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Oggi non sono santo

Alla fine, essere santi non vuol dire fare tutte le cose giuste.
Vuol dire dare tutto, offrire tutto, anche quel pezzettino che ci tiene ancorati allo scoglio del mondo.
L’abitudine dalla quale non ci possiamo staccare, ciò a cui pensiamo di non poter rinunciare, e quel timore che ci trattiene dall’offrire tutto noi stessi perché sappiamo che la nostra offerta sarà accettata. Il peccato è un “non”: non volere essere interi.

Vedo che mi converrebbe, ma non ci riesco. No, neanche a chiederlo. Ho paura della Grazia di cambiare. Forse accadrà domani. Ma oggi, non sono santo.

Pessime intenzioni

Permettetemi qualche chiosa sul ratto e conseguente lancio a fiume delle statuette lignee amazzoniche in quel di Roma.

Punto primo, io in certe chiese ho visto di tutto. Ho visto sugli altari immagini di noti eretici e credenti in altri religioni; ho veduto portare in processione un po’ ogni cosa, terra, fiori, palloni e così via. Ma sulle pareti cappella Sistina sono dipinte le profetesse pagane del tempo che fu, e pure Virgilio. Il punto è: sono il contorno, non la pietanza. Il cristianesimo può valorizzare tutto, statue di donne nude incinte comprese, perché Cristo è tutto in tutti, e redime ogni cosa.
Ma solo se c’è lui per primo. Se il suo nome non è invocato, pregato per primo, allora anche una “Nostra Signora” può diventare pagana. Noi veneriamo Maria quale Madre di Cristo, non come divinità a se stante. Fosse altrimenti, la sua statua andrebbe buttata nel Tevere, fosse anche scolpita da Della Robbia. Il senso di ogni cosa portata all’altare è che tramite essa si glorifica Lui. Se non è così non è cristianesimo, anche fosse fatto con la migliore delle buone intenzioni. Sarebbe uno sbaglio da correggere.
Posso venerare un’icona di Maria con le tette di fuori come le Madonne del Latte cinquecentesche, se è Maria, se mi richiama la realtà della Madre di Dio. Se quel bambino nel grembo della statuina è Dio, me lo si dica chiaramente, e bacerò quell’immagine che mi richiama all’Incarnazione. Se non lo è, non voglio averci a che fare. Chi sa, lo dica: sì o no?
Essere segno del Mistero è cosa rende sante le cose. Chiariamo cosa è santo e cosa no; cosa va gettato, e cosa no. Dell’immondizia (ciò che non è mondo, puro) uno se ne libera. Gli idoli, di legno o di pensiero, sono immondizia.

Punto secondo. Perché il gesto ha suscitato tanto entusiasmo? Per lo stesso motivo per cui Fantozzi è stato portato in trionfo dopo avere detto la sua opinione sulla Corazzata Potëmkin. Usare un linguaggio scurrile (“cagata pazzesca”) è certamente da stigmatizzare, ma ha il merito di togliere il tappo del conformismo, del timore imbelle. Fa capire che davvero non se ne può più. Che, nei pensieri reconditi della gente, più che le statuette dovrebbero rinfrescarsi le idee nel fiume chi ce le ha volute. Perché la gente sa ancora cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è bene e cosa è male, quando li si tenta di ingannare, mentendo e manipolando, per portare avanti un proprio misero progetto. Almeno, quelli che ci tengono. Gli intellettualoidi possono contargliela, ma il senso comune difficilmente se la beve. Il gregge si domanda che cavolo stiano facendo i suoi pastori, chi siano realmente. Diteci qualcosa di cattolico, qualcosa in cui credere, che allarghi il cuore, e non la rifrittura di ideologie che Cristo ha sconfitto. Parlateci di cose e persone sante. Se l’intenzione è retta, se ancora credete.

Punto terzo, non comprendo perché dovremmo rispettare la Tradizione dei popoli amazzonici e nel contempo negare la Tradizione del popolo cattolico. La tradizione di quelle tribù è l’infanticidio e peggio? Quello dei romani di gettare nel Tevere quanto non gradiscono. Se occorre rispettare quella cultura, perché dovremmo disfarci della nostra? Mi pare abbia costruito un bel po’ di più di capanne di fango. Allora il dubbio viene che non sia tanto la Tradizione di per sé ciò di cui dicono ci dovremmo disfare, ma il suo contenuto. Non mi è chiaro perché dovremmo sostituire il tricorno con un cappello di piume. Oh, certo, alcune cose sono orpelli e sovrastruttura. Il cuore della Tradizione però è Cristo.
Chi allora ha le intenzioni peggiori: chi vuole liberarsi di brutte statuine, o del significato stesso della Chiesa?

Il Rio delle Amazzoni non è il Tevere. Se non altro il gesto l’ha chiarito a chi si illudeva. Che si smetta di spacciare l’uno per l’altro.

Forse un mattino andando

C’è una poesia di Montale che conosco a memoria. E’ questa:

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore da ubriaco.

Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi, case, colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Un pensiero mi ha colpito stamattina, ripensando alle conversazioni dei giorni passati sui miracoli. Che per l’uomo d’oggi il poema è esattamente invertito. Il nulla non è ciò che colgo voltandomi, ma la normalità del vivere. Si è come immersi in una nebbia, in una pioggia cupa e grigia che nega le cose, la loro stessa esistenza. In un certo senso è come se si camminasse perennemente voltati dall’altra parte rispetto a ciò che esiste, immersi in una disperazione piena di mancanza.

Ma ecco che il miracolo accade: ti obbliga a guardare davanti a te, e allora la grande cortina di pioggia di questo mondo si apre e vedi… Bianche sponde e, al di là di queste, un verde paesaggio sotto una lesta aurora; o meglio la tua vita quotidiana, le persone, le cose come sono veramente, perché esse sono veramente. E’ il vuoto l’illusione.
Comprendi, non con terrore ma con gioia, che il tuo esistere ha un senso, e che c’è chi ti vuole bene fino in fondo.

Il miracolo, quasi sempre, ha il volto di qualcuno da guardare, qualcuno che un certo mattino ti afferra dal grigiore del nulla e ti riporta alla vita.

Auguro a tutti un mattino così.

L’inchino all’idolo

Destano un poco di sconcerto certe prese di posizione, certi documenti ecclesiali, che sembrano suggerire che il cristianesimo non è poi così vero. Che in fondo è una religione come le altre, non tutto quell’eccezionale che si pensava un tempo. Che Dio si sia fatto uomo e sia morto per noi potrebbe sembrare qualcosa di assolutamente nuovo e mai udito prima. Forse però esercita meno fascino di certi idoli sì muti, ma dorati. O verdi.

Una certa parte della Chiesa pare pensare che il cristianesimo abbia bisogno di aggiornarsi per essere al passo con i tempi. In altre parole, non è che Dio non ci sia, è solo un poco senile. Fuori moda. Mi rammenta quanto accadde alcuni secoli fa con il Rinascimento. Il Dio medioevale, centro di tutte le cose, fu spinto improvvisamente ai margini. Gli antichi dei greci e romani, umiliati e abbandonati secoli prima, ritornarono in auge. Con la differenza che nessuno davvero si inchinava di fronte ad essi.

L’inchino all’idolo è in fondo un inchinarsi a se stessi, alle proprie voglie. Solo un Dio assolutamente “altro” è differente da noi. Ma che senso ha inchinarsi a ciò che è Altro, cioè ineffabile, incommensurabile, incomprensibile? Ha senso solo se questo Altro diventa qualcosa di riconoscibile e incontrabile. Si incarna; pur essendo Altro si fa prossimo.

Inchinarsi all’Eucarestia non è piegarsi ad un idolo. E’ riconoscere che lì è il nostro destino. Certe liturgie fantasiose potrebbero anche essere accettabili se fossero fatte con vero amore per Chi ne è il protagonista, e non per desiderio di rubare a Lui la scena. Una messa celebrata con briciole di pane e acini schiacciati in una prigione di regime può essere più santa di una messa cantata in Piazza S.Pietro. Non è questione di paramenti, ma a Chi guardi. E’ sempre lì il punto: dove sta il cuore. Un anello di plastica regalato al proprio amore può essere infinitamente più prezioso di un diamante incastonato. Sì, i diamanti aiutano a dire che un regalo è prezioso, ma tutto dipende da cosa rende prezioso il dono. La bellezza non è sempre quello che pensiamo.

In fondo è come quegli amori finiti che cercano di sembrare vivi con fantasie sempre più improbabili, trucchi e vestiti. Quando invece basterebbe tornare a quel fascino iniziale, a quel primo momento in cui si è riconosciuto il proprio destino assieme all’altro. Il guaio è quando non si è mai creduto che quella storia potesse durare in eterno, e promettendo fedeltà già si cercava una via di fuga.
Così accade anche oggi. Se Dio non è tutto, se lo troviamo vecchio, allora ci si permette amori diversi, apparentemente più giovani. Scappatelle, finché una sera ci si dimentica di ritornare.
Ma la bellezza di Dio non sfiorisce, a differenza delle altre. Egli è eterno, e solo uno sguardo fatto d’eterno può amarlo davvero.

Devoti e no

Devo ammettere che l’appellativo rivolto da un teologo di quelli alla moda ad alcuni personaggi politici e vescovi, “Scismatici devoti“, mi ha dato da pensare. Se questi personaggi sono additati al pubblico ludibrio, allora essere l’opposto dovrebbe essere un fine da perseguire. Ma cos’è l’opposto di “Devout schismatic”?

Ho provato a fare diverse ipotesi. Se uno non è devoto, cos’è? Iconoclasta? Senza fede? Alla fine mi sono deciso a chiederlo ai dizionari. Questi i risultati, per devout:

e per schismatic:
La combinazione potrebbe essere ad esempio “lapsed believer“; ma quella che preferisco è insincere conformer.

Ora, essere un “conformista insincero” non mi attira poi molto. Chiedo venia: come ho detto più volta, io non sono né di destra né di sinistra, la mia direzione è verso l’alto. E tutti quelli che cercano di buttarla in politica, cioè in questioni di potere, mi fan venire l’orticaria.

Posso capirlo da un politico, fa il suo mestiere. Ora, la politica riguarda la convivenza tra gli uomini; la religione cosa gli uomini pensano del mondo e del loro destino ultimo. Gli antichi imperatori e i moderni dittatori, compresi quelli che dirigono certe aziende, vorebbero conformare il nostro pensiero alla loro azione politica. Io ritengo che sia l’azione politica a dovere essere una conseguenza del nostro modo di pensare. Se la politica esclude il destino ultimo vuol dire che è prona all’interesse immediato, irreligioso, a-teologico.

In altre parole: la verità com’è noto rende liberi, quindi tutto sommato preferisco chi segue le proprie convinzioni piuttosto di conformarsi all’errore. Dove sta però la verità? Cosa accade se non collima con quella affermata dall’autorità? Vorrebbe dire che esistono due verità, la propria e l’altra, e questo non è possibile. Occorre capire quale sia quella corretta. Verificarlo.

Ed è per questo che buttarla in politica è sbagliato. Non sta lì, la verità, o la sua verifica. Un teologo che butta tutto in politica diventa un a-teologo; non rende servizio a Dio.

Mentre è proprio di Lui che vorremmo sentir parlare. Oh, se ne avremmo bisogno.

Incomprensibile

Nei Vangeli, più e più volte Gesù rimprovera coloro che gli stanno intorno per la loro mancanza di fede. Gli abitanti delle città nei quali ha operato. Gli scribi, i farisei. I suoi stessi discepoli.
E’ difficile capire come chi ha assistito a certi miracoli possa ancora mancare di fede. Addirittura, è scritto che decisero di ucciderlo dopo che aveva compiuto il suo miracolo più eclatante, la resurrezione di Lazzaro. Incomprensibile.

Eppure, pensiamo a noi. Mi guardo attorno a Messa, durante i rosari, ai matrimoni, ai battesimi, e mi domando: ma quanto di questi credono veramente? Quanti sono qui solo per un’abitudine, una consuetudine, per motivi che non hanno niente a che fare? Quanti non muovono le labbra e lo spirito durante la preghiera, quanti osservano indifferenti i più grandi miracoli, quanti in fondo ritengono “sono tutte sciocchezze”?

Non lo so, non lo posso sapere. Posso solamene misurare la mia, di miscredenza. Il continuo sviare del mio pensiero. “Non crederanno, pur avendo veduto”: la condanna più terribile, la cecità del cuore a tutto ciò che è grande, e bello, e degno di essere amato.
Quella malattia mortale che ci rende il mondo incomprensibile.

La soluzione alla situazione

Data la situazione, non c’è da stupirsi che tanti fedeli siano smarriti.
Da una parte abbiamo molte alte cariche religiose che sembrano molto più ansiose di compiacere il potere che Dio. Apparentemente, alla divinità non ci credono neanche più; ad un aldilà, ai comandamenti… tutto sembra opinabile, e il peccato praticato ormai non è più neanche denunciato. Salvo quando convenga.

Dall’altra abbiamo coloro che sono aggrappati alla tradizione come ci si aggrappa ad un relitto. Sono pieni di sdegno per chi infrange il formalismo delle antiche regole, ma spesso sfugge loro il senso reale delle stesse. Anche la loro è una posizione poco attraente, un moralismo ultimamente vuoto.

Non fraintendete: gli uni e gli altri non sono più cattivi degli altri uomini. Fanno quello che fanno tutti: cercano di piegare i desideri di Dio ai loro, facendo finta che coincidano. Li distingue solo il grado di disillusione. O forse neanche quello.

Perché quindi stupirsi se tanti non si accontentano del teatrino, e cercano qualcosa di vero, cercano qualcosa che li faccia essere davvero uomini?

Questa è la situazione nella Palestina del primo secolo. I collusi, che non credono nell’aldilà, sono i sadducei; i rigoristi della Legge sono i farisei.
E’ qui che interviene Cristo, con le sue risposte, con la sua presenza, la sua autorità, i suoi miracoli, la sua predicazione che colpisce al cuore. E riesce a mettere d’accordo gli uni e gli altri: sulla necessità di eliminarlo.

Sì, cari lettori. E’ la croce la soluzione alla situazione.

Giobbe e il bambino

“La vita è piena di solitudine, miseria, sofferenza e infelicità. E poi finisce troppo presto.”
Woody Allen

“Se Dio esiste, spero che abbia una buona scusa.”
Woody Allen

“[A Giobbe] non è stato detto niente, ma sente la terribile e formicolante atmosfera di qualcosa che è troppo buono per essere detto.  Il rifiuto di Dio di spiegare il Suo disegno è in se stesso un bruciante indizio del Suo disegno. Gli enigmi di Dio sono più soddisfacenti delle soluzioni degli uomini”
G.K.Chesterton

Dicevo l’altro giorno, parlando di “Good Omens”, che il Dio là rappresentato è un Dio a-gnostico. La gnosi ci dice: impara i segreti, e conoscerai Dio. L’ a-gnosi sostiene che non possiamo sapere niente per certo, tanto più Qualcuno di tutt’altra categoria rispetto a noi. Se la fisica quantistica ci è incomprensibile, figurarsi se siamo al livello di Colui che l’ha progettata. In più parti della Bibbia è scritto: tu, uomo, sei troppo piccolo per capirmi. “Le mie vie non sono le vostre vie, i miei sentieri non sono i vostri sentieri“, dice Dio a Isaia. Il Dio biblico è così immenso che, di fatto, ciò che punisce dell’uomo è il credersi alla Sua altezza. A partire dal peccato originale, passando per l’Esodo e i Re e il libro di Giobbe, tutti i tentativi umani di asserire la propria preminenza su Dio, o persino solo il pretendere di conoscerLo, sono finiti malissimo.

Seguire un’autorità è una mossa che può essere vincente. Se c’è chi ne sa più di noi, chi è più intelligente di noi, che è dotato di maggiore intuizione o esperienza, il voler fare comunque da soli è una ostinazione perdente. Chi ne sa davvero qualcosa di Dio? Averne direttamente esperienza è impossibile. Le volte che si è rivelato ha sistematicamente sconfessato quanti si arrogavano una qualche familiarità con lui, fossero pure grandi sacerdoti. Ha invece risposto a quanti riconoscevano la loro inadeguatezza. I grandi personaggi della Bibbia, i re, gli eroi, i profeti, i patriarchi, sono suoi strumenti, non certo suoi pari. E’ Lui a prendere l’iniziativa, è Lui a sceglierli e forgiarli per il Suo scopo.
Però la domanda di Giobbe, come la sintetizza Chesterton, è
“Ma qual è lo scopo di Dio? Vale il sacrificio persino della nostra miserabile umanità? Ovviamente, è abbastanza facile spazzare via le nostre misere volontà per il bene di una volontà che è più grande e buona. Ma è grande e buona? Che Dio usi i suoi strumenti, che Dio rompa i suoi strumenti. Ma cosa sta facendo, e che li rompe a fare?”

In fondo è stato Lui a farci così: ostinati nel volere capire il senso delle cose, e il Dio cristiano è, per definizione, proprio il senso delle cose. Ma c’è modo e modo di volerLo conoscere. Un conto è riconoscere la grandezza e la bellezza di quello che c’è, e sperare che questa bellezza e questa grandezza abbiano un significato; un altro asserire che la cattiveria e il male pervadono l’universo, e rimproverare ad esso qualsiasi mancanza di significato. Oppure pretendere questo significato di deciderlo noi.

Senza esistere non potremmo lamentarci di esistere. E ogni respiro che facciamo affermiamo che vivere è preferibile all’alternativa. Siamo come quei bambini incontentabili che si lagnano che hanno troppo pochi giocattoli, e comunque non di ultimo modello. Perché la nostra comprensione del mondo è da bambini, che si aspettano che le cose debbano andare come va bene a loro.

Come umani ci attenderemmo che il bene sorga dal bene e il male dal male; che il malvagio sia punito, che il buono abbia la sua ricompensa, su questa terra. Dio ci dice che non è così. Il bambino vorrebbe che i genitori stessero sempre con lui; ma i genitori devono fare cose per il bene stesso del piccolo, come lavorare, cose che lui non riesce a comprendere. I capricci sono la rabbia di chi non capisce, e che non può capire perché resta pur sempre un bambino. Il bambino bene educato può comprendere, da quello che i genitori gli dicono, che c’è un mondo molto più meraviglioso e complicato dietro la porta di casa di quello che lui ora può immaginare. Non è la risposta ad essere insufficiente, è la domanda ad esserlo.

Questo vale per i bambini. Ma questa soluzione non possono essere altri bambini a fornirla. Se le strade di Dio sono incomprensibili a noi piccoli umani, come possiamo sapere come comportarci? Quale autorità possiamo invocare?
Se Dio davvero tiene  a noi, se davvero è come un padre che tiene alle sue creature, allora questa domanda sancisce la necessità dell’incarnazione. Non una mente umana, ma lo stesso Dio Padre ci suggerisce che le cose hanno un senso; che sono razionali, non casuali, non arbitrarie. Che c’è un senso, un destino buono che ci aspetta, nonostante tutto quanto a noi può apparire come male.
Dio “dopo Cristo” non passa da a-gnostico a gnostico; ci dice semplicemente che noi non siamo più grandi di Lui; ma che ci vuole bene. Ci suggerisce di avere fede in Lui, di fidarci di Lui, qualunque cosa accada. Che, a ben pensarci, è tutto ciò che il bambino davvero vuole.

Il tempo e i suoi urti

Cos’è che regge l’urto del tempo? Gli amici ciellini credo riconoscano la domanda, su cui ultimamente si è lavorato parecchio.
Ne parlavo con alcuni di loro l’altro giorno. Me la ricordo come se fosse ieri, quella vacanza in montagna. Un’amica mi rammenta che c’ero andato più che altro perché c’erano anche le ragazze, e io, proveniente da una scuola solo maschile, soffrivo di carenza cronica di contatti con l’altro sesso. Non ho difficoltà ad ammetterlo; però non fu la morosa che trovai in quegli spartani cameroni di ex caserma alpina, ma qualcosa di inatteso. Un luogo in cui potevo finalmente essere me stesso, dove c’era la risposta alle mie domande, un senso all’esistere.
Questo lo percepii chiaramente, seppure in modo imperfetto; sono giusto giusto trentasette anni che cerco di capirlo meglio.
Mi rammento cosa dissi a me stesso allora: “Qui c’è qualcosa di grande, voglio provare a starci; io, che non riesco a portare a termine niente, che cambio idea facilmente, voglio proprio vedere se riesco a rimanerci per almeno tre mesi”.
Quella scommessa con me stesso sono contento di averla vinta. Al tempo resiste solo ciò che è vero.

Cristiano è

“Stupido è chi lo stupido fa”, diceva Forrest Gump nell’omonima pellicola di qualche anno fa. E’ una affermazione che non posso che trovare saggia, e che può essere estesa ad altri aggettivi.

Io penso che cristiano è chi il cristiano fa. Ma su quel “fare” c’è un attimino da discutere. Se sei intimamente convinto che Cristo è il Figlio di Dio, il centro della storia, la via, la verità, la vita, allora fai, agisci, di conseguenza. Prendi le decisioni di conseguenza. Vivi, ti muovi, esisti di conseguenza. Essere cristiani per me è esattamente questa convinzione e ciò che con-segue.

Il guaio è che, la maggior parte del tempo, del fatto di Cristo non ne siamo poi così convinti. Pensiamo che sia altro ciò che con-viene. Quindi viviamo, ci muoviamo, facciamo secondo altri criteri, altri parametri, non-cristiani.

Nella nostra civiltà forgiata da duemila anni di fede, quella convinzione inespressa si riflette inconsapevole nelle nostre azioni. In altre parole, ci comportiamo da cristiani senza saperlo, senza capirlo davvero; funzioniamo come con il pilota automatico. Non è una brutta cosa: essere cristiani conviene, si vive cento volte più intensamente. Anche se nel fare senza essere uno si perde il meglio.
Questa civiltà, però, è sempre più insidiata da un pensiero che mira a sostituirla. Quell’inconsapevolezza pur sempre cristiana progressivamente viene meno.

Seguendo un pensiero non cristiano, può anche capitare che atti apparentemente cristiani non lo siano. Ad esempio, la filantropia è molto diversa dalla carità, anche se ad uno sguardo superficiale sembrano simili, come certi frutti assomigliano alle fragole senza averne il gusto. La legge umana non è la giustizia divina. Ogni virtù cristiana ha un suo corrispondente che ne serba l’apparenza ma ne nega la sostanza, come un malevolo doppelganger.

Il disseccarsi della vena nascosta provoca anche lo scomparire di quella religiosità a volte superficiale che affondava comunque la radice in Cristo.
Se le processioni, le statue dei santi, i rosari possono essere biasimati da qualcuno come superstizioni popolari, e possono anche esserlo, la loro esistenza indica che al di sotto corre una vena di cristianesimo non ancora estinto. Sono come certi funghi che emergono alla luce mentre la gran parte di loro rimane sepolta. Ma se non vi fosse la radice invisibile, niente di visibile apparirebbe.

Se continuate a tagliare la pianta, anche le radici muoiono, se non sono più che affondate in un terreno vivo. Se la fede non è visibile si dissecca. Così, non abbiano a dispiacersi certi ecclesiastici di processioni, invocazioni ai santi e sventolio di rosari; se non vi fossero sarebbe molto più grave, vorrebbe dire che la sorgente sotterranea si è del tutto inaridita.

Cristiano è chi il cristiano fa. Dentro e fuori. L’esterno non sempre collima con l’interno.
Sono d’accordo, certa gente finge ciò che le conviene. Non è brandire un rosario che mi dice se sono cristiano oppure no. Ma, se è per questo, non lo è neanche essere ordinato prete.

Fatto per me

Questa sera, mentre viaggiavo in tangenziale, ho spento la radio, proprio come Gaber in quella sua bellissima canzone.
Brandelli sfolgoranti di arcobaleno foravano le nubi basse, nere come l’inferno e bianche come il paradiso. La pioggia aveva lavato il cielo e i monti innevati, gli alberi, i campi coperti di fiori primaverili sembravano splendere di una vita così intensa da far mancare il fiato. Ed io ho pensato: tutta questa bellezza, per me? Per me che sono qui che sfreccio a cento all’ora, puntolino nel cosmo, irrilevante creatura, un singolo istante nell’eternità dell’Universo.
Se non ci fossi io, questa bellezza sarebbe perduta perché nessuno la vedrebbe; ma che è poi, la bellezza? Un sentimento? Un flusso di sostanze dentro me, scintille tra i neuroni, ma a che scopo?
Cos’è che ci ha fatti sensibili a tutto ciò?

E mi è venuto in mente di pensare che la bellezza è la prova di Dio; perché il solo scopo che mi viene in mente per essa è farmi capire che c’è qualcosa fuori di noi incredibilmente più grande e inaspettato. Ancora più bello del riflesso del tramonto tempestoso sul fiume, delle nuvole di fiori di acacia profumati a bordo strada, delle montagne che sembrano fantastiche isole nel cielo. Per cui io, puntolino, sono fatto, perché mi ha fatto.

Quel punto rosso

Io sono un ciellino, non dovrebbe essere una sorpresa per molti. Rileggevo l’altro giorno una lezione che Don Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione, tenne ai responsabili degli universitari nel 1986, quando io era già da qualche anno nel movimento.
Il titolo è “il punto rosso”. Qual è questo punto rosso? E’ il cuore dell’Icaro di Matisse, immagine scelta per il Volantone di Pasqua di quell’anno.
Il Volantone di Pasqua è un manifesto che viene distribuito per la Pasqua e che riporta un testo e un’immagine. Accompagnata a Matisse quell’anno c’era una frase dell’allora cardinale Ratzinger, che potete leggere di seguito:

Nella lezione, Giussani faceva la considerazione che, di fronte a questo testo, c’era stato come un ritrarsi, un ondeggiamento. Come se non si riuscisse a fare l’ultimo passo. E in cosa consiste, per Giussani, quell’ultimo passo? “Si tratta della sapienza della vita (…) di quel vantaggio ultimo per cui l’uomo ama se stesso e il mondo, per cui è pronto a dare la vita per tutto ciò che è bene, per cui, in questo amore, riesce realmente a cambiare il mondo intorno a sé, per cui diventa creatore; e l’uomo dimostra di essere creatore quando è capace di creare unità, di fare unità tra i suoi compagni di viaggio.” (p.70).
Quel punto rosso è il cuore dell’uomo che dipende da ciò che non è dentro sé, il simbolo di un rapporto. “Questo è l’Icaro di Matisse, esile fin quando volete, ma ha la percezione di appartenere a qualcosa d’altro”.
Ciò che definisce“, riprende Giussani (p.72), “l’identità, la forza e la letizia di un soggetto – o di una realtà – è la sua appartenenza, è ciò a cui appartiene.” L’immoralità nel senso più nefando, asserisce Giussani, è dubitare di quell’appartenenza a Cristo.

“Senza la coscienza di appartenenza un uomo non può essere presente, non può essere presenza. Essere presenza vuol dire che in noi, in noi stessi, portiamo qualcosa d’altro. Non si può essere presenza se non si è segno: segno, cioè rimando ad altro.” (p.73)
Di seguito, Giussani fa l’esempio di Citton, un ragazzo bravo, molto bravo, cosa che tutti riconoscevano e stimavano.
Ed io gli dicevo “Citton, tu non sei una presenza così” “Ma no, io do il buon esempio.” “Ma dai il buon esempio per te stesso, tu richiami gli altri a se stesso, non a qualcosa d’altro, non ad un’altra realtà: tu richiami la stima e fai onore a te stesso. Per essere veramente una presenza, tu devi richiamare un’altra realtà. Vedi, i quattro ragazzetti che si sono alzati la settimana scorsa all’assemblea a dire “Noi cattolici…”, quei quattro ragazzetti lì sono una presenza, che ha diviso la scuola, così come Cristo è venuto per dividere (come disse il vecchio Simeone, con buona pace di tutti i pacifisti e gli irenisti tra i vescovi e i teologi di oggi).”

Eh, ci va giù duro Giussani. Quella frase pronunciata dai quattro ragazzetti di cui sopra segna proprio l’inizio del movimento di CL, il punto di rottura rispetto a quella mentalità diffusa allora dove era tutto un parlare di valori e di morale, ma dove il riferimento a quella presenza sorgiva era sistematicamente lasciato indietro.
Fu proprio questo a distinguere Comunione e Liberazione in quegli anni da tutte le altre realtà pur cristiane che c’erano nella società: porre Cristo come centro, e dirlo. E per questo prendersi insulti e minacce e botte.
Non ci bastava fare i bravi ragazzi: quell’appartenenza generava un ethos, una personalità diversa.

L’unità che la civiltà può creare, continuava Giussani, è come quella delle presse che schiacciano le automobili e le riducono ad un cubo di ferraglia. Mentre l’unità che questo uomo diverso può creare viene dal di dentro ed è perciò una libertà, una letizia impensabili, ignote agli altri. “E tanto più siamo coscienti tanto più siamo liberi e lieti“.
Una cultura dell’appartenenza che cambia il modo di agire, che converte: la conversione implica il riconoscere l’appartenenza, come il bambino appartiene a sua madre. Questo riconoscere avviene nell’ambiente: non in un gruppo, non in una parrocchia, non in una associazione. Tramite una presenza che è odiata, perché il mondo vorrebbe ridurre il fatto di Cristo ad un fatto privato, in cui al limite ti lasciano gesticolare.

Fin qui Giussani. Perché vi ho descritto, o nel caso di alcuni vi ho ricordato, tutto questo? Perché mi sembra che, ora come allora, vi sia un tentativo di occultare questa presenza, Cristo, dietro uno sbarramento di valori, di amicizia sociale, di parole che tutti possono condividere ma che sono come la camomilla con cui si addormenta la nostra coscienza. Come se, dato che Cristo non lo conosce più nessuno, fosse inutile parlarne. O pericoloso.
Non è che abbia rimpianti delle aggressioni di un tempo, ma proprio quell’odio contro di noi ci confermava in quel che eravamo. Oggi, chi ci attacca ancora?

O quel punto rosso riprende a battere per ciò a cui appartiene, o confessiamo quel nome e non le idee, o finiremo come sono finiti tutti coloro che, negli anni, lo hanno dimenticato. Sotto altre bandiere; ma lieti, felici?

Buoni propositi

Il digiuno, i buoni propositi, ci servono a capire che non riusciamo a fare niente da soli.
Quanti fallimenti per accorgerci che non siamo cambiati. Che non ci possiamo cambiare.
Possiamo solo essere salvati.

 

 

Un altro amore

Oh, amore, amore. Quanto si parla di amore, come se fosse qualcosa di bello. Di sempre bello. Di sempre vero, di giusto sempre, sempre da seguire.

Ma..

Tra i canti della Settimana Santa che preferisco c’è sicuramente questo, di Fra Marc’Antonio da San Germano (sec XVI):

CRISTO AL MORIR TENDEA

Cristo al morir tendea
Et a più cari suoi Maria dicea:
“Hor, se per trarvi al ciel dà l’alma e ‘l core,
Lascieretelo voi per altro amore?”

“Ben sa che fuggirete
Di gran timor’ e alfin vi nascondrete:
Et ei, pur come Agnel che tace e more,
Svenerassi per voi d’immenso amore”.

“Dunque, diletti miei,
S’a dura croce, in man d’iniqui e rei,
Dà per salvarvi ‘l sangue e l’alma e ‘l core
Lascieretelo voi per altro amore?”

Una delle cose che mi hanno sempre colpito è l’ultimo verso della prima e terza strofa. Maria chiede ai discepoli se lasceranno Cristo per un altro amore.

Capite, non per qualcosa di immediatamente brutto, disprezzabile. Non per malvagità o vizio. Un altro amore.
La grande maggioranza dei peccati che facciamo, delle decisioni sbagliate che prendiamo avvengono perché stiamo inseguendo un altro amore. Che ci sembra più grande, più bello, più immediatamente confacente ai nostri gusti.

Lascio mia moglie e i miei figli per quella donna appena conosciuta? Ma va bene, perché la amo. E’ un altro amore.
Butto tutto il mio tempo e i miei soldi in quella cosa lì? E’ una mia passione, il resto può sparire, perché io la amo. E’ un altro amore.
E questo altro amore mi consuma, come fanno tutti gli altri amori. Perché gli altri amori sono piccoli, sono limitati, e finiscono. Arrivano al loro limite. Ed esplodono.
Quando l’altro amore finisce, perché finisce, non lascia che cenere.
Posso saltare di altro amore in altro amore. Lascerò una scia di delusione, una traccia di cenere. E’ quello che di solito accade nelle nostre vite.

No, l’amore non è sempre qualcosa di buono, se è un chiudersi, il lasciare il più grande per il più piccolo. Che è la definizione esatta di peccato. Anche quando si tratta d’amore, quando non si tratta di null’altro che amore.
Ma come si fa a capire se un amore, l’amore, è quello grande?
Se è disposto a morire per noi.

E noi, per lui?

 

Tempo ristretto

Il sesso è il solo misticismo che il materialismo offre.
Malcom Muggeridge

Alice: “Quanto dura per sempre?”
Bianconiglio: “Talvolta, solo un secondo.”
Lewis Carroll

Il cristianesimo è, per definizione, l’eterno che si fa istante e dà al tempo degli uomini un valore eterno.
Senza quell’eterno, il tempo degli uomini è il solo tempo, l’istante la sua sola misura. Perché meravigliarsi se tutto crolla?
Quelli che non riconoscono, o non riconoscono più, l’eterno, possono solo ricercarlo in pelli giovani, nella fuga dal pensiero, in istanti di piacere che durano solo un istante.
Farebbero di tutto per procurarsela, questa piccola eternità, questi uomini dal tempo ristretto. E finisce tutto – perché, al di fuori dell’eterno, tutto finisce – in inganno, violenza e feci.

Un bambino

Un bambino è nato.

Una nascita. Un bambino. C’è stato chi ha cercato di strumentalizzarlo politicamente; chi ha tracciato schemi, progetti. Chi lo ha veduto come un intralcio e ha cercato subito di eliminare quella nascita, quel bambino.

Quella nascita. Non è certo la politica che la definisce. Coloro che hanno cercato di buttarla in quel senso si sono trovati con niente in mano. Il Signore li ha dispersi nei pensieri del loro cuore, direbbe qualcuno.

E’ proprio dell’uomo cercare di schematizzare ciò che accade a proprio vantaggio. Pro o contro questo o quello. Incasellare. Usare.

Ma un bambino è nato. Lui è un bambino, ma è molto più grande di così. Guardatelo, e provate ad immaginare se tutte le vostre discussioni, tutte le vostre beghe, tutti i vostri furori pro o contro questo, pro o contro quello fossero niente. NIENTE.

Niente in confonto a quel singolo, unico fatto. Un bambino è nato. Quel bambino. Tutto il senso del mondo, tutta la misericordia del mondo, lì. Accettarlo, o rifiutarlo.

Potete continuare a cercare di incasellarlo, di utilizzalo per il vostro disegno, qualunque esso sia, che magari per voi è bene, ma è un vostro disegno. E voi siete polvere.

Oppure dire sì a quel bambino, ed amarlo, e cambiare, almeno per un minuto. Farsi cambiare. Prenderlo in braccio.

Così che Lui possa prendere in braccio voi.

Buon Natale.

I pensieri del loro cuore

“Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore”. Così parla il “Magnificat“, il cantico che i Vangeli dicono Maria incinta di Gesù abbia pronunciato quando ha incontrato sua cugina Elisabetta, e che fa parte della liturgia dell’Avvento.

Mi sono domandato spesso che significato abbia questa frase. Guardando all’esperienza, sono giunto alla conclusione che quando uno è superbo, quando pensa che tutto gli sia dovuto, è convinto di possedere la verità, si dis-perde. Non sa più dove si trovi realmente, vive in uno mondo suo dove è l’unico re-dio. Quel mondo sono le sue convinzioni, le sue architetture mentali, le città e i palazzi di un cuore che non ascolta altro che se stesso.

I superbi non vanno lontano: sono prigionieri di quello che sono, perduti e smarriti anche quando sembrano invincibili, fanno carriera, hanno successo. E’ un triste regno il loro.

Cos’è l’opposto della superbia? L’umiltà. Il cuore che ascolta. Il cuore di una ragazza di Nazareth che, poco più di venti secoli fa, ha scelto di essere serva, e ora è davvero Regina.

 

 

Un bimbo ci è stato dato

un bambino è nato per noi,
ci è stato dato un figlio.

Isaia 9,5

Un bambino.
Cosa c’è di più nuovo, cosa porta più  cambiamento? I padri, le madri lo sanno. La vita non sarà mai più la stessa, nella gioia, nell’affanno. È il compiersi di una profezia sulla nostra stessa esistenza; è un punto di arrivo ed insieme un punto di partenza.

Un bambino ti ruba il sonno, l’energia; devi essere presente, proteggerlo, perché da solo non può combinare niente. Si affida tutto a te, ed è per questo che tu accetti quel sacrificio. Magari borbottando, dolendoti per la vita di prima che non tornerà, mugugnando, ma se sei uomo, se sei essere umano, se la tua natura è di uomo, se la tua natura è di essere umano allora lo fai. Per quel bambino. Ci stai.

Perché quel bambino sei tu, quel bambino è il tuo futuro, e sai che se gli volti le spalle un domani non ce l’avrai. Perderesti il senso della vita, cioè ciò che ti fa essere uomo, perché un uomo senza scopo non è un uomo. Passeresti il resto della vita rimpiangendo ciò che hai perduto, a non vivere pur vivendo.

Ecco perché Dio ha scelto di essere un bambino in mezzo a noi. Perché tutto questo si realizzasse. Perché decidessimo di essere uomini. Adesso, non poi.

Il solo ordine

Alcune considerazioni dopo il post di ieri.

Cosa è più importante, il regalo o la persona che te lo fa? Solo il superficiale, l’egoista, il cinico può dire il primo. Se trovi la tua casa ordinata vuol dire che qualcuno te l’ha messa a posto; apprezzi l’ordine, ma esso non ci sarebbe senza l’ordinatore. Che tu l’apprezzi vuol dire che condividete qualcosa che vi permette di capirvi vicendevolmente. Siete legati, e non è un legame che tu hai deciso, una definizione da te inventata. E’ un dato, cioè è data. Puoi mettere in ordine, ma non sei tu che fai l’ordine.

Cosa vuol dire “ordinare”? Vuol dire mettere le cose al proprio posto: presuppone le cose, e un posto, e che questo sia comprensibile, e che questo sia buono. Chi definisce l’ordine definisce anche ciò che ho elencato.
Non riusciamo a concepire il caos come entità a sé stante, ma solo come mancanza di qualcosa, perché noi siamo costituzionalmente fatti per un ordine, siamo intrinsecamente ordinati. Chi costituisce le cose, costituisce anche te, fa anche te, proprio perché anche tu fai parte di quell’ordine.

Un ordine buono. Perché senza l’ordine non potremmo capire niente del mondo. Oh, noi umani cerchiamo di metterci del nostro, ma di solito roviniamo tutto, Per questo quando si entra in contatto con l’ordine vero, quando si capisce quella luce cosa sia, non la si può più abbandonare. Non si può lasciare chi l’Ordinatore stesso ha mandato per mostrarcelo:

Un giovane ordinato.
(…)
Fino al giorno in cui aveva cominciato il disordine.
Introdotto il disordine.
Il più grande disordine che ci sia stato nel mondo.
Che ci sia mai stato nel mondo.
Il più grande ordine che ci sia stato nel mondo.
Il solo ordine.
Che ci sia mai stato nel mondo.

(Peguy, “Il mistero della carità di San Giovanna d’Arco”)

Perché? Perché quell’ordine è ciò che ti fa, quell’ordine è amore, e rinnegarlo vorrebbe dire rinnegare la stessa essenza di cui si è fatti, rinnegare noi stessi. Quant’è più grande rinnegare invece la nostra immagine di noi stessi, costruita di menzogna, di assenza di luce, di disordine, per arrivare al vero “io”. Questa la scelta, che un Dio amorevole pone alla nostra libertà.

Neanche a farlo apposta, ho trovato stamattina questo pezzo del grande Robert Spaemann, uno degli ultimi grandi filosofi cattolici del nostro tempo, appena passato al Padre.

Ecco alcuni passaggi:

“(…) O Dio c’è oppure l’autocomprensione dell’uomo in quanto essere di ragione, vale a dire in quanto persona, è un’illusione. (…)
Ragione, ratio, significa tanto ragione quanto fondamento. La visione scientista del mondo considera il mondo e dunque anche se stessa come priva di un fondamento. La fede in Dio è la fede in un fondamento del mondo, che lui stesso non è senza fondamento, dunque irrazionale, ma “luce”, trasparente a se stessa e così suo proprio fondamento. (…) La sottomissione incondizionata alla volontà di Dio, che si rivela in ciò che accade e in ciò che noi non possiamo modificare, è l’atteggiamento fondamentale di tutti coloro che credono in Dio. 

Ma che cosa significa sottomissione a ciò che noi non possiamo modificare? Non è forse più dignitoso almeno rifiutarci di accettarlo? Ma a chi interessa questo, se Dio non esiste, se il destino è cieco e l’universo indifferente all’accettazione così come al rifiuto o addirittura alla protesta? Quando Giobbe protesta davanti a Dio, questo accade perché egli pensa a Dio come ad un essere a cui appartiene il fatto di essere buono. Nella protesta si trova ancora il riconoscimento di Colui al quale noi rivolgiamo la protesta. Se noi lo considerassimo indifferente al dolore del mondo, non avrebbe alcun senso protestare […]. 

Il discorso sulla bontà di Dio, su Dio che è amore, smarrisce il suo punto sconvolgente, se passa sotto silenzio chi è colui di cui si dice che Egli è amore, se cioè passa sotto silenzio che Egli è la Potenza che guida la nostra esistenza e il mondo, che muove il sole e le altre stelle. Soltanto tale Potenza, infatti, può salvarci dalla morte. L’idea di un amore assoluto, infinito, resta un’idea regolativa, se in essa non viene pensata l’unità di due assolutezze, quella del fattuale, del destino, e quella del bene […].

L’occhio che inesorabilmente dirige e che è allo stesso tempo inesorabilmente buono appartiene esso stesso all’essere, altrimenti l’essere non sarebbe tutto. Ma vale anche il contrario: se il bene fosse impotenza, allora non sarebbe il bene tout court. Poiché l’impotenza del bene non è bene. La fede nella potenza del bene è ciò che ci consente di abbandonarci attivamente alla realtà, senza dover temere che, in un mondo assurdo, anche ogni buona intenzione produce il contrario.”

Leggetelo tutto, perché spiega in maniera sublime ciò che io ho stentatamente cercato di comunicarvi. Quella Lux Aeterna, mandata per salvarci: luce da luce, Dio vero da Dio vero.

L’ordine della luce

Dicono che per vedere qualcosa occorrono due elementi, gli occhi e la luce. In realtà noi però non vediamo “qualcosa”, vediamo proprio la luce.
Non è vero che senza la luce che illumina non riusciremmo a vedere: tutta l’informazione è portata proprio da quei fotoni che ci raggiungono. Non sono i servi del messaggio, il messaggio sono loro.
Guardo un panorama sul mio computer:  ma non c’è nessuna valle, nessuna catena di montagne all’interno dello schermo, solo qualcosa che genera un dato che le mie pupille recepiscono. Il monitor, una televisione, uno schermo cinematografico sono generatori di luce, non di oggetti.

La luce ha quindi dentro di sé un senso, che interpretiamo. Questa interpretazione è tutto quello che conosciamo: ma come distinguere se l’informazione è autentica o simulata? Se esiste davvero qualcosa di corrispondente a ciò che l’esterno ci comunica?

Anche se quella immagine fosse falsa, la sua stessa esistenza ci dice che c’è qualcosa fuori di noi, che comunica con noi. Passivamente con il solo esistere, o attivamente generando quella luce modulata che ci arriva. Una testimonianza di un ordine che ci trascende, più grande di noi, perché quel flusso noi non lo controlliamo anche se sappiamo interpretarlo. Lo state sperimentando ora, in questo stesso istante: leggete, capite. Il fatto che la visione sia intelleggibile significa che abbiamo la chiave per comprenderla, per comprendere ciò che ci circonda. Quella facoltà che, nella sua accezione più alta, si chiama ragione.

Oggi è Santa Lucia. Quella ragazza di Siracusa di diciassette secoli fa rinunciò agli occhi e alla vita per non negare quello che aveva capito. Cioè che l’ordine della luce non è casuale, non è semplicemente un fatto da dare per scontato. Facendosi togliere la capacità di vedere vedeva più lontano di tutti i suoi torturatori, perché lo sguardo del cuore arriva più lontano degli occhi.

 

Il padre perfetto

L’altro giorno una persona paragonava l’amore per Dio a quello per la persona amata, per il proprio sposo o sposa.
A mio parere il paragone non è del tutto corretto. E’ molto più pertinente la similitudine che Gesù stesso ci suggerisce: quella filiale. L”amore della propria vita” uno se lo sceglie, in una certa maniera; con lei, con lui, può capitare di litigare, di lasciarsi, e si diventa come estranei, o peggio. Il padre o la madre, invece, uno non se li sceglie: sono dati, sono inevitabili, è un legame che anche nella rabbia e nell’aspro confronto non si può mai spezzare. Esisterà sempre, sarà sempre possibile un ritorno.
Per i figli il padre dopo una giornata di duro lavoro prende e va, la madre si consuma a stare loro dietro. Di fronte all’irriconoscenza (“che schifo c’è per cena?”) il genitore si arrabbia, ma il giorno dopo sarà ancora lì per loro.

Che pazienza ha con noi il Padre perfetto.

Il Dio delle sorprese

“Si compiacerà del timore del Signore.
Non giudicherà secondo le apparenze
e non prenderà decisioni per sentito dire;
ma giudicherà con giustizia i miseri
e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese.”

Isaia, 11, 3

“Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.”

Mt 11, 25

Questi due brani rientravano nelle letture per la messa di ieri. La prima fa parte della profezia di Isaia sull’avvento del Messia; la seconda del discorso di Gesù detto “della Montagna”.
Non sono brani isolati: anzi, sembra che siano un’indicazione della maniera in cui Dio opera abitualmente.
In una certa maniera potremmo dire che Dio ama prendere in contropiede. Quando ammonisce di non giudicare, è perché Lui utilizza criteri ben diversi da quelli dei giudici umani. Noi uomini diamo importanza a cose che Lui ritiene di nessun conto, e viceversa.
Forse la nostra saggezza non è poi così saggia; o forse il ritenersi saggi provoca orgoglio, e l’orgoglio acceca. Forse spesso quando discutiamo di determinati argomenti siamo mossi più dai pre-giudizi che dai fatti che dovremmo giudicare. Fatto sta che Dio colpisce di sorpresa, appare dove noi non avremmo pensato; fa lo sgambetto, appare alle spalle, scombina i piani; si serve della nostra arroganza per buttarci giù, poi tende una mano per farci risalire.

Ci aspetteremmo che i nostri problemi venissero risolti da un grande guru, un imperatore, un condottiero; un grande statista, un astuto politico, un algido intellettuale.
E invece ci capita un bambino.

E’ questa la genialità di Dio: che Cristo è troppo assurdo per potercelo inventare, per potere dire che in realtà è merito nostro, è farina del nostro sacco. E lo stupore delle cose dette e fatte è la medicina per la nostra supponenza.
Se saremo anche noi come bambini, lasciandoci ferire. Se preferiamo continuare a ritenerci saggi, ok, d’accordo, come vogliamo.
Ma i diavoli ridono di noi, gli angeli piangono per noi.

 

La salvezza

Certo che è impressionante vedere migliaia di persone invocare la morte di un’altra solo perché la pensa differente da loro. No, non sto parlando di Twitter e di un certo politico nostrano, mi sto riferendo al Pakistan e alle violenze allucinanti seguite all’assoluzione di Asia Bibi. Stranamente non ne parlano quelli per cui l’Islam è religione di pace, siano essi musulmani oppure occidentali; non trovo femministe che scendono in campo per una loro sorella contro la brutalità di una civiltà al maschile, e ben poche tracce di coloro che usualmente contestano i soprusi di stato e le pessime leggi, gli anarchici, i nemici della pena di morte e delle discriminazioni.

Mi domando perché, e andare a messa questa domenica mi ha aiutato a capire.

Il Vangelo che abbiamo letto parlava dei comandamenti più importanti: amare Dio con tutto il cuore, e il prossimo come se stessi. E questa è legge divina, ciò che occorre seguire, e da ciò deriva ogni altra moralità. E’ il fondamento dell’essere cristiani: noi amiamo Dio e Dio, per puro amore, ci ha dato Suo Figlio. Perché lo uccidessimo. Per farci uscire tramite il suo sacrificio da un mondo in cui ciò che ho descritto nel primo capoverso è la normalità, e stupirebbe piuttosto l’occuparsi di una poveraccia qualsiasi in un paese lontano. Una donna che in quest’istante è come Cristo in balia di un Pilato che sì, non le ha trovato alcuna colpa, ma che deve fare i conti con una folla assetata di sangue, con i capi delle folle che la vogliono comunque morta.

Poi, durante la messa, sono state lette le intenzioni. E mi sarei aspettato delle esortazioni a portare questa bellezza, questa verità ad ogni persona, ad ogni popolo.
Invece sono stato esortato ad ascoltare le altre religioni e i non credenti, a trovare in essi la verità, a imparare da loro…
Come se Cristo non avesse portato la verità tutta intera. Come se fosse stato uno tra i tanti.

Oh, lo so che c’è un briciolo di verità in ogni religione, che l’uomo ha sempre cercato Dio e continua a farlo anche se non crede nel nostro. So perfettamente che ci sono ovunque persone straordinarie, magnifici individui che talvolta mettono a rischio la loro stessa incolumità per gli altri.
Ma, spiegatemi, cosa devo imparare da quella folla che vuole linciare Asia Bibi? Cosa mi devono insegnare i buddisti, gli indù, i satanisti, gli atei con cui dovrei dialogare? Sono tanti anni che lo faccio, qui su questo blog e nella vita. Ma devo ancora trovare qualcosa di più grande di Cristo, di più vero di Cristo, devo ancora incontrare qualcuno che sappia spiegarmi la vita meglio di così.

Se lo incontrassi, dovrei dedurne che il suo insegnamento è migliore di quello cristiano. Quindi, perché dovrei poi restare tale?

Ma questo sono io. Io che ho incontrato un significato, un avvenimento vero, che qualcuno mi ha annunciato.
Nella lezione di Don Giussani di cui vi ho parlato poco tempo fa si dice che il fatto costitutivo del cristianesimo è appunto l’annuncio.
L’annuncio è la presenza di una persona coinvolta con pienezza in un significato del mondo, in un significato della vita. Ecco, tante volte mi sembra che quel coinvolgimento per parecchi di noi non ci sia. Che talvolta per noi Cristo sia solo un poveraccio di un paese straniero, vissuto tanto tempo fa, e morto. Uno per cui non vale la pena vivere, e quindi neanche morire. Perché occuparsene? Perché occuparsi di ciò che con lui ha a che fare, perdenti di fronte alla violenza esplicita e a quella suadente del potere? Sciocca la povera Asia, donna ignorante che si ostina a non dialogare.

Per cui si può andare avanti a ignorare.
Ignorare cosa?
La salvezza.