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Il giorno della cipolla

Dopo la rivoluzione francese, le festività dei santi furono rimpiazzate con giorni in cui si ricordavano particolari ritenuti importanti della vita rurale francese. Il 21 Giugno era il giorno in cui si onorava la Cipolla.

Nel nostro mondo contemporaneo, ancora una volta si dedicano i giorni, le settimane, i mesi a ciò che chi si illude di essere padrone del tempo decide sia importante esaltare.

I santi non se la prendono. Quello che è davvero importante loro ce l’avevano ben chiaro.
E’ per questo che li ricordiamo.

Perdono, perdono

Cristo non ci dice di perdonare per essere buoni, ma perché siamo cattivi.

Un tempo si chiamava amore

Certamente il post di ieri era un poco amaro. Per capire meglio i miei sentimenti, immaginatevi un luogo che vi è particolarmente caro invaso da turisti caciaroni che lo guardano con occhi ciechi, incapaci di cogliere la sua bellezza. Una bellezza nascosta dalla sciatteria, dalla vuota compiacenza, dalla dimenticanza di sé.

Chiedeva T.S. Eliot molti anni fa, è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa, o la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?

Proviamo a fare un altro paragone, quello del rapporto tra uomo e donna.
E’ meglio vivere assieme per abitudine, senza passione, indifferenti l’uno all’altro, ripetendo gesti che non hanno più significato, oppure vivere del tutto separati, immersi in reciproche infedeltà, “autentici” nel senso che non si fa mistero che non importa niente dell’altro, rapportandosi solo se costretti?

La risposta dovrebbe essere né l’uno né l’altro.
Perché ci si dovrebbe tornare ad abbracciare, se l’altro è indifferente, intercambiabile, se tutto quello che conta è il piacere che ci si può prendere usando l’altra persona?
Perché disseccarsi in riti vuoti, di cui non si afferra più il senso, alienazione sopportata solamente per immagine sociale?

Occorrerebbe non vedere chi ci sta davanti come una necessità morale, o un fugace passatempo da afferrare e lasciare, ma come la strada verso un destino comune, la sorgente della propria completezza e felicità. Un gran lavoro da fare in due, che un tempo si chiamava amore.

Dopo il ciaone

Come, credo, la maggior parte dei fedeli che va a Messa, ho imparato a temere ed evitare quelle volte in cui questa coincide con qualche sacramento extra – battesimo, prima comunione, cresima, matrimonio.
Non certamente per il sacramento di per sé. So per esperienza di bellissime occasioni di alimentare la fede, di cerimonie davvero edificanti che ti lasciano caldo dentro, come un fuoco nel grigiore dell’inverno.
Questo accade quando sono coinvolte persone che credono in quello che stanno facendo. Purtroppo, questo non avviene nella maggioranza dei casi, quando alla funzione sembra partecipare solo gente che in chiesa non entra dal giorno del proprio battesimo.

Frequentando le chiese con una certa assiduità, si può capire in fretta quelli che sono capitati lì solo per qualche occasione sociale. Sono spesso vestiti in maniera glamour, e non smettono di parlare, salutarsi, giocare con il telefonino; nella migliore delle ipotesi, fissare il vuoto con sguardo assente. Non rispondono al sacerdote, stanno seduti quando dovrebbero stare in piedi o in ginocchio, senza neanche la decenza di adeguarsi a chi conosce il rito. C’è la stessa sacralità di un ritrovo al bar, di una riunione di condominio.

Sabato sono arrivato un po’ trafelato per la messa prefestiva, e ho subito capito che qualcosa non andava. Stormi di giulive signore in abiti appariscenti riempivano con il loro cicaleccio i gradini della chiesa e il sagrato, i maschi radunati in un angolo della piazza fumavano e parlottavano indirizzando sguardi cinici verso quegli scalini, sguardi che dicevano “col cavolo che entro, non mi avrete mai”. Una parrocchiana sulla soglia ha captato il mio stato d’animo. “Cresime”, mi ha sussurrato. “Quasi quasi ritorno domani”, le ho risposto pronto al dietrofront. “Anche domani”, ha sospirato lei. Ho emesso un gemito. La fuga era inutile.
Va bene, la speranza è virtù cristiana. Magari mi preoccupo per niente, mi sono detto.

La messa è cominciata, la campanella ha suonato, il coro ha attaccato il canto iniziale; il sacerdote guidava la piccola processione che attraversava la chiesa verso l’altare.
Nessuno si è alzato.
Non gli invitati, non i cresimandi. A quanto potevo vedere l’unico in piedi ero io, in una cappellina laterale.
Cominciamo bene, mi sono detto. Non gli hanno spiegato nemmeno questo.

Accanto a me due ragazzini formato hobbitt si sono accapigliati per tutto il tempo. Genitori e parenti abbigliati a festa erano fuggiti fuori alla prima lettura. Dietro loro, una anziana coppia è rimasta seduta e zitta per tutto il tempo, come stordita. Nel banco ancora dietro, una signora con un top leopardato a spalle scoperte e minigonna inguinale consultava di tanto in tanto il cellulare. Parenti ritardatari, quando arrivavano, salutavano e abbracciavano i presenti. Il bisbiglio ininterrotto delle conversazioni rendeva difficile seguire. Manco dicevano “amen”.
Sì, la speranza è virtù cristiana; anche la pazienza, e devo ringraziarli per avermi aiutato ad esercitarla in grado eroico.

Mi sono interrogato; cosa abbiamo mai fatto, per perdere così intere generazioni? Per avere allontanato dalla fede così tanti? Come siamo riusciti a rendere la bellezza poco interessante, a nascondere la lanterna non solo sotto il moggio, ma in cantina? Cosa può fregare a questi che si stanno cresimando di una morale in cui non si riconoscono, perché hanno spiegato loro che possono fare quello che vogliono? Oh, il perdono sarà pure assicurato per chiunque, ma il perdono da che, se non ci sono più peccati? Se quelli che un tempo lo erano ora sono alla stregua di virtù? Non c’è niente che possa interessare, perché la domanda di senso della vita è nascosta e censurata. E non c’è niente di più assurdo della risposta ad una domanda che non ci si pone.

Sia la morale che la mancanza di morale hanno una cosa in comune: l’ignorare Cristo, il metterlo sullo sfondo. Togliendo il sapore al sale, il fascino alla bellezza, e il prossimo dall’amore. Abbiamo creduto che il compito del cristianesimo fosse mantenere un’etica sociale, che folli. Mi sono chiesto cosa sia stato detto a quei cresimandi, che motivo si sia addotto per rimanere cristiani, per tornare in chiesa anche dopo quel giorno, perché quella non fosse la cerimonia del ciaone.

Alla fine della celebrazione una catechista ha fatto i ringraziamenti. Alle forze dell’ordine, perché sono venuti ad insegnare i pericoli di internet… per la gita in fattoria, a vedere le bellezze della natura…
Sono uscito senza aspettare la benedizione. Anche la pazienza capisce quando è ora di smettere.

Siamo gente ben strana

Siamo gente ben strana.
Vediamo che la gente ricca non è felice, eppure bramiamo la ricchezza.
Ci accorgiamo che inseguire sogni di sesso senza limiti distrugge, eppure lo facciamo lo stesso.
Vorremmo un mondo senza limiti, leggi, morali, eppure dove quelle mancano sappiamo esserci l’inferno.
Faremmo di tutto per il potere, per quel poco di potere che potremmo ottenere, ma disprezziamo e odiamo chi quel potere ce l’ha.

(e, giorno dopo giorno, la nostra vita si dissecca in sentieri insensati)

Insomma, faremmo di tutto per essere infelici; e il mondo attorno a noi, il mondo dei ricchi, dei moralmente liberi, dei potenti e di tutto il loro contorno di celebratori ci incoraggia, unanime: “Siate come noi”. Schiavi del nulla.
Chi ci indicherà la felicità vera, se più nessuno sembra crederci? Come potremmo volere essere altro?

Siamo gente ben strana. Tutto ci indica la strada per l’infelicità, eppure noi guardiamo ancora il cielo.

Liberaci dal bene

Non il male gratuito, il male per il male, ma il male fatto con una ragione, il male fatto per quello che viene detto un bene, con le migliori intenzioni: quella è la malvagità che più dobbiamo temere.
Perché quello che più dobbiamo temere è la nostra giustificazione, il nostro minimizzare; il glorificare il nostro male, essere indifferenti o peggio esaltare ciò che non è bene.
Un conto è fare il male; un altro adorare quel male. Esserne fedeli, coccolarlo, proteggerlo dal bene che vorrebbe fare luce nel nostro tenebroso interno.

Io credo in un Dio che è bene, il puro bene. In un Dio che abbraccia e cambia anche il nostro male. Che ci viene a prendere anche nel fondo dell’abisso in cui siamo. Se non ci nascondiamo da lui; se non nascondiamo quello che siamo, quello che facciamo, quello che pensiamo. Se non ci difendiamo.
Il male non è l’ultima parola.

Il trionfo

Mi scrivono:
“Qui non siamo in una fiaba dove in qualche modo alla fine i buoni vincono. Dobbiamo accettare mentalmente che chi ci governa non ci vuole bene”.

Così rispondo:
Che chi ci governa ci voglia bene non è stato mai, o quasi mai, vero nella storia.
L’uomo è quasi incapace di amore, persino verso coloro che gli sono più cari.
Per questo ci risulta così incredibile che ci sia stato qualcuno che ha accettato di morire per noi. Incredulità e stupore, e tuttavia un desiderio che sia vero; e che quella persona sia risorta. Perché è ciò che il nostro cuore desidera sopra ogni altra cosa: il trionfo sul peccato e sulla morte.

Il peccato del mondo, e nostro; la morte del mondo, e nostra.
Che quel desiderio diventi fede che ciò sia davvero avvenuto, e certezza.

Buona Pasqua.

Cose serie

Quando la nazione più potente della Terra è governata da un demente – e tutti sanno che lo è, ma fingono d’ignorarlo; quando i capi delle nazioni sono mentitori senza scrupoli, idioti completi o bastardi senz’anima, quando non le tre cose assieme; quando chi ricerca il vero o sembra ragionare è perseguitato e bandito; quando ogni cosa sembra peggiorare, la violenza si scatena, e il bello, il vero e il giusto sono dimenticati…
Davvero ancora avete speranza in ciò che è umano? Davvero pensate che la storia sia un progresso? Siete ancora così lesti a dividere i buoni dai cattivi, e a fidarvi di ciò che vi dicono i potenti? Siate seri.

Come ho detto, tutti sanno che l’imperatore Tiberio non ci sta con la testa, che cosa sia Erode e quanto sia corrotto il Sinedrio. Il popolo è oppresso, l’ingiustizia dilaga, e cosa fa Cristo? Parla di Dio, invece di agire. Racconta di un Regno così lontano, eppure così vicino.
E si fa ammazzare.
Che perdita di tempo. Tradire così gli ideali e le speranze di quanti credevano in lui. Invece di dedicarsi alle cose serie. Come noi tutti, con le nostre assurde speranze non dette.

Letizia

Quando mi chiedono “Come va”, spesso rispondo “Non mi lamento”, per poi aggiungere “Beh, un pochino sì”. Dovrei ricordarmi più spesso di un famoso aneddoto della vita di S.Francesco. Quello che segue è un brano tratto dalle fonti francescane; lo stesso episodio è riportato anche nei fioretti in forma un poco diversa.

Lo stesso [fra Leonardo] riferì che un giorno il beato Francesco, presso Santa Maria [degli Angeli], chiamò frate Leone e gli disse: “Frate Leone, scrivi”. Questi rispose: “Eccomi, sono pronto”. “Scrivi – disse – quale è la vera letizia”.
“Viene un messo e dice che tutti i maestri di Parigi sono entrati nell’Ordine, scrivi: non è vera letizia. Cosi pure che sono entrati nell’Ordine tutti i prelati d’Oltr’Alpe, arcivescovi e vescovi, non solo, ma perfino il Re di Francia e il Re d’lnghilterra; scrivi: non è vera letizia. E se ti giunge ancora notizia che i miei frati sono andati tra gli infedeli e li hanno convertiti tutti alla fede, oppure che io ho ricevuto da Dio tanta grazia da sanar gli infermi e da fare molti miracoli; ebbene io ti dico: in tutte queste cose non è la vera letizia”.
“Ma quale è la vera letizia?”.
“Ecco, io torno da Perugia e, a notte profonda, giungo qui, ed è un inverno fangoso e così rigido che, all’estremità della tonaca, si formano dei ghiacciuoli d’acqua congelata, che mi percuotono continuamente le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite. E io tutto nel fango, nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e, dopo aver a lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: “Chi è?”. Io rispondo: “Frate Francesco”. E quegli dice: “Vattene, non è ora decente questa, di andare in giro, non entrerai”. E poiché io insisto ancora, I’altro risponde: “Vattene, tu sei un semplice ed un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te”. E io sempre resto davanti alla porta e dico: “Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte”. E quegli risponde: “Non lo farò. Vattene al luogo dei Crociferi e chiedi là”.
Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell’anima”.

Chi leggesse l’episodio in modo superficiale potrebbe concludere che San Francesco era un masochista. Ma il vero senso di questo episodio è comprensibile solo se ci si rende conto di cosa sia la felicità ultima per l’uomo.
Che non risiede nelle piccole o grandi soddisfazioni che ci arrivano dai nostri progetti; tant’è che, cinque minuti dopo che il nostro desiderio è stato esaudito, siamo già lì che ci struggiamo per quello successivo.
La vera letizia ci può essere solo quando ciò che desideriamo non è una delle nostre piccolezze, ma ciò che è la fonte stessa della nostra esistenza. Ciò di cui non si può immaginare niente di più grande, bello, giusto, vero perché è la verità e la bellezza stessa.
Come il grande amore non può trovarsi nei tanti amori spiccioli, così anche la perfetta letizia si trova dove sia stata depurata dalle nostre illusioni, come l’oro che viene raffinato dalla fiamma eliminando le impurità. La riconosco per quella che è, perché sono stati rimossi tutti i veli.

Quando ci lagniamo delle nostre grandi sofferenze e delle piccole sfighe ricordiamoci di questo episodio. Sì, va bene, lui era Francesco, e noi dei poveretti lamentosi che la vera letizia manco sanno dove sta di casa. Ma forse potremmo cominciare smettendo di lamentarci di noi stessi, ed essere lieti.

La menzogna mi distrugge

Contro di me sono insorti falsi testimoni, che spirano violenza
Salmo 27

Madre del amor
La mentira me destruye

Reina de la Paz, Claudio Chieffo

La menzogna mi distrugge, come dice la canzone. Questa è l’ultima settimana di Quaresima, dove abbiamo letto di profeti insultati, derisi, imprigionati, ammazzati; di popoli irriconoscenti che hanno seguito i falsi dei propagandati dai potenti; di principi che si sono accordati per far sparire chi è scomodo, con la violenza e con leggi inique. La settimana che viene ascolteremo come abbiano complottato per ammazzare Cristo, l’innocente, e come siano riusciti nel loro intento.

Non credo di avere mai compreso fino in fondo la verità di quei passi, la loro attualità, dopo duemila, tremila anni e rotti, come mi è accaduto negli ultimi due anni. Progresso? Ah! L’uomo non è cambiato di una virgola. Si è visto quanta pace, quanta libertà offrono coloro che fino a ieri se ne rivestivano; e magari anche oggi, chiamando pace, libertà e giustizia il loro opposto. E’ proprio vero che senza Dio, l’uomo non è che un animale senza verità. Un animale che uccide e mente, o guarda uccidere e mentire senza reagire, complice.

La menzogna mi distrugge, mi rende insopportabile la televisioni, i giornali, i social. Falsi testimoni che spirano violenza, che continuano ad inanellare bugia dopo bugia senza smettere, senza interrompersi persino se scoperti, digrignando i denti verso i pochi che osano usare la ragione. Insopportabili, perché cancellano in me ogni illusione che possiamo essere differenti da soli. Che possiamo cavarcela come uomini. Che il peccato, in fondo, non conti.

Che coglioni a crederlo. Che illusi. Che poveri animali.
Reina de la paz te pido
Da esperanza a mi dolor

Contraddizioni

Manifestazione contro la guerra di qualche giorno fa, marciano i sindacati con bandiere rosse ovunque. Una partecipante, intervistata, dice: la nostra è una preghiera non religiosa per la pace.

La religione è il riconoscere qualcosa di sacro, divino; cioè che esiste un livello della realtà più grande di noi.
Pregare è il riconoscimento di un’impotenza: vuol dire rivolgere a qualcuno che può una supplica riguardo a ciò che ci sta a cuore, troppo grande per noi.
Una preghiera non religiosa significa che preghi qualcuno che consideri al tuo livello, altri uomini; oppure il nulla.
Chi preghi, dunque?
Degli uomini? Chi prega degli uomini supplica; si inginocchia davanti al potente che sia clemente, ragionevole, abbia pietà. Non mi sembra sia questo il caso.

Che preghiera è, dunque?

Di fronte a quello che accade è inevitabile accorgerci che è qualcosa di troppo vasto, su cui non abbiamo il controllo. Si vorrebbe supplicare qualcosa, qualcuno, ma è qualcosa, qualcuno che ci è stato detto non esiste. Il cuore lo desidera, ma si è convinti non possa esserci; e la manifestazione non diventa altro che rivolgersi ad un nulla, un nulla essa stessa.

Ma quel nulla vede bene quello che desiderano i cuori.

L’elenco nel confessionale

Come dicevo l’altro giorno, nell’antico confessionale della mia parrocchia vi sono appese delle stampe che risalgono a più di centocinquant’anni fa.

Quella incollata nello spazio destinato al confessore è in latino. Elenca quali siano i peccati che il confessore non può assolvere direttamente, ma che sono riservati all’intervento della curia vescovile.
Sono divisi in due classi, a seconda della gravità. Nella prima classe sono compresi l’omicidio volontario, l’aborto, l’incesto, la falsa testimonianza contro terzi; l’impossessarsi dei beni ecclesiastici, argomento molto caldo in quegli anni dato gli espropri che i Savoia avevano fatto nei confronti della Chiesa, facendo man bassa di terre ed edifici per rivenderli agli speculatori.
Nella seconda classe, la sensibilità moderna è colpita dal punto IV: “il pessimo e orrendo delitto di bestialità, o sodomia sia attiva sia passiva“. Certo, ne è passato del tempo da quando quell’elenco in latino è stato appeso lì. Chissà cosa ne penserebbero i sacerdoti di allora del momento attuale, e di certi preti e vescovi del Nord Europa e nostrani che a quel tipo di peccato tengono molto, ma per promuoverlo.

Un’ultima osservazione: il paese, all’epoca, era molto più piccolo di adesso, eppure nella chiesa vi erano quattro confessionali; oggi, abbiamo preti per appena la metà di essi, eppure sono sempre vuoti.

Qualcosa da ritrovare

Da che mi ricordo, nelle cappelle laterali della mia chiesa parrocchiale ci sono i confessionali. Antiche montagne di legno scuro, ornato da intagli neoclassici, con un cubicolo centrale chiuso da un cancelletto e una tenda per il sacerdote e due inginocchiatoi laterali. In uno di questi confessionali, accanto alla grata protetta da uno sportellino, sono incollati due fogli; un altro è affisso nello spazio riservato al sacerdote.

In tanti anni non ho mai prestato loro attenzione. Del resto, tra scarsità di sacerdoti e nuove tendenze pastorali, quelle cappelline sono sempre meno praticate.
Epoca di pandemia, posti distanziati, si sta dove si può. A una messa affollata mi sono trovato accanto a quel confessionale. In un impeto di curiosità, prima di venir via ho lanciato un’occhiata a quei foglietti incollati.

Dalla parte del penitente, uno è una stampa di una crocefissione; il titolo dell’altro recita “Ricordi dei Santi Spirituali Esercizi”. Leggo la data scritta in piccolo. Ah, il ’66, ci credo che il foglio è ingiallito, è quasi più vecchio di me. Poi guardo meglio.
Non 1966. 1866.
Quel foglio è stato posto lì più di 150 anni fa.

Fa impressione pensare che il sacerdote che ha incollato quel foglio abbia con ogni probabilità conosciuto San Giovanni Bosco, che stava operando a una dozzina di chilometri di distanza. Erano gli anni in cui il regime – allora i Savoia – perseguitava i cattolici imprigionando preti e vescovi. Ragion di stato, anche allora.

Il promemoria è scritto in italiano appena un po’ datato. Ve lo lascio leggere. Quello che forse colpisce di più noialtri abitanti del mondo moderno è la seconda parte, dal titolo “Proponimenti”.
Oltre al richiamo alla preghiera quotidiana, “Fuggirò i cattivi compagni, le persone pericolose, gli amoreggiamenti, i balli, le osterie, i luoghi tutti e gli oggetti che in passato mi furono causa di peccati“. Eh. Allora certe situazioni ancora le si sapeva pericolose; oggi, questa coscienza è quasi del tutto evaporata. Nel pericolo ci si getta a capofitto, anzi, non si ha nemmeno più la percezione che lo sia.
E ancora: “Nei giorni di festa (…) lascerò assolutamente ogni lavoro servile non giustificato da sufficiente motivo e dal permesso del parroco“. La domenica come luogo di riposo e non di shopping. Oh, quanto obsoleto, e felici noi compulsivi frequentatori di centri commerciali.

Sì, sono passati centocinquant’anni. Per me, cristiano, ciascuna di quelle raccomandazioni vale ancora, nonostante i tamburi contrari. Oggi, l’inizio della Quaresima, quel foglio ingiallito è un richiamo a ciò che si è perduto, e sicuramente sarebbe stato meglio tenersi stretto. Qualcosa da ritrovare.

I sacerdoti del virtuale

Scrivevo qualche giorno fa che la grossa distinzione è tra quanti hanno i piedi piantati nella realtà e quelli che vivono in un mondo virtuale, di loro immaginazione.
Ma non è una storia di oggi. T.S. Eliot scriveva “Il genere umano non può sopportare troppa realtà“; e Chesterton:
Ciò che è sbagliato con la nostra civiltà si può esprimere in una parola – irrealtà. Non siamo in pericolo né dai vizi né dalle virtù dei vichinghi; siamo in pericolo di dimenticare tutti i fatti, buoni e cattivi, in una foschia di fraseologia di alti principi.

Ma la divisione risale a tempi ben più antichi; in fondo Gesù era il realismo in contrapposizione al virtuale di una Legge che aveva perso il contatto con la sua ragione d’essere.
E’ per questo che l’incarnazione è scandalosa per i sacerdoti del virtuale, di ieri come di oggi: lo spirituale, il non-materiale per definizione, Dio, che si fa materia, sostanza, realtà. Che può essere incontrato, di cui si può fare esperienza.

C’è qualcosa da imparare, qui.

Lavabo

Stasera, messa.
Il sacerdote prima della consacrazione, si igienizza le mani con il gel ma tralascia la loro purificazione, il lavabo, quella parte del rito in cui le sciacqua pronunciando la formula “Lavami, Signore, da ogni colpa, purificami da ogni peccato“.

Le volte che ho fatto il chierichetto ero affascinato da questo rituale. Ti metti sul braccio l’asciugamano, con una mano versi l’acqua e con l’altra tieni il bacile per raccoglierla. Mi pareva che in quel liquido che scorreva se ne andasse via, almeno temporaneamente, un po’ di quel male che ogni persona si porta dietro. Ammissione che non siamo tutti puri, che abbiamo bisogno di essere perdonati, e solo così possiamo pensarci non dico degni, o adeguati, ma almeno non del tutto inidonei ad accogliere il corpo e il sangue di Dio.

Certo, in una Chiesa moderna dove il peccato non esiste, e se pure esistesse è perdonato in automatico, non vale la pena compiere certi gesti. Si perde solo tempo. Ma non sono convinto che un gel disinfettante possa proteggere dal male, quello vero.

Il sentiero e il tempo

Domenica era una bella giornata, tipica di quegli inverni senza nuvole tiepidi di giorno, se stai al sole, e gelidi la notte.
Era l’ideale per gustare la bella passeggiata che dal castello di Valperga si arrampica in mezzo ai boschi sui contrafforti alpini di granito rosa fino al santuario di Belmonte.

Tre secoli fa i frati del santuario pavimentarono l’ampia mulattiera a ciottoli, fecero costruire alti piloni con dipinti i misteri del rosario, e una chiesa dedicata a S.Apollonia a metà per il riposo dei pellegrini. Ora quella pavimentazione in più punti è stata rimossa; dei dipinti davvero belli solo più quattro sono a stento visibili, nonostante il restauro di un paio di decenni fa; e la chiesa è sconsacrata e devastata.

Da sotto l’edificio sembra integro, ma se ti appressi vedi le finestre vuote; nell’interno desolato è rimasto solo l’altare spezzato, e il soffitto dipinto che neanche la mano sacrilega di chi ha imbrattato di simboli satanici e frasi blasfeme le pareti è riuscito a deturpare. E’ scomparso chi aveva pensato quello come un luogo di riposo e di bellezza; sono scomparsi anche coloro per cui era pensato quel luogo. Quella bellezza era in nome dell’eterno; se l’eterno è sostituito dall’effimero, il tempo ne fa scempio.

Pensavo triste che questa è la sorte che potrebbe attendere anche tanto altro di bello che ancora oggi possiamo gustare, domani chissà. Come ha detto Sir Roger Scruton, “La bellezza sta svanendo dal nostro mondo perché viviamo come se non importasse”.

In viaggio

Qualche anno fa vi ho offerto una mia traduzione di un poema di Eliot, “Il viaggio dei Magi”.
Rileggendolo in occasione dell’Epifania, ho avuto un pensiero che vorrei condividere.
In tutta la prima parte del poema colui che parla – uno dei Magi – si lamenta. Si lamenta per la fatica e il disagio del viaggio che ha compiuto. E quando alla fine trova ciò che cercava, esso è diverso da ciò che si aspettava. Quella nascita è anche una morte; la morte di tutto ciò che pensava, perché ha cominciato a vedere tutto con occhi diversi.

Così è il cristianesimo, così è quello che potremo chiamare conversione. L’accorgersi che quello che si cercava era lì, occorreva solo prenderlo sul serio, del tutto diverso dalla nostra immagine mentale e dalle nostre aspettative.
Ma, per capirlo, occorre fare un viaggio, scomodo, disagevole, pieno di sacrifici.

Nel nostro mondo in cui la scomodità è il peccato da evitare e il sacrificio una parolaccia, non stupisce che siano così pochi coloro che intraprendono questo viaggio; nonostante i segni nei cieli e sulla terra, che si sceglie di non vedere.
Meglio oziare sulle terrazze, mangiando il gelato che fanciulle vestite di seta ci portano, tranquilli. Senza osare guardare la stella, perché sappiamo che, se la seguissimo, questa nostra tranquillità non ci basterebbe più.
E che quella che potremmo pensare la fine del nostro viaggio non è altro che il suo punto iniziale.

Te Deum rolling stone

Grazie, Signore, perché quest’anno mi hai levigato. Mi hai fatto rotolare nella Tua tempesta staccandomi di dosso residui e imperfezioni, mi hai preso nel Tuo vortice e fatto urtare ciò che di me era duro con ciò che era più duro di me, mi hai scheggiato e hai rimosso le schegge, mi hai reso più lucido togliendo ciò che mi sporcava, mi hai colpito e colpito e colpito togliendo ciò che era in eccesso fino a che ha cominciato a fare meno male, fino a che ho cominciato a capire.

Non so se ancora sono macchiato, ruvido, aspro, non so fino a quando mi macinerai nel Tuo mulino. Forse finché si sarà staccata da me ogni imperfezione e ogni macchia, quindi per sempre (tale io sono, una aspra pietruzza catturata dalla Tua corrente).

O forse fino a che sarò della forma giusta con la quale Tu possa prendermi e costruire qualcosa. Non so cosa, perché sono un ciottolo, e i sassi non sanno quale sia il loro posto. Sarà una strada, o un muro, una torre o un altare; sarà la tua mano a mettermi là dove debbo stare, perche sei Tu il costruttore.

Io sono il sasso che rotola, e piano piano diventa ciò che deve essere.

Quelle parole

Non entrerò, non voglio entrare, nei problemi che Comunione e Liberazione sta affrontando dopo le dimissioni del suo responsabile Carron – e ben da prima.
A noi che ne facciamo parte è stato chiesto di “assumerci personalmente la responsabilità del carisma“. Mi sono chiesto cosa volesse dire. O meglio: in cosa consiste il carisma di CL?
Io mi sono dato una risposta personale, parziale, imperfetta.

Don Giussani ha sempre riconosciuto che il primo nucleo del movimento, la prima espressione del movimento è stata quando due suoi allievi, nel corso di una assemblea, si sono alzati in piedi e hanno iniziato così: “Noi cattolici…”
Ecco, per me il movimento è sempre stato questo: assumere la coscienza che la fede non è solo un fatto interiore, ma ha una visibile conseguenza esterna. Che essere cristiani comporta una assunzione di responsabilità nella propria vita e davanti al mondo. Magari non avrai ben chiaro cosa stai dicendo, ma sarai obbligato a capirlo, ad approfondirlo, a sostenerne le conseguenze; perché ne dovrai rendere conto. A te stesso e agli altri. Con il vivere una vita da cristiano non solo a casa propria, ma ovunque. Liberati dal giogo del male, in comunione con i fratelli.
Non è per niente facile ciò, poiché viviamo in una società che include tutto e tutti ma esclude ciò che è cristiano, nella quale non puoi parlare di Natale o Presepe, dove sei obbligato a tacere davanti agli insulti in ciò in cui credi, dove sei costretto ad accettare non solo come normale ma come desiderabile ciò che un tempo si chiamava peccato.
Ci vuole qualcuno accanto che ti sostenga e si faccia sostenere; ci vuole la Grazia, che per me ha assunto la forma di una compagnia, di persone precise. E bisogna avere chiaro cosa significhi, in questo tempo di confusione ed incertezza, essere cattolici.

Se riusciremo ancora ad alzarci in piedi e dire quelle parole, accompagnati come usuale dallo scherno dei benpensanti e dall’ostilità dei potenti, ecco, capirò che siamo tornati.

Promesse mantenute

Ancora sul lieto fine.
Qual è il finale che ci soddisfa? Quello in cui le cose vanno secondo giustizia. Quello in cui le promesse sono realizzate.
Ma cos’è la giustizia? Chi ci ha fatto quelle promesse?

La giustizia che dà soddisfazione non è quella umana. Sappiamo bene che le leggi degli uomini possono essere profondamente ingiuste. La realtà può esserlo ancora di più: sia per la cattiveria delle persone che per quello che potremmo chiamare fato.
Leggo una definizione: “La giustizia è la costante e perpetua volontà, tradotta in azione, di riconoscere a ciascuno ciò che gli è dovuto
Ritorna la domanda: cosa è dovuto ad ognuno di noi? Chi è che ci deve qualcosa?

Ecco quindi che confidare in una giustizia vuol dire concepire una versione provvidenziale del cosmo. Qualcosa – Qualcuno – ci costituisce con dei diritti, ci fa delle promesse, decide che ognuno di noi debba avere, e cosa debba avere.
Senza una visione di tal genere la giustizia non è neanche concepibile. E’ una illusione, una vana aspirazione; è il tentativo umano di imitare qualcosa che sentiamo dovrebbe esistere, ma che non sappiamo dire perché dovrebbe esistere. Un giudice non può essere ateo senza essere ipocrita.

Eppure, anche se diciamo di non credere, non abbiamo esitazione nel riconoscere alcuni fatti come ingiusti. Ad esempio, la morte di un bambino: se leggete la tavola del fumetto Sandman in cui Morte viene a portare via un piccolo dalla culla, al fondo di questo post, non potete fare a meno di commuovervi per il suo destino, per la disperazione della madre. “Ma… è questo tutto quello che c’era? Tutto quello che ho avuto?” chiede il neonato; “Sì, ho paura di sì“, risponde Morte. Eppure, per citare lo stesso fumetto in un altro passaggio, “Ti è data la stessa cosa di ogni altro: una vita intera, né di più né di meno“.

Ma una vita così breve non ci soddisfa. Perché pensiamo a tutto ciò che poteva essere e non è stato. Il cuore di ogni tragedia: se Romeo e Giulietta fossero stati novantenni, il loro dramma ci avrebbe tanto colpito?

Ecco allora l’ambiguità. Anche se crediamo davvero che siamo stati creati per una promessa di felicità, non possiamo non constatare che questa promessa raramente è mantenuta. Se crediamo in un Creatore, non ci sono che due scelte: o quel Dio ci inganna, è un’entità crudele, indifferente o capricciosa, e quella promessa non esiste, oppure il compimento di quella promessa c’è ma non lo possiamo vedere. Ci è nascosto; e il solo posto dove si possa nascondere è dietro il velo grigio della morte.

Se crediamo che giustizia esista davvero, dobbiamo credere in una vita oltre questa vita. Oppure rassegnarci, e vivere un’esistenza dove il finale non è per noi. Vivere da ingiusto o da delinquente sarebbe più ragionevole, allora. Se non è così, forse un barlume di quella speranza, di quella promessa anche contro quanto diciamo di credere ancora si agita dentro di noi.

Prospettiva rovesciata

La confessione, tra tutti i sacramenti, non è quella che gode di maggior favore. Riconoscere i propri errori è un fastidio; e spesso si parte da una prospettiva negativa. Si elencano le cose che sono andate storte, nella nostra lotta quotidiana; si deve descrivere il proprio male, spesso dolorosamente uguale a se stesso di mese in mese, un pantano dal quale non vogliamo saperne di uscire.

L’altro giorno, un sacerdote mi ha detto: “prima di elencare le cose brutte della tua vita, elencami le cose belle”.
Devo ammettere che mi ha rovesciato la prospettiva. Obbligandomi a fare i conti con tutta la grazia e la bellezza che mio malgrado mi trovo attorno; con la benedizione che ho di essere qui, adesso, con poche ombre nel mio giorno.

Sì, c’è il male, ma c’è un bene immenso, una luce che la tenebra che si addensa non riesce ancora a vincere. Essere costretti a notarlo – perché al bene siamo troppo abituati – può curare il nostro perenne piangerci addosso, la nostra perpetua ricerca di cosa non va; nel mondo e in noi.
Essere degni di quel bello; ecco cosa davvero ci è chiesto.

Il menu

Chiesa parrocchiale, messa festiva. Oggi ci sono alcune prime comunioni. I banchi sono riempiti da persone che parlano tra loro durante le letture e che non sanno cosa rispondere durante la liturgia, e da bambini. Si arriva alla consacrazione, la parte centrale e più sacra della messa. Il sacerdote, conscio che una buona parte dei presenti non sa quando alzarsi e sedersi, avvisa dall’altare: “Adesso ci si inginocchia”.

Un vociare scandalizzato si diffonde tra le navate. “Figurati se mi inginocchio”, spero sottointeso “con questo vestito”, dice seccata a voce non proprio bassa un’elegante signora di mezz’età. Qualcuno si siede. Un ragazzo in tuta gioca con il telefonino.

Appena prima si era intonato un “Santo” ritmato da battere di mani. Mentre, distratto dall’accaduto, seguivo le parole del sacerdote, mi veniva da pensare che nella Chiesa più liturgicamente ingessata di un tempo nessuno avrebbe osato tenere un comportamento così irrispettoso. Ciò che è serio richiama rispetto; se si sbraga, come si possono rimproverare efficacemente infiltrati e irriguardosi? Come riuscire a far capire a persone di un mondo ormai diverso il valore di quello che sta accadendo in quel luogo e in quell’istante, Dio che si presenta nella sua carne e nel suo sangue per noi? Può accadere solo per un fascino, per una bellezza, per uno sguardo in una verità diversa dall’usuale bugia.

Perché inginocchiarsi, se lo vedono solo come un passaggio insignificante di una cerimonia antiquata, un rito affrettato di cui non si coglie il senso? Persino in chi crede, la familiarità eccessiva genera trascuratezza e noia. Avere una moglie bellissima non garantisce che, abituati alla quotidiana sciattezza, non ci si stuferà di lei.

La messa è finita, i parenti si raccolgono attorno ai ragazzi che hanno appena mangiato Cristo. Pensando al menu del ristorante.

Roba da uomini

Noi vecchi cattolici la domenica andiamo ancora a messa. Questa domenica il Vangelo era un passo famoso di Marco. Gesù che fa un sondaggio d’opinione sulla sua persona: “la gente, chi dice che io sia?”
Allora come adesso i sondaggi non rispecchiano la realtà, ma solo quello che pensa la gente su di essa. Per conoscere il reale occorre essere coinvolti con esso. La risposta corretta viene infatti da colui che più di ogni altro si è coinvolto con Cristo, Pietro.
Dagli altri Vangeli sappiamo che, per quella risposta, Gesù lo nomina Direttore Generale. E scatta il cambiamento.

Prima Pietro era solo un discepolo, uno che seguiva. Ora ha la responsabilità di mantenere un apparato, incrementare le presenze e l’indice di gradimento. Quando Cristo comincia a parlare del fatto che sarà perseguitato e ucciso esce fuori dai gangheri. Ma come, pensa, non si rende conto che sta facendo pessimo marketing? Chi vorrebbe stare vicino a uno che afferma che non solo non avrà successo, ma presto verrà fatto fuori dal potere? Va bene la storia della resurrezione, ma la gente arrivata a “sarà ucciso” è già sparita. Qui gli ascolti crollano, gli sponsor si dileguano, si rischia il flop. E lo fa presente a Gesù.

Pietro ha ragione. Ha ragione secondo la politica, secondo l’economia, e anche da punto di vista morale. Chi se ne va non segue più Cristo: un disastro. Come amministratore, come referente politico, come moralista Pietro fa bene a dirne quattro a Gesù. E’ profondamente umano fare ciò; secondo tutti gli schemi e i libri e i saggi e gli esperti è la cosa giusta da fare. Non si rischia l’intera operazione, mesi e mesi di faticoso cammino, di lavoro incessante, per quattro parole dette alla leggera.
Pietro ha ragione. Ogni uomo con la testa sulle spalle avrebbe fatto altrettanto.

Infatti cosa risponde Cristo? “Tu ragioni secondo gli uomini, non secondo Dio”.
Ed ecco il punto esplosivo. Quello che sappiamo, quello che diciamo, quello che pensiamo è roba da uomini. E’ ciò che va avanti con successo da migliaia di anni: nascondere ciò che non conviene, fosse anche la verità. Non dire quello che si pensa, perché può danneggiarci. Farsi furbi, insomma.
Conviene. Conviene tanto che seguire questa linea ci ha causato secoli di guerra e di violenza. Ha giustificato questa guerra, questa violenza, questa menzogna. Per un bene più grande, il nostro.

In questo episodio ci viene detto che il criterio di Dio è diverso. E’ un criterio in apparenza perdente, incomprensibile, difficile da mettere in pratica. Come potremmo conoscerlo, se siamo solo uomini e pensiamo idee di uomini, agiamo compiendo azioni di uomini? Cosa potremmo essere altro?

Tutto il cristianesimo è qui. Nella pretesa che ci sia un modo di fare le cose migliore che non quello degli uomini.

Sempre che quel modo sia davvero divino. Sempre che ci convenga. Tutto il nostro peccato, tutto il nostro essere uomini è qui.