Archivi categoria: fiaboidi

Fatti mandare dalla mamma

“Mi vai a comprare i datteri in Nuova Croazia?” chiese Dana.
Il sole entrava dalla finestra aperta. Le tende svolazzavano alla brezza, e alcuni gabbiani roteavano piano sopra il mare piatto come una tavola.
Bruff sbuffò. “Insomma, perché non te li fai arrivare come tutti? Devi proprio farmi muovere?”
Dana mise il broncio. “Lo sai bene. Datteri appena colti dall’albero. Hanno un altro sapore rispetto ai sintetici.”
Bruff gemette. “Non è vero, mamma. Sono riprodotti fino all’ultima molecola dai frutti migliori”.
“Non tutto si può riprodurre”.
“Va bene, va bene, mamma. Vado. Tanto avevo voglia di passeggiare.”
D’impulso cambiò programmazione della casa. I mobili in stile italiano XXI secolo commutarono in technospritz. Il soffitto si alzò, la finestra si allargò, e il mare prese a rumoreggiare tempestoso mentre un alito fresco si diffondeva nella stanza. I gabbiani erano spariti.
“Cattivo”, disse sua madre. Ma lui era già uscito.
Le porte del suo cubicolo dueperuno si aprirono, i micropodi si ritrassero, e lui uscì nel corridoio. Attese che le porte si richiudessero: l’altro giorno, uno squatter homeless si era infilato nel cubicolo di Diego mentre era spalancata ed era riuscito ad hackeragli la casa. Finchè la frontiera con la Burgundia superiore, con i suoi profughi, fosse rimasta aperta, era meglio essere prudenti. Cinquecento milioni di senzacasa in giro potevano essere un problema. Mica potevano rimanere nei piani liberi a bivaccare per sempre.

Il corridoio procedeva dritto in entrambe le direzioni a perdita d’occhio, seguendo la curvatura del pianeta. La zona residenziale di Piemonte Diciotto si estendeva per quasi trecento chilometri. Rari passanti entravano ed uscivano. Strano come la realtà sembrasse così poco reale, rispetto a casa. C’era gente che preferiva avere un’abitazione anche nel reale, invece di un cubicolo sensoriale connesso. Gusti: il cubicolo costava molto meno, e non era necessario rimettere in ordine.

Girò a destra, verso l’ascensore. Vediamo…Nuova Croazia…”Nuova Croazia”, disse. “Sessantadue piani sotto” disse il sistema, con voce colloquiale. Cominciò a precipitare.
Mentre cadeva, sua madre chiamò. “Già che sei fuori, puoi prendermi il latte alle stalle, appena munto?”
“Ma mamma, è dall’altra parte!”
“Su, non fare storie…”
Sua madre ultimamente aveva la mania dei cibi naturali. Si era convinta che la sintesi e il trasporto dessero un cattivo sapore. Francamente, lui non riusciva a trovare nessuna differenza, ma era la moda del momento. L’anno prima erano stati i nuovi vegani. Bruff si domandò se quando avesse avuto anche lui trecento anni avrebbe seguito lui pure questi capricci sociali.

“Nuova Croazia”, disse l’ascensore, mentre la porta gli controllava il passaporto. Entrò nella nazione.
Il sole anche qui era forte, e il cielo azzurro. Non si sarebbe detto che erano venti chilometri sotto terra. Le palme crescevano rigogliose tutto intorno, si intravedeva qualche raccoglitore robot e rari umani. Si avvicinò ad una, si chinò, e raccolse qualche manciata di datteri freschi. “Basta così”, disse all’interfaccia quando ne ebbe raccolti abbastanza. “Venti e dodici”, gli rispose. Lui confermò. In fondo non erano neanche così cari, se non che dovevi fare la fatica di chinarti.
Si chiese se doveva andare fino alla zona dei nomanghi a prenderne qualcuno, ma poi decise che quelli in fondo era meglio farseli recapitare. L’ultima volta ne aveva scelti di non così maturi.

Le stalle più vicine stavano in Pampilina. Salì di un paio di piani, prese un ascensore orizzontale fino a Neza e curiosò un po’ tra le vetrine della città tra la folla dei pendolari. C’erano le elezioni imminenti, in quel paese, e bot olografici si sfidavano a dibattiti nel mezzo delle strade. Quando ne ebbe abbastanza risalì fino a Corio. A Corio avevano anche le mucche vere, ma il latte delle sintomammelle era più economico e indistiguibile dal primo. Attese pazientemente che un paio di bambini, davanti in coda, finissero ridacchiando di mungere nella loro bottiglia e poi procedette pure lui all’operazione. La sintomammella era calda al tocco, lievemente scivolosa. Chiamò un drone per portare datteri e latte a sua madre, il cui cubicolo stava a Zimilia, molto più in giù. Diceva che le piaceva la bassa gravità.

Si diresse verso Xanadu. Il lungomare era affollato come al solito, ma fu fortunato e trovò subito un posto libero. Si sedette al tavolo e richiamò la sala da pranzo di casa sua. Il tavolo diventò di legno, stile italiano, e comparve sua madre. Il mare senza sole riluceva dolcemente attraverso la finestra.
“Grazie, i datteri e il latte sono appena arrivati. Dove siamo, a Xanadu?” chiese sua madre.
“Sì mamma.” Ordinò una pizza, che un bot gli portò subito.
Mangiarono insieme, mentre il pad virtuale cancellava i tavoli vicini e sua madre distante fisicamente mille chilometri gli parlava delle vacanze. Bruff con la coda dell’occhio scorreva le notizie, una attirò la sua attenzione: “Secondo le stime dell’Istituto centrale terrestre, la popolazione totale terrestre ha superato oggi pomeriggio i diecimila miliardi. Gli scienziati si interrogano: di qui al prossimo secolo,  basteranno le risorse?”

Bruff sbuffò. C’era tanto spazio…

Risiko

Sandra aprì la porta, reggendo la borsa della spesa. Roberto era sul divano, che leggeva. Suo marito alzò appena gli occhi. “Ciao”.
“Ciao. Novità?” chiese la donna.
Roberto alzò le spalle. “Niente di particolare”.
L’occhio di Sandra cadde sul ricevitore del telefono di casa. Era uno di quelli antichi, ancora con la cornetta. Ed era staccato.
“Scusa, perché c’è la cornetta staccata?” Chiese Sandra.
Suo marito non smise di leggere. “Ah, l’ho staccata io. Non la smetteva più di chiamare.”
“Chi, scusa?”
“Il Papa. Gliel’ho detto che era andato via, ma non ascolta, quell’uomo.”
Sandra spalancò gli occhi. “Dici che ha telefonato il Papa? E chi sarebbe che è andato via?”
“Trump. Non si è fermato molto, giusto il tempo di scambiare due chiacchere.”
“Con te?”
“Ma no. Con Putin, ovviamente.”
“Perché, c’era anche Putin?” domandò la moglie, sempre più incredula.
“Beh, sì. E’ arrivato subito dopo che è venuto giù quella specie di aereo.”
“Aereo?”
“Ma sì, quello strano, color argento, che è atterrato nel cortile dietro. Aveva schiacciato le aiuole, ma gli omini vestiti di nero le hanno rimesse a posto. Bravi ragazzi.”
“Così c’erano anche gli uomini vestiti di nero…”
“Sì, un sacco. Li aveva portati quell’altro tizio, quello nella grossa macchina.”
“E sentiamo, chi sarebbe questo tizio? Il Presidente del Consiglio?”
“No, quello ha telefonato prima del Papa dicendo che non poteva venire. A dire la verità non so chi fosse: aveva tutte quelle modelle attorno, e poi gli occhiali scuri…”
“Andiamo bene, anche le modelle!”
“Non le ho neanche guardate, cara, lo giuro! E poi ero troppo occupato a fare i pop-corn per tutti. A proposito, non c’è bisogno che li ricompri: Trump  ha mandato qualcuno del servizio segreto al supermercato a fare provvista.”
“Va bene. Basta. Ci rinuncio. Scema io a chiedere. Vado a cambiarmi, intanto tu riattacca il telefono, vuoi?”
Sandra, scuotendo la testa, salì le scale. Robertò sospirò, poi si alzò e riattaccò il telefono. Immediatamente cominciò a squillare.
Roberto alzò gli occhi al cielo e sollevò la cornetta. “Pronto?”
Ascoltò pazientemente qualche secondo, poi sbottò. “Mi scusi, Santità, davvero, qui non c’è più nessuno. Ha provato sul cellulare?”
Attese la risposta. “Capisco. Comunque, direi martedì. Dopo le nove, credo.”
Rimase a sentire quanto gli veniva detto, poi annuì. “Sì, certo. Donald ha detto che le pizze le prende lui. Credo giocheremo a Risiko.”

Il titolo

Callisto era uno schiavo. Non che la cosa gli pesasse particolarmente. C’erano uomini liberi che se la cavavano molto peggio di lui; e senza dubbio parecchi cittadini romani che invidiavano la sua posizione. Perché Callisto non era uno schiavo qualunque. Era uno schiavo istruito, e valeva più sesterzi di quanti parecchi guadagnassero nell’intera vita.
Era alloggiato bene, nutrito discretamente, e il lavoro era scarso e leggero a sufficienza perché lui potesse dedicarsi al suo passatempo preferito, i libri.
Questi i lati positivi. I lati negativi era che il suo padrone non aveva purtroppo una biblioteca così ricca. Era sì un personaggio molto importante, un Prefetto. Ma Prefetto della provincia più pidocchiosa dell’Impero, distante uno sproposito dalle terre realmente civilizzate.
Anche oggi, fuori c’era tumulto. Come schiavo si sentiva abbastanza al sicuro, ma con questi fanatici non si poteva mai dire. Quanto avrebbe desiderato tornare a Roma. Perfino Cesarea già gli mancava.
“Callisto? Il Prefetto ti vuole.” disse il soldato.

“Ho un lavoro per te”, disse il Prefetto.”Una scritta.”
Callisto sapeva parlare e scrivere in otto lingue. Una abilità in gran parte sprecata, in questo buco di paese.
“Che scritta, padrone?”
“In tre lingue. Voglio latino, greco ed ebraico. Scendi da Lucio, digli di procurarti una tavola.”
“Cosa ci vuole scritto, eccellenza?”
“Gesù Nazareno, Re dei Giudei. Bello grosso, va bene? E’ da porre in cima ad una croce” disse, rivolgendosi al centurione accanto a lui.
Ah, era per quel profeta ebreo di cui si era discusso tutta la mattina. La folla fuori dal palazzo faceva paura.
“Immediatamente, padrone”.
Callisto, fuori dalla vista del Prefetto, sbuffò. Un lavoro da poco.

Il soldato sbirciò la tavola di legno con le lettere tracciate sopra. Il latino lo sapeva leggere, un poco almeno, ma gli altri scarabocchi…
“Che c’è scritto qui?” chiese allo schiavo. E’ la lingua di qua, no?”
“Yeshua Hanotsri Wemelek Hayehudim”, rispose lo schiavo.
“E che vuol dire?”
“La stessa cosa del latino.” rispose ancora. “Iesus Nazarenus Rex Iudeorum”.
Il soldato si strinse le spalle. Il bello dell’esercito romano era quello: ti poteva capitare di portare a morte anche un re. Sic transit gloria mundi, come diceva il tribuno.
Si mise sottobraccio la tavola e si avviò fischiettando dietro al corteo dei condannati.

Appena finì di sistemare il cartello sopra la testa del condannato capì che qualcosa non andava. Tutti quei tromboni giudei con i loro scatolotti appesi ovunque sembravano parecchio agitati.
Verificò se l’aveva appeso diritto. Sì, era perfetto. Guardò in basso. I tromboni se ne stavano andando di gran fretta, e altra gente parlottava. Che avranno, si chiese. Forse non gli piace che gli crocefiggiamo il re.
Scese dalla scala con precauzione, tenendosi lontano dal corpo insanguinato dai flagelli.

Il Prefetto alzò lo sguardo, spazientito. “Cosa c’è ancora?”
Il Capo del Sinedrio si schiarì la voce. “Se vostra Eccellenza acconsente, voremmo che fosse cambiato il cartello appeso sulla croce del condannato. Non…” qualcuno gli diede di gomito. “…Non ci sembra corretto. C’è un errore. Quel Gesù non è il Re dei Giudei, ma solo quello che dice di essere. Se…”
Il Prefetto alzò gli occhi al cielo. Questi non gliela contavano giusta. Ma non ne poteva davvero più.
“Basta. Sono io stesso che ho dettato quel cartello. L’avete fatto uccidere per quello? E quello c’è scritto. Il cartello è già appeso. Titulus crucis. Quello che è scritto è scritto”,  scandì, “non ho intenzione di sprecare tempo a cambiarlo. E adesso andate, prima che perda la pazienza del tutto.” Fece un cenno con la mano, e le guardie si avvicinarono con fare minaccioso ai postulanti.
Il Capo del Sinedrio e gli altri uscirono. “Niente da fare. Sembra parecchio irritato.”
“E’ un abominio. Una bestemmia. L’ha fatto apposta.” Mugolò un fariseo vicino a lui.
Caifa sospirò. “Anche se fosse, in fondo non è così grave. Anche se è così vicino alla città, quanti lo noteranno?”

Giovanni alzò la testa e guardò l’uomo appeso, l’uomo che aveva seguito per tre anni.  Lordo di sangue, il respiro affannoso. Gli cadde l’occhio sul cartello, in alto. Lesse, e poi lesse meglio, incredulo.
“Yshu Hnotsri Wmlk Hyhudim”. Lo scrivano aveva evidenziato le iniziali. YHWH. Il Tetragrammaton, il sacro e impronunciabile nome di Dio, che Lui stesso aveva fornito a Mosè tanto tempo prima.
“Io sono colui che è”. Quell’uomo era appeso lì sopra perché aveva affermato davanti al Sinedrio di essere Dio. Ed ora, sopra il suo capo, era appeso…
Si ricordò quanto aveva detto ai farisei: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono“.

I  loro sguardi si incrociarono. E, per quanto potesse essere incredibile in mezzo a quella sofferenza, a Giovanni parve quasi che sorridesse.

Come vuole lei

Dallo sguardo del medico Rosa capì subito che c’era qualcosa che non andava. “E’ una formalità”, le avevano detto le sue amiche, ma a quanto pare non sarebbe stato così. Provò una stretta al cuore.
“Questi sono gli esami del suo feto”, disse il dottore. “Purtroppo c’è qualcosa.”
Feto. Quelle farfalle che sentiva, talvolta, dentro di lei. Perché si era lasciata convincere? Perché si era lasciata tirare in questa grana?
“Di cosa si tratta?” Chiese, stupendosi lei stessa di come la sua voce fosse ferma.
“Bene, diciamo subito che non si tratta di nessuno dei marker principali. Non si tratta né della sindrome di Down, né di predisposizione all’autismo, schizofrenia o una delle altre patologie trasmissibili geneticamente che rendono l’aborto obbligatorio”. La stava prendendo alla larga, pensò Rosa. Non ho capito metà dei termini che ha usato.
“Mi scusi, ma non so neanche cosa sono quelle cose che ha detto…”
Il medico fece un gesto con la mano. “Oh, erano tutte malformazioni di qualche tipo che erano diffuse in passato. Mostruosità, per così dire. Oggi non è permesso nascere con simili tare: i costi per il servizio sanitario sarebbero troppo alti. Si figuri che anche io, che sono del campo, non ho mai visto dal vivo un individuo con la sindrome di Down. Ma”, proseguì, “nello sforzo di rendere la popolazione sempre più sana e sradicare ogni anomalia il governo ha individuato una serie di caratteristiche genetiche secondarie che potrebbero rendere la vita agli individui che le possedessero breve e penosa.”
Richiamò sull’aeroschermo una serie di dati, e glieli mostrò. “Ecco. Sono stati appena inclusi nell’elenco altri sei marker oltre ai duecento già esistenti. C’è la predisposizione a diciotto tipi di cancro…”
“Mi scusi, ma il cancro non è curabile?” Domandò Rosa.
“Sì, ma è costoso. Meglio prevenire”, puntualizzò il medico con un sorrisetto.
“Ah.”
“E poi altre malattie o malformazioni… e il gene VMAT2“. Fece una pausa. “Che è quello che ha suo figlio”.
Rosa si sentì gelare. “VMAT2? E che malattia sarebbe?”
Il dottore fece schioccare le labbra. “Ecco, non è una patologia nel senso letterale del termine, anche se qualcuno lo sostiene. Lo chiamano anche ‘il gene della credulità”, o il “gene di dio’. Non so se ha seguito le discussioni in merito…”
“No, io guardo solo le miniserie”
“Sì. Dicevo, si tratta di una predisposizione a quella che un tempo era chiamata religiosità. Quelli che hanno questo gene sono più propensi degli altri a credere in entità immaginarie, come facevano molti nei tempi bui. Questo, è chiaro, può abbassare di parecchio la qualità della vita. Il bambino di questo tipo tende ad essere più ribelle, dotato di troppa vivacità e fantasia, e quindi anche molto più costoso. Può essere facilmente preda di ideologie e fanatismi molto diffusi in passato che hanno causato danni enormi all’umanità, ed è per questa ragione che oggi si preferisce eliminare questo tipo di problemi prima che comincino a manifestarsi.”
Rosa era molto pallida. “Mi sta dicendo che mio figlio potrebbe diventare uno… uno di quelli che si vedono nei vecchi film? Un terrorista? Ma è certo?”
Il dottore scosse la testa. “Non è certo, infatti molte persone che hanno questo gene vivono bene lo stesso. Ad esempio, è probabile che lei stessa o probabilmente l’altro genitore ce l’abbiate almeno in forma latente. E’ per questo che il servizio sanitario consiglia solo l’eliminazione, ma non la rende obbligatoria.”
Rosa si mordicchiò le labbra. “Cosa… cosa succede se lo tengo?”
Il medico si aspettava la domanda. “Intanto, per legge il figlio con queste caratteristiche non potrà accedere ai normali servizi sanitari offerti dallo stato, perché graverebbero troppo sul contribuente. Avrà una presunzione di DAT negativa, vale a dire che in caso di incidente grave è automatica la desistenza da qualsiasi cura. Potrà accedere ai servizi base, a quelli di emergenza e, per adesso, anche alle scuole, ma deve considerare che porterà sempre su di sé lo stigma sociale. Non riuscirà ad integrarsi, sarà sempre un escluso. E’ molto difficile, ad esempio, ottenere un impiego per chi ha uno di questi marker. Già oggi.”
Sospirò. “E’ per questo che la consiglio caldamente di decidere per l’eliminazione. Se lo farà, potrà accedere ad un servizio di riproduzione assistita, con i costi sostenuti quasi totalmente a carico dello stato, per la sostituzione con un figlio geneticamente migliore. L’offerta vale per due anni. Ci pensi bene: preferisce doversi sobbarcare qualcuno di imperfetto, con tutta la crisi che c’è, o preferisce qualcuno di certamente migliore?”
A Rosa girava la testa. Vedeva quella lista di cose brutte. Sentiva quelle farfalle nello stomaco.
“A proposito, le devo anche dire che il feto darebbe origine ad un individuo probabilmente bassino, con i capelli scuri. Non il massimo dell’aspetto. Guardi, per il bene suo sarebbe meglio evitare che soffra…”
Il piccolo riquadro a cui apporre la sua firma pulsava piano, di un rassicurante azzurro.
“Lo posso avere biondo?”
“Prego?”
“Dicevo” ripetè Rosa, più piano, “Lo posso avere biondo? Se lo cambio?”
“Certo, signora. Come vuole lei”.
Le farfalle nel suo stomaco svolazzarono ancora per un attimo, poi chiusero le ali.

Esorcizziamo

“Eminenza, la prego, aiuti nostra figlia!”
Il sorriso del cardinale si incrinò impercettibilmente. Interruppe l’intervista che stava concedendo ai giornalisti di “Donna Oggi” e si rivolse alla coppia che, abbracciata e tremante, aspettava da lui un cenno.
“Carissimi, se vi rivolgerete all’ufficio diocesano sono sicuro…”
“Non ci ascoltano! La prego! E proprio qui accanto!” disse la donna, torcendosi le mani.
Il cardinale sospirò. “Quanto le serve? Se…”
“Non è questione di soldi! Nostra figlia è indemoniata!”
Il prelato si arrestò a metà frase. Con lentezza, disse “Carissimi, come credo sappiate spesso un buon psicologo…”
La madre scoppiò a piangere. Il padre la strinse. “Fuggiti! Sono fuggiti tutti! Crediamo che…Dio ci scampi, crediamo che ci si veramente il demonio dentro nostra figlia!”
Il cardinale sbirciò con la coda dell’occhio i due giornalisti che, con le antenne dritte, aspettavano la sua reazione. Non si poteva rifiutare.
Sospirò. “E va bene, vengo a dare un’occhiata.” Preceduto dalla coppia entrò in una casa dall’altra parte della strada. Fece un cenno ai reporter. “E’ una questione privata, sarebbe meglio che aspettaste qui fuori”.
L’interno dell’appartamento era a soqquadro. “Al piano di sopra…” “Meglio aspettiate qui anche voi”, suggerì il prelato ai genitori.
Mentre saliva le scale diede un’occhiata all’orologio. Era meglio non metterci troppo, aveva un’inaugurazione tra cinquanta minuti.
Pochi dubbi su dove fosse la ragazza. Una nebbia fetida e verdastra filtrava da sotto una porta. Il cardinale l’aprì.
C’era, all’interno della stanza, un letto macchiato di ogni genere di liquami. Una ragazza di forse dieci anni, in camicia da notte, levitava un buon metro sopra le lenzuola. Il suo volto era deformato da una smorfia immonda. “Ah, un prete? Sei venuto a cercare di scacciarmi?” ringhiò, con voce cavernosa.
Il cardinale si fermò, perplesso. “Perché, scusa? E’ camera tua, questa, no?”
Il volto demoniaco aggrottò le ciglia. “Eh?”
“Ho detto: è camera tua, no, bambina?”
Una lunga lingua azzurrina saettò tra le labbra screpolate della ragazza. “Io abito in questa ragazzina, adesso!”
Il prelato annuì. “Va bene. Se questo ti detta la tua sensibilità sono sicuro che si può trovare un accomodamento.”
“Non riuscirai…come?”
“Ho detto che è importante trovare la propria dimensione spirituale. Se la tua convinzione è di essere posseduta da…ehm…una cretura infernale…”
“Ma quale convinzione! Io sono davvero un demone!” La ragazzina girò la testa di 180 gradi. “Convinto, pretonzolo?”
“E’ stupefacente cosa possa fare la psicologia delle persone” disse il prelato. “L’hai visto in qualche film?”
“Ma quale film? Io sono l’originale!” gridò con timbro animalesco la creatura.
“La ricerca di originalità nei giovani è importante. Carissima, credo che se parlassi con i tuoi genitori potremmo aiutarli a capire i tuoi desideri nascosti…”
La ragazzina atterrò con un tonfo sul letto. “Vuoi dire che non sei qui per l’esorcismo?”
Il cardinale rise. “Ah, il rito dell’esorcismo è superato. Era frutto di antiche concezioni del peccato, legate ad una personalizzazine tipica delle civiltà semitiche. Ormai sappiamo che il male è frutto della società, di un disagio. Vuoi che ne parliamo?”
“Parlare… questo vuole parlare…” la ragazza sembrava molto agitata. “Vuoi dire che non credi che io esista?”
“Esistere? Certo che esisti. Per i giovani è molto importante che qualcuno dica loro che esistono, che c’è chi li ama, li stringe in un abbraccio…”
“Ah! Ho trovato!” Fece l’indemoniata. “Abbraccio? Io so che tu…”
Il cardinale la lasciò parlare, sbirciando ogni tanto verso la porta, assicurandosi che fosse chiusa. Quando ebbe finito, la ragazza aveva un ghigno di trionfo sul volto. “Allora? Non ti chiedi come faccio a sapere queste cose?”
“Evidentemente frequenti cattive compagnie. Dovresti lasciare perdere internet” disse il cardinale. “Oppure è una specie di candid camera. Ovviamente nego decisamente questa ricostruzione dei fatti.”
L’indemoniata pestò i piedi. “Insomma, non capisci? Nessun essere umano poteva sapere queste cose!”
“E’ proprio questo: non c’è nessuna prova. Ed io nego decisamente.” Il cardinale restò serio ancora qualche secondo, poi disse “Una ragazzina come te certi, ahem, fatti di vita non li dovrebbe conoscere. Ma rientra anche questo nei segni dei tempi, che dobbiamo comprendere ed accogliere.”
La bambina ululò. “Insomma, non capisci? Io sono un demonio, il Nemico del tuo dio! Sto possedendo un’innocente! Perché non mi combatti?”
Il prelato ridacchiò. “Oh, no davvero. Sei solo una proiezione antropomorfa della libido e del senso del male presente nei preadolescenti. Con un adeguato percorso di introspezione, confrontandoti con te stessa riuscirai a scendere a patti con la tua diversità, con il tuo essere unica e accolta.”
La piccola indemoniata si strappò i capelli incrostati di sudiciume “Insomma, mi stai dicendo che per te non esisto davvero?”
“Ma no, esisti, esisti! Tu sei importante per me! I giovani…”
“Agh, ma quale giovane! Io sono più vecchio dell’universo stesso…”
“Capisco che certe volte ci si possa sentire così, ma l’importante è comprendere come non siamo limitati dal nostro male. In fondo il male non esiste davvero, è solo questione di scelte personali forzate dall’ambiente che di per sé…”
La bambina guardò il sacerdote, spazientita.
“Insomma, proprio niente esorcismo?”
“Quello che bisogna esorcizzare è la paura di non vedersi accettati.”
“Acqua santa? Crocefissi?”
“Mia cara bambina, quelli sono solo simboli. Sarebbe grave non rispettare…”
“Insomma, vecchio, dimmelo chiaramente: tu non credi in me.”
“Ma no, cara, io credo in te: nei tuoi progetti, nella tua giovinezza…”
“Ma neanche in…quello lassù, allora?”
“Chi, piccolina?”
La ragazzina alzò le braccia. “Basta. Non lo reggo più. Me ne vado. Dovrei essere contento, ma credo che dovrò andare da uno psicologo. Non so più chi sono. Non so neanche se ci sono davvero…”
Una specie di fumo nero uscì dalla bocca della indemoniata, aleggiò verso il bagno, si infilò nello scarico e scomparve. I lineamenti della ragazzina ormai libera si rilassarono, tornando quelli di una piccola della sua età.
Quando il cardinale e la bambina scesero dalle scale i genitori l’abbracciarono piangendo, mentre i giornalisti filmavano e intervistavano. “Dev’essere veramente un santo”, esclamò la madre asciugandosi le lacrime.

Barbariccia pescava anime dannate dalle pozze di pece quando adocchiò Malacoda che si trascinava verso la sua bolgia, la coda che strisciava per terra. “Giornataccia?”, gli chiese.
Il demone scosse la testa. “Non me ne parlare”.

Inutile (again)

Dieci anni, un po’ di più. Io non sono certo solito a riciclare i miei post, ma visto che questo l’ho scritto tanto tempo fa…
Credo che non abbia perso un filo di attualità. Anzi, se vogliamo, ne ha guadagnata.

La grande terrazza panoramica era piena di gente.
“Che ne dici tu, Piero, che arrivi da fuori?” chiese Aldo.
“Bè, certamente è una gran bella vista…” replicò Piero, guardandosi attorno.
Il suo sguardo fu attirato da una ragazza. Era male vestita, quasi sciatta. Poteva essere stata anche bella, un tempo, ma adesso il viso era grigiastro e sciupato, con gli occhi troppo grandi cerchiati e pesti. Camminava indifferente, strascicando quasi i piedi, e quando qualcuno l’urtava continuava con il suo passo lento senza neanche voltarsi. La vide avvicinarsi alla balaustra. La vista sulla città era spettacolare, da mozzare il fiato. Piero udì che Aldo gli stava dicendo qualcosa, ma lui non gli prestò attenzione: un presentimento gli attanagliava il cuore. La vide arrampicarsi sul corrimano, con difficoltà. Nessuno di quanti le stavano accanto la degnò di più di un’occhiata casuale, nessuno tentò di fermarla.
Piero si mise a correre. Alle sue spalle Aldo gli gridò qualcosa, ma andò perso nel rumore del sangue che gli rombava nelle orecchie.
Ormai la ragazza aveva scavalcato, e di spalle alla terrazza fronteggiava il vuoto. Lacrime le scorrevano sulle guance. Piero l’afferrò per un braccio.

In seguito Piero non rammentò mai cosa disse in quei minuti. La storia della ragazza era miserevole, malattia, soldi, anche amore, certamente solitudine. Piero offrì, promise, perchè una vita era in gioco. La ragazza piangeva forte, ma la mano di Piero non la lasciava. Poi, lentamente si voltò, e Piero la aiutò a scavalcare ancora la balaustra questa volta verso la salvezza.

“Cosa succede qui?”
Un uomo di media statura, occhialini, impermeabile, scarpe lucide e ufficiali – certo un Funzionario – e due uomini in divisa, robusti come armadi, fissavano con ostilità la coppia accanto al corrimano, la gamba della ragazza ancora alzata a superarne il bordo metallico. Un uomo e una donna di mezz’età, indicando Piero e la ragazza, sussurravano concitatamente all’orecchio del funzionario. Questi alzò la mano a tacitarli.
“Ho chiesto: cosa succede qui?”
Piero sorrise. “Questa ragazza stava…stava per fare qualcosa di disperato. Ma adesso va meglio.”
Il Funzionario spalancò gli occhi, come se non credesse a quello che aveva appena udito. “Ho capito bene? La…signora…stava per eutanasizzarsi e lei l’ha fermata?”
“Ma…certo.” Piero appariva perplesso. Alle spalle del terzetto Aldo gli faceva strani gesti, come per invitarlo a tacere.
La voce del Funzionario era gelida come i suoi occhi. “E lei ha osato ostacolare la volontà liberamente espressa di una persona?”
“Ma voleva uccidersi!”
“E con ciò? Non ha tutti i diritti di farlo? Evidentemente ha ritenuto di soffrire troppo per continuare a vivere. O crede di essere inutile. In ambedue i casi, impedirle di interrompersi le funzioni vitali non fa altro che prolungare le sofferenze di un essere umano e causare allo Stato una perdita in tempo e denaro. Questo è inaccettabile. Lei è un pericoloso prevaricatore, un violento.”
Piero era incredulo. “Ma cosa dite? E’ una vita, ha valore…”
“Ma certo che ha valore. Per questo per lo Stato – per tutti – sarebbe meglio smettere di pagare quel valore senza avere in cambio niente.” Il Funzionario fece un cenno, e i due uomini in divisa afferrarono Piero per le braccia.
Il Funzionario si accostò alla ragazza. “Dimmi cara” le sorrise parlando con voce suadente “hai scritto qualcosa per giustificare il gesto che vuoi compiere? Che ne spieghi i motivi?”
Lei annuì. “Certo, signore. Un testamento. Ce l’ho qui. Dice ogni…”
L’ometto con l’impermeabile annuì. “Allora è tutto a posto.” Si chinò è afferrò il piede della ragazza, sollevandolo fulmineamente. Lei ebbe appena il tempo di dire “Ma non…” che, sbilanciata, cominciò a cadere all’indietro.
L’urlo sembrò non finire mai, ma terminò anch’esso, con un tonfo nauseante. Il Funzionario si sporse. Il corpo giaceva molto in basso, sul marciapiede. La gente frettolosa ci girava attorno, senza fermarsi.
“Ma cos’ha fatto…?” gridò Piero disperatamente, trattenuto a forza dagli agenti.
Il Funzionario si permise un sorrisetto. “Ho eseguito la volontà scritta del soggetto. Eutanasia. E’ tutto in regola.”
“Ma aveva cambiato idea!”
Il Funzionario fece spallucce. “Le opinioni cambiano, gli scritti restano. Portatelo via.”
Mentre Piero veniva trascinato verso l’uscita, Aldo si accostò al Funzionario.
“Mi scusi, dottore, che cosa gli farete adesso? Non è cattivo, solo un pò arretrato…non conosce la Legge.”
Il Funzionario lo squadrò freddamente. “La Legge non ammette ignoranza. In ogni caso, da quello che sostiene, il suo…amico…è evidentemente pazzo.”
Un lento sorriso, che era quasi un ghigno, gli percorse il volto “E i pazzi sono inutili. Un peso per lo Stato e per la comunità”. Battè la mano sulla spalla di Aldo. “Al suo amico penseremo noi. Non soffrirà più.”

Malachia

Il vecchio forse non era tanto vecchio, ma sicuramente dava quest’impressione. La barba lunga, l’occhio rosso, il vestire trascurato. Si fermò davanti al palco delle autorità, brontolando sottovoce.
La guardia del corpo si mosse verso quell’uomo male in arnese, ma il suo capo lo fermò. “Lascia perdere, lo conosco, è innocuo.”
I discorsi la stavano tirando in lungo. I politici avevano lasciato la parola all’alto clero. Coloro che potevano fuggire erano già spariti. I rimasti erano coloro che dovevano in qualche maniera presenziare alla cerimonia,  e gli sfaccendati. E poi quel tipo barbuto, che ascoltava sempre più corrucciato il religioso che dalla pedana lisciava le penne al governo come se ne andasse della sua salvezza.
Finché, mentre il sacerdote alzava il braccio per benedire, esplose.

“SAI CHE TI DICO??!” Urlò. L’oratore si interruppe e lo guardò attonito. “Sapete cosa vi dice il Signore? Che se non gli date gloria e non lo ascoltate, le vostre benedizioni porteranno solo sfiga. Anzi, già lo fanno”
Si fece avanti, fino sotto al palco. “Io vi spezzerò il braccio e vi butterò merda in faccia” proseguì il vecchio a piena voce. “la merda delle vittime che avete sacrificato per le vostre feste, perché finiate nel cesso con quella. Il SIGNORE” disse, guardando in faccia i presenti “aveva fatto un patto con voi, vi dava la vita e il benessere ed in cambio dovevate avere rispetto di lui. Dovevate insegnare quanto diceva, dire la verità e stare in pace con tutti trattenendo dal fare il male. Quando facevate così si stava bene, ah se si stava bene! Insegnavate le cose giuste e la gente vi ascoltava. Invece ora state facendo cosa cazzo volete e state insegnando balle! Avete rotto il patto. Beh, il Signore si è rotto pure lui. La gente vi guarda e le fate schifo, perché non fate quello che ha detto il Signore ma solo i vostri affari.”
“Devo fermarlo?” Sussurrò la guardia del corpo al suo capo, ma questi scosse la testa “Troppa gente. Lasciamolo finire.”
Una piccola folla si era radunata intorno al tipo barbuto. Alcuni ridevano e lo prendevano in giro.
Il vecchio si voltò verso di loro. “Hey, non siamo tutti figli dello stesso Padre? Perché fate i figli di puttana? Mi sembrate stranieri. Che ci fate qui? Se volete tenervi le vostre usanze, tornatevene a casa vostra!” Tornò a girarsi verso il palco, dove gli oratori stavano sgattaiolando via. Puntò il dito.”E voi, vi conosco…voi che tradite le vostre mogli e le avete mollate, loro che sono la vostra vita, la vostra carne… non vi vergognate? Pensate che il Signore sia contento? Avete fatto un sacco di discorsi, bla-bla, per giustificarvi, ma lassù si è stufato.  Per cosa? Non fate finta di non saperlo: quando dite che chi fa il male è buono lo stesso, o quando proprio voi parlate di giustizia… ”
“Adesso basta” disse il capo delle guardie. Lo presero di peso e lo portarono via, tra le urla e gli schiamazzi dei presenti. Mentre l’allontanavano si sentiva ancora urlare “…ma verrà, oh se verrà, e quel giorno…”

La folla si disperse, gli oratori se ne andarono. Rimase solo alcuni ragazzini e un giovane, che scriveva furiosamente con uno stilo. “Che stai facendo?” chiese uno dei bambini “Scrivo,” rispose il giovane mettendo da parte un’altra tavoletta. I bambini erano a bocca aperta: era così raro trovare qualcuno che conoscesse l’arte della scrittura. “Bene, bene, sono riuscito a mettere giù quasi tutto. Dovrò un po’ aggiustarlo nella forma, ma…. Senti, sai come si chiamava quel tipo che gridava?”, chiese il giovane al bambino.

Malachia“, rispose il ragazzino. E corse via, verso il Tempio.

 

Secondo coscienza

Le coperte lo opprimevano, si sentiva bruciare dalla febbre, aveva dolore anche a respirare. Le energie gli venivano meno. Chiuse gli occhi per un secondo.
Quando li riaprì, tutto sembrava buio e silenzio. Allungò la mano e accese la lampada del comodino. Spalancò gli occhi. Non era più nella sua stanza.

L’ambiente aveva un che di indistinto, come se la camera fosse colma di nebbia. Come fosse fatta di nebbia. Si mise a sedere sul letto. Si sentiva stranamente leggero…
“Il prossimo!” risuonò, assieme ad un colpo secco come di martello.
Si accorse di non essere solo.
Erano seduti uno accanto all’altro dietro un tavolo dall’aspetto austero. Erano in cinque. Sembrava in tutto e per tutto una commissione d’esame…
Era una commissione d’esame, capì. Era per lui.
Quello al centro era un uomo corpulento, dal viso flaccido. Scartabellò attraverso una pila di fogli fino ad estrarne uno. Lo scorse velocemente, ripetendo sotto voce quanto leggeva, quindi alzò la testa verso di lui.
“Bene arrivato. Secondo le nuove norme procedurali circa il decentramento delle pratiche soteriche lei compare davanti a questa commissione giudicatrice che deciderà in forma di inappellabile giudizio la sua idoneità al luogo noto come Paradiso o, in seconda battuta, Purgatorio, oppure la non idoneità. Se ha qualche obiezione lo dica adesso. Bene, nessuna obiezione, possiamo procedere.”
“Ehm.”
L’uomo corpulento si interruppe e gettò addosso al giudicato uno sguardo gelido come un secchio di ghiaccio. “Sì?”
“Ecco… se non vi dispiace, potrei chiedere come è composta questa commissione? Perché, insomma, credo di sapere il nome di alcuni di voi, ma mi chiedo come…”
Il capo dei giudici sbuffò. “Forse lei ha riconosciuto quelli tra noi più vicini al suo tempo. Ad esempio, dato che lo sta fissando, sì: l’uomo con i baffetti è proprio quell’Adolf noto per essere uno dei grandi organizzatori della nazione germanica del secolo antecedente il suo. Dall’altro lato, con i mustacchi, c’è Iosif Vissarionovic Džugašvili, anche lui con lunga esperienza nel giudicare milioni di persone…”
“Stalin”, sussurrò l’uomo sul letto.
“Era proprio noto con quel soprannome. Qui accanto a me può trovare un rappresentante di un secolo precedente, il marchese De Sade, noto scrittore. Alla mia sinistra Jane Toppan, il cui nome magari non conosce ma che si è distinta in vita per la sua compassione estrema nei confronti dei malati. Spero di avere soddisfatto la sua curiosità.”
Il poveretto era impallidito. “Mi scusi, signor…signor?”
“Lutero. Mi chiamo Lutero.” disse l’uomo corpulento.
Il suo interlocutore deglutì. “Ah. Posso chiedere a quale titolo dei dannati… ”
“Dannati? Come si permette? Qui in commissione non c’è nessun dannato. Siamo tutti abitanti del paradiso a pieno titolo, scelti per la loro competenza in fatto di peccato umano.”
“Eh?”
L’uomo corpulento sospirò. “Per andare all’inferno occorre peccare. Noi, qui presenti, potremmo anche avere avuto idee divergenti dalla Chiesa Cattolica su quanto sia vero oppure no, ma l’abbiamo fatto sempre con la convinzione di essere nel giusto.”
“Io sono stata anche assolta, per infermità mentale” puntualizzò Jane Toppan.
“Quindi”, proseguì Lutero, “essendo convinti in coscienza di avere operato il bene e il meglio, di fatto non abbiamo nessun peccato. Dopo l’ultima riorganizzazione siamo stati perciò assunti a pieno titolo tra tutti i santi. Ma”, e si sporse in avanti, “mi sembra di capire che lei disapprova.”
“Io? Io…” l’uomo sul letto si agitò a disagio “…ecco, trovo solo la cosa difficile da capire…”
“Ah.” Lutero scambiò una lunga occhiata con i suoi colleghi. “Questo è significativo. Signori, voi che ne dite?”
“Il soggetto sembra incapace di comprendere la categoria della misericordia”, disse la Toppen. “Non credo sia adatto.”
“E’ un papista,” disse De Sade, “ed evidentemente un tradizionalista. Cosa mai può venire di buono da essi? Incapaci di provare il piacere, non è adatto per gustare il Paradiso. Giù.”
“Non mi piace il suo naso, troppo adunco” disse Hitler. “E poi è un cattolico! Ci considera male! Non comprende il nuovo ordine! Ci è nemico! Che sia giudicato con lo stesso metro! Giù.”
“E’ un capitalista. Il paradiso è dei lavoratori. Giù.” Disse Stalin.
Lutero sospirò. “Certa gente sembra proprio predestinata all’Inferno. Non idoneo, quindi, all’unanimità.”
“Aspettate!” Urlò l’uomo sul letto. “Non ho mai commesso niente di grave! Mi sono confessato, sono stato assolto!” I membri della commissione ridacchiarono.
“Almeno il Purgatorio!” tentò disperatamente.
Ma sotto di lui si spalancò il nulla. Mentre cadeva verso un vago bagliore rossastro, gli parve di udire le ultime parole di Lutero: “Io, in coscienza, non ho mai creduto nel Purgatorio…”

Si svegliò, madido di sudore, e si sedette di scatto sul letto. Tutto intorno era buio e silenzio. Era stato un sogno, dunque? Tremava ancora tutto. Allungò la mano verso l’interruttore della luce…

korkunc-hayalet-issiz-yolda-ilk-kez-bu-kadar-net-6851499_x_3865_o

I rivoluzionari non muoiono invano

Il grande leader si drizzò a sedere. Il dolore era scomparso. Si sentiva…leggero.
Non era più nella stanza dell’ospedale.
Una piccola folla lo stava guardando. Riconobbe alcuni dei suoi compagni di rivoluzione, che lo fissavano con volto grave. Ma come, non erano morti da…
Oh.
A quanto pare quell’uomo in bianco aveva ragione. C’è davvero un paradiso, non necessariamente dei lavoratori.
Davanti a tutti stava una persona dal viso sottile, sorridente. Lo salutò, pieno di deferenza.
“Grande leader, è un onore per me conoscerla di persona. Omaggio in lei la persona che ha fatto più di ogni altro per il suo popolo.”
L’ambiente in cui si trovavano era una stanza dalle parte grigio-azzurrine i cui contorni sfuggivano se tentavi di guardarli direttamente. L’imponente letto ornato sul quale giaceva era il solo mobilio. Tutto era illuminato di un chiarore opalescente, ma non si vedeva la fonte di luce. Non c’erano finestre, solo una grande porta dall’aspetto barocco, chiusa. Il leader si tirò in piedi, leggermente instabile. La persona dal viso sottile lo sorresse prendendolo per il braccio, premuroso. Il leader notò che la giacca indossata dall’individuo aveva uno strano rigonfiamento sulla schiena. Ali?
“Spero che abbia gradito la sorpresa del rivedere i suoi antichi compagni. Sono tutti nostri ospiti ed hanno accettato di liberarsi per qualche attimo dai loro impegni per darle il benvenuto.”
Il leader si schiarì la voce. “Ad essere sincero, non mi aspettavo di rivederli qui. Alcuni di loro sono stati parecchio…critici nei confronti della religione e credo Che…”
La sua guida emise una gradevole risata. “Oh, le assicuro che qui non ci formalizziamo certo per certe piccole incomprensioni avvenute durante la vita terrena. Qui abbiamo posto per accogliere chiunque, ed onorare in modo appropriato coloro che più si sono battuti per la loro causa. Che la storia dia loro ragione oppure no, l’importante è lo spirito che hanno dimostrato con le loro azioni.”
Tutti applaudirono. Con gentilezza, lo condusse verso la porta.
“Sappiamo che questo momento riempie i cuori di tutti di forti emozioni, ricordando gli innumerevoli modi in cui lei ha cambiato il corso della vita di individui, di famiglie e della sua nazione” continuò l’uomo dal viso sottile “Lei è stato un simbolo, e non potevamo non tenerne conto nell’accoglierla quassù. Ha ispirato tanta gente. Molti sono qui grazie a lei. No, possiamo dire che lei non ha vissuto e non è morto invano. Le saremo grati per sempre, e le assicuro che ‘per sempre’ qui va inteso in senso letterale.”
Erano giunti alla soglia. La sua guida abbassò la maniglia. “Benvenuto a casa.”
L’ondata che lo investì non era calore, ma qualcosa di più primordiale ancora, l’antenato stesso del calore, o forse il suo opposto. I suoi vestiti e quelli degli altri bruciarono e si dissolsero nel giro di un istante. Aveva indovinato: il rigonfio della giacca nascondeva proprio delle ali. Ma erano nere.
La sua carne bruciava, ma non si consumava. Era come se la vita e ogni felicità fosse risucchiata da lui in ogni istante, senza fine. Non aveva mai provato una simile sofferenza, neanche nel peggio della sua malattia. “Questo non è…”
La persona dal viso sottile si girò verso di lui. “…Quello che si aspettava? Oh, ma è il posto dove ha desiderato andare, con le sue azioni. E’ quello che ha cercato di riprodurre in terra. Qui c’è l’originale. I suoi antichi collaboratori e i miei saranno ben lieti di ringraziarla per i suoi sforzi. Scoprirà presto che qui non è dissimile dal posto da cui proviene: per sopportare la propria sofferenza bisogna infliggerne agli altri.”
Sorrise, e il suo sorriso aveva troppi denti. “E’ giunto dove si realizza il suo antico sogno: un luogo senza classi, senza padroni, senza Dio. Ha vinto. Hasta la victoria, siempre.”

workers

Il treno

Mi sveglio sul treno.
Il compartimento è mezzo pieno. Gli altri passeggeri mi guardano per un attimo, distratti.
“Dove sono?” Chiedo.
Si girano tutti verso di me. Il tizio magro, vestito elegante, mi chiede “Come, scusi?”
“Ho chiesto dove sono”, rispondo. “Non so dove sono.”
“Sul treno, è ovvio” dice con un rispolino la signora con il trucco pesante. E’ avanti con l’età e avrebbe bisogno di una dieta.
Sospiro. “Sì, lo vedo che è un treno. Ma dove stiamo andando?”
Il tizio elegante mi guarda perplesso. “Verso la nostra destinazione, è ovvio.”
“I binari non lasciano molta scelta, eh” interviene un tipo giovane, dall’aria un po’ arruffata.
“Va bene, va bene.” Raccolgo le idee. “Perché siamo su questo treno?”
“Che domande” ride la signora.
“Forse per… andare da qualche parte?” dice il giovane con aria scherzosa.
“Non capisco cosa sta chiedendo” aggiunge il magro.
“Perché questo treno sta viaggiando?” provo a chiedere, disperato per farmi capire.
“E’ una questione fisica”, dice il tipo magro aggiustandosi gli occhialini. “Il motore gira e trasmette il movimento alle ruote, e noi andiamo avanti.”
“Ma perché?”
“L’ho detto. E’ una questione di fisica e di meccanica. Scienza. Nient’altro da sapere”.
“L’ho capito, ma… perché c’è il treno?” provo ancora.
“Per viaggiare, bello” dice il giovane. Tutti ridono.
“Intendo dire…per quale motivo siamo su questo treno? Proprio questo e non un altro?”
“Perché un altro treno ti porterebbe altrove” dice la signora con aria saggia e pazienza.
“Ma che vuol dire?” faccio io.
“Non sei un gran viaggiatore, vero?” Domanda il giovane, che sembra divertirsi.
Raccolgo le forze. Faccio un altro tentativo. “Come si chiama il luogo verso cui stiamo andando?”
“La nostra destinazione” dice il tipo magro, ma sembra a disagio.
“E quando arriveremo?” Domando ancora.
“L’importante è il viaggio, non la destinazione.” afferma con aria saputa la signora.
“Ma quando il viaggio finisce?”
“E’ finito e basta. Scendiamo. Non capisco perché ci si debba pensare tanto”. Sembra offesa.
“E quando siamo arrivati, che facciamo? Dove andiamo?”
“Questo dipende da che impegni si ha, ovviamente. Io non vengo a raccontare a lei i miei affari, scusi.”
“Non mi rispondete. Non lo sapete” dico io. “Neanche voi sapete dove state andando”.
Il giovane ride. “Ma che domande fai? Stai tranquillo, eh. Rilassati, guarda il panorama. Continua a dormire.”
Nell’angolino dello scompartimento c’è una ragazza, che non ha ancora parlato. Mi guarda fisso con gli occhi colmi di angoscia.
Il treno entra in galleria.

nighttrain

Nell’altra stanza

Lo sentì di nuovo
Era nell’altra stanza, come al solito.
Era sempre stato nell’altra stanza, quand’era in casa. Per strada, ne sentiva la presenza pochi passi indietro, o avanti, o nella viuzza laterale.
Raramente osava voltarsi. Il più delle volte tirava dritto, sguardo in avanti, per non vedere.
Quante volte si era alzato per afferrare quella maniglia. Per aprire quella porta.
Ma più spesso rimaneva in attesa. Coglieva i sottili rumori, o forse la mancanza di essi, al di là. Era sempre la stanza in cui lui non doveva entrare. In cui non aveva ragione di entrare, salvo per trovarlo. Per sorprenderlo. Chiunque fosse.
Perché lui non sapeva chi fosse.
Oh, tante volte si era immaginato chi poteva essere. Il volto. Ma sapeva, in qualche maniera strana, che le sue fattezze sarebbero state ad un tempo familiari ed inaspettate.
Di questo aveva paura. Questo temeva. Di conoscerlo, e non conoscerlo.
Perché lo conosceva, e non lo conosceva.
Questo sconosciuto dietro la porta, questo sconosciuto nell’altra stanza, questo sconosciuto che lo seguiva sempre e non l’abbandonava mai.
Lo immaginava? No, non era possibile. Anche gli altri lo udivano? Non aveva mai osato chiedere. Ma tante volte aveva colto un drizzare la testa, uno sguardo di allarme, un arrestarsi della conversazione in quelli che erano con lui. Come se anche loro sentissero.
Ma non aveva mai osato domandare. Cosa avrebbe fatto se quelli avessero negato? Sarebbe stato segno della sua pazzia, o segno che anche loro preferivano non sapere.
E, tanto di più, cosa avrebbe fatto se anche loro avessero detto di udire qualcosa?
Avrebbe avuto finalmente il coraggio di andare a vedere?

Vedere chi fosse davvero, la persona nell’altra stanza.

doort

Il principe e il monaco

Il giovane principe si sedette davanti al saggio monaco. Aveva attraversato deserti e scalato montagne per arrivare in quell’eremo sperduto tra le nubi.
Il monaco aveva prima rifocillato l’ospite con il poco che aveva nella sua grotta. Durante il magro pasto, il giovane aveva studiato la ieratica figura dell’anziano eremita, rivestito di un saio di sacco tutto rattoppato. Davvero era questo il saggio sapiente che cercava? E sarebbe riuscito a rispondere al suo dubbio?

“Allora”, disse il vecchio con un sospiro, “cosa volevi chiedermi?”
“Saggio eremita, Dio è buono?” chiese il giovane, d’impeto.
Il monaco rise. “Dritto al punto, eh? Certo, Dio è buono”, rispose.
“Se è buono, perché allora permette il male?”
Il vecchio annuì. “Questo è un mistero. Lascia che ti dica la conclusione alla quale sono giunto in tanti anni di meditazione quassù.”
Il giovane si sporse in avanti. “Ti prego, dimmela!”
“Il male è una illusione” disse il monaco.
“Eh?” il principe strabuzzò gli occhi. “Com’è possibile? Io ne ho visto…”
“Sono convinto”, proseguì il monaco “che Dio è così buono che ci prende uno per volta, e ci mette alla prova. Ognuno di noi vive nel suo universo privato, nel suo mondo tutto per lui. Le altre persone, le cose non sono vere persone o cose, ma ombre che Dio pone attorno a noi. Il solo male che facciamo è quello che facciamo noi stessi, tutto il resto sono ombre irreali. Le ombre non fanno davvero il male, ma forniscono l’illusione del male. Non potrebbero farne, dato che non sono persone vere. Come l’attore non commette davvero i delitti quando è in scena, ma li finge per gli spettatori.”

Il principe si grattò la barba, perplesso.

L’anziano si stava infervorando. “Non esistono altri paesi, altri luoghi se non quello in cui siamo in quel momento. Se necessario, Dio li può creare sull’istante, completi della loro storia e dei loro abitanti. Ma saranno sempre solo scenari e fantocci per la nostra crescita e la nostra edificazione. Tutto quello che importa siamo noi, e dalle nostre scelte di fronte alle sfide Dio capirà se siamo degni di Lui”.
Il principe pensò che l’eremita era rimasto troppo tempo da solo. “O saggio monaco, mi resta difficile crederlo. Ogni cosa mi sembra solida e reale.”
Il vecchio sorrise. “Se Dio ha il potere per creare l’Universo che tu pensi infinito, che problemi pensi possa avere a crearne un sottile simulacro solo per i nostri occhi?”
“Quindi, o monaco, tu non sei altro che un’illusione che Dio mi dà per mettermi alla prova?”
Il monaco corrugò la fronte. “Ma no, io esisto davvero. Tu, piuttosto, sei un’illusione che Dio mi fornisce per permettermi di approfondire il mio pensiero. Tu dici che le cose ti sembrano reali, ma sei tu stesso illusorio, come la tua risposta”.
Il principe fece per ridere, ma poi ci ripensò. “E se”, continuò, parlando lentamente, “sia io che te non fossimo che finzione, personaggi di un racconto scritto per dare  qualcosa da meditare ad un lettore, quello sì reale?”
E il principe e il monaco si girarono a guardarti.

200px-j-_cooper_sr-_-_sir_walter_scott_-_le_noir_faineant_in_the_hermits_cell_-_ivanhoe
Qualsiasi riferimento a fatti o personaggi reali è puramente inesistente.

Il giorno che tolsero Cristo da Internet

Il giorno che tolsero Cristo da Internet non se ne accorse quasi nessuno. Già da molto tempo era stato difficile, sempre più difficile, vederlo nominato. I motori di ricerca sputacchiavano, tornavano di tutto. Nomi di artisti e di paesi, paginate di filologi e filosofi e filo diretto con l’intellettuale di turno. Il riferimento più ovvio – Lui, proprio Lui –  prese a non comparire nei primi dieci risultati, poi nei primi cento. Che è la morte, per internet. Ad un certo punto fu oltre la millesima posizione. Colpa degli algoritmi che valutano il ranking, l’interesse per un dato argomento, fu detto: “Non lo cerca nessuno, non è importante”. Ciò che meno viene trovato meno viene cercato.

Le pagine web, i blog, i forum erano stati un poco più complicati da ripulire. Infestati dai troll, soggetti ad interruzioni del servizio, sempre meno frequentati. Straordinario quanto può fare una statistica appena ritoccata. Lo sconforto di non essere letti, dell’inutilità di scrivere, la mancanza di speranza, di senso. Chi è interessato a quello che hai da dire, chi ti legge? Alcuni presero a parlare sempre più spesso di cose differenti, morale, moda, sport, canzoni, politica. I rimanenti furono abbandonati, chiusi, uno dopo l’altro. Poi rimossi, spariti, per fare posto a qualcosa di più alla moda.

Le foto, le immagini, quelle furono un problema. Un po’ si eliminarono per il diritto d’autore, altre per decenza, e ci furono campagne per togliere illustrazioni così pericolose dai posti raggiungibili dai bambini. Un Cristo sulla croce può urtare la sensibilità, le immagini di morte impressionano. Un presepe, tutto ciò che è religioso per molti è fastidioso. Potrebbe offendere, irritare, discriminare. Meglio oscurare.

Sui social manifestare certe tendenze era stato sempre rischioso. Le grandi piattaforme avevano cominciato a bandire certi contenuti, a loro modo di vedere discutibili. Cosa valuti di più, il tuo profilo o la foto che vorresti condividere? Parlare di certi argomenti nella maniera che ti aggrada, per il breve momento prima che ti chiudano l’account, o mandare agli amici video buffi? Puoi scegliere, essere rimosso o pubblicare gattini. La scelta è quasi sempre gattini.

Fu solo questione di tempo. Di tempo per abituarsi a non discutere più certi argomenti, a non ricercarli più, a non pensarci. Quietamente, senza grandi proclami. Anche chi avrebbe dovuto parlarne, chi avrebbe dovuto preoccuparsi si adeguò. Ci sono opere sociali degne, si può parlare e fare un sacco di cose senza per forza dovere parlare di Cristo, ricercare Cristo, pensare a Cristo.

Il giorno che tolsero Cristo da internet era un giorno come gli altri, e il giorno dopo le cose proseguirono come avevano sempre fatto. Ci fu chi brindò, in posti che non vi aspettereste, e in altri che sono esattamente ciò che vi potreste aspettare. Estirpato, completamente, e sale informatico fu sparso per impedirGli di ricrescere.
Cristo non era più su internet, ma in fondo Lui lì non c’era mai stato.
Solo il Suo nome, l’immagine; la Sua presenza, beh, la Sua presenza era dove era sempre stata.

f91

Non necessariamente

“Attento, nonno!”
Marco sostenne il vecchio impedendogl di cadere. Non pesava praticamente niente, un fagotto di ossa e radi capelli bianchi, che si ostinava a camminare da solo sul viottolo di campagna invaso dalla vegetazione. L’erba stava piano mangiando la stradina, rendendola quasi indistinguibile dai campi incolti tutt’attorno. Meno male che non aveva piovuto, pernsò Marco. Non era proprio il caso proprio ora di sporcarsi le scarpe o il vestito.
“Eh! Tutta quest’erba! Ci crederesti che cento anni fa qui erano tutti prati e cavalli? Migliaia di cavalli!” Il vecchio agitò il bastone, rischiando di incespicare ancora.
“Lo so, nonno, lo so.” Come potesse ricordarlo, pensò Marco. Il vecchio era sì avanti con gli anni, ma i cavalli se n’erano andati ben prima che persino lui nascesse.
“Sissignore, cavalli. Ah, a quei tempi per spostarsi uno non poteva farne a meno. Erano necessari. Carri, carrozze. Erano ovunque.I l più grande allevamento della regione. E poi cosa successe? Lo sai cosa successe?” continuò imperterrito l’anziano.
“No, nonno, cosa successe?”
“Automobili! Automobili dappertutto! E nessuno voleva più i cavalli! Sai cosa accadde ai cavalli?”
“Cosa accadde ai cavalli?”
“Non ci sono più cavalli! Sono anni che non vedo più un cavallo! Prima non potevi uscire di casa senza pestare le loro cacche, e poi neanche più uno. Non servivano più.” Scatarrò, sputò per terra e poi si asciugò la bocca con un enorme antico fazzoletto di stoffa a quadri.
“E’ quello che succede quando di una cosa non c’è più bisogno. Si smette di allevarla, e poi scompare. Non c’era più ragione di allevare cavalli, e i cavalli sono scomparsi.” Scostò con il bastone una pietra in mezzo al viottolo. “Torniamo, dai.”
L’anziano camminava a sussulti, guardando con gli occhi miopi i boschetti e le rovine dei recinti, come vedesse un mondo che aveva smesso di esistere.
“E poi le vacche. Chi l’avrebbe detto, le vacche! Sono state la nostra ricchezza da quando ero piccolo io. Avevamo tantissime vacche, davvero.”
“Sì, nonno, le rammento bene” disse Marco, reprimendo a stento un brivido. Certe volte gli sembrava di portare ancora addosso l’odore di letame, il fetore della stalla, di avere ancora nelle orecchie il ronzio delle mosche attorno a quei sudici animali. Nessun profumo, per quanto costoso, riusciva a cancellarlo, perché nessun profumo può rimuovere i ricordi.
Il vecchio lo guardò con aria furba. “Eh, lo so che a te le mucche non sono mai piaciute. Ma devi ringraziare loro se hai avuto i soldi per studiare, eh.”
Sospirò, fece qualche passo in avanti, si fermò ancora. “E adesso anche loro zac! Via. Nel giro di quanto? Cinque anni? Quelle vasche della carne. Ci crescono le vacche già belle pronte per essere affettate, e costano niente. Tutte uguali, sempre che tu le possa ancora chiamare vacche. Comodo, ma questo vuol dire che tutta questa terra non serve più a nessuno. Ci crescono solo i rovi, ormai. Scommetto che non c’è più una sola mucca vera di qui alle colline. Quelle macchine.”
Marco si sentì chiamato in causa. “Via, nonno, guarda i vantaggi. La carne non costa quasi più niente, ma adesso la fattoria guadagna il doppio di prima.”
“Eh, sei stato furbo tu, a voler mettere quegli aggeggi. Hai fatto i soldi.”
“Nonno, io li fabbrico, quegli aggeggi.”
Erano tornati alla cascina. Gino li stava aspettando vicino all’auto.
Marco baciò il nonno sulla testa canuta. “Nonno, adesso devo andare. Devo vedere dei cinesi che vogliono finanziarmi. Tornerò tra una settimana o due, va bene?”
“Non ho capito bene. Che vogliono questi cinesi?”
“Il mio nuovo utero artificiale. Te ne ho parlato, ricordi? Finalmente hanno dato il via per l’uso umano. Vogliono costruire uno stabilimento e forse due, in Cina. Sai, liberi dalla schiavitù del parto, i bambini che vuoi come vuoi e quando vuoi e così via. Sono molto interessati.”
“Eh! Stai attento, sono furbi, quelli.” Agitò il bastone. “Vai, vai, se devi andare. Qualche volta però mi piacerebbe portassi anche qualche ragazza con te, non sempre il tuo amico. Quand’è che ti sposi, eh? Il tempo non aspetta!”
Marco e Gino si scambiarono un’occhiata. Gino fece una smorfia, Marco alzò le spalle. Che ci vuoi fare?
L’anziano si incamminò verso l’uscio, strascicando i piedi. “Mi piacerebbe vedere qualche nipotino, sai, prima di morire.”
Marco fece per parlare, ma poi tacque. Sarebbe stata una sorpresa.
Il vecchio prima di entrare in casa si girò un’ultima volta. “Dà retta, trovatela una moglie. Delle donne non possiamo farne a meno.”
“Non necessariamente,” disse Marco sottovoce. E salì in macchina.

A ragman's horse and barrow, Shipley Street and Union Road, 1970.

Fertilità

L’agronomo disse, “Maestà, il nostro popolo soffre la fame. Troppi contadini hanno lasciato le campagne a causa delle alte tasse sul raccolto, e i nostri campi un tempo fertili sono deserti. Già ora siamo costretti a importare grano dall’estero: se continua così, sarà carestia. Bisogna incoraggiare i giovani a riprendere l’aratro in mano.”

Si alzò il Grande Esperto, e fulminò l’agronomo con uno sguardo di disprezzo. Il Grande Esperto era un famoso generale che non aveva mai combattuto una guerra, un noto economista che non aveva mai amministrato niente, e naturalmente era altrettanto esperto di agricoltura.
“Quante storie!” Disse il Grande Esperto. “Ditemi voi se ha senso incoraggiare i giovani a coltivare, quando non sanno se pioverà o no, se potranno o no mantenere la fattoria. Invece di spingere a coltivare campi fertili, come nel medioevo, bisognerebbe dare fondi e contributi per coltivare Pesche del Gibuti e Fragole amazzoniche nelle rocce delle colline, dove adesso non cresce niente.”
Una scarica di applausi si levò dal pubblico che attendeva al consiglio, laddove sedevano i grandi industriali di quel Regno e i loro servi.

Il re era perplesso. “Chiediamo a quel popolano che vedo là”, disse il re. “Tu, giovane, che dici?”
“Ma come,” disse il giovane, “prima ci avete detto che eravamo troppi a coltivare la terra, che l’uomo realizzato è l’operaio in azienda, chi fa carriera, colui che cambia spesso lavoro, il cittadino, vi abbiamo creduto e abbiamo abbandonato le nostre fertili zolle; e ora ci dite il contrario?” Scosse la testa. “E sapete come avete fatto a convincerci a venire in città? Avete tassato tre volte i raccolti, indebitandoci, ci avete obbligati a cederli a voi e voi li avete lasciati ammuffire.” Il re sussultò.
“Abbiamo venduto la nostra fattoria alle banche per venire nelle fabbriche perché ci avete raccontato che era meglio, ma era una falsa promessa. Chi ce le renderà? Ci avete raccontato che non bisogna seminare se non si è certi di un ottimo raccolto, ma da sempre chi semina non sa se raccoglierà. I nostri padri e i padri dei nostri padri seminavano e pregavano, e noi siamo qui. Non non semineremo per paura del domani, e domani non ci saranno raccolti e nessuno per seminare ancora. Salvo chi ha confidato nella fertile zolla.”

Si girò verso il Grande Esperto. “Siamo un popolo senza più terra, ma senza terra e senza casa siamo alla mercé dei potenti. Di coloro che ci usano, pagandoci poco o niente. Non abbiamo niente per cui sperare davvero, per impegnarci. Se il denaro speso per coltivare le amare Pesche del Gibuti sulle rocce aride venisse usato per aiutare chi fa crescere il grano, la gente forse tornerebbe a farlo. Se si togliessero le tasse sul seme, sul raccolto, sulla macinazione, si tornerebbe. Se si aiutasse chi non riesce ad irrigare, si tornerebbe. Se si dicesse che la vecchia fattoria, con tutti i suoi difetti, dopotutto è meglio della stamberga in affitto nella periferia, se si raccontasse la gioia di coltivare invece che solo le sue difficoltà forse si tornerebbe. E si seminerebbe, e si ricomincerebbe a crescere e far crescere.”

Il re ci pensò su, e disse “Va bene, mi avete convinto. Suvvia, si finanzi un banditore che esalti la fertilità delle nostre terre”.
Chiese l’agronomo: “E il resto che è stato chiesto?”,
Il re fece spallucce. “Ho appena finanziato un progetto innovativo consigliatomi dall’Associazione Amici dei Buchi per coltivare i ciclamini nelle miniere. E’ molto costoso, ma è doveroso: pensate a tutti i poveri minatori tristi perché in galleria non hanno fiori. Il grano attenderà, è il progresso che conta.”

terreno-fertile

La confessione

“Prego, si accomodi.”
“Grazie” (si siede)
Sono qui per confessare l’omicidio di mia moglie”
“Ah! E quando…”
“Domani, se è possibile.”
“Bene, bene…vediamo…quanti anni ha sua moglie?”
“34.”
“Uhm…quindi non è possibile usare la causa della vecchiaia…sa, è una ragione abbastanza praticata in questo periodo. Risparmi per lo stato, pensioni…ma è inutile se è così giovane, pazienza. E’ malata? Cancro? Alzhaimer?”
“No, sanissima”
“Ah, peccato, peccato. Niente di terminale, quindi. Anche questa sarebbe stata una causa magnifica. Ne è sicuro, vero? Una minaccia di Parkinson…”
“No. Il raffreddore?”
“Non è abbastanza. Vediamo…tare genetiche? E’ per caso mongoloide?”
“No.”
“Allora neanche questo. Problemi mentali? Pazza? Isterica?”
“Neanche questo.”
Ci sono differenze di classe? Di razza? Di religione?
“Neanche questo, no.”
“Ma non ci siamo proprio! Suvvia, mi dia qualcosa. La tradisce?”
“Non che io sappia.”
“Escludiamo anche il delitto d’onore. E’ fuori moda ma, sa com’è…litigate, è violenta? La legittima difesa…”
“Non farebbe male ad una mosca.”
“Ed è distante, disinteressata, la trascura…”
“Al contrario. Mi ama, credo.”
“Scusi, ma allora è lei che ama qualcuno d’altro…l’amore potrebbe essere la giusta spinta…”
“Al momento, no.”
“Non va bene, insomma! Avete figli? Li minaccia, o peggio? Potrebbe farlo?”
“Sì, due figli. Stravede per loro.”
“Questioni di soldi?
“Nessuna. In effetti, lei guadagna quanto me. Stiamo bene.”
“Insomma, ma allora perché…”
“Perché mi annoia. Ho voglia di cambiare, tornare a fare un po’ di vita, e lei mi potrebbe dare fastidio.”
“Oh, e non poteva dirlo prima? Si sente minacciato nella sua integrità di uomo dalla presenza della sua compagna, e quindi ha deciso che per il suo benessere morale, spirituale eccetera lei deve morire. Giusto così?”
“Sì, è così.”
“Finalmente ci siamo riusciti. Visto che abbiamo trovato una giustificazione? Bastava applicarsi.”
“Quindi è a posto così?”
“A posto. Ti assolvo per il tuo prossimo peccato nel nome del…”

image25-665x407

Venti di tempesta

L’orizzonte era gravido di lampi, rigonfio e nero come lo scialle di una vedova.
La nave ancorata oscillava lievemente alle prime fredde folate.
Il mastro di porto si girò verso il mercante che guardava preoccupato il mare. “Sceglilo bene il tuo capitano, e l’equipaggio, perché arriva un tempo in cui saranno messi alla prova. Non prendere quelli che solo parlano nelle taverne, e unicamente nella loro fantasia hanno affrontato gli uragani. Sceglili con il cuore saldo, tra quelli che non hanno tradito le loro consegne, lasciando la nave alla deriva.”
Il mercante gli rispose “E’ difficile distinguere tra i cuori che chiaccherano e quelli che affrontano il pericolo. Temo certi capitani e i loro nostromi più che la tempesta. Perché, più che l’onda, è la mano del timoniere che può condurre la nave dove non vorrei.”
Stridevano gli albatros, e i loro versi sembravano risate.

nave_burrasca

C’è posta per te

Franco scaricò la posta. Ad aspettarlo c’erano centoottandue messaggi.

Cominciò. Spam. Una serie di commenti sulla mailing list dei golosi. Li lesse pazientemente, rispose ad un paio. Altra spam. Notifiche di twitter, a iosa: a quanto pare c’era in corso un flame abbastanza acceso. Ricostruì pazientemente la gerarchia e il dipanarsi delle risposte, scuotendo la testa e cercando di mantenere la calma, e mentre era lì verificò alcuni link interessanti ad articoli e blog. Diede il defollow ad un paio di spiriti particolarmente iracondi, e come contrappeso cominciò a seguire altrettanti che sembravano più equilibrati. Diede un’occhiata di straforo al suo forum preferito: il contenuto era superbo, come sempre, ma avrebbe dovuto aspettare.

La zona facebook era per il momento abbastanza calma, le notifiche non erano più di una quarantina, perlopiù su argomenti abbastanza oziosi. E poi naturalmente c’era tutta la mole della posta a sfondo sessuale. Pubblicità, consigli utili, storielle sconce. La maggior parte finì nel cestino, alcune le spedì a sua volta ai suoi vari gruppi. Non era ancora così perfetto come avrebbe voluto.

Parecchi messaggi avevano allegate immagini, inviate da qualche amico più fortunato di lui, di qualche esotico paradiso. “Non vedo l’ora che sia anche tu qui”, era la didascalia più frequente. “Anch’io”, rispondeva; ma ne aveva ancora prima di potersi permettere questo tipo di riposo. Talvola dubitava che ce l’avrebbe mai fatta: la trafila quotidiana era sempre più pesante. Se avesse saputo cosa l’aspettava avrebbe condotto, da giovane, una vita ben diversa. Ormai era decisamente tardi e tutto quello che poteva fare era continuare, nella certezza che non sarebbe durato in eterno.

Pazientemente rinnovò un paio di password, mormorò alcune preghiere che gli erano state richieste e ringraziò per altre preghiere che lo riguardavano. Certamente quello non era tempo perso, anzi: piuttosto guadagnato. Rimpianse il periodo in cui erano state molto più numerose: ma si sa, è difficile mantenere certi rapporti, certe attenzioni quando le separazioni sono lunghe e le memorie svaniscono. Mantenere viva un’attenzione richiede dedizione costante e assistenza da parte di familiari che ahimé, lui non aveva.
Ma mise da parte le inquietudini: era arrivato al fondo della lista.

Inviò quanto aveva scritto e scaricò la posta arrivata nel frattempo.
Ad aspettarlo c’erano duecentoventinove messaggi.

Pietro scosse la testa e si rivolse a Michele, lì accanto. “Va bene, ho capito che dobbiamo modernizzarci, ma in qualche maniera questo mi sembra troppo anche per il Purgatorio.”
Michele agitò le ali. “Troppo, dici? Non diresti così se avessi visto cosa hanno messo su all’Inferno. Anche loro si stanno modernizzando”.
Pietro fece una smorfia. “Come può essere peggio di così?”
Michele rabbrividì. “Laggiù hanno anche Whatsapp”.
busta-di-e-mail--ios-7-simbolo-interfaccia_318-36593

L’ultimo eresiarca

L’ultimo eresiarca si destò e guardò la finestra. Doveva avere dormito parecchio, perché sembrava essere l’alba: la luce al di là dei vetri tingeva di un vivace rosso le tende e le tapparelle semichiuse.
Faceva fatica a respirare, ma era normale: stava morendo. Nei giorni precedenti era stata una processione di persone, politici soprattutto. Tutti ad accreditarsi. A farsi vedere, a farsi fotografare. A rendere omaggio al vincitore agonizzante. A santificarlo. Tutto da ridere, lui che ai santi non aveva mai voluto credere.
Ma i suoi visitatori li capiva bene, oh se li capiva.
Al fondo della stanza, un movimento.
Un’infermiera. Una suora. Che strano che proprio lui, che aveva tentato in tutte le maniere di distruggere la Chiesa, si trovasse al secco fondo della vita accolto in un loro ospedale. O magari non così tanto strano. Forse non era riuscito a distruggerla del tutto, ma le sue eresie erano diventate ormai praticamente ortodossia. Si può dire che molti di loro erano quasi dei suoi.
Oh, quanti ne erano venuti anche di quelli, a rendergli omaggio, lodando il peggior nemico della loro razza. Tutto da ridere.
Fece un cenno all’infermiera, che avanzò verso il suo letto. Aveva un abito che non aveva mai visto, ma chi può contare gli ordini di suore? Si sentiva la gola arida come non mai, la pelle tesa e affilata. Almeno il dolore non c’era.
La suorina era giovane, giovanissima, anche carina. Lo fece bere, gli sistemò il cuscino. E per tutto il tempo lo guardò con due occhi enormi e scuri. Che strani quegli occhi. Cosa c’era in loro?
“Aoh, vuoi qualcosa?” le chiese, con voce gracchiante, quasi a disagio.
Lei abbassò per un attimo gli occhi, poi tornò a fissarlo. “Volevo chiederle se non si era un po’ pentito di tutto quello che ha fatto”, gli chiese, con voce veloce e chiara.
Lui tentò di ridere, ma dovette smettere perché gli venne da tossire. “Oh, sorella, manco me conosci. Che ne sai tu di quello che ho fatto?”
Lei sorrise, imperturbata. “Ma io so quello che lei ha fatto. La seguo da tempo. Lei ha sempre inseguito la sua idea di libertà, per sé e per gli altri. Generosamente. Ma spesso quella libertà era quella di fare il male.”
L’eresiarca fece per darle una risposta salace, ma questa gli morì sulle labbra. La solita cristianella sotuttoio, ma qualcosa in lei gli rendeva quasi impossibile darle le solite risposte. Ad un tratto capì che le solite risposte non bastavano più. Perché lo spettacolo stava finendo.
“Il male…il male è relativo. Quello che è bene per uno è male per l’altro. Lo capirai…”
“Non sto parlando di questo,” l’interruppe lei, “ma di quello che lei sa che è male. Perché lei sa cosa è male, al fondo del cuore. Lo sapeva anche quando si batteva per esso.”
“Io mi sono sempre battuto per il bene…”
“Per il bene di chi? E’ questo ciò a cui deve rispondere. Perché credo che un poco sappia quanto dolore ha arrecato. Quanto ne ha reso possibile.”
Si sentì montare la rabbia. Neanche qui, alla fine di tutto, lo lasciavano stare, questi integralisti? Chi l’ha mandata questa? Poi i loro occhi si incrociarono ancora, e lui capì con un sussulto cos’era quello strano sguardo che l’assillava.
Era pietà.
Si sentì un gran groppone. Cercò una risposta arguta, per una volta non ne trovò nessuna. Agitò la mano ossuta e macchiata. “Oh, lasciami stare, ragazzì. So’ vecchio, e quel che è fatto è fatto. Con il Padreterno me la vedo io. Discuteremo, e mo’ convinco anche lui.”
La suorina tacque. Gli rivolse un sorriso, ancora uno, poi silenziosamente uscì dalla stanza.
L’eresiarca si abbandonò sul cuscino. Si sentiva stanco, e nello stesso tempo stranamente leggero. Tra quanto sarebbero passati i dottori?
Si girò verso l’orologio, ma era fermo ad un’ora della notte. In effetti era strano. Non si sentiva il rumore del traffico, o quelli tipici dell’ospedale. Forse dopotutto era davvero notte fonda. Ma la luce dalla finestra?
Improvvisamente capì.
Il rosso lucore all’esterno non era il breve raggio dell’alba, ma qualcosa di molto più eterno e definitivo.

mani-anziano

La cicatrice

Il ragazzo con il cappello e le cuffiette sta stravaccato sul sedile del bus. E’ ora di punta, il mezzo avanza a strattoni nel traffico. La vecchietta con il golfino blu, in piedi, non sa bene dove aggrapparsi. Una frenata improvvisa la manda quasi a gambe all’aria, è trattenuta con evidente fastidio solo da quelli che le stanno attorno. Il ragazzo la guarda con aria assente. Poi riprende a smanettare sul telefonino.

La vecchietta con il golfino blu sale a fatica le scale, entra nell’appartamento. Si cambia le scarpe, mettendo gli zoccoli di legno. Andando in cucina tira calci alle biglie di ferro che tiene sparse sul pavimento. Il premio è il pianto del bambino al piano di sotto. Così impareranno a sparlare di lei alla riunione di condominio. Sorride. Più tardi, prima di andare a letto, farà partire la lavatrice. Le ha tolto i gommini perché faccia più rumore.

L’impresario edile continua a sbadigliare. L’ha tenuto sveglio tutta la notte quel maledetto moccioso che non vuole saperne di dormire, per colpa della vecchiaccia al piano di sopra e dei suoi zoccoli. Un giorno o l’altro l’ammazza. Nel frattempo, firma la fattura. Sta chiedendo per una demolizione che ha effettuata il mese precedente cinque volte quello che aveva concordato a voce e dieci volte quello che sarebbe stato il prezzo giusto. Con un po’ di fortuna pagheranno, altrimenti confida nel giudice. Non ha niente da perderci. Ha bisogno di soldi per quell’altra, quella che di bambini non ne vuole sentir parlare.

La signora dai capelli a caschetto viola scopa con nervosismo. Quel maledetto muratore e la sua fattura le hanno rovinato la giornata. Nella paletta finiscono un paio di foglie dell’albero del vicino, di nuovo. Ce l’hanno tutti con lei. Cafoni, maleducati. Quand’è che abbatteranno quell’albero? Finito di raccogliere tutte le foglie delle sue piante e quelle altrui, le cicche e la sporcizia, con gesto abituale manda tutto dall’altro lato del muro, come ogni giorno negli ultimi vent’anni. Anche se l’abbattessero continuerei lo stesso, pensa con un sottofondo di soddisfazione.

Il ragazzo con il cappello e le cuffiette guarda il nuovo mucchietto di sporcizia che la pazza della porta accanto ha depositato sul vialetto. Che maledetta, quanto la odia. Se qualcuno non pulisse diventerebbe tutto uno schifo. Il ragazzo entra in casa e si sdraia sul divano. Dovrebbe fare i compiti, ma non ha voglia. Il viaggio in bus è stato stressante, è durato una cifra. Un po’ di videogiochi è quello che ci vuole.

C’è qualcosa nel cuore del ragazzo col cappello, della signora con i capelli a caschetto, dell’impresario stanco, della vecchietta con il golfino blu, di quell’altro al computer. Qualcosa che si agita. E’ un picchiettare distante, in un buio nel quale la luce non ha significato. Arriva da dentro una cicatrice, dove c’era una ferita che l’abitudine a perdonarsi ha chiuso. Non udito, ignorato. La cicatrice è spessa, forse troppo spessa. Ma il picchiettare continua, sperando oltre l’impossibile.
Dice “salvami”.

cicatrice-ipertrofica-700x361

Il giorno in cui abolirono la verità

Il giorno che al parlamento abolirono la verità, era un mercoledì.

Il ragionamento era abbastanza semplice. Se le guerre sono causate da due parti che pretendono ognuna di essere nel giusto, abolendo la verità i contendenti sarebbero rimasti senza argomenti e avrebbero fatto la pace.
“Era ora che i nostri rappresentanti si accorgessero delle spinte della società civile” dissero i giornali e le televisioni. “Qui alla verità non crede nessuno da un pezzo, è tempo di prenderne atto”.
Tra politici e intellettuali furono date adesioni e firmati appelli. C’era grande euforia.

La prima stesura fu rifiutata, la seconda respinta. Alcuni in commissione mettevano i bastoni tra le ruote, e da più parti si attribuiva questo ad un conflitto di interesse. “Quelli che credono che la verità esista non dovrebbero prendere parte a questo progetto”, disse un delegato.
Alla fine fu faticosamente presentato un testo condiviso. Uno dei commi prevedeva l’abolizione delle religioni, in quanto strutture ideologiche e guerrafondaie dato che asserivano che la verità esistesse. Ma i capi di quasi tutte, pur di essere autorizzate a sopravvivere, acconsentirono a dichiarare che la loro non era poi tanto una verità, ma un’opinione o un desiderio.
Ci furono due eccezioni: i musulmani, che mugugnarono fino a che un imam non disse che, siccome la verità era comunque decisa da Allah, in fondo quella legge poteva andare bene; e i cattolici. Nella Chiesa ci furono molti che sostennero che essa dovesse adeguarsi ai tempi, ma alla fine non fu accettato nessun compromesso. C’erano dei dogmi, in fin dei conti.

Il clima si surriscaldò, tanto che sembrava che la legge non sarebbe passata. Alcuni radicali si incatenarono ai banchi del Parlamento contro quelli che chiamavano i fondamentalisti del vero: “Dio è un’opinione, e io sono contrario”, gridavano, “Quelli lì sono contro il libero pensiero! Sono liberofobi!”. Alcuni delegati cattolici si inventarono migliaia di emendamenti per prolungare il dibattito.
Per troncare la discussione fu elaborato un maxiemendamento che li annullava tutti. In questo si sosteneva che i dogmi non erano veri, e quindi nessun cattolico poteva dire niente in proposito. Qualcuno lo chiamò Kunguro.

Nonostante mugugni e dissapori il nuovo documento fu votato a maggioranza, dopo che alcune nazioni molto influenti minacciarono sorridenti pesanti ritorsioni per chi non si fosse adeguato. A detta dei vincitori si trattò del più grande passo avanti della democrazia, dato che in questa maniera nessuno si sarebbe più potuto dire migliore degli altri perché aveva ragione.
L’emendamento fu votato anche da alcuni paesi che si dicevano cattolici, ma che si vantarono di avere portato la Chiesa nel futuro. Non è che potessimo farci niente, dissero i loro rappresentanti, è il mondo moderno. Dobbiamo adeguarci.
I titoli dei media furono: “Si apre una nuova era di pace”.

Solo dopo si scoprì che le guerre in realtà sono causate dalla cattiveria; ma era troppo tardi, perché ormai la verità non interessava più a nessuno, e a quelli che avevano il potere meno che mai.

politics-1

il Lettore

Mise giù il libro elettronico con un sospiro. L’uomo dalla cravatta a farfallino stette un istante immobile, poi si voltò verso la donna dal cappotto marrone di ciniglia che stava in spasmodica attesa in un angolo del piccolo bar. Un vago sorriso e un cenno con la testa, e la donna con il cappotto parve sciogliersi. Rideva, piangeva, ringraziava, stringeva la mani all’uomo che accettava tutto questo senza scomporsi. Quando ritenne che fosse abbastanza, tossicchiò discretamente. La donna si ricompose, estrasse una busta bianca e spiegazzata da una tasca del suo cappotto. L’uomo l’accettò senza parlare, ne controllò il contenuto e l’intascò. Poi annuì alla piccola folla che stava in attesa.

Mentre la donna si ritirava, sempre ringraziando, i nuovi arrivati si fecero avanti. Erano una dozzina o più, di entrambi i sessi. Alcuni stringevano con mani sudate un plico, una mazzetta di fogli tenuti insieme da un elastico, un volume rilegato. Verso il fondo, un giovane con degli occhialini tondi si sporse a sussurrare al suo vicino.
“Ho sentito che fa anche i saggi, è vero?”
L’interpellato, un uomo di mezza età con barbetta e pancia prominente, replicò: “Lo spero, così dicono. Io sono qui per questo, sono quasi due settimane che sto cercando un Lettore che non si limiti ai romanzi.”
“E vero che i Lettori sono carissimi?”
L’uomo con il farfallino alla domanda lo fissò con un sorrisetto ironico. “Primo libro, eh? Dipende dall’argomento, ma per un saggio devi essere pronto ad andare sopra le tre nuove a pagina”. “Tre?” Il giovane strabuzzò gli occhi. “Non ho tanti soldi! Io pensavo…”
“Benvenuto nel mondo della scrittura”, rise amaramente l’uomo con la barbetta. “Per il mio libro su Mozart ho speso quasi ventimila nuove solo in lettori. Ma sai quant’è difficile trovare qualcuno che ne capisca abbastanza anche solo per comprendere le parole?”
“Io credevo che…” farfugliò il ragazzo.
“Che credevi? Che bastasse pubblicare su carta o, Dio ce ne scampi, su internet perché tutti morissero dalla voglia di leggerti? Sveglia, ci sono molti ma molti più scrittori che lettori, e questi ultimi diminuiscono sempre. Ho un amico che fa trattati di filologia romanza, ed è disperato perché l’ultimo lettore in grado di capirci qualcosa è morto l’anno scorso. Ti rendi conto? Scrivere ed essere certi che nessuno ti leggerà mai.” Scosse la testa “La letteratura è morta. Che fine triste”.
Il giovane si dondolò sui piedi, a disagio. “Ma è così grave? Pensavo fosse molto più semplice trovare qualcuno…”
L’uomo con la barbetta accennò alle persone che li circondavano. “Non vedi? Basta un annuncio che un Lettore sta per finire un libro e rendersi disponibile che gli autori gli piombano addosso a decine. Sai quanti sono i professionisti in città? L’iscrizione all’albo costa un sacco, non è che puoi solo sapere l’alfabeto. Certo, se ti accontenti puoi anche prendere un dilettante, ma il rischio è che si limiti a sfogliare le pagine senza capirci niente. Li paghi quasi niente, ma hai quello che hai pagato. Ci vogliono anni per formare un buon lettore, non è che si trovino sotto i ponti.” Sbirciò il ragazzo. “E tu? Perché non ti metti a leggere anche tu? E’ una professione. Sei giovane. Puoi farcela.”
Ma il ragazzo con gli occhialini scosse la testa. “Troppo complicato. Non ho imparato fino ad adesso, non credo che mi ci metterò. Per me la scrittura è un hobby.”
L’uomo con la barbetta arricciò il naso. “Usare un programma di scrittura non è veramente scrivere!”
“Perché, lei scrive ancora a mano? Sa leggere?”
L’uomo apparve lievemente imbarazzato “Uh, diciamo che sono fuori allenamento, ma…aspetta, è iniziata l’asta.”
Un donnone agitava la mano. “Offro tre nuove e un quarto a pagina, più cento per una recensione!” strillò all’indirizzo dell’uomo con il farfallino, che non si scompose. “Di cosa si tratta, e quanto lunga?” chiese il Lettore. “Un manuale di cucina automatica, duecentoventitrè pagine”, rispose la donna, “e molte pagine hanno figure.”
L’uomo con il farfallino storse la bocca. “Vedremo. Tu?”
La persona indicata, uno spilungone con un gran plico sotto il braccio, balbettava per l’emozione. “Centotrentotto pagine, offro tre e quaranta per pagina. Un trattato di storia.” aggiunse in fretta.
L’uomo con il farfallino indicò il plico. “E’ quello?” Lo spilungone annuì, fece per posarlo sul tavolo, ma l’altro lo fermò. “Per il cartaceo prendo il venti per cento in più. Sei disposto…No? Allora alla prossima.” Mentre lo spilungone, con la faccia scura, usciva dal locale, si fece avanti lo scrittore successivo.
Uno dopo l’altro i presenti fecero la loro offerta. Le cifre che offrivano per farsi leggere le loro opere erano ormai eccessive per il ragazzo con gli occhialini, che tuttavia rimase per vedere come si sarebbe conclusa l’asta. Alla fine restarono in lizza il tizio con la barbetta, che offriva quattro e ottanta nuove a pagina per una lettura completa del suo lavoro sui musicisti barocchi, e il donnone, che era salita a quattro e sessanta, più altri duecento a lettura terminata.
“Ultima offerta?”, domandò il Lettore. Tutti tacquero.
L’uomo con il cravattino fece un sorrisetto sornione. “Visto che la musica mi interessa più della cucina…”, cominciò, ma il donnone intervenne. “Cinque! Cinque nuove a pagina, anticipate” urlò, con gli occhi spiritati e il sudore che le inzuppava la camicia.
Un mormorio si diffuse tra i presenti. L’uomo con la barbetta scosse la testa. il Lettore tese la mano alla donna, che la strinse. “Un lettore! Qualcuno mi legge!” Ripeteva.

Dietro il bancone del bar, il barista e la cameriera guardavano allibiti. “Fanatici” disse la seconda. E l’altro annuì.

lettore

Il belato della resistenza

Campana entrò nel locale basso e affollato. Verso il fondo tre capre smisero di ruminare tra loro e si girarono nella sua direzione. Campana sentì il loro sguardo sospettoso addosso mentre si faceva strada nella ressa, verso l’angolo dove Macchia e Zampacorta stavano aspettando.
Si posizionò accanto a loro, salutando con un cenno del capo. “Avete visto là in fondo? Che ne pensate? Collaborazionisti? Spie?” bisbigliò, accennando alle capre che ora stavano confabulando piano.
“Sssh! Non guardare dalla loro parte.” replicò Macchia “Sono entrate qui subito dopo di noi. Non mi meraviglierei ci stessero seguendo.”
“Vadano a farsi arrostire! Non ho paura di quelle come loro!” esclamò Zampacorta.
“Prudenza, niente colpi di testa. Ricordatevi, non siamo arieti.” Campana abbassò ancora la voce. “Ho saputo or ora che i lupi hanno occupato tutto il pascolo della Valle Bianca.”
“Ma è tremendo! Ci stanno cacciando da tutti i prati che sono nostri da sempre!” esclamò Zampacorta. “Cosa facciamo adesso? Quali sentieri prendiamo? Dove possiamo andare a pascolare?”
“Cosa dicono i pastori?” chiese Macchia.
“Niente, purtroppo. Sono stato tutto il giorno con le orecchie tese per captare un annuncio, una lamentela, un’iniziativa, ma…nulla. Nessuno di loro ne ha parlato.”
“Nessuno…? Ma…cosa stanno facendo?”
“Che io sappia, stanno discutendo tra loro i piani pastorali. Poi c’è tutta una diatriba se si debbano tosare o no quelle di noi che hanno avuto problemi con i parassiti, e pare che non ci si possa occupare d’altro.”
“Ma è follia! Le loro greggi sono cacciate fuori da tutti i pascoli e parlano di queste…”
“Eppure è così. Io ho provato a spiegarlo al mio pastore, ma mi ha risposto che dobbiamo assumerci responsabilità, che dobbiamo essere noi a trovare l’erba migliore, capire dove brucare al meglio, gestire le sorgenti…dobbiamo diventare pecore adulte, insomma.” Campana chinò la testa.
“Scusa, ma non mi è chiaro. Cosa c’entra con i lupi?” Zampacorta era nera di rabbia. “E, se non ci guidano, cosa stanno a fare loro?”
“A quanto pare si può essere pastori anche senza un gregge, o l’idea di cosa faccia davvero bene alle pecore”, rispose Campana.
“Dobbiamo convincerli a intervenire. Non abbiamo la forza, da soli, per scacciare i lupi, anche perché la gran parte del gregge aspetta qualcuno che li conduca. Siamo tante, e potremmo resistere se volessimo. Ma senza un pastore che ci spieghi i sentieri noi saremo disperse.”
“Andiamo dove si riuniscono, diciamoglielo! Facciamolo per gli agnelli!”  Zampacorta si voltò verso Campana. “Tu sei già stata da loro, porta anche noi!”
“Non ci torno, là. Ci sono tra loro umani che non sono pastori e ci guardano strano. Dicono che sono proprietari delle terre ed esperti di allevamento, e alcuni li hanno chiamati macellai. E’ poi c’è la puzza, insopportabile.”
“Puzza? Che puzza?”
“Quella che si spruzzano addosso. Pare che sia di gran moda, lo chiamano ‘Profumo di pecora’. Pare che glielo vendano i lupi, giù all’emporio. Ma non so proprio da dove lo prendano.” Disse Campana con un brivido.
Si guardarono con desolazione. “Come faremo? Senza guida sempre più dei nostri vanno a pascolare con le capre, oppure spariscono.”
“Meglio cento giorni da pecora che tutta la vita con le capre. Non ci rimane che sperare che alcuni dei pastori si risveglino. Oppure il Gran Pastore torni, e metta le cose a posto.”
“Ma troverà ancora un gregge, quando tornerà? Quando dividerà le sue pecore dalle altre?” Macchia si voltò brevemente verso il fondo del locale. “E noi, ci saremo ancora?”

Gregge_pecora_nera-300x225