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Cassandra

“Non dobbiamo farlo”, disse Cassandra.
Tutti risero. “Sei la solita complottista”, le dissero. “Ti piace dire sempre il contrario di tutti”.
“Ma alla fine ho ragione io”, ribatté la donna. “Vi ricordate quando dissi che Paride avrebbe causato la nostra rovina? Eh, vi ricordate?”
“Oh, sì, certo”, risposero. “E quindi?”
“Come, quindi? Questa guerra che ha rovinato la nostra città di Troia, il responsabile non è forse Paride?”
Nuove risate. “Ancora questa storia? Ormai è stato appurato che la causa della guerra è il mutamento climatico. Ora che anche gli Achei hanno capito che occorre convertirsi a politiche verdi, tutti i dissidi sono stati appianati”.
Cassandra alzò le mani al cielo. “Accidentaccio, come fate a non vederlo? Quando mai gli Achei hanno mantenuto un promessa? Non c’è da fidarsi!”
Le sue parole furono sommerse dai fischi. “Basta fake news! Sei tu quella che dovrebbe tacere!”
Priamo scosse la testa. “Tutti i miei consiglieri concordano che sarebbe una pessima mossa politica rifiutare i doni dei greci. Vuoi andare contro il parere della maggioranza?”
“Mandare indietro la loro offerta causerebbe inflazione, disoccupazione e stagnazione. Abbiamo bisogno che l’economia riprenda”, ammonì Deifobo. Gli altri concordarono: “E’ progresso”.
“Ma un cavallo di legno…! Potrebbero essersi nascosti dentro…” cercò di dire ancora la principessa.
“Non ci sono prove scientifiche che possa accadere qualcosa del genere. Abbiamo fatto esperimenti con modellini di cavalli e non c’è stato alcun evento avverso. Questa è scienza”, declamò Euripilo.
“Mmmh… non sono convinto”, esordì Laocoonte, colpendo il fianco del cavallo con una lancia. “Cassandra potrebbe avere ragione. Forse sarebbe meglio bruciarlo… ma che…”
Due serpenti marini uscirono rapidi dall’acqua, si avvolsero attorno alle sue gambe e lo trascinarono via. Le sue urla si spensero bruscamente. Seguì un attimo di assoluto silenzio. “Bene”, disse alla fine Priamo. “Se no ci sono altre obiezioni la mozione ‘porta il cavallo in città’ è approvata”
Cassandra indicò le onde che si stavano arrossando. “Hey! Vi sembra normale? Due serpenti marini hanno appena ammazzato Laocoonte e i suoi figli! Non vi pare che ci sia qualcosa di strano?”
“Sarà il cambiamento climatico”, disse Polite. “Festicciola?”

Il contrario della vita

L’ombra sorse alle sue spalle. Lui sussultò.
“Cos’è, hai paura?”, chiese l’ombra.
Lui annuì.
L’ombra avrebbe sorriso, se un’ombra potesse sorridere. “Fai bene ad avere paura. Potresti perdere tutto quello che hai”. Si fermò, quasi soppesando quello che avrebbe detto.
“Sai”, disse l’ombra, “vivi in un mondo governato da un dio crudele. Ti strappa tutto quello che hai, in continuazione. Ti cambia le cose da sotto i piedi. Fa finire gli amori. Fa crescere i bambini. Fa invecchiare il corpo. Tutto corre verso il dolore. Se giochi sul suo terreno, perdi sempre”.
Gli si accostò, sussurrandogli all’orecchio. “Non è necessario che giochi al suo gioco. C’è il sistema per vincere”.
“Qual è?” Domandò lui.
L’ombra gli si accostò ancora di più. “Semplice, smettere di giocare. In tal modo non potrai più perdere niente. Basta ansia. Basta sofferenza. Sarai libero. Che ne pensi?”
Lui annuì.
Quando tutto fu finito, l’ombra guardò quello che restava di quell’uomo. L’amore, che gli era stato donato, non esisteva più. Non poteva più crescere, o generare, perché anche la vita regalatagli era stata gettata via. Non c’era più la paura di perdere qualcosa, perché aveva perso tutto, irrimediabilmente, totalmente.
Strana cosa la paura, pensò l’ombra, che la poteva suscitare ma non capire. La vita degli uomini era tutta un donare e un perdere e ricevere ancora. Ma la vita non gli apparteneva, era totalmente altro da lui. Non è la morte l’opposto della vita, la morte ne è solo un termine. L’opposto della vita era lui, l’ombra, perché all’ombra niente cresce.
Perché tutto ciò che era perduto diventava eternamente suo.

Il terzo giorno

Il team di scienziati era esultante, di fronte alla platea di tutte le più importanti testate giornalistiche. Alle loro spalle, dentro una sfera di vetro, una sostanza giallastra vorticava lentamente, muovendosi in modo sottilmente indipendente, come un gas o un liquido inerte non avrebbero potuto. “Dopo quasi un secolo di tentativi, alla fine ci siamo riusciti”, esultò il portavoce, il noto scienziato divulgatore ateo Perkins. “Utilizzando tecniche innovative e spingendo al limite le conoscenze umane, abbiamo, per la prima volta assoluta, creato la vita in laboratorio. Abbiamo ingegnerizzato dal niente un essere vivente!”
Sfidò con lo sguardo la folla di microdroni muniti di telecamera e i giornalisti presenti in carne e ossa. “E’ una grande conquista per l’uomo, che dimostra una volta di più come le pretese delle religioni sull’origine della vita siano fasulle. Essa è apparsa spontaneamente, non c’è nessun bisogno di un Creatore”.
Uno dei pochi umani presenti alzò la mano.
“Un attimo, un attimo, questa nuova forma di vita… dite che l’avete progettata e creata?”
Perkins ammutolì. Un silenzio imbarazzato scese sui presenti.

L’intervallo

Luca sente vibrare la sua mano. Chi è che mi sta chiamando? Si chiede. Pensavo di averlo spento.
Eh, appunto. C’è solo uno che può chiamarti mentre hai il telefono spento: il Servizio di Controllo.
(Nota del narratore: in realtà sono davvero molti quelli che possono farlo, ma tu non sei tenuto a saperlo, a meno che non accada)

Quando ti chiama il Servizio di Controllo è sempre meglio prendere su la comunicazione. Se non dovessi farlo, probabilmente penserebbero che sei morto, o in seria difficoltà, o sei alle prese con qualcosa di illegale. In ogni caso in un tempo che varia da due a sei minuti rischi di trovarti accerchiato da benintenzionati in divisa, e le tariffe per gli interventi inutili sono parecchio salate.

Luca sbuffa, si porta la mano alla bocca e apre la comunicazione. “Sì, pronto?”
Tiene comunque spenta la telecamera. Non sa che l’operatore dall’altra parte può comunque attivarla (e lo sta facendo) ma comunque non è che gli importi molto.
“Buonasera, Luca. Sono l’operatore del Servizio di Controllo 2546231. Ci risulta che ha il ricevitore disattivato e non si è spostato dalla sua posizione negli ultimi venticinque minuti. Dato che non si trova al lavoro, o alla sua abitazione, o in uno dei suoi posti abituali, abbiamo temuto che lei sia in difficoltà. Ha bisogno d’aiuto? C’è un problema, o una minaccia alla sua incolumità? Siamo qui per aiutarla”.
Luca ascolta pazientemente. Non saprebbe dire se la voce dall’accento metallico sia generata da un bot automatico o da un operatore umano sottopagato in qualche ufficio in India; però anche di questo, ultimamente, non gl’importa.
(Nota del Narratore: la seconda ipotesi è quella corretta, ma l’operatore si trova in Angola e lavora da casa. La voce è comunque aggiustata elettronicamente in tempo reale per eliminare imprecisioni e accenti)

Luca risponde. “No, grazie, nessuna emergenza”, cercando di tagliare corto. Non ha fortuna.
“Dai dati non risulta che la sua automobile abbia guasti o malfunzionamenti oppure abbia esaurito l’autonomia, e anche il suo stato di salute attuale non sembra essere problematico: pulsazioni regolari, temperatura nei limiti, funzioni corporali n…”
“No, ho detto nessuna emergenza. Mi sono solo fermato un attimo lungo la strada”, ribatte Luca ancora con una certa cortesia.
“Grazie della conferma, Luca. Dobbiamo farle notare che spegnere il proprio ricevitore senza un motivo adeguato può privarla di un tempestivo accesso ai nostri servizi e della notifica di offerte in tempo reale…”
“Ne sono conscio”, cerca di intervenire Luca, ma la voce non s’arresta.
“… e potrebbe portare alla generazione di falsi allarmi come il presente. Le ricordiamo pertanto che il ripetuto spegnimento del proprio ricevitore senza un valido motivo costituisce causa di sanzione penale per procurato ostacolo della funzione pubblica. Siamo certi che non vorrà incorrere in una simile…”
“Ho capito, ho capito. L’accendo subito”.
“Grazie, Luca, e buona serata. Attendiamo la conferma della riaccensione entro i prossimi nove minuti…”

Luca chiude la chiamata e riaccende il ricevitore. La sua mano si illumina, le dita, finora grigie, assumono ciascuna il colore del social a cui sono dedicate. Venticinque minuti spento e… sessantasei notifiche? Luca sospira.
Durante la chiamata del Servizio di Controllo il sole è definitivamente tramontato. Il colore violetto delle cime si sta incupendo, è quasi scomparso; le nuvole sono passate dal rosso acceso a un profondo blu. Luca getta un’ultima occhiata al panorama che l’ha fatto fermare, al meraviglioso spettacolo ormai concluso, spegnere il suo ricevitore, e rimanere venti minuti distaccato dal mondo. Quindi, con un sospiro, risale in macchina, le ordina di partire e comincia con pazienza ed evadere la posta arrivata nel frattempo. E’ il prezzo da pagare per quella manciata di minuti di intervallo che si è concesso. Lo paga volentieri; ma non se lo può permettere spesso.

Una passione travolgente

Dal Vangelo secondo Mattia, l’apostolo che non c’era

Come faceva di solito, Gesù uscì e andò verso il monte degli Ulivi, e i suoi discepoli lo seguirono. Quando giunse sul posto disse loro: ‘Pregate per resistere nel momento della prova’.
Poi si allontanò da loro alcuni passi, si mise in ginocchio e pregò così: ‘Padre, se vuoi, allontana da me questo calice. Se però non vuoi poi non lamentarti se faccio di testa mia, che ormai sono un adulto’. Quindi Gesù si alzò e andò verso i suoi discepoli. Li trovò addormentati, e disse loro: ‘Perché dormite? Non siete stati in grado di vegliare con me una sola ora? Adesso vi insegno io”, e iniziò a riempirli di botte. Mentre Gesù ancora pestava i discepoli, arrivò molta gente. Giuda, uno dei Dodici, faceva loro da guida. Si avvicinò a Gesù per baciarlo. Allora Gesù disse: “Giuda bastardo, non sono pregiudizialmente contro l’omosessualità, ma mi hai tradito!” Lo guardò e quello cadde morto.
Quelli che erano con Gesù, appena si accorsero di ciò che stava per accadere, dissero:
“Signore, usiamo la spada?”
E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio. Allora Gesù disse: “Cos’è, non sei capace di mirare giusto? Non è più il tempo di mandare armi per sostenere la giusta rivolta contro l’invasore e i suoi lacché, è ora di farla noi stessi!”
Ed evocò dal cielo un fuoco che consumò i soldati. Poi disse “E’ giunta l’ora, ed è questa, che il Figlio dell’Uomo si riveli nella sua gloria, e corregga le ingiustizie. Massacreremo tutti i giudici iniqui, i farisei ipocriti e i falsi sacerdoti. Chiederò al padre di mandarmi dieci legioni di angeli e faremo piazza pulita dei romani e di ogni peccatore. Oggi inizia il mio Regno, che sarà un Regno di pace, dopo che avrò sconfitto e sottomesso tutti i miei nemici. Vedrete, le cose cambieranno! Li obbligherò a credere in me, e ad amarmi”.
Detto questo, guidò i discepoli all’assalto del (il frammento di papiro diventa illeggibile)

Il Consiglio Mondiale dei Diritti umani

La prima sessione del Consiglio dei Diritti Umani si riunì nell’ampia basilica. L’Imperatore aveva fatto le cose in grande. Aveva invitato i rappresentanti di ogni popolo conosciuto, ed erano arrivati persino inviati di popoli sconosciuti che avevano udito della convocazione.
Erano giunti da Kush e da Meroe; dalle terre degli Han e degli Hun, dalle lande dei Sarmati e dalla Nubia; c’erano Galli e Finni e Parti, oltre ovviamente a Greci e Iberici, e anche certi strani uomini arrivati per nave da oltre le colonne d’Ercole. Erano uniti dall’idea di trovare idee che tutti condividessero, persino i barbari.

L’Imperatore si alzò e cominciò a parlare. “Romani, e voi tutti rappresentanti di ogni nazione, oggi siamo qui per capire cosa abbiano in comune gli uomini, e cosa debba essere loro garantito dai re e dagli dei. Stabiliamolo, e poi vincoliamoci con giuramento di rispettare la nostra decisione. Cominciamo! Quali sono i diritti di ogni uomo?”

Si alzò il rappresentante dei Parti. “Oh Imperatore”, disse, “Mi sembra che a ogni uomo debba essere garantito il dirtto di portare armi per difendere sé, la sua famiglia e il suo popolo!” Un mormorio di approvazione si diffuse.
Un Ungaro si rivolse all’uditorio. “Certo ognuno deve poter disporre liberamente di schiavi, e di donne; come si può essere uomini altrimenti?” Un applauso salutò questa sua affermazione.
“Se parliamo di donne”, sorse un greco, “allora bisogna garantire il divorzio, e potersi disfare dei figli in soprannumero”.
“Fino a che età permettere l’aborto?” Lo interrogò un Gallo. “Oh, direi fino ad almeno dieci anni”, rispose, “anche dodici, se non danno rispetto”.
Sorse allora una discussione se fosse lecito offrire agli dei questi fanciulli, opzione sostenuta da parte dell’uditorio, ma alla fine prevalse l’idea che i sacrifici umani dovessero essere limitati solo a casi di vera necessità. Il mugugno da parte di alcuni sacerdoti presenti fu spento ricordando che, ovviamente, gli schiavi non erano uomini e sulle donne si poteva discutere.

Certo era bello vedere persone così differenti convenire tra loro; poi qualcuno notò il galata seduto in disparte in silenzio. “E tu, non sei d’accordo?” chiese l’Imperatore.
“No, o sommo”, rispose quello. “Per me non sono queste le cose degne d’un uomo”.
“E’ uno di quelli che segue la nuova religione giudaica”, mormorò qualcuno di bene informato. “Cacciatelo via”, disse l’Imperatore. “Anzi, gettatelo in carcere. Chi si oppone a quello che tutti gli uomini pensano non è degno di rimanere libero”. Scosse la testa. “Non capisco come si possa mettere in dubbio quanto abbiamo condiviso. Quello che accade a lui avverrà per ogni popolo che metterà in dubbio le sacre decisioni di questo consesso.”
L’uditorio tacque, come valutando le parole appena udite. L’imperatore continuò, indicando il prigioniero che veniva scortato fuori. “Strana gente! Vedrete che tra qualche anno di loro non se ne sentirà più parlare”. Fece un cenno. “Continuiamo?”

Scegli il cavaliere

“Vedi”, spiegò, “il trucco è non lasciare loro il tempo di pensare. Quando le tue bugie sono allo scoperto, così evidenti che nemmeno i più ciechi possono negarle… quando persino i tuoi fedelissimi cagnolini incespicano sulle spiegazioni e si guardano intorno in cerca di una via di fuga, quello è il momento di rovesciare tutto”.
Rovesciare tutto?”
“Certo. Se non funziona più, non aspettare che si rompa completamente, sostituiscilo. Per prima cosa devi trovare un nuovo argomento che abbia forza di impatto. Un disastro globale. Morte, pestilenza, carestia, guerra… scegli il tuo cavaliere. Lo sbatti in prima pagina, e mandi il precedente in settima. Tempo una settimana e quello che è stato prima sarà dimenticato. Tutto ciò di cui hai bisogno è il disastro, e capire su chi gettare la colpa, perché deve esserci qualcuno su cui far sfogare la rabbia e incolpare dei tuoi errori. Naturalmente devi includere tra i colpevoli tutti coloro che hanno la vista lunga, che si sono accorti del trucco, che usano la ragione. E’ essenziale che tu li colpisca, e li colpisca duro. Sono loro l’unico pericolo.”
E se non ho un disastro globale a disposizione?”
“Ma che domande… lo fabbrichi, è chiaro. Quelli naturali non esistono, o sono così rari e casuali che non vale la pena tenerli in considerazione. Nel nostro mestiere il tempismo è importante. La transizione che ci piace è questa: tutti i grandi valori per cui, fino all’altro giorno, perseguitavi i non allineati si sono improvvisamente dissolti. Ma non si nota l’assenza: sono stati rimpiazzati con nuove bugie”.
“Ancora non capisco, però. A che serve tutto questo?”
“E’ per il potere, è ovvio. C’è solo una cosa che permette all’incapace, all’ignorante, al malvagio, al crudele di continuare a comandare: un’emergenza. Con la scusa dell’emergenza potrà colpire i suoi oppositori, fare passare leggi idiote ed inique, ed evitare di dare conto del suo operato. Potrebbe persino far credere di essere un genio, dandosi il merito della cessata emergenza precedente.” Sospirò. “Spero che tu abbia capito, perché non ripeterò ancora la lezione. Vai adesso, e governa come ti ho detto. Ti ho messo lì apposta”. Fece per andarsene.
Aspetta!” disse l’uomo, trattenendolo. “Non so neanche come ti chiami
“Chiamami B”, sorrise.
Come faccio a rintracciarti?
“Non ti preoccupare. Mi farò vivo io, a suo tempo”, disse, sorridendo con troppi denti. “per il pagamento. Io so sempre dove trovarti”. E sparì.

Due di spade

Dal Vangelo secondo Mattia, l’apostolo che non c’era

Gesù, parlando ai discepoli, disse: «Quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, tira dalla sua parte i media delle altre nazioni, fabbrica fake news, fa cortei per la pace e si fa inviare armi.
Per questo quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose. Ad ogni buon conto, chi ha una borsa la prenda e chi gioca in borsa venda; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una».
Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli rispose «Non bastano! Sarebbero meglio dei fucili.»
I discepoli mormoravano tra loro perché non sapevano cosa intendesse. Ma Egli continuò: «Ciò che adesso non capite, sarà rivelato in seguito».
E proseguì: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché non fossi consegnato ai Giudei; invece scapperete tutti, brutti…» (Il frammento di papiro diventa illeggibile)

Entopo, cugino di Esopo – Fiaba XXV – L’Agnello, il Lupo, il Pastore

L’Agnello belò all’indirizzo del Pastore. “Aiutaci, te ne prego! Il Lupo sta calando dalle montagne, e farà strage di me e dei miei fratelli!”
Il Pastore annuì. “Lo so, Agnello. Vi aiuterò. Vieni con me.”
L’Agnello, come sono solite fare le pecore, seguì fiduciosa il Pastore, che continuava a parlare. “Vedrai, faremo in modo che quel pazzo di un Lupo non possa più nuocere. Si pentirà amaramente di aver pensato di poter fare quello che voleva”.
Il Pastore condusse l’Agnello in una radura e lo legò ad un ceppo. “Perché mi stai legando?” domandò l’ovino. “Ti devi fidare di me”, disse il Pastore. “Devi essere forte e coraggioso, e vedrai che sconfiggeremo il Lupo”.
Detto questo, il Pastore si ritirò nel bosco. L’Agnello, vedendosi solo, cominciò a belare disperatamente. Di lì a poco dalla foresta, richiamato dai belati, spuntò il Lupo.
“Aiuto! Aiuto!” gridò l’Agnello. Ma il Lupo con due salti fu su di lui e cominciò a sbranarlo.
Mentre era intento al banchetto il Pastore saltò su dal suo nascondiglio e, con un colpo bene assestato, mandò il predatore a raggiungere la preda.
Guardando i resti dell’Agnello, il Pastore sorrise. “Brava pecora, sei stata coraggiosa. Per merito tuo ci siamo disfatti del Lupo. Sarebbe stato un peccato se avesse assaltato il gregge adesso, proprio mentre è quasi pronto per essere portato al macello”. Si caricò in spalla le carcasse e se ne andò.

Cucinatutto e Nuovocuoco

“Buongiorno, e benvenuti alla riunione dei rappresentanti mondiali del nostro Cucinatutto. Come sapete, la nostra azienda è leader mondiale negli attrezzi da cucina. Siamo sempre stati i migliori, i più imitati: i nostri concorrenti di Nuovocuoco e Belfornello, con l’aiuto di nostri ex-dipendenti, hanno provato a superarci, seguendo le mode del momento, ma la loro strada si sta rivelando un fallimento. Hanno moltiplicato i modelli, ma le loro innovazioni alla fine si sono dimostrate inaffidabili e il pubblico li ha abbandonati. La nostra idea, d’altra parte, è sempre stata quella di aiutare chi cucina in modo semplice e sano”. L’amministratore delegato prese fiato, poi continuò.
“Siamo però anche consapevoli che non ci possiamo cullare sugli allori, se vogliamo mantenere alta la qualità. Le nostre vendite hanno subito una contrazione, dovuta alla concorrenza dei pasti surgelati e dei fast-food. Come possiamo invertire la tendenza? La riunione di oggi accoglierà proposte di miglioramento al prodotto proveniente dai nostri concessionari di tutto il mondo”.
L’amministratore delegato scrutò i presenti. “Allora, chi comincia?”
Si alzò una mano. “La parola al delegato tedesco”.
“Noialtri del Cucinatutto Germania abbiamo sviluppato una serie di proposte”, cominciò. “Riteniamo che Cucinatutto debba integrare un microonde per lo scongelamento dei pasti precotti”.
L’Amministratore Delegato corrugò la fronte. “Mmmh… non mi sembra un’idea originale. Quelli di Belfornello lo hanno fatto anni fa; nessuno lo usa, ha reso il loro attrezzo molto più costoso e più complicato da gestire.”
“Da noi è un’esigenza molto sentita”, si difese il delegato. “Non mi sembrano ci siano ragioni per rifiutare l’innovazione”
“Va bene, terremo conto. C’è altro?”
“Sì, certamente. Vorremo introdurre negli strumenti un arrotolasushi; cancellare la differenza nei menu tra primi, secondi e dolci, che ci pare obsoleta alla luce delle nuove tendenze nutrizionali; eliminare del tutto il supporto ai carboidrati, che sono dannosi; e inserire un’interfaccia web che posti automaticamente foto dei piatti in preparazione sui social”.
L’amministratore delegato lo guardò perplesso. “Se non sbaglio, tutte queste novità erano state già introdotte da Nuovocuoco in passato, e si sono rivelate un insuccesso commerciale clamoroso.”
“La gente le chiede”, si giustificò il proponente.
“Forse quella che non cucina, o che quantomeno non compra.”
Il delegato tedesco sembrò offeso. “Noi tutti del Mercato Germania siamo d’accordo. Non possiamo restare attaccati ad una tradizione che non ha senso nel mondo di oggi. Bisogna progredire”.
“Cosa vi fa credere che ciò che si è dimostrato disastroso per i concorrenti, fatto da noi invece funzioni? Cucinare piatti che nessuno vuole mangiare mettendo da parte quelli che piacciono da sempre non mi sembra una buona politica”.
“E’ una questione di gusto; ognuno ha il suo”, ribatté il tedesco.
“Ma certa cucina nessuno la digerisce. Magari la si prova, ma dopo un po’ si ritorna a ciò che è buono. Ci sarà pure una ragione.”
“Noi ci rifiutiamo di vendere un prodotto che non approviamo!” urlò il venditore battendo i pugni sul tavolo.
“Bene, allora perché non andate a rappresentare Nuovocuoco, che ha già tutto quello che chiedete? Sono sicuro che vi accoglieranno a braccia aperte: sono rimasti talmente in pochi, dopotutto…”
Ma un mormorio diffuso si allargava tra i presenti. Le proposte sarebbero state votate, e chissà che altri non la pensassero allo stesso modo.
L’amministratore delegato si chiese se ogni cosa sarebbe cambiata, e che ne sarebbe stato della leggendaria fedeltà di Cucinatutto al proprio mandato originale. Perché favorire l’effimero sull’eterno? La sera scese che ancora parlavano.

Santa pazienza

Il Signore sospirò, scacciò con la mano un paio di cherubini ronzanti e si sedette sulla sua poltrona preferita. Era il fine settimana, e non vedeva l’ora di staccare: per Lui il riposo era sacro.
Cominciò a fare zapping sulla Terra. Non aveva girato che un paio di nazioni che si fermò, guardò meglio, e quindi esclamò “O Gesù!”
“Mi hai chiamato, Papà?” disse una voce alla sua destra.
Il Signore indicò lo spettacolo davanti a Lui. “Guarda un po’ che roba. Sono i Tuoi amici. Come lo giustifichi? Devo ancora avere pazienza?”
“Oh, non Mi mettere in croce pure Tu”, rispose la voce. “Hanno il libero arbitrio, lo sai benissimo. Io, ho fatto il possibile.”
Il Signore alzò gli occhi a se stesso, poi chiamò. “Michele! Preparami subito un diluvio. E stavolta non voglio sentire parlare di Arche.”
Lo Spirito Santo si posò sulla poltrona. “Ehm, Ti ricordo che abbiamo promesso… basta diluvi…”
“Già, è vero.” Ci pensò su un attimo. “Vediamo, niente pioggia d’acqua… allora pioggia di fuoco! La vedranno chi sono Io!”
Lo Spirito Santo sbuffò. “Sì, così danno la colpa al cambiamento climatico.”
“Va bene, allora che faccio, Signor Saputello?”
“Potresti essere originale. Che so, una pioggia di pangolini”.
Il Signore si lasciò andare nella poltrona. “Basta, sono stufo di pensare me stesso pensante a qualcosa. Uno lavora per rendere tutto un Paradiso, e poi basta una mela marcia per rovinare tutto. Peccato. Mi sa che anche stavolta mi limiterò ad una protesta ufficiale con il responsabile di quello schifo. Ma prima o poi mi arrabbio davvero, e quel giorno viene giù il mondo.”
Si girò verso gli arcangeli. “Chiamate subito Berlicche”.

Santo gel

Dal Vangelo secondo Mattia, l’apostolo che non c’era

Quando Gesù ebbe finito di parlare, un fariseo lo invitò a pranzo a casa sua. Gesù andò e si mise a tavola. Quel fariseo vide che Gesù non aveva fatto la purificazione delle mani che era d’uso e se ne meravigliò.
Allora il Signore gli disse: ‘Voi farisei vi preoccupate di pulire la parte esterna del bicchiere e del piatto, ma all’interno vi dimenticate di usare il disinfettante. Stolti! Dio non ha forse creato l’esterno e l’interno dell’uomo? Ebbene, se volete che tutto sia puro per voi, usate prima un gel lavamani certificato come ho fatto io.”
“Ma guai a voi, che amate sedervi troppo vicini nei banchi della sinagoga, senza rispettare la distanza sociale! Che fate banchetti e gozzoviglie in sovrannumero al chiuso senza chiedere il green pass! Guai a voi, ipocriti, che portate la mascherina fp2 e poi l’abbassate sotto il naso! Dite che vi si appannano gli occhiali, ma cos’è meglio: che vi si appannino gli occhiali o che andiate nella terapia intensiva, là dov’è pianto e stridore di denti?”
E da quel momento gli scribi cominciarono a chiedere a Gesù e ai suoi discepoli prima di entrare nelle città e villaggi di mostrare il green <il frammento si interrompe>

Giornate storte

Io ho un amico. Si chiama Piergiorgio, ma tutti quanti lo chiamano Peggio, per via di una sua caratteristica: spunta sempre fuori quando le cose ti vanno storte. Se hai una giornata no, stai sicuro che che lo incontrerai per strada, o ti farà una telefonata, o sarà a bere con te al bar di Giacomo. In effetti, trovarselo davanti è una sorta di garanzia che ormai il brutto te lo sei lasciato indietro perché, invariabilmente, al racconto delle tue disavventure ti dà una pacca sulla spalla e ti dice “Beh, poteva andare peggio”. E da quel momento tutto gira per il verso giusto.

E’ dalle prime ore di oggi che penso a lui. Giochiamo insieme a fantacalcio, e ieri per me è stata una giornata pessima, per lui trionfale. Questo mi ha messo di cattivo umore fin dalla prima mattina, perché me lo immagino comparirmi davanti e sfottermi. Magari lo incontrassi, mi dico adesso, almeno gli racconterei tutto e le sue parole sarebbero il segno che il disastro è finito. Perché da stamattina la mia vita sta andando a rotoli.

Entro in ufficio, e percepisco subito una strana aria. Apro la posta, leggo gli annunci e capisco: quella promozione che davo per certa l’hanno data a un altro, quell’antipatico del Beretti, che ha molta meno anzianità di me. Vado dal capo per chiedere il motivo, e il capo mi fa, siediti. Dobbiamo fare una riduzione del personale e mi dispiace, dopo tutto questo tempo, ma dobbiamo licenziarti. Esco dall’ufficio del capo, distrutto, e vedo che i miei colleghi con cui lavoro da anni si stanno scambiando gran risate, abbracci e strette di mano. Appena mi vedono ritornano seri e letteralmente scappano via.

Vado via prima dall’ufficio. Mi guardo attorno, Piergiorgio non si vede. Entro un attimo in un bar, bevo qualcosa per calmarmi i nervi, cercando di immaginare cosa potrò dire a casa. Prendo la macchina, faccio cinquanta metri e al primo incrocio centro in pieno un’auto della polizia. Sono positivo all’etilometro, ritiro immediato della patente. La mia automobile non riparte, arriva il carro attrezzi e la porta via. Faccio per chiamare casa, ma mi accorgo che ho lasciato il telefono nella macchina. Come l’auto, era nuovo.

Faccio a piedi i cinque chilometri fino alla mia abitazione, a metà strada inizia a piovere a dirotto. Mentre cammino mi guardo intorno, ma Piergiorgio non si vede da nessuna parte. Quando arrivo ho i brividi, spero non sia Covid. E’ molto presto rispetto al solito, sarà già tornata a casa mia moglie? Sento rumori sospetti al piano di sopra, faccio piano nel caso siano intrusi. No, con mio sollievo non sono ladri. E’ mia moglie. Assieme al mio migliore amico, il compagno di sempre, quello che ha fatto carriera in magistratura. Si stanno accoppiando con foga e passione in maniere che pensavo fossero fisicamente impossibili. E’ evidente che c’è lunga sintonia. Non mi hanno visto; di tanto in tanto rivolgono un apprezzamento nei miei confronti, che non trascrivo.

Striscio fuori di casa senza fare rumore, e mi reco al bar di Giacomo. Mi siedo sullo sgabello, mentre cerco il portafoglio, che non trovo. Avrò lasciato anche quello in macchina? Giacomo mi guarda, capisce che qualcosa non va. “Giornata storta, eh?” Mi fa, per risollevarmi un poco. Io annuisco. “Hai visto Piergiorgio… sai, quello che gioca con me a fantacalcio, il tipo che chiamano Peggio?”, chiedo.
“Sì”, mi dice, “il Peggio è passato, e ti ha lasciato detto che non hai ancora visto niente”.

E’ solo fantascienza

Sono seduto al tavolino del bar quando arriva. “Caffè?” Chiedo. “No, grazie”, mi risponde come suo solito. “Non prendi mai niente”, mi lamento con lui. “Ho i miei motivi”, mi replica sedendosi a sua volta.
Poso la mia tazzina. “Allora, cosa mi racconti?”
Uno sguardo furbo solleva gli angoli dei suoi occhi. “Visto che scrivi fantascienza, vorrei suggerirti l’idea per una storia”.
Mi accomodo meglio sullo sgabello. “Sentiamo”.
“Facciamo l’ipotesi che esista da qualche parte del mondo un laboratorio dove, con tecniche di manipolazione genetica, si creino nuovi virus e, per qualche motivo, uno di questi venga diffuso per il mondo…”
Alzo il sopracciglio. “Stiamo parlando di fantascienza, vero?”
“Assolutamente”, replica lui in modo innocente. “E’ un tema classico, ne hanno scritto Frank Herbert, Stephen King, c’è anche quel film con Bruce Willis…”
“Va bene, va bene” faccio io.
“Dicevo, questa epidemia si diffonde. Le varie parti capiscono che la cosa deve essere trattata come una minaccia seria, perché se pure il virus in sé non è poi così letale, la possibilità che altri mettano in giro qualcosa di molto peggiore ci sono tutte”.
“Un campanello d’allarme”, dico. “Ma quel virus di cui parli è sfuggito per caso, è stato diffuso con intenti malevoli o volutamente, per allertare tutti del pericolo?”
“Sei tu il romanziere” mi risponde, facendomi indovinare un sorriso attraverso la mascherina. “In ogni caso, chi comanda approfitta della situazione per testare delle nuove tecniche sia di contrasto alla guerra biologica che di controllo di massa. Il dissenso ai… chiamiamoli disagi… che ciò comporta viene soppresso adducendo come scusa l’emergenza sanitaria; non è ammesso criticare i provvedimenti anche quando appaiono del tutto insensati e contrari all’evidenza scientifica.”
Appoggio i gomiti sul tavolo. “Finora non c’è molto di originale. Ho come l’idea di avere già sentito questa trama”.
“Aspetta. Dopo due anni, improvvisamente appare una nuova variante del virus. E’ incredibilmente contagiosa, ma ha effetti molto più blandi. Immunizza contro tutte le altre varianti, e si diffonde a macchia d’olio soppiantandole.”
“Mi sembra una cosa buona”, azzardo cautamente.
“Anche troppo buona”, mi risponde lui. “Pensa, deriva dal ceppo originale, non dalle varianti successive, e data la sua virulenza ci si domanda dove sia stata nascosta tutto questo tempo. Presenta mutazioni abbastanza improbabili, e queste sono legate al DNA dei topi…”
“Topi da laboratorio? Vorresti suggerire che anche questo virus sia artificiale?” ridacchio mio malgrado.
“Non suggerisco niente, mi limito a elencare dati… che naturalmente ho inventato, dato che questa storia è solo frutto d’immaginazione. Te lo ripeto, il romanziere sei tu”, mi dice sornione. “Però pensaci un attimo. Voglio far finire una pandemia, ma per diverse ragioni non posso passare attraverso i vaccini. Quale la scelta migliore? Un virus che buchi le immunità spurie preesistenti, che immunizzi davvero, che non causi danni gravi e sia praticamente inarrestabile. Chiodo scaccia chiodo.”
“Insomma, questa variante non sarebbe la risposta alle nostre pr… alle preghiere dei popoli della tua storia ma il risultato di un’operazione voluta da qualcuno?”
“Le due cose non si escludono a vicenda”, mi replica allargando le braccia. “Ma la vicenda non è finita. Le autorità, di fronte all’improvviso aumento vertiginoso di casi, prendono provvedimenti per arginare la diffusione che vanno contro il senso comune e i dati reali. Promuovono inutili mascherine, rendono obbligatori vaccini che esacerbano la contagiosità perché abbassano le difese immunitarie, favoriscono la circolazione di tutti coloro, e sono tantissimi, che sono asintomatici ma diffondono lo stesso il virus.”
“Si penserebbe che siano degli idioti, o che sia un complotto.”
“E’ qui il punto.” Avvicina la testa alla mia, parla sottovoce. “Sono decisioni che appaiono assurde ma sono quelle che prenderebbe qualcuno che volesse, senza dirlo esplicitamente, favorire il contagio. Quel contagio che immunizza davvero”.
Lo guardo stranito. “Intendi dire che non sarebbero idiozie o soprusi ma…”
Questa volta ride apertamente. “Non intendo dire niente. E’ tutta fantascienza, ricorda. Dopo un paio di mesi, quando la vera immunità si sarà diffusa e la pandemia finita, quelle autorità di cui parlo potranno rivendicare la giustezza dei loro provvedimenti. Giusti per il motivo opposto, ovviamente, ma nessuno lo dirà. Magari”, aggiunge, “continuando ad applicarli oltre ogni ragionevolezza. Perché sai, una volta che obbedisci a ciò che non ha senso, è difficile trovare il senso di smettere di obbedire.”
Si alza. “Devo proprio andare. Grazie di avermi ascoltato.”
Mi alzo anch’io, quasi automaticamente. “Domani dovrei vaccinarmi…”
Mi batte la mano sulla spalla. “Che sfortuna, proprio ora…”
Faccio per rispondergli, ma sta già uscendo. Ripenso a quanto mi ha detto. Anche se è fantascienza, chi ci potrebbe credere ad una storia così?

Il giorno del Giudizio

“Dobbiamo fermarlo, a qualsiasi costo”, disse il leader cinese.
“Su questo penso siamo d’accordo tutti”, replicò quello americano.
Per un istante vi fu silenzio tra i capi delle nazioni. Era rara una simile unanimità, salvo su quelle questioni che vertevano sul controllo delle rispettive popolazioni, e che in generale trovavano il loro accordo su tavoli che pubblici non erano. Ma questa emergenza, autentica e non fabbricata ad arte, era del tutto nuova per loro.
“Proprio ora che tutto andava per il meglio”, si lamentò il canadese. “Sembra di essere in un film di fantascienza”.
“Questo non è un terrorista o un alieno di fantasia. Siamo davanti ad una minaccia reale e spaventosa. Qualcuno qui pensa che sia possibile trovare un accordo con… quella persona?” chiese il francese, facendo uno sforzo per non pronunciarne il nome.
Tutti tacquero. “Forse sarebbe stato meglio non avessimo…” cominciò il capo di stato russo. “Vogliamo ricominciare? Ormai è tardi”, lo interruppe il cinese indispettito.
“Ma cosa vuole?” chiese l’indiano.
“Non è chiaro? Vuole distruggere la terra. Per questo è ora di mettere da parte le polemiche e collaborare.” Il premier inglese sospirò. “Credo che dovremmo bombardarlo con ogni atomica che abbiamo. Subito, prima che inizi a massacrare tutti. O altrimenti sarà il giorno del Giudizio.”
Un silenzio sbigottito accolse la proposta. “Ma… così… la ricaduta radioattiva… non pensate ai morti civili…cosa diranno gli elettori?” osò il francese.
“Uff, gli elettori. Faremo ciò che dobbiamo. Spiegheremo loro che era necessario, capiranno. Lo vedono anche loro quello che sta succedendo.” lo liquidò il britannico. “O così, o siamo spacciati. Pensate ci risparmierebbe?”
“Noi abbiamo delle… truppe speciali” intervenne l’americano. “Cyborg, e altro. Per quanto sia forte, non potrà tenere testa a dei robot da combattimento. So che anche voi avete dei reparti speciali, usateli. Abbiamo già mobilitato anche l’esercito e l’aviazione. Lo colpiremo con tutto quello che abbiamo. E se non basta…”
“Le atomiche”, concluse il cinese.
“Non so se sia saggio opporci con la forza”, disse l’indiano. “Ha o non ha i poteri di un dio? Lo chiedo a voi occidentali.”
“Secondo le nostre informazioni, dovrebbe essere almeno in parte umano. Quindi vulnerabile”, ribadì l’inglese.
“Se non ricordo male, lo hanno già ucciso una volta” intervenne l’americano. “Possiamo farlo di nuovo”.
Il capo di stato tedesco sospirò. “E’ un nemico che pensavamo di avere debellato, ma ora ritorna. Che altra strada ci rimane? L’alternativa è la fine del mondo. Proviamo con le truppe speciali, poi i missili. E poi…”
“Pregare”, disse il Presidente francese. “Dicono serva.” accennò al monitor, dove un teleobiettivo inquadrava una figura umana che stava seduta su una nube vorticante, come in attesa. Di tanto in tanto un lampo attraversava il cielo accanto a lui. L’espressione dell’uomo era decisa. Sembrava guardasse direttamente nella telecamera.
Alcuni risero alle parole del francese. Non tutti.
“L’aveva detto”, intervenne l’italiano, che fino ad allora era rimasto zitto.
“Cosa?” chiese il cinese.
“Nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà. Allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria.” citò l’italiano.
“E chi sarebbe questo Figlio dell’Uomo?” chiese il cinese.
L’italiano indicò con il mento la figura sul suo trono di nuvole.
“La seconda venuta. L’aveva detto che sarebbe tornato, quell’ebreo” mormorò il tedesco.
L’americano sbottò. “Perdiamo tempo prezioso. Allora tutti d’accordo sull’opzione nucleare? Dobbiamo votare?”
Ma ormai era tardi, perché il Giudizio cominciò in quell’istante.

Emergenza!

(ding, fa la campanella alla porta. Entra un UOMO di mezz’età, ben vestito, orologio e vestiti di marca, aspetto accuratamente trasandato. Si guarda attorno. Dietro il bancone appare un COMMESSO)
COMMESSO: Buongiorno
UOMO (leggermente sorpreso): Buongiorno! Non l’avevo vista, sembra apparso dal nulla
COMMESSO (suadente): Esattamente
UOMO (scuote la testa, come per scacciare un pensiero): Mi hanno indirizzato qui… volevo sapere se avevate una e…hm
COMMESSO: Una che?
UOMO: Una… una…
COMMESSO: Una emergenza, forse?
UOMO: Ecco! Sì, mi serve un’emergenza.
COMMESSO: E’ nel posto giusto, ne abbiamo di tutti i tipi e dimensioni. Lei per caso è in politica?
UOMO: Sì, come fa a saperlo?
COMMESSO: Intuizione. Sa, qui vengono persone dalle professioni più disparate: dottori, intellettuali, industriali… anche mogli o mariti, e persino l’occasionale ragazzo che si è dimenticato i compiti o non ha studiato. Ma i politici sono il nostro business principale. Posso chiederle se è per lei o è per la patria?
UOMO (scandalizzato): La patria è una costruzione capitalista!
COMMESSO: La nazione allora?
UOMO: Non sono un nazionalista!
COMMESSO: Allora lo stato? il popolo?
UOMO: Sì, ecco, loro.
COMMESSO: Benissimo. E il tipo di emergenza? Posso chiederle l’uso?
UOMO: Dobbiamo impedire certe manifestazioni di estremisti.
COMMESSO: Ah, ho capito. Vediamo… potrebbe andare bene un’emergenza sanitaria? Ne ho di tipi differenti.
UOMO: Posso vedere?
COMMESSO: Ma certo. Questa è un picco di contagi… Questa è un manifestante che si ammala… è in offerta, se la prende le regaliamo anche una “Assembramento”, che l’anno scorso vendeva moltissimo.
UOMO: Non so, non vorrei ricadere nel già visto… cosa ha d’altro?
COMMESSO: Da questa parte abbiamole politiche. C’è la “Fascisti!”, che va bene un po’ per tutto, e poi la “Costituzionale”… no, questa no. La “Democratica” neanche…Che ne dice di una “Potenza straniera?” Viene venduta con un kit per assegnare di quale potenza si stia parlando.
UOMO: Me ne metta da parte una, però preferirei qualcosa di un poco diverso. Cos’è quella?
COMMESSO: Ah, questa è l’emergenza climatica. Hanno rebrandizzato la vecchia riscaldamento globale, con nuovi gadget.
UOMO: Mi piaceva più prima, che c’erano gli orsi
COMMESSO: Che vuole, quando un’emergenza dura trent’anni senza che si capisca dove sia bisogna rinnovarla di tanto in tanto.
UOMO: Non credo si adatti molto al mio target
COMMESSO: Non la sottovaluti. In nome suo si può fare di tutto.
UOMO: Oltre a questo, cosa rimane?
COMMESSO: Parecchio. Vediamo, Emergenza Istituzionale, Emergenza Lavoro, Emergenza Morale, Emergenza Sicurezza, Emergenza Migranti, che è in offerta, Emergenza Finanziaria…
UOMO: Ecco! Questa potrebbe andare. Faccia vedere… Le manifestazioni danneggiano l’economia e quindi vanno sospese. Richiesta popolare… E’ perfetta.
COMMESSO (lo guarda con espressione di circostanza): E’ sicuro? Ha controindicazioni severe, occorre non avere buttato via soldi nei mesi precedenti per cose inutili e costose. Abbiamo prodotti migliori.
UOMO: No, no, va bene questa, la prendo.
COMMESSO: Gliela incarto con un giornale o la porta via così?
UOMO: La prendo così, ai giornali pensiamo dopo. Grazie molte, sa, avevamo proprio finito le idee. E’ stato d’aiuto.
COMMESSO: Grazie, è il mio mestiere.
UOMO: Per il pagamento…
COMMESSO: non si preoccupi, con comodo, passiamo noi alla fine (sorride). Non è un’emergenza.

Fichi secchi

Dal Vangelo secondo Mattia, l’apostolo che non c’era

In quel tempo, il Signore si avvicinò ad un fico e vide che non portava frutto. Allora stese la mano e disse, “Hey, ragazzi, questo è colpa del cambiamento climatico, come la tempesta dell’altro giorno sul lago. Dovete smetterla di accendere fuochi inquinanti per cucinare, e sviluppare fonti rinnovabili”.
Pietro prese la parola e disse: “Maestro, come possiamo fare ciò?” Gesù gli rispose: “Occorre sviluppare una coscienza ecosostenibile. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Il turpe commercio di animali deve essere interrotto, passando a forme di commercio bioeticamente corrette”.
Pietro sbottò: “Maestro, sono parole dure e noi non le capiamo”. Allora Gesù prese una bambina bionda con le trecce che manifestava lì vicino, la pose in mezzo a loro e disse: “I potenti delle nazioni le dominano, e voi fate come loro. Se non diventerete come questa bambina, non raggiungerete mai l’obbiettivo di azzerare la CO2”. Al che Tommaso disse: “Ma che c’entra un fico secco…?” <il frammento si interrompe>

Controllo Totale

“Società a Controllo Totale sono sorte molte volte nella storia”, disse il Professore.
“Cosa intende?” chiese il Ragazzo, inclinando un poco la testa di lato. “Cosa sono le società a Controllo Totale?”
“Sono quelle società dove i sudditi, i cittadini, chiamateli come volete, sono sottoposti al controllo completo delle loro azioni e subiscono sanzioni se trasgrediscono”, rispose l’uomo.
“Scusi, Professore, ma non è sempre stato così?”, obiettò l’Impiegato “Chi trasgredisce le leggi…”
“Non si tratta solo di infrangere la legge”, lo interruppe il Professore. “Controllo Totale vuol dire che tu non sei libero di pensare diversamente, oppure obiettare, neanche in privato, a casa tua. Sei controllato ovunque. Se non ti conformi sei preso e condannato”.
“Una dittatura”, disse l’Artigiano.
“Non proprio”, rispose il Professore. “Molto spesso le dittature sono regimi a controllo totale, ma non solo loro. Il regno di Elisabetta Prima d’Inghilterra, o la Francia della Rivoluzione Francese, ad esempio, possono rientrare nella definizione. Come praticamente tutti i regimi comunisti”. Si aggiustò gli occhiali “Ovviamente un tempo c’erano molte meno possibilità di adesso di trovare oppositori”.
“Posso essere d’accordo”, sussurrò l’Impiegato. Alzò la testa. “Oh, devo andare”.
La porta si richiuse alle sue spalle.
“Continuiamo”, fece il Professore. “Qualsiasi società tende nel tempo a diventare a Controllo Totale. E’ inevitabile, presto o tardi. Il potere vede il Controllo Totale come un mezzo per mantenere se stesso. Userà scuse nobili, come la necessità di sicurezza davanti ad un nemico o una calamità, ma il fine sarà sempre e comunque il controllo e l’oppressione degli oppositori.”
“Quindi secondo lei…” lo interruppe il Ragazzo.
“Sì, sono scuse. Può essere la guerra o una pandemia o terroristi o il clima o qualsiasi altra cosa, ma ci sarà sempre un incremento della sorveglianza e una diminuzione della libertà. Chi non si adegua viene indicato come ribelle, come estraneo, ed eliminato.”
“Molto interessante, peccato, devo andare”. L’Artigiano salutò ed uscì.
“Ma come può succedere?” Chiese il Ragazzo. “La gente non se ne accorge?”
“Spesso no”, replicò il Professore. “Il cambiamento arriva a piccoli passi, e quando diventa evidente è già tardi. Non si vuole capire, non conviene capire. Spesso gli inasprimenti del regime sono addirittura richiesti, approvati dalla maggioranza. Se il potere controlla comunicazioni, giustizia e polizia è fatta, è solo questione di tempo.”
“Diceva che stavolta è diverso”.
“Sì, è diverso. Una volta si poteva sfuggire, sia pure con difficoltà. Nascondersi. Adesso è diventato impossibile. Il denaro è tutto elettronico; le telecamere ti seguono ovunque; non hai un posto dove fuggire, mezzi per sostenerti nel caso decidessero che sei fastidioso. A quel punto eliminarti del tutto è solo un particolare. Ti hanno levato ogni cosa, soldi, lavoro, casa, famiglia, anche il nome. Di te non resta niente”. Il Professore si aggiustò ancora gli occhiali.
“Ma cosa si può fare?” il Ragazzo si passò le mani nei capelli.
“Le società a Controllo Totale possono decadere per tre motivi. Il primo, un evento esterno, come una guerra, che le cancella. Il secondo, vengono smantellate dal potere stesso perché il Controllo minaccia pure loro. E’ il caso di società molto corrotte. Oggi questi due eventi non sono possibili.”
“E perché?”
“Perché tutto il mondo è governato dalle stesse persone, e perché il controllo ormai è demandato ad algoritmi incorruttibili. Neanche chi ha il potere può opporsi ad essi”.
“E la terza opzione?” chiese il Ragazzo.
“Che tutti quanti i cittadini smettano insieme di seguire le regole.”
Il Ragazzo rise. “Certo, come no. E’ per questa idea che l’hanno presa? E magari l’ha detta pure mentre era da solo in casa, vero?” Scosse la testa. “Chiamano me. Addio, Professore”.
“Addio”.
Quando portarono via il Ragazzo il Professore rimase solo nella cella. Tra poco avrebbero chiamato pure lui. Si chiese se avrebbe fatto male.

Chiedi all’Imperatore

“Dove andate?”, chiese il vecchio.
“Dall’Imperatore”, rispose il ragazzo. “Gli chiederemo di togliere questa legge ingiusta e iniqua”.
L’anziano rise. “E quando mai gli Imperatori ascoltano questi consigli?”
Il ragazzo si arrabbiò. “Deve! Se ha a cuore il bene del suo popolo.”
“Appunto, se. E se non dovesse cambiare idea?”
“Sciopereremo! Manifesteremo! Protesteremo! Allora ci darà retta per forza.”
Il vecchio scosse la testa. “Giovanotto, gli Imperatori mandano al macello i loro eserciti per il potere e per la gloria. Riducono in povertà per la brama di conquista, e per ottenere ricchezze non esitano a imporre leggi come quella che tanto vi irrita. Una persona che lascia morire la sua gioventù, che vi racconta bugie per mantenervi buoni e getta in prigione chi lo critica, potrà mai ascoltarvi? Agisce per un motivo; è lui che siede sul trono, e finché avrà il sedere lì sopra farà quello che gli pare. Il paese potrebbe bruciare, lui avrà la sua legge. Puoi protestare quanto vuoi: a lui non importa niente.”
“Allora faremo la rivoluzione!”
L’anziano gli mise una mano sulla spalla. “Pensi sul serio che i tuoi concittadini si ribelleranno? Illuso. Sei tu quello che li indispone, perché li disturba nella loro indolenza. Tu sei colui che loro non vogliono essere, e non te lo perdoneranno facilmente. L’Imperatore dirà di te cose turpi, e loro ci crederanno. Non puoi vincere.”
Il vecchio sospirò. “Ci fosse anche la Rivoluzione, sarebbe perché un altro Imperatore ancora più terribile così ha deciso. Davvero pensi che a questo mondo ci sia la giustizia?”
“Cosa possiamo fare allora?”

Il vecchio ristette un attimo, poi disse: “Gli imperatori passano; la verità resta”.



Lo specchio dei cieli

Fu assolutamente un caso. Almeno così aveva pensato. Una coincidenza improbabile, più unica che rara.
Fabio studiava supernove. Astri che esplodevano così violentemente da eclissare con il loro breve splendore l’intera galassia di cui facevano parte. Quasi sempre stelle molto massicce, e perciò rare; ma con duecento miliardi di galassie conosciute, ognuna a sua volta con miliardi e miliardi di stelle, praticamente ogni giorno la luce di almeno uno di questi fenomeni raggiungeva la Terra.


L’evento che gli strumenti avevano registrato nelle ore precedenti era ancora più inconsueto del solito. La maggior parte delle supernove si somigliano; alcune però hanno un comportamento peculiare. Il lavoro di Fabio era collezionare queste stranezze, in modo da comprendere cosa poteva averle provocate.

la curva di luminosità di SN2026hz era sicuramente strana. Aveva raggiunto un primo picco molto rapidamente, aveva mostrato una leggera discesa per poi salire ancora; ora stava decrescendo, ma più lentamente del solito. Anche lo spettro, che indicava di quali elementi fosse composta la stella, mostrava strane anomalie: poco nickel, parecchio zinco…

Dove aveva già visto qualcosa del genere?

Fabio si ricordò. Certo. Quattro anni prima, un’altra supernova che aveva studiato in profondità. Un comportamento molto simile. Anche quella era stata una galassia parecchio distante, lontana due miliardi di anni luce. Fabio sorrise, rammentando. Una galassia dalla forma curiosa, deformata dall’incontro ravvicinato con un ammasso stellare, che l’aveva resa somigliante a un topo con tanto di muso. La supernova era stata periferica, sulla punta della nube di stelle che sembrava l’orecchio del sorcio. La supernova di Topolino, l’aveva ribattezzata.

Ancora sorridendo, L’astronomo richiamò sullo schermo le fotografie appena giunte dal telescopio spaziale. E si arrestò, interdetto.
La galassia che stava guardando era molto simile a quella di quattro anni prima. La forma era quasi identica, per come la ricordava. Anche la posizione della supernova, all’estremità di un braccio galattico denso e circolare, sembrava uguale. Possibile? Si trattava forse della stessa galassia? Di una supernova ricorrente?

Eppure no. La posizione della galassia nei cieli era tutt’altra, praticamente all’opposto rispetto alla prima…
Proprio così, confermò consultando gli appunti. E questo escludeva anche che potesse essere lo stesso oggetto duplicato da una lente gravitazionale.
Richiamò le fotografie del primo evento. No, le due galassie non erano del tutto uguali. Qui c’erano braccia a spirale, dall’altra delle nubi opache. E poi erano disposte specularmente…
Sentì salire una vampata di calore. Deglutì, la gola secca. Con mano tremante aprì un programma di modifica dell’immagine, rovesciò una delle fotografie, l’ingrandì leggermente, la sovrappose all’altra. Ora coincidevano; come coincidono il petto e la schiena di una persona.
Ecco cos’era che non andava. Era la stessa galassia. Ma vista dalla parte opposta.

Richiamò i dati dell’evento di quattro anni prima. Li confrontò con quelli appena arrivati. Erano perfettamente identici, al netto degli errori strumentali.  La testa gli girava. Se quello era uno scherzo, era molto ben riuscito.
Ma lo scherzo, pensò Fabio, non era di uno dei suoi colleghi.
Recuperò dalla tasca il telefono.

La sala riunioni era piena di gente. Due erano premi Nobel, con altri tre collegati in remoto. Fabio aveva la voce arrochita e le gambe molli, e si sedette. Le scorse settimane era state infernali. E ancora la notizia non era trapelata. Ma, dopo la relazione che aveva appena terminato di esporre, non avrebbe tardato a raggiungere le prime pagine.
“Domande?” chiese Carlo, il suo capo.
Si era aspettato una selva di mani, ma solo una si alzò, come se gli altri fossero troppo scossi per osare trarre le conclusioni da ciò che avevano appena sentito raccontare.
“Prego”
Era uno dei Nobel. “Se ho compreso bene, appare provato che stiamo vedendo uno stesso oggetto celeste molto distante in due posizioni praticamente opposte. Credo che la conclusione più ovvia da trarre sia…” la sua voce si spense.
“Che l’Universo è finito, e molto più piccolo di quanto pensavamo”. Fabio cercò di capire chi avesse parlato, poi si accorse con un sussulto di essere stato lui stesso.
“Ancora non ho capito come sia possibile”, disse una voce querula dal fondo. Come mai vediamo la stessa galassia due volte?”
Fabio si alzò e si avvicinò alla lavagna attaccata al muro. Disegnò un cerchio, e sul cerchio un punto. “Prendiamo questo cerchio. E’ un oggetto a una dimensione in un piano a due dimensioni. Se partendo dal punto percorriamo tutta la circonferenza, incontriamo di nuovo lo stesso punto, arrivando dalla parte opposta.” Accennò alla finestra. “Passiamo da una a due dimensioni. Se prendete l’aereo e volate in linea retta, ricapiterete di nuovo qui, una volta fatto il giro del mondo. La Terra è tridimensionale e di dimensioni conosciute, ma si può percorrere tutta la sua superficie senza incontrare un limite. Se il nostro pianeta avesse un campo gravitazionale abbastanza potente da incurvare la luce facendole fare tutto il giro e io la vista di un superuomo, guardando verso l’orizzonte potrei vedermi la nuca ad una circonferenza terrestre di distanza. La nostra ipotesi è che l’Universo sia un’ipersfera a quattro dimensioni in cui accade lo stesso fenomeno, per noi che siamo a tre dimensioni. Vediamo l’oggetto dalle due parti  perché la luce ha fatto tutto il giro. Abbiamo avuto la fortuna di trovare una galassia riconoscibile dall’altra parte dell’universo, e questo ci dà un’idea precisa del suo diametro. Circa due miliardi di anni luce.”
Un’altra voce. “Ma perché questo non è evidente? Dovremmo vedere strutture speculari a distanze uguali o superiori al diametro…”
“Non lo sappiamo ancora. Crediamo che ci sia un qualche tipo di anisotropia, ma il punto principale è che vediamo sì oggetti ripetuti, ma non ce ne accorgiamo. La luce che ci arriva da loro ha viaggiato per molti anni luce in più, e li vediamo come sono in momenti distanti tra loro milioni di anni. Un milione di anni di differenza possono mutare del tutto la fisionomia di una galassia, figurarsi dieci o cento milioni d’anni. Nel nostro caso, gli anni di differenza sono solo quattro, e la forma così peculiare da farcela riconoscere all’istante. Se la supernova fosse esplosa in una galassia più ordinaria avremmo pensato a due eventi distinti”. Prese fiato. “La galassia Topolino dista poco più di due miliardi di anni luce, e solo da poco siamo stati in grado di ottenere immagini soddisfacenti di oggetti così lontani. Tenete conto anche che l’Universo si espande, così è realmente complicato capire da dove venga la luce di un oggetto situato in uno spazio molto più piccolo del presente. E poi c’è la curvatura spaziotemporale e…” Fabio tacque per un attimo.
Approfittando del momento di silenzio arrivò un’altra domanda. “Avete cercato altre duplicazioni?”
Fabio annuì. “Sì. Riteniamo di avere identificato almeno altri due oggetti ripetuti con una certa sicurezza, e ci sono un’altra dozzina di candidati. E, ovviamente, ci sono le superstrutture: gli ammassi di galassie, i superammassi… una volta capito come funziona, si comprendono tante cose…”
“Le conseguenze cosmologiche sono… immense” sussurrò qualcuno.
Altro silenzio. “Ancora qualcosa non torna…”
“Non tornano un sacco di cose. Credo che tra cosmologi, fisici e matematici avremo il nostro daffare per i prossimi anni.”

La riunione era finita. Uscirono nella notte, bruciata di luci stradali. Alzarono gli occhi verso quel cielo grigio, quelle stelle invisibili. “Quante erano le probabilità che lo scoprissimo?” chiese Carlo.
Fabio scosse la testa. “Non ne ho idea. Ma dopotutto ci sono centinaia di miliardi di galassie.”
Carlo rise, seccamente. “Appunto. Calcola quante possibilità avevamo che ce ne fosse una così strana proprio sul confine esatto dell’Universo, che si specchiasse verso di noi. Che possibilità c’erano che tu, fra tutti gli uomini, fossi lì, l’unico in grado di capire. Capire quanto siamo piccoli. E grandi.”
Respirarono ancora un po’ di notte.

Giovedì 14 e Lunedì 18 alle ore 11 sarò al Salone del Libro di Torino, per promuovere “il tempo degli dei”. Ha studiato, se lo merita… Chi passasse da quelle parti mi venga a trovare al Padiglione 3 posto R84, editrice Echos.

Le Bambole

Fu a settembre, durante quella settimana in cui il calore sembrava ancora quello d’agosto e il cielo era vuoto e limpido, che scoprirono il cimitero abusivo vicino a casa loro.

Fu la puzza. L’odore di marcio quasi insopportabile. In una buca dietro il boschetto qualcuno aveva buttato una dozzina di corpi. Il caldo aveva fatto il resto.
“Strano che si decompongano così”, disse la madre. “Non dovrebbero essere sintetici?”
“Non del tutto”, disse il padre. “Anzi, per la maggior parte sono fatti di materiale derivate da culture cellulari umane. Per questo andrebbero smaltiti come rifiuti speciali. Solo che costa un sacco”, aggiunse a bassa voce.

Non ci voleva, pensò. Proprio durante quella a lungo meditata passeggiata familiare doveva capitare una cosa del genere. Ma, apparentemente, nessuno di loro era toccato più di tanto da quella vista. Nonostante l’apparenza, non è che fossero davvero umani.

Gli androidi dentro la buca erano quasi tutti bambini. Era molto di moda comprare Bimbi Bambola. Le pubblicità erano convincenti: “Date un compagno di giochi ai vostri figli! Permettete loro di fare esperienze indimenticabili!” Con il crollo delle nascite e la pandemia che continuava senza sosta era la scelta ideale. Un partner per gli studi, immune dalle malattie, qualcuno che tenesse compagnia ai giovani nelle loro stanze solitarie, che li distraesse dall’onnipresente rete. Più reali del reale, dicevano gli slogan. E poi quel sottovoce, quell’ammiccare sottotraccia. Alla straordinaria somiglianza fisica con le persone organiche, fin nei minimi particolari. Fino a permettere tutte quelle esperienze che la crescente solitudine e l’isolamento impedivano. Che cosa servissero realmente quelle Bambole, quale il loro scopo primario, era chiaro a chiunque. Persino nei video pubblicitari sempre più spesso la Bambola era per mano o in braccio ad un adulto. Se volevi, avevano anche lo sguardo innocente.

Costose, ma neanche così tanto, neanche quell’ultimo modello appena acquistato. Peccato che durassero poco, che dopo due o tre anni fossero da buttare. Il padre guardò pensoso Tina e Roberto fermi sull’orlo della fossa colma di corpi immobili. Si chiese se avrebbe dovuto impedire loro di vedere quello scempio, ma non aveva molto senso. Le macchine non provavano sentimenti, né risentimento. Erano oggetti programmati, niente di più. Per il gioco, per la compagnia, per il piacere. Potevi parlarci e ti davano l’impressione di essere vivaci, intelligenti, ma era tutta un’illusione. I bambini d’oggi, poi, avevano imparato a non indulgere in sentimentalismi con delle Bambole. Le cambiavano troppo spesso.

Tina prese per mano Roberto. Lui era alto una spanna più di lei, che dall’aspetto gli era di un paio d’anni minore. La differenza d’età ideale, aveva pontificato il venditore. Tina era il prototipo della sorella minore, carina, vivace. “Su, non stare imbambolato a fissare quelle cose morte”, disse Tina a Roberto, aggricciando lievemente il perfetto labbro superiore. Roberto si riscosse, e si lasciò condurre via dalla fossa nauseabonda. Ridendo Tina sospinse il suo compagno avanti, verso il bosco. Prima di sparire dietro gli alberi si girò verso i due adulti e ammiccò in una smorfietta complice.

“Sta per succedere qualcosa, credo”, disse sottovoce la madre. Il padre annuì. “Finalmente”. Tacque. I due erano ormai nascosti dalla vegetazione. “Certo che… ti rendi conto? Negli ultimi sei mesi non aveva visto di persona praticamente nessuno della sua età. Nessuno. Credo che ora gli faccia schifo ogni contatto umano. Speriamo che con la Bambola si abitui…”
La madre sbuffò. “E’ per questo che l’abbiamo comperata. Perché faccia esperienza. Ai nostri tempi sì, chattavamo, ma di tanto in tanto ci trovavamo anche…”
“Noi ci siamo conosciuti di persona solo dopo tre mesi. Allora i lockdown duravano meno”, ricordò il padre. Lei rise. “Ma se non era per me, ancora chattavamo!”
Non si vedeva più nessuno, la campagna era vuota. Si sentiva solo il ronzio insistente delle mosche. L’attesa si prolungava. Si guardarono. “Che facciamo, aspettiamo o torniamo a casa?” chiese lui. “Potremmo andare a guardare”, ribatté lei maliziosa. Lui grugnì. “Ma se siamo usciti proprio per dare loro spazio…”

In quell’istante qualcosa si mosse sul sentiero. Era Tina, seguita a ruota da Roberto. Lei appariva furiosa.
“Bell’acquisto!” sibilò la ragazzina, inviperita. “Quel pezzo di metallo non ne vuole sapere. Dice che non si sente!”
I due adulti si guardarono. Poi guardarono Roberto. L’androide sembrava quasi imbarazzato; si muoveva a scatti, senza incontrare il loro sguardo.
“Difettoso”, sospirò il padre. Colto un sospetto, si girò verso la donna. “Non avrai per caso…”
Lei strinse le spalle. “Con me funzionava benissimo”. Lui scosse la testa, guardando verso la fossa sopra la quale aleggiavano sciami di mosche. “Speriamo che ci accettino la garanzia”.

Il marziano allo stadio

Il marziano non arrivava da Marte. Il nome del suo mondo era decisamente più strano e impronunciabile, però ormai era uso comune chiamare così quelli della sua razza. Loro non vedevano ragione per offendersi, e i giornalisti per cambiare i titoli. Ormai la gente quasi non si voltava neanche più per strada, quando ne passava uno; si era abituata, come era accaduto per i turisti americani prima, cinesi poi. Questi marziani, statura e pelle verde a parte, non erano poi così differenti, e lasciavano mance migliori.

Marco accompagnò X’odd allo stadio. Il marziano aveva insistito, voleva comprendere meglio gli abitanti di questo pianeta. Le gare sportive lo rendevano perplesso: non ne capiva il senso. “Perché un essere dovrebbe trarre merito dall’essere più veloce o più forte?”, chiese alla sua guida mentre facevano il loro ingresso nelle tribune assolate. Marco si era trovato in difficoltà a rispondere. “Non si tratta solo di essere più forte e veloce, ma di allenamento e volontà.”
“Sì, ma poi?” Il naso, o quello che era, di X’odd vibrava.
“Poi, cosa?”
“Si sono allenati per sfruttare meglio il loro potenziale. Ma perché poi sfidarsi?” domandò il piccolo marziano.
“Per vedere chi è il migliore?” provò a suggerire Marco. X’odd lo guardò con quell’aria che aveva cominciato ad associare alla assoluta mancanza di comprensione. In ogni caso, adesso erano sugli spalti, e le gare erano in pieno svolgimento.
“Gli incarichi e i lavori vengono assegnati in base all’abilità mostrata? A quale compito vengono desinati corrono che corrono più velocemente?”
Marco si passò la mano sul mento. “Nessuno in particolare…”
X’odd si voltò verso di lui, senza dire parola, poi indicò coloro che li circondavano.
“Perché la gente sta urlando e agita quei tessuti colorati?” chiese l’extraterrestre alla sua guida.
“Sta facendo il tifo per la propria squadra”, replicò Marco.
“E perché?”
“Per incoraggiarli a vincere”, provò a rispondere il suo cicerone.
“L’esito non dovrebbe essere deciso dall’attitudine e dalle caratteristiche fisiche dei componenti delle varie squadre?” fece X’odd.
“Sì, ma è importante sostenere la propria squadra perché possa fare meglio”.
“Urlando?”
“Beh… sì”.
“Strano”. Il marziano inclinò la protuberanza a patata che era la sua testa. “Parli di propria squadra. Intendete dire che possedete quelle persone? Che sono schiavi oppure cloni, e le urla ordini?”
“Possedere… no, non in quel senso. Sono persone della nostra città. della nostra stessa nazione. Per questo vogliamo vincano”.
“Le conosci?” fece X’odd con curiosità.
“No, non direttamente…”
“Se vincono hai un guadagno?”
“No, questo no…”
“Allora non capisco, amico terrestre”.
Marco soffiò fuori il fiato. Difficile… “Quando vince qualcuno della tua nazione tu sei felice… perché è della tua nazione.”
X’odd considerò questa dichiarazione. “Ma sono terrestri anche loro, no? E non dite sempre che tutti gli esseri umani sono uguali, che gli stati e le frontiere sono entità fittizie, non esistono sessi e razze e tutti voi siete fratelli?”
Marco tossicchiò imbarazzato. “Beh, sì…”
“E allora perché non gioire chiunque di quegli esseri umani vinca?”
Marco si abbandonò sul sedile, esausto. “Sei proprio un marziano”.

I nomi delle stelle

I ragazzi procedevano nell’oscurità. Ormai la sera aveva lasciato il posto alla notte, e la notte alle stelle.
“Manca tanto?” Chiese Sonia. Sonia non era del posto, era la cugina di Marco. Era in paese solo da una settimana, in vacanza con i genitori.
“Siamo arrivati. Ecco, è laggiù”, le rispose Roberto che le camminava a fianco.
La stradina che serpeggiava sul fianco della montagna terminava in un balconcino sulla valle, che serviva anche da parcheggio per chi saliva alle frazioni. Le luci delle case erano nascoste, dietro il bosco umido di profumi fungini. Aveva piovuto, la mattina, ma ora il cielo era pulito e terso come raramente capita. Era sera di stelle cadenti, e i giovani che passavano lì l’estate avevano deciso che il belvedere era il posto migliore per guardarle. Da lì partivano i sentieri che si arrampicavano più su, verso le baite e le cime; l’indomani sarebbe stato pieno di macchine di escursionisti. Ora era vuoto. O quasi.

I ragazzi tacquero all’improvviso quando si resero conto della figura seduta sulla panca sbilenca ai margini della piazzola. Era un vecchio, e stava con il volto rivolto verso l’alto; sentendoli avvicinarsi, si voltò verso di loro. “Buonasera”, disse.
“Buonasera”, risposero i giovani. Si fecero cenno l’uno con l’altro e si andarono a sdraiare sul prato a poca distanza. Non rimasero intimiditi a lungo, e in pochi minuti si erano già scordati del vecchio silenzioso che a pochi passi scrutava anch’egli il cielo.

Di meteore non se ne vedevano, ma la striscia della Via Lattea tagliava la cupola celeste come un fiume di quieta luce che solcava una pianura oscura. Cinzia alzò la mano sottile e indicò una stella luminosa proprio sopra il loro capo. “Come si chiama quella? La più brillante di tutte?”
“Quella è Vega”, rispose Roberto, sicuro. Azzardò uno sguardo di lato verso Sonia, il cui delicato profilo si intravedeva appena nel buio. Lei era distesa sull’erba, il volto teso verso l’alto, la bocca lievemente aperta, e le pareva sorridesse.
“E quell’altra, in quella specie di croce?” continuò Cinzia.
La croce era la costellazione del Cigno, di ciò Roberto era abbastanza sicuro. Ma il nome dell’astro gli sfuggiva. Era qualcosa come…”
“Il suo nome è Klimge Ihòiakun va Tulunnastoi” udirono pronunciare con voce chiara.
Era il vecchio che aveva parlato. Si voltarono verso di lui. “No, il nome è un altro”, disse Roberto.
“Da queste parti la chiamate Deneb. Ma il suo vero nome è Klimge Ihòiakun va Tulunnastoi” replicò il vecchio.
“Non ho mai sentito questo nome”. Roberto era quasi indispettito. Aveva contato sulla sua conoscenza del cielo per fare colpo.
“Klimge Ihoiakun…” disse Sonia, che si era messa seduta.
“Klimge Ihòiakun va Tulunnastoi” ripeté il vecchio.
“Klimge Ihòiakun va Tulumnastoi” continuò Sonia.
“No, Tulunnastoi. Klimge Ihòiakun va Tulumnastoi è una stella molto diversa, e Klimge Ihòiakun va Tulunnastoi, che è molto seria e compresa del suo ruolo, sicuramente si offenderebbe a sentirsi chiamare così.”
I ragazzi ristettero un attimo, perplessi. Offenderebbe? Li stava prendendo in giro, quel vecchio?
“Quindi c’è una stella che ci chiama Tulumnastoi. E dov’è?” Sonia sembrava non fare caso alla stramberia delle affermazioni dell’uomo.
Il vecchio fece un cenno verso l’orizzonte. “Laggiù, proprio di fianco a Rahut da Ohime Zara Sund, ma da qui voi non riuscite a vederla. E’ piccolina, e molto più fioca.”
Cinzia indicò un altra stella. “E quella?”
“Pohimini Xullala Okito As”
“E quella un pochino più giù…”
“Zerundel Illahikostrh Zuretta”
“Mi sta prendendo in giro…”
“Assolutamente no”, rispose il vecchio.
“Come fa a sapere queste cose?” domandò Sonia.
L’anziano diede un sospiro. “E’ il mio lavoro.”
“E’ astronomo?”
Il vecchio ridacchiò. “Se così si può dire. Il mio lavoro è dare i nomi alle stelle.”
I ragazzi rimasero in silenzio un attimo. C’era qualcosa di strano, in quell’anziano gentile. “Credevo i nomi fossero decisi da qualche ente… fanno una foto e poi assegnano i numeri…”
“Oh, no. Quelli sono solo cifre di un catalogo, messe giù da gente che non conosce davvero ciò con cui ha a che fare. Io sto parlando di nomi veri, quelli che vanno dati alla nascita.”
“Ma le stelle non nascono… non come le persone, voglio dire”, Intervenne Cinzia.
“Oh sì, invece. Nascono nuove stelle in continuazione. E qualcuno deve dire loro qual è il loro nome, se no come farebbero a sapere chi sono? Questo è il mio mestiere.”
Adesso Roberto era davvero convinto che li stesse prendendo in giro.
“Una stella brilla per milioni di anni! E una stella nuova nasce ogni… ogni migliaia di anni!”
Il vecchio annuì. “Sì, più o meno, anche più spesso quand’è periodo. In effetti è un lavoro che mi lascia abbastanza tempo libero.”
I ragazzi risero, incerti. Forse erano bugie, ma il vecchio le diceva come se ci credesse veramente. Forse dopotutto non li stava prendendo in giro, ma era pazzo. Simpatico, ma pazzo.
“Quindi tra una nascita di stella e l’altra…” continuò Sonia
“Me ne vado in giro, a fare quattro chiacchiere con le vecchie amiche che ho visto nascere e crescere, e magari a salutare quelle che stanno per… per cambiare. Di tanto in tanto mi fermo a riposare in qualche bel posto, come questo”.
“Allora adesso è in vacanza?” chiese Cinzia.
“Più o meno. E’ una di quelle visite di cui vi ho parlato, salutare un’amica che non vedrai più. E comunque tra poco ho tre nascite dalle parti di…voi lo chiamate Orione. Non è distante da qui.”
“Che amica?” domandò Roberto.
“Halia Zerutti Tia Ahn Nan Ben”. Esitò per un attimo. “Voi lo chiamate Sole”.
“Guardate, una stella cadente!” Al grido di Lucio tutti alzarono la testa, in tempo per vedere la striscia di luce azzurrina attraversare il cielo e spegnersi.
Per un poco tutti frugarono l’oscurità stellata con lo sguardo, sperando di vederne altre, ma il cielo si era quietato. Ci misero qualche istante a capire che il vecchio non c’era più.
“Ma dov’è andato” chiese Cinzia.
“Si sarà scocciato ed è andato via” rispose Marco ridacchiando.
“Ma non l’ho visto alzarsi”, ribatté Cinzia, ostinata
“Cosa vuoi vedere, con questo buio?”
Rimasero ancora una mezz’oretta, poi la scarsità di stelle cadenti e l’umidità della notte ebbero la meglio. Mentre imboccavano la stradina per tornare in paese, Roberto si voltò ancora verso la panca ora vuota. Il vecchio aveva sicuramente scherzato. Ma, si domandò inquieto, cosa aveva voluto dire parlando di un’amica che non rivedrai più?