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Fallimenti

Tutte, tutte, tutte le storie umane sono intrise di fallimento.
Fallimento vuol dire caduta, vuol dire errore. Vuole dire peccato: il distacco tra ciò che dovrebbe essere, l’infinito bene oltre i nostri più sfrenati desideri, cioè Dio, e la nostra realtà di uomini.
E’ per questo che sappiamo che esiste un Dio: perché possiamo vedere questo distacco, questo fallimento. Siamo umani perché sappiamo che l’infinito c’è. Se pure non ci arriviamo. Se pure falliamo.
C’è Chi ci porge la mano per rialzarci, ogni volta che cadiamo, perché sempre, sempre sempre cadiamo. E’ per questo che è venuto Cristo: a mostrarci che per quel cielo impossibile c’è una via.

E che cristiani saremmo se negassimo che, anche in mezzo al fallimento più cocente, questa strada esiste?

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L’eclissi del sacro

Sapete, se qualcuno quarant’anni fa, o venti, o meno, avesse suggerito le dimissioni del Papa, sarebbe stato guardato come matto. O come assolutamente ignorante della Chiesa cattolica; un poveretto di altra religione, non bene informato.
Ciò che più mi spaventa, a pensarci – beh, magari non proprio il pensiero più spaventoso, ma quasi – è che invece la cosa sia arrivata da un vescovo, e sia stata presa seriamente. Che non sia stata considerata un’uscita folle. Accidenti, che molti, me compreso, l’abbiano considerata una possibilità, qualcosa da valutare.

Il che è un segnale molto brutto di ciò che mi viene da chiamare eclissi del sacro. Cioè il ragionare per categorie mondane anche per quello che dovrebbe essere pertinente al divino; come se il divino fosse solo una impiallacciatura, un qualcosa di scontato e in fondo di non necessario. Ok, Gesù e il Vangelo, ma adesso parliamo di cose reali.

Che è esattamente il contrario del modo di ragionare che mi è stato insegnato e che cerco di seguire: che Dio non è paesaggio, e neanche la prima cosa, quella più importante; ma l’unica cosa. Tutto il resto viene di conseguenza.
Viene di conseguenza, se abbiamo caro il vero e il giusto; perché non c’è altra maniera che il vero e il giusto arrivino in questa nostra vita. Convertirsi a Cristo è la nostra unica possibilità di salvezza da tutte le brutture che ci sono nel mondo, alle quali diamo il nostro sostanziale contributo.

Essere arrivati a questo punto, per cui Dio fa parte del paesaggio e la conversione non è un’opzione, è il fallimento della Chiesa di oggi. Si è nascosto Dio dietro alla buona volontà, all’accoglienza, al volontariato, a questa e quella morale o moralismo. Oppure dietro paramenti, o messaggi, o devozioni, a questa e quella morale e moralismo, e ci poi ci si è dimenticati di Lui. Spesso. Quasi sempre.

E, come sempre accade quando ci si dimentica di Lui, quando lo si abbandona in qualche soffitta o in qualche buona intenzione, il male deborda. Perché è proprio questo il male: dimenticarsi di Dio. E quindi tutte le cose più turpi e immonde, e più turpi e immonde di quanto spero riusciate ad immaginare, giungono. Si insediano, si fortificano, si aiutano, si sostengono vicendevolmente, e l’inferno, un po’ d’inferno, un assaggio di inferno dilaga sulla terra. Le tenebre diventano sempre più dense.

Sì, abbiamo dimenticato tutti Dio. Il Vangelo annota, più e più volte, che anche tra i suoi principi, tra i suoi discepoli, tra i suoi apostoli vi erano quelli che dubitavano. Che non credevano. Fino all’ultimo. Il sole di Cristo, che pure era lì, evidente, era eclissato da altro. Come ora.
La Bibbia rammenta per il popolo ebraico tempi simili a questi. Tutte storie che non finiscono bene.

Le eclissi sono fenomeni transitori. La luce è oscurata, ma ciò che la oscura passa, va. Per sua natura.
Ma noi che vediamo la luce scemare di minuto in minuto, cosa ne sappiamo? Come possiamo sapere che finirà, se non per la fede che dovremmo avere? E, se pure in qualche modo l’abbiamo conservata, come possiamo conoscere se si è già raggiunto il punto dove la notte è più fonda, o il peggio deve ancora venire?

Noi che attendiamo che i santi ci salvino, senza pensare che i santi dovremmo essere noi?

All’orizzonte

Sei sul margine del deserto, che guardi nella distanza. C’è un puntolino all’orizzonte. Cosa sarà mai? L’aria calda distorce quella distante sagoma che si vede a tratti.

Le persone attorno a te, ognuna ha un’opinione. C’è chi dice che sia un uomo, un viaggiatore a piedi. Chi un uomo a cavallo. Chi un coyote, chi qualche altro animale selvatico. Altri dicono sia
un miraggio dovuto alla calura, che lì fuori non ci sia niente. Esiste realmente, quel qualcosa in lontananza?

Le loro opinioni sono tutte legittime, anche se alcune sono discutibili. Ma solo uno può avere ragione. Non possono essere tutte vere contemporaneamente. Non può essere un uomo e uno sciacallo. Non può essere qualcosa e insieme niente.

Quindi la domanda importante non è se gli altri abbiano il diritto di esprimere la loro idea. E’ “Chi ha ragione”?

Tu noti qualcosa d’altro. Un nuovo punto, ma questa volta si avvicina. Lo vedi bene, adesso, è un uomo. Arriva dalla stessa direzione di quell’altro oggetto all’orizzonte. Si fa avanti, vi saluta.
“Io e mio padre”, dice, indicando il punto lontano “stiamo cercando un posto dove stare. Sareste disposti ad ospitarci?”

La domanda adesso è cambiata. Non è più “Chi ha ragione”, ma “Sta dicendo il vero quest’uomo? Posso credergli? Arriva proprio da lì, è credibile che abbia la risposta al nostro dubbio?”

Se, dopo che quest’uomo è giunto, continuate a discutere, e siete ancora dell’idea che il punto all’orizzonte potrebbe essere uno sciacallo o un’illusione, allora ciò vuol dire solo una cosa: non gli credete.

Così se, nella nostra realtà di oggi, pensiamo di non potere dire niente ad un ateo, un agnostico, un uomo di altra religione, vuol dire che non crediamo a quell’uomo che il Padre Suo ha mandato a salvarci dalle nostre opinioni. Vuol dire che non ci possiamo chiamare con il suo nome, dirci cristiani.
Siamo solo dei coglioni che guardano l’orizzonte, incapaci di capire cosa vedono.

Benedetto

San Benedetto cercava Dio, per questo educò gli uomini, che fecero l’Europa.
Oggi vogliono dimenticare Dio per cercare l’Europa, e stanno solo disfacendo gli uomini.

Il dio sdraiato

E’ una strana teologia quella che è in voga ai nostri giorni.

Avevamo parlato qualche giorno fa di un dio orizzontale, cioè che non si pone più come qualcosa di superiore all’uomo ma allo stesso livello. Avevamo obiettato che il dio di una simile teologia difficilmente può riuscire a farsi amare, o anche solo a farsi rispettare. C’è persino il dubbio che rientri appieno nella definizione stessa di “dio”. In che cosa dunque sarebbe diverso da un essere umano qualsiasi? Se ogni colpa è perdonata in anticipo oppure giustificata non esiste nessuna differenza morale. Nessun peccato, il termine stesso non ha più senso.
Ma se non ha più senso allora  come può qualcuno essere moralmente superiore ad un altro?
Se non c’è differenza morale allora la sola distinzione è quella fisica; un qualche superpotere, il cui uso è impossibile ad un figlio di Adamo. Sì, un supereroe, o un superbullo che gioca con la materia dell’universo. Un essere pericoloso da cui guardarsi, da ingraziarsi se possibile; a cui sacrificare in cambio dell’uso amichevole dei suoi poteri.

In altre parole un dio come quello delle antiche mitologie, un Odino o uno Zeus, o un Baal.
Un beone e un fornicatore, un ingannatore e un violento. Ma, rassicuratevi: non avevamo detto che la colpa non esiste? Questi dei sono gli idoli adatti ai nostri tempi.
Idoli inutili.
Perché degli dei come questi non esistono; o, se esistessero, non avrebbe il mio rispetto. Non cambierebbero la mia vita. Non mi insegnerebbero a essere più felice. Per questo tipo di dei sarei ben felice di dirmi ateo, come tali venivano definiti i primi cristiani.

Il dio compagnone è una nullità morale; se anche i miracoli vengono negati, come talvolta accade, non c’è ragione neanche per tentare di ingraziarselo. Un’entità inutile, di cui non vale la pena occuparsi. Figurarsi poi di quelli che si dicessero suoi interpreti, suoi sacerdoti.

Un dio che non mi spiega come fare a essere felice è un dio sdraiato a godersi la vita, lui; mentre io mi arrabatto con i miei limiti e i miei errori. Che esistono, che ci sono, e nessuna negazione, nessuna autogiustificazione possono davvero spingerci a credere che non esiste niente di male a fare il male.

Con chi lo asserisce in prima fila ad accusare, a giudicare, ad indignarsi. Nel nome dell’unico suo dio, se stesso.

Se un Dio davvero c’è, deve essere Qualcuno di cui davvero valga la pena di occuparsi; Qualcuno che si occupi di me.
Per nessun altro dio mi drizzerò in piedi, o mi inginocchierò.

Chiedere

I giovani chiedono… i vescovi chiedono… i fedeli chiedono… quante volte sentiamo di documenti fatti da questo o quel gruppo che domandano che la Chiesa diventi quello che loro vogliono.

Gli umani sono volubili, i loro desideri spesso sciocchi ed effimeri. Lo so perché sono umano anch’io.
Di una Chiesa che fa quello che le dicono le persone, bene intenzionate che siano, non me ne faccio niente. A me interessa quello che chiede Dio.

Un Dio orizzontale

“…Per Gesù Cristo, nostro amico e fratello.”

Devo ammettere che questa formula, sentita durante la messa, mi lascia molto a disagio. Ero abituato a quel “Nostro Signore” che, nei dialetti delle mie parti, sostituiva il nome di Dio: “Nossgnùr”.

In tempi passati la Chiesa ha spesso posto l’accento sulla regalità divina. Feste come “Cristo Re dell’Universo” testimoniano una teologia verticale dove sono evidenziati l’insignificanza dell’uomo, il suo esistere per volontà divina, il suo dipendere dalla Grazia. Dio Giudice, il primato della verità e il dogma sono tutti connessi a questo tipo di ordine cosmico. Una visione affine alla struttura della società com’è stata per secoli: il re, l’imperatore, la nobiltà, con i suoi doveri e la sua autorità derivante da quella celeste.

Ma la società oggi è diventata, almeno nominalmente, orizzontale. La rappresentatività delle élite è stata via via messa in discussione e demolita; nel nostro tempo nessuno direbbe che un presidente esercita il suo mandato per volontà divina. Specie certi presidenti. Alla verità, che fa liberi, oggi si preferisce la libertà, che permette di arrivare alla verità; il Dio che giudica è messo da parte, si preferisce quello misericordioso. Persino i tribunali umani spesso non seguono più la legge, ma le loro sensazioni. Si sono sostituite alle certezze morali non negoziabili atteggiamenti molto più possibilisti, fino quasi alla sparizione del peccato. Come se il bene fosse diventato un concetto confuso. Se Dio è il sommo bene, allora anche lui appare come somma confusione. Gesù ora è fratello, amico, compagnone. E con quale autorità un compagnone ha il diritto di sindacare i tuoi comportamenti? Un dio così diventa inutile per l’uomo, utile per un potere che non è più limitato da niente di superiore.

Se Cristo un tempo si seguiva perché “bisognava”, un’imposizione che lasciava il cuore arido e la ragione perplessa, oggi si dice che occorre farlo per amore. Ma l’amore non sorge a comando: è suscitato da una presenza eccezionale. Non ci innamoriamo di una mediocrità qualsiasi, né di un “buddy Christ” che non è in grado di dirci niente di definitivo su quello che è vero, bello, giusto. Perché non è che una proiezione di noi stessi.
Si può forse seguire uno sconosciuto per dovere, ma difficilmente perché ci dicono che dobbiamo essere innamorati di lui.

Forse il “Gesù sovrano” di un tempo non ha più molto senso in un mondo dove i sovrani contano solo come macchiette o come dittatori. Viene da domandarsi se è stata la teologia a plasmarsi sulla società o viceversa. Se ci si debba adeguare dimenticando il passato. Ma questo Gesù così trendy, l’odierno compare di bagordi che perdona tutto, è così distante dalla figura storica di quell’uomo che è Dio da renderlo incomprensibile. Da rendere immotivato il suo sacrificio, irrilevante il suo stesso esistere. Fino a farlo sparire in un volemosebene che è una dolciastra trappola mortale.

Sì, Gesù è nostro amico, nostro fratello, ma solo dopo che abbiamo riconosciuto la sua autorità. Il suo essere divino. Il suo essere Signore.
Solo dopo che avremo capito perché amarlo.

La passeggiata

Il baldacchino avanza; sotto, il sacerdote che porta Nostro Signore. Dietro, il paese, o quello che ne rimane, in corteo.

C’è chi segue in silenzio; e chi il silenzio non sa cos’è. Parla, parla, di ogni cosa, del più e del meno, di sport, di lavoro, di amici e parenti, spettegola e contratta. Sembra che si sia fuori a passeggiare, invece che a fare la processione del Corpus Domini. Né le preghiere né le meditazioni né i canti interrompono il flusso delle parole. Come se si fosse smarrito il senso di quello che si sta facendo.

Una bambina sparge petali di rosa; ma, invece di gettarli davanti al sacerdote che passa, al corpo di Cristo, sta dietro, alle spalle, e li getta davanti alla folla che segue. La gente la fotografa perché è tanto carina. Ma il senso del gesto è smarrito, completamente perduto. Non si sa più cosa sta davvero passando tra le case; pochissimi gli addobbi a quei balconi che un tempo onoravano con velluti e immagini l’incedere del corteo.

E mi ritrovo a pensare agli apostoli che seguivano Gesù, che sulle strade polverose della Palestina litigavano tra loro, discutevano, pensavano a tutt’altro senza capire chi accompagnavano.

Occorre una grande grazia per capire quale tesoro prezioso è con noi, piccoli uomini chiaccheroni e moralisti.

Ecumenici

Ecumenismo per alcuni cattolici vuol dire disprezzare il cattolicesimo per abbracciare tutto il resto.
In pratica, essere antiecumenici verso se stessi.
Devo ancora capire se si tratta di una particolare forma di schizofrenia, di autolesionismo o più semplicemente della solita mossa dell’antico avversario.

Ritornare, come bambini

In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.
Matteo 18, 1-5

Io avevo sempre interpretato questo ammonimento di Gesù come un invito a perdere le nostre strutture di pensiero e vedere tutte le cose come la prima volta, stupiti perché ci sono.
Ma da poco mi è venuta alla mente un’altra possibilità. Cosa contraddistingue ancora il bambino? L’abbandono fiducioso all’abbraccio dei genitori. Chi non ha mai contemplato un piccolo addormentato al collo della mamma o del papà? Non ha timore, perché sa che è abbracciato, è voluto bene; che sua madre e suo padre faranno di tutto per proteggerlo, per tenerlo al sicuro, per fare quello che è bene per lui.

Si fida totalmente. La sua non è una fede cieca: è tutta la sua esperienza, è tutto il suo mondo che glielo ha insegnato. Non saprebbe esprimerlo a parole, il motivo della sua fiducia: quella è la sua realtà.

Srà crescendo che vorrà distaccarsi. Che metterà in dubbio. Che non si fiderà più del Padre, anzi. Per questo quando sento qualcuno che si defiisce cristiano adulto, mi ricordo di quell’ammonimento: se non ritornerete come bambini…

Statistiche

Un centro di ricerca inglese ha pubblicato, qualche giorno fa, una statistica sulla religiosità dei giovani di una ventina di paesi di area europea. I risultati, come si può immaginare, sono abbastanza desolanti. Nella grande maggioranza di questi paesi la pratica religiosa è in declino, e aumenta sempre di più la percentuale di coloro che si definiscono non religiosi.
Il definirsi non religiosi è il segno indiscutibile che la società stessa non è più tale. Fino a non molti anni fa persino chi non frequentava nessuna Chiesa aveva difficoltà a definirsi ateo o agnostico, perché rimaneva comunque una diffusa idea che qualcosa pur ci fosse o, banalmente, per conformismo. Ormai anche questa barriera è sparita. Sembra che la maggioranza delle persone giovani non si domandi più chi è, che cosa fa nel mondo, il senso della vita, o sia convinta che questo senso non ci sia.
E’ un fenomeno che aveva già notato alla metà del secolo scorso don Giussani, pur in un momento in cui la presenza cattolica sembrava pervasiva: una diffusa ignoranza di cosa sia il cristianesimo, una incapacità a porsi questioni sul significato della realtà, lo smarrimento delle proprie radici. Fu per questo che decise di insegnare nelle scuole, perché gli sembrava che solo una educazione, solo il riconoscimento di una presenza avrebbe potuto rovesciare quella decadenza di cui allora si captavano solo i primi segni.
Mentre oggi è ovvia agli occhi di tutti.

Non voglio addentrarmi nei particolari dei risultati di questo sondaggio, salvo per evidenziare una cosa: che più le chiese di un dato paese hanno ceduto adeguandosi alla mentalità del mondo, “aggiornandosi” per cercare di essere più appetibili, più hanno ottenuto l’effetto opposto: sono diventate insignificanti e alla fine sono sparite.
Non credo di sbagliarmi dicendo che i numeri residui in quei paesi altamente secolarizzati sono dati da coloro che si sono aggrappati alla tradizione, ad una religiosità che i progressisti etichetterebbero come irrimediabilmente fuori moda.

In una intervista, l’estensore della statistica annota che ci vorrà probabilmente un secolo prima che la ricostruzione di un comune sentire cristiano possa avere luogo. C’è chi gli contesta questo, dicendo che di anni ce ne vorranno 500; e chi invece fa notare come sintomi di ripresa siano già presenti. Certo meglio cento anni che la sparizione della fede, la risposta negativa alla domanda che si faceva Cristo: ne avrebbe ancora trovata sulla Terra al suo ritorno? Da parte mia dico solo che la Chiesa è stata data per morta molte volte, come pure avevano fatto per il suo fondatore.

Se la Pasqua ci insegna qualcosa è che mettere Cristo dentro un sepolcro si può, ma la cosa che gli viene meglio è uscirne vittorioso.

La braciola di Pasquetta

Il nostro annunciare Cristo è come la braciola di Pasquetta.
Perché sia gustosa e appetibile bisogna usare la fiamma, o le braci ardenti, non il fumo o la cenere.

Non basta

I demoni ci assillano da ogni parte.
Ci fanno fare le cose che vogliamo fare, invece di quelle che dovremmo fare. Per essere veri. Perché il nostro tempo, il tempo della nostra vita, non vada sprecato.
Li ascoltiamo. Ci sembrano saggi. Li ascoltiamo anche quando non ci sembrano tali. Perché siamo umani. Pensiamo di cavarcela. Pensiamo di essere più forti. Pensiamo di sapere, e che il sapere basti.
Non basta mai.

E attendiamo qualcuno che ci salvi, sempre più disperatamente, mentre sprofondiamo nel nostro nulla.

Per questo abbiamo bisogno di quel pane, di quel vino. Per quella forza che noi non abbiamo.
(Non basta, non basta, siamo fuggiti, quella notte, quella stessa notte. Siamo fuggiti. La salvezza non è una mano che si tende, è una mano che la nostra mano afferra)

Una scandalosa vicinanza

Come dicevamo, la mancanza di senso, la mancanza di speranza sulla nostra stessa vita hanno un riflesso sulla maniera con cui consideriamo le vite degli altri. Siano essi un bambino gravemente ammalato, un politico, nostro marito o nostra moglie.
Quante volte l’ho visto nei volti di chi ha perso un proprio caro. Lo smarrimento, il non volerci pensare, nel tentativo di rendere sopportabile il dolore. Ci si anestetizza nel tentativo di non vedere quell’abisso vuoto che, si vuole credere, è la nostra comune sorte. Il sigillo all’inutilità di amare, lottare, vivere.

Eppure c’è stato un giorno in cui un giovane predicatore, forse il Messia, ha rivolto ad una di queste persone scosse, atterrate dalla vita queste parole: “Donna, non piangere”. Che presa in giro, che insensibilità sarebbe stata se fosse davvero il nulla la nostra sorte.

Se invece quelle parole sono il segno di una vittoria sulla morte, sulla sofferenza, la Parola che dona un senso alla vita perché è padrona della vita stessa, allora che liberazione. L’uomo si può concepire solitario nell’universo, invece non lo è.
Io ho visto anche i volti di chi ha creduto a quel Messia. Sono volti differenti. Non c’è un abisso grigio, oltre il cancello che presto o tardi ognuno di noi varcherà.

Quella speranza, quella certezza, rendono la vita migliore qui e ora, perché non siamo più bloccati dall’inutilità del vivere, non siamo più prigionieri del dolore o del cinismo di chi cerca di mascherare la sofferenza.
Senza capire questo non si comprende la radicale differenza tra chi segue Cristo oppure un’altra religione. Tra la speranza, “non piangere!”, e l’indifferenza, o la rassegnazione.
Tra il niente e la più scandalosa vicinanza che si possa immaginare.

 

 

In cosa credi?

In cosa credi?
Credere è come il sistema operativo di un computer. E’ la guida con cui affronti il mondo, il metodo con cui fai le cose. Il tuo agire sarà molto differente a seconda della risposta alla domanda che ho posto.
Ma qual è questa risposta?

Non sapere darne una, o fornire elenchi infiniti di tutte le minime cose a cui credi, è solo un modo di dire che ti manca la consapevolezza del tuo io, non sai veramente cosa ti fa andare avanti. Probabilmente non hai mai pensato a te stesso; non hai mai seriamente cercato di capire cosa tu sia, dove tu stia andando, perché esisti.
Forse hai dato per scontate, o definito assurde, queste che sono le questioni fondamentali di un essere umano. Quelle che lo definiscono, che lo distinguono dagli animali.
Non essersi mai posto queste domande, o averle ignorate senza avere mai tentato di dare loro una risposta, vuol dire essere fermi al livello delle bestie. Mangiare tutto quello che ti danno da mangiare; vivere di luoghi comuni e idee altrui, non possedere una propria identità. Siccome non è possibile vivere senza identità, quella che hai è artificiale; instillata dentro da chi è potente, da chi gestisce i mezzi di comunicazione, perché chi non si pone domande su se stesso non è neanche in grado di mettere in dubbio ciò che gli viene detto. E’ quello che intendeva Chesterton, quando affermava che chi non crede in Dio non è che non crede a niente, crede a tutto.

In ogni caso, anche se non se ne ha consapevolezza, cose in cui si crede ce ne sono. Sono quelle che ci fanno prendere decisioni, che ci fanno scegliere da che parte stare, che ci fanno scendere dal letto. Per capire a cosa crede un uomo, bisogna guardare a cosa tiene. Per guardare a cosa tiene veramente basta guardare come impiega il suo tempo.

Ci possono essere sorprese. C’è un abisso tra il dire di credere a qualcosa e il crederci davvero. Gente che parla male del denaro o del potere che passa le giornate ad accumularne. Che dice di credere nell’amore e non ama nessuno, e se pure ha qualcuno lo trascura. C’è chi afferma di credere nella pace, e non perde occasione per odiare e assalire con violenza chi secondo lui è d’ostacolo a questa sua idea. E, ovviamente, chi dice di credere in Dio e fa l’opposto di quanto Lui ha detto, asserendo di essere abbastanza adulto da ragionare con la sua testa. Credendo, più che a Dio, al suo avversario.

Poi ci sono coloro che cercano di fare sì che ciò che dicono di credere sia davvero ciò che li fa agire. Che hanno visto, che sanno come avere fede in ciò che è bello, vero, giusto, che si è fatto incontrabile ed è stato incontrato, possa rendere uomini migliori. Possa rendere il mondo migliore, perché popolato di uomini migliori.
Questi sanno anche che da soli non ci possono riuscire. Per via di quell’abisso.
Ma sanno anche che quel vero, quel bello, quel giusto che è una persona non li lascerà da soli. Perché crede in loro.

La qualità del fare

Perché fare le cose?

Perchè si è obbligati. Perchè si viene pagati. Perchè ne ho un vantaggio.
Se queste sono le motivazioni, nell’istante in cui cessano – Sono libero! Mi pagano troppo poco! – allora cessa anche la nostra attività. Chi mi obbliga a fare le cose bene?

Perché voglio imparare. Perchè devo.
Si è passati a qualcosa di più alto del piano materiale. Quando però sentirò di avre migliorato abbastanza, quando il dovere mi verrà a noia, chi me lo farà fare di continuare ancora?

Perché questo lavoro è tutto per me. Io amo quello che faccio.
Ma prima o poi ci si accorge che quel che pensiamo tutto è solo una piccola parte; che in fin dei conti la vita è più grande, e quel nostro tesoro non la riempie, non le dà senso. Arriva la disillusione. Si smette di fare, o si continua per inerzia.

Quanto è differente, invece, chi fa le cose perché ama non (solo) la cosa che fa, ma Chi gli permette di fare. Lo spinge il desiderio di imitare Chi ha fatto tutte bene ogni cosa, lui stesso compreso, perché le ama tutte. E quindi vuole restituire un poco di quell’amore, cercando di imitare quella perfezione.

Una persona così non smetterà mai di cercare di migliorarsi, non accetterà di fare lavori approssimativi, non si accontenterà di una qualità minore, perché sa che solo la ricerca del bello e del vero, tramite il lavoro della sua testa e delle sue mani, è un compito adeguato alla statura di quello che è. Cioè un uomo, un figlio di Dio.
Non si accontenterà di niente di meno.
Cercate questo tipo d’uomo, voi che desiderate maestri, desiderate le cose fatte bene.

Vuoto a perdere

C’è un particolare episodio della Bibbia che mi ha fatto sempre pensare. E’ dal primo libro di Samuele. Si narra della guerra tra Israele e i filistei, avvenuta circa undici secoli prima di Cristo. Gli ebrei le stanno prendendo sonoramente dai loro nemici, e di fronte alla prospettiva della sconfitta si dicono: perché non facciamo venire l’Arca dell’Alleanza? Con quella abbiamo sconfitto gli egiziani: non possiamo perdere!
Così l’Arca arriva, tra le acclamazioni degli israeliti e il timore dei filistei; e ricomincia la battaglia.
Gli Ebrei vengono fatti a pezzi. I superstiti fuggono e l’Arca è catturata.

Certo, si è presi un po’ in contropiede. Ma come, quelli hanno il Signore, hanno l’Arca, e vengono massacrati? Allora Dio non esiste?
Il problema è che abbiamo visto un po’ troppi film di Spielberg. O meglio, ragioniamo alla stessa maniera di quei soldati di Israele di tremila anni fa. Ci aspettiamo che Dio sia una specie di talismano , un idolo, un simbolo da sfoggiare che ci rende imbattibili e invulnerabili. Pensiamo che basti portare il distintivo e i nemici saranno sconfitti, i nostri desideri realizzati. E sarà meglio che sia così, ringhiamo verso Dio, altrimenti…

Questo era diventato l’Arca: un comodo simbolo da sfruttare, per ottenere tributi o sconfiggere i nemici. I suoi custodi, i figli del sacerdote Eli, sono descritti come corrotti e approfittatori. Moriranno con gli altri in battaglia.
Non basta avere una carica, mostrare un simbolo – fosse anche una croce – per assicurarsi la vittoria. Dio non è ricattabile. La croce serve per salirci, non per essere usata come vessillo, neanche per un fine nobilissimo. Il Signore ha una maniera un po’ drastica di ricordarcelo.

Coloro che pensano che basti il simbolo, allora come oggi, vogliono un’Arca da cui sia stato tolto quel Dio così scomodo, sventolano una croce su cui non c’è Cristo. Un imballaggio senza contenuto, una scatola vuota, inutile contro i filistei di ieri e di oggi.
Vuoto a perdere, pronto ad essere buttato via.

 

La vita degli uomini

Avendo già oltrepassato da un pezzo la metà della mia vita, almeno statisticamente parlando, mi sono trovato a interrogarmi più volte su quel mistero che attende tutti noi. Grande Mistero davvero. La morte di un uomo è qualcosa di immenso e irrimediabile. Tutto ciò che ha visto, tutto ciò che ha imparato, tutto quello che ha fatto e che avrebbe potuto fare sono persi per il mondo in cui ha vissuto. La memoria di cose accadute svanirà, perché di tanti di esse era l’ultimo, l’unico testimone. Quante cose non si sapranno mai, quante non si potranno mai sapere; e, anche ne venissimo in qualche modo a conoscenza, anche questa nostra coscienza è destinata un giorno a svanire allo stesso modo.

Cosa ne sappiamo perciò della vita degli uomini? Quale ricchezza custodiscono, irripetibili, dentro la loro anima? Quali abissi di gioia, bellezza, e quali vuoti, quali terribili mancanze, quali mali innominabili? Non riusciamo a comprendere nemmeno noi stessi, tanto più persino le persone che ci sono più vicine e care: i nostri genitori, i nostri figli, i nostri sposi. Rimangono entità misteriose, che non conosciamo davvero e non conosceremo mai nella loro verità. Quanto, allora, i veri sconosciuti?

Se ogni momento del tempo non fosse consegnato all’eterno, se il tempo di ogni uomo andasse per sempre perduto, che sarebbe valso vivere? Che senso avrebbe l’istante, così fuggevole che è già svanito quando ci accorgiamo di esso? E ognuno di noi, che varrebbe?
Eppure ci siamo, esistiamo, non siamo nulla; e questo è il mistero più grande. Non andiamo sprecati, perché qualcuno ci ha voluti, ci ha desiderato, dal profondo del tempo.

Non siamo perduti. Non lo saremo.

 

Candelora

Mentre facevo la processione della Candelora, stasera, riflettevo come questa fosse immagine fedele di noi stessi. Piccole deboli fiammelle di candeline da quattro soldi, prone a scaldarsi troppo, facili a spegnersi, con una luce fioca ed incostante.

Ma è una luce che non brillerebbe se non fosse stata accesa da qualcuno. Se non ci fosse stata una fiamma originaria, passata poi di lumino in lumino fino a rischiarare tutta la navata con il suo sommesso chiarore.

Lo sfarfallio di ciascun fuoco non è così importante, se si è in molti, vicini, a splendere.
Splendere fiocamente, certo. Ma a sufficienza per capire dove si sta andando, e scacciare il buio.

Quel che siamo

Siamo dei Nulla che cercano il Tutto.
Per questo non ci possiamo accontentare di Qualcosa.

Te Deum 2017

Ti ringrazio, Signore, per ciò che non va.

Per la pioggia fredda senza ombrello, l’autobus in ritardo, il dolore ai denti. Per tutto ciò che è fastidioso ed indesiderato, per un mondo che non è come vorrei, ti lodo. Per ogni cosa irregolare, storta, malfatta, che mi ricorda quanto lo sono anch’io, grazie, Signore.

Grazie per avermi fatto sbagliato e avere fatto sbagliato il mondo. Che era la maniera più giusta di farlo. Tu ci dai tutto, tutta questa imperfetta bellezza, questa giustizia zoppicante, questa verità nascosta. Così che, colmi di desiderio, cerchiamo la perfetta bellezza, la vera giustizia, e quella verità che è sempre sotto i nostri occhi. Insomma, che cerchiamo Te.

Grazie per ogni momento di lotta, vale a dire ogni momento di vita. Daccela in abbondanza, così che ancora una volta possiamo dire: Te Deum laudamus.

Il cuore della faccenda

Ieri sera, mentre cantavo l’Hallelujah di Haendel da dietro l’altare della chiesa di S.Cristina, nel centro di Torino, pensavo che una cappella così, piena di storia, in America sarebbe monumento nazionale e verrebbero da migliaia di chilometri per vederla. Qui ci siamo abituati, la guardiamo appena mentre pensiamo ai nostri piccoli affari che saranno già dimenticati domani.
Il traffico demenziale, l’isteria di inseguire un dono obbligatorio, la distrazione dei cellulari sempre connessi con l’inessenziale. Tutto ci spinge a trascurare quello che importa davvero. Quello che ci fa costruire bellezza, la quale tuttavia neanche lei è il cuore della faccenda.
Anche questi quadri e queste note non ne sono che un riflesso: la realtà vera sta ancora più a fondo, in una stanzetta odorosa di letame e calda di animali nella cenciosa periferia di un impero di venti secoli fa. Dove la verità del mondo, la spiegazione del mondo, delle nostre corse affannose con il telefono in mano e degli  Hallelujah! di Haendel è diventata la carne e il sangue di un bambino nato per questo.
Per regnare in eterno.

Senza di lui saremmo ancora qui, a cercare di conoscere cosa è importante davvero. Adesso invece lo sappiamo. Tutto quello che ci resta è capirlo.

Buon Natale.

TU

La legge è una imposizione dall’alto, estranea all’uomo anche quando è giusta, quando è connaturata, quando segue per filo e per segno di cosa l’uomo è fatto.
Solo quando il rapporto passa da re-schiavo ad amico, ad un tu,  allora acquista senso e non causa ribellione.
Solo in un tu c’è il senso della vita.
Ma se già nell’incontro tra due uomini la libertà del tu non può venire sollecitata da mediazioni di potere o di magia, ma deve aprirsi da sè, tanto più il TU assoluto e infinito potrà aprirsi all’uomo solo nella piena libertà e nella grazia puramente gratuita.

Quel TU che fa l’uomo doveva farsi incontrabile ed incontrato per fare capire che la sua Legge è dolce, e leggera, al contrario di quelle degli uomini. Ma senza un TU da chiamare per nome tutta la libertà non serve a niente, è solo una trappola che imprigiona, un labirinto senza uscita. Dice Lagerkvist:

Uno sconosciuto è mio amico,
uno che io non conosco,
uno sconosciuto lontano lontano.
Per lui il mio cuore è pieno di nostalgia.
Perché Egli non è presso di me.
Perché Egli forse non esiste affatto?
Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza ?
Che colmi tutta la terra della tua assenza ?

Quell’assenza è diventata Presenza. Si è incarnata. Questo è il Natale: potere chiamare il senso della vita TU.