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Le storie di San Randazio: l’orgoglio del giusto

…Accadde ora che, mentre Randazio era abate del monastero di Val Limpia, il nuovo superiore del suo ordine addivenne Egisto Brambazzi. Era costui una persona di famiglia nobile, non affatto noto per propria fede, quanto per amicizie e scaltrezza. Egli mai aveva potuto sopportare Randazio, il quale aveva ostacolato certi suoi affari, giudicandolo troppo ligio e rigido. Trovandosi su questo in accordo con il vescovo locale, e con un certo numero di que’ frati che erano delusi per la di lui elezione ad abate invece di loro medesimi.

Codeste parti fecero consiglio tra loro e decisero di liberarsi dell’incomodo abate. Addussero indi ragioni per cui la di lui elezione era invalida, asserendo vizi di forma; e quindi provvidero a destituirlo, e a mettere a capo del monastero un tal Guiduccio che era stato loro compare in certi traffici passati e che mal aveva sopportato non esser lui l’abate del convento.

Insediato che fu Guiduccio, prima cosa che fece fu convocare a sé Randazio. Ito che fu a lui, Guiduccio gli fe’ gran complimenti per quanto aveva operato in passato e si disse dispiaciuto per questo rovescio di fortune. Poi suggerì che non era opportuno che lui, che aveva comandato nel convento, ora dovesse obbedire, e che forse sarebbe stato meglio che subito l’abbandonasse. Ma Randazio, tranquillo come infante, replicò che l’obbedienza era la sua regola, e che di comandare a lui non importava nulla; avrebbe servito il Signore con ugual vena anche nel posto più infimo tra i frati, anzi, bene ne avrebbe avuto la sua umiltà. Guiduccio, quindi, masticando amaro perché avrebbe avuto più piacere che se ne fosse ito, temendo per la sua carica, replicò che se codesto era il desiderio di Randazio egli l’avrebbe accolto, e l’avrebbe destinato alle più basse occupazioni. Diceva tra sé: gli renderò la vita difficile, e lui se ne andrà, lasciandomi libero di compiere ciò che m’aggrada.

Fu così che l’abate destinò Randazio a pascolare porci e pulire pitali, come l’ultimo novizio; e s’apprestò a disfare tutto ciò che l’altro aveva compiuto, le Società che aveva fondato nei paesi vicini,e financo a congedare con delle scuse i novizi di maggior fede che si era procurato per il convento. Coloro che erano vicini al nuovo abate non trascuravano occasione di dileggiarlo e aggravare i suoi compiti, ora che più non poteva rimproverarli pe’ le di loro mancanze. L’abate stesso, in più occasioni, rovinava ciò che Randazio aveva operato in modo che dovesse intraprenderlo daccapo o domandava stravaganze come zappare l’orto a dicembre tra la neve. Randazio, da parte sua, faceva tutto quello che gli veniva chiesto, senza un lamento, e accettando sereno anche gl’ingiusti rimproveri; anzi, mostrando sempre una faccia lieta che suscitava ira ne’ suoi persecutori.

Avvenne che una notte, mentre Randazio stava in preghiera nella sua cella, sentì bussare: erano parecchi de’ monaci suoi confratelli che lo venivano a cercare.
“Randazio”, dissero lui, “ci sentiamo fremere per l’ingiustizia che ti viene inflitta.  Se tu lo vuoi, abbatteremo l’abate o, se ciò non fosse possibile, lasceremo il convento e ne fonderemo un altro con te a capo.”
“Lungi da me!” rispose Randazio. “Come potrei essere frate opponendomi all’autorità che è posta su di me? Con che autorità, allora, potrei comandare? Detta autorità arriva da Dio, anche se è esercitata da un homo. Rifiutando ciò che mi è dato non farei l’opera di Dio ma degli uomini e dei loro traffici.”
Si sedette indi sul graticcio, e iniziò a istruire i monaci che gli parlavano. “Vedete, fratelli, tante volte il demonio mi ha tentato con dei mali; cupidigia, lussuria, ira; ma ho confidato nel Signore e Lui mi ha salvato. Ma la tentazione più difficile da rifiutare è quella di un bene; chi potrebbe infatti negare che la giustizia sia un bene, che la verità sia un bene? Eppure andare contro l’autorità a noi ordinata per farci giustizia da soli o per imporre una verità è la forma peggiore di orgoglio: l’orgoglio di essere giusti. Fossimo pure giusti, non sarebbe merito nostro. Essere orgogliosi di ciò che è divino è l’errore del demonio.

Quand’anche i miei superiori provenissero dall’inferno stesso, finché non mi chiedono di andare contro Dio obbedirò loro, perché è Il Signore che li ha voluti lì per me. Non è degli altri servi rimuovere l’amministratore disonesto, ma del Re che l’ha voluto a capo dei suoi beni e che lo giudicherà al suo ritorno. Umiltà non è percuotersi il petto, non è pretendere di usare della verità, ma farsi di essa servitore, pure che ci si chieda di pulire le latrine. Di niente di più siamo degni, se Signore Iddio non ci vorrà altrove.”

I frati se ne andarono mortificati eppure contenti. E l’esempio di Randazio, che umilmente lavorava l’opera di Dio senza lamento, tanto si diffuse che venivano da’ conventi vicini per vederlo lavare i pavimenti.

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Una scomoda ignoranza

Cosa avranno pensato coloro che passavano davanti all’istituto “Rigoberta Menchu” in quel fatale giorno di settembre? “Ecco un altro fannullone che marina la scuola”.
Invece no! Inconsapevolmente, stavano assistendo alla nascita di un movimento globale guidato da un profeta, l’allora sconosciuto sedicenne Gretto Turdberg. Gretto aveva appena appreso di essere stato bocciato per la quarta volta consecutiva, ma questo fatto a differenza delle altre volte lo aveva fatto pensare, fino a raggiungere l’illuminazione. Non era lui ad essere sbagliato, ma la scuola! “La scquola è male”, questo il messaggio che il ragazzo cercava di comunicare al mondo indifferente degli adulti ostentando cartelli scritti a pennarello. “Non capisco perché i grandi non se ne rendono conto”, disse in seguito in una intervista “eppure è così evidente”.

Gretto decise di mettersi in gioco contro il sistema, scioperando contro l’imposizione dell’istruzione. Decise che non sarebbe andato a scuola finché non l’avessero abolita. Per affermare la sua convinzione sulla causa dei mali dell’umanità e la prossima apocalisse intellettiva si mise a giocare con il telefonino davanti all’ingresso dell’istituto in orario di lezione.  Casualmente fu notato da un giornalista e PR, che altrettanto casualmente ne conosceva i genitori, che sempre per caso avevano appena pubblicato un libro sull’autoapprendimento. Il giornalista ne prese a cuore la causa e decise che avrebbe aiutato Gretto nella sua battaglia antisistema, pubblicizzandone la lotta a livello nazionale.

Il resto è storia: l’estendersi dello sciopero antiscuola a tutti i paesi, le marce contro l’istruzione, il movimento #stopsckoolnow; i discorsi ai Parlamenti, alle Nazioni Unite, gli incontri con ogni autorità del pianeta. “Come può un sedicenne con disturbi comportamentali e scarsa cultura non avere ragione?”, è la domanda che tutti si pongono. Plurilaureati e premi Nobel vengono messi a tacere dalle sue argomentazioni. Evidentemente Gretto è stato il sassolino che ha messo in moto la valanga che vuole travolgere il sistema scolastico mondiale.

“Se non agiamo in fretta, entro dodici anni l’analfabetismo rischia di scomparire”, è l’allarme che Gretto ha alzato in mille discorsi, il grido di una generazione che vuole riprendersi il suo futuro. “E’ una minaccia al nostro domani, riprendiamocelo” urla l’adolescente davanti alle folle in delirio.”I danni irreversibili che apprendere causa al cervello non possono essere trascurati”, spiegano eminenti scienziati dando ragione al ragazzo. “Ma non è troppo tardi per riprenderci l’ignoranza che ci vogliono negare”. E’ impressionante il numero di disastri di cui può essere imputata la scuola. “Tutti i ponti crollati sono stati costruiti da gente che ha studiato. Le disgrazie dovute a gente imparata stanno aumentando. E’ ora di rendercene conto, belli. Tutti i più grandi criminali della storia avevano un’istruzione.”

“Per la maggior parte della storia l’umanità non sapeva leggere e scrivere”, dice ancora Gretto “ma i grafici mostrano che negli ultimi secoli e sempre più negli ultimi anni l’alfabetismo cresce in maniera vertiginosa. E’ colpa della scuola, dobbiamo fermarla in tempo.”

Ma c’è chi si oppone. “E’ la casta dei maestri, dei professori, tutti coloro che vivono alle nostre spalle che sostengono che imparare sia buono”. “E tanti governi se la bevono. Non vogliono capire”, sostiene Gretto. E’ ovvio che chi lo critica è servo del fascismo capitalistico ed è pagato dalla lobby dei maestri: chi parla male dei ragazzi ha probabilmente tendenze pedofile latenti e non ha credibilità.
Ma il vento sta cambiando. Molti potenti si stanno rendendo conto dei vantaggi che l’ignoranza dà, e sono disposti a sostenere la campagna di Gretto. “E’ incredibile cosa possa fare un singolo ragazzo fotogenico per le cause globali che ci stanno a cuore”, ha detto il genio dell’informatica Harvey Zucchinenberg. “Il nostro software sta già cambiando: aboliremo le scritte, lasceremo solo le icone. Chi lo usa non avrà più bisogno di saper leggere.”

Ma la strada è ancora lunga prima di trionfare nella battaglia e riuscire a fermare l’alfabetismo. Richiederà ancora tempo e tanto denaro. “Speriamo di riuscire a rendere più ignorante una persona su tre entro i prossimi vent’anni”, ha detto il portavoce del movimento. “Questo obbiettivo sarà raggiungibile solo a fronte di massicci investimenti e una nuova consapevolezza globale. Possiamo ancora farcela. E’ in gioco il nostro stile di vita, il mondo come lo conosciamo”.

Sì, possiamo ancora farcela. Sono allo studio leggi per rendere illegale la scuola in molte nazioni, sostenute dall’entusiasmo dei ragazzi, sull’esempio dell’Afghanistan e della Corea del Nord. E’ incredibile che un disastro di simile portata abbia potuto restare nascosto per tanto tempo. “Smettere di studiare è quello di cui abbiamo bisogno ora. Contro l’istruzione globale umana, l’ignoranza vincerà.
E noi tutti sosteniamo la tua battaglia, Gretto.

I dati sono drammatici, l’istruzione sale senza controllo. Riusciremo a fermarla?

Dalle ceneri

“Don! Le devo parlare, con urgenza!”
“Uff, cosa c’è? Ancora con i tuoi dubbi da tradizionalista? Non ho tempo adesso.”
“Ma, Don! La chiesa è in fiamme!”
“Oh, che esagerazione! Sì, è vero, ci sono alcuni scandali, ci sono delle discussioni, ma vedrai che tutto alla fine si risolverà.”
“Va bene, ma…”
“Devi imparare la pazienza. Sì, adesso ti pare che la fede così come tu la pensi sia minacciata, ma questa è la normalità della storia. La Chiesa ha sempre affrontato crisi, questa è solo l’ultima di una lunga serie… vedrai che si risolverà. Su, adesso lasciami lavorare.”
“Quello che volevo dirle è che rischia di andare tutto in cenere…”
“Oh, e che vada! Questi sono tempi nuovi, dobbiamo smetterla di aggrapparci alle vecchie idee per far spazio alle nuove. Dobbiamo ascoltare ciò che ci dice il mondo…”
“… se mi ascoltasse…”
“Massì, ascolteremo anche te, ma devi renderti conto che non sei più importante degli altri. Tutti devono dire la loro.”
“Quello che volevo dire…”
“Lo so, lo so quello che volevi dire, è sempre lo stesso. Devi imparare a lasciar perdere le tue convinzioni, devi farti interrogare dalle sfide del nostro tempo, con un linguaggio nuovo.”
“C’è l’eucarestia, nella…”
“…nella Chiesa, che è minacciata. Lo vedi che so cosa vuoi dire? Ma anche qui, devi considerarla più un simbolo, che…”
“Bisogna salvarla!”
“E lasciami finire! Che, sebbene importante, non è che una delle manifestazioni del Cristo, che per esempio nei poveri trova…”
“AAAGH! DON, LA CHIESA BRUCIA!”
“E’ questo il modo? Calmati, l’hai già detto.”
“Non mi capisce. La chiesa, la sua chiesa, sta bruciando. Se si sporge vede il fumo. C’è un incendio.”
“INCENDIO! E perché non l’hai detto subito?”

***

“Non si è salvato niente, Don. Se mi avesse dato retta subito, se avesse chiamato subito i pompieri…”
“Oh, quante storie. In fondo è meglio così: era troppo grande, era sempre vuota. Ora dalle ceneri potremo ricostruire una chiesa nuova, ho già delle idee…”

Selezione naturale

Il sacerdote finì di spogliarsi dei paramenti multicolori e, con un sospiro, chiuse le porte della chiesa ormai buia. Non avrebbe saputo dire se la celebrazione fosse stata un successo o meno. Sì, avevano pregato il Cristo Cosmico per una conversione ecologica e perché ci allontanasse dai combustibili fossili; ma la colletta per dotare la chiesa di pannelli solari non aveva avuto molto seguito, e la danza liturgica per rappresentare la terra, gli oceani, i fiumi, il cielo, le piante, gli animali e gli elementi aveva avuto dei momenti francamente imbarazzanti.

In canonica faceva un caldo soffocante. Si chiese se fosse dovuto ai cambiamenti climatici o perché non aveva acceso l’aria condizionata. Stasera anche gli insetti erano particolarmente bellicosi; un nugolo nerastro gli ronzava intorno, e neanche le pacche tirate sulla pelle nuda servivano ad impaurirli. C’era poi nell’aria un odore nauseabondo, come qualcuno che non si lavasse da mesi e portasse al collo un topo decomposto.
Allungò le mani per accendere la luce, e trovò delle foglie. “Ma che…” Chi aveva messo qui un vaso? Ma non era un vaso. Dal pavimento salivano viticci che si arrampicavano sulle pareti e sui mobili. Il ronzio degli insetti e il tanfo erano sempre più forti.

Trovò l’interruttore, accese la luce. E si arrestò, impietrito.
La prima cosa che pensò fu “Oddio, sono entrati gli zingari a rubare”, e subito dopo si rimproverò per avere avuto un pensiero così razzista e non inclusivo. Anche perché questo non sembrava proprio uno zingaro. Era un tipo dalla faccia dipinta, pieno di tatuaggi e piercing, seminudo, che lo fissava con aria sardonica. Guardò in alto, verso il lampadario acceso, su cui stava incongruamente appollaiato un uccello dal piumaggio colorato. “Bel trucco, la luce”, disse il tipo tatuato. “Proprio un bel trucco”.
Il prete ritrovò la voce. “Chi siete? Cosa volete?”
L’individuo seminudo ridacchiò. “Cosa voglio IO? Ma se sei tu che mi stai invocando da tutta la serata. Sono la risposta alle tue preghiere. Quella danza che hai fatto eseguire prima era il rituale di invocazione chibocho degli spiriti.”
“Eh? rituale? Ma io ho solo preso la coreografia da internet…”
“Internet? Ora capisco” disse l’uomo, grattandosi l’ascella e poi annusandosi la mano. “A quanto pare hai avuto fortuna. O meglio”, si corresse, “Io ho avuto fortuna”.
“Fortuna? Ma, insomma, chi siete?” sbotto il sacerdote, sempre più confuso.
“Ma come, non l’hai ancora capito?” fece l’altro “Sono lo Spirito della Giungla. Sono il Buon Selvaggio. L’Indigeno Amazzonico. Il Povero Privilegiato. Il Saggio-a-Contatto-Con-La-Natura.”
“Eh?”
“Quello che volevi. Desideravi che ti illuminassi sulla strada da seguire, e sono qui. La personificazione delle tue richieste.” Sorrise. “Sei stato ancora fortunato, che sono comparso io e non quella puttana di Madre Terra.”
“Ma… Madre Terra.. è quella che provvede a tutti noi…”
“Ma che stronzate vai dicendo? Quella è Madre solo perché se lo fa mettere dentro da tutti. E’ una bastarda che appena può cerca di staccarti la testa oppure lasciarti senza niente con il culo per terra. Il solo metodo per ottenere qualcosa da lei è prenderla con la forza e riempirla di botte.”
“La coscienza ecologica…”
Il Buon Selvaggio ridacchiò. “E’ tutta la coscienza che ti resta, quella? Toglimi una curiosità, ma tu hai coltivato ma qualcosa di più grosso di un geranio? Non hai mai vissuto in un bosco, vuoi capire la giungla? Da dove vengo io, i libri marciscono così in fretta per l’umidità che non servono neanche per pulirsi il culo, se uno volesse farlo. Se uno avesse libri. Tu vorresti vivere dalle mie parti? Un’esistenza piena di insetti e serpenti velenosi, malattie, senza luce, acqua pulita, gas? Sai cosi ti ci puoi fare con un cellulare come il tuo, da me? Sai il tuo internet, come lo vorremmo? E tu cosa vorresti da noi, che ti piace tanto? La mortalità infantile? Le guerre tribali e le vendette continue? La violenza? Sai, quelli che dicono che sono buono è perché non mi hanno mai conosciuto. E se pensate che abbia una saggezza che voi non avete, è perché voi di saggio non avete niente.”
Sul lampadario, un ragno grosso come un pugno aveva acchiappato l’uccello colorato e se lo stava mangiando. Il prete distolse lo sguardo con un brivido.
“Mio buon uomo, non credo che capisca. Temi quali il suprematismo bianco, il riscaldamento globale…”
“Cretino, pensi che la tua civiltà sia a rischio se fa più caldo di un grado? Stronzate. Da me sono venti gradi in più, sempre, e sbavate per andarvi ad abbronzare in spiaggia. Se volete spararvi calci nei coglioni perché ci avete portato ospedali e università, siete deficienti: da noi prima cavavano il cuore dalla gente. Senza anestesia. E vorreste imparare da noi? Ma cosa? A mettervi nudi a masticare droga ed essere già vecchi a vent’anni?
Batté con la mano su divano. “Questo è comodo. Tu hai la televisione e i supermercati e le medicine. Ho guardato, la tua dispensa è piena di cose buone che neanche ci immaginiamo da noi.” Lo guardò negli occhi. “Tutta questa roba mi piace. Me la prendo.” Si alzò dal divano, e avanzò verso il prete.
Il sacerdote fece un passo indietro, allarmato. “Per ripagarti del colonialismo?”
“Ma che cazzo dici? No, me lo prendo perché voi non lo volete più. E siete deboli. Contro uno spirito come me, un tempo avresti potuto invocare il tuo Dio. Ma hai smesso da un pezzo di crederci davvero. Io sono il Selvaggio, mi avete invocato voi così. Vi siete dimenticati di darmi la sola cosa che avrebbe potuto salvarvi, il motivo per cui dovrei avere misericordia.” Si arrestò. “Sai, una cosa in effetti possiamo insegnarvi.”
“E quale?”
Estrasse lentamente il machete. “Gli stupidi non sopravvivono. Si chiama selezione naturale”.

In fondo al pozzo

Il vecchio disse: “Bada, quando scenderai nel pozzo. Al fondo ti aspetta una cosa viva e tremenda, che non ha l’eguale. Non so dirti che forma assumerà. Potrebbe essere raccapricciante, o spaventosa, o incomprensibile. Tu bada a non distogliere lo sguardo. Non scappare, non nasconderti. Non rifiutarti di guardarla, perché non perdona a chi manca il coraggio o la volontà.
Se la fisserai dritto negli occhi però ti rivelerà il suo prezioso segreto, e scoprirai che è meravigliosa, e bellissima, e ha un volto umano.”
“E come posso riuscirci?” chiese il ragazzo.
“Devi amarla”, replicò il vecchio.
“E qual è il suo nome?” domandò ancora il ragazzo all’anziano.
“Verità”, rispose.

Non parliamo mai di loro

La casa dove abito è vecchia e grande. E’ in mezzo alle colline, ha i campi e le vigne intorno, e una immensa cantina. Ci vive tutta la mia famiglia.
La mia cameretta è bella, appena sotto il tetto. Le pareti sono tinteggiate di verde chiaro. Dalla finestra si vedono la campagna, i boschi, il paese poco distante.
Un giorno me ne stavo sul letto quando ho visto che un pezzo di pittura si stava scrostando. Sotto al verde si intravedeva qualcosa. Con le dita ho allargato il buco. Dove l’intonaco si era levato il muro era di colore rosa, per niente stinto, con dei fiori disegnati.

Sono sceso dalla mamma. “Mamma”, le ho chiesto. “ma chi abitava nella mia camera una volta? Tu? Perché era la camera di una bambina”
Lei mi è parsa imbarazzata, e ha guardato mio nonno, che stava sbucciando cipolle, come in cerca di aiuto. “Non lo so”, ha detto il nonno. “Non sappiamo chi abitasse qui prima di noi. Adesso perché non te ne vai fuori a giocare, invece di disturbare tua madre che sta cucinando?”

E’ stata la prima volta che ho saputo che la mia famiglia non ha sempre vissuto lì. Credevo che la casa fosse stata costruita dai miei antenati. Non me ne avevano mai parlato. Penso che ci siamo venuti a stare che io ero molto piccolo; io non me lo ricordo.

D’estate, passo molto tempo nell’orto. Aiuto a piantare, a zappare, per quanto posso. A volte, scavando, viene fuori qualche osso. “Ossa di gatto, o di coniglio”, dice la nonna quando glieli faccio vedere. Io mi immagino siano di dinosauri, e di essere un paleontologo. Un giorno, togliendo le patate, è comparso tra le zolle un osso molto strano. Era lungo, molto lungo; non poteva essere un gatto.
“Un femore” ha detto mio nonno. “Che animale è?”, ho domandato. “Magari qualche capra. Niente, meglio seppellirlo di nuovo, potrebbe avere delle malattie”. Ha scavato, più in là, una buca ancora più profonda e lo ha coperto con cura. L’anno dopo, lì ci ha piantato un ciliegio.

A volte, io e i miei amici, troviamo delle scritte. Sono un po’ dappertutto. Su pezzi di carta sepolti, scolorite sui muri, sopra oggetti abbandonati. Sono in un alfabeto strano, con delle lettere tutte a punta, che non riesco a leggere. Nessuno sa dirci da dove arrivano, ma abbiamo scoperto che quando ne parliamo spariscono. Abbiamo delle teorie in proposito, una più sballata dell’altra. Il mio più caro amico, che chiamiamo tutti Fango perché si sporca sempre, sostiene che è tutto legato al tumulo, perché lì attorno ne abbiamo viste parecchie.
E’ proibito per noi ragazzi giocare vicino al tumulo. E’ un mucchio di terra alto forse sei o sette metri, a poca distanza dal paese. Ci crescono i fiori. I nostri genitori dicono che può franare, ma per noi ragazzi è l’ideale per giocare a conquista il castello, così ci andavamo lo stesso.

Almeno fino al giorno in cui uno di noi è sprofondato con tutta la gamba nel tumulo, rompendosela. Siamo stati tutti puniti, e i giochi sono cessati. Non solo per quello, ma anche per ciò che ci ha detto quel nostro amico. “Nel buco c’era un teschio”, ci ha detto, e ha sostenuto che è stato lo scheletro ad afferrarlo per la gamba e trascinarlo giù. E’ uno che le spara grosse, non è che ci abbiamo creduto. Ma nessuno di noi ha più il coraggio di andare a giocare laggiù.

Un giorno è venuto da me Fango, e mi ha mostrato quello che ha trovato in un buco segreto nel muretto vicino a casa sua. Un piccolo tesoro.
Erano due bambolotti, ricoperti di una patina scura di muffa; alcune piccole monete con sopra quella strana scrittura; una trottola marcia, un coltellino arrugginito. Chissà chi li aveva nascosti, e chissà perché non li era passati a ripigliare. “Forse erano quelli che abitavano qui prima di noi” ha detto Fango, e poi mi è sembrato quasi mordersi la lingua. Gli ho chiesto cosa voleva dire, ma non sono riuscito più a cavare niente da lui, se non che aveva sentito che una volta nel paese c’era gente cattiva, molto tempo fa. Qualcuno che abitava qui prima di noi? Non ne abbiamo mai parlato, in famiglia. Forse erano quelli della bambina che stava nella mia camera. Ma qualcuno che dipinge di rosa una cameretta non mi sembra così cattivo.

Comunque, ho cominciato anch’io a cercare tesori nascosti. C’era riuscito Fango, perché non io?
E’ così che mi sono messo ad esplorare la cantina. Come ho già detto, è molto grande, e noi ne usiamo solo una piccola parte perché è anche umida. Sa di muffa. Avevo una piccola lampada, che ho usato per investigare gli angoli bui, ma ho trovato solo ragni rinsecchiti e damigiane polverose. In un angolo c’era un armadio, lì da non so quando. Era tutto tarlato, e pieno di bottiglie vuote. Stavo per andarmene, quando ho visto che in fondo, di lato, c’era ancora un’anta, chiusa, addossata alla parete. Non si poteva aprire perché davanti c’era una grossa botte. Ho toccato la botte: era marcia. Le assi si disfacevano. Non senza fatica, ho tolto alcune doghe fino a che l’anta chiusa è diventata raggiungibile. Ho provato ad aprirla, ma era chiusa a chiave. Ho tirato. La serratura ha ceduto.

Dentro c’era un piccolo scheletro.
Era tutto rannicchiato, le ginocchia strette al petto. Aveva ancora i capelli lunghi, con un fermaglio di metallo ossidato. Aveva un vestitino a fiori, e di lato c’erano i resti di una bambola.
Come il piccolo tesoro di Fango, anche quella piccola era stata dimenticata lì da qualcuno che l’aveva nascosta, pensando di riuscire a tirarla fuori in seguito.
Chissà se i suoi genitori avevano avuto il tempo di angosciarsi del destino della loro bambina, chiusa dentro la sua tomba con il comando di non piangere, di non far rumore.

L’ho detto a mia madre. Il giorno dopo sono venuti a portar via l’armadio dalla cantina. Nessuno ne ha mai fatto parola, dopo.
A volte vorrei chiedere ai miei genitori, o ai miei nonni, chi era quella gente. Ma so già che non mi risponderebbero. Non parliamo mai di loro.

Il diavolo nella cattedrale

Gabriele guardava la fila chiassosa snodarsi atttraverso la piazza. Milioni di pixel al secondo si coloravano, annidati in memorie digitali, delle pietre e delle vetrate della cattedrale. Sospirò.
“Che spettacolo, eh?”
Gabriele si voltò verso la coppia alle sue spalle. Un passante qualunque di vedute un po’ larghe non vi avrebbe scorto niente di strano. Era Parigi, dopotutto, e quindi certi abbinamenti, che altrove avrebbero scandalizzato o fatto alzare qualche sopracciglio, qui erano accolti nell’indifferenza. Esterna, quantomeno.
Gabriele non si lasciava certo impressionare dall’apparenza di peccato. Soprattutto perché sapeva che l’affettata differenza di età, la perversa disinibita bellezza non erano niente di male. Erano solo illusioni.
Il male vero erano coloro che a quell’illusione davano vita. Un male tale che, a conoscerlo, i turisti policromi che sciamavano sul selicato si sarebbbero dispersi come un branco di gazzelle attaccato dai leoni. Con la differenza che nessun leone era mai stato così pericoloso e maligno. Quelli erano predatori che del mimetismo avevano fatto un’arte. Erano le loro prede a cercarle, inconsapevoli. I demoni, d’altra parte, non sono forse menzogna?

In altri tempi Gabriele aveva quasi letteralmente incrociato le lame con quella coppia di esseri. Ma questo era il tempo della tregua, il tempo dell’uomo. Un’era in cui, per qualche motivo, persino il male assoluto era libero di scorrazzare sulla terra. Così si limitò a un asciutto “Dubito che gustiamo le stesse cose allo stesso modo”.
Il più giovane dei due nuovi arrivati ridacchiò. L’altro gli rivolse un’occhiata fulminante, e quello tacque immediatamente. Una cartaccia, ai suoi piedi, prese fuoco spontaneamente.
Il più anziano fece un passo avanti, sporgendo la rugosa testa impomatata e strizzando gli occhi verso Gabriele. “Oh, di questo sono consapevole, mio angelico collega. Quello che io trovo meraviglioso è probabilmente la stessa cosa che a te dà sui nervi.” Agitò la mano come una farfalla artritica. “Tutta questa pomposità, questo sforzo, questo sfarzo, tutto l’impegno di quei poveretti dei tuoi preti e cosa ottieni? Milioni di turisti.”
Gabriele taceva, seguendo con lo sguardo quell’ometto dai vestiti sgargianti e troppo profumati che gli girava attorno sibilando le sue tesi.
“Non fedeli. Non devoti. Non onesti cercatori di – poveretti – bellezza. No no no. Turisti. Che manco ammirano davvero ciò che stanno visitando. Troppo occupati a fare foto e filmini che non rivedranno mai. Gente che, anche se guardasse davvero ciò che sta loro di fronte, non capirebbe.”
Si voltò verso la coda di coloro che premevano per entrare nella cattedrale. “Guardali. Li vedi anche tu, no? Forse uno su dieci si ricorda cosa hai detto quella volta…”
“Je vous salue, Marie” rispose automaticamente Gabriele.
“Esattamente! Metà non sa neanche che quella Marie è la Notre Dame autentica,” accennò con il mento barbuto alla chiesa “non quella specie di scongiuro rivolto verso l’alto”. Guardò verso le guglie. “Ne soffro anch’io, non credere. Che ignoranti. Lo sai che lassù ci sono anche la statua mia e sua? Abbiamo posato personalmente, già. E quelli credono siano tutte fantasie. Cartoni animati, bah.”
Si avvicinò con aria di cospiratore. “Dimmi, non pensi anche tu che sarebbe molto meglio se tutto questo potesse cessare? Non pensi, nel profondo, che una simile reiterata profanazione, un simile sacrilegio continuato dovrebbe essere cancellato dalla faccia del mondo?”
“No”, rispose Gabriele.
“Eh eh”, disse il vecchio, dandogli di gomito. Al contatto si sprigionò una breve scia di scintille. “Su, a me non la conti. Da quanti millenni ci conosciamo? In questo istante stai friggendo perché vorresti sguainare quella tua bella spada lucente e fare un po’ di pulizia sommaria, dico bene? Guarda, se vuoi, ricciolino mio, a me non fa problema.”
“Gngn”, fece Gabriele, trattenendosi visibilmente.
“Io credo però che le nostre posizioni si potrebbero conciliare. Potremmo trovare un accordo. Lo sai che, a differenza vostra, noi siamo sempre disposti al compromesso. Posso avanzare una proposta? Ce ne occupiamo noi. Lascia fare a me. Rimuoviamo l’ecomostro. Voi ritrovate la purezza della fede, il che va bene anche a noi, in fondo. Parigi alla prova, molto simbolico. Che dici, ci stai?”
Piccoli fulmini azzurrini saettarono tra i capelli di Gabriele. “Neanche per… uh ,scusa, una chiamata.”
Si voltò, portandosi la mano all’orecchio. “Sì, che c’è?” Silenzio. “Come?” Altro silenzio, più lungo. Sospirò, cosa straordinaria dato che non respirava affatto. “Ho capito, eseguo.”
Gabriele si girò verso l’improbabile coppia. I fulmini erano spariti, e appariva stranamente pensoso. “D’accordo”, disse.
“Come, d’accordo?” esclamò stupito l’anziano demone.
“Da lassù hanno approvato la tua proposta. Due condizioni: nessuno deve morire, e tutto deve essere limitato alla cattedrale.”
“Uau. Non credevo davvero…”
“Non lo credevo neanch’io.” Guardò i due come se solo con gli occhi potesse ributtarli nell’inferno dal quale arrivavano. “Come pensate di agire?””
“Oh, lascia fare a noi”, sogghignò il satanico vecchio. “Siamo esperti nel ramo.”

Si ritrovarono che albeggiava, mentre i lampeggianti disegnavano ombre grottesche sugli edifici intorno. L’odore di bruciato aleggiava su tutto. Il giovane demone sembrava imbarazzato. Il vecchio demone era furioso. Sbuffi di fumo salivano da dove batteva il piede con irritazione, con un curioso rumore come di zoccoli contro il selciato. “Lo sapevo. Lo sapevo. Non ci si può fidare di voi lassù. Mi avete imbrogliato.”
Gabriele apparva invece assai più rilassato. “Cosa intendi, antico serpente? Hai avuto quello che volevi, la cattedrale è bruciata”.
“Bruciata? Quattro vecchie assi, un po’ di fumo e poco arrosto. Cosa intendo? Li hai visti, quelli? A pregare? Pregare! Non credevo ce ne fossero tanti che ancora sapevano farlo in tutta la Francia, figurarsi a Parigi. Gente che non metteva piede in chiesa da decenni, la loro pratica nei nostri archivi con un dito di polvere sopra e il timbro “approvato”, che recitano inginocchiati l’Ave Maria”. Sputò.  “Ecco, mi fai persino bestemmiare”.
Gabriele si guardò intorno, sorridendo. “Sembra che, nell’istante in cui lo stavano perdendo, abbiano riscoperto qualcosa di prezioso che davano per scontato”.
“Non finisce qui”, sibilò il vecchio, e si voltò per andarsene.
“Oh, lo so bene, gli gridò dietro Gabriele. “Ma tranquillo, non manca molto.”

La coppia demoniaca si allontanò. Quando furono distanti, il più giovane lo chiamò. “Zio, zio, è stato un disastro!”
Ma il diavolo più anziano proruppe in una risata satanica. “Sei proprio un allocco. Ormai i trucchetti del Nemico che sta lassù li conosco bene. Sa che eccelliamo nella distruzione, e ne approfitta per metterci del suo, quei suoi miracoletti così casuali, quei segni con la sua firma fatti per chi li vuole vedere. Ma io non miravo per niente a distruggere la cattedrale. Non sono ingenuo, non pensavo certo di poterla eliminare con il fuoco.”
“Come no?” fece l’altro stupito.
“No”, rispose il demone fregandosi le mani “quella a cui miravo è sempre stata la ricostruzione“.

Senza pietà

Marianna tentò di alzarsi da sola. Le gambe non le reggevano. Ma Sonia era già al suo fianco, premurosa. “Lascia che ti aiuti. Dove vuoi andare?”
“Sul balcone, grazie. Sembra ci sia il sole”.
“Aspetta, c’è un po’ di vento. Ti prendo la sciarpa.”
Sonia allungò il braccio telescopico e colse la sciarpa dall’appendiabiti. “Ecco fatto”, disse, legandola attorno al collo dell’anziana. “Possiamo uscire, adesso.”
La giornata era indubbiamente bella. Il panorama non era gran che, ma non potevi certo dare la colpa al tempo. Almeno c’era del verde. Alberelli crescevano ovunque, nei giardini e nei cortili delle case abbandonate del vicinato, coperti di rovi. Erano in pochi a non essersene andati, “o non essere morti”, si disse Marianna con amarezza.
Socchiuse gli occhi ai raggi del luminoso sole primaverile. Non si sentivano quasi rumori. “Mi manca il rumore dei motori di quand’ero giovane”, disse a Sonia. “Erano fastidiosi, ma in un certo modo tenevano compagnia. Le auto di oggi, così silenziose…”
“E’ un bene che non fabbrichino più quei vecchi motori. Il fumo che emettevano era terribile”, ribatté Sonia.
Marianna non poté fare a meno di sorridere. Come se Sonia ne sapesse qualcosa.
Ci ripensò, si corresse. Sonia in realtà probabilmente sapeva sull’argomento molto più di lei. Probabilmente poteva citare il numero esatto di decibel di un motore diesel. Ma erano solo dati, non vera conoscenza. Non era esperienza, come la sua. E poi si corresse ancora: cos’è mai l’esperienza, in fondo?
Con Sonia poteva parlare per ore dei vecchi spettacoli televisivi della sua giovinezza. Era una miniera apparentemente inesauribile di aneddoti. Ma ricordava bene quando aveva visto oltre la maschera.
Stavano parlando di “Lost”. Sonia aveva appena sostenuto che la terza stagione era inferiore alle precedenti, quando Marianna le aveva chiesto “Ma tu, quando l’hai visto Lost?”
Per qualche breve secondo il volto di Sonia si era congelato, mentre gli algoritmi che lo gestivano si erano improvvisamente trovati su un terreno diverso dal predefinito. Marianna si era quasi visualizzata la connessione online, la richiesta d’aiuto a gestire la questione imprevista, l’affrettato intervento di una Intelligenza Artificiale di più alto livello per trovare nel database una risposta accettabile alla domanda inconsueta.
“Beh, chi è che non ha visto Lost?” Aveva replicato con una risata Sonia, qualche secondo dopo, cambiando poi discorso. Ma ormai l’illusione era spezzata.
Sonia non poteva avere visto Lost, perché era solo una macchina, e anche se l’avesse visto non l’avrebbe capito. La conversazione brillante non era nient’altro che una pagina di enciclopedia interattiva, studiata per dare l’illusione della vita. Sonia poteva trattare di Lost e alla stessa maniera della riproduzione dei canguri, senza che le sue frasi avessero per lei un minimo significato. Parole, solo parole.
Certo, teneva compagnia. Una volta Marianna aveva un gatto, ma un gatto non può badare ad un’anziana centenaria. Sonia era una badante di ultima generazione, che suo figlio le aveva regalato quando lei si era opposta ad essere internata in quelle orribili strutture per anziani che erano sorte ovunque. Costosetta, ma nel lungo periodo infinitamente meno di una persona vera, e molto più affidabile. I suoi processori potevano rispondere a tutte le emergenze e le necessità. Sonia non aveva desideri, non chiedeva permessi, non aveva malattie; era sempre connessa, pronta, disponibile, con l’accesso ad ogni pagina dello scibile umano per simulare qualsiasi tipo di conversazione. Qualsiasi tipo di compagnia. Quasi.

Marianna non usciva più di casa. I droni le portavano tutto quello di cui aveva bisogno, e all’occorrenza Sonia poteva persino cucinare. A volte l’anziana si collegava sui canali social dei suoi figli, o dei suoi nipoti e bisnipoti, e li seguiva nella loro vita quotidiana. Alcuni di loro non li aveva mai neanche visti di persona, e dubitava sapessero della sua esistenza. Chissà se a volte si domandavano chi era quella sconosciuta che sbirciava nei loro account; o forse no. Il suo account non riceveva una visita da mesi, nessuno che si interessasse a ciò che faceva. Non che avesse molta vita.

Adesso che ci pensava, da quanto suo figlio non passava di persona? Da anni, oramai. Da quando c’era Sonia.
“Torniamo dentro”, disse alla sua badante artificiale. Poi sentì la fitta.
E’ diversa, si disse, mentre il fiato le mancava. Stavolta è diversa. “Chiama aiuto”, disse a Sonia.
“Ecco, signora, si metta comoda” disse la badante inclinandole lo schienale. Non disse “Sto chiamando, ho chiamato i soccorsi”. Non disse “Andrà tutto bene”. Marianna capì.
Sonia aveva accesso in tempo reale a tutti suoi dati biometrici. Sapeva cosa le stava accadendo. Sapeva anche che la medicina, oggi, ormai non interveniva più in alcuni casi. Quando sei molto vecchia, quando non sei speciale. Inutile chiamare chi non ti darà aiuto. Inutile, quando sei fuori dal programma.

Marianna guardò Sonia, il suo viso così umano e così inespressivo. “Stringimi la mano”, le disse. Fu un errore. La mano della badante era fredda e liscia come la plastica. Le ricordò che Sonia non era viva, e quindi non sapeva cosa fosse la morte. Le ricordò che invece lei stava morendo, da sola, sotto il cielo di una primavera che non avrebbe visto.
Una intelligenza artificiale lo sa, fa sempre la cosa giusta. Una intelligenza artificiale non sa cosa sia la pietà, anche se te ne sa dare la definizione esatta. Anche se può simularla.
Ma quella mano era tutto quello che poteva stringere, quel viso come sempre sorridente, perfino ora, era tutto quello che poteva guardare. Quella mano, quel bel viso senza pietà.

Identità

Un poliziotto diede di gomito all’altro. “Guarda quello”.
Un uomo stava disteso sul sedile del suo furgone. Un pezzo da museo, quel furgone. “Santo cielo, guarda quel ferrovecchio. Scommetto che non è neanche elettrico.”
“Elettrico? Quando è stato fabbricato non esistevano neanche, le auto elettriche”. Aggrottò la fronte. “Non rilevo il vit.”
“E questo è niente. Neanche il tipo dentro ha il wid”, ribatté l’altro. I due si guardarono. “O è uscito da una macchina del tempo, oppure è un illegale. Magari il furgone è rubato.”
“Rubato? Ma l’hai visto bene? E’ un rottame. No, dai retta, quella è preistoria, il vit non ce l’ha mai avuto”.
“Accosta il furgone”, disse l’altro poliziotto all’auto.
Il vecolo della polizia si affiancò silenziosamente al vecchio automezzo. Con un cenno d’intesa i due poliziotti scesero, la mano sulla fondina. Illuminarono con le torce l’interno del furgone. Un uomo, vestito con un giaccone, stava sdraiato sul sedile del guidatore, imbacuccato in una coperta. Sembrava dormisse. Uno dei poliziotti picchiettò sul vetro. L’uomo si riscosse, alzò gli occhi sorpreso, se li riparò dalla luce.
“Polizia, controllo. Scenda dal veicolo, per cortesia.”
Lentamente, goffamente, come fanno le persone appena svegliate, l’autista del furgone scese. Era male in arnese, la barba di un paio di settimane, gli occhi gonfi di sonno.
“Signore, non rilevo il suo wid”, disse il poliziotto. “Può darsi sia rotto. Può identificarsi?”
“Non è rotto. Non ho un wid”, borbottò l’uomo. Estrasse dal giaccone un vetusto portafoglio, e dal portafoglio tirò fuori una tessera. “Ecco i miei documenti”.
Uno dei due agenti con riluttanza allungò la mano e prese la tessera tra due dita guantate, come fosse qualcosa di immondo. “Romeo Kurtz”, lesse. “Lei lo sa che questo documento è scaduto da anni, vero?”
Kurtz alzò le spalle. “E’ parecchio che non scendo in città”.
“E’ al corrente che il furgone non ha un vit attivo? E’ contro la legge. Ogni veicolo circolante deve irradiare la sua identità.” Disse l’altro agente.
“Era il furgone dei miei vecchi. Lo uso poco, è vecchio, ma fa ancora quello che serve. Non ho i soldi per uno nuovo e, anche se li avessi, dalle mie parti non ci sono i cosi, i carica-come-si-chiama.”
“Anche il motore è illegale. Sarà almeno vent’anni che hanno bandito i veicoli a combustione.”
“Dalle città, non dalle mie parti.”
“Qui non siamo dalle sue parti. Ci sarà una multa da pagare. Le sarà rilasciato un permesso provvisorio di circolazione, ma deve portarlo via entro un giorno.”
“E chi riesce a muoverlo? Ho finito il gasolio. C’è una stazione di servizio qui vicino, ma non sono riuscito a farla funzionare. Sembrava rotta.”
Il poliziotto sbuffò. “Senza wid, dubito molto che riesca a fare rifornimento. Il vit identifica il veicolo, il wid la persona. Come fa la stazione a sapere che lei esiste, o che il suo veicolo esiste, se non riesce ad identificarla?”
“Ma io esisto. Sono qui”, disse Kurtz, toccandosi il petto. Martellò con le nocche la lamiera del furgone, traendone un suono sordo. “Anche lui esiste.”
“Ma per quale motivo non ha il wid? Motivi religiosi?” chiese l’agente.
“Oh, no. Non ho voglia di farmi iniettare quel coso nel cervello, tutto qui”.
“Ma non è nel cervello”, disse il poliziotto pazientemente. E’ dietro l’orecchio, e non è più grande di un granello di polvere. Certifica la sua identità, è sicuro, è efficiente.” Gesticolò verso la città. “Con il wid, basta guardare una persona per sapere come si chiama, come vuole essere chiamata, le sue preferenze, la professione, le cose che le importano. Io non conosco nessuno che non ce l’abbia. Come fa a fare tutto? Ad aprire casa, a connettersi, a fare la spesa?”
“Io vivo di quello che coltivo. Casa mia l’apro con la chiave e la maniglia, e quanto a connettermi, ne posso fare a meno.” Squadrò l’agente. “Non è che anche questo è diventato obbligatiorio?”
I due poliziotti si guardarono. “No, a dire la verità no. Ma è dato per scontato che uno ce l’abbia. Non si può fare niente, senza”.
L’uomo del furgone sbuffò. “Già, me ne sto accorgendo. Le porte dell’albergo non si sono aperte, e neanche c’era un campanello.”
“Poteva talcare all’impiegato… ma già, lei non è connesso”, disse pensoso un’agente. “Ma neanche il telefono ha?”
“No. I telefoni di oggi senza wid non si possono usare. Non sanno chi sei, non si accendono neanche.” Ancora una volta alzò le spalle. “Ne posso fare a meno”.
L’altro poliziotto corrugò la fronte. “Un attimo, sto parlando con la Centrale.”
“No, non ti ho mandato il suo wid perché non ce l’ha. Non basta lo scan DNA? Devi proprio avere un wid?”
“E che ne so come fai? Non c’è la procedura manuale?”
“Come, l’hanno tolta con l’ultimo update? Non c’è modo?”
“Va bene, ho capito. Lo portiamo lì.”
Sospirò. “Deve seguirci alla Centrale. C’è una macchina per identificarla, ma deve essere lì di persona. La usano per le wid contraffatte o illegali, sa.”
“Ma io ho un documento…”
“Ci segua, per favore, sull’auto.”
Salirono. “Alla Centrale”, disse l’agente. La macchina partì.
Stettero in silenzio per qualche minuto, mentre l’auto si destreggiava nel traffico. Poi finalmente uno degli agenti parlò. “Non si domanda perché ha potuto dormire tranquillo alla periferia di una grande città? Anche solo trent’anni fa sarebbe stato impossibile. Oggi, con il wid, il governo sa sempre in tempo reale dov’è e chi è ciascuna persona. Se qualcuno l’avesse molestata l’avremmo saputo, avremmo saputo chi era con certezza, e avremmo saputo dov’era adesso. Non c’è più criminalità, non ci sono più i reati premeditati, le rapine, i furti.” Si girò verso Kurtz. “Questa macchina si muove perché sa che sono io a dare gli ordini. La mia pistola spara solo se sono io a impugnarla. E poi salta fuori lei, senza un wid, come se fosse la cosa più normale del mondo.”
Kurtz si voltò verso di lui. “E’ davvero la cosa più normale del mondo. Siamo nati tutti senza wid.”
L’agente sbuffò. “Anche senza vestiti, se è per questo. Si chiama progresso.”
Arrivarono alla Centrale, e scesero dalla macchina. La porta non voleva saperne di aprirsi davanti a Kurtz, poiché non avendo un wid non si accorgeva di lui. Alla fine ce la fecero a farlo entrare, lo scortarono all’accettazione e lo lasciarono lì. I loro colleghi guardavano curiosi passare quell’umano muto, senza un volto, un’icona, una scritta che lo taggasse, che lo descrivesse, che spiegasse chi era e da dove veniva. Era una sensazione quasi oscena.
“Bene, è fatta”, disse un poliziotto all’altro. “Questa faccenda mi ha fatto venire il mal di testa. ”
“Scommetto che adesso vorresti essere quel tizio”, replicò il collega. “Senza un wid che dica dove sei, se stai lavorando o no, per poterti andare a svaccare da qualche parte.”
“Ssh, sei matto? Già il mese scorso mi hanno beccato per opinioni non corrette, vuoi farmi multare ancora?” Si passò le mani sulla faccia “Ma in fondo hai ragione. Sai, io penso che a quello manco gli daranno la multa. Senza vit e wid, come farebbe a pagarla? In galline?”
“Pare che alla fine poi vogliano renderlo obbligatorio, il wid, dall’anno prossimo.  Nessuno potrà più nascondersi. Non ci saranno più primitivi come quel Kurtz, finito”.
“Io ho finito il turno, invece. Ciao, ci vediamo.”
Uscì. “Ciao…”, fece per rispondergli, ma era già andato via. “Ciao… coso, accidenti, come si chiama?”

Correzione

“Ho una lista di cose da fare. Tutte urgenti, tutte importanti. Ogni giorno mi scapicollo per finirle, per ultimarle. Una dopo l’altra le eseguo, le cancello dalla lista. Perché quando arriverò al fondo potrò finalmente cominciare a fare quello che più mi piace. Potrò vivere.
Ma, arrivato a quella che credevo l’ultima riga di quella lista, mi accorgo che nel frattempo di cose da fare se ne sono aggiunte altre. A volte sono poche, e mi dico, ce la faccio. In fretta eseguo, solo per scoprire che si sono raddoppiate.
Così vado avanti, rimandando, rimandando il momento in cui sarò libero. So che lo sarò, un giorno, anche se il tempo passa e passa, anche se sembra che in questo luogo il tempo non passi mai.”

Malacoda, il diavolo, terminò di leggere. “Va abbastanza”, disse all’anima davanti a lui. “Hai svolto il tuo compito, c’è solo bisogno ancora di qualche piccola correzione. Riscrivilo, prima di passare al lavoro seguente”.

De parvulis

Era un tipo curioso. Lucio pensò che non l’avresti detto ebreo, anche se di quella gente lui non aveva che un’esperienza marginale. Un piccolo tipo curioso di un piccolo popolo curioso: fuggivano il contatto con gli stranieri, vestivano strano e mangiavano ancor più strano. Questo individuo, invece, non sembrava avere problemi a mangiare di tutto e a discorrere con quelli che loro chiamavano gentili, gli impuri. Probabilmente dipendeva dal fatto che, pur essendo stato educato nella loro strana Legge, non credeva alle stesse cose dei suoi compatrioti. Aveva questa idea folle che un certo predicatore messo a morte una trentina di anni prima fosse niente di meno che un dio; fatto chiaramente impossibile, si diceva Lucio, perché che gli dei possano avere forma mortale è senza dubbio una leggenda priva di fondamento. E, anche fosse, perché dovrebbero permettere agli uomini di ucciderli addirittura in croce? Anche i fatti miracolosi che l’ebreo raccontava sembravano del tutto assurdi. Eppure li narrava con tale sicurezza e tranquillità che talvolta il filosofo stesso era tentato di credergli.

Quel piccolo orientale era un uomo colto, di ottimo eloquio; Lucio l’aveva conosciuto a casa di Prisco, sempre pronto a seguire quella che era la moda del momento. E sulla bocca di tutti ora c’era questa strana religione con i suoi seguaci. Gente molto determinata, pronta a giustificare quella loro bislacca credenza con un impeto che trascendeva la normale decenza. Lucio non l’approvava, ma era in una certa maniera ammirato della incrollabile certezza che dimostravano.

Aveva pensato che fosse solo l’ennesima religione orientale i cui riti promettevano fortuna e prosperità, ma dopo avere discusso a lungo con quell’ebreo adesso doveva ammettere che si trattava di qualcosa di molto più pericoloso. Questi avevano davvero la convinzione che non esistesse altro Dio al di fuori del loro, che non fosse lecito passare a questo o quell’altro rito o religione. Principio filosoficamente corretto, se davvero quel loro Dio fosse stato autentico; ma pericoloso per un Impero che aveva bisogno di tutto tranne che altre lotte. E’ per questo che quell’ebreo era a Roma agli arresti, accusato di irreligiosità; per questo gli occhi acuti del suo antico allievo Nerone erano già puntati su quel gruppuscolo potenzialmente sovversivo.
E questa anche la ragione per cui le conversazioni tra loro dovevano cessare. L’Imperatore non aspettava che un pretesto per sfogare la sua antipatia verso il suo vecchio maestro. Lucio non intendeva darglielo.

Ma era facile dimenticarsene mentre si discuteva così piacevolmente. Nonostante l’accento bizzarro quel particolare cittadino romano si faceva capire bene. Certo, ne aveva di idee strane. Tipo quella su cui dibattevano ora.

“Amico mio”, disse Lucio, “la pecora malata trova in fretta il coltello del pastore, prima che infetti tutto il gregge. I mostri, i bambini nati deformi, noi li anneghiamo. Un tempo si gettavano nei dirupi, oggi è il fiume che provvede a fare sparire il debole e lo sciancato. I cumuli di immondizia ne ospitano decine ogni giorno. Per quale motivo si dovrebbe permettere che essi vivano?”

“Perché sono anche loro persone, esseri umani come te e me”, rispose l’ebreo. “Voluti da Dio. Non è lecito all’uomo uccidere innocenti per una ragione futile o senza motivo.”
“Ma il motivo esiste!” Ribatté il romano. “Separare quanto è inutile da ciò che è utile. Questo è un atto di virtù, e tu sai che per me la virtù è il bene più grande.”
“Quale virtù nell’omicidio? Quando, camminando sulle rive del Tevere, vedi quei corpicini gettati ai corvi, non ti prende la tristezza per tante vite sprecate? Sono bambini, non rifiuti; eppure sono trattati come tali.”
Lucio scosse la testa canuta. “La vita non sempre va conservata: il bene, infatti, non consiste nel vivere, ma nel vivere bene. Perciò, il saggio vivrà quanto deve, non quanto può. Osserverà dove gli toccherà vivere, con chi, in che modo e che cosa dovrà fare. Egli bada sempre alla qualità della vita, non alla lunghezza. Questi figli indesiderati muoiono per la saggezza dei loro genitori, che piuttosto che condannarli ad una esistenza infelice li sopprimono prima che sia iniziata. Se fossero dei saggi e non dei piccoli anch’essi sarebbero d’accordo.”
“E allora perché si dibattono e piangono mentre li si soffoca, o li si annega, o si sfracella loro la testa? Loro vorrebbero vivere: la tua saggezza mi sembra più un cedere al proprio comodo ed evitare una bocca in più da sfamare.”
“Eppure è proprio questa la virtù che ci è stata tramandata dai nostri antenati. La vita dei bambini è in mano ai loro padri, che ne possono disporre finché essi non divengano a loro volta uomini. Aristotele invocava leggi perché a questi mostri non fosse concesso di vivere; persino le più remote tribù dai tempi più antichi , persino i cartaginesi e fenici vostri vicini si disfano dei bambini non voluti sacrificandoli nei loro tophet. E tu vorresti cambiare questa legge? Amico mio, se questo è ciò che vorreste per Roma allora potete anche fare subito i bagagli e tornare in Giudea. Questa usanza non attecchirà mai da noi.”
“Eppure nella nostra comunità non ci si libera dei figli esponendoli, anzi, c’è chi percorre le sponde dei fiumi e le discariche per cercare di salvare qualche piccolo abbandonato, che poi alleva come proprio.”
Seneca restò senza parole. “Dite che fate così? E una volta che sarete pieni di  – come vi chiamate – cristiani deformi, chi pensi che aderirà al vostro culto?” Rise, perplesso. “Non abortire i figli, questa è la vostra modernità. Io credo che Roma resterà invece con la tradizione. Tu valuti troppo la vita. La vita non è, infatti, uno di quei beni di cui nessuno ci può privare, quelli sono solo la saggezza e la virtù; la vita è piuttosto come la ricchezza, gli onori, gli affetti: uno di quei beni, dunque, che il saggio deve essere pronto a restituire, o a togliere, quando egli lo decida in piena ragione. E che ragione ci potrebbe essere per allevare orfani senza salute e nome, a scapito della salute dello Stato, che è sommo bene?”
Si alzò in piedi. “I bambini non sono che animaletti senza ragione o dignità, immondizia che può venire gettata. Quando Roma sarà piena di gente che raccoglierà quell’immondizia e la tratterà come tesoro prezioso invece di gettarla via, allora il tuo Dio avrà vinto, e Roma non sarà più. Ma questo non accadrà mai.”.  Sospirò. “Mi ha fatto piacere discorrere con te, ma adesso temo di doverti congedare. La situazione politica si va scaldando: tanto non è bene che io sia visto in tua compagnia, quanto tu sia veduto nella mia.”
Anche l’ebreo si alzò. “E’ stato piacevole discorrere con te, anche se non sono riuscito a convincerti, almeno per il momento. Se ti va, potremmo comunque scriverci talvolta.”
“Buona idea” disse il romano.
“Vale, Lucio Anneo Seneca.  Il Signore sia con te” salutò l’ebreo.
“Vale, Saulo detto Paolo. Spero che tu venga assolto dalle accuse e possa tornare nella tua terra”
Il piccolo ebreo sorrise. “Chissà cosa ci aspetta, Lucio. Ma non è ciò che è importante. Ciò che conta è che questo nuovo modo di vivere, questo Vangelo, giunga a tutti.”
Sorrise, di quei suoi strani dolci sorrisi. “E chissà, magari anche Roma si convertirà”, lo salutò, uscendo.

L’altalena

La macchinetta del caffè scoppiettava e ronzava e un rivolo di fumante sostanza scura scendeva nel bicchiere. Gli altri colleghi erano già rientrati al lavoro; solo Furio e Massimo continuavano a discutere. nel freddo del capannone.
Furio scosse la testa sconsolato. “Non capisco, proprio non capisco. Cinque anni fa ci hanno fatto fare tutti quei benedetti corsi su creatività, “pensare fuori dalla scatola”, innovazione. Non so quanto hanno speso. Ora, domani abbiamo l’audit per la certificazione, e ci hanno fatto tracciare sulle scrivanie con il nastro adesivo colorato il riquadro esatto dove deve essere messo il portamatite e il telefono. E guai ad avere un oggetto fuori posto. Il tempo sprecato era allora o adesso?”
Massimo sogghignò. “Hanno etichettato ogni cassetto e anche i cestini della carta straccia. Ma, se è solo per questo, cinque anni fa ci avevano separato in unità indipendenti per meglio sfruttare le nostre potenzialità. Oggi ci riuniscono in modo che possiamo collaborare tra noi per sfruttare meglio le nostre potenzialità.”
Furio contemplò pensoso il bicchierino con il cosiddetto caffé. “Se è solo per questo, anche dieci anni fa, prima di separarci, ci avevano unificato. Comincia a venirmi il dubbio che tutti questi manager con le loro ricette magiche per la produttività non sappiano poi davvero ciò che stanno facendo.”
Massimo sogghignò. “O forse lo sanno benissimo. E’ che il modo migliore per vendersi e nascondere i propri fallimenti è accusare la getione precedente. Poi promettere qualcosa di nuovo, l’opposto rispetto al prima fallimentare.” Bevve un sorso del suo caffè. “E’ come l’altalena: prima si va su da una parte, poi dall’altra. Ci si bilancia.”
Furio gettò il bicchierino vuoto nella spazzatura. “E nel frattempo noi si lavora comunque, barcamenandosi tra libertà e ordine. Siamo il fulcro, il punto fermo. Qualcuno deve pur mandare avanti la baracca, no?”

Ci han detto

Seguivamo Cristo.

Ci han detto che era follia farlo, che non eravamo aggiornati e socialmente utili; era il suo esempio da seguire, cioè aiutare  le persone.

Ci siamo messi ad aiutare le persone, seguendo l’esempio di Cristo. Ci hanno impedito di aiutare, perché ci ostinavamo a chiamare male il male e bene il bene, e così discriminavamo. Pensassimo a pregare, piuttosto.

Così abbiamo pregato, ma sono venuti a fermarci: chi non crede era provocato, non rispettavamo le sue idee, e creavamo divisione. Se proprio volete pregare, ci hanno detto, non fatelo in pubblico.

Così abbiamo pregato in privato, perché non si sapesse chi eravamo. Ma ormai chi eravamo loro lo sapevano, così ci sono venuti a prendere lo stesso.

E’ solo lavoro

Ztrickx – questo il mio nome, sebbene qui con nome io intenda una cosa molto diversa dal significato che voi umani comunemente date. La mia professione, sterminatore di alieni. Faccio parte di una razza molto antica e molto longeva, <K>. Io ho tre ANNI e mezzo. Ah, qui per ANNO indico l’anno convenzionale galattico, la rotazione completa del vostro pianeta intorno al centro della galassia. Duecentoventitre milioni di rotazioni dello stesso attorno al vostro sole, anni solari, ognuno. Sono di mezza età.

Questa la presentazione, arrivo al punto.

Vi sto chiamando perché vi devo delle scuse, e delle spiegazioni.
La mia razza non è sopravvissuta così a lungo – oltre quarant’ANNI- restando seduta sui drignith. Abbiamo capito molto presto che la sola garanzia di non essere spodestati nel nostro dominio da una razza intelligente più giovane ed aggressiva è assicurarsi di avere, per così dire, l’esclusiva. Ovvero, che non esistano razze intelligenti più giovani ed aggressive. Per essere più precisi, che non esistano razza intelligenti oltre la nostra. E’ la sopravvivenza del più adatto, cioè noi. Di fronte all’estinzione non c’è da scherzare. In altre parole, facciamo in modo che ciò che ci potrebbe infastidire, incomodare, disturbare, non abbia neanche a nascere. Preferiamo farlo mentre quelle future razze superiori non sono ancora, per così dire, venute al mondo; quando non sono che embrioni di ciò che potrebbero diventare. E’ più efficiente.

Poiché siete, moderatamente, intelligenti, avrete capito dove vado a parare.

Io non so se quando questo messaggio vi raggiungerà sarete in grado di riceverlo, o di comprenderlo. Io lo sto compilando poco più di un decimo di ANNO da quel momento, vale a dire ventiseimila dei vostri anni nel vostro passato. Nell’istante in cui lo redigo state usando strumenti di pietra e vivete in capanne; dato che fate parte del gruppo funzionale hkv, è probabile che nel tempo che ci metterà ad arrivare da voi dovreste aver sviluppato un’astronomia evoluta, la conoscenza del ptom e dell’interferometria. Se l’avete fatto, mi congratulo, perché capirete cosa sto per dirvi.

E’ estremamente poco pratico viaggiare tra le stelle, sapete, così se possibile noi <K> tendiamo ad usare mezzi alternativi e il minimo sforzo per sbrigare questo genere di affari. Da molto tempo ormai abbiamo abbandonato le orde di robot divoratori, le astronavi da battaglia, i missili antimateria ed anche il lancio di buchi neri o di stelle di neutroni, troppo lenti ed imprecisi. La soluzione che per gli ultimi vent’ANNI abbiamo utilizzato per la pianificazione cosmica è quella di redirigere il getto galattico.

Ormai, credo, vi sarete accorti che l’asse di rotazione del buco nero che sta al centro della vostra galassia punta esattamente verso di voi. Vi sarete forse chiesto il perché di questa impressionante coincidenza, la cui probabilità è così bassa da <basare il povcjk>; voi direste essere più improbabile di una vincita alla lotteria. Bene, sono stato io. E’ il mio lavoro. Come vi ho detto, sterminatore di alieni, cioè voi.

Come presumo saprete, lungo quell’asse il buco nero centrale emette un fascio di radiazioni estremamente potenti, oltre che materia prossima alla velocità della luce. Quando lo guardate state sbirciando direttamente dentro il buco della canna di un cannone puntato alla vostra testa. Se l’ho orientato esattamente, e se mi state ascoltando è così, Il fascio di cui vi parlavo dovrebbe raggiungervi con i suoi primi effetti poco dopo questa mia comunicazione. Semplice, pulito, economico. Non c’è modo, ormai, di fermare il vostro fato, l’operazione è stata decisa ed eseguita ventiseimila anni nel vostro passato. Non dobbiamo neanche vedervi morire.
Qualcuno potrebbe dire che sono un tiratore scelto, un cecchino che fa fuoco con la sua arma nel punto dove passerete di qui a duecentosessanta dei vostri secoli. Io preferisco considerarmi un dottore, un chirurgo che elimina dei grumi di materia che per errore potrebbero un giorno diventare senzienti. Lo so che adesso, o quando vi raggiungerà questo mio messaggio, siete come bambini nei nostri confronti; ma rimanete una possibile minaccia al nostro quieto vivere. E cosa c’è di più prezioso?

Non è la prima volta che il vostro pianeta è sottoposto alla nostra attenzione. La vita che alberga lì da voi è particolarmente resistente, poiché i precedenti interventi, poco più di un ANNO fa, hanno avuto un successo solo parziale. La civiltà che ospitava allora il vostro pianeta, di cui non so neanche se conosciate l’esistenza, è stata obliterata, ma alcuni organismi sono sopravvissuti all’estinzione di massa e hanno dato origine a voi. Per tale motivo sarà mia cura stavolta mantenere l’asse del buco nero orientato verso di voi per almeno un centomillesimo di ANNO, in modo da essere sicuri stavolta di sterilizzare completamente il vostro sistema solare.

Poiché è assurdo che abbiate già potuto sviluppare il cvughzum o la tecnologia del salto ptybach, ciò sarà certamente fatale per la vostra civiltà e la vostra stessa esistenza. Qualcuno lo potrebbe chiamare genocidio, noi preferiamo usare termini meno emotivi, come interruzione di evoluzione o raschiamento planetario. Soffrirete pochissimo, e spero concorderete con me come questa operazione sia inevitabile. In fondo, non potete essere definiti davvero senzienti. Sono spiacente, e onorato di avere diviso l’universo con voi, sia pure per così poco tempo.

Colgo l’occasione per farvi le mie condoglianze, sperando non me ne vogliate. E’ solo lavoro.
Distinti saluti, vostro
Ztrickx

I malanni di Malacoda – Smartworking

Il demone Libicocco si fermò all’ingresso della fumarola. “Malacoda, ehi, Malacoda? Sei in casa? Oggi qui nella bolgia c’è un tempo disgustoso, vieni con me ai laghi di pece a pescare un po’ di dannati?”
Da dietro il vapore bollente si udì un grugnito. “Per briffare avresti dovuto schedularmi l’agenda. Perché non mi hai mandato un outlook asap per bloccare lo slot?”
Libicocco parlava mille linguaggi umani, ma questo gli era ignoto. “Eh?”
“Avresti dovuto dirmelo prima! Non posso! Devo lavorare!”
Libicocco posò la canna da pesca con gli uncini. “Lavorare? Vuoi dire che devi andare dall’anima che stai cercando di dannare su nel mondo degli uomini?”
Malacoda sporse la testa da sopra le nuvole di zolfo. “No. Ora lavoro da casa. Gli arcidemoni hanno approvato l’iniziativa in via sperimentale, sai, per tagliare i costi di trasferta. Lo chiamano smartworking.”
Libicocco si occupava della manutenzione dei pozzi bollenti nell’ottavo cerchio, e si mostrò stupito. “E come fai? Il tuo compito non è dannare gli esseri umani? Suscitare vizi, suggerire peccati e via tentando?”
Malacoda agitò la coda. “Infatti. E’ ancora così, ma adesso opero via internet.”
“Che io sia beato!” Esclamò il diavolo. “Sono curioso di sapere come.”
“Guarda, ho appena finito di postare su ottomila gruppi Uattsapp. Filmati di gattini da cinquanta mega con su scritto ‘da vedere assolutamente’, massime mistiche pseudoorientaleggianti, immagini porno, vecchi meme blasfemi… l’importante non è cosa, ma che facciano diventare più idioti oppure perdere la pazienza.”
“Geniale! Ma non ti sgamano?”
“No, io sono sempre il partecipante di cui non ti ricordi il nome, quello che compare solo con il numero di telefono”.
Libicocco ripensò ad alcun gruppi di cui faceva parte, e capì molte cose.
“Ma questa è solo una delle attività”, proseguì Malacoda. “Faccio laggare o cadere il collegamento nei videogame online, il che mi procura sempre una buona messe di bestemmioni. Mando catene di zantantonio e promozioni farlocche. Faccio in modo che i popup pubblicitari siano i più inopportuni possibile, che so, siti di appuntamenti sui blog di suore di clausura e crociere gay sulle pagine degli arcivescovadi. Faccio anche un bel po’ di trollaggio nei siti cattolici, ma i colleghi umani nelle chat mi rimproverano che sono troppo buono.”
“Molto interessante. Deve essere divertente mandare fuori dai gangheri tutti quei santarellini.”
“Oh, dopo un poco ti ci abitui. Ho un sacco da fare. Spezzare link negli help della Microzoft, mandare in giro programmi malfunzionanti con errori incomprensibili… c’è anche da dire che non mi manca l’assistenza tecnica, qui sotto è pieno di programmatori dannati che farebbero qualsiasi cosa pur di mettere ancora le mani su una tastiera. Il bello è che gli umani hanno bisogno di pochissimo incoraggiamento per dare il peggio di loro. E’ come se quello che è virtuale non sporcasse l’anima come il reale”. Ridacchiò. “Sapessero quanto si sbagliano!”
Libicocco sospirò. “Un poco ti invidio, e mi sento già meglio per questo. Però, scusa, non riesci a staccare neanche un attimo? ti vedo abbastanza stressato…”
Malacoda digrignò le zanne. “E’ per colpa del wi-fi. Continua a scollegarsi. E’ mai possibile che in quest’inferno non si riesca ad avere una connessione decente?”

Le storie di San Randazio: la ragazza senza amore

La canonica era fredda, in quel marzo così bizzoso. Fra’ Randazio aveva terminato di celebrare la Messa e si stava togliendo i paramenti, quando adocchiò il naso rincagnato della Sereni. E se c’era la Sereni, non poteva non esserci un qualche guaio con la piccola Elisabetta, di cui il donnone era la balia.
Fece un cenno alla donna per far vedere che aveva capito. Randazio richiuse il massiccio armadio, sospirò e si apprestò a rientrare in chiesa.
Come aveva previsto, accanto alla sagoma ursina della Sereni c’era la molto più esile Elisabetta Degli Ardenti. Il frate non poteva fare a meno di pensare che il carattere incendiario della ragazza l’avesse ereditato con il cognome. Una bella anima, ma non certo delle più tranquille.

Le due donne l’accolsero con un inchino. “Non me lo dire: il tuo padrone vuole che mi adoperi ancora una volta nella direzione spirituale per la sua figliuola” disse Randazio avvicinandosi alla coppia.
“Lei è proprio sveglio, Padre” replicò la Sereni. “Questa matta qui ha avuto ancora da dire con il babbo suo. E’ la disperazione della sua famiglia”.
Randazio ridacchiò. “Meglio una testa in ebollizione che nessuna testa”. Agitò la mano. “Via, al fondo della chiesa, o fatti un giro: te la mando quando abbiamo finito di parlare.”
Attese che la matrona si fosse allontanata, poi fece segno alla ragazza di sedersi. Due occhi verdi e vivi, un ciuffo di capelli che sfuggiva alla fascia e attraversava il viso come la banda di un capitano di ventura. “Allora, cosa è successo stavolta?”
“Padre, non ce la faccio più. Proprio in questa famiglia dovevo nascere? Mi sento prigioniera. Lei dice sempre che siamo liberi, ma per me non è vero. Non sono libera. E ho paura, paura di sprecare la mia vita. Vengo continuamente sgridata: dai miei istitutori, dalla mia balia, dai miei genitori, dalle mie amiche. Tutte dicono come dovrei comportarmi, e mi prendono in giro. Alcune sono anche crudeli. Ma io non sono fatta come loro vorrebbero che fossi. Mi dica, Padre, sono sbagliata? Devo smettere di desiderare e fare come tutte loro?” Parlava con passione, e aveva gli occhi umidi. “Mi dica lei, mi dica lei, che ha scelto di seguire una regola così stretta eppure sembra felice… come si fa a smettere di desiderare?”
Randazio la guardò, commosso. “No, non sei sbagliata. Ma stai sbagliando quando chiedi come si fa a smettere di desiderare. Piuttosto, l’opposto: tu desideri troppo poco.”
Elisabetta lo guardò stupita. “Come, poco? Ma se non fanno che rimproverarmi che ho la testa tra le nuvole!”
“Esattamente! Nelle nubi non si vede niente. Tu ti fermi alle nuvole, ma la tua testa dovrebbe stare ancora più su, nel cielo. Tu dici che hai paura: ma hai paura perché non sei libera e non sei libera perché hai paura. Ascolta, ti racconto una storia, così magari mi faccio capire meglio.”
Randazio raccolse le idee, e cominciò.
“Immaginati una ragazza, diciamo della tua età. Vede le sue amiche ciarlare contente, perché vanno a maritarsi, e sente pena per loro. Sente pena perché le conosce: ci sono quelle il cui sposo lo ha deciso la famiglia, per la sua ricchezza e la sua posizione; ci sono quelle che il marito se lo sono scelto, ma per lussuria o per gioco, il primo che si è loro proposto, e domani si daranno ad un altro.” Un certo rossore soffuse le guance della ragazza, e Randazio soggiunse ” E non mi dire che non sono cotali i discorsi usuali che si fanno tra voi fanciulle, perché di confessioni ne ho ascoltate anche troppe”.
Il frate proseguì. “Questa ragazza si sente triste e angosciata, perché vede che tutti quegli sposi non sono degni. Ma sente non degni gli altri poiché lei stessa si sa non degna.”
“Perché non è degna?” Domandò Elisabetta.
“Perché usa bene la ragione” Rispose Randazio.
“Ma come? Chi usa bene la ragione non è persona degna?”
“No, chi usa bene la ragione sa di non essere degna; chi la usa male si illude di esserlo, o non ne vede problema.”
Isabella si quietò, perplessa. Randazio continuò.
“Questa donnina si sente sempre più esclusa, sempre più sola, sempre meno libera. Vorrebbe fuggire. Un giorno va ad una festa importante, data dal Signore della sua città. Si annoia perché vede solo persone vuote; eppure c’è qualcuno che le piace, il figlio stesso del Signore. E’ un bel giovane, ardimentoso, intelligente e sensibile, e tutte le sue amiche lo sospirano. Lei, che non si sente bella come loro, come può sperare di competere con queste? E così si ritira sul balcone. Ma ecco che la porta si apre, ed è proprio il figlio del Signore, che le si avvicina e le dice “Senti, tu non mi conosci, ma è tanto che ti osservo. Questa festa l’ho data per poterti incontrare. Tu non sei come le altre. Mi hai colpito il cuore. Vorresti fidanzarti con me?”
“Oh”, disse Elisabetta.
“Proprio quello che dice la ragazza. Messere, risponde, vi mi fate onore, ma non sono una vostra pari. Come posso meritarvi? E lui replica, non occorre che mi meritiate, perché io vi voglio così come siete; e non preoccupatevi se non siete mia pari, perché io vi faccio tale, e sfiderò chiunque si opponga; perché per il vostro amore sono disposto anche a morire.”
Randazio si chinò verso Elisabetta, quasi bisbigliando. “Come pensate che tornerà a casa quella ragazza, quella sera? Con che spirito pensate che ascolterà i rimproveri e i rimbrotti di coloro che le stanno attorno? Con che viso affronterà le malelingue delle sua amiche? Dirà loro, parlate, parlate, ma niente mi può toccare, niente mi può far male; non mi importa di quello che dite, sono libera da tutto, perché lui mi ama. E come affronterà poi i compiti di ogni giorno, come si comporterà in pubblico, come prenderà i suoi doveri? Cercherà di farli al meglio, cercherà di essere migliore, perfetta, per essere degna di lui; anche se lui non lo richiede, lei vuole esserlo.”
Il frate si rilassò sul sedile. “Allora Elisabetta, cosa è che rende libera quella ragazza?”
“Un amore”, lei rispose. “Un amore così grande che non se lo aspettava”.
“Bravissima. Non è cambiato il mondo attorno a lei, ma è cambiata lei, perché c’è qualcuno che le vuole bene in modo totale.”
Randazio aggiunse, a bassa voce: “Capisci adesso perché sono felice, perché la mia regola non mi pesa, anzi? Perché sono libero. Perché la Verità mi ama. E ama anche te.”

La Sereni, accompagnando Elisabetta verso casa, non poté fare a meno di notare come la fanciulla fosse ora obbediente, cortese, il viso disteso e sorridente, trasformata rispetto a poco prima. Con queste ragazzine non puoi mai sapere, si disse, cambiano di umore come questo marzo pazzerello. Guarda come pare libera e felice, ora. Sembra innamorata.

Il quarto mago

Il sacerdote chiuse la porta della chiesa. La messa dell’Epifania era appena terminata, e i pochi fedeli erano già scomparsi diretti verso le loro case. “Sempre meno gente”, borbottò.
Un’ombra si mosse dietro il pesante portale, e lui ebbe un sussulto. Forse uno degli zingari che stazionavano all’ingresso che si attardava per estorcere l’usuale obolo? No, invece: un anziano ben vestito, il viso percorso da una fitta rete di rughe. Un parrocchiano? Il volto non gli era noto. “Buonasera”, salutò.
Il vecchio fece un passo avanti. “Buonasera. Buona Santa Epifania del Signore”, rispose.
Ah, uno di quelli, si disse il prete.
L’anziano riprese, con una voce che sembrava più giovane dei suoi anni: “Vorrei un chiarimento sull’omelia di stasera”. Fece una pausa, come raccogliendo le idee. “Se ho capito bene, lei sostiene che l’episodio dei Magi non è accaduto davvero ma è mitico, dato che lo racconta un solo Vangelo; che in realtà non erano in tre ma probabilmente una carovana di migranti in cerca di opportunità; che il termine esatto non è magi ma maghi, che la parola indicava dei ciarlatani, e che erano comunque degli sprovveduti perché persero la stella e sbagliarono andando a Gerusalemme da un assassino, Erode, anziché a Betlemme. Ho riassunto bene il suo pensiero?”
“Beh, direi che ha ascoltato l’omelia”, replicò il sacerdote, cautamente.
Il vecchio si fermò ancora, come raccogliendo le idee. Poi continuò. “Il termine può indicare anche ciarlatani nel senso in cui anche oggi un mago lo può essere. In realtà significava astrologi, una professione rispettata in quel tempo in cui conoscere il movimento dei pianeti e delle costellazioni era gran parte dell’astronomia. Quei nobili sapienti, perché lo erano, videro nei cieli due particolari congiunzioni a distanza di poco tempo, molto rare, le quali indicavano la nascita di un grande re in Giudea. Un segno potente e inequivocabile. Non dovevano credere a quello che era tutta la loro scienza? Si consultarono e si scambiarono pareri per lettera dai loro paesi, e infine decisero di trovarsi insieme per andare ad omaggiare quel re che le stelle predicevano. Non conoscevano le Scritture ebraiche, allora, se no si sarebbero recati subito a Betlemme; pensavano, come tutti, che un re non potesse nascere che in una famiglia regale, un loro pari.”
Fece una pausa. “Ma si sbagliavano. Quando videro il bambino, la piccola casa, quella famiglia di artigiani, dapprima pensarono di essersi ingannati. Ma poi… credettero. Capirono. Quasi tutti.”
Fissò il sacerdote. “Su una sola cosa non si è sbagliato. Non erano in tre, quegli antichi sapienti. Erano quattro. il quarto mago – sa, era anche lui un re, a suo modo – era molto più sapiente degli altri. Aveva particolari conoscenze segrete, e queste lo avevano reso troppo orgoglioso. Fu lui a consigliare gli altri di cercare Erode. Ma, arrivato a Betlemme, non poté credere che quel bambino fosse più di quello che sembrava, un uomo. Si rifiutò di dargli i regali che aveva preparato. E se ne andò via.” Strofinò i piedi per terra, come assorto in distanti ricordi. “I doni degli altri servirono per finanziare la fuga di quella famiglia fino in Egitto. I suoi se li tenne. Era venuto per conquistarsi i favori di un dominatore della Terra, che senso avrebbe avuto sprecarli così? Così adesso è ancora lì che cerca, che aspetta il ritorno di quel bambino, per potere correggere l’errore di allora. Per dargli quello che gli era dovuto.” Le mani nelle tasche del cappotto rovistarono un attimo, come per sincerarsi della presenza di qualcosa. Guardò direttamente negli occhi il sacerdote, che era rimasto immobile, stupito. “Sa qual è il suo problema? Quei re, quei magi videro un segno reale, e si mossero per cercare un sovrano reale per fede in quel segno. Lei pensa che la loro sia una solo una storia, si immagina che le cose accadano secondo il suo pensiero. E quindi non si muove verso quel bambino, a cui non crede davvero. Come quel quarto mago, lei pensa di sapere, e si perde ciò che è vero e che avrebbe solo bisogno di essere guardato per essere capito.”
Il prete a quelle parole si incupì, si riscosse. “Ma che dice? Si può sapere che vuole? Chi è lei?”
Ma il vecchio si era già voltato e si allontanava nell’oscurità. Alzò solo un attimo la testa verso le stelle che cominciavano a brillare nella notte limpida, come cercando qualcosa, sembrò averlo trovato, poi sospirò, voltò l’angolo e scomparve.
Anche il prete guardò verso le stelle, ma non vide niente.

Demolizione

Cominciò una mattina qualsiasi.
“Guarda, stanno demolendo la fabbrica a fianco”.
Era vero. Le ganasce di escavatori immensi, più simili a dinosauri che a macchinari, stavano facendo a pezzi l’edificio industriale oltre la via.
Artigliavano una lamiera e la strappavano, quasi a morsi, dal cemento e dalle travi; poi si giravano e lo sputavano in un cumulo di detriti che somigliavano alle ossa di qualche enorme bestia.
Era uno spettacolo a suo modo grandioso, e forse anche un po’ triste.
Continuò per tutta la settimana e poi ancora. Il livellarsi delle vecchie mura rivelò alle spalle panorami mai veduti. Alberi, montagne, altri edifici. E la demolizione continuava: uno dopo l’altro, i fabbricati cadevano sotto i denti d’acciaio dei mezzi meccanici.
Di tanto in tanto un boato sordo accompagnava la caduta di un macchinario, di un pavimento, di una struttura particolarmente pesante. Si levava una nuvola bianca simile a fumo, come un ultimo respiro.
Ci si abituò anche a quello.
L’area distrutta si ampliava. “Guarda, demoliscono anche lì”, disse qualcuno. Il lungo braccio di pistoni e cesoie giganti aveva abbrancato un altro tetto.
Escavatori più piccoli frugavano tra le macerie simili a costole di titani. Autocarri carichi di mattoni e cemento e vetri frantumati sciamavano dai cantieri come mosche su un cadavere in putrefazione.
La linea dell’orizzonte cambiava in continuazione. La caduta di una struttura ne rivelava un’altra, che nel giro di alcuni giorni veniva anch’essa rimossa.
L’attività andava avanti dalla mattina presto fino al buio, e talvolta si lavorava anche alla luce delle fotoelettriche. Non la si osservava neanche più, vuoi per abitudine, vuoi per disagio. Si arrivava, ci si guardava attorno, e si vedeva che si stava entrando in un fabbricato sempre più solitario, isolato in mezzo ad una desolazione in continua espansione.
Poi, in un’altra mattina qualsiasi, ai cancelli trovammo le ruspe.

Au secours

“Non troverò mai una ragazza da sposare” disse il giovane con il corsetto di cuoio e il mantello, sorseggiando mesto uno spritz.
Il barista corrugò le folte sopracciglia. “Ma cosa stai dicendo? Sei un principe, accidenti! Sai quante ce ne sono là fuori di principesse in tua attesa?”
Il principe ridacchiò amaramente. “Una volta, forse. Adesso i tempi sono cambiati.” Cominciò a tormentare con un dito l’ombrellino del bicchiere. L’unghia era smangiata. “Hai presente la ragazza di cui hanno parlato i telegiornali, quella che ha addentato la mela avvelenata, dentro una bara di cristallo nella foresta?”
“Eh, certo. Ho visto le foto, una gran pupa, anche se le preferisco più abbronzate. Non ti va bene? Un bacio dovrebbe…”
“Un bacio? Se va bene? Manco sono riuscito ad avvicinarmi. Una folla di nani ha minacciato di denunciarmi per molestie sessuali se avessi anche solo provato a sfiorarla. Tentata violenza carnale su persona inconscia, che è pure aggravante, e poi necrofilia e cose del genere.”
“Nani? Maschi o femmine?”
“E chi li sa distinguere? Tu oseresti chiederlo? Si rischia la galera anche per quello. Comunque sembravano abbastanza isteriche.”
“Suvvia, ci saranno bene altre principesse…”
“Oh, come no. Quell’altra addormentata nella fortezza circondata dai rovi, che dicono sia una bel pezzo di figliola. Mi sono fatto un mazzo tanto per arrivarci, mi hanno visto mentre tentavo di baciarla e mi sono beccato una querela per atti di libidine non consensuali e violenza. E questo è niente. Sai la tizia con i capelli chilometrici nella torre? Una denuncia per stalking mi ha fruttato, l’avere cercato di arrampicarmi. Anche solo sfiorare i capelli è reato. Per non parlare di quella zozzona che se andava in giro con le scarpe di cristallo e la carrozza di zucca. La matrigna ha fatto emettere dal tribunale l’ingiunzione di tenermi almeno a cinque chilometri di distanza. Sembra sia anche minorenne, se faccio tanto di ballare con lei mi becco la galera a vita.”
Il barista si grattò la testa. “Mi stai dicendo che non c’è più nessuna ragazza che vuole essere salvata da un principe?!”
Il ragazzo buttò giù l’ultimo sorso di aperitivo. “Che vuoi che ti dica. Magari ci sono anche. Sai, una ragazza tosta che sappia badare a se stessa non è che mi farebbe schifo. Ma hai presente quella della bara di cristallo? Marcirà lì, come quella addormentata nel castello. Chissà se lasceranno avvicinare qualcuno almeno alle loro mummie, o aspetteranno che siano diventate ossa. E la servetta con la mania della disco, chi la salverà dal lavoro minorile e dallo sfruttamento famigliare? Chi potrà entrare nella torre di quell’altra e portarla via, se i capelli sono il solo ascensore e guai a toccarli?”
Posò il bicchiere sul bancone. “Sai qual è il problema? Che qualcuno ha deciso che ci si può salvare da soli. Ma questo non riescono a farlo nemmeno i principi addestrati come me, figurarsi i deboli e le ragazzine, fossero pure principesse”.
Estrasse dalla tasca il portafoglio. “Mi viene il sospetto che questa storia sia stata messa in giro dai furbi, dai potenti, dai malvagi insomma, da quelli che hanno tutto l’interesse che nessuno salvi gente da loro. Perché così loro si conservano il potere.” Gettò una manciata di monete sul bancone, e fece per uscire. Sulla soglia si voltò e guardando il barista disse “Ma questa sarebbe solo una brutta favola senza lieto fine.”

Fuori programma

La finestra di errore compare ancora una volta sullo schermo, un quadrato luminoso nel buio dell’ufficio silenzioso. L’ingegnere solleva la testa e sbuffa. “Di nuovo. A questo punto deve essere una dll di sistema che va in conflitto con la codepage.”
L’informatico si gratta la testa. “Non riusciamo a fare il debug a quel livello. E’ una sola maledetta macchina in Argentina che ha quel problema. Io direi che possiamo buttare giù un workaround e chiuderla lì. E’ impossibile scrivere un codice che tenga conto di ogni possibile situazione in giro per il mondo.”
L’ingegnere guarda pensoso lo schermo. “Impossibile, dici?” Si accomoda meglio sulla poltroncina, poi comincia a parlare lentamente.
“Sto divagando. Facciamo un’ipotesi. Tu hai un determinato compito estramemente complesso che devi svolgere. Non qualcosa che puoi risolvere con poche routine e istruzioni, ma molto più complicato, che significa avere a che fare con tantissime situazioni differenti. Ammettiamo che tu abbia un potere di programmazione illimitato. Che genere di codice scrivi?”
L’informatico guarda il suo collega. “Illimitato , dici? Sicuramente quello che potremmo chiamare un programma esperto. Uno che possa apprendere dalle circostanze ed applicare le regole, ed essere tuttavia abbastanza flessibile da sapere reagire agli imprevisti. Insomma una intelligenza simulata, una intelligenza artificiale. Di quelle che non abbiamo ancora.”
L’ingegnere si gratta la barba. “Hai detto che dovrebbe prendere decisioni riguardo ad imprevisti. Questo signifca che dovrebbe avere un grado di libertà sulle decisioni. Un arbitrio.”
“Uhmm… tu stai parlando di libero arbitrio, vero? Ovvero, assumi che, di fronte ad un problema complesso, potrebbe anche non prendere la decisione che noi programmatori ci aspetteremmo. Ma non dimenticare che, essendo un programma, le sue decisioni sarebbero sempre deterministiche, cioè dettate dalle istruzioni. Anche se” aggiunge l’informatico guardando lo schermo “certe volte sembra che abbiamo a che fare con spiriti e magia, e che ogni computer si comporti in modo differente”
“Ah, lo spirito nella macchina…Prima hai parlato di quelle intelligenze artificiali ‘che non abbiamo ancora’. Non è possibile che ciò sia perché i nostri algoritmi decisionali sono ancora troppo semplici, troppo deterministici? Che se però passiamo agli atomi, ai quanti, all’indeterminazione connessa con il mondo subatomico, allora anche le decisioni cessino di essere prevedibili? Proprio perché poggiano su uno strato che non è più deterministico.”
L’informatico appoggia un gomito sulla tastier, guardando il suo interlocutore. “In pratica stai suggerendo che il libero arbitrio si basa sul fatto che le strutture fisiche profonde del pensiero non sono meccaniche ma indeterminate?”
“Esatto. Facciamo un altro passo: pensa se tu dovessi progettare un universo virtuale. Ne stabiliresti le leggi, all’interno dello spazio di simulazione. Come faresti in modo da implementare queste leggi?”
“Creerei dei programmi che lo facessero.”
“E questo programmi sarebbero per forza di cose estremamente complessi, e non necessariamente legati alla struttura della simulazione, giusto?”
“Giusto.”
“Ovvero, se vedi la tua simulazione come il creare un mondo “materiale”, questi programmi sarebbero a livello “spirituale”, in quanto di ordine superiore a ciò che amministrano, giusto?”
L’informatico inclina la testa e guarda l’ingegnere con sospetto. “A che stai tentando di giungere?”
“Ci arrivo subito. Programmi molto complessi, abbiamo detto prima, hanno bisogno di libertà per prendere le loro decisioni in modo efficiente di fronte all’imprevedibile. Potrebbero persino arrivare a decisioni differenti da quelle auspicate dal loro creatore, in una certa maniera ribellarsi…”
“Mi sa che ti stai allargando troppo. Pensi a robot assassini?” sogghigna l’informatico.
“No, penso agli angeli.”
“Angeli?” Sbotta l’informatico, spalancando gli occhi.
L’ingegnere va aventi, accompagnando le sue parole con gesti delle mani. “I programmi sono parole del programmatore che implementano il suo volere. Gli angeli sono parole di Dio che implementano il Suo volere. “E Dio disse”… Se davvero Dio crea la realtà, ogni particella elementare, ogni organismo, ogni entità obbedisce a delle parole, a dei programmi, che lo fanno esistere. Un angelo è un programma divino che trasferisce la volontà del Capo Programmatore, cioè Dio, alle sue creature: dalla routine banale per le particelle fino a quelle ultracomplesse… ciò di cui parlavamo. Per avere a che fare con una entità di alto livello come un uomo, un programma dovrebbe essere una vera e propria intelligenza artificiale. L’angelo custode…”
“…E gli arcangeli sarebbero i progetti realmente complessi, che gestiscono, che so, la luce…” interviene l’informatico. “Tanto complessi che hanno la possibilità anche di ribellarsi. E’ questo ciò a cui pensavi? L’equivalenza tra la Parola di Dio e le parole, le istruzioni, dei programmi?”
“Proprio così”, assente l’ingeggnere.
“Quindi asserisci che in qualche maniera il ribellarsi al programmatore, cioè il male, o almeno la sua possibilità, sarebbe ineliminabile dalla gestione stessa?”
“Forse. E’ solo un paragone, eh.”
L’informatico colpisce il tavolo con il pugno. “Proviamo a spingerci più in là: e, se per mettere ordine nella sua creazione, salvare per così dire il suo lavoro, eliminare i bachi, il programmatore stesso decidesse di intervenire non tramite programmi, ma di persona? Che diresti?”
L’ingegnere guarda l’orologio. “Direi che è ora di smettere il debug e andare a casa…”

Ciò che conosciamo

“Le cose di cui siamo più certi sono proprio quelle che conosciamo di meno”, disse Vania.

Alexei rise. “Non mi pare così vero. La cosa più certa che conosco è che domani il sole sorgerà, e ti posso spiegare perfettamente come questo accadrà.”
Vania accarezzò con le dita il bordo del bicchiere. “Certo, non dubito che tu mi possa descrivere minuziosamente come sorgerà il sole. Ma sai anche dirmi perché accadrà?”
Alexei gonfiò il petto per rispondere, poi ci ripensò. Sopra di loro, la luna macchiava di bianco la notte.

Ingiusto

Chiuse gli occhi. Stava per morire, comprese. Quanto era ingiusto! Aveva trafficato tutta la vita, ma tutti i suoi soldi e la notorietà non erano bastate a comprargli neanche un giorno in più di vita. E adesso? Era vero quello che dicevano i preti? Che non importava quello che avevi fatto, tanto Dio era misericordioso…
“Ehm”, udì, non con le orecchie.
In mezzo al buio dei suoi occhi chiusi galleggiava una figura vagamente luminosa. Era un ometto un po’ sovrappeso, con i capelli candidi, che indossava un camicione bianco. Aveva l’impressione di averlo già visto da qualche parte, ma…
“Le cose non stanno proprio così” disse l’ometto. “Misericordia, d’accordo, ma se vuoi il perdono devi chiederlo. E devi farlo in fretta, dato che ti rimangono circa otto decimi di secondo di vita.”
“Scusi, ma non ci siamo già visti…”
L’ometto sventolò una mano. “Oh, sono solo una antropomorfizzazione. Una proiezione dei ricordi. Qualche pellicola, probabilmente.”
“Ma certo! Clarence! Quel vecchio film con…!”
“Non ha importanza adesso” lo interruppe l’ometto, con urgenza. “mancano solo sette decimi e mezzo, e tu hai un dossier spesso così, quindi è proprio il caso che cominci…”
“Uh, quanta fretta! Ma non è proprio il caso. Sei fuori tempo massimo, caro.”
Una seconda figura si era unita alla prima. Indossava un giubbotto di pelle e fumava una sigaretta. “Ehi, ma tu sei James Dean!”
James Dean ridacchiò. “In realtà, no. Sono come tu immagini la vera figaggine. E sono qui per avvertirti di non fare l’ultimo sbaglio della tua vita.”
“E sarebbe?”
“Chiedere perdono.” la sigaretta gli penzolava dall’angolo della bocca. “Sii serio, quando mai l’hai fatto? Se se arrivato dove sei arrivato è anche grazie al fatto che tutte le volte che hai chiesto scusa era per metterla meglio nel culo agli altri.”
“Linguaggio!” l’apostrofò Clarence, corrugando la fronte.
“Fottiti”, rispose Dean. Ammiccò. “Che è esattamente la parola che ha accompagnato la vita del nostro amico qui. E tu, bel bastardo, dovresti saperlo meglio di chiunque altro.”
“E’ vero”, ammise il morente. “Ora che mi succederà, quindi?”
“Se ti pentirai adeguamente, puoi ancora avere un posto a tavola con i santi…” cominciò Clarence.
“Sai che palle”, disse il simulacro di James Dean. “Se vuoi i personaggi davvero interessanti, dovresti provare la nostra di tavola.” E cominciò a snocciolare una serie di nomi impressionante, uno dopo l’altro. Attori, musicisti, scrittori, ecclesiastici, politici…
“Dici davvero? Anche il Presidente?” chiese il morente.
Dean annuì. “E non solo. Se vuoi come compagnia  il meglio dell’ultimo secolo, è con noi che devi venire. Tutti quei vip per un invito dai quali avresti fatto qualsiasi cosa saranno lì accanto a te per tutto il tempo che vuoi!”
“E cosa dovrei fare per…”
“Assolutamente niente”. Scosse la cenere dalla sigaretta, che però non sembrava per niente più corta di prima. “Devi solo continuare come hai sempre fatto. E’ una questione di scelte, e sono sicuro che tu, che non hai mai perso un’opportunità, continuerai a scegliere come hai fatto in vita. Di cui ti rimangono sei millisecondi, tra l’altro”
Clarence intervenne, quasi con le lacrime agli occhi. “Non lo ascoltare! E l’eterna sofferenza che ti aspetta! Non è meglio ritrovare quell’amore che talvolta hai provato…”
“Gong! Tempo scaduto! Hai perso un’altra volta, angelino. Niente ali per te. Quante volte sei riuscito a rovesciare il verdetto, caro mio? Ormai dovresti saperlo: in morte come in vita. Bye bye caro, alla prossima anima.”
Clarence svanì. “Sono morto?” chiese l’anima.
“Morto, defunto, kaputt”, rispose Dean, strizzando gli occhi. “Benvenuto nel Capra Club”.
“Quindi non saremo tutti quanti assieme, noi defunti, qualsiasi cosa abbiamo fatto…”
“Ci mancherebbe! E chi vuole passare l’eternità con gente allegra e beata! Tu stai bene con noi, gli incazzosi, i maldicenti, gli scontenti, gli odiosi. Quelli che fanno come vogliono. Tutti come te, è il tuo posto. Chissà, magari pure gli amichetti di Clarence si sarebbero incazzati a vederti lì con loro dopo la merda che gli hai fatto mangiare in vita”. Dean tirò una boccata dalla sigaretta. “Io e il tuo mancato custode siamo opposti, ma una cosa condividiamo: abbiamo tutti e due un nostro senso di giustizia.”
“Ma non c’era quella cosa che gli operai dell’ultima ora saranno pagati come quelli della prima?”
“Sì, ma occorre avere lavorato, non avere mandato affanculo chi ti chiedeva di farlo. Come, per inciso, hai fatto un attimo fa con Clarence.”
“Capisco”, disse l’anima. “Ma almeno adesso starò a tavola con tutta quella gente che hai elencato. Mangerò con loro…”
“A tavola, sì. Ma chi ha detto che tu e loro mangerete?”, sogghignò James Dean.

Viabilità

“Allora, Fedele, ci vediamo alla festa stasera? Hai l’indirizzo?”
“Sì, non ti preoccupare. Non è cambiato, vero? Quel posto vicino alla chiesa.”
“Uhm… sì, è sempre è lo stesso, ma adesso devi fare attenzione alla viabilità.”
“Se non ricordo male avevi detto che la strada era piuttosto stretta.”
“Non è solo quello. La via è la medesima, ma pare che abbiano cambiato i sensi di marcia. Prima erano a senso unico in una direzione, ora sono nell’altra; hanno tolto i limiti di velocità, le precedenze e gli stop, negli incroci e nelle curve pericolose; c’erano dei divieti di accesso che sono stati aboliti, ma senza molto criterio, per cui adesso rischi di imboccare vie che finiscono nel nulla.”
“Ci saranno indicazioni, spero.”
“Non così tante. Più che altro sono ambigue, un po’ dicono una cosa, un po’ un’altra. Ti accorgi di avere sbagliato solo quando è tardi, perché continui a credere che vada tutto bene. Parte della segnaletica è stata rimossa, alcuni segnali si contraddicono. Sei lasciato un poco a te stesso.”
“Ma che fa l’amministrazione?”
“Neanche l’assessore alle strade si esprime in merito, e nei vigili urbani ci sono stati parecchi licenziamenti ma i nuovi assunti non sembrano molto capaci. So che anche alcuni di loro avevano espresso dubbi, sai, prima le contravvenzioni non erano negoziabili e ora invece più nessuno paga; ma pare che finora non abbiano avuto risposta.”
“Non ha molto senso. Non dovrebbe essere competenza dell’amministrazione facilitare il traffico, evitando che ci si infili in strade senza uscita?”
“Che vuoi, è il nuovo corso. Dicono che così vuole la gente, che occorre adeguarsi, che le regole sono superflue e nessuno le vuole. Sembrano essere convinti che le persone regoleranno la velocità e troveranno la strada per conto loro, ma per ora sono aumentati solo gli incidenti. E poi c’è questa voce.”
“Quale voce?”
“Che un parente dell’assessore possieda uno sfasciacarrozze…”