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Inutile (again)

Dieci anni, un po’ di più. Io non sono certo solito a riciclare i miei post, ma visto che questo l’ho scritto tanto tempo fa…
Credo che non abbia perso un filo di attualità. Anzi, se vogliamo, ne ha guadagnata.

La grande terrazza panoramica era piena di gente.
“Che ne dici tu, Piero, che arrivi da fuori?” chiese Aldo.
“Bè, certamente è una gran bella vista…” replicò Piero, guardandosi attorno.
Il suo sguardo fu attirato da una ragazza. Era male vestita, quasi sciatta. Poteva essere stata anche bella, un tempo, ma adesso il viso era grigiastro e sciupato, con gli occhi troppo grandi cerchiati e pesti. Camminava indifferente, strascicando quasi i piedi, e quando qualcuno l’urtava continuava con il suo passo lento senza neanche voltarsi. La vide avvicinarsi alla balaustra. La vista sulla città era spettacolare, da mozzare il fiato. Piero udì che Aldo gli stava dicendo qualcosa, ma lui non gli prestò attenzione: un presentimento gli attanagliava il cuore. La vide arrampicarsi sul corrimano, con difficoltà. Nessuno di quanti le stavano accanto la degnò di più di un’occhiata casuale, nessuno tentò di fermarla.
Piero si mise a correre. Alle sue spalle Aldo gli gridò qualcosa, ma andò perso nel rumore del sangue che gli rombava nelle orecchie.
Ormai la ragazza aveva scavalcato, e di spalle alla terrazza fronteggiava il vuoto. Lacrime le scorrevano sulle guance. Piero l’afferrò per un braccio.

In seguito Piero non rammentò mai cosa disse in quei minuti. La storia della ragazza era miserevole, malattia, soldi, anche amore, certamente solitudine. Piero offrì, promise, perchè una vita era in gioco. La ragazza piangeva forte, ma la mano di Piero non la lasciava. Poi, lentamente si voltò, e Piero la aiutò a scavalcare ancora la balaustra questa volta verso la salvezza.

“Cosa succede qui?”
Un uomo di media statura, occhialini, impermeabile, scarpe lucide e ufficiali – certo un Funzionario – e due uomini in divisa, robusti come armadi, fissavano con ostilità la coppia accanto al corrimano, la gamba della ragazza ancora alzata a superarne il bordo metallico. Un uomo e una donna di mezz’età, indicando Piero e la ragazza, sussurravano concitatamente all’orecchio del funzionario. Questi alzò la mano a tacitarli.
“Ho chiesto: cosa succede qui?”
Piero sorrise. “Questa ragazza stava…stava per fare qualcosa di disperato. Ma adesso va meglio.”
Il Funzionario spalancò gli occhi, come se non credesse a quello che aveva appena udito. “Ho capito bene? La…signora…stava per eutanasizzarsi e lei l’ha fermata?”
“Ma…certo.” Piero appariva perplesso. Alle spalle del terzetto Aldo gli faceva strani gesti, come per invitarlo a tacere.
La voce del Funzionario era gelida come i suoi occhi. “E lei ha osato ostacolare la volontà liberamente espressa di una persona?”
“Ma voleva uccidersi!”
“E con ciò? Non ha tutti i diritti di farlo? Evidentemente ha ritenuto di soffrire troppo per continuare a vivere. O crede di essere inutile. In ambedue i casi, impedirle di interrompersi le funzioni vitali non fa altro che prolungare le sofferenze di un essere umano e causare allo Stato una perdita in tempo e denaro. Questo è inaccettabile. Lei è un pericoloso prevaricatore, un violento.”
Piero era incredulo. “Ma cosa dite? E’ una vita, ha valore…”
“Ma certo che ha valore. Per questo per lo Stato – per tutti – sarebbe meglio smettere di pagare quel valore senza avere in cambio niente.” Il Funzionario fece un cenno, e i due uomini in divisa afferrarono Piero per le braccia.
Il Funzionario si accostò alla ragazza. “Dimmi cara” le sorrise parlando con voce suadente “hai scritto qualcosa per giustificare il gesto che vuoi compiere? Che ne spieghi i motivi?”
Lei annuì. “Certo, signore. Un testamento. Ce l’ho qui. Dice ogni…”
L’ometto con l’impermeabile annuì. “Allora è tutto a posto.” Si chinò è afferrò il piede della ragazza, sollevandolo fulmineamente. Lei ebbe appena il tempo di dire “Ma non…” che, sbilanciata, cominciò a cadere all’indietro.
L’urlo sembrò non finire mai, ma terminò anch’esso, con un tonfo nauseante. Il Funzionario si sporse. Il corpo giaceva molto in basso, sul marciapiede. La gente frettolosa ci girava attorno, senza fermarsi.
“Ma cos’ha fatto…?” gridò Piero disperatamente, trattenuto a forza dagli agenti.
Il Funzionario si permise un sorrisetto. “Ho eseguito la volontà scritta del soggetto. Eutanasia. E’ tutto in regola.”
“Ma aveva cambiato idea!”
Il Funzionario fece spallucce. “Le opinioni cambiano, gli scritti restano. Portatelo via.”
Mentre Piero veniva trascinato verso l’uscita, Aldo si accostò al Funzionario.
“Mi scusi, dottore, che cosa gli farete adesso? Non è cattivo, solo un pò arretrato…non conosce la Legge.”
Il Funzionario lo squadrò freddamente. “La Legge non ammette ignoranza. In ogni caso, da quello che sostiene, il suo…amico…è evidentemente pazzo.”
Un lento sorriso, che era quasi un ghigno, gli percorse il volto “E i pazzi sono inutili. Un peso per lo Stato e per la comunità”. Battè la mano sulla spalla di Aldo. “Al suo amico penseremo noi. Non soffrirà più.”

Malachia

Il vecchio forse non era tanto vecchio, ma sicuramente dava quest’impressione. La barba lunga, l’occhio rosso, il vestire trascurato. Si fermò davanti al palco delle autorità, brontolando sottovoce.
La guardia del corpo si mosse verso quell’uomo male in arnese, ma il suo capo lo fermò. “Lascia perdere, lo conosco, è innocuo.”
I discorsi la stavano tirando in lungo. I politici avevano lasciato la parola all’alto clero. Coloro che potevano fuggire erano già spariti. I rimasti erano coloro che dovevano in qualche maniera presenziare alla cerimonia,  e gli sfaccendati. E poi quel tipo barbuto, che ascoltava sempre più corrucciato il religioso che dalla pedana lisciava le penne al governo come se ne andasse della sua salvezza.
Finché, mentre il sacerdote alzava il braccio per benedire, esplose.

“SAI CHE TI DICO??!” Urlò. L’oratore si interruppe e lo guardò attonito. “Sapete cosa vi dice il Signore? Che se non gli date gloria e non lo ascoltate, le vostre benedizioni porteranno solo sfiga. Anzi, già lo fanno”
Si fece avanti, fino sotto al palco. “Io vi spezzerò il braccio e vi butterò merda in faccia” proseguì il vecchio a piena voce. “la merda delle vittime che avete sacrificato per le vostre feste, perché finiate nel cesso con quella. Il SIGNORE” disse, guardando in faccia i presenti “aveva fatto un patto con voi, vi dava la vita e il benessere ed in cambio dovevate avere rispetto di lui. Dovevate insegnare quanto diceva, dire la verità e stare in pace con tutti trattenendo dal fare il male. Quando facevate così si stava bene, ah se si stava bene! Insegnavate le cose giuste e la gente vi ascoltava. Invece ora state facendo cosa cazzo volete e state insegnando balle! Avete rotto il patto. Beh, il Signore si è rotto pure lui. La gente vi guarda e le fate schifo, perché non fate quello che ha detto il Signore ma solo i vostri affari.”
“Devo fermarlo?” Sussurrò la guardia del corpo al suo capo, ma questi scosse la testa “Troppa gente. Lasciamolo finire.”
Una piccola folla si era radunata intorno al tipo barbuto. Alcuni ridevano e lo prendevano in giro.
Il vecchio si voltò verso di loro. “Hey, non siamo tutti figli dello stesso Padre? Perché fate i figli di puttana? Mi sembrate stranieri. Che ci fate qui? Se volete tenervi le vostre usanze, tornatevene a casa vostra!” Tornò a girarsi verso il palco, dove gli oratori stavano sgattaiolando via. Puntò il dito.”E voi, vi conosco…voi che tradite le vostre mogli e le avete mollate, loro che sono la vostra vita, la vostra carne… non vi vergognate? Pensate che il Signore sia contento? Avete fatto un sacco di discorsi, bla-bla, per giustificarvi, ma lassù si è stufato.  Per cosa? Non fate finta di non saperlo: quando dite che chi fa il male è buono lo stesso, o quando proprio voi parlate di giustizia… ”
“Adesso basta” disse il capo delle guardie. Lo presero di peso e lo portarono via, tra le urla e gli schiamazzi dei presenti. Mentre l’allontanavano si sentiva ancora urlare “…ma verrà, oh se verrà, e quel giorno…”

La folla si disperse, gli oratori se ne andarono. Rimase solo alcuni ragazzini e un giovane, che scriveva furiosamente con uno stilo. “Che stai facendo?” chiese uno dei bambini “Scrivo,” rispose il giovane mettendo da parte un’altra tavoletta. I bambini erano a bocca aperta: era così raro trovare qualcuno che conoscesse l’arte della scrittura. “Bene, bene, sono riuscito a mettere giù quasi tutto. Dovrò un po’ aggiustarlo nella forma, ma…. Senti, sai come si chiamava quel tipo che gridava?”, chiese il giovane al bambino.

Malachia“, rispose il ragazzino. E corse via, verso il Tempio.

 

Secondo coscienza

Le coperte lo opprimevano, si sentiva bruciare dalla febbre, aveva dolore anche a respirare. Le energie gli venivano meno. Chiuse gli occhi per un secondo.
Quando li riaprì, tutto sembrava buio e silenzio. Allungò la mano e accese la lampada del comodino. Spalancò gli occhi. Non era più nella sua stanza.

L’ambiente aveva un che di indistinto, come se la camera fosse colma di nebbia. Come fosse fatta di nebbia. Si mise a sedere sul letto. Si sentiva stranamente leggero…
“Il prossimo!” risuonò, assieme ad un colpo secco come di martello.
Si accorse di non essere solo.
Erano seduti uno accanto all’altro dietro un tavolo dall’aspetto austero. Erano in cinque. Sembrava in tutto e per tutto una commissione d’esame…
Era una commissione d’esame, capì. Era per lui.
Quello al centro era un uomo corpulento, dal viso flaccido. Scartabellò attraverso una pila di fogli fino ad estrarne uno. Lo scorse velocemente, ripetendo sotto voce quanto leggeva, quindi alzò la testa verso di lui.
“Bene arrivato. Secondo le nuove norme procedurali circa il decentramento delle pratiche soteriche lei compare davanti a questa commissione giudicatrice che deciderà in forma di inappellabile giudizio la sua idoneità al luogo noto come Paradiso o, in seconda battuta, Purgatorio, oppure la non idoneità. Se ha qualche obiezione lo dica adesso. Bene, nessuna obiezione, possiamo procedere.”
“Ehm.”
L’uomo corpulento si interruppe e gettò addosso al giudicato uno sguardo gelido come un secchio di ghiaccio. “Sì?”
“Ecco… se non vi dispiace, potrei chiedere come è composta questa commissione? Perché, insomma, credo di sapere il nome di alcuni di voi, ma mi chiedo come…”
Il capo dei giudici sbuffò. “Forse lei ha riconosciuto quelli tra noi più vicini al suo tempo. Ad esempio, dato che lo sta fissando, sì: l’uomo con i baffetti è proprio quell’Adolf noto per essere uno dei grandi organizzatori della nazione germanica del secolo antecedente il suo. Dall’altro lato, con i mustacchi, c’è Iosif Vissarionovic Džugašvili, anche lui con lunga esperienza nel giudicare milioni di persone…”
“Stalin”, sussurrò l’uomo sul letto.
“Era proprio noto con quel soprannome. Qui accanto a me può trovare un rappresentante di un secolo precedente, il marchese De Sade, noto scrittore. Alla mia sinistra Jane Toppan, il cui nome magari non conosce ma che si è distinta in vita per la sua compassione estrema nei confronti dei malati. Spero di avere soddisfatto la sua curiosità.”
Il poveretto era impallidito. “Mi scusi, signor…signor?”
“Lutero. Mi chiamo Lutero.” disse l’uomo corpulento.
Il suo interlocutore deglutì. “Ah. Posso chiedere a quale titolo dei dannati… ”
“Dannati? Come si permette? Qui in commissione non c’è nessun dannato. Siamo tutti abitanti del paradiso a pieno titolo, scelti per la loro competenza in fatto di peccato umano.”
“Eh?”
L’uomo corpulento sospirò. “Per andare all’inferno occorre peccare. Noi, qui presenti, potremmo anche avere avuto idee divergenti dalla Chiesa Cattolica su quanto sia vero oppure no, ma l’abbiamo fatto sempre con la convinzione di essere nel giusto.”
“Io sono stata anche assolta, per infermità mentale” puntualizzò Jane Toppan.
“Quindi”, proseguì Lutero, “essendo convinti in coscienza di avere operato il bene e il meglio, di fatto non abbiamo nessun peccato. Dopo l’ultima riorganizzazione siamo stati perciò assunti a pieno titolo tra tutti i santi. Ma”, e si sporse in avanti, “mi sembra di capire che lei disapprova.”
“Io? Io…” l’uomo sul letto si agitò a disagio “…ecco, trovo solo la cosa difficile da capire…”
“Ah.” Lutero scambiò una lunga occhiata con i suoi colleghi. “Questo è significativo. Signori, voi che ne dite?”
“Il soggetto sembra incapace di comprendere la categoria della misericordia”, disse la Toppen. “Non credo sia adatto.”
“E’ un papista,” disse De Sade, “ed evidentemente un tradizionalista. Cosa mai può venire di buono da essi? Incapaci di provare il piacere, non è adatto per gustare il Paradiso. Giù.”
“Non mi piace il suo naso, troppo adunco” disse Hitler. “E poi è un cattolico! Ci considera male! Non comprende il nuovo ordine! Ci è nemico! Che sia giudicato con lo stesso metro! Giù.”
“E’ un capitalista. Il paradiso è dei lavoratori. Giù.” Disse Stalin.
Lutero sospirò. “Certa gente sembra proprio predestinata all’Inferno. Non idoneo, quindi, all’unanimità.”
“Aspettate!” Urlò l’uomo sul letto. “Non ho mai commesso niente di grave! Mi sono confessato, sono stato assolto!” I membri della commissione ridacchiarono.
“Almeno il Purgatorio!” tentò disperatamente.
Ma sotto di lui si spalancò il nulla. Mentre cadeva verso un vago bagliore rossastro, gli parve di udire le ultime parole di Lutero: “Io, in coscienza, non ho mai creduto nel Purgatorio…”

Si svegliò, madido di sudore, e si sedette di scatto sul letto. Tutto intorno era buio e silenzio. Era stato un sogno, dunque? Tremava ancora tutto. Allungò la mano verso l’interruttore della luce…

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I rivoluzionari non muoiono invano

Il grande leader si drizzò a sedere. Il dolore era scomparso. Si sentiva…leggero.
Non era più nella stanza dell’ospedale.
Una piccola folla lo stava guardando. Riconobbe alcuni dei suoi compagni di rivoluzione, che lo fissavano con volto grave. Ma come, non erano morti da…
Oh.
A quanto pare quell’uomo in bianco aveva ragione. C’è davvero un paradiso, non necessariamente dei lavoratori.
Davanti a tutti stava una persona dal viso sottile, sorridente. Lo salutò, pieno di deferenza.
“Grande leader, è un onore per me conoscerla di persona. Omaggio in lei la persona che ha fatto più di ogni altro per il suo popolo.”
L’ambiente in cui si trovavano era una stanza dalle parte grigio-azzurrine i cui contorni sfuggivano se tentavi di guardarli direttamente. L’imponente letto ornato sul quale giaceva era il solo mobilio. Tutto era illuminato di un chiarore opalescente, ma non si vedeva la fonte di luce. Non c’erano finestre, solo una grande porta dall’aspetto barocco, chiusa. Il leader si tirò in piedi, leggermente instabile. La persona dal viso sottile lo sorresse prendendolo per il braccio, premuroso. Il leader notò che la giacca indossata dall’individuo aveva uno strano rigonfiamento sulla schiena. Ali?
“Spero che abbia gradito la sorpresa del rivedere i suoi antichi compagni. Sono tutti nostri ospiti ed hanno accettato di liberarsi per qualche attimo dai loro impegni per darle il benvenuto.”
Il leader si schiarì la voce. “Ad essere sincero, non mi aspettavo di rivederli qui. Alcuni di loro sono stati parecchio…critici nei confronti della religione e credo Che…”
La sua guida emise una gradevole risata. “Oh, le assicuro che qui non ci formalizziamo certo per certe piccole incomprensioni avvenute durante la vita terrena. Qui abbiamo posto per accogliere chiunque, ed onorare in modo appropriato coloro che più si sono battuti per la loro causa. Che la storia dia loro ragione oppure no, l’importante è lo spirito che hanno dimostrato con le loro azioni.”
Tutti applaudirono. Con gentilezza, lo condusse verso la porta.
“Sappiamo che questo momento riempie i cuori di tutti di forti emozioni, ricordando gli innumerevoli modi in cui lei ha cambiato il corso della vita di individui, di famiglie e della sua nazione” continuò l’uomo dal viso sottile “Lei è stato un simbolo, e non potevamo non tenerne conto nell’accoglierla quassù. Ha ispirato tanta gente. Molti sono qui grazie a lei. No, possiamo dire che lei non ha vissuto e non è morto invano. Le saremo grati per sempre, e le assicuro che ‘per sempre’ qui va inteso in senso letterale.”
Erano giunti alla soglia. La sua guida abbassò la maniglia. “Benvenuto a casa.”
L’ondata che lo investì non era calore, ma qualcosa di più primordiale ancora, l’antenato stesso del calore, o forse il suo opposto. I suoi vestiti e quelli degli altri bruciarono e si dissolsero nel giro di un istante. Aveva indovinato: il rigonfio della giacca nascondeva proprio delle ali. Ma erano nere.
La sua carne bruciava, ma non si consumava. Era come se la vita e ogni felicità fosse risucchiata da lui in ogni istante, senza fine. Non aveva mai provato una simile sofferenza, neanche nel peggio della sua malattia. “Questo non è…”
La persona dal viso sottile si girò verso di lui. “…Quello che si aspettava? Oh, ma è il posto dove ha desiderato andare, con le sue azioni. E’ quello che ha cercato di riprodurre in terra. Qui c’è l’originale. I suoi antichi collaboratori e i miei saranno ben lieti di ringraziarla per i suoi sforzi. Scoprirà presto che qui non è dissimile dal posto da cui proviene: per sopportare la propria sofferenza bisogna infliggerne agli altri.”
Sorrise, e il suo sorriso aveva troppi denti. “E’ giunto dove si realizza il suo antico sogno: un luogo senza classi, senza padroni, senza Dio. Ha vinto. Hasta la victoria, siempre.”

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Il treno

Mi sveglio sul treno.
Il compartimento è mezzo pieno. Gli altri passeggeri mi guardano per un attimo, distratti.
“Dove sono?” Chiedo.
Si girano tutti verso di me. Il tizio magro, vestito elegante, mi chiede “Come, scusi?”
“Ho chiesto dove sono”, rispondo. “Non so dove sono.”
“Sul treno, è ovvio” dice con un rispolino la signora con il trucco pesante. E’ avanti con l’età e avrebbe bisogno di una dieta.
Sospiro. “Sì, lo vedo che è un treno. Ma dove stiamo andando?”
Il tizio elegante mi guarda perplesso. “Verso la nostra destinazione, è ovvio.”
“I binari non lasciano molta scelta, eh” interviene un tipo giovane, dall’aria un po’ arruffata.
“Va bene, va bene.” Raccolgo le idee. “Perché siamo su questo treno?”
“Che domande” ride la signora.
“Forse per… andare da qualche parte?” dice il giovane con aria scherzosa.
“Non capisco cosa sta chiedendo” aggiunge il magro.
“Perché questo treno sta viaggiando?” provo a chiedere, disperato per farmi capire.
“E’ una questione fisica”, dice il tipo magro aggiustandosi gli occhialini. “Il motore gira e trasmette il movimento alle ruote, e noi andiamo avanti.”
“Ma perché?”
“L’ho detto. E’ una questione di fisica e di meccanica. Scienza. Nient’altro da sapere”.
“L’ho capito, ma… perché c’è il treno?” provo ancora.
“Per viaggiare, bello” dice il giovane. Tutti ridono.
“Intendo dire…per quale motivo siamo su questo treno? Proprio questo e non un altro?”
“Perché un altro treno ti porterebbe altrove” dice la signora con aria saggia e pazienza.
“Ma che vuol dire?” faccio io.
“Non sei un gran viaggiatore, vero?” Domanda il giovane, che sembra divertirsi.
Raccolgo le forze. Faccio un altro tentativo. “Come si chiama il luogo verso cui stiamo andando?”
“La nostra destinazione” dice il tipo magro, ma sembra a disagio.
“E quando arriveremo?” Domando ancora.
“L’importante è il viaggio, non la destinazione.” afferma con aria saputa la signora.
“Ma quando il viaggio finisce?”
“E’ finito e basta. Scendiamo. Non capisco perché ci si debba pensare tanto”. Sembra offesa.
“E quando siamo arrivati, che facciamo? Dove andiamo?”
“Questo dipende da che impegni si ha, ovviamente. Io non vengo a raccontare a lei i miei affari, scusi.”
“Non mi rispondete. Non lo sapete” dico io. “Neanche voi sapete dove state andando”.
Il giovane ride. “Ma che domande fai? Stai tranquillo, eh. Rilassati, guarda il panorama. Continua a dormire.”
Nell’angolino dello scompartimento c’è una ragazza, che non ha ancora parlato. Mi guarda fisso con gli occhi colmi di angoscia.
Il treno entra in galleria.

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Nell’altra stanza

Lo sentì di nuovo
Era nell’altra stanza, come al solito.
Era sempre stato nell’altra stanza, quand’era in casa. Per strada, ne sentiva la presenza pochi passi indietro, o avanti, o nella viuzza laterale.
Raramente osava voltarsi. Il più delle volte tirava dritto, sguardo in avanti, per non vedere.
Quante volte si era alzato per afferrare quella maniglia. Per aprire quella porta.
Ma più spesso rimaneva in attesa. Coglieva i sottili rumori, o forse la mancanza di essi, al di là. Era sempre la stanza in cui lui non doveva entrare. In cui non aveva ragione di entrare, salvo per trovarlo. Per sorprenderlo. Chiunque fosse.
Perché lui non sapeva chi fosse.
Oh, tante volte si era immaginato chi poteva essere. Il volto. Ma sapeva, in qualche maniera strana, che le sue fattezze sarebbero state ad un tempo familiari ed inaspettate.
Di questo aveva paura. Questo temeva. Di conoscerlo, e non conoscerlo.
Perché lo conosceva, e non lo conosceva.
Questo sconosciuto dietro la porta, questo sconosciuto nell’altra stanza, questo sconosciuto che lo seguiva sempre e non l’abbandonava mai.
Lo immaginava? No, non era possibile. Anche gli altri lo udivano? Non aveva mai osato chiedere. Ma tante volte aveva colto un drizzare la testa, uno sguardo di allarme, un arrestarsi della conversazione in quelli che erano con lui. Come se anche loro sentissero.
Ma non aveva mai osato domandare. Cosa avrebbe fatto se quelli avessero negato? Sarebbe stato segno della sua pazzia, o segno che anche loro preferivano non sapere.
E, tanto di più, cosa avrebbe fatto se anche loro avessero detto di udire qualcosa?
Avrebbe avuto finalmente il coraggio di andare a vedere?

Vedere chi fosse davvero, la persona nell’altra stanza.

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Il principe e il monaco

Il giovane principe si sedette davanti al saggio monaco. Aveva attraversato deserti e scalato montagne per arrivare in quell’eremo sperduto tra le nubi.
Il monaco aveva prima rifocillato l’ospite con il poco che aveva nella sua grotta. Durante il magro pasto, il giovane aveva studiato la ieratica figura dell’anziano eremita, rivestito di un saio di sacco tutto rattoppato. Davvero era questo il saggio sapiente che cercava? E sarebbe riuscito a rispondere al suo dubbio?

“Allora”, disse il vecchio con un sospiro, “cosa volevi chiedermi?”
“Saggio eremita, Dio è buono?” chiese il giovane, d’impeto.
Il monaco rise. “Dritto al punto, eh? Certo, Dio è buono”, rispose.
“Se è buono, perché allora permette il male?”
Il vecchio annuì. “Questo è un mistero. Lascia che ti dica la conclusione alla quale sono giunto in tanti anni di meditazione quassù.”
Il giovane si sporse in avanti. “Ti prego, dimmela!”
“Il male è una illusione” disse il monaco.
“Eh?” il principe strabuzzò gli occhi. “Com’è possibile? Io ne ho visto…”
“Sono convinto”, proseguì il monaco “che Dio è così buono che ci prende uno per volta, e ci mette alla prova. Ognuno di noi vive nel suo universo privato, nel suo mondo tutto per lui. Le altre persone, le cose non sono vere persone o cose, ma ombre che Dio pone attorno a noi. Il solo male che facciamo è quello che facciamo noi stessi, tutto il resto sono ombre irreali. Le ombre non fanno davvero il male, ma forniscono l’illusione del male. Non potrebbero farne, dato che non sono persone vere. Come l’attore non commette davvero i delitti quando è in scena, ma li finge per gli spettatori.”

Il principe si grattò la barba, perplesso.

L’anziano si stava infervorando. “Non esistono altri paesi, altri luoghi se non quello in cui siamo in quel momento. Se necessario, Dio li può creare sull’istante, completi della loro storia e dei loro abitanti. Ma saranno sempre solo scenari e fantocci per la nostra crescita e la nostra edificazione. Tutto quello che importa siamo noi, e dalle nostre scelte di fronte alle sfide Dio capirà se siamo degni di Lui”.
Il principe pensò che l’eremita era rimasto troppo tempo da solo. “O saggio monaco, mi resta difficile crederlo. Ogni cosa mi sembra solida e reale.”
Il vecchio sorrise. “Se Dio ha il potere per creare l’Universo che tu pensi infinito, che problemi pensi possa avere a crearne un sottile simulacro solo per i nostri occhi?”
“Quindi, o monaco, tu non sei altro che un’illusione che Dio mi dà per mettermi alla prova?”
Il monaco corrugò la fronte. “Ma no, io esisto davvero. Tu, piuttosto, sei un’illusione che Dio mi fornisce per permettermi di approfondire il mio pensiero. Tu dici che le cose ti sembrano reali, ma sei tu stesso illusorio, come la tua risposta”.
Il principe fece per ridere, ma poi ci ripensò. “E se”, continuò, parlando lentamente, “sia io che te non fossimo che finzione, personaggi di un racconto scritto per dare  qualcosa da meditare ad un lettore, quello sì reale?”
E il principe e il monaco si girarono a guardarti.

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Qualsiasi riferimento a fatti o personaggi reali è puramente inesistente.

Il giorno che tolsero Cristo da Internet

Il giorno che tolsero Cristo da Internet non se ne accorse quasi nessuno. Già da molto tempo era stato difficile, sempre più difficile, vederlo nominato. I motori di ricerca sputacchiavano, tornavano di tutto. Nomi di artisti e di paesi, paginate di filologi e filosofi e filo diretto con l’intellettuale di turno. Il riferimento più ovvio – Lui, proprio Lui –  prese a non comparire nei primi dieci risultati, poi nei primi cento. Che è la morte, per internet. Ad un certo punto fu oltre la millesima posizione. Colpa degli algoritmi che valutano il ranking, l’interesse per un dato argomento, fu detto: “Non lo cerca nessuno, non è importante”. Ciò che meno viene trovato meno viene cercato.

Le pagine web, i blog, i forum erano stati un poco più complicati da ripulire. Infestati dai troll, soggetti ad interruzioni del servizio, sempre meno frequentati. Straordinario quanto può fare una statistica appena ritoccata. Lo sconforto di non essere letti, dell’inutilità di scrivere, la mancanza di speranza, di senso. Chi è interessato a quello che hai da dire, chi ti legge? Alcuni presero a parlare sempre più spesso di cose differenti, morale, moda, sport, canzoni, politica. I rimanenti furono abbandonati, chiusi, uno dopo l’altro. Poi rimossi, spariti, per fare posto a qualcosa di più alla moda.

Le foto, le immagini, quelle furono un problema. Un po’ si eliminarono per il diritto d’autore, altre per decenza, e ci furono campagne per togliere illustrazioni così pericolose dai posti raggiungibili dai bambini. Un Cristo sulla croce può urtare la sensibilità, le immagini di morte impressionano. Un presepe, tutto ciò che è religioso per molti è fastidioso. Potrebbe offendere, irritare, discriminare. Meglio oscurare.

Sui social manifestare certe tendenze era stato sempre rischioso. Le grandi piattaforme avevano cominciato a bandire certi contenuti, a loro modo di vedere discutibili. Cosa valuti di più, il tuo profilo o la foto che vorresti condividere? Parlare di certi argomenti nella maniera che ti aggrada, per il breve momento prima che ti chiudano l’account, o mandare agli amici video buffi? Puoi scegliere, essere rimosso o pubblicare gattini. La scelta è quasi sempre gattini.

Fu solo questione di tempo. Di tempo per abituarsi a non discutere più certi argomenti, a non ricercarli più, a non pensarci. Quietamente, senza grandi proclami. Anche chi avrebbe dovuto parlarne, chi avrebbe dovuto preoccuparsi si adeguò. Ci sono opere sociali degne, si può parlare e fare un sacco di cose senza per forza dovere parlare di Cristo, ricercare Cristo, pensare a Cristo.

Il giorno che tolsero Cristo da internet era un giorno come gli altri, e il giorno dopo le cose proseguirono come avevano sempre fatto. Ci fu chi brindò, in posti che non vi aspettereste, e in altri che sono esattamente ciò che vi potreste aspettare. Estirpato, completamente, e sale informatico fu sparso per impedirGli di ricrescere.
Cristo non era più su internet, ma in fondo Lui lì non c’era mai stato.
Solo il Suo nome, l’immagine; la Sua presenza, beh, la Sua presenza era dove era sempre stata.

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Non necessariamente

“Attento, nonno!”
Marco sostenne il vecchio impedendogl di cadere. Non pesava praticamente niente, un fagotto di ossa e radi capelli bianchi, che si ostinava a camminare da solo sul viottolo di campagna invaso dalla vegetazione. L’erba stava piano mangiando la stradina, rendendola quasi indistinguibile dai campi incolti tutt’attorno. Meno male che non aveva piovuto, pernsò Marco. Non era proprio il caso proprio ora di sporcarsi le scarpe o il vestito.
“Eh! Tutta quest’erba! Ci crederesti che cento anni fa qui erano tutti prati e cavalli? Migliaia di cavalli!” Il vecchio agitò il bastone, rischiando di incespicare ancora.
“Lo so, nonno, lo so.” Come potesse ricordarlo, pensò Marco. Il vecchio era sì avanti con gli anni, ma i cavalli se n’erano andati ben prima che persino lui nascesse.
“Sissignore, cavalli. Ah, a quei tempi per spostarsi uno non poteva farne a meno. Erano necessari. Carri, carrozze. Erano ovunque.I l più grande allevamento della regione. E poi cosa successe? Lo sai cosa successe?” continuò imperterrito l’anziano.
“No, nonno, cosa successe?”
“Automobili! Automobili dappertutto! E nessuno voleva più i cavalli! Sai cosa accadde ai cavalli?”
“Cosa accadde ai cavalli?”
“Non ci sono più cavalli! Sono anni che non vedo più un cavallo! Prima non potevi uscire di casa senza pestare le loro cacche, e poi neanche più uno. Non servivano più.” Scatarrò, sputò per terra e poi si asciugò la bocca con un enorme antico fazzoletto di stoffa a quadri.
“E’ quello che succede quando di una cosa non c’è più bisogno. Si smette di allevarla, e poi scompare. Non c’era più ragione di allevare cavalli, e i cavalli sono scomparsi.” Scostò con il bastone una pietra in mezzo al viottolo. “Torniamo, dai.”
L’anziano camminava a sussulti, guardando con gli occhi miopi i boschetti e le rovine dei recinti, come vedesse un mondo che aveva smesso di esistere.
“E poi le vacche. Chi l’avrebbe detto, le vacche! Sono state la nostra ricchezza da quando ero piccolo io. Avevamo tantissime vacche, davvero.”
“Sì, nonno, le rammento bene” disse Marco, reprimendo a stento un brivido. Certe volte gli sembrava di portare ancora addosso l’odore di letame, il fetore della stalla, di avere ancora nelle orecchie il ronzio delle mosche attorno a quei sudici animali. Nessun profumo, per quanto costoso, riusciva a cancellarlo, perché nessun profumo può rimuovere i ricordi.
Il vecchio lo guardò con aria furba. “Eh, lo so che a te le mucche non sono mai piaciute. Ma devi ringraziare loro se hai avuto i soldi per studiare, eh.”
Sospirò, fece qualche passo in avanti, si fermò ancora. “E adesso anche loro zac! Via. Nel giro di quanto? Cinque anni? Quelle vasche della carne. Ci crescono le vacche già belle pronte per essere affettate, e costano niente. Tutte uguali, sempre che tu le possa ancora chiamare vacche. Comodo, ma questo vuol dire che tutta questa terra non serve più a nessuno. Ci crescono solo i rovi, ormai. Scommetto che non c’è più una sola mucca vera di qui alle colline. Quelle macchine.”
Marco si sentì chiamato in causa. “Via, nonno, guarda i vantaggi. La carne non costa quasi più niente, ma adesso la fattoria guadagna il doppio di prima.”
“Eh, sei stato furbo tu, a voler mettere quegli aggeggi. Hai fatto i soldi.”
“Nonno, io li fabbrico, quegli aggeggi.”
Erano tornati alla cascina. Gino li stava aspettando vicino all’auto.
Marco baciò il nonno sulla testa canuta. “Nonno, adesso devo andare. Devo vedere dei cinesi che vogliono finanziarmi. Tornerò tra una settimana o due, va bene?”
“Non ho capito bene. Che vogliono questi cinesi?”
“Il mio nuovo utero artificiale. Te ne ho parlato, ricordi? Finalmente hanno dato il via per l’uso umano. Vogliono costruire uno stabilimento e forse due, in Cina. Sai, liberi dalla schiavitù del parto, i bambini che vuoi come vuoi e quando vuoi e così via. Sono molto interessati.”
“Eh! Stai attento, sono furbi, quelli.” Agitò il bastone. “Vai, vai, se devi andare. Qualche volta però mi piacerebbe portassi anche qualche ragazza con te, non sempre il tuo amico. Quand’è che ti sposi, eh? Il tempo non aspetta!”
Marco e Gino si scambiarono un’occhiata. Gino fece una smorfia, Marco alzò le spalle. Che ci vuoi fare?
L’anziano si incamminò verso l’uscio, strascicando i piedi. “Mi piacerebbe vedere qualche nipotino, sai, prima di morire.”
Marco fece per parlare, ma poi tacque. Sarebbe stata una sorpresa.
Il vecchio prima di entrare in casa si girò un’ultima volta. “Dà retta, trovatela una moglie. Delle donne non possiamo farne a meno.”
“Non necessariamente,” disse Marco sottovoce. E salì in macchina.

A ragman's horse and barrow, Shipley Street and Union Road, 1970.

Fertilità

L’agronomo disse, “Maestà, il nostro popolo soffre la fame. Troppi contadini hanno lasciato le campagne a causa delle alte tasse sul raccolto, e i nostri campi un tempo fertili sono deserti. Già ora siamo costretti a importare grano dall’estero: se continua così, sarà carestia. Bisogna incoraggiare i giovani a riprendere l’aratro in mano.”

Si alzò il Grande Esperto, e fulminò l’agronomo con uno sguardo di disprezzo. Il Grande Esperto era un famoso generale che non aveva mai combattuto una guerra, un noto economista che non aveva mai amministrato niente, e naturalmente era altrettanto esperto di agricoltura.
“Quante storie!” Disse il Grande Esperto. “Ditemi voi se ha senso incoraggiare i giovani a coltivare, quando non sanno se pioverà o no, se potranno o no mantenere la fattoria. Invece di spingere a coltivare campi fertili, come nel medioevo, bisognerebbe dare fondi e contributi per coltivare Pesche del Gibuti e Fragole amazzoniche nelle rocce delle colline, dove adesso non cresce niente.”
Una scarica di applausi si levò dal pubblico che attendeva al consiglio, laddove sedevano i grandi industriali di quel Regno e i loro servi.

Il re era perplesso. “Chiediamo a quel popolano che vedo là”, disse il re. “Tu, giovane, che dici?”
“Ma come,” disse il giovane, “prima ci avete detto che eravamo troppi a coltivare la terra, che l’uomo realizzato è l’operaio in azienda, chi fa carriera, colui che cambia spesso lavoro, il cittadino, vi abbiamo creduto e abbiamo abbandonato le nostre fertili zolle; e ora ci dite il contrario?” Scosse la testa. “E sapete come avete fatto a convincerci a venire in città? Avete tassato tre volte i raccolti, indebitandoci, ci avete obbligati a cederli a voi e voi li avete lasciati ammuffire.” Il re sussultò.
“Abbiamo venduto la nostra fattoria alle banche per venire nelle fabbriche perché ci avete raccontato che era meglio, ma era una falsa promessa. Chi ce le renderà? Ci avete raccontato che non bisogna seminare se non si è certi di un ottimo raccolto, ma da sempre chi semina non sa se raccoglierà. I nostri padri e i padri dei nostri padri seminavano e pregavano, e noi siamo qui. Non non semineremo per paura del domani, e domani non ci saranno raccolti e nessuno per seminare ancora. Salvo chi ha confidato nella fertile zolla.”

Si girò verso il Grande Esperto. “Siamo un popolo senza più terra, ma senza terra e senza casa siamo alla mercé dei potenti. Di coloro che ci usano, pagandoci poco o niente. Non abbiamo niente per cui sperare davvero, per impegnarci. Se il denaro speso per coltivare le amare Pesche del Gibuti sulle rocce aride venisse usato per aiutare chi fa crescere il grano, la gente forse tornerebbe a farlo. Se si togliessero le tasse sul seme, sul raccolto, sulla macinazione, si tornerebbe. Se si aiutasse chi non riesce ad irrigare, si tornerebbe. Se si dicesse che la vecchia fattoria, con tutti i suoi difetti, dopotutto è meglio della stamberga in affitto nella periferia, se si raccontasse la gioia di coltivare invece che solo le sue difficoltà forse si tornerebbe. E si seminerebbe, e si ricomincerebbe a crescere e far crescere.”

Il re ci pensò su, e disse “Va bene, mi avete convinto. Suvvia, si finanzi un banditore che esalti la fertilità delle nostre terre”.
Chiese l’agronomo: “E il resto che è stato chiesto?”,
Il re fece spallucce. “Ho appena finanziato un progetto innovativo consigliatomi dall’Associazione Amici dei Buchi per coltivare i ciclamini nelle miniere. E’ molto costoso, ma è doveroso: pensate a tutti i poveri minatori tristi perché in galleria non hanno fiori. Il grano attenderà, è il progresso che conta.”

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La confessione

“Prego, si accomodi.”
“Grazie” (si siede)
Sono qui per confessare l’omicidio di mia moglie”
“Ah! E quando…”
“Domani, se è possibile.”
“Bene, bene…vediamo…quanti anni ha sua moglie?”
“34.”
“Uhm…quindi non è possibile usare la causa della vecchiaia…sa, è una ragione abbastanza praticata in questo periodo. Risparmi per lo stato, pensioni…ma è inutile se è così giovane, pazienza. E’ malata? Cancro? Alzhaimer?”
“No, sanissima”
“Ah, peccato, peccato. Niente di terminale, quindi. Anche questa sarebbe stata una causa magnifica. Ne è sicuro, vero? Una minaccia di Parkinson…”
“No. Il raffreddore?”
“Non è abbastanza. Vediamo…tare genetiche? E’ per caso mongoloide?”
“No.”
“Allora neanche questo. Problemi mentali? Pazza? Isterica?”
“Neanche questo.”
Ci sono differenze di classe? Di razza? Di religione?
“Neanche questo, no.”
“Ma non ci siamo proprio! Suvvia, mi dia qualcosa. La tradisce?”
“Non che io sappia.”
“Escludiamo anche il delitto d’onore. E’ fuori moda ma, sa com’è…litigate, è violenta? La legittima difesa…”
“Non farebbe male ad una mosca.”
“Ed è distante, disinteressata, la trascura…”
“Al contrario. Mi ama, credo.”
“Scusi, ma allora è lei che ama qualcuno d’altro…l’amore potrebbe essere la giusta spinta…”
“Al momento, no.”
“Non va bene, insomma! Avete figli? Li minaccia, o peggio? Potrebbe farlo?”
“Sì, due figli. Stravede per loro.”
“Questioni di soldi?
“Nessuna. In effetti, lei guadagna quanto me. Stiamo bene.”
“Insomma, ma allora perché…”
“Perché mi annoia. Ho voglia di cambiare, tornare a fare un po’ di vita, e lei mi potrebbe dare fastidio.”
“Oh, e non poteva dirlo prima? Si sente minacciato nella sua integrità di uomo dalla presenza della sua compagna, e quindi ha deciso che per il suo benessere morale, spirituale eccetera lei deve morire. Giusto così?”
“Sì, è così.”
“Finalmente ci siamo riusciti. Visto che abbiamo trovato una giustificazione? Bastava applicarsi.”
“Quindi è a posto così?”
“A posto. Ti assolvo per il tuo prossimo peccato nel nome del…”

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Venti di tempesta

L’orizzonte era gravido di lampi, rigonfio e nero come lo scialle di una vedova.
La nave ancorata oscillava lievemente alle prime fredde folate.
Il mastro di porto si girò verso il mercante che guardava preoccupato il mare. “Sceglilo bene il tuo capitano, e l’equipaggio, perché arriva un tempo in cui saranno messi alla prova. Non prendere quelli che solo parlano nelle taverne, e unicamente nella loro fantasia hanno affrontato gli uragani. Sceglili con il cuore saldo, tra quelli che non hanno tradito le loro consegne, lasciando la nave alla deriva.”
Il mercante gli rispose “E’ difficile distinguere tra i cuori che chiaccherano e quelli che affrontano il pericolo. Temo certi capitani e i loro nostromi più che la tempesta. Perché, più che l’onda, è la mano del timoniere che può condurre la nave dove non vorrei.”
Stridevano gli albatros, e i loro versi sembravano risate.

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C’è posta per te

Franco scaricò la posta. Ad aspettarlo c’erano centoottandue messaggi.

Cominciò. Spam. Una serie di commenti sulla mailing list dei golosi. Li lesse pazientemente, rispose ad un paio. Altra spam. Notifiche di twitter, a iosa: a quanto pare c’era in corso un flame abbastanza acceso. Ricostruì pazientemente la gerarchia e il dipanarsi delle risposte, scuotendo la testa e cercando di mantenere la calma, e mentre era lì verificò alcuni link interessanti ad articoli e blog. Diede il defollow ad un paio di spiriti particolarmente iracondi, e come contrappeso cominciò a seguire altrettanti che sembravano più equilibrati. Diede un’occhiata di straforo al suo forum preferito: il contenuto era superbo, come sempre, ma avrebbe dovuto aspettare.

La zona facebook era per il momento abbastanza calma, le notifiche non erano più di una quarantina, perlopiù su argomenti abbastanza oziosi. E poi naturalmente c’era tutta la mole della posta a sfondo sessuale. Pubblicità, consigli utili, storielle sconce. La maggior parte finì nel cestino, alcune le spedì a sua volta ai suoi vari gruppi. Non era ancora così perfetto come avrebbe voluto.

Parecchi messaggi avevano allegate immagini, inviate da qualche amico più fortunato di lui, di qualche esotico paradiso. “Non vedo l’ora che sia anche tu qui”, era la didascalia più frequente. “Anch’io”, rispondeva; ma ne aveva ancora prima di potersi permettere questo tipo di riposo. Talvola dubitava che ce l’avrebbe mai fatta: la trafila quotidiana era sempre più pesante. Se avesse saputo cosa l’aspettava avrebbe condotto, da giovane, una vita ben diversa. Ormai era decisamente tardi e tutto quello che poteva fare era continuare, nella certezza che non sarebbe durato in eterno.

Pazientemente rinnovò un paio di password, mormorò alcune preghiere che gli erano state richieste e ringraziò per altre preghiere che lo riguardavano. Certamente quello non era tempo perso, anzi: piuttosto guadagnato. Rimpianse il periodo in cui erano state molto più numerose: ma si sa, è difficile mantenere certi rapporti, certe attenzioni quando le separazioni sono lunghe e le memorie svaniscono. Mantenere viva un’attenzione richiede dedizione costante e assistenza da parte di familiari che ahimé, lui non aveva.
Ma mise da parte le inquietudini: era arrivato al fondo della lista.

Inviò quanto aveva scritto e scaricò la posta arrivata nel frattempo.
Ad aspettarlo c’erano duecentoventinove messaggi.

Pietro scosse la testa e si rivolse a Michele, lì accanto. “Va bene, ho capito che dobbiamo modernizzarci, ma in qualche maniera questo mi sembra troppo anche per il Purgatorio.”
Michele agitò le ali. “Troppo, dici? Non diresti così se avessi visto cosa hanno messo su all’Inferno. Anche loro si stanno modernizzando”.
Pietro fece una smorfia. “Come può essere peggio di così?”
Michele rabbrividì. “Laggiù hanno anche Whatsapp”.
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L’ultimo eresiarca

L’ultimo eresiarca si destò e guardò la finestra. Doveva avere dormito parecchio, perché sembrava essere l’alba: la luce al di là dei vetri tingeva di un vivace rosso le tende e le tapparelle semichiuse.
Faceva fatica a respirare, ma era normale: stava morendo. Nei giorni precedenti era stata una processione di persone, politici soprattutto. Tutti ad accreditarsi. A farsi vedere, a farsi fotografare. A rendere omaggio al vincitore agonizzante. A santificarlo. Tutto da ridere, lui che ai santi non aveva mai voluto credere.
Ma i suoi visitatori li capiva bene, oh se li capiva.
Al fondo della stanza, un movimento.
Un’infermiera. Una suora. Che strano che proprio lui, che aveva tentato in tutte le maniere di distruggere la Chiesa, si trovasse al secco fondo della vita accolto in un loro ospedale. O magari non così tanto strano. Forse non era riuscito a distruggerla del tutto, ma le sue eresie erano diventate ormai praticamente ortodossia. Si può dire che molti di loro erano quasi dei suoi.
Oh, quanti ne erano venuti anche di quelli, a rendergli omaggio, lodando il peggior nemico della loro razza. Tutto da ridere.
Fece un cenno all’infermiera, che avanzò verso il suo letto. Aveva un abito che non aveva mai visto, ma chi può contare gli ordini di suore? Si sentiva la gola arida come non mai, la pelle tesa e affilata. Almeno il dolore non c’era.
La suorina era giovane, giovanissima, anche carina. Lo fece bere, gli sistemò il cuscino. E per tutto il tempo lo guardò con due occhi enormi e scuri. Che strani quegli occhi. Cosa c’era in loro?
“Aoh, vuoi qualcosa?” le chiese, con voce gracchiante, quasi a disagio.
Lei abbassò per un attimo gli occhi, poi tornò a fissarlo. “Volevo chiederle se non si era un po’ pentito di tutto quello che ha fatto”, gli chiese, con voce veloce e chiara.
Lui tentò di ridere, ma dovette smettere perché gli venne da tossire. “Oh, sorella, manco me conosci. Che ne sai tu di quello che ho fatto?”
Lei sorrise, imperturbata. “Ma io so quello che lei ha fatto. La seguo da tempo. Lei ha sempre inseguito la sua idea di libertà, per sé e per gli altri. Generosamente. Ma spesso quella libertà era quella di fare il male.”
L’eresiarca fece per darle una risposta salace, ma questa gli morì sulle labbra. La solita cristianella sotuttoio, ma qualcosa in lei gli rendeva quasi impossibile darle le solite risposte. Ad un tratto capì che le solite risposte non bastavano più. Perché lo spettacolo stava finendo.
“Il male…il male è relativo. Quello che è bene per uno è male per l’altro. Lo capirai…”
“Non sto parlando di questo,” l’interruppe lei, “ma di quello che lei sa che è male. Perché lei sa cosa è male, al fondo del cuore. Lo sapeva anche quando si batteva per esso.”
“Io mi sono sempre battuto per il bene…”
“Per il bene di chi? E’ questo ciò a cui deve rispondere. Perché credo che un poco sappia quanto dolore ha arrecato. Quanto ne ha reso possibile.”
Si sentì montare la rabbia. Neanche qui, alla fine di tutto, lo lasciavano stare, questi integralisti? Chi l’ha mandata questa? Poi i loro occhi si incrociarono ancora, e lui capì con un sussulto cos’era quello strano sguardo che l’assillava.
Era pietà.
Si sentì un gran groppone. Cercò una risposta arguta, per una volta non ne trovò nessuna. Agitò la mano ossuta e macchiata. “Oh, lasciami stare, ragazzì. So’ vecchio, e quel che è fatto è fatto. Con il Padreterno me la vedo io. Discuteremo, e mo’ convinco anche lui.”
La suorina tacque. Gli rivolse un sorriso, ancora uno, poi silenziosamente uscì dalla stanza.
L’eresiarca si abbandonò sul cuscino. Si sentiva stanco, e nello stesso tempo stranamente leggero. Tra quanto sarebbero passati i dottori?
Si girò verso l’orologio, ma era fermo ad un’ora della notte. In effetti era strano. Non si sentiva il rumore del traffico, o quelli tipici dell’ospedale. Forse dopotutto era davvero notte fonda. Ma la luce dalla finestra?
Improvvisamente capì.
Il rosso lucore all’esterno non era il breve raggio dell’alba, ma qualcosa di molto più eterno e definitivo.

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La cicatrice

Il ragazzo con il cappello e le cuffiette sta stravaccato sul sedile del bus. E’ ora di punta, il mezzo avanza a strattoni nel traffico. La vecchietta con il golfino blu, in piedi, non sa bene dove aggrapparsi. Una frenata improvvisa la manda quasi a gambe all’aria, è trattenuta con evidente fastidio solo da quelli che le stanno attorno. Il ragazzo la guarda con aria assente. Poi riprende a smanettare sul telefonino.

La vecchietta con il golfino blu sale a fatica le scale, entra nell’appartamento. Si cambia le scarpe, mettendo gli zoccoli di legno. Andando in cucina tira calci alle biglie di ferro che tiene sparse sul pavimento. Il premio è il pianto del bambino al piano di sotto. Così impareranno a sparlare di lei alla riunione di condominio. Sorride. Più tardi, prima di andare a letto, farà partire la lavatrice. Le ha tolto i gommini perché faccia più rumore.

L’impresario edile continua a sbadigliare. L’ha tenuto sveglio tutta la notte quel maledetto moccioso che non vuole saperne di dormire, per colpa della vecchiaccia al piano di sopra e dei suoi zoccoli. Un giorno o l’altro l’ammazza. Nel frattempo, firma la fattura. Sta chiedendo per una demolizione che ha effettuata il mese precedente cinque volte quello che aveva concordato a voce e dieci volte quello che sarebbe stato il prezzo giusto. Con un po’ di fortuna pagheranno, altrimenti confida nel giudice. Non ha niente da perderci. Ha bisogno di soldi per quell’altra, quella che di bambini non ne vuole sentir parlare.

La signora dai capelli a caschetto viola scopa con nervosismo. Quel maledetto muratore e la sua fattura le hanno rovinato la giornata. Nella paletta finiscono un paio di foglie dell’albero del vicino, di nuovo. Ce l’hanno tutti con lei. Cafoni, maleducati. Quand’è che abbatteranno quell’albero? Finito di raccogliere tutte le foglie delle sue piante e quelle altrui, le cicche e la sporcizia, con gesto abituale manda tutto dall’altro lato del muro, come ogni giorno negli ultimi vent’anni. Anche se l’abbattessero continuerei lo stesso, pensa con un sottofondo di soddisfazione.

Il ragazzo con il cappello e le cuffiette guarda il nuovo mucchietto di sporcizia che la pazza della porta accanto ha depositato sul vialetto. Che maledetta, quanto la odia. Se qualcuno non pulisse diventerebbe tutto uno schifo. Il ragazzo entra in casa e si sdraia sul divano. Dovrebbe fare i compiti, ma non ha voglia. Il viaggio in bus è stato stressante, è durato una cifra. Un po’ di videogiochi è quello che ci vuole.

C’è qualcosa nel cuore del ragazzo col cappello, della signora con i capelli a caschetto, dell’impresario stanco, della vecchietta con il golfino blu, di quell’altro al computer. Qualcosa che si agita. E’ un picchiettare distante, in un buio nel quale la luce non ha significato. Arriva da dentro una cicatrice, dove c’era una ferita che l’abitudine a perdonarsi ha chiuso. Non udito, ignorato. La cicatrice è spessa, forse troppo spessa. Ma il picchiettare continua, sperando oltre l’impossibile.
Dice “salvami”.

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Il giorno in cui abolirono la verità

Il giorno che al parlamento abolirono la verità, era un mercoledì.

Il ragionamento era abbastanza semplice. Se le guerre sono causate da due parti che pretendono ognuna di essere nel giusto, abolendo la verità i contendenti sarebbero rimasti senza argomenti e avrebbero fatto la pace.
“Era ora che i nostri rappresentanti si accorgessero delle spinte della società civile” dissero i giornali e le televisioni. “Qui alla verità non crede nessuno da un pezzo, è tempo di prenderne atto”.
Tra politici e intellettuali furono date adesioni e firmati appelli. C’era grande euforia.

La prima stesura fu rifiutata, la seconda respinta. Alcuni in commissione mettevano i bastoni tra le ruote, e da più parti si attribuiva questo ad un conflitto di interesse. “Quelli che credono che la verità esista non dovrebbero prendere parte a questo progetto”, disse un delegato.
Alla fine fu faticosamente presentato un testo condiviso. Uno dei commi prevedeva l’abolizione delle religioni, in quanto strutture ideologiche e guerrafondaie dato che asserivano che la verità esistesse. Ma i capi di quasi tutte, pur di essere autorizzate a sopravvivere, acconsentirono a dichiarare che la loro non era poi tanto una verità, ma un’opinione o un desiderio.
Ci furono due eccezioni: i musulmani, che mugugnarono fino a che un imam non disse che, siccome la verità era comunque decisa da Allah, in fondo quella legge poteva andare bene; e i cattolici. Nella Chiesa ci furono molti che sostennero che essa dovesse adeguarsi ai tempi, ma alla fine non fu accettato nessun compromesso. C’erano dei dogmi, in fin dei conti.

Il clima si surriscaldò, tanto che sembrava che la legge non sarebbe passata. Alcuni radicali si incatenarono ai banchi del Parlamento contro quelli che chiamavano i fondamentalisti del vero: “Dio è un’opinione, e io sono contrario”, gridavano, “Quelli lì sono contro il libero pensiero! Sono liberofobi!”. Alcuni delegati cattolici si inventarono migliaia di emendamenti per prolungare il dibattito.
Per troncare la discussione fu elaborato un maxiemendamento che li annullava tutti. In questo si sosteneva che i dogmi non erano veri, e quindi nessun cattolico poteva dire niente in proposito. Qualcuno lo chiamò Kunguro.

Nonostante mugugni e dissapori il nuovo documento fu votato a maggioranza, dopo che alcune nazioni molto influenti minacciarono sorridenti pesanti ritorsioni per chi non si fosse adeguato. A detta dei vincitori si trattò del più grande passo avanti della democrazia, dato che in questa maniera nessuno si sarebbe più potuto dire migliore degli altri perché aveva ragione.
L’emendamento fu votato anche da alcuni paesi che si dicevano cattolici, ma che si vantarono di avere portato la Chiesa nel futuro. Non è che potessimo farci niente, dissero i loro rappresentanti, è il mondo moderno. Dobbiamo adeguarci.
I titoli dei media furono: “Si apre una nuova era di pace”.

Solo dopo si scoprì che le guerre in realtà sono causate dalla cattiveria; ma era troppo tardi, perché ormai la verità non interessava più a nessuno, e a quelli che avevano il potere meno che mai.

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il Lettore

Mise giù il libro elettronico con un sospiro. L’uomo dalla cravatta a farfallino stette un istante immobile, poi si voltò verso la donna dal cappotto marrone di ciniglia che stava in spasmodica attesa in un angolo del piccolo bar. Un vago sorriso e un cenno con la testa, e la donna con il cappotto parve sciogliersi. Rideva, piangeva, ringraziava, stringeva la mani all’uomo che accettava tutto questo senza scomporsi. Quando ritenne che fosse abbastanza, tossicchiò discretamente. La donna si ricompose, estrasse una busta bianca e spiegazzata da una tasca del suo cappotto. L’uomo l’accettò senza parlare, ne controllò il contenuto e l’intascò. Poi annuì alla piccola folla che stava in attesa.

Mentre la donna si ritirava, sempre ringraziando, i nuovi arrivati si fecero avanti. Erano una dozzina o più, di entrambi i sessi. Alcuni stringevano con mani sudate un plico, una mazzetta di fogli tenuti insieme da un elastico, un volume rilegato. Verso il fondo, un giovane con degli occhialini tondi si sporse a sussurrare al suo vicino.
“Ho sentito che fa anche i saggi, è vero?”
L’interpellato, un uomo di mezza età con barbetta e pancia prominente, replicò: “Lo spero, così dicono. Io sono qui per questo, sono quasi due settimane che sto cercando un Lettore che non si limiti ai romanzi.”
“E vero che i Lettori sono carissimi?”
L’uomo con il farfallino alla domanda lo fissò con un sorrisetto ironico. “Primo libro, eh? Dipende dall’argomento, ma per un saggio devi essere pronto ad andare sopra le tre nuove a pagina”. “Tre?” Il giovane strabuzzò gli occhi. “Non ho tanti soldi! Io pensavo…”
“Benvenuto nel mondo della scrittura”, rise amaramente l’uomo con la barbetta. “Per il mio libro su Mozart ho speso quasi ventimila nuove solo in lettori. Ma sai quant’è difficile trovare qualcuno che ne capisca abbastanza anche solo per comprendere le parole?”
“Io credevo che…” farfugliò il ragazzo.
“Che credevi? Che bastasse pubblicare su carta o, Dio ce ne scampi, su internet perché tutti morissero dalla voglia di leggerti? Sveglia, ci sono molti ma molti più scrittori che lettori, e questi ultimi diminuiscono sempre. Ho un amico che fa trattati di filologia romanza, ed è disperato perché l’ultimo lettore in grado di capirci qualcosa è morto l’anno scorso. Ti rendi conto? Scrivere ed essere certi che nessuno ti leggerà mai.” Scosse la testa “La letteratura è morta. Che fine triste”.
Il giovane si dondolò sui piedi, a disagio. “Ma è così grave? Pensavo fosse molto più semplice trovare qualcuno…”
L’uomo con la barbetta accennò alle persone che li circondavano. “Non vedi? Basta un annuncio che un Lettore sta per finire un libro e rendersi disponibile che gli autori gli piombano addosso a decine. Sai quanti sono i professionisti in città? L’iscrizione all’albo costa un sacco, non è che puoi solo sapere l’alfabeto. Certo, se ti accontenti puoi anche prendere un dilettante, ma il rischio è che si limiti a sfogliare le pagine senza capirci niente. Li paghi quasi niente, ma hai quello che hai pagato. Ci vogliono anni per formare un buon lettore, non è che si trovino sotto i ponti.” Sbirciò il ragazzo. “E tu? Perché non ti metti a leggere anche tu? E’ una professione. Sei giovane. Puoi farcela.”
Ma il ragazzo con gli occhialini scosse la testa. “Troppo complicato. Non ho imparato fino ad adesso, non credo che mi ci metterò. Per me la scrittura è un hobby.”
L’uomo con la barbetta arricciò il naso. “Usare un programma di scrittura non è veramente scrivere!”
“Perché, lei scrive ancora a mano? Sa leggere?”
L’uomo apparve lievemente imbarazzato “Uh, diciamo che sono fuori allenamento, ma…aspetta, è iniziata l’asta.”
Un donnone agitava la mano. “Offro tre nuove e un quarto a pagina, più cento per una recensione!” strillò all’indirizzo dell’uomo con il farfallino, che non si scompose. “Di cosa si tratta, e quanto lunga?” chiese il Lettore. “Un manuale di cucina automatica, duecentoventitrè pagine”, rispose la donna, “e molte pagine hanno figure.”
L’uomo con il farfallino storse la bocca. “Vedremo. Tu?”
La persona indicata, uno spilungone con un gran plico sotto il braccio, balbettava per l’emozione. “Centotrentotto pagine, offro tre e quaranta per pagina. Un trattato di storia.” aggiunse in fretta.
L’uomo con il farfallino indicò il plico. “E’ quello?” Lo spilungone annuì, fece per posarlo sul tavolo, ma l’altro lo fermò. “Per il cartaceo prendo il venti per cento in più. Sei disposto…No? Allora alla prossima.” Mentre lo spilungone, con la faccia scura, usciva dal locale, si fece avanti lo scrittore successivo.
Uno dopo l’altro i presenti fecero la loro offerta. Le cifre che offrivano per farsi leggere le loro opere erano ormai eccessive per il ragazzo con gli occhialini, che tuttavia rimase per vedere come si sarebbe conclusa l’asta. Alla fine restarono in lizza il tizio con la barbetta, che offriva quattro e ottanta nuove a pagina per una lettura completa del suo lavoro sui musicisti barocchi, e il donnone, che era salita a quattro e sessanta, più altri duecento a lettura terminata.
“Ultima offerta?”, domandò il Lettore. Tutti tacquero.
L’uomo con il cravattino fece un sorrisetto sornione. “Visto che la musica mi interessa più della cucina…”, cominciò, ma il donnone intervenne. “Cinque! Cinque nuove a pagina, anticipate” urlò, con gli occhi spiritati e il sudore che le inzuppava la camicia.
Un mormorio si diffuse tra i presenti. L’uomo con la barbetta scosse la testa. il Lettore tese la mano alla donna, che la strinse. “Un lettore! Qualcuno mi legge!” Ripeteva.

Dietro il bancone del bar, il barista e la cameriera guardavano allibiti. “Fanatici” disse la seconda. E l’altro annuì.

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Il belato della resistenza

Campana entrò nel locale basso e affollato. Verso il fondo tre capre smisero di ruminare tra loro e si girarono nella sua direzione. Campana sentì il loro sguardo sospettoso addosso mentre si faceva strada nella ressa, verso l’angolo dove Macchia e Zampacorta stavano aspettando.
Si posizionò accanto a loro, salutando con un cenno del capo. “Avete visto là in fondo? Che ne pensate? Collaborazionisti? Spie?” bisbigliò, accennando alle capre che ora stavano confabulando piano.
“Sssh! Non guardare dalla loro parte.” replicò Macchia “Sono entrate qui subito dopo di noi. Non mi meraviglierei ci stessero seguendo.”
“Vadano a farsi arrostire! Non ho paura di quelle come loro!” esclamò Zampacorta.
“Prudenza, niente colpi di testa. Ricordatevi, non siamo arieti.” Campana abbassò ancora la voce. “Ho saputo or ora che i lupi hanno occupato tutto il pascolo della Valle Bianca.”
“Ma è tremendo! Ci stanno cacciando da tutti i prati che sono nostri da sempre!” esclamò Zampacorta. “Cosa facciamo adesso? Quali sentieri prendiamo? Dove possiamo andare a pascolare?”
“Cosa dicono i pastori?” chiese Macchia.
“Niente, purtroppo. Sono stato tutto il giorno con le orecchie tese per captare un annuncio, una lamentela, un’iniziativa, ma…nulla. Nessuno di loro ne ha parlato.”
“Nessuno…? Ma…cosa stanno facendo?”
“Che io sappia, stanno discutendo tra loro i piani pastorali. Poi c’è tutta una diatriba se si debbano tosare o no quelle di noi che hanno avuto problemi con i parassiti, e pare che non ci si possa occupare d’altro.”
“Ma è follia! Le loro greggi sono cacciate fuori da tutti i pascoli e parlano di queste…”
“Eppure è così. Io ho provato a spiegarlo al mio pastore, ma mi ha risposto che dobbiamo assumerci responsabilità, che dobbiamo essere noi a trovare l’erba migliore, capire dove brucare al meglio, gestire le sorgenti…dobbiamo diventare pecore adulte, insomma.” Campana chinò la testa.
“Scusa, ma non mi è chiaro. Cosa c’entra con i lupi?” Zampacorta era nera di rabbia. “E, se non ci guidano, cosa stanno a fare loro?”
“A quanto pare si può essere pastori anche senza un gregge, o l’idea di cosa faccia davvero bene alle pecore”, rispose Campana.
“Dobbiamo convincerli a intervenire. Non abbiamo la forza, da soli, per scacciare i lupi, anche perché la gran parte del gregge aspetta qualcuno che li conduca. Siamo tante, e potremmo resistere se volessimo. Ma senza un pastore che ci spieghi i sentieri noi saremo disperse.”
“Andiamo dove si riuniscono, diciamoglielo! Facciamolo per gli agnelli!”  Zampacorta si voltò verso Campana. “Tu sei già stata da loro, porta anche noi!”
“Non ci torno, là. Ci sono tra loro umani che non sono pastori e ci guardano strano. Dicono che sono proprietari delle terre ed esperti di allevamento, e alcuni li hanno chiamati macellai. E’ poi c’è la puzza, insopportabile.”
“Puzza? Che puzza?”
“Quella che si spruzzano addosso. Pare che sia di gran moda, lo chiamano ‘Profumo di pecora’. Pare che glielo vendano i lupi, giù all’emporio. Ma non so proprio da dove lo prendano.” Disse Campana con un brivido.
Si guardarono con desolazione. “Come faremo? Senza guida sempre più dei nostri vanno a pascolare con le capre, oppure spariscono.”
“Meglio cento giorni da pecora che tutta la vita con le capre. Non ci rimane che sperare che alcuni dei pastori si risveglino. Oppure il Gran Pastore torni, e metta le cose a posto.”
“Ma troverà ancora un gregge, quando tornerà? Quando dividerà le sue pecore dalle altre?” Macchia si voltò brevemente verso il fondo del locale. “E noi, ci saremo ancora?”

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I cani della notte

Per le strade si sentiva ancora il puzzo di carne bruciata, dopo tre giorni. I vetri scricchiolavano sotto le scarpe. Lontano si sentivano sirene, un cane che abbaiava isterico. Ma nel vicolo dietro alla chiesa il silenzio era quasi irreale, era come se i suoni si fossero condensati nella nebbiolina gelida che penetrava fin dentro le ossa.
La porta verde stinto sembrava nel buio quasi una macchia di muschio sul muro umido, come le altre. Il gruppetto di persone vi si fermò davanti, esitante. Una delle figure bussò lievemente, tre volte, e poi due di nuovo. Si udì lo scricchiolio della chiave, lo schiocco secco della serratura.
La porta si socchiuse. Non c’era luce da dentro a proiettarsi sulla strada. Una dopo l’altra le persone entrarono, la porta si richiuse dietro di loro con un lieve cigolio di antichi cardini.

“Da questa parte, da questa parte”. Il bisbiglio aveva una strana eco. Il gruppetto attraversò corridoi dendritici e sale, scale che scendevano in scantinati freddi. La camera nella quale entrarono era poco più di uno sgabuzzino. Uno scaffale con fogli ingialliti, una macchina per il caffé coperta di polvere, un bastone per pavimenti appoggiato alla parete per fare posto. Per terra vi erano coperte e sacchi. Colui che li aveva fatti entrare, un uomo alto e stempiato, indicò loro il pavimento. “So che non è comodo, ma è tutto quello che vi posso dare al momento. Sopra ci sono degli sfollati, non è sicuro farvi vedere da loro.” La voce era bassa, un poco rauca. “Riposate come potete, tra poco vi faccio portare un po’ di pasta calda.”
Uno a uno, quasi con riluttanza, si sedettero sui sacchi. Cominciarono a togliersi sciarpe e cappucci. I visi erano stanchi, disfatti, rassegnati più che spaventati. Sotto il cappotto uno aveva un vestito rosa con lustrini. Quando lo vide l’uomo stempiato aggrottò le sopracciglia. “Quello è pericoloso da indossare”. L’uomo con il vestito rosa lo guardò con occhi acquosi, smarriti. Era di mezz’età, le guance cascanti. “E’ tutto quello che ho. Mi hanno avvertito appena in tempo che stavano arrivando.”
L’uomo stempiato annuì. “Va bene, ma è meglio cambiarsi. Ho dei vestiti vecchi, di sopra, dopo li vado a prendere e ve li porto. Qualcuno dovrebbe andare bene.”
Quello che aveva bussato alla porta sul vicolo era giovane, forse vent’anni. “Domani mattina passerà Fabio. Porterà a tutti i documenti nuovi, poi si parte con lui per il confine. Si resta qui solo per stanotte.”
L’uomo stempiato sospirò. “Meglio. Ci sono alcuni parrocchiani che simpatizzano con i barba. Non credo farebbero la spia, ma meglio non rischiare.”
Una delle persone sedute per terra si schiarì la voce. “Chiedo scusa, potreste mica dirci cosa sta succedendo lì fuori? Sono due giorni che scappiamo, e non sappiamo…”
Il loro ospite si grattò la testa. “Le esecuzioni continuano, ma il Governo pare deciso, almeno a parole, a cercare di frenarle. E’ stato chiesto a tutti gli omosessuali superstiti di recarsi immediatamente alla stazione di polizia più vicina e consegnarsi per la loro stessa incolumità.”
Un coro di esclamazioni accolse la notizia. “Ma come è possibile che credano di poterci ingannare ancora?”
L’uomo stempiato alzò le mani.
“Il mio consiglio è di non fidarsi. Non c’è garanzia che non si ripetano gli omicidi della settimana scorsa, o che la folla assalti ancora le carceri. Ma credo che già lo sappiate.”
Non aveva bisogno di ricordare loro le lunghe fila di teste e organi genitali che ancora erano inchiodati alle pareti del municipio. Nessuno osava toglierli. Molti di quelli appartenevano a persone che si erano fidate.
Qualcuno iniziò a piangere.
“Ma perchè Dio ci punisce così?”
L’uomo stempiato sussultò. Guardò l’uomo che aveva parlato. Era di media statura, già avanti con gli anni, vestiva un abito costoso che avrebbe avuto bisogno della tintoria. “Ci conosciamo? Vi ho già visto da qualche parte. Siete un mio parrocchiano?”
L’uomo dal vestito costoso scrollò le spalle. L’uomo stempiato si chinò su di lui, scrutandone con attenzione il volto.
“Sì, vi conosco. Siete quel politico…ma cosa ci fate qui? Voi non siete gay, per quanto mi ricordo.”
Alla luce fioca dello stanzino la pelle dell’uomo era grigiastra. “Ho votato quella legge. Mi vogliono per questo. Anche se…non sono…”
“Capisco.”
“Mia moglie mi ha lasciato, quando è cominciata questa storia. Ho perso tutto. Casa mia, il mio studio…questa è la vendetta di Dio.”
“Non credo che questa sia la giustizia divina. E’ più probabile che sia Satana che è venuto a riscuotere dai suoi collaboratori.” rispose l’uomo stempiato.
Si accucciò di fianco al suo interlocutore. “Avete votato leggi ingiuste, solo perché potevate o vi conveniva. L’avete fatto sapendolo.” Guardò una coppia che si stringeva impaurita, l’uomo di mezz’età e il ragazzo con segni di lacrime e percosse sul volto. “Ma il vostro problema è che vi siete fatti prendere la mano. Avete esagerato. Avete preteso sempre di più. I decreti speciali. Le corsie preferenziali. Le multe, le denunce, gli arresti per chi dissentiva e aveva un’opinione diversa. Volevate stravincere, cancellare i vostri avversari. Ma non avete considerato una cosa.”
“E cosa?” Chiese una donna dai capelli cortissimi e un vistoso taglio su un labbro.
“Che tutto ciò che è costruito su una menzogna non dura”. Si massaggiò il collo. “Avete tirato sicuri di avere il potere dalla vostra parte. Che niente vi poteva toccare. Così quando è venuta fuori quella bruttissima storia avete creduto di potervela cavare come al solito. Che la sorte di quei bambini non contasse. E invece improvvisamente vi siete accorti di essere rimasti soli.”
Li guardò, uno a uno. “I politici che pensavate vi appoggiassero hanno fatto marcia indietro. Di tutti quei ricchissimi potenti che vi sostenevano non ne è rimasto nessuno, tranne quelli che erano i capri espiatori designati. Li hanno usati e hanno usato voi per farli fuori. Per ottenere più potere. Solo che le cose sono andate oltre.”
“Vuoi dire che i barba…”
“Oh, un movimento di queste dimensioni non compare dal giorno alla notte. E’ ovvio che qualcuno ha deciso che non servivate più. Non mi stupirebbe apprendere che chi li finanzia fossero esattamente le stesse persone che avevano finanziato voi.
Avete usato il denaro e l’astuzia per negare l’evidenza più elementare, per sostenere che uomo e donna sono interscambiabili e che i figli sono dei diritti da potersi comprare, e adesso vi meravigliate che la gente si sia accorta che era tutto fasullo? Era una menzogna sostenuta con i soldi e il potere, quando sono scomparsi è scomparsa anch’essa. Ma il buco che aveva scavato era profondo, e vi sta seppellendo.”
“Ma, gli islamici, i…”
“Certo, certo, anche quello. Avete segato il ramo sul quale stavate seduti. Pensavate che la libertà non costasse? Se non si basa sulla verità, si tramuta nel suo contrario. Avete voluto distruggerla, quella verità, sostenendo che non ci fosse. Adesso più niente sostiene voi. La libertà è diventata la libertà di odiare.”
“Ci consegnerete ai barba?” chiese terrorizzato l’uomo dal vestito rosa.
L’uomo stempiato scosse la testa. “Anche se loro invocano un dio, è un dio fasullo, un idolo. O peggio. Ho letto una volta che l’ideologia non è l’ingenua accettazione del visibile, ma la sua intelligente destituzione. I barba, nella loro ideologia, vedono il peccato ma non il peccatore, e così diventano omicidi. Il Dio che seguo io ha per nome Amore, ma quello vero. Una volta è stato detto che la Chiesa è intransigente sui principi, perché crede ed è tollerante nella pratica, perché ama. I nemici della Chiesa sono invece tolleranti sui principi, perché non credono, ma intransigenti nella pratica, perché non amano. Siete peccatori? Certo, come tutti noi. A questo serve la Chiesa. Ad accogliere i peccatori.” Fissò in volto l’uomo dal vestito rosa “Perché si accorgano dei loro sbagli. Il giudizio finale, quello non spetta a noi.”
Si appoggiò al muro. Ad un tratto parve stanchissimo. “Passerà anche questo buio. Tornerà il vero. Ma ci sarà da soffrire, ci sarà da pagare, ci sarà sacrificio, perché nessuna verità può esserci senza la croce. Cercherò di salvare la vostra vita, anche a costo della mia. E voi, voi acconsentite ad essere salvati, oppure ogni dolore sarà stato inutile.”
Più nessuno parlava nella saletta. Nel silenzio si udirono in lontananza sirene, una, due, tante, che si avvicinavano, avvicinavano. Tutti trattennero il fiato. Ora erano fortissime, si scavalcavano l’una con l’altra acute come l’ululato di cani rabbiosi, le bocche gonfie di schiuma in cerca di preda.
Poi cominciarono ad allontanarsi, ad abbassarsi di tono e intensità, finché svanirono anch’esse nella notte che, fuori, avvolgeva la città dolente e ferita.
Verso la collina si vedeva nel cielo un fioco chiarore. Poteva essere l’alba. O forse il futuro che bruciava.

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Ciò che non si vede

Le due figure stavano sedute in alto, nel tramonto sulla città, ma sembravano del tutto indifferenti alla bellezza del panorama attorno a loro. Sembravano piuttosto concentrate su quanto avveniva nella strada al di sotto, attorno ad un portone dal quale entravano ed uscivano in continuazione persone.
La sagoma più grande era quasi immobile, mentre la più piccola si agitava e contorceva, così che di tanto in tanto pareva quasi un verme, o un tarlo biancastro estratto dal proprio foro. Appollaiato sul medesimo cornicione un piccione solitario ruotava la testa curiosa a destra e sinistra come se percepisse qualcosa ma non riuscisse a vederlo. Si sa: i piccioni non sono molto intelligenti.

La figura più minuta per un attimo guardò a sua volta l’uccello, poi riportò l’attenzione su quanto avveniva sotto di loro nella strada. “Zio,” sussurrò, “non capisco”.
Il suo compagno sospirò, o sembrò farlo. “Cosa non capisci questa volta, nipote disgraziato?”
“Questi umani. Questa cosa del sesso.”
L’altro si girò come una fiamma oscura ad un soffio di vento e lo fissò severamente. La creatura più piccola continuò.

“E’ un comportamento assurdo. Cercano l’amore, vedono che quelli che sono soli sono infelici, eppure non fanno altro che andare contro questa natura. Ci sono studi, e statistiche che dicono che è un gran disastro, e basterebbe guardarsi attorno, ma sembra non gliene importi niente. Pensano che separare l’amore dal sesso, dalle larve…”

“Figli. Il termine tecnico è ‘figli’. O , al limite, ‘piccoli’.”
“Sì, quelli…dicevo, pensano che separare amore e sesso sia meglio, e istruiscono anche le loro lar…i loro piccoli così. Addirittura fanno leggi, come ora, per dire che è meglio, e non si accorgono che…uh…”

Colui che parlava alla fine si accorse dello sguardo del suo interlocutore e abbassò la voce fino a farfugliare. Poi la figura più imponente rispose, e c’era del gelido fuoco nella sua voce.
“Per prima cosa: hai letto di nuovo delle statistiche? Mi sembrava di averti già spiegato che o le inventiamo noi, e in tal caso non c’è niente da imparare da esse, o sono reali e veritiere, e quindi non vogliamo avere niente a che fare con esse.“

“Ca-capito.” Farfugliò l’essere più piccolo. Ma l’altro non aveva finito.

“E allora dimmi: chi insegna che tutto è apparenza e niente è vero, conta solo il proprio diritto e il vederlo riconosciuto? Chi è che consiglia di fregarsene quindi del matrimonio e spinge per le unioni libere, educando a questo i ragazzi, per poi vendere loro preservativi per mettere in atto quegli insegnamenti? Chi offrirà loro gli aborti per rimediare alle gravidanze indesiderate che di solito seguono a pratiche così insicure? Chi è che procurerà loro, in seguito, sperma, ovuli e uteri per ottenere quei figli che non riusciranno più ad avere normalmente? Chi sfrutta le voglie delle persone per vendere loro quello che li spinge a desiderare, e poi vende il rimedio per i danni causati da quello che ha loro venduto? Chi ci guadagna ad ogni anello della catena, preparandosi ad ogni passo il terreno per il passo successivo?”

“I-io non…”
Man mano che l’uno parlava sembrava crescere, e quello più piccolo farsi più minuto ancora.

“Perché sai, sono gli stessi. Ti era sfuggita la connessione? Gli stessi che invece di passare a un capofamiglia lo stipendio per mantenerla, eliminando la famiglia pagano ad ogni individuo quanto appena è sufficiente per lui solo: il lavoro di due al prezzo di uno. Vedi, quelli di cui parlo hanno tutto l’interesse a che quella famiglia non esista, non possa essere né pensata né desiderata, e perciò la umiliano, insultano, snaturano con ogni mezzo immaginabile. Per loro il matrimonio è una perdita secca, l’amore eterno una malattia, i figli una patologia a cui rimediare. Per questi di cui parlo gli esseri umani sono solo mezzi utili ai loro scopi. Il loro scopo è creare una società senza amore, di gente che si usa a vicenda per il proprio piacere, di cui loro sono i tenutari. E sai a chi mi riferisco?”
La figura ormai piccolissima rispose, con vocina flebile “N…no…”
“SIAMO NOI, INUTILE VERME!” Ruggì l’altro, ormai alto come un palazzo eppure inconsistente più di qualsiasi fumo. “NOI, e i nostri agenti. Stiamo parlando dell’ABC della tentazione, che tu continui ad ignorare!” Sembrò farsi più alto e minaccioso ancora. “Non ti è saltato in mente che tutto ciò non è un caso, ma il frutto del nostro lavoro? O meglio”, si corresse, “del lavoro di autentici demoni e non di loro pallide e ridicole imitazioni?”

Si riaccomodò sul cornicione, riassumendo proporzioni quasi umane. Il piccione, percependo qualcosa che non riusciva a comprendere, prese a tubare.
“Per questo siamo qui. Per un altro passo in questa direzione. La vedi quella gente laggiù? Tra non molto decideranno se permettere e favorire alcune delle pratiche di cui ti ho parlato. E’ una questione di libertà: se fare e farsi un poco più di male. Oh, non è che già non lo compiano, nel cuore loro: diciamo che una legge sarebbe un…incoraggiamento.”
Rivolse lo sguardo verso il verme biancastro che si dibatteva accanto a lui. “Capito meglio, ora? Adesso vai, e svolgi il tuo compito. Entra in quelle orecchie e sussurra non cosa è bene che sentano, ma cosa devono sentire.” Con lo zoccolo diede un calcio alla larva, che precipitò verso il basso.
Guardò la caduta con una sorta di sorriso. Poi spiegò un paio di ali nere, nere come una notte non di questo mondo, e si gettò a sua volta giù, giù.

Il piccione percepì che qualcosa era cambiato, ma non riuscì a stabilire cosa. E quindi continuò a guardarsi intorno, nella luce declinante, all’erta per qualsiasi cosa che potesse vedere.

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Le basi biologiche dell’amore

Il biologo si tolse gli occhiali e si stropicciò gli occhi. Lo schermo del computer illuminava fiocamente la camera, dove sedie giocattoli e lettini sembravano monti e valli di un paesaggio lunare. Sua figlia si rigirò nel sonno. Il padre che lavorava silenziosamente a pochi metri da lei, nella notte, non la disturbava più di tanto. Suo fratello, poco più in là, dormiva immobile.
Il biologo desiderò ancora una volta potersi permettere un’altra stanza, uno studio vero. Ma occorreva stare alla realtà. Doveva assolutamente terminare di scrivere l’articolo per l’indomani, e questo voleva dire attraversare le ore del buio seduto alla tastiera.
Sospirò. Guardando quelle figure sommerse dalle coperte respirare piano si sentì ancora una volta colmo di affetto e di speranza. Piccole creature, che ne sarà di voi? Così simili e così diversi da me, non posso fare altro che proteggervi e insegnarvi quello che so di bene, il resto dovrete farlo tutto voi.

Fu colpito da un pensiero. In fondo quella cosa che noi chiamiamo amore per i propri figli non era nient’altro che un complesso schema fatto apposta per portare a maturità la propria stirpe. Un bambino che sia amato avrà molte più probabilità non solo di sopravvivere, ma di vivere meglio di uno abbandonato a se stesso. Questo voleva anche dire che il vero amore non significava solo desiderare un figlio, e poi crescerlo, ma volere per lui, proprio per lui, il massimo. Non come realizzazione del padre, o della madre, ma del figlio, solo del figlio. Al di là di ogni illusione e sogno. Perché fosse completo e indipendente, altro dai suoi genitori. Pensò con un brivido a tutti quei bambini visti come oggetto, non veramente amati come persone uniche e irripetibili.

L’amore, dunque, come meccanismo biologico? Provò ad estendere il ragionamento all’altro amore, quello tra uomo e donna; a sua moglie, nella stanza accanto, di cui poteva sentire il respiro che si alzava e si abbassava, il lieve fruscio di lenzuola. Se anche quell’amore ha una base biologica, è originato da un preciso scopo biologico, quale senso ha? Il suo scopo non può essere altro che rendere il più probabile possibile, il più grande possibile, la possibilità di sopravvivenza della propria discendenza. Se una coppia è unita, affiatata, stabile, innamorata, quella coppia avrà la maggiore probabilità di generare figli e di allevarli bene.

Il biologo si appoggiò indietro sulla spalliera della sedia, inseguendo le proprie intuzioni. Se era così allora l’amore era molto diverso dal sesso, dal piacere sessuale i cui intrecci di ormoni, ghiandole e terminazioni nervose conosceva molto bene. Meccanismi separati, uniti in un punto, la generazione, ma per il resto di ordini differenti. Se quello che pensava era corretto, allora tutti quelle unioni che esulavano da quei semplici fini di sviluppo di nuove generazioni erano male orientati, impulsi errati che confondevano e soffocavano il vero scopo. Stravolgendolo completamente, confusi da ricerche di piaceri e false immagini mentali.
Disgiungere il sesso dal generare, dalla famiglia era come cancellare la biochimica umana. Avvelenare la sua stessa natura fisica.

Fu scosso da un brivido. Dunque era quello il tanto conclamato sentimento amore? Un trucco biologico ancestrale per rendere il più possibile probabile una discendenza felice? Una sequenza di impulsi che valutavano la migliore madre, il padre più desiderabile per i propri figli, e stabilivano con esso un legame il più possibile indissolubile a questo fine?
Ecco. Niente di così misterioso, così romantico, solo un complesso gioco chimico teso ad ottenere il miglior risultato possibile.

Se anche lo era, lui era fatto per questo. Era ciò che lo rendeva felice. La felicità è il premio quando facciamo qualcosa che va bene, pensò. Lo zuccherino biologico per un lavoro ben fatto. Che non può essere ottenuto altrimenti se non assecondando completamente quella natura scolpita nelle profondità delle nostre ossa, in ogni mitocondrio di ogni nostra cellula.

Allora anche gli altri amori, per gli amici, per le cose, sono metodi del gioco della sopravvivenza. Amo ciò che è mio, perché più posseggo più ho probabilità di sopravvivere. Amo gli amici, perché fanno parte della mia specie, mi possono favorire.
E Dio? Pensò. Se Dio esiste, se Dio ci ama, perché lo fa? Guardò ancora, istintivamente, verso quei lettini. L’amore di un padre è un amore gratuito, perché è rivolto verso qualcuno che non è se stesso. Fu allora che capì davvero cosa si intende che Dio è padre. Perché il suo amore era questo.
Fu tentato di andare a rimboccare loro le coperte, sfiorare con un bacio di padre quelle testoline piene di domani. Ma in quel’istante lo schermo del computer andò in standby, gettando la stanza nell’oscurità. No, c’era ancora tanto da lavorare, per aiutare il futuro dei suoi bimbi, qualunque fosse. Chissà se la mattina dopo si sarebbe ricordato di quei pensieri notturni, di quello sguardo sulle basi biologiche dell’amore che l’aveva aiutato a capire meglio lo sguardo da avere sulla vita.
Mosse il mouse, per fare tornare la luce.

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Entopo, cugino di Esopo – Fiaba XXII – L’orco e i gattini

“BWAAAH!”
Il re orco ruggì in faccia agli spaventati consiglieri. “BWAAAAAAH! Tremate! Io sono il vostro capo, il vostro re per diritto di conquista! E voi sapete che i diritti vanno rispettati!”
I consiglieri si ritrassero, tremanti. “Esponi i tuoi desideri, o nostro capo…”
Il re torreggiò su di loro, per quanto poteva data la sua non imponente statura. “BWAAH!” e sbattè una pergamena sul tavolo. “BWAAH! Qui ho una legge che dovete firmare, in cui mi cedete tutti i diritti sulle vostre mogli, sui vostri figli e su voi stessi. E anche sui vostri gatti. Soprattutto sui gatti. A me piace mangiare i gatti.”
“Oh, che orrore!” Esclamò il capo dei consiglieri.
“Orrore? ORRORE?” Gridò sputacchiando l’orco. “Solo perché mi piacciano i gatti? Osi disputare sui gusti altrui? VUOI OPPORTI A ME?”
“No, io, ecco…” balbettò il poveraccio, ma fu zittito. “Io ti distruggo! Io vi distruggo! Io ho centinaia, anzi, migliaia di orchi dietro di me pronti a farvi tutti a fettine! La mia vittoria è inevitabile!” Abbassò la voce. “Vuoi che ti sostituisca? Vuoi questo? Volete tutti quanti andare a casa? Decidete liberamente, ma è chiaro: se non fate come voglio io, siete morti.”
Balzò sulla scrivania. “Gatti! Io voglio gatti! Gattini, saporiti, teneri!” Indicò una dei consiglieri. “Tu! Sei disposta a darmi il tuo gatto?”
“Tu non hai diritto…”
“Non ho diritto? NON HO DIRITTO??? Ma che razza di schifosa sei, negare i miei diritti? Osi opporti a me? OSI OPPORTI a me??? Non lo sai che ho migliaia, anzi, decine di migliaia di orchi pronti a farti a pezzi? Non potete dirmi di no! Sono gli altri re orchi che ve lo chiedono.”
“Gli altri re orchi?”
“I miei cugini. Volete che non sappia cosa chiedono? E ora, firmate! A me tutti i gatti!”
I consiglieri confabularono. “Mah, se chiede i gatti diamoglieli, che volete farci?” “In fondo non è poi una richiesta campata in aria. Ce lo chiedono gli altri re!” “Hanno le loro usanze, sarebbe ingiusto discriminarli…è il riconoscimento di un dato di fatto, un segno di progresso”. Ma la consigliera era pallidissima. “No, il mio gattino no, a nessun costo” disse.
“BWAAAH! Ti opponi? Come osi? Questa legge sarebbe svuotata senza la norma sui gatti! Adesso la approverete, altrimenti le mie decine di migliaia, anzi, centinaia di migliaia di orchi…”
Ma accanto alla consigliera si stavano schierando uno dopo l’altro due, tre, quattro altri delegati. “Non la firmeremo mai! Ci teniamo ai nostri gattini!”
“BWAAAH! I miei milioni di orchi vi faranno a pezzi!”
“Resisteremo, per il bene dei gatti!”
L’orco sospirò. “E va bene. Date qua.”
Prese la pergamena e tirò due grosse righe sulla norma sui gatti. “Vi sono venuto incontro. Adesso FIRMATE, prima che cambi idea e la rimetta”.
I consiglieri si precipitarono a scrivere il loro nome sul foglio, uno dopo l’altro.
L’orco diede un’occhiata, annuì e si infilò la pergamena in tasca. “Molto bene. Adesso, come avete appena sottoscritto, voi, le vostre mogli e i vostri figli ci appartenete. Passeranno i miei incaricati domattina per prelevare i bambini; per voi e i vostri consorti andremo di casa in casa a, ehm, riscuotere. A stanotte, allora.” e si allontanò fischiettando.
I consiglieri rimasero in silenzio, sbigottiti. Poi uno chiese: “Ma, esattamente, chi era quello e quando è stato eletto nostro capo?”

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Anche voi potete fare questo

Di che paventi Erode? E quale acceso
hai di sangue nel cor fero desire?
Umana forma il Re dei’ Regi ha preso
Non per signoreggiare, ma per servire

Giovan Battista Marino, “La strage degli innocenti”

Non giudicatemi. Avreste fatto anche voi lo stesso, foste stati al mio posto.
Forse qualcuno potrebbe dire che sono stato duro, o forse esagerato, magari anche crudele. Niente di tutto questo, ve l’assicuro.
Se anche voi aveste fin da giovani occupato posti di responsabilità, come me, e foste stati costretti fin dall’inizio a decisioni difficili, molto difficili non sareste così duri. Voi non avete mai dovuto mettere a morte figli o mogli. Io sì. Quindi, capite, che cosa possono in fondo importare poche decine di bambini a fronte della salvezza di una nazione?

Perché questo era a rischio. Voi forse non ve ne rendete conto, ma quante volte ho dovuto ricorrere a misure estreme per salvaguardare la prosperità della mia terra!
E’ stato un episodio minore, danni collaterali. Vi assicuro che non ci sarà nessuna conseguenza a lungo periodo. L’incidente è, con tutta evidenza, chiuso. Abbiamo evitato a noi tutti rivolte, incidenti, e forse peggio.
Come pensate che sarebbe stato strumentalizzato, quel bambino, gli fosse stato permesso vivere? Se agenti stranieri lo cercavano persino prima della sua nascita, con il pretesto di adorarlo? Tutte le volte che il mio regno è stato minacciato io l’ho difeso con ogni mezzo. E’ mio preciso dovere. La prosperità della mia terra è la mia prosperità.
Dovreste imparare da me. Non sono forse riuscito a regnare per tutti questi anni? Ho giurato fedeltà a Cassio, e poi a Cesare che ha sconfitto Cassio, e a Marc’Antonio dopo che Cesare è morto, e poi ad Ottaviano che lo ha battuto…perché credete che mi abbiano dato fiducia? Perché io so cosa c’è da fare per mantenere il potere.

Non date retta a quelli che dicono altrimenti. Mentono, io lo so bene. Il potere sulle menti deboli si mantiene con la paura. Le menti forti si eliminano. Il mondo è fatto così. Compiacere i potenti perché ti diano potenza, opprimere i deboli perché restino tali. Essere amato? Sciocchezze. Vorrebbe dire dimostrarsi più debole di quelli che vorresti governare. E questo non te lo perdoneranno mai.

No, non sono stato duro. Andava fatto, e basta. Non è crudeltà, ma necessità. Quei bambini andavano uccisi perché minacciavano la mia felicità, il mio essere re, la mia stirpe. Io ho diritto alla felicità, sono il re. Cos’è un bambino, per togliermela?

Non mi interessano le profezie. Sono io che nomino i Grandi Sacerdoti, e li ammazzo. L’ho fatto costruire io il Tempio, e lo so bene: non c’è nessuno dentro. La vita è solo potere. Se anche uno di quei bambini era il Messia, ormai è morto. Profezia finita. Spero solo che di avere allevato dei figli non del tutto idioti, che seguano le mie orme. Di avere insegnato loro bene come fare a conservare il regno.

Anche voi, quindi, prendete esempio da me. Io sono Erode, il Grande, stirpe di eroi, e so quel che dico. Il solo bene è il bene per se stessi. E’ il proprio interesse l’unico che conta. Ogni rapporto è solo inganno e dissimulazione. L’innocenza non esiste. Se esistesse, bisognerbbe farne strage perché sarebbe pericolosa. Questo io ho fatto.
Questo consiglio a voi, miei figli, miei eredi. Ma so che mi ascolterete.

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