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Le storie di San Randazio: il prossimo abate

“Bene arrivato, Fratel Randazio! Fratelli, accogliamolo con un applauso!”
Randazio tossicchiò, chiaramente imbarazzato. Aveva viaggiato quattro giorni, a piedi da Collemagno, per raggiungere il monastero dove il suo superiore l’aveva inviato. Ad accoglierlo aveva trovato una folla, un comitato di benvenuto. Il monaco che aveva parlato si fece avanti e lo abbracciò. Era di mezz’età, leggermente pingue, con la barba e la tonsura curata e un saio assolutamente perfetto. Come del resto anche gli altri frati che avevano circondato il nuovo arrivato.
Il monaco ben vestito, tenendogli una mano sulla spalla, si rivolse agli altri. “Caro Fratel Randazio, è un onore che un personaggio così famoso abbia accettato il nostro umile invito di entrare a far parte di questa comunità. Sono sicuro che con voi come abate il nostro convento diventerà ancora più grande e prospero di quello che è.” Parlava con enfasi, intervallando le frasi con momenti in cui pareva prendere abbastanza fiato da gonfiarsi come un rospo. “Ah, dimenticavo di presentarmi: sono Fratel Duccio, il priore del nostro caro monastero di Valromita. Ecco, da questa parte”, il monaco fece segno, indicando l’ampio portone. “Permettete che vi accompagni nella prima visita di quella che sarà la vostra casa…”
“Hmm”, fece Randazio.

“Queste saranno le vostre stanze. Mi sono assicurato che il letto sia particolarmente confortevole. Notate il loggiato…”
“Vedo, vedo” disse Randazio. “Tutte le celle dei monaci sono così?”
“Beh, ovviamente no, ma tuttavia…”
“Andiamoci, allora”, tagliò corto Randazio.

“…Ecco le nostre celle, comode, ampie, confortevoli.”
“Non c’è l’inginocchiatoio”, fece notare Randazio. “Vi inginocchiate sul pavimento, qui?”
Il priore parve per un attimo smarrito. “L’inginocchiatoio? Ah, sì, la nostra regola non prevede preghiere particolari, quindi di solito non preghiamo in cella. Se qualcuno ne avesse bisogno di solito si reca in chiesa…”
“Hmm”, fece Randazio. “Andiamo in chiesa, allora.”

La chiesa era ampia, luminosa, pesantemente decorata. Randazio si inginocchiò, entrando, imitato dopo qualche secondo da tutti gli altri.
“Naturalmente abbiamo chiamato gli artisti più celebri per affrescare la nostra chiesa. Guardate poi che splendore queste statue d’oro!”
“Non vedo monaci in preghiera.”
“Beh, è pieno giorno, saranno tutti a lavorare. E poi oggi è il giorno della vostra visita, è comprensibile che ci siano meno confratelli del solito.”
“Dove sono i confessionali?”
“Ah, l’abbiamo spostato nella cappella laterale…capite, qui non sapevamo bene dove metterlo… i dipinti, sapete.”
“La cappella? Quella dove siamo passati prima? Non c’era nessuno.”
“Perché non è orario, probabilmente.”
“Hmm”, fece Randazio, giocherellando con il suo bastone da viaggio. “Quanti monaci avete qui, avete detto?”
“Quasi duecento. Ormai non è più il romitaggio che fu fondato da Sant’Elmando, siamo cresciuti a diventare una piccola città.”
“Hmm.”

Randazio fu guidato attraverso l’ampio cortile interno. “Gli affari vanno molto bene, la produzione agricola si è quasi raddoppiata anche grazie alle ultime acquisizioni di terre. Ed ecco i mercanti con i quali trattiamo abitualmente… volevano assolutamente conoscervi.”
Randazio fu presentato ad una successione di commercianti e notabili locali, insieme alle loro famiglie.
“Davvero gli affari vanno bene. Queste persone sembrano tutte ricche.” Sussurrò ad un certo punto Randazio a Duccio.
“La prosperità del convento si estende a coloro che stanno vicini” replicò il priore. “Tutto a maggiore gloria di Dio, ovviamente.”
“Hmm”, fece Randazio. “E la scuola come va?”
“Scuola? Che scuola?” chiese stupito Duccio.
“Quella per i figli dei vostri contadini. Perché è chiaro che non potete coltivare tutto da soli”.
“Ah, temo che quella non sia la nostra vocazione.”
“Hmm”, disse ancora Randazio.

Duccio rimase pensoso per un attimo, poi prese Randazio da parte. “Caro fratello, con voi qui il nostro monastero acquisterà la notorietà che gli spetta. So che ciò che vi ha reso famoso è il vostro zelo. Adesso però che siete finalmente arrivato a diventare abate, dovrete temperare un poco le vostre abitudini. Alcuni degli uomini che vi abbiamo presentato conducono una vita non proprio conforme a quelle regole strette che noi tutti sappiamo troppo astratte per la vita quotidiana. Sappiamo che almeno formalmente dovremmo chiedere di rispettarle, eppure riteniamo sia nostro dovere privilegiare l’accoglienza sull’osservanza. Ricordare a queste persone che vivono nel peccato potrebbe infastidirle, irrigidirle, farle allontanare. Perciò spesso ci capita di chiudere un occhio su alcune piccole mancanze, su situazioni irregolari, anche su certe opinioni che forse altrove sarebbero tenute come non del tutto ortodosse. Grazie a questo siamo in rapporti amichevoli anche con persone lontane da…”
“Peccatori, insomma”, interruppe Randazio.
“Come…? Ah, sì, peccatori.”
“E’ lodevole che dei peccatori vengano in questo santo luogo. Un po’ meno che ne escano restando peccatori.”
“Bisogna dare loro il tempo di capire… la Grazia agirà.” disse Duccio.
“La Grazia agisce tramite noi, mio buon priore. Se noi taciamo, chi parlerà?”
“Harr”, si schiarì la voce Duccio. “E’ ora di cena, ormai. Andiamo in refettorio? Abbiamo preparato un banchetto speciale, per festeggiare il vostro arrivo”.

Il banchetto era davvero ricco, ma Randazio toccò appena il cibo. Indicò un leggio su un lato della stanza. “Non c’è il lettore. Normalmente non dovrebbe esserci il silenzio, a tavola, per consentire l’ascolto delle letture sacre?”
“Abbiamo ritenuto…”
“Di fare un’eccezione per me, d’accordo. Ma di solito? Non mi sembra di avere visto applicata la regola del silenzio.”
“E’ una regola che ci sembra superata. A tavola è utile discutere dei problemi, non ascoltare trattati noiosi. Il silenzio è stato spostato nelle ore notturne.”
“Ah, capisco”, disse Randazio.

Duccio terminò il dolce, mise da parte il piatto e si fece serio.
“Ora passiamo alle cose ufficiali. L’elezione dell’abate, cioè voi, sarà domani mattina. E’ stato convocato il Capitolo Generale di tutti i monaci; terrete un discorso, quindi avverrà la votazione. Come vuole la regola, abbiamo scelto anche un altro candidato: Fra’ Tobia, quel vecchio là nell’angolo. E’ un poco tonto e non ha gran seguito, ha accettato per obbedienza, pensate un po’. E’ una candidatura solo per figura, si capisce. Non avrete nessun problema a farvi eleggere. E dopo avrete una dignità e un potere pari ad un vescovo. Naturalmente io e gli altri confratelli del Capitolo Maggiore vi aiuteremo a mantenere salda la vostra direzione, e confido che potremo darci una mano a vicenda. La memoria di chi ci ha permesso di diventare quello che siamo è una virtù cristiana.”
“Hmm”, disse Randazio. Accarezzò il suo bastone da pellegrino, quindi l’impugnò con forza e si alzò in piedi. “E’ l’ora della compieta, dopodiché mi ritirerò, se non avete nulla in contrario.”
“Nulla, ovviamente”. Duccio esitò. “Vi sono diverse pie donne donne del villaggio che hanno manifestato il desiderio di incontrarvi per chiedervi una guida spirituale, se non siete troppo stanco…”
“Sono stanco, infatti”, replicò Randazio picchiettando lievemente a terra con il bastone.
“Lo stesso desiderio hanno manifestato, allora, anche alcuni dei nostri giovani novizi, che li possiate guidare nella preghiera…”
“Novizi, eh? E va bene, mandatemeli pure.”
“Sarà fatto. Ora, se volete scusarmi…”

Il mattino seguente il responsabile dei novizi venne a cercare Frà Duccio. “Frà Randazio stanotte non ha riposato molto”
“Ah, lo supponevo” dise Duccio.
Il capo dei novizi aveva uno sguardo strano. “E’ stato tutta la notte a pregare in cappella. Lui e frà Tobia…”
“C’era anche Tobia? Che pregava?”
Il capo dei novizi annuì. “…hanno confessato i novizi che avevo mandato. Uno mi ha detto che lascerà il convento.”
“Ho un cattivo presentimento”, disse Frà Duccio.

La stanza del capitolo era affollatissima. Tutti erano riuniti per l’elezione del nuovo abate.
Duccio, con un filo di preoccupazione, arrivando vide che Randazio era già lì, che parlava fitto con il vecchio Tobia. Alla fine, Randazio gli baciò le mani.
Inquieto, Frà Duccio chiese e ottenne silenzio.
“Ed ora, prima del nostro voto, il nostro futuro abate ci terrà un discorso.”
Frà Randazio si fece avanti. “Cari fratelli, è una grande cosa quello che qui avete fatto. Grazie alla fede dei padri di questo monastero un vasto territorio è stato convertito al Vangelo ed ha trovato anche una prosperità materiale. Come Nostro Signore ci insegna, la cura del corpo è dovuta, perché siamo tempio di Dio. Dobbiamo però fare attenzione a non cadere nell’errore di dimenticare che il nostro primo dovere non è verso gli uomini, e neppure verso il nostro convento, ma verso Dio stesso. Non dobbiamo cercare la prosperità per trovare Cristo, ma seguire Cristo che ci donerà quanto abbiamo bisogno. Che quasi sempre è la sua croce. Se mi eleggerete ad abate, quindi, ecco alcuni dei cambiamenti che intendo fare….”
Duccio ascoltò, con sempre maggiore panico, l’elenco di Randazio. “Ma dove pensa di essere? E’ pazzo! Ci distruggerà!” mormorò uno degli anziani del Capitolo. “E colpa tua”, sibilò un altro “Sei tu che hai avuto questa bella idea di fare venire uno famoso. Come ce la caviamo, adesso?”
“Non è ancora perduto niente. Fate passare la voce tra i nostri: non votate per Randazio. Una volta che fosse abate potrebbe fare quello che vuole. Con Tobia ce la vedremo poi”.

Man mano che lo scrutinio proseguiva, la faccia di Tobia si allungava. Solo un terzo degli aventi titolo aveva votato per Randazio, gli altri avevano scelto l’anziano monaco. Randazio manteneva un’espressione imperturbabile.
Alla fine dello spoglio, Duccio si schiarì la voce. “Cari fratelli, lo Spirito e noi fratelli abbiamo scelto Tobia come nostro nuovo abate. Chiediamo a questo nostro confratello che ha accettato di servire il monastero di tenerci un breve discorso…”
Tobia si alzò, leggermente malfermo sulle gambe. “Avete udito”, disse, con voce inaspettatamente forte, “le cose che Randazio poneva come necessarie per far tornare questo nostro convento e noi a Cristo. Ebbene, io sono perfettamente d’accordo con quanto ha detto, e lavorerò a questo fine…”

Randazio salutò il nuovo abate, abbracciandolo, e riprese il suo cammino sulla strada polverosa. Allontanatosi di qualche centinaio di passi si volse indietro verso il convento. Sarebbe riuscito Tobia a cambiare le cose? Un poco in colpa si sentiva, per avere addossato a quel dolce frate un compito così gravoso. Ma poi si ricordò di Chi avrebbe avuto aiuto in quell’impresa. E comprese che andava bene così. Si voltò, e si concesse finalmente un sospiro di sollievo.

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Una cosa a cui fare attenzione

“Non toccare!” gridò il nonno.

Giulio alzò la testa perplesso. “Ma è un fungo!”

Il nonno arrivò di corsa. “Sì è un fungo, ma è velenoso. Anche solo toccarlo può farti del male.”
Giulio riguardò la sua scoperta, perplesso. “Ma è così bello! Rosso a puntini bianchi…”

Il nonno sospirò. “Proprio questo dovrebbe metterti in allarme. I funghi velenosi sono spesso molto belli, colorati, appariscenti. Possono permetterselo: sono velenosi. I funghi buoni invece sono quasi sempre difficili da vedere: si nascondono, e bisogna fare attenzione per trovarli. ”

Il bambino guardò l’anziano, pensoso. “Vale anche per le persone?”
Il nonno rimase un attimo sorpreso. Poi accarezzò la testa al nipote. “Non sempre, Giulio. Ma è una cosa a cui fare attenzione.”

Il mercante di Babilonia

“Dove stai andando, Hassum, con tutti quei cammelli carichi?”
“Oh, Aberonath! Che piacere vederti… ma a Babilonia, naturalmente!”
“Babilonia? E perchè in quella città?”
“Ma come, non l’hai saputo? Il Principe ha garantito massima libertà a tutti i mercanti che si stabiliranno lì da lui, anzi, offre persino loro un locale gratuito per iniziare l’attività.”
“Davvero?”
“Te lo posso giurare! Tutto quello che chiede è di registrarsi nei libri degli scribi a palazzo, così che il tuo volto sia conosciuto a chi ti donerà. Quando l’ho saputo ho caricato i cammelli di tutti i miei beni e sto andando laggiù a riaprire il bazar. E stanno facendo così anche quasi tutti i mercanti che conosco!”
“Mi sembra straordinario. E dici che il Principe non vuole essere pagato per i servizi che offre?”
“Neanche un soldo. Ah, non vedo l’ora! Chiunque abbia aspirazioni ad arricchirsi si sta dirigendo laggiù.”
“La cosa mi sembra sospetta. Non ti sei chiesto cosa ci guadagni lui?”
“Magari è solo un Principe molto generoso.”
“Non credo. Sai come fa il proverbio: se un principe ti invita al suo tavolo senza chiedere niente in cambio, vuol dire che la cena sei tu.”
“Sei un cinico, Aberonath!”
“Può darsi, può darsi. Ma domandati: una volta che ti sarai trasferito là armi e bagagli, cosa farai se il Principe decidesse di mettere una tassa altissima sulla tua mercanzia?”
“Me ne andrei, certo, come sono venuto. Sarebbe una perdita, perché ho investito nel mio progetto, ma…”
“E se non mettesse una tassa altissima, ma tasse all’inizio basse, per poi alzarle poco per volta? Mangiando tutto il tuo utile, fino a quando non ne avrai più a sufficienza per andare altrove?”
“Oh, dai, adesso…”
“Oppure rivendesse i servizi dell’acqua, del cibo, del trasporto a chi li vuole far fruttare? Siccome non potete farne a meno, questi potrebbero chiedere il prezzo che vogliono, e lui ci guadagnerebbe il doppio.”
“Oh, non accadrà mai…”
“E se tu lo criticassi? Se tu avessi brutte opinioni della sua politica?”
“Andiamo, ha detto che avrebbe concesso massima libertà.”
“Sì, ma potrebbe dire: ecco, sei un irriconoscente, con tutto quello che ti do mi critichi? Ti tolgo quello che ti ho dato. Nessuno ne avrebbe da ridire, no?”
“Ma io non farei mai…”
“Ah ecco: sarai sempre d’accordo con lui su tutto”
“Non ho detto questo, ma…”
“Quindi ti avrà in mano sua. E se anche tu andassi via, potrà suggerire agli altri mercanti di emarginarti, di dire alla gente di non comprare più da te, trovare scuse per farti chiudere…”
“Hai una cattiva idea degli uomini!”
“Perché li conosco. Quando il Principe avrà tutti i mercanti sotto di lui, nessuno potrà vendere alcunché o anche solo fare un fischio o il verso di un uccello senza che lui lo sappia e lo permetta. Ecco la vera ricchezza, e cosa ci guadagna. Il potere su di te e gli altri.”
“Aberonath, potresti non avere tutti i torti, sai.”
“E allora, che farai?”
“Andrò a Babilonia, ovviamente! Sarei uno sciocco a rifiutare l’offerta del Principe. Grazie per avermi intrattenuto, ora ho da fare! Foza, gente, che voglio essere laggiù prima di sera!”

 

 

La risoluzione 441\2 delle Nazioni Unite sulla soppressione di bambini sotto i dodici anni di età

Il Segretario dell’ONU fissa lo sguardo sull’uomo rivestito dal tradizionale mantello bianco ornato di piume e dice “La parola al rappresentante del Nuovo Impero Azteco. Ha la facoltà di parlare”.

“Vi ringrazio, signor Segretario, Onorevoli colleghi”, esordisce il diplomatico. “Intendo oggi dare la mia dichiarazione di voto sulla risoluzione che prevede tra l’altro il bando dei sacrifici umani per i bambini al di sotto dei dodici anni. Tale proposta è inaccettabile, e il mio paese la respinge senza mezzi termini. Mi domando come certe nazioni possano parlare di multiculturalismo e poi presumere di portarci via le nostre più antiche tradizioni. Pensate forse che noi sacrifichiamo i nostri figli per puro interesse o crudeltà? No, perché, come concordano il 97% dei nostri scienziati, è il solo modo efficace di fermare i cambiamenti climatici. Esiste una vasta letteratura in merito che questa assemblea non può ignorare. Noi rifiutiamo l’idea che i nostri cittadini debbano soffrire perché qualche burocrate ha deciso che non si devono uccidere bambini per il bene di tutti. L’idea che il sacrificio di adulti possa essere sufficiente nell’odierno scenario di mutamenti del clima è ridicolo. Otto secoli di esperienza ci dicono che questa proposta deve essere respinta. Il Glorioso Impero Azteco ha parlato”.

L’uomo si siede. “La parola al rappresentante della Federazione Inca”, recita il Segretario.
L’uomo si toglie la mantellina di alpaca e si alza in piedi. “Onorevoli colleghi, associo la mia voce a quella del molto rispettabile Ambasciatore Azteco. Il bandire oppure ostacolare il tradizionale disporre dei figli malati, deformi o anche solo indesiderati sarà considerato da tutti i popoli della nostra Federazione come una inaccettabile ingerenza nel nostro modo di vivere. Un malinteso senso di pietà non deve farci dimenticare che se le nostre terre sono così prospere è anche grazie al sacrificio di tante vite che non possiamo realmente considerare innocenti, in quanto il loro stesso essere un peso per la comunità ha causato la loro condanna. Se li facessimo sopravvivere, come potrebbero i nostri figli più forti entrare nella vita  con questo fardello aggiuntivo? Se poi dobbiamo parlare di quei, per fortuna rari, sacrifici resi necessari da eventi catastrofici particolari, faccio notare che sono tra le nostre più antiche e venerate tradizioni. Unire il progresso, cioè il disporre dei pesi morti, e la tradizione, ci ha permesso di restare una Condfederazione di Nazioni libera e vigorosa. Il nostro voto è no.”

“La parola adesso passa al rappresentante del Reich Germanico”
“Come i molto onorevoli colleghi che mi hanno preceduto hanno bene esposto, sarebbe del tutto intollerabile una moratoria della soppressione di tante vite inutili. Il bambino sotto i dodici anni non ha altri diritti che quelli dati dai suoi genitori; e ai suoi genitori questi sono dati dallo Stato, dal nostro glorioso Fuehrer. Perciò, di cosa stiamo parlando? Di vite non umane, di possibilità che forse un giorno si concretizzeranno, ma nel frattempo sono e devono rimanere a completa disposizione della Nazione. E se il Reich, per il bene del Reich stesso, non vuole perdere risorse dietro esseri non produttivi e a sottospecie umane che potrebbero contaminare la purezza stessa della razza, nessuna risoluzione potrà fargli cambiare idea. Il nostro voto è negativo.”

“Adesso parla il rappresentante delle Isole Normanne”
“Colleghi dell’Assemblea, è già stato detto molto. La Regina della Britannia e delle Terre del Nord mi ha personalmente incaricato di rivolgere il suo appello affinché questa proposta sia respinta, in nome del progresso. Nel nostro mondo sempre più tecnologico l’efficienza si misura dalla qualità. Che qualità possiamo avere se tanti mostri deformi rimangono in vita? Come possiamo dirci pietosi se a certi figli, amati nonostante la loro deformità, fosse concesso di vivere? A quali vite di sofferenze e privazioni li condanneremmo? No, neanche a noi fa piacere sopprimerli, ma sappiamo che è per il loro bene, oltre che per il bene più grande di tutta la nazione e, oserei dire, di tutto il mondo. Il giorno che le tecniche di diagnosi prenatale saranno sviluppate a sufficienza potremmo eliminare questi orrori, questi errori della natura direttamente prima della nascita; ma, fino a quel momento, il nostro è un convinto no.”

Il Segretario consulta i fogli che ha davanti. “Ora la parola passa al rappresentante della Repubblica Italiana”.
Vi fissa. “Allora, cosa intendete dire?”

Il treno partirà in orario

Il treno partirà in orario. Il macchinista è molto preciso, e chi è sulla banchina farà bene ad affrettarsi a salire, o decidere di salire. Non tutti lo faranno.

In effetti, molti si rifiutano persino di entrare in stazione. O di riconoscere che il treno esista. Chissà cosa pensano, quando guardano quell’edificio, quella porta che conduce ai binari. Chissà cosa credono che sia.

Di tanto in tanto qualcuno è attirato dalla curiosità, entra e contempla la sagoma percossa dal tempo e dagli elementi della possente locomotiva e del convoglio. E’ vero, dall’esterno le carrozze non sembrano poi così confortevoli. Ma vi assicuro che l’impressione sparisce, una volta accomodati all’interno.

Eppure molta gente non sale. Alcuni li potete vedere voltati, in modo da non essere costretti a prendere nota di chi entra nei vagoni. Da non dover considerare l’esistenza stessa del treno, e il suo perché.

Perché esistono la locomotiva, la stazione, i vagoni? Per un solo scopo: intraprendere un viaggio. Andare verso una destinazione. Certo, c’è il piacere dei confortevoli scompartimenti, raramente affollati, ma non è questa la ragione per cui essi sono. Non dimenticatelo mai: si tratta di arrivare in un luogo, e quel treno è il solo mezzo per arrivarci. Ogni scusa o discussione sulla sua adeguatezza, su quanto sia veloce o diretto perdono di senso, considerando questo. Non ci sono altre vie. Questa è la verità.

Così affrettatevi a salire sul predellino. Perché il treno sta per partire, e non vi attenderà, siete avvertiti.
Il treno parte in orario, sempre.

Il fiume e la sorgente

Il fiume si guardò, e si trovò bello, grande, potente. Le sue acque spumeggiavano, inarrestabili, tenute a freno unicamente da argini che il fiume stesso rispettava solo per convenienza. Avesse voluto, niente avrebbe potuto sottrargli il suo destino di allagare tutta la terra. Oh, sì, non c’era forza in grado di tenergli testa. Nessun albero, nessuna roccia, niente di niente poteva resistergli.

Peccato per quell’imbarazzante inizio. Lo zampillare incerto della fonte, lassù sulla montagna, indegno della sua maestosità presente. La sorgente tra le pietre che ruscellava a valle non era certo qualcosa di cui poter andare fieri, troppo piccola e meschina rispetto alla sua attuale possente importanza.

Ne posso fare a meno, si disse il fiume.

Dove va la Santa Chiesa?

“Dove va la Santa Chiesa?”
“Aspetta che glielo chiedo. Santa, Santa! Dove stai andando?”
“Vado con la Gloria al centro commerciale!”
“La Gloria chi?”
“Gloria Mundi. E’ un pezzo che volevamo combinare, adesso poi ci sono anche i saldi…”
“Ma, e tuo marito?”
“Chi, l’Emmanuele? Quello non si fa mai vedere quando serve. Io vorrei uscire, andare a ballare, magari anche solo fare un po’ di volontariato, ma lui dice che non è fatto per queste cose. ”
“Ma dai, non metterlo in croce, poverino…”
“E che devo fare? Tra di noi le cose non sembrano essere più come prima, come eravamo abituati.”
“Eh, Santa, certe volte è un bene cambiare un po’, se no si rischia di andare avanti per inerzia, senza più crederci.”
“A chi lo dici! Ma il vero problema sono i figli. Hanno cominciato ad andarsene, a farsi i loro affari, come se non avessimo insegnato loro niente.”
“Devono trovare la loro strada.”
“Eh, diceva anche lui così. Certe discussioni con mio marito, che per me gli lasciava troppa libertà… ma sai com’è fatto: per lui, che vadano pure in giro per farsi le loro esperienze, l’importante è che tornino.”
“Tutti i torti non ha.”
“Che fai, Fede, lo difendi anche?”
“E che devo fare? Non vedo come non potrei, per me è una certezza. Tu, piuttosto, non è che ti sei messa strane idee in testa?”
“Provo la voglia di scappare via anch’io, di cercare altre strade. Ma ho dei dubbi. Mi domando se quello che vorrei fare sia davvero giusto. Una parte di me vorrebbe rispondere, ma alla fine preferisco ignorare quella vocina.”
“Non so se sia una buona idea. Per me, le cose meglio chiarirle. E, se te ne vai, da chi vorresti andare, poi?”
“Che vuoi farci, sarà la crisi dell’età. Con quella occorre conciliarsi.”
“Ma va là che sei sempre giovane!”
“Eh, Fede, vorrei avere la tua certezza. Tu vedi in me cose che io non riesco più a vedere.”
“Non ti abbattere! Di questo argomento ne parlavo un attimo fa con Speranza. Non ti pare che dovresti avere un po’ più di sicurezza nelle promesse di tuo marito? Sono sicura che non ti mollerà mai. Ma tu dovresti avere meno distrazioni, ricordarti di lui un poco più spesso, pensare a cosa possa fargli piacere. Toh, guarda: la Speranza è ancora lì che ti saluta. Lei è una non si perde mai d’animo. Tu, invece, di preoccupi di mille cose, ma forse non di quelle importanti.”
“Dici?”
“Lascia perdere Gloria e i saldi, dai retta. Le mode passano. Tuo marito è uno fedele. Tu sii per lui una roccia salda, e vedrete che tutto filerà meglio, anche i vostri figli. E le svendite non prevarranno.”

Una pretesa insensata

Dal Vangelo secondo Mattia, l’apostolo che non c’era

Un dì Gesù arrivò con i suoi discepoli presso il villaggio di Liuerpul, in Britannia, e qui predicava. Mentre parlava ecco un abitante del luogo si avvicinò e gli rese omaggio. “Ti prego, maestro, mia figlia è gravemente malata, ma so che tu puoi salvarla.” Mentre Gesù si avviava verso la casa dell’uomo fu fermato dai capi della sinagoga. “Oggi è giorno di sabato, e non ti è permesso fare miracoli. Inoltre soffre troppo perché possiamo permetterti di visitarla: meglio farla morire in pace. Guarirla sarebbe accanimento terapeutico.”
Anche alcuni dei suoi discepoli mormoravano. “Con la guerra in Siria, i migranti Galli sul Reno, la crisi del sesterzio e la dominazione romana quello si va a scomodare per una sola bambina? Che lasci perdere, e pensi piuttosto a sfamare i poveri”. Gesù alzò gli occhi verso suo Padre e proseguì. Mentre però era quasi giunto nei pressi dell’abitazione, furono raggiunti da alcuni servi che dissero all’uomo “Non disturbare più il Maestro, tua figlia è morta”. Gesù disse loro “Non è morta, dorme”, e voleva entrare lo stesso nella casa. Al che i suonatori di flauto e i lamentatori lo sbeffeggiavano. Gesù disse loro: “Perché dunque ridete di me? Se pensate che la mia azione sia irrispettosa o blasfema, considerate bene cosa sia in gioco”. Parlava infatti così perché fosse svelato ciò che c’era nel loro cuore. Gli si pararono quindi davanti gli scribi e i farisei, e gli impedivano di proseguire. “Guardati bene dal mettere le tue mani addosso a quelle ragazza”, dicevano. “E’ suo diritto rimanere morta, e se non fosse morta provvederemo perché lo sia, in modo che non soffra più. Abbiamo deciso che non c’è infatti alcuna speranza, la sua sarebbe una vita inutile: chi sei tu per mettere in dubbio la parola dei sapienti e stravolgere l’ordine costituito?”
A udire queste parole Gesù si fece un bastone da un fico che era ai bordi della strada e…”
<il frammento si interrompe>


Intervista col demonio

Buongiorno. Oggi ho intervistato per voi l’Arcidiavolo Berlicche, uno degli scrittori infernali più influenti.

“Oh, non dica così. Su da voi avete penne che le assicuro possono rivaleggiare con la mia”. Berlicche è un elegante demonio di mezza età, con una gradevole barbetta a punta, e sembra estremamente a suo agio.

“Eccellenza, se permette vorrei porle qualche domanda sulla Resurrezione, quale persona informata sui fatti”.

“Chieda, chieda. E’ sempre un piacere potere elargire qualche brandello di conoscenza a voi umani. Mi creda, questo è sempre stato il nostro intento, anche se talvolta equivocato.”

“Prima di tutto: lei c’era?”

“Certo che c’ero. E’ uno spettacolo che non mi sarei perso per niente al mondo. Eravamo tutti lì a guardare. Non capita tutti i giorni di vedere una pretesa divinità che ammazza suo figlio.”

“Lei quindi ritiene che ci fosse dell’astio personale tra i due?”

“Sicuramente. Da quando al Nemico-che-sta-Lassù, quello che voi chiamate Dio, è mancato il consiglio di Nostro-Padre-che-sta-Quaggiù, ha avuto comportamenti molto stravaganti. Questa di esiliare suo figlio sulla Terra è stata solo l’ultima delle sue stranezze.”

“Perciò lei asserisce che non l’abbia mandato a morire per salvare l’umanità, ma per regolare i conti?”

“Noi demoni abbiamo pochi dubbi su questo. Anche l’esilio di Nostro-Padre-che-sta-Quaggiù è stato solo un fraintendimento, di cui lassù si è fatto subito un caso. Non è forse compito di un bravo figlio criticare apertamente il proprio padre quando si rende conto che sta sbagliando, e combatterlo, quando serve, con tutte le proprie forze?”

“E’ questo che voleva fare dunque Satana, solo correggere gli errori del suo creatore?”

“Ovviamente. Noi speriamo sempre un giorno di tornare, finalmente vittoriosi e in trionfo, in qual Paradiso dove per equivoco siamo stati scacciati.”

“Dopo essere stati perdonati?”

“Non c’è niente di cui chiedere perdono. Quello che abbiamo fatto è stato per il bene di tutti, che noi abbiamo a cuore.”

“Non pensate dunque di avere peccato?”

“Ma che peccato! Il peccato non esiste. E’ un fraintendimento. Quello che certi fanatici etichettano come peccato non è nient’altro che il giusto sforzo verso ciò che percepiamo come bene per noi, che adattiamo a seconda delle circostanze.”

“Se il peccato non esiste, l’inferno è vuoto?”

“Tutt’altro. Mai stati così pieni come adesso, abbiamo prenotazioni per i prossimi mille anni. Vede, se non esiste il peccato, per quale ragione fare quanto dice il Nemico lassù? Per quale motivo bisognerebbe sacrificarsi? Capite, non ha senso. Ognuno si comporta come pare e piace. E giù da noi è proprio il luogo dove tutti quelli che non vogliono sentirsi fare la predica dal Nemico scelgono per le loro vacanze eterne.”

“Perciò, una volta che i corpi saranno risorti, alla fine dei tempi…”

“…Uno potrà godersi qui da noi la lontananza dal cielo per tutta l’eternità, in compagnia della migliore squadra di buontemponi e allegroni che si possa immaginare. Non avete idea di cosa abbiamo preparato. Grigliate e giochi di società come non ne vedrete altrove.”

“Quindi la Pasqua, la Resurrezione alla fine non la disturba?”

“Oh, fra noi non ne parliamo mai. Vede, coloro che ci credono non ci frequentano molto. Noi abbiamo altro a cui badare: chi pensate che organizzi le cose, sul vostro mondo?”

“Grazie per l’Intervista, Eccellenza”

“Ma le pare.”

“Buona Pasqua.”

Berlicche esce, rivolgendomi uno di quei sorrisi un po’ inquietanti. “Arrivederci…”
 

 

Nota della sala stampa infernale: Quanto riferito dall’autore nell’articolo odierno è frutto della sua ricostruzione, in cui non vengono citate le parole testuali pronunciate dal demone. Nessun virgolettato del succitato articolo deve essere considerato quindi come una fedele trascrizione delle parole di detto Arcidiavolo.

Un affare concluso

“Perdonali, perché non sanno quello che fanno”.

Ridicolo. Mi è anche un po’ scappato da ridere, anche se non è dignitoso. E’ incredibile a che livelli possano arrivare questi fanatici religiosi. Persino quando sono mezzi morti di botte, appesi ad una croce.
Come se io non sapessi quello che faccio. Non sarei Sommo Sacerdote, altrimenti. Vi posso assicurare che comprendo perfettamente ogni sfumatura di quello che è accaduto qui oggi. Pensate davvero che, se non sapessi bene cosa sto facendo, sarei riuscito ad ottenere l’eliminazione di quell’arrogante galileo? Un grande risultato politico: ho costretto quell’imbecille di Pilato a fare ciò che volevo e ho dato una severa lezione a tutti i miei critici. I farisei sono stati zittiti, mi hanno persino fatto i complimenti. Un’azione perfettamente orchestrata.

Mi dicono che è già morto. Un affare concluso, e quell’altro imbecille che ce lo ha venduto ci ha pure restituito i soldi. Sì, lo so che il nazareno straparlava di una vita dopo la morte, ma è tutta una menzogna. Ve lo dico io, che è il mio mestiere. Se è così, cosa dovrei farmi perdonare, e perché? E’ tutta qui la vita che c’è da vivere, e dobbiamo farlo al meglio. Sono ricco, sono potente, ho tutto quello che voglio. Non c’è nient’altro da volere, niente da sapere. Domani quel Messia-fai-da-te sarà già dimenticato, Tra tre giorni nessuno ne parlerà più. I suoi discepoli se la sono dati tutti a gambe. Con una morte così impura, nessuno vorrà più averci a che fare.

Io sarò ricordato come uno dei più grandi Sommi Sacerdoti mai esistiti, il mio nome sarà famoso per secoli. Il Tempio è mio, sono io che posseggo il Sinedrio. Sono io che risolvo le grane. Come quella del nazareno. E come questo terremoto. Non ha fatto grandi danni, ma il velo che cela il sancta sanctorum, la casa di Dio, si è squarciato in due. Costerà un patrimonio rifarlo, ma si deve, il Tesoro pagherà. Non si può permettere che lo sguardo dei non iniziati si posi su quello che c’è di più sacro. Anche se è solo una stanza vuota.

La guardo, e mi chiedo se veramente il Signore ci abbia mai abitato, lì. E dove sia adesso.

Una lunghissima storia del tempo

In un certo senso fu come fare un passo oltre la soglia di una stanza. H un istante prima era nel letto, nella camera affollata di medici e parenti. L’istante dopo era in piedi, da solo. No, non da solo. Un giovane stava a qualche passo da lui, guardandolo con tranquillità.
Era sempre stata una persona molto intelligente. Il fatto di essere in piedi, cosa che non gli riusciva più da moltissimi anni, la brusca transizione, l’indefinitezza dell’ambiente, come fosse fuori fuoco…la conclusione poteva essere una sola.
“Sono morto”, disse, ed era una affermazione.
Il giovane annuì. “Vero.”
“Non mi sembra di essere uno spirito disincarnato, però”, osservò H.
“Non lo siete. Avete un corpo reale.” C’era qualcosa in quell’uomo che dava una sensazione di calma infinita. No, non calma…pazienza.
“Questo è il futuro? La mia mente è stata trasferita…”
Il giovane scosse la testa. “No. Dal vostro punto di vista, è l’istante esatto della vostra morte. Dal mio, potrebbero essere passati miliardi di anni o il tempo di Planck. Per me è lo stesso.”
“Oh”. H riflettè un attimo. “Oh. Quindi suppongo di essermi sbagliato. Sono io l’idiota. Voi esistete.”
“Ottima intuizione. Sebbene un poco tardiva” ribatté il giovane sorridendo.
H considerò un attimo la situazione. “Volete vendicarvi?”
Il giovane sembrò offeso. “Vendicarmi? E per cosa?”
“In vita non sono stato molto rispettoso. Anzi, diciamo pure che vi ho combattuto parecchio. Adoravo un altro dio, la scienza”.
“Un dio ben misero, fatto dall’uomo a sua misura.” Il giovane scosse la testa. “Con tutta la vostra intelligenza non ci siete arrivato. E pensare che ve ne ho forniti di indizi, prove, suggerimenti…a voi anche più del solito.”
“Mi avete fatto ammalare” ribatté H.
“E allora? Vi assicuro che senza la malattia vi sarebbe andata molto peggio di così. Era un metodo per cercare di farvi vedere le cose in modo differente, più…umano. E’ riuscito solo in parte, temo”.
“Dite che mi avete fatto ammalare perché volevate il mio bene?”
Il giovane annuì. “Esatto. E’ una delle ragioni per cui avete avuto una vita piena di successo, che era una cosa che volevate, e tutto sommato decisamente più gratificante del normale.”
“Ma adesso siete venuto per riscuotere”.
Il giovane rise. Aveva una risata come una musica, che faceva voglia di ballare. “Ancora non ci siamo. Cosa dovrei riscuotere? Tutto quello che vi ho dato era un dono. E adesso c’è il completamento del vostro desiderio.”
“Cosa intendete? Non sono all’inferno? Sono in Paradiso?”
Il giovane rimase un attimo pensoso. “Vedete, con la morte arriva il giudizio. E il mio giudizio è sempre lo stesso: do all’anima esattamente ciò che ha voluto in vita. Chi ha voluto essere perdonato, è perdonato. Chi ha desiderato cose che non sono me, non avrà me, secondo il suo desiderio. Non vi darò cose che non volevate. La libertà umana la rispetto fino in fondo.” Fece una pausa. “E quindi la rispetterò anche nel vostro caso. Adesso andrete nel luogo che avete sempre sognato”. Fece un cenno con la mano, e sparì.
Sparì anche tutto il resto.
Non c’era niente. Il nulla. H non aveva bisogno di domandarsi cosa fosse quello che vedeva, o non vedeva, tutto attorno a sé. Era l’interno di un orizzonte degli eventi, dove neanche la luce osava avventurarsi. Era un universo senza Dio.
Ma, senza Dio, non c’era neanche un universo.
Oh, adesso credo proprio che capirò la natura del tempo. E dello spazio. E di ciò che avrei dovuto amare, si disse. Ho lunghissimo tempo, letteralmente l’eternità per pensarci.
Si chiese se l’ultimo gesto del Creatore prima di sparire fosse un saluto finale, o un arrivederci.

Grigio

Entrò nel Sushi Bar Pizza Kebab. Sfogliò distrattamente il menu. Non aveva voglia né di carne né di pesce. Si decise per una bistecca di soia, accompagnata da una birra analcolica. Di solito prendeva una coca senza zucchero, ma in fondo era lo stesso. Non aveva molta fame. Non è che si sentisse triste, ma neanche allegro. La sua assegnazione da supplente precario era terminata quella mattina. Non sapeva a quale santo rivolgersi, chi o cosa pregare. Per lui l’universo era retto da una forza impersonale, dalla dea sfortuna e da qualche divinità benevola o malevola, o forse no. Niente comunque che potesse rispondere ad una invocazione. Magari un po’ di meditazione avrebbe aiutato.

Si chiese come fare a comunicare la notizia alla donna con cui viveva. Non che fosse sua moglie, riteneva sbagliato l’impegnarsi in un rapporto che non preventivasse il fallimento, anche se forse un po’ l’avrebbe desiderato. Si chiese se si sarebbero mollati, e se si sarebbe sentito triste. Decise che non era il caso di pensarci. Probabilmente avrebbero tirato avanti lo stesso. Certe volte essere indifferenti agli altri era conveniente.

Finì il pasto. Chiese un caffè decaffeinato e dopo, per accompagnarlo, una grappa artificiale. Uscendo dal locale si accese una sigaretta senza nicotina. Il tempo non era né caldo né freddo, ma grigio, di quel grigiore pallido che può essere qualsiasi cosa e non è niente.
Poi si avviò verso il resto della sua vita devitalizzata.

Ai piedi della collina

I combattimenti erano calati di intensità. Erano ormai settimane che non sentivamo più i proiettili fischiare sopra le nostre teste.
“Si saranno stufati”, mi diceva Marco strizzandomi l’occhio. Anche il martellio distante dei pezzi d’artiglieria era ridotto quasi a niente, un boato di tanto in tanto, come per ricordarci che eravamo pur sempre in guerra. Le mimetiche rossicce del nemico si intravedevano ancora, però: lassù, in cima alla collina che tante volte avevamo provato a conquistare.
“Credo che ci siano trattative in corso”, aveva asserito Marco. “E che trattative ci possono essere, con loro?” Avevo domandato. “Siamo cresciuti esaminando e discutendo i loro errori. Abbiamo giurato che mai e poi mai li avremmo seguiti. Che le loro menzogne imperialiste e terroriste su noi non avrebbero mai fatto presa…cosa c’è ancora da discutere? Oltretutto, stavamo vincendo.”
“Appunto per questo”, ci aveva spiegato pazientemente il Capitano. “Adesso che sono praticamente sconfitti è l’occasione buona per convincerli che stavano sbagliando tutto. Che siamo noi ad avere ragione.”
Sbuffai. “E credete che lo faranno? Sono anni che li combattiamo. Magari non la bassa truppa, ma i loro  comandanti devono sapere molto bene tutte le bugie che hanno detto. Ti sei dimenticato tutta la potenza che avevano alle spalle? Come spadroneggiavano, quando erano sicuri di sbaragliarci? Non sono solo in errore, sono anche falsi.”
Il capitano aveva tagliato corto: “Probabile. Però vale la pena di tentare, no? Per la pace, dopo tutto questo tempo.”
Era stata la settimana in cui avevano destituito il generale, quello dello scandalo. “E’ stato imprudente”, aveva suggerito Marco a mezza voce. “Lo hanno silurato”.
“E perché mai?” avevo chiesto io. Lui aveva alzato le spalle.
Le settimane seguenti era continuata la tranquillità. Un colpo di mortaio qui, uno lì. Stavamo diventando irrequieti. Passavamo il tempo a leggere il giornale. “Non capisco. Guarda qui: in questo comunicato il Quartier Generale sembra riconoscere il valore del nemico.”
“Non si può negare che abbiano combattuto…” era stata la risposta di Marco.
“D’accordo, ma sono quasi allo sbando! Leggi, leggi: in questo passaggio pare quasi che avessero ragione loro, sulla questione del ponte.”
Marco prese il foglio, corrugò la fronte. “Hai ragione. Sembra quasi il contrario di quello che ci dicevano una volta”. Mi ripassò la pagina. “Però non suona male.”
“Non suona male? A cosa devo credere, a chi ci ha portato fin qui, a ciò che abbiamo dibattuto e discusso infinite volte, a quanto sapevamo per certo che era vero, oppure a quello che leggo adesso…qui si afferma che è lo stesso, ma lo vedo bene che non è così!”
“La stai pigliando troppo sul personale. Dovresti mettere in discussione i tuoi preconcetti.”
“Lo sto facendo! Per questo sono così arrabbiato”.
La settimana seguente ci fecero muovere. “Rilocazione, il fronte si è spostato”. C’erano anche le nuove uniformi, al posto di quelle chiare, sull’azzurro, stinte e bucherellate, che avevamo vestito durante le ultime campagne.
“Non mi piacciono”, dissi al Capitano. “Danno troppo sul rosso. Così ci confonderemo con il nemico”
“Questo passa il comando”, aveva replicato.
Ci muovevamo di continuo. “Ci sono tensioni con gli alleati” mi aveva detto Marco a bassa voce.  C’era una grossa battaglia in corso, e invece di intervenire noi ci dirigevamo in direzione opposta. “Sembra che i giacimenti facciano gola a troppi.”
“Sinceramente non capisco cosa perdiamo tempo: pensa ai civili!”, avevo risposto io. “Non è chiaro dove sta il meglio per questa gente?” Ma Marco non ne aveva più voluto parlarne.
A quanto pare una nuova offensiva era finalmente imminente “Ci hanno trasferito tante volte che non so neanche dove siamo. Mi sento sperso” avevo confessato a Marco. “Spara al nemico che ti indicano, e basta” aveva replicato lui. C’era stato anche il discorso dei generali. Una volta tanto, mi aveva fatto arrabbiare. Avevano indicato come nostre più grandi vittorie non i paesi faticosamente strappati ai nostri avversari, o i sacrifici di tanti nostri eroi, ma quei colloqui di pace delle scorse settimane. Come esaltare il valore del nemico mi avrebbe fatto combattere meglio? Non riconoscevo più nessuno degli obbiettivi che mi indicavano per la nostra guerra.
Il giorno dopo ci condussero alle trincee.
Il rumore da tempo dimenticato dei proiettili, il rombo del cannone. Sbirciai dalla feritoia.
Laggiù, ai piedi della collina, con le loro uniformi azzurrine e stinte, si vedevano i nemici.

Le storie di San Randazio: In compagnia dei lupi

Chi è che ha lasciato queste impronte fangose sul pavimento?, si chiese irritato Gervasio. “Vanno dritte nel mio studio”.
Salì i gradini, attento a non trascinare sullo sporco il lembo del suo prezioso vestito. Più tardi avrebbe dovuto recarsi dal duca, e non aveva voglia di cambiarsi.
Aprì la porta, e si trovò davanti la gocciolante fonte della scia di fango. Impiegò qualche istante a capire chi fosse.
Perché erano passati anni. Più massiccio, i capelli più grigi e radi sotto la tonsura. Ma il saio, e quegli occhi. Non ci si poteva sbagliare. L’irritazione passò istantaneamente.
“Randazio!” Il volto del monaco si aprì in uno di quei sorrisi che lo trasformavano tutto. Si abbracciarono, Gervasio dimentico del fango e del vestito. “Quanto tempo!” “Anni”.
“Vieni, siediti. Che sorpresa! Cosa ci fai da queste parti? L’ultima volta che ho saputo di te eri a Vallelunga.”
“Oh, Gervasio, viaggio parecchio. Uno non crederebbe mai dove si vanno ad infilare queste benedette pecore. Tu, piuttosto, ho saputo che hai fatto carriera. Sei balivo, adesso.”
Gervasio gonfiò il petto. “Da non credere, eh? Sono uno dei più fidati consiglieri del Duca. E spero che presto mi possa anche nominare… ma è presto, non parliamone ancora”, rise.
“Mi fa piacere, mi fa piacere” disse Randazio. “Mi ricordo di quando eri partito dal convento, così convinto della tua missione di cambiare il mondo. Renderò cristiano questo ducato, dicevi, convertirò tutti, lo renderò un’oasi di pace”.
Gervasio drizzò la testa. Aveva veramente detto così? Certo, erano anni che non ci pensava. “Sicuro. Quanto ero pieno di fede, eh?”
“Più che altro avevi fede che saresti riuscito a fare la differenza”, replicò Randazio.
“Beh, l’ho fatta. Guarda dove sono.”
“Lo vedo dove sei”, rispose Randazio. “Dimmi, come la prende il Duca quando gli rimproveri di avere lasciato la sua duchessa per quella biondina, come si chiama?”
“Malvinia” Rispose automaticamente Gervasio. Si morse il labbro, poi aggiunse lentamente “La duchessa era veramente una donna impossibile, e devi capire che il Duca è un uomo…deciso. Abbiamo bisogno di lui, non bisogna essere troppo duri per le sue, ah, preferenze, dato il bene che fa al suo paese.”
“Indubbiamente, il duca è deciso. Ed è un peccato che non ti abbia ascoltato quando ha assaltato Frugneto e ha fatto massacrare tutti quei poveretti. Perché tu hai cercato di dissuaderlo, vero?”.
Gervasio si accigliò. “E’ una questione politica. Il Duca non poteva lasciare passare quell’affronto impunito.”
“Però scommetto che ti sei fatto sentire quando ha mandato via i frati da San Belbo e si è preso il convento e tutte le loro terre. O quando ha alzato le tasse ai contadini per pagarsi la guerra.”
Gervasio tacque per un bel pezzo. Alla fine, quando parlò, le sue parole uscirono faticose dalla sua bocca, come se risalissero dal fondo di un pozzo.
“Capisco. Non è un caso che tu sia qui, vero?”
“No, non è un caso né una visita di cortesia. Sono venuto a cercarti. Oh, siete partiti in un bel gruppo, quella volta. Ti ricordi degli altri, dei tuoi amici, vero? Avevate l’idea di cambiare il mondo, ma il mondo ha cambiato voi.” Randazio fissò negli occhi l’antico amico. “Sai, è pericoloso credersi più forte del male. Non si gioca con il male. Non ci si trastulla con le tentazioni. Non si pensa di essere più forti del demonio. Non lo si è. Pensi di portare Dio nel mondo, e il mondo ti dà dio. Il suo dio, che Dio non è ma un oscuro emulo.”
Il monaco posò la grossa mano sulla spalla di Gervasio. “All’inizio lasci passare cose insignificanti, per evitare di sembrare troppo rigido, per farti ascoltare. Piccoli cedimenti, dai quali ti dici che ovviamente dopo rimedierai. Ma nel frattempo avrai perso la strada. Avrai smarrito il sentiero. Non riuscirai a ritrovare la via percorsa, perché quella via non esiste più.”
Prese fiato. “E’ questa la verità: senza il Signore che traccia la strada, illumina la via, è solo dirupi e rovi. Ci illudiamo di riuscire a tornare da soli. Ma se non è il pastore che viene, ci mette sulle sue spalle e ritorna, noi rimaniamo smarriti, in compagnia dei lupi.”
Gervasio era bianco come un cencio, gli occhi smarriti e vuoti. “Tu sei venuto a prendermi. A riportarmi indietro. A dirmi di lasciare” allargò le braccia, indicando lo studio , i libri, gli arazzi costosi “per cosa? Ancora il convento, il freddo, le preghiere che non combinano niente?”
Randazio si drizzò. “Esatto. E tu sai bene che tutto questo lusso, questi posti di responsabilità, non ti sono stati dati perché hai predicato Cristo, ma per il suo contrario. Per non averlo predicato. Per avere taciuto il male, e forse anche averlo favorito. Ma quanto vale tutto questo? Amico, non sei più giovane, come me. Presto dovrei ricordarti di Chi hai tralasciato di annunciare, perché lui non si scorda di te.”
Gli strinse le spalle. “Ricorda! Ricorda chi eri, quello che vedesti allora, ciò che ti fece partire. Ricorda chi sei. Non è tardi”.
Gervasio barcollò, quasi cadde, e Randazio lo abbracciò sostenendolo. Lacrime cadevano sulla mantella bagnata del frate.
“Mi riporti indietro tu?”, domandò. Randazio annuì. “Vieni, subito. Qui non c’è niente che ti trattenga.”
Scesero insieme le scale. Alla porta Gervasio si arrestò. “Aspetta. Non posso tornare vestito così” e indicò il pesante vestito di velluto ricamato di cui era rivestito. “Dammi qualche minuto. Mi cambio e arrivo. Aspettami qui.”
Passò quasi un’ora prima che Randazio si decidesse a cercare Gervasio. “Messer Gervasio?” gli rispose un servo alle stalle “E’ partito più di mezz’ora fa a cavallo per Mentara. Credo che il Duca lo abbia fatto chiamare.”
Randazio sospirò, fece dietrofront e si diresse al suo ciuco, che masticava pazientemente del fieno appena fuori dal portone. Pioveva ancora.
“Se torna Messer Gervasio, devo dire qualcosa?” Chiese il servo, parlando forte per farsi sentire al di sopra dello scroscio incessante.
“Non occorre” rispose Randazio. “Lo sto seguendo a Mentara”. Rise, e le gocce violente sul capo sembravano quasi disegnare un’aureola di spruzzi. “Quando mai il pastore rinuncia a inseguire le sue pecore riluttanti, e a portarle via dai lupi?”

I signori sono serviti

Berto girò il cartello sulla porta del suo ristorante in modo che “Aperto” potesse essere letto da fuori, e si preparò spiritualmente per la serata. Cominciava la battaglia quotidiana. Gettò un’occhiata all’avviso appeso davanti all’ingresso, in maniera che coloro che entravano non potessero non vederlo. Sarebbe servito?

Cominciarono ad arrivare gli avventori. Il suo locale aveva una certa notorietà, quindi non erano pochi. Nella stragrande maggioranza erano persone normali, a tratti piacevoli. Ma alcuni…
Individuò il primo che si era già seduto. Aveva messo i piedi sul tavolo e si dondolava sulla sedia. “Scusi, signore, potrebbe cortesemente togliere i piedi dal tavolo?” gli chiese Berto.
“E chi cazzo sei tu?” fu la risposta.
“Sono il proprietario, signore. Se poi volesse ordinare…”
Il tizio sbuffò. “Che locale di merda. Portami un bicchiere d’acqua, svelto”.
Berto fece un cenno al cameriere più vicino. Nel frattempo uno scambio ad alta voce al tavolo accanto attrasse la sua attenzione.
“E’ una vergogna! Questo posto fa schifo.”
Berto intervenne. “Scusi, signore, qual è il problema?”
“Ho chiesto un hamburger di soia, e non me lo vogliono portare!” fu la risposta.
Berto sospirò. “Non abbiamo hamburger di soia nel menù, mi dispiace. In questo ristorante si serve…”
“Non me ne frega niente di quello che si serve qui! Io esigo un hamburger di soia. E un pinzimonio di rape e zucca.”
Berto si sforzò di sorridere. “Come le stavo dicendo, non ne abbiamo disponibilità. Se volesse consultare…”
“Niente affatto! Io rimango qui e ogni minuto chiederò quello che voglio fino a che me lo porterete. Nel frattempo vi spiegherò perché ho ragione.”
Lo scambio fu interrotto da un rumore di vetro infranto. Si voltò: l’avventore di prima aveva gettato per terra il bicchiere d’acqua che gli era stato portato.
Quello gli sorrise, e rimise i piedi sulla tavola. “Non mi piaceva il bicchiere. Anche quello di merda. Un altro, subito. Diverso.”
Berto gli stava per replicare quando la porta si aprì ed entrò qualcun altro. Tutti si voltarono. Il nuovo arrivato era in costume da bagno – non un bel vedere, dato che aveva il fisico di una botte – e portava al guinzaglio due grossi rottweiler, che si misero immediatamente a ringhiare contro i presenti.
Berto si avvicinò. “Mi scusi, ma c’è un cartello sulla porta che dice ‘niente cani'”
Il tizio con gli animali alzò le spalle. “Ohi, bello, sei tu il padrone”, e si avviò ad un tavolo libero.
Nel frattempo il cliente dell’hamburger di soia si era messo in piedi sulla sedia a declamare le virtù della sua scelta. “L’hamburger di soia è insostituibile! Gualtiero Marchesi l’indica come il cibo degli dei e sulla rivista Nature, un articolo…”
Un nuovo rumore di bicchiere infranto attirò l’attenzione di Berto. “Neanche questo mi piaceva, coglione” disse l’avventore con i piedi sulla tavola. Colse l’occhiata del cliente di un altro tavolo. “E tu, che hai da guardare, cretino? E’ la mia opinione, e sono libero di esprimerla come mi pare. Se tu ti accontenti dei bicchieri schifosi che ti passa questo deficiente sei proprio uno stupido”.
“Le dispiacerebbe togliere i piedi dalla tavola e ordinare?” gli ripetè Berto.
“Ma che locale di merda, non sapete neanche portarmi un bicchiere decente e dovrei ordinare?” replicò quello senza muoversi.
Nel frattempo l’amante della soia continuava ininterrottamente a pontificare. Berto gli si avvicinò. “Scusi, le abbiamo detto che non abbiamo hamburger di soia. Le dispiacerebbe sedersi e ordinare altro?”
“Lei non capisce! La soia è…”
“Certo, certo. Non ha quindi intenzione di ordinare qualcosa dal menu, o almeno sedersi?”
“No! Non capisce che l’hamburger…”
Berto fece un grosso respiro, poi disse “Adesso basta. Esca dal locale, per favore.”
“E’ un sopruso! Non capisce! Marchesi ha detto…”
“Sì, certo, come no.”
Chiuse la porta alle spalle del maniaco della soia. I cani del tipo in costume da bagno stavano abbaiando ai commensali di un tavolo vicino. “Scusi, le avevo detto che i rottweiler non sono ammessi in questo locale”
“Sì, l’ho capito. Ma perché odi i cani, fratello? Io ho pure un ristorante, da decine d’anni, sono un esperto, e da me gli animali sono bene accolti. Non hai l’intelligenza, non voglio seguire le tue illusioni. Tu odi ogni essere vivente, dillo”.
Nel frattempo era entrato un altro avventore, in qualche maniera familiare. “Buongiorno. Mi può portare un hamburger di soia, per favore?”
Berto lo squadrò. “Lei è quello che ho appena accompagnato fuori”, disse.
“Ma neanche per idea! Sono qualcun altro. Sono pettinato diversamente, tanto per cominciare. Come ha detto Gualtiero Marchesi, la soia…”
“Esca subito.”
Tornò dall’uomo con i cani. “Per favore, può portare fuori i suoi animali?”
“Sei tu il padrone, capo.” rispose l’altro senza muoversi. “Ma la tua avversione per i cani fa di te una persona opaca, non un vero ristoratore come sono io”.
Berto lo guardò meglio. “Ma tu non sei quello che vendeva cocco sulla spiaggia?”
“Ehm…ciò fa di me un ristoratore, giusto?”
“Fuori anche tu, con le tue bestie.”
“Ci cacci perché sei antidemocratico, perché io porto verità scomode!”
“Vi faccio uscire perché disturbate. Adesso fuori.”
L’uomo uscì mentre un altro avventore entrava. Il volto non era sconosciuto. “Scusi, qui servite anche pasta?”
“Certo. Ma…”
“Allora vorrei un hamburgher di soia, il cibo che…”
“Fuori. Di nuovo, fuori.”
Il tizio con i piedi sul tavolo rise fragorosamente. “Che cretini tutti, e che locale di merda! Non capisco perché la gente viene qui.” Gettò il bicchiere per terra, ma quello non si ruppe. “Uh?”
“Infrangibile. E, adesso, anche lei, esca.”
L’altro si limitò a sorridere. “Voglio proprio vedere…”
“Randazio!”
Un giovane in divisa da cameriere, alto forse due metri, si fece avanti. “Randazio, vuoi accompagnare il signore all’esterno? Per stavolta non gli facciamo pagare il coperto e i bicchieri, ma che non si faccia vedere più da queste parti.”
Quando fu uscito, Berto lasciò andare un sospiro di sollievo. Domani sarebbe ricominciato tutto, ma almeno per stasera era finita? Guardò il cartello sul muro. Eppure era scritto chiaro. Se solo la gente leggesse…
Sul cartello c’era scritto:
“NON SI SERVONO TROLL”.

Si aggiustano orologi

Passando sbirciai dentro al vicolo, e vidi la porta ed il cartello: “Si aggiustano orologi”. Era un passaggio stretto, scuro, che si infilava tra due blocchi di case, ingombro di bidoni e imballaggi abbandonati. Il vicolo curvava verso l’ignoto; perché qualcuno tenesse un negozio in un buco così inospitale invece che sulla via principale era una domanda che mi attraversò la mente per un attimo, ma la liquidai. Forse era un artigiano in difficoltà, per via di questa maledetta crisi. Forse non aveva i soldi per una vera vetrina, e doveva accontentarsi di una finestra opaca invece di un’insegna come si deve. O forse era un negozio così esclusivo da non averne necessità.
Mi toccai la tasca. Comunque sia, era quello di cui ora avevo bisogno. Bisogna pur cominciare, da qualche parte.
La porta resistette per qualche attimo prima di cedere alla mia spinta. Andiamo bene, mi dissi.
Entrai.
Chiusi con cura l’uscio dietro di me, poi mi voltai. E mi arrestai, stupito.
Come molti di voi, da piccolo, avevo guardato il film di Pinocchio. Quello era stato un tempo felice, in cui non sapevo ancora niente della vita, e il cartone della Disney può essere veduto anche senza capirlo. Senza comprendere che è la fuga disperata di un burattino dalla realtà, dal dovere essere uomo. Fino al lieto fine, almeno. Allora non sapevo che non esistono davvero, i lieto fine.
Una delle scene che più mi avevano colpito era quella nella bottega di Geppetto. Piena di orologi a pendolo e a cucù, su ogni parete, che ticchettavano tutti assieme. Avete presente, no?
Qui era lo stesso. Più o meno.
Le pareti, gli scaffali, ogni superficie verticale e orizzontale erano ricoperti di orologi. Molto meno allegri di quelli di legno con le figurine semoventi del cartone animato. Erano di tutti i tipi, cronometri, da polso, da parete, di ogni foggia e colore e dimensione. Il loro ticchettio era come la vibrazione di un contrabbasso pieno d’api, lo scalpiccio di mille piedi in corsa, il battere di milioni di cuori. Dava l’impressione che sotto gli orologi in mostra ci fossero altri orologi, che le mura stesse del megozio fossero fatte di ruote dentate e lancette. Dietro al banco una figura stava curva. Non era Geppetto. Rovistava con delle pinzette all’interno di un meccanismo. Indossava occhiali con spesse lenti e una luce che illuminava come il faro di un teatro le viscere aperte su cui stava lavorando. A prima vista mi era sembrato vecchio, quasi decrepito, ma quando alzò la testa e la luce cambiò vidi che era giovane, forse più giovane di me.
“Sì?” disse in tono interrogativo, guardandomi.
Deglutii. Misi la mano nella tasca, sfiorando il metallo. Le mie dita furono indecise per un attimo, poi si chiusero su un cinturino. “Oh…ho qualcosa da fare aggiustare”, dissi.
“Vedo”, rispose l’orologiaio.
Allungò la mano, prese ciò che gli porgevo, lo soppesò intento per qualche attimo. Poi prese il lavoro sul quale si stava concenrando al mio ingresso e, con delicatezza, lo spinse da parte, ponendo al suo posto il mio orologio.
“E’…è fermo”, dissi.
Lui annuì. “Sì. Si è fermato da un bel po’. Peccato, una così bell’opera.”
“Può aggiustarlo?”, chiesi, prendendo tempo.
Lui risollevò lo sguardo, mi fissò e disse “Io posso aggiustare qualsiasi orologio. Che poi ci riesca o meno, questo dipende dall’orologio”.
Che razza di risposta, pensai. Mi schiarii la voce. “Non so perché si è arrestato”.
Lui scosse la testa, picchiettando i pulsanti dell’orologio con un dito. “Oh, lo so io. Questo è stato un orologio molto amato, ma ad un certo momento questo amore è cessato.”
Aprii la bocca. “Io…”
“Si vede dal cinturino. E dalla cassa”, disse l’orologiaio, rigirandolo. “Questa magnifica creazione ad un certo momento si è convinta che tutto fosse contro di lui. Di non essere più necessario. E’ per questo che ha smesso di seguire il tempo. Si è messo da parte. Ha rallentato, e più rallentava più si convinceva di essere in ritardo. Inutile. Finché, ad un certo momento, ha smesso di ticchettare del tutto.”
Richiusi la bocca. Che diamine…
“Ma si sbagliava. Anche quando si ferma, un orologio non cessa di essere un orologio. Basta incoraggiarlo un poco, fargli capire che qualcuno gli vuole bene. Che non è tutto finito. Che può ricominciare a muoversi. Qualcuno che lo ama c’è sempre, deve solo accorgersene, così ricomincerà ad amarsi. Qualsiasi orologio”, aggiunse.
Mi appoggiai al bancone, in cerca di fiato. Per fare quello che dovevo fare e non riuscivo a fare. Mi guardai attorno, e notai una cosa curiosa. Normalmente in un negozio di orologi tutti quelli in esposizione sono sincronizzati sull’ora esatta. Qui nessuno lo era. Le lancette di ognuno segnavano un’ora diversa.
“Sono tutte differenti”, mormorai.
“Il tempo è uno, ma ogni orologio lo segue alla sua maniera” disse l’orologiaio.
“Non ha senso. Un orologio segna l’ora giusta, o non serve”, replicai.
“E qual è l’ora giusta? Non esiste l’orologio che segni davvero l’ora giusta. Nemmeno gli orologi atomici lo fanno. Ci sarà sempre uno scarto. Non è in loro potere. Il tempo è più grande di loro. Si limitano ad annotarne il passaggio, ma nessuno di loro lo possiede. E’ il tempo che possiede loro, anche se gli orologi, com’è ovvio, raramente se ne accorgono.”
“E a cosa serve allora un orologio se non a segnare il tempo?” chiesi, con rabbia.
“Ad abbandonarsi a quel flusso di tempo, al suo scorrere. A indicarlo. Per quelli che stanno intorno a lui. E per questo essere amato. Come un cuore. La stessa cosa di un cuore, che batte per gioire di una vita che non possiede e che gli è data.”
Mi porse il mio orologio, reggendolo per il cinturino. Vidi la lancetta dei secondi muoversi, piano, come una volta.
“Funziona”, dissi.
“Ha sempre funzionato. Voleva solo un’altra possibilità.”
Allungai la mano, esitante. Lo presi. Quando afferrai il suo peso familiare mi rammentai di chi me lo aveva regalato, e quando. Mi salirono le lacrime, irrefrenabili.
Feci per parlare, un groppo in gola, ma l’orologiaio alzò la mano. “Non mi deve nulla. Il suo orologio aveva solo bisogno di esser un po’ scosso, per riprendere a funzionare. Lo tenga da conto, e non lo lasci più fermare.”
Uscii dal negozio di corsa. Mi arrestai solo un attimo, per togliere dalla tasca quel peso e buttarlo nel bidone più vicino. Il metallo della pistola fece un rumore sordo, come un battito, quando cadde sul fondo. Sperai che nessuno la trovasse.
Mi tornarono alla mente le ultime parole che il proprietario della bottega mi aveva sussurrato, prima che io uscissi.
“Lei conosce davvero bene il tempo e gli orologi”, gli avevo detto.
“E’ vero, perché non mi limito ad aggiustarli”, mi aveva replicato. “Io li fabbrico.”

Happy end

La signora si asciugò una lacrima.
“Dottore, guardi, abbiamo fatto di tutto. E’ in questa condizione da troppo tempo. Non è una vita degna di essere vissuta.”
Il dottore annuì comprensivo, e passò una scatola di fazzoletti di carta alla donna seduta davanti a lei. Eccezionali questi trucchi per gli occhi al giorno d’oggi, pensò. Riesce a piangere senza neanche sbavarli.
“Capisco, capisco” disse. “Ma è un passo grave, da cui non si torna indietro. Sua figlia…”
“Figliastra.”
“Sì, certo, figliastra, è una ragazza ancora giovane, dal cuore forte, come dice il referto. Non è in stato terminale.”
La donna scosse la testa. “Ma ormai abbiamo perso ogni speranza che torni a vivere. Il suo cervello è danneggiato irreparabilmente.”
Il medico scorse la cartella clinica. “Che sfortunato accidente. Soffocata da un pezzo di cibo. Il cervello è rimasto senza ossigeno per troppo tempo, è entrata in coma ed è così da allora. Una ragazza così bella…”
La sua matrigna sussultò e digrignò i denti, ma il dottore non se ne avvide. Stava guardando le fotografie. “Poveretta. Che carnagione pallida e malata.”
La donna agitò la mano. “Oh, è sempre stata di pelle molto chiara, anche prima dell’incidente. Ma torniamo a noi. Lei capisce la mia sofferenza, come unica tutrice legale della ragazza dopo la morte di suo padre. Così ho preso la decisione migliore per lei: la sospensione del sostegno vitale.”
Il dottore strinse le labbra. “Non posso dire di essere molto d’accordo. La ragazza non ha alcuna patologia. il sostegno vitale è solo cibo e acqua. Toglierglielo equivale a condannarla ad una morte lenta ed atroce.”
“Oh, non abbastanza atroce. C’è di peggio, voglio dire” si corresse la donna.”E poi proprio il suo essere una ragazza non così brutta, immobile in un letto, è causa di enormi preoccupazioni per me. Si figuri che l’altro giorno un maniaco l’ha assaltata sessualmente”.
“E’ orribile!” disse il dottore. “Violenza su una donna indifesa!”
“Assolutamente. Voleva baciarla a tutti i costi. Naturalmente l’ho fatto arrestare, e sarà processato per direttissima.  Ma  questo episodio non fa che confermarmi nella mia decisione. Voglio che le sia sospesa l’alimentazione e l’idratazione.”
“Il mio parere medico…” cominciò l’uomo.
“Non mi importa molto del suo parere”, lo tranciò la signora. “La legge dice che deve comunque rispettare la volontà del paziente, cioè la mia. Non ha scelta.”
Il dottore sospirò. “E’ vero, è la legge, Ma è un peccato.”
“Oh, sono d’accordo con lei. Questa legge  però è esattamente quello che serviva per porre fine a tante immotivate esistenze. La mia Bianca, così generosa e altruista, non è più che un cadavere caldo, ohimé. Guardi però, darò il mio consenso per il prelievo degli organi. Che il suo cuore almeno serva ad aiutare altre persone, ed il suo sacrificio non sarà vano.”
“E’ molto generosa, signora…signora?”
“Mi chiami Grimilde”, disse la donna.
“Va bene, signora Grimilde, il supporto vitale sarà levato oggi stesso. Tutto dovrebbe essere finito abbastanza in fretta. Non ci sarà neanche bisogno di sedarla, visto che è in coma profondo.” Scosse la testa. “Tutto per una mela andata per traverso. Che tragedia. Come sarebbe bello se si svegliasse…”
Grimilde era già in piedi, accanto alla porta, che si aggiustava l’acconciatura guardandosi in uno specchio. “Sì, ma questa è la realtà. C’è la parte buona e la cattiva, e non si può vivere per sempre felici e contenti. Mica siamo in una favola…”

Un peso per tutti

“Non ci voglio andare all’ospedale!” Biascicò il vecchietto.
Arturo era stato a suo tempo un uomo alto e vigoroso, un atleta, un lavoratore, ma gli anni l’avevano ristretto e incartapecorito come gli arrosti lasciati troppo nel forno. Mimmo il nonno l’aveva visto sempre così: aveva gli stessi occhi chiari e il naso bulboso delle foto dei quadretti, ma sembrava una persona differente. Uno gnomo uscito da un altro tempo.
Il nonno non stava bene, ultimamente. “L’età”, diceva lui, e si rifiutava ostinatamente di vedere dottori. “Non mi fido di loro”.
La mamma diceva che non aveva mai perdonato loro la morte della nonna, entrata in ospedale per una banale operazione e mai più uscita. E faceva capire che erano fisse da anziano, le paranoie che ha chi per l’età non disingue più il falso dal vero.
Fatto sta che il nonno stava male. Così il papà di Mimmo aveva ignorato le sue proteste, l’aveva preso di peso e caricato in macchina.
A Mimmo aveva fatto impressione la reazione del nonno. Quando aveva capito di non avere più voce in capitolo si era azzittito, e al ragazzo era parso di vedere i suoi occhi inumidirsi. Avevano aspettato un po’ al pronto soccorso, poi due infermieri avevano caricato il signor Arturo in barella e l’avevano portato via.
Un oretta dopo avevano chiamato il loro nome. Mimmo e i suoi genitori erano entrati nello studio del medico di guardia, un dottorino di mezz’età con una piega triste delle labbra che lo faceva sembrare un pesce. “Firmate qui”, aveva detto il dottore.
“Cos’è?” Aveva chiesto suo padre.
“Oh, burocrazia” aveva replicato il medico. “Abbiamo messo il suo parente in sedazione totale. Sa, era in stadio terminale”.
Il papà era sbiancato. “Come, stadio terminale? Cos’ha?”
Il medico aveva giocherellato con la penna. “Sa, a quell’età non conviene mai approfondire le patologie. Sicuramente qualcosa di terminale, o non l’avreste fatto ricoverare, giusto?”
“Ma…”
Il dottore dalla faccia di pesce aveva alzato la mano. “Guardi, i protocolli di cura sono molto chiari. Insistere con i trattamenti si configurerebbe come eccesso di cure, che tutti i testi medici concordano sia estremamente dannoso. Da evitare.”
“Ma non c’era nessun trattamento…”
“Perché l’età del paziente è troppo avanzata, e quindi non conviene neanche iniziarli. La legge è chiara: bisogna evitare ciò che potrebbe essere inutile e causerebbe senza motivo sofferenze al paziente. Voi non volete che vostro padre soffra, vero?”
“Certo che no…” ammise il padre di Mimmo.
“E suo padre adesso non soffre. Le assicuro che tutto si svolgerà molto rapidamente e senza traumi, lui non se ne accorgerà nemmeno. E’ già addormentato e non si sveglierà più, tutto qui. Accade in continuazione, è la vita. Consideri che il nostro ospedale è all’avanguardia nei trattamenti compassionevoli.”
Il figlio di Arturo scosse la testa. “Non mi convince…non stava poi così male, lui diceva che era solo influenza…”
“Le diagnosi, se permette, è meglio che le facciano i medici. Professionalmente le posso dire che negli anziani le influenze sono spesso fatali, ma non è questo il punto. Le cure, nel caso peggiore, potrebbero essere molto lunghe e costose, e non possono essere tutte a carico del sistema sanitario nazionale, credo mi capisca.”
“Costose?”
“Migliaia di euro, anche decine di migliaia. Sono sicuro che suo padre non lo vorrebbe, non desidererebbe essere trascinato per anni di letto in letto nel dolore. Non è che ha fatto un testamento biologico?”
“No, non ha mai creduto in queste cose”.
“Benissimo, fa lo stesso, perché dall’ultima finanziaria si presume che in mancanza dello stesso valga la volontà di non procedere con nessuna cura. Sa, è più semplice così, si evitano un sacco di malintesi. E adesso, se vuole firmare, potrà passare a ritirare il corpo di suo padre all’obitorio tra un paio d’ore…”
“Ma come? Non era solo sedato?”
“Sì, ma vede, manca poco a Natale, abbiamo pensato che convenga a tutti abbreviare il più possibile la fine inevitabile. E’ molto brutto passare le feste in ospedale, concorderà con me. Sarebbe un peso per tutti.”
Mimmo e i suoi genitori uscirono dallo studio, e suo padre camminava con una faccia lunga, trascinando i piedi, mentre la mamma gli parlava fitto all’orecchio. “Ma il nonno non torna a casa?” Chiese Mimmo.
Suo padre scosse la testa. “No, Mimmo, non torna più.”
Mimmo si mise a piangere. Suo padre l’abbracciò. “Su, su, non piangere. Guarda, per Natale ti arriverà quel cucciolo che volevi tanto.”
Il bambino si allietò immediatamente, ma sua madre abbrancò il papà per la manica della giacca. “Ma sei matto? Uno è andato, e adesso ce ne mettiamo un altro in casa? E quando cresce?”
Il marito le fece l’occhiolino, e le sussurrò “Oh, non te ne preoccupare. Se darà fastidio, in qualche modo ce ne libereremo.”

Le storie di San Randazio: Panni sporchi

Un giorno il santo monaco Randazio si trovò a passare con alcuni novizi vicino ad un fiume presso il quale alcune lavandaie sciacquavano i panni. Rivolgendosi quindi ai suoi confratelli, così disse loro:

“Guardate quelle lavandaie. Per pulire i panni li battono sulle pietre, oppure con un bastone: li strofinano, li fregano, li colpiscono, li strizzano fino a quando lo sporco non è uscito. Pensate a cosa potrebbe dire il panno: ‘Ma perché mi colpisci con tanta malvagità? Cosa ti ho fatto?’ Perché non si rende conto della sua stessa sporcizia.

Ma una volta ripulito la sua bellezza è molto maggiore: non è più uno straccio sozzo, ma un abito degno da indossare.
Considerate con simpatia il bastone che vi colpisce per purificarvi, non sfuggite alla mano che vi sfrega sul sasso, perché non sapete quanto sporco avete dentro. Non vi vuole male: desidera solo che voi siate degni della stoffa di cui siete stati intessuti.”

 

Le storie di San Randazio: la misura dell’amore

Si racconta che il santo monaco Randazio un giorno fu invitato a predicare dal Conte Guiberto davanti alla sua corte. Il conte era uomo giusto e severo, ma tra i presenti ve ne erano alcuni che erano soliti farsi beffe della religione, lodando le virtù dell’amore terreno su quello celeste. Il sant’uomo, sapendo questo, si presentò davanti a quel consesso con un gomitolo di spago. “Questo gomitolo, vedete”, disse agli astanti, “è di una corda speciale benedetta, intrecciata dalle vergini del monastero. Serve a misurare l’amore”.
Gli ascoltatori mormoravano: “Ma cosa intende dire?”
“Ve lo spiego subito”, replicò quello.

Si rivolse al Conte. “Vostra Signoria, voi amate il vostro paese?”
“Ma certo che lo amo”, fu la replica un po’ indispettita di Guiberto.
Randazio si avvicinò al Conte, gli accostò il gomitolo al petto e srotolò la corda fino a terra, segnandone la lunghezza. “L’amore per la vostra terra misura due braccia, due braccia e mezza.”

Si volse quindi alla Contessa, “Venite, vi prego, alzatevi ed accostatevi”.

Fattala avvicinare al marito passò intorno a loro lo spago, così che li stringeva come una cintura. Recuperato la cordicella la misurò a spanne. “Il vostro amore coniugale vi lega assieme. Ecco qui: la corda dice che esso misura circa quattro braccia.”
Chiese quindi che si avvicinassero anche i figli. Fatto girare loro attorno lo spago rifece la misura. “Quasi dodici braccia! Anche con il piccolino che non vuole stare fermo. Questo è l’amore della vostra famiglia.”

Alzò il volto, e indicò verso l’alto. “Adesso misuriamo l’amore di Dio”. Si rivolse quindi al chierichetto. “Prendi il capo dello spago, srotolalo e vai più su che puoi verso il cielo. In cima alla torre!”
Il ragazzo andò, ma ad un certo punto arrivò al termine del gomitolo. “Non basta, Padre!”
Randazio si rivolse ai fedeli. “Avete compreso? Non basta tutto un gomitolo per arrivare neanche in cima alle scale, figuratevi fino al cielo! L’amore celeste, a differenza di quello terreno, non ha misura. Vedete bene quanto l’amore di Nostro Signore è maggiore di quello di noi uomini.”

Una nobile dama, nota per i suoi pubblici disinvolti costumi, volle intervenire. “Ma anche noi possiamo avere molto amore! Quanto sarà grande il mio?”
Randazio, che conosceva chi gli parlava, tese tra le dita un palmo di corda. “Mia signora, questa è la misura dell’amore che ti fai bastare. Moltiplicalo quante volte vuoi, sarà sempre molto minore dell’amore di Dio”.
Al che la nobile tacque, arrossendo, e più nessuno per un pezzo osò menar vanto dei propri amori terreni.

Incidente di percorso

Don Letizio fissò il foro tondo della canna della pistola, e cadde in ginocchio.

“Ti prego, Alfonso, non uccidermi! Pensa al percorso di redenzione che stai facendo, dopo la galera! Eri a messa l’altro giorno, hai preso la comunione! Pensa alla salvezza della tua anima! Finirai in peccato mortale!”

Alfonso scosse la testa. “A’ don, ma che peccato mortale? Peccato veniale è.”

“Ma che dici!” Fu la risposta disperata. “Tu m’accidi! Materia grave!”

“Naa. Vede, io so’ in percorso de redenzione, proprio come m’aveva detto. Quando sono entrato nell’organizzazione non capivo bene che era peccato, mica è colpa mia, è la società. Adesso so che è male ammazzare, ma tengo le attenuanti. Io cerco di smettere, vorrei, lo giuro. Ma non è che posso mettere in pericolo la mia famiglia per disobbedire agli ordini del capo. Pensate a mia moglie, ai piccolini! Devo mantenerli, sono abituati bene, cosa penserebbero di me altrimenti? Don, la vorrei proprio risparmiare, le giuro, ma non posso smettere adesso.”

Fece fuoco due volte. Guardò il corpo immobile e si strinse le spalle. “Aho, speriamo che il prossimo confessore non sia uno di quei tradizionalisti…”

Via dall’inferno

“Zio, sono preoccupato”.
Berlicche, l’arcidemone, abbassò gli occhi verso l’abisso.
“Dimmi, Malacoda, perché questa preoccupazione? Ti devo ricordare che dovresti esser tu a far preoccupare, non viceversa.”
“Ho sentito che vogliono sfrattarci”, ansimò il diavolo.
L’anziano tentatore si grattò il corno. “E dove avresti sentito questa novità?”
“Pare che gli umani non credano più all’inferno”.
Berlicche rise. “Ma è sempre stato così! Una gran parte delle anime che giungono sulle nostre tavole è composta da gente che non credeva all’inferno, e quindi che non ci fosse nessun bisogno di pentirsi o convertirsi. Osservare la loro faccia quando si accorgono di essersi sbagliati è uno dei miei più grandi divertimenti.”
“Ma stavolta è diverso! Pare non siano solo più i nostri dannati che lo affermano, ma addirittura pezzi grossi della Chiesa stessa!”
L’arcidemone sbuffò. “Che sciocchezza. Il Figlio del Nemico ne ha parlato chiaramente più volte. Non penso proprio che…”
“Ti dico che è così! Negano che ci si possa dannare, e asseriscono che tutti saranno salvati, compresi quelli che non si sono mai minimamente pentiti! Oh, che facciamo, che facciamo? Se lo dicono loro, da un momento all’altro qui viene giù tutto! Resteremo senza cibo e senza divertimento!”
Berlicche diede un calcio al suo sottoposto con lo zoccolo puntuto. “Ma sei idiota? Lavoriamo a cancellare la consapevolezza del male da millenni, ed ora che finalmente abbiamo raggiunto quell’obbiettivo tu hai paura? Guarda fuori: ti pare che sia calato il flusso di immigrati nelle nostre bolge? Neanche per sogno! Abbiamo dovuto dare in appalto il trasbordo delle anime perché la barca di Caronte non basta, e lavorano a triplo turno”. Berlicche stette un attimo a contemplare i fuochi dove le anime si consumavano. “Tutto questo è eterno. Non dimenticare che ognuno di quelli che arriva ha scelto di essere qui. Ha liberamente rifiutato il Nemico, e il Nemico, per quella che chiama giustizia, gli ha permesso di andare dove voleva.”
Afferrò Malacoda per l’orecchio scaglioso e lo condusse fuori. “Se anche questo luogo dovesse svuotarsi, e non vedo come sia possibile, dove pensi che andremmo noi? Eh?”
“No-non…”
“E dove se no? Sulla Terra, è ovvio! Se ogni sacrificio è inutile, se non serve credere nel Nemico, se fare quello che suggerisce la sua Chiesa è opzionale, a che pro i mortali dovrebbero impegnarsi a seguire il bene? Quella diventerebbe la nostra nuova casa, perché non esisterebbero più né giustizia né verità”. Allargò le braccia, sorridendo, e il suo sorriso era pieno di denti. “E dove Giustizia non è possibile, quella è casa nostra!”

 

 

Da “Le storie di San Randazio” – Casa pulita

Una volta il santo monaco Randazio si trovò a narrare una storia agli abitanti di un borgo che si dovevano da lui confessare.

“In un paese qui vicino c’era un ragazzo molto bello, umile e onesto. Questo ragazzo non era ancora sposato. Un giorno fu accostato sulla via da una signorinetta in età da marito, che fissandolo gli disse “Ma quanto sei bello! Vieni a casa mia, domani, che ti voglio parlare”.

Il nostro rimase perplesso dalla subitaneità della proposta, però sapeva che la ragazza era di buona famiglia e quindi non ritenne fuori luogo accettare l’invito, se non altro per capire cosa si volesse da lui.
Giunto che fu alla di lei magione, fu colpito dalla sporcizia che vi regnava. Pattume si riversava dalla soglia sulla strada, e con tutta evidenza nessuno aveva ramazzato i pavimenti né messo ordine da un bel pezzo. Un vociare pervadeva l’ambiente, perché parecchie persone oziavano o chiaccheravano in ogni stanza. La signorina che l’aveva invitato si stava intrattenendo con un gentiluomo, con cui era evidentemente in intima confidenza. Alzato lo sguardo e veduto il nostro in attesa, non si diede peso di interrompere le sue effusioni, ma continuò fino a che volle; quindi, congedato il filarino, finalmente si dedicò al suo ospite.

“Ah! Sei giunto!” Gli disse.

“Mi hai chiamato”, quello rispose. “Io giungo sempre se invitato. Ma pare che tu non ti sia data molta pena dal prepararmi accoglienza.”
“E che, tu mi giudichi?” Rispose la donna “Io faccio quel che mi pare in casa mia. Ma veniamo a noi: tu mi aggradi ed hai buona fama, vuoi unirti a me?” Chiese, carezzando il suo interlocutore. “Ci guadagneremmo entrambi: tu mi avrai, dacché so che mi brami, ed io diventerò così una donna onesta.”

Questo si stupì. “Ma come, tu non sembri conoscermi affatto, eppure dici che mi desideri. Ma come la mettiamo con quell’uomo con cui ti vidi amoreggiare quando giunsi?”
“Oh, quello?” Fece la giovane “Non ti preoccupare per lui. Non c’è problema.”
“Nel senso che l’abbandonerai?”
“No, perché dovrei? Mi è caro e mi conviene. Né lui né gli altri come lui ti devono però interessare, non penserai che io debba cambiare la mia vita per venirti incontro?”
Il ragazzo era stupito ed amareggiato. “Ma come puoi pensare ciò? Se tu davvero mi volessi, e non fossi un capriccio, rinunceresti a tutto per unirti a me. Se non sei disposta, qualunque scusa tu ponga innanzi, vuol dire che stimi ciò da cui non demordi più di me.”
“Tu devi capirmi”, disse la donna, “se davvero mi volessi bene saresti anche disposto a permettermi qualche svago”.

Randazio si interruppe  e scrutò i presenti. “Ditemi, fratelli cari”, domandò, “voi cosa avreste fatto? Sareste rimasti nonostante tutto con quella donna?”
“Sarebbe da matti” sbottò uno dei presenti “Una che ti stima così poco meglio perderla che trovarla. Ti userebbe e ti butterebbe via, perché ha altri amori.”

“Ed è proprio quello che fece il nostro giovane”, disse Randazio. “Scappò a gambe levate da quel luogo dove non era certo desiderato. Perché per dare tutto se stessi bisogna che ci sia qualcuno in grado di accogliere quel tutto.”

Alcuni dei presenti però mormoravano e si scambiavano risa maliziose e lo santo monaco disse “Così è per la parola che vi ho detto riguardo a Cristo. Se rienete altro più interessante, e non ritenete neanche di ripulire la vostra casa prima di accoglierlo, allora non ne siete degni. Quale uomo che deve ricevere un re o un uomo illustre a casa sua non la pulisce da cima a fondo, e lo onora con il primo posto? Io vi dico: se non farà così, quello ne sarà oltraggiato. Badate di non perdere il vostro tempo con chi non vi ama.”