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Povero superuomo

Fabio era arrabbiato. La sua supervista aveva un problema.
“E’ il superzoom”, spiegò. “Non riesco ad ingrandire oltre il 6x.”
“Quand’è che ha funzionato per l’ultima volta?” Chiese sua madre.
Fabio ci pensò su un attimo. “Non mi sembra di averlo usato quest’inverno. L’ho installato a marzo dell’anno scorso, e mi ricordo che per un po’ l’ho adoperato. Ma ora…”
“Quindi è un anno che non lo usi. E te ne accorgi adesso che non funziona”, disse la donna scuotendo la testa, mentre girava distrattamente le pagine di una rivista di cucina.
“Non è una cosa che si adoperi tutti i giorni”, protestò lui. “però dovrebbe essere ancora in garanzia.”
“Com’è che te ne sei accorto?” Fece sua madre, tornando a mescolare la pentola.
“Ecco, uhm, ho fatto il check diagnostico, dato che voglio comprarmi questa nuova funzionalità…”
Lei si arrestò con il cucchiaio in mano. “Un’altro miglioramento? Cosa vuoi, stavolta?”
“La vista a spettrofotometro! La Suzuki ne ha appena fatto uscire un nuovo modello fighissimo!”
Sua madre riprese a cucinare con un sospiro. “Spettro… e a cosa serve avere la vista spettrocosa? A vedere i fantasmi?”
“Beh”, replicò lui, guardingo, “puoi scomporre la luce e capire com’è fatta… ad esempio puoi verificare che cosa sta bruciando nella fiamma del fornello! Se l’azienda del gas ti sta fregando. Puoi vedere la composizione della luce solare! Fighissimo, eh?”
“Non ti ho chiesto cosa fa, ti ho chiesto a che ti serve”, gli rispose sua madre, un po’ spazientita.
“E’ utilissima”, mormorò Fabio. “E poi i miei amici ce l’hanno già tutti. Visto che devo andare dal componentista per lo zoom, tanto vale che me la faccia impiantare.”
Sua madre alzò gli occhi al cielo. “Già che ci sei, apri con la tua superforza quel vasetto, vuoi?”

Uscito da casa, si mise a correre verso il negozio di componenti. Se non c’era traffico poteva farcela in un quarto d’ora, erano non più di quindici chilometri. La mattinata era freddina, c’era l’usuale fila di gente che correva al lavoro. Le rare automobili ronzavano sulla strada, accanto. Il marciapiede era pieno di buche, bisognava fare attenzione. Si sentì vibrare il polpaccio, una spia lampeggiante gli si accese nell’occhio. Fabio gemette. “Non ci posso credere, sono di nuovo in riserva!”
Queste supergambe indiane saranno anche state in offerta, ma consumavano energia in modo allucinante. Alle colonne di ricarica pubbliche c’era una fila chilometrica, come al solito. Valutò lo stato delle batterie. “Dovrei farcela ad andare e tornare”, si disse. “Mi ricarico a casa.”
Più avanti c’era un assembramento. “Il solito incidente”, sbuffò.
Aguzzò le orecchie. “Andava ad oltre ottanta, su un marciapiede così trafficato” stavano dicendo una trentina di metri più in là. “Lei è messa male”.
Rallentò mentre passava accanto ai due corpi stesi a terra. Un giovane di forse quindici anni aveva centrato in pieno una signora. Un braccio si era staccato ed aveva ferito altre due persone. A terra, il sangue si mischiava al lubrificante.

Arrivò dal componentista. Anche lì c’era coda. Alla fine fu il suo turno. “Vediamo la diagnostica”, disse il tecnico.
Lo collegò. Si sentì vibrare gli occhi, la vista andava e veniva. “Sono i micromotori”, disse alla fine l’operatore. “E’ roba nigeriana, costa poco ma dura niente. Deve sostituire tutto il blocco, non li cambiano sfusi.”
“Ma non sono in garanzia?” Domandò.
“Non questo modello”, Il tecnico replicò il tecnico rimuovendo l’interfaccia. “Allora, che vogliamo fare?”

Ritornò verso casa. Altre spese, dunque. Forse lo spettrofotometro avrebbe dovuto aspettare. Aveva quasi ripulito il conto in banca, l’ultimo mese, con il nuovo modello Sexplus della Philips. Oh, sì, alta performance, ma anche quello l’aveva usato in tutto due volte.
Una gran sudata, acrobazie d’alta classe, nuove funzionalità. Ma, finito tutto, era poi la stessa cosa di prima. Ginnastica. Non era scattato niente.
Sentiva che mancava qualcosa. Tutti questi potenziamenti, , queste estensioni, gli organi supplementari, erano fantastici, ma non erano mai completamente soddisfacenti. I transumanisti dicevano che era un progresso ineluttabile, che era il compito sacro dell’individuo lasciarsi alle spalle l’umanità ma, ora che era più che umano, non si sentiva poi così diverso da prima. Non capiva cosa mancava ancora.

Forse per essere davvero più che umano avrebbe dovuto essere diverso… diverso…
Essere come una macchina. Smettere di desiderare.

Si rese conto improvvisamente dell’allarme che suonava. Batteria bassa…
Rallentò fino a camminare, i piedi sottoalimentati strisciavano. Si bloccò al bordo del marciapiede. Merda. Era ancora a tre chilometri da casa. Avrebbe dovuto chiamare sua madre, dirle di portargli una pila di riserva.

Mentre aspettava pensò che, visto che gli occhi li doveva sostituire, tanto valeva farsi mettere il superzoom 400x.

Notizie dall’inferno

***BREAKING NEWS***

Satana ordina il ritiro delle truppe

“Ormai sulla Terra possono cavarsela da soli”, afferma il monarca infernale

Stamattina, in una affollata conferenza stampa Mefistofele, portavoce della Presidenza dell’Inferno, ha annunciato il ritiro delle truppe demoniache dal mondo umano. “Dopo millenni di sforzi e sacrifici, riteniamo che ormai gli esseri umani possano cavarsela da soli. La battaglia contro il Nemico-che-sta-Lassù è vinta.”
“Non ha senso mantenere così tante legioni demoniache quando ormai la resistenza è praticamente debellata” ha affermato l’Arcidiavolo. “Passeremo gradualmente la responsabilità sul terreno ai nostri protetti mortali, che già compiono un ottimo lavoro nel mandarci tanti loro compagni”. Alla domanda se questo comporterà una diminuzione del numero dei demoni, ha risposto: “Non prevediamo un calo di personale. I tentatori rimpatriati saranno impiegati nel controllo delle bolge, molto sovraffollate rispetto alla capienza prevista. Ristrutturare i centri di accoglienza per i dannati è la nostra priorità. E’ impensabile che le anime maledette possano rimanere comode nelle loro pene perché non ci sono abbastanza diavoli a tormentarle.”
“Siamo preoccupati” lamenta Legione, Principe degli Interni. “Oggi molti dannati non riescono neanche a capire che sono all’Inferno. Per loro la mancanza di divino è normalità.”
“Nessuno vuole divorare queste anime perché sono abbondanti ma sanno di poco” ha ripreso Suo Abominio, “è una situazione di cui il nostro governo deve farsi carico.”
Occorre però restare in guardia, ha concluso Mefistofele. “Già in passato credevamo di avere vinto, ma avevamo sottovalutato il fanatismo dei seguaci del Nemico-che-sta-lassù. Quei pezzenti sembrano risorgere ogni volta”. Ma ora la disperazione sembra finalmente trionfare: “La lotta contro i guerriglieri asserragliati nelle loro sacrestie finirà presto. Sono demotivati e isolati, tra non molto spariranno del tutto.”
Interrogato, Sua Malevolenza ha liquidato poi l’ipotesi di una possibile prossima Apocalisse come infondata: “Sono voci che si rincorrono da secoli, fake news messe in giro da pretuzzi ignoranti. Non vediamo come il Nemico potrebbe rovesciare la sua disastrosa situazione odierna. Il suo dominio sul mondo umano è destinato a spegnersi non con una battaglia, ma con un piagnucolio.”

Per il momento tuttavia i demoni non abbandoneranno le loro basi e i loro posseduti: il calendario della smobilitazioni sarà fornito successivamente. Il ritiro avverrà gradualmente, nel giro di un paio di secoli.

I differenti

“Ma guarda quelli”, disse Hienna, indicando con il mento perfetto il gruppetto che era appena entrato nel locale.
Lil seguì il cenno dell’amic*. Erano due polari adulti con altri due piccoli polarizzati. Forse venivano dalla campagna, non si sarebbe spiegato altrimenti la loro sfacciataggine.
“Farsi vedere in giro così, proprio il giorno dell’Amicizia” rise Bako. Bako aveva sempre da ridere.
“Forse bisognerebbe dirglelo” azzardò Lil.
“Se ne sono già accorti” sbuffò Hienna. “Guarda, sembrano proprio smarriti. Mi fanno quasi pena”.
“Hienna è sempre così saggi*, pensò Lil, guardandol* da sotto le lunghe ciglia.
“Hai detto quasi?”, sogghignò Bako. “Adesso ci divertiamo un po’”.
Si alzò dal tavolo e si avvicinò ai polari. “Hey, voi, forse sarebbe meglio che tornaste da dove siete venuti, comprendete?”
Il polare più massiccio guardò Bako incerto. “Non facciamo niente di male. Siamo venuti a comperare regali per la festa dell’Amicizia”.
Bako sbuffò. “Amicizia? E cosa ne volete sapere voi dell’amicizia? Siete dei polari, no? E i polari non possono esser amici con gli altri. Se state qui rovinate la festa a tutti, quindi meglio che vi leviate di torno.”
L’altro polare adulto intervenne. Sembrava molto arrabbiata. “Ma chi credete di essere? Come fate a pensare che il sesso di una persona abbia a che fare con l’amicizia? L’amicizia esiste da sempre!”
“Disse la polare bianca” ribatté Bako. Oh, quando Bako iniziava a discutere non ce n’era per nessuno. Una volta l’aveva vist* prendere a calci un polare che l’aveva definit* “Barbie”, e dopo dirgli “scommetto che adesso ti piacerebbe essere enne come me.”
Bako era enne ormai da quasi quindici anni. I suoi polari l’avevano ennat* subito, da piccol*. I polari di Lil, invece, si erano opposti. Erano vecchi come testa, ideologizzati. Poi era passata la legge per cui i minorenni polarizzati potevano ennarsi gratuitamente anche senza il consenso dei loro polari. Lil aveva esitato, poi quando Hienna aveva scelto di ennarsi si era decis*. Sì, anche se faceva del suo meglio per nasconderlo con gli abiti, il corpo di Lil era ancora polarizzato. Fino a domani. La lista d’attesa in clinica era stata molto lunga.

Nel frattempo, la discussione si stava scaldando. “State rovinando la festa al mi* amic* Lil, qui”, stava dicendo Bako. “Domani si enna, alla facciazza vostra.”
“Hey”, sussurrò Hienna a Bako, “smettila, non c’è bisogn di spiattellare che Lil non è ancora enne, l* metti in imbarazzo”.
I polari guardarono dalla sua parte. Il polare più grosso l* squadrò. “Ragazzo, se sei ancora sano lì sotto, rinuncia fino a che sei in tempo. Una volta che te l’hanno tolto non c’è più niente da fare”
“Caro…” lo strattonò l’altro polare “smettila adesso, andiamo via…”
Gli altri avventori, intorno, erano impalliditi di fronte alla mancanza di rispetto del polare. “Inconcepibile”, si sentì mormorare. Persino Bako era stato colto alla sprovvista dal rozzo commento.
Ma un polare è un polare. Sono fatti così, governati dalle emozioni e dagli ormoni che arrivano da lì sotto, pensò Lil. Non possono fare a meno di odiare noi neutri.
Hienna piantò le sue lunghe gambe brune a terra e si alzò con un movimento fluido. Sembrava una divinità, gli occhi lampeggiavano in mezzo al suo viso di bambola, accuratamente liberato da ogni fattezza distintiva. “Ragioni con i genitali”, intervenne, rivolgendosi al polare. “Mentre noi siamo liberi di farlo con il nostro cervello. Ecco perché tu sei il passato e noi il futuro. Oggi è il giorno dell’Amicizia”, con un gesto Hienna indicò le decorazioni appese alle pareti, L’Amicon* di plastica rosso e bianco, il viso tondo come un allegro palloncino rubicondo, l’albero dell’Amicizia nell’angolo, con scatole di regali sotto. “E quindi non vi denunceremo per quei commenti sessisti. Ma se non ve ne andate immediatamente, voi e vostri piccoli polari, chiameremo la polizia, e passerete delle feste orribili in prigione, come vi meritate per le vostre disgustose opinioni.”
I polari indietreggiarono, mentre Hienna incombeva su di loro.
“Voi non potete capire, siete troppo vecchi. Non è solo questione di sostituire quei vostri organi limitati con una tabula…” Nel dire questo, Hienna si era mess* in posa. Inconsciemente, o forse no. Come molti enne, Preferiva andare in giro nud*, ricoperta solo di un microstrato termico trasparente, la pelle dal caldo colore meticcio esposta a tutti. Era un modo di far vedere che non aveva niente da nascondere, nessun tabù, nessuna vergogna di qualsiasi tipo. Lil si ritrovò a fissare la liscia zona tra le sue gambe, dove sotto lo strato plastico erano nascosti migliaia di sensori collegati con le zone del piacere. La tabula, la chiamavano. Lil aveva letto che gli abili manipolatori di tabula potevano dare e avere orgasmi lunghi ore. Da domani avrebbe potuto verificarlo. Da domani tutto sarebbe andato a posto, e il disagio, quello strano desiderio muto che aveva dentro sarebbe finito. Non vedeva l’ora.
Oh, la tabula di Hienna, le sue lunghe dita…
Hienna stava continuando. “…è il cervello che dovete cambiare. Andate in giro ostentando la vostra sessualità, così, tanto per provocare, ma vi dovete rassegnare. Il vostro patriarcato e il vostro matriarcato sono finiti. La nostra società ormai è libera, noi siamo liberi dai retaggi del passato. Non vedo l’ora che vi proibiscano del tutto. Siete fossili che spariranno. Quindi sparite anche voi. Ora.”
Il polare più grande fece per replicare ancora, ma l’altro lo tirò per la manica. Si voltarono e se ne andarono, trascinandosi dietro i loro piccoli. Uno dei due si mise a singhiozzare, e il suo polare lo prese in braccio. La porta si richiuse.
Bako rise. “Ma dico, li avete visti. Quello più piccolo che frignava, che rumore sgradevole? Treccine, aveva le treccine! Ma quanto si può essere antichi?”
Hienna mise una mano sulla spalla di Bako. “Sei stat* in gamba ad affrontarli”. Bako accarezzò la tabula di Hienna, che per un istante si illuminò. Lil sentì stringersi qualcosa, nel petto, ma non avrebbe saputo dire cosa.
Lil si alzò. “Sapete cosa vi dico? sono stuf* di stare qui. Andiamo a farci un giro in centro, che è una bella giornata”
Pagarono ed uscirono. C’era folla, per strada. Ogni volto quasi uguale a quello accanto, come in un gioco di specchi grande come una città. Un solo sesso, una sola razza, un solo pensiero. Tutti con gli stessi lineamenti attentamente neutralizzati, lo stesso colorito scuro, le stesse idee finalmente condivise. Idee che bandivano chi causava divisione e conflitto; che rifiutavano chi, in nome di antiche credenze, non voleva stare all’interno di quest’amicizia che abbracciava tutto il mondo. Sì, l’amicizia era l’ideale, scambiarsi i doni il modo di esprimerlo, l’eliminazione delle differenze il modo di dimostrarlo con il proprio corpo. La società perfetta, finalmente.
Lil si guardò intorno, ma non c’era traccia di quei polari. Meno male, nel mondo nuovo non c’era posto per i differenti.

Il vestito della festa

Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. (…) Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
Matteo, 22

Sì, sono io quello di cui parlano. I bastardi. Neanche uno che mi abbia difeso, mentre subivo l’ingiustizia. Perché, è chiaro, quella verso di me è stata un’ingiustizia. Forse che quegli idioti addobbati a festa avevano più diritto di me a stare là? No, vi dico. Tutti profittatori, tirati dentro senza sapere neanche perché, senza merito. Tutti bellini con il loro vestito nuziale, gli opportunisti. Ed io, solo per questo piccolo particolare, legato e buttato fuori. Una questione formale, insignificante, e quel maniaco dal cuore duro mi ha umiliato facendomi brutalizzare e mettere alla porta. E pure amico mi chiamava.
Pura violenza. Sapete, quel prepotente mi ricorda proprio le mie ex mogli. Anche loro sempre a lamentarsi di me, che ero disordinato, che non mi lavavo, che non tenevo a loro, che pretendevo solo. Hey, io sono così, che volete da me? Invece no, a frignare che vedevo anche altre donne, le piagnone. Ma quante storie, è nella natura dell’uomo. Non sono per i formalismi, se desideri stare con me devi adeguarti.
Ecco, quel re è esattamente come loro: non si accontenta, non è comprensivo. Con la scusa che offre ti obbliga a fare come vuole lui.
Pretende: ecco, pretende.
Ma chi me lo fa fare, che si tenga la sua festa. Io ragiono di testa mia. Sono libero, io, sono un adulto, ho i miei diritti, nessuno mi può dire come devo vestirmi.
Certo che è buio, qui fuori.

Roba buona

Dario si guardò attorno, mi prese per il braccio e mi sussurrò: “Allora, ci stai?”
Io non dissi niente. “Oh”, fece Dario, “mica ti starai tirando indietro? Non dirmi che hai paura.”
Io fui punto sul vivo. “No che non ho paura. Andiamo.”
Parcheggiammo lontano. La zona era squallida, e deserta.  Salvo per poche persone che camminavano rasente i muri, come noi. Arrivammo al posto, una vecchia officina abbandonata. C’era un buttafuori alla porta, ma Dario aveva l’app giusta. Entrammo.
L’odore era fortissimo. C’erano forse una ventina di banchetti improvvisati, la mercanzia in mostra.
Il primo vendeva cani. C’era un grosso alano, scuoiato, che penzolava appeso ad un gancio. Due volpini giravano su uno spiedo. “Gatto, gatto fresco” ci disse sorridente il venditore di fronte. In una gabbia una ventina di felini di tutte le taglie miagolavano penosamente.
“Vieni via”, mi disse Dario prendendomi per il gomito. “Quello che ci interessa è più avanti”.
Ero perplesso. “Mi aspettavo maiali, vacche, polli…”
Lui rise, con quella sua risata forzata. “Sei matto? Da quando hanno vietato la carne, sono introvabili. Chi tiene una mucca in casa? I maiali sono quasi estinti. Per i cani, i gatti, anche i conigli è diverso. Li puoi far passare per animali di compagnia. Certo che se ti beccano a mangiarli… ti danno minimo cinque anni, se non ti prendi anche l’aggravante del fascismo e del terrorismo ambientale. Lì vai di rieducazione, e non sai quando ne esci.”
Gli altri avventori del mercato clandestino erano di tutte le età. Anziani, giovani… tutti con quello sguardo particolare. Fame. E rivolta.
“Non puoi vivere in eterno di soia e verdure bollite”, mormorai. C’erano rischi che bisognava correre.
Superammo la zona dei conigli e dei canarini. Uno vendeva cartocci di tartarughine. “Di qua”, mi disse Dario. C’era una porta in fondo.
Il locale era semibuio. Mi avvicinai ad un alto contenitore cilindrico trasparente. All’interno galleggiavano una trentina di feti della dimensione di un pugno.
“Buoni in umido e fritti” ci incoraggiò il mercante. “Freschissmi, la produzione migliore”. Sul tavolo erano allineate una mezza dozzina di braccia umane, ce n’erano di bambini e di donne. Le gambe erano dietro.
“Non c’è da fidarsi”, mi disse Dario. “bisogna conoscere da chi compri”.
“Ti può tradire?” Chiesi, ingenuo.
“Macché! Questa è quasi tutta roba che arriva da ospedali e dalle pompe funebri. Se non si fa attenzione rischi di beccarti qualcosa di decomposto o malato, e lì sono cazzi.” Ammiccò. “Non è roba per noi. Noi andiamo sul fresco.”
Addossati al muro c’erano una ventina di persone, la maggior parte vecchi.
“E’ quello”, mi indicò Dario.
L’anziano aveva i piedi fasciati. Tirò su la testa. “Venite, venite. Sono le ultime tre. Una per trentamila, due per cinquantamila.” Alzò la mano destra. Gli rimanevano pollice, indice e anulare. “Comprate, comprate, roba buona”.
Fissai affascinato quei moncherini. Fui scosso da un brivido, feci due passi indietro. Dario mi trattenne. “Di che hai paura? Qui è tutto legale. Se ti beccano con carne di gatto ti danno cinque anni, ma la carne umana non è protetta dalla legge. Al limite rischiano i fornitori, se si scopre da dove l’hanno presa. Ma uno che si vende i pezzi…”
“Ma come fa ad essere legale?”, protestai.
Lu rise ancora. “Se è legale farsi ammazzare perché si è stufi di vivere, perché non dovrebbe essere possibile ammazzarsi un pezzo per volta? Quel vecchio si fa un bel gruzzoletto e vivrà come un pascià per qualche mese. E poi la mutua passa gli arti artificiali.”
“E quelle?” Domandai, indicando alcune donne.
“Quelle vendono bambini. Si fanno mettere incinte, e poi abortiscono il giorno prima del parto. Pare che mangiare il feto ancora caldo sia una vera prelibatezza. E’ vero, costa uno sproposito. Se però fossi interessato…”
“No, figurati”, replicai. “Già mi posso permettere a malapena un dito.”
Il vecchio aveva sentito, e ci sorrise. Mise la mano su di un tagliere, accanto alla quale c’era una piccola mannaia.
“Gradite l’indice?”

 

Le storie di San Randazio: il sole di sapienza

Il corteo variopinto si fermò al di fuori della chiesetta di mattoni cotti. Frà Randazio sbirciò fuori dalla stretta finestrella. Erano non meno di una ventina di palafreni, orgogliosamente scattanti e guidati al morso da servitori in livrea, le gualdrappe ornate e luccicanti di oro e d’argento. Randazio riconobbe alcuni dei rampolli delle più nobili e ricche casate cittadine. Le dame vennero fatte scendere dai valletti, mentre i signori si aggiustavano giustacuori colorati e mantelli ricamati. “Proprio qui vengono”, borbottò Randazio. “Occorre prepararsi”. Per un attimo il suo sguardo indugiò sul pesante bastone di noce appoggiato al lato della porta, poi sospirò e si voltò ancora verso l’altare.

La porta della cappella fu spalancata e la compagnia irruppe ridendo e schiamazzando. Uno dei nuovi venuti indicò la figura massiccia inginocchiata davanti al tabernacolo. “Eccolo là! E’ quello!”
Randazio si voltò a mezzo. “E’ questo il modo di entrare alla presenza del Re?” domandò con il suo vocione soprendentemente musicale.
“Quale Re?” Domandò uno dei nobili. Randazio indicò il crocefisso. Si fece d’un colpo silenzio, i maschi si tolsero il cappello e qualcuno abbozzò un segno della croce e un inchino più o meno malfatto. Ma la figura attorno a cui, si rese conto Randazio, tutte le altre sembravano orbitare, non fece alcun cenno di devozione.
“A che debbo la vostra visita?” Domandò Ranzazio, stringendo gli occhi.
“Padre Randazio”, disse uno dei presenti, un cavaliere che il frate conosceva, “permettetevi di presentarvi il famosissimo e illustrissimo filosofo della Sorbona Aristide de’Gigli, detto il Sole di sapienza italico!”
Il Sole suddetto, colui che aveva già attirato l’attenzione di Randazio, si erse e fece un cenno con la testa, come per richiedere omaggio. Mantenne la posa per parecchi secondi, nel silenzio sempre più imbarazzato degli astanti. Vedendo che il frate rimaneva inginocchiato e non faceva cenno di muoversi. l’araldo si ripetè. “Padre Randazio, questi è il famosissimo…”
“Sì, sì, ti ho sentito la prima volta. Mi fa piacere per lui.” tagliò corto il frate.
Intervenne un altro dei nobili. “Padre Randazio, codesto che avete di fronte…. o meglio, alle spalle, è uno dei pensatori più famosi al mondo, la cui fama immortale è esaltata per ogni luogo, Senza dubbio tutte le generazioni di qui all’eternità celebraranno le sue scoperte…”
Randazio sospirò e agitò la mano. “Va bene, va bene. Nella mia esperienza, sono i santi coloro il cui nome è ricordato; il ricordo de’saggi umani dura quanto la loro saggezza. Che desiderate, adunque?”
“Il qui presente filosofo sostiene che…”
Aristide si schiarì la voce. “Credo di poter continuare da me qui, grazie. Invero, mio frate, siete scortese: non vi siete neanche alzato per omaggiarmi”.
Randazio si drizzò in piedi. “Invero, mio sire, dato che non avete omaggiato il padrone di casa”, accennò al crocefisso, “pensavo non vi tratteneste.”
Aristide non mosse muscolo. “Vedete, mio frate, non l’ho omaggiato per un semplice motivo. Perché penso che sì occorra devozione, ma nel proprio intimo. Nella vita quotidiana essa non è necessaria, dato che sono sufficienti i nobili moti dell’animo umano per essere nel bene.”
Randazio infilò i grossi pollici nel cordone del saio. Tutti si erano radunati attorno a loro, come gli scommettitori ai combattimenti dei galli. “Quindi voi sostenete che per fare il bene di qualcuno non occorra Dio?”
“Esatto! Vedo che mi avete compreso. E’ mia convinzione che basti trattare ogni individuo con lo stesso rispetto e dignità e amore.”
“Essendo tutti fatti ad immagine di Nostro Signore, pur’io lo credo. Se invece voi Nostro Signore lo mettete da parte, che giustificazione date a questa vostra convinzione?”
“Prego?” chiese Aristide, inchinando un poco la testa.
“Perché dovrei trattarvi con rispetto, dignità e amore?” gli chiese nuovamente Randazio.
“Perché così entrambi otterremo rispetto, dignità e amore. Il vostro Cristo non ha forse detto anche lui ‘Fa’ agli altri quello che voresti sia fatto a te?'”
“Sì, ma questa è il mezzo, non il fine. Voi mi state dicendo, ti tratto con rispetto perché è utile, perché vuoi essere trattato nello stesso modo, non è così?”
“E’ corretto”.
“Ma se mi fosse più utile il percuoterti con una verga e insultarti, cosa mi tratterrebbe dal farlo?” Randazio lanciò un’occhiata desiderosa al suo bastone, appoggiato al muro in fondo alla chiesa.
“Voi non vorreste essere bastonato a vostra volta!” ribatté Aristide.
“Non m’importa: se è l’utile ciò a cui miro, l’utile sia; il dar rispetto, dignità e amore è un accidente che può esservi o non esservi secondo circostanza. Come decido dunque cos’è bene e cos’è male, se il male mi è più utile del bene?”
“Per rispetto significo il dar riguardo al diritto di una persona, per la dignità significo la qualità di essere degno di rispetto, e per amore intendo il senso di una forte affezione”.
“E ciò non mi avvicina di una spanna sul perché ve lo dovrei concedere, se non perché m’aggrada. Perché dovrei esserne moralmente obbligato?”
“La natura umana…”
Randazio rise fragorosamente. “Mastro mio, se tu udito avessi tante confessioni quanto me medesimo, sapresti bene la natura umana dove spinge. Possiedi altra ragione per la tua morale?”
Aristide sbuffò. “Morale? Una cosa oggettivamente malvagia è ciò che danneggia un essere umano. E un’azione è oggettivamente sbagliata se reca danno ingiustamente ad un essere umano”.
Randazio rise ancora più forte. ” Oggettivamente? Perché oggettivamente? E cosa valuti acciocché si possa dire un danno giusto o ingiusto?”
Aristide fece una faccia strana. “Proprio lei, che è un frate, mi sostiene codesta tesi? Forse che tutti gli uomini non hanno ugual valore?”
“E chi lo dice questo?” Ribatté Randazio. “Domandalo ai tuoi compari costì, che sono quivi giunti esaltandoti come novello profeta, se pensano che tu sia di egual valore dello storpio che vive qui a fianco, lui che a stento farfuglia. Va’ in terra dei mori e convinci il Sultano che mozzare mani e piedi e testa ai cristiani è sbagliato, se riesci. Dillo al Gran Vizir, che oggettivamente erra. E lui ti dirà, infedele, Il mio Allah mi dice che mozzare teste è giusto, e tutti qui la pensano come me. Donde tu che replicherai?”
Aristide aprì la bocca, e poi la richiuse.
“Vedi, fratello mio”, disse Randazio ponendo una delle sue grosse mani sopra la spalla del filosofo, che venne scosso da un brivido “a meno che il tuo dire giusto e sbagliato, il tuo diritto non trovino porto e origine in ciò che è oltre il mondo umano, essi possono essere solo una umana invenzione. E chissà quali invenzioni domani i perversi e gli sciocchi potrebbero escogitare, finendo per convincersi che tutti gli uomini debbano condividerle.”
Aristide si sottrasse al braccio del frate. “Frate mio, vedo che i tuoi argomenti sono deboli e speciosi. Mi avevano detto del tuo acume, ma erravano. Avevo sperato di trovare qualcuno degno con cui discutere, ma non sei mio pari. Me ne torno; i miei rispetti.”
Randazio scosse la testa mestamente. “Se ti fossi ascoltato or ora, o sole d’italica sapienza, avresti scoperto quanto vale veramente la tua parola. Tu manco credi ad essa, è solo suono. Beato colui che si ascolta e si trova mancante, perché sta cercando il vero, e chi cerca il vero cerca Dio che è il sommo vero. Tu non cerchi che il battimano compiaciuto, e ti sarà concesso; ma null’altro.”
La compagnia uscì, facendosi beffe di Randazio. Rimontarono sui destrieri e se ne ripartirono; e solo alcuni dei servi, e pochi de’nobili si voltarono con sguardo grave o pensoso verso di lui.
Randazio richiuse la porta, e accarezzò il randello. “Forse sarebbe stato il caso di usarti, quale esempio di ciò che è giusto o no; ma che vantaggio se ne ha a rompere una zucca, se è vuota?” E tornò alle sue preghiere.

Memoria insufficiente

Fu un attimo, alla stazione del Loop. Un volto tra i tanti; lei saliva per Berlino, lui scendeva. Per un istante lui guardò lei, lei guardò verso di lui, e a lui parve che qualcosa, un’ombra, un incresparsi fugace attraversasse il suo viso. Poi le porte si richiusero e rimase, come tramortito, ad ascoltare il cupo sibilo che si perdeva in lontananza.
Dove aveva già visto quella donna?
Mentre si dirigeva verso l’ufficio frugò tra i ricordi, ma erano troppi, troppo distanti. Sospirò. Avrebbe dovuto fare una ricerca.
Aveva giusto il tempo, prima della riunione.
Caricò nell’interfaccia di controllo le sue memorie dell’ultima mezz’ora, fino al momento dell’incontro. Trovato il punto esatto, selezionò la persona e lanciò una ricerca per “volti simili” tra tutti i suoi ricordi.
Qualche istante dopo ottenne i risultati. Non era nessuno che risiedesse nella sua memoria attuale. Risaliva a molto, molto tempo prima, alla sua gioventù. A tutti quegli anni che aveva trasferito nei depositi mnemonici ausiliari, per liberare spazio. A giudicare dal numero di riferimenti, quella persona particolare di spazio doveva averne occupato parecchio. Incuriosito, controllò di avere abbastanza memoria immediata libera. No, era piena, ma poteva rimuovere temporaneamente qualcosa, dei manuali, i bilanci della scorsa stagione, qualche film. Bastava appena. Caricò quegli antichi dati.

Fu come spalancare una porta su un altro mondo, come quando apri una finestra nel buio della tua stanza e la primavera ti sorprende con il suo fiotto di luce, di colori, di suoni. Quanto era stato giovane. Quanti sogni, allora, che la sua memoria aveva registrato e che ora gli venivano riproposti di getto, come un torrente di sensazioni a lungo dimenticate. Dimenticate? No, piuttosto riposte via, nel magazzino delle cose inutili nel frenetico mondo di oggi, così diverso. Da quando era divenuto possibile estrarre i ricordi in chip esterni invece che lasciarli nel proprio cervello era molto più facile liberarsi di tutto il vissuto sgradito, inutile, o semplicemente vecchio. Che uso potevano avere quegli anni, nella sua vita attuale? Come l’abito passato di moda li aveva riposti nell’armadio, fuori linea, tra ciò che è obsoleto ma può occasionalmente servire.
La vita in quella casa, la sua infanzia. I giorni della scuola. Quei giardini assolati, e i pranzi e le cene e i giochi. E ancora crescere, i primi amori, gli studi, e poi la partenza per altre città. E lei.

Aveva rimosso tutto, e ora l’aveva riportato indietro, ed era come il tempo non fosse passato. Sì, era lei, proprio lei. Quanti anni erano trascorsi da quelli vissuti insieme. Era invecchiata, ma le apparenze ingannano in questo mondo moderno con i suoi trattamenti estetici, la sua medicina avanzata, con la lunghezza di una esistenza che ormai poteva essere estesa a coprire i secoli. Il tempo passato vicini, i momenti felici e quelli meno… e la vita che avanza, inesorabile. I lavori distanti, gli interessi che cambiano. Una lontananza sempre maggiore, la separazione.
E poi i ricordi messi da parte. Di cui solo una pallida eco persiste; un volto ricordato appena. Quel volto tanto familiare.

Rivisse quegli antichi giorni, e ancora una volta la ricordò. Ricordò lei, quel volto. Il volto di sua madre. Quante memorie.
Poi cancellò tutto.

Le storie di San Randazio: l’orgoglio del giusto

…Accadde ora che, mentre Randazio era abate del monastero di Val Limpia, il nuovo superiore del suo ordine addivenne Egisto Brambazzi. Era costui una persona di famiglia nobile, non affatto noto per propria fede, quanto per amicizie e scaltrezza. Egli mai aveva potuto sopportare Randazio, il quale aveva ostacolato certi suoi affari, giudicandolo troppo ligio e rigido. Trovandosi su questo in accordo con il vescovo locale, e con un certo numero di que’ frati che erano delusi per la di lui elezione ad abate invece di loro medesimi.

Codeste parti fecero consiglio tra loro e decisero di liberarsi dell’incomodo abate. Addussero indi ragioni per cui la di lui elezione era invalida, asserendo vizi di forma; e quindi provvidero a destituirlo, e a mettere a capo del monastero un tal Guiduccio che era stato loro compare in certi traffici passati e che mal aveva sopportato non esser lui l’abate del convento.

Insediato che fu Guiduccio, prima cosa che fece fu convocare a sé Randazio. Ito che fu a lui, Guiduccio gli fe’ gran complimenti per quanto aveva operato in passato e si disse dispiaciuto per questo rovescio di fortune. Poi suggerì che non era opportuno che lui, che aveva comandato nel convento, ora dovesse obbedire, e che forse sarebbe stato meglio che subito l’abbandonasse. Ma Randazio, tranquillo come infante, replicò che l’obbedienza era la sua regola, e che di comandare a lui non importava nulla; avrebbe servito il Signore con ugual vena anche nel posto più infimo tra i frati, anzi, bene ne avrebbe avuto la sua umiltà. Guiduccio, quindi, masticando amaro perché avrebbe avuto più piacere che se ne fosse ito, temendo per la sua carica, replicò che se codesto era il desiderio di Randazio egli l’avrebbe accolto, e l’avrebbe destinato alle più basse occupazioni. Diceva tra sé: gli renderò la vita difficile, e lui se ne andrà, lasciandomi libero di compiere ciò che m’aggrada.

Fu così che l’abate destinò Randazio a pascolare porci e pulire pitali, come l’ultimo novizio; e s’apprestò a disfare tutto ciò che l’altro aveva compiuto, le Società che aveva fondato nei paesi vicini,e financo a congedare con delle scuse i novizi di maggior fede che si era procurato per il convento. Coloro che erano vicini al nuovo abate non trascuravano occasione di dileggiarlo e aggravare i suoi compiti, ora che più non poteva rimproverarli pe’ le di loro mancanze. L’abate stesso, in più occasioni, rovinava ciò che Randazio aveva operato in modo che dovesse intraprenderlo daccapo o domandava stravaganze come zappare l’orto a dicembre tra la neve. Randazio, da parte sua, faceva tutto quello che gli veniva chiesto, senza un lamento, e accettando sereno anche gl’ingiusti rimproveri; anzi, mostrando sempre una faccia lieta che suscitava ira ne’ suoi persecutori.

Avvenne che una notte, mentre Randazio stava in preghiera nella sua cella, sentì bussare: erano parecchi de’ monaci suoi confratelli che lo venivano a cercare.
“Randazio”, dissero lui, “ci sentiamo fremere per l’ingiustizia che ti viene inflitta.  Se tu lo vuoi, abbatteremo l’abate o, se ciò non fosse possibile, lasceremo il convento e ne fonderemo un altro con te a capo.”
“Lungi da me!” rispose Randazio. “Come potrei essere frate opponendomi all’autorità che è posta su di me? Con che autorità, allora, potrei comandare? Detta autorità arriva da Dio, anche se è esercitata da un homo. Rifiutando ciò che mi è dato non farei l’opera di Dio ma degli uomini e dei loro traffici.”
Si sedette indi sul graticcio, e iniziò a istruire i monaci che gli parlavano. “Vedete, fratelli, tante volte il demonio mi ha tentato con dei mali; cupidigia, lussuria, ira; ma ho confidato nel Signore e Lui mi ha salvato. Ma la tentazione più difficile da rifiutare è quella di un bene; chi potrebbe infatti negare che la giustizia sia un bene, che la verità sia un bene? Eppure andare contro l’autorità a noi ordinata per farci giustizia da soli o per imporre una verità è la forma peggiore di orgoglio: l’orgoglio di essere giusti. Fossimo pure giusti, non sarebbe merito nostro. Essere orgogliosi di ciò che è divino è l’errore del demonio.

Quand’anche i miei superiori provenissero dall’inferno stesso, finché non mi chiedono di andare contro Dio obbedirò loro, perché è Il Signore che li ha voluti lì per me. Non è degli altri servi rimuovere l’amministratore disonesto, ma del Re che l’ha voluto a capo dei suoi beni e che lo giudicherà al suo ritorno. Umiltà non è percuotersi il petto, non è pretendere di usare della verità, ma farsi di essa servitore, pure che ci si chieda di pulire le latrine. Di niente di più siamo degni, se Signore Iddio non ci vorrà altrove.”

I frati se ne andarono mortificati eppure contenti. E l’esempio di Randazio, che umilmente lavorava l’opera di Dio senza lamento, tanto si diffuse che venivano da’ conventi vicini per vederlo lavare i pavimenti.

Una scomoda ignoranza

Cosa avranno pensato coloro che passavano davanti all’istituto “Rigoberta Menchu” in quel fatale giorno di settembre? “Ecco un altro fannullone che marina la scuola”.
Invece no! Inconsapevolmente, stavano assistendo alla nascita di un movimento globale guidato da un profeta, l’allora sconosciuto sedicenne Gretto Turdberg. Gretto aveva appena appreso di essere stato bocciato per la quarta volta consecutiva, ma questo fatto a differenza delle altre volte lo aveva fatto pensare, fino a raggiungere l’illuminazione. Non era lui ad essere sbagliato, ma la scuola! “La scquola è male”, questo il messaggio che il ragazzo cercava di comunicare al mondo indifferente degli adulti ostentando cartelli scritti a pennarello. “Non capisco perché i grandi non se ne rendono conto”, disse in seguito in una intervista “eppure è così evidente”.

Gretto decise di mettersi in gioco contro il sistema, scioperando contro l’imposizione dell’istruzione. Decise che non sarebbe andato a scuola finché non l’avessero abolita. Per affermare la sua convinzione sulla causa dei mali dell’umanità e la prossima apocalisse intellettiva si mise a giocare con il telefonino davanti all’ingresso dell’istituto in orario di lezione.  Casualmente fu notato da un giornalista e PR, che altrettanto casualmente ne conosceva i genitori, che sempre per caso avevano appena pubblicato un libro sull’autoapprendimento. Il giornalista ne prese a cuore la causa e decise che avrebbe aiutato Gretto nella sua battaglia antisistema, pubblicizzandone la lotta a livello nazionale.

Il resto è storia: l’estendersi dello sciopero antiscuola a tutti i paesi, le marce contro l’istruzione, il movimento #stopsckoolnow; i discorsi ai Parlamenti, alle Nazioni Unite, gli incontri con ogni autorità del pianeta. “Come può un sedicenne con disturbi comportamentali e scarsa cultura non avere ragione?”, è la domanda che tutti si pongono. Plurilaureati e premi Nobel vengono messi a tacere dalle sue argomentazioni. Evidentemente Gretto è stato il sassolino che ha messo in moto la valanga che vuole travolgere il sistema scolastico mondiale.

“Se non agiamo in fretta, entro dodici anni l’analfabetismo rischia di scomparire”, è l’allarme che Gretto ha alzato in mille discorsi, il grido di una generazione che vuole riprendersi il suo futuro. “E’ una minaccia al nostro domani, riprendiamocelo” urla l’adolescente davanti alle folle in delirio.”I danni irreversibili che apprendere causa al cervello non possono essere trascurati”, spiegano eminenti scienziati dando ragione al ragazzo. “Ma non è troppo tardi per riprenderci l’ignoranza che ci vogliono negare”. E’ impressionante il numero di disastri di cui può essere imputata la scuola. “Tutti i ponti crollati sono stati costruiti da gente che ha studiato. Le disgrazie dovute a gente imparata stanno aumentando. E’ ora di rendercene conto, belli. Tutti i più grandi criminali della storia avevano un’istruzione.”

“Per la maggior parte della storia l’umanità non sapeva leggere e scrivere”, dice ancora Gretto “ma i grafici mostrano che negli ultimi secoli e sempre più negli ultimi anni l’alfabetismo cresce in maniera vertiginosa. E’ colpa della scuola, dobbiamo fermarla in tempo.”

Ma c’è chi si oppone. “E’ la casta dei maestri, dei professori, tutti coloro che vivono alle nostre spalle che sostengono che imparare sia buono”. “E tanti governi se la bevono. Non vogliono capire”, sostiene Gretto. E’ ovvio che chi lo critica è servo del fascismo capitalistico ed è pagato dalla lobby dei maestri: chi parla male dei ragazzi ha probabilmente tendenze pedofile latenti e non ha credibilità.
Ma il vento sta cambiando. Molti potenti si stanno rendendo conto dei vantaggi che l’ignoranza dà, e sono disposti a sostenere la campagna di Gretto. “E’ incredibile cosa possa fare un singolo ragazzo fotogenico per le cause globali che ci stanno a cuore”, ha detto il genio dell’informatica Harvey Zucchinenberg. “Il nostro software sta già cambiando: aboliremo le scritte, lasceremo solo le icone. Chi lo usa non avrà più bisogno di saper leggere.”

Ma la strada è ancora lunga prima di trionfare nella battaglia e riuscire a fermare l’alfabetismo. Richiederà ancora tempo e tanto denaro. “Speriamo di riuscire a rendere più ignorante una persona su tre entro i prossimi vent’anni”, ha detto il portavoce del movimento. “Questo obbiettivo sarà raggiungibile solo a fronte di massicci investimenti e una nuova consapevolezza globale. Possiamo ancora farcela. E’ in gioco il nostro stile di vita, il mondo come lo conosciamo”.

Sì, possiamo ancora farcela. Sono allo studio leggi per rendere illegale la scuola in molte nazioni, sostenute dall’entusiasmo dei ragazzi, sull’esempio dell’Afghanistan e della Corea del Nord. E’ incredibile che un disastro di simile portata abbia potuto restare nascosto per tanto tempo. “Smettere di studiare è quello di cui abbiamo bisogno ora. Contro l’istruzione globale umana, l’ignoranza vincerà.
E noi tutti sosteniamo la tua battaglia, Gretto.

I dati sono drammatici, l’istruzione sale senza controllo. Riusciremo a fermarla?

Dalle ceneri

“Don! Le devo parlare, con urgenza!”
“Uff, cosa c’è? Ancora con i tuoi dubbi da tradizionalista? Non ho tempo adesso.”
“Ma, Don! La chiesa è in fiamme!”
“Oh, che esagerazione! Sì, è vero, ci sono alcuni scandali, ci sono delle discussioni, ma vedrai che tutto alla fine si risolverà.”
“Va bene, ma…”
“Devi imparare la pazienza. Sì, adesso ti pare che la fede così come tu la pensi sia minacciata, ma questa è la normalità della storia. La Chiesa ha sempre affrontato crisi, questa è solo l’ultima di una lunga serie… vedrai che si risolverà. Su, adesso lasciami lavorare.”
“Quello che volevo dirle è che rischia di andare tutto in cenere…”
“Oh, e che vada! Questi sono tempi nuovi, dobbiamo smetterla di aggrapparci alle vecchie idee per far spazio alle nuove. Dobbiamo ascoltare ciò che ci dice il mondo…”
“… se mi ascoltasse…”
“Massì, ascolteremo anche te, ma devi renderti conto che non sei più importante degli altri. Tutti devono dire la loro.”
“Quello che volevo dire…”
“Lo so, lo so quello che volevi dire, è sempre lo stesso. Devi imparare a lasciar perdere le tue convinzioni, devi farti interrogare dalle sfide del nostro tempo, con un linguaggio nuovo.”
“C’è l’eucarestia, nella…”
“…nella Chiesa, che è minacciata. Lo vedi che so cosa vuoi dire? Ma anche qui, devi considerarla più un simbolo, che…”
“Bisogna salvarla!”
“E lasciami finire! Che, sebbene importante, non è che una delle manifestazioni del Cristo, che per esempio nei poveri trova…”
“AAAGH! DON, LA CHIESA BRUCIA!”
“E’ questo il modo? Calmati, l’hai già detto.”
“Non mi capisce. La chiesa, la sua chiesa, sta bruciando. Se si sporge vede il fumo. C’è un incendio.”
“INCENDIO! E perché non l’hai detto subito?”

***

“Non si è salvato niente, Don. Se mi avesse dato retta subito, se avesse chiamato subito i pompieri…”
“Oh, quante storie. In fondo è meglio così: era troppo grande, era sempre vuota. Ora dalle ceneri potremo ricostruire una chiesa nuova, ho già delle idee…”

Selezione naturale

Il sacerdote finì di spogliarsi dei paramenti multicolori e, con un sospiro, chiuse le porte della chiesa ormai buia. Non avrebbe saputo dire se la celebrazione fosse stata un successo o meno. Sì, avevano pregato il Cristo Cosmico per una conversione ecologica e perché ci allontanasse dai combustibili fossili; ma la colletta per dotare la chiesa di pannelli solari non aveva avuto molto seguito, e la danza liturgica per rappresentare la terra, gli oceani, i fiumi, il cielo, le piante, gli animali e gli elementi aveva avuto dei momenti francamente imbarazzanti.

In canonica faceva un caldo soffocante. Si chiese se fosse dovuto ai cambiamenti climatici o perché non aveva acceso l’aria condizionata. Stasera anche gli insetti erano particolarmente bellicosi; un nugolo nerastro gli ronzava intorno, e neanche le pacche tirate sulla pelle nuda servivano ad impaurirli. C’era poi nell’aria un odore nauseabondo, come qualcuno che non si lavasse da mesi e portasse al collo un topo decomposto.
Allungò le mani per accendere la luce, e trovò delle foglie. “Ma che…” Chi aveva messo qui un vaso? Ma non era un vaso. Dal pavimento salivano viticci che si arrampicavano sulle pareti e sui mobili. Il ronzio degli insetti e il tanfo erano sempre più forti.

Trovò l’interruttore, accese la luce. E si arrestò, impietrito.
La prima cosa che pensò fu “Oddio, sono entrati gli zingari a rubare”, e subito dopo si rimproverò per avere avuto un pensiero così razzista e non inclusivo. Anche perché questo non sembrava proprio uno zingaro. Era un tipo dalla faccia dipinta, pieno di tatuaggi e piercing, seminudo, che lo fissava con aria sardonica. Guardò in alto, verso il lampadario acceso, su cui stava incongruamente appollaiato un uccello dal piumaggio colorato. “Bel trucco, la luce”, disse il tipo tatuato. “Proprio un bel trucco”.
Il prete ritrovò la voce. “Chi siete? Cosa volete?”
L’individuo seminudo ridacchiò. “Cosa voglio IO? Ma se sei tu che mi stai invocando da tutta la serata. Sono la risposta alle tue preghiere. Quella danza che hai fatto eseguire prima era il rituale di invocazione chibocho degli spiriti.”
“Eh? rituale? Ma io ho solo preso la coreografia da internet…”
“Internet? Ora capisco” disse l’uomo, grattandosi l’ascella e poi annusandosi la mano. “A quanto pare hai avuto fortuna. O meglio”, si corresse, “Io ho avuto fortuna”.
“Fortuna? Ma, insomma, chi siete?” sbotto il sacerdote, sempre più confuso.
“Ma come, non l’hai ancora capito?” fece l’altro “Sono lo Spirito della Giungla. Sono il Buon Selvaggio. L’Indigeno Amazzonico. Il Povero Privilegiato. Il Saggio-a-Contatto-Con-La-Natura.”
“Eh?”
“Quello che volevi. Desideravi che ti illuminassi sulla strada da seguire, e sono qui. La personificazione delle tue richieste.” Sorrise. “Sei stato ancora fortunato, che sono comparso io e non quella puttana di Madre Terra.”
“Ma… Madre Terra.. è quella che provvede a tutti noi…”
“Ma che stronzate vai dicendo? Quella è Madre solo perché se lo fa mettere dentro da tutti. E’ una bastarda che appena può cerca di staccarti la testa oppure lasciarti senza niente con il culo per terra. Il solo metodo per ottenere qualcosa da lei è prenderla con la forza e riempirla di botte.”
“La coscienza ecologica…”
Il Buon Selvaggio ridacchiò. “E’ tutta la coscienza che ti resta, quella? Toglimi una curiosità, ma tu hai coltivato ma qualcosa di più grosso di un geranio? Non hai mai vissuto in un bosco, vuoi capire la giungla? Da dove vengo io, i libri marciscono così in fretta per l’umidità che non servono neanche per pulirsi il culo, se uno volesse farlo. Se uno avesse libri. Tu vorresti vivere dalle mie parti? Un’esistenza piena di insetti e serpenti velenosi, malattie, senza luce, acqua pulita, gas? Sai cosi ti ci puoi fare con un cellulare come il tuo, da me? Sai il tuo internet, come lo vorremmo? E tu cosa vorresti da noi, che ti piace tanto? La mortalità infantile? Le guerre tribali e le vendette continue? La violenza? Sai, quelli che dicono che sono buono è perché non mi hanno mai conosciuto. E se pensate che abbia una saggezza che voi non avete, è perché voi di saggio non avete niente.”
Sul lampadario, un ragno grosso come un pugno aveva acchiappato l’uccello colorato e se lo stava mangiando. Il prete distolse lo sguardo con un brivido.
“Mio buon uomo, non credo che capisca. Temi quali il suprematismo bianco, il riscaldamento globale…”
“Cretino, pensi che la tua civiltà sia a rischio se fa più caldo di un grado? Stronzate. Da me sono venti gradi in più, sempre, e sbavate per andarvi ad abbronzare in spiaggia. Se volete spararvi calci nei coglioni perché ci avete portato ospedali e università, siete deficienti: da noi prima cavavano il cuore dalla gente. Senza anestesia. E vorreste imparare da noi? Ma cosa? A mettervi nudi a masticare droga ed essere già vecchi a vent’anni?
Batté con la mano su divano. “Questo è comodo. Tu hai la televisione e i supermercati e le medicine. Ho guardato, la tua dispensa è piena di cose buone che neanche ci immaginiamo da noi.” Lo guardò negli occhi. “Tutta questa roba mi piace. Me la prendo.” Si alzò dal divano, e avanzò verso il prete.
Il sacerdote fece un passo indietro, allarmato. “Per ripagarti del colonialismo?”
“Ma che cazzo dici? No, me lo prendo perché voi non lo volete più. E siete deboli. Contro uno spirito come me, un tempo avresti potuto invocare il tuo Dio. Ma hai smesso da un pezzo di crederci davvero. Io sono il Selvaggio, mi avete invocato voi così. Vi siete dimenticati di darmi la sola cosa che avrebbe potuto salvarvi, il motivo per cui dovrei avere misericordia.” Si arrestò. “Sai, una cosa in effetti possiamo insegnarvi.”
“E quale?”
Estrasse lentamente il machete. “Gli stupidi non sopravvivono. Si chiama selezione naturale”.

In fondo al pozzo

Il vecchio disse: “Bada, quando scenderai nel pozzo. Al fondo ti aspetta una cosa viva e tremenda, che non ha l’eguale. Non so dirti che forma assumerà. Potrebbe essere raccapricciante, o spaventosa, o incomprensibile. Tu bada a non distogliere lo sguardo. Non scappare, non nasconderti. Non rifiutarti di guardarla, perché non perdona a chi manca il coraggio o la volontà.
Se la fisserai dritto negli occhi però ti rivelerà il suo prezioso segreto, e scoprirai che è meravigliosa, e bellissima, e ha un volto umano.”
“E come posso riuscirci?” chiese il ragazzo.
“Devi amarla”, replicò il vecchio.
“E qual è il suo nome?” domandò ancora il ragazzo all’anziano.
“Verità”, rispose.

Non parliamo mai di loro

La casa dove abito è vecchia e grande. E’ in mezzo alle colline, ha i campi e le vigne intorno, e una immensa cantina. Ci vive tutta la mia famiglia.
La mia cameretta è bella, appena sotto il tetto. Le pareti sono tinteggiate di verde chiaro. Dalla finestra si vedono la campagna, i boschi, il paese poco distante.
Un giorno me ne stavo sul letto quando ho visto che un pezzo di pittura si stava scrostando. Sotto al verde si intravedeva qualcosa. Con le dita ho allargato il buco. Dove l’intonaco si era levato il muro era di colore rosa, per niente stinto, con dei fiori disegnati.

Sono sceso dalla mamma. “Mamma”, le ho chiesto. “ma chi abitava nella mia camera una volta? Tu? Perché era la camera di una bambina”
Lei mi è parsa imbarazzata, e ha guardato mio nonno, che stava sbucciando cipolle, come in cerca di aiuto. “Non lo so”, ha detto il nonno. “Non sappiamo chi abitasse qui prima di noi. Adesso perché non te ne vai fuori a giocare, invece di disturbare tua madre che sta cucinando?”

E’ stata la prima volta che ho saputo che la mia famiglia non ha sempre vissuto lì. Credevo che la casa fosse stata costruita dai miei antenati. Non me ne avevano mai parlato. Penso che ci siamo venuti a stare che io ero molto piccolo; io non me lo ricordo.

D’estate, passo molto tempo nell’orto. Aiuto a piantare, a zappare, per quanto posso. A volte, scavando, viene fuori qualche osso. “Ossa di gatto, o di coniglio”, dice la nonna quando glieli faccio vedere. Io mi immagino siano di dinosauri, e di essere un paleontologo. Un giorno, togliendo le patate, è comparso tra le zolle un osso molto strano. Era lungo, molto lungo; non poteva essere un gatto.
“Un femore” ha detto mio nonno. “Che animale è?”, ho domandato. “Magari qualche capra. Niente, meglio seppellirlo di nuovo, potrebbe avere delle malattie”. Ha scavato, più in là, una buca ancora più profonda e lo ha coperto con cura. L’anno dopo, lì ci ha piantato un ciliegio.

A volte, io e i miei amici, troviamo delle scritte. Sono un po’ dappertutto. Su pezzi di carta sepolti, scolorite sui muri, sopra oggetti abbandonati. Sono in un alfabeto strano, con delle lettere tutte a punta, che non riesco a leggere. Nessuno sa dirci da dove arrivano, ma abbiamo scoperto che quando ne parliamo spariscono. Abbiamo delle teorie in proposito, una più sballata dell’altra. Il mio più caro amico, che chiamiamo tutti Fango perché si sporca sempre, sostiene che è tutto legato al tumulo, perché lì attorno ne abbiamo viste parecchie.
E’ proibito per noi ragazzi giocare vicino al tumulo. E’ un mucchio di terra alto forse sei o sette metri, a poca distanza dal paese. Ci crescono i fiori. I nostri genitori dicono che può franare, ma per noi ragazzi è l’ideale per giocare a conquista il castello, così ci andavamo lo stesso.

Almeno fino al giorno in cui uno di noi è sprofondato con tutta la gamba nel tumulo, rompendosela. Siamo stati tutti puniti, e i giochi sono cessati. Non solo per quello, ma anche per ciò che ci ha detto quel nostro amico. “Nel buco c’era un teschio”, ci ha detto, e ha sostenuto che è stato lo scheletro ad afferrarlo per la gamba e trascinarlo giù. E’ uno che le spara grosse, non è che ci abbiamo creduto. Ma nessuno di noi ha più il coraggio di andare a giocare laggiù.

Un giorno è venuto da me Fango, e mi ha mostrato quello che ha trovato in un buco segreto nel muretto vicino a casa sua. Un piccolo tesoro.
Erano due bambolotti, ricoperti di una patina scura di muffa; alcune piccole monete con sopra quella strana scrittura; una trottola marcia, un coltellino arrugginito. Chissà chi li aveva nascosti, e chissà perché non li era passati a ripigliare. “Forse erano quelli che abitavano qui prima di noi” ha detto Fango, e poi mi è sembrato quasi mordersi la lingua. Gli ho chiesto cosa voleva dire, ma non sono riuscito più a cavare niente da lui, se non che aveva sentito che una volta nel paese c’era gente cattiva, molto tempo fa. Qualcuno che abitava qui prima di noi? Non ne abbiamo mai parlato, in famiglia. Forse erano quelli della bambina che stava nella mia camera. Ma qualcuno che dipinge di rosa una cameretta non mi sembra così cattivo.

Comunque, ho cominciato anch’io a cercare tesori nascosti. C’era riuscito Fango, perché non io?
E’ così che mi sono messo ad esplorare la cantina. Come ho già detto, è molto grande, e noi ne usiamo solo una piccola parte perché è anche umida. Sa di muffa. Avevo una piccola lampada, che ho usato per investigare gli angoli bui, ma ho trovato solo ragni rinsecchiti e damigiane polverose. In un angolo c’era un armadio, lì da non so quando. Era tutto tarlato, e pieno di bottiglie vuote. Stavo per andarmene, quando ho visto che in fondo, di lato, c’era ancora un’anta, chiusa, addossata alla parete. Non si poteva aprire perché davanti c’era una grossa botte. Ho toccato la botte: era marcia. Le assi si disfacevano. Non senza fatica, ho tolto alcune doghe fino a che l’anta chiusa è diventata raggiungibile. Ho provato ad aprirla, ma era chiusa a chiave. Ho tirato. La serratura ha ceduto.

Dentro c’era un piccolo scheletro.
Era tutto rannicchiato, le ginocchia strette al petto. Aveva ancora i capelli lunghi, con un fermaglio di metallo ossidato. Aveva un vestitino a fiori, e di lato c’erano i resti di una bambola.
Come il piccolo tesoro di Fango, anche quella piccola era stata dimenticata lì da qualcuno che l’aveva nascosta, pensando di riuscire a tirarla fuori in seguito.
Chissà se i suoi genitori avevano avuto il tempo di angosciarsi del destino della loro bambina, chiusa dentro la sua tomba con il comando di non piangere, di non far rumore.

L’ho detto a mia madre. Il giorno dopo sono venuti a portar via l’armadio dalla cantina. Nessuno ne ha mai fatto parola, dopo.
A volte vorrei chiedere ai miei genitori, o ai miei nonni, chi era quella gente. Ma so già che non mi risponderebbero. Non parliamo mai di loro.

Il diavolo nella cattedrale

Gabriele guardava la fila chiassosa snodarsi atttraverso la piazza. Milioni di pixel al secondo si coloravano, annidati in memorie digitali, delle pietre e delle vetrate della cattedrale. Sospirò.
“Che spettacolo, eh?”
Gabriele si voltò verso la coppia alle sue spalle. Un passante qualunque di vedute un po’ larghe non vi avrebbe scorto niente di strano. Era Parigi, dopotutto, e quindi certi abbinamenti, che altrove avrebbero scandalizzato o fatto alzare qualche sopracciglio, qui erano accolti nell’indifferenza. Esterna, quantomeno.
Gabriele non si lasciava certo impressionare dall’apparenza di peccato. Soprattutto perché sapeva che l’affettata differenza di età, la perversa disinibita bellezza non erano niente di male. Erano solo illusioni.
Il male vero erano coloro che a quell’illusione davano vita. Un male tale che, a conoscerlo, i turisti policromi che sciamavano sul selicato si sarebbbero dispersi come un branco di gazzelle attaccato dai leoni. Con la differenza che nessun leone era mai stato così pericoloso e maligno. Quelli erano predatori che del mimetismo avevano fatto un’arte. Erano le loro prede a cercarle, inconsapevoli. I demoni, d’altra parte, non sono forse menzogna?

In altri tempi Gabriele aveva quasi letteralmente incrociato le lame con quella coppia di esseri. Ma questo era il tempo della tregua, il tempo dell’uomo. Un’era in cui, per qualche motivo, persino il male assoluto era libero di scorrazzare sulla terra. Così si limitò a un asciutto “Dubito che gustiamo le stesse cose allo stesso modo”.
Il più giovane dei due nuovi arrivati ridacchiò. L’altro gli rivolse un’occhiata fulminante, e quello tacque immediatamente. Una cartaccia, ai suoi piedi, prese fuoco spontaneamente.
Il più anziano fece un passo avanti, sporgendo la rugosa testa impomatata e strizzando gli occhi verso Gabriele. “Oh, di questo sono consapevole, mio angelico collega. Quello che io trovo meraviglioso è probabilmente la stessa cosa che a te dà sui nervi.” Agitò la mano come una farfalla artritica. “Tutta questa pomposità, questo sforzo, questo sfarzo, tutto l’impegno di quei poveretti dei tuoi preti e cosa ottieni? Milioni di turisti.”
Gabriele taceva, seguendo con lo sguardo quell’ometto dai vestiti sgargianti e troppo profumati che gli girava attorno sibilando le sue tesi.
“Non fedeli. Non devoti. Non onesti cercatori di – poveretti – bellezza. No no no. Turisti. Che manco ammirano davvero ciò che stanno visitando. Troppo occupati a fare foto e filmini che non rivedranno mai. Gente che, anche se guardasse davvero ciò che sta loro di fronte, non capirebbe.”
Si voltò verso la coda di coloro che premevano per entrare nella cattedrale. “Guardali. Li vedi anche tu, no? Forse uno su dieci si ricorda cosa hai detto quella volta…”
“Je vous salue, Marie” rispose automaticamente Gabriele.
“Esattamente! Metà non sa neanche che quella Marie è la Notre Dame autentica,” accennò con il mento barbuto alla chiesa “non quella specie di scongiuro rivolto verso l’alto”. Guardò verso le guglie. “Ne soffro anch’io, non credere. Che ignoranti. Lo sai che lassù ci sono anche la statua mia e sua? Abbiamo posato personalmente, già. E quelli credono siano tutte fantasie. Cartoni animati, bah.”
Si avvicinò con aria di cospiratore. “Dimmi, non pensi anche tu che sarebbe molto meglio se tutto questo potesse cessare? Non pensi, nel profondo, che una simile reiterata profanazione, un simile sacrilegio continuato dovrebbe essere cancellato dalla faccia del mondo?”
“No”, rispose Gabriele.
“Eh eh”, disse il vecchio, dandogli di gomito. Al contatto si sprigionò una breve scia di scintille. “Su, a me non la conti. Da quanti millenni ci conosciamo? In questo istante stai friggendo perché vorresti sguainare quella tua bella spada lucente e fare un po’ di pulizia sommaria, dico bene? Guarda, se vuoi, ricciolino mio, a me non fa problema.”
“Gngn”, fece Gabriele, trattenendosi visibilmente.
“Io credo però che le nostre posizioni si potrebbero conciliare. Potremmo trovare un accordo. Lo sai che, a differenza vostra, noi siamo sempre disposti al compromesso. Posso avanzare una proposta? Ce ne occupiamo noi. Lascia fare a me. Rimuoviamo l’ecomostro. Voi ritrovate la purezza della fede, il che va bene anche a noi, in fondo. Parigi alla prova, molto simbolico. Che dici, ci stai?”
Piccoli fulmini azzurrini saettarono tra i capelli di Gabriele. “Neanche per… uh ,scusa, una chiamata.”
Si voltò, portandosi la mano all’orecchio. “Sì, che c’è?” Silenzio. “Come?” Altro silenzio, più lungo. Sospirò, cosa straordinaria dato che non respirava affatto. “Ho capito, eseguo.”
Gabriele si girò verso l’improbabile coppia. I fulmini erano spariti, e appariva stranamente pensoso. “D’accordo”, disse.
“Come, d’accordo?” esclamò stupito l’anziano demone.
“Da lassù hanno approvato la tua proposta. Due condizioni: nessuno deve morire, e tutto deve essere limitato alla cattedrale.”
“Uau. Non credevo davvero…”
“Non lo credevo neanch’io.” Guardò i due come se solo con gli occhi potesse ributtarli nell’inferno dal quale arrivavano. “Come pensate di agire?””
“Oh, lascia fare a noi”, sogghignò il satanico vecchio. “Siamo esperti nel ramo.”

Si ritrovarono che albeggiava, mentre i lampeggianti disegnavano ombre grottesche sugli edifici intorno. L’odore di bruciato aleggiava su tutto. Il giovane demone sembrava imbarazzato. Il vecchio demone era furioso. Sbuffi di fumo salivano da dove batteva il piede con irritazione, con un curioso rumore come di zoccoli contro il selciato. “Lo sapevo. Lo sapevo. Non ci si può fidare di voi lassù. Mi avete imbrogliato.”
Gabriele apparva invece assai più rilassato. “Cosa intendi, antico serpente? Hai avuto quello che volevi, la cattedrale è bruciata”.
“Bruciata? Quattro vecchie assi, un po’ di fumo e poco arrosto. Cosa intendo? Li hai visti, quelli? A pregare? Pregare! Non credevo ce ne fossero tanti che ancora sapevano farlo in tutta la Francia, figurarsi a Parigi. Gente che non metteva piede in chiesa da decenni, la loro pratica nei nostri archivi con un dito di polvere sopra e il timbro “approvato”, che recitano inginocchiati l’Ave Maria”. Sputò.  “Ecco, mi fai persino bestemmiare”.
Gabriele si guardò intorno, sorridendo. “Sembra che, nell’istante in cui lo stavano perdendo, abbiano riscoperto qualcosa di prezioso che davano per scontato”.
“Non finisce qui”, sibilò il vecchio, e si voltò per andarsene.
“Oh, lo so bene, gli gridò dietro Gabriele. “Ma tranquillo, non manca molto.”

La coppia demoniaca si allontanò. Quando furono distanti, il più giovane lo chiamò. “Zio, zio, è stato un disastro!”
Ma il diavolo più anziano proruppe in una risata satanica. “Sei proprio un allocco. Ormai i trucchetti del Nemico che sta lassù li conosco bene. Sa che eccelliamo nella distruzione, e ne approfitta per metterci del suo, quei suoi miracoletti così casuali, quei segni con la sua firma fatti per chi li vuole vedere. Ma io non miravo per niente a distruggere la cattedrale. Non sono ingenuo, non pensavo certo di poterla eliminare con il fuoco.”
“Come no?” fece l’altro stupito.
“No”, rispose il demone fregandosi le mani “quella a cui miravo è sempre stata la ricostruzione“.

Senza pietà

Marianna tentò di alzarsi da sola. Le gambe non le reggevano. Ma Sonia era già al suo fianco, premurosa. “Lascia che ti aiuti. Dove vuoi andare?”
“Sul balcone, grazie. Sembra ci sia il sole”.
“Aspetta, c’è un po’ di vento. Ti prendo la sciarpa.”
Sonia allungò il braccio telescopico e colse la sciarpa dall’appendiabiti. “Ecco fatto”, disse, legandola attorno al collo dell’anziana. “Possiamo uscire, adesso.”
La giornata era indubbiamente bella. Il panorama non era gran che, ma non potevi certo dare la colpa al tempo. Almeno c’era del verde. Alberelli crescevano ovunque, nei giardini e nei cortili delle case abbandonate del vicinato, coperti di rovi. Erano in pochi a non essersene andati, “o non essere morti”, si disse Marianna con amarezza.
Socchiuse gli occhi ai raggi del luminoso sole primaverile. Non si sentivano quasi rumori. “Mi manca il rumore dei motori di quand’ero giovane”, disse a Sonia. “Erano fastidiosi, ma in un certo modo tenevano compagnia. Le auto di oggi, così silenziose…”
“E’ un bene che non fabbrichino più quei vecchi motori. Il fumo che emettevano era terribile”, ribatté Sonia.
Marianna non poté fare a meno di sorridere. Come se Sonia ne sapesse qualcosa.
Ci ripensò, si corresse. Sonia in realtà probabilmente sapeva sull’argomento molto più di lei. Probabilmente poteva citare il numero esatto di decibel di un motore diesel. Ma erano solo dati, non vera conoscenza. Non era esperienza, come la sua. E poi si corresse ancora: cos’è mai l’esperienza, in fondo?
Con Sonia poteva parlare per ore dei vecchi spettacoli televisivi della sua giovinezza. Era una miniera apparentemente inesauribile di aneddoti. Ma ricordava bene quando aveva visto oltre la maschera.
Stavano parlando di “Lost”. Sonia aveva appena sostenuto che la terza stagione era inferiore alle precedenti, quando Marianna le aveva chiesto “Ma tu, quando l’hai visto Lost?”
Per qualche breve secondo il volto di Sonia si era congelato, mentre gli algoritmi che lo gestivano si erano improvvisamente trovati su un terreno diverso dal predefinito. Marianna si era quasi visualizzata la connessione online, la richiesta d’aiuto a gestire la questione imprevista, l’affrettato intervento di una Intelligenza Artificiale di più alto livello per trovare nel database una risposta accettabile alla domanda inconsueta.
“Beh, chi è che non ha visto Lost?” Aveva replicato con una risata Sonia, qualche secondo dopo, cambiando poi discorso. Ma ormai l’illusione era spezzata.
Sonia non poteva avere visto Lost, perché era solo una macchina, e anche se l’avesse visto non l’avrebbe capito. La conversazione brillante non era nient’altro che una pagina di enciclopedia interattiva, studiata per dare l’illusione della vita. Sonia poteva trattare di Lost e alla stessa maniera della riproduzione dei canguri, senza che le sue frasi avessero per lei un minimo significato. Parole, solo parole.
Certo, teneva compagnia. Una volta Marianna aveva un gatto, ma un gatto non può badare ad un’anziana centenaria. Sonia era una badante di ultima generazione, che suo figlio le aveva regalato quando lei si era opposta ad essere internata in quelle orribili strutture per anziani che erano sorte ovunque. Costosetta, ma nel lungo periodo infinitamente meno di una persona vera, e molto più affidabile. I suoi processori potevano rispondere a tutte le emergenze e le necessità. Sonia non aveva desideri, non chiedeva permessi, non aveva malattie; era sempre connessa, pronta, disponibile, con l’accesso ad ogni pagina dello scibile umano per simulare qualsiasi tipo di conversazione. Qualsiasi tipo di compagnia. Quasi.

Marianna non usciva più di casa. I droni le portavano tutto quello di cui aveva bisogno, e all’occorrenza Sonia poteva persino cucinare. A volte l’anziana si collegava sui canali social dei suoi figli, o dei suoi nipoti e bisnipoti, e li seguiva nella loro vita quotidiana. Alcuni di loro non li aveva mai neanche visti di persona, e dubitava sapessero della sua esistenza. Chissà se a volte si domandavano chi era quella sconosciuta che sbirciava nei loro account; o forse no. Il suo account non riceveva una visita da mesi, nessuno che si interessasse a ciò che faceva. Non che avesse molta vita.

Adesso che ci pensava, da quanto suo figlio non passava di persona? Da anni, oramai. Da quando c’era Sonia.
“Torniamo dentro”, disse alla sua badante artificiale. Poi sentì la fitta.
E’ diversa, si disse, mentre il fiato le mancava. Stavolta è diversa. “Chiama aiuto”, disse a Sonia.
“Ecco, signora, si metta comoda” disse la badante inclinandole lo schienale. Non disse “Sto chiamando, ho chiamato i soccorsi”. Non disse “Andrà tutto bene”. Marianna capì.
Sonia aveva accesso in tempo reale a tutti suoi dati biometrici. Sapeva cosa le stava accadendo. Sapeva anche che la medicina, oggi, ormai non interveniva più in alcuni casi. Quando sei molto vecchia, quando non sei speciale. Inutile chiamare chi non ti darà aiuto. Inutile, quando sei fuori dal programma.

Marianna guardò Sonia, il suo viso così umano e così inespressivo. “Stringimi la mano”, le disse. Fu un errore. La mano della badante era fredda e liscia come la plastica. Le ricordò che Sonia non era viva, e quindi non sapeva cosa fosse la morte. Le ricordò che invece lei stava morendo, da sola, sotto il cielo di una primavera che non avrebbe visto.
Una intelligenza artificiale lo sa, fa sempre la cosa giusta. Una intelligenza artificiale non sa cosa sia la pietà, anche se te ne sa dare la definizione esatta. Anche se può simularla.
Ma quella mano era tutto quello che poteva stringere, quel viso come sempre sorridente, perfino ora, era tutto quello che poteva guardare. Quella mano, quel bel viso senza pietà.

Identità

Un poliziotto diede di gomito all’altro. “Guarda quello”.
Un uomo stava disteso sul sedile del suo furgone. Un pezzo da museo, quel furgone. “Santo cielo, guarda quel ferrovecchio. Scommetto che non è neanche elettrico.”
“Elettrico? Quando è stato fabbricato non esistevano neanche, le auto elettriche”. Aggrottò la fronte. “Non rilevo il vit.”
“E questo è niente. Neanche il tipo dentro ha il wid”, ribatté l’altro. I due si guardarono. “O è uscito da una macchina del tempo, oppure è un illegale. Magari il furgone è rubato.”
“Rubato? Ma l’hai visto bene? E’ un rottame. No, dai retta, quella è preistoria, il vit non ce l’ha mai avuto”.
“Accosta il furgone”, disse l’altro poliziotto all’auto.
Il vecolo della polizia si affiancò silenziosamente al vecchio automezzo. Con un cenno d’intesa i due poliziotti scesero, la mano sulla fondina. Illuminarono con le torce l’interno del furgone. Un uomo, vestito con un giaccone, stava sdraiato sul sedile del guidatore, imbacuccato in una coperta. Sembrava dormisse. Uno dei poliziotti picchiettò sul vetro. L’uomo si riscosse, alzò gli occhi sorpreso, se li riparò dalla luce.
“Polizia, controllo. Scenda dal veicolo, per cortesia.”
Lentamente, goffamente, come fanno le persone appena svegliate, l’autista del furgone scese. Era male in arnese, la barba di un paio di settimane, gli occhi gonfi di sonno.
“Signore, non rilevo il suo wid”, disse il poliziotto. “Può darsi sia rotto. Può identificarsi?”
“Non è rotto. Non ho un wid”, borbottò l’uomo. Estrasse dal giaccone un vetusto portafoglio, e dal portafoglio tirò fuori una tessera. “Ecco i miei documenti”.
Uno dei due agenti con riluttanza allungò la mano e prese la tessera tra due dita guantate, come fosse qualcosa di immondo. “Romeo Kurtz”, lesse. “Lei lo sa che questo documento è scaduto da anni, vero?”
Kurtz alzò le spalle. “E’ parecchio che non scendo in città”.
“E’ al corrente che il furgone non ha un vit attivo? E’ contro la legge. Ogni veicolo circolante deve irradiare la sua identità.” Disse l’altro agente.
“Era il furgone dei miei vecchi. Lo uso poco, è vecchio, ma fa ancora quello che serve. Non ho i soldi per uno nuovo e, anche se li avessi, dalle mie parti non ci sono i cosi, i carica-come-si-chiama.”
“Anche il motore è illegale. Sarà almeno vent’anni che hanno bandito i veicoli a combustione.”
“Dalle città, non dalle mie parti.”
“Qui non siamo dalle sue parti. Ci sarà una multa da pagare. Le sarà rilasciato un permesso provvisorio di circolazione, ma deve portarlo via entro un giorno.”
“E chi riesce a muoverlo? Ho finito il gasolio. C’è una stazione di servizio qui vicino, ma non sono riuscito a farla funzionare. Sembrava rotta.”
Il poliziotto sbuffò. “Senza wid, dubito molto che riesca a fare rifornimento. Il vit identifica il veicolo, il wid la persona. Come fa la stazione a sapere che lei esiste, o che il suo veicolo esiste, se non riesce ad identificarla?”
“Ma io esisto. Sono qui”, disse Kurtz, toccandosi il petto. Martellò con le nocche la lamiera del furgone, traendone un suono sordo. “Anche lui esiste.”
“Ma per quale motivo non ha il wid? Motivi religiosi?” chiese l’agente.
“Oh, no. Non ho voglia di farmi iniettare quel coso nel cervello, tutto qui”.
“Ma non è nel cervello”, disse il poliziotto pazientemente. E’ dietro l’orecchio, e non è più grande di un granello di polvere. Certifica la sua identità, è sicuro, è efficiente.” Gesticolò verso la città. “Con il wid, basta guardare una persona per sapere come si chiama, come vuole essere chiamata, le sue preferenze, la professione, le cose che le importano. Io non conosco nessuno che non ce l’abbia. Come fa a fare tutto? Ad aprire casa, a connettersi, a fare la spesa?”
“Io vivo di quello che coltivo. Casa mia l’apro con la chiave e la maniglia, e quanto a connettermi, ne posso fare a meno.” Squadrò l’agente. “Non è che anche questo è diventato obbligatiorio?”
I due poliziotti si guardarono. “No, a dire la verità no. Ma è dato per scontato che uno ce l’abbia. Non si può fare niente, senza”.
L’uomo del furgone sbuffò. “Già, me ne sto accorgendo. Le porte dell’albergo non si sono aperte, e neanche c’era un campanello.”
“Poteva talcare all’impiegato… ma già, lei non è connesso”, disse pensoso un’agente. “Ma neanche il telefono ha?”
“No. I telefoni di oggi senza wid non si possono usare. Non sanno chi sei, non si accendono neanche.” Ancora una volta alzò le spalle. “Ne posso fare a meno”.
L’altro poliziotto corrugò la fronte. “Un attimo, sto parlando con la Centrale.”
“No, non ti ho mandato il suo wid perché non ce l’ha. Non basta lo scan DNA? Devi proprio avere un wid?”
“E che ne so come fai? Non c’è la procedura manuale?”
“Come, l’hanno tolta con l’ultimo update? Non c’è modo?”
“Va bene, ho capito. Lo portiamo lì.”
Sospirò. “Deve seguirci alla Centrale. C’è una macchina per identificarla, ma deve essere lì di persona. La usano per le wid contraffatte o illegali, sa.”
“Ma io ho un documento…”
“Ci segua, per favore, sull’auto.”
Salirono. “Alla Centrale”, disse l’agente. La macchina partì.
Stettero in silenzio per qualche minuto, mentre l’auto si destreggiava nel traffico. Poi finalmente uno degli agenti parlò. “Non si domanda perché ha potuto dormire tranquillo alla periferia di una grande città? Anche solo trent’anni fa sarebbe stato impossibile. Oggi, con il wid, il governo sa sempre in tempo reale dov’è e chi è ciascuna persona. Se qualcuno l’avesse molestata l’avremmo saputo, avremmo saputo chi era con certezza, e avremmo saputo dov’era adesso. Non c’è più criminalità, non ci sono più i reati premeditati, le rapine, i furti.” Si girò verso Kurtz. “Questa macchina si muove perché sa che sono io a dare gli ordini. La mia pistola spara solo se sono io a impugnarla. E poi salta fuori lei, senza un wid, come se fosse la cosa più normale del mondo.”
Kurtz si voltò verso di lui. “E’ davvero la cosa più normale del mondo. Siamo nati tutti senza wid.”
L’agente sbuffò. “Anche senza vestiti, se è per questo. Si chiama progresso.”
Arrivarono alla Centrale, e scesero dalla macchina. La porta non voleva saperne di aprirsi davanti a Kurtz, poiché non avendo un wid non si accorgeva di lui. Alla fine ce la fecero a farlo entrare, lo scortarono all’accettazione e lo lasciarono lì. I loro colleghi guardavano curiosi passare quell’umano muto, senza un volto, un’icona, una scritta che lo taggasse, che lo descrivesse, che spiegasse chi era e da dove veniva. Era una sensazione quasi oscena.
“Bene, è fatta”, disse un poliziotto all’altro. “Questa faccenda mi ha fatto venire il mal di testa. ”
“Scommetto che adesso vorresti essere quel tizio”, replicò il collega. “Senza un wid che dica dove sei, se stai lavorando o no, per poterti andare a svaccare da qualche parte.”
“Ssh, sei matto? Già il mese scorso mi hanno beccato per opinioni non corrette, vuoi farmi multare ancora?” Si passò le mani sulla faccia “Ma in fondo hai ragione. Sai, io penso che a quello manco gli daranno la multa. Senza vit e wid, come farebbe a pagarla? In galline?”
“Pare che alla fine poi vogliano renderlo obbligatorio, il wid, dall’anno prossimo.  Nessuno potrà più nascondersi. Non ci saranno più primitivi come quel Kurtz, finito”.
“Io ho finito il turno, invece. Ciao, ci vediamo.”
Uscì. “Ciao…”, fece per rispondergli, ma era già andato via. “Ciao… coso, accidenti, come si chiama?”

Correzione

“Ho una lista di cose da fare. Tutte urgenti, tutte importanti. Ogni giorno mi scapicollo per finirle, per ultimarle. Una dopo l’altra le eseguo, le cancello dalla lista. Perché quando arriverò al fondo potrò finalmente cominciare a fare quello che più mi piace. Potrò vivere.
Ma, arrivato a quella che credevo l’ultima riga di quella lista, mi accorgo che nel frattempo di cose da fare se ne sono aggiunte altre. A volte sono poche, e mi dico, ce la faccio. In fretta eseguo, solo per scoprire che si sono raddoppiate.
Così vado avanti, rimandando, rimandando il momento in cui sarò libero. So che lo sarò, un giorno, anche se il tempo passa e passa, anche se sembra che in questo luogo il tempo non passi mai.”

Malacoda, il diavolo, terminò di leggere. “Va abbastanza”, disse all’anima davanti a lui. “Hai svolto il tuo compito, c’è solo bisogno ancora di qualche piccola correzione. Riscrivilo, prima di passare al lavoro seguente”.

De parvulis

Era un tipo curioso. Lucio pensò che non l’avresti detto ebreo, anche se di quella gente lui non aveva che un’esperienza marginale. Un piccolo tipo curioso di un piccolo popolo curioso: fuggivano il contatto con gli stranieri, vestivano strano e mangiavano ancor più strano. Questo individuo, invece, non sembrava avere problemi a mangiare di tutto e a discorrere con quelli che loro chiamavano gentili, gli impuri. Probabilmente dipendeva dal fatto che, pur essendo stato educato nella loro strana Legge, non credeva alle stesse cose dei suoi compatrioti. Aveva questa idea folle che un certo predicatore messo a morte una trentina di anni prima fosse niente di meno che un dio; fatto chiaramente impossibile, si diceva Lucio, perché che gli dei possano avere forma mortale è senza dubbio una leggenda priva di fondamento. E, anche fosse, perché dovrebbero permettere agli uomini di ucciderli addirittura in croce? Anche i fatti miracolosi che l’ebreo raccontava sembravano del tutto assurdi. Eppure li narrava con tale sicurezza e tranquillità che talvolta il filosofo stesso era tentato di credergli.

Quel piccolo orientale era un uomo colto, di ottimo eloquio; Lucio l’aveva conosciuto a casa di Prisco, sempre pronto a seguire quella che era la moda del momento. E sulla bocca di tutti ora c’era questa strana religione con i suoi seguaci. Gente molto determinata, pronta a giustificare quella loro bislacca credenza con un impeto che trascendeva la normale decenza. Lucio non l’approvava, ma era in una certa maniera ammirato della incrollabile certezza che dimostravano.

Aveva pensato che fosse solo l’ennesima religione orientale i cui riti promettevano fortuna e prosperità, ma dopo avere discusso a lungo con quell’ebreo adesso doveva ammettere che si trattava di qualcosa di molto più pericoloso. Questi avevano davvero la convinzione che non esistesse altro Dio al di fuori del loro, che non fosse lecito passare a questo o quell’altro rito o religione. Principio filosoficamente corretto, se davvero quel loro Dio fosse stato autentico; ma pericoloso per un Impero che aveva bisogno di tutto tranne che altre lotte. E’ per questo che quell’ebreo era a Roma agli arresti, accusato di irreligiosità; per questo gli occhi acuti del suo antico allievo Nerone erano già puntati su quel gruppuscolo potenzialmente sovversivo.
E questa anche la ragione per cui le conversazioni tra loro dovevano cessare. L’Imperatore non aspettava che un pretesto per sfogare la sua antipatia verso il suo vecchio maestro. Lucio non intendeva darglielo.

Ma era facile dimenticarsene mentre si discuteva così piacevolmente. Nonostante l’accento bizzarro quel particolare cittadino romano si faceva capire bene. Certo, ne aveva di idee strane. Tipo quella su cui dibattevano ora.

“Amico mio”, disse Lucio, “la pecora malata trova in fretta il coltello del pastore, prima che infetti tutto il gregge. I mostri, i bambini nati deformi, noi li anneghiamo. Un tempo si gettavano nei dirupi, oggi è il fiume che provvede a fare sparire il debole e lo sciancato. I cumuli di immondizia ne ospitano decine ogni giorno. Per quale motivo si dovrebbe permettere che essi vivano?”

“Perché sono anche loro persone, esseri umani come te e me”, rispose l’ebreo. “Voluti da Dio. Non è lecito all’uomo uccidere innocenti per una ragione futile o senza motivo.”
“Ma il motivo esiste!” Ribatté il romano. “Separare quanto è inutile da ciò che è utile. Questo è un atto di virtù, e tu sai che per me la virtù è il bene più grande.”
“Quale virtù nell’omicidio? Quando, camminando sulle rive del Tevere, vedi quei corpicini gettati ai corvi, non ti prende la tristezza per tante vite sprecate? Sono bambini, non rifiuti; eppure sono trattati come tali.”
Lucio scosse la testa canuta. “La vita non sempre va conservata: il bene, infatti, non consiste nel vivere, ma nel vivere bene. Perciò, il saggio vivrà quanto deve, non quanto può. Osserverà dove gli toccherà vivere, con chi, in che modo e che cosa dovrà fare. Egli bada sempre alla qualità della vita, non alla lunghezza. Questi figli indesiderati muoiono per la saggezza dei loro genitori, che piuttosto che condannarli ad una esistenza infelice li sopprimono prima che sia iniziata. Se fossero dei saggi e non dei piccoli anch’essi sarebbero d’accordo.”
“E allora perché si dibattono e piangono mentre li si soffoca, o li si annega, o si sfracella loro la testa? Loro vorrebbero vivere: la tua saggezza mi sembra più un cedere al proprio comodo ed evitare una bocca in più da sfamare.”
“Eppure è proprio questa la virtù che ci è stata tramandata dai nostri antenati. La vita dei bambini è in mano ai loro padri, che ne possono disporre finché essi non divengano a loro volta uomini. Aristotele invocava leggi perché a questi mostri non fosse concesso di vivere; persino le più remote tribù dai tempi più antichi , persino i cartaginesi e fenici vostri vicini si disfano dei bambini non voluti sacrificandoli nei loro tophet. E tu vorresti cambiare questa legge? Amico mio, se questo è ciò che vorreste per Roma allora potete anche fare subito i bagagli e tornare in Giudea. Questa usanza non attecchirà mai da noi.”
“Eppure nella nostra comunità non ci si libera dei figli esponendoli, anzi, c’è chi percorre le sponde dei fiumi e le discariche per cercare di salvare qualche piccolo abbandonato, che poi alleva come proprio.”
Seneca restò senza parole. “Dite che fate così? E una volta che sarete pieni di  – come vi chiamate – cristiani deformi, chi pensi che aderirà al vostro culto?” Rise, perplesso. “Non abortire i figli, questa è la vostra modernità. Io credo che Roma resterà invece con la tradizione. Tu valuti troppo la vita. La vita non è, infatti, uno di quei beni di cui nessuno ci può privare, quelli sono solo la saggezza e la virtù; la vita è piuttosto come la ricchezza, gli onori, gli affetti: uno di quei beni, dunque, che il saggio deve essere pronto a restituire, o a togliere, quando egli lo decida in piena ragione. E che ragione ci potrebbe essere per allevare orfani senza salute e nome, a scapito della salute dello Stato, che è sommo bene?”
Si alzò in piedi. “I bambini non sono che animaletti senza ragione o dignità, immondizia che può venire gettata. Quando Roma sarà piena di gente che raccoglierà quell’immondizia e la tratterà come tesoro prezioso invece di gettarla via, allora il tuo Dio avrà vinto, e Roma non sarà più. Ma questo non accadrà mai.”.  Sospirò. “Mi ha fatto piacere discorrere con te, ma adesso temo di doverti congedare. La situazione politica si va scaldando: tanto non è bene che io sia visto in tua compagnia, quanto tu sia veduto nella mia.”
Anche l’ebreo si alzò. “E’ stato piacevole discorrere con te, anche se non sono riuscito a convincerti, almeno per il momento. Se ti va, potremmo comunque scriverci talvolta.”
“Buona idea” disse il romano.
“Vale, Lucio Anneo Seneca.  Il Signore sia con te” salutò l’ebreo.
“Vale, Saulo detto Paolo. Spero che tu venga assolto dalle accuse e possa tornare nella tua terra”
Il piccolo ebreo sorrise. “Chissà cosa ci aspetta, Lucio. Ma non è ciò che è importante. Ciò che conta è che questo nuovo modo di vivere, questo Vangelo, giunga a tutti.”
Sorrise, di quei suoi strani dolci sorrisi. “E chissà, magari anche Roma si convertirà”, lo salutò, uscendo.

L’altalena

La macchinetta del caffè scoppiettava e ronzava e un rivolo di fumante sostanza scura scendeva nel bicchiere. Gli altri colleghi erano già rientrati al lavoro; solo Furio e Massimo continuavano a discutere. nel freddo del capannone.
Furio scosse la testa sconsolato. “Non capisco, proprio non capisco. Cinque anni fa ci hanno fatto fare tutti quei benedetti corsi su creatività, “pensare fuori dalla scatola”, innovazione. Non so quanto hanno speso. Ora, domani abbiamo l’audit per la certificazione, e ci hanno fatto tracciare sulle scrivanie con il nastro adesivo colorato il riquadro esatto dove deve essere messo il portamatite e il telefono. E guai ad avere un oggetto fuori posto. Il tempo sprecato era allora o adesso?”
Massimo sogghignò. “Hanno etichettato ogni cassetto e anche i cestini della carta straccia. Ma, se è solo per questo, cinque anni fa ci avevano separato in unità indipendenti per meglio sfruttare le nostre potenzialità. Oggi ci riuniscono in modo che possiamo collaborare tra noi per sfruttare meglio le nostre potenzialità.”
Furio contemplò pensoso il bicchierino con il cosiddetto caffé. “Se è solo per questo, anche dieci anni fa, prima di separarci, ci avevano unificato. Comincia a venirmi il dubbio che tutti questi manager con le loro ricette magiche per la produttività non sappiano poi davvero ciò che stanno facendo.”
Massimo sogghignò. “O forse lo sanno benissimo. E’ che il modo migliore per vendersi e nascondere i propri fallimenti è accusare la getione precedente. Poi promettere qualcosa di nuovo, l’opposto rispetto al prima fallimentare.” Bevve un sorso del suo caffè. “E’ come l’altalena: prima si va su da una parte, poi dall’altra. Ci si bilancia.”
Furio gettò il bicchierino vuoto nella spazzatura. “E nel frattempo noi si lavora comunque, barcamenandosi tra libertà e ordine. Siamo il fulcro, il punto fermo. Qualcuno deve pur mandare avanti la baracca, no?”

Ci han detto

Seguivamo Cristo.

Ci han detto che era follia farlo, che non eravamo aggiornati e socialmente utili; era il suo esempio da seguire, cioè aiutare  le persone.

Ci siamo messi ad aiutare le persone, seguendo l’esempio di Cristo. Ci hanno impedito di aiutare, perché ci ostinavamo a chiamare male il male e bene il bene, e così discriminavamo. Pensassimo a pregare, piuttosto.

Così abbiamo pregato, ma sono venuti a fermarci: chi non crede era provocato, non rispettavamo le sue idee, e creavamo divisione. Se proprio volete pregare, ci hanno detto, non fatelo in pubblico.

Così abbiamo pregato in privato, perché non si sapesse chi eravamo. Ma ormai chi eravamo loro lo sapevano, così ci sono venuti a prendere lo stesso.

E’ solo lavoro

Ztrickx – questo il mio nome, sebbene qui con nome io intenda una cosa molto diversa dal significato che voi umani comunemente date. La mia professione, sterminatore di alieni. Faccio parte di una razza molto antica e molto longeva, <K>. Io ho tre ANNI e mezzo. Ah, qui per ANNO indico l’anno convenzionale galattico, la rotazione completa del vostro pianeta intorno al centro della galassia. Duecentoventitre milioni di rotazioni dello stesso attorno al vostro sole, anni solari, ognuno. Sono di mezza età.

Questa la presentazione, arrivo al punto.

Vi sto chiamando perché vi devo delle scuse, e delle spiegazioni.
La mia razza non è sopravvissuta così a lungo – oltre quarant’ANNI- restando seduta sui drignith. Abbiamo capito molto presto che la sola garanzia di non essere spodestati nel nostro dominio da una razza intelligente più giovane ed aggressiva è assicurarsi di avere, per così dire, l’esclusiva. Ovvero, che non esistano razze intelligenti più giovani ed aggressive. Per essere più precisi, che non esistano razza intelligenti oltre la nostra. E’ la sopravvivenza del più adatto, cioè noi. Di fronte all’estinzione non c’è da scherzare. In altre parole, facciamo in modo che ciò che ci potrebbe infastidire, incomodare, disturbare, non abbia neanche a nascere. Preferiamo farlo mentre quelle future razze superiori non sono ancora, per così dire, venute al mondo; quando non sono che embrioni di ciò che potrebbero diventare. E’ più efficiente.

Poiché siete, moderatamente, intelligenti, avrete capito dove vado a parare.

Io non so se quando questo messaggio vi raggiungerà sarete in grado di riceverlo, o di comprenderlo. Io lo sto compilando poco più di un decimo di ANNO da quel momento, vale a dire ventiseimila dei vostri anni nel vostro passato. Nell’istante in cui lo redigo state usando strumenti di pietra e vivete in capanne; dato che fate parte del gruppo funzionale hkv, è probabile che nel tempo che ci metterà ad arrivare da voi dovreste aver sviluppato un’astronomia evoluta, la conoscenza del ptom e dell’interferometria. Se l’avete fatto, mi congratulo, perché capirete cosa sto per dirvi.

E’ estremamente poco pratico viaggiare tra le stelle, sapete, così se possibile noi <K> tendiamo ad usare mezzi alternativi e il minimo sforzo per sbrigare questo genere di affari. Da molto tempo ormai abbiamo abbandonato le orde di robot divoratori, le astronavi da battaglia, i missili antimateria ed anche il lancio di buchi neri o di stelle di neutroni, troppo lenti ed imprecisi. La soluzione che per gli ultimi vent’ANNI abbiamo utilizzato per la pianificazione cosmica è quella di redirigere il getto galattico.

Ormai, credo, vi sarete accorti che l’asse di rotazione del buco nero che sta al centro della vostra galassia punta esattamente verso di voi. Vi sarete forse chiesto il perché di questa impressionante coincidenza, la cui probabilità è così bassa da <basare il povcjk>; voi direste essere più improbabile di una vincita alla lotteria. Bene, sono stato io. E’ il mio lavoro. Come vi ho detto, sterminatore di alieni, cioè voi.

Come presumo saprete, lungo quell’asse il buco nero centrale emette un fascio di radiazioni estremamente potenti, oltre che materia prossima alla velocità della luce. Quando lo guardate state sbirciando direttamente dentro il buco della canna di un cannone puntato alla vostra testa. Se l’ho orientato esattamente, e se mi state ascoltando è così, Il fascio di cui vi parlavo dovrebbe raggiungervi con i suoi primi effetti poco dopo questa mia comunicazione. Semplice, pulito, economico. Non c’è modo, ormai, di fermare il vostro fato, l’operazione è stata decisa ed eseguita ventiseimila anni nel vostro passato. Non dobbiamo neanche vedervi morire.
Qualcuno potrebbe dire che sono un tiratore scelto, un cecchino che fa fuoco con la sua arma nel punto dove passerete di qui a duecentosessanta dei vostri secoli. Io preferisco considerarmi un dottore, un chirurgo che elimina dei grumi di materia che per errore potrebbero un giorno diventare senzienti. Lo so che adesso, o quando vi raggiungerà questo mio messaggio, siete come bambini nei nostri confronti; ma rimanete una possibile minaccia al nostro quieto vivere. E cosa c’è di più prezioso?

Non è la prima volta che il vostro pianeta è sottoposto alla nostra attenzione. La vita che alberga lì da voi è particolarmente resistente, poiché i precedenti interventi, poco più di un ANNO fa, hanno avuto un successo solo parziale. La civiltà che ospitava allora il vostro pianeta, di cui non so neanche se conosciate l’esistenza, è stata obliterata, ma alcuni organismi sono sopravvissuti all’estinzione di massa e hanno dato origine a voi. Per tale motivo sarà mia cura stavolta mantenere l’asse del buco nero orientato verso di voi per almeno un centomillesimo di ANNO, in modo da essere sicuri stavolta di sterilizzare completamente il vostro sistema solare.

Poiché è assurdo che abbiate già potuto sviluppare il cvughzum o la tecnologia del salto ptybach, ciò sarà certamente fatale per la vostra civiltà e la vostra stessa esistenza. Qualcuno lo potrebbe chiamare genocidio, noi preferiamo usare termini meno emotivi, come interruzione di evoluzione o raschiamento planetario. Soffrirete pochissimo, e spero concorderete con me come questa operazione sia inevitabile. In fondo, non potete essere definiti davvero senzienti. Sono spiacente, e onorato di avere diviso l’universo con voi, sia pure per così poco tempo.

Colgo l’occasione per farvi le mie condoglianze, sperando non me ne vogliate. E’ solo lavoro.
Distinti saluti, vostro
Ztrickx

I malanni di Malacoda – Smartworking

Il demone Libicocco si fermò all’ingresso della fumarola. “Malacoda, ehi, Malacoda? Sei in casa? Oggi qui nella bolgia c’è un tempo disgustoso, vieni con me ai laghi di pece a pescare un po’ di dannati?”
Da dietro il vapore bollente si udì un grugnito. “Per briffare avresti dovuto schedularmi l’agenda. Perché non mi hai mandato un outlook asap per bloccare lo slot?”
Libicocco parlava mille linguaggi umani, ma questo gli era ignoto. “Eh?”
“Avresti dovuto dirmelo prima! Non posso! Devo lavorare!”
Libicocco posò la canna da pesca con gli uncini. “Lavorare? Vuoi dire che devi andare dall’anima che stai cercando di dannare su nel mondo degli uomini?”
Malacoda sporse la testa da sopra le nuvole di zolfo. “No. Ora lavoro da casa. Gli arcidemoni hanno approvato l’iniziativa in via sperimentale, sai, per tagliare i costi di trasferta. Lo chiamano smartworking.”
Libicocco si occupava della manutenzione dei pozzi bollenti nell’ottavo cerchio, e si mostrò stupito. “E come fai? Il tuo compito non è dannare gli esseri umani? Suscitare vizi, suggerire peccati e via tentando?”
Malacoda agitò la coda. “Infatti. E’ ancora così, ma adesso opero via internet.”
“Che io sia beato!” Esclamò il diavolo. “Sono curioso di sapere come.”
“Guarda, ho appena finito di postare su ottomila gruppi Uattsapp. Filmati di gattini da cinquanta mega con su scritto ‘da vedere assolutamente’, massime mistiche pseudoorientaleggianti, immagini porno, vecchi meme blasfemi… l’importante non è cosa, ma che facciano diventare più idioti oppure perdere la pazienza.”
“Geniale! Ma non ti sgamano?”
“No, io sono sempre il partecipante di cui non ti ricordi il nome, quello che compare solo con il numero di telefono”.
Libicocco ripensò ad alcun gruppi di cui faceva parte, e capì molte cose.
“Ma questa è solo una delle attività”, proseguì Malacoda. “Faccio laggare o cadere il collegamento nei videogame online, il che mi procura sempre una buona messe di bestemmioni. Mando catene di zantantonio e promozioni farlocche. Faccio in modo che i popup pubblicitari siano i più inopportuni possibile, che so, siti di appuntamenti sui blog di suore di clausura e crociere gay sulle pagine degli arcivescovadi. Faccio anche un bel po’ di trollaggio nei siti cattolici, ma i colleghi umani nelle chat mi rimproverano che sono troppo buono.”
“Molto interessante. Deve essere divertente mandare fuori dai gangheri tutti quei santarellini.”
“Oh, dopo un poco ti ci abitui. Ho un sacco da fare. Spezzare link negli help della Microzoft, mandare in giro programmi malfunzionanti con errori incomprensibili… c’è anche da dire che non mi manca l’assistenza tecnica, qui sotto è pieno di programmatori dannati che farebbero qualsiasi cosa pur di mettere ancora le mani su una tastiera. Il bello è che gli umani hanno bisogno di pochissimo incoraggiamento per dare il peggio di loro. E’ come se quello che è virtuale non sporcasse l’anima come il reale”. Ridacchiò. “Sapessero quanto si sbagliano!”
Libicocco sospirò. “Un poco ti invidio, e mi sento già meglio per questo. Però, scusa, non riesci a staccare neanche un attimo? ti vedo abbastanza stressato…”
Malacoda digrignò le zanne. “E’ per colpa del wi-fi. Continua a scollegarsi. E’ mai possibile che in quest’inferno non si riesca ad avere una connessione decente?”

Le storie di San Randazio: la ragazza senza amore

La canonica era fredda, in quel marzo così bizzoso. Fra’ Randazio aveva terminato di celebrare la Messa e si stava togliendo i paramenti, quando adocchiò il naso rincagnato della Sereni. E se c’era la Sereni, non poteva non esserci un qualche guaio con la piccola Elisabetta, di cui il donnone era la balia.
Fece un cenno alla donna per far vedere che aveva capito. Randazio richiuse il massiccio armadio, sospirò e si apprestò a rientrare in chiesa.
Come aveva previsto, accanto alla sagoma ursina della Sereni c’era la molto più esile Elisabetta Degli Ardenti. Il frate non poteva fare a meno di pensare che il carattere incendiario della ragazza l’avesse ereditato con il cognome. Una bella anima, ma non certo delle più tranquille.

Le due donne l’accolsero con un inchino. “Non me lo dire: il tuo padrone vuole che mi adoperi ancora una volta nella direzione spirituale per la sua figliuola” disse Randazio avvicinandosi alla coppia.
“Lei è proprio sveglio, Padre” replicò la Sereni. “Questa matta qui ha avuto ancora da dire con il babbo suo. E’ la disperazione della sua famiglia”.
Randazio ridacchiò. “Meglio una testa in ebollizione che nessuna testa”. Agitò la mano. “Via, al fondo della chiesa, o fatti un giro: te la mando quando abbiamo finito di parlare.”
Attese che la matrona si fosse allontanata, poi fece segno alla ragazza di sedersi. Due occhi verdi e vivi, un ciuffo di capelli che sfuggiva alla fascia e attraversava il viso come la banda di un capitano di ventura. “Allora, cosa è successo stavolta?”
“Padre, non ce la faccio più. Proprio in questa famiglia dovevo nascere? Mi sento prigioniera. Lei dice sempre che siamo liberi, ma per me non è vero. Non sono libera. E ho paura, paura di sprecare la mia vita. Vengo continuamente sgridata: dai miei istitutori, dalla mia balia, dai miei genitori, dalle mie amiche. Tutte dicono come dovrei comportarmi, e mi prendono in giro. Alcune sono anche crudeli. Ma io non sono fatta come loro vorrebbero che fossi. Mi dica, Padre, sono sbagliata? Devo smettere di desiderare e fare come tutte loro?” Parlava con passione, e aveva gli occhi umidi. “Mi dica lei, mi dica lei, che ha scelto di seguire una regola così stretta eppure sembra felice… come si fa a smettere di desiderare?”
Randazio la guardò, commosso. “No, non sei sbagliata. Ma stai sbagliando quando chiedi come si fa a smettere di desiderare. Piuttosto, l’opposto: tu desideri troppo poco.”
Elisabetta lo guardò stupita. “Come, poco? Ma se non fanno che rimproverarmi che ho la testa tra le nuvole!”
“Esattamente! Nelle nubi non si vede niente. Tu ti fermi alle nuvole, ma la tua testa dovrebbe stare ancora più su, nel cielo. Tu dici che hai paura: ma hai paura perché non sei libera e non sei libera perché hai paura. Ascolta, ti racconto una storia, così magari mi faccio capire meglio.”
Randazio raccolse le idee, e cominciò.
“Immaginati una ragazza, diciamo della tua età. Vede le sue amiche ciarlare contente, perché vanno a maritarsi, e sente pena per loro. Sente pena perché le conosce: ci sono quelle il cui sposo lo ha deciso la famiglia, per la sua ricchezza e la sua posizione; ci sono quelle che il marito se lo sono scelto, ma per lussuria o per gioco, il primo che si è loro proposto, e domani si daranno ad un altro.” Un certo rossore soffuse le guance della ragazza, e Randazio soggiunse ” E non mi dire che non sono cotali i discorsi usuali che si fanno tra voi fanciulle, perché di confessioni ne ho ascoltate anche troppe”.
Il frate proseguì. “Questa ragazza si sente triste e angosciata, perché vede che tutti quegli sposi non sono degni. Ma sente non degni gli altri poiché lei stessa si sa non degna.”
“Perché non è degna?” Domandò Elisabetta.
“Perché usa bene la ragione” Rispose Randazio.
“Ma come? Chi usa bene la ragione non è persona degna?”
“No, chi usa bene la ragione sa di non essere degna; chi la usa male si illude di esserlo, o non ne vede problema.”
Isabella si quietò, perplessa. Randazio continuò.
“Questa donnina si sente sempre più esclusa, sempre più sola, sempre meno libera. Vorrebbe fuggire. Un giorno va ad una festa importante, data dal Signore della sua città. Si annoia perché vede solo persone vuote; eppure c’è qualcuno che le piace, il figlio stesso del Signore. E’ un bel giovane, ardimentoso, intelligente e sensibile, e tutte le sue amiche lo sospirano. Lei, che non si sente bella come loro, come può sperare di competere con queste? E così si ritira sul balcone. Ma ecco che la porta si apre, ed è proprio il figlio del Signore, che le si avvicina e le dice “Senti, tu non mi conosci, ma è tanto che ti osservo. Questa festa l’ho data per poterti incontrare. Tu non sei come le altre. Mi hai colpito il cuore. Vorresti fidanzarti con me?”
“Oh”, disse Elisabetta.
“Proprio quello che dice la ragazza. Messere, risponde, vi mi fate onore, ma non sono una vostra pari. Come posso meritarvi? E lui replica, non occorre che mi meritiate, perché io vi voglio così come siete; e non preoccupatevi se non siete mia pari, perché io vi faccio tale, e sfiderò chiunque si opponga; perché per il vostro amore sono disposto anche a morire.”
Randazio si chinò verso Elisabetta, quasi bisbigliando. “Come pensate che tornerà a casa quella ragazza, quella sera? Con che spirito pensate che ascolterà i rimproveri e i rimbrotti di coloro che le stanno attorno? Con che viso affronterà le malelingue delle sua amiche? Dirà loro, parlate, parlate, ma niente mi può toccare, niente mi può far male; non mi importa di quello che dite, sono libera da tutto, perché lui mi ama. E come affronterà poi i compiti di ogni giorno, come si comporterà in pubblico, come prenderà i suoi doveri? Cercherà di farli al meglio, cercherà di essere migliore, perfetta, per essere degna di lui; anche se lui non lo richiede, lei vuole esserlo.”
Il frate si rilassò sul sedile. “Allora Elisabetta, cosa è che rende libera quella ragazza?”
“Un amore”, lei rispose. “Un amore così grande che non se lo aspettava”.
“Bravissima. Non è cambiato il mondo attorno a lei, ma è cambiata lei, perché c’è qualcuno che le vuole bene in modo totale.”
Randazio aggiunse, a bassa voce: “Capisci adesso perché sono felice, perché la mia regola non mi pesa, anzi? Perché sono libero. Perché la Verità mi ama. E ama anche te.”

La Sereni, accompagnando Elisabetta verso casa, non poté fare a meno di notare come la fanciulla fosse ora obbediente, cortese, il viso disteso e sorridente, trasformata rispetto a poco prima. Con queste ragazzine non puoi mai sapere, si disse, cambiano di umore come questo marzo pazzerello. Guarda come pare libera e felice, ora. Sembra innamorata.