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Le storie di San Randazio: Panni sporchi

Un giorno il santo monaco Randazio si trovò a passare con alcuni novizi vicino ad un fiume presso il quale alcune lavandaie sciacquavano i panni. Rivolgendosi quindi ai suoi confratelli, così disse loro:

“Guardate quelle lavandaie. Per pulire i panni li battono sulle pietre, oppure con un bastone: li strofinano, li fregano, li colpiscono, li strizzano fino a quando lo sporco non è uscito. Pensate a cosa potrebbe dire il panno: ‘Ma perché mi colpisci con tanta malvagità? Cosa ti ho fatto?’ Perché non si rende conto della sua stessa sporcizia.

Ma una volta ripulito la sua bellezza è molto maggiore: non è più uno straccio sozzo, ma un abito degno da indossare.
Considerate con simpatia il bastone che vi colpisce per purificarvi, non sfuggite alla mano che vi sfrega sul sasso, perché non sapete quanto sporco avete dentro. Non vi vuole male: desidera solo che voi siate degni della stoffa di cui siete stati intessuti.”

 

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Le storie di San Randazio: la misura dell’amore

Si racconta che il santo monaco Randazio un giorno fu invitato a predicare dal Conte Guiberto davanti alla sua corte. Il conte era uomo giusto e severo, ma tra i presenti ve ne erano alcuni che erano soliti farsi beffe della religione, lodando le virtù dell’amore terreno su quello celeste. Il sant’uomo, sapendo questo, si presentò davanti a quel consesso con un gomitolo di spago. “Questo gomitolo, vedete”, disse agli astanti, “è di una corda speciale benedetta, intrecciata dalle vergini del monastero. Serve a misurare l’amore”.
Gli ascoltatori mormoravano: “Ma cosa intende dire?”
“Ve lo spiego subito”, replicò quello.

Si rivolse al Conte. “Vostra Signoria, voi amate il vostro paese?”
“Ma certo che lo amo”, fu la replica un po’ indispettita di Guiberto.
Randazio si avvicinò al Conte, gli accostò il gomitolo al petto e srotolò la corda fino a terra, segnandone la lunghezza. “L’amore per la vostra terra misura due braccia, due braccia e mezza.”

Si volse quindi alla Contessa, “Venite, vi prego, alzatevi ed accostatevi”.

Fattala avvicinare al marito passò intorno a loro lo spago, così che li stringeva come una cintura. Recuperato la cordicella la misurò a spanne. “Il vostro amore coniugale vi lega assieme. Ecco qui: la corda dice che esso misura circa quattro braccia.”
Chiese quindi che si avvicinassero anche i figli. Fatto girare loro attorno lo spago rifece la misura. “Quasi dodici braccia! Anche con il piccolino che non vuole stare fermo. Questo è l’amore della vostra famiglia.”

Alzò il volto, e indicò verso l’alto. “Adesso misuriamo l’amore di Dio”. Si rivolse quindi al chierichetto. “Prendi il capo dello spago, srotolalo e vai più su che puoi verso il cielo. In cima alla torre!”
Il ragazzo andò, ma ad un certo punto arrivò al termine del gomitolo. “Non basta, Padre!”
Randazio si rivolse ai fedeli. “Avete compreso? Non basta tutto un gomitolo per arrivare neanche in cima alle scale, figuratevi fino al cielo! L’amore celeste, a differenza di quello terreno, non ha misura. Vedete bene quanto l’amore di Nostro Signore è maggiore di quello di noi uomini.”

Una nobile dama, nota per i suoi pubblici disinvolti costumi, volle intervenire. “Ma anche noi possiamo avere molto amore! Quanto sarà grande il mio?”
Randazio, che conosceva chi gli parlava, tese tra le dita un palmo di corda. “Mia signora, questa è la misura dell’amore che ti fai bastare. Moltiplicalo quante volte vuoi, sarà sempre molto minore dell’amore di Dio”.
Al che la nobile tacque, arrossendo, e più nessuno per un pezzo osò menar vanto dei propri amori terreni.

Incidente di percorso

Don Letizio fissò il foro tondo della canna della pistola, e cadde in ginocchio.

“Ti prego, Alfonso, non uccidermi! Pensa al percorso di redenzione che stai facendo, dopo la galera! Eri a messa l’altro giorno, hai preso la comunione! Pensa alla salvezza della tua anima! Finirai in peccato mortale!”

Alfonso scosse la testa. “A’ don, ma che peccato mortale? Peccato veniale è.”

“Ma che dici!” Fu la risposta disperata. “Tu m’accidi! Materia grave!”

“Naa. Vede, io so’ in percorso de redenzione, proprio come m’aveva detto. Quando sono entrato nell’organizzazione non capivo bene che era peccato, mica è colpa mia, è la società. Adesso so che è male ammazzare, ma tengo le attenuanti. Io cerco di smettere, vorrei, lo giuro. Ma non è che posso mettere in pericolo la mia famiglia per disobbedire agli ordini del capo. Pensate a mia moglie, ai piccolini! Devo mantenerli, sono abituati bene, cosa penserebbero di me altrimenti? Don, la vorrei proprio risparmiare, le giuro, ma non posso smettere adesso.”

Fece fuoco due volte. Guardò il corpo immobile e si strinse le spalle. “Aho, speriamo che il prossimo confessore non sia uno di quei tradizionalisti…”

Via dall’inferno

“Zio, sono preoccupato”.
Berlicche, l’arcidemone, abbassò gli occhi verso l’abisso.
“Dimmi, Malacoda, perché questa preoccupazione? Ti devo ricordare che dovresti esser tu a far preoccupare, non viceversa.”
“Ho sentito che vogliono sfrattarci”, ansimò il diavolo.
L’anziano tentatore si grattò il corno. “E dove avresti sentito questa novità?”
“Pare che gli umani non credano più all’inferno”.
Berlicche rise. “Ma è sempre stato così! Una gran parte delle anime che giungono sulle nostre tavole è composta da gente che non credeva all’inferno, e quindi che non ci fosse nessun bisogno di pentirsi o convertirsi. Osservare la loro faccia quando si accorgono di essersi sbagliati è uno dei miei più grandi divertimenti.”
“Ma stavolta è diverso! Pare non siano solo più i nostri dannati che lo affermano, ma addirittura pezzi grossi della Chiesa stessa!”
L’arcidemone sbuffò. “Che sciocchezza. Il Figlio del Nemico ne ha parlato chiaramente più volte. Non penso proprio che…”
“Ti dico che è così! Negano che ci si possa dannare, e asseriscono che tutti saranno salvati, compresi quelli che non si sono mai minimamente pentiti! Oh, che facciamo, che facciamo? Se lo dicono loro, da un momento all’altro qui viene giù tutto! Resteremo senza cibo e senza divertimento!”
Berlicche diede un calcio al suo sottoposto con lo zoccolo puntuto. “Ma sei idiota? Lavoriamo a cancellare la consapevolezza del male da millenni, ed ora che finalmente abbiamo raggiunto quell’obbiettivo tu hai paura? Guarda fuori: ti pare che sia calato il flusso di immigrati nelle nostre bolge? Neanche per sogno! Abbiamo dovuto dare in appalto il trasbordo delle anime perché la barca di Caronte non basta, e lavorano a triplo turno”. Berlicche stette un attimo a contemplare i fuochi dove le anime si consumavano. “Tutto questo è eterno. Non dimenticare che ognuno di quelli che arriva ha scelto di essere qui. Ha liberamente rifiutato il Nemico, e il Nemico, per quella che chiama giustizia, gli ha permesso di andare dove voleva.”
Afferrò Malacoda per l’orecchio scaglioso e lo condusse fuori. “Se anche questo luogo dovesse svuotarsi, e non vedo come sia possibile, dove pensi che andremmo noi? Eh?”
“No-non…”
“E dove se no? Sulla Terra, è ovvio! Se ogni sacrificio è inutile, se non serve credere nel Nemico, se fare quello che suggerisce la sua Chiesa è opzionale, a che pro i mortali dovrebbero impegnarsi a seguire il bene? Quella diventerebbe la nostra nuova casa, perché non esisterebbero più né giustizia né verità”. Allargò le braccia, sorridendo, e il suo sorriso era pieno di denti. “E dove Giustizia non è possibile, quella è casa nostra!”

 

 

Da “Le storie di San Randazio” – Casa pulita

Una volta il santo monaco Randazio si trovò a narrare una storia agli abitanti di un borgo che si dovevano da lui confessare.

“In un paese qui vicino c’era un ragazzo molto bello, umile e onesto. Questo ragazzo non era ancora sposato. Un giorno fu accostato sulla via da una signorinetta in età da marito, che fissandolo gli disse “Ma quanto sei bello! Vieni a casa mia, domani, che ti voglio parlare”.

Il nostro rimase perplesso dalla subitaneità della proposta, però sapeva che la ragazza era di buona famiglia e quindi non ritenne fuori luogo accettare l’invito, se non altro per capire cosa si volesse da lui.
Giunto che fu alla di lei magione, fu colpito dalla sporcizia che vi regnava. Pattume si riversava dalla soglia sulla strada, e con tutta evidenza nessuno aveva ramazzato i pavimenti né messo ordine da un bel pezzo. Un vociare pervadeva l’ambiente, perché parecchie persone oziavano o chiaccheravano in ogni stanza. La signorina che l’aveva invitato si stava intrattenendo con un gentiluomo, con cui era evidentemente in intima confidenza. Alzato lo sguardo e veduto il nostro in attesa, non si diede peso di interrompere le sue effusioni, ma continuò fino a che volle; quindi, congedato il filarino, finalmente si dedicò al suo ospite.

“Ah! Sei giunto!” Gli disse.

“Mi hai chiamato”, quello rispose. “Io giungo sempre se invitato. Ma pare che tu non ti sia data molta pena dal prepararmi accoglienza.”
“E che, tu mi giudichi?” Rispose la donna “Io faccio quel che mi pare in casa mia. Ma veniamo a noi: tu mi aggradi ed hai buona fama, vuoi unirti a me?” Chiese, carezzando il suo interlocutore. “Ci guadagneremmo entrambi: tu mi avrai, dacché so che mi brami, ed io diventerò così una donna onesta.”

Questo si stupì. “Ma come, tu non sembri conoscermi affatto, eppure dici che mi desideri. Ma come la mettiamo con quell’uomo con cui ti vidi amoreggiare quando giunsi?”
“Oh, quello?” Fece la giovane “Non ti preoccupare per lui. Non c’è problema.”
“Nel senso che l’abbandonerai?”
“No, perché dovrei? Mi è caro e mi conviene. Né lui né gli altri come lui ti devono però interessare, non penserai che io debba cambiare la mia vita per venirti incontro?”
Il ragazzo era stupito ed amareggiato. “Ma come puoi pensare ciò? Se tu davvero mi volessi, e non fossi un capriccio, rinunceresti a tutto per unirti a me. Se non sei disposta, qualunque scusa tu ponga innanzi, vuol dire che stimi ciò da cui non demordi più di me.”
“Tu devi capirmi”, disse la donna, “se davvero mi volessi bene saresti anche disposto a permettermi qualche svago”.

Randazio si interruppe  e scrutò i presenti. “Ditemi, fratelli cari”, domandò, “voi cosa avreste fatto? Sareste rimasti nonostante tutto con quella donna?”
“Sarebbe da matti” sbottò uno dei presenti “Una che ti stima così poco meglio perderla che trovarla. Ti userebbe e ti butterebbe via, perché ha altri amori.”

“Ed è proprio quello che fece il nostro giovane”, disse Randazio. “Scappò a gambe levate da quel luogo dove non era certo desiderato. Perché per dare tutto se stessi bisogna che ci sia qualcuno in grado di accogliere quel tutto.”

Alcuni dei presenti però mormoravano e si scambiavano risa maliziose e lo santo monaco disse “Così è per la parola che vi ho detto riguardo a Cristo. Se rienete altro più interessante, e non ritenete neanche di ripulire la vostra casa prima di accoglierlo, allora non ne siete degni. Quale uomo che deve ricevere un re o un uomo illustre a casa sua non la pulisce da cima a fondo, e lo onora con il primo posto? Io vi dico: se non farà così, quello ne sarà oltraggiato. Badate di non perdere il vostro tempo con chi non vi ama.”

Fai da te

Egli era un uomo ispirato.
Era indignato da quello che vedeva: il commercio di ciò che avrebbe dovuto essere sacro, la corruzione diffusa, l’ignoranza… non poteva sopportare quel centralismo che pretendeva di dare norme valide per tutti. E così, un giorno fatale, andò con chiodi e martello e appese le sue tesi alla porta. Del grande magazzino che vendeva attrezzature per la casa e l’edilizia.

Quello che voleva era in fondo semplice. Perché affidarsi a idraulici, muratori, elettricisti per fare le cose? Ogni uomo doveva saper fare da sé, senza sottoporsi per forza a regolamenti e leggi. Era la casa stessa che avrebbe suggerito come agire: ogni suo mattone, ogni cavo, ogni tubo portavano con loro il necessario per comprenderne l’utilizzo. Bastava avere fede in loro: cosa avevano i cosiddetti esperti in più?
Quell’uomo voleva insomma ritrovare la purezza del bricolage originale nel costruire, e per fare questo si trovò  a demolire.

Di fronte al generale malcontento per le fatture esose dei professionisti il movimento di protesta prese piede rapidamente.

Gli esperti, gli artigiani, quelli che si guadagnavano da vivere in questa maniera furono maledetti; messi sotto accusa, giudicati e condannati. La rabbia, come quasi sempre accade, sfociò in violenza nei confronti di questi ladri, questi parassiti, questo male della società. Qualcuno tolse il disturbo, altri si tolsero la vita.

Ogni persona si riteneva ispirata a trovare la propria soluzione ai problemi della casa. Si comprava gli attrezzi e cominciava a martellare, allacciare, svitare. I potenti del commercio fiutarono il vento, e aderirono entusiasticamente pure loro. I negozi dedicati sorsero come funghi; ognuno rifuggiva le procedure standardizzate per elaborare la propria soluzione che sosteneva migliore delle altre.

Ogni produttore cominciò a creare la sua misura di condotte, la sua tipologia di cavi, la sua dimensione di mattoni. Ogni tentativo di imporre una norma comune era visto come una ingerenza inaccettabile nella libertà altrui. Però in tale maniera chi faceva da sé finiva per ritrovarsi legato mani e piedi a colui che aveva prodotto la versione particolare di componente utilizzata.

L’inesperienza provocò incidenti e malfunzionamenti di ogni tipo; le persone normali, con poco tempo per imparare a fare le cose oppure senza attitudine, si ritrovarono allagate o fulminate; i crolli e gli incendi erano all’ordine del giorno, dato che i controlli erano rifiutati a priori e ognuno faceva come riteneva meglio.

A conti fatti ci si scoprì a pagare, tra acquisto di attrezzatura e fallimenti, molto più di prima. Anche perché si finiva per chiedere aiuto ai dilettanti più abili, che si ritrovarono ad essere professionisti quasi loro malgrado. La casta si riformò.

Il fai-da-te rimase vivo per coloro che sapevano costruirsi le cose, o quantomeno erano convinti di saperlo fare; poco per volta la mania passò e, salvo per i piccoli interventi più comuni, si ritornò ad impiegare professionisti che conoscevano il loro mestiere.

Coì finì il MacGyverismo. C’è ancora chi lo esalta, evitando con cura di conteggiare le amarezze e i morti che hanno lasciato sul campo le buone intenzioni.

Le storie di San Randazio: il troll di Burgerio

Si narra che i viaggiatori che transitavano per il ponte di Burgerio fossero afflitti da un singolare personaggio. Era costui un ometto dalla pelle grigia e bitorzoluto, con un gran naso, Qualcuno diceva fosse una creatura demoniaca, o uno di quegli spiriti naturali che si odono nelle fiabe, qualcun altro che fosse solamente un folle solitario che si divertiva a tormentare la gente. Fatto sta che coloro che transitavano per il luogo erano apostrofati da detto individuo con epiteti scurrili e ripetute bestemmie. Il profluvio di parole malvagie era insopportabile, e financo i meno sensibili fuggivano dal molesto essere. Costui era particolarmente pernicioso nei confronti de’ religiosi, che derideva sostenendo che quanto loro credevano non fosse altro che un mucchio di bugie che presto sarebbe cessato.
Il tormentatore non si chetava facilmente; si teneva sugli alberi e sulle rocce, e se uno faceva tanto di inseguirlo svaniva per ricomparire più in là. Sebbene molti si fossero mossi per acchiapparlo, nessuno v’era riuscito ancora a motivo della sua agilità e della sua conoscenza dei luoghi che impervi erano assai.
L’unica maniera di farlo smettere era ignorarlo, come se non esistesse; allora dopo un poco di solito si seccava e desisteva. Ma se lo si affrontava con le parole, era capace di seguitare per ore colmando le orecchie di ragionamenti assurdi e senza capo né coda, come nutrendosi dell’ira altrui.

Gli abitanti del contado si risolsero alfine a rivolgersi al monaco Randazio, che aveva fama di santità. Randazio accettò di buon grado di confrontarsi con la creatura. Appena giunse al ponte, l’ometto grigio saltò fuori. Aveva un lungo crine sporco e vestiva di pelli; e si mise subito ad irridere Randazio. Sosteneva costì che gran spreco era vestire l’abito di frate, che tutto sarebbe terminato con la morte e quindi tanto valeva spassarsela e godersela. Lo monaco stette un poco a sentirlo, senza dar segno di accusare il colpo. Al che l’ometto, con aria furbastra, disse: “Eh! Ben ti seccano le mie proposizioni, che non favelli!”

Al che Randazio replicò con una gran risata. “Ometto, tu non m’infastidisci punto. Se tu hai ragione, e siamo solo cibo per li vermi, tu sei nulla, per me almeno. E come può il nulla infastidire? Ma se ho ragione io e un Signore esiste, tu mi fai solo una gran pena, perché irridi ciò che non conosci. Vedi bene”, proseguì il santo monaco, “in un caso o nell’altro tu non sei punto fastidioso, perché se’ niente. Mentre se tu volessi cambiare e riconoscere lo Signore tuo, allora saresti un fratello, e tutto.”

L’ometto tacque, quindi in silenzio disparve e più non si sentì di lui. Nessuno sa se andò altrove a seccare la gente o seguì il consiglio di Randazio e scelse vita migliore.

 

Le storie di San Randazio: il regalo

Poldino, il giovane novizio, era distratto e pensieroso. Era già la terza volta che bagnava le stesse pianticelle nell’orto del convento. Fra’ Randazio smise di potare e gli si accostò alle spalle, silenzioso nonostante la rispettabile mole.
“Fratello, quella povera insalata sta annegando…”
Poldino si riscosse con un sussulto. “Io…ecco…”
“…stavi pensando ad altro.” Completò per lui Randazio. “E si può sapere a cosa stavi pensando, per distrarti così dal tuo compito?”
Poldino arrossì. “Parla liberamente”, lo incoraggiò Il monaco più anziano.
Poldino prese fiato. “Mi stavo domandando come mai Nostro Signore non esaudisce i nostri desideri. Io domando, prego, e sono cose buone…ma sembra che Iddio non mi ascolti.”
Randazio considerò gravemente le parole del giovane. “Fratello, non voglio risponderti subito. E’ una domanda profonda, ma per comprendere la risposta non basta ascoltarla. Te la darò domani. Oh, mi pare di ricordare che sia anche il tuo compleanno, giusto?”
“Sì, è vero”, rispose il fraticello, contento che il suo superiore non avesse riso del suo dubbio o, peggio, l’avesse punito per questo. “Ma domani non sono qui all’orto. Deve seguire i bambini dell’orfanotrofio.”
“Tanto meglio. Domani verrò con te.”

Attaccato al convento c’era una casa che i frati avevano adibito ad orfanotrofio per i tanti bambini del paese rimasti soli a seguito della guerra. Ve ne erano una trentina; e tutti erano affezionati a Poldino, anche lui orfano e poco più grande di loro.
L’indomani il novizio si vide arrivare Fra’ Randazio con un ragazzino. “Fra’ Poldino, ho detto a questo scalmanato che oggi era il tuo compleanno, e si è messo in testa di farti un regalo. Codesto figliolo voleva attrezzarsi a tale scopo, e siccome tu sei per oggi il suo custode e maestro te l’ho portato, così che tu possa ascoltare le sue richieste”.

Si fece avanti Nino, un soldo di cacio alto un braccio e un palmo. “Frà Poldino, mi dovete dare quella mannaia che è in cucina”, domandò con voce ferma.
“La mannaia? Ma cosa ne vuoi fare?”
“Prenderò le galline e ne farò un  spezzatino” disse il bambino. “Vi piace, no?”
Poldino si passò le mani sulla fronte. “Ascolta, caro Nino: quella mannaia è affilatissima e grande quasi quanto te.  Se tu provassi ad usarla ti affetteresti da solo. Le galline, poi, servono per le uova: meglio lasciarle stare.”
“Oh”, fece il ragazzino deluso. Ristette per un attimo, poi si rischiarò in viso. “Lo so io cosa posso fare! Ti prego, prendimi un ramo con del fuoco dal camino.”
Poldino si stupì. “Fuoco? E cosa mai te ne farai del fuoco?”
“Voglio bruciare le erbacce dall’orto, per alleviarti il peso di mantenerlo!” Esclamò gioioso il ragazzino.
Poldino rabbrividì. “Nino, il fuoco è pericoloso. Ti bruceresti. E poi è tutto secco, non piove da settimane. Finiresti per incendiare il convento. Meglio di no.”
Nino si grattò la testa.”Ah, lo so, allora: se mi darete un po’ dei soldi che avete raccolto con la questua, correrò in paese a comprarvi dei biscotti!”
Poldino rise. “I soldi della questua non sono miei da darne via. E poi i biscotti mi piacciono poco. Finiresti per mangiarli tutto tu.” Guardò sospettoso il ragazzino. “O forse questo è quello che speravi di ottenere?”
Nino abbassò la testa.
Intervanne Randazio: “Dimmi, fratello, perché hai respinto le preghiere che questo bambino ti rivolgeva? Sei forse cattivo, o mancante?”
“Gli ho negato quanto domandava perché sarebbe stato un male per lui avere quelle cose. Pur avendo intenzioni rette, o quasi, non sapeva quanto chiedeva”, rispose Poldino. “L’ho fatto perché gli voglio bene”.
“Allora ora comprenderai come si deve sentire Iddio quando Gli rivolgiamo certe nostre richieste, che sa che se fossero esaudite sarebbero la rovina nostra, Lui che sa tutto.” interloquì tranquillo Randazio. “Dov’è che ha sbagliato Nino?”
“Pensava che certe cose mi avrebbero fatto piacere, mentre non è così.”
Nino, tutto contrito, si accostò al monaco “Fra’ Poldino, perdonami. Perché non ci dici tu stesso cosa desideri?”

Poldino posò una mano sulla testa del ragazzino. “Mi piace la crostata di fragole. Perché non vai a raccoglierne al bosco e le porti a Fra’ Bruno, che sta di cucina? Ce ne sarà una fetta anche per te!”
“Evviva!” Gridò Nino, e corse via.
“Vedi, era così semplice”, disse Randazio. “Basta domandare, cosa vuoi da me? E Iddio, il cui piacere è il bene dell’uomo, ti darà quello di cui hai più bisogno. Lui che ti fa chiedere, ti concederà.”
“Ho capito”, disse Poldino.
“E allora su!” Randazio gl menò un gran colpo sulla spalla. “Andiamo da fra’ Bruno, a dirgli che ci sono fragole in arrivo.”
“Se non se le mangerà prima tutte Nino!” Esclamò Poldino.

 

Cittadino

(…) “Cittadino! Perché non canti?” lo richiamò la guardia con la coccarda dei sanculotti sul berretto.
Bastien si voltò con aria placida. “Non canto perché sono stonato: queste canzoni mi fanno venire il mal di gola. Cittadino? Io son della campagna, a dire il vero. Perché mi chiami così?”
“Perché l’essere cittadino è ciò che dà tutti i diritti!” Esclamò il milite agitando la picca. “Se non sei un cittadino non sei nessuno!”
“Ma guarda! Io ero convinto che ciò che sono mi venisse dall’essere uomo, e dacché Iddio mi abbia creato. Senza essere cittadino non sei eguale, o libero? Non sei fratello comunque?”
Il sanculotto lo fissò. “Il cittadino è colui che prima di ogni cosa obbedisce allo Stato. Nessuno che non sia tale può essere uguale a me, oppure mio fratello.”
“Ah, ma allora non mi riguarda; la mia obbedienza la do a Domineiddio, e solo dopo agli uomini. Se essere cittadino non ti fa essere più cristiano non mi interessa”, rispose Bastien.
La guardia si scostò inorridita. “Tu! Tu sei uno di quei pretacci che non hanno fatto il Giuramento alla Costituzione!”
Bastien sospirò. “No, non sono molto amico del vostro vescovo Talleyrand”.
Il milite l’afferrò per la giubba. “Ah, cane nero! Vedremo se adesso il tuo dio ti trarrà d’impiccio!” e cominciò a trascinarlo via, chiamando a gran voce i suoi compari. (…)

Da “Il canto della ghigliottina”, Jacques Bandedevis

Da “Le storie di San Randazio” – Le voglie naturali

Tratto da “Le storie di San Randazio”, di anonimo

“(…) Accadde dunque che il santo monaco Randazio si trovasse vicino all’abitato di Subbio, quando scorgea una pulzella assai discinta che tergeva i panni in un torrente. Il monaco prontamente distolse lo sguardo, ma fu apostrofato da un giovane assai ben vestito che trovavasi a transitare per lo medesimo sentiero.
“O frate, perché fuggi tu la vista di sì dolce spettacolo? L’Iddio che creò te medesimo e la bellezza del creato non è forse lo stesso che ha disegnato le forme così soavi di quella fanciulla?”
Randazio si volse verso il giovinetto. “Ma che tu dici? Frate e omo io sono, e non mi è consentito indulgere in siffatte vedute, che solo il marito di quella donna possa godere”.
Il passante ebbe un sorriso. “Tu erri, frate, perché il tuo Signore non avrebbe fatto siffatte bellezze se non avesse voluto che tu anco ne godessi, né avrebbe messo nel tuo cuore il desiderio di goderne se non fosse stato per te una cosa bona. O pensi che Egli metta in te qualcosa di male?”
Il monaco più non favellò e tirò innanzi; ma si avvide che era seguito da quel figuro che gli aveva parlato.

Poco più innanzi vi erano alberi di pomi a lato della strada, ben recintati in un frutteto; e dalle fronde rosseggiavano frutti maturi come mai si erano visti belli. Grande era la calura della giornata, e Randazio era digiuno;  si trovò indi a guardare con insistenza verso quelle succulente sfere.
Al che gli si accostò il giovane benvestito che disse lui: “Frate, perché esiti? Non vedi che il cancello è aperto e nessuno si vede intorno? Certo non è peccato quietare la fame e il disiro giusto di cibo che Iddio stesso ti ha posto in core.”
Ma Randazio replicò “Tu sai che quei pomi sono altrui; sarebbe rubare, anco se niuno lo sappia.”
Rise il giovine di un riso sguaiato. “Quanti scrupoli, monaco! Iddio creò quei pomi per il tuo sollazzo, e tu esiti? Andranno sprecati se tu non te ne cibi, e sarà peccato imputato a tuo carico. Non pensi che se lassù ti avessero voluto affamato si sarebbero trattenuti dal mostrarti codesti alberi? La voglia naturale mai dovrebbe essere ignorata.”
Ma il frate già procedeva avanti sul sentiero.

Giunsero alfine ad un prato fiorito, il cui dolce profumo riempiva l’aere, e sopra a cui augelli spandevano i loro richiami. Un venticello leggero rinfrescava, e l’ombra di certi alberi si spandeva sul’erba. Polverosa ed erta la strada andava, nella calura; e Randazio si sentì stanco e con i piedi doloranti.
“Un riposino, frate mio?” Disse lui il giovane, che persisteva nell’inseguirlo. “Veggio che hai le membra affaticate: perché non lasci che il giorno proceda e il sonno del giusto ti prenda su questo magnifico prato? Certo il Signore Iddio stesso ha voluto preparare un luogo sì ameno per te, quale ricompensa per le tue sofferenze. Perché non profittarne?”
“Perché, come forse sai, sono atteso altrove” disse il monaco “e non è riposo che vo cercando nel fare ciò”.
“Ah, sbagli ancora!” Rispose il giovane. “Dovresti cedere a questi desideri che, se sono nel tuo core, sono certamente boni e degni. Come fai a dire che sono male? Meglio, dopo un buon sonno, avanti andrai, e chi ti aspetta aspetterà ancora: che devi a lui, che ti impedisce di pensare prima a te medesimo?”
Randazio si voltò verso il giovine. “Tu questo dici? Che dovrei cedere a fare ciò che il core mi detta?”
Questi allargò le braccia. “Ma certo! Su, più non esitare: fa quello che il tuo animo e la tua voglia ti dicono, senza riguardo per alcuno.”
Al che il monaco raccolse da terra un robusto randello, e disse: “Il mio animo prova il desiderio irrefrenabile di percuoterti con codesto bastone fino a lasciarti a terra insanguinato; e perché non dovrei cedere al disiro, che sicuramente mi è stato messo in core da Iddio in persona?”
Ma il giovine si era dileguato, come fatto fosse stato di ombra e non di carne: perché altri non era che il demonio. Così Randazio riprese il cammino, fischiettando. Portandosi dietro, per prudenza, il randello.”

Sapienti come noi

Il vescovo di Brobdingnag amava il progresso. Per questo non poteva soffrire i suoi parrochiani. Oh, sia ben chiaro, li amava tutti: In fondo era il loro pastore. Non è scritto però da nessuna parte che un pastore non possa trovare le pecore insopportabilmente ottuse.
Perché i fedeli della sua chiesa erano, insomma, troppo fedeli. Mancavano di immaginazione, di fantasia. Si accontentavano di quello che avevano sempre saputo, invece di mettersi al passo con i tempi. Non ci mettevano quella trasgressione, quella sana mancanza di rispetto all’autorità – non la sua, beninteso – che ne avrebbe fatto spiriti liberi.

Ma che ci volete fare, la pazienza è una virtù. Quella era la sua prima nomina: il vescovo era convinto che di lì a poco, dimostrando sufficiente spirito di iniziativa e di innovazione, lo avrebbero promosso ad una diocesi di altro spessore. Così aveva accettato quella cattedra storcendo un po’ il naso ma, come i suoi amici che avevano già fatto carriera gli confermavano, con la consapevolezza che era un male necessario. Magari, grazie a lui e alla sua guida, anche quei testardi contadinotti sarebbero finalmente entrati in una nuova era di comprensione.

Così si era dato da fare per organizzare una serie di conferenze sulla nuova organizzazione pastorale che aveva elaborato. Era tempo di correggere qualcuno degli atteggiamenti retrogradi e obsoleti, indegni di una Chiesa moderna, che ancora affliggevano le sue parrocchie.
Aveva invitato a tenere con lui la discussione Giovanni Allamoda, il famoso filosofo e teologo, suo intimo amico. Certo, Allamoda non era proprio un credente: ma occorreva correggere quella visione arretrata per cui solo i cristiani potevano dire la loro sul cristianesimo. Bisogna imparare dalle altre esperienze, specie quelle più qualificate. La menta eccelsa dell’intellettuale, ne era certo, avrebbe sostenuto e validato il suo discorso.

La sera della conferenza il vescovo era rimasto a lungo indeciso. Come vestirsi? Da laico, per far vedere quant’era alla mano, suggerendo che non c’erano differenze tra lui e loro? Alla fine aveva optato per indossare tutti i paramenti, simbolo di autorità. Una strizzata d’occhio ai tradizionalisti, che così magari si sarebbero lasciati imbonire.

La chiesa era colma, anche se non stracolma come si sarebbe augurato. Il vescovo transitò nella navata, benedicendo e stringendo mani, fino a giungere ad un tavolo posto di fronte all’altare, dove già l’aspettava Allamoda. Dopo uno scambio di convenevoli, il vescovo attaccò il discorso che aveva preparato.
Era tempo di scrivere un nuovo capitolo del Vangelo, aveva esordito. Per troppo tempo la pastorale era stata appesantita da una dottrina troppo rigida, Era ora di liberarsi delle interpretazioni restrittive ed adeguarsi ai tempi, aprendo…
La gente lo ascoltava, immobile. Dalla prima fila un ragazzino alzò la mano. Il vescovo cercò di ignorarlo.
…accoglienza di colui che sbaglia: chiamarlo peccatore è discriminante, occorre comprendere che spesso è costretto delle pressioni della società a cui…
il ragazzotto agitava il braccio. L’oratore provò a lanciare occhiate ai genitori, ma questi non reagirono. Qualcuno cominciava a mormorare. Il vescovo capì che doveva liberrsi dell’impiccione, se voleva completare il suo programma per la serata.

Sorrise, un po’ rigidamente, al ragazzotto. “Sì figliolo? Hai qualche dubbio? Qualcosa non è chiaro?”
Il ragazzo si alzò in piedi. “Mi scusi, eccellenza, forse non ho capito bene. Sta dicendo che la verità può cambiare?”
Il vescovo ridacchiò. Povera mente confusa. “Oh, non la verità, ma come noi la vediamo. Quello che oggi è bianco, domani può essere nero, o un misto tra i due: rimane la verità, ma si adatta ai tempi e alle persone.”
“Quindi mi sta dicendo che quello che valeva prima per la Chiesa oggi non vale più, e domani potrebbe cambiare ancora?” insistette il giovane.
Oh, uno di quelli. Il vescovo allargò il sorriso. “In un certo senso. Si tratta di adeguare il Vangelo alle circostanze per farlo capire meglio, per renderlo pienamente utilizzabile da tutti, te compreso. Non ti farebbe piacere un Vangelo che capisse le tue esigenze, che ti facesse sentire a posto, giusto?”
“No.”
Il sorrso del prelato si congelò. “Come no?”
“A me non interessa qualcosa che si adatta a me. Come sono fatto lo so già, e non riesco a rendermi felice. Io sbaglio sempre. A me interessa qualcosa che non cambi, che rimanga sempre uguale in ogni momento e in ogni luogo, perché vuol dire che quello non può sbagliare, e lo posso seguire. Credevo che la Chiesa fosse così. Ma se non è così, se la Chiesa è come dite voi, non mi interesssa. Vuol dire che è solo una buffonata fatta dagli uomini. E perché dovrei starti a sentire, quindi?”
“Ragazzino, come ti permetti?”
“Scusami, vescovo, ma io stavo a sentirti solo perché pensavo che dicessi la verità. Ma se non esiste, ed è solo quello che piace a me o a te, allora con quale autorità mi dici che dovrei seguire qualcosa che ieri era sbagliato e domani cambierà ancora? Senza qualcosa che arriva attraverso i secoli direttamente da Dio sei solo un ometto vestito buffo che racconta le sue idee. Grazie tante, non mi interessano, ne conosco di migliori. Adesso penso andrò a casa.”
Si alzò ed uscì. I genitori, imbarazzatissimi, si alzarono a loro volta e lo seguirono. Come ad un segnale, altri si avviarono verso l’uscita fino a che la chiesa si svuotò quasi completamente.
Il vescovo era rimasto a bocca aperta. Annichilito, si volse verso il teologo, come in cerca di aiuto. Questo alzò le spalle. “Peggio per loro, sono ignoranti, dei sempliciotti. Mica tutti possono essere sapienti come noi.”

La panchina

I due si trovarono come per caso accanto a quella panchina in riva al fiume, in quella giornata dall’odore d’autunno dove i riflessi delle foglie nell’acqua sembravano fiamme. Provenivano da opposte direzioni, e non avrebbero potuto essere più diversi.
Uno indossava un abito bianco di ricercata eleganza, immacolato, quasi a simboleggiare il distacco da tutti i problemi terreni, dal volgare mondo materiale; l’altro vestiva un nero usurato, nelle cui sfumature si indovinavano macchie di terra, di grasso e di cibo. Rammentavano quasi certe coppie comiche del cinema, gli archetipi di diverse concezioni di vita. Ed era una vita che si conoscevano, e si trovavano come per caso su quella panchina.

Si fermarono; quello vestito di nero aveva un aria pensierosa, la sua controparte vestita di bianco un’aria sorniona e vagamente compiaciuta. Come ad un segnale invisibile si sedettero contemporaneamente. Per un po’ rimasero lì, a guardare scorrere l’acqua macchiata di cielo, senza parlare. Poi quello vestito di bianco si schiarì la voce e prese la parola.
“Non ti va mica tanto bene, ultimamente, mi sembra.”
L’altro si girò leggermente, alzando un sopracciglio. “Cosa intendi, esattamente?”
Il primo ridacchiò. “Dai, che hai capito. C’è parecchia confusione dalle tue parti. Non mi sembra che la tua barchetta preferita se la cavi molto bene.”
Quello vestito di nero si drizzò leggermente. “Oh, non è la prima volta. La storia è piena di momenti in cui sembrava che la mia barchetta, come la chiami tu, si stesse per rovesciare. Spesso per colpa dei tuoi amichetti…”
Il suo interlocutore finse indignazione. “Oh, ma quando mai? Noi facciamo la nostra strada: non è colpa nostra se i vostri capitani pretendono di sapere ogni cosa. Ciò dà molto fastidio a noi che effettivamente sappiamo.”
“Credo tu ti stia sbagliando. Non è che dalle mie parti si sia mai preteso di possedere la verità; è che pensiamo che la verità ci sia e sia venuta a trovarci…”
“Direi che su quest’ultimo punto tra i vostri marinai ci sia un certo dissenso, ultimamente”.
L’uomo in nero fece un gesto con la mano, come a scacciare le mosche. “Confusione, la chiamerei. Ma non credo che la vittoria della tua parte sia così inevitabile, checché ne dicano alla televisione…”
“La gente che guarda la televisione merita che gli si menta. Non vedo però come si possa sperare di riuscire a fermare la nostra avanzata vittoriosa.”
“Avanzata? E’ un fenomeno passeggero. Quando in passato è capitato, e le cose sembravano irrimediabili, il nostro ammiraglio, per così dire, ha sempre tirato fuori dal cappello una sorpresa. Qualcosa di inatteso, che ha rimesso in sesto la sua nave. Ho confidenza..”
“Confidenza. E’ quella che si ha prima di capire il problema.”
“Oh, ma io non confido negli uomini.”
L’uomo in bianco ridacchiò. “Davvero? A me sembra che il tuo ammiraglio ultimamente stia facendo fuori tutti i suoi ufficiali di rotta, altro che fabbricare conigli. Forse ha deciso che la situazione ormai è irrimediabile, ha tirato i remi in barca e mette al riparo i suoi più fidi lasciando gli altri al loro destino.”
“O forse vuole toglierci dalle nostre facili certezze, metterci alla prova.”
“Sia come sia, senza ufficiali e senza quel coniglio dubito che ve la possiate cavare. Mi è venuta voglia di lepre in salmì… E, sentiamo, cosa potrebbe mai essere questo coniglio?”
Il secondo si strinse le spalle. “E che ne so?” Pensò un attimo. “Potrebbe essere chiunque. Per quanto ne so, potrei essere anch’io.”
“Ah, proprio quello di cui ha bisogno il mondo: dei geni con la dote dell’umiltà. Siamo rimasti così in pochi, ormai.” Ribatté sardonico l’altro.
“Geni? No, non direi proprio. In una certa maniera il contrario. Il genio è colui che pensa di potere e sapere tutto; il santo è colui che sa che non è niente e lascia fare tutto a Dio. E’ di santi che il mondo ha bisogno.”
L’uomo in bianco sbuffò. “E quindi tu ti consideri un santo?”
“Io? No di certo. Ma se il Signore volesse potrebbe utilizzare anche uno come me. Non farebbe che esaltare la Sua potenza, misero come sono. Anzi, forse lo fa già.”
L’uomo in bianco lo guardò pensieroso. “Sia come sia, mi attendono tempi esaltanti. Forse per te un po’ meno.”
L’uomo in nero ricambiò tranquillamente lo sguardo. “Anche ottenessi tutto quello che vuoi, compreso l’affondamento della mia barca, credi che saresti felice? A ben guardarlo, il tuo mondo nuovo non mi sembra così bello. Anzi, più cresce secondo il tuo desiderio più diventa brutto e cupo e disperato, un posto da non viverci.”
Il suo antagonista fu preso in contropiede. “Siete voi a renderlo tale!”
“Davvero? E come mai, allora, mano a mano che sembrate vincere e noi diminuire, peggiora?”
L’uomo in bianco si alzò di scatto. “Adesso devo proprio andare.” E si allontanò. Fatto cinque passi, si voltò. “Se la tua barca dovesse naufragare e tu con essa, l’unica cosa che mi dispiacerebbe saresti tu e questa panchina. L’unica.” E continuò per la sua strada.
L’uomo in nero lo seguì con lo sguardo. “Già. Ma chissà se, proprio per questa panchina, un giorno ci ritroveremo.” E anche lui si voltò e riprese a camminare sulla strada che doveva percorrere.

Superato

La piccola utilitaria filava a quaranta all’ora. La strada era larga, a due corsie, con una doppia striscia in mezzo, e pareva fatta apposta per correre. L’ometto vestito di bianco al volante non se ne curava;  viaggiava contento verso la sua destinazione, nella bella giornata assolata che invitava a tenere i finestrini aperti.
Evidentemente però  il guidatore dell’auto che lo seguiva non era della stessa opinione. Arrivò sparato, facendo i fari; poi inchiodò quasi, e fece partire un sonoro colpo di clacson. Il guidatore dell’utilitaria lo guardò nello specchietto: uno di quei tipi alla moda, con occhiali scuri e auto sportiva, sempre di fretta. Gli sorrise.
La macchina sportiva, sgommando, superò la striscia di mezzeria e l’utilitaria e accelerò facendo rombare il motore. “Imbranato! Datti una mossa!” si udì dal finestrino aperto; magari non proprio con queste parole, ma il concetto era quello.

Il guidatore della piccola auto lenta sorrise ancora.

L’auto successiva arrivò pur’essa sparatissima; era un SUV nero con due tipe eleganti a bordo e alcuni cagnolini dagli occhi a palla  incollati ai finestrini posteriori. Rallentò per un attimo, poi mise decisamente la freccia e oltrepassò la vettura più piccola mentre le due donne ridevano tra di loro. “…superato”, fu la sola parola che si riuscì ad udire.

Anche la terza macchina era un macchinone, di quelli costosi, di gran marca. Superò a gran velocità senza accennare neanche a frenare. A bordo due uomini, almeno uno sembrava un prete, chissà poi  se lo era; comunque si limitarono a lanciare uno sguardo di compatimento e, forse, qualche labiale di disprezzo verso quella inutile lentezza di auto.

Il cui autista continuava, mite, a sorridere.

Di fianco a lui c’era seduta una donnina minuta, che aveva guardato un po’ addolorata la successione di sorpassi. “Ma non ti dà fastidio essere superato?” Chiese al suo vicino di sedile.

“Oh, no, per niente”, rispose lui tenendo gli occhi fissi sulla via. “Ci sono buoni motivi perché il limite di velocità di questa strada sia così basso. Anche se non sembra, è parecchio pericolosa, la conosco bene. E quanto a quelli che mi hanno superato, li perdono perché non sanno quello che fanno. E presto se ne pentiranno”.

“Sì? E quando?”
“Oh, quando vedranno la pattuglia appostata là in fondo con l’autovelox…”

Bel fico

Caio e Sempronio ciondolavano al sole del meriggio, guardando la strada seduti nel portico. Accanto alla casa un gruppo di ragazzini chiassava e rideva, prorompendo in sonore bestemmie, ad ognuna delle quali le risate scoppivano più alte e sonore.
“Beh, sono ragazzini”, disse Caio che, al contrario del suo amico, di fede ne aveva pochina. “Non sanno che non è educazione. E poi è un’opinione, no?”.
Ad un tratto uno richiamò gli altri. Al riparo di una piccola tettoia ombreggiata da un fico aveva scoperto una gatta con i suoi micini. Il gruppo si mosse. Qualcuno, seguito da tutti gli altri, cominciò a tormentare i gattini con dei rametti.
“Oh, non sono cattivi, vogliono solo giocare”, disse Caio. “E’ nella loro cultura, è della loro età sperimentare con le cose. Mi ricordo che anch’io, una volta…”.
I ragazzini cominciarono a prendere a calci e calpestare i cuccioli, incoraggiandosi l’uno con l’altro, fino a ridurli in poltiglia.
“Certo, può sembrare eccessivo”, disse Caio, “Ma considera che forse è meglio per tutti. Così ci sono meno randagi in giro. Sono solo un fastidio, meno male che ce ne hanno liberati. Dovremmo ringraziarli”.
La gatta miagolava e soffiava orribilmente, giuardando il massacro dei suoi piccoli. I ragazzacci raccolsero frutti marci dalla piante dei fichi e cominciarono a tirarli all’animale.
“Bel lancio quel fico” Caio sogghignò, poi aggrottò le ciglia. “Ehi, se fanno così sporcheranno il muro!” Disse Caio. “Quella è casa mia!”
“Basta, smettetela”, urlò l’uomo. I teppisti, per tutta risposta, cominciarono a lanciare anche contro di lui i proiettili vegetali e poi, terminate le munizioni a portata di mano, insultando, bestemmiando e ridendo corsero via.
“Maledetti bastardi!” Ringhiò Caio “mi hanno macchiato tutto!”
Sempronio scosse la testa. “Il fico non è poi così attraente quando sei tu il suo bersaglio, vero?”

Ingiunzione di decesso

Le pareti dello studio erano di un colore grigino chiaro, un poco stinto, ma non così stinto come gli abiti del signor Magnolia e di sua moglie. Ambedue avevano visto giorni migliori; il taglio risaliva a parecchi anni prima, e di sicuro erano stati parecchio usati. Il completo dell’avvocato, in contrasto, appariva nuovo, persino sgargiante al confronto, di una tonalità pastello così intensa da apparire quasi falsa come il suo sorriso.

I coniugi si accomodarono timidamente, muovendosi a disagio. L’avvocato intrecciò le dita delle mani sotto il mento. “Allora, in cosa posso esservi utile?”
“Abbiamo ricevuto una busta del ministero”, disse l’uomo quasi esitando. “Margherita, tirala fuori…”
La donna estrasse dalla borsa una busta giallina, che l’avvocato afferrò prontamente. “Ah”, esclamò, “una ingiunzione di decesso obbligatorio!”
Aggrottò le ciglia. “Qui dice ‘Giovanni Magnolia’. Sarebbe lei?”
L’uomo annuì. “Sì, sono io. Lì dice che, per il mio bene, devo essere sedato e privato di alimentazione fino al decesso. Ma non sono malato!”
L’avvocato si sporse leggermente. “Ne è sicuro? Non mi sembra troppo in salute. Cosa le hanno detto all’ospedale?”
“Ma io non sono mai stato all’ospedale!” scoppiò l’ometto. “Da quando mi hanno tolto le tonsille, a nove anni. Io quei dottori lì non li ho mai visti né sentiti.”
L’avvocato continuò a leggere. “Eppure qui dicono che lei è malato terminale, non ha speranza di guarigione, e quindi per alleviare le sofferenze e innalzare la qualità della sua vita lei deve morire il più in fretta possibile.”
“Ma chi? Chi sono questi?” gemette il signor Magnolia
“Dottori. Dottori importanti, Primari addirittura. Almeno, così si dice. A quanto pare lei non ha nessuna speranza, e non c’è cura.”
“Ma io sto benissimo!”
L’avvocato scosse la testa. “Dottori così importanti non si possono sbagliare. Non c’è niente da fare.”
L’uomo sbiancò. “Ma…cosa vuol dire tutto questo? E’ un errore, è chiaramente un errore! Io farò ricorso!”
L’avvocato fece schioccare le labbra. “Come suo consigliere legale, glielo devo sconsigliare. Questo genere di ricorsi non va mai a buon fine. Come le ho detto, i dottori e il ministero non si possono sbagliare. Ci sono dei precedenti precisi.”
“Vuole dire che i giudici non ci darebbero ragione? Contro l’evidenza?”
L’avvocato agitò una mano, come a congedare la possibilità. “L’evidenza non è mai influente in queste faccende. Sì, un appello contro l’ingiunzione ci farebbe guadagnare qualche mese…ma a che prezzo?”
“Come, a che prezzo?”
L’avvocato sospirò. Questi erano proprio fuori dal mondo. “Come le ho già detto, non troverà nessun giudice disposto a dare contro dei luminari, degli scienziati, e contro la giurisprudenza acquisita. Se lei deve morire, deve morire, se ne faccia una ragione. Ma per ogni giorno perso – pardòn, da lei guadagnato – la sua famiglia sarà costretta a versare allo stato e ai dottori migliaia di euro a titolo di risarcimento.”
“Risarcimento? E risarcimento di cosa?” scattò Magnolia.
“Del tempo che lei ha perduto nel suo diritto a morire dignitosamente, nonché quello dei vari infermieri eccetera eccetera che sono stati costretti a guardarla prolungare il naturale decorso della sua esistenza. Se oltrepassa la data indicata, poi, la sua pensione verrà sospesa indefinitamente.”
Il signor Magnolia parve accasciarsi. “Ma non ha senso. Dovrei pagare perché voglio vivere?”
“E’ il minimo. Lei va contro decisioni acquisite, e fa perdere tempo al giudice ed allo Stato, che di sicuro potrebbe impiegarlo meglio.”
“Migliaia di euro, ha detto? Ma io non tutti quei soldi…”
L’avvocato si disse mentalmente”C’ho azzeccato”. “Ragione in più per non mandare in bancarotta la sua famiglia. Guardi, è anche fortunato: probabilmente se rispetta le date indicate la sua vedova prenderà in parte la sua pensione…”
La futura vedova scoppiò in lacrime, e l’uomo le mise una mano sulla spalla. “Ma forse potrei…fuggire…”
“Per andare dove? Si ricordi, l’ingiunzione di decesso è obbligatoria. In caso facesse perdere le sue tracce le leverebbero tutto. No, dia retta: vada in una bella clinica, si faccia sedare e non ci pensi più.”
“Come, in una clinica? Devo anche pagare per morire?”
“Ma certo! La clinica deve essere certificata: vuole mica che l’ammazzino degli scalzacani? Ci sono quelle pubbliche, volendo, ma se mi ascolta spende qualche soldo e sta sicuro che di non svegliarsi a metà del – uhm – trattamento. Sgradevole, sarebbe, per tutti. Se desidera, sarò ben lieto di indicargliene una che farà al caso suo.”
I coniugi si alzarono. L’avvocato, sulla soglia dell’ufficio, strinse loro le mani. “Allora, condoglianze vivissime. Felice di essere stato d’aiuto. Se, andando, volete regolare con la mia segretaria…”

 

Politicamente corretto grappa

La persona diversamente giovane entrò nella rivendita di sostanze a contenuto alcolico variabile entro il limiti di legge, macchine per il giuoco severamente vietate ai minori nella fascia oraria 8-14 e bevande a base acquosa lievemente eccitanti.

Si avvicinò al bancone e si sedette pesantemente su uno sgabello. “Barista! Un caffè, corretto grappa!”
Tutti gli occhi nel locale si girarono verso di lui.

Il responsabile della vendita al dettaglio si chinò verso di lui. “Mi scusi, gentile avventore, lei forse intende chiedere un infuso a base acquosa contenente caffeina addizionato di bevanda DOP a tasso alcolico non inferiore ai quaranta gradi?” chiese ad alta voce.
“Eh?”
“Caffè corretto grappa“ sussurrò il barista, in maniera che solo l’anziano potesse sentire.

“Che ti piglia, ragazzo? E’ quello che ho detto no?”
Con pazienza, l’addetto dietro al bancone recitò “Sono tenuto ad avvertirla per legge che l’assunzione di sostanze eccitanti può essere dannosa, e che l’alcol ha effetti nocivi sul fegato e sulla soglia di attenzione. La guida…”
“Va bene, ve bene, portamelo, eh?” tagliò corto il diversamente giovane.
Il barista esitò. “Mi scusi, ma posso chiederle se il suo tasso alcolemico…”
“Eh?”
Il barista si avvicino ancora alla testa dell’uomo “Ha già bevuto, signore?”
“Certo che ho bevuto, ragazzo! Qualche cicchetto!”
Il ragazzo fece per dire qualcosa, spalancò la bocca, la richiuse, e si voltò verso la macchina del caffè.

“Eh, sì, che vita grama! Tu sei giovane, non conosci la vita! C’è questa mia nipote disgraziata…”
Gli altri avventore del locale si guardarono tra loro.

“…Che si è messa con ‘sto negher che arriva dall’Africa…”

A un cliente che stava bevendo andò di traverso, e cominciò a tossire e sputacchiare.

“Un bravo ragazzo, neh, con voglia di lavorare, che ci sono tanti disgraziati che vendono droga e peggio…”

Una coppia si alzò di scatto, gettò i soldi sul tavolino e si diresse quasi di corsa verso l’uscita.

“…ma tra che l’è negher e che è un po’ zoppo…”

“Mi scusi, mi scusi” disse rapidamente il barista guardandosi attorno “intendeva dire che proviene da paesi sottosviluppati ed è svantaggiato fisicamente, vero?”

“No, l’è proprio zoppo e negher” continuò imperterrito il vecchio “e così non trova un lavoro che è uno. Il fatto è che mia nipote è rimasta incinta, e adesso vorrebbe abortire…”

Un altro avventore lasciò il proprio tavolo e uscì in fretta.

“La prego…dica interruzione di gravidanza, almeno…” supplicò il barista.

“…Ma io dico no! I bambini sono bambini!…” disse il vecchio alzando un dito e la voce.

“La prego! La prego! Feto, grumo di cellule…”

“…E la mamma è sempre la mamma!” esclamò l’avventore.

“Genitore uno oppure due…” mugulò il barista.

“…Bisogna essere ciechi e sordi per non vederlo!…”

“Non vedenti, non udenti…la prego, la prego…” Il ragazzo dietro il banco sudava profusamente.

“Va bene che non credi in Dio, in Nostro Signore, ma…”

Il ragazzo sbiancò. “Ssshhh! Non si dice Non si dice!”

“…E dico io, si sposassero, che adesso si sposano pure i ricchioni!”

Altri due tavoli furono lasciati precipitosamente liberi. Il barista non tirava neanche più il fiato. “Persone omosessuali…”

“…che non c’ho niente io contro i ricchioni, avevo pure un zio che…”

“Il suo caffè!” Interruppe con voce disperata il barista.

Il vecchio prese la tazzina e mandò giù il contenuto d’un colpo solo.  “Ah, buono! Quanto le devo?”

In lontananza si sentivano delle sirene. “Niente, niente, offre la casa! Ma adesso come di consueto dobbiamo serrare per il fine turno! Buona serata, è stato un piacere!”
“Allora grazie, neh! Ritornerò!” ed uscì dal locale con passo lievemente malfermo.

Quando fu uscito il barista lasciò andare un lungo sospiro. Le sirene si avvicinavano. Il solo altro avventore rimasto scosse la testa. “Ma non conosceva la legge, quello? Lo sa cosa gli faranno adesso? E chi era, poi?”
Il barista fissava ancora la porta. “Non lo so. Una persona non politicamente modificata, forse. Uno genuino” aggiunse, portandosi poi la mano alla bocca come qualcuno che ha detto qualcosa di imperdonabile.

Fatti mandare dalla mamma

“Mi vai a comprare i datteri in Nuova Croazia?” chiese Dana.
Il sole entrava dalla finestra aperta. Le tende svolazzavano alla brezza, e alcuni gabbiani roteavano piano sopra il mare piatto come una tavola.
Bruff sbuffò. “Insomma, perché non te li fai arrivare come tutti? Devi proprio farmi muovere?”
Dana mise il broncio. “Lo sai bene. Datteri appena colti dall’albero. Hanno un altro sapore rispetto ai sintetici.”
Bruff gemette. “Non è vero, mamma. Sono riprodotti fino all’ultima molecola dai frutti migliori”.
“Non tutto si può riprodurre”.
“Va bene, va bene, mamma. Vado. Tanto avevo voglia di passeggiare.”
D’impulso cambiò programmazione della casa. I mobili in stile italiano XXI secolo commutarono in technospritz. Il soffitto si alzò, la finestra si allargò, e il mare prese a rumoreggiare tempestoso mentre un alito fresco si diffondeva nella stanza. I gabbiani erano spariti.
“Cattivo”, disse sua madre. Ma lui era già uscito.
Le porte del suo cubicolo dueperuno si aprirono, i micropodi si ritrassero, e lui uscì nel corridoio. Attese che le porte si richiudessero: l’altro giorno, uno squatter homeless si era infilato nel cubicolo di Diego mentre era spalancata ed era riuscito ad hackeragli la casa. Finchè la frontiera con la Burgundia superiore, con i suoi profughi, fosse rimasta aperta, era meglio essere prudenti. Cinquecento milioni di senzacasa in giro potevano essere un problema. Mica potevano rimanere nei piani liberi a bivaccare per sempre.

Il corridoio procedeva dritto in entrambe le direzioni a perdita d’occhio, seguendo la curvatura del pianeta. La zona residenziale di Piemonte Diciotto si estendeva per quasi trecento chilometri. Rari passanti entravano ed uscivano. Strano come la realtà sembrasse così poco reale, rispetto a casa. C’era gente che preferiva avere un’abitazione anche nel reale, invece di un cubicolo sensoriale connesso. Gusti: il cubicolo costava molto meno, e non era necessario rimettere in ordine.

Girò a destra, verso l’ascensore. Vediamo…Nuova Croazia…”Nuova Croazia”, disse. “Sessantadue piani sotto” disse il sistema, con voce colloquiale. Cominciò a precipitare.
Mentre cadeva, sua madre chiamò. “Già che sei fuori, puoi prendermi il latte alle stalle, appena munto?”
“Ma mamma, è dall’altra parte!”
“Su, non fare storie…”
Sua madre ultimamente aveva la mania dei cibi naturali. Si era convinta che la sintesi e il trasporto dessero un cattivo sapore. Francamente, lui non riusciva a trovare nessuna differenza, ma era la moda del momento. L’anno prima erano stati i nuovi vegani. Bruff si domandò se quando avesse avuto anche lui trecento anni avrebbe seguito lui pure questi capricci sociali.

“Nuova Croazia”, disse l’ascensore, mentre la porta gli controllava il passaporto. Entrò nella nazione.
Il sole anche qui era forte, e il cielo azzurro. Non si sarebbe detto che erano venti chilometri sotto terra. Le palme crescevano rigogliose tutto intorno, si intravedeva qualche raccoglitore robot e rari umani. Si avvicinò ad una, si chinò, e raccolse qualche manciata di datteri freschi. “Basta così”, disse all’interfaccia quando ne ebbe raccolti abbastanza. “Venti e dodici”, gli rispose. Lui confermò. In fondo non erano neanche così cari, se non che dovevi fare la fatica di chinarti.
Si chiese se doveva andare fino alla zona dei nomanghi a prenderne qualcuno, ma poi decise che quelli in fondo era meglio farseli recapitare. L’ultima volta ne aveva scelti di non così maturi.

Le stalle più vicine stavano in Pampilina. Salì di un paio di piani, prese un ascensore orizzontale fino a Neza e curiosò un po’ tra le vetrine della città tra la folla dei pendolari. C’erano le elezioni imminenti, in quel paese, e bot olografici si sfidavano a dibattiti nel mezzo delle strade. Quando ne ebbe abbastanza risalì fino a Corio. A Corio avevano anche le mucche vere, ma il latte delle sintomammelle era più economico e indistiguibile dal primo. Attese pazientemente che un paio di bambini, davanti in coda, finissero ridacchiando di mungere nella loro bottiglia e poi procedette pure lui all’operazione. La sintomammella era calda al tocco, lievemente scivolosa. Chiamò un drone per portare datteri e latte a sua madre, il cui cubicolo stava a Zimilia, molto più in giù. Diceva che le piaceva la bassa gravità.

Si diresse verso Xanadu. Il lungomare era affollato come al solito, ma fu fortunato e trovò subito un posto libero. Si sedette al tavolo e richiamò la sala da pranzo di casa sua. Il tavolo diventò di legno, stile italiano, e comparve sua madre. Il mare senza sole riluceva dolcemente attraverso la finestra.
“Grazie, i datteri e il latte sono appena arrivati. Dove siamo, a Xanadu?” chiese sua madre.
“Sì mamma.” Ordinò una pizza, che un bot gli portò subito.
Mangiarono insieme, mentre il pad virtuale cancellava i tavoli vicini e sua madre distante fisicamente mille chilometri gli parlava delle vacanze. Bruff con la coda dell’occhio scorreva le notizie, una attirò la sua attenzione: “Secondo le stime dell’Istituto centrale terrestre, la popolazione totale terrestre ha superato oggi pomeriggio i diecimila miliardi. Gli scienziati si interrogano: di qui al prossimo secolo,  basteranno le risorse?”

Bruff sbuffò. C’era tanto spazio…

Risiko

Sandra aprì la porta, reggendo la borsa della spesa. Roberto era sul divano, che leggeva. Suo marito alzò appena gli occhi. “Ciao”.
“Ciao. Novità?” chiese la donna.
Roberto alzò le spalle. “Niente di particolare”.
L’occhio di Sandra cadde sul ricevitore del telefono di casa. Era uno di quelli antichi, ancora con la cornetta. Ed era staccato.
“Scusa, perché c’è la cornetta staccata?” Chiese Sandra.
Suo marito non smise di leggere. “Ah, l’ho staccata io. Non la smetteva più di chiamare.”
“Chi, scusa?”
“Il Papa. Gliel’ho detto che era andato via, ma non ascolta, quell’uomo.”
Sandra spalancò gli occhi. “Dici che ha telefonato il Papa? E chi sarebbe che è andato via?”
“Trump. Non si è fermato molto, giusto il tempo di scambiare due chiacchere.”
“Con te?”
“Ma no. Con Putin, ovviamente.”
“Perché, c’era anche Putin?” domandò la moglie, sempre più incredula.
“Beh, sì. E’ arrivato subito dopo che è venuto giù quella specie di aereo.”
“Aereo?”
“Ma sì, quello strano, color argento, che è atterrato nel cortile dietro. Aveva schiacciato le aiuole, ma gli omini vestiti di nero le hanno rimesse a posto. Bravi ragazzi.”
“Così c’erano anche gli uomini vestiti di nero…”
“Sì, un sacco. Li aveva portati quell’altro tizio, quello nella grossa macchina.”
“E sentiamo, chi sarebbe questo tizio? Il Presidente del Consiglio?”
“No, quello ha telefonato prima del Papa dicendo che non poteva venire. A dire la verità non so chi fosse: aveva tutte quelle modelle attorno, e poi gli occhiali scuri…”
“Andiamo bene, anche le modelle!”
“Non le ho neanche guardate, cara, lo giuro! E poi ero troppo occupato a fare i pop-corn per tutti. A proposito, non c’è bisogno che li ricompri: Trump  ha mandato qualcuno del servizio segreto al supermercato a fare provvista.”
“Va bene. Basta. Ci rinuncio. Scema io a chiedere. Vado a cambiarmi, intanto tu riattacca il telefono, vuoi?”
Sandra, scuotendo la testa, salì le scale. Robertò sospirò, poi si alzò e riattaccò il telefono. Immediatamente cominciò a squillare.
Roberto alzò gli occhi al cielo e sollevò la cornetta. “Pronto?”
Ascoltò pazientemente qualche secondo, poi sbottò. “Mi scusi, Santità, davvero, qui non c’è più nessuno. Ha provato sul cellulare?”
Attese la risposta. “Capisco. Comunque, direi martedì. Dopo le nove, credo.”
Rimase a sentire quanto gli veniva detto, poi annuì. “Sì, certo. Donald ha detto che le pizze le prende lui. Credo giocheremo a Risiko.”

Il titolo

Callisto era uno schiavo. Non che la cosa gli pesasse particolarmente. C’erano uomini liberi che se la cavavano molto peggio di lui; e senza dubbio parecchi cittadini romani che invidiavano la sua posizione. Perché Callisto non era uno schiavo qualunque. Era uno schiavo istruito, e valeva più sesterzi di quanti parecchi guadagnassero nell’intera vita.
Era alloggiato bene, nutrito discretamente, e il lavoro era scarso e leggero a sufficienza perché lui potesse dedicarsi al suo passatempo preferito, i libri.
Questi i lati positivi. I lati negativi era che il suo padrone non aveva purtroppo una biblioteca così ricca. Era sì un personaggio molto importante, un Prefetto. Ma Prefetto della provincia più pidocchiosa dell’Impero, distante uno sproposito dalle terre realmente civilizzate.
Anche oggi, fuori c’era tumulto. Come schiavo si sentiva abbastanza al sicuro, ma con questi fanatici non si poteva mai dire. Quanto avrebbe desiderato tornare a Roma. Perfino Cesarea già gli mancava.
“Callisto? Il Prefetto ti vuole.” disse il soldato.

“Ho un lavoro per te”, disse il Prefetto.”Una scritta.”
Callisto sapeva parlare e scrivere in otto lingue. Una abilità in gran parte sprecata, in questo buco di paese.
“Che scritta, padrone?”
“In tre lingue. Voglio latino, greco ed ebraico. Scendi da Lucio, digli di procurarti una tavola.”
“Cosa ci vuole scritto, eccellenza?”
“Gesù Nazareno, Re dei Giudei. Bello grosso, va bene? E’ da porre in cima ad una croce” disse, rivolgendosi al centurione accanto a lui.
Ah, era per quel profeta ebreo di cui si era discusso tutta la mattina. La folla fuori dal palazzo faceva paura.
“Immediatamente, padrone”.
Callisto, fuori dalla vista del Prefetto, sbuffò. Un lavoro da poco.

Il soldato sbirciò la tavola di legno con le lettere tracciate sopra. Il latino lo sapeva leggere, un poco almeno, ma gli altri scarabocchi…
“Che c’è scritto qui?” chiese allo schiavo. E’ la lingua di qua, no?”
“Yeshua Hanotsri Wemelek Hayehudim”, rispose lo schiavo.
“E che vuol dire?”
“La stessa cosa del latino.” rispose ancora. “Iesus Nazarenus Rex Iudeorum”.
Il soldato si strinse le spalle. Il bello dell’esercito romano era quello: ti poteva capitare di portare a morte anche un re. Sic transit gloria mundi, come diceva il tribuno.
Si mise sottobraccio la tavola e si avviò fischiettando dietro al corteo dei condannati.

Appena finì di sistemare il cartello sopra la testa del condannato capì che qualcosa non andava. Tutti quei tromboni giudei con i loro scatolotti appesi ovunque sembravano parecchio agitati.
Verificò se l’aveva appeso diritto. Sì, era perfetto. Guardò in basso. I tromboni se ne stavano andando di gran fretta, e altra gente parlottava. Che avranno, si chiese. Forse non gli piace che gli crocefiggiamo il re.
Scese dalla scala con precauzione, tenendosi lontano dal corpo insanguinato dai flagelli.

Il Prefetto alzò lo sguardo, spazientito. “Cosa c’è ancora?”
Il Capo del Sinedrio si schiarì la voce. “Se vostra Eccellenza acconsente, voremmo che fosse cambiato il cartello appeso sulla croce del condannato. Non…” qualcuno gli diede di gomito. “…Non ci sembra corretto. C’è un errore. Quel Gesù non è il Re dei Giudei, ma solo quello che dice di essere. Se…”
Il Prefetto alzò gli occhi al cielo. Questi non gliela contavano giusta. Ma non ne poteva davvero più.
“Basta. Sono io stesso che ho dettato quel cartello. L’avete fatto uccidere per quello? E quello c’è scritto. Il cartello è già appeso. Titulus crucis. Quello che è scritto è scritto”,  scandì, “non ho intenzione di sprecare tempo a cambiarlo. E adesso andate, prima che perda la pazienza del tutto.” Fece un cenno con la mano, e le guardie si avvicinarono con fare minaccioso ai postulanti.
Il Capo del Sinedrio e gli altri uscirono. “Niente da fare. Sembra parecchio irritato.”
“E’ un abominio. Una bestemmia. L’ha fatto apposta.” Mugolò un fariseo vicino a lui.
Caifa sospirò. “Anche se fosse, in fondo non è così grave. Anche se è così vicino alla città, quanti lo noteranno?”

Giovanni alzò la testa e guardò l’uomo appeso, l’uomo che aveva seguito per tre anni.  Lordo di sangue, il respiro affannoso. Gli cadde l’occhio sul cartello, in alto. Lesse, e poi lesse meglio, incredulo.
“Yshu Hnotsri Wmlk Hyhudim”. Lo scrivano aveva evidenziato le iniziali. YHWH. Il Tetragrammaton, il sacro e impronunciabile nome di Dio, che Lui stesso aveva fornito a Mosè tanto tempo prima.
“Io sono colui che è”. Quell’uomo era appeso lì sopra perché aveva affermato davanti al Sinedrio di essere Dio. Ed ora, sopra il suo capo, era appeso…
Si ricordò quanto aveva detto ai farisei: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono“.

I  loro sguardi si incrociarono. E, per quanto potesse essere incredibile in mezzo a quella sofferenza, a Giovanni parve quasi che sorridesse.

Come vuole lei

Dallo sguardo del medico Rosa capì subito che c’era qualcosa che non andava. “E’ una formalità”, le avevano detto le sue amiche, ma a quanto pare non sarebbe stato così. Provò una stretta al cuore.
“Questi sono gli esami del suo feto”, disse il dottore. “Purtroppo c’è qualcosa.”
Feto. Quelle farfalle che sentiva, talvolta, dentro di lei. Perché si era lasciata convincere? Perché si era lasciata tirare in questa grana?
“Di cosa si tratta?” Chiese, stupendosi lei stessa di come la sua voce fosse ferma.
“Bene, diciamo subito che non si tratta di nessuno dei marker principali. Non si tratta né della sindrome di Down, né di predisposizione all’autismo, schizofrenia o una delle altre patologie trasmissibili geneticamente che rendono l’aborto obbligatorio”. La stava prendendo alla larga, pensò Rosa. Non ho capito metà dei termini che ha usato.
“Mi scusi, ma non so neanche cosa sono quelle cose che ha detto…”
Il medico fece un gesto con la mano. “Oh, erano tutte malformazioni di qualche tipo che erano diffuse in passato. Mostruosità, per così dire. Oggi non è permesso nascere con simili tare: i costi per il servizio sanitario sarebbero troppo alti. Si figuri che anche io, che sono del campo, non ho mai visto dal vivo un individuo con la sindrome di Down. Ma”, proseguì, “nello sforzo di rendere la popolazione sempre più sana e sradicare ogni anomalia il governo ha individuato una serie di caratteristiche genetiche secondarie che potrebbero rendere la vita agli individui che le possedessero breve e penosa.”
Richiamò sull’aeroschermo una serie di dati, e glieli mostrò. “Ecco. Sono stati appena inclusi nell’elenco altri sei marker oltre ai duecento già esistenti. C’è la predisposizione a diciotto tipi di cancro…”
“Mi scusi, ma il cancro non è curabile?” Domandò Rosa.
“Sì, ma è costoso. Meglio prevenire”, puntualizzò il medico con un sorrisetto.
“Ah.”
“E poi altre malattie o malformazioni… e il gene VMAT2“. Fece una pausa. “Che è quello che ha suo figlio”.
Rosa si sentì gelare. “VMAT2? E che malattia sarebbe?”
Il dottore fece schioccare le labbra. “Ecco, non è una patologia nel senso letterale del termine, anche se qualcuno lo sostiene. Lo chiamano anche ‘il gene della credulità”, o il “gene di dio’. Non so se ha seguito le discussioni in merito…”
“No, io guardo solo le miniserie”
“Sì. Dicevo, si tratta di una predisposizione a quella che un tempo era chiamata religiosità. Quelli che hanno questo gene sono più propensi degli altri a credere in entità immaginarie, come facevano molti nei tempi bui. Questo, è chiaro, può abbassare di parecchio la qualità della vita. Il bambino di questo tipo tende ad essere più ribelle, dotato di troppa vivacità e fantasia, e quindi anche molto più costoso. Può essere facilmente preda di ideologie e fanatismi molto diffusi in passato che hanno causato danni enormi all’umanità, ed è per questa ragione che oggi si preferisce eliminare questo tipo di problemi prima che comincino a manifestarsi.”
Rosa era molto pallida. “Mi sta dicendo che mio figlio potrebbe diventare uno… uno di quelli che si vedono nei vecchi film? Un terrorista? Ma è certo?”
Il dottore scosse la testa. “Non è certo, infatti molte persone che hanno questo gene vivono bene lo stesso. Ad esempio, è probabile che lei stessa o probabilmente l’altro genitore ce l’abbiate almeno in forma latente. E’ per questo che il servizio sanitario consiglia solo l’eliminazione, ma non la rende obbligatoria.”
Rosa si mordicchiò le labbra. “Cosa… cosa succede se lo tengo?”
Il medico si aspettava la domanda. “Intanto, per legge il figlio con queste caratteristiche non potrà accedere ai normali servizi sanitari offerti dallo stato, perché graverebbero troppo sul contribuente. Avrà una presunzione di DAT negativa, vale a dire che in caso di incidente grave è automatica la desistenza da qualsiasi cura. Potrà accedere ai servizi base, a quelli di emergenza e, per adesso, anche alle scuole, ma deve considerare che porterà sempre su di sé lo stigma sociale. Non riuscirà ad integrarsi, sarà sempre un escluso. E’ molto difficile, ad esempio, ottenere un impiego per chi ha uno di questi marker. Già oggi.”
Sospirò. “E’ per questo che la consiglio caldamente di decidere per l’eliminazione. Se lo farà, potrà accedere ad un servizio di riproduzione assistita, con i costi sostenuti quasi totalmente a carico dello stato, per la sostituzione con un figlio geneticamente migliore. L’offerta vale per due anni. Ci pensi bene: preferisce doversi sobbarcare qualcuno di imperfetto, con tutta la crisi che c’è, o preferisce qualcuno di certamente migliore?”
A Rosa girava la testa. Vedeva quella lista di cose brutte. Sentiva quelle farfalle nello stomaco.
“A proposito, le devo anche dire che il feto darebbe origine ad un individuo probabilmente bassino, con i capelli scuri. Non il massimo dell’aspetto. Guardi, per il bene suo sarebbe meglio evitare che soffra…”
Il piccolo riquadro a cui apporre la sua firma pulsava piano, di un rassicurante azzurro.
“Lo posso avere biondo?”
“Prego?”
“Dicevo” ripetè Rosa, più piano, “Lo posso avere biondo? Se lo cambio?”
“Certo, signora. Come vuole lei”.
Le farfalle nel suo stomaco svolazzarono ancora per un attimo, poi chiusero le ali.

Esorcizziamo

“Eminenza, la prego, aiuti nostra figlia!”
Il sorriso del cardinale si incrinò impercettibilmente. Interruppe l’intervista che stava concedendo ai giornalisti di “Donna Oggi” e si rivolse alla coppia che, abbracciata e tremante, aspettava da lui un cenno.
“Carissimi, se vi rivolgerete all’ufficio diocesano sono sicuro…”
“Non ci ascoltano! La prego! E proprio qui accanto!” disse la donna, torcendosi le mani.
Il cardinale sospirò. “Quanto le serve? Se…”
“Non è questione di soldi! Nostra figlia è indemoniata!”
Il prelato si arrestò a metà frase. Con lentezza, disse “Carissimi, come credo sappiate spesso un buon psicologo…”
La madre scoppiò a piangere. Il padre la strinse. “Fuggiti! Sono fuggiti tutti! Crediamo che…Dio ci scampi, crediamo che ci si veramente il demonio dentro nostra figlia!”
Il cardinale sbirciò con la coda dell’occhio i due giornalisti che, con le antenne dritte, aspettavano la sua reazione. Non si poteva rifiutare.
Sospirò. “E va bene, vengo a dare un’occhiata.” Preceduto dalla coppia entrò in una casa dall’altra parte della strada. Fece un cenno ai reporter. “E’ una questione privata, sarebbe meglio che aspettaste qui fuori”.
L’interno dell’appartamento era a soqquadro. “Al piano di sopra…” “Meglio aspettiate qui anche voi”, suggerì il prelato ai genitori.
Mentre saliva le scale diede un’occhiata all’orologio. Era meglio non metterci troppo, aveva un’inaugurazione tra cinquanta minuti.
Pochi dubbi su dove fosse la ragazza. Una nebbia fetida e verdastra filtrava da sotto una porta. Il cardinale l’aprì.
C’era, all’interno della stanza, un letto macchiato di ogni genere di liquami. Una ragazza di forse dieci anni, in camicia da notte, levitava un buon metro sopra le lenzuola. Il suo volto era deformato da una smorfia immonda. “Ah, un prete? Sei venuto a cercare di scacciarmi?” ringhiò, con voce cavernosa.
Il cardinale si fermò, perplesso. “Perché, scusa? E’ camera tua, questa, no?”
Il volto demoniaco aggrottò le ciglia. “Eh?”
“Ho detto: è camera tua, no, bambina?”
Una lunga lingua azzurrina saettò tra le labbra screpolate della ragazza. “Io abito in questa ragazzina, adesso!”
Il prelato annuì. “Va bene. Se questo ti detta la tua sensibilità sono sicuro che si può trovare un accomodamento.”
“Non riuscirai…come?”
“Ho detto che è importante trovare la propria dimensione spirituale. Se la tua convinzione è di essere posseduta da…ehm…una cretura infernale…”
“Ma quale convinzione! Io sono davvero un demone!” La ragazzina girò la testa di 180 gradi. “Convinto, pretonzolo?”
“E’ stupefacente cosa possa fare la psicologia delle persone” disse il prelato. “L’hai visto in qualche film?”
“Ma quale film? Io sono l’originale!” gridò con timbro animalesco la creatura.
“La ricerca di originalità nei giovani è importante. Carissima, credo che se parlassi con i tuoi genitori potremmo aiutarli a capire i tuoi desideri nascosti…”
La ragazzina atterrò con un tonfo sul letto. “Vuoi dire che non sei qui per l’esorcismo?”
Il cardinale rise. “Ah, il rito dell’esorcismo è superato. Era frutto di antiche concezioni del peccato, legate ad una personalizzazine tipica delle civiltà semitiche. Ormai sappiamo che il male è frutto della società, di un disagio. Vuoi che ne parliamo?”
“Parlare… questo vuole parlare…” la ragazza sembrava molto agitata. “Vuoi dire che non credi che io esista?”
“Esistere? Certo che esisti. Per i giovani è molto importante che qualcuno dica loro che esistono, che c’è chi li ama, li stringe in un abbraccio…”
“Ah! Ho trovato!” Fece l’indemoniata. “Abbraccio? Io so che tu…”
Il cardinale la lasciò parlare, sbirciando ogni tanto verso la porta, assicurandosi che fosse chiusa. Quando ebbe finito, la ragazza aveva un ghigno di trionfo sul volto. “Allora? Non ti chiedi come faccio a sapere queste cose?”
“Evidentemente frequenti cattive compagnie. Dovresti lasciare perdere internet” disse il cardinale. “Oppure è una specie di candid camera. Ovviamente nego decisamente questa ricostruzione dei fatti.”
L’indemoniata pestò i piedi. “Insomma, non capisci? Nessun essere umano poteva sapere queste cose!”
“E’ proprio questo: non c’è nessuna prova. Ed io nego decisamente.” Il cardinale restò serio ancora qualche secondo, poi disse “Una ragazzina come te certi, ahem, fatti di vita non li dovrebbe conoscere. Ma rientra anche questo nei segni dei tempi, che dobbiamo comprendere ed accogliere.”
La bambina ululò. “Insomma, non capisci? Io sono un demonio, il Nemico del tuo dio! Sto possedendo un’innocente! Perché non mi combatti?”
Il prelato ridacchiò. “Oh, no davvero. Sei solo una proiezione antropomorfa della libido e del senso del male presente nei preadolescenti. Con un adeguato percorso di introspezione, confrontandoti con te stessa riuscirai a scendere a patti con la tua diversità, con il tuo essere unica e accolta.”
La piccola indemoniata si strappò i capelli incrostati di sudiciume “Insomma, mi stai dicendo che per te non esisto davvero?”
“Ma no, esisti, esisti! Tu sei importante per me! I giovani…”
“Agh, ma quale giovane! Io sono più vecchio dell’universo stesso…”
“Capisco che certe volte ci si possa sentire così, ma l’importante è comprendere come non siamo limitati dal nostro male. In fondo il male non esiste davvero, è solo questione di scelte personali forzate dall’ambiente che di per sé…”
La bambina guardò il sacerdote, spazientita.
“Insomma, proprio niente esorcismo?”
“Quello che bisogna esorcizzare è la paura di non vedersi accettati.”
“Acqua santa? Crocefissi?”
“Mia cara bambina, quelli sono solo simboli. Sarebbe grave non rispettare…”
“Insomma, vecchio, dimmelo chiaramente: tu non credi in me.”
“Ma no, cara, io credo in te: nei tuoi progetti, nella tua giovinezza…”
“Ma neanche in…quello lassù, allora?”
“Chi, piccolina?”
La ragazzina alzò le braccia. “Basta. Non lo reggo più. Me ne vado. Dovrei essere contento, ma credo che dovrò andare da uno psicologo. Non so più chi sono. Non so neanche se ci sono davvero…”
Una specie di fumo nero uscì dalla bocca della indemoniata, aleggiò verso il bagno, si infilò nello scarico e scomparve. I lineamenti della ragazzina ormai libera si rilassarono, tornando quelli di una piccola della sua età.
Quando il cardinale e la bambina scesero dalle scale i genitori l’abbracciarono piangendo, mentre i giornalisti filmavano e intervistavano. “Dev’essere veramente un santo”, esclamò la madre asciugandosi le lacrime.

Barbariccia pescava anime dannate dalle pozze di pece quando adocchiò Malacoda che si trascinava verso la sua bolgia, la coda che strisciava per terra. “Giornataccia?”, gli chiese.
Il demone scosse la testa. “Non me ne parlare”.

Inutile (again)

Dieci anni, un po’ di più. Io non sono certo solito a riciclare i miei post, ma visto che questo l’ho scritto tanto tempo fa…
Credo che non abbia perso un filo di attualità. Anzi, se vogliamo, ne ha guadagnata.

La grande terrazza panoramica era piena di gente.
“Che ne dici tu, Piero, che arrivi da fuori?” chiese Aldo.
“Bè, certamente è una gran bella vista…” replicò Piero, guardandosi attorno.
Il suo sguardo fu attirato da una ragazza. Era male vestita, quasi sciatta. Poteva essere stata anche bella, un tempo, ma adesso il viso era grigiastro e sciupato, con gli occhi troppo grandi cerchiati e pesti. Camminava indifferente, strascicando quasi i piedi, e quando qualcuno l’urtava continuava con il suo passo lento senza neanche voltarsi. La vide avvicinarsi alla balaustra. La vista sulla città era spettacolare, da mozzare il fiato. Piero udì che Aldo gli stava dicendo qualcosa, ma lui non gli prestò attenzione: un presentimento gli attanagliava il cuore. La vide arrampicarsi sul corrimano, con difficoltà. Nessuno di quanti le stavano accanto la degnò di più di un’occhiata casuale, nessuno tentò di fermarla.
Piero si mise a correre. Alle sue spalle Aldo gli gridò qualcosa, ma andò perso nel rumore del sangue che gli rombava nelle orecchie.
Ormai la ragazza aveva scavalcato, e di spalle alla terrazza fronteggiava il vuoto. Lacrime le scorrevano sulle guance. Piero l’afferrò per un braccio.

In seguito Piero non rammentò mai cosa disse in quei minuti. La storia della ragazza era miserevole, malattia, soldi, anche amore, certamente solitudine. Piero offrì, promise, perchè una vita era in gioco. La ragazza piangeva forte, ma la mano di Piero non la lasciava. Poi, lentamente si voltò, e Piero la aiutò a scavalcare ancora la balaustra questa volta verso la salvezza.

“Cosa succede qui?”
Un uomo di media statura, occhialini, impermeabile, scarpe lucide e ufficiali – certo un Funzionario – e due uomini in divisa, robusti come armadi, fissavano con ostilità la coppia accanto al corrimano, la gamba della ragazza ancora alzata a superarne il bordo metallico. Un uomo e una donna di mezz’età, indicando Piero e la ragazza, sussurravano concitatamente all’orecchio del funzionario. Questi alzò la mano a tacitarli.
“Ho chiesto: cosa succede qui?”
Piero sorrise. “Questa ragazza stava…stava per fare qualcosa di disperato. Ma adesso va meglio.”
Il Funzionario spalancò gli occhi, come se non credesse a quello che aveva appena udito. “Ho capito bene? La…signora…stava per eutanasizzarsi e lei l’ha fermata?”
“Ma…certo.” Piero appariva perplesso. Alle spalle del terzetto Aldo gli faceva strani gesti, come per invitarlo a tacere.
La voce del Funzionario era gelida come i suoi occhi. “E lei ha osato ostacolare la volontà liberamente espressa di una persona?”
“Ma voleva uccidersi!”
“E con ciò? Non ha tutti i diritti di farlo? Evidentemente ha ritenuto di soffrire troppo per continuare a vivere. O crede di essere inutile. In ambedue i casi, impedirle di interrompersi le funzioni vitali non fa altro che prolungare le sofferenze di un essere umano e causare allo Stato una perdita in tempo e denaro. Questo è inaccettabile. Lei è un pericoloso prevaricatore, un violento.”
Piero era incredulo. “Ma cosa dite? E’ una vita, ha valore…”
“Ma certo che ha valore. Per questo per lo Stato – per tutti – sarebbe meglio smettere di pagare quel valore senza avere in cambio niente.” Il Funzionario fece un cenno, e i due uomini in divisa afferrarono Piero per le braccia.
Il Funzionario si accostò alla ragazza. “Dimmi cara” le sorrise parlando con voce suadente “hai scritto qualcosa per giustificare il gesto che vuoi compiere? Che ne spieghi i motivi?”
Lei annuì. “Certo, signore. Un testamento. Ce l’ho qui. Dice ogni…”
L’ometto con l’impermeabile annuì. “Allora è tutto a posto.” Si chinò è afferrò il piede della ragazza, sollevandolo fulmineamente. Lei ebbe appena il tempo di dire “Ma non…” che, sbilanciata, cominciò a cadere all’indietro.
L’urlo sembrò non finire mai, ma terminò anch’esso, con un tonfo nauseante. Il Funzionario si sporse. Il corpo giaceva molto in basso, sul marciapiede. La gente frettolosa ci girava attorno, senza fermarsi.
“Ma cos’ha fatto…?” gridò Piero disperatamente, trattenuto a forza dagli agenti.
Il Funzionario si permise un sorrisetto. “Ho eseguito la volontà scritta del soggetto. Eutanasia. E’ tutto in regola.”
“Ma aveva cambiato idea!”
Il Funzionario fece spallucce. “Le opinioni cambiano, gli scritti restano. Portatelo via.”
Mentre Piero veniva trascinato verso l’uscita, Aldo si accostò al Funzionario.
“Mi scusi, dottore, che cosa gli farete adesso? Non è cattivo, solo un pò arretrato…non conosce la Legge.”
Il Funzionario lo squadrò freddamente. “La Legge non ammette ignoranza. In ogni caso, da quello che sostiene, il suo…amico…è evidentemente pazzo.”
Un lento sorriso, che era quasi un ghigno, gli percorse il volto “E i pazzi sono inutili. Un peso per lo Stato e per la comunità”. Battè la mano sulla spalla di Aldo. “Al suo amico penseremo noi. Non soffrirà più.”

Malachia

Il vecchio forse non era tanto vecchio, ma sicuramente dava quest’impressione. La barba lunga, l’occhio rosso, il vestire trascurato. Si fermò davanti al palco delle autorità, brontolando sottovoce.
La guardia del corpo si mosse verso quell’uomo male in arnese, ma il suo capo lo fermò. “Lascia perdere, lo conosco, è innocuo.”
I discorsi la stavano tirando in lungo. I politici avevano lasciato la parola all’alto clero. Coloro che potevano fuggire erano già spariti. I rimasti erano coloro che dovevano in qualche maniera presenziare alla cerimonia,  e gli sfaccendati. E poi quel tipo barbuto, che ascoltava sempre più corrucciato il religioso che dalla pedana lisciava le penne al governo come se ne andasse della sua salvezza.
Finché, mentre il sacerdote alzava il braccio per benedire, esplose.

“SAI CHE TI DICO??!” Urlò. L’oratore si interruppe e lo guardò attonito. “Sapete cosa vi dice il Signore? Che se non gli date gloria e non lo ascoltate, le vostre benedizioni porteranno solo sfiga. Anzi, già lo fanno”
Si fece avanti, fino sotto al palco. “Io vi spezzerò il braccio e vi butterò merda in faccia” proseguì il vecchio a piena voce. “la merda delle vittime che avete sacrificato per le vostre feste, perché finiate nel cesso con quella. Il SIGNORE” disse, guardando in faccia i presenti “aveva fatto un patto con voi, vi dava la vita e il benessere ed in cambio dovevate avere rispetto di lui. Dovevate insegnare quanto diceva, dire la verità e stare in pace con tutti trattenendo dal fare il male. Quando facevate così si stava bene, ah se si stava bene! Insegnavate le cose giuste e la gente vi ascoltava. Invece ora state facendo cosa cazzo volete e state insegnando balle! Avete rotto il patto. Beh, il Signore si è rotto pure lui. La gente vi guarda e le fate schifo, perché non fate quello che ha detto il Signore ma solo i vostri affari.”
“Devo fermarlo?” Sussurrò la guardia del corpo al suo capo, ma questi scosse la testa “Troppa gente. Lasciamolo finire.”
Una piccola folla si era radunata intorno al tipo barbuto. Alcuni ridevano e lo prendevano in giro.
Il vecchio si voltò verso di loro. “Hey, non siamo tutti figli dello stesso Padre? Perché fate i figli di puttana? Mi sembrate stranieri. Che ci fate qui? Se volete tenervi le vostre usanze, tornatevene a casa vostra!” Tornò a girarsi verso il palco, dove gli oratori stavano sgattaiolando via. Puntò il dito.”E voi, vi conosco…voi che tradite le vostre mogli e le avete mollate, loro che sono la vostra vita, la vostra carne… non vi vergognate? Pensate che il Signore sia contento? Avete fatto un sacco di discorsi, bla-bla, per giustificarvi, ma lassù si è stufato.  Per cosa? Non fate finta di non saperlo: quando dite che chi fa il male è buono lo stesso, o quando proprio voi parlate di giustizia… ”
“Adesso basta” disse il capo delle guardie. Lo presero di peso e lo portarono via, tra le urla e gli schiamazzi dei presenti. Mentre l’allontanavano si sentiva ancora urlare “…ma verrà, oh se verrà, e quel giorno…”

La folla si disperse, gli oratori se ne andarono. Rimase solo alcuni ragazzini e un giovane, che scriveva furiosamente con uno stilo. “Che stai facendo?” chiese uno dei bambini “Scrivo,” rispose il giovane mettendo da parte un’altra tavoletta. I bambini erano a bocca aperta: era così raro trovare qualcuno che conoscesse l’arte della scrittura. “Bene, bene, sono riuscito a mettere giù quasi tutto. Dovrò un po’ aggiustarlo nella forma, ma…. Senti, sai come si chiamava quel tipo che gridava?”, chiese il giovane al bambino.

Malachia“, rispose il ragazzino. E corse via, verso il Tempio.