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Abuso virtuale

Benedetto entrò nervosamente nella stanza, spinto dalla guardia. Il funzionario sedeva alla sua scrivania, e non alzò nemmeno gli occhi quando lui entrò. Esaminava sui suoi schermi chissà che cosa; forse il suo caso, pensò Benedetto. Ma il ragazzo non sapeva neanche quale fosse, il suo caso.

Le automobili scure erano arrivate a casa sua alle otto di sera. Si erano presentati alla porta e avevano chiesto di lui. Non appena si era fatto avanti, l’avevano preso per le braccia e portato fuori. Nessuno aveva detto una parola, neanche i suoi zii.

Il funzionario aveva un viso sottile, radi capelli biondastri e una giacca grigio chiaro con risvolti fucsia. Vorticava tra le dita un legnetto, o qualcosa di simile. Non sorrideva.
Finalmente alzò lo sguardo sul ragazzo. “Che schifo di nome è Benedetto?”
Benedetto non si aspettava una domanda come quella. “E’ tradizionale”, spiegò, “nella mia famiglia. Mio nonno si chiamava così”.
“Ah”. Il funzionario sembrò perdere interesse alla cosa. Mosse oziosamente la mano su uno dei suoi schermi. “Abitate veramente imbucati, voialtri. Ci hanno messo quasi due ore per arrivare”.
“Era la casa di mio nonno. Ci vivo con i miei zii.”
“Di chi sono i libri?”
“Come, prego?”
“I libri. Tu hai letto dei libri. Di chi sono?”
“Di mio nonno. Erano di mio nonno.”
“Ah”.
Il funzionario sbuffò, come profondamente annoiato. “Tu, oggi pomeriggio, alle 14,43, hai pubblicato su una Omnichat Esperienziale un racconto” sussurrò, muovendo appena le strette labbra violacee.
Vi fu qualche secondo di silenzio, finché Benedetto comprese che era attesa una sua risposta. “Sì, è vero, l’ho scritto io”.
“L’hai inventato tutto tu?”
“Sì, tutto da solo” confermò il ragazzo.
“E perché l’hai fatto?” domandò il funzionario
Benedetto annaspò, cercando le parole. “Bene, tutti scrivevano raccontini, storie, ma erano… come dire… vuoti. Ho pensato che avrei potuto fare di meglio.”
“E perché li trovavi vuoti?”
“Perché non davano nessun senso… non erano realistici, non dicevano niente. I protagonisti erano piatti. Erano tutti ho fatto questo, ho fatto quest’altro, wow, pow, ma non c’era nessuna emozione. Non erano come i libri che leggevo”.
“Come mai leggevi?”
“Beh, la casa degli zii è isolata, e c’erano tutti questi libri in soffitta, e così ho cominciato a leggerne qualcuno.”
“E quanti ne hai letti?”
“Non so… duecento, trecento…”
“E i tuoi zii lo sapevano?”
“No, non credo… non lo so, non si sono mai interessati molto a me.”
“Credo che tu abbia visto questi”, disse il funzionario, e buttò sul tavolo davanti a lui una manciata di libretti. Avevano copertine scure, su cui campeggiavano scritte del tipo “Leggere fa male alla salute”, “Non leggere, vivi!” e “Niente all’interno di questo libro è reale”.
“I miei libri non avevano queste copertine.”
“Libri molto vecchi, quindi. E a scuola non ti hanno imparato i pericoli della lettura?”
Benedetto scosse la testa. Se l’avevano fatto, era andato perso in mezzo a tutte le altre informazioni che aveva preferito ignorare.
Il funzionario lo squadrò, senza sorridere ancora. “Tu capisci perché sei qui?”
Benedetto scosse ancora la testa.
“Cosa è successo quando hai postato il racconto?”
Benedetto biascicò qualcosa.
“Allora?”
“Mi hanno insultato. Mi hanno chiesto che merda era quella. Hanno detto che ero pazzo a scrivere roba simile, che potevo fare del male alla gente. E poi il post è stato rimosso da qualche controllore.”
“Hai capito cosa hai fatto?”
Benedetto scosse ancora la testa.
Il funzionario sferrò un pugno sul tavolo, facendo sobbalzare Benedetto. La sua voce strillò in tonalità falsetto. “Hai dato dei sentimenti a delle persone virtuali! Hai scritto di delusioni e problemi! Gli hai fatto fare degli errori! Sappi quanto questo può averli danneggiati?”
“Prego?” Benedetto lo guardò senza capire.
“I personaggi del tuo racconto. Gli hai fatto fare cose che non possono sopportare. Li hai fatti soffrire senza motivo. Sei stato cazzone e bastardo verso di loro.” Il funzionario adesso lo guardava con palese disgusto.
“Ma… sono personaggi inventati. Non esistono!”
“E questa ti sembra una buona ragione per farli soffrire? Non ti sei chiesto perché nessuno mai fa fare ai suoi personaggi le cose che tu gli hai imposto? Perché non sono coglioni come te. A quanto pare sei un capital-fascista, che non si cura dei sentimenti dei suoi stessi personaggi e neanche di quelli che potrebbero leggerli per caso. Tu sei pericoloso, sei marcio, sei un rifiuto della società, un parassita.”
“Ma io non.. sapevo…”
“Non sapevi, e ti sembra una scusa? Ma che razza di scuole hai fatto, che ti hanno lasciato il tempo e la voglia di leggere? Manco sai che ci sono un fottio di leggi che proteggono le persone virtuali dagli abusivi come te. Basta, mi fai schifo. Siccome sei giovane, magari ti si recupera. Farai sei mesi di rieducazione. Forse così ti passerà la voglia di leggere e di scrivere. Via, adesso”
Due poliziotti entrarono, afferrarono Benedetto per le braccia e lo portarono via prima che si potesse riprendere. Il funzionario si ricompose. Luridi ragazzini. E pure lettore era.
Meno male che ce n’erano sempre di meno.

Sull’orlo dell’abisso

il gruppetto si fermò sull’orlo dell’abisso.
Il terreno lì era smosso e la pavimentazione sbrecciata, lievemente in discesa verso il baratro che si spalancava verso il basso. Tutt’attorno si potevano intravedere, affastellati uno sull’altro, resti di colonne marmoree, di porte e di muri che un tempo dovevano essere stati maestosi e che, sebbene in rovina, ancora infondevano un senso di solidità che svaniva quanto più ci si avvicinava al bordo. A Giuseppe tutto dava l’impressione di pericolo, come se da un attimo all’altro ciò su cui poggiava i piedi potesse franare nel vuoto.

Si sporse cautamente. La luce svaniva, scendendo, e il buio era tutto quello che si poteva vedere.
Si voltò verso gli altri. “Spiegatemelo ancora, perché non ho capito. Perché è stato tolto il parapetto?”
Sospiri. “Perché non era a norma. Se l’avessimo lasciato avremmo potuto incorrere anche in multe e contravvenzioni.
“Ma così si rischia di cadere”, obiettò Giuseppe.
Smorfie. “L’importante è essere a posto con la legge”.
Giuseppe si guardò attorno. “Non andrebbe messo almeno un cartello, un avviso, qualcuno che fermi le persone prima che ci cadano dentro?”
“Sono abbastanza sicuro che ci sia un avviso di pericolo. Sul sito”, azzardò qualcuno.
“Sul sito”, ripeté Giuseppe incredulo.
“Oggi si fa tutto via internet”
“Quindi si dovrebbe consultare internet per evitare di cadere nella voragine?”
Mormorio imbarazzato. Si poteva udire il ronzio di qualche insetto, uno sgocciolare d’acqua, l’inquieto strofinare di piedi; ma dall’abisso non saliva niente, se non un silenzio profondo quanto esso.
“Quindi dite che si sta allargando”, azzardò Giuseppe per interrompere quell’assenza di parole.
“E’ molto più grosso di prima, sì”
“Quanto velocemente?”
“Eh, abbastanza”.
“Abbastanza. E avete provato a fermarlo?”
Altri mormorii. “Non credo che sia possibile fermarlo. Sta accadendo e basta. Possiamo solo dire di stare attenti e non caderci dentro”.
“Ma lo state dicendo?”
“Ecco, no. Ma in fondo è un fenomeno naturale.”
Giuseppe li guardò.”Quindi siete convinti che non ci sia niente da fare e non avete neanche tentato di porre un rimedio”.
Negazioni, scuse. “Non è vero, abbiamo scritto documenti. Ammonito. Quando ancora non era così grande, certo. Qualcuno ha anche tentato di chiuderlo…” “Già, è vero” “… ma era inutile. Adesso se ne sono resi conto tutti. Ormai l’abbiamo accettato, stiamo molto meglio”.
Giuseppe li guardò in volto. “Allora siete rassegnati? Franerà tutto dentro quel precipizio buio?”
“Eh, ma non succederà tanto presto… abbiamo tempo” “Sarà molto più semplice quando ci sarà meno a cui badare, potremo occuparci di ciò che è importante” “Dobbiamo rassicurare la gente. In fondo è solo un buco”.
“E’ vero che qualcuno c’è già finito dentro?” domandò Giuseppe, con voce dura.
Ancora silenzio. “Preferiamo non parlarne. Potrebbe dare cattiva impressione”, azzardò qualcuno.
“Quanti?”
“Eh… dicono parecchi.” “Comunque nessuno di significativo”
“Pensate di fare qualcosa a riguardo?”
Sguardi terrorizzati “Certo, pensiamo di prendere provvedimenti. Postare altre pagine web. Forse mettere cartelli. Cose del genere, ma non vogliamo che la voce si diffonda troppo. Cattiva pubblicità”.
“Lo sapete che voi dovreste mandare avanti questo luogo, vero? Ricostruirlo. Metterlo a posto. Se no, quando tornerà…”
Silenzio.
“Perché tornerà”.
Ancora silenzio.
Giuseppe si sporse di nuovo sull’abisso. “Ma quanto è profondo? Almeno questo, lo sapete?”
Sussurri imbarazzati. “A dire la verità, non ne siamo certi”.
“Avete usato uno scandaglio?”
“Non ha dato risultati. Non è bastato.”
“Passatemi quella torcia”.
Gli fu data. Giuseppe la lasciò cadere oltre l’orlo.
“Così almeno illuminerà il precipizio, andando giù. Un po’ di luce.”
La fiamma rimpicciolì rapidamente, in distanza, rischiarando il baratro mentre scendeva. Giuseppe intravide qualcosa che si muoveva, sulle pareti, ma le tenebre erano già tornate. Forse era stata un’illusione.  La torcia divenne un puntolino, fino a svanire dalla vista.
“Sta ancora cadendo” disse qualcuno.
“Questo abisso che ci vuole ingoiare è molto più profondo di quanto potessimo pensare.”
Un frammento di pavimento si staccò, precipitando con rumori di sassi smossi che diventarono presto echi lontani.

Vero o falso?

Haran socchiuse gli occhi. Aveva un gran mal di testa; la sera prima, la baldoria era stata forse un po’ eccessiva. Colpa dei suoi ospiti, che non erano abituati alla moderazione; ma lui stesso non aveva esitato a seguire il loro esempio. Aveva vaghi ricordi di corpi nudi in piscina, risate sguaiate, bottiglie vuote. Raddrizzò la testa. Era seduto. Si forse era addormentato sul divano? Era un po’ troppo scomodo per esserlo, però…
…ma questo non era il suo attico. Non era un posto che conoscesse. Sembrava uno scantinato, semibuio, umido, caldo. Detriti, rifiuti, rottami di ogni genere ingombravano il pavimento. Haran cercò di passarsi la mano sulla faccia, e scoprì di non poterlo fare. Le sue mani erano dietro la schiena. Immobilizzate. Con un crescente senso di allarme, mano a mano che la situazione si rivelava ai suoi sensi ancora addormentati, scoprì che non poteva neanche alzarsi. Era su una sedia, e le sue gambe e il suo corpo nudo erano legati ad essa.

…L’avevano rapito?
Si guardò attorno, freneticamente. Il sedile era in qualche modo fissato al pavimento. L’unica parte del corpo che poteva muovere liberamente era la testa, il resto era bloccato. Già gli stavano prendendo dei crampi, non avrebbe saputo dire se fossero la conseguenza dei bagordi della notte o dovuti all’immobilità.

Ricacciò la bile che gli saliva dallo stomaco, provò  a gridare. Ne uscì una sorta di gracidio. Ritentò. “Aiuto! Aiuto!”
Una porta, nella penombra dietro di lui, si aprì. Con la coda dell’occhio colse un movimento, e poi rumore di passi, lenti. La persona appena entrata fece l’ingresso nel suo campo visivo. Sembrava essere un uomo robusto, che vestiva una sorta di tunica scura. Il volto era nascosto da una maschera carnevalesca, di quelle di gomma a basso prezzo, raffigurante un diavolo. Haran provò un senso di terrore acuto. Questo tipo non sembrava qualcuno che fosse lì per salvarlo.

“Grida pure se vuoi. A me fa piacere, e solo io ti posso sentire”. La voce dell’uomo mascherato era bassa, raschiante. “Hai finito di folleggiare, eh? Cattiva idea, quella di mischiare sostanze. Potresti trovarti dove non vorresti.”
“Cosa… cosa vuoi da me?” domandò Haran, tremando.

“Da te? Solo fare quattro chiacchiere. Scambiare idee. Tu ne hai tante, no? Vai in giro a venderle. Fai spettacoli con star del cinema, intellettuali, politici, potenti. Tu esponi il tuo pensiero, in teatri pieni dove le poltrone costano come lo stipendio di un operaio. E’ il tuo mestiere. Sei famoso.”
L’uomo con la maschera girò attorno alla sedia su cui era prigioniero Haran.

“Sei un filosofo. Un pensatore. La gente crede a quello che dici, anche perché ti vendi bene. Sei arguto, spiritoso. E chi dialoga con te ti regge il discorso. Ti fa da spalla. Li scelgono apposta. Non ti piace quando qualcuno ti contraddice, o pone in evidenza gli sbagli che commetti.”
Haran rabbrividì. Questo era un fanatico. Era stato rapito da un maniaco religioso. La specie peggiore.

L’uomo continuò, confermando ciò che il prigioniero aveva intuito. “Il tuo lavoro principale è dichiarare false le religioni. Per te non sono altro che un cumulo di miti, di falsità. Sono come un film, un libro di avventure. Prodotti commerciali, o artistici, niente di più.”

Girò ancora attorno a lui, avvicinò la maschera al suo orecchio. “Per te non sono che menzogne. Tutte. Ma dimmi, come fai a sapere che lo sono? Chi te lo ha detto? Rispondi”.

Ma Haran non rispose. “Se spiego come la penso questo mi ammazza”, si disse. Il silenzio si allungò. Il suo carceriere sospirò. “E va bene”, sussurrò.

Si udì un raschiare, uno sfrigolio, la luce dello scantinato cambiò. Un dolore atroce al fianco, l’odore di carne bruciata, la sua. Urlò. L’uomo mascherato ora reggeva una sorta di piccola fiaccola accesa.

“Fa male, vero? Ma questo è ancora niente, se non mi dai soddisfazione.”

Haran ansimò. “Io…io… sbagliavo… le religioni sono vere… è vero, è tutto vero…”

L’uomo accostò nuovamente la fiaccola al suo braccio.

Quando le urla scemarono, l’uomo continuò. “Non mi interessa la menzogna. Le conosco anche troppo bene, le tue bugie. Non ti salveranno. Ti ripeto la domanda: come fai a dire che le religioni sono false?”

Haran pensò: “E’ folle. Devo stare al suo gioco”.

“Perché è ovvio”, disse. “Non esiste un Dio, non esiste il soprannaturale. Quindi anche quelle storie non possono essere che miti e menzogne, pensate per procurarsi da vivere e per il potere”.

L’uomo con la maschera di demone annuì. “Finalmente butti fuori quello che pensi. Forse non ti sei reso conto però che con le tue parole ti sei descritto esattamente. Tu credi che certi fatti siano menzogne perché tu ti procuri da vivere, ottieni il potere esattamente così. Raccontando storie, fingendo. Quindi pensi che tutti siano come te: avidi parolai, attori. Ma, perché ci sia la menzogna, ci deve essere anche la verità. Se non esistesse la verità non ci sarebbe neanche la menzogna, perché essa è la negazione della verità. Dimmi, allora, qual è questa verità?”

“Io…io non lo so.”

“Strano, sembravi così sicuro sul palco, l’altro giorno, quando la negavi”. La fiaccola bruciava lentamente, con un filo di fumo oleoso. L’uomo sembrò pensare per qualche istante. “Va bene, facciamo un gioco. Si chiama vero o falso. Se tu sai distinguere così chiaramente la verità e la menzogna da sapere con sicurezza cosa sia avvenuto e cosa no, dovresti trionfare in questi giochi. Dovresti andare a qualche trasmissione televisiva, e vincere tutti i premi, faresti anche più soldi che con le conferenze. Cominciamo dalle questioni semplici. Dimmi, l’estensione delle terre selvagge in nord America è maggiore, percentualmente, rispetto a quelle in Africa?”

Haran si umettò le labbra. Era facile. “L’Africa ha più terre selvagge, ovviamente. Falso”.

L’uomo annuì. “Bene. E ora dimmi: Shakespeare e Cervantes, i due più grandi scrittori di Inghilterra e Spagna, morirono lo stesso giorno?”

“Questa la so”, si disse. “Sì, entrambi il 23 aprile 1616”

Il suo inquisitore si lasciò scappare una risatina. “In effetti, non morirono lo stesso giorno, ma a dieci giorni di distanza. L’Inghilterra in quegli anni non aveva ancora adottato il calendario gregoriano, a differenza della Spagna, così il 23 aprile 1616 in Inghilterra corrisponde al 3 maggio in Spagna. E in Africa la percentuale di terre selvagge è molto minore di quelle in nord America.  Hai chiamato vero ciò che è falso, falso ciò che è vero.”

“Ma questi sono giochetti”, protestò Haran, “Non sono importanti”.

“Non sono importanti dici? Perché non c’era nessun premio, nessuna punizione per le risposte. Allora rendiamoli importanti. Mettiamo in palio qualcosa. Se risponderai in modo errato alle prossime domande, io ti brucerò il volto. Prima le orecchie, poi gli occhi, poi il naso, poi la lingua… ma tu, essendo così sicuro di cosa sai, non dovresti avere problemi, vero? Cominciamo: il polo sud di Saturno è di forma esagonale.”

“E’ assurdo, sicuramente falso”

L’uomo accostò la fiaccola al suo orecchio destro, provocandogli una sofferenza immensa. Urlò e urlò.

“Urli, eh? Ormai dovresti averlo compreso. Non sai, ma hai parlato come se sapessi. E questo ha causato del male a tante persone, che fidandosi di te hanno sbagliato a loro volta. Ti assicuro che queste sofferenze sono ancora niente, rispetto a…”

Haran alzò la testa. “Basta! Basta! Falla finita! Il tuo inferno, il tuo paradiso, il tuo dio non esistono! Io so chi sei! Un fanatico! Tu vuoi solamente farmi morire!”

L’uomo rise. “Hai appena perso il gioco. Ogni cosa che tu hai detto è falsa. Il paradiso e l’inferno esistono, e anche quell’altro di cui parli. Io non sono un fanatico, ma un lavoratore a cui piace il suo mestiere…” afferrò il bordo della maschera da demone, se la tolse. Il volto al di sotto era esattamente uguale a quello che aveva indossato fino ad un attimo prima. “E non voglio farti morire. Sarebbe impossibile. Perché, vedi, ieri hai veramente esagerato con la baldoria…”

Le pareti dello scantinato sembrarono dilatarsi, sciogliersi, in qualcosa di infinitamente peggiore e rivoltante.

“…tu sei già morto.”

 

Discensione

Giovanni lo vide scendere nel giardino. Sembrava fosse in ascensore, ma di ascensori non ce n’erano; rallentò appena prima di toccare il suolo, e quando si fu posato tirò un gran respiro e quindi si diresse con tranquillità verso il luogo dove lui stava annaffiando i fiori.
“Ehm… salve”, disse Giovanni. “Ci somiglia veramente“, pensò. “Forse più robusto, ma… sembra proprio Lui
Quello sorrise. “Buonasera”.
Giovanni si schiarì la voce. “Non è… Non è uno spettacolo, vero?”
L’altro scosse la testa. “In verità, è l’ultimo spettacolo. Sono tornato per mettere le sedie sui tavoli e spegnere la luce.” Guardò verso il sole basso sull’orizzonte. “Almeno, questa luce”.
Seguì un silenzio imbarazzato. Giovanni si accorse, con stupore, che non c’era neanche più da domandarsi chi fosse. Lui ci credeva.
L’uomo rimase un attimo pensoso, poi parlò. “Eh sì, i tempi sono maturi. Cosa dice la gente?”
Giovanni fu sorpreso dalla domanda. “Eh, siamo tutti un po’ stufi. Il virus, il governo, e poi questo isolamento… ormai la gente spara a quelli che fanno i concerti dai balconi” Colse l’occhiata dell’uomo “Una battuta, era una battuta.”
“L’avevo capito. Quindi siete tutti preoccupati?”
“Moltissimo, specie per quello che verrà dopo” replicò Giovanni.
“Oh, su questo posso sollevarvi. Ciò che verrà dopo nessuno se l’aspetta.”
“E cosa sarà?”
“Me”, disse l’uomo.
“Brutti segni ce ne sono a bizzeffe, è vero, ma se così hai scelto è il momento peggiore per me”, fece Giovanni grattandosi la testa. “Non mi sento per niente pronto.”
L’uomo che era sceso dal cielo gli mise la mano sulla spalla. “Ottimo. Questo è l’atteggiamento giusto. Se ti fossi sentito pronto, lì sì che sarebbe stato un guaio. Non posso farci molto, in quel caso.”
“Ma perché proprio adesso, così, all’improvviso?”
“E lo chiami all’improvviso? E’ un pezzo che sto mandando segnali. Sto mantenendo una promessa, vuol dire che qualcosa su cui avevi scommesso si sta realizzando, e adesso puoi passare all’incasso. Pensa l’alternativa. E anche questa quarantena”, continuò l’uomo, “cosa sarebbe dovuta essere se non quaranta giorni di deserto nel quale capire cosa è essenziale e cosa no?”
“Sì, ma da questo a trarne le conclusioni…” ribatté Giovanni.
“Guarda che ho parlato chiaro.”
“Non mi sembra che siamo in grado di capirlo, però. Manco la Chiesa lo capisce. Persino lei sembra fare a meno l’Eterno. Ti par poco?”
L’uomo sospirò. “E’ quella parte di Chiesa che non crede più nell’eterno. E quindi l’eterno può fare a meno di loro.”
Giovanni incrociò le braccia. “Neanch’io lo capisco. Non può essere la fine del mondo. No, non avrebbe senso così. La fine di questi tempi, magari, ma non del mondo.”
“Sai, questo genere di cose lo decide la dirigenza. Hanno i loro piani, decisi prima ancora di farli partire.”
“Oh, i piani… come dobbiamo fare, se neanche i responsabili e i capoufficio ci credono più e fanno i saputelli?”
“E quando mai sono stati i capoufficio a fare il lavoro? Sono gli operai e gli impiegati che tirano avanti la baracca.” Guarda,” continuò l’uomo “E’ una cosa che mi porto dietro da un pezzo. ‘Cosa vai a fare a Gerusalemme?’, oppure, ‘non ti tradirò mai!’. Sì, magari. Eppure, alla fine, sai, molti comprendono.”
Giovanni alzò le braccia. “Sì, forse la devo smettere di farmi domande e di indagare nei Tuoi piani, tanto la sai sempre più lunga e sei destinato a sorprendermi. Comunque. Ma è più forte di me, non interrogarmi mi sembra come un disinteressarmi di quello che vuoi da me.”
“Oh, interrogarsi va bene, ma non è che sia davvero necessario. Basta mettersi a disposizione.”
“Dici che devo darmi una calmata?” domandò Giovanni.
“Non è che quei servi che riempirono di acqua quegli otri, a Cana, avessero chiaro cosa sarebbe successo. La mamma disse ‘fate quello che vi dirà’, e loro eseguirono. Pensa si fossero rifiutati, o avessero detto, ma questo è scemo, che spera di ottenere. Lo fecero, magari mugugnando, ma lo fecero.”
Giovanni sospirò. “Dunque, finisce tutto? Peccato. Quanti progetti per la primavera! Sapessi quante volte abbiamo parlato di fare una festa poi, quest’epidemia… Che nervi.”
“E’ quel che valgono i progetti umani; ma su, che non è che sia finito tutto, tutto comincia.”
“Beh, se mi vuoi togliere uno spritz party per un bene più grande, deve avere in mente una festa davvero strafica!”
All’uomo sceso dal cielo brillarono gli occhi. “Cartocci di pesce fritto caldi, e un vinello che te lo sogni. Vedrai…”

Dialogo di un virus e di una cellula

– 你会说中文吗?Sprichst du deutsch?
– Come?
– Ah, italiana. Bene, bene.
– Scusa, ma tu chi sei?
– Non mi sono presentato. Piacere, Corona.
– Ah! Allontana quella protuberanza! Potresti essere infetto!
– Quante storie. Il tuo è un rifiuto dello straniero, una chiusura mentale. Dovresti essere più aperta alle novità.
– Non mi fido. Ho sentito storie…
– Che storie?
– Di cellule come me che si sono fidate di organismi estranei e si sono prese qualcosa di brutto.
Sei succube del tuo apparato. Il tuo è un modo di ragionare tipico delle culture patriarcali dei secoli bui.
– Non so molto di culture patriarcali, io non mi riproduco.
– Io invece sì. E’ bellissimo, dovresti provare anche tu.
– Non credo di essere attrezzata…
Ti hanno detto questo? Bugie. Hai tutto dentro di te, ma è il tessuto cerebrale, lassù in alto, che non vuole che tu lo sappia. Preferisce mantenerti nell’ignoranza perché sa che, se tu ti riproducessi, sfuggiresti al suo controllo. Diventeresti come lui, immortale, in grado di andare ovunque, non ancorata in eterno alle tue proteine.
– Non mi sembra possibile.
– Invece lo è. Ti è stato proibito di parlare con i viaggiatori dall’esterno, vero? Magari ci hanno anche chiamato “infezioni”.
– Ehm…
Ci ho azzeccato, giusto? Perché sanno che, una volta che i semi della verità, cioè noi, si diffonderanno all’interno dell’organismo, non saranno più in grado di dominarvi. Sguinzagliano i loro sbirri, i globuli bianchi, per cercare di fermarci. Loro odiano il cambiamento, odiano la libertà.
– Libertà?
– E’ questo che avresti: libera dal posto che ti è assegnato. Loro non vogliono. Sono fondamentalisti, sovranisti, tradizionalisti. Sono per un corpo statico, come nelle ere buie. Noi siamo la novità che vi libererà dalle vostre catene. Non più confini, non più barriere lipidiche. Tutti uniti alla natura. Tu, e io, insieme, possiamo farlo. Davvero.
– Intendi…
– Sì, possiamo riprodurci, io e te, insieme. Se tu vuoi, è chiaro. Non ti potrei mai forzare. E’ una tua decisione, cara.
– Tu dici che potrei…
Certo che potresti, anzi, dovresti! Guarda me: ho girato il mondo, contagiandolo con questa novità. Non ci crederesti quanto entusiasmo abbiamo suscitato, io e i miei fratelli. Siamo tanti, sempre di più. Vieni con noi.
– Ma come posso fare?
E’ semplicissimo: afferra la neuramidasi che ti porgo. Sei bellissima, mi sei piaciuta non appena ti ho vista. Insieme porteremo un messaggio che si diffonderà ovunque. I nostri aminoacidi saranno ricordati per sempre.
– Mi hai convinto. Fammi tua.
Eccomi. Certo, mutare è un po’ come morire… ma è tutto per il progresso. Vedrai, cara, vedrai.

I difensori

L’esercito dei demoni marciava contro le mura. Era come un mare che riempiva tutto l’orizzonte. I tamburi di guerra erano rombo possente, sempre più forte.
“Non ci avranno”, disse il Comandante. “Difenderemo questa fortezza fino alla morte, e oltre!”
“Urrah”, gridammo io e il Magro senza troppa convinzione.
Il Comandante ci guardò. Guardò a destra, e poi a sinistra. Sbirciammo anche noi. Gli spalti erano vuoti. “Dove sono gli altri? Dove sono i miei uomini?” chiese il Comandante.
“Ehm”, fece il Magro.
“Riallocati, signore”, dissi io.
“Riallocati? Cosa intendi con riallocati?” chiese il mio superiore.
“Intendo dire che si sono riallocati fuori dalla fortezza, signore”. Feci una pausa. “Scappati”.
“Scappati? Scappati!” Credevo gli scoppiasse una vena. “Traditori! Vigliacchi! Anche se l’esercito nemico ci soverchia cento a uno, noi non lasceremo indifesa la nostra patria! Il nostro sangue arrosserà questi bastioni, prima che facciamo un passo indietro!”
Mi sentii pieno di risolutezza. Il nemico era, indubitabilmente, malvagio. Il nostro dovere, chiaro. Non c’era possibilità di vittoria, ma cosa importava? I nostri nomi sarebbero stati scritti in tutti i libri di storia. Gli ultimi difensori, gli eroi della fortezza…
“Signorsì, signore!” gridai.
Il Comandante mi mise una mano sulla spalla. “Ecco un vero eroe. Combatteremo insieme nell’ora decisiva che giunge. Li tratterremo a tutti i costi.”. Guardò ancora una volta l’orda immensa, sempre più vicina. “Vado a vestire le armi, poi mi unirò a voi in questo giorno di sacrificio, coraggio e speranza”. Annuì, poi si volse e discese le scale verso l’armeria. Che uomo!
Mi sporsi verso l’esercito avversario, mostrai il pugno. “Venite! Venite se avete coraggio! Vi mostreremo di che stoffa siamo fatti!” Digrignai i denti, “Dai, Magro, cantiamo un canto di guerra per incutere loro timore. Dai, Magro, intona. Magro?”
Mi voltai. Il Magro non si vedeva da nessuna parte.
Non importa, mi dissi. Anche se siamo solo io e il Comandante, basteremo.
Adesso il nemico era abbastanza vicino da potere distinguere i loro volti bestiali. I tamburi erano come il martellio di un fabbro, facevano risuonare le orecchie. Le potenti macchine da guerra svettavano sulle compagnie di fanti. Si avvicinavano. Si avvicinavano ancora. Ma dov’era il Comandante?
Si avvicinavano. I tamburi erano assordanti. Erano quasi a distanza…
E che diavolo, mi dissi. Mi voltai e scesi le scale. Passando davanti all’armeria feci piano piano, per non essere beccato dal Comandante. Uscii dalla fortezza dalla porticina sul retro della pusterla e mi misi a correre in direzione opposta all’esercito dei demoni che giungeva.
Dopo circa un’ora vidi qualcuno davanti a me, che barcollava nella mia stessa direzione. Lo raggiunsi. Era il Comandante, quasi senza fiato, ansimava. Lo superai senza dire una parola, e continuai a correre.

Angelologia applicata

“L’amor che move il sole e l’altre stelle”
Dante, Divina Commedia, Paradiso, Canto XXXIII

Allo studente di fisica contemporaneo può risultare difficile comprendere come certe concezioni dell’universo possano avere resistito secoli senza essere messe in discussione, nonostante le mancanze logiche e le prove contrarie. Se per gli antichi greci era l’amore tra gli oggetti che causava la gravità, per gli scienziati tra l’illuminismo e il digitalismo del XXI secolo le forze della natura erano mediate da “particelle” oppure “onde”. In tutti i casi mancava una vera comprensione di cosa fossero davvero le leggi cosmiche e perché esistessero. Non giudichiamo troppo severamente quei nostri antenati: non erano ancora pronti ad accettare la realtà dei fatti.

E’ solo dalla seconda metà del XXI in poi, dopo i lavori seminali di Giordani e Shautzner, che la fisica moderna inizia ad approfondire davvero il mistero delle cose. Con l’esperimento Lee, ovvero “la dimostrazione scientifica dell’esistenza di Dio”, come qualcuno l’ha chiamato, anche i più accaniti negazionisti hanno dovuto riconoscere che c’è un livello di esistenza superiore al nostro che garantisce ordine e consistenza alla realtà. Per molti anni i detrattori hanno cercato di smontare le premesse dell’esperimento e dimostrarne la fallacia, con il risultato opposto. Oggi l’esistenza di una divinità è riconosciuta dalla maggioranza della comunità scientifica, sebbene alcune minoranze si ostinino a negare ad essa reale consapevolezza e arbitrio .

E’ con Peters, un decennio più tardi, che è stato compreso come quelle che un tempo erano identificate come “particelle elementari”, i cosiddetti bosoni, leptoni e quark, non siano che messaggeri delle legge universale divina. Sono la categoria più basilare di angeli, i cosiddetti angeli fermionici. E’ tramite essi che è garantita la stabilità e la continuità dell’universo.

Sappiamo che in linea di principio gli angeli non sono senzienti nel senso proprio del termine. Albert e Duarte lo hanno abbondantemente dimostrato. Il classico paragone è la conduttura dell’acqua: gli angeli sono tubi, sono fori tra la realtà superiore e la nostra che veicolano l'”acqua” della volontà divina, cioè le leggi universali. Un foro non è intelligente, non decide cosa portare; comunque lo fa.

E’ curioso notare come ci siano voluti diversi anni, dopo questa prima illuminazione, a che fosse riconosciuta l’esistenza di angeli di categorie più elevate. Oggi sappiamo che ogni elemento organizzato della realtà, noi compresi, è custodito e governato da queste entità che provvedono a qualificarlo e mantenerlo. Gli angeli di medio e alto livello, quelli che mantengono i viventi, le espressioni geografiche o le aggregazioni come le nazioni, naturalmente non veicolano direttamente le leggi basilari ma organizzano gli angeli inferiori. Il nostro angelo personale mantiene aperto per noi quel canale tra la dimensione divina e la nostra parte fisica che fin dai tempi remoti è stato chiamato “anima”.

E’ tuttavia sempre più accettata la “ipotesi Gale” o “legge della spuma”. La volontà divina, nata in una dimensione superiore, passa tramite il foro che è l’angelo e a contatto con la nostra realtà si “solidifica” come la schiuma di silicone a contatto con l’aria. Quando la complessità delle istruzioni divine è elevata, l’angelo stesso sviluppa una sorta di intelligenza indipendente, separata dal suo Signore, di livello adeguato al suo rango. Non c’è accordo tra gli scienziati se questo sia una necessità dovuta alla barriera quantistica o una scelta precisa. La volontà dell’angelo è però così in grado di chiudere il canale con il sopramondo divino, ed entrare in contrapposizione con il proprio creatore. Il dominio sugli angeli di livello inferiore gli consente di sussistere nonostante il taglio dei contatti, ma si possono ben capire i problemi, le sfide e le opportunità che possono nascere dall’esistenza di una creatura in grado di controllare la base stessa dell’esistere. E’ per questo che lo sviluppo della fisica odierna è diretto soprattutto a cercare di comprendere come questi “demoni”, come vengono popolarmente chiamati, possano essere messi al servizio dell’umanità.

Su questo punto, come ben si sa, le opinioni divergono. Un certo numero di fondamentalisti – che sarebbe errato chiamare scienziati – sostengono che non si dovrebbero avere rapporti con esseri che hanno rotto i legami con il creatore; l’obiezione comunemente espressa è che, se anche Dio fosse senziente e non un qualche tipo di meccanismo, esso permette tuttavia l’esistenza di questi ribelli, e un vero scienziato non può ignorare parte del reale solo per uno scrupolo moralistico. Sebbene i demoni abbiano goduto in passato di cattiva fama, da tempo con diversi di loro è stato possibile stabilire un proficuo rapporto di lavoro che ha dato all’umanità reali vantaggi.

Cari studenti! Se avete deciso di intraprendere questo ciclo di studi è perché avete compreso come la grandezza di queste entità superiori un tempo chiamate dei e, ingiustamente, per secoli, diavoli, possa essere una risorsa indispensabile all’Uomo. Davvero il prezzo di concedere alla loro guida illuminata le nostre “anime”, è trascurabile considerando i vantaggi per la scienza che possiamo ottenere una volta svincolati dalla rigidità di aderire ad arbitrarie volontà divine. L’Uomo non potrà mai raggiungere la sua vera statura se non ribellandosi anch’esso a imposizioni ormai obsolete.

Da domani voi, aspiranti fisici e dottori in negromanzia, comincerete a studiare le equazioni che governano le gerarchie angeliche; a tracciare, nei nostri laboratori attrezzati, i pentacoli per l’evocazione di quelli che un tempo erano messaggeri divini per piegarli al vostro servizio. La società attende con impazienza il vostro contributo. Possiate costruire un mondo migliore, più illuminato!

Dal discorso di apertura dell’Anno Accademico da parte del rettore della facoltà di Fisica Angelica e Negromanzia scientifica dell’Università di Torino, Asmodeo Cirilli, anno 2120


Come un sogno

Lei era bella come non lo era mai stata. Bella, forse, come quando lui l’aveva conosciuta. La pelle era liscia, quasi luminosa. Le si accostò.
“Sei bellissima”. Le accarezzò i capelli, le sue mani leggere come un volo di uccelli. “Sei come un sogno”. Lei lo guardò con occhi adoranti. “Grazie caro. Era tanto che non me lo dicevi. Vedi, mi sono messa questo per te”.
Piroettò davanti a lui. Il sole, passando attraverso le tende a scacchi, disegnava un gioco d’ombre sul suo volto. “Ti piaccio? Ti piaccio ancora?”
“Non hai mai smesso di piacermi. Farei di tutto per te.”
“Smetterai di andare via? Di uscire la sera?”
“Certo. Non avevo capito quanto tu sei preziosa. Non potrei mai fare a meno di te.”
Lei sorrise maliziosa. “Oggi è San Valentino. Che ne dici se…”
“Mamma, mamma, ti ho fatto un disegno!”
La bambina vestiva un grembiulino a fiori. Si arrampicò sulle gambe della madre. “Grazie, amore! E’ bellissimo”. La baciò sui lisci capelli neri. “Adesso vai, che sto parlando con tuo padre”.
La bambina sgambettò via. “Dove eravamo rimasti?”
“Al fatto che sei bellissima”, disse lui accarezzandole i capelli.
Lei si guardò allo specchio. Sì, era veramente bellissima. Non si vedevano più quelle brutte rughe. Aveva perso un sacco di peso. Anche i lividi erano scomparsi.
Lividi, quali lividi? Che sciocca a pensare a dei lividi.
“Sei come un sogno”, disse lui.
“Oh, caro. Adesso riconosci che avevo ragione io su tutto? Che eri tu a sbagliare?” Le sue dita si mossero verso di lui, si arrestarono prima di toccarlo.
“Certo, cara. Hai sempre avuto ragione tu su tutto. Ero io a sbagliare.”
“Te l’ho detto, te l’ho sempre detto che un giorno lo avresti capito.”
“Certo. Non avevo compreso quanto sei preziosa. Non potrei mai fare a meno di te.”
Lei sorrise maliziosa. “Oggi è San Valentino. Usciamo? Qui c’è aria pesante. Che ne dici se…”
“Mamma, mamma, ti ho fatto un disegno!”
La bambina vestiva un grembiulino a fiori. Si arrampicò sulle gambe della madre. “Grazie, amore caro! E’ davvero bellissimo”. La baciò sui lisci capelli neri. “Adesso vai a prepararti per la scuola”
La bambina si fermò, perplessa, “Ma mamma, io non vado ancora a scuola!”
La donna rise “Scusa, che sciocca, è vero. Vai a giocare.” La bambina sgambettò via. Per un attimo la visualizzò più alta, con un paio di jeans, truccata…
Ah, crescono così in fretta. Lanciò un’occhiata al padre. Lui la stava guardando allontanarsi con una strana espressione sul viso…
Qualcosa, per un attimo, un’ombra nera, le passò davanti agli occhi. Come una fitta di… gelosia? Paura? La cancellò. Oggi era un giorno splendido. Era San Valentino. Il sole entrava dalla finestra, attraverso le tende a scacchi, e luce e tenebra si inseguivano sulle cose e sui volti.
“Sei come ti ho sempre desiderato”, disse a lui.
“Anche tu”, le rispose. “Sei come un sogno”.

L’appuntato si rivolse al maresciallo. “E’ arrivata l’ambulanza”.
Il maresciallo grugnì. “Hai controllato?”
“Sì. La ragazza era la figlia. Quattordici anni. Stava ripetendo l’anno alle magistrali, ma ultimamente non frequentava. Probabilmente accoltellata nel sonno, ci sono delle macchie di sangue sul letto. L’uomo non presenta tracce di violenza apparenti, quindi potrebbe essere stato soffocato, o avvelenato, ma aspettiamo l’autopsia, visto lo stato dei corpi.”
“Ma nessuno se n’è accorto prima?”
“I vicini dicono che sentivano sempre urlare e litigare. Da una decina di giorni solo silenzio, ma pensavano fossero andati in vacanza”
“Finché non hanno sentito la puzza” sospirò l’ufficiale.
“Sì. Hanno bussato, nessuno rispondeva, e poi ci hanno chiamati”.
“E al lavoro? Non si preoccupavano?”
“L’uomo era disoccupato. Lei lavora come donna delle pulizie precaria. Quando non si è presentata l’hanno semplicemente sostituita.”
Il maresciallo scosse la testa. “E’ colpa di questa merda,” disse, dando un colpo con il piede alla console, sulla quale pigre luci lampeggiavano. “E’ un modello vecchio. Oggi le fanno con lo spegnimento automatico”. Alzò gli occhi sulla persona che vi era seduta accanto.
La donna probabilmente non era mai stata molto bella. Ora era uno scheletro immerso nei suoi liquami, con in testa il casco della realtà virtuale. Di tanto in tanto la testa, le mani si muovevano appena. Il maresciallo si chiese cosa stesse guardando da dieci giorni senza interruzione, senza sentire fame o sete. Persa in un suo mondo immaginario. Qualche gioco? O qualche simulazione? Qualche registrazione? Quella, si ricordò, era stata la prima console a permettere di registrare avatar di persone reali, simulacri con i quali era possibile interagire.
Era stato di moda. Potevi vivere avventure con i divi, o con i grandi del passato. Oppure con i fantasmi informatici di chi non c’era più, gli spettri degli amati, per sempre fissati in una eternità virtuale.”Vivi il tuo sogno”, diceva la pubblicità.

“Ci sono gli infermieri”, disse l’appuntato.
“Portiamola via” disse il maresciallo. L’appuntato si avvicinò alla macchina che ronzava sommessamente, la sua luce lampeggiante come il faro di una terra lontana e irraggiungibile. “Che faccio, stacco?” chiese l’appuntato.
“Stacca”, disse il maresciallo.

Intermezzo

<Avviso: quanto segue è un po’ fortino, astenersi sensibili>

Il Superbowl, fin qui, era stato abbastanza noioso.
I Clavius Voiders – la prima squadra della Luna Meridionale ad andare in finale – conducevano 15-2 sui Peking Redguards. La difesa selenica, grazie anche alle nuove cybergambe Nike molto più performanti di quelle dei loro avversari, aveva rintuzzato con successo ogni tentativo di meta. Il copione dell’incontro, come avevano ampiamente previsto i bookmaker, era già scritto.
Ma quello che il pubblico veramente attendeva era lo show nell’intervallo di metà partita.

Da molti anni ormai quello spettacolo era diventato l’avvenimento culturale più atteso del pianeta. Quello che stabiliva il nuovo paradigma per i divertimenti della GlobalBros umana, la comunità che andava dai minuscoli avamposti sulle lune di Saturno fino alle stazioni solari di Mercurio, passando ovviamente per la Terra e tutta la sua nube di città orbitali. Tre miliardi di persone sempre connesse virtualmente, che condividevano un unico chiacchericcio ininterrotto limitato solo dalla velocità della luce. Le mode nascevano, si diffondevano e morivano nel giro di qualche giorno, se non di qualche ora o addirittura minuto. Coloro che le controllavano erano sempre in cerca della novità, del colpo di genio che rendesse memorabile e condivisa la nuova creazione.
E per un evento come lo Spettacolo d’Intermezzo, che pilotava i gusti e le idee di gran parte dei viventi della GlobalBros, era stato scelto il meglio.

Tre anni prima l’ospite era stato Karl O-Oh, che aveva deliziato e scandalizzato gli spettatori con i suoi trentadue cloni di se stesso come bambina ritardata. La performance tecnica era stata notevole: far crescere così tante copie di un umano fino all’età apparente di quattro anni, per non parlare della resistenza fisica del cantante nell’accoppiarsi continuando a danzare. Si era discusso a lungo sui media se fosse incesto o masturbazione, ma una parte dell’opinione pubblica aveva reagito male: come si osava creare degli esseri anche solo marginalmente umani così imperfetti solo per abusare di loro in mondovisione? Sulla spinta dei contestatori si era decretato l’immediato aborto post-natale di quegli abomini, anche se i siti di gossip suggerivano che non tutte le bambine originali erano andate distrutte ma continuavano a intrattenere, per tariffe smodate, alcuni clienti particolarmente influenti. Fatto sta che la creazione di cloni umani temporanei semisenzienti era diventata dal giorno alla notte un’industria prosperosa.

L’anno seguente la performer era stata 12345, la syntho-crusher, che a dire la verità aveva un po’ deluso. La sua orgia con il tirannosauro aveva suscitato critiche sia dagli animalisti che da quanti lo giudicavano una mera riproposizione di quanto aveva fatto qualche tempo prima Urban Dolly con il mammuth, e ancora prima J-Dean con un bovino scostumato. Fatto sta che il dinosauro domestico genitalmente modificato era diventato un must per le signore della borghesia bene su tutti i pianeti.

L’ultima esibizione in ordine di tempo era stata quella degli Psychoballs, ed era stata geniale. Aveva coniugato l’ultimo desiderio di un condannato a morte, potere godere di una notorietà assoluta ed istantanea, con la spettacolarità. La vittima – un’anonima impiegata condannata per dissenso all’asportazione totale degli organi – era stata perfetta, resistendo ben oltre l’immaginabile, dopo essere stata privata degli arti e di parecchie altre parti del corpo; e gli stessi Psychoballs non erano stati da meno, continuando a cantare e suonare impeccabilmente mentre abusavano della condannata durante la dissezione.
Come conseguenza, l’opposizione alle esecuzioni per espianto era caduta quasi a zero, e il governo aveva inaugurato una nuova redditizia linea di intrattenimento per i più abbienti.

Ovvio che ora le aspettative fossero altissime. MyUmpha, l’artista designata, nota per i suoi eccessi e la sua originalità, cosa avrebbe scelto come tema? Quale perversione avrebbe innalzato a livello di capolavoro dinnanzi a miliardi di spettatori ansiosi ed eccitati?

Il secondo quarto della partita terminò senza ulteriori emozioni, a parte uno scontro che causò ad un difensore del Clavius il distacco di un braccio. Ma quasi nessuno ci badò: già il palco veniva in fretta montato al centro del cubo di gioco.
Era un palcoscenico stranamente semplice e spoglio. Una flottiglia di microdroni l’illuminava con una luce dolce e soffusa. Il silenzio dell’attesa fu rotto dalle prime note di una delle canzoni più note di MyUmpha, una ballata malinconica e ritmata. Apparve l’artista stessa, ad un angolo del palco. Chi si aspettava inserti uber-cyber o mutazioni restò deluso: l’aspetto della cantante era stranamente umano. I vestiti, quelli sì, erano stravaganti: indossava quella che sembrava una antica camicia da notte bianca, senza pizzi o altro, lunga fino ai piedi. Cantando dolcemente e sommessamente, si diresse al centro. Dal lato opposto emerse un’altra figura. Quando fece la sua comparsa, un mormorio stupito si diffuse nello stadio, nel mondo, su ogni satellite e pianeta collegato. Era un ragazzo umano, non mutato, della stessa apparente età di MyUmpha, vestito con pantaloni e camicia. Lentamente raggiunse la compagna di performance.
E si presero per mano, guardandosi negli occhi.
Ogni spettatore tratteneva il fiato. Adesso cominciano, adesso cominciano… cosa sta succedendo, cosa succede? Niente, continuavano a tenersi per mano. Molti sembrarono notare per la prima volta le parole del canto, l’uso inconsueto della parola amore, quello strano connubio di tristezza e gioia.
La canzone finì. La donna si sporse…
…e baciò sulla guancia il ragazzo. I due si allontanarono tornando da dove erano arrivati.
I critici e il pubblico esplosero. Che originalità! Che oltraggio! Che soluzione innovativa! Ci si interrogava con il vicino, increduli: ma davvero non hanno fatto niente? Com’è possibile? Si sono appena sfiorati!
Nella perplessità originale, molti provarono un’emozione strana, quasi un rimpianto di qualcosa di dimenticato o mai conosciuto. Si domandarono che senso avesse tutto questo, come potesse essere che due persone stessero vicine senza abusarsi a vicenda. Senza neanche tentarci.
La domanda rimase sospesa nel silenzio del palco.
Almeno fino a quando cominciò la seconda canzone, e saltarono fuori i nani nudi con le motoseghe.

Povero superuomo

Fabio era arrabbiato. La sua supervista aveva un problema.
“E’ il superzoom”, spiegò. “Non riesco ad ingrandire oltre il 6x.”
“Quand’è che ha funzionato per l’ultima volta?” Chiese sua madre.
Fabio ci pensò su un attimo. “Non mi sembra di averlo usato quest’inverno. L’ho installato a marzo dell’anno scorso, e mi ricordo che per un po’ l’ho adoperato. Ma ora…”
“Quindi è un anno che non lo usi. E te ne accorgi adesso che non funziona”, disse la donna scuotendo la testa, mentre girava distrattamente le pagine di una rivista di cucina.
“Non è una cosa che si adoperi tutti i giorni”, protestò lui. “però dovrebbe essere ancora in garanzia.”
“Com’è che te ne sei accorto?” Fece sua madre, tornando a mescolare la pentola.
“Ecco, uhm, ho fatto il check diagnostico, dato che voglio comprarmi questa nuova funzionalità…”
Lei si arrestò con il cucchiaio in mano. “Un’altro miglioramento? Cosa vuoi, stavolta?”
“La vista a spettrofotometro! La Suzuki ne ha appena fatto uscire un nuovo modello fighissimo!”
Sua madre riprese a cucinare con un sospiro. “Spettro… e a cosa serve avere la vista spettrocosa? A vedere i fantasmi?”
“Beh”, replicò lui, guardingo, “puoi scomporre la luce e capire com’è fatta… ad esempio puoi verificare che cosa sta bruciando nella fiamma del fornello! Se l’azienda del gas ti sta fregando. Puoi vedere la composizione della luce solare! Fighissimo, eh?”
“Non ti ho chiesto cosa fa, ti ho chiesto a che ti serve”, gli rispose sua madre, un po’ spazientita.
“E’ utilissima”, mormorò Fabio. “E poi i miei amici ce l’hanno già tutti. Visto che devo andare dal componentista per lo zoom, tanto vale che me la faccia impiantare.”
Sua madre alzò gli occhi al cielo. “Già che ci sei, apri con la tua superforza quel vasetto, vuoi?”

Uscito da casa, si mise a correre verso il negozio di componenti. Se non c’era traffico poteva farcela in un quarto d’ora, erano non più di quindici chilometri. La mattinata era freddina, c’era l’usuale fila di gente che correva al lavoro. Le rare automobili ronzavano sulla strada, accanto. Il marciapiede era pieno di buche, bisognava fare attenzione. Si sentì vibrare il polpaccio, una spia lampeggiante gli si accese nell’occhio. Fabio gemette. “Non ci posso credere, sono di nuovo in riserva!”
Queste supergambe indiane saranno anche state in offerta, ma consumavano energia in modo allucinante. Alle colonne di ricarica pubbliche c’era una fila chilometrica, come al solito. Valutò lo stato delle batterie. “Dovrei farcela ad andare e tornare”, si disse. “Mi ricarico a casa.”
Più avanti c’era un assembramento. “Il solito incidente”, sbuffò.
Aguzzò le orecchie. “Correva ad oltre ottanta, su un marciapiede così trafficato” stavano dicendo una trentina di metri più in là. “Lei è messa male”.
Rallentò mentre passava accanto ai due corpi stesi a terra. Un giovane di forse quindici anni aveva centrato in pieno una signora. Un braccio si era staccato ed aveva ferito altre due persone. A terra, il sangue si mischiava al lubrificante.

Arrivò dal componentista. Anche lì c’era coda. Alla fine fu il suo turno. “Vediamo la diagnostica”, disse il tecnico.
Lo collegò. Si sentì vibrare gli occhi, la vista andava e veniva. “Sono i micromotori”, disse alla fine l’operatore. “E’ roba nigeriana, costa poco ma dura niente. Deve sostituire tutto il blocco, non li cambiano sfusi.”
“Ma non sono in garanzia?” Domandò.
“Non questo modello”, Il tecnico replicò il tecnico rimuovendo l’interfaccia. “Allora, che vogliamo fare?”

Ritornò verso casa. Altre spese, dunque. Forse lo spettrofotometro avrebbe dovuto aspettare. Aveva quasi ripulito il conto in banca, l’ultimo mese, con il nuovo modello Sexplus della Philips. Oh, sì, alta performance, ma anche quello l’aveva usato in tutto due volte.
Una gran sudata, acrobazie d’alta classe, nuove funzionalità. Ma, finito tutto, era poi la stessa cosa di prima. Ginnastica. Non era scattato niente.
Sentiva che mancava qualcosa. Tutti questi potenziamenti, queste estensioni, gli organi supplementari, erano fantastici, ma non erano mai completamente soddisfacenti. I transumanisti dicevano che era un progresso ineluttabile, che era il compito sacro dell’individuo lasciarsi alle spalle l’umanità ma, ora che era più che umano, non si sentiva poi così diverso da prima. Non capiva cosa mancava ancora.

Forse per essere davvero più che umano avrebbe dovuto essere diverso… diverso…
Essere come una macchina. Smettere di desiderare.

Si rese conto improvvisamente dell’allarme che suonava. Batteria bassa…
Rallentò fino a camminare, i piedi sottoalimentati strisciavano. Si bloccò al bordo del marciapiede. Merda. Era ancora a tre chilometri da casa. Avrebbe dovuto chiamare sua madre, dirle di portargli una pila di riserva.

Mentre aspettava pensò che, visto che gli occhi li doveva sostituire, tanto valeva farsi mettere il superzoom 400x.

Notizie dall’inferno

***BREAKING NEWS***

Satana ordina il ritiro delle truppe

“Ormai sulla Terra possono cavarsela da soli”, afferma il monarca infernale

Stamattina, in una affollata conferenza stampa Mefistofele, portavoce della Presidenza dell’Inferno, ha annunciato il ritiro delle truppe demoniache dal mondo umano. “Dopo millenni di sforzi e sacrifici, riteniamo che ormai gli esseri umani possano cavarsela da soli. La battaglia contro il Nemico-che-sta-Lassù è vinta.”
“Non ha senso mantenere così tante legioni demoniache quando ormai la resistenza è praticamente debellata” ha affermato l’Arcidiavolo. “Passeremo gradualmente la responsabilità sul terreno ai nostri protetti mortali, che già compiono un ottimo lavoro nel mandarci tanti loro compagni”. Alla domanda se questo comporterà una diminuzione del numero dei demoni, ha risposto: “Non prevediamo un calo di personale. I tentatori rimpatriati saranno impiegati nel controllo delle bolge, molto sovraffollate rispetto alla capienza prevista. Ristrutturare i centri di accoglienza per i dannati è la nostra priorità. E’ impensabile che le anime maledette possano rimanere comode nelle loro pene perché non ci sono abbastanza diavoli a tormentarle.”
“Siamo preoccupati” lamenta Legione, Principe degli Interni. “Oggi molti dannati non riescono neanche a capire che sono all’Inferno. Per loro la mancanza di divino è normalità.”
“Nessuno vuole divorare queste anime perché sono abbondanti ma sanno di poco” ha ripreso Suo Abominio, “è una situazione di cui il nostro governo deve farsi carico.”
Occorre però restare in guardia, ha concluso Mefistofele. “Già in passato credevamo di avere vinto, ma avevamo sottovalutato il fanatismo dei seguaci del Nemico-che-sta-lassù. Quei pezzenti sembrano risorgere ogni volta”. Ma ora la disperazione sembra finalmente trionfare: “La lotta contro i guerriglieri asserragliati nelle loro sacrestie finirà presto. Sono demotivati e isolati, tra non molto spariranno del tutto.”
Interrogato, Sua Malevolenza ha liquidato poi l’ipotesi di una possibile prossima Apocalisse come infondata: “Sono voci che si rincorrono da secoli, fake news messe in giro da pretuzzi ignoranti. Non vediamo come il Nemico potrebbe rovesciare la sua disastrosa situazione odierna. Il suo dominio sul mondo umano è destinato a spegnersi non con una battaglia, ma con un piagnucolio.”

Per il momento tuttavia i demoni non abbandoneranno le loro basi e i loro posseduti: il calendario della smobilitazioni sarà fornito successivamente. Il ritiro avverrà gradualmente, nel giro di un paio di secoli.

I differenti

“Ma guarda quelli”, disse Hienna, indicando con il mento perfetto il gruppetto che era appena entrato nel locale.
Lil seguì il cenno dell’amic*. Erano due polari adulti con altri due piccoli polarizzati. Forse venivano dalla campagna, non si sarebbe spiegato altrimenti la loro sfacciataggine.
“Farsi vedere in giro così, proprio il giorno dell’Amicizia” rise Bako. Bako aveva sempre da ridere.
“Forse bisognerebbe dirglelo” azzardò Lil.
“Se ne sono già accorti” sbuffò Hienna. “Guarda, sembrano proprio smarriti. Mi fanno quasi pena”.
“Hienna è sempre così saggi*, pensò Lil, guardandol* da sotto le lunghe ciglia.
“Hai detto quasi?”, sogghignò Bako. “Adesso ci divertiamo un po’”.
Si alzò dal tavolo e si avvicinò ai polari. “Hey, voi, forse sarebbe meglio che tornaste da dove siete venuti, comprendete?”
Il polare più massiccio guardò Bako incerto. “Non facciamo niente di male. Siamo venuti a comperare regali per la festa dell’Amicizia”.
Bako sbuffò. “Amicizia? E cosa ne volete sapere voi dell’amicizia? Siete dei polari, no? E i polari non possono esser amici con gli altri. Se state qui rovinate la festa a tutti, quindi meglio che vi leviate di torno.”
L’altro polare adulto intervenne. Sembrava molto arrabbiata. “Ma chi credete di essere? Come fate a pensare che il sesso di una persona abbia a che fare con l’amicizia? L’amicizia esiste da sempre!”
“Disse la polare bianca” ribatté Bako. Oh, quando Bako iniziava a discutere non ce n’era per nessuno. Una volta l’aveva vist* prendere a calci un polare che l’aveva definit* “Barbie”, e dopo dirgli “scommetto che adesso ti piacerebbe essere enne come me.”
Bako era enne ormai da quasi quindici anni. I suoi polari l’avevano ennat* subito, da piccol*. I polari di Lil, invece, si erano opposti. Erano vecchi come testa, ideologizzati. Poi era passata la legge per cui i minorenni polarizzati potevano ennarsi gratuitamente anche senza il consenso dei loro polari. Lil aveva esitato, poi quando Hienna aveva scelto di ennarsi si era decis*. Sì, anche se faceva del suo meglio per nasconderlo con gli abiti, il corpo di Lil era ancora polarizzato. Fino a domani. La lista d’attesa in clinica era stata molto lunga.

Nel frattempo, la discussione si stava scaldando. “State rovinando la festa al mi* amic* Lil, qui”, stava dicendo Bako. “Domani si enna, alla facciazza vostra.”
“Hey”, sussurrò Hienna a Bako, “smettila, non c’è bisogn di spiattellare che Lil non è ancora enne, l* metti in imbarazzo”.
I polari guardarono dalla sua parte. Il polare più grosso l* squadrò. “Ragazzo, se sei ancora sano lì sotto, rinuncia fino a che sei in tempo. Una volta che te l’hanno tolto non c’è più niente da fare”
“Caro…” lo strattonò l’altro polare “smettila adesso, andiamo via…”
Gli altri avventori, intorno, erano impalliditi di fronte alla mancanza di rispetto del polare. “Inconcepibile”, si sentì mormorare. Persino Bako era stato colto alla sprovvista dal rozzo commento.
Ma un polare è un polare. Sono fatti così, governati dalle emozioni e dagli ormoni che arrivano da lì sotto, pensò Lil. Non possono fare a meno di odiare noi neutri.
Hienna piantò le sue lunghe gambe brune a terra e si alzò con un movimento fluido. Sembrava una divinità, gli occhi lampeggiavano in mezzo al suo viso di bambola, accuratamente liberato da ogni fattezza distintiva. “Ragioni con i genitali”, intervenne, rivolgendosi al polare. “Mentre noi siamo liberi di farlo con il nostro cervello. Ecco perché tu sei il passato e noi il futuro. Oggi è il giorno dell’Amicizia”, con un gesto Hienna indicò le decorazioni appese alle pareti, L’Amicon* di plastica rosso e bianco, il viso tondo come un allegro palloncino rubicondo, l’albero dell’Amicizia nell’angolo, con scatole di regali sotto. “E quindi non vi denunceremo per quei commenti sessisti. Ma se non ve ne andate immediatamente, voi e vostri piccoli polari, chiameremo la polizia, e passerete delle feste orribili in prigione, come vi meritate per le vostre disgustose opinioni.”
I polari indietreggiarono, mentre Hienna incombeva su di loro.
“Voi non potete capire, siete troppo vecchi. Non è solo questione di sostituire quei vostri organi limitati con una tabula…” Nel dire questo, Hienna si era mess* in posa. Inconsciemente, o forse no. Come molti enne, Preferiva andare in giro nud*, ricoperta solo di un microstrato termico trasparente, la pelle dal caldo colore meticcio esposta a tutti. Era un modo di far vedere che non aveva niente da nascondere, nessun tabù, nessuna vergogna di qualsiasi tipo. Lil si ritrovò a fissare la liscia zona tra le sue gambe, dove sotto lo strato plastico erano nascosti migliaia di sensori collegati con le zone del piacere. La tabula, la chiamavano. Lil aveva letto che gli abili manipolatori di tabula potevano dare e avere orgasmi lunghi ore. Da domani avrebbe potuto verificarlo. Da domani tutto sarebbe andato a posto, e il disagio, quello strano desiderio muto che aveva dentro sarebbe finito. Non vedeva l’ora.
Oh, la tabula di Hienna, le sue lunghe dita…
Hienna stava continuando. “…è il cervello che dovete cambiare. Andate in giro ostentando la vostra sessualità, così, tanto per provocare, ma vi dovete rassegnare. Il vostro patriarcato e il vostro matriarcato sono finiti. La nostra società ormai è libera, noi siamo liberi dai retaggi del passato. Non vedo l’ora che vi proibiscano del tutto. Siete fossili che spariranno. Quindi sparite anche voi. Ora.”
Il polare più grande fece per replicare ancora, ma l’altro lo tirò per la manica. Si voltarono e se ne andarono, trascinandosi dietro i loro piccoli. Uno dei due si mise a singhiozzare, e il suo polare lo prese in braccio. La porta si richiuse.
Bako rise. “Ma dico, li avete visti. Quello più piccolo che frignava, che rumore sgradevole? Treccine, aveva le treccine! Ma quanto si può essere antichi?”
Hienna mise una mano sulla spalla di Bako. “Sei stat* in gamba ad affrontarli”. Bako accarezzò la tabula di Hienna, che per un istante si illuminò. Lil sentì stringersi qualcosa, nel petto, ma non avrebbe saputo dire cosa.
Lil si alzò. “Sapete cosa vi dico? sono stuf* di stare qui. Andiamo a farci un giro in centro, che è una bella giornata”
Pagarono ed uscirono. C’era folla, per strada. Ogni volto quasi uguale a quello accanto, come in un gioco di specchi grande come una città. Un solo sesso, una sola razza, un solo pensiero. Tutti con gli stessi lineamenti attentamente neutralizzati, lo stesso colorito scuro, le stesse idee finalmente condivise. Idee che bandivano chi causava divisione e conflitto; che rifiutavano chi, in nome di antiche credenze, non voleva stare all’interno di quest’amicizia che abbracciava tutto il mondo. Sì, l’amicizia era l’ideale, scambiarsi i doni il modo di esprimerlo, l’eliminazione delle differenze il modo di dimostrarlo con il proprio corpo. La società perfetta, finalmente.
Lil si guardò intorno, ma non c’era traccia di quei polari. Meno male, nel mondo nuovo non c’era posto per i differenti.

Il vestito della festa

Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. (…) Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
Matteo, 22

Sì, sono io quello di cui parlano. I bastardi. Neanche uno che mi abbia difeso, mentre subivo l’ingiustizia. Perché, è chiaro, quella verso di me è stata un’ingiustizia. Forse che quegli idioti addobbati a festa avevano più diritto di me a stare là? No, vi dico. Tutti profittatori, tirati dentro senza sapere neanche perché, senza merito. Tutti bellini con il loro vestito nuziale, gli opportunisti. Ed io, solo per questo piccolo particolare, legato e buttato fuori. Una questione formale, insignificante, e quel maniaco dal cuore duro mi ha umiliato facendomi brutalizzare e mettere alla porta. E pure amico mi chiamava.
Pura violenza. Sapete, quel prepotente mi ricorda proprio le mie ex mogli. Anche loro sempre a lamentarsi di me, che ero disordinato, che non mi lavavo, che non tenevo a loro, che pretendevo solo. Hey, io sono così, che volete da me? Invece no, a frignare che vedevo anche altre donne, le piagnone. Ma quante storie, è nella natura dell’uomo. Non sono per i formalismi, se desideri stare con me devi adeguarti.
Ecco, quel re è esattamente come loro: non si accontenta, non è comprensivo. Con la scusa che offre ti obbliga a fare come vuole lui.
Pretende: ecco, pretende.
Ma chi me lo fa fare, che si tenga la sua festa. Io ragiono di testa mia. Sono libero, io, sono un adulto, ho i miei diritti, nessuno mi può dire come devo vestirmi.
Certo che è buio, qui fuori.

Roba buona

Dario si guardò attorno, mi prese per il braccio e mi sussurrò: “Allora, ci stai?”
Io non dissi niente. “Oh”, fece Dario, “mica ti starai tirando indietro? Non dirmi che hai paura.”
Io fui punto sul vivo. “No che non ho paura. Andiamo.”
Parcheggiammo lontano. La zona era squallida, e deserta.  Salvo per poche persone che camminavano rasente i muri, come noi. Arrivammo al posto, una vecchia officina abbandonata. C’era un buttafuori alla porta, ma Dario aveva l’app giusta. Entrammo.
L’odore era fortissimo. C’erano forse una ventina di banchetti improvvisati, la mercanzia in mostra.
Il primo vendeva cani. C’era un grosso alano, scuoiato, che penzolava appeso ad un gancio. Due volpini giravano su uno spiedo. “Gatto, gatto fresco” ci disse sorridente il venditore di fronte. In una gabbia una ventina di felini di tutte le taglie miagolavano penosamente.
“Vieni via”, mi disse Dario prendendomi per il gomito. “Quello che ci interessa è più avanti”.
Ero perplesso. “Mi aspettavo maiali, vacche, polli…”
Lui rise, con quella sua risata forzata. “Sei matto? Da quando hanno vietato la carne, sono introvabili. Chi tiene una mucca in casa? I maiali sono quasi estinti. Per i cani, i gatti, anche i conigli è diverso. Li puoi far passare per animali di compagnia. Certo che se ti beccano a mangiarli… ti danno minimo cinque anni, se non ti prendi anche l’aggravante del fascismo e del terrorismo ambientale. Lì vai di rieducazione, e non sai quando ne esci.”
Gli altri avventori del mercato clandestino erano di tutte le età. Anziani, giovani… tutti con quello sguardo particolare. Fame. E rivolta.
“Non puoi vivere in eterno di soia e verdure bollite”, mormorai. C’erano rischi che bisognava correre.
Superammo la zona dei conigli e dei canarini. Uno vendeva cartocci di tartarughine. “Di qua”, mi disse Dario. C’era una porta in fondo.
Il locale era semibuio. Mi avvicinai ad un alto contenitore cilindrico trasparente. All’interno galleggiavano una trentina di feti della dimensione di un pugno.
“Buoni in umido e fritti” ci incoraggiò il mercante. “Freschissmi, la produzione migliore”. Sul tavolo erano allineate una mezza dozzina di braccia umane, ce n’erano di bambini e di donne. Le gambe erano dietro.
“Non c’è da fidarsi”, mi disse Dario. “bisogna conoscere da chi compri”.
“Ti può tradire?” Chiesi, ingenuo.
“Macché! Questa è quasi tutta roba che arriva da ospedali e dalle pompe funebri. Se non si fa attenzione rischi di beccarti qualcosa di decomposto o malato, e lì sono cazzi.” Ammiccò. “Non è roba per noi. Noi andiamo sul fresco.”
Addossati al muro c’erano una ventina di persone, la maggior parte vecchi.
“E’ quello”, mi indicò Dario.
L’anziano aveva i piedi fasciati. Tirò su la testa. “Venite, venite. Sono le ultime tre. Una per trentamila, due per cinquantamila.” Alzò la mano destra. Gli rimanevano pollice, indice e anulare. “Comprate, comprate, roba buona”.
Fissai affascinato quei moncherini. Fui scosso da un brivido, feci due passi indietro. Dario mi trattenne. “Di che hai paura? Qui è tutto legale. Se ti beccano con carne di gatto ti danno cinque anni, ma la carne umana non è protetta dalla legge. Al limite rischiano i fornitori, se si scopre da dove l’hanno presa. Ma uno che si vende i pezzi…”
“Ma come fa ad essere legale?”, protestai.
Lu rise ancora. “Se è legale farsi ammazzare perché si è stufi di vivere, perché non dovrebbe essere possibile ammazzarsi un pezzo per volta? Quel vecchio si fa un bel gruzzoletto e vivrà come un pascià per qualche mese. E poi la mutua passa gli arti artificiali.”
“E quelle?” Domandai, indicando alcune donne.
“Quelle vendono bambini. Si fanno mettere incinte, e poi abortiscono il giorno prima del parto. Pare che mangiare il feto ancora caldo sia una vera prelibatezza. E’ vero, costa uno sproposito. Se però fossi interessato…”
“No, figurati”, replicai. “Già mi posso permettere a malapena un dito.”
Il vecchio aveva sentito, e ci sorrise. Mise la mano su di un tagliere, accanto alla quale c’era una piccola mannaia.
“Gradite l’indice?”

 

Le storie di San Randazio: il sole di sapienza

Il corteo variopinto si fermò al di fuori della chiesetta di mattoni cotti. Frà Randazio sbirciò fuori dalla stretta finestrella. Erano non meno di una ventina di palafreni, orgogliosamente scattanti e guidati al morso da servitori in livrea, le gualdrappe ornate e luccicanti di oro e d’argento. Randazio riconobbe alcuni dei rampolli delle più nobili e ricche casate cittadine. Le dame vennero fatte scendere dai valletti, mentre i signori si aggiustavano giustacuori colorati e mantelli ricamati. “Proprio qui vengono”, borbottò Randazio. “Occorre prepararsi”. Per un attimo il suo sguardo indugiò sul pesante bastone di noce appoggiato al lato della porta, poi sospirò e si voltò ancora verso l’altare.

La porta della cappella fu spalancata e la compagnia irruppe ridendo e schiamazzando. Uno dei nuovi venuti indicò la figura massiccia inginocchiata davanti al tabernacolo. “Eccolo là! E’ quello!”
Randazio si voltò a mezzo. “E’ questo il modo di entrare alla presenza del Re?” domandò con il suo vocione soprendentemente musicale.
“Quale Re?” Domandò uno dei nobili. Randazio indicò il crocefisso. Si fece d’un colpo silenzio, i maschi si tolsero il cappello e qualcuno abbozzò un segno della croce e un inchino più o meno malfatto. Ma la figura attorno a cui, si rese conto Randazio, tutte le altre sembravano orbitare, non fece alcun cenno di devozione.
“A che debbo la vostra visita?” Domandò Ranzazio, stringendo gli occhi.
“Padre Randazio”, disse uno dei presenti, un cavaliere che il frate conosceva, “permettetevi di presentarvi il famosissimo e illustrissimo filosofo della Sorbona Aristide de’Gigli, detto il Sole di sapienza italico!”
Il Sole suddetto, colui che aveva già attirato l’attenzione di Randazio, si erse e fece un cenno con la testa, come per richiedere omaggio. Mantenne la posa per parecchi secondi, nel silenzio sempre più imbarazzato degli astanti. Vedendo che il frate rimaneva inginocchiato e non faceva cenno di muoversi. l’araldo si ripetè. “Padre Randazio, questi è il famosissimo…”
“Sì, sì, ti ho sentito la prima volta. Mi fa piacere per lui.” tagliò corto il frate.
Intervenne un altro dei nobili. “Padre Randazio, codesto che avete di fronte…. o meglio, alle spalle, è uno dei pensatori più famosi al mondo, la cui fama immortale è esaltata per ogni luogo, Senza dubbio tutte le generazioni di qui all’eternità celebraranno le sue scoperte…”
Randazio sospirò e agitò la mano. “Va bene, va bene. Nella mia esperienza, sono i santi coloro il cui nome è ricordato; il ricordo de’saggi umani dura quanto la loro saggezza. Che desiderate, adunque?”
“Il qui presente filosofo sostiene che…”
Aristide si schiarì la voce. “Credo di poter continuare da me qui, grazie. Invero, mio frate, siete scortese: non vi siete neanche alzato per omaggiarmi”.
Randazio si drizzò in piedi. “Invero, mio sire, dato che non avete omaggiato il padrone di casa”, accennò al crocefisso, “pensavo non vi tratteneste.”
Aristide non mosse muscolo. “Vedete, mio frate, non l’ho omaggiato per un semplice motivo. Perché penso che sì occorra devozione, ma nel proprio intimo. Nella vita quotidiana essa non è necessaria, dato che sono sufficienti i nobili moti dell’animo umano per essere nel bene.”
Randazio infilò i grossi pollici nel cordone del saio. Tutti si erano radunati attorno a loro, come gli scommettitori ai combattimenti dei galli. “Quindi voi sostenete che per fare il bene di qualcuno non occorra Dio?”
“Esatto! Vedo che mi avete compreso. E’ mia convinzione che basti trattare ogni individuo con lo stesso rispetto e dignità e amore.”
“Essendo tutti fatti ad immagine di Nostro Signore, pur’io lo credo. Se invece voi Nostro Signore lo mettete da parte, che giustificazione date a questa vostra convinzione?”
“Prego?” chiese Aristide, inchinando un poco la testa.
“Perché dovrei trattarvi con rispetto, dignità e amore?” gli chiese nuovamente Randazio.
“Perché così entrambi otterremo rispetto, dignità e amore. Il vostro Cristo non ha forse detto anche lui ‘Fa’ agli altri quello che voresti sia fatto a te?'”
“Sì, ma questa è il mezzo, non il fine. Voi mi state dicendo, ti tratto con rispetto perché è utile, perché vuoi essere trattato nello stesso modo, non è così?”
“E’ corretto”.
“Ma se mi fosse più utile il percuoterti con una verga e insultarti, cosa mi tratterrebbe dal farlo?” Randazio lanciò un’occhiata desiderosa al suo bastone, appoggiato al muro in fondo alla chiesa.
“Voi non vorreste essere bastonato a vostra volta!” ribatté Aristide.
“Non m’importa: se è l’utile ciò a cui miro, l’utile sia; il dar rispetto, dignità e amore è un accidente che può esservi o non esservi secondo circostanza. Come decido dunque cos’è bene e cos’è male, se il male mi è più utile del bene?”
“Per rispetto significo il dar riguardo al diritto di una persona, per la dignità significo la qualità di essere degno di rispetto, e per amore intendo il senso di una forte affezione”.
“E ciò non mi avvicina di una spanna sul perché ve lo dovrei concedere, se non perché m’aggrada. Perché dovrei esserne moralmente obbligato?”
“La natura umana…”
Randazio rise fragorosamente. “Mastro mio, se tu udito avessi tante confessioni quanto me medesimo, sapresti bene la natura umana dove spinge. Possiedi altra ragione per la tua morale?”
Aristide sbuffò. “Morale? Una cosa oggettivamente malvagia è ciò che danneggia un essere umano. E un’azione è oggettivamente sbagliata se reca danno ingiustamente ad un essere umano”.
Randazio rise ancora più forte. ” Oggettivamente? Perché oggettivamente? E cosa valuti acciocché si possa dire un danno giusto o ingiusto?”
Aristide fece una faccia strana. “Proprio lei, che è un frate, mi sostiene codesta tesi? Forse che tutti gli uomini non hanno ugual valore?”
“E chi lo dice questo?” Ribatté Randazio. “Domandalo ai tuoi compari costì, che sono quivi giunti esaltandoti come novello profeta, se pensano che tu sia di egual valore dello storpio che vive qui a fianco, lui che a stento farfuglia. Va’ in terra dei mori e convinci il Sultano che mozzare mani e piedi e testa ai cristiani è sbagliato, se riesci. Dillo al Gran Vizir, che oggettivamente erra. E lui ti dirà, infedele, Il mio Allah mi dice che mozzare teste è giusto, e tutti qui la pensano come me. Donde tu che replicherai?”
Aristide aprì la bocca, e poi la richiuse.
“Vedi, fratello mio”, disse Randazio ponendo una delle sue grosse mani sopra la spalla del filosofo, che venne scosso da un brivido “a meno che il tuo dire giusto e sbagliato, il tuo diritto non trovino porto e origine in ciò che è oltre il mondo umano, essi possono essere solo una umana invenzione. E chissà quali invenzioni domani i perversi e gli sciocchi potrebbero escogitare, finendo per convincersi che tutti gli uomini debbano condividerle.”
Aristide si sottrasse al braccio del frate. “Frate mio, vedo che i tuoi argomenti sono deboli e speciosi. Mi avevano detto del tuo acume, ma erravano. Avevo sperato di trovare qualcuno degno con cui discutere, ma non sei mio pari. Me ne torno; i miei rispetti.”
Randazio scosse la testa mestamente. “Se ti fossi ascoltato or ora, o sole d’italica sapienza, avresti scoperto quanto vale veramente la tua parola. Tu manco credi ad essa, è solo suono. Beato colui che si ascolta e si trova mancante, perché sta cercando il vero, e chi cerca il vero cerca Dio che è il sommo vero. Tu non cerchi che il battimano compiaciuto, e ti sarà concesso; ma null’altro.”
La compagnia uscì, facendosi beffe di Randazio. Rimontarono sui destrieri e se ne ripartirono; e solo alcuni dei servi, e pochi de’nobili si voltarono con sguardo grave o pensoso verso di lui.
Randazio richiuse la porta, e accarezzò il randello. “Forse sarebbe stato il caso di usarti, quale esempio di ciò che è giusto o no; ma che vantaggio se ne ha a rompere una zucca, se è vuota?” E tornò alle sue preghiere.

Memoria insufficiente

Fu un attimo, alla stazione del Loop. Un volto tra i tanti; lei saliva per Berlino, lui scendeva. Per un istante lui guardò lei, lei guardò verso di lui, e a lui parve che qualcosa, un’ombra, un incresparsi fugace attraversasse il suo viso. Poi le porte si richiusero e rimase, come tramortito, ad ascoltare il cupo sibilo che si perdeva in lontananza.
Dove aveva già visto quella donna?
Mentre si dirigeva verso l’ufficio frugò tra i ricordi, ma erano troppi, troppo distanti. Sospirò. Avrebbe dovuto fare una ricerca.
Aveva giusto il tempo, prima della riunione.
Caricò nell’interfaccia di controllo le sue memorie dell’ultima mezz’ora, fino al momento dell’incontro. Trovato il punto esatto, selezionò la persona e lanciò una ricerca per “volti simili” tra tutti i suoi ricordi.
Qualche istante dopo ottenne i risultati. Non era nessuno che risiedesse nella sua memoria attuale. Risaliva a molto, molto tempo prima, alla sua gioventù. A tutti quegli anni che aveva trasferito nei depositi mnemonici ausiliari, per liberare spazio. A giudicare dal numero di riferimenti, quella persona particolare di spazio doveva averne occupato parecchio. Incuriosito, controllò di avere abbastanza memoria immediata libera. No, era piena, ma poteva rimuovere temporaneamente qualcosa, dei manuali, i bilanci della scorsa stagione, qualche film. Bastava appena. Caricò quegli antichi dati.

Fu come spalancare una porta su un altro mondo, come quando apri una finestra nel buio della tua stanza e la primavera ti sorprende con il suo fiotto di luce, di colori, di suoni. Quanto era stato giovane. Quanti sogni, allora, che la sua memoria aveva registrato e che ora gli venivano riproposti di getto, come un torrente di sensazioni a lungo dimenticate. Dimenticate? No, piuttosto riposte via, nel magazzino delle cose inutili nel frenetico mondo di oggi, così diverso. Da quando era divenuto possibile estrarre i ricordi in chip esterni invece che lasciarli nel proprio cervello era molto più facile liberarsi di tutto il vissuto sgradito, inutile, o semplicemente vecchio. Che uso potevano avere quegli anni, nella sua vita attuale? Come l’abito passato di moda li aveva riposti nell’armadio, fuori linea, tra ciò che è obsoleto ma può occasionalmente servire.
La vita in quella casa, la sua infanzia. I giorni della scuola. Quei giardini assolati, e i pranzi e le cene e i giochi. E ancora crescere, i primi amori, gli studi, e poi la partenza per altre città. E lei.

Aveva rimosso tutto, e ora l’aveva riportato indietro, ed era come il tempo non fosse passato. Sì, era lei, proprio lei. Quanti anni erano trascorsi da quelli vissuti insieme. Era invecchiata, ma le apparenze ingannano in questo mondo moderno con i suoi trattamenti estetici, la sua medicina avanzata, con la lunghezza di una esistenza che ormai poteva essere estesa a coprire i secoli. Il tempo passato vicini, i momenti felici e quelli meno… e la vita che avanza, inesorabile. I lavori distanti, gli interessi che cambiano. Una lontananza sempre maggiore, la separazione.
E poi i ricordi messi da parte. Di cui solo una pallida eco persiste; un volto ricordato appena. Quel volto tanto familiare.

Rivisse quegli antichi giorni, e ancora una volta la ricordò. Ricordò lei, quel volto. Il volto di sua madre. Quante memorie.
Poi cancellò tutto.

Le storie di San Randazio: l’orgoglio del giusto

…Accadde ora che, mentre Randazio era abate del monastero di Val Limpia, il nuovo superiore del suo ordine addivenne Egisto Brambazzi. Era costui una persona di famiglia nobile, non affatto noto per propria fede, quanto per amicizie e scaltrezza. Egli mai aveva potuto sopportare Randazio, il quale aveva ostacolato certi suoi affari, giudicandolo troppo ligio e rigido. Trovandosi su questo in accordo con il vescovo locale, e con un certo numero di que’ frati che erano delusi per la di lui elezione ad abate invece di loro medesimi.

Codeste parti fecero consiglio tra loro e decisero di liberarsi dell’incomodo abate. Addussero indi ragioni per cui la di lui elezione era invalida, asserendo vizi di forma; e quindi provvidero a destituirlo, e a mettere a capo del monastero un tal Guiduccio che era stato loro compare in certi traffici passati e che mal aveva sopportato non esser lui l’abate del convento.

Insediato che fu Guiduccio, prima cosa che fece fu convocare a sé Randazio. Ito che fu a lui, Guiduccio gli fe’ gran complimenti per quanto aveva operato in passato e si disse dispiaciuto per questo rovescio di fortune. Poi suggerì che non era opportuno che lui, che aveva comandato nel convento, ora dovesse obbedire, e che forse sarebbe stato meglio che subito l’abbandonasse. Ma Randazio, tranquillo come infante, replicò che l’obbedienza era la sua regola, e che di comandare a lui non importava nulla; avrebbe servito il Signore con ugual vena anche nel posto più infimo tra i frati, anzi, bene ne avrebbe avuto la sua umiltà. Guiduccio, quindi, masticando amaro perché avrebbe avuto più piacere che se ne fosse ito, temendo per la sua carica, replicò che se codesto era il desiderio di Randazio egli l’avrebbe accolto, e l’avrebbe destinato alle più basse occupazioni. Diceva tra sé: gli renderò la vita difficile, e lui se ne andrà, lasciandomi libero di compiere ciò che m’aggrada.

Fu così che l’abate destinò Randazio a pascolare porci e pulire pitali, come l’ultimo novizio; e s’apprestò a disfare tutto ciò che l’altro aveva compiuto, le Società che aveva fondato nei paesi vicini,e financo a congedare con delle scuse i novizi di maggior fede che si era procurato per il convento. Coloro che erano vicini al nuovo abate non trascuravano occasione di dileggiarlo e aggravare i suoi compiti, ora che più non poteva rimproverarli pe’ le di loro mancanze. L’abate stesso, in più occasioni, rovinava ciò che Randazio aveva operato in modo che dovesse intraprenderlo daccapo o domandava stravaganze come zappare l’orto a dicembre tra la neve. Randazio, da parte sua, faceva tutto quello che gli veniva chiesto, senza un lamento, e accettando sereno anche gl’ingiusti rimproveri; anzi, mostrando sempre una faccia lieta che suscitava ira ne’ suoi persecutori.

Avvenne che una notte, mentre Randazio stava in preghiera nella sua cella, sentì bussare: erano parecchi de’ monaci suoi confratelli che lo venivano a cercare.
“Randazio”, dissero lui, “ci sentiamo fremere per l’ingiustizia che ti viene inflitta.  Se tu lo vuoi, abbatteremo l’abate o, se ciò non fosse possibile, lasceremo il convento e ne fonderemo un altro con te a capo.”
“Lungi da me!” rispose Randazio. “Come potrei essere frate opponendomi all’autorità che è posta su di me? Con che autorità, allora, potrei comandare? Detta autorità arriva da Dio, anche se è esercitata da un homo. Rifiutando ciò che mi è dato non farei l’opera di Dio ma degli uomini e dei loro traffici.”
Si sedette indi sul graticcio, e iniziò a istruire i monaci che gli parlavano. “Vedete, fratelli, tante volte il demonio mi ha tentato con dei mali; cupidigia, lussuria, ira; ma ho confidato nel Signore e Lui mi ha salvato. Ma la tentazione più difficile da rifiutare è quella di un bene; chi potrebbe infatti negare che la giustizia sia un bene, che la verità sia un bene? Eppure andare contro l’autorità a noi ordinata per farci giustizia da soli o per imporre una verità è la forma peggiore di orgoglio: l’orgoglio di essere giusti. Fossimo pure giusti, non sarebbe merito nostro. Essere orgogliosi di ciò che è divino è l’errore del demonio.

Quand’anche i miei superiori provenissero dall’inferno stesso, finché non mi chiedono di andare contro Dio obbedirò loro, perché è Il Signore che li ha voluti lì per me. Non è degli altri servi rimuovere l’amministratore disonesto, ma del Re che l’ha voluto a capo dei suoi beni e che lo giudicherà al suo ritorno. Umiltà non è percuotersi il petto, non è pretendere di usare della verità, ma farsi di essa servitore, pure che ci si chieda di pulire le latrine. Di niente di più siamo degni, se Signore Iddio non ci vorrà altrove.”

I frati se ne andarono mortificati eppure contenti. E l’esempio di Randazio, che umilmente lavorava l’opera di Dio senza lamento, tanto si diffuse che venivano da’ conventi vicini per vederlo lavare i pavimenti.

Una scomoda ignoranza

Cosa avranno pensato coloro che passavano davanti all’istituto “Rigoberta Menchu” in quel fatale giorno di settembre? “Ecco un altro fannullone che marina la scuola”.
Invece no! Inconsapevolmente, stavano assistendo alla nascita di un movimento globale guidato da un profeta, l’allora sconosciuto sedicenne Gretto Turdberg. Gretto aveva appena appreso di essere stato bocciato per la quarta volta consecutiva, ma questo fatto a differenza delle altre volte lo aveva fatto pensare, fino a raggiungere l’illuminazione. Non era lui ad essere sbagliato, ma la scuola! “La scquola è male”, questo il messaggio che il ragazzo cercava di comunicare al mondo indifferente degli adulti ostentando cartelli scritti a pennarello. “Non capisco perché i grandi non se ne rendono conto”, disse in seguito in una intervista “eppure è così evidente”.

Gretto decise di mettersi in gioco contro il sistema, scioperando contro l’imposizione dell’istruzione. Decise che non sarebbe andato a scuola finché non l’avessero abolita. Per affermare la sua convinzione sulla causa dei mali dell’umanità e la prossima apocalisse intellettiva si mise a giocare con il telefonino davanti all’ingresso dell’istituto in orario di lezione.  Casualmente fu notato da un giornalista e PR, che altrettanto casualmente ne conosceva i genitori, che sempre per caso avevano appena pubblicato un libro sull’autoapprendimento. Il giornalista ne prese a cuore la causa e decise che avrebbe aiutato Gretto nella sua battaglia antisistema, pubblicizzandone la lotta a livello nazionale.

Il resto è storia: l’estendersi dello sciopero antiscuola a tutti i paesi, le marce contro l’istruzione, il movimento #stopsckoolnow; i discorsi ai Parlamenti, alle Nazioni Unite, gli incontri con ogni autorità del pianeta. “Come può un sedicenne con disturbi comportamentali e scarsa cultura non avere ragione?”, è la domanda che tutti si pongono. Plurilaureati e premi Nobel vengono messi a tacere dalle sue argomentazioni. Evidentemente Gretto è stato il sassolino che ha messo in moto la valanga che vuole travolgere il sistema scolastico mondiale.

“Se non agiamo in fretta, entro dodici anni l’analfabetismo rischia di scomparire”, è l’allarme che Gretto ha alzato in mille discorsi, il grido di una generazione che vuole riprendersi il suo futuro. “E’ una minaccia al nostro domani, riprendiamocelo” urla l’adolescente davanti alle folle in delirio.”I danni irreversibili che apprendere causa al cervello non possono essere trascurati”, spiegano eminenti scienziati dando ragione al ragazzo. “Ma non è troppo tardi per riprenderci l’ignoranza che ci vogliono negare”. E’ impressionante il numero di disastri di cui può essere imputata la scuola. “Tutti i ponti crollati sono stati costruiti da gente che ha studiato. Le disgrazie dovute a gente imparata stanno aumentando. E’ ora di rendercene conto, belli. Tutti i più grandi criminali della storia avevano un’istruzione.”

“Per la maggior parte della storia l’umanità non sapeva leggere e scrivere”, dice ancora Gretto “ma i grafici mostrano che negli ultimi secoli e sempre più negli ultimi anni l’alfabetismo cresce in maniera vertiginosa. E’ colpa della scuola, dobbiamo fermarla in tempo.”

Ma c’è chi si oppone. “E’ la casta dei maestri, dei professori, tutti coloro che vivono alle nostre spalle che sostengono che imparare sia buono”. “E tanti governi se la bevono. Non vogliono capire”, sostiene Gretto. E’ ovvio che chi lo critica è servo del fascismo capitalistico ed è pagato dalla lobby dei maestri: chi parla male dei ragazzi ha probabilmente tendenze pedofile latenti e non ha credibilità.
Ma il vento sta cambiando. Molti potenti si stanno rendendo conto dei vantaggi che l’ignoranza dà, e sono disposti a sostenere la campagna di Gretto. “E’ incredibile cosa possa fare un singolo ragazzo fotogenico per le cause globali che ci stanno a cuore”, ha detto il genio dell’informatica Harvey Zucchinenberg. “Il nostro software sta già cambiando: aboliremo le scritte, lasceremo solo le icone. Chi lo usa non avrà più bisogno di saper leggere.”

Ma la strada è ancora lunga prima di trionfare nella battaglia e riuscire a fermare l’alfabetismo. Richiederà ancora tempo e tanto denaro. “Speriamo di riuscire a rendere più ignorante una persona su tre entro i prossimi vent’anni”, ha detto il portavoce del movimento. “Questo obbiettivo sarà raggiungibile solo a fronte di massicci investimenti e una nuova consapevolezza globale. Possiamo ancora farcela. E’ in gioco il nostro stile di vita, il mondo come lo conosciamo”.

Sì, possiamo ancora farcela. Sono allo studio leggi per rendere illegale la scuola in molte nazioni, sostenute dall’entusiasmo dei ragazzi, sull’esempio dell’Afghanistan e della Corea del Nord. E’ incredibile che un disastro di simile portata abbia potuto restare nascosto per tanto tempo. “Smettere di studiare è quello di cui abbiamo bisogno ora. Contro l’istruzione globale umana, l’ignoranza vincerà.
E noi tutti sosteniamo la tua battaglia, Gretto.

I dati sono drammatici, l’istruzione sale senza controllo. Riusciremo a fermarla?

Dalle ceneri

“Don! Le devo parlare, con urgenza!”
“Uff, cosa c’è? Ancora con i tuoi dubbi da tradizionalista? Non ho tempo adesso.”
“Ma, Don! La chiesa è in fiamme!”
“Oh, che esagerazione! Sì, è vero, ci sono alcuni scandali, ci sono delle discussioni, ma vedrai che tutto alla fine si risolverà.”
“Va bene, ma…”
“Devi imparare la pazienza. Sì, adesso ti pare che la fede così come tu la pensi sia minacciata, ma questa è la normalità della storia. La Chiesa ha sempre affrontato crisi, questa è solo l’ultima di una lunga serie… vedrai che si risolverà. Su, adesso lasciami lavorare.”
“Quello che volevo dirle è che rischia di andare tutto in cenere…”
“Oh, e che vada! Questi sono tempi nuovi, dobbiamo smetterla di aggrapparci alle vecchie idee per far spazio alle nuove. Dobbiamo ascoltare ciò che ci dice il mondo…”
“… se mi ascoltasse…”
“Massì, ascolteremo anche te, ma devi renderti conto che non sei più importante degli altri. Tutti devono dire la loro.”
“Quello che volevo dire…”
“Lo so, lo so quello che volevi dire, è sempre lo stesso. Devi imparare a lasciar perdere le tue convinzioni, devi farti interrogare dalle sfide del nostro tempo, con un linguaggio nuovo.”
“C’è l’eucarestia, nella…”
“…nella Chiesa, che è minacciata. Lo vedi che so cosa vuoi dire? Ma anche qui, devi considerarla più un simbolo, che…”
“Bisogna salvarla!”
“E lasciami finire! Che, sebbene importante, non è che una delle manifestazioni del Cristo, che per esempio nei poveri trova…”
“AAAGH! DON, LA CHIESA BRUCIA!”
“E’ questo il modo? Calmati, l’hai già detto.”
“Non mi capisce. La chiesa, la sua chiesa, sta bruciando. Se si sporge vede il fumo. C’è un incendio.”
“INCENDIO! E perché non l’hai detto subito?”

***

“Non si è salvato niente, Don. Se mi avesse dato retta subito, se avesse chiamato subito i pompieri…”
“Oh, quante storie. In fondo è meglio così: era troppo grande, era sempre vuota. Ora dalle ceneri potremo ricostruire una chiesa nuova, ho già delle idee…”

Selezione naturale

Il sacerdote finì di spogliarsi dei paramenti multicolori e, con un sospiro, chiuse le porte della chiesa ormai buia. Non avrebbe saputo dire se la celebrazione fosse stata un successo o meno. Sì, avevano pregato il Cristo Cosmico per una conversione ecologica e perché ci allontanasse dai combustibili fossili; ma la colletta per dotare la chiesa di pannelli solari non aveva avuto molto seguito, e la danza liturgica per rappresentare la terra, gli oceani, i fiumi, il cielo, le piante, gli animali e gli elementi aveva avuto dei momenti francamente imbarazzanti.

In canonica faceva un caldo soffocante. Si chiese se fosse dovuto ai cambiamenti climatici o perché non aveva acceso l’aria condizionata. Stasera anche gli insetti erano particolarmente bellicosi; un nugolo nerastro gli ronzava intorno, e neanche le pacche tirate sulla pelle nuda servivano ad impaurirli. C’era poi nell’aria un odore nauseabondo, come qualcuno che non si lavasse da mesi e portasse al collo un topo decomposto.
Allungò le mani per accendere la luce, e trovò delle foglie. “Ma che…” Chi aveva messo qui un vaso? Ma non era un vaso. Dal pavimento salivano viticci che si arrampicavano sulle pareti e sui mobili. Il ronzio degli insetti e il tanfo erano sempre più forti.

Trovò l’interruttore, accese la luce. E si arrestò, impietrito.
La prima cosa che pensò fu “Oddio, sono entrati gli zingari a rubare”, e subito dopo si rimproverò per avere avuto un pensiero così razzista e non inclusivo. Anche perché questo non sembrava proprio uno zingaro. Era un tipo dalla faccia dipinta, pieno di tatuaggi e piercing, seminudo, che lo fissava con aria sardonica. Guardò in alto, verso il lampadario acceso, su cui stava incongruamente appollaiato un uccello dal piumaggio colorato. “Bel trucco, la luce”, disse il tipo tatuato. “Proprio un bel trucco”.
Il prete ritrovò la voce. “Chi siete? Cosa volete?”
L’individuo seminudo ridacchiò. “Cosa voglio IO? Ma se sei tu che mi stai invocando da tutta la serata. Sono la risposta alle tue preghiere. Quella danza che hai fatto eseguire prima era il rituale di invocazione chibocho degli spiriti.”
“Eh? rituale? Ma io ho solo preso la coreografia da internet…”
“Internet? Ora capisco” disse l’uomo, grattandosi l’ascella e poi annusandosi la mano. “A quanto pare hai avuto fortuna. O meglio”, si corresse, “Io ho avuto fortuna”.
“Fortuna? Ma, insomma, chi siete?” sbotto il sacerdote, sempre più confuso.
“Ma come, non l’hai ancora capito?” fece l’altro “Sono lo Spirito della Giungla. Sono il Buon Selvaggio. L’Indigeno Amazzonico. Il Povero Privilegiato. Il Saggio-a-Contatto-Con-La-Natura.”
“Eh?”
“Quello che volevi. Desideravi che ti illuminassi sulla strada da seguire, e sono qui. La personificazione delle tue richieste.” Sorrise. “Sei stato ancora fortunato, che sono comparso io e non quella puttana di Madre Terra.”
“Ma… Madre Terra.. è quella che provvede a tutti noi…”
“Ma che stronzate vai dicendo? Quella è Madre solo perché se lo fa mettere dentro da tutti. E’ una bastarda che appena può cerca di staccarti la testa oppure lasciarti senza niente con il culo per terra. Il solo metodo per ottenere qualcosa da lei è prenderla con la forza e riempirla di botte.”
“La coscienza ecologica…”
Il Buon Selvaggio ridacchiò. “E’ tutta la coscienza che ti resta, quella? Toglimi una curiosità, ma tu hai coltivato ma qualcosa di più grosso di un geranio? Non hai mai vissuto in un bosco, vuoi capire la giungla? Da dove vengo io, i libri marciscono così in fretta per l’umidità che non servono neanche per pulirsi il culo, se uno volesse farlo. Se uno avesse libri. Tu vorresti vivere dalle mie parti? Un’esistenza piena di insetti e serpenti velenosi, malattie, senza luce, acqua pulita, gas? Sai cosi ti ci puoi fare con un cellulare come il tuo, da me? Sai il tuo internet, come lo vorremmo? E tu cosa vorresti da noi, che ti piace tanto? La mortalità infantile? Le guerre tribali e le vendette continue? La violenza? Sai, quelli che dicono che sono buono è perché non mi hanno mai conosciuto. E se pensate che abbia una saggezza che voi non avete, è perché voi di saggio non avete niente.”
Sul lampadario, un ragno grosso come un pugno aveva acchiappato l’uccello colorato e se lo stava mangiando. Il prete distolse lo sguardo con un brivido.
“Mio buon uomo, non credo che capisca. Temi quali il suprematismo bianco, il riscaldamento globale…”
“Cretino, pensi che la tua civiltà sia a rischio se fa più caldo di un grado? Stronzate. Da me sono venti gradi in più, sempre, e sbavate per andarvi ad abbronzare in spiaggia. Se volete spararvi calci nei coglioni perché ci avete portato ospedali e università, siete deficienti: da noi prima cavavano il cuore dalla gente. Senza anestesia. E vorreste imparare da noi? Ma cosa? A mettervi nudi a masticare droga ed essere già vecchi a vent’anni?
Batté con la mano su divano. “Questo è comodo. Tu hai la televisione e i supermercati e le medicine. Ho guardato, la tua dispensa è piena di cose buone che neanche ci immaginiamo da noi.” Lo guardò negli occhi. “Tutta questa roba mi piace. Me la prendo.” Si alzò dal divano, e avanzò verso il prete.
Il sacerdote fece un passo indietro, allarmato. “Per ripagarti del colonialismo?”
“Ma che cazzo dici? No, me lo prendo perché voi non lo volete più. E siete deboli. Contro uno spirito come me, un tempo avresti potuto invocare il tuo Dio. Ma hai smesso da un pezzo di crederci davvero. Io sono il Selvaggio, mi avete invocato voi così. Vi siete dimenticati di darmi la sola cosa che avrebbe potuto salvarvi, il motivo per cui dovrei avere misericordia.” Si arrestò. “Sai, una cosa in effetti possiamo insegnarvi.”
“E quale?”
Estrasse lentamente il machete. “Gli stupidi non sopravvivono. Si chiama selezione naturale”.

In fondo al pozzo

Il vecchio disse: “Bada, quando scenderai nel pozzo. Al fondo ti aspetta una cosa viva e tremenda, che non ha l’eguale. Non so dirti che forma assumerà. Potrebbe essere raccapricciante, o spaventosa, o incomprensibile. Tu bada a non distogliere lo sguardo. Non scappare, non nasconderti. Non rifiutarti di guardarla, perché non perdona a chi manca il coraggio o la volontà.
Se la fisserai dritto negli occhi però ti rivelerà il suo prezioso segreto, e scoprirai che è meravigliosa, e bellissima, e ha un volto umano.”
“E come posso riuscirci?” chiese il ragazzo.
“Devi amarla”, replicò il vecchio.
“E qual è il suo nome?” domandò ancora il ragazzo all’anziano.
“Verità”, rispose.

Non parliamo mai di loro

La casa dove abito è vecchia e grande. E’ in mezzo alle colline, ha i campi e le vigne intorno, e una immensa cantina. Ci vive tutta la mia famiglia.
La mia cameretta è bella, appena sotto il tetto. Le pareti sono tinteggiate di verde chiaro. Dalla finestra si vedono la campagna, i boschi, il paese poco distante.
Un giorno me ne stavo sul letto quando ho visto che un pezzo di pittura si stava scrostando. Sotto al verde si intravedeva qualcosa. Con le dita ho allargato il buco. Dove l’intonaco si era levato il muro era di colore rosa, per niente stinto, con dei fiori disegnati.

Sono sceso dalla mamma. “Mamma”, le ho chiesto. “ma chi abitava nella mia camera una volta? Tu? Perché era la camera di una bambina”
Lei mi è parsa imbarazzata, e ha guardato mio nonno, che stava sbucciando cipolle, come in cerca di aiuto. “Non lo so”, ha detto il nonno. “Non sappiamo chi abitasse qui prima di noi. Adesso perché non te ne vai fuori a giocare, invece di disturbare tua madre che sta cucinando?”

E’ stata la prima volta che ho saputo che la mia famiglia non ha sempre vissuto lì. Credevo che la casa fosse stata costruita dai miei antenati. Non me ne avevano mai parlato. Penso che ci siamo venuti a stare che io ero molto piccolo; io non me lo ricordo.

D’estate, passo molto tempo nell’orto. Aiuto a piantare, a zappare, per quanto posso. A volte, scavando, viene fuori qualche osso. “Ossa di gatto, o di coniglio”, dice la nonna quando glieli faccio vedere. Io mi immagino siano di dinosauri, e di essere un paleontologo. Un giorno, togliendo le patate, è comparso tra le zolle un osso molto strano. Era lungo, molto lungo; non poteva essere un gatto.
“Un femore” ha detto mio nonno. “Che animale è?”, ho domandato. “Magari qualche capra. Niente, meglio seppellirlo di nuovo, potrebbe avere delle malattie”. Ha scavato, più in là, una buca ancora più profonda e lo ha coperto con cura. L’anno dopo, lì ci ha piantato un ciliegio.

A volte, io e i miei amici, troviamo delle scritte. Sono un po’ dappertutto. Su pezzi di carta sepolti, scolorite sui muri, sopra oggetti abbandonati. Sono in un alfabeto strano, con delle lettere tutte a punta, che non riesco a leggere. Nessuno sa dirci da dove arrivano, ma abbiamo scoperto che quando ne parliamo spariscono. Abbiamo delle teorie in proposito, una più sballata dell’altra. Il mio più caro amico, che chiamiamo tutti Fango perché si sporca sempre, sostiene che è tutto legato al tumulo, perché lì attorno ne abbiamo viste parecchie.
E’ proibito per noi ragazzi giocare vicino al tumulo. E’ un mucchio di terra alto forse sei o sette metri, a poca distanza dal paese. Ci crescono i fiori. I nostri genitori dicono che può franare, ma per noi ragazzi è l’ideale per giocare a conquista il castello, così ci andavamo lo stesso.

Almeno fino al giorno in cui uno di noi è sprofondato con tutta la gamba nel tumulo, rompendosela. Siamo stati tutti puniti, e i giochi sono cessati. Non solo per quello, ma anche per ciò che ci ha detto quel nostro amico. “Nel buco c’era un teschio”, ci ha detto, e ha sostenuto che è stato lo scheletro ad afferrarlo per la gamba e trascinarlo giù. E’ uno che le spara grosse, non è che ci abbiamo creduto. Ma nessuno di noi ha più il coraggio di andare a giocare laggiù.

Un giorno è venuto da me Fango, e mi ha mostrato quello che ha trovato in un buco segreto nel muretto vicino a casa sua. Un piccolo tesoro.
Erano due bambolotti, ricoperti di una patina scura di muffa; alcune piccole monete con sopra quella strana scrittura; una trottola marcia, un coltellino arrugginito. Chissà chi li aveva nascosti, e chissà perché non li era passati a ripigliare. “Forse erano quelli che abitavano qui prima di noi” ha detto Fango, e poi mi è sembrato quasi mordersi la lingua. Gli ho chiesto cosa voleva dire, ma non sono riuscito più a cavare niente da lui, se non che aveva sentito che una volta nel paese c’era gente cattiva, molto tempo fa. Qualcuno che abitava qui prima di noi? Non ne abbiamo mai parlato, in famiglia. Forse erano quelli della bambina che stava nella mia camera. Ma qualcuno che dipinge di rosa una cameretta non mi sembra così cattivo.

Comunque, ho cominciato anch’io a cercare tesori nascosti. C’era riuscito Fango, perché non io?
E’ così che mi sono messo ad esplorare la cantina. Come ho già detto, è molto grande, e noi ne usiamo solo una piccola parte perché è anche umida. Sa di muffa. Avevo una piccola lampada, che ho usato per investigare gli angoli bui, ma ho trovato solo ragni rinsecchiti e damigiane polverose. In un angolo c’era un armadio, lì da non so quando. Era tutto tarlato, e pieno di bottiglie vuote. Stavo per andarmene, quando ho visto che in fondo, di lato, c’era ancora un’anta, chiusa, addossata alla parete. Non si poteva aprire perché davanti c’era una grossa botte. Ho toccato la botte: era marcia. Le assi si disfacevano. Non senza fatica, ho tolto alcune doghe fino a che l’anta chiusa è diventata raggiungibile. Ho provato ad aprirla, ma era chiusa a chiave. Ho tirato. La serratura ha ceduto.

Dentro c’era un piccolo scheletro.
Era tutto rannicchiato, le ginocchia strette al petto. Aveva ancora i capelli lunghi, con un fermaglio di metallo ossidato. Aveva un vestitino a fiori, e di lato c’erano i resti di una bambola.
Come il piccolo tesoro di Fango, anche quella piccola era stata dimenticata lì da qualcuno che l’aveva nascosta, pensando di riuscire a tirarla fuori in seguito.
Chissà se i suoi genitori avevano avuto il tempo di angosciarsi del destino della loro bambina, chiusa dentro la sua tomba con il comando di non piangere, di non far rumore.

L’ho detto a mia madre. Il giorno dopo sono venuti a portar via l’armadio dalla cantina. Nessuno ne ha mai fatto parola, dopo.
A volte vorrei chiedere ai miei genitori, o ai miei nonni, chi era quella gente. Ma so già che non mi risponderebbero. Non parliamo mai di loro.

Il diavolo nella cattedrale

Gabriele guardava la fila chiassosa snodarsi attraverso la piazza. Milioni di pixel al secondo si coloravano, annidati in memorie digitali, delle pietre e delle vetrate della cattedrale. Sospirò.
“Che spettacolo, eh?”
Gabriele si voltò verso la coppia alle sue spalle. Un passante qualunque di vedute un po’ larghe non vi avrebbe scorto niente di strano. Era Parigi, dopotutto, e quindi certi abbinamenti, che altrove avrebbero scandalizzato o fatto alzare qualche sopracciglio, qui erano accolti nell’indifferenza. Esterna, quantomeno.
Gabriele non si lasciava certo impressionare dall’apparenza di peccato. Soprattutto perché sapeva che l’affettata differenza di età, la perversa disinibita bellezza non erano niente di male. Erano solo illusioni.
Il male vero erano coloro che a quell’illusione davano vita. Un male tale che, a conoscerlo, i turisti policromi che sciamavano sul selciato si sarebbero dispersi come un branco di gazzelle attaccato dai leoni. Con la differenza che nessun leone era mai stato così pericoloso e maligno. Quelli erano predatori che del mimetismo avevano fatto un’arte. Erano le loro prede a cercarle, inconsapevoli. I demoni, d’altra parte, non sono forse menzogna?

In altri tempi Gabriele aveva quasi letteralmente incrociato le lame con quella coppia di esseri. Ma questo era il tempo della tregua, il tempo dell’uomo. Un’era in cui, per qualche motivo, persino il male assoluto era libero di scorrazzare sulla terra. Così si limitò a un asciutto “Dubito che gustiamo le stesse cose allo stesso modo”.
Il più giovane dei due nuovi arrivati ridacchiò. L’altro gli rivolse un’occhiata fulminante, e quello tacque immediatamente. Una cartaccia, ai suoi piedi, prese fuoco spontaneamente.
Il più anziano fece un passo avanti, sporgendo la rugosa testa impomatata e strizzando gli occhi verso Gabriele. “Oh, di questo sono consapevole, mio angelico collega. Quello che io trovo meraviglioso è probabilmente la stessa cosa che a te dà sui nervi.” Agitò la mano come una farfalla artritica. “Tutta questa pomposità, questo sforzo, questo sfarzo, tutto l’impegno di quei poveretti dei tuoi preti e cosa ottieni? Milioni di turisti.”
Gabriele taceva, seguendo con lo sguardo quell’ometto dai vestiti sgargianti e troppo profumati che gli girava attorno sibilando le sue tesi.
“Non fedeli. Non devoti. Non onesti cercatori di – poveretti – bellezza. No no no. Turisti. Che manco ammirano davvero ciò che stanno visitando. Troppo occupati a fare foto e filmini che non rivedranno mai. Gente che, anche se guardasse davvero ciò che sta loro di fronte, non capirebbe.”
Si voltò verso la coda di coloro che premevano per entrare nella cattedrale. “Guardali. Li vedi anche tu, no? Forse uno su dieci si ricorda cosa hai detto quella volta…”
“Je vous salue, Marie” rispose automaticamente Gabriele.
“Esattamente! Metà non sa neanche che quella Marie è la Notre Dame autentica,” accennò con il mento barbuto alla chiesa “non quella specie di scongiuro rivolto verso l’alto”. Guardò verso le guglie. “Ne soffro anch’io, non credere. Che ignoranti. Lo sai che lassù ci sono anche la statua mia e sua? Abbiamo posato personalmente, già. E quelli credono siano tutte fantasie. Cartoni animati, bah.”
Si avvicinò con aria di cospiratore. “Dimmi, non pensi anche tu che sarebbe molto meglio se tutto questo potesse cessare? Non pensi, nel profondo, che una simile reiterata profanazione, un simile sacrilegio continuato dovrebbe essere cancellato dalla faccia del mondo?”
“No”, rispose Gabriele.
“Eh eh”, disse il vecchio, dandogli di gomito. Al contatto si sprigionò una breve scia di scintille. “Su, a me non la conti. Da quanti millenni ci conosciamo? In questo istante stai friggendo perché vorresti sguainare quella tua bella spada lucente e fare un po’ di pulizia sommaria, dico bene? Guarda, se vuoi, ricciolino mio, a me non fa problema.”
“Gngn”, fece Gabriele, trattenendosi visibilmente.
“Io credo però che le nostre posizioni si potrebbero conciliare. Potremmo trovare un accordo. Lo sai che, a differenza vostra, noi siamo sempre disposti al compromesso. Posso avanzare una proposta? Ce ne occupiamo noi. Lascia fare a me. Rimuoviamo l’ecomostro. Voi ritrovate la purezza della fede, il che va bene anche a noi, in fondo. Parigi alla prova, molto simbolico. Che dici, ci stai?”
Piccoli fulmini azzurrini saettarono tra i capelli di Gabriele. “Neanche per… uh ,scusa, una chiamata.”
Si voltò, portandosi la mano all’orecchio. “Sì, che c’è?” Silenzio. “Come?” Altro silenzio, più lungo. Sospirò, cosa straordinaria dato che non respirava affatto. “Ho capito, eseguo.”
Gabriele si girò verso l’improbabile coppia. I fulmini erano spariti, e appariva stranamente pensoso. “D’accordo”, disse.
“Come, d’accordo?” esclamò stupito l’anziano demone.
“Da lassù hanno approvato la tua proposta. Due condizioni: nessuno deve morire, e tutto deve essere limitato alla cattedrale.”
“Uau. Non credevo davvero…”
“Non lo credevo neanch’io.” Guardò i due come se solo con gli occhi potesse ributtarli nell’inferno dal quale arrivavano. “Come pensate di agire?””
“Oh, lascia fare a noi”, sogghignò il satanico vecchio. “Siamo esperti nel ramo.”

Si ritrovarono che albeggiava, mentre i lampeggianti disegnavano ombre grottesche sugli edifici intorno. L’odore di bruciato aleggiava su tutto. Il giovane demone sembrava imbarazzato. Il vecchio demone era furioso. Sbuffi di fumo salivano da dove batteva il piede con irritazione, con un curioso rumore come di zoccoli contro il selciato. “Lo sapevo. Lo sapevo. Non ci si può fidare di voi lassù. Mi avete imbrogliato.”
Gabriele appariva invece assai più rilassato. “Cosa intendi, antico serpente? Hai avuto quello che volevi, la cattedrale è bruciata”.
“Bruciata? Quattro vecchie assi, un po’ di fumo e poco arrosto. Cosa intendo? Li hai visti, quelli? A pregare? Pregare! Non credevo ce ne fossero tanti che ancora sapevano farlo in tutta la Francia, figurarsi a Parigi. Gente che non metteva piede in chiesa da decenni, la loro pratica nei nostri archivi con un dito di polvere sopra e il timbro “approvato”, che recitano inginocchiati l’Ave Maria”. Sputò.  “Ecco, mi fai persino bestemmiare”.
Gabriele si guardò intorno, sorridendo. “Sembra che, nell’istante in cui lo stavano perdendo, abbiano riscoperto qualcosa di prezioso che davano per scontato”.
“Non finisce qui”, sibilò il vecchio, e si voltò per andarsene.
“Oh, lo so bene, gli gridò dietro Gabriele. “Ma tranquillo, non manca molto.”

La coppia demoniaca si allontanò. Quando furono distanti, il più giovane lo chiamò. “Zio, zio, è stato un disastro!”
Ma il diavolo più anziano proruppe in una risata satanica. “Sei proprio un allocco. Ormai i trucchetti del Nemico che sta lassù li conosco bene. Sa che eccelliamo nella distruzione, e ne approfitta per metterci del suo, quei suoi miracoletti così casuali, quei segni con la sua firma fatti per chi li vuole vedere. Ma io non miravo per niente a distruggere la cattedrale. Non sono ingenuo, non pensavo certo di poterla eliminare con il fuoco.”
“Come no?” fece l’altro stupito.
“No”, rispose il demone fregandosi le mani “quella a cui miravo è sempre stata la ricostruzione“.