnazione non sono nocivi ma salutari perché purificano l’Anima delle piccole ma inevitabili macchie di cui noi uomini per la nostra cattiva natura spesse volte ci macchiamo. In alto i Cuori e sempre avanti per il trionfo del regno di Cristo nella società”.

Uno potrebbe asserire che difendere un patrimonio di Fede, presumere di custodire la Verità, lottare continuamente per essa è molto poco alla moda ultimamente. Come del resto il trionfo di Cristo nella società. C’è chi suggerisce che vivacchiare quietamente possa essere la soluzione ideale per i tempi moderni, dove tutti si vogliono così bene che non si capisce più cos’è, questo bene.
Ma Frassati è beato, loro no.

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Fondamentalmente

Devo confessare che quando l’ho saputo mi è scappato un po’ da ridere. In un articolo su Nuova Europa dedicato ai fondamentalismi cristiani è finito incluso anche il sito di Samizdatonline. Dopo un elenco di persone e siti che conterrebbero pericolosi riferimenti al cardinale Caffarra, monsignor Schneider e Stanisław Grygiel, troviamo scritto questo:

Il cardinale Burke ha affermato che nel caso dell’Amoris Laetitia, «non si tratta di magistero». Come dire: non vincola nessuno. La sua intervista a Repubblica del 10 aprile 2016 ha trovato spazio, oltre che sui siti fondamentalisti tipo Corrispondenza romana, Riscossa cristiana ecc., su una miriade di altri siti di cattolici che si mostrano più o meno scandalizzati da papa Francesco: lafedequotidiana, chiesaepostconcilio, apostatisisidiventa, lamadredellachiesa, samizdatonline, si si no no, unavox, ilgiudiziocattolico e moltissimi altri. Naturalmente anche sul sito di Magister e su La bussola quotidiana; ma in questi due casi anche per dovere di cronaca.

Intanto non si capisce se Samizdatonline è più scandalizzato o meno scandalizzato. Scandalizzato così-così? Del tipo “O mi mi signora Gina”? Naah, se siamo nell’elenco siamo certo nei cattivi. Il che mi obbliga a qualche precisazione, dato che di Samizdatonline sono, a causa della mia mancanza di riflessi nel tirarmi indietro in tempo, presidente indegno ormai da qualche anno.

La nostra associazione è nata una dozzina di anni fa per raccogliere quanti cercano di mantenere una presenza cattolica su internet. E’ un’insalata mista di tante sensibilità ma, come descritto anche nello statuto, “riconosce l’autorevolezza morale dell’insegnamento della Chiesa Cattolica, come formulato dal Magistero ed espresso dal Pontefice”. Sensibilità diverse, ho detto: infatti nel giro delle nostre mailing list ci siamo tante volte accapigliati in discussioni accese su questo o quell’argomento. Ma, credeteci, riconoscendo sempre di avere per Madre la Chiesa.

Il nostro sito è un riflesso di questa diversità: e se ora che i blog sono un poco passati di moda non riusciamo neanche a mantenerlo tanto e gestire molti contributi originali, non mi risulta che sia mai apparso in esso qualcosa di “scandalizzato” nei termini riportati.

Mi dicono che il problema sono i link: nella fattispecie, uno ad un articolo critico di Magister. Ossignùr! Chi mantiene un sito sa bene la storia dei link: li metti, e poi li dimentichi. Quelli sulla home page del mio blog metà sono morti, ed un paio li dovrei effettivamente levare. Si sa: la gente cambia. Fino a ieri Magister era un vaticanista riverito; ma da un po’ risulta alquanto sgradito a certuni. Pare che il fondamentalismo sia come la lebbra: basta il minimo contatto e ti si appiccica. Dovrebbero andare in giro con un campanellino, quelli.

E qui apriamo una certa parentesi. Il link a Magister c’è e io lo lascerei. Perché dice cose interessanti; perché è spesso informato; perché non si limita a rimandare la velina come fanno tanti altri. Devo vergognarmi di lui? Samizadtonline è stata fatta per parlare con chiunque; nel momento in cui abbiamo un Papa che accoglie in Vaticano eretici espliciti come i luterani e imam musulmani, mi sembrerebbe strano censurare chi si professa cattolico e fedele al magistero, se pur non sono a volte d’accordo con quello che dice.

Devo dire che non sono avvezzo a sentirmi dare del fondamentalista, anche se rientra nel novero degli aggettivi che mi sono stati rivolti nel corso di innumerevoli discussioni, spesso da mangiacristiani incalliti. Ero molto più abituato ad “integralista”: era l’insulto comune con cui i mezzi di comunicazione laicisti indicavano me e il movimento al quale appartengo. Non solo da loro: anche da alcuni fratelli cattolici che vivevano e vivono un’appartenenza al cristianesimo con una visione diciamo un poco differente, quelli che uno di loro ha chiamato “cristiani adulti”; a volte così adulti da non essere nemmeno più cristiani. Poiché l’estensore dell’articolo ha, in passato, condiviso con me l’essere il bersaglio di questo epiteto mi sarei aspettato un poco più di prudenza prima di usare etichette da applicare a mo’ di francobollo su tutto ciò che è reo di non attenersi pedissequamente ad una certa vulgata contemporanea.

Come tutte le definizioni un po’ fasulle e vaghe, “fondamentalista” va parecchio stretto a chiunque: a me tira sul cavallo e prude un sacco. Vorrei rassicurare: qui si è fondamentalmente fedeli alla Chiesa, quella che a sua volta ha come fondamento gli apostoli e i profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù. Non abbiamo intenzione di ereticizzarci o di diventare scismatici. Si cerca di essere cristiani al meglio che si può, e se questo significa essere perseguitati anche dai fratelli nella fede, oh beh, condividiamo il fardello con parecchi personaggi illustri: da Don Giussani a Padre Pio. Loro santi, noi indegni cristianelli che cercano il vero, il bello e il giusto: tenetene conto, voi giudici.

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Perdere la mia religione

Nei tempi andati, nell’Europa di qualche secolo fa, con religione non si indicava ciò che si intende adesso. L’uomo era religioso, punto e basta. Era una virtù; una caratteristica dell’umano, più interna che esterna. Con esso si intendeva il rapporto dell’uomo con il trascendente, con il sacro, con lo straordinario.

Per quasi tutte le culture c’è in questo termine, o nelle sue varie traduzioni, una sorta di contratto tra l’uomo e il divino, in cui quest’ultimo concede il suo favore in cambio di riti, o devozione. Il riconoscimento della sovra-umanità è la garanzia alle regole comuni di comportamento, la base della convivenza sociale. Se per i cristiani questo contratto è una libera alleanza, in altre culture è imposizione, editto da rispettare, dovere da ottemperare. Avere una religione voleva dire quindi sottoporsi a questo legame.

Chi non aveva religione, o ne aveva poca, voleva dire che non riconosceva l’ordinamento comune del mondo. Non riconoscendo le regole, era in qualche maniera fuori dalla società. Quello di cui si accusava i cristiani nei primi secoli era proprio questo: attribuendo la divinità al solo Cristo e non all’imperatore o altri dei erano considerati irreligiosi, ribelli alle regole e perciò pericolosi, capaci di tutto. La preoccupazione degli apologeti dei primi tempi era proprio questa: dimostrare che credere in Cristo non voleva dire non avere regole, ma avere una regola così alta da comprendere tutte le altre.

La trasformazione del concetto di religione in quello moderno avviene quando si comincia a negare la trascendenza. Se si nega che esista qualcosa di più alto dell’uomo allora, se si vogliono avere regole, bisogna sostituire il divino con l’umano. O meglio: occorre dare all’umano un potere sovraumano, concedendogli quegli attributi che un tempo erano riservati alla divinità. Lo Stato è divinizzato; in alternativa il potente, la Costituzione, il Giudice, il Partito, il Mercato… tutte queste entità diventano soggetti religiosi, in quanto si pongono su un piano superiore all’uomo comune e impongono dei riti.
Mentre però il trascendente è per definizione  su un piano più alto della vita terrena, questi sostituti umani non possono dire altrettanto. Per suscitare fedeltà e imporsi devono usare un miraggio di progresso dal fiato corto, l’edonismo spicciolo del piacere oppure la forza. Tutte soluzioni che mancano di vera presa, e quindi incapaci nel tempo di mantenere la promessa, una regola giusta di vita, la felicità.

Abbiamo quindi, oggi, questo paradosso: si riconosce il termine religione solo a quanto si riferisce ad una trascendenza pur essendoci soggetti che, negandola, ne assumono tutte le prerogative. Perché l’uomo in qualche maniera è obbligato a riconoscere di bastare a se stesso;  di non essere abbastanza grande, di avere necessità di qualcosa di maggiore di lui. E’ fatto così: anche se magari consciamente lo rifiuta, l’istante dopo si appella a questa religione che lo vincola.
Che se è roba umana, ha lo stesso esatto problema di chi la pratica: non è abbastanza grande. Chi sposa la moda rimane presto vedovo, si dice. La religione del contemporaneo domani l’avrò già persa.

Birra e misericordia

Mentre scendevo dalla testa della Tronche, in faccia al Monte Bianco, sotto un sole implacabile, c’era una cosa che davvero desideravo.
Una birra ghiacciata.
Il giro è stato più lungo del previsto, le scorte d’acqua sono consumate, quella dei torrenti è fangosa. La sete dissecca la bocca. Così uno se la vede, nella mente. Gialla, fresca, nell’alto bicchiere imperlato di goccioline.

L’albergo che ci ospita, al rientro delle gite, a volte offre ai camminatori una sorta di merenda. Tè, biscotti. Non questa volta. Questa volta era birra. Sì, una birra gelata ed inattesa, esattamente uguale a quella sognata.
E lì capisci la misericordia, che è sempre un miracolo. Un regalo inaspettato, che non hai meriti per pretendere, ma che è il compimento del tuo desiderio profondo.

Discutevo con un mio amico, camminando. Ci chiedevamo,  davanti all’imponenza di quelle cime ammantate di ghiacci e nevi e prati fioriti, come fa chi abita qui a non credere in Dio.
Eppure è possible, accade: perché ci si abitua anche all’eccezionale. Ripensando alla birra, mi sono reso conto che anch’io non ero poi così diverso: perché anch’io ho dato per scontato il Monte Bianco, e gli amici, come se fossero dovuti, normali, mentre sono lì per me. Sono il segno della Sua grazia, manifestazione del Suo amore per me. Un dono. Come la birra.
Qualcosa di immeritato, ma che riempie l’animo di gusto e bellezza.

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De gustibus

Le opere di misericordia spirituale sono sette. Qualcuno sostiene che ce n’è una di troppo: “Ammonire i peccatori” sarebbe irrimediabilmente fuori moda. Non che i peccatori siano fuori moda, anzi, la moda la fanno, è ammonirli che non si usa più. Il peccato è diventato sbaglio, poi opinione, poi opzione, e ora vanto.
Già, se bene e male non esistono anche scegliere consapevolmente uno o l’altro va a gusti.
Credo però che il gusto del Signore sia ben precisato; e, a dirla tutta, la ritengo un’opinione molto più affidabile di quella di qualsiasi opinionista, clericale o no.
Se del gusto non si discute, allora tutto può fare brodo. Mangiatela pure voi, però, quella zuppa dagli ingredienti sospetti. Qui si continua a preferire la roba buona.

Se non altro i fautori del degustibus danno l’occasione per esercitare un’altra opera di misericordia: sopportare pazientemente le persone moleste.

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Hai rotto

Il bambino ha rotto la finestra. Ha esagerato, lo sa. Non ha dato retta agli avvertimenti. Ha compiuto qualcosa di sbagliato.
Può scusarsi. Non volevo, è stato un incidente, mi è scappata. Crederà alle sue stesse giustificazioni? Quello che è rotto rimane tale.
Può non scusarsi. Chissenefrega dela finestra. Chissenefrega dei rimproveri. Qualcosa da dire? No? Ciao.
Può chiedere perdono. Il perdono è ben diverso dalla scusa. La scusa cerca di buttare altrove la colpa, ma non la elimina.  Il perdono la cancella. Come se non fosse successo.

Il padre perdona il figlio. Lo perdona sempre, che si sia pentito o no. Che abbia capito o no. Come una fonte, che continua a gettare acqua sia che beviamo sia no. Fons pietatis.
Se non beviamo, la sete resta.

Evening Falls Le Soir qui tombe, 1964