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Maledetti Beati – IX – Che insulto

Concludiamo quest’oggi questo nostro corso sul riconoscimento e la soppressione dei beati nel mondo umano. L’ultima categoria che esamineremo ci tira in ballo direttamente perché, di fatto, siamo noi a crearla.

Sono infatti detti beati tutti coloro che sono insultati, perseguitati e contro cui si lanciano menzogne maligne a causa del Nemico-che-è-sceso-da-Lassù.

E’ innegabile che queste attività siano opera nostra. Sono proprio ciò che vi ho suggerito di fare agli altri beati. Intimidirli, vessarli, diffamarli in ogni maniera. Tutti i mezzi sono buoni pur di stroncare questa muffa, eliminarla dalla faccia della Terra. Ora il Nemico però afferma che, in qualche maniera, i beati sono il risultato dei nostri attacchi. Suggerisce addirittura ai perseguitati di far festa tanto più ci accaniamo contro di loro.
Che frustrazione! Ogni nostro sforzo ci viene rigettato addosso. Dovremmo guardarci dall’intervenire contro gli sgherri del Nemico perché sappiamo che la ritorsione sarà tremenda: i torti che commettiamo verso di loro saranno raddrizzati e quelle anime saranno compensate con la felicità eterna.
Comprendo il vostro orrore e il vostro ribrezzo. E’ come se le torture non avessero più gusto, i tormenti inflitti perdessero il loro sapore.

Rassicuratevi: le cose non stanno proprio come il Nemico vorrebbe farci credere.

Intanto, noi interveniamo contro umani già compromessi. Lasciarli nell’illusione che possano amare il Nemico e passarla liscia, questo sì che è da evitare. Persi per persi, cerchiamo di farli recedere dalla loro nauseante bontà. Se per le nostre persecuzioni il mortale cade, cessa di essere beato. E’ vero che se si rimettesse in piedi il Nemico sarebbe sempre pronto ad accoglierlo, ma deve prima alzarsi. Come sapete bene, disponiamo di corde molto appiccicose e robuste per trattenere giù i caduti.
Non è dunque questione se spingere o non spingere per far cadere, ma quanto forte deve essere la spinta.
Il mio consiglio è: il più possibile.

Sì, occorre schiacciare questi infami. Stando nello stesso tempo attenti, come già vi ho ricordato, a dissimulare il nostro intento. Capisco gli eccessi, le liste di proscrizione, gli insulti diretti; ma talvolta è più opportuno un atteggiamento discreto, la diffamazione sottile magari usando le loro stesse parole d’ordine: legge e carità.

E’ poi importante anche che, oltre a spingere, ci si ricordi di tirare.
L’accorto tentatore sa quanto deve insistere, stressare, tormentare; ma è opportuno che non si scordi di lusingare. Quante volte parlare bene di un potenziale beato sì è dimostrato più efficace che riempirlo di insulti e minacce. Non mancate mai di fare applaudire ogni sciocchezza che dice l’umano in odore di beatitudine, basta che si attenga a quelle suggerite da noi. Se però dovesse in qualsiasi maniera divergere dal nostro verbo, dal consenso che abbiamo costruito, allora non sia risparmiato.

Voi sapete quanto falsi e opportunisti siano in fondo i mortali, con quanta prontezza siano disposti a salire sul carro del vincitore. Noi dobbiamo solo favorire questa predisposizione naturale, perché i vincitori siamo sempre noi. Perciò non lesinate da una parte le lodi, dall’altra le minacce.

Sfruttate bene le debolezze del vostro uomo: se non è disposto a cedere per sé, magari lo sarà se si colpiscono quanti sono a lui vicini, quelli a cui tiene. Datemi retta; molte volte non hanno bisogno che di una scusa qualsiasi per rinnegare il Nemico. Come ad esempio proteggere una moglie, un marito, un figlio. Bisognerebbe rinominare parecchie bolge, qui all’inferno, con il nome di “Tengo famiglia”.

Un altro vantaggio della persecuzione è che impedisce ai mortali che congiurano con il Nemico di esprimersi liberamente. Come vi ho detto fin dall’inizio del nostro corso, se si riesce ad isolare il beato la sua infezione non può diffondersi. E’ per questo che noi quaggiù abbiamo sempre dato la massima importanza alla comunicazione. Urlare forte può servire fino ad un certo punto; molto più importante è cosa si urla, e che le sole grida che si levano dal campo avverso siano di confuso dolore.

C’è il rischio che un mortale che vede qualcuno di perseguitato, a cui è impedito di esprimersi, si ponga istintivamente dalla sua parte. Il Nemico sembra abbia dato agli umani questa folle propensione a fare il tifo per il perdente. Ma se lo si convince che quello è un malvagio che tenta di giustificare i suoi orrendi crimini allora difficilmente ascolterà davvero ciò che l’altro tenta di dire. L’avrà già giudicato.
Diffamate, diffamate, qualcosa resterà.
Vedete bene, allora, a cosa è servito l’immenso sforzo di persuasione che ci ha tenuto impegnati negli ultimi secoli. Abbiamo reso inascoltabili i cristiani agendo su due fronti: nell’opinione pubblica, e tra i cristiani stessi. Nell’opinione pubblica, dove qualsiasi discorso circa la religione è visto come il tentativo di giustificare l’ingiustificabile; e tra i cristiani, rendendo il loro parlare davvero noioso, insopportabile e vuoto. Li abbiamo convinti a parlare del nulla invece che della loro fede, e a scusarsi per quello che sono; li abbiamo fatti passare prima ad un moralismo acre e poi ad un perbenismo vuoto. Il prossimo passo sarà la dissoluzione; e qui stiamo contando i giorni.

Il giorno sarebbe domani, se non ci fossero i maledetti beati, che ricordano invece quanto è grande la ricompensa per loro.
Non possiamo batterli, se vi sarà sempre questo miraggio di una compensazione per le immani sofferenze alle quali li sottoponiamo. Se rimarranno tali, più che per quella, per la bellezza che vedono anche in mezzo ai tormenti, beh, quella bellezza cerchiamo di bruciarla. Che i pochi resistenti siano isolati e soli, abbandonati da tutti. Nel vuoto nessuno può sentirli urlare.

In conclusione, demonietti miei: che questi beati non si aspettino tregua. Se dovessero stare tranquilli, se non udissero critiche ma solo lodi, che sia perché non sono più beati, ma nostri.

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Maledetti Beati – VIII – Giusto un po’ di persecuzione

Siamo quasi giunti alla conclusione del nostro corso sul riconoscimento e la neutralizzazione di quelle pericolose forme di vita note sotto il nome di beati.

Il tipo di beato che affronteremo oggi sono quegli ostinati esseri umani che vogliono la giustizia. Questi non si accontentano di tutto quello che potremmo dare loro, i piaceri e il potere e la possibilità di realizzare i loro desideri per quanto sciocchi e dannosi siano; no, vogliono proprio essere giusti.

Voi capite, se è nostro compito dominare il mondo umano non possiamo lasciare passare una simile sfida senza punizione. Qui si mette in discussione il nostro diritto a fare quello che ci pare e piace. Si pretende che ci sia qualcosa di più grande di noi stessi; la stessa pretesa che, tanto tempo fa, ci ha fatto abbandonare il progetto del Nemico-che-sta-lassù per seguire la nostra strada. Tutta la fatica che abbiamo fatto per erigere un Regno Infernale andrebbe sprecata, se permettessimo che un misero essere mortale possa avere a cuore qualcosa di più grande del proprio interesse, o del nostro.

E’ necessario quindi colpire con durezza quanti si oppongono alla nostra regola di libertà assoluta. Quanti sostengono, con faccia di tolla, “questo non è permesso, questo non si può fare”. Millantando una ipotetica giustizia suprema. E’ nella natura delle cose ribellarsi a un ordine superiore, costitutivo, con le sue pretese di eternità quale quello che il Nemico vorrebbe imporre con la debole scusa di avere creato lui tutto quanto. Chi si ribella a questa nostra ribellione è perciò un controrivoluzionario da individuare ed eliminare prima possibile.

Questi sono proprio i cittadini del Regno del Nemico, coloro che seguono il suo progetto. Sono i suoi soldati, i suoi leccapiedi, quelli che hanno capito dove li condurrebbe seguire i nostri consigli. Ad essere cioè sudditi del nostro Regno, il Regno Infernale dove le tasse si pagano in natura, con l’eterna spremitura dell’anima nei nostri calderoni. E noi vogliamo invece che quei calderoni rimangano sempre pieni: è il nostro cibo che ci sobbolle.

Sì, fare ciò che è giusto invece di quello che conviene è il marchio dei collaboratori del Nemico; la persecuzione è la corretta risposta a quella loro pretesa. Se valutano la giustizia più della legge bisogna convincerli del contrario, con le buone o le cattive. Devono avere ben chiaro a cosa vanno incontro: i pentiti, coloro che cedono ai nostri metodi di convinzione, saremo ben felici di accoglierli nuovamente tra noi. Questi e quelli già abbindolati in precedenza, ve l’assicuro , sono più che sufficienti a nutrirci e a saziarci.

Gli altri, quelli che non si piegano, che resistono alla prigione, alle torture più efferate, alle minacce di morte, alle prese in giro dei colleghi, ahimè, sono persi per noi. I beati.
Dato che però non sarebbe saggio trascurare anche queste minime infrazioni alla nostra dominazione, occorre limitare al massimo la loro influenza. Se le tentazioni non sono bastate, se le persecuzioni non sono servite, è chiaro che dobbiamo fare attorno a loro terra bruciata.
Il rischio , non indifferente, è fare di loro dei martiri. Intendiamoci bene: noi non abbiamo niente contro il martirio, di per sé. Se valutiamo che un essere umano farebbe più danni continuando a vivere piuttosto che perderlo definitivamente, allora ci rassegniamo a eliminarlo per il male di tutta l’umanità. L’importante è che non si sappia, che la sua dipartita sia la più discreta e silenziosa possibile. Non sottovalutiamo però il reparto comunicazioni del Nemico: il defunto beato può causare più disastri da morto che da vivo.

E’ il grossolano errore in cui siamo incappati nei primi tempi del cristianesimo. Allora valutammo che saremmo riusciti a stroncare quel ridicolo tentativo del Nemico con la forza; non abbiamo compreso la trappola tesaci dal nostro avversario, l’impressione che avrebbero fatto tutti quei massacri sulle deboli menti umane. Abbiamo sottovalutato questi beati, la loro resistenza e la capacità di essere d’esempio per gli altri mortali.

Ormai l’abbiamo capito: se vogliamo perseguitare, che sia una persecuzione su due livelli. Un primo livello, pubblico, in cui si dica tutto il male possibile su quei pericolosi dissidenti alla nostra regola. Li si insulti, li si denigri, li si accusi di mancanza di misericordia e di conservatorismo. Li si derida per le loro convinzioni obsolete, mentre la nuova regola è la libertà assoluta. Li si presenti come persone impresentabili, fanatici, menti chiuse ed arretrate. Le solite calunnie, insomma.

Invece di punirli per quanto pensano e fanno, li si colpisca per la loro chiusura, per il non essere al passo con i tempi, per la loro renitenza a conformarsi. Stando bene attenti a che per questo non lucrino simpatie.

Se ciò non bastasse, il secondo livello deve essere molto più discreto. Che si multi, si imprigioni, si licenzi, che i massacri avvengano, ma non ne parli nessuno. La scusa prescinda dalla religione, non mancano le alternative a cui ricorrere. La parola d’ordine deve essere discrezione. Cancellare un villaggio in qualche remota provincia d’Africa o dell’Oriente è assolutamente accettabile, basta che lo si presenti come un regolamento di conti tribale o una nefasta conseguenza di qualche guerra. Ricordate, fa più rumore un divo a cui è negato un capriccio di centomila individui qualsiasi rinchiusi in un gulag.

Se proprio vogliamo, qualche notizia la si può fare pure uscire, ma con il contagocce. L’uomo qualunque si dovrà convincere che lottare per la giustizia è poco sano. Che non conviene contrariare il potente, il giudice, il sovrano. Che si finisce male: la persecuzione arriverà, senza risparmiare nessuno.
E le notizie di perseguitati diventeranno un rumore continuo, accettabile, cosa che capita ad altri. Perché chi è furbo non si sogna di fare qualcosa per giustizia.

Il furbo che ha capito tutto: è costui il nostro uomo, l’antibeato, e il nostro regno si basa su di lui.

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Maledetti Beati – VII – Mettetevi in pace

Cari partecipanti a questo corso dedicato alla figura del beato, “come riconoscerlo e come combatterlo”, quest’oggi tratteremo di coloro che sono conosciuti come “operatori di pace”.

Credo che, nella nostra esperienza di tentatori, abbiamo incontrato un po’ tutti dei mortali che potevano essere etichettati così. Ficcanaso che ostacolano il naturale svolgimento dei sani conflitti. Sebbene siano meno pericolosi di altre categorie di nostri oppositori, questi beati possono essere estremamente fastidiosi; per due motivi.

Il primo è che ci rovinano la festa. A tutti noi piace vedere soffrire i mortali; sofferenza tanto più desiderabile quanto è vuota e priva di senso, come quella portata dall’odio e dal rancore, o dalle lotte per il potere. Un essere umano che si ponga sulla nostra strada e faccia notare quella mancanza di significato a quanti si battono per essa, capirete anche voi, non è proprio quanto vorremmo. Tanto più che per questi impiccioni avviene esattamente quanto il Nemico-che-sta-lassù stesso ha previsto: destano tanta ammirazione che vengono chiamati figli suoi.
E’ questo il nostro secondo motivo di affanno. Che il Nemico sia riconosciuto come fonte di qualcosa di desiderabile e che non si potrebbe avere altrimenti.
La pace tra gli esseri umani è infatti tanto rara e tanto difficile da ottenere che chi si batte per essa, mestiere pericoloso, spicca subito; ed è facile crederlo stirpe non del mondo terrestre, ma di lassù. Non hanno tutti i torti; anche se pure noi, figli dell’inferno, a nostro modo bramiamo la pace. Pure noi vorremmo che cessasse ogni opposizione alla nostra regola per dominare incontrastati sul mondo. Quando tutti i mortali fossero sotto la nostra legge, la pace ci penseremmo noi a mantenerla. Quello che piace a noi è la guerra, il dissidio, ma non fine a se stesso: come mezzo per allontanare le anime dal Nemico. Il solo motivo per non guerreggiare è riconoscere un padre comune. Per questo Nostro-Padre-che sta-quaggiù è in lotta: perché i mortali si dimentichino di chi sono figli e fratelli.

Purtroppo c’è sempre qualcuno che cerca di rovinarci la festa. Colpa del Nemico, che mette nei cuori mortali questo desiderio di pace. In altri tempi era semplice provvedere a quei pochi stolti che si opponevano alla nostra regola; da quando il Nemico ha inviato suo figlio le cose si sono fatte decisamente più complicate, perché quelli lì hanno preso coraggio.

Un tempo, se un essere umano si poneva disarmato davanti all’esercito nemico invocando pace questo gli passava semplicemente sopra, schiacciandolo. Oggi non è più possibile. Non sempre, almeno. Non in pubblico. In qualche modo il concetto che la pace sia conveniente sembra essere entrata nella testa degli umani. Che ogni uomo sia un rivale e debba essere eliminato o sottomesso non è più nozione comune, dove i sono passati i cristiani. Come fare quindi ad impedire questa pericolosa deriva? Voi direte, sterminandoli! Invece no. Non subito, almeno.

In primo luogo, intervenendo sulla nozione che la pace arrivi dal Nemico. Occorre suscitare la convinzione opposta: che sia il Nemico stesso a non volerla.
In questo siamo aiutati dalla storia antica. Il Vecchio in fondo si faceva chiamare Signore degli Eserciti, imbarazzante scheletro nell’armadio. Questi trascorsi devono essere tirati in ballo non appena possibile, insieme con tutte le altre lotte e guerre a cui nel corso dei secoli siamo riusciti a fare partecipare i suoi diletti. Restando, naturalmente, assolutamente nel generico, senza mai scendere a considerare particolari irrilevanti tipo il perché o il come. L’importante è che gli umani a cui siamo interessati giudichino, e giudichino con quanta più approssimazione possibile. Il nostro amico è lo storico ignorante; se poi non è uno storico, tanto meglio.

Un forte aiuto naturalmente ci è dato dai nostri preziosi assistenti terrestri. Sapete bene quanto sforzo abbiamo messo nel promuovere religioni che abbiano nella sottomissione forzata la loro regola. Per quanto riguarda la conquista del potere, gli uomini hanno bisogno veramente di poche spinte. Che la pace sia solo una tregua che consente di armarsi meglio è un concetto che hanno elaborato quasi tutto da soli.

Se la pace non proviene dalla divinità, ne consegue che gli operatori di pace non saranno suoi figli, ma i suoi oppositori. Certo, questo contrasta con tutto quello che il Nemico-che-sta-lassù chiede agli uomini, ma non dobbiamo lasciare che questi particolari distraggano i mortali che dobbiamo convincere. L’importante è che chi sventola la bandiera di pace non sia più visto come un inviato del Paradiso, ma piuttosto come un suo avversario. Che poi la pace senza il Nemico sia impossibile e si risolva solo in propaganda per una delle parti in lotta è una scoperta che lasciamo volentieri fare loro dopo, molto dopo.
Vedete, se sia chi fa la guerra che chi vi si oppone sono nostri inviati, noi non possiamo perdere.

Una volta che gli umani hanno accettato il fatto che anche noi possiamo parlare di pace, non è stato così difficile cambiarne il concetto.
Ormai in tanti pensano che la vera pace si ottiene cedendo all’avversario. Raggiungendo compromessi. Non insistendo su ciò che distingue, su chi si è, su ciò che si considera vero. Insinuando che questa verità non sia tale ma un’idea che si può anche cambiare, pur di evitare la lotta. Certo, in molti casi è proprio così. Il nostro compito è fare in modo che lo diventi sempre.
Sottomettendosi, specie se l’avversario è più forte. Cedere su tutto…e non fare notare che, avendo deciso di rinunciare alla verità, anche quello che stanno dicendo è una menzogna.

Perché vedete, il Nemico sì consiglia di non opporsi al violento con violenza, ma non si è mai sognato di dire di smettere di annunciare la verità. Lui è la Verità; non dicendola, si smette di parlare di lui e si discorre di noi.
Quando si parla di noi, noi arriviamo. E portiamo la pace: quella del camposanto. Senza santo, s’intende.

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Maledetti beati – VI – Pura libidine

Ancora una volta, cari colleghi e discepoli nella difficile arte della tentazione, prenderemo in esame una differente categoria di quei mortali chiamati “beati”. Per quanto sia disgustoso affrontare certi argomenti è necessario conoscere bene il proprio nemico. Non volete restare digiuni, vero? E allora seguitemi con attenzione, perché imparare a conoscere e neutralizzare questi odiosi esseri è fondamentale per continuare ad avere le ottime performance produttive degli anni passati. Non si porta alla perdizione il genere umano se si ha paura di poche anime belle.

Quelle di cui parliamo oggi sono proprio le più fastidiose creature che potrebbe capitarvi di incontrare. Per nostra fortuna si tratta di un genere in estinzione: il nostro obbiettivo come azienda globale è la loro totale eliminazione entro una trentina di anni umani. Stiamo parlando di quella specie elusiva nota come i “puri di cuore”.

La beatitudine promessa ai puri di cuore è quella di vedere D-, ahem, il Nemico-che-sta-lassù. E’ conseguenza dei fatti. E’ cosa risaputa che quanto più sei impuro, contorto ed egoista tanto più distante vuoi restare dal nostro avversario. Non per niente noi ci rintaniamo qui sotto, quanto più lontano è possibile da quella fastidiosa luce del bene. In una certa maniera anche noi siamo puri: ma all’estremo opposto. Nostro Padre Infernale esige dai suoi figli l’assoluta mancanza di misericordia e amore. Se uno di noi avesse un pensiero che sia meno che menzognero e perverso dovrebbe immediatamente fare un esame di coscienza per liberarsene.
Puro significa senza scorie; se non c’è manco una sfumatura di perversione, il bene scorre liberamente in quelle menti troppo ottuse per capire la gioia di procurare sofferenza. Logico che stiano alla presenza del Nemico. Lui è tutto così. La sua luce le attraversa senza difficoltà, senza proiettare neanche un’ombra. Quelle ombre dove noi viviamo.

Si potrebbe dire: bene, se piace tanto, che ci vadano. Il guaio è che un puro spicca in mezzo agli altri mortali come un faro su una collina. La luce che diffonde permette alle persone di vedere meglio tutte le nostre trappole e le nostre promesse menzognere. Capite anche voi che questo non deve essere permesso. Un beato di questo tipo per noi è veleno.

Coloro che possiedono questa purezza devono essere perciò i bersagli privilegiati per tutti i nostri attacchi. Devono essere eliminati prima che si può.

La purezza è di due tipi: una arriva dal non sapere, l’altra dal non volere. La prima modalità, tipica dei cuccioli umani, può essere curata facilmente.
Il cuore dell’umano deve essere, appena possibile, sporcato. Basta poco: anche una singola venatura di sudiciume, se opportunamente coltivata, porterà nel tempo alla completa contaminazione del nostro soggetto.

I nostri sforzi, con gli anni, sono diventati sempre più precisi e meglio diretti, tanto che ormai quasi più nessun mortale oltrepassa la fase della crescita con il cuore intatto. Questo risultato eccezionale si è ottenuto convincendo coloro che dovrebbero vegliare sulla purezza che essa è una disgrazia.

Quanti falsi miti abbiamo dovuto creare! Quante menzogne architettare! Ma, per quanto sia stato piacevole, ormai possiamo dire che ulteriori sforzi non sono quasi più necessari.
Siamo arrivati al punto che se un bambino non è venuto a conoscenza dei fatti della vita, desta orrore e preoccupazione. E con “fatti della vita” noi demoni intendiamo ogni modo di usare e abusare dell’altro.
Fin dalla più tenera età il mortale è bombardato dalle immagini dei peggiori peccati e vizi, che gli sono illustrati nei particolari dai suoi educatori. Lo scopo dovrebbe essere levare loro l’ingenuità, ma ingenui sono coloro che lo pensano davvero. Facciamo in modo che conoscano il male perché lo possano scegliere.
Abbiamo tolto infatti dalla loro educazione tutto ciò che avrebbe fatto capire le conseguenze delle loro decisioni. Senza criteri di giudizio, se ogni cosa vale l’altra, se non esiste una verità, perché non provare tutto?
Se la malvagità è superstizione e non una scelta che sono chiamati a fare, sarà proprio quella scelta la prima che compiranno. Sapete come me quanto sono marci i mortali.

Come farà, l’anima che conosce tutto ma non sa il valore di niente, a resistere al luccichio con il quale non manchiamo mai di cospargere le nostre tentazioni?

Se la scuola non basta, ci penseranno gli amici; niente di più contagioso del peccato comunicato con malizia, magari ammiccando. Le tecnologie di comunicazione sono strumenti imprescindibili per i nostri traffici. Basta anche solo il contatto superficiale con un’immagine, una parola sporca per iniettare nel giovane ancora puro il seme della sua caduta. Quella venatura di sporcizia che contaminerà irrimediabilmente la sua limpidezza.

E per questo che i puri più complicati da trattare non sono coloro che non sanno, ma coloro che non vogliono sapere. Rifiutano ogni nostro suggerimento deviato, capiscono la menzogna e non vogliono averci a che fare. Sanno cos’è una bugia, ma non è roba per loro. Per quanti vantaggi noi illustriamo, per quanto seducente sia la prospettiva, niente, la rifiutano. Potere. Denaro. Sesso. Riescono a vedere cosa siano davvero, e li mettono da parte. Il loro cuore non è tanto puro, quanto purificato. La loro stessa presenza ci riempie di dolore, perché è forte attraverso loro quella luce velenosa del vero che abbiamo rifiutato tanto tempo fa.

La nostra sola strada è allora farli rifiutare, isolarli, additarli come dei poveri ebeti, degli illusi. Schernirli come ignoranti dei fatti della vita, relitti dei tempi passati, inguaribili ingenui, bambini mai cresciuti. E se coloro che li circondano dovessero, vedendoli, provare a loro volta dolore per quello che sono diventati, per la perdita della purezza originaria, beh, allora dovete essere svelti a consolarli con le gioie della mancanza di quella purezza.
Che saranno pure vuote ed effimere, ma che delizioso sapore di pura corruzione danno all’anima!

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Maledetti Beati – V – Misericordia!

Cari compagni di tentazione, l’argomento di oggi del nostro corso sull’identificazione e la neutralizzazione dei beati affronta una categoria di questi pericolosi mortali che è tra le più nefaste: i misericordiosi.

I misericordiosi sono chiamati beati dal Nemico-che-sta-lassù perché, dice lui, troveranno misericordia. Cosa sia la misericordia e come si combatta praticamente è un tema complesso, sul quale la nostra organizzazione tiene corsi mirati per gli operatori sul campo. Quest’oggi mi limiterò ad affrontare la domanda: cosa fare se incontriamo uno di questi beati?

Intanto, mantenere la calma. Questa specie di mortali è purtroppo abbastanza diffusa, eppure noi ci divoriamo la nostra anima quotidiana senza grande sforzo. Anche il peccatore più incallito, il nostro protetto più promettente può cadere, ed essere indotto a compiere un atto di misericordia. Rassicuratevi: dissetare o sfamare qualcuno, visitare un ammalato o un prigioniero di per sé non manda automaticamente in paradiso, ci mancherebbe. Ma sarebbe altrettanto grave, per il bravo tentatore, trascurare la pericolosità di tale atto. Di lassù, infatti, il Nemico sta molto attento a questo genere di cedimenti della generale propensione al male dell’umano tipico. Se percepisce un minimo moto di pietà apre subito una linea di credito per quel mortale: e il cambio è spesso sfavorevolissimo per noi. Potrei citarvi i casi in cui una singola opera di misericordia ha redento un’intera esistenza di malvagità. Decenni di preparazione, di impegno, di quotidiana dedizione ai peccati più sordidi e infami e poi una sola azione buona manda all’aria tutto il nostro lavoro accuratamene pianificato. Mi avete capito: prendete ogni provvedimento perché in nessun caso l’uomo mortale che avete in custodia arrivi a compiere anche uno solo di quegli atti.

Dovesse pure, niente è compromesso se agiamo con decisione. Sì, troverà misericordia lassù; ma se la rifiuta, quella mano tesa dall’alto, allora neanche quel passo nella direzione sbagliata riuscirà a salvarlo.

Tutto questo vale tanto per il soggetto che abbiamo in custodia che per quanti lo circondano. La misericordia, infatti, è contagiosa: isolare il misericordioso e neutralizzare la sua opera potrà evitare il salvataggio da parte del Nemico di tante altre anime che potrebbero paradisizzarsi per contatto.

Tanti sono i modi in cui l’accorto tentatore può impedire l’uso di misericordia. Grazie alla previdenza dei nostri enti centrali esistono programmi su misura per distogliere ogni tipo di umano da queste pratiche devastanti. Ne citerò alcuni:

  • Buttarla in politica. La misericordia verso “quelli” non si può avere perché sono avversari, perché mostrarla sarebbe di destra\sinistra\centro. Alla stessa maniera la misericordia ideologica del campo avverso, fatta senza neanche guardare in faccia, ha valore zero per lassù.
  • Disprezzo per l’inferiore. L’idea che facciamo passare è che chi chiede misericordia non ha diritto a misericordia. Dovrebbero sapere cavarsela da soli, via, e allora sì che si potrebbe dargliela. Chi altrimenti gliela concedesse è un debole, che alimenta solo parassiti.
  • La misericordia dovrebbe farla lo stato, non le singole persone. Quindi nessuno disturbi il mortale con queste lamentazioni: lui paga le tasse.
  • Bisogna fare leggi che impediscano la povertà e il dolore. Che, possibilmente, eliminino il povero e il bisognoso una volte per tutte, in maniera che non ci sia più il bisogno di essere buoni.
  • Approccio scientifico. La pietà è una cosa da deboli. Le leggi di Darwin asseriscono che solo il più forte ha diritto a sopravvivere, o giù di lì. Quindi le opere di misericordia sono antiscientifiche. Le facciano i preti.
  • Occuparsi degli altri è faticoso, i bisognosi sono troppo lontani. Vorrei tanto aiutarli, dice il mortale, ma è oltre le mie forze. Meglio pagare qualcuno che sia misericordioso al posto mio. Bastano due euro?

Queste scuse sono solo una piccola parte dei possibili metodi per annullare il misericordioso e i suoi effetti. Il beato sarà presentato di volta in volta come avversario politico, fanatico, impiccione, illuso, rompiballe. Non si dovrà trascurare niente per metterlo in cattiva luce, per evidenziare i risultati negativi del suo comportamento. Non dovreste fare troppo fatica a trovare un irriconoscente, un egoista, un profittatore tra i beneficiati: ne abbiamo sempre una bella scorta a disposizione.

Usando questi metodi possiamo anche riuscire a recuperare quanti fossero rimasti affascinati dalle opere del beato. Come ho detto, assistere ad azioni di pietà può essere estremamente pernicioso per la dannazione eterna dei nostri protetti. Spinge a farsi domande, e sentono dentro di loro un’urgenza a imitare quei maledetti beati. Tutto vogliamo, meno che essi stessi siano poi oggetto di misericordia da parte del Nemico che sta lassù. Incasellare il beato in uno di quegli stereotipi negativi immunizza il nostro aspirante dannato dalle manie di imitazione – sempre che riusciamo a distrarlo abbastanza da quell’urgenza cui accennavo prima.

Soprattutto non devono accorgersi che la prima opera di misericordia che fa il beato è richiamare gli altri e se stessi al male che stanno compiendo. Ormai li abbiamo così indottrinati sul fatto che non devono giudicare da non rendersi conto che un giudizio si terrà comunque, e sarà inappellabile. Se nessuno adesso ha il coraggio di dire chiaramente cosa è bene e cosa è male, tale lusso non si avrà allora. Ci saranno testimoni di accusa, e un giudice implacabile. Un giudice che avrà verso di loro la stessa esatta misericordia che hanno avuto in vita, e li giudicherà con lo stesso metro che loro stessi hanno avuto.

Provate a pensare al defunto che usa le scuse che abbiamo elencato sopra all’udienza del suo primo giorno di vita eterna, e vi renderete conto perché i demoni che testimoniano a quei giudizi sono sempre ilari e sorridenti. Quante risate, misericordia!

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Maledetti Beati – IV – Non nutrite il beato

Cari frequentatori di questo corso per tentatori dedicato a “Riconoscimento e neutralizzazione dei beati”, benvenuti! Oggi affronteremo una categoria di questi nemici della nostra razza che è alquanto molesta e pervasiva ma che, per le sue caratteristiche, si presta assai ad essere oggetto delle nostre attenzioni. Sto parlando di coloro che, per usare le parole stesse del Nemico-che-sta-lassù, hanno fame e sete di giustizia.

La promessa che è stata fatta loro è che saranno saziati. Avranno, insomma, tutta quanta la giustizia che hanno sempre desiderato, e anche più di quanta siano in grado di digerire. Promessa impegnativa, da parte del Nemico: e vi do la mia parola di arcidiavolo che non vedo come potrebbe mantenerla.
Certo, come gestori del mondo terrestre dobbiamo ammettere che la situazione dal nostro punto di vista è peggiorata da quando quelle parole furono pronunciate. Davvero gli esseri umani riescono talvolta ad ottenere giustizia nel corso della loro esistenza, senza dover aspettare di passare dall’altro lato. Ma, rassicuratevi, si tratta di pochi casi isolati. E tali rimarranno fintanto che riusciremo a convincere la maggioranza dei mortali che la giustizia consiste in quello che vogliono loro.

In pratica vi ho già suggerito uno degli antidoti da usare contro questi rompiscatole. Ridefinire cosa si intenda con giustizia.

Non ho dubbi che il Nemico abbia in testa una sua definizione di questa parola. L’abbiamo anche noi, non è vero? E’ per questo che cerchiamo in tutte le maniere di evitare che si applichi. La Giustizia è fare sì che le cose seguano la strada per cui sono state pensate lassù, cosa che dovrebbe garantire felicità a chi la pratica. Ma noi questo non lo vogliamo: noi vogliamo che sia garantita la nostra, di felicità, che è tutta diversa da quella che il Nemico intende. Noi non abbiamo bisogno di nessuno che ci dica cosa è giusto fare: lo sappiamo benissimo, quello che ci conviene. Ed è questa la giustizia che vogliamo imporre anche al mondo umano: che facciano quello che vogliamo noi. Lasciando intendere che è quello che conviene loro.
Quando però scoprono che ciò li porta lontani da quello che davvero desiderano, che qualcuno li sta derubando della gioia per il proprio interesse, ecco che scattano la fame e la sete. L’uomo, colleghi tentatori, non si nutre del solo pane. Ma lo sapete bene, dato che è proprio grazie a quel nutrimento che noi sottraiamo loro che qui all’Inferno prosperiamo.

Noi mangiamo la gioia che da Lassù mandano agli esseri umani, ma che loro rifiutano. Se un essere umano si appropria della gioia di altri, fa una ingiustizia: affama il proprio prossimo. Ma, così facendo, mette a nostra disposizione la gioia che sarebbe stata destinata a lui, e che respinge per nutrirsi di quella degli altri.
Quando non potrà più rubare niente scoprirà di non avere più alcuna fonte di nutrimento, ma sarà tardi: continueremo a cibarci di lui per l’eternità.
Il Nemico sembra avere tutte le intenzioni di risarcire coloro ai quali quella gioia che così sconsideratamente distribuisce è stata sottratta: la riavranno tutta con gli interessi, asserisce. Ma, perché possa riuscirci, devono prima sparire coloro che se ne approfittavano. E, soprattutto, questi affamati di giustizia non devono aver ceduto alla tentazione di appropriarsi a loro volta del sostentamento d’altri.

Cari colleghi corruttori, questo è il nostro campo.

Possiamo convincerli a sfamarsi rubando a loro volta il cibo: magari suggerendo che, così facendo, riequilibreranno tutte le ingiustizie. Rubare ai ladri non è vero rubare, giusto? No, invece, non è giusto, perché quello che sottraggono non è comunque loro. Non si può cancellare l’ingiustizia con un’altra ingiustizia: le ingiustizie si sommano sempre, non si sottraggono mai. E’ un genere d’aritmetica che agli umani riesce difficile comprendere, e certamente noi non ci mettiamo a spiegare.
E’ alla guerra che li dobbiamo chiamare: poveri contro ricchi, e ricchi contro poveri. Affamati contro affamati. Bandiere in testa, marceranno per appropriarsi della felicità altrui convinti di fare giustizia, mentre non incrementeranno altro che il nostro guadagno.

Tutto quello che c’è da fare è convincerli che nessuno farà loro giustizia, se non se la fanno da soli. In nessuna maniera dovranno comprendere che tutto quello che basterebbe loro sarebbe non farsi giustizia, ma essere giustizia.
Fate attenzione, qui, perché noi tentatori dobbiamo avere ben chiaro questo punto. Essere giustizia significa riconoscere che c’è qualcosa di più grande; farsi giustizia significa arrogarsi il diritto di decidere cosa sia giusto e cosa non lo è. E , ancora di più, chi è giusto e chi non lo è. Significa farsi giudice, e di seguito boia.
Chi ha fame e chi ha sete sa che il cibo e l’acqua non se li può dare da sé: giungono. Mangiare la giustizia che ci si fa da sé non sfama affatto: anzi, lascia ancora più vuoti di prima. Chi è affamato e assetato sa che non può vivere senza vero cibo, vera acqua. Non si può accontentare di succhiare un sasso, perché si accorge che non serve.

Ma quanti sono davvero questi beati, che senza giustizia non sopravvivono? Pochi, veramente pochi. Tutti gli altri si accontentano dell’apparenza della giustizia, o di nessuna giustizia. Non hanno davvero voglia di patire la fame. Se ne sentono il languore, sta a noi estinguerlo: dando loro quei surrogati di cui si parlava, o convincendo che la giustizia deve farla lo Stato e che quindi è una questione di giudici e carabinieri, o ancora insegnando che la giustizia vera è comunque irraggiungibile.
Il beato si troverà così guardato come un pazzo, uno che vuole cose impossibili. Gli umani che proteggiamo commetteranno mille piccole ingiustizie strizzando l’occhio furbetto: non siamo fessi, insegneremo loro a dire. Ad ognuno di quegli ammiccamenti ci sarà un beato che proverà un poco di più il morso della fame, e la gola arida di chi non ha acqua da bere.
Ma un po’ d’appetito fa bene, no?

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Maledetti Beati – III – Che rabbia i miti

Cari partecipanti a questo corso sul riconoscimento e la neutralizzazione dei beati, oggi affronteremo una categoria di queste orribili creature che, apparentemente, si potrebbe annoverare tra le meno pericolose. Non bisogna però abbassare la guardia, dato la natura particolare di quello che è stato loro promesso dal Nemico-che-sta-lassù.

Infatti ai miti – è questa la categoria di cui parlavo – è stato assicurato che erediteranno la Terra.
Capite come questo ci metta a disagio. La Terra è roba di noi demoni. Abbiamo fatti enormi sforzi per spingere la razza umana ad essere violenta, irosa, arrogante. Come potete osservare, ci siamo in larga parte riusciti. Se non sono occupati a sterminarsi tra loro mediante i conflitti tra le nazioni, la guerra se la fanno l’uno con l’altro in casa loro. Quindi tranquilli, quella promessa è falsa: è impossibile che un mite, un essere umano che non usa la prevaricazione e la violenza, possa giungere a posizioni di potere; figurarsi dominare il mondo. Questo mondo, di cui abbiamo la gestione.

I miti non alzano la voce, non danno battaglia tanto per darla, non rispondono alle offese con offese più trucide. Osservandoli, gli umani potrebbero comprendere che non è obbligatorio dare addosso a chiunque dà loro fastidio. Diventa allora necessario eliminarli, o confondere chi li potrebbe ascoltare.

Tanti di quelli che si dicono miti sembrano tali perché non sono mai stati tentati a fondo. Quando cominciano ad essere insultati, malmenati, quando li sottoponiamo a ingiustizie plateali allora prendono anche loro a lamentarsi e strepitare come tutti gli altri. Sono i falsi miti di cui forse avete sentito parlare.
Questo tipo di beato è adattissimo da mettere alla prova. Oltre a rappresentare un utile sfogo per i nostri soggetti più sadici e violenti, un umano che si atteggia a mite e poi sbrocca perde tutta la sua credibilità, anche verso se stesso.
Un bravo tentatore sa come individuare la chiave giusta. “Toccami tutto, ma non questo”… Una volta capito il suo punto debole, il falso mite sarà in nostro potere.

Alcuni degli umani che induciamo in questa tentazione però, disgraziatamente, ci resistono. Viene loro un aiuto; e quell’aiuto arriva dal Nemico-che-sta-lassù. Sappiamo bene come accade: come un ragno nell’ombra, sta in agguato in attesa che chi stiamo tormentando invochi il suo soccorso. Appena lo fa zac! Gli salta addosso e non lo molla finché non riesce a trascinarlo verso la felicità.

In presenza di miti autentici bisogna agire in fretta per evitare che il contagio si diffonda. Uno dei metodi più efficaci è sostituire la mitezza del beato con la nonviolenza.

I corruttori meno esperti potranno anche strabuzzare gli occhi, ma questa tecnica è ben sperimentata: questo succedaneo della mitezza ne ha l’aspetto senza averne la sostanza; come ogni bravo veleno. La nonviolenza è una violenza mascherata da dolcezza; è la lotta del debole, ma è pur sempre una lotta per sopraffare l’altro. Il nonviolento cerca di imporre la sua agenda sfidando la misericordia e la pazienza del suo oppositore, il suo senso di pietà. Si trovasse davanti la cattiveria senza rimorso di un nostro vero figlio, il nonviolento si squaglierebbe con neve all’inferno.
La mitezza autentica, quella che rende quei beati così odiosi, arriva dall’amore. Amore che rende sopportabili le angherie e i sacrifici, amore che fa comprendere che purtroppo noi non abbiamo davvero potere su di loro a meno che loro stessi non vogliano. Amore nauseabondo perfino verso coloro che fanno loro del male. E’ per questo che il vero mite ci brucia gli artigli, quando tentiamo di afferrarlo.

Un altro sostituto della mitezza è la freddezza apatica. Se il mite non brucia esternamente, però internamente è caldo, anzi bollente. Trasformare la mitezza in indifferenza rende gelati. Se l’essere umano a voi affidato dovesse essere affascinato da un mite, suggeritegli che il modo migliore di essere come lui è respingere ogni evento sgradevole, disinteressarsi di tutto, insomma: fregarsene.

Senza sentimenti non puoi soffrire, gli sussurrerete all’orecchio. Voi direte: ma così facciamo il nostro danno, gli insegniamo a resistere i nostri tormenti. E invece no! L’essere umano è semplice, non è capace di fare due cose contemporaneamente. Se eserciterà l’indifferenza verso il male lo stesso accadrà al bene.
Un uomo indifferente al bene cos’è? Cibo per noi. Forse poco saporito, ma meglio da noi che con il Nemico. Dovesse poi fallire nella sua apatia, com’è probabile, scoppierà: e saranno i suoi sentimenti peggiori a saltare fuori.

La terza maniera di neutralizzare la mitezza è quella che stiamo applicando con più successo in questo momento storico: trasformarla in debolezza.
Voi sapete che il Nemico ama raffigurarsi come un agnello. Ma, come sappiamo bene, è un agnello che somiglia di più ad una tigre. Si lascia condurre al macello, ma è lui che ci va. Non è passivo, tutt’altro.
Fosse stata passività! Perché a noi la passività piace. Acquiescenza alle nostre voglie: il passivo farà tutto quello che noi chiediamo. Per quieto vivere, per non scontentare i potenti, perché a mettersi contro l’imperatore o l’opinione pubblica ci si rimette sempre. Equiparando mitezza a debolezza noi vinciamo sempre, sia che il mortale brami l’essere mite sia che lo disprezzi. A noi va bene sia esaltare la smania di combattere dell’animale umano che eliminarla del tutto.
Il maschio lotta perché è maschio: per renderlo un debole dobbiamo femminilizzarlo.
La femmina lotta per i propri figli. La pecora è mite, ma per difendere i suoi agnelli può tenere testa ai lupi. Dobbiamo impedirle di averne, mascolinizzandola.
Otterremo così un popolo fiacco, senza ragione e voglia di lottare, dove la mitezza autentica non avrà dimora e i violenti avranno vita facile.

Purché non esageriamo e si ammazzino tutti tra loro. Sarebbe ironico che la terra arrivasse ai miti perché tutti gli altri eredi si sono eliminati da soli.

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Maledetti beati – II – Beati, che afflizione

In questa seconda lezione del corso sull’identificazione e rimozione dei beati del mondo mortale, impareremo a

  • Riconoscere un Afflitto
  • Affliggere evitando la consolazione

I beati appartenenti alla categoria “Afflitti”, che come è noto sono tali perché verranno consolati, restano tra le specie più problematiche da trattare per il bravo tentatore. Tutto parte dal nostro rapporto con gli esseri umani.
Il nostro odio per tutto ciò che il Nemico-che-sta-Lassù ha creato ci spinge a cercare la loro rovina, come quella di ogni altra cosa. E’ un’impresa assolutamente meritevole causare la maggiore quantità possibile di dolore e sofferenza. Proprio in questa ricerca della corruzione si trova la migliore caratteristica della nostra razza, il nostro tratto distintivo. Il Nostro Padre che sta Quaggiù, oltre a gestire queste magnifiche terre infernali in cui abitiamo, si è anche assunto la responsabilità di governare il mondo umano, ed è per questo che viene acclamato come suo Principe. Il dominio che abbiamo ci consente di devastare i viventi per nostro godimento e cercare di portarne qui il più possibile. Anche noi però, dobbiamo ammetterlo, abbiamo dei limiti.

Come sapete, generalmente non possiamo arrecare al creato e alle creature alcun danno diretto. Visto la facilità con cui li spingiamo a farsi del male tra loro è una limitazione di poco conto. Ma se per le decisioni prese dalla loro stessa libertà sono gli esseri umani ad essere responsabili, quando ne sono vittime senza colpa il Nemico ha previsto una specie di compensazione.

Abbiamo potere solo sulla loro vita mortale. Per tutto quello che riversiamo sugli esseri umani nel corso della loro esistenza terrena essi saranno ripagati quando passeranno all’altra, in quel territorio che ancora non ci appartiene. Non solo: in qualche maniera il dolore che causiamo loro può venire neutralizzato persino mentre sono ancora nel mondo umano, durante la loro stessa vita.

Se, quando attaccate un essere umano con sofferenze e disgrazie, vi accorgete che questo non si spezza, non cede alla disperazione e anzi sembra risplendere tanto più lo colpite, ecco, siete di fronte ad un Beato di tipo “Afflitto”. Sì, perché quel tipo di persone ricevono tanta più consolazione quanto più noi ci accaniamo contro di loro. Si rivolgono a quella croce che pure ci aveva dato tanta soddisfazione e le nostre malignità peggiori diventano inutili. E’ frustrante la loro immunità agli effetti del male.

Attenzione, non sto suggerendo con questo che si debba lasciare stare il beato, lo si debba risparmiare. Al contrario: bisogna moltiplicare gli sforzi per causargli afflizioni, ma usando intelligenza per capire come riuscire a corromperlo.
Noi, infatti, non facciamo il male così per un ghiribizzo, ma per cercare di danneggiare il Nemico. La nostra è una guerra in cui, d’accordo, troviamo anche soddisfazione personale, ma di cui non dobbiamo perdere di vista l’obiettivo.

Il dolore che causiamo, le afflizioni che infliggiamo, devono essere dirette a staccare le anime dal loro creatore. Solo così quelle sofferenze non saranno inutili. Devono provocare astio, odio per tutto ciò che circonda e soprattutto per la divinità a cui avremo cura di attribuirle. Se poi questa rabbia debba giungere dall’affibbiare al Nemico la colpa per esse o piuttosto dal non essere intervenuto per evitarle è materia per il loro demone custode, che sceglierà la strada più opportuna.

In molti casi conviene seguire la seconda via. Sappiamo che l’odio confina con l’amore, e troppo spesso abbiamo visto gli umani passare da uno all’altro. Far credere in un dio che abbandona, che pare non avere il potere di salvare dalle afflizioni, è invece per noi sempre vincente. Senza dio l’essere umano elegge se stesso a divinità. Moltiplicando le nostre occasioni di infliggere ulteriori sofferenze e allontanando da sé quella consolazione che il Nemico gli offre, ma che non può dargli senza la sua volontà e consenso.

E’ proprio in questa direzione che Nostro Padre che sta Quaggiù ha indirizzato gli sforzi dei tentatori in questi ultimi secoli. Se non sanno di avere diritto alla consolazione promessa, gli uomini sono i peggiori aguzzini di loro stessi. Soffrono, ma da quella sofferenza è rimosso qualsiasi senso. Si affliggono, e la loro afflizione non si tramuta in gioia ma in disperazione. Non hanno più nessuno a cui appellarsi che li tolga dalle situazioni in cui noi li mettiamo; e muoiono alimentando le nostre tavole in un flusso di anime che forse saranno anche poco saporite, ma che è incessante.

Per questo è importante lavorare per far tacere quei pochi beati rimasti che possono servire da esempio agli altri. Già, perché come ben sappiamo gli umani tendono ad imitare, e se vedono qualcuno che nonostante sia afflitto è anche consolato cominciano a farsi domande. E questo deve essere evitato.
Ci sono diversi sistemi.
Il primo consiste nell’indicare quei beati come fanatici che godono della sofferenza, dei semplici che si illudono, ignoranti da compatire. Non si ha voglia di capire come ragioni un incosciente.
Se questo fallisce, può essere utili additarli come persone eroiche, superuomini in grado di fare ciò che la gente comune assolutamente non è in grado. Rimedio particolarmente indicato specie per i più noti tra loro. Chi li vede deve dire “Sì, va bene, ma io non ci riuscirei mai”. Non si devono accorgere di quanto sarebbe facile.

Il terzo metodo è, semplicemente, non parlare degli afflitti. Al limite di quelli senza speranza; ma degli altri, meno si vedono meglio è. Guardare un afflitto durante la cena può rovinare la digestione; è preferibile lasciarli morire in pace nei loro paesi lontani, nelle loro case lontane, nelle loro sofferenze lontane, fossero pure solo dall’altra parte della strada.
E, nel caso se ne parli, si dica che è compito dello stato, della comunità internazionale occuparsene. Ci pensino i governanti a consolarli.

Se non dovessero farlo, non affliggetevi troppo.

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Maledetti beati – I – Poveri beati

Cari colleghi tentatori,
Questo corso è stato sviluppato dall’Istituto per lo Studio e la Diffusione del Vizio grazie al patrocinio del Satanico Consiglio Inferiore per la Dannazione del genere umano.
Io, Arcdv. Berlicche, ne sono il Direttore responsabile. Ho al mio attivo oltre ventimila anni-demone di esperienza sul campo e vi guiderò durante la formazione. Alla fine degli incontri sarete in grado di
– riconoscere un beato
– metterlo in condizione di non nuocere.
E’ prevista un’esercitazione pratica e un attestato di avvenuta frequenza.

Quello che vedete nell’immagine è un beato. No, non nascondetevi: è importante scrollarsi di dosso queste paure irrazionali. Il beato normalmente ha più paura di incontrarvi di quanta ne abbiate voi. Anzi, proprio il fatto che tenti di fuggire quando vi manifestate è uno degli indizi che aiutano ad identificare questi flagelli. Altri segni distintivi dei beati sono l’accresciuta resistenza alle tentazioni e l’aura gioiosa che di solito li accompagna.

I beati si dividono in categorie, che esamineremo nel seguito di questo corso; non è raro che uno stesso individuo appartenga a più di una categoria, ad esempio povero di spirito e perseguitato. Molto spesso il beato viaggia in branco. Se il beato solitario è vulnerabile, quando è in gruppo è assolutamente letale. Doveste avvistare un branco di beati, non provate neanche ad avvicinarvi: solo i tentatori più esperti possono sperare di ottenere qualche risultato.

La prima categoria che esamineremo sono quelli noti, negli ambienti del Nemico-che-sta-lassù, come “poveri di spirito”. Rappresentano la parte più consistente del Regno del Nemico. E’ soprattutto per colpa loro che le nostre tentazioni meglio costruite falliscono. Sono coloro che riescono a vedere cosa sta dietro le nostre proposte, non perché dotati di astuzia fuori dal comune ma proprio perché la loro astuzia non la usano.

Più gli esseri umani sono ricchi di spirito più si credono furbi, intelligenti e invulnerabili. Di fronte alle nostre tentazioni è come fossero davanti ad un gioco truccato; dapprima giocano perché credono di potere riuscire meglio degli altri, poi perché pensano di avere un sistema infallibile, poi perché sono convinti di avere capito dove sbagliano; alla fine, per pura abitudine o disperazione. Si rovinano e rovinano quelli attorno a loro.

I poveri di spirito non capiscono perché dovrebbero giocare.

I poveri di spirito sono la voce ragionevole che invita gli uomini a vedere le conseguenze delle loro azioni. Sono coloro che capiscono dove si va a finire proseguendo così, quelli che non credono alla pubblicità ingannevole e alle esagerazioni. Non pensano di essere migliori degli altri, non fanno ragionamenti astrusi, stanno di fronte alla realtà così com’è, senza aggiungerci del loro. Capite che disgrazia sono, per noi?

Tutta la nostra propaganda si basa sul travisamento del vero. Come ci insegna nostro Padre, è la Menzogna che ci dà da mangiare. Non abbiamo nessun potere su chi ha gli occhi puri e riesce a vedere attraverso di essa. Per questo il regno del Nemico-che-sta lassù appartiene a loro.

Per un tentatore, incontrarne uno sulla propria strada è una delle maledizioni peggiori che possono capitare. Questo tipo di beato, infatti, per il suo stesso esistere è in grado di svelare anche ad altri le nostre manipolazioni. Chiama le cose con il loro nome: e tanto basta spesso per rovinare anche la messinscena più elaborata.

Ma non voglio farla più tragica di quello che è. Nel corso dei millenni abbiamo elaborato tutta una serie di contromisure per combattere questi disgraziati seguaci del vero, fino a creare un ambiente dove perseguire la verità e vedere oltre la menzogna è difficile e sconsigliabile. Il povero di spirito, oggi, ha contro l’opinione pubblica; che possibilità può avere?

Prendiamo una qualsiasi delle nostre manipolazioni, ad esempio che chi è appena concepito non sia un essere umano. Il povero di spirito vede che invece lo è, e quindi sarà contrario al suo acquisto, alla sua distruzione, al suo sfruttamento eccetera. Capite il danno che ciò ci causa: quanti ne abbiamo portati quaggiù grazie a queste azioni! Quali sistemi usare allora per neutralizzare ciò che dice il beato?

Il primo è ridicolizzarlo per la sua semplicità. “Il sistema nervoso, le leggi internazionali, i diritti…cosa ne vuoi sapere tu, senza la nostra intelligenza, la nostra cultura?”
Con la giusta arroganza spesso si riesce a farlo tacere. Il tentatore in gamba può anche arrivare a far sentire una nullità tale il poveretto da fargli abbandonare la sua semplicità per aderire alla nostra menzogna. E’ per questo che i beati in gruppo sono pericolosi: perché si fanno forza l’uno con l’altro. Il corruttore attento perciò prima deve provvedere a separarli. Con l’invidia, con l’orgoglio e la vanità, in altre parole cercando di arricchire quella loro povertà di spirito con qualche ingrediente particolarmente speziato, che mascheri il nostro veleno.

Se non si riesce a smuovere il beato dalla sua perniciosa ostinazione, non rimane che isolarlo. Additarlo come un fanatico, un visionario, un cretino incapace di un serio ragionamento è la prassi usuale. Per prima cosa si fabbrica un aggettivo, poi si dà a quell’aggettivo un significato dispregiativo, per quindi affibbiarglielo in maniera tale che non riesca a staccarselo. La gente cesserà di ascoltare quello che dice nell’istante stesso in cui saprà che cos’è: un beghino, un reazionario, un omofobo, un fascista…sono solo esempi, da adeguare alla situazione.

Un’altra possibilità è la persecuzione: metterlo davanti all’alternativa tra rinunciare alla sua povera visione e perdere qualcosa a cui tiene. Ad esempio il posto di lavoro, i suoi soldi, la sua famiglia o la sua vita. E’ un approccio che risulta efficace in moltissimi casi, ma che ha serie controindicazioni che esamineremo più avanti, quando avremo a che fare con gli altri tipi di beati.

Poveretti i poveri di spirito, quando hanno a che fare con noi!

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