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La salvezza

Certo che è impressionante vedere migliaia di persone invocare la morte di un’altra solo perché la pensa differente da loro. No, non sto parlando di Twitter e di un certo politico nostrano, mi sto riferendo al Pakistan e alle violenze allucinanti seguite all’assoluzione di Asia Bibi. Stranamente non ne parlano quelli per cui l’Islam è religione di pace, siano essi musulmani oppure occidentali; non trovo femministe che scendono in campo per una loro sorella contro la brutalità di una civiltà al maschile, e ben poche tracce di coloro che usualmente contestano i soprusi di stato e le pessime leggi, gli anarchici, i nemici della pena di morte e delle discriminazioni.

Mi domando perché, e andare a messa questa domenica mi ha aiutato a capire.

Il Vangelo che abbiamo letto parlava dei comandamenti più importanti: amare Dio con tutto il cuore, e il prossimo come se stessi. E questa è legge divina, ciò che occorre seguire, e da ciò deriva ogni altra moralità. E’ il fondamento dell’essere cristiani: noi amiamo Dio e Dio, per puro amore, ci ha dato Suo Figlio. Perché lo uccidessimo. Per farci uscire tramite il suo sacrificio da un mondo in cui ciò che ho descritto nel primo capoverso è la normalità, e stupirebbe piuttosto l’occuparsi di una poveraccia qualsiasi in un paese lontano. Una donna che in quest’istante è come Cristo in balia di un Pilato che sì, non le ha trovato alcuna colpa, ma che deve fare i conti con una folla assetata di sangue, con i capi delle folle che la vogliono comunque morta.

Poi, durante la messa, sono state lette le intenzioni. E mi sarei aspettato delle esortazioni a portare questa bellezza, questa verità ad ogni persona, ad ogni popolo.
Invece sono stato esortato ad ascoltare le altre religioni e i non credenti, a trovare in essi la verità, a imparare da loro…
Come se Cristo non avesse portato la verità tutta intera. Come se fosse stato uno tra i tanti.

Oh, lo so che c’è un briciolo di verità in ogni religione, che l’uomo ha sempre cercato Dio e continua a farlo anche se non crede nel nostro. So perfettamente che ci sono ovunque persone straordinarie, magnifici individui che talvolta mettono a rischio la loro stessa incolumità per gli altri.
Ma, spiegatemi, cosa devo imparare da quella folla che vuole linciare Asia Bibi? Cosa mi devono insegnare i buddisti, gli indù, i satanisti, gli atei con cui dovrei dialogare? Sono tanti anni che lo faccio, qui su questo blog e nella vita. Ma devo ancora trovare qualcosa di più grande di Cristo, di più vero di Cristo, devo ancora incontrare qualcuno che sappia spiegarmi la vita meglio di così.

Se lo incontrassi, dovrei dedurne che il suo insegnamento è migliore di quello cristiano. Quindi, perché dovrei poi restare tale?

Ma questo sono io. Io che ho incontrato un significato, un avvenimento vero, che qualcuno mi ha annunciato.
Nella lezione di Don Giussani di cui vi ho parlato poco tempo fa si dice che il fatto costitutivo del cristianesimo è appunto l’annuncio.
L’annuncio è la presenza di una persona coinvolta con pienezza in un significato del mondo, in un significato della vita. Ecco, tante volte mi sembra che quel coinvolgimento per parecchi di noi non ci sia. Che talvolta per noi Cristo sia solo un poveraccio di un paese straniero, vissuto tanto tempo fa, e morto. Uno per cui non vale la pena vivere, e quindi neanche morire. Perché occuparsene? Perché occuparsi di ciò che con lui ha a che fare, perdenti di fronte alla violenza esplicita e a quella suadente del potere? Sciocca la povera Asia, donna ignorante che si ostina a non dialogare.

Per cui si può andare avanti a ignorare.
Ignorare cosa?
La salvezza.

 

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Disposti

Asia Bibi, condannata a morte in Pakistan per blasfemia quando la sua colpa era in realtà essere cattolica, è stata assolta, dopo più di nove anni, dalla Corte Suprema di quel paese. La sua situazione è ancora pericolosa, dato che i fondamentalisti islamici che hanno minacciato e ucciso chiunque avesse preso le sue difese, ministri compresi, hanno messo una forte taglia sulla sua testa.

Asia Bibi è una martire, nel senso etimologico del termine: una testimone di quanto la fede può fare, di quanto può esigere in termini di sacrificio. Dieci anni nelle carceri più dure, in isolamento, lontano dai figli, per non pronunciare quell’abiura che l’avrebbe liberata. Il suo rifiuto di abbandonare Cristo ci interroga. Il nostro cristianesimo fatto di morali e di superfluo, di canzoncine e parole d’ordine, reggerebbe una simile prova?
Noi che stiamo zitti davanti alla macchinetta del caffè, parleremmo in un aula di tribunale? O troveremmo quella scandalosa fedeltà un retaggio medioevale, frutto di ignoranza e di illusioni, a cui contrapporre un machitelofafare?

In altre parole: saremmo disposti a morire per Cristo, noi che non siamo disposti a vivere per Lui?

Necessità

Sto tentando di insegnare i rudimenti dell’informatica a mio figlio. Facendolo, mi sono reso conto di quante cose che per me sono ovvie e scontate per lui sono incognite da scoprire e da capire.
E’ come guardare i bambini che imparano a camminare: non ci ricordiamo più che significa non sapere mettere un piede davanti all’altro, cosa ci vuole per potere stare in piedi. Dicono che ogni bimbo ha il suo modo di gattonare, di approcciare la sfida della postura eretta.
Così, guardando i semplici esercizi di programmazione di mio figlio io, che qualche esperienza ce l’ho, vedo subito quello che forse è il modo migliore di risolverli. Ma lo è davvero? Non necessariamente. Potrebbe esserci qualcosa di ancora più efficiente che io non riesco a vedere.

E mi tornano in mente le terzine dantesche
State contenti, umana gente, al quia
ché, se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria.
(Purgatorio, 3, 37-39)

Era un necessità il concepimento virginale di Gesù? Certamente Dio avrebbe potuto fare le cose in altro modo.
Eppure quello che ci è stato dato è certamente il modo migliore per l’avvento di Cristo. Per una ragione molto semplice: è stato il modo che Dio ha scelto, e Lui non sceglie un di meno.
Questo però noi lo possiamo sapere solo a posteriori, quando riconosciamo anche l’incastrarsi di profezie e avvenimenti durante i secoli per preparare e raggiungere quel risultato. A priori, nessuno lo avrebbe immaginato. Questo perché le vie di Dio non sono le nostre, le sovrastano quanto noi quelle delle formiche. Noi abbiamo molta meno fantasia.
Come la Croce, anche l’Incarnazione è stata una sorpresa.

Oggi, e non da oggi, c’è gente che farebbe a meno di Cristo e la Sua croce. Che, come gli Ebrei, non riesce a comprendere un Messia umile, nato da una ragazzina di un villaggio sperduto, e che ha dovuto morire per compiere ciò che era venuto a fare. Salvarci. E quindi preferisce affidarsi ad altri tipi di messia.
E mi domando: chissà tutta questa gente se sa programmare.

Fatta bene

Io non sono un fanatico della messa in latino, anche se devo ammettere che certe preghiere suonano molto meglio in quella lingua. E devo dire che reggo poco chi pone il criterio dell’essere cristiano in un certo tipo di liturgia, quasi che il piatto di portata conti più del gusto del suo contenuto, e il gusto più del nutrimento. Stringendo stringendo, il punto è fare memoria di Cristo, il resto è in qualche maniera in sovrappiù. Se no si finisce per far contare un ritratto più della persona che vi è raffigurata.
Però stasera, di fronte ad una messa vecchio stampo, mezza cantata, con tutte le parole al posto giusto senza essere corrette sociologicamente, la gente usciva dicendo “che bella”.

Io credo che la bellezza abbia una valenza morale: coagula su di sé tutti gli attributi trascendentali dell’Essere, li tiene insieme, li esalta. La verità è anche estetica, e al godimento estetico la temperanza non si applica. Ciò che è fatto bene è cattolico, perché persegue quell’infinita perfezione a cui ogni uomo anela, quell’infinito a cui il cristianesmo dà un nome. Se una messa lascia indifferenti vuol dire che le manca qualcosa, non porta verso ciò cui dovrebbe fare memoria. Non lo trasmette – in latino tradere, da cui tradizione. Se la tradizione non è memoria è vuota ripetizione, ma se manca la tradizione che si trasmette? Certo, la bellezza è negli occhi di chi guarda, e i nostri occhi sono spesso chiusi, velati, gonfi di croste. Ma ancora qualcosa distinguere sanno.

Gli esclusi

Pensa un cardinale che “il documento finale di #Synod2018 debba parlare a tutti i giovani. Anche i #giovani omosessuali, dunque, devono sentirsi inclusi in quello che proporremo con il documento sinodale.
E io sono d’accordo. Anzi direi di più. Anche i giovani atei o bestemmiatori dovrebbero sentirsi tali. Anche i giovani egoisti che se ne fregano degli altri. Quelli che non rispettano padre e madre. I giovani ladri, dovrebbero esserci anche loro, insieme con i giovani assassini. Dovrebbero sentirsi inclusi anche i giovani che mentono, che non rispettano i giuramenti, che spacciano, che menano, che scopano con chiunque, che insomma fanno quello che fanno tutti gli uomini: peccano.

Il documento dovrebbe parlare a tutti loro e dire che c’è una realtà che va oltre la vita buia che vivono, che possono, devono lasciarla se vogliono vivere una esistenza migliore, e che si può ricominciare.
Perché quello che fanno è male. Molto male. E se continuano si escluderanno dalla vita preparata per loro.
Tutti questi dovrebbero sentirsi inclusi.

Quelli che invece usano Cristo per il loro interesse e dello Spirito Santo per legittimare il loro peccato, scandalizzano i piccoli e sotterrano i loro talenti, ecco, quelli invece dovrebbero essere esclusi.
E cacciati a calci in culo là dove è buio e pianto e stridore di denti.

Non so se si farà, mentre il padrone di casa è lontano e i suoi servi pensano non debba tornare. Ma un giorno si volteranno, e Lui sarà lì, a separare gli inclusi dagli esclusi.

Ci è data una grande grazia

Io non penso che lo Spirito Santo agisca come una sorta di manto magico, alla faccia della libertà. Non credo neanche che la Grazia che viene data in certe circostanze sia essere avvolti in una sorta di alone mistico. Credo che la protezione dal male, la correzione dall’errore, l’apertura dei nostri occhi nella grande maggioranza dei casi sia data dalle altre persone, dai nostri fratelli e, perché no, dai nostri avversari.

Non dico che il soprannaturale, ciò che va oltre il materiale, non esista, anzi. Ma la mia esperienza è che la concretezza di ciò che non si vede trova le sue vie in una meravigliosa normalità.

La forma fisica della Grazia è l’amico che mi prende da parte e mi rimprovera, la frase che mi rivela ciò a cui non avevo mai dato peso o attenzione, o anche l’amore che provo per qualcuno che mi spinge a cambiare. La Grazia è spesso una improbabile compagnia, che un Destino Buono ci ha dato. Che è lì per noi, al suo posto esatto. Da guardare, da accettare. E che possiamo rifutare.

Dio non ci salva malgrado noi, ma attraverso la realtà; e salva la realtà attraverso noi.

Segni e segnali

Mi raccontano di un giovane benvoluto che muore, e della chiesa piena ai suoi funerali. E della reazione di una persona all’accaduto: “Cosa mi ha insegnato questo? Goditela finché puoi!”

Certo, segni e segnali possono essere fraintesi. Mi ricordo di un romanzo di Terry Pratchett in cui la scritta “Road works” non veniva interpretata da un autista come “Lavori stradali” ma “La strada funziona“, con effetti nefasti. Un gioco di parole intraducibile in italiano, ma che illustra come basti non afferrare il senso reale delle frasi, o degli avvenimenti, per comprenderli al contrario.

Così è forte la tentazione di rimediare alla fuga dei giovani dalla chiesa dando loro quello che vogliono, o che dicono di volere. Esattamente quello che accade nelle famiglie che si sfasciano, con figli viziati o sbandati.

Chi è l’adulto che si farebbe dare consigli su cosa fare della vita da un adolescente? Eppure pare che sia questo che qualcuno sponsorizza.

Dalla mia esperienza, è il metodo più sicuro per perdere quel giovane per sempre: non per niente è il metodo che oggi è applicato ovunque, nelle chiese vuote. I soli giovani che ho visto rimanere sono quelli a cui è stata fatta una proposta forte, sicura, a cui aderire anche a prezzo di rinunce e sacrifici – una proposta da adulti. Una proposta fatta di verità e realtà. Quella che a suo tempo è stata fatta a me.

Si, i giovani ci segnalano che hanno bisogno di qualcosa, come fanno tutti i giovani da sempre.
Di una strada che funzioni. Non di essere compiaciuti con novità antiche quanto il diavolo.

Fallimenti

Tutte, tutte, tutte le storie umane sono intrise di fallimento.
Fallimento vuol dire caduta, vuol dire errore. Vuole dire peccato: il distacco tra ciò che dovrebbe essere, l’infinito bene oltre i nostri più sfrenati desideri, cioè Dio, e la nostra realtà di uomini.
E’ per questo che sappiamo che esiste un Dio: perché possiamo vedere questo distacco, questo fallimento. Siamo umani perché sappiamo che l’infinito c’è. Se pure non ci arriviamo. Se pure falliamo.
C’è Chi ci porge la mano per rialzarci, ogni volta che cadiamo, perché sempre, sempre sempre cadiamo. E’ per questo che è venuto Cristo: a mostrarci che per quel cielo impossibile c’è una via.

E che cristiani saremmo se negassimo che, anche in mezzo al fallimento più cocente, questa strada esiste?

L’eclissi del sacro

Sapete, se qualcuno quarant’anni fa, o venti, o meno, avesse suggerito le dimissioni del Papa, sarebbe stato guardato come matto. O come assolutamente ignorante della Chiesa cattolica; un poveretto di altra religione, non bene informato.
Ciò che più mi spaventa, a pensarci – beh, magari non proprio il pensiero più spaventoso, ma quasi – è che invece la cosa sia arrivata da un vescovo, e sia stata presa seriamente. Che non sia stata considerata un’uscita folle. Accidenti, che molti, me compreso, l’abbiano considerata una possibilità, qualcosa da valutare.

Il che è un segnale molto brutto di ciò che mi viene da chiamare eclissi del sacro. Cioè il ragionare per categorie mondane anche per quello che dovrebbe essere pertinente al divino; come se il divino fosse solo una impiallacciatura, un qualcosa di scontato e in fondo di non necessario. Ok, Gesù e il Vangelo, ma adesso parliamo di cose reali.

Che è esattamente il contrario del modo di ragionare che mi è stato insegnato e che cerco di seguire: che Dio non è paesaggio, e neanche la prima cosa, quella più importante; ma l’unica cosa. Tutto il resto viene di conseguenza.
Viene di conseguenza, se abbiamo caro il vero e il giusto; perché non c’è altra maniera che il vero e il giusto arrivino in questa nostra vita. Convertirsi a Cristo è la nostra unica possibilità di salvezza da tutte le brutture che ci sono nel mondo, alle quali diamo il nostro sostanziale contributo.

Essere arrivati a questo punto, per cui Dio fa parte del paesaggio e la conversione non è un’opzione, è il fallimento della Chiesa di oggi. Si è nascosto Dio dietro alla buona volontà, all’accoglienza, al volontariato, a questa e quella morale o moralismo. Oppure dietro paramenti, o messaggi, o devozioni, a questa e quella morale e moralismo, e ci poi ci si è dimenticati di Lui. Spesso. Quasi sempre.

E, come sempre accade quando ci si dimentica di Lui, quando lo si abbandona in qualche soffitta o in qualche buona intenzione, il male deborda. Perché è proprio questo il male: dimenticarsi di Dio. E quindi tutte le cose più turpi e immonde, e più turpi e immonde di quanto spero riusciate ad immaginare, giungono. Si insediano, si fortificano, si aiutano, si sostengono vicendevolmente, e l’inferno, un po’ d’inferno, un assaggio di inferno dilaga sulla terra. Le tenebre diventano sempre più dense.

Sì, abbiamo dimenticato tutti Dio. Il Vangelo annota, più e più volte, che anche tra i suoi principi, tra i suoi discepoli, tra i suoi apostoli vi erano quelli che dubitavano. Che non credevano. Fino all’ultimo. Il sole di Cristo, che pure era lì, evidente, era eclissato da altro. Come ora.
La Bibbia rammenta per il popolo ebraico tempi simili a questi. Tutte storie che non finiscono bene.

Le eclissi sono fenomeni transitori. La luce è oscurata, ma ciò che la oscura passa, va. Per sua natura.
Ma noi che vediamo la luce scemare di minuto in minuto, cosa ne sappiamo? Come possiamo sapere che finirà, se non per la fede che dovremmo avere? E, se pure in qualche modo l’abbiamo conservata, come possiamo conoscere se si è già raggiunto il punto dove la notte è più fonda, o il peggio deve ancora venire?

Noi che attendiamo che i santi ci salvino, senza pensare che i santi dovremmo essere noi?

All’orizzonte

Sei sul margine del deserto, che guardi nella distanza. C’è un puntolino all’orizzonte. Cosa sarà mai? L’aria calda distorce quella distante sagoma che si vede a tratti.

Le persone attorno a te, ognuna ha un’opinione. C’è chi dice che sia un uomo, un viaggiatore a piedi. Chi un uomo a cavallo. Chi un coyote, chi qualche altro animale selvatico. Altri dicono sia
un miraggio dovuto alla calura, che lì fuori non ci sia niente. Esiste realmente, quel qualcosa in lontananza?

Le loro opinioni sono tutte legittime, anche se alcune sono discutibili. Ma solo uno può avere ragione. Non possono essere tutte vere contemporaneamente. Non può essere un uomo e uno sciacallo. Non può essere qualcosa e insieme niente.

Quindi la domanda importante non è se gli altri abbiano il diritto di esprimere la loro idea. E’ “Chi ha ragione”?

Tu noti qualcosa d’altro. Un nuovo punto, ma questa volta si avvicina. Lo vedi bene, adesso, è un uomo. Arriva dalla stessa direzione di quell’altro oggetto all’orizzonte. Si fa avanti, vi saluta.
“Io e mio padre”, dice, indicando il punto lontano “stiamo cercando un posto dove stare. Sareste disposti ad ospitarci?”

La domanda adesso è cambiata. Non è più “Chi ha ragione”, ma “Sta dicendo il vero quest’uomo? Posso credergli? Arriva proprio da lì, è credibile che abbia la risposta al nostro dubbio?”

Se, dopo che quest’uomo è giunto, continuate a discutere, e siete ancora dell’idea che il punto all’orizzonte potrebbe essere uno sciacallo o un’illusione, allora ciò vuol dire solo una cosa: non gli credete.

Così se, nella nostra realtà di oggi, pensiamo di non potere dire niente ad un ateo, un agnostico, un uomo di altra religione, vuol dire che non crediamo a quell’uomo che il Padre Suo ha mandato a salvarci dalle nostre opinioni. Vuol dire che non ci possiamo chiamare con il suo nome, dirci cristiani.
Siamo solo dei coglioni che guardano l’orizzonte, incapaci di capire cosa vedono.

Benedetto

San Benedetto cercava Dio, per questo educò gli uomini, che fecero l’Europa.
Oggi vogliono dimenticare Dio per cercare l’Europa, e stanno solo disfacendo gli uomini.

Il dio sdraiato

E’ una strana teologia quella che è in voga ai nostri giorni.

Avevamo parlato qualche giorno fa di un dio orizzontale, cioè che non si pone più come qualcosa di superiore all’uomo ma allo stesso livello. Avevamo obiettato che il dio di una simile teologia difficilmente può riuscire a farsi amare, o anche solo a farsi rispettare. C’è persino il dubbio che rientri appieno nella definizione stessa di “dio”. In che cosa dunque sarebbe diverso da un essere umano qualsiasi? Se ogni colpa è perdonata in anticipo oppure giustificata non esiste nessuna differenza morale. Nessun peccato, il termine stesso non ha più senso.
Ma se non ha più senso allora  come può qualcuno essere moralmente superiore ad un altro?
Se non c’è differenza morale allora la sola distinzione è quella fisica; un qualche superpotere, il cui uso è impossibile ad un figlio di Adamo. Sì, un supereroe, o un superbullo che gioca con la materia dell’universo. Un essere pericoloso da cui guardarsi, da ingraziarsi se possibile; a cui sacrificare in cambio dell’uso amichevole dei suoi poteri.

In altre parole un dio come quello delle antiche mitologie, un Odino o uno Zeus, o un Baal.
Un beone e un fornicatore, un ingannatore e un violento. Ma, rassicuratevi: non avevamo detto che la colpa non esiste? Questi dei sono gli idoli adatti ai nostri tempi.
Idoli inutili.
Perché degli dei come questi non esistono; o, se esistessero, non avrebbe il mio rispetto. Non cambierebbero la mia vita. Non mi insegnerebbero a essere più felice. Per questo tipo di dei sarei ben felice di dirmi ateo, come tali venivano definiti i primi cristiani.

Il dio compagnone è una nullità morale; se anche i miracoli vengono negati, come talvolta accade, non c’è ragione neanche per tentare di ingraziarselo. Un’entità inutile, di cui non vale la pena occuparsi. Figurarsi poi di quelli che si dicessero suoi interpreti, suoi sacerdoti.

Un dio che non mi spiega come fare a essere felice è un dio sdraiato a godersi la vita, lui; mentre io mi arrabatto con i miei limiti e i miei errori. Che esistono, che ci sono, e nessuna negazione, nessuna autogiustificazione possono davvero spingerci a credere che non esiste niente di male a fare il male.

Con chi lo asserisce in prima fila ad accusare, a giudicare, ad indignarsi. Nel nome dell’unico suo dio, se stesso.

Se un Dio davvero c’è, deve essere Qualcuno di cui davvero valga la pena di occuparsi; Qualcuno che si occupi di me.
Per nessun altro dio mi drizzerò in piedi, o mi inginocchierò.

Chiedere

I giovani chiedono… i vescovi chiedono… i fedeli chiedono… quante volte sentiamo di documenti fatti da questo o quel gruppo che domandano che la Chiesa diventi quello che loro vogliono.

Gli umani sono volubili, i loro desideri spesso sciocchi ed effimeri. Lo so perché sono umano anch’io.
Di una Chiesa che fa quello che le dicono le persone, bene intenzionate che siano, non me ne faccio niente. A me interessa quello che chiede Dio.

Un Dio orizzontale

“…Per Gesù Cristo, nostro amico e fratello.”

Devo ammettere che questa formula, sentita durante la messa, mi lascia molto a disagio. Ero abituato a quel “Nostro Signore” che, nei dialetti delle mie parti, sostituiva il nome di Dio: “Nossgnùr”.

In tempi passati la Chiesa ha spesso posto l’accento sulla regalità divina. Feste come “Cristo Re dell’Universo” testimoniano una teologia verticale dove sono evidenziati l’insignificanza dell’uomo, il suo esistere per volontà divina, il suo dipendere dalla Grazia. Dio Giudice, il primato della verità e il dogma sono tutti connessi a questo tipo di ordine cosmico. Una visione affine alla struttura della società com’è stata per secoli: il re, l’imperatore, la nobiltà, con i suoi doveri e la sua autorità derivante da quella celeste.

Ma la società oggi è diventata, almeno nominalmente, orizzontale. La rappresentatività delle élite è stata via via messa in discussione e demolita; nel nostro tempo nessuno direbbe che un presidente esercita il suo mandato per volontà divina. Specie certi presidenti. Alla verità, che fa liberi, oggi si preferisce la libertà, che permette di arrivare alla verità; il Dio che giudica è messo da parte, si preferisce quello misericordioso. Persino i tribunali umani spesso non seguono più la legge, ma le loro sensazioni. Si sono sostituite alle certezze morali non negoziabili atteggiamenti molto più possibilisti, fino quasi alla sparizione del peccato. Come se il bene fosse diventato un concetto confuso. Se Dio è il sommo bene, allora anche lui appare come somma confusione. Gesù ora è fratello, amico, compagnone. E con quale autorità un compagnone ha il diritto di sindacare i tuoi comportamenti? Un dio così diventa inutile per l’uomo, utile per un potere che non è più limitato da niente di superiore.

Se Cristo un tempo si seguiva perché “bisognava”, un’imposizione che lasciava il cuore arido e la ragione perplessa, oggi si dice che occorre farlo per amore. Ma l’amore non sorge a comando: è suscitato da una presenza eccezionale. Non ci innamoriamo di una mediocrità qualsiasi, né di un “buddy Christ” che non è in grado di dirci niente di definitivo su quello che è vero, bello, giusto. Perché non è che una proiezione di noi stessi.
Si può forse seguire uno sconosciuto per dovere, ma difficilmente perché ci dicono che dobbiamo essere innamorati di lui.

Forse il “Gesù sovrano” di un tempo non ha più molto senso in un mondo dove i sovrani contano solo come macchiette o come dittatori. Viene da domandarsi se è stata la teologia a plasmarsi sulla società o viceversa. Se ci si debba adeguare dimenticando il passato. Ma questo Gesù così trendy, l’odierno compare di bagordi che perdona tutto, è così distante dalla figura storica di quell’uomo che è Dio da renderlo incomprensibile. Da rendere immotivato il suo sacrificio, irrilevante il suo stesso esistere. Fino a farlo sparire in un volemosebene che è una dolciastra trappola mortale.

Sì, Gesù è nostro amico, nostro fratello, ma solo dopo che abbiamo riconosciuto la sua autorità. Il suo essere divino. Il suo essere Signore.
Solo dopo che avremo capito perché amarlo.

La passeggiata

Il baldacchino avanza; sotto, il sacerdote che porta Nostro Signore. Dietro, il paese, o quello che ne rimane, in corteo.

C’è chi segue in silenzio; e chi il silenzio non sa cos’è. Parla, parla, di ogni cosa, del più e del meno, di sport, di lavoro, di amici e parenti, spettegola e contratta. Sembra che si sia fuori a passeggiare, invece che a fare la processione del Corpus Domini. Né le preghiere né le meditazioni né i canti interrompono il flusso delle parole. Come se si fosse smarrito il senso di quello che si sta facendo.

Una bambina sparge petali di rosa; ma, invece di gettarli davanti al sacerdote che passa, al corpo di Cristo, sta dietro, alle spalle, e li getta davanti alla folla che segue. La gente la fotografa perché è tanto carina. Ma il senso del gesto è smarrito, completamente perduto. Non si sa più cosa sta davvero passando tra le case; pochissimi gli addobbi a quei balconi che un tempo onoravano con velluti e immagini l’incedere del corteo.

E mi ritrovo a pensare agli apostoli che seguivano Gesù, che sulle strade polverose della Palestina litigavano tra loro, discutevano, pensavano a tutt’altro senza capire chi accompagnavano.

Occorre una grande grazia per capire quale tesoro prezioso è con noi, piccoli uomini chiaccheroni e moralisti.

Ecumenici

Ecumenismo per alcuni cattolici vuol dire disprezzare il cattolicesimo per abbracciare tutto il resto.
In pratica, essere antiecumenici verso se stessi.
Devo ancora capire se si tratta di una particolare forma di schizofrenia, di autolesionismo o più semplicemente della solita mossa dell’antico avversario.

Ritornare, come bambini

In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.
Matteo 18, 1-5

Io avevo sempre interpretato questo ammonimento di Gesù come un invito a perdere le nostre strutture di pensiero e vedere tutte le cose come la prima volta, stupiti perché ci sono.
Ma da poco mi è venuta alla mente un’altra possibilità. Cosa contraddistingue ancora il bambino? L’abbandono fiducioso all’abbraccio dei genitori. Chi non ha mai contemplato un piccolo addormentato al collo della mamma o del papà? Non ha timore, perché sa che è abbracciato, è voluto bene; che sua madre e suo padre faranno di tutto per proteggerlo, per tenerlo al sicuro, per fare quello che è bene per lui.

Si fida totalmente. La sua non è una fede cieca: è tutta la sua esperienza, è tutto il suo mondo che glielo ha insegnato. Non saprebbe esprimerlo a parole, il motivo della sua fiducia: quella è la sua realtà.

Srà crescendo che vorrà distaccarsi. Che metterà in dubbio. Che non si fiderà più del Padre, anzi. Per questo quando sento qualcuno che si defiisce cristiano adulto, mi ricordo di quell’ammonimento: se non ritornerete come bambini…

Statistiche

Un centro di ricerca inglese ha pubblicato, qualche giorno fa, una statistica sulla religiosità dei giovani di una ventina di paesi di area europea. I risultati, come si può immaginare, sono abbastanza desolanti. Nella grande maggioranza di questi paesi la pratica religiosa è in declino, e aumenta sempre di più la percentuale di coloro che si definiscono non religiosi.
Il definirsi non religiosi è il segno indiscutibile che la società stessa non è più tale. Fino a non molti anni fa persino chi non frequentava nessuna Chiesa aveva difficoltà a definirsi ateo o agnostico, perché rimaneva comunque una diffusa idea che qualcosa pur ci fosse o, banalmente, per conformismo. Ormai anche questa barriera è sparita. Sembra che la maggioranza delle persone giovani non si domandi più chi è, che cosa fa nel mondo, il senso della vita, o sia convinta che questo senso non ci sia.
E’ un fenomeno che aveva già notato alla metà del secolo scorso don Giussani, pur in un momento in cui la presenza cattolica sembrava pervasiva: una diffusa ignoranza di cosa sia il cristianesimo, una incapacità a porsi questioni sul significato della realtà, lo smarrimento delle proprie radici. Fu per questo che decise di insegnare nelle scuole, perché gli sembrava che solo una educazione, solo il riconoscimento di una presenza avrebbe potuto rovesciare quella decadenza di cui allora si captavano solo i primi segni.
Mentre oggi è ovvia agli occhi di tutti.

Non voglio addentrarmi nei particolari dei risultati di questo sondaggio, salvo per evidenziare una cosa: che più le chiese di un dato paese hanno ceduto adeguandosi alla mentalità del mondo, “aggiornandosi” per cercare di essere più appetibili, più hanno ottenuto l’effetto opposto: sono diventate insignificanti e alla fine sono sparite.
Non credo di sbagliarmi dicendo che i numeri residui in quei paesi altamente secolarizzati sono dati da coloro che si sono aggrappati alla tradizione, ad una religiosità che i progressisti etichetterebbero come irrimediabilmente fuori moda.

In una intervista, l’estensore della statistica annota che ci vorrà probabilmente un secolo prima che la ricostruzione di un comune sentire cristiano possa avere luogo. C’è chi gli contesta questo, dicendo che di anni ce ne vorranno 500; e chi invece fa notare come sintomi di ripresa siano già presenti. Certo meglio cento anni che la sparizione della fede, la risposta negativa alla domanda che si faceva Cristo: ne avrebbe ancora trovata sulla Terra al suo ritorno? Da parte mia dico solo che la Chiesa è stata data per morta molte volte, come pure avevano fatto per il suo fondatore.

Se la Pasqua ci insegna qualcosa è che mettere Cristo dentro un sepolcro si può, ma la cosa che gli viene meglio è uscirne vittorioso.

La braciola di Pasquetta

Il nostro annunciare Cristo è come la braciola di Pasquetta.
Perché sia gustosa e appetibile bisogna usare la fiamma, o le braci ardenti, non il fumo o la cenere.

Non basta

I demoni ci assillano da ogni parte.
Ci fanno fare le cose che vogliamo fare, invece di quelle che dovremmo fare. Per essere veri. Perché il nostro tempo, il tempo della nostra vita, non vada sprecato.
Li ascoltiamo. Ci sembrano saggi. Li ascoltiamo anche quando non ci sembrano tali. Perché siamo umani. Pensiamo di cavarcela. Pensiamo di essere più forti. Pensiamo di sapere, e che il sapere basti.
Non basta mai.

E attendiamo qualcuno che ci salvi, sempre più disperatamente, mentre sprofondiamo nel nostro nulla.

Per questo abbiamo bisogno di quel pane, di quel vino. Per quella forza che noi non abbiamo.
(Non basta, non basta, siamo fuggiti, quella notte, quella stessa notte. Siamo fuggiti. La salvezza non è una mano che si tende, è una mano che la nostra mano afferra)

Una scandalosa vicinanza

Come dicevamo, la mancanza di senso, la mancanza di speranza sulla nostra stessa vita hanno un riflesso sulla maniera con cui consideriamo le vite degli altri. Siano essi un bambino gravemente ammalato, un politico, nostro marito o nostra moglie.
Quante volte l’ho visto nei volti di chi ha perso un proprio caro. Lo smarrimento, il non volerci pensare, nel tentativo di rendere sopportabile il dolore. Ci si anestetizza nel tentativo di non vedere quell’abisso vuoto che, si vuole credere, è la nostra comune sorte. Il sigillo all’inutilità di amare, lottare, vivere.

Eppure c’è stato un giorno in cui un giovane predicatore, forse il Messia, ha rivolto ad una di queste persone scosse, atterrate dalla vita queste parole: “Donna, non piangere”. Che presa in giro, che insensibilità sarebbe stata se fosse davvero il nulla la nostra sorte.

Se invece quelle parole sono il segno di una vittoria sulla morte, sulla sofferenza, la Parola che dona un senso alla vita perché è padrona della vita stessa, allora che liberazione. L’uomo si può concepire solitario nell’universo, invece non lo è.
Io ho visto anche i volti di chi ha creduto a quel Messia. Sono volti differenti. Non c’è un abisso grigio, oltre il cancello che presto o tardi ognuno di noi varcherà.

Quella speranza, quella certezza, rendono la vita migliore qui e ora, perché non siamo più bloccati dall’inutilità del vivere, non siamo più prigionieri del dolore o del cinismo di chi cerca di mascherare la sofferenza.
Senza capire questo non si comprende la radicale differenza tra chi segue Cristo oppure un’altra religione. Tra la speranza, “non piangere!”, e l’indifferenza, o la rassegnazione.
Tra il niente e la più scandalosa vicinanza che si possa immaginare.

 

 

In cosa credi?

In cosa credi?
Credere è come il sistema operativo di un computer. E’ la guida con cui affronti il mondo, il metodo con cui fai le cose. Il tuo agire sarà molto differente a seconda della risposta alla domanda che ho posto.
Ma qual è questa risposta?

Non sapere darne una, o fornire elenchi infiniti di tutte le minime cose a cui credi, è solo un modo di dire che ti manca la consapevolezza del tuo io, non sai veramente cosa ti fa andare avanti. Probabilmente non hai mai pensato a te stesso; non hai mai seriamente cercato di capire cosa tu sia, dove tu stia andando, perché esisti.
Forse hai dato per scontate, o definito assurde, queste che sono le questioni fondamentali di un essere umano. Quelle che lo definiscono, che lo distinguono dagli animali.
Non essersi mai posto queste domande, o averle ignorate senza avere mai tentato di dare loro una risposta, vuol dire essere fermi al livello delle bestie. Mangiare tutto quello che ti danno da mangiare; vivere di luoghi comuni e idee altrui, non possedere una propria identità. Siccome non è possibile vivere senza identità, quella che hai è artificiale; instillata dentro da chi è potente, da chi gestisce i mezzi di comunicazione, perché chi non si pone domande su se stesso non è neanche in grado di mettere in dubbio ciò che gli viene detto. E’ quello che intendeva Chesterton, quando affermava che chi non crede in Dio non è che non crede a niente, crede a tutto.

In ogni caso, anche se non se ne ha consapevolezza, cose in cui si crede ce ne sono. Sono quelle che ci fanno prendere decisioni, che ci fanno scegliere da che parte stare, che ci fanno scendere dal letto. Per capire a cosa crede un uomo, bisogna guardare a cosa tiene. Per guardare a cosa tiene veramente basta guardare come impiega il suo tempo.

Ci possono essere sorprese. C’è un abisso tra il dire di credere a qualcosa e il crederci davvero. Gente che parla male del denaro o del potere che passa le giornate ad accumularne. Che dice di credere nell’amore e non ama nessuno, e se pure ha qualcuno lo trascura. C’è chi afferma di credere nella pace, e non perde occasione per odiare e assalire con violenza chi secondo lui è d’ostacolo a questa sua idea. E, ovviamente, chi dice di credere in Dio e fa l’opposto di quanto Lui ha detto, asserendo di essere abbastanza adulto da ragionare con la sua testa. Credendo, più che a Dio, al suo avversario.

Poi ci sono coloro che cercano di fare sì che ciò che dicono di credere sia davvero ciò che li fa agire. Che hanno visto, che sanno come avere fede in ciò che è bello, vero, giusto, che si è fatto incontrabile ed è stato incontrato, possa rendere uomini migliori. Possa rendere il mondo migliore, perché popolato di uomini migliori.
Questi sanno anche che da soli non ci possono riuscire. Per via di quell’abisso.
Ma sanno anche che quel vero, quel bello, quel giusto che è una persona non li lascerà da soli. Perché crede in loro.

La qualità del fare

Perché fare le cose?

Perchè si è obbligati. Perchè si viene pagati. Perchè ne ho un vantaggio.
Se queste sono le motivazioni, nell’istante in cui cessano – Sono libero! Mi pagano troppo poco! – allora cessa anche la nostra attività. Chi mi obbliga a fare le cose bene?

Perché voglio imparare. Perchè devo.
Si è passati a qualcosa di più alto del piano materiale. Quando però sentirò di avre migliorato abbastanza, quando il dovere mi verrà a noia, chi me lo farà fare di continuare ancora?

Perché questo lavoro è tutto per me. Io amo quello che faccio.
Ma prima o poi ci si accorge che quel che pensiamo tutto è solo una piccola parte; che in fin dei conti la vita è più grande, e quel nostro tesoro non la riempie, non le dà senso. Arriva la disillusione. Si smette di fare, o si continua per inerzia.

Quanto è differente, invece, chi fa le cose perché ama non (solo) la cosa che fa, ma Chi gli permette di fare. Lo spinge il desiderio di imitare Chi ha fatto tutte bene ogni cosa, lui stesso compreso, perché le ama tutte. E quindi vuole restituire un poco di quell’amore, cercando di imitare quella perfezione.

Una persona così non smetterà mai di cercare di migliorarsi, non accetterà di fare lavori approssimativi, non si accontenterà di una qualità minore, perché sa che solo la ricerca del bello e del vero, tramite il lavoro della sua testa e delle sue mani, è un compito adeguato alla statura di quello che è. Cioè un uomo, un figlio di Dio.
Non si accontenterà di niente di meno.
Cercate questo tipo d’uomo, voi che desiderate maestri, desiderate le cose fatte bene.