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Identità

Un poliziotto diede di gomito all’altro. “Guarda quello”.
Un uomo stava disteso sul sedile del suo furgone. Un pezzo da museo, quel furgone. “Santo cielo, guarda quel ferrovecchio. Scommetto che non è neanche elettrico.”
“Elettrico? Quando è stato fabbricato non esistevano neanche, le auto elettriche”. Aggrottò la fronte. “Non rilevo il vit.”
“E questo è niente. Neanche il tipo dentro ha il wid”, ribatté l’altro. I due si guardarono. “O è uscito da una macchina del tempo, oppure è un illegale. Magari il furgone è rubato.”
“Rubato? Ma l’hai visto bene? E’ un rottame. No, dai retta, quella è preistoria, il vit non ce l’ha mai avuto”.
“Accosta il furgone”, disse l’altro poliziotto all’auto.
Il vecolo della polizia si affiancò silenziosamente al vecchio automezzo. Con un cenno d’intesa i due poliziotti scesero, la mano sulla fondina. Illuminarono con le torce l’interno del furgone. Un uomo, vestito con un giaccone, stava sdraiato sul sedile del guidatore, imbacuccato in una coperta. Sembrava dormisse. Uno dei poliziotti picchiettò sul vetro. L’uomo si riscosse, alzò gli occhi sorpreso, se li riparò dalla luce.
“Polizia, controllo. Scenda dal veicolo, per cortesia.”
Lentamente, goffamente, come fanno le persone appena svegliate, l’autista del furgone scese. Era male in arnese, la barba di un paio di settimane, gli occhi gonfi di sonno.
“Signore, non rilevo il suo wid”, disse il poliziotto. “Può darsi sia rotto. Può identificarsi?”
“Non è rotto. Non ho un wid”, borbottò l’uomo. Estrasse dal giaccone un vetusto portafoglio, e dal portafoglio tirò fuori una tessera. “Ecco i miei documenti”.
Uno dei due agenti con riluttanza allungò la mano e prese la tessera tra due dita guantate, come fosse qualcosa di immondo. “Romeo Kurtz”, lesse. “Lei lo sa che questo documento è scaduto da anni, vero?”
Kurtz alzò le spalle. “E’ parecchio che non scendo in città”.
“E’ al corrente che il furgone non ha un vit attivo? E’ contro la legge. Ogni veicolo circolante deve irradiare la sua identità.” Disse l’altro agente.
“Era il furgone dei miei vecchi. Lo uso poco, è vecchio, ma fa ancora quello che serve. Non ho i soldi per uno nuovo e, anche se li avessi, dalle mie parti non ci sono i cosi, i carica-come-si-chiama.”
“Anche il motore è illegale. Sarà almeno vent’anni che hanno bandito i veicoli a combustione.”
“Dalle città, non dalle mie parti.”
“Qui non siamo dalle sue parti. Ci sarà una multa da pagare. Le sarà rilasciato un permesso provvisorio di circolazione, ma deve portarlo via entro un giorno.”
“E chi riesce a muoverlo? Ho finito il gasolio. C’è una stazione di servizio qui vicino, ma non sono riuscito a farla funzionare. Sembrava rotta.”
Il poliziotto sbuffò. “Senza wid, dubito molto che riesca a fare rifornimento. Il vit identifica il veicolo, il wid la persona. Come fa la stazione a sapere che lei esiste, o che il suo veicolo esiste, se non riesce ad identificarla?”
“Ma io esisto. Sono qui”, disse Kurtz, toccandosi il petto. Martellò con le nocche la lamiera del furgone, traendone un suono sordo. “Anche lui esiste.”
“Ma per quale motivo non ha il wid? Motivi religiosi?” chiese l’agente.
“Oh, no. Non ho voglia di farmi iniettare quel coso nel cervello, tutto qui”.
“Ma non è nel cervello”, disse il poliziotto pazientemente. E’ dietro l’orecchio, e non è più grande di un granello di polvere. Certifica la sua identità, è sicuro, è efficiente.” Gesticolò verso la città. “Con il wid, basta guardare una persona per sapere come si chiama, come vuole essere chiamata, le sue preferenze, la professione, le cose che le importano. Io non conosco nessuno che non ce l’abbia. Come fa a fare tutto? Ad aprire casa, a connettersi, a fare la spesa?”
“Io vivo di quello che coltivo. Casa mia l’apro con la chiave e la maniglia, e quanto a connettermi, ne posso fare a meno.” Squadrò l’agente. “Non è che anche questo è diventato obbligatiorio?”
I due poliziotti si guardarono. “No, a dire la verità no. Ma è dato per scontato che uno ce l’abbia. Non si può fare niente, senza”.
L’uomo del furgone sbuffò. “Già, me ne sto accorgendo. Le porte dell’albergo non si sono aperte, e neanche c’era un campanello.”
“Poteva talcare all’impiegato… ma già, lei non è connesso”, disse pensoso un’agente. “Ma neanche il telefono ha?”
“No. I telefoni di oggi senza wid non si possono usare. Non sanno chi sei, non si accendono neanche.” Ancora una volta alzò le spalle. “Ne posso fare a meno”.
L’altro poliziotto corrugò la fronte. “Un attimo, sto parlando con la Centrale.”
“No, non ti ho mandato il suo wid perché non ce l’ha. Non basta lo scan DNA? Devi proprio avere un wid?”
“E che ne so come fai? Non c’è la procedura manuale?”
“Come, l’hanno tolta con l’ultimo update? Non c’è modo?”
“Va bene, ho capito. Lo portiamo lì.”
Sospirò. “Deve seguirci alla Centrale. C’è una macchina per identificarla, ma deve essere lì di persona. La usano per le wid contraffatte o illegali, sa.”
“Ma io ho un documento…”
“Ci segua, per favore, sull’auto.”
Salirono. “Alla Centrale”, disse l’agente. La macchina partì.
Stettero in silenzio per qualche minuto, mentre l’auto si destreggiava nel traffico. Poi finalmente uno degli agenti parlò. “Non si domanda perché ha potuto dormire tranquillo alla periferia di una grande città? Anche solo trent’anni fa sarebbe stato impossibile. Oggi, con il wid, il governo sa sempre in tempo reale dov’è e chi è ciascuna persona. Se qualcuno l’avesse molestata l’avremmo saputo, avremmo saputo chi era con certezza, e avremmo saputo dov’era adesso. Non c’è più criminalità, non ci sono più i reati premeditati, le rapine, i furti.” Si girò verso Kurtz. “Questa macchina si muove perché sa che sono io a dare gli ordini. La mia pistola spara solo se sono io a impugnarla. E poi salta fuori lei, senza un wid, come se fosse la cosa più normale del mondo.”
Kurtz si voltò verso di lui. “E’ davvero la cosa più normale del mondo. Siamo nati tutti senza wid.”
L’agente sbuffò. “Anche senza vestiti, se è per questo. Si chiama progresso.”
Arrivarono alla Centrale, e scesero dalla macchina. La porta non voleva saperne di aprirsi davanti a Kurtz, poiché non avendo un wid non si accorgeva di lui. Alla fine ce la fecero a farlo entrare, lo scortarono all’accettazione e lo lasciarono lì. I loro colleghi guardavano curiosi passare quell’umano muto, senza un volto, un’icona, una scritta che lo taggasse, che lo descrivesse, che spiegasse chi era e da dove veniva. Era una sensazione quasi oscena.
“Bene, è fatta”, disse un poliziotto all’altro. “Questa faccenda mi ha fatto venire il mal di testa. ”
“Scommetto che adesso vorresti essere quel tizio”, replicò il collega. “Senza un wid che dica dove sei, se stai lavorando o no, per poterti andare a svaccare da qualche parte.”
“Ssh, sei matto? Già il mese scorso mi hanno beccato per opinioni non corrette, vuoi farmi multare ancora?” Si passò le mani sulla faccia “Ma in fondo hai ragione. Sai, io penso che a quello manco gli daranno la multa. Senza vit e wid, come farebbe a pagarla? In galline?”
“Pare che alla fine poi vogliano renderlo obbligatorio, il wid, dall’anno prossimo.  Nessuno potrà più nascondersi. Non ci saranno più primitivi come quel Kurtz, finito”.
“Io ho finito il turno, invece. Ciao, ci vediamo.”
Uscì. “Ciao…”, fece per rispondergli, ma era già andato via. “Ciao… coso, accidenti, come si chiama?”

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Correzione

“Ho una lista di cose da fare. Tutte urgenti, tutte importanti. Ogni giorno mi scapicollo per finirle, per ultimarle. Una dopo l’altra le eseguo, le cancello dalla lista. Perché quando arriverò al fondo potrò finalmente cominciare a fare quello che più mi piace. Potrò vivere.
Ma, arrivato a quella che credevo l’ultima riga di quella lista, mi accorgo che nel frattempo di cose da fare se ne sono aggiunte altre. A volte sono poche, e mi dico, ce la faccio. In fretta eseguo, solo per scoprire che si sono raddoppiate.
Così vado avanti, rimandando, rimandando il momento in cui sarò libero. So che lo sarò, un giorno, anche se il tempo passa e passa, anche se sembra che in questo luogo il tempo non passi mai.”

Malacoda, il diavolo, terminò di leggere. “Va abbastanza”, disse all’anima davanti a lui. “Hai svolto il tuo compito, c’è solo bisogno ancora di qualche piccola correzione. Riscrivilo, prima di passare al lavoro seguente”.

De parvulis

Era un tipo curioso. Lucio pensò che non l’avresti detto ebreo, anche se di quella gente lui non aveva che un’esperienza marginale. Curioso piccolo popolo, quello: fuggivano il contatto con gli stranieri, vestivano strano e mangiavano ancor più strano. Questo individuo invece non sembrava avere problemi a mangiare di tutto e a discorrere con quelli che loro chiamavano gentili, gli impuri. Probabilmente dipendeva dal fatto che, pur essendo stato educato nella loro strana Legge, non credeva alle stesse cose dei suoi compatrioti. Aveva questa idea folle che un certo predicatore messo a morte una trentina di anni prima fosse nientedimeno che un dio; fatto chiaramente impossibile, si diceva Lucio, perché che gli dei possano avere forma mortale è senza dubbio una leggenda priva di fondamento; e, anche fosse, perché dovrebbero permettere di essere uccisi addirittura in croce? Anche i fatti miracolosi che raccontava sembravano assolutamente assurdi. Eppure li narrava con tale sicurezza e tranquillità che talvolta il filosofo stesso era tentato di credergli.

Quel piccolo orientale era un uomo colto, di ottimo eloquio; Lucio l’aveva conosciuto a casa di Prisco, sempre pronto a cogliere quella che era la moda del momento. E sicuramente sulla bocca di tutti ora c’era questa strana religione con i suoi seguaci. Gente molto determinata, pronta a giustificare quella loro bislacca credenza con un impeto che trascendeva la normale decenza. Lucio non l’approvava certamente, ma era in una certa maniera ammirato della incrollabile certezza che dimostravano.

Aveva pensato che fosse solo l’ennesima religione orientale i cui riti promettevano fortuna e prosperità, ma dopo avere discusso a lungo con quell’ebreo adesso doveva ammettere che si trattava di qualcosa di molto più pericoloso. Questi avevano davvero la convinzione che non esistesse altro Dio al di fuori del loro, che non fosse lecito passare a questo o quell’altro rito o religione. Principio filosoficamente corretto, se davvero quel loro Dio fosse stato autentico; ma pericoloso per un Impero che aveva bisogno di tutto tranne che altre lotte. E’ per questo che quell’ebreo era a Roma agli arresti, accusato di irreligiosità; per questo gli occhi acuti del suo antico allievo Nerone erano già puntati su quel gruppuscolo potenzialmente sovversivo.
E questa anche la ragione per cui le conversazioni tra loro dovevano cessare. L’Imperatore non aspettava che un pretesto per sfogare la sua antipatia verso il suo vecchio maestro. Lucio non intendeva darglielo.

Ma era facile dimenticarsene mentre si discuteva così piacevolmente. Nonostante l’accento bizzarro quel particolare cittadino romano si faceva capire bene. Certo, ne aveva di idee strane. Tipo quella su cui dibattevano ora.

“Amico mio”, disse Lucio, “la pecora malata trova in fretta il coltello del pastore, prima che infetti tutto il gregge. I mostri, i bambini nati deformi, noi li anneghiamo. Un tempo si gettavano nei dirupi, oggi è il fiume che provvede a fare sparire il debole e lo sciancato. I cumuli di immondizia ne ospitano decine ogni giorno. Per quale motivo si dovrebbe permettere che essi vivano?”

“Perché sono anche loro persone, esseri umani come te e me”, rispose l’ebreo. “Voluti da Dio. Non è lecito all’uomo uccidere innocenti per una ragione futile o senza motivo.”
“Ma il motivo esiste!” Ribatté il romano. “Separare quanto è inutile da ciò che è utile. Questo è un atto di virtù, e tu sai che per me la virtù è il bene più grande.”
“Quale virtù nell’omicidio? Quando, camminando sulle rive del Tevere, vedi quei corpicini gettati ai corvi, non ti prende la tristezza per tante vite sprecate? Sono bambini, non rifiuti; eppure sono trattati come tali.”
Lucio scosse la testa canuta. “La vita non sempre va conservata: il bene, infatti, non consiste nel vivere, ma nel vivere bene. Perciò, il saggio vivrà quanto deve, non quanto può. Osserverà dove gli toccherà vivere, con chi, in che modo e che cosa dovrà fare. Egli bada sempre alla qualità della vita, non alla lunghezza. Questi figli indesiderati muoiono per la saggezza dei loro genitori, che piuttosto che condannarli ad una esistenza infelice li sopprimono prima che sia iniziata. Se fossero dei saggi e non dei piccoli anch’essi sarebbero d’accordo.”
“E allora perché si dibattono e piangono mentre li si soffoca, o li si annega, o si sfracella loro la testa? Loro vorrebbero vivere: la tua saggezza mi sembra più un cedere al proprio comodo ed evitare una bocca in più da sfamare.”
“Eppure è proprio questa la virtù che ci è stata tramandata dai nostri antenati. La vita dei bambini è in mano ai loro padri, che ne possono disporre finché essi non divengano a loro volta uomini. Aristotele invocava leggi perché a questi mostri non fosse concesso di vivere; persino le più remote tribù dai tempi più antichi , persino i cartaginesi e fenici vostri vicini si disfano dei bambini non voluti sacrificandoli nei loro tophet. E tu vorresti cambiare questa legge? Amico mio, se questo è ciò che vorreste per Roma allora potete anche fare subito i bagagli e tornare in Giudea. Questa usanza non attecchirà mai da noi.”
“Eppure nella nostra comunità non ci si libera dei figli esponendoli, anzi, c’è chi percorre le sponde dei fiumi e le discariche per cercare di salvare qualche piccolo abbandonato, che poi alleva come proprio.”
Seneca restò senza parole. “Dite che fate così? E una volta che sarete pieni di  – come vi chiamate – cristiani deformi, chi pensi che aderirà al vostro culto?” Rise, perplesso. “Non abortire i figli, questa è la vostra modernità. Io credo che Roma resterà invece con la tradizione. Tu valuti troppo la vita. La vita non è, infatti, uno di quei beni di cui nessuno ci può privare, quelli sono solo la saggezza e la virtù; la vita è piuttosto come la ricchezza, gli onori, gli affetti: uno di quei beni, dunque, che il saggio deve essere pronto a restituire, o a togliere, quando egli lo decida in piena ragione. E che ragione ci potrebbe essere per allevare orfani senza salute e nome, a scapito della salute dello Stato, che è sommo bene?”
Si alzò in piedi. “I bambini non sono che animaletti senza ragione o dignità, immondizia che può venire gettata. Quando Roma sarà piena d gente che raccoglierà quell’immondizia e la tratterà come tesoro prezioso invece di gettarla via, allora il tuo Dio avrà vinto, e Roma non sarà più. Ma questo non accadrà mai.”.  Sospirò. “Mi ha fatto piacere discorrere con te, ma adeso temo di doverti congedare. La sitazione politica si va scaldando: tanto non è bene che io sia visto in tua compagnia, che tu nella mia.”
Anche l’ebreo si alzò. “E’ stato piacevole discorrere con te, anche se non sono riuscito a convincerti, almeno per il momento. Se ti fa va, potremmo comunque scriverci talvolta.”
“Buona idea” disse il romano.
“Vale, Lucio Anneo Seneca.  Il Signore sia con te” salutò l’ebreo.
“Vale, Paolo. Spero che tu venga assolto dalle accuse e possa tornare nella tua terra”
Il piccolo ebreo sorrise. “Chissà cosa ci aspetta, Lucio. Ma non è ciò che è importante. Ciò che conta è che questo nuovo modo di vivere, questo Vangelo, giunga a tutti.”
Sorrise, di quei suoi strani dolci sorrisi. “E chissà, magari anche Roma si convertirà”, lo salutò, uscendo.

L’altalena

La macchinetta del caffè scoppiettava e ronzava e un rivolo di fumante sostanza scura scendeva nel bicchiere. Gli altri colleghi erano già rientrati al lavoro; solo Furio e Massimo continuavano a discutere. nel freddo del capannone.
Furio scosse la testa sconsolato. “Non capisco, proprio non capisco. Cinque anni fa ci hanno fatto fare tutti quei benedetti corsi su creatività, “pensare fuori dalla scatola”, innovazione. Non so quanto hanno speso. Ora, domani abbiamo l’audit per la certificazione, e ci hanno fatto tracciare sulle scrivanie con il nastro adesivo colorato il riquadro esatto dove deve essere messo il portamatite e il telefono. E guai ad avere un oggetto fuori posto. Il tempo sprecato era allora o adesso?”
Massimo sogghignò. “Hanno etichettato ogni cassetto e anche i cestini della carta straccia. Ma, se è solo per questo, cinque anni fa ci avevano separato in unità indipendenti per meglio sfruttare le nostre potenzialità. Oggi ci riuniscono in modo che possiamo collaborare tra noi per sfruttare meglio le nostre potenzialità.”
Furio contemplò pensoso il bicchierino con il cosiddetto caffé. “Se è solo per questo, anche dieci anni fa, prima di separarci, ci avevano unificato. Comincia a venirmi il dubbio che tutti questi manager con le loro ricette magiche per la produttività non sappiano poi davvero ciò che stanno facendo.”
Massimo sogghignò. “O forse lo sanno benissimo. E’ che il modo migliore per vendersi e nascondere i propri fallimenti è accusare la getione precedente. Poi promettere qualcosa di nuovo, l’opposto rispetto al prima fallimentare.” Bevve un sorso del suo caffè. “E’ come l’altalena: prima si va su da una parte, poi dall’altra. Ci si bilancia.”
Furio gettò il bicchierino vuoto nella spazzatura. “E nel frattempo noi si lavora comunque, barcamenandosi tra libertà e ordine. Siamo il fulcro, il punto fermo. Qualcuno deve pur mandare avanti la baracca, no?”

Ci han detto

Seguivamo Cristo.

Ci han detto che era follia farlo, che non eravamo aggiornati e socialmente utili; era il suo esempio da seguire, cioè aiutare  le persone.

Ci siamo messi ad aiutare le persone, seguendo l’esempio di Cristo. Ci hanno impedito di aiutare, perché ci ostinavamo a chiamare male il male e bene il bene, e così discriminavamo. Pensassimo a pregare, piuttosto.

Così abbiamo pregato, ma sono venuti a fermarci: chi non crede era provocato, non rispettavamo le sue idee, e creavamo divisione. Se proprio volete pregare, ci hanno detto, non fatelo in pubblico.

Così abbiamo pregato in privato, perché non si sapesse chi eravamo. Ma ormai chi eravamo loro lo sapevano, così ci sono venuti a prendere lo stesso.

E’ solo lavoro

Ztrickx – questo il mio nome, sebbene qui con nome io intenda una cosa molto diversa dal significato che voi umani comunemente date. La mia professione, sterminatore di alieni. Faccio parte di una razza molto antica e molto longeva, <K>. Io ho tre ANNI e mezzo. Ah, qui per ANNO indico l’anno convenzionale galattico, la rotazione completa del vostro pianeta intorno al centro della galassia. Duecentoventitre milioni di rotazioni dello stesso attorno al vostro sole, anni solari, ognuno. Sono di mezza età.

Questa la presentazione, arrivo al punto.

Vi sto chiamando perché vi devo delle scuse, e delle spiegazioni.
La mia razza non è sopravvissuta così a lungo – oltre quarant’ANNI- restando seduta sui drignith. Abbiamo capito molto presto che la sola garanzia di non essere spodestati nel nostro dominio da una razza intelligente più giovane ed aggressiva è assicurarsi di avere, per così dire, l’esclusiva. Ovvero, che non esistano razze intelligenti più giovani ed aggressive. Per essere più precisi, che non esistano razza intelligenti oltre la nostra. E’ la sopravvivenza del più adatto, cioè noi. Di fronte all’estinzione non c’è da scherzare. In altre parole, facciamo in modo che ciò che ci potrebbe infastidire, incomodare, disturbare, non abbia neanche a nascere. Preferiamo farlo mentre quelle future razze superiori non sono ancora, per così dire, venute al mondo; quando non sono che embrioni di ciò che potrebbero diventare. E’ più efficiente.

Poiché siete, moderatamente, intelligenti, avrete capito dove vado a parare.

Io non so se quando questo messaggio vi raggiungerà sarete in grado di riceverlo, o di comprenderlo. Io lo sto compilando poco più di un decimo di ANNO da quel momento, vale a dire ventiseimila dei vostri anni nel vostro passato. Nell’istante in cui lo redigo state usando strumenti di pietra e vivete in capanne; dato che fate parte del gruppo funzionale hkv, è probabile che nel tempo che ci metterà ad arrivare da voi dovreste aver sviluppato un’astronomia evoluta, la conoscenza del ptom e dell’interferometria. Se l’avete fatto, mi congratulo, perché capirete cosa sto per dirvi.

E’ estremamente poco pratico viaggiare tra le stelle, sapete, così se possibile noi <K> tendiamo ad usare mezzi alternativi e il minimo sforzo per sbrigare questo genere di affari. Da molto tempo ormai abbiamo abbandonato le orde di robot divoratori, le astronavi da battaglia, i missili antimateria ed anche il lancio di buchi neri o di stelle di neutroni, troppo lenti ed imprecisi. La soluzione che per gli ultimi vent’ANNI abbiamo utilizzato per la pianificazione cosmica è quella di redirigere il getto galattico.

Ormai, credo, vi sarete accorti che l’asse di rotazione del buco nero che sta al centro della vostra galassia punta esattamente verso di voi. Vi sarete forse chiesto il perché di questa impressionante coincidenza, la cui probabilità è così bassa da <basare il povcjk>; voi direste essere più improbabile di una vincita alla lotteria. Bene, sono stato io. E’ il mio lavoro. Come vi ho detto, sterminatore di alieni, cioè voi.

Come presumo saprete, lungo quell’asse il buco nero centrale emette un fascio di radiazioni estremamente potenti, oltre che materia prossima alla velocità della luce. Quando lo guardate state sbirciando direttamente dentro il buco della canna di un cannone puntato alla vostra testa. Se l’ho orientato esattamente, e se mi state ascoltando è così, Il fascio di cui vi parlavo dovrebbe raggiungervi con i suoi primi effetti poco dopo questa mia comunicazione. Semplice, pulito, economico. Non c’è modo, ormai, di fermare il vostro fato, l’operazione è stata decisa ed eseguita ventiseimila anni nel vostro passato. Non dobbiamo neanche vedervi morire.
Qualcuno potrebbe dire che sono un tiratore scelto, un cecchino che fa fuoco con la sua arma nel punto dove passerete di qui a duecentosessanta dei vostri secoli. Io preferisco considerarmi un dottore, un chirurgo che elimina dei grumi di materia che per errore potrebbero un giorno diventare senzienti. Lo so che adesso, o quando vi raggiungerà questo mio messaggio, siete come bambini nei nostri confronti; ma rimanete una possibile minaccia al nostro quieto vivere. E cosa c’è di più prezioso?

Non è la prima volta che il vostro pianeta è sottoposto alla nostra attenzione. La vita che alberga lì da voi è particolarmente resistente, poiché i precedenti interventi, poco più di un ANNO fa, hanno avuto un successo solo parziale. La civiltà che ospitava allora il vostro pianeta, di cui non so neanche se conosciate l’esistenza, è stata obliterata, ma alcuni organismi sono sopravvissuti all’estinzione di massa e hanno dato origine a voi. Per tale motivo sarà mia cura stavolta mantenere l’asse del buco nero orientato verso di voi per almeno un centomillesimo di ANNO, in modo da essere sicuri stavolta di sterilizzare completamente il vostro sistema solare.

Poiché è assurdo che abbiate già potuto sviluppare il cvughzum o la tecnologia del salto ptybach, ciò sarà certamente fatale per la vostra civiltà e la vostra stessa esistenza. Qualcuno lo potrebbe chiamare genocidio, noi preferiamo usare termini meno emotivi, come interruzione di evoluzione o raschiamento planetario. Soffrirete pochissimo, e spero concorderete con me come questa operazione sia inevitabile. In fondo, non potete essere definiti davvero senzienti. Sono spiacente, e onorato di avere diviso l’universo con voi, sia pure per così poco tempo.

Colgo l’occasione per farvi le mie condoglianze, sperando non me ne vogliate. E’ solo lavoro.
Distinti saluti, vostro
Ztrickx

I malanni di Malacoda – Smartworking

Il demone Libicocco si fermò all’ingresso della fumarola. “Malacoda, ehi, Malacoda? Sei in casa? Oggi qui nella bolgia c’è un tempo disgustoso, vieni con me ai laghi di pece a pescare un po’ di dannati?”
Da dietro il vapore bollente si udì un grugnito. “Per briffare avresti dovuto schedularmi l’agenda. Perché non mi hai mandato un outlook asap per bloccare lo slot?”
Libicocco parlava mille linguaggi umani, ma questo gli era ignoto. “Eh?”
“Avresti dovuto dirmelo prima! Non posso! Devo lavorare!”
Libicocco posò la canna da pesca con gli uncini. “Lavorare? Vuoi dire che devi andare dall’anima che stai cercando di dannare su nel mondo degli uomini?”
Malacoda sporse la testa da sopra le nuvole di zolfo. “No. Ora lavoro da casa. Gli arcidemoni hanno approvato l’iniziativa in via sperimentale, sai, per tagliare i costi di trasferta. Lo chiamano smartworking.”
Libicocco si occupava della manutenzione dei pozzi bollenti nell’ottavo cerchio, e si mostrò stupito. “E come fai? Il tuo compito non è dannare gli esseri umani? Suscitare vizi, suggerire peccati e via tentando?”
Malacoda agitò la coda. “Infatti. E’ ancora così, ma adesso opero via internet.”
“Che io sia beato!” Esclamò il diavolo. “Sono curioso di sapere come.”
“Guarda, ho appena finito di postare su ottomila gruppi Uattsapp. Filmati di gattini da cinquanta mega con su scritto ‘da vedere assolutamente’, massime mistiche pseudoorientaleggianti, immagini porno, vecchi meme blasfemi… l’importante non è cosa, ma che facciano diventare più idioti oppure perdere la pazienza.”
“Geniale! Ma non ti sgamano?”
“No, io sono sempre il partecipante di cui non ti ricordi il nome, quello che compare solo con il numero di telefono”.
Libicocco ripensò ad alcun gruppi di cui faceva parte, e capì molte cose.
“Ma questa è solo una delle attività”, proseguì Malacoda. “Faccio laggare o cadere il collegamento nei videogame online, il che mi procura sempre una buona messe di bestemmioni. Mando catene di zantantonio e promozioni farlocche. Faccio in modo che i popup pubblicitari siano i più inopportuni possibile, che so, siti di appuntamenti sui blog di suore di clausura e crociere gay sulle pagine degli arcivescovadi. Faccio anche un bel po’ di trollaggio nei siti cattolici, ma i colleghi umani nelle chat mi rimproverano che sono troppo buono.”
“Molto interessante. Deve essere divertente mandare fuori dai gangheri tutti quei santarellini.”
“Oh, dopo un poco ti ci abitui. Ho un sacco da fare. Spezzare link negli help della Microzoft, mandare in giro programmi malfunzionanti con errori incomprensibili… c’è anche da dire che non mi manca l’assistenza tecnica, qui sotto è pieno di programmatori dannati che farebbero qualsiasi cosa pur di mettere ancora le mani su una tastiera. Il bello è che gli umani hanno bisogno di pochissimo incoraggiamento per dare il peggio di loro. E’ come se quello che è virtuale non sporcasse l’anima come il reale”. Ridacchiò. “Sapessero quanto si sbagliano!”
Libicocco sospirò. “Un poco ti invidio, e mi sento già meglio per questo. Però, scusa, non riesci a staccare neanche un attimo? ti vedo abbastanza stressato…”
Malacoda digrignò le zanne. “E’ per colpa del wi-fi. Continua a scollegarsi. E’ mai possibile che in quest’inferno non si riesca ad avere una connessione decente?”

Le storie di San Randazio: la ragazza senza amore

La canonica era fredda, in quel marzo così bizzoso. Fra’ Randazio aveva terminato di celebrare la Messa e si stava togliendo i paramenti, quando adocchiò il naso rincagnato della Sereni. E se c’era la Sereni, non poteva non esserci un qualche guaio con la piccola Elisabetta, di cui il donnone era la balia.
Fece un cenno alla donna per far vedere che aveva capito. Randazio richiuse il massiccio armadio, sospirò e si apprestò a rientrare in chiesa.
Come aveva previsto, accanto alla sagoma ursina della Sereni c’era la molto più esile Elisabetta Degli Ardenti. Il frate non poteva fare a meno di pensare che il carattere incendiario della ragazza l’avesse ereditato con il cognome. Una bella anima, ma non certo delle più tranquille.

Le due donne l’accolsero con un inchino. “Non me lo dire: il tuo padrone vuole che mi adoperi ancora una volta nella direzione spirituale per la sua figliuola” disse Randazio avvicinandosi alla coppia.
“Lei è proprio sveglio, Padre” replicò la Sereni. “Questa matta qui ha avuto ancora da dire con il babbo suo. E’ la disperazione della sua famiglia”.
Randazio ridacchiò. “Meglio una testa in ebollizione che nessuna testa”. Agitò la mano. “Via, al fondo della chiesa, o fatti un giro: te la mando quando abbiamo finito di parlare.”
Attese che la matrona si fosse allontanata, poi fece segno alla ragazza di sedersi. Due occhi verdi e vivi, un ciuffo di capelli che sfuggiva alla fascia e attraversava il viso come la banda di un capitano di ventura. “Allora, cosa è successo stavolta?”
“Padre, non ce la faccio più. Proprio in questa famiglia dovevo nascere? Mi sento prigioniera. Lei dice sempre che siamo liberi, ma per me non è vero. Non sono libera. E ho paura, paura di sprecare la mia vita. Vengo continuamente sgridata: dai miei istitutori, dalla mia balia, dai miei genitori, dalle mie amiche. Tutte dicono come dovrei comportarmi, e mi prendono in giro. Alcune sono anche crudeli. Ma io non sono fatta come loro vorrebbero che fossi. Mi dica, Padre, sono sbagliata? Devo smettere di desiderare e fare come tutte loro?” Parlava con passione, e aveva gli occhi umidi. “Mi dica lei, mi dica lei, che ha scelto di seguire una regola così stretta eppure sembra felice… come si fa a smettere di desiderare?”
Randazio la guardò, commosso. “No, non sei sbagliata. Ma stai sbagliando quando chiedi come si fa a smettere di desiderare. Piuttosto, l’opposto: tu desideri troppo poco.”
Elisabetta lo guardò stupita. “Come, poco? Ma se non fanno che rimproverarmi che ho la testa tra le nuvole!”
“Esattamente! Nelle nubi non si vede niente. Tu ti fermi alle nuvole, ma la tua testa dovrebbe stare ancora più su, nel cielo. Tu dici che hai paura: ma hai paura perché non sei libera e non sei libera perché hai paura. Ascolta, ti racconto una storia, così magari mi faccio capire meglio.”
Randazio raccolse le idee, e cominciò.
“Immaginati una ragazza, diciamo della tua età. Vede le sue amiche ciarlare contente, perché vanno a maritarsi, e sente pena per loro. Sente pena perché le conosce: ci sono quelle il cui sposo lo ha deciso la famiglia, per la sua ricchezza e la sua posizione; ci sono quelle che il marito se lo sono scelto, ma per lussuria o per gioco, il primo che si è loro proposto, e domani si daranno ad un altro.” Un certo rossore soffuse le guance della ragazza, e Randazio soggiunse ” E non mi dire che non sono cotali i discorsi usuali che si fanno tra voi fanciulle, perché di confessioni ne ho ascoltate anche troppe”.
Il frate proseguì. “Questa ragazza si sente triste e angosciata, perché vede che tutti quegli sposi non sono degni. Ma sente non degni gli altri poiché lei stessa si sa non degna.”
“Perché non è degna?” Domandò Elisabetta.
“Perché usa bene la ragione” Rispose Randazio.
“Ma come? Chi usa bene la ragione non è persona degna?”
“No, chi usa bene la ragione sa di non essere degna; chi la usa male si illude di esserlo, o non ne vede problema.”
Isabella si quietò, perplessa. Randazio continuò.
“Questa donnina si sente sempre più esclusa, sempre più sola, sempre meno libera. Vorrebbe fuggire. Un giorno va ad una festa importante, data dal Signore della sua città. Si annoia perché vede solo persone vuote; eppure c’è qualcuno che le piace, il figlio stesso del Signore. E’ un bel giovane, ardimentoso, intelligente e sensibile, e tutte le sue amiche lo sospirano. Lei, che non si sente bella come loro, come può sperare di competere con queste? E così si ritira sul balcone. Ma ecco che la porta si apre, ed è proprio il figlio del Signore, che le si avvicina e le dice “Senti, tu non mi conosci, ma è tanto che ti osservo. Questa festa l’ho data per poterti incontrare. Tu non sei come le altre. Mi hai colpito il cuore. Vorresti fidanzarti con me?”
“Oh”, disse Elisabetta.
“Proprio quello che dice la ragazza. Messere, risponde, vi mi fate onore, ma non sono una vostra pari. Come posso meritarvi? E lui replica, non occorre che mi meritiate, perché io vi voglio così come siete; e non preoccupatevi se non siete mia pari, perché io vi faccio tale, e sfiderò chiunque si opponga; perché per il vostro amore sono disposto anche a morire.”
Randazio si chinò verso Elisabetta, quasi bisbigliando. “Come pensate che tornerà a casa quella ragazza, quella sera? Con che spirito pensate che ascolterà i rimproveri e i rimbrotti di coloro che le stanno attorno? Con che viso affronterà le malelingue delle sua amiche? Dirà loro, parlate, parlate, ma niente mi può toccare, niente mi può far male; non mi importa di quello che dite, sono libera da tutto, perché lui mi ama. E come affronterà poi i compiti di ogni giorno, come si comporterà in pubblico, come prenderà i suoi doveri? Cercherà di farli al meglio, cercherà di essere migliore, perfetta, per essere degna di lui; anche se lui non lo richiede, lei vuole esserlo.”
Il frate si rilassò sul sedile. “Allora Elisabetta, cosa è che rende libera quella ragazza?”
“Un amore”, lei rispose. “Un amore così grande che non se lo aspettava”.
“Bravissima. Non è cambiato il mondo attorno a lei, ma è cambiata lei, perché c’è qualcuno che le vuole bene in modo totale.”
Randazio aggiunse, a bassa voce: “Capisci adesso perché sono felice, perché la mia regola non mi pesa, anzi? Perché sono libero. Perché la Verità mi ama. E ama anche te.”

La Sereni, accompagnando Elisabetta verso casa, non poté fare a meno di notare come la fanciulla fosse ora obbediente, cortese, il viso disteso e sorridente, trasformata rispetto a poco prima. Con queste ragazzine non puoi mai sapere, si disse, cambiano di umore come questo marzo pazzerello. Guarda come pare libera e felice, ora. Sembra innamorata.

Il quarto mago

Il sacerdote chiuse la porta della chiesa. La messa dell’Epifania era appena terminata, e i pochi fedeli erano già scomparsi diretti verso le loro case. “Sempre meno gente”, borbottò.
Un’ombra si mosse dietro il pesante portale, e lui ebbe un sussulto. Forse uno degli zingari che stazionavano all’ingresso che si attardava per estorcere l’usuale obolo? No, invece: un anziano ben vestito, il viso percorso da una fitta rete di rughe. Un parrocchiano? Il volto non gli era noto. “Buonasera”, salutò.
Il vecchio fece un passo avanti. “Buonasera. Buona Santa Epifania del Signore”, rispose.
Ah, uno di quelli, si disse il prete.
L’anziano riprese, con una voce che sembrava più giovane dei suoi anni: “Vorrei un chiarimento sull’omelia di stasera”. Fece una pausa, come raccogliendo le idee. “Se ho capito bene, lei sostiene che l’episodio dei Magi non è accaduto davvero ma è mitico, dato che lo racconta un solo Vangelo; che in realtà non erano in tre ma probabilmente una carovana di migranti in cerca di opportunità; che il termine esatto non è magi ma maghi, che la parola indicava dei ciarlatani, e che erano comunque degli sprovveduti perché persero la stella e sbagliarono andando a Gerusalemme da un assassino, Erode, anziché a Betlemme. Ho riassunto bene il suo pensiero?”
“Beh, direi che ha ascoltato l’omelia”, replicò il sacerdote, cautamente.
Il vecchio si fermò ancora, come raccogliendo le idee. Poi continuò. “Il termine può indicare anche ciarlatani nel senso in cui anche oggi un mago lo può essere. In realtà significava astrologi, una professione rispettata in quel tempo in cui conoscere il movimento dei pianeti e delle costellazioni era gran parte dell’astronomia. Quei nobili sapienti, perché lo erano, videro nei cieli due particolari congiunzioni a distanza di poco tempo, molto rare, le quali indicavano la nascita di un grande re in Giudea. Un segno potente e inequivocabile. Non dovevano credere a quello che era tutta la loro scienza? Si consultarono e si scambiarono pareri per lettera dai loro paesi, e infine decisero di trovarsi insieme per andare ad omaggiare quel re che le stelle predicevano. Non conoscevano le Scritture ebraiche, allora, se no si sarebbero recati subito a Betlemme; pensavano, come tutti, che un re non potesse nascere che in una famiglia regale, un loro pari.”
Fece una pausa. “Ma si sbagliavano. Quando videro il bambino, la piccola casa, quella famiglia di artigiani, dapprima pensarono di essersi ingannati. Ma poi… credettero. Capirono. Quasi tutti.”
Fissò il sacerdote. “Su una sola cosa non si è sbagliato. Non erano in tre, quegli antichi sapienti. Erano quattro. il quarto mago – sa, era anche lui un re, a suo modo – era molto più sapiente degli altri. Aveva particolari conoscenze segrete, e queste lo avevano reso troppo orgoglioso. Fu lui a consigliare gli altri di cercare Erode. Ma, arrivato a Betlemme, non poté credere che quel bambino fosse più di quello che sembrava, un uomo. Si rifiutò di dargli i regali che aveva preparato. E se ne andò via.” Strofinò i piedi per terra, come assorto in distanti ricordi. “I doni degli altri servirono per finanziare la fuga di quella famiglia fino in Egitto. I suoi se li tenne. Era venuto per conquistarsi i favori di un dominatore della Terra, che senso avrebbe avuto sprecarli così? Così adesso è ancora lì che cerca, che aspetta il ritorno di quel bambino, per potere correggere l’errore di allora. Per dargli quello che gli era dovuto.” Le mani nelle tasche del cappotto rovistarono un attimo, come per sincerarsi della presenza di qualcosa. Guardò direttamente negli occhi il sacerdote, che era rimasto immobile, stupito. “Sa qual è il suo problema? Quei re, quei magi videro un segno reale, e si mossero per cercare un sovrano reale per fede in quel segno. Lei pensa che la loro sia una solo una storia, si immagina che le cose accadano secondo il suo pensiero. E quindi non si muove verso quel bambino, a cui non crede davvero. Come quel quarto mago, lei pensa di sapere, e si perde ciò che è vero e che avrebbe solo bisogno di essere guardato per essere capito.”
Il prete a quelle parole si incupì, si riscosse. “Ma che dice? Si può sapere che vuole? Chi è lei?”
Ma il vecchio si era già voltato e si allontanava nell’oscurità. Alzò solo un attimo la testa verso le stelle che cominciavano a brillare nella notte limpida, come cercando qualcosa, sembrò averlo trovato, poi sospirò, voltò l’angolo e scomparve.
Anche il prete guardò verso le stelle, ma non vide niente.

Demolizione

Cominciò una mattina qualsiasi.
“Guarda, stanno demolendo la fabbrica a fianco”.
Era vero. Le ganasce di escavatori immensi, più simili a dinosauri che a macchinari, stavano facendo a pezzi l’edificio industriale oltre la via.
Artigliavano una lamiera e la strappavano, quasi a morsi, dal cemento e dalle travi; poi si giravano e lo sputavano in un cumulo di detriti che somigliavano alle ossa di qualche enorme bestia.
Era uno spettacolo a suo modo grandioso, e forse anche un po’ triste.
Continuò per tutta la settimana e poi ancora. Il livellarsi delle vecchie mura rivelò alle spalle panorami mai veduti. Alberi, montagne, altri edifici. E la demolizione continuava: uno dopo l’altro, i fabbricati cadevano sotto i denti d’acciaio dei mezzi meccanici.
Di tanto in tanto un boato sordo accompagnava la caduta di un macchinario, di un pavimento, di una struttura particolarmente pesante. Si levava una nuvola bianca simile a fumo, come un ultimo respiro.
Ci si abituò anche a quello.
L’area distrutta si ampliava. “Guarda, demoliscono anche lì”, disse qualcuno. Il lungo braccio di pistoni e cesoie giganti aveva abbrancato un altro tetto.
Escavatori più piccoli frugavano tra le macerie simili a costole di titani. Autocarri carichi di mattoni e cemento e vetri frantumati sciamavano dai cantieri come mosche su un cadavere in putrefazione.
La linea dell’orizzonte cambiava in continuazione. La caduta di una struttura ne rivelava un’altra, che nel giro di alcuni giorni veniva anch’essa rimossa.
L’attività andava avanti dalla mattina presto fino al buio, e talvolta si lavorava anche alla luce delle fotoelettriche. Non la si osservava neanche più, vuoi per abitudine, vuoi per disagio. Si arrivava, ci si guardava attorno, e si vedeva che si stava entrando in un fabbricato sempre più solitario, isolato in mezzo ad una desolazione in continua espansione.
Poi, in un’altra mattina qualsiasi, ai cancelli trovammo le ruspe.

Au secours

“Non troverò mai una ragazza da sposare” disse il giovane con il corsetto di cuoio e il mantello, sorseggiando mesto uno spritz.
Il barista corrugò le folte sopracciglia. “Ma cosa stai dicendo? Sei un principe, accidenti! Sai quante ce ne sono là fuori di principesse in tua attesa?”
Il principe ridacchiò amaramente. “Una volta, forse. Adesso i tempi sono cambiati.” Cominciò a tormentare con un dito l’ombrellino del bicchiere. L’unghia era smangiata. “Hai presente la ragazza di cui hanno parlato i telegiornali, quella che ha addentato la mela avvelenata, dentro una bara di cristallo nella foresta?”
“Eh, certo. Ho visto le foto, una gran pupa, anche se le preferisco più abbronzate. Non ti va bene? Un bacio dovrebbe…”
“Un bacio? Se va bene? Manco sono riuscito ad avvicinarmi. Una folla di nani ha minacciato di denunciarmi per molestie sessuali se avessi anche solo provato a sfiorarla. Tentata violenza carnale su persona inconscia, che è pure aggravante, e poi necrofilia e cose del genere.”
“Nani? Maschi o femmine?”
“E chi li sa distinguere? Tu oseresti chiederlo? Si rischia la galera anche per quello. Comunque sembravano abbastanza isteriche.”
“Suvvia, ci saranno bene altre principesse…”
“Oh, come no. Quell’altra addormentata nella fortezza circondata dai rovi, che dicono sia una bel pezzo di figliola. Mi sono fatto un mazzo tanto per arrivarci, mi hanno visto mentre tentavo di baciarla e mi sono beccato una querela per atti di libidine non consensuali e violenza. E questo è niente. Sai la tizia con i capelli chilometrici nella torre? Una denuncia per stalking mi ha fruttato, l’avere cercato di arrampicarmi. Anche solo sfiorare i capelli è reato. Per non parlare di quella zozzona che se andava in giro con le scarpe di cristallo e la carrozza di zucca. La matrigna ha fatto emettere dal tribunale l’ingiunzione di tenermi almeno a cinque chilometri di distanza. Sembra sia anche minorenne, se faccio tanto di ballare con lei mi becco la galera a vita.”
Il barista si grattò la testa. “Mi stai dicendo che non c’è più nessuna ragazza che vuole essere salvata da un principe?!”
Il ragazzo buttò giù l’ultimo sorso di aperitivo. “Che vuoi che ti dica. Magari ci sono anche. Sai, una ragazza tosta che sappia badare a se stessa non è che mi farebbe schifo. Ma hai presente quella della bara di cristallo? Marcirà lì, come quella addormentata nel castello. Chissà se lasceranno avvicinare qualcuno almeno alle loro mummie, o aspetteranno che siano diventate ossa. E la servetta con la mania della disco, chi la salverà dal lavoro minorile e dallo sfruttamento famigliare? Chi potrà entrare nella torre di quell’altra e portarla via, se i capelli sono il solo ascensore e guai a toccarli?”
Posò il bicchiere sul bancone. “Sai qual è il problema? Che qualcuno ha deciso che ci si può salvare da soli. Ma questo non riescono a farlo nemmeno i principi addestrati come me, figurarsi i deboli e le ragazzine, fossero pure principesse”.
Estrasse dalla tasca il portafoglio. “Mi viene il sospetto che questa storia sia stata messa in giro dai furbi, dai potenti, dai malvagi insomma, da quelli che hanno tutto l’interesse che nessuno salvi gente da loro. Perché così loro si conservano il potere.” Gettò una manciata di monete sul bancone, e fece per uscire. Sulla soglia si voltò e guardando il barista disse “Ma questa sarebbe solo una brutta favola senza lieto fine.”

Fuori programma

La finestra di errore compare ancora una volta sullo schermo, un quadrato luminoso nel buio dell’ufficio silenzioso. L’ingegnere solleva la testa e sbuffa. “Di nuovo. A questo punto deve essere una dll di sistema che va in conflitto con la codepage.”
L’informatico si gratta la testa. “Non riusciamo a fare il debug a quel livello. E’ una sola maledetta macchina in Argentina che ha quel problema. Io direi che possiamo buttare giù un workaround e chiuderla lì. E’ impossibile scrivere un codice che tenga conto di ogni possibile situazione in giro per il mondo.”
L’ingegnere guarda pensoso lo schermo. “Impossibile, dici?” Si accomoda meglio sulla poltroncina, poi comincia a parlare lentamente.
“Sto divagando. Facciamo un’ipotesi. Tu hai un determinato compito estramemente complesso che devi svolgere. Non qualcosa che puoi risolvere con poche routine e istruzioni, ma molto più complicato, che significa avere a che fare con tantissime situazioni differenti. Ammettiamo che tu abbia un potere di programmazione illimitato. Che genere di codice scrivi?”
L’informatico guarda il suo collega. “Illimitato , dici? Sicuramente quello che potremmo chiamare un programma esperto. Uno che possa apprendere dalle circostanze ed applicare le regole, ed essere tuttavia abbastanza flessibile da sapere reagire agli imprevisti. Insomma una intelligenza simulata, una intelligenza artificiale. Di quelle che non abbiamo ancora.”
L’ingegnere si gratta la barba. “Hai detto che dovrebbe prendere decisioni riguardo ad imprevisti. Questo signifca che dovrebbe avere un grado di libertà sulle decisioni. Un arbitrio.”
“Uhmm… tu stai parlando di libero arbitrio, vero? Ovvero, assumi che, di fronte ad un problema complesso, potrebbe anche non prendere la decisione che noi programmatori ci aspetteremmo. Ma non dimenticare che, essendo un programma, le sue decisioni sarebbero sempre deterministiche, cioè dettate dalle istruzioni. Anche se” aggiunge l’informatico guardando lo schermo “certe volte sembra che abbiamo a che fare con spiriti e magia, e che ogni computer si comporti in modo differente”
“Ah, lo spirito nella macchina…Prima hai parlato di quelle intelligenze artificiali ‘che non abbiamo ancora’. Non è possibile che ciò sia perché i nostri algoritmi decisionali sono ancora troppo semplici, troppo deterministici? Che se però passiamo agli atomi, ai quanti, all’indeterminazione connessa con il mondo subatomico, allora anche le decisioni cessino di essere prevedibili? Proprio perché poggiano su uno strato che non è più deterministico.”
L’informatico appoggia un gomito sulla tastier, guardando il suo interlocutore. “In pratica stai suggerendo che il libero arbitrio si basa sul fatto che le strutture fisiche profonde del pensiero non sono meccaniche ma indeterminate?”
“Esatto. Facciamo un altro passo: pensa se tu dovessi progettare un universo virtuale. Ne stabiliresti le leggi, all’interno dello spazio di simulazione. Come faresti in modo da implementare queste leggi?”
“Creerei dei programmi che lo facessero.”
“E questo programmi sarebbero per forza di cose estremamente complessi, e non necessariamente legati alla struttura della simulazione, giusto?”
“Giusto.”
“Ovvero, se vedi la tua simulazione come il creare un mondo “materiale”, questi programmi sarebbero a livello “spirituale”, in quanto di ordine superiore a ciò che amministrano, giusto?”
L’informatico inclina la testa e guarda l’ingegnere con sospetto. “A che stai tentando di giungere?”
“Ci arrivo subito. Programmi molto complessi, abbiamo detto prima, hanno bisogno di libertà per prendere le loro decisioni in modo efficiente di fronte all’imprevedibile. Potrebbero persino arrivare a decisioni differenti da quelle auspicate dal loro creatore, in una certa maniera ribellarsi…”
“Mi sa che ti stai allargando troppo. Pensi a robot assassini?” sogghigna l’informatico.
“No, penso agli angeli.”
“Angeli?” Sbotta l’informatico, spalancando gli occhi.
L’ingegnere va aventi, accompagnando le sue parole con gesti delle mani. “I programmi sono parole del programmatore che implementano il suo volere. Gli angeli sono parole di Dio che implementano il Suo volere. “E Dio disse”… Se davvero Dio crea la realtà, ogni particella elementare, ogni organismo, ogni entità obbedisce a delle parole, a dei programmi, che lo fanno esistere. Un angelo è un programma divino che trasferisce la volontà del Capo Programmatore, cioè Dio, alle sue creature: dalla routine banale per le particelle fino a quelle ultracomplesse… ciò di cui parlavamo. Per avere a che fare con una entità di alto livello come un uomo, un programma dovrebbe essere una vera e propria intelligenza artificiale. L’angelo custode…”
“…E gli arcangeli sarebbero i progetti realmente complessi, che gestiscono, che so, la luce…” interviene l’informatico. “Tanto complessi che hanno la possibilità anche di ribellarsi. E’ questo ciò a cui pensavi? L’equivalenza tra la Parola di Dio e le parole, le istruzioni, dei programmi?”
“Proprio così”, assente l’ingeggnere.
“Quindi asserisci che in qualche maniera il ribellarsi al programmatore, cioè il male, o almeno la sua possibilità, sarebbe ineliminabile dalla gestione stessa?”
“Forse. E’ solo un paragone, eh.”
L’informatico colpisce il tavolo con il pugno. “Proviamo a spingerci più in là: e, se per mettere ordine nella sua creazione, salvare per così dire il suo lavoro, eliminare i bachi, il programmatore stesso decidesse di intervenire non tramite programmi, ma di persona? Che diresti?”
L’ingegnere guarda l’orologio. “Direi che è ora di smettere il debug e andare a casa…”

Ciò che conosciamo

“Le cose di cui siamo più certi sono proprio quelle che conosciamo di meno”, disse Vania.

Alexei rise. “Non mi pare così vero. La cosa più certa che conosco è che domani il sole sorgerà, e ti posso spiegare perfettamente come questo accadrà.”
Vania accarezzò con le dita il bordo del bicchiere. “Certo, non dubito che tu mi possa descrivere minuziosamente come sorgerà il sole. Ma sai anche dirmi perché accadrà?”
Alexei gonfiò il petto per rispondere, poi ci ripensò. Sopra di loro, la luna macchiava di bianco la notte.

Ingiusto

Chiuse gli occhi. Stava per morire, comprese. Quanto era ingiusto! Aveva trafficato tutta la vita, ma tutti i suoi soldi e la notorietà non erano bastate a comprargli neanche un giorno in più di vita. E adesso? Era vero quello che dicevano i preti? Che non importava quello che avevi fatto, tanto Dio era misericordioso…
“Ehm”, udì, non con le orecchie.
In mezzo al buio dei suoi occhi chiusi galleggiava una figura vagamente luminosa. Era un ometto un po’ sovrappeso, con i capelli candidi, che indossava un camicione bianco. Aveva l’impressione di averlo già visto da qualche parte, ma…
“Le cose non stanno proprio così” disse l’ometto. “Misericordia, d’accordo, ma se vuoi il perdono devi chiederlo. E devi farlo in fretta, dato che ti rimangono circa otto decimi di secondo di vita.”
“Scusi, ma non ci siamo già visti…”
L’ometto sventolò una mano. “Oh, sono solo una antropomorfizzazione. Una proiezione dei ricordi. Qualche pellicola, probabilmente.”
“Ma certo! Clarence! Quel vecchio film con…!”
“Non ha importanza adesso” lo interruppe l’ometto, con urgenza. “mancano solo sette decimi e mezzo, e tu hai un dossier spesso così, quindi è proprio il caso che cominci…”
“Uh, quanta fretta! Ma non è proprio il caso. Sei fuori tempo massimo, caro.”
Una seconda figura si era unita alla prima. Indossava un giubbotto di pelle e fumava una sigaretta. “Ehi, ma tu sei James Dean!”
James Dean ridacchiò. “In realtà, no. Sono come tu immagini la vera figaggine. E sono qui per avvertirti di non fare l’ultimo sbaglio della tua vita.”
“E sarebbe?”
“Chiedere perdono.” la sigaretta gli penzolava dall’angolo della bocca. “Sii serio, quando mai l’hai fatto? Se se arrivato dove sei arrivato è anche grazie al fatto che tutte le volte che hai chiesto scusa era per metterla meglio nel culo agli altri.”
“Linguaggio!” l’apostrofò Clarence, corrugando la fronte.
“Fottiti”, rispose Dean. Ammiccò. “Che è esattamente la parola che ha accompagnato la vita del nostro amico qui. E tu, bel bastardo, dovresti saperlo meglio di chiunque altro.”
“E’ vero”, ammise il morente. “Ora che mi succederà, quindi?”
“Se ti pentirai adeguamente, puoi ancora avere un posto a tavola con i santi…” cominciò Clarence.
“Sai che palle”, disse il simulacro di James Dean. “Se vuoi i personaggi davvero interessanti, dovresti provare la nostra di tavola.” E cominciò a snocciolare una serie di nomi impressionante, uno dopo l’altro. Attori, musicisti, scrittori, ecclesiastici, politici…
“Dici davvero? Anche il Presidente?” chiese il morente.
Dean annuì. “E non solo. Se vuoi come compagnia  il meglio dell’ultimo secolo, è con noi che devi venire. Tutti quei vip per un invito dai quali avresti fatto qualsiasi cosa saranno lì accanto a te per tutto il tempo che vuoi!”
“E cosa dovrei fare per…”
“Assolutamente niente”. Scosse la cenere dalla sigaretta, che però non sembrava per niente più corta di prima. “Devi solo continuare come hai sempre fatto. E’ una questione di scelte, e sono sicuro che tu, che non hai mai perso un’opportunità, continuerai a scegliere come hai fatto in vita. Di cui ti rimangono sei millisecondi, tra l’altro”
Clarence intervenne, quasi con le lacrime agli occhi. “Non lo ascoltare! E l’eterna sofferenza che ti aspetta! Non è meglio ritrovare quell’amore che talvolta hai provato…”
“Gong! Tempo scaduto! Hai perso un’altra volta, angelino. Niente ali per te. Quante volte sei riuscito a rovesciare il verdetto, caro mio? Ormai dovresti saperlo: in morte come in vita. Bye bye caro, alla prossima anima.”
Clarence svanì. “Sono morto?” chiese l’anima.
“Morto, defunto, kaputt”, rispose Dean, strizzando gli occhi. “Benvenuto nel Capra Club”.
“Quindi non saremo tutti quanti assieme, noi defunti, qualsiasi cosa abbiamo fatto…”
“Ci mancherebbe! E chi vuole passare l’eternità con gente allegra e beata! Tu stai bene con noi, gli incazzosi, i maldicenti, gli scontenti, gli odiosi. Quelli che fanno come vogliono. Tutti come te, è il tuo posto. Chissà, magari pure gli amichetti di Clarence si sarebbero incazzati a vederti lì con loro dopo la merda che gli hai fatto mangiare in vita”. Dean tirò una boccata dalla sigaretta. “Io e il tuo mancato custode siamo opposti, ma una cosa condividiamo: abbiamo tutti e due un nostro senso di giustizia.”
“Ma non c’era quella cosa che gli operai dell’ultima ora saranno pagati come quelli della prima?”
“Sì, ma occorre avere lavorato, non avere mandato affanculo chi ti chiedeva di farlo. Come, per inciso, hai fatto un attimo fa con Clarence.”
“Capisco”, disse l’anima. “Ma almeno adesso starò a tavola con tutta quella gente che hai elencato. Mangerò con loro…”
“A tavola, sì. Ma chi ha detto che tu e loro mangerete?”, sogghignò James Dean.

Viabilità

“Allora, Fedele, ci vediamo alla festa stasera? Hai l’indirizzo?”
“Sì, non ti preoccupare. Non è cambiato, vero? Quel posto vicino alla chiesa.”
“Uhm… sì, è sempre è lo stesso, ma adesso devi fare attenzione alla viabilità.”
“Se non ricordo male avevi detto che la strada era piuttosto stretta.”
“Non è solo quello. La via è la medesima, ma pare che abbiano cambiato i sensi di marcia. Prima erano a senso unico in una direzione, ora sono nell’altra; hanno tolto i limiti di velocità, le precedenze e gli stop, negli incroci e nelle curve pericolose; c’erano dei divieti di accesso che sono stati aboliti, ma senza molto criterio, per cui adesso rischi di imboccare vie che finiscono nel nulla.”
“Ci saranno indicazioni, spero.”
“Non così tante. Più che altro sono ambigue, un po’ dicono una cosa, un po’ un’altra. Ti accorgi di avere sbagliato solo quando è tardi, perché continui a credere che vada tutto bene. Parte della segnaletica è stata rimossa, alcuni segnali si contraddicono. Sei lasciato un poco a te stesso.”
“Ma che fa l’amministrazione?”
“Neanche l’assessore alle strade si esprime in merito, e nei vigili urbani ci sono stati parecchi licenziamenti ma i nuovi assunti non sembrano molto capaci. So che anche alcuni di loro avevano espresso dubbi, sai, prima le contravvenzioni non erano negoziabili e ora invece più nessuno paga; ma pare che finora non abbiano avuto risposta.”
“Non ha molto senso. Non dovrebbe essere competenza dell’amministrazione facilitare il traffico, evitando che ci si infili in strade senza uscita?”
“Che vuoi, è il nuovo corso. Dicono che così vuole la gente, che occorre adeguarsi, che le regole sono superflue e nessuno le vuole. Sembrano essere convinti che le persone regoleranno la velocità e troveranno la strada per conto loro, ma per ora sono aumentati solo gli incidenti. E poi c’è questa voce.”
“Quale voce?”
“Che un parente dell’assessore possieda uno sfasciacarrozze…”

Caduto

Eh, sono caduto.
Perché vuoi farmi rialzare? Mi sta bene così. Si vede che sono fatto per questo. Qui in fondo sto bene: non devo fare sforzi per cambiare, posso stare così come sono. Se il caso posso scendere ancora più in basso. Non si fa fatica, a scendere più in basso.
Anzi, sapete che vi dico? Siete voi che sbagliate. Che mi dite che lassù si sta meglio. Fregnacce. Illusioni.
Perché il mondo non si dovrebbe adattare a me? Lo pretendo. Non mi interessa se ciò che dico sia vero o falso, perché la sola verità è ciò che voglio io.
E io voglio giacere. Qui, in questo pozzo.
Pieno di questo fetido liquido che poco a poco si alza.
Non si sta poi così male.

La balena pigra

Ernesto capiva sempre quando una chiatta arrivava su dal canale, verso il ponte ombreggiato dagli alberi. L’acqua si agitava. E questa volta doveva trattarsi di qualcosa di grosso, forse un intero convoglio di chiatte. Strano, il rumore di questo motore, si disse. Un’ombra oscurò il sole.
Ernesto mise la testa fuori dalla finestra e si stropicciò gli occhi. L’immagine non scomparve. L’immensa nave torreggiava su di lui come una gigantesca balena grigia e pigra. Alzò lo sguardo, su verso la prua, dove un marinaio gli stava rivolgendo dei cenni. “Ma che cosa fate?” Urlò all’indirizzo del marinaio.
“Dobbiamo passare”, fu la risposta. “Potete alzare il ponte?”
“Ma siete pazzi? La vostra nave è troppo grande per questo canale, non vedete che andando avanti si restringe? Schianterete gli argini e vi arenerete!”
Il marinaio alzò le spalle. “Non mi riguarda. E’ il timoniere che guida.”
“E allora fammi parlare con il timoniere!” gridò Ernesto di rimando.
Qualche minuto dopo una nuova testa spuntò dal castello di prua. “Che cosa c’è adesso?”
“Ma non vedete?” Disse Ernesto al timoniere, indicando lo stretto sentiero d’acqua oltre la chiusa. “Non ci potete venire da questa parte! Siete troppo grossi!”
“E che ci posso fare? Il capitano ha detto che dobbiamo passare di qui, ed io passo”.
“Dovete trovare un’altra strada.”
“Sentite, capisco il problema, ma io faccio cosa mi si dice. Se volete fare storie, dovete parlare con il capitano”
Ernesto sospirò. “Va bene, parlerò con il capitano!”
Il comandante della nave era chiaramente infastidito.
“Si può sapere perché non possiamo andare avanti?” Lo squadrò. “Siete solo un impiegato. Non credo abbiate l’autorità per dirci di tornare indietro. Noi abbiamo tutti i permessi. Perché ci fate storie?”
“Perché la vostra nave non passa per questo canale”. Ernesto avvertiva l’impulso di lasciare andare alla malora lui e tutta la sua barca.
Il capitano lo guardò come si guarda una mosca importuna. “Sentite, io ho un lavoro da fare. Devo consegnare il carico, e non mi interessano i particolari. Questo itinerario è stato stabilito dalla proprietà. Non posso certo cambiare le loro decisioni. Forse, se ci fosse più tempo… ma questa è una consegna urgente ed ho già abbastanza ritardo.”
“Ma andando avanti vi arenerete”, spiegò ancora una volta Ernesto con pazienza.
“La nave non mi appartiene, io la comando solo. Io eseguo degli ordini. Capisco le difficoltà, ma non credo che ci sia modo di cambiare le cose. Se volete provarci parlate con la proprietà, ma se io non porto la mia nave a destinazione per domani ci saranno delle penali da pagare, quindi vi conviene sbrigarvi.”
“D’accordo, d’accordo. Fatemi parlare con il vostro armatore.”
Dall’altra parte furono molto cortesi. “Non stabiliamo noi l’itinerario, tutto quello che ci importa è che la consegna avvenga secondo accordi. Forse per questa volta possiamo farla andare bene così, e poi per la prossima studiamo meglio la faccenda.”
Farla andare così? Chiaramente non capivano. “Scusate, chi è che ha progettato la rotta?”
Chiamò l’ufficio a cui l’avevano indirizzato. “Siete voi che avete predisposto l’itinerario di consegna…?
“Sì, sono io. Ci sono problemi?”
“Sì, la nave è troppo grossa e non passa per il canale indicato”
“Mi scusi, ma questo io non lo posso sapere. Qui ci limitiamo a indicare la rotta migliore, e questo abbiamo fatto. Il tipo di nave che si utilizza non lo scegliamo noi…”
“Quindi voi vi limitate a tracciare la rotta ma non sapete cosa la segue?”
“Esatto, noi diamo i permessi e basta.”
“Allora occorre cambiare…”
“Non è possibile. Le rotte vengiono fissate con mesi di anticipo. Anche con la procedura di urgenza ci vuole una settimana. E oggi è venerdì, e poi ci sono le ferie.”
“Quindi…”
“Quindi se vuole sollevare il caso, ne parli con i miei superiori… ma scusi, chi è lei? Qual è la sua qualifica? Perché se ne interessa?”
Ernesto si prese la testa tra le mani. Era chiaramente un errore, ma nessuno se ne assumeva la responsabilità, nessuno avrebbe cambiato niente. Ernesto pensò che sarebbe stato più semplice spingere con le braccia quella grande nave, la sua inerzia di migliaia di tonnellate, piuttosto che far cambiare rotta a chi l’aveva guidata fin lì.
E così la guardò passare, le fiancate a sfiorare l’erba dell’argine, avanzando metro dopo metro verso il suo destino.

Le storie di San Randazio: il prossimo abate

“Bene arrivato, Fratel Randazio! Fratelli, accogliamolo con un applauso!”
Randazio tossicchiò, chiaramente imbarazzato. Aveva viaggiato quattro giorni, a piedi da Collemagno, per raggiungere il monastero dove il suo superiore l’aveva inviato. Ad accoglierlo aveva trovato una folla, un comitato di benvenuto. Il monaco che aveva parlato si fece avanti e lo abbracciò. Era di mezz’età, leggermente pingue, con la barba e la tonsura curata e un saio assolutamente perfetto. Come del resto anche gli altri frati che avevano circondato il nuovo arrivato.
Il monaco ben vestito, tenendogli una mano sulla spalla, si rivolse agli altri. “Caro Fratel Randazio, è un onore che un personaggio così famoso abbia accettato il nostro umile invito di entrare a far parte di questa comunità. Sono sicuro che con voi come abate il nostro convento diventerà ancora più grande e prospero di quello che è.” Parlava con enfasi, intervallando le frasi con momenti in cui pareva prendere abbastanza fiato da gonfiarsi come un rospo. “Ah, dimenticavo di presentarmi: sono Fratel Duccio, il priore del nostro caro monastero di Valromita. Ecco, da questa parte”, il monaco fece segno, indicando l’ampio portone. “Permettete che vi accompagni nella prima visita di quella che sarà la vostra casa…”
“Hmm”, fece Randazio.

“Queste saranno le vostre stanze. Mi sono assicurato che il letto sia particolarmente confortevole. Notate il loggiato…”
“Vedo, vedo” disse Randazio. “Tutte le celle dei monaci sono così?”
“Beh, ovviamente no, ma tuttavia…”
“Andiamoci, allora”, tagliò corto Randazio.

“…Ecco le nostre celle, comode, ampie, confortevoli.”
“Non c’è l’inginocchiatoio”, fece notare Randazio. “Vi inginocchiate sul pavimento, qui?”
Il priore parve per un attimo smarrito. “L’inginocchiatoio? Ah, sì, la nostra regola non prevede preghiere particolari, quindi di solito non preghiamo in cella. Se qualcuno ne avesse bisogno di solito si reca in chiesa…”
“Hmm”, fece Randazio. “Andiamo in chiesa, allora.”

La chiesa era ampia, luminosa, pesantemente decorata. Randazio si inginocchiò, entrando, imitato dopo qualche secondo da tutti gli altri.
“Naturalmente abbiamo chiamato gli artisti più celebri per affrescare la nostra chiesa. Guardate poi che splendore queste statue d’oro!”
“Non vedo monaci in preghiera.”
“Beh, è pieno giorno, saranno tutti a lavorare. E poi oggi è il giorno della vostra visita, è comprensibile che ci siano meno confratelli del solito.”
“Dove sono i confessionali?”
“Ah, l’abbiamo spostato nella cappella laterale…capite, qui non sapevamo bene dove metterlo… i dipinti, sapete.”
“La cappella? Quella dove siamo passati prima? Non c’era nessuno.”
“Perché non è orario, probabilmente.”
“Hmm”, fece Randazio, giocherellando con il suo bastone da viaggio. “Quanti monaci avete qui, avete detto?”
“Quasi duecento. Ormai non è più il romitaggio che fu fondato da Sant’Elmando, siamo cresciuti a diventare una piccola città.”
“Hmm.”

Randazio fu guidato attraverso l’ampio cortile interno. “Gli affari vanno molto bene, la produzione agricola si è quasi raddoppiata anche grazie alle ultime acquisizioni di terre. Ed ecco i mercanti con i quali trattiamo abitualmente… volevano assolutamente conoscervi.”
Randazio fu presentato ad una successione di commercianti e notabili locali, insieme alle loro famiglie.
“Davvero gli affari vanno bene. Queste persone sembrano tutte ricche.” Sussurrò ad un certo punto Randazio a Duccio.
“La prosperità del convento si estende a coloro che stanno vicini” replicò il priore. “Tutto a maggiore gloria di Dio, ovviamente.”
“Hmm”, fece Randazio. “E la scuola come va?”
“Scuola? Che scuola?” chiese stupito Duccio.
“Quella per i figli dei vostri contadini. Perché è chiaro che non potete coltivare tutto da soli”.
“Ah, temo che quella non sia la nostra vocazione.”
“Hmm”, disse ancora Randazio.

Duccio rimase pensoso per un attimo, poi prese Randazio da parte. “Caro fratello, con voi qui il nostro monastero acquisterà la notorietà che gli spetta. So che ciò che vi ha reso famoso è il vostro zelo. Adesso però che siete finalmente arrivato a diventare abate, dovrete temperare un poco le vostre abitudini. Alcuni degli uomini che vi abbiamo presentato conducono una vita non proprio conforme a quelle regole strette che noi tutti sappiamo troppo astratte per la vita quotidiana. Sappiamo che almeno formalmente dovremmo chiedere di rispettarle, eppure riteniamo sia nostro dovere privilegiare l’accoglienza sull’osservanza. Ricordare a queste persone che vivono nel peccato potrebbe infastidirle, irrigidirle, farle allontanare. Perciò spesso ci capita di chiudere un occhio su alcune piccole mancanze, su situazioni irregolari, anche su certe opinioni che forse altrove sarebbero tenute come non del tutto ortodosse. Grazie a questo siamo in rapporti amichevoli anche con persone lontane da…”
“Peccatori, insomma”, interruppe Randazio.
“Come…? Ah, sì, peccatori.”
“E’ lodevole che dei peccatori vengano in questo santo luogo. Un po’ meno che ne escano restando peccatori.”
“Bisogna dare loro il tempo di capire… la Grazia agirà.” disse Duccio.
“La Grazia agisce tramite noi, mio buon priore. Se noi taciamo, chi parlerà?”
“Harr”, si schiarì la voce Duccio. “E’ ora di cena, ormai. Andiamo in refettorio? Abbiamo preparato un banchetto speciale, per festeggiare il vostro arrivo”.

Il banchetto era davvero ricco, ma Randazio toccò appena il cibo. Indicò un leggio su un lato della stanza. “Non c’è il lettore. Normalmente non dovrebbe esserci il silenzio, a tavola, per consentire l’ascolto delle letture sacre?”
“Abbiamo ritenuto…”
“Di fare un’eccezione per me, d’accordo. Ma di solito? Non mi sembra di avere visto applicata la regola del silenzio.”
“E’ una regola che ci sembra superata. A tavola è utile discutere dei problemi, non ascoltare trattati noiosi. Il silenzio è stato spostato nelle ore notturne.”
“Ah, capisco”, disse Randazio.

Duccio terminò il dolce, mise da parte il piatto e si fece serio.
“Ora passiamo alle cose ufficiali. L’elezione dell’abate, cioè voi, sarà domani mattina. E’ stato convocato il Capitolo Generale di tutti i monaci; terrete un discorso, quindi avverrà la votazione. Come vuole la regola, abbiamo scelto anche un altro candidato: Fra’ Tobia, quel vecchio là nell’angolo. E’ un poco tonto e non ha gran seguito, ha accettato per obbedienza, pensate un po’. E’ una candidatura solo per figura, si capisce. Non avrete nessun problema a farvi eleggere. E dopo avrete una dignità e un potere pari ad un vescovo. Naturalmente io e gli altri confratelli del Capitolo Maggiore vi aiuteremo a mantenere salda la vostra direzione, e confido che potremo darci una mano a vicenda. La memoria di chi ci ha permesso di diventare quello che siamo è una virtù cristiana.”
“Hmm”, disse Randazio. Accarezzò il suo bastone da pellegrino, quindi l’impugnò con forza e si alzò in piedi. “E’ l’ora della compieta, dopodiché mi ritirerò, se non avete nulla in contrario.”
“Nulla, ovviamente”. Duccio esitò. “Vi sono diverse pie donne donne del villaggio che hanno manifestato il desiderio di incontrarvi per chiedervi una guida spirituale, se non siete troppo stanco…”
“Sono stanco, infatti”, replicò Randazio picchiettando lievemente a terra con il bastone.
“Lo stesso desiderio hanno manifestato, allora, anche alcuni dei nostri giovani novizi, che li possiate guidare nella preghiera…”
“Novizi, eh? E va bene, mandatemeli pure.”
“Sarà fatto. Ora, se volete scusarmi…”

Il mattino seguente il responsabile dei novizi venne a cercare Frà Duccio. “Frà Randazio stanotte non ha riposato molto”
“Ah, lo supponevo” dise Duccio.
Il capo dei novizi aveva uno sguardo strano. “E’ stato tutta la notte a pregare in cappella. Lui e frà Tobia…”
“C’era anche Tobia? Che pregava?”
Il capo dei novizi annuì. “…hanno confessato i novizi che avevo mandato. Uno mi ha detto che lascerà il convento.”
“Ho un cattivo presentimento”, disse Frà Duccio.

La stanza del capitolo era affollatissima. Tutti erano riuniti per l’elezione del nuovo abate.
Duccio, con un filo di preoccupazione, arrivando vide che Randazio era già lì, che parlava fitto con il vecchio Tobia. Alla fine, Randazio gli baciò le mani.
Inquieto, Frà Duccio chiese e ottenne silenzio.
“Ed ora, prima del nostro voto, il nostro futuro abate ci terrà un discorso.”
Frà Randazio si fece avanti. “Cari fratelli, è una grande cosa quello che qui avete fatto. Grazie alla fede dei padri di questo monastero un vasto territorio è stato convertito al Vangelo ed ha trovato anche una prosperità materiale. Come Nostro Signore ci insegna, la cura del corpo è dovuta, perché siamo tempio di Dio. Dobbiamo però fare attenzione a non cadere nell’errore di dimenticare che il nostro primo dovere non è verso gli uomini, e neppure verso il nostro convento, ma verso Dio stesso. Non dobbiamo cercare la prosperità per trovare Cristo, ma seguire Cristo che ci donerà quanto abbiamo bisogno. Che quasi sempre è la sua croce. Se mi eleggerete ad abate, quindi, ecco alcuni dei cambiamenti che intendo fare….”
Duccio ascoltò, con sempre maggiore panico, l’elenco di Randazio. “Ma dove pensa di essere? E’ pazzo! Ci distruggerà!” mormorò uno degli anziani del Capitolo. “E colpa tua”, sibilò un altro “Sei tu che hai avuto questa bella idea di fare venire uno famoso. Come ce la caviamo, adesso?”
“Non è ancora perduto niente. Fate passare la voce tra i nostri: non votate per Randazio. Una volta che fosse abate potrebbe fare quello che vuole. Con Tobia ce la vedremo poi”.

Man mano che lo scrutinio proseguiva, la faccia di Tobia si allungava. Solo un terzo degli aventi titolo aveva votato per Randazio, gli altri avevano scelto l’anziano monaco. Randazio manteneva un’espressione imperturbabile.
Alla fine dello spoglio, Duccio si schiarì la voce. “Cari fratelli, lo Spirito e noi fratelli abbiamo scelto Tobia come nostro nuovo abate. Chiediamo a questo nostro confratello che ha accettato di servire il monastero di tenerci un breve discorso…”
Tobia si alzò, leggermente malfermo sulle gambe. “Avete udito”, disse, con voce inaspettatamente forte, “le cose che Randazio poneva come necessarie per far tornare questo nostro convento e noi a Cristo. Ebbene, io sono perfettamente d’accordo con quanto ha detto, e lavorerò a questo fine…”

Randazio salutò il nuovo abate, abbracciandolo, e riprese il suo cammino sulla strada polverosa. Allontanatosi di qualche centinaio di passi si volse indietro verso il convento. Sarebbe riuscito Tobia a cambiare le cose? Un poco in colpa si sentiva, per avere addossato a quel dolce frate un compito così gravoso. Ma poi si ricordò di Chi avrebbe avuto aiuto in quell’impresa. E comprese che andava bene così. Si voltò, e si concesse finalmente un sospiro di sollievo.

Una cosa a cui fare attenzione

“Non toccare!” gridò il nonno.

Giulio alzò la testa perplesso. “Ma è un fungo!”

Il nonno arrivò di corsa. “Sì è un fungo, ma è velenoso. Anche solo toccarlo può farti del male.”
Giulio riguardò la sua scoperta, perplesso. “Ma è così bello! Rosso a puntini bianchi…”

Il nonno sospirò. “Proprio questo dovrebbe metterti in allarme. I funghi velenosi sono spesso molto belli, colorati, appariscenti. Possono permetterselo: sono velenosi. I funghi buoni invece sono quasi sempre difficili da vedere: si nascondono, e bisogna fare attenzione per trovarli. ”

Il bambino guardò l’anziano, pensoso. “Vale anche per le persone?”
Il nonno rimase un attimo sorpreso. Poi accarezzò la testa al nipote. “Non sempre, Giulio. Ma è una cosa a cui fare attenzione.”

Il mercante di Babilonia

“Dove stai andando, Hassum, con tutti quei cammelli carichi?”
“Oh, Aberonath! Che piacere vederti… ma a Babilonia, naturalmente!”
“Babilonia? E perchè in quella città?”
“Ma come, non l’hai saputo? Il Principe ha garantito massima libertà a tutti i mercanti che si stabiliranno lì da lui, anzi, offre persino loro un locale gratuito per iniziare l’attività.”
“Davvero?”
“Te lo posso giurare! Tutto quello che chiede è di registrarsi nei libri degli scribi a palazzo, così che il tuo volto sia conosciuto a chi ti donerà. Quando l’ho saputo ho caricato i cammelli di tutti i miei beni e sto andando laggiù a riaprire il bazar. E stanno facendo così anche quasi tutti i mercanti che conosco!”
“Mi sembra straordinario. E dici che il Principe non vuole essere pagato per i servizi che offre?”
“Neanche un soldo. Ah, non vedo l’ora! Chiunque abbia aspirazioni ad arricchirsi si sta dirigendo laggiù.”
“La cosa mi sembra sospetta. Non ti sei chiesto cosa ci guadagni lui?”
“Magari è solo un Principe molto generoso.”
“Non credo. Sai come fa il proverbio: se un principe ti invita al suo tavolo senza chiedere niente in cambio, vuol dire che la cena sei tu.”
“Sei un cinico, Aberonath!”
“Può darsi, può darsi. Ma domandati: una volta che ti sarai trasferito là armi e bagagli, cosa farai se il Principe decidesse di mettere una tassa altissima sulla tua mercanzia?”
“Me ne andrei, certo, come sono venuto. Sarebbe una perdita, perché ho investito nel mio progetto, ma…”
“E se non mettesse una tassa altissima, ma tasse all’inizio basse, per poi alzarle poco per volta? Mangiando tutto il tuo utile, fino a quando non ne avrai più a sufficienza per andare altrove?”
“Oh, dai, adesso…”
“Oppure rivendesse i servizi dell’acqua, del cibo, del trasporto a chi li vuole far fruttare? Siccome non potete farne a meno, questi potrebbero chiedere il prezzo che vogliono, e lui ci guadagnerebbe il doppio.”
“Oh, non accadrà mai…”
“E se tu lo criticassi? Se tu avessi brutte opinioni della sua politica?”
“Andiamo, ha detto che avrebbe concesso massima libertà.”
“Sì, ma potrebbe dire: ecco, sei un irriconoscente, con tutto quello che ti do mi critichi? Ti tolgo quello che ti ho dato. Nessuno ne avrebbe da ridire, no?”
“Ma io non farei mai…”
“Ah ecco: sarai sempre d’accordo con lui su tutto”
“Non ho detto questo, ma…”
“Quindi ti avrà in mano sua. E se anche tu andassi via, potrà suggerire agli altri mercanti di emarginarti, di dire alla gente di non comprare più da te, trovare scuse per farti chiudere…”
“Hai una cattiva idea degli uomini!”
“Perché li conosco. Quando il Principe avrà tutti i mercanti sotto di lui, nessuno potrà vendere alcunché o anche solo fare un fischio o il verso di un uccello senza che lui lo sappia e lo permetta. Ecco la vera ricchezza, e cosa ci guadagna. Il potere su di te e gli altri.”
“Aberonath, potresti non avere tutti i torti, sai.”
“E allora, che farai?”
“Andrò a Babilonia, ovviamente! Sarei uno sciocco a rifiutare l’offerta del Principe. Grazie per avermi intrattenuto, ora ho da fare! Foza, gente, che voglio essere laggiù prima di sera!”

 

 

La risoluzione 441\2 delle Nazioni Unite sulla soppressione di bambini sotto i dodici anni di età

Il Segretario dell’ONU fissa lo sguardo sull’uomo rivestito dal tradizionale mantello bianco ornato di piume e dice “La parola al rappresentante del Nuovo Impero Azteco. Ha la facoltà di parlare”.

“Vi ringrazio, signor Segretario, Onorevoli colleghi”, esordisce il diplomatico. “Intendo oggi dare la mia dichiarazione di voto sulla risoluzione che prevede tra l’altro il bando dei sacrifici umani per i bambini al di sotto dei dodici anni. Tale proposta è inaccettabile, e il mio paese la respinge senza mezzi termini. Mi domando come certe nazioni possano parlare di multiculturalismo e poi presumere di portarci via le nostre più antiche tradizioni. Pensate forse che noi sacrifichiamo i nostri figli per puro interesse o crudeltà? No, perché, come concordano il 97% dei nostri scienziati, è il solo modo efficace di fermare i cambiamenti climatici. Esiste una vasta letteratura in merito che questa assemblea non può ignorare. Noi rifiutiamo l’idea che i nostri cittadini debbano soffrire perché qualche burocrate ha deciso che non si devono uccidere bambini per il bene di tutti. L’idea che il sacrificio di adulti possa essere sufficiente nell’odierno scenario di mutamenti del clima è ridicolo. Otto secoli di esperienza ci dicono che questa proposta deve essere respinta. Il Glorioso Impero Azteco ha parlato”.

L’uomo si siede. “La parola al rappresentante della Federazione Inca”, recita il Segretario.
L’uomo si toglie la mantellina di alpaca e si alza in piedi. “Onorevoli colleghi, associo la mia voce a quella del molto rispettabile Ambasciatore Azteco. Il bandire oppure ostacolare il tradizionale disporre dei figli malati, deformi o anche solo indesiderati sarà considerato da tutti i popoli della nostra Federazione come una inaccettabile ingerenza nel nostro modo di vivere. Un malinteso senso di pietà non deve farci dimenticare che se le nostre terre sono così prospere è anche grazie al sacrificio di tante vite che non possiamo realmente considerare innocenti, in quanto il loro stesso essere un peso per la comunità ha causato la loro condanna. Se li facessimo sopravvivere, come potrebbero i nostri figli più forti entrare nella vita  con questo fardello aggiuntivo? Se poi dobbiamo parlare di quei, per fortuna rari, sacrifici resi necessari da eventi catastrofici particolari, faccio notare che sono tra le nostre più antiche e venerate tradizioni. Unire il progresso, cioè il disporre dei pesi morti, e la tradizione, ci ha permesso di restare una Condfederazione di Nazioni libera e vigorosa. Il nostro voto è no.”

“La parola adesso passa al rappresentante del Reich Germanico”
“Come i molto onorevoli colleghi che mi hanno preceduto hanno bene esposto, sarebbe del tutto intollerabile una moratoria della soppressione di tante vite inutili. Il bambino sotto i dodici anni non ha altri diritti che quelli dati dai suoi genitori; e ai suoi genitori questi sono dati dallo Stato, dal nostro glorioso Fuehrer. Perciò, di cosa stiamo parlando? Di vite non umane, di possibilità che forse un giorno si concretizzeranno, ma nel frattempo sono e devono rimanere a completa disposizione della Nazione. E se il Reich, per il bene del Reich stesso, non vuole perdere risorse dietro esseri non produttivi e a sottospecie umane che potrebbero contaminare la purezza stessa della razza, nessuna risoluzione potrà fargli cambiare idea. Il nostro voto è negativo.”

“Adesso parla il rappresentante delle Isole Normanne”
“Colleghi dell’Assemblea, è già stato detto molto. La Regina della Britannia e delle Terre del Nord mi ha personalmente incaricato di rivolgere il suo appello affinché questa proposta sia respinta, in nome del progresso. Nel nostro mondo sempre più tecnologico l’efficienza si misura dalla qualità. Che qualità possiamo avere se tanti mostri deformi rimangono in vita? Come possiamo dirci pietosi se a certi figli, amati nonostante la loro deformità, fosse concesso di vivere? A quali vite di sofferenze e privazioni li condanneremmo? No, neanche a noi fa piacere sopprimerli, ma sappiamo che è per il loro bene, oltre che per il bene più grande di tutta la nazione e, oserei dire, di tutto il mondo. Il giorno che le tecniche di diagnosi prenatale saranno sviluppate a sufficienza potremmo eliminare questi orrori, questi errori della natura direttamente prima della nascita; ma, fino a quel momento, il nostro è un convinto no.”

Il Segretario consulta i fogli che ha davanti. “Ora la parola passa al rappresentante della Repubblica Italiana”.
Vi fissa. “Allora, cosa intendete dire?”

Il treno partirà in orario

Il treno partirà in orario. Il macchinista è molto preciso, e chi è sulla banchina farà bene ad affrettarsi a salire, o decidere di salire. Non tutti lo faranno.

In effetti, molti si rifiutano persino di entrare in stazione. O di riconoscere che il treno esista. Chissà cosa pensano, quando guardano quell’edificio, quella porta che conduce ai binari. Chissà cosa credono che sia.

Di tanto in tanto qualcuno è attirato dalla curiosità, entra e contempla la sagoma percossa dal tempo e dagli elementi della possente locomotiva e del convoglio. E’ vero, dall’esterno le carrozze non sembrano poi così confortevoli. Ma vi assicuro che l’impressione sparisce, una volta accomodati all’interno.

Eppure molta gente non sale. Alcuni li potete vedere voltati, in modo da non essere costretti a prendere nota di chi entra nei vagoni. Da non dover considerare l’esistenza stessa del treno, e il suo perché.

Perché esistono la locomotiva, la stazione, i vagoni? Per un solo scopo: intraprendere un viaggio. Andare verso una destinazione. Certo, c’è il piacere dei confortevoli scompartimenti, raramente affollati, ma non è questa la ragione per cui essi sono. Non dimenticatelo mai: si tratta di arrivare in un luogo, e quel treno è il solo mezzo per arrivarci. Ogni scusa o discussione sulla sua adeguatezza, su quanto sia veloce o diretto perdono di senso, considerando questo. Non ci sono altre vie. Questa è la verità.

Così affrettatevi a salire sul predellino. Perché il treno sta per partire, e non vi attenderà, siete avvertiti.
Il treno parte in orario, sempre.

Il fiume e la sorgente

Il fiume si guardò, e si trovò bello, grande, potente. Le sue acque spumeggiavano, inarrestabili, tenute a freno unicamente da argini che il fiume stesso rispettava solo per convenienza. Avesse voluto, niente avrebbe potuto sottrargli il suo destino di allagare tutta la terra. Oh, sì, non c’era forza in grado di tenergli testa. Nessun albero, nessuna roccia, niente di niente poteva resistergli.

Peccato per quell’imbarazzante inizio. Lo zampillare incerto della fonte, lassù sulla montagna, indegno della sua maestosità presente. La sorgente tra le pietre che ruscellava a valle non era certo qualcosa di cui poter andare fieri, troppo piccola e meschina rispetto alla sua attuale possente importanza.

Ne posso fare a meno, si disse il fiume.