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Con altri occhi: Amore

Tra tutte le parole che abbiamo esaminato per scoprire come sia cambiato il loro senso con il mutare dei tempi ne mancava una.

Forse la più frequentata, quasi certamente la più abusata, specie di recente: amore.
La mancanza in un certo senso era voluta. Ubi maior, minor cessat: che in questa alterazione di significato stia il cuore dei disastri di questo nostro tempo ce l’aveva ben chiaro uno dei più grandi filosofi e teologi contemporanei, Joseph Ratzinger, incidentalmente Papa, che proprio a ciò ha voluto dedicare la sua prima enciclica, Deus caritas est.

Non voglio certo riscrivere quel capolavoro, o anche solo commentarlo. Mi limiterò a cercare di spiegare con mie parole quanto mi è balenato chiaro oggi, mentre pensavo alla differenza tra comprare un ortaggio e coltivarlo.

Quando io dico “amo i pomodori”, nel senso comune ciò viene inteso come “mi piace mangiare pomodori, quindi adesso ne acquisto un chilo e ci faccio l’insalata”.
Mentre il coltivatore che dice questo intende che farà di tutto perché la pianta di pomodori cresca, si fortifichi, fruttifichi, sacrificando tempo e fatica a questo fine.

Nell’uno e nell’altro caso si parla d’amore, ma il significato è l’opposto: nel primo caso è amore a sé, che si palesa nel procurarmi ciò che mi piace e consumarlo; nel secondo caso è amore di qualcosa che che non sono io, e per il cui bene sono disposto a fare rinunce. Essere serviti, o servire. Sfruttare, o liberamente dare.

L’amore che va per la maggiore adesso è l’amore del primo tipo, che potrebbe essere anche chiamato egoismo. Amore per se stesso e fine a se stesso, che non accetta contrasti perché è centrato verso se stessi. Ti uso, più che ti amo. Ma è destinato a generare infelicità, perché l’oggetto dell’amore, se stesso, non può che deludere.

L’altro tipo d’amore, l’amore che è sacrificio, l’amore che è servire, che è sottomettere la propria misura ad un altro è l’unico che può farci essere veramente noi stessi.
Se ormai ovunque, in Parlamento, negli scranni più alti come in ogni banco, scrivania, tavola, siedono sempre più persone che ci si debba servire dell’uomo e non servirlo, è perché cosa sia davvero l’amore non viene più insegnato, se non da pochi. Insegnato nel solo modo possibile. Con l’esempio.
Ho la responsabilità di te, questo è l’amore.

LoveForever

 

 

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Con altri occhi: cuore

“Di te ha detto il mio cuore: cercate il suo volto. Il tuo volto, Signore, io cerco”. (Sal.27)

Nel nostro elenco di termini che hanno mutato il loro significato originario e che perciò ci possono risultare ostici, o incomprensibili in certi contesti, è la volta del cuore.

Nella Bibbia e nel Vangelo – e quindi nella cultura occidentale di gran parte degli ultimo duemila anni – il cuore è ciò che determina l’impostazione di fondo della vita morale e spirituale di una persona. E’ la sede del criterio di giudizio, della personalità profonda, della coscienza. “Ti do un cuore saggio e intelligente“, dice il Signore rivolto a Salomone. “Ho preso a difendere la mia giustizia e non cederò; il cuore non mi rimprovera uno solo dei miei giorni” asserisce Giobbe. “Essi dimostrano che quanto la legge comanda è scritto nei loro cuori, perché la loro coscienza ne rende testimonianza” scrive S.Paolo nella lettera ai Romani. E gli esempi si possono moltiplicare.

In definitiva “cuore” è quel complesso di evidenze ed esigenze originali (di felicità, verità, bellezza, bontà, giustizia) che l’uomo usa per giudicare la realtà e farne esperienza. In questo senso nel suo punto più alto il cuore coincide con la ragione, cioè con il tenere conto di ogni fattore della realtà nel proprio paragone esistenziale.

Questo cuore buono tuttavia si può corrompere. “Il cuore dei figli degli uomini è pieno della voglia di fare il male“, dice l’Ecclesiaste. E’ il peccato che ne causa l’indurimento, che annebbia la percezione altrimenti pura posta in noi.
S.Agostino lo afferma bene in questo passo tratto dal De Trinitate:
“Comprendi dunque, se lo puoi, o anima tanto appesantita da un corpo soggetto alla corruzione e aggravata da pensieri terrestri molteplici e vari; comprendi, se lo puoi, che Dio è Verità. È scritto infatti che Dio è luce (1Gv 1, 5), non la luce che vedono i nostri occhi, ma quella che vede il cuore, quando sente dire: è la Verità. (…) Qual è dunque, ti chiedo, il peso che ti fa ricadere, se non quello delle immondezze che ti hanno fatto contrarre il glutine della passione e gli sviamenti della tua peregrinazione?”

Il punto primo del cristianesimo è quindi il rinnovamento del cuore: un cuore di carne invece di quello di pietra. Tolto il peccato, il cuore funziona di nuovo come dovrebbe.

Senonchè…
Senonché nell’Illuminismo si rivendicò il primato della testa sul cuore. Non importa cosa il cuore dica: la Ragione, qui intesa non più come strumento per comprendere la realtà tutta ma come esaltazione del proprio io, del proprio “ragionamento” deve avere la meglio. Senza una legge naturale inscritta nel cuore l’uomo può fare quello che più gli piace.
E poi arrivò la reazione. Il Romanticismo. E si commise l’errore opposto e simmetrico: l’esaltazione del cuore inteso non più come mezzo per giudicare l’esperienza, come criterio, ma come sentimento. Se con la Ragione non si arriva alla felicità e alla bellezza, ma ai massacri rivoluzionari, allora è l’impulso sensoriale che occorre usare. In qualche maniera un rovesciamento rispetto alla definizione precedente: il cuore romantico è superficialità, impulso, istinto. Finisce per far rima con amore, è leggero, vacuo, assolutamente inutile in una vita seria. Un criterio senza criterio, svuotato di senso.

E, complice letteratura e poi cinema e televisione, nella grande maggioranza dei casi tale è rimasto.

Questo è forse il male maggiore che il romanticismo ci ha lasciato. Ci ha tolto, deformato, uno dei termini più belli per indicare quello che, nel profondo, noi siamo.

Cuore_Alato

Preghiera di padre de Grandmaison

Santa Maria, Madre di Dio
conservami un cuore di fanciullo
puro e limpido come acqua di sorgente.
Ottienimi un cuore semplice,
che non si ripieghi ad assaporare le proprie tristezze;
un cuore magnanimo nel donarsi,
facile alla compassione,
un cuore fedele e generoso
che non dimentichi alcun bene
e non serbi rancore di alcun male
Formami un cuore dolce e umile,
che ami senza esigere di essere riamato,
contento di scomparire in altri cuori,
sacrificandosi davanti al Tuo divin Figlio;
un cuore grande e indomabile
così che nessuna ingratitudine lo possa chiudere
e nessuna indifferenza lo possa stancare;
un cuore tormentato dalla Gloria di Cristo,
ferito dal Suo amore,
con una piaga che non si rimargini
se non in cielo.

Con altri occhi: coscienza

Diceva un mio antico professore che l’uomo moderno fa derivare la parola coscienza da coscie. Se per la modernità libertà è fare quello che pare e piace, la coscienza è dove decido di fare quello che mi pare e piace. Decidere in coscienza vuol dire fare di testa propria; non avere niente sulla coscienza di solito significa che si è deciso a priori di avere ragione.

Fino a tempi recenti, nella tradizione cristiana la coscienza (cum-scire, sapere insieme) era invece il luogo dove si ascolta la voce di un Altro. Il grillo parlante non era nella testa di Pinocchio, era esterno a lui, su un muro, là dove è rimasto spiaccicato. Schiacciato l’insetto, nessuno oltre me può dirmi cosa fare. Da criterio oggettivo a interpretazione soggettiva: niente da stupirsi se, in coscienza, non ci si capisce.

Con altri occhi: natura

Se nel mondo moderno esistono delle nuove divinità, degli dèi adorati da schiere di seguaci, una tra queste è certamente quella nota con il nome di Natura. Una dea forse un pochino in declino rispetto a quelche anno fa, ma che ancora ha il suo bravo seguito. Forse alcuni dei suoi adoratori sarebbero stupiti sapendo che in realtà il loro idolo è uno dei più antichi mai innalzati dall’uomo. Madre Natura era adorata già quando i nostri antenati erano bande di raccoglitori e cacciatori che cavalcavano l’onda della Grande Glaciazione; la ritroviamo in epoca classica; quindi sparisce, e poi rispunta con il Rinascimento.
Ma dov’era finita nel frattempo? Era passata dalla parte opposta.

Con il crollo dell’Impero romano tutta la struttura sociale collassa. Prati sorgono all’interno delle città, foreste nei campi coltivati; gli animali selvaggi riprendono vigore. La natura appare cosa ostile all’uomo, alla sua vita.
Il paziente lavoro dei monaci, lo strappare a boschi e paludi terreno fertile, il ripopolamento delle città insegnano all’uomo che la natura è un dono di Dio, che deve essere domato per dare i suoi frutti.
Questo processo di civilizzazione, quando infine arriva l’umanesimo, è completato. I nuovi borghesi, che vedono una natura addomesticata, la pensano buona. E teorizzano quindi che anche l’uomo nella sua intima struttura sia buono. Scrivava Rabelais: "Fa ciò che vuoi, perchè per natura l’uomo è spinto ad atti virtuosi". Questo naturalismo si ammanta dell’antica divinità riscoperta dal Rinascimento. Da qui all’Arcadia, a Rousseau il passo è breve. Se la natura è buona, ogni cosa che arriva da essa è buona. L’istinto, è buono. E quindi chi mi può impedire di fare ciò che l’istinto comanda? "E’ la mia natura, sono fatto così".

Il cristianesimo insegna che l’uomo è corpo, mente, spirito. L’uomo è quel livello della natura dove questa prende consapevolezza di sè. La natura dell’uomo è appunto da un lato dominare il mondo fisico, non esserne succube; dall’altro elevarsi verso il suo destino.
Ecco quindi la riduzione del termine natura che inconsciamente assorbiamo ogni giorno. Se il corpo è ciò che conta, la materia ciò che comanda alla mente e allo spirito, l’uomo "naturalista" è l’incompleta caricatura di quello che l’essere umano è.

Con altri occhi: libertà

E qui, accidenti, diventa veramente difficile. Perchè forse non c’è parola più stravolta, abusata, male interpretata di libertà. Perchè, 9 volte su 10, questa parola viene usata nel senso di “libertà da tutto”. Ovvero: assenza di legami, mancanza di nessi, di collegamenti. Dire, fare quello che ci passa per la testa, istintivamente, senza costrizioni. Ci si concepisce tanto più liberi tanto più…si è da soli.


Ma se questo fosse vero il massimo della libertà sarebbe essere nello spazio vuoto interstellare. Nudi. A milioni di anni luce da tutto. Mmmhhh…


Invece per il cristianesimo libertà è quella energia, quella forza affettiva che ci fa aderire alla realtà. “Decidere con libertà” non vuol dire decidere senza nessun legame, ma rispettando il legame profondo con il nostro essere, con quello che ci fa essere quello che siamo. Proprio perchè se vado verso la mia felicità, la mia maggior soddisfazione, aumento anche la mia libertà; andare in senso opposto vuol dire diminuirla, fino ad annullarla del tutto. In altre parole, una libertà che non si fonda sulla verità è una menzogna illusoria. Se la mia decisione è un istinto, un caso, un’opinione, non è veramente libera, non più di quanto la pietra sia libera di cadere. Una decisione, il libero arbitrio, presuppone un “io”, e una affezione a questo io, alla sua essenza, cioè al suo ultimo destino.

Non è il lavoro, che rende liberi; non è quella o questa costruzione politica, il sesso, i soldi o quant’altro: che diventano presto catene.

La verità ci farà liberi.

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Con altri occhi: peccato

Se la gente svicola quando si parla di Dio, quando si parla di peccato accorre a frotte. Perchè il peccato è visto come qualcosa di morboso: il frutto del peccato, incontri peccaminosi, questo è peccato! e via con il sesso a vagoni. Tra il curioso e il voyeur. Insomma, il peccato è vissuto quasi sempre come un moralismo, come qualcosa di proibito e perciò allettante. Ma, siccome siamo figli del Rinascimento, in fondo non pensiamo che noi si possa peccare davvero: “insomma, era lì invitante, è naturale che ne abbia approfittato…che colpa ne ho? E, in ogni caso, se non esiste una verità, che mi vieni a contare?”

Nei Vangeli quando si parla di peccato si usa un termine greco che significa “mancare il bersaglio”, “non capire” o “sbagliare strada”. I termini ebraici richiamano anche un difetto, un danno, una dimenticanza.
Il peccato non è “non devi comportarti così”, ma “quello che stai facendo è sbagliato per te”. Insomma il peccato è una perdita, un fare qualcosa che danneggia per primo noi stessi. Niente di bello, niente di entusiasmante, e soprattutto niente di obbligatorio.
E forse si capisce meglio anche il termine “peccato originale”, che se pensiamo moralisticamente non porta da nessuna parte. E’ la ferita primigenia dell’umano, l’errore di prospettiva che ci portiamo dentro. Il difetto che da soli non ci riesce proprio di correggere.

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Con altri occhi: Dio

Cominciamo ad esaminare le parole che destano conflitto e incomprensione in chi le ascolta, perchè l’uso improprio o la manipolazione hanno finito per scalzare il significato originale. E quale più fraintesa di “Dio”?

Oh, se leggendo il titolo avete continuato siete a buon punto.

Se attacchiamo a parlare di Dio ad una persona qualunque – noi per primi – il risultato sarà di solito un moto di fastidio. Usualmente perchè

1-Lo sentiamo come un moralismo. Qualche anima bella che ci viene a fare la predica. Perchè in fondo

2-Io non ho “bisogno” di quel signore dalla barba bianca per avere successo nella vita. Quello dipende dal mio impegno, dalla fortuna, da quanto sono bravo e bello e quindi, se proprio ci fosse bisogno, con Lui me la vedo io. Ma per il resto

3-“Se Dio c’è non c’entra” e quindi lui e te che me ne parli state alla larga. Lo chiamo se ne ho bisogno.

Il risultato di avere concepito il “Mondo senza Dio” è che nella migliore ipotesi percepiamo “Dio senza il Mondo”: un’entità spirituale e vaga che non ha nessun influsso nel reale. Se non influisce è nulla, e che me ne fa del nulla? E quindi tutto quello che riguarda Dio è una fregatura.

Ma rovesciamo un attimo la prospettiva. Io desidero la felicità – tutti la vogliamo. Se pensiamo di trovarla nelle cose di ogni giorno, ci accorgiamo presto che non è così, perchè è una continua fuga in avanti. Voglio il lavoro? Adesso ce l’ho. Sono felice? No, perchè mi manca la macchina. Adesso che ho la macchina sono felice? No, perchè voglio una moglie. Adesso che ho la moglie? Ne voglio una più bella. E così via.

Allora, diamo un nome a questo punto di fuga, a questo qualcosa che se afferrato ci darebbe la felicità. Chiamiamolo…PF.

Senza PF non siamo felici. Ma PF non si riesce a raggiungere; non c’è un solo uomo, storicamente, che l’abbia afferrato. Anche il nababbo più ricco, il re più potente, il playboy più gettonato c’è riuscito. Leggere i rotocalchi per sincerarsene. Quindi, che fare? Ignorarlo? Non si può, perchè lì c’è la nostra felicità. Eppure, se non è afferrabile, vuol dire che è fuori dal mondo, anzi è lo scopo del mondo, il tessuto stesso del mondo.

Facciamo una ipotesi. Che PF sia non un concetto impersonale, ma una entità conscia. Trovare la maniera di rapportarsi con questa entità, questo PF, che costituisce me, che mi fa essere, che è il mio destino e la mia felicità, non sarebbe la cosa più importante che potremmo immaginare?


Questo “tipo” che ha in mano ciò che più m’interessa non chiamiamolo più PF, ma con il nome tradizionale: Dio.

Quindi non un vecchio dalla barba bianca, non un vago essere terrorista che brandisce inferni e paradisi, non un occhio inutile ed ininfluente.
La parola Dio indica Colui che possiede il senso ultimo di me, di ciò che faccio. Questo Dio, quindi, interessa o no?

Dio

Senza – X – Senza fraintendimenti

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Abbiamo visto come seguendo la parabola della conoscenza umana, del distacco dell’uomo da Dio, si sia passo dopo passo giunti a quello che sembra un limite ultimo. E questo limite sia l’abisso del nulla.

Senza parti sempre crescenti del reale, rimosso tutto, non è rimasto che un niente nauseabondo. Ma è questo che avremmo desiderato?

Il cuore dell’uomo brama un senso, e non si accontenta di ogni risposta più piccola dell’infinito. Non una risposta lontana e irraggiungibile, ma vicina, incontrabile. Questo senso a cui esso tende è definito, con una sola parola, Dio. Storicamente, il Dio che si fa incontro umano è il cristianesimo, è la Chiesa.
Questa esperienza è possibile anche oggi, soprattutto dal momento che si sono viste le alternative. Vale però quello che diceva il poeta Juan Ramon Jimenez:

Ora è vero: ma è stato così falso che continua ad essere impossibile”.

Secoli di feroce opposizione al cristianesimo ne hanno deformato le parole e l’immagine, ne hanno storpiato i significati. Talvolta anche all’interno della Chiesa stessa; in ogni caso per noi.


I gatti quando sono nervosi e pronti ad attaccare dimenano la coda; i cani la agitano quando sono felici e vogliono giocare. Nessuna meraviglia che le due specie non si intendano, perchè i segnali degli uni sono costantemente fraintesi dagli altri.

Qualcosa del genere accade anche con il fatto cristiano. La carrellata storica che abbiamo concluso è un punto di partenza per capirlo. Nei prossimi giorni esamineremo i singoli termini, per arrivare a comprenderli: senza fraintendimenti, con occhi limpidi e attenti.


Solitudine

Senza – IX – Senza nessuno

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Nell’era della fine delle ideologie, dove può andare l’uomo?


L’affidarsi al sentimento diventa l’affidarsi ai sensi, al piacere; e la vita non è vissuta per un futuro nel quale non si crede più ma in un presente che è solo istante ed istinto. Brama di potere e di denaro.
Questo tipo d’uomo non crede più in niente, e quindi crede in tutto: alla disperata ricerca di qualcosa che non ha.
Ma quello che fa non ha sapore. Quindi per sentire gusto cerca di ingoiarne quantità sempre più esagerate.

Prima o poi si accorge che questa bulimia esistenziale è inutile, e il tempo in esso perso, sprecato: una frenesia che non porta da nessuna parte. Deve però mantenere la maschera di uomo realizzato, perchè il mito della riuscita che ci arriva dal passato permane.
Perciò finge di essere ciò che non è, di avere ciò che non ha: è il trionfo dell’apparenza e della menzogna.
La finzione, nel migliore dei casi, si risolve in un volontarismo esasperato, che è il mezzo per cercare di dimenticare la tremenda solitudine interiore.
Nel peggiore dei casi sfocia nell’autodistruzione in cerca dell’effimero.
Normalmente, nel grigio automatismo del vivere quotidiano. Dove solo i sogni, o forse neanche più quelli, restano ad affermare un io e una verità che tutto il resto nega.


L’uomo ha cacciato Dio dal proprio quadro, dal proprio universo: e si è scoperto solo.


Solitudine

Senza – VIII – Senza certezze

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La scienza che secondo l’uomo ottocentesco doveva garantire la felicità si trasforma anch’essa da dispensatrice di vita a portatrice di morte. Le guerre del XX secolo terminano bruscamente l’illusione umana di potere librarsi al di sopra della propria natura. Il sogno del volo genera i bombardieri, e quando la luce irreale dell’esplosione atomica illumina la terra diventa chiaro che la scienza è solo uno strumento; non può essere una risposta.


Allo stesso modo la fiducia nel sentimento è andato incontro ad un fallimento ancora più radicale, perchè schianta le vite dei suoi seguaci. Quando il romantico si accorge che l’uomo non è buono, la natura è ostile e i buoni sentimenti durano il tempo di un attimo passa dall’ottimismo ad oltranza al pessimismo e al cinismo più nero.


E’ il crollo delle certezze: l’uomo si accorge che tutto quello su cui ha contato, tutti gli idoli che ha adorato hanno fallito uno dopo l’altro. Le ideologie, cioè elevare un particolare al tutto, si sono dimostrate inconsistenti. L’uomo generico, l’umanità; i valori; la ragione; la scienza; il sentimento. L’uomo che affermava tutto ora si trova a negare tutto, perchè non trova nessuno che risponda alle sue domande. Come dice Malraux, “Non c’è ideale al quale possiamo sacrificarci, perchè di tutti noi conosciamo le menzogne, noi che non sappiamo cosa sia la verità”.

bombe

Senza – VII – Senza Uomo

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Il progresso tecnico, nel XIX secolo, sembra non potere conoscere ostacoli. La concezione rinascimentale dell’uomo, che non può commettere sbagli se segue la sua natura, passa alla ricerca scientifica. Per gli scientisti la scienza umana prende il posto di Dio, e il peccato è limitarla. Tutto ciò che esula dal campo fisico viene negato come inesistente o irrilevante.

C’è anche chi tenta un altro tipo di approccio. Se non esiste niente al di fuori della materia il pretendere di conoscere il senso della vita è qualcosa di assolutamente irrazionale. Respinta la ragione, non resta quindi che il sentimento.
In tale ambito è relegata la fede (l’amore, la carità, la verità) per i romantici e i loro più o meno consapevoli seguaci. “Sento che è così” è il loro credo: l’arbitrio assoluto, neanche più legato dall’ombra della razionalità. In tal modo la domanda di senso è non negata, ma ridotta e resa innocua.


Il dualismo che caratterizza l’età moderna è così finalmente reso esplicito. Da una parte il fautore del Positivismo, che rigetta ogni domanda sulla vita ma che pensa di poterla controllare mediante la tecnica e la scienza; dall’altra il romantico, assolutamente ateo come il primo, che nega ogni oggettività al mondo perchè si fa guidare unicamente dalle passioni. L’uomo prometeico, positivista, si attende la felicità dal progresso dell’industria, della conoscenza fino a dare una risposta ad ogni domanda; l’uomo romantico si aspetta la felicità dal seguire natura ed istinto.
Ambedue hanno una visione ottimistica del mondo, visto come un progresso verso un paradiso totalmente terrestre; ed ambedue tagliano fuori, ignorano, definiscono irrilevante ogni cosa che esca dal loro orizzonte proiettato in avanti ma limitato. Un orizzonte che prescinde completamente dalla persona umana, visto come membro di una generica umanità, oppure come fascio di senzazioni. Insomma un oggetto completamente manipolabile.

La sopravvivenza e coesistenza di questi individui spersonalizzati è garantita da quello Stato che si pone come fonte dei diritti, e che di loro si serve come servi ciechi. L’esaltazione dell’Uomo ha finito per condurre alla sua negazione; si apre l’era delle masse. Chi non si fa domande non è un’insidia per il potere.

Prometeo

Senza – VI – Senza Dio

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L’illuminismo, ponendosi come rottura esplicita con la tradizione cristiana, ha ovviamente un grande successo presso coloro che sentono l’etica cristiana come limite, adesione formale piuttosto che come mezzo di crescita, tensione verso il bene. Le parole cristiane hanno perso progressivamente valore, è già a buon punto quello svuotamento di senso cominciato alcuni secoli prima. I valori per i valori hanno portato al formalismo, al moralismo; e questa visione del mondo è giunta a permeare anche l’etica cristiana, la Chiesa stessa.

Dopo “Se Dio c’è, non c’entra” l’ovvio passo ulteriore è “Dio non c’è”. Il dio caricaturale e assente degli illuministi è inutile poichè non è in grado di cambiare minimanente la vita. E quindi viene cancellato, anzi, si tenta di cancellare ogni cosa che potrebbe rammentare la sua presenza.

Il laicismo, la negazione di ogni trascendenza, ha ormai raggiunto il suo vertice. Ma, proprio nel momento in cui l’uomo si pone sul pinnacolo più alto, la terra comincia a mancargli sotto i piedi.


I valori falliscono: non sono in grado di sostenersi da soli. La libertà senza fonte sfocia nel libertinismo, cioè la libertà senza regole. Porre l’intelligenza come mezzo di innalzamento dell’uomo, adorare la dea ragione porta ad una nuova casta, gli intellettuali, più uguali degli altri. La fraternità è una parola vuota senza un padre presente, e i cosiddetti fratelli cominciano a sopprimersi a vicenda per l’eredità.

Tutto ciò resta vivo fino a quando resta vitale la conoscenza della persona. Ma quando essa impallidisce, assieme al rapporto cristiano con Dio, scompaiono anche quei valori e quelle attitudini. (R. Guardini)

Le stragi rivoluzionarie, l’avventura napoleonica tolgono ogni dubbio in proposito. Se non c’è un dio, una forza in grado di garantire i diritti, essi non possono sussistere.
Il posto del dio viene quindi preso dal potente, ovvero dallo Stato eretto a fonte del diritto; una struttura umana capace di garantire un futuro tutto materiale in cui la mente dell’uomo, tramite la tecnica, saprà soddisfare ogni desiderio.

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Senza – V – Senza Cristo

Senza senso guidacentroChiesaCristoDioUomocertezzenessunofraintendimenti


Se la Riforma protestante si pone come rottura rispetto alla tradizione, la Chiesa risponde rinnovandosi profondamente. Le opere di carità, artistiche, intellettuali raggiungono in questo periodo pienezza di sviluppo, ridefinendosi anche grazie all’opera di grandi santi. Ma è come se, tolto lo slancio iniziale, venissero progressivamente svuotate di quanto le ha fatte crescere. La cultura poggia ancora sul cristianesimo ma sempre più spesso questo è solo una facciata.
Nell’istante in cui Dio è stato messo sullo sfondo e l’uomo al centro è cominciato il processo per cui i valori fondanti la civiltà europea sono staccati dalla loro fonte originaria. Rimossi dall’alveo che li ha portati ad essere scoperti e valorizzati sono posti essi stessi come origine. La cultura per la cultura, la libertà per la libertà, i diritti per i diritti.

La società si dice ancora cristiana, ma è un cristianesimo senza Cristo: sono i valori che reggono e conducono la morale e l’etica. Si è passati dall’adorazione di un Dio carnale e presente alla Parola disincarnata. Però le parole non pronunciate da alcuno svaniscono presto.

Dice Romano Guardini:

(…) dall’inizio del tempo moderno si viene elaborando una cultura non-cristiana. Per lungo tempo la negazione si è diretta solo contro il contenuto stesso della Rivelazione; non contro i valori etici, individuali o sociali, che si sono sviluppati sotto il suo influsso. Anzi, la cultura moderna ha preteso di riposare precisamente su quei valori. Secondo questo punto di vista, largamente adottato dagli studi storici, valori come ad esempio quelli della personalità e dignità individuale, del rispetto reciproco, dell’aiuto scambievole, sono possibilità innate nell’uomo, che i tempi moderni hanno scoperto e sviluppato. Certamente la cultura umana dei primi tempi del cristianesimo ha favorito la loro germinazione, mentre nel Medio Evo sono state ulteriormente sviluppate dalla preoccupazione religiosa per la vita interiore e la carità attiva; ma poi questa autonomia della persona ha preso coscienza di sé ed è divenuta una conquista naturale, indipendente dal cristianesimo.
(“La fine dell’epoca moderna”, ed. Morcelliana)

E’ solo questione di tempo prima che si recida in maniera esplicita il legame e si giunga a quello che sintetizza con un’efficace massima Cornelio Fabro: “Se Dio c’è, non c’entra”. L’affermazione di questi ideali alti e nobili è ciò che conduce alla nascita dell’Illuminismo, che si pone come affermazione di sè a prescindere da qualsiasi tutela. L’illuminista è guida a se stesso, per mezzo della sua intelligenza.
Dio diventa il dio massonico, formalmente riconosciuto ma indifferente, inutile. E’ fuori dal quadro, un particolare della cornice. Presto sarà eliminato del tutto.

Kant

Senza – IV – Senza Chiesa

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Era già accaduto che la Chiesa si dividesse. Ma era sempre stata una lotta di potere, comprensibile nelle categorie umane. Perchè era sempre rimasto chiaro che Dio non si tocca, che lo sbaglio rimane tale, che il peccato è innanzi tutto un male fatto a noi stessi, l’allontanarci dal progetto di Dio, dalla perfezione. E la Chiesa era quella presenza che ricorda costantemente questa realtà, e provvede il perdono.


Con l’affermarsi dell’umanesimo, a partire dal XIV secolo, l’uomo non si concepisce più determinato dal proprio limite. Comincia a pensare di potere essere fabbro del proprio destino, al più soggetto alla fortuna cieca. “O Fortuna, Felix luna“, così si aprono i Carmina Burana di Orff.
Il limite dell’uomo, “vedo il bene e faccio il male” che il cristianesimo chiama peccato originale non è più percepito tale, in quanto è la natura ad avere reso l’essere umano quello che è; ed invece di tentare di correggersi, l’uomo deve invece assecondare il proprio istinto. Il modo di dire “è naturale” arriva proprio da questo tipo di concezione.


Non stupisce quindi che la Chiesa, con il suo costante tentativo di correzione, sia sentita come superflua, anzi, ostile. I tempi sono maturi: Lutero, Calvino e gli altri iniziatori del protestantesimo non sono che i catalizzatori di un malcontento diffuso soprattutto nei circoli intellettuali. Saranno i prìncipi che più hanno da guadagnare a separarsi, incamerare i possessi ecclesiastici, assicurarsi che non vi possa essere nessuna autorità a limitarli.


Ormai Dio non solo non è più al centro del quadro, ma è spinto agli estremi margini, una presenza sullo sfondo. L’uomo che si fa da sè pensa di riuscire a interpretare la volontà del Dio ormai lontano anche questo tutto da sè. Non per niente nelle chiese della riforma saranno quasi del tutto assenti i sacramenti, cioè i mezzi fisici di comunicazione del divino, con il divino. Senza Chiesa, l’uomo potrà seguire i proprii vincoli morali. La coscienza sarà intesa non più in senso cristiano, come oggettività di un ordine altro da sè, quanto come una soggettività, la sorgente autonoma di una norma etica. Ma, in ultima analisi, i criteri dell’agire finiranno per essere dettati direttamente o indirettamente da chi può imporli con la forza o la persuasione.


Ciò che aveva unito l’Europa, una coscienza comune di appartenenza, si sta sfaldando. Si apre la stagione dei nazionalismi.

lutero

Senza – III – Senza centro

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Il Medioevo è stato a lungo e a torto, non del tutto innocentemente, descritto come un’epoca buia. Ma se andiamo a vedere la vita al volgere del millennio potremmo avere qualche sorpresa.


La vita delle persone è complessivamente migliore che negli anni dell’Impero romano. La tecnica è progredita, i commerci sono molto più fiorenti. La parte europea degli antichi domini di Roma è decisamente più unita e omogenea. La schiavitù è quasi del tutto scomparsa. E persino le guerre, che pure continuano ad insanguinare il continente, perdono progressivamente la loro ferocia, vinte dalla misericordia.
E’ l’effetto del cristianesimo: pur mirando ancora al potere, pur vivendo ancora la violenza dei rapporti, la cupidigia, la lussuria e ogni altro limite umano, la persona di quest’epoca si sente dipendente da Dio. Tutto ruota attorno a Lui; non tanto come prassi quanto come impeto ideale, presente persino in coloro che di fatto vivono ignorandolo. La civiltà medioevale è un edificio cristiano abitato da barbari e violenti, che poco per volta imparano un nuovo modo di vivere.


E’ questa l’epoca in cui si formano quegli ideali che matureranno nei secoli seguenti. Pace, libertà, bellezza, fraternità, scienza cominciano a definirsi, a chiarirsi, a realizzarsi. Colui che incarna tutto ciò che c’è di positivo è l’uomo che si scopre e si fa totalmente dipendente da Dio: il santo.


Ad un dato momento, però, comincia ad avvenire uno spostamento. Qualcuno comincia a porre al centro dell’arazzo, al fulcro dell’attenzione non più Dio, non più il concetto di Dio da cui tutto dipende, ma il concetto di uomo. E’ l’uomo che diventa l’oggetto dell’attenzione della filosofia, della cultura; un uomo ancora dipendente da Dio, ma per cui Dio diventa progressivamente meno importante. Il divino si sposta, poco per volta, dal centro ai bordi del quadro. Questo fenomeno si chiama umanesimo; e l’effetto di questo spostamente dal centro sarà che l’uomo si sentirà legittimato a prendere in mano la responsabilità del proprio agire, prescindendo da Dio. L’uomo ideale diventa l’uomo realizzato, l’uomo potente, che la fortuna favorisce. Dall’epoca di Dio all’epoca del divo.

Ma è solo l’inizio.

salutati

Senza – II – Senza guida

Senza senso guidacentroChiesaCristoDioUomocertezzenessunofraintendimenti


Inutile cercare di negarlo: l’Europa è venuta su impastata di cristianesimo.


Unificata da un popolo guerriero, i romani, nel momento in cui il loro modello economico e sociale è andato in crisi e popoli con una storia e cultura molto diversi hanno preso il sopravvento essa era ancora ben lontana dall’essere persino un nome.

Un impero, una società di qualsiasi tipo, piccola o vasta, regge finchè c’è un’idea o un ideale che riesce a tenerla insieme. Quando questa, magari incarnata da una persona eccezionale, viene meno, tutto si sfascia; perchè nel tempo antico non si pensava che gli uomini potessero collaborare ad un fine comune. Cercate nella storia: è nazione contro nazione, popolo contro popolo, tribù contro tribù fino da quando c’è memoria. I re fanno la guerra tra loro, facendo pausa solo quando non hanno eserciti bastanti. Il barbaro, cioè chiunque altro, è costantemente al confine. Nessuna pietà per i vinti, che sono massacrati o resi schiavi. Non troverete eccezioni a questo.

L’impero dei primi secoli è fatto di gente che non crede più in niente, di popoli recalcitranti e di generali in cerca di potere. Nel volgere di pochi anni questo mondo che sembrava immutabile, fatto di piaceri e lussi, di grandi città e commerci fiorenti, di tecnica e industria, crolla. Nel mondo antico non c’è una guida che lo possa tenere insieme.

Ma, in mezzo all’insicurezza generale, sono uomini mossi dalla fede che lavorano per ricostruire strutture e vita.

Nelle città in rovina e spopolate sono le chiese i punti di aggregazione, di aiuto ai bisognosi, così come nelle campagne inselvatichite sono i conventi, il lavoro dei monaci. Prendendo i mattoni dell’Impero e le pietre dei popoli invasori, unendoli con la calce della fede e operosità, con il perdono reciproco e la misericordia che solo il cristianesimo può portare viene costruita una nuova civiltà.
Ogni terra dell’antico dominio si scopre unita da qualcosa che va oltre l’appartenenza ad una nazione. Si scopre popolo, fatto di fratelli; e i secoli seguenti serviranno poco alla volta a comprendere cosa ciò comporta.

monaci

Senza – I – Senza senso

Senza senso guidacentroChiesaCristoDioUomocertezzenessunofraintendimenti

Un errore che faccio spesso è quello di pensare che i valori che sono la base della nostra civiltà oggi valgano qualcosa; ma ciò è contro l’evidenza.
Sono come soldi fuori corso. Quello su cui si fondavano, ciò per cui sono stati coniati non è più riconosciuto, e quindi sono diventati inutili. Una moneta d’oro resta vera anche se lo stato che l’ha emessa è polvere. Ma se sono tornato ad usare il baratto non capirò più cosa rappresenta, perchè mi mancano i criteri. La prendo in mano e sono senza nessuna idea di che cosa possa essere, a cosa possa servire. E’ senza senso.

Quando parlo di persona, di ragione, di fede e soprattutto di Chiesa e di Dio le parole che uso hanno perso il senso che hanno avuto per secoli. Virtù è un termine ormai dimenticato; peccato ha quasi cambiato di segno, diventando qualcosa da ricercare invece che da fuggire.
L’effetto è che quando cerco di impostare un discorso corro il rischio di parlare una lingua che non è più capita, concetti incomprensibili. Non per cattiveria, ma perchè nessuno li ha mai spiegati ai miei interlocutori.

Per capire cosa significassero, perchè si sia giunti alla situazione odierna e se siano ancora validi oggi occorre partire da lontano…

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