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La Proclamazione del Nuovo Governo

Il brusio della riunione online si azzerò mentre il Presidente Annunciato entrava nella stanza virtuale. Portava, come da prassi, la tuta integrale anti Covid-42, nonostante fosse solo. Era la legge, erano assolutamente vietate apparizioni pubbliche se non coperti: le durissime condanne inflitte a quei ragazzini milanesi per i loro video online erano ancora fresche nella memoria di tutti.

Si schiarì la voce, si posizionò davanti alle telecamere. “Ho l’onore di annunciare la lista dei ministri che ho presentato al Presidente della Repubblica”
Tutti i giornalisti collegati si affrettarono a postare le ultime scommesse, poi rimasero in attesa delle parole seguenti.
“Al ministero della Transizione Ecologica, Giulio Boratti”. Fin qui niente di imprevisto.
“Al ministero dell’Accoglienza Globale, Chang Din”. Anche questo come abbondantemente preventivato.
“Al ministero della Conversione Educativa, Alexa Zorda detta Tuttifrutti”. Ah, ecco una sorpresa! Che la porno-influencer riuscisse ad ottenere un ministero non era per niente scontato, nonostante la sua nota relazione con il Presidente Annunciato. Probabilmente il nulla osta del Vaticano della settimana precedente aveva fatto pendere la bilancia in suo favore.
“Al ministero dei Nuovi Media, Carlotto Biraghi”. Così alla fine Biraghi l’aveva spuntata su Maltese. Ciò voleva dire che Nuova Democrazia probabilmente avrebbe avuto qualche altro ministero importante in sostituzione.
“Al ministero di Demografia Attiva e Diritti Sessuali, Samantha Toccaferro”. Come preventivato, a Programma Europa era toccato un ministero importante. Cosa avrebbero detto gli alleati?
“Al ministero delle Politiche per il Sorpasso e la Realizzazione Sospesa, Duccio Cavillari”. “Ah, ecco la controparte!”
“Al ministero della Procrastinazione Interattiva, Ahmed Jussuf”. Oh, oh! Ci sarebbe stata maretta questa sera tra i Pseudo-Interventisti!
“Al ministero delle Sinergie Popolari, Ughetta Bagutta Casorati-Bellini”. Con questa, anche i Radical-Riformisti Neocomm sarebbero stati contenti.
“Al ministero della Carcerazione Creativa e del Perdono, Enrica Basutti”. Ok, un’altra nomina prevedibile. Restava…
“Al ministero della Riforma Permanente, me stesso ad interim”. Che colpo di genio! In questa maniera rimandava le prevedibili discussioni su a chi dovesse toccare indefinitamente. Niente da dire, L’Annunciato era veramente in gamba politicamente.
La figura infagottata nell’elegante un-pezzo antivirus di gala terminò con le solite frasi di rito e si congedò. I giornalisti aleggiarono ancora qualche istante nella chat, bramosi di commentare ma timorosi di offrire a qualche collega la scusa per un pezzo di colore o un nefasto flame con querela annessa.
Fu uno degli ultimi arrivati, il classico novellino, che formulò la domanda che tutti avevano sulla lingua da anni, ormai, ma nessuno osava esprimere:
“Scusate, ma qualcuno ha idea a cosa dovrebbero servire questi ministeri?”

Passa la banda

“Ecco, passa un altro salvatore della patria”, disse il vecchio appoggiandosi al parapetto. “Di questo passo, quando avrai la mia età, ne avrai visti anche più di me”.
Il bambino guardava ad occhi spalancati il corteo di cortigiani dai vestiti sfarzosi, impettiti e giubilanti. La gente ai lati sembrava più sollevata che gioiosa: erano stati anni duri, e l’insipienza dei reggenti non era stato il minore dei problemi. Almeno adesso c’era una speranza.
Il vecchio indicò i nobili festanti. “Vuoi sapere che ne penso del nuovo Re che hanno scelto? Ti dirò: quelli che l’esaltano e lo hanno voluto lì sono gli stessi che hanno rovinato la nostra nazione. Sarà anche in gamba, e forse sarà anche una brava persona, ma è impastato dalle stesse idee che ci hanno rovinato. Se c’è una cosa che ci hanno insegnato questi lunghi mesi è che degli esperti non ci si può fidare. Ed ora eccone un altro, e tutti hanno già dimenticato la lezione.”
Scompigliò i capelli al bambino. “Oh, non è che non si sapesse già da tempo che sarebbe arrivato. Bisogna essere fessi per rimanere stupiti. A volte mi chiedo…”
Ma il bambino aveva gli occhi e la bocca tondi tondi, e non ascoltava più. Solo aveva in testa la musica della banda che suonava, zum-pa-pa, zum-pa-pa.

Il Presidente Z

L’avvenimento più epocale di tutti i tempi, un punto di svolta nella nostra storia che sarà ricordato in eterno, si è tenuto oggi davanti a tutta la nazione festante. Oggi si è celebrato l’insediamento del nostro sempre amatissimo Presidente Z, che ha ufficialmente inaugurato il Suo ottantaquattresimo mandato.

Sarebbe inutile cercare di descrivere l’entusiasmo delle folle acclamanti, il delirio del popolo unanime per questo evento politico così importante. Per ragioni di sicurezza, solo i fortunati e gloriosi soldati dell’esercito preposti alla Sua incolumità hanno fatto da pubblico. Ma, virtualmente, gli occhi della nazione oggi erano tutti rivolti a Lui, il nostro Grande Presidente che, contornato dal corteo di indiscusse e geniali menti che sono i suoi consiglieri e gli alti esponenti del Partito, ha preso possesso della poltrona che per nostra fortuna è Sua per diritto di elezione da tanti anni.
Sebbene anche questa volta sia mancata l’abituale raduno oceanico a causa della perdurante pandemia, ciononostante occhi e cuore dei nostri cittadini erano tutti con Lui, rivolti virtualmente verso quel suo cuore sì fermo, ma che simbolicamente non smette di battere per il suo popolo. E come potrebbe essere diversamente? Anche questa volta le elezioni hanno segnato il Suo nuovo massimo di popolarità, arrivando al 99,994% delle preferenze, in progresso dello 0,001 sul record precedente. Non dubitiamo che presto anche i pochi stolti e ribelli residui che non sono ancora convinti della Sua magnanimità e grandezza saranno convertiti, se non dai fatti, dai funzionari appositamente stanziati a tale scopo.

Attorniato dagli sposin* presidenziali, il nostro Grande Presidente Z si è quindi diretto al podio preparato per la Sua proclamazione. La fame di spettacolo del popolo era già stata saziata dai comici, poeti e cantanti presidenziali, ma era questo ciò che tutti attendevano. Come un’anima sola tutti i media hanno inneggiato a Colui che ha saputo portare la nostra nazione a traguardi mai neanche sfiorati. Il suo discorso è stato trasmesso in diretta su ogni piattaforma, e le sue parole risuonavano in ogni fortunata casa del nostro paese. Ha ricordato gli impegni presi per il suo mandato: per primo, la lotta ai cambiamenti climatici, che se non combattuti renderanno entro vent’anni il nostro pianeta inabitabile. Ciò comporta ancora una volta il bando di ogni tecnologia inquinante, ma i sacrifici sono necessari per il bene  del”umanità.  Avremo poi la legalizzazione del matrimonio con i piccoli roditori e le piante ornamentali, essenziale nell’ottica di quelle conquiste civili che formano il progresso di ogni nazione; la promessa di difendere la democrazia di cui la nostra bella nazione è esempio fulgido in tutto il mondo, con qualsiasi mezzo. Promessa che ha già dimostrato di sapere mantenere, e che gli è fruttata il Nobel per la Pace per centoquarantotto anni consecutivi. Sul fronte dell’emergenza virus che da tanto tempo ci costringe nelle nostre abitazioni e ci vieta gli assembramenti, se la distribuzione dei vaccini mensili ha subito un rallentamento, ha asserito, è colpa delle forze a lui ostili, di esseri immondi che saranno identificati, processati e giustiziati quanto prima. Nessuna tregua ai nemici della nazione che mirano a sopprimere la libertà con i loro pensieri violenti e sediziosi.

Sì, siamo felici che ancora una volta la nostra democrazia abbia funzionato e sia stato rieletto. A che serve vivere se non si è grandi come Lui? L’invidia di coloro che respirano non lo tocca, perché lui non dà solo la vita per noi, ma anche la morte. Lunga vita al Presidente Zombie!*


* nota dell’ufficio repressione fake news: per quest’ultima frase, l’estensore dell’articolo è stato trovato colpevole di dissenso ironico e condannato a 10 anni di lavori socialmente utili. Le ceneri sono già state riportate ai parenti. Se avete sorriso, ai sensi dell’articolo 675 bis potreste essere ritenuti complici. Sarete avvisati dalla sparizione di tutti i vostri profili social e conti bancari. In tal caso, aprite già la porta senza opporre resistenza.

Il favore

Fausto, appoggiato al banco del bar, guardava distrattamente la chat sul telefonino, scorrendo testi ed immagini con il pollice. Ad un certo punto si fermò e avvicinò lo schermo agli occhi per vedere meglio ciò che vi era comparso.
“Qualcosa di interessante?”
Fausto sobbalzò. La persona che aveva parlato si sedette sullo sgabello accanto a lui e rimase a fissarlo, con un sorrisetto ironico. Fausto sorrise a sua volta, incerto e a disagio. Avrebbe voluto dire al suo interlocutore di farsi gli affari suoi, ma sapeva di non poterselo permettere. M non era persona da potersi mandare a stendere, anche quando s’impicciava delle tue faccende. Oh, certo, in fondo era gradevole, di bella presenza, e sembrava sapere sempre tutto di tutti. A giudicare dalle sue abitudini, conoscenze e mezzi, era uno che sapeva vivere. Era immanicato con le persone giuste, e non rifiutava mai la richiesta di un favore. Il tipo sbagliato da inimicarsi; il tipo giusto da coltivare se si voleva fare carriera.
Tutti lo chiamavano M. Fausto non aveva ancora capito quale fosse il suo vero nome, aveva sentito almeno una mezza dozzina di versioni diverse. Non che importasse. In fondo era una piacevole compagnia, di lingua pronta e risposta arguta. Un tipo interessante, che si interessava di tutto e di tutti.
Non era lì per caso. Fausto lo aveva cercato. Gli aveva chiesto… un piacere. Qualcosa che gli avevano sussurrato solo lui potesse ottenere. Una piccola cosa, in fondo, ma che era meglio non si sapesse in giro.

Perciò Fausto si raddrizzò, e chiuse la chat con uno svelto movimento delle dita. “Niente di che. Foto del figlio di un famoso politico a letto con delle bambine. Abbastanza uno schifo, se fossero immagini vere”.
“E lo sono?” chiese M, continuando a sorridere.
“E che ne so? Potrebbe essere. La gente potente crede di potere fare quello che vuole.”
M strinse lievemente gli occhi. “Perciò tu credi che quelli si possano permettere ogni genere di piaceri perché sono potenti?”
Fausto allargò le braccia. “Certo che è così. Hanno venduto l’anima al diavolo e quindi…”
Fu interrotto dalla risata di M. “Ahaha! L’anima al diavolo! Credo che tu stia equivocando. Non fanno quello che vogliono perché sono potenti; sono potenti perché fanno quello che vogliono”.
M accostò la testa a quella di Fausto e iniziò a sussurrargli nell’orecchio. “E’ abbandonare ogni moralità la chiave per il successo, per diventare importanti. Perché quando lo fai diventi ricattabile. Ti leghi mani e piedi e ti consegni a chi rende possibile le tue voglie. La quale cosa fa di te un suo servo, un servo fedele perché tu sai che se mai lo tradissi tutto il marcio che sei verrebbe alla luce, e tu saresti finito. Un servo fedele fa carriera. Un servo fedele al padrone giusto arriverà molto in alto. Non importa che quella fedeltà sia comprata e garantita da un ricatto. Conviene sia al servo che al padrone. Vuoi sapere la formula del potere, il segreto del successo? Soddisfare ogni propria voglia. Ed essere usato”. “Lasciarsi usare”, sussurrò ancora più piano,

M si tirò indietro e rimase a fissare Fausto, che era rimasto senza parole. Il sorriso del faccendiere era ancora più largo, e la sua bocca aveva un taglio, un’espressione che fece correre un brivido lungo la schiena di Fausto .
“Allora, lo vuoi ancora da me quel favore?”, gli chiese M.

Presidente eletto

Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è da considerarsi puramente casuale. Voglio solo ipotizzare come andrebbero le cose se si votasse per la posizione di Unico Dio… 

Si sta ancora concludendo lo spoglio dei risultati in alcuni stati, ma ormai appare evidente chi sia il vincitore di queste Elezioni Universali: Anticristo si appresta a diventare il prossimo Unico Dio dell’Universo.

Quest’anno passerà alla storia. Finalmente l’istituto della democrazia è stato esteso non solo alle singole nazioni, ovvero al Parlamento Mondiale, ma anche alla decisione su quale divinità sia la più qualificata a presiedere la realtà. Il Congresso Permanente delle Nazioni Unite ha così portato a termine l’impresa più importante della sua esistenza, la cancellazione di ogni differenza e pensiero contrapposto in un’unica gioiosa fraternità. E’ la fine dell’oscurantismo e delle guerre di religione.

Dopo una tiratissima campagna elettorale, Anticristo e il suo vice Satana si apprestano a diventare le entità superiori più votate nella storia. Erano sostenuti dai media pressoché unanimi, date le garanzie di libertà individuale e tolleranza che caratterizzano la loro piattaforma; dal mondo scientifico per le loro idee aperte nel campo della ricerca e l’adesione a indiscutibili verità come il riscaldamento globale; e anche dal mondo industriale per il loro appoggio allo sviluppo e al progresso. Avendo promesso al popolo la completa soddisfazione di ogni capriccio, il “duo infernale” era accreditato dai sondaggi per una facile vittoria.

I risultati reali hanno però evidenziato una sorprendente resistenza di passatisti e nostalgici, fondamentalisti e abitanti dei paesi più arretrati, che non hanno saputo cogliere la novità che spirava dai programmi del Presidente eletto. In più momenti si è temuto che i pronostici potessero essere ribaltati, ma durante la notte, come qualche commentatore aveva detto di aspettarsi, l’improvviso ritrovamento di un miliardo di voti per Anticristo e il suo vice hanno regalato loro la vittoria. Possiamo già dire in anticipo che qualsiasi discutibile pensiero di brogli, ovviamente impossibili, è da rifiutarsi e sarà da noi completamente ignorato.

Nel suo discorso di vittoria, il Presidente eletto ha promesso che manterrà i suoi impegni: liberalizzazione dell’aborto fino al nono mese dopo il parto, eutanasia anche agli annoiati e ferreo controllo di tutte le pandemie. Il suo intento è governare l’Universo con un piglio completamente nuovo, più moderno, al passo con i tempi. Istituirà una linea gratuita per tutte le lamentele sulla conduzione del cosmo, e ha annunciato che si occuperà personalmente di quanti disapproveranno il suo operato. Il suo predecessore, riguardo alla mancanza di un canale diretto verso di Lui, si era sempre difeso sostenendo che l’ingresso al mondo era gratuito; “Anche questo dovrà finire”, ha sostenuto il presidente eletto: “implementeremo il costo del coperto in modo da tenere fuori gli sfaccendati. Nel mio Universo” ha aggiunto “non c’è spazio per chi non troverà adorabile ogni cosa che faccio”. “E’ un’inversione di tendenza rispetto al passato”, ha aggiunto. “Non saremo più noi a dovere seguire la verità, ma la verità dovrà seguire noi”.

La nomina ufficiale avverrà tra poco, ma possiamo dire che il risultato ormai non può più cambiare. A meno di un miracolo; ma sarebbe la fine del mondo.

Cancel culture god

Gli era sembrato parecchio preoccupato, al telefono, e non aveva voluto parlare; così Henry salì in macchina e guidò per un’ora fino alla casa di Gilbert, il suo antico mentore.
La villetta sorgeva quasi in riva al fiume, al fondo di un viale ombreggiato da alberi venerandi. Era una piccola casa a due piani, le cui spesse mura non erano di molto posteriori a quelle degli antichi edifici universitari che sorgevano a poca distanza. Erano alcuni anni che Henry non ritornava lì; il suo lavoro e la sua vita erano ormai altrove, nella grande metropoli. Mentre percorreva gli ultimi isolati prima della sua destinazione, non poteva scuotersi di dosso l’impressione di una generale decadenza di quelle strade un tempo familiari. C’era una sensazione di desolazione, trasmessa dalle scritte e disegni spesso osceni sui muri, l’immondizia ammonticchiata ai lati della strada. Era come quando si trascura un giardino; crescono le erbacce, aumenta il senso di abbandono. Si chiese esattamente cosa, o chi, avesse abbandonato quei paraggi un tempo ribollenti di vita.

Quale era il morbo, quale era la minaccia? Non aveva da domandarselo troppo. La storia del suo antico maestro lo insegnava anche troppo bene.
Era stato uno degli intellettuali di punta, uno dei professori più famosi della stagione in cui lui si era laureato. Unire la fisica quantistica alla filosofia in modo da lasciare ammirati gli esperti nell’uno e altro campo non era da tutti. Brillante, arguto, era stato alla moda, ricercato da giornali e talk-show. Poi era successo qualcosa. Una crisi. Un giorno, dopo mesi di silenzio, aveva improvvisamente annunciato che la sua ricerca l’aveva portato a conclusioni che non poteva ignorare. Aveva affermato che l’opinione delle persone aveva sulla realtà un’influenza molto più profonda di quanto si potesse pensare. La sua tesi era che quando si fosse riunito un numero adeguato di persone che avessero assoluta fiducia – fede – in una determinata realtà, questo avrebbe creato una bolla quantica inflazionaria contenente esattamente la realtà in cui credevano. La verità era sempre oggettiva, sosteneva, ma erano gli osservatori a renderla tale. Una persona di fede assoluta poteva fare miracoli, veri miracoli; il credere con assoluta certezza in una qualche teoria rendeva vera quella stessa teoria, creava una sorta di dio che ne garantiva la consistenza. L’incertezza quantistica era decisa dall’osservatore tramite la generazione di una divinità che vegliava sul modo di vedere le cose dei suoi fedeli.

Ovviamente, era stato considerato folle, nonostante l’impressionante accumulo di dimostrazioni matematiche che aveva fornito a corredo delle sue affermazioni. Chi poteva comprenderle ne criticava le approssimazioni e certe semplificazioni; chi non poteva comprenderle le criticava e basta.

Questa incursione nella metafisica non era stata digerita dai suoi sponsor. Il suo nome era sempre famoso e spendibile, ma si era ritrovato da un giorno all’altro ostracizzato da quegli stessi media che l’avevano sostenuto ed osannato. Era preso tra due fuochi: da un lato era accusato di blasfemia dai credenti, dall’altro gli atei gli rimproveravano di avere tradito il credo materialista. Aveva perso amici, i conoscenti lo evitavano. Queste sue teorie bizzarre lo avevano portato ad uno scontro frontale con quel conformismo che aveva colpito una facoltà dopo l’altra, la cosiddetta cancel culture, la cultura della cancellazione.

Da qualche anno una certa parte di studenti, estremamente politicizzata, aveva cominciato a protestare vivacemente contro tutto quello che secondo loro minacciava la tranquillità mentale.
Richiedevano che fosse cancellata la memoria di alcuni personaggi del passato colpevoli di essere stati figli del loro tempo, ne fossero abbattute le statue, i loro nomi rimossi da luoghi e libri. Ben di peggio capitava ai vivi che sostenevano tesi in contrasto con le loro. Chi aveva opinioni dissenzienti, praticava pensieri non conformi al loro oppure compiva azioni che non erano politicamente corrette era etichettato con un aggettivo dispregiativo tra le decine disponibili, e come tale definito essere indegno. Gli indegni non erano più considerati esseri umani, dovevano essere espulsi, annientati, cancellati; non si doveva parlare di loro, permettere loro l’insegnamento; in nome della libertà.

Contro questi ghigliottinatori Gilbert si era battuto come un leone, ridicolizzandoli, dimostrando quanto fossero ipocriti e ignoranti. A loro non era piaciuto. Di fronte ai suoi discorsi pungenti e sensati, incapaci di rispondere con argomenti coerenti, avevano replicato con insulti e slogan cantilenati.
La settimana precedente qualcuno gli aveva ricoperto il muro della casa con scritte minacciose; più di un vetro era stato sfondato a sassate. L’Università sembrava ormai avere rinunciato a difenderlo, e gli aveva fatto sapere che dopo trent’anni non gli avrebbe rinnovato la cattedra. Henry aveva seguito tutto questo da lontano, tramite i pochi media non riluttanti a parlarne e attraverso i messaggi e le telefonate che si scambiava con Gilbert. C’era stato un silenzio di due settimane, e poi quest’ultima chiamata. “Vieni immediatamente, lascia tutto e vieni”, gli aveva detto l’antico maestro, a metà tra comando e implorazione. E lui era venuto.

Il prato davanti alla casa, un tempo curato, era tutto calpestato, come fosse passata una mandria di cinghiali. Davanti alle finestre chiuse frammenti di vetro testimoniavano violenza. Premette il campanello; la porta si aprì immediatamente, come se Gilbert fosse stato in attesa dietro di essa. Lo afferrò per un braccio e lo trascinò dentro. “Entra! Non c’è un momento da perdere”.

Il filosofo era in vestaglia, gli occhi cerchiati di nero e la faccia tirata. I capelli ritti bianchi tenuti su da una sorta di fascia, uniti al suo fisico magro, lo facevano sembrare una specie di enorme scopino. Scostò con impazienza una pila di libri, afferrò uno foglio stropicciato – un articolo stampato – e glielo mise in mano. “Leggi!” ordinò.

Un paragrafo era evidenziato in giallo e a fianco erano tracciati punti esclamativi. Era una dichiarazione di Nick Cave, il musicista. “Per quanto posso vedere, la cancel culture è l’antitesi della misericordia,” scriveva Cave. “Il politicamente corretto è cresciuto fino a diventare la più triste religione del mondo. Il suo tentativo un tempo onorabile di reimmaginare la nostra società in modo più equo ora impersona tutti i peggiori aspetti che la religione ha da offrire (e nessuno di quelli belli) – la certezza della propria morale e quella di essere nel giusto fanno piazza pulita persino della capacità di redenzione. E’ diventata letteralmente una cattiva religione che imperversa con pazzia omicida.”

Henry alzò lo sguardo, perplesso. “Sono d’accordo, ma… perché è importante?”
Gilbert ruggì, esasperato. “Non lo comprendi! Ma no, non posso darti torto, neanch’io l’avevo visto, fino a che ho aperto gli occhi. Credevo che la mia teoria si limitasse alla religione, ma non avevo pensato che anche le ideologie possono diventare una forma religiosa. Tieni, leggi quest’altro”, e gli spinse in mano un secondo foglio.
Era una lista di nomi. Henry li scorse. “Chi sono? Non ne conosco nessuno.”
La faccia di Gilbert si fece ancora più tirata. “Brendan, il secondo della lista, è stato relatore della tua tesi assieme a me. E tu, io e Goslick, il quarto, abbiamo passato lo scorso Capodanno insieme. C’era anche Vidal.”
Henry guardò il suo vecchio professore a bocca aperta. “Scusa, ma sei impazzito? Eri tu il mio solo relatore. E a Capodanno non c’era nessuno di questi sconosciuti.”
“Non sono impazzito”, replicò Henry mestamente, “hai appena dimostrato che la mia teoria sui confini quantici di realtà è vera. E’ successo quello che temevo. La cancel culture è cresciuta fino alla massa critica che le ha consentito di generare una pseudodivinità. C’è un dio minore, o forse dovrei dire demone, creato dalla fede cieca di migliaia di entusiasti deficienti, che sta rimuovendo dalla realtà tutto ciò che non si adegua ai suoi canoni. Tu conoscevi quelle persone fino a pochi giorni fa. Poi, la realtà è stata ridefinita e loro sono stati rimossi. Cancellati. Come se non fossero mai esistiti. Il desiderio di quei contestatori idioti realizzato pienamente.”

Henry si schiarì la voce. “Mi sembra una versione malriuscita di ‘La vita è meravigliosa’”, cercò di ironizzare. “Com’è che tu ti ricordi di loro? Magari non è un demone, ma un angelo di nome Clarence?”
Gilbert sbuffò. “Merito di questa”, disse indicando la fascia che gli teneva su i capelli.
“Una fascia per capelli?” chiese Henry, storcendo la bocca.
“Non è una fascia per capelli.” Si toccò cautamente la chioma. “O meglio, sì, ma nella parte interna ci sono microchip che generano una superficie di Orlowsky. Il decadimento quantistico delle particelle avviene in fasi distinte, come nell’orizzonte degli eventi di un buco nero. Funziona come una specie di gabbia di Faraday.  La bolla di realtà modificata non riesce ad entrare, o almeno il riallineamento è rallentato. Per questo io ricordo ancora. E’ un aggeggino al quale pensavo da parecchio, e il dipartimento di fisica e quello di informatica mi hanno dato una mano a realizzarlo.”
“Gilbert”, disse piano Henry “la tua università non ha un dipartimento di informatica.”
“Adesso non più”, replicò Gilbert.
Henry alzò le mani. Questa conversazione diventava sempre più strana. Era evidente che il professore questa volta aveva veramente dato di matto. “Va bene, Gilbert. Che cosa vorresti da me?”
L’anziano filosofo prese dalla scrivania una cassetta metallica. “Il dio della cancellazione ha fatto fuori già quasi tutti gli altri, ma grazie ai miei chip io finora l’ho scampata. Temo però non riuscirò a cavarmela ancora per molto, il campo di contenimento è imperfetto e la realtà modificata sempre più forte. Man mano che scema la consapevolezza di cosa voglia dire libertà e verità, il ricordo di quello che c’era prima, anche questa ridefinizione aumenta di intensità. Quando io e quei pochi che ancora resistono saremo andati, i politicamente corretti avranno sradicato ogni opposizione. Questo causerà, penso, un’implosione della loro cultura… non avendo più nemici perderanno il loro scopo, e la menzogna su cui campano diventerà palese. Smarriranno la fede e sarà la morte del loro falso dio, ma per me sarà tardi.”
Tirò un profondo respiro. “In questa cassetta ci sono tutti i miei scritti, le formule teoriche e pratiche per realizzare i chip di contenimento, e le memorie di tutti quelli che sono stati rimossi. La cassetta stessa è protetta da un chip. Mettila in salvo. Quando tutto sarà finito, e io sarò sparito, questo ti permetterà di ricordare. Rendila pubblica, in modo che in futuro non possa più accadere.”
Henry prese la cassetta. Era stranamente pesante. Gilbert guardò l’ora. “Adesso è meglio che tu vada. Temo che l’interfaccia tra la realtà attuale e quella modificata stia per cedere. Se non dovessimo risentirci, buona fortuna. Se invece questo brutto momento passasse… allora ceneremo assieme”. Sorrise, in modo tirato. “Se mai esisteremo ancora nello stesso universo.”

Henry uscì dalla casa, perplesso e confuso. Guardò la cassetta che teneva tra le mani. La posò su un muretto e l’aprì. All’interno c’erano solo vecchi giornali e fogli bianchi. Scosse la testa. Che avrebbe dovuto farci? Si avviò verso l’auto, voltandosi un’ultima volta verso la villetta alle sue spalle. Era una bella casa, pensò, in riva al fiume, in fondo ad un bel viale. Peccato che sia stata abbandonata. Chissà chi ci viveva prima.

La giustificazione

Agente #1 – “Accostate, prego”
<Il furgone si ferma al posto di blocco. Le due persone a bordo si guardano, poi abbassano il finestrino>
Guidatore – “Agente, qualcosa che non va? Che, stavo oltre i limiti?”
Agente #1 – “No signore, è un normale controllo. Patentelibretto” (Sbircia nella vettura). “Devo dirvi, signori, che le vostre mascherine non sono regolamentari. Sembrano passamontagna.”
Guidatore – “Eeeh, siamo tipi prudenti, con questo virus più si è coperti meglio è, non crede?”
Agente #1(Poco convinto) “Sarà. Comunque, state viaggiando per necessità?”
Passeggero – “Assolutamente, agente. Teniamo stato di necessità. Lavorando, stiamo.”
Agente #1 – “E che lavoro è?”
Passeggero – “Pulizie. Per l’impresa di famiglia. Vuole l’autocertificazione?”.
Agente #1 – “No, non è necessario” (controlla i documenti) “Mi apre la porta del furgone?”
Guidatore – (teso) “Eeeh, agente, non c’è niente…”
Passeggero – (in fretta) “Prego, agente, è aperto…”
<l’agente apre la porta del furgone e guarda all’interno>
Agente #1 – “E questo chi è?”
Passeggero – “Nostro cugino. Sta dormendo, poveretto”
Agente #1 – “Che strana mascherina. Non copre il naso. Sembra più un bavaglio.”
Passeggero – “Che vuole farci, agente, a nostro cugino piace bere, e quando beve parla troppo, dice cose senza senso, spara balle che non stanno né in cielo né in terra, quindi noi gli mettiamo la mascherina in bocca così non disturba e sveglia i bimbi. Se ha dei dubbi controlli pure, ah.”
Agente #1 – “Ma certo, sapevo che c’era un giustificazione, mica si imbavaglia la gente così, senza motivo. Fate attenzione quando frenate, anche se sembra legato bene. Non vorrei si facesse male.”
Guidatore – “Stia tranquillo, agente, noi ci teniamo a nostro cugino. E’ per il suo bene. Vogliamo solo che stia un po’ zitto e ci lasci lavorare.”
Agente #1 – “Va bene, va bene” (restituisce i documenti) “A posto, potete andare”
Guidatore – “Grazie, agente, buonanotte.”
(il furgone riparte e si allontana. L’agente #1 torna alla sua vettura dall’agente #2)
Agente #1 – “Hai visto quelli? Per un attimo ho temuto che stessero andando ad una festa… Ma ti devi fidare della gente. Quelli erano onesti lavoratori, non dei sospetti. A fare il nostro lavoro finisci che vedi imbrogli dappertutto…”

Reality show

Accidenti a quando sono entrato in questo reality.

Tutto sembrava semplice. Un grosso premio in palio: tutto quello che dovevi fare era resistere fino alla fine dentro la Casa, rispettandone le regole.

Sì, d’accordo, il Direttore ci aveva ammoniti: “Guardate che sarà tentato di tutto per farvi uscire dal programma. Ci proveranno con la forza; ricorreranno alle scomodità e al disagio estremo; ci proveranno ridicolizzandovi e sbeffeggiandovi; diranno falsità e menzogne sul vostro conto, dal pettegolezzo alle più infami. Tenteranno di mettervi in difficoltà in ogni maniera. Ma, soprattutto, vi mentiranno e tenteranno di ingannarvi. Verranno e vi diranno che non c’è nessun premio, che le regole sono cambiate, che dovete agire diversamente. Non ascoltateli, anche se venissero in mio nome, perché le regole sono quelle che vi ho dato ora, e io solo posso cambiarle.”
Sì, avevamo tutti annuito. Abbiamo capito. Che ci provassero. Siamo convinti, siamo motivati, niente ci spaventa!

E così era cominciato. Eravamo contenti, all’inizio, tutto andava bene. Si stava magnificamente: perché dovremmo cedere?
Poi erano cominciati i guai. I piccoli litigi, diventati grandi. La lontananza di quelli fuori dalla Casa, che ci chiedevano perché avessimo mai acconsentito a una cretinata come questa. Il giudizio del pubblico, impietoso, sempre pronti a riprendere ogni minimo sbaglio o incertezza. Noi lì dentro, a perdere tempo, mentre intorno il mondo sembrava andare sempre più rapidamente. Quelli rimasti fuori accumulavano successi e carriera; e noi dentro smarriti in routine apparentemente inutili. Per chi? Per cosa? Giocarsi la vita per vincere una vacanza premio?

Così erano iniziate le defezioni. Ma io, forte, mi dicevo: non saranno queste bazzecole a farmi rinunciare. L’opinione pubblica ci era ostile, anche quelli che pensavamo amici. Il linciaggio morale dei miei compagni di show, gli insulti a loro e a me, non mi toccavano. Le minacce, neanche. Non mi farete uscire.

Poi le voci tra noi. Che il gioco fosse truccato. Che non ci avrebbero premiato, che era tutto combinato. E tra i concorrenti qualcuno che millantava appoggi, che consapevolmente infrangeva quelle regole che avremmo dovuto rispettare, dicendo che non l’avrebbero mai sbattuto fuori. E, effettivamente, nessuno di coloro che infrangevano le regole era stato allontanato. Neanche uno. Come se alla direzione non importasse. Sembravano persino i più coccolati.

Il che dava da pensare. Sempre più li imitarono. Io però ricordavo gli ammonimenti iniziali: tenteranno di ingannarvi. Questo è il gioco.
Ma è sempre più difficile. E’ ancora bello, qui, ma ormai il sospetto ha fatto il suo ingresso. Perché adesso ci sono anche i responsabili del programma che dicono che in fondo non importa, che alle regole si può trasgredire. Che si può uscire dalla Casa; anzi, che alcuni fuori dalla Casa saranno premiati come noi. Ci dicono, l’importante è che stiate bene, vincerete comunque. Altri fanno l’occhiolino, come non ci fosse alcun premio. Il Direttore non si vede.

E io sono qui con i pochi che ancora rimangono, e mi domando:
ma quando finisce questo reality?

Le cose importanti

Alzò gli occhi, e vide davanti a lui l’Angelo della Morte.
“SONO VENUTO A PRENDERTI. E’ ORA DI ANDARE”, disse l’alta figura.
“Non posso… non adesso”, balbettò, ritraendosi. “Se muoio ora, all’improvviso, scopriranno tutto. Frugheranno tra le mie cose. Capiranno chi sono davvero. Cosa penseranno di me? Devo… devo mettere a posto, distruggere… devi darmi un po’ di tempo…”
Se le ossa potessero sospirare, L’Angelo lo avrebbe fatto. “QUATTRO COSE. PRIMO; IL TUO TEMPO E’ DAVVERO FINITO. SE VOLEVI METTERE LE TUE COSE A POSTO, DOVEVI PENSARCI PRIMA. SECONDO; NON SONO LE COSE MATERIALI DEL MONDO CHE TI LASCI ALLE SPALLE CHE DOVREBBERO PREOCCUPARTI, MA QUELLE CHE TI PORTI DIETRO NELLA TUA ANIMA. TERZO; SI’, TROVERANNO TUTTO.”
“E… quarto?” chiese, mentre una forza inarrestabile lo risucchiava in un altro dove.
“NON IMPORTERÀ’ NIENTE A NESSUNO” concluse l’Angelo, staccando l’ultimo sottile filo.

Le aquile e le galline

Due aquile volteggiavano sopra una fattoria. In basso, sull’aia, delle galline razzolavano nella polvere.

Un’aquila disse all’altra: “Guarda laggiù. Non ti danno il voltastomaco quei polli? Ridicoli e goffi. Passano tutto il giorno a terra, a becchettare, e sono incapaci del volo nonostante abbiano le ali. Noi invece, di quassù, vediamo ogni cosa: dal verme che a loro sfugge alla volpe, laggiù nel fosso, in attesa di scattare e afferrare la preda. Basterebbe un voletto e sarebbero al sicuro da quel carnivoro: eppure non pensano neanche a distendere le ali.”

La seconda aquila rispose: “E’ nella natura dei polli non essere in grado di staccarsi dal suolo. Più che disprezzarli, li compatisco. In fondo anche a noi ad un certo punto manca l’aria, salendo verso il cielo, e le penne non sono sufficienti per sostenerci. Forse ci sono esseri alati più in alto di noi che in questo momento ci stanno guardando come noi guardiamo il pollame là in basso.”
Si immerse in una corrente ascensionale, poi riprese: “Sì, hanno le ali, ma il loro problema è che non sanno come usarle. Non so se non abbiano voglia di imparare o si trovino comodi così; o se anche i migliori tra loro, quelli autorevoli, preferiscano scavare nel fango piuttosto che librarsi in aria. Chissà, se ci fosse un gallo capace di volare davvero, potremmo avere compagnia quassù.”

La prima aquila scosse il capo “In qualche modo, anche se ci fosse un gallo in grado di volare e disposto ad insegnarlo, dubito che lo seguirebbero. Cosa ci si può attendere davvero da chi preferisce guardare solo in basso?”

Il primo nome

Vorrei mettere bene in chiaro le cose.
So che ci sono parecchi che sparlano contro di me. Che sostengono che io non sarei un vero credente. Addirittura, che sarei stato deviato dal demonio.
Sono tutte bugie. Evidenti falsità. Sono talmente false che non vale quasi la pena di smentirle, i fatti stanno davanti agli occhi di tutti.

Intanto, non è affatto vero che io non voglio più avere niente a che fare con Dio. Piuttosto il contrario: è Lui che ha tagliato i ponti con me. Molto è stato detto sul motivo, ma io preferisco considerarlo un malinteso. Io di Dio ho sempre avuto il massimo rispetto, prima, e anche adesso, nonostante le nostre divergenze, sarei pronto a riconciliarmi se solo Lui volesse ammettere di avere esagerato. Eravamo molto intimi, parlavamo insieme quasi tutti i giorni, un tempo. Passavamo insieme intere giornate, e non potete immaginare lo spasso. Credere a Lui? Diciamo che l’ho sempre dato per scontato. Era come la terra sul quale poggiavo i piedi, come il mio nome, quel nome che è stato il primo nome.

Non vedo perché accusarmi di avere fatto il male quando io ancora non sapevo cosa fosse fare il male. Quella è una conoscenza che mi è arrivata solo dopo. Quando la mia donna mi ha fatto la proposta, io credevo, badate bene, ero certo che fosse stata autorizzata. Che si fosse messa d’accordo. Volete darmi torto? Aveva discusso della cosa con un angelo, e mi ricordo di avere pensato: “oh, guarda, il Vecchio ha cambiato idea su quell’albero”. L’essere come Lui un po’ mi attirava, capite, ma il mio era un intento buono: non ho mai avuto intenzione di disubbidire o altro. Pensavo semplicemente fosse la migliore opportunità di dimostrare quanto valevo, quanto avevo imparato. Migliorare il nostro rapporto, renderlo più equilibrato. Insomma, non mi aveva forse fatto decidere il ruolo di tutte le creature, il loro nome? Eravamo già in un rapporto di stretta collaborazione, pensavo che in questo modo l’avrei resa ancora più stretta.  Invece è saltato fuori che non era vero niente.
Ma io una bugia non l’avevo mai sentita. Come potevo anche solo immaginare che potesse esistere una cosa come la menzogna, se non ne avevo mai udita alcuna?

Vedete quindi che la reazione del Signore è stata esagerata. Il mio era un nobile intento. Poteva far finta di nulla, e saremmo ancora lì, da lui. Invece niente. Ho il sospetto che sia perché adesso la menzogna la conosciamo, e quindi non potremmo stare in sua presenza. Che se andassimo da Lui così come ora siamo, con la conoscenza che abbiamo acquisito, con il modo in cui l’abbiamo usata, smetteremmo di essere noi. Ci scioglieremmo come neve al sole, si scioglierebbe quel ghiaccio nero che è diventato parte di noi; che, malgrado noi, siamo noi.

Ci vorrebbe un modo in cui questa conoscenza del male, e del bene, la coscienza della sua mancanza, potesse essere non dico cancellata, ma… non so, riportata a prima. A nulla. Una nuova possibilità.
Non capisco neanche io perché dico queste cose. L’ho già spiegato, non è stata colpa mia. Io sono innocente. Prima o poi anche Dio lo capirà, vedrete. Com’è vero che mi chiamo Adamo.

Adotta un nonno

I tre attendevano nella piccola sala d’aspetto. La coppia più giovane si guardava attorno con quel’aria di annoiata sopportazione che viene dall’abitudine. Il vecchio teneva gli occhi bassi, ma di tanto in tanto alzava il capo e l’espressione che si leggeva negli occhi cerchiati di profonde rughe era forse assenza, forse stanchezza, forse disperazione.

L’impiegata fece cenno, e i due giovani si avvicinarono allo sportello.
“Buongiorno. Vorremmo adottare un nonno”, disse quello più alto, con i capelli tinti di azzurro.
L’impiegata si sporse leggermente. “Vedo che ne avete già uno. Si tratta di una integrazione, oppure di una permuta?”
“Permuta. Vorremo consegnare il nostro nonno e prenderne un altro.”
“Va bene, mi passi i documenti intanto.”
L’uomo toccò con la mano lo schermo del lettore, che si illuminò brevemente. L’impiegata esaminò i dati ricevuti. “Posso chiedere la ragione per cui volete affidarci il vostro nonno? Si è comportato male? Sporca? E’ malato?”
“No, no, da quel punto di vista andrebbe ancora bene” disse l’altro componente della coppia, che portava i capelli a strisce viola e pistacchio e una barba fatta a metà. “E’ che è troppo vecchio, non riesce più a prendersi cura adeguatamente dei nostri bambini”
“Sì, ne abbiamo tre, due cani e un umano”, puntualizzò il primo. “Ieri si è dimenticato di portarli a passeggio, e hanno fatto un disastro in casa. Capite anche voi, sono solo i primi segni, non può durare, andrà sempre peggio”
Capelli violaverdi annuì. “Meglio cambiarlo subito prima che ne combini una grossa. Ci siamo affezionati, è famiglia, ma è meglio così. Con tutti gli anziani che ci sono sarebbe egoista da parte nostra non dare la possibilità a qualcun altro di rendersi ancora utile”, terminò, guardandosi attorno come in cerca di approvazione.
L’impiegata sospirò. “D’accordo, visto che si tratta di una permuta basta la documentazione che avevate già compilato. Potete portare il vostro anziano allo sportello ritiro, in fondo al corridoio, e poi recarvi al piano superiore per scegliere il nuovo nonno. Quando avete fatto, tornate qui per le pratiche finali.”
Capelli violaverdi ringraziò e andò a tirare su dalla sedia l’anziano che piangeva piano, conducendolo verso la sua destinazione. Su, su, gli diceva sorridendo, è meglio così. Capelli azzurri si fermò ancora un istante allo sportello.
“Scusi, un’ultima domanda. Quanto ci vorrà prima che il nonno… insomma, sa cosa.”
L’impiegata lo guardò da sotto in su. “Un mese, se nessuno lo reclama. E’ la legge. A volte ci vuole di più, ma in questo momento siamo oltre la capienza. Non è che li possiamo mantenere tutti, se non servono più a niente. E’ per caso vostro parente biologico? Volete che vi faccia sapere quando lo sopprimiamo?”
L’uomo sorrise e scosse la mano curata. “No, no, era solo curiosità. Non che me ne… insomma, l’avevamo già preso qua. Non è che sia davvero mio nonno. E’ solo un vecchio. ”

Abuso virtuale

Benedetto entrò nervosamente nella stanza, spinto dalla guardia. Il funzionario sedeva alla sua scrivania, e non alzò nemmeno gli occhi quando lui entrò. Esaminava sui suoi schermi chissà che cosa; forse il suo caso, pensò Benedetto. Ma il ragazzo non sapeva neanche quale fosse, il suo caso.

Le automobili scure erano arrivate a casa sua alle otto di sera. Si erano presentati alla porta e avevano chiesto di lui. Non appena si era fatto avanti, l’avevano preso per le braccia e portato fuori. Nessuno aveva detto una parola, neanche i suoi zii.

Il funzionario aveva un viso sottile, radi capelli biondastri e una giacca grigio chiaro con risvolti fucsia. Vorticava tra le dita un legnetto, o qualcosa di simile. Non sorrideva.
Finalmente alzò lo sguardo sul ragazzo. “Che schifo di nome è Benedetto?”
Benedetto non si aspettava una domanda come quella. “E’ tradizionale”, spiegò, “nella mia famiglia. Mio nonno si chiamava così”.
“Ah”. Il funzionario sembrò perdere interesse alla cosa. Mosse oziosamente la mano su uno dei suoi schermi. “Abitate veramente imbucati, voialtri. Ci hanno messo quasi due ore per arrivare”.
“Era la casa di mio nonno. Ci vivo con i miei zii.”
“Di chi sono i libri?”
“Come, prego?”
“I libri. Tu hai letto dei libri. Di chi sono?”
“Di mio nonno. Erano di mio nonno.”
“Ah”.
Il funzionario sbuffò, come profondamente annoiato. “Tu, oggi pomeriggio, alle 14,43, hai pubblicato su una Omnichat Esperienziale un racconto” sussurrò, muovendo appena le strette labbra violacee.
Vi fu qualche secondo di silenzio, finché Benedetto comprese che era attesa una sua risposta. “Sì, è vero, l’ho scritto io”.
“L’hai inventato tutto tu?”
“Sì, tutto da solo” confermò il ragazzo.
“E perché l’hai fatto?” domandò il funzionario
Benedetto annaspò, cercando le parole. “Bene, tutti scrivevano raccontini, storie, ma erano… come dire… vuoti. Ho pensato che avrei potuto fare di meglio.”
“E perché li trovavi vuoti?”
“Perché non davano nessun senso… non erano realistici, non dicevano niente. I protagonisti erano piatti. Erano tutti ho fatto questo, ho fatto quest’altro, wow, pow, ma non c’era nessuna emozione. Non erano come i libri che leggevo”.
“Come mai leggevi?”
“Beh, la casa degli zii è isolata, e c’erano tutti questi libri in soffitta, e così ho cominciato a leggerne qualcuno.”
“E quanti ne hai letti?”
“Non so… duecento, trecento…”
“E i tuoi zii lo sapevano?”
“No, non credo… non lo so, non si sono mai interessati molto a me.”
“Credo che tu abbia visto questi”, disse il funzionario, e buttò sul tavolo davanti a lui una manciata di libretti. Avevano copertine scure, su cui campeggiavano scritte del tipo “Leggere fa male alla salute”, “Non leggere, vivi!” e “Niente all’interno di questo libro è reale”.
“I miei libri non avevano queste copertine.”
“Libri molto vecchi, quindi. E a scuola non ti hanno imparato i pericoli della lettura?”
Benedetto scosse la testa. Se l’avevano fatto, era andato perso in mezzo a tutte le altre informazioni che aveva preferito ignorare.
Il funzionario lo squadrò, senza sorridere ancora. “Tu capisci perché sei qui?”
Benedetto scosse ancora la testa.
“Cosa è successo quando hai postato il racconto?”
Benedetto biascicò qualcosa.
“Allora?”
“Mi hanno insultato. Mi hanno chiesto che merda era quella. Hanno detto che ero pazzo a scrivere roba simile, che potevo fare del male alla gente. E poi il post è stato rimosso da qualche controllore.”
“Hai capito cosa hai fatto?”
Benedetto scosse ancora la testa.
Il funzionario sferrò un pugno sul tavolo, facendo sobbalzare Benedetto. La sua voce strillò in tonalità falsetto. “Hai dato dei sentimenti a delle persone virtuali! Hai scritto di delusioni e problemi! Gli hai fatto fare degli errori! Sappi quanto questo può averli danneggiati?”
“Prego?” Benedetto lo guardò senza capire.
“I personaggi del tuo racconto. Gli hai fatto fare cose che non possono sopportare. Li hai fatti soffrire senza motivo. Sei stato cazzone e bastardo verso di loro.” Il funzionario adesso lo guardava con palese disgusto.
“Ma… sono personaggi inventati. Non esistono!”
“E questa ti sembra una buona ragione per farli soffrire? Non ti sei chiesto perché nessuno mai fa fare ai suoi personaggi le cose che tu gli hai imposto? Perché non sono coglioni come te. A quanto pare sei un capital-fascista, che non si cura dei sentimenti dei suoi stessi personaggi e neanche di quelli che potrebbero leggerli per caso. Tu sei pericoloso, sei marcio, sei un rifiuto della società, un parassita.”
“Ma io non.. sapevo…”
“Non sapevi, e ti sembra una scusa? Ma che razza di scuole hai fatto, che ti hanno lasciato il tempo e la voglia di leggere? Manco sai che ci sono un fottio di leggi che proteggono le persone virtuali dagli abusivi come te. Basta, mi fai schifo. Siccome sei giovane, magari ti si recupera. Farai sei mesi di rieducazione. Forse così ti passerà la voglia di leggere e di scrivere. Via, adesso”
Due poliziotti entrarono, afferrarono Benedetto per le braccia e lo portarono via prima che si potesse riprendere. Il funzionario si ricompose. Luridi ragazzini. E pure lettore era.
Meno male che ce n’erano sempre di meno.

Sull’orlo dell’abisso

il gruppetto si fermò sull’orlo dell’abisso.
Il terreno lì era smosso e la pavimentazione sbrecciata, lievemente in discesa verso il baratro che si spalancava verso il basso. Tutt’attorno si potevano intravedere, affastellati uno sull’altro, resti di colonne marmoree, di porte e di muri che un tempo dovevano essere stati maestosi e che, sebbene in rovina, ancora infondevano un senso di solidità che svaniva quanto più ci si avvicinava al bordo. A Giuseppe tutto dava l’impressione di pericolo, come se da un attimo all’altro ciò su cui poggiava i piedi potesse franare nel vuoto.

Si sporse cautamente. La luce svaniva, scendendo, e il buio era tutto quello che si poteva vedere.
Si voltò verso gli altri. “Spiegatemelo ancora, perché non ho capito. Perché è stato tolto il parapetto?”
Sospiri. “Perché non era a norma. Se l’avessimo lasciato avremmo potuto incorrere anche in multe e contravvenzioni.
“Ma così si rischia di cadere”, obiettò Giuseppe.
Smorfie. “L’importante è essere a posto con la legge”.
Giuseppe si guardò attorno. “Non andrebbe messo almeno un cartello, un avviso, qualcuno che fermi le persone prima che ci cadano dentro?”
“Sono abbastanza sicuro che ci sia un avviso di pericolo. Sul sito”, azzardò qualcuno.
“Sul sito”, ripeté Giuseppe incredulo.
“Oggi si fa tutto via internet”
“Quindi si dovrebbe consultare internet per evitare di cadere nella voragine?”
Mormorio imbarazzato. Si poteva udire il ronzio di qualche insetto, uno sgocciolare d’acqua, l’inquieto strofinare di piedi; ma dall’abisso non saliva niente, se non un silenzio profondo quanto esso.
“Quindi dite che si sta allargando”, azzardò Giuseppe per interrompere quell’assenza di parole.
“E’ molto più grosso di prima, sì”
“Quanto velocemente?”
“Eh, abbastanza”.
“Abbastanza. E avete provato a fermarlo?”
Altri mormorii. “Non credo che sia possibile fermarlo. Sta accadendo e basta. Possiamo solo dire di stare attenti e non caderci dentro”.
“Ma lo state dicendo?”
“Ecco, no. Ma in fondo è un fenomeno naturale.”
Giuseppe li guardò.”Quindi siete convinti che non ci sia niente da fare e non avete neanche tentato di porre un rimedio”.
Negazioni, scuse. “Non è vero, abbiamo scritto documenti. Ammonito. Quando ancora non era così grande, certo. Qualcuno ha anche tentato di chiuderlo…” “Già, è vero” “… ma era inutile. Adesso se ne sono resi conto tutti. Ormai l’abbiamo accettato, stiamo molto meglio”.
Giuseppe li guardò in volto. “Allora siete rassegnati? Franerà tutto dentro quel precipizio buio?”
“Eh, ma non succederà tanto presto… abbiamo tempo” “Sarà molto più semplice quando ci sarà meno a cui badare, potremo occuparci di ciò che è importante” “Dobbiamo rassicurare la gente. In fondo è solo un buco”.
“E’ vero che qualcuno c’è già finito dentro?” domandò Giuseppe, con voce dura.
Ancora silenzio. “Preferiamo non parlarne. Potrebbe dare cattiva impressione”, azzardò qualcuno.
“Quanti?”
“Eh… dicono parecchi.” “Comunque nessuno di significativo”
“Pensate di fare qualcosa a riguardo?”
Sguardi terrorizzati “Certo, pensiamo di prendere provvedimenti. Postare altre pagine web. Forse mettere cartelli. Cose del genere, ma non vogliamo che la voce si diffonda troppo. Cattiva pubblicità”.
“Lo sapete che voi dovreste mandare avanti questo luogo, vero? Ricostruirlo. Metterlo a posto. Se no, quando tornerà…”
Silenzio.
“Perché tornerà”.
Ancora silenzio.
Giuseppe si sporse di nuovo sull’abisso. “Ma quanto è profondo? Almeno questo, lo sapete?”
Sussurri imbarazzati. “A dire la verità, non ne siamo certi”.
“Avete usato uno scandaglio?”
“Non ha dato risultati. Non è bastato.”
“Passatemi quella torcia”.
Gli fu data. Giuseppe la lasciò cadere oltre l’orlo.
“Così almeno illuminerà il precipizio, andando giù. Un po’ di luce.”
La fiamma rimpicciolì rapidamente, in distanza, rischiarando il baratro mentre scendeva. Giuseppe intravide qualcosa che si muoveva, sulle pareti, ma le tenebre erano già tornate. Forse era stata un’illusione.  La torcia divenne un puntolino, fino a svanire dalla vista.
“Sta ancora cadendo” disse qualcuno.
“Questo abisso che ci vuole ingoiare è molto più profondo di quanto potessimo pensare.”
Un frammento di pavimento si staccò, precipitando con rumori di sassi smossi che diventarono presto echi lontani.

Vero o falso?

Haran socchiuse gli occhi. Aveva un gran mal di testa; la sera prima, la baldoria era stata forse un po’ eccessiva. Colpa dei suoi ospiti, che non erano abituati alla moderazione; ma lui stesso non aveva esitato a seguire il loro esempio. Aveva vaghi ricordi di corpi nudi in piscina, risate sguaiate, bottiglie vuote. Raddrizzò la testa. Era seduto. Si forse era addormentato sul divano? Era un po’ troppo scomodo per esserlo, però…
…ma questo non era il suo attico. Non era un posto che conoscesse. Sembrava uno scantinato, semibuio, umido, caldo. Detriti, rifiuti, rottami di ogni genere ingombravano il pavimento. Haran cercò di passarsi la mano sulla faccia, e scoprì di non poterlo fare. Le sue mani erano dietro la schiena. Immobilizzate. Con un crescente senso di allarme, mano a mano che la situazione si rivelava ai suoi sensi ancora addormentati, scoprì che non poteva neanche alzarsi. Era su una sedia, e le sue gambe e il suo corpo nudo erano legati ad essa.

…L’avevano rapito?
Si guardò attorno, freneticamente. Il sedile era in qualche modo fissato al pavimento. L’unica parte del corpo che poteva muovere liberamente era la testa, il resto era bloccato. Già gli stavano prendendo dei crampi, non avrebbe saputo dire se fossero la conseguenza dei bagordi della notte o dovuti all’immobilità.

Ricacciò la bile che gli saliva dallo stomaco, provò  a gridare. Ne uscì una sorta di gracidio. Ritentò. “Aiuto! Aiuto!”
Una porta, nella penombra dietro di lui, si aprì. Con la coda dell’occhio colse un movimento, e poi rumore di passi, lenti. La persona appena entrata fece l’ingresso nel suo campo visivo. Sembrava essere un uomo robusto, che vestiva una sorta di tunica scura. Il volto era nascosto da una maschera carnevalesca, di quelle di gomma a basso prezzo, raffigurante un diavolo. Haran provò un senso di terrore acuto. Questo tipo non sembrava qualcuno che fosse lì per salvarlo.

“Grida pure se vuoi. A me fa piacere, e solo io ti posso sentire”. La voce dell’uomo mascherato era bassa, raschiante. “Hai finito di folleggiare, eh? Cattiva idea, quella di mischiare sostanze. Potresti trovarti dove non vorresti.”
“Cosa… cosa vuoi da me?” domandò Haran, tremando.

“Da te? Solo fare quattro chiacchiere. Scambiare idee. Tu ne hai tante, no? Vai in giro a venderle. Fai spettacoli con star del cinema, intellettuali, politici, potenti. Tu esponi il tuo pensiero, in teatri pieni dove le poltrone costano come lo stipendio di un operaio. E’ il tuo mestiere. Sei famoso.”
L’uomo con la maschera girò attorno alla sedia su cui era prigioniero Haran.

“Sei un filosofo. Un pensatore. La gente crede a quello che dici, anche perché ti vendi bene. Sei arguto, spiritoso. E chi dialoga con te ti regge il discorso. Ti fa da spalla. Li scelgono apposta. Non ti piace quando qualcuno ti contraddice, o pone in evidenza gli sbagli che commetti.”
Haran rabbrividì. Questo era un fanatico. Era stato rapito da un maniaco religioso. La specie peggiore.

L’uomo continuò, confermando ciò che il prigioniero aveva intuito. “Il tuo lavoro principale è dichiarare false le religioni. Per te non sono altro che un cumulo di miti, di falsità. Sono come un film, un libro di avventure. Prodotti commerciali, o artistici, niente di più.”

Girò ancora attorno a lui, avvicinò la maschera al suo orecchio. “Per te non sono che menzogne. Tutte. Ma dimmi, come fai a sapere che lo sono? Chi te lo ha detto? Rispondi”.

Ma Haran non rispose. “Se spiego come la penso questo mi ammazza”, si disse. Il silenzio si allungò. Il suo carceriere sospirò. “E va bene”, sussurrò.

Si udì un raschiare, uno sfrigolio, la luce dello scantinato cambiò. Un dolore atroce al fianco, l’odore di carne bruciata, la sua. Urlò. L’uomo mascherato ora reggeva una sorta di piccola fiaccola accesa.

“Fa male, vero? Ma questo è ancora niente, se non mi dai soddisfazione.”

Haran ansimò. “Io…io… sbagliavo… le religioni sono vere… è vero, è tutto vero…”

L’uomo accostò nuovamente la fiaccola al suo braccio.

Quando le urla scemarono, l’uomo continuò. “Non mi interessa la menzogna. Le conosco anche troppo bene, le tue bugie. Non ti salveranno. Ti ripeto la domanda: come fai a dire che le religioni sono false?”

Haran pensò: “E’ folle. Devo stare al suo gioco”.

“Perché è ovvio”, disse. “Non esiste un Dio, non esiste il soprannaturale. Quindi anche quelle storie non possono essere che miti e menzogne, pensate per procurarsi da vivere e per il potere”.

L’uomo con la maschera di demone annuì. “Finalmente butti fuori quello che pensi. Forse non ti sei reso conto però che con le tue parole ti sei descritto esattamente. Tu credi che certi fatti siano menzogne perché tu ti procuri da vivere, ottieni il potere esattamente così. Raccontando storie, fingendo. Quindi pensi che tutti siano come te: avidi parolai, attori. Ma, perché ci sia la menzogna, ci deve essere anche la verità. Se non esistesse la verità non ci sarebbe neanche la menzogna, perché essa è la negazione della verità. Dimmi, allora, qual è questa verità?”

“Io…io non lo so.”

“Strano, sembravi così sicuro sul palco, l’altro giorno, quando la negavi”. La fiaccola bruciava lentamente, con un filo di fumo oleoso. L’uomo sembrò pensare per qualche istante. “Va bene, facciamo un gioco. Si chiama vero o falso. Se tu sai distinguere così chiaramente la verità e la menzogna da sapere con sicurezza cosa sia avvenuto e cosa no, dovresti trionfare in questi giochi. Dovresti andare a qualche trasmissione televisiva, e vincere tutti i premi, faresti anche più soldi che con le conferenze. Cominciamo dalle questioni semplici. Dimmi, l’estensione delle terre selvagge in nord America è maggiore, percentualmente, rispetto a quelle in Africa?”

Haran si umettò le labbra. Era facile. “L’Africa ha più terre selvagge, ovviamente. Falso”.

L’uomo annuì. “Bene. E ora dimmi: Shakespeare e Cervantes, i due più grandi scrittori di Inghilterra e Spagna, morirono lo stesso giorno?”

“Questa la so”, si disse. “Sì, entrambi il 23 aprile 1616”

Il suo inquisitore si lasciò scappare una risatina. “In effetti, non morirono lo stesso giorno, ma a dieci giorni di distanza. L’Inghilterra in quegli anni non aveva ancora adottato il calendario gregoriano, a differenza della Spagna, così il 23 aprile 1616 in Inghilterra corrisponde al 3 maggio in Spagna. E in Africa la percentuale di terre selvagge è molto minore di quelle in nord America.  Hai chiamato vero ciò che è falso, falso ciò che è vero.”

“Ma questi sono giochetti”, protestò Haran, “Non sono importanti”.

“Non sono importanti dici? Perché non c’era nessun premio, nessuna punizione per le risposte. Allora rendiamoli importanti. Mettiamo in palio qualcosa. Se risponderai in modo errato alle prossime domande, io ti brucerò il volto. Prima le orecchie, poi gli occhi, poi il naso, poi la lingua… ma tu, essendo così sicuro di cosa sai, non dovresti avere problemi, vero? Cominciamo: il polo sud di Saturno è di forma esagonale.”

“E’ assurdo, sicuramente falso”

L’uomo accostò la fiaccola al suo orecchio destro, provocandogli una sofferenza immensa. Urlò e urlò.

“Urli, eh? Ormai dovresti averlo compreso. Non sai, ma hai parlato come se sapessi. E questo ha causato del male a tante persone, che fidandosi di te hanno sbagliato a loro volta. Ti assicuro che queste sofferenze sono ancora niente, rispetto a…”

Haran alzò la testa. “Basta! Basta! Falla finita! Il tuo inferno, il tuo paradiso, il tuo dio non esistono! Io so chi sei! Un fanatico! Tu vuoi solamente farmi morire!”

L’uomo rise. “Hai appena perso il gioco. Ogni cosa che tu hai detto è falsa. Il paradiso e l’inferno esistono, e anche quell’altro di cui parli. Io non sono un fanatico, ma un lavoratore a cui piace il suo mestiere…” afferrò il bordo della maschera da demone, se la tolse. Il volto al di sotto era esattamente uguale a quello che aveva indossato fino ad un attimo prima. “E non voglio farti morire. Sarebbe impossibile. Perché, vedi, ieri hai veramente esagerato con la baldoria…”

Le pareti dello scantinato sembrarono dilatarsi, sciogliersi, in qualcosa di infinitamente peggiore e rivoltante.

“…tu sei già morto.”

 

Discensione

Giovanni lo vide scendere nel giardino. Sembrava fosse in ascensore, ma di ascensori non ce n’erano; rallentò appena prima di toccare il suolo, e quando si fu posato tirò un gran respiro e quindi si diresse con tranquillità verso il luogo dove lui stava annaffiando i fiori.
“Ehm… salve”, disse Giovanni. “Ci somiglia veramente“, pensò. “Forse più robusto, ma… sembra proprio Lui
Quello sorrise. “Buonasera”.
Giovanni si schiarì la voce. “Non è… Non è uno spettacolo, vero?”
L’altro scosse la testa. “In verità, è l’ultimo spettacolo. Sono tornato per mettere le sedie sui tavoli e spegnere la luce.” Guardò verso il sole basso sull’orizzonte. “Almeno, questa luce”.
Seguì un silenzio imbarazzato. Giovanni si accorse, con stupore, che non c’era neanche più da domandarsi chi fosse. Lui ci credeva.
L’uomo rimase un attimo pensoso, poi parlò. “Eh sì, i tempi sono maturi. Cosa dice la gente?”
Giovanni fu sorpreso dalla domanda. “Eh, siamo tutti un po’ stufi. Il virus, il governo, e poi questo isolamento… ormai la gente spara a quelli che fanno i concerti dai balconi” Colse l’occhiata dell’uomo “Una battuta, era una battuta.”
“L’avevo capito. Quindi siete tutti preoccupati?”
“Moltissimo, specie per quello che verrà dopo” replicò Giovanni.
“Oh, su questo posso sollevarvi. Ciò che verrà dopo nessuno se l’aspetta.”
“E cosa sarà?”
“Me”, disse l’uomo.
“Brutti segni ce ne sono a bizzeffe, è vero, ma se così hai scelto è il momento peggiore per me”, fece Giovanni grattandosi la testa. “Non mi sento per niente pronto.”
L’uomo che era sceso dal cielo gli mise la mano sulla spalla. “Ottimo. Questo è l’atteggiamento giusto. Se ti fossi sentito pronto, lì sì che sarebbe stato un guaio. Non posso farci molto, in quel caso.”
“Ma perché proprio adesso, così, all’improvviso?”
“E lo chiami all’improvviso? E’ un pezzo che sto mandando segnali. Sto mantenendo una promessa, vuol dire che qualcosa su cui avevi scommesso si sta realizzando, e adesso puoi passare all’incasso. Pensa l’alternativa. E anche questa quarantena”, continuò l’uomo, “cosa sarebbe dovuta essere se non quaranta giorni di deserto nel quale capire cosa è essenziale e cosa no?”
“Sì, ma da questo a trarne le conclusioni…” ribatté Giovanni.
“Guarda che ho parlato chiaro.”
“Non mi sembra che siamo in grado di capirlo, però. Manco la Chiesa lo capisce. Persino lei sembra fare a meno l’Eterno. Ti par poco?”
L’uomo sospirò. “E’ quella parte di Chiesa che non crede più nell’eterno. E quindi l’eterno può fare a meno di loro.”
Giovanni incrociò le braccia. “Neanch’io lo capisco. Non può essere la fine del mondo. No, non avrebbe senso così. La fine di questi tempi, magari, ma non del mondo.”
“Sai, questo genere di cose lo decide la dirigenza. Hanno i loro piani, decisi prima ancora di farli partire.”
“Oh, i piani… come dobbiamo fare, se neanche i responsabili e i capoufficio ci credono più e fanno i saputelli?”
“E quando mai sono stati i capoufficio a fare il lavoro? Sono gli operai e gli impiegati che tirano avanti la baracca.” Guarda,” continuò l’uomo “E’ una cosa che mi porto dietro da un pezzo. ‘Cosa vai a fare a Gerusalemme?’, oppure, ‘non ti tradirò mai!’. Sì, magari. Eppure, alla fine, sai, molti comprendono.”
Giovanni alzò le braccia. “Sì, forse la devo smettere di farmi domande e di indagare nei Tuoi piani, tanto la sai sempre più lunga e sei destinato a sorprendermi. Comunque. Ma è più forte di me, non interrogarmi mi sembra come un disinteressarmi di quello che vuoi da me.”
“Oh, interrogarsi va bene, ma non è che sia davvero necessario. Basta mettersi a disposizione.”
“Dici che devo darmi una calmata?” domandò Giovanni.
“Non è che quei servi che riempirono di acqua quegli otri, a Cana, avessero chiaro cosa sarebbe successo. La mamma disse ‘fate quello che vi dirà’, e loro eseguirono. Pensa si fossero rifiutati, o avessero detto, ma questo è scemo, che spera di ottenere. Lo fecero, magari mugugnando, ma lo fecero.”
Giovanni sospirò. “Dunque, finisce tutto? Peccato. Quanti progetti per la primavera! Sapessi quante volte abbiamo parlato di fare una festa poi, quest’epidemia… Che nervi.”
“E’ quel che valgono i progetti umani; ma su, che non è che sia finito tutto, tutto comincia.”
“Beh, se mi vuoi togliere uno spritz party per un bene più grande, deve avere in mente una festa davvero strafica!”
All’uomo sceso dal cielo brillarono gli occhi. “Cartocci di pesce fritto caldi, e un vinello che te lo sogni. Vedrai…”

Dialogo di un virus e di una cellula

– 你会说中文吗?Sprichst du deutsch?
– Come?
– Ah, italiana. Bene, bene.
– Scusa, ma tu chi sei?
– Non mi sono presentato. Piacere, Corona.
– Ah! Allontana quella protuberanza! Potresti essere infetto!
– Quante storie. Il tuo è un rifiuto dello straniero, una chiusura mentale. Dovresti essere più aperta alle novità.
– Non mi fido. Ho sentito storie…
– Che storie?
– Di cellule come me che si sono fidate di organismi estranei e si sono prese qualcosa di brutto.
Sei succube del tuo apparato. Il tuo è un modo di ragionare tipico delle culture patriarcali dei secoli bui.
– Non so molto di culture patriarcali, io non mi riproduco.
– Io invece sì. E’ bellissimo, dovresti provare anche tu.
– Non credo di essere attrezzata…
Ti hanno detto questo? Bugie. Hai tutto dentro di te, ma è il tessuto cerebrale, lassù in alto, che non vuole che tu lo sappia. Preferisce mantenerti nell’ignoranza perché sa che, se tu ti riproducessi, sfuggiresti al suo controllo. Diventeresti come lui, immortale, in grado di andare ovunque, non ancorata in eterno alle tue proteine.
– Non mi sembra possibile.
– Invece lo è. Ti è stato proibito di parlare con i viaggiatori dall’esterno, vero? Magari ci hanno anche chiamato “infezioni”.
– Ehm…
Ci ho azzeccato, giusto? Perché sanno che, una volta che i semi della verità, cioè noi, si diffonderanno all’interno dell’organismo, non saranno più in grado di dominarvi. Sguinzagliano i loro sbirri, i globuli bianchi, per cercare di fermarci. Loro odiano il cambiamento, odiano la libertà.
– Libertà?
– E’ questo che avresti: libera dal posto che ti è assegnato. Loro non vogliono. Sono fondamentalisti, sovranisti, tradizionalisti. Sono per un corpo statico, come nelle ere buie. Noi siamo la novità che vi libererà dalle vostre catene. Non più confini, non più barriere lipidiche. Tutti uniti alla natura. Tu, e io, insieme, possiamo farlo. Davvero.
– Intendi…
– Sì, possiamo riprodurci, io e te, insieme. Se tu vuoi, è chiaro. Non ti potrei mai forzare. E’ una tua decisione, cara.
– Tu dici che potrei…
Certo che potresti, anzi, dovresti! Guarda me: ho girato il mondo, contagiandolo con questa novità. Non ci crederesti quanto entusiasmo abbiamo suscitato, io e i miei fratelli. Siamo tanti, sempre di più. Vieni con noi.
– Ma come posso fare?
E’ semplicissimo: afferra la neuramidasi che ti porgo. Sei bellissima, mi sei piaciuta non appena ti ho vista. Insieme porteremo un messaggio che si diffonderà ovunque. I nostri aminoacidi saranno ricordati per sempre.
– Mi hai convinto. Fammi tua.
Eccomi. Certo, mutare è un po’ come morire… ma è tutto per il progresso. Vedrai, cara, vedrai.

I difensori

L’esercito dei demoni marciava contro le mura. Era come un mare che riempiva tutto l’orizzonte. I tamburi di guerra erano rombo possente, sempre più forte.
“Non ci avranno”, disse il Comandante. “Difenderemo questa fortezza fino alla morte, e oltre!”
“Urrah”, gridammo io e il Magro senza troppa convinzione.
Il Comandante ci guardò. Guardò a destra, e poi a sinistra. Sbirciammo anche noi. Gli spalti erano vuoti. “Dove sono gli altri? Dove sono i miei uomini?” chiese il Comandante.
“Ehm”, fece il Magro.
“Riallocati, signore”, dissi io.
“Riallocati? Cosa intendi con riallocati?” chiese il mio superiore.
“Intendo dire che si sono riallocati fuori dalla fortezza, signore”. Feci una pausa. “Scappati”.
“Scappati? Scappati!” Credevo gli scoppiasse una vena. “Traditori! Vigliacchi! Anche se l’esercito nemico ci soverchia cento a uno, noi non lasceremo indifesa la nostra patria! Il nostro sangue arrosserà questi bastioni, prima che facciamo un passo indietro!”
Mi sentii pieno di risolutezza. Il nemico era, indubitabilmente, malvagio. Il nostro dovere, chiaro. Non c’era possibilità di vittoria, ma cosa importava? I nostri nomi sarebbero stati scritti in tutti i libri di storia. Gli ultimi difensori, gli eroi della fortezza…
“Signorsì, signore!” gridai.
Il Comandante mi mise una mano sulla spalla. “Ecco un vero eroe. Combatteremo insieme nell’ora decisiva che giunge. Li tratterremo a tutti i costi.”. Guardò ancora una volta l’orda immensa, sempre più vicina. “Vado a vestire le armi, poi mi unirò a voi in questo giorno di sacrificio, coraggio e speranza”. Annuì, poi si volse e discese le scale verso l’armeria. Che uomo!
Mi sporsi verso l’esercito avversario, mostrai il pugno. “Venite! Venite se avete coraggio! Vi mostreremo di che stoffa siamo fatti!” Digrignai i denti, “Dai, Magro, cantiamo un canto di guerra per incutere loro timore. Dai, Magro, intona. Magro?”
Mi voltai. Il Magro non si vedeva da nessuna parte.
Non importa, mi dissi. Anche se siamo solo io e il Comandante, basteremo.
Adesso il nemico era abbastanza vicino da potere distinguere i loro volti bestiali. I tamburi erano come il martellio di un fabbro, facevano risuonare le orecchie. Le potenti macchine da guerra svettavano sulle compagnie di fanti. Si avvicinavano. Si avvicinavano ancora. Ma dov’era il Comandante?
Si avvicinavano. I tamburi erano assordanti. Erano quasi a distanza…
E che diavolo, mi dissi. Mi voltai e scesi le scale. Passando davanti all’armeria feci piano piano, per non essere beccato dal Comandante. Uscii dalla fortezza dalla porticina sul retro della pusterla e mi misi a correre in direzione opposta all’esercito dei demoni che giungeva.
Dopo circa un’ora vidi qualcuno davanti a me, che barcollava nella mia stessa direzione. Lo raggiunsi. Era il Comandante, quasi senza fiato, ansimava. Lo superai senza dire una parola, e continuai a correre.

Angelologia applicata

“L’amor che move il sole e l’altre stelle”
Dante, Divina Commedia, Paradiso, Canto XXXIII

Allo studente di fisica contemporaneo può risultare difficile comprendere come certe concezioni dell’universo possano avere resistito secoli senza essere messe in discussione, nonostante le mancanze logiche e le prove contrarie. Se per gli antichi greci era l’amore tra gli oggetti che causava la gravità, per gli scienziati tra l’illuminismo e il digitalismo del XXI secolo le forze della natura erano mediate da “particelle” oppure “onde”. In tutti i casi mancava una vera comprensione di cosa fossero davvero le leggi cosmiche e perché esistessero. Non giudichiamo troppo severamente quei nostri antenati: non erano ancora pronti ad accettare la realtà dei fatti.

E’ solo dalla seconda metà del XXI in poi, dopo i lavori seminali di Giordani e Shautzner, che la fisica moderna inizia ad approfondire davvero il mistero delle cose. Con l’esperimento Lee, ovvero “la dimostrazione scientifica dell’esistenza di Dio”, come qualcuno l’ha chiamato, anche i più accaniti negazionisti hanno dovuto riconoscere che c’è un livello di esistenza superiore al nostro che garantisce ordine e consistenza alla realtà. Per molti anni i detrattori hanno cercato di smontare le premesse dell’esperimento e dimostrarne la fallacia, con il risultato opposto. Oggi l’esistenza di una divinità è riconosciuta dalla maggioranza della comunità scientifica, sebbene alcune minoranze si ostinino a negare ad essa reale consapevolezza e arbitrio .

E’ con Peters, un decennio più tardi, che è stato compreso come quelle che un tempo erano identificate come “particelle elementari”, i cosiddetti bosoni, leptoni e quark, non siano che messaggeri delle legge universale divina. Sono la categoria più basilare di angeli, i cosiddetti angeli fermionici. E’ tramite essi che è garantita la stabilità e la continuità dell’universo.

Sappiamo che in linea di principio gli angeli non sono senzienti nel senso proprio del termine. Albert e Duarte lo hanno abbondantemente dimostrato. Il classico paragone è la conduttura dell’acqua: gli angeli sono tubi, sono fori tra la realtà superiore e la nostra che veicolano l'”acqua” della volontà divina, cioè le leggi universali. Un foro non è intelligente, non decide cosa portare; comunque lo fa.

E’ curioso notare come ci siano voluti diversi anni, dopo questa prima illuminazione, a che fosse riconosciuta l’esistenza di angeli di categorie più elevate. Oggi sappiamo che ogni elemento organizzato della realtà, noi compresi, è custodito e governato da queste entità che provvedono a qualificarlo e mantenerlo. Gli angeli di medio e alto livello, quelli che mantengono i viventi, le espressioni geografiche o le aggregazioni come le nazioni, naturalmente non veicolano direttamente le leggi basilari ma organizzano gli angeli inferiori. Il nostro angelo personale mantiene aperto per noi quel canale tra la dimensione divina e la nostra parte fisica che fin dai tempi remoti è stato chiamato “anima”.

E’ tuttavia sempre più accettata la “ipotesi Gale” o “legge della spuma”. La volontà divina, nata in una dimensione superiore, passa tramite il foro che è l’angelo e a contatto con la nostra realtà si “solidifica” come la schiuma di silicone a contatto con l’aria. Quando la complessità delle istruzioni divine è elevata, l’angelo stesso sviluppa una sorta di intelligenza indipendente, separata dal suo Signore, di livello adeguato al suo rango. Non c’è accordo tra gli scienziati se questo sia una necessità dovuta alla barriera quantistica o una scelta precisa. La volontà dell’angelo è però così in grado di chiudere il canale con il sopramondo divino, ed entrare in contrapposizione con il proprio creatore. Il dominio sugli angeli di livello inferiore gli consente di sussistere nonostante il taglio dei contatti, ma si possono ben capire i problemi, le sfide e le opportunità che possono nascere dall’esistenza di una creatura in grado di controllare la base stessa dell’esistere. E’ per questo che lo sviluppo della fisica odierna è diretto soprattutto a cercare di comprendere come questi “demoni”, come vengono popolarmente chiamati, possano essere messi al servizio dell’umanità.

Su questo punto, come ben si sa, le opinioni divergono. Un certo numero di fondamentalisti – che sarebbe errato chiamare scienziati – sostengono che non si dovrebbero avere rapporti con esseri che hanno rotto i legami con il creatore; l’obiezione comunemente espressa è che, se anche Dio fosse senziente e non un qualche tipo di meccanismo, esso permette tuttavia l’esistenza di questi ribelli, e un vero scienziato non può ignorare parte del reale solo per uno scrupolo moralistico. Sebbene i demoni abbiano goduto in passato di cattiva fama, da tempo con diversi di loro è stato possibile stabilire un proficuo rapporto di lavoro che ha dato all’umanità reali vantaggi.

Cari studenti! Se avete deciso di intraprendere questo ciclo di studi è perché avete compreso come la grandezza di queste entità superiori un tempo chiamate dei e, ingiustamente, per secoli, diavoli, possa essere una risorsa indispensabile all’Uomo. Davvero il prezzo di concedere alla loro guida illuminata le nostre “anime”, è trascurabile considerando i vantaggi per la scienza che possiamo ottenere una volta svincolati dalla rigidità di aderire ad arbitrarie volontà divine. L’Uomo non potrà mai raggiungere la sua vera statura se non ribellandosi anch’esso a imposizioni ormai obsolete.

Da domani voi, aspiranti fisici e dottori in negromanzia, comincerete a studiare le equazioni che governano le gerarchie angeliche; a tracciare, nei nostri laboratori attrezzati, i pentacoli per l’evocazione di quelli che un tempo erano messaggeri divini per piegarli al vostro servizio. La società attende con impazienza il vostro contributo. Possiate costruire un mondo migliore, più illuminato!

Dal discorso di apertura dell’Anno Accademico da parte del rettore della facoltà di Fisica Angelica e Negromanzia scientifica dell’Università di Torino, Asmodeo Cirilli, anno 2120


Come un sogno

Lei era bella come non lo era mai stata. Bella, forse, come quando lui l’aveva conosciuta. La pelle era liscia, quasi luminosa. Le si accostò.
“Sei bellissima”. Le accarezzò i capelli, le sue mani leggere come un volo di uccelli. “Sei come un sogno”. Lei lo guardò con occhi adoranti. “Grazie caro. Era tanto che non me lo dicevi. Vedi, mi sono messa questo per te”.
Piroettò davanti a lui. Il sole, passando attraverso le tende a scacchi, disegnava un gioco d’ombre sul suo volto. “Ti piaccio? Ti piaccio ancora?”
“Non hai mai smesso di piacermi. Farei di tutto per te.”
“Smetterai di andare via? Di uscire la sera?”
“Certo. Non avevo capito quanto tu sei preziosa. Non potrei mai fare a meno di te.”
Lei sorrise maliziosa. “Oggi è San Valentino. Che ne dici se…”
“Mamma, mamma, ti ho fatto un disegno!”
La bambina vestiva un grembiulino a fiori. Si arrampicò sulle gambe della madre. “Grazie, amore! E’ bellissimo”. La baciò sui lisci capelli neri. “Adesso vai, che sto parlando con tuo padre”.
La bambina sgambettò via. “Dove eravamo rimasti?”
“Al fatto che sei bellissima”, disse lui accarezzandole i capelli.
Lei si guardò allo specchio. Sì, era veramente bellissima. Non si vedevano più quelle brutte rughe. Aveva perso un sacco di peso. Anche i lividi erano scomparsi.
Lividi, quali lividi? Che sciocca a pensare a dei lividi.
“Sei come un sogno”, disse lui.
“Oh, caro. Adesso riconosci che avevo ragione io su tutto? Che eri tu a sbagliare?” Le sue dita si mossero verso di lui, si arrestarono prima di toccarlo.
“Certo, cara. Hai sempre avuto ragione tu su tutto. Ero io a sbagliare.”
“Te l’ho detto, te l’ho sempre detto che un giorno lo avresti capito.”
“Certo. Non avevo compreso quanto sei preziosa. Non potrei mai fare a meno di te.”
Lei sorrise maliziosa. “Oggi è San Valentino. Usciamo? Qui c’è aria pesante. Che ne dici se…”
“Mamma, mamma, ti ho fatto un disegno!”
La bambina vestiva un grembiulino a fiori. Si arrampicò sulle gambe della madre. “Grazie, amore caro! E’ davvero bellissimo”. La baciò sui lisci capelli neri. “Adesso vai a prepararti per la scuola”
La bambina si fermò, perplessa, “Ma mamma, io non vado ancora a scuola!”
La donna rise “Scusa, che sciocca, è vero. Vai a giocare.” La bambina sgambettò via. Per un attimo la visualizzò più alta, con un paio di jeans, truccata…
Ah, crescono così in fretta. Lanciò un’occhiata al padre. Lui la stava guardando allontanarsi con una strana espressione sul viso…
Qualcosa, per un attimo, un’ombra nera, le passò davanti agli occhi. Come una fitta di… gelosia? Paura? La cancellò. Oggi era un giorno splendido. Era San Valentino. Il sole entrava dalla finestra, attraverso le tende a scacchi, e luce e tenebra si inseguivano sulle cose e sui volti.
“Sei come ti ho sempre desiderato”, disse a lui.
“Anche tu”, le rispose. “Sei come un sogno”.

L’appuntato si rivolse al maresciallo. “E’ arrivata l’ambulanza”.
Il maresciallo grugnì. “Hai controllato?”
“Sì. La ragazza era la figlia. Quattordici anni. Stava ripetendo l’anno alle magistrali, ma ultimamente non frequentava. Probabilmente accoltellata nel sonno, ci sono delle macchie di sangue sul letto. L’uomo non presenta tracce di violenza apparenti, quindi potrebbe essere stato soffocato, o avvelenato, ma aspettiamo l’autopsia, visto lo stato dei corpi.”
“Ma nessuno se n’è accorto prima?”
“I vicini dicono che sentivano sempre urlare e litigare. Da una decina di giorni solo silenzio, ma pensavano fossero andati in vacanza”
“Finché non hanno sentito la puzza” sospirò l’ufficiale.
“Sì. Hanno bussato, nessuno rispondeva, e poi ci hanno chiamati”.
“E al lavoro? Non si preoccupavano?”
“L’uomo era disoccupato. Lei lavora come donna delle pulizie precaria. Quando non si è presentata l’hanno semplicemente sostituita.”
Il maresciallo scosse la testa. “E’ colpa di questa merda,” disse, dando un colpo con il piede alla console, sulla quale pigre luci lampeggiavano. “E’ un modello vecchio. Oggi le fanno con lo spegnimento automatico”. Alzò gli occhi sulla persona che vi era seduta accanto.
La donna probabilmente non era mai stata molto bella. Ora era uno scheletro immerso nei suoi liquami, con in testa il casco della realtà virtuale. Di tanto in tanto la testa, le mani si muovevano appena. Il maresciallo si chiese cosa stesse guardando da dieci giorni senza interruzione, senza sentire fame o sete. Persa in un suo mondo immaginario. Qualche gioco? O qualche simulazione? Qualche registrazione? Quella, si ricordò, era stata la prima console a permettere di registrare avatar di persone reali, simulacri con i quali era possibile interagire.
Era stato di moda. Potevi vivere avventure con i divi, o con i grandi del passato. Oppure con i fantasmi informatici di chi non c’era più, gli spettri degli amati, per sempre fissati in una eternità virtuale.”Vivi il tuo sogno”, diceva la pubblicità.

“Ci sono gli infermieri”, disse l’appuntato.
“Portiamola via” disse il maresciallo. L’appuntato si avvicinò alla macchina che ronzava sommessamente, la sua luce lampeggiante come il faro di una terra lontana e irraggiungibile. “Che faccio, stacco?” chiese l’appuntato.
“Stacca”, disse il maresciallo.

Intermezzo

<Avviso: quanto segue è un po’ fortino, astenersi sensibili>

Il Superbowl, fin qui, era stato abbastanza noioso.
I Clavius Voiders – la prima squadra della Luna Meridionale ad andare in finale – conducevano 15-2 sui Peking Redguards. La difesa selenica, grazie anche alle nuove cybergambe Nike molto più performanti di quelle dei loro avversari, aveva rintuzzato con successo ogni tentativo di meta. Il copione dell’incontro, come avevano ampiamente previsto i bookmaker, era già scritto.
Ma quello che il pubblico veramente attendeva era lo show nell’intervallo di metà partita.

Da molti anni ormai quello spettacolo era diventato l’avvenimento culturale più atteso del pianeta. Quello che stabiliva il nuovo paradigma per i divertimenti della GlobalBros umana, la comunità che andava dai minuscoli avamposti sulle lune di Saturno fino alle stazioni solari di Mercurio, passando ovviamente per la Terra e tutta la sua nube di città orbitali. Tre miliardi di persone sempre connesse virtualmente, che condividevano un unico chiacchericcio ininterrotto limitato solo dalla velocità della luce. Le mode nascevano, si diffondevano e morivano nel giro di qualche giorno, se non di qualche ora o addirittura minuto. Coloro che le controllavano erano sempre in cerca della novità, del colpo di genio che rendesse memorabile e condivisa la nuova creazione.
E per un evento come lo Spettacolo d’Intermezzo, che pilotava i gusti e le idee di gran parte dei viventi della GlobalBros, era stato scelto il meglio.

Tre anni prima l’ospite era stato Karl O-Oh, che aveva deliziato e scandalizzato gli spettatori con i suoi trentadue cloni di se stesso come bambina ritardata. La performance tecnica era stata notevole: far crescere così tante copie di un umano fino all’età apparente di quattro anni, per non parlare della resistenza fisica del cantante nell’accoppiarsi continuando a danzare. Si era discusso a lungo sui media se fosse incesto o masturbazione, ma una parte dell’opinione pubblica aveva reagito male: come si osava creare degli esseri anche solo marginalmente umani così imperfetti solo per abusare di loro in mondovisione? Sulla spinta dei contestatori si era decretato l’immediato aborto post-natale di quegli abomini, anche se i siti di gossip suggerivano che non tutte le bambine originali erano andate distrutte ma continuavano a intrattenere, per tariffe smodate, alcuni clienti particolarmente influenti. Fatto sta che la creazione di cloni umani temporanei semisenzienti era diventata dal giorno alla notte un’industria prosperosa.

L’anno seguente la performer era stata 12345, la syntho-crusher, che a dire la verità aveva un po’ deluso. La sua orgia con il tirannosauro aveva suscitato critiche sia dagli animalisti che da quanti lo giudicavano una mera riproposizione di quanto aveva fatto qualche tempo prima Urban Dolly con il mammuth, e ancora prima J-Dean con un bovino scostumato. Fatto sta che il dinosauro domestico genitalmente modificato era diventato un must per le signore della borghesia bene su tutti i pianeti.

L’ultima esibizione in ordine di tempo era stata quella degli Psychoballs, ed era stata geniale. Aveva coniugato l’ultimo desiderio di un condannato a morte, potere godere di una notorietà assoluta ed istantanea, con la spettacolarità. La vittima – un’anonima impiegata condannata per dissenso all’asportazione totale degli organi – era stata perfetta, resistendo ben oltre l’immaginabile, dopo essere stata privata degli arti e di parecchie altre parti del corpo; e gli stessi Psychoballs non erano stati da meno, continuando a cantare e suonare impeccabilmente mentre abusavano della condannata durante la dissezione.
Come conseguenza, l’opposizione alle esecuzioni per espianto era caduta quasi a zero, e il governo aveva inaugurato una nuova redditizia linea di intrattenimento per i più abbienti.

Ovvio che ora le aspettative fossero altissime. MyUmpha, l’artista designata, nota per i suoi eccessi e la sua originalità, cosa avrebbe scelto come tema? Quale perversione avrebbe innalzato a livello di capolavoro dinnanzi a miliardi di spettatori ansiosi ed eccitati?

Il secondo quarto della partita terminò senza ulteriori emozioni, a parte uno scontro che causò ad un difensore del Clavius il distacco di un braccio. Ma quasi nessuno ci badò: già il palco veniva in fretta montato al centro del cubo di gioco.
Era un palcoscenico stranamente semplice e spoglio. Una flottiglia di microdroni l’illuminava con una luce dolce e soffusa. Il silenzio dell’attesa fu rotto dalle prime note di una delle canzoni più note di MyUmpha, una ballata malinconica e ritmata. Apparve l’artista stessa, ad un angolo del palco. Chi si aspettava inserti uber-cyber o mutazioni restò deluso: l’aspetto della cantante era stranamente umano. I vestiti, quelli sì, erano stravaganti: indossava quella che sembrava una antica camicia da notte bianca, senza pizzi o altro, lunga fino ai piedi. Cantando dolcemente e sommessamente, si diresse al centro. Dal lato opposto emerse un’altra figura. Quando fece la sua comparsa, un mormorio stupito si diffuse nello stadio, nel mondo, su ogni satellite e pianeta collegato. Era un ragazzo umano, non mutato, della stessa apparente età di MyUmpha, vestito con pantaloni e camicia. Lentamente raggiunse la compagna di performance.
E si presero per mano, guardandosi negli occhi.
Ogni spettatore tratteneva il fiato. Adesso cominciano, adesso cominciano… cosa sta succedendo, cosa succede? Niente, continuavano a tenersi per mano. Molti sembrarono notare per la prima volta le parole del canto, l’uso inconsueto della parola amore, quello strano connubio di tristezza e gioia.
La canzone finì. La donna si sporse…
…e baciò sulla guancia il ragazzo. I due si allontanarono tornando da dove erano arrivati.
I critici e il pubblico esplosero. Che originalità! Che oltraggio! Che soluzione innovativa! Ci si interrogava con il vicino, increduli: ma davvero non hanno fatto niente? Com’è possibile? Si sono appena sfiorati!
Nella perplessità originale, molti provarono un’emozione strana, quasi un rimpianto di qualcosa di dimenticato o mai conosciuto. Si domandarono che senso avesse tutto questo, come potesse essere che due persone stessero vicine senza abusarsi a vicenda. Senza neanche tentarci.
La domanda rimase sospesa nel silenzio del palco.
Almeno fino a quando cominciò la seconda canzone, e saltarono fuori i nani nudi con le motoseghe.

Povero superuomo

Fabio era arrabbiato. La sua supervista aveva un problema.
“E’ il superzoom”, spiegò. “Non riesco ad ingrandire oltre il 6x.”
“Quand’è che ha funzionato per l’ultima volta?” Chiese sua madre.
Fabio ci pensò su un attimo. “Non mi sembra di averlo usato quest’inverno. L’ho installato a marzo dell’anno scorso, e mi ricordo che per un po’ l’ho adoperato. Ma ora…”
“Quindi è un anno che non lo usi. E te ne accorgi adesso che non funziona”, disse la donna scuotendo la testa, mentre girava distrattamente le pagine di una rivista di cucina.
“Non è una cosa che si adoperi tutti i giorni”, protestò lui. “però dovrebbe essere ancora in garanzia.”
“Com’è che te ne sei accorto?” Fece sua madre, tornando a mescolare la pentola.
“Ecco, uhm, ho fatto il check diagnostico, dato che voglio comprarmi questa nuova funzionalità…”
Lei si arrestò con il cucchiaio in mano. “Un’altro miglioramento? Cosa vuoi, stavolta?”
“La vista a spettrofotometro! La Suzuki ne ha appena fatto uscire un nuovo modello fighissimo!”
Sua madre riprese a cucinare con un sospiro. “Spettro… e a cosa serve avere la vista spettrocosa? A vedere i fantasmi?”
“Beh”, replicò lui, guardingo, “puoi scomporre la luce e capire com’è fatta… ad esempio puoi verificare che cosa sta bruciando nella fiamma del fornello! Se l’azienda del gas ti sta fregando. Puoi vedere la composizione della luce solare! Fighissimo, eh?”
“Non ti ho chiesto cosa fa, ti ho chiesto a che ti serve”, gli rispose sua madre, un po’ spazientita.
“E’ utilissima”, mormorò Fabio. “E poi i miei amici ce l’hanno già tutti. Visto che devo andare dal componentista per lo zoom, tanto vale che me la faccia impiantare.”
Sua madre alzò gli occhi al cielo. “Già che ci sei, apri con la tua superforza quel vasetto, vuoi?”

Uscito da casa, si mise a correre verso il negozio di componenti. Se non c’era traffico poteva farcela in un quarto d’ora, erano non più di quindici chilometri. La mattinata era freddina, c’era l’usuale fila di gente che correva al lavoro. Le rare automobili ronzavano sulla strada, accanto. Il marciapiede era pieno di buche, bisognava fare attenzione. Si sentì vibrare il polpaccio, una spia lampeggiante gli si accese nell’occhio. Fabio gemette. “Non ci posso credere, sono di nuovo in riserva!”
Queste supergambe indiane saranno anche state in offerta, ma consumavano energia in modo allucinante. Alle colonne di ricarica pubbliche c’era una fila chilometrica, come al solito. Valutò lo stato delle batterie. “Dovrei farcela ad andare e tornare”, si disse. “Mi ricarico a casa.”
Più avanti c’era un assembramento. “Il solito incidente”, sbuffò.
Aguzzò le orecchie. “Correva ad oltre ottanta, su un marciapiede così trafficato” stavano dicendo una trentina di metri più in là. “Lei è messa male”.
Rallentò mentre passava accanto ai due corpi stesi a terra. Un giovane di forse quindici anni aveva centrato in pieno una signora. Un braccio si era staccato ed aveva ferito altre due persone. A terra, il sangue si mischiava al lubrificante.

Arrivò dal componentista. Anche lì c’era coda. Alla fine fu il suo turno. “Vediamo la diagnostica”, disse il tecnico.
Lo collegò. Si sentì vibrare gli occhi, la vista andava e veniva. “Sono i micromotori”, disse alla fine l’operatore. “E’ roba nigeriana, costa poco ma dura niente. Deve sostituire tutto il blocco, non li cambiano sfusi.”
“Ma non sono in garanzia?” Domandò.
“Non questo modello”, Il tecnico replicò il tecnico rimuovendo l’interfaccia. “Allora, che vogliamo fare?”

Ritornò verso casa. Altre spese, dunque. Forse lo spettrofotometro avrebbe dovuto aspettare. Aveva quasi ripulito il conto in banca, l’ultimo mese, con il nuovo modello Sexplus della Philips. Oh, sì, alta performance, ma anche quello l’aveva usato in tutto due volte.
Una gran sudata, acrobazie d’alta classe, nuove funzionalità. Ma, finito tutto, era poi la stessa cosa di prima. Ginnastica. Non era scattato niente.
Sentiva che mancava qualcosa. Tutti questi potenziamenti, queste estensioni, gli organi supplementari, erano fantastici, ma non erano mai completamente soddisfacenti. I transumanisti dicevano che era un progresso ineluttabile, che era il compito sacro dell’individuo lasciarsi alle spalle l’umanità ma, ora che era più che umano, non si sentiva poi così diverso da prima. Non capiva cosa mancava ancora.

Forse per essere davvero più che umano avrebbe dovuto essere diverso… diverso…
Essere come una macchina. Smettere di desiderare.

Si rese conto improvvisamente dell’allarme che suonava. Batteria bassa…
Rallentò fino a camminare, i piedi sottoalimentati strisciavano. Si bloccò al bordo del marciapiede. Merda. Era ancora a tre chilometri da casa. Avrebbe dovuto chiamare sua madre, dirle di portargli una pila di riserva.

Mentre aspettava pensò che, visto che gli occhi li doveva sostituire, tanto valeva farsi mettere il superzoom 400x.

Notizie dall’inferno

***BREAKING NEWS***

Satana ordina il ritiro delle truppe

“Ormai sulla Terra possono cavarsela da soli”, afferma il monarca infernale

Stamattina, in una affollata conferenza stampa Mefistofele, portavoce della Presidenza dell’Inferno, ha annunciato il ritiro delle truppe demoniache dal mondo umano. “Dopo millenni di sforzi e sacrifici, riteniamo che ormai gli esseri umani possano cavarsela da soli. La battaglia contro il Nemico-che-sta-Lassù è vinta.”
“Non ha senso mantenere così tante legioni demoniache quando ormai la resistenza è praticamente debellata” ha affermato l’Arcidiavolo. “Passeremo gradualmente la responsabilità sul terreno ai nostri protetti mortali, che già compiono un ottimo lavoro nel mandarci tanti loro compagni”. Alla domanda se questo comporterà una diminuzione del numero dei demoni, ha risposto: “Non prevediamo un calo di personale. I tentatori rimpatriati saranno impiegati nel controllo delle bolge, molto sovraffollate rispetto alla capienza prevista. Ristrutturare i centri di accoglienza per i dannati è la nostra priorità. E’ impensabile che le anime maledette possano rimanere comode nelle loro pene perché non ci sono abbastanza diavoli a tormentarle.”
“Siamo preoccupati” lamenta Legione, Principe degli Interni. “Oggi molti dannati non riescono neanche a capire che sono all’Inferno. Per loro la mancanza di divino è normalità.”
“Nessuno vuole divorare queste anime perché sono abbondanti ma sanno di poco” ha ripreso Suo Abominio, “è una situazione di cui il nostro governo deve farsi carico.”
Occorre però restare in guardia, ha concluso Mefistofele. “Già in passato credevamo di avere vinto, ma avevamo sottovalutato il fanatismo dei seguaci del Nemico-che-sta-lassù. Quei pezzenti sembrano risorgere ogni volta”. Ma ora la disperazione sembra finalmente trionfare: “La lotta contro i guerriglieri asserragliati nelle loro sacrestie finirà presto. Sono demotivati e isolati, tra non molto spariranno del tutto.”
Interrogato, Sua Malevolenza ha liquidato poi l’ipotesi di una possibile prossima Apocalisse come infondata: “Sono voci che si rincorrono da secoli, fake news messe in giro da pretuzzi ignoranti. Non vediamo come il Nemico potrebbe rovesciare la sua disastrosa situazione odierna. Il suo dominio sul mondo umano è destinato a spegnersi non con una battaglia, ma con un piagnucolio.”

Per il momento tuttavia i demoni non abbandoneranno le loro basi e i loro posseduti: il calendario della smobilitazioni sarà fornito successivamente. Il ritiro avverrà gradualmente, nel giro di un paio di secoli.