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Ai piedi della collina

I combattimenti erano calati di intensità. Erano ormai settimane che non sentivamo più i proiettili fischiare sopra le nostre teste.
“Si saranno stufati”, mi diceva Marco strizzandomi l’occhio. Anche il martellio distante dei pezzi d’artiglieria era ridotto quasi a niente, un boato di tanto in tanto, come per ricordarci che eravamo pur sempre in guerra. Le mimetiche rossicce del nemico si intravedevano ancora, però: lassù, in cima alla collina che tante volte avevamo provato a conquistare.
“Credo che ci siano trattative in corso”, aveva asserito Marco. “E che trattative ci possono essere, con loro?” Avevo domandato. “Siamo cresciuti esaminando e discutendo i loro errori. Abbiamo giurato che mai e poi mai li avremmo seguiti. Che le loro menzogne imperialiste e terroriste su noi non avrebbero mai fatto presa…cosa c’è ancora da discutere? Oltretutto, stavamo vincendo.”
“Appunto per questo”, ci aveva spiegato pazientemente il Capitano. “Adesso che sono praticamente sconfitti è l’occasione buona per convincerli che stavano sbagliando tutto. Che siamo noi ad avere ragione.”
Sbuffai. “E credete che lo faranno? Sono anni che li combattiamo. Magari non la bassa truppa, ma i loro  comandanti devono sapere molto bene tutte le bugie che hanno detto. Ti sei dimenticato tutta la potenza che avevano alle spalle? Come spadroneggiavano, quando erano sicuri di sbaragliarci? Non sono solo in errore, sono anche falsi.”
Il capitano aveva tagliato corto: “Probabile. Però vale la pena di tentare, no? Per la pace, dopo tutto questo tempo.”
Era stata la settimana in cui avevano destituito il generale, quello dello scandalo. “E’ stato imprudente”, aveva suggerito Marco a mezza voce. “Lo hanno silurato”.
“E perché mai?” avevo chiesto io. Lui aveva alzato le spalle.
Le settimane seguenti era continuata la tranquillità. Un colpo di mortaio qui, uno lì. Stavamo diventando irrequieti. Passavamo il tempo a leggere il giornale. “Non capisco. Guarda qui: in questo comunicato il Quartier Generale sembra riconoscere il valore del nemico.”
“Non si può negare che abbiano combattuto…” era stata la risposta di Marco.
“D’accordo, ma sono quasi allo sbando! Leggi, leggi: in questo passaggio pare quasi che avessero ragione loro, sulla questione del ponte.”
Marco prese il foglio, corrugò la fronte. “Hai ragione. Sembra quasi il contrario di quello che ci dicevano una volta”. Mi ripassò la pagina. “Però non suona male.”
“Non suona male? A cosa devo credere, a chi ci ha portato fin qui, a ciò che abbiamo dibattuto e discusso infinite volte, a quanto sapevamo per certo che era vero, oppure a quello che leggo adesso…qui si afferma che è lo stesso, ma lo vedo bene che non è così!”
“La stai pigliando troppo sul personale. Dovresti mettere in discussione i tuoi preconcetti.”
“Lo sto facendo! Per questo sono così arrabbiato”.
La settimana seguente ci fecero muovere. “Rilocazione, il fronte si è spostato”. C’erano anche le nuove uniformi, al posto di quelle chiare, sull’azzurro, stinte e bucherellate, che avevamo vestito durante le ultime campagne.
“Non mi piacciono”, dissi al Capitano. “Danno troppo sul rosso. Così ci confonderemo con il nemico”
“Questo passa il comando”, aveva replicato.
Ci muovevamo di continuo. “Ci sono tensioni con gli alleati” mi aveva detto Marco a bassa voce.  C’era una grossa battaglia in corso, e invece di intervenire noi ci dirigevamo in direzione opposta. “Sembra che i giacimenti facciano gola a troppi.”
“Sinceramente non capisco cosa perdiamo tempo: pensa ai civili!”, avevo risposto io. “Non è chiaro dove sta il meglio per questa gente?” Ma Marco non ne aveva più voluto parlarne.
A quanto pare una nuova offensiva era finalmente imminente “Ci hanno trasferito tante volte che non so neanche dove siamo. Mi sento sperso” avevo confessato a Marco. “Spara al nemico che ti indicano, e basta” aveva replicato lui. C’era stato anche il discorso dei generali. Una volta tanto, mi aveva fatto arrabbiare. Avevano indicato come nostre più grandi vittorie non i paesi faticosamente strappati ai nostri avversari, o i sacrifici di tanti nostri eroi, ma quei colloqui di pace delle scorse settimane. Come esaltare il valore del nemico mi avrebbe fatto combattere meglio? Non riconoscevo più nessuno degli obbiettivi che mi indicavano per la nostra guerra.
Il giorno dopo ci condussero alle trincee.
Il rumore da tempo dimenticato dei proiettili, il rombo del cannone. Sbirciai dalla feritoia.
Laggiù, ai piedi della collina, con le loro uniformi azzurrine e stinte, si vedevano i nemici.

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Le storie di San Randazio: In compagnia dei lupi

Chi è che ha lasciato queste impronte fangose sul pavimento?, si chiese irritato Gervasio. “Vanno dritte nel mio studio”.
Salì i gradini, attento a non trascinare sullo sporco il lembo del suo prezioso vestito. Più tardi avrebbe dovuto recarsi dal duca, e non aveva voglia di cambiarsi.
Aprì la porta, e si trovò davanti la gocciolante fonte della scia di fango. Impiegò qualche istante a capire chi fosse.
Perché erano passati anni. Più massiccio, i capelli più grigi e radi sotto la tonsura. Ma il saio, e quegli occhi. Non ci si poteva sbagliare. L’irritazione passò istantaneamente.
“Randazio!” Il volto del monaco si aprì in uno di quei sorrisi che lo trasformavano tutto. Si abbracciarono, Gervasio dimentico del fango e del vestito. “Quanto tempo!” “Anni”.
“Vieni, siediti. Che sorpresa! Cosa ci fai da queste parti? L’ultima volta che ho saputo di te eri a Vallelunga.”
“Oh, Gervasio, viaggio parecchio. Uno non crederebbe mai dove si vanno ad infilare queste benedette pecore. Tu, piuttosto, ho saputo che hai fatto carriera. Sei balivo, adesso.”
Gervasio gonfiò il petto. “Da non credere, eh? Sono uno dei più fidati consiglieri del Duca. E spero che presto mi possa anche nominare… ma è presto, non parliamone ancora”, rise.
“Mi fa piacere, mi fa piacere” disse Randazio. “Mi ricordo di quando eri partito dal convento, così convinto della tua missione di cambiare il mondo. Renderò cristiano questo ducato, dicevi, convertirò tutti, lo renderò un’oasi di pace”.
Gervasio drizzò la testa. Aveva veramente detto così? Certo, erano anni che non ci pensava. “Sicuro. Quanto ero pieno di fede, eh?”
“Più che altro avevi fede che saresti riuscito a fare la differenza”, replicò Randazio.
“Beh, l’ho fatta. Guarda dove sono.”
“Lo vedo dove sei”, rispose Randazio. “Dimmi, come la prende il Duca quando gli rimproveri di avere lasciato la sua duchessa per quella biondina, come si chiama?”
“Malvinia” Rispose automaticamente Gervasio. Si morse il labbro, poi aggiunse lentamente “La duchessa era veramente una donna impossibile, e devi capire che il Duca è un uomo…deciso. Abbiamo bisogno di lui, non bisogna essere troppo duri per le sue, ah, preferenze, dato il bene che fa al suo paese.”
“Indubbiamente, il duca è deciso. Ed è un peccato che non ti abbia ascoltato quando ha assaltato Frugneto e ha fatto massacrare tutti quei poveretti. Perché tu hai cercato di dissuaderlo, vero?”.
Gervasio si accigliò. “E’ una questione politica. Il Duca non poteva lasciare passare quell’affronto impunito.”
“Però scommetto che ti sei fatto sentire quando ha mandato via i frati da San Belbo e si è preso il convento e tutte le loro terre. O quando ha alzato le tasse ai contadini per pagarsi la guerra.”
Gervasio tacque per un bel pezzo. Alla fine, quando parlò, le sue parole uscirono faticose dalla sua bocca, come se risalissero dal fondo di un pozzo.
“Capisco. Non è un caso che tu sia qui, vero?”
“No, non è un caso né una visita di cortesia. Sono venuto a cercarti. Oh, siete partiti in un bel gruppo, quella volta. Ti ricordi degli altri, dei tuoi amici, vero? Avevate l’idea di cambiare il mondo, ma il mondo ha cambiato voi.” Randazio fissò negli occhi l’antico amico. “Sai, è pericoloso credersi più forte del male. Non si gioca con il male. Non ci si trastulla con le tentazioni. Non si pensa di essere più forti del demonio. Non lo si è. Pensi di portare Dio nel mondo, e il mondo ti dà dio. Il suo dio, che Dio non è ma un oscuro emulo.”
Il monaco posò la grossa mano sulla spalla di Gervasio. “All’inizio lasci passare cose insignificanti, per evitare di sembrare troppo rigido, per farti ascoltare. Piccoli cedimenti, dai quali ti dici che ovviamente dopo rimedierai. Ma nel frattempo avrai perso la strada. Avrai smarrito il sentiero. Non riuscirai a ritrovare la via percorsa, perché quella via non esiste più.”
Prese fiato. “E’ questa la verità: senza il Signore che traccia la strada, illumina la via, è solo dirupi e rovi. Ci illudiamo di riuscire a tornare da soli. Ma se non è il pastore che viene, ci mette sulle sue spalle e ritorna, noi rimaniamo smarriti, in compagnia dei lupi.”
Gervasio era bianco come un cencio, gli occhi smarriti e vuoti. “Tu sei venuto a prendermi. A riportarmi indietro. A dirmi di lasciare” allargò le braccia, indicando lo studio , i libri, gli arazzi costosi “per cosa? Ancora il convento, il freddo, le preghiere che non combinano niente?”
Randazio si drizzò. “Esatto. E tu sai bene che tutto questo lusso, questi posti di responsabilità, non ti sono stati dati perché hai predicato Cristo, ma per il suo contrario. Per non averlo predicato. Per avere taciuto il male, e forse anche averlo favorito. Ma quanto vale tutto questo? Amico, non sei più giovane, come me. Presto dovrei ricordarti di Chi hai tralasciato di annunciare, perché lui non si scorda di te.”
Gli strinse le spalle. “Ricorda! Ricorda chi eri, quello che vedesti allora, ciò che ti fece partire. Ricorda chi sei. Non è tardi”.
Gervasio barcollò, quasi cadde, e Randazio lo abbracciò sostenendolo. Lacrime cadevano sulla mantella bagnata del frate.
“Mi riporti indietro tu?”, domandò. Randazio annuì. “Vieni, subito. Qui non c’è niente che ti trattenga.”
Scesero insieme le scale. Alla porta Gervasio si arrestò. “Aspetta. Non posso tornare vestito così” e indicò il pesante vestito di velluto ricamato di cui era rivestito. “Dammi qualche minuto. Mi cambio e arrivo. Aspettami qui.”
Passò quasi un’ora prima che Randazio si decidesse a cercare Gervasio. “Messer Gervasio?” gli rispose un servo alle stalle “E’ partito più di mezz’ora fa a cavallo per Mentara. Credo che il Duca lo abbia fatto chiamare.”
Randazio sospirò, fece dietrofront e si diresse al suo ciuco, che masticava pazientemente del fieno appena fuori dal portone. Pioveva ancora.
“Se torna Messer Gervasio, devo dire qualcosa?” Chiese il servo, parlando forte per farsi sentire al di sopra dello scroscio incessante.
“Non occorre” rispose Randazio. “Lo sto seguendo a Mentara”. Rise, e le gocce violente sul capo sembravano quasi disegnare un’aureola di spruzzi. “Quando mai il pastore rinuncia a inseguire le sue pecore riluttanti, e a portarle via dai lupi?”

I signori sono serviti

Berto girò il cartello sulla porta del suo ristorante in modo che “Aperto” potesse essere letto da fuori, e si preparò spiritualmente per la serata. Cominciava la battaglia quotidiana. Gettò un’occhiata all’avviso appeso davanti all’ingresso, in maniera che coloro che entravano non potessero non vederlo. Sarebbe servito?

Cominciarono ad arrivare gli avventori. Il suo locale aveva una certa notorietà, quindi non erano pochi. Nella stragrande maggioranza erano persone normali, a tratti piacevoli. Ma alcuni…
Individuò il primo che si era già seduto. Aveva messo i piedi sul tavolo e si dondolava sulla sedia. “Scusi, signore, potrebbe cortesemente togliere i piedi dal tavolo?” gli chiese Berto.
“E chi cazzo sei tu?” fu la risposta.
“Sono il proprietario, signore. Se poi volesse ordinare…”
Il tizio sbuffò. “Che locale di merda. Portami un bicchiere d’acqua, svelto”.
Berto fece un cenno al cameriere più vicino. Nel frattempo uno scambio ad alta voce al tavolo accanto attrasse la sua attenzione.
“E’ una vergogna! Questo posto fa schifo.”
Berto intervenne. “Scusi, signore, qual è il problema?”
“Ho chiesto un hamburger di soia, e non me lo vogliono portare!” fu la risposta.
Berto sospirò. “Non abbiamo hamburger di soia nel menù, mi dispiace. In questo ristorante si serve…”
“Non me ne frega niente di quello che si serve qui! Io esigo un hamburger di soia. E un pinzimonio di rape e zucca.”
Berto si sforzò di sorridere. “Come le stavo dicendo, non ne abbiamo disponibilità. Se volesse consultare…”
“Niente affatto! Io rimango qui e ogni minuto chiederò quello che voglio fino a che me lo porterete. Nel frattempo vi spiegherò perché ho ragione.”
Lo scambio fu interrotto da un rumore di vetro infranto. Si voltò: l’avventore di prima aveva gettato per terra il bicchiere d’acqua che gli era stato portato.
Quello gli sorrise, e rimise i piedi sulla tavola. “Non mi piaceva il bicchiere. Anche quello di merda. Un altro, subito. Diverso.”
Berto gli stava per replicare quando la porta si aprì ed entrò qualcun altro. Tutti si voltarono. Il nuovo arrivato era in costume da bagno – non un bel vedere, dato che aveva il fisico di una botte – e portava al guinzaglio due grossi rottweiler, che si misero immediatamente a ringhiare contro i presenti.
Berto si avvicinò. “Mi scusi, ma c’è un cartello sulla porta che dice ‘niente cani'”
Il tizio con gli animali alzò le spalle. “Ohi, bello, sei tu il padrone”, e si avviò ad un tavolo libero.
Nel frattempo il cliente dell’hamburger di soia si era messo in piedi sulla sedia a declamare le virtù della sua scelta. “L’hamburger di soia è insostituibile! Gualtiero Marchesi l’indica come il cibo degli dei e sulla rivista Nature, un articolo…”
Un nuovo rumore di bicchiere infranto attirò l’attenzione di Berto. “Neanche questo mi piaceva, coglione” disse l’avventore con i piedi sulla tavola. Colse l’occhiata del cliente di un altro tavolo. “E tu, che hai da guardare, cretino? E’ la mia opinione, e sono libero di esprimerla come mi pare. Se tu ti accontenti dei bicchieri schifosi che ti passa questo deficiente sei proprio uno stupido”.
“Le dispiacerebbe togliere i piedi dalla tavola e ordinare?” gli ripetè Berto.
“Ma che locale di merda, non sapete neanche portarmi un bicchiere decente e dovrei ordinare?” replicò quello senza muoversi.
Nel frattempo l’amante della soia continuava ininterrottamente a pontificare. Berto gli si avvicinò. “Scusi, le abbiamo detto che non abbiamo hamburger di soia. Le dispiacerebbe sedersi e ordinare altro?”
“Lei non capisce! La soia è…”
“Certo, certo. Non ha quindi intenzione di ordinare qualcosa dal menu, o almeno sedersi?”
“No! Non capisce che l’hamburger…”
Berto fece un grosso respiro, poi disse “Adesso basta. Esca dal locale, per favore.”
“E’ un sopruso! Non capisce! Marchesi ha detto…”
“Sì, certo, come no.”
Chiuse la porta alle spalle del maniaco della soia. I cani del tipo in costume da bagno stavano abbaiando ai commensali di un tavolo vicino. “Scusi, le avevo detto che i rottweiler non sono ammessi in questo locale”
“Sì, l’ho capito. Ma perché odi i cani, fratello? Io ho pure un ristorante, da decine d’anni, sono un esperto, e da me gli animali sono bene accolti. Non hai l’intelligenza, non voglio seguire le tue illusioni. Tu odi ogni essere vivente, dillo”.
Nel frattempo era entrato un altro avventore, in qualche maniera familiare. “Buongiorno. Mi può portare un hamburger di soia, per favore?”
Berto lo squadrò. “Lei è quello che ho appena accompagnato fuori”, disse.
“Ma neanche per idea! Sono qualcun altro. Sono pettinato diversamente, tanto per cominciare. Come ha detto Gualtiero Marchesi, la soia…”
“Esca subito.”
Tornò dall’uomo con i cani. “Per favore, può portare fuori i suoi animali?”
“Sei tu il padrone, capo.” rispose l’altro senza muoversi. “Ma la tua avversione per i cani fa di te una persona opaca, non un vero ristoratore come sono io”.
Berto lo guardò meglio. “Ma tu non sei quello che vendeva cocco sulla spiaggia?”
“Ehm…ciò fa di me un ristoratore, giusto?”
“Fuori anche tu, con le tue bestie.”
“Ci cacci perché sei antidemocratico, perché io porto verità scomode!”
“Vi faccio uscire perché disturbate. Adesso fuori.”
L’uomo uscì mentre un altro avventore entrava. Il volto non era sconosciuto. “Scusi, qui servite anche pasta?”
“Certo. Ma…”
“Allora vorrei un hamburgher di soia, il cibo che…”
“Fuori. Di nuovo, fuori.”
Il tizio con i piedi sul tavolo rise fragorosamente. “Che cretini tutti, e che locale di merda! Non capisco perché la gente viene qui.” Gettò il bicchiere per terra, ma quello non si ruppe. “Uh?”
“Infrangibile. E, adesso, anche lei, esca.”
L’altro si limitò a sorridere. “Voglio proprio vedere…”
“Randazio!”
Un giovane in divisa da cameriere, alto forse due metri, si fece avanti. “Randazio, vuoi accompagnare il signore all’esterno? Per stavolta non gli facciamo pagare il coperto e i bicchieri, ma che non si faccia vedere più da queste parti.”
Quando fu uscito, Berto lasciò andare un sospiro di sollievo. Domani sarebbe ricominciato tutto, ma almeno per stasera era finita? Guardò il cartello sul muro. Eppure era scritto chiaro. Se solo la gente leggesse…
Sul cartello c’era scritto:
“NON SI SERVONO TROLL”.

Si aggiustano orologi

Passando sbirciai dentro al vicolo, e vidi la porta ed il cartello: “Si aggiustano orologi”. Era un passaggio stretto, scuro, che si infilava tra due blocchi di case, ingombro di bidoni e imballaggi abbandonati. Il vicolo curvava verso l’ignoto; perché qualcuno tenesse un negozio in un buco così inospitale invece che sulla via principale era una domanda che mi attraversò la mente per un attimo, ma la liquidai. Forse era un artigiano in difficoltà, per via di questa maledetta crisi. Forse non aveva i soldi per una vera vetrina, e doveva accontentarsi di una finestra opaca invece di un’insegna come si deve. O forse era un negozio così esclusivo da non averne necessità.
Mi toccai la tasca. Comunque sia, era quello di cui ora avevo bisogno. Bisogna pur cominciare, da qualche parte.
La porta resistette per qualche attimo prima di cedere alla mia spinta. Andiamo bene, mi dissi.
Entrai.
Chiusi con cura l’uscio dietro di me, poi mi voltai. E mi arrestai, stupito.
Come molti di voi, da piccolo, avevo guardato il film di Pinocchio. Quello era stato un tempo felice, in cui non sapevo ancora niente della vita, e il cartone della Disney può essere veduto anche senza capirlo. Senza comprendere che è la fuga disperata di un burattino dalla realtà, dal dovere essere uomo. Fino al lieto fine, almeno. Allora non sapevo che non esistono davvero, i lieto fine.
Una delle scene che più mi avevano colpito era quella nella bottega di Geppetto. Piena di orologi a pendolo e a cucù, su ogni parete, che ticchettavano tutti assieme. Avete presente, no?
Qui era lo stesso. Più o meno.
Le pareti, gli scaffali, ogni superficie verticale e orizzontale erano ricoperti di orologi. Molto meno allegri di quelli di legno con le figurine semoventi del cartone animato. Erano di tutti i tipi, cronometri, da polso, da parete, di ogni foggia e colore e dimensione. Il loro ticchettio era come la vibrazione di un contrabbasso pieno d’api, lo scalpiccio di mille piedi in corsa, il battere di milioni di cuori. Dava l’impressione che sotto gli orologi in mostra ci fossero altri orologi, che le mura stesse del megozio fossero fatte di ruote dentate e lancette. Dietro al banco una figura stava curva. Non era Geppetto. Rovistava con delle pinzette all’interno di un meccanismo. Indossava occhiali con spesse lenti e una luce che illuminava come il faro di un teatro le viscere aperte su cui stava lavorando. A prima vista mi era sembrato vecchio, quasi decrepito, ma quando alzò la testa e la luce cambiò vidi che era giovane, forse più giovane di me.
“Sì?” disse in tono interrogativo, guardandomi.
Deglutii. Misi la mano nella tasca, sfiorando il metallo. Le mie dita furono indecise per un attimo, poi si chiusero su un cinturino. “Oh…ho qualcosa da fare aggiustare”, dissi.
“Vedo”, rispose l’orologiaio.
Allungò la mano, prese ciò che gli porgevo, lo soppesò intento per qualche attimo. Poi prese il lavoro sul quale si stava concenrando al mio ingresso e, con delicatezza, lo spinse da parte, ponendo al suo posto il mio orologio.
“E’…è fermo”, dissi.
Lui annuì. “Sì. Si è fermato da un bel po’. Peccato, una così bell’opera.”
“Può aggiustarlo?”, chiesi, prendendo tempo.
Lui risollevò lo sguardo, mi fissò e disse “Io posso aggiustare qualsiasi orologio. Che poi ci riesca o meno, questo dipende dall’orologio”.
Che razza di risposta, pensai. Mi schiarii la voce. “Non so perché si è arrestato”.
Lui scosse la testa, picchiettando i pulsanti dell’orologio con un dito. “Oh, lo so io. Questo è stato un orologio molto amato, ma ad un certo momento questo amore è cessato.”
Aprii la bocca. “Io…”
“Si vede dal cinturino. E dalla cassa”, disse l’orologiaio, rigirandolo. “Questa magnifica creazione ad un certo momento si è convinta che tutto fosse contro di lui. Di non essere più necessario. E’ per questo che ha smesso di seguire il tempo. Si è messo da parte. Ha rallentato, e più rallentava più si convinceva di essere in ritardo. Inutile. Finché, ad un certo momento, ha smesso di ticchettare del tutto.”
Richiusi la bocca. Che diamine…
“Ma si sbagliava. Anche quando si ferma, un orologio non cessa di essere un orologio. Basta incoraggiarlo un poco, fargli capire che qualcuno gli vuole bene. Che non è tutto finito. Che può ricominciare a muoversi. Qualcuno che lo ama c’è sempre, deve solo accorgersene, così ricomincerà ad amarsi. Qualsiasi orologio”, aggiunse.
Mi appoggiai al bancone, in cerca di fiato. Per fare quello che dovevo fare e non riuscivo a fare. Mi guardai attorno, e notai una cosa curiosa. Normalmente in un negozio di orologi tutti quelli in esposizione sono sincronizzati sull’ora esatta. Qui nessuno lo era. Le lancette di ognuno segnavano un’ora diversa.
“Sono tutte differenti”, mormorai.
“Il tempo è uno, ma ogni orologio lo segue alla sua maniera” disse l’orologiaio.
“Non ha senso. Un orologio segna l’ora giusta, o non serve”, replicai.
“E qual è l’ora giusta? Non esiste l’orologio che segni davvero l’ora giusta. Nemmeno gli orologi atomici lo fanno. Ci sarà sempre uno scarto. Non è in loro potere. Il tempo è più grande di loro. Si limitano ad annotarne il passaggio, ma nessuno di loro lo possiede. E’ il tempo che possiede loro, anche se gli orologi, com’è ovvio, raramente se ne accorgono.”
“E a cosa serve allora un orologio se non a segnare il tempo?” chiesi, con rabbia.
“Ad abbandonarsi a quel flusso di tempo, al suo scorrere. A indicarlo. Per quelli che stanno intorno a lui. E per questo essere amato. Come un cuore. La stessa cosa di un cuore, che batte per gioire di una vita che non possiede e che gli è data.”
Mi porse il mio orologio, reggendolo per il cinturino. Vidi la lancetta dei secondi muoversi, piano, come una volta.
“Funziona”, dissi.
“Ha sempre funzionato. Voleva solo un’altra possibilità.”
Allungai la mano, esitante. Lo presi. Quando afferrai il suo peso familiare mi rammentai di chi me lo aveva regalato, e quando. Mi salirono le lacrime, irrefrenabili.
Feci per parlare, un groppo in gola, ma l’orologiaio alzò la mano. “Non mi deve nulla. Il suo orologio aveva solo bisogno di esser un po’ scosso, per riprendere a funzionare. Lo tenga da conto, e non lo lasci più fermare.”
Uscii dal negozio di corsa. Mi arrestai solo un attimo, per togliere dalla tasca quel peso e buttarlo nel bidone più vicino. Il metallo della pistola fece un rumore sordo, come un battito, quando cadde sul fondo. Sperai che nessuno la trovasse.
Mi tornarono alla mente le ultime parole che il proprietario della bottega mi aveva sussurrato, prima che io uscissi.
“Lei conosce davvero bene il tempo e gli orologi”, gli avevo detto.
“E’ vero, perché non mi limito ad aggiustarli”, mi aveva replicato. “Io li fabbrico.”

Happy end

La signora si asciugò una lacrima.
“Dottore, guardi, abbiamo fatto di tutto. E’ in questa condizione da troppo tempo. Non è una vita degna di essere vissuta.”
Il dottore annuì comprensivo, e passò una scatola di fazzoletti di carta alla donna seduta davanti a lei. Eccezionali questi trucchi per gli occhi al giorno d’oggi, pensò. Riesce a piangere senza neanche sbavarli.
“Capisco, capisco” disse. “Ma è un passo grave, da cui non si torna indietro. Sua figlia…”
“Figliastra.”
“Sì, certo, figliastra, è una ragazza ancora giovane, dal cuore forte, come dice il referto. Non è in stato terminale.”
La donna scosse la testa. “Ma ormai abbiamo perso ogni speranza che torni a vivere. Il suo cervello è danneggiato irreparabilmente.”
Il medico scorse la cartella clinica. “Che sfortunato accidente. Soffocata da un pezzo di cibo. Il cervello è rimasto senza ossigeno per troppo tempo, è entrata in coma ed è così da allora. Una ragazza così bella…”
La sua matrigna sussultò e digrignò i denti, ma il dottore non se ne avvide. Stava guardando le fotografie. “Poveretta. Che carnagione pallida e malata.”
La donna agitò la mano. “Oh, è sempre stata di pelle molto chiara, anche prima dell’incidente. Ma torniamo a noi. Lei capisce la mia sofferenza, come unica tutrice legale della ragazza dopo la morte di suo padre. Così ho preso la decisione migliore per lei: la sospensione del sostegno vitale.”
Il dottore strinse le labbra. “Non posso dire di essere molto d’accordo. La ragazza non ha alcuna patologia. il sostegno vitale è solo cibo e acqua. Toglierglielo equivale a condannarla ad una morte lenta ed atroce.”
“Oh, non abbastanza atroce. C’è di peggio, voglio dire” si corresse la donna.”E poi proprio il suo essere una ragazza non così brutta, immobile in un letto, è causa di enormi preoccupazioni per me. Si figuri che l’altro giorno un maniaco l’ha assaltata sessualmente”.
“E’ orribile!” disse il dottore. “Violenza su una donna indifesa!”
“Assolutamente. Voleva baciarla a tutti i costi. Naturalmente l’ho fatto arrestare, e sarà processato per direttissima.  Ma  questo episodio non fa che confermarmi nella mia decisione. Voglio che le sia sospesa l’alimentazione e l’idratazione.”
“Il mio parere medico…” cominciò l’uomo.
“Non mi importa molto del suo parere”, lo tranciò la signora. “La legge dice che deve comunque rispettare la volontà del paziente, cioè la mia. Non ha scelta.”
Il dottore sospirò. “E’ vero, è la legge, Ma è un peccato.”
“Oh, sono d’accordo con lei. Questa legge  però è esattamente quello che serviva per porre fine a tante immotivate esistenze. La mia Bianca, così generosa e altruista, non è più che un cadavere caldo, ohimé. Guardi però, darò il mio consenso per il prelievo degli organi. Che il suo cuore almeno serva ad aiutare altre persone, ed il suo sacrificio non sarà vano.”
“E’ molto generosa, signora…signora?”
“Mi chiami Grimilde”, disse la donna.
“Va bene, signora Grimilde, il supporto vitale sarà levato oggi stesso. Tutto dovrebbe essere finito abbastanza in fretta. Non ci sarà neanche bisogno di sedarla, visto che è in coma profondo.” Scosse la testa. “Tutto per una mela andata per traverso. Che tragedia. Come sarebbe bello se si svegliasse…”
Grimilde era già in piedi, accanto alla porta, che si aggiustava l’acconciatura guardandosi in uno specchio. “Sì, ma questa è la realtà. C’è la parte buona e la cattiva, e non si può vivere per sempre felici e contenti. Mica siamo in una favola…”

Un peso per tutti

“Non ci voglio andare all’ospedale!” Biascicò il vecchietto.
Arturo era stato a suo tempo un uomo alto e vigoroso, un atleta, un lavoratore, ma gli anni l’avevano ristretto e incartapecorito come gli arrosti lasciati troppo nel forno. Mimmo il nonno l’aveva visto sempre così: aveva gli stessi occhi chiari e il naso bulboso delle foto dei quadretti, ma sembrava una persona differente. Uno gnomo uscito da un altro tempo.
Il nonno non stava bene, ultimamente. “L’età”, diceva lui, e si rifiutava ostinatamente di vedere dottori. “Non mi fido di loro”.
La mamma diceva che non aveva mai perdonato loro la morte della nonna, entrata in ospedale per una banale operazione e mai più uscita. E faceva capire che erano fisse da anziano, le paranoie che ha chi per l’età non disingue più il falso dal vero.
Fatto sta che il nonno stava male. Così il papà di Mimmo aveva ignorato le sue proteste, l’aveva preso di peso e caricato in macchina.
A Mimmo aveva fatto impressione la reazione del nonno. Quando aveva capito di non avere più voce in capitolo si era azzittito, e al ragazzo era parso di vedere i suoi occhi inumidirsi. Avevano aspettato un po’ al pronto soccorso, poi due infermieri avevano caricato il signor Arturo in barella e l’avevano portato via.
Un oretta dopo avevano chiamato il loro nome. Mimmo e i suoi genitori erano entrati nello studio del medico di guardia, un dottorino di mezz’età con una piega triste delle labbra che lo faceva sembrare un pesce. “Firmate qui”, aveva detto il dottore.
“Cos’è?” Aveva chiesto suo padre.
“Oh, burocrazia” aveva replicato il medico. “Abbiamo messo il suo parente in sedazione totale. Sa, era in stadio terminale”.
Il papà era sbiancato. “Come, stadio terminale? Cos’ha?”
Il medico aveva giocherellato con la penna. “Sa, a quell’età non conviene mai approfondire le patologie. Sicuramente qualcosa di terminale, o non l’avreste fatto ricoverare, giusto?”
“Ma…”
Il dottore dalla faccia di pesce aveva alzato la mano. “Guardi, i protocolli di cura sono molto chiari. Insistere con i trattamenti si configurerebbe come eccesso di cure, che tutti i testi medici concordano sia estremamente dannoso. Da evitare.”
“Ma non c’era nessun trattamento…”
“Perché l’età del paziente è troppo avanzata, e quindi non conviene neanche iniziarli. La legge è chiara: bisogna evitare ciò che potrebbe essere inutile e causerebbe senza motivo sofferenze al paziente. Voi non volete che vostro padre soffra, vero?”
“Certo che no…” ammise il padre di Mimmo.
“E suo padre adesso non soffre. Le assicuro che tutto si svolgerà molto rapidamente e senza traumi, lui non se ne accorgerà nemmeno. E’ già addormentato e non si sveglierà più, tutto qui. Accade in continuazione, è la vita. Consideri che il nostro ospedale è all’avanguardia nei trattamenti compassionevoli.”
Il figlio di Arturo scosse la testa. “Non mi convince…non stava poi così male, lui diceva che era solo influenza…”
“Le diagnosi, se permette, è meglio che le facciano i medici. Professionalmente le posso dire che negli anziani le influenze sono spesso fatali, ma non è questo il punto. Le cure, nel caso peggiore, potrebbero essere molto lunghe e costose, e non possono essere tutte a carico del sistema sanitario nazionale, credo mi capisca.”
“Costose?”
“Migliaia di euro, anche decine di migliaia. Sono sicuro che suo padre non lo vorrebbe, non desidererebbe essere trascinato per anni di letto in letto nel dolore. Non è che ha fatto un testamento biologico?”
“No, non ha mai creduto in queste cose”.
“Benissimo, fa lo stesso, perché dall’ultima finanziaria si presume che in mancanza dello stesso valga la volontà di non procedere con nessuna cura. Sa, è più semplice così, si evitano un sacco di malintesi. E adesso, se vuole firmare, potrà passare a ritirare il corpo di suo padre all’obitorio tra un paio d’ore…”
“Ma come? Non era solo sedato?”
“Sì, ma vede, manca poco a Natale, abbiamo pensato che convenga a tutti abbreviare il più possibile la fine inevitabile. E’ molto brutto passare le feste in ospedale, concorderà con me. Sarebbe un peso per tutti.”
Mimmo e i suoi genitori uscirono dallo studio, e suo padre camminava con una faccia lunga, trascinando i piedi, mentre la mamma gli parlava fitto all’orecchio. “Ma il nonno non torna a casa?” Chiese Mimmo.
Suo padre scosse la testa. “No, Mimmo, non torna più.”
Mimmo si mise a piangere. Suo padre l’abbracciò. “Su, su, non piangere. Guarda, per Natale ti arriverà quel cucciolo che volevi tanto.”
Il bambino si allietò immediatamente, ma sua madre abbrancò il papà per la manica della giacca. “Ma sei matto? Uno è andato, e adesso ce ne mettiamo un altro in casa? E quando cresce?”
Il marito le fece l’occhiolino, e le sussurrò “Oh, non te ne preoccupare. Se darà fastidio, in qualche modo ce ne libereremo.”

Le storie di San Randazio: Panni sporchi

Un giorno il santo monaco Randazio si trovò a passare con alcuni novizi vicino ad un fiume presso il quale alcune lavandaie sciacquavano i panni. Rivolgendosi quindi ai suoi confratelli, così disse loro:

“Guardate quelle lavandaie. Per pulire i panni li battono sulle pietre, oppure con un bastone: li strofinano, li fregano, li colpiscono, li strizzano fino a quando lo sporco non è uscito. Pensate a cosa potrebbe dire il panno: ‘Ma perché mi colpisci con tanta malvagità? Cosa ti ho fatto?’ Perché non si rende conto della sua stessa sporcizia.

Ma una volta ripulito la sua bellezza è molto maggiore: non è più uno straccio sozzo, ma un abito degno da indossare.
Considerate con simpatia il bastone che vi colpisce per purificarvi, non sfuggite alla mano che vi sfrega sul sasso, perché non sapete quanto sporco avete dentro. Non vi vuole male: desidera solo che voi siate degni della stoffa di cui siete stati intessuti.”

 

Le storie di San Randazio: la misura dell’amore

Si racconta che il santo monaco Randazio un giorno fu invitato a predicare dal Conte Guiberto davanti alla sua corte. Il conte era uomo giusto e severo, ma tra i presenti ve ne erano alcuni che erano soliti farsi beffe della religione, lodando le virtù dell’amore terreno su quello celeste. Il sant’uomo, sapendo questo, si presentò davanti a quel consesso con un gomitolo di spago. “Questo gomitolo, vedete”, disse agli astanti, “è di una corda speciale benedetta, intrecciata dalle vergini del monastero. Serve a misurare l’amore”.
Gli ascoltatori mormoravano: “Ma cosa intende dire?”
“Ve lo spiego subito”, replicò quello.

Si rivolse al Conte. “Vostra Signoria, voi amate il vostro paese?”
“Ma certo che lo amo”, fu la replica un po’ indispettita di Guiberto.
Randazio si avvicinò al Conte, gli accostò il gomitolo al petto e srotolò la corda fino a terra, segnandone la lunghezza. “L’amore per la vostra terra misura due braccia, due braccia e mezza.”

Si volse quindi alla Contessa, “Venite, vi prego, alzatevi ed accostatevi”.

Fattala avvicinare al marito passò intorno a loro lo spago, così che li stringeva come una cintura. Recuperato la cordicella la misurò a spanne. “Il vostro amore coniugale vi lega assieme. Ecco qui: la corda dice che esso misura circa quattro braccia.”
Chiese quindi che si avvicinassero anche i figli. Fatto girare loro attorno lo spago rifece la misura. “Quasi dodici braccia! Anche con il piccolino che non vuole stare fermo. Questo è l’amore della vostra famiglia.”

Alzò il volto, e indicò verso l’alto. “Adesso misuriamo l’amore di Dio”. Si rivolse quindi al chierichetto. “Prendi il capo dello spago, srotolalo e vai più su che puoi verso il cielo. In cima alla torre!”
Il ragazzo andò, ma ad un certo punto arrivò al termine del gomitolo. “Non basta, Padre!”
Randazio si rivolse ai fedeli. “Avete compreso? Non basta tutto un gomitolo per arrivare neanche in cima alle scale, figuratevi fino al cielo! L’amore celeste, a differenza di quello terreno, non ha misura. Vedete bene quanto l’amore di Nostro Signore è maggiore di quello di noi uomini.”

Una nobile dama, nota per i suoi pubblici disinvolti costumi, volle intervenire. “Ma anche noi possiamo avere molto amore! Quanto sarà grande il mio?”
Randazio, che conosceva chi gli parlava, tese tra le dita un palmo di corda. “Mia signora, questa è la misura dell’amore che ti fai bastare. Moltiplicalo quante volte vuoi, sarà sempre molto minore dell’amore di Dio”.
Al che la nobile tacque, arrossendo, e più nessuno per un pezzo osò menar vanto dei propri amori terreni.

Incidente di percorso

Don Letizio fissò il foro tondo della canna della pistola, e cadde in ginocchio.

“Ti prego, Alfonso, non uccidermi! Pensa al percorso di redenzione che stai facendo, dopo la galera! Eri a messa l’altro giorno, hai preso la comunione! Pensa alla salvezza della tua anima! Finirai in peccato mortale!”

Alfonso scosse la testa. “A’ don, ma che peccato mortale? Peccato veniale è.”

“Ma che dici!” Fu la risposta disperata. “Tu m’accidi! Materia grave!”

“Naa. Vede, io so’ in percorso de redenzione, proprio come m’aveva detto. Quando sono entrato nell’organizzazione non capivo bene che era peccato, mica è colpa mia, è la società. Adesso so che è male ammazzare, ma tengo le attenuanti. Io cerco di smettere, vorrei, lo giuro. Ma non è che posso mettere in pericolo la mia famiglia per disobbedire agli ordini del capo. Pensate a mia moglie, ai piccolini! Devo mantenerli, sono abituati bene, cosa penserebbero di me altrimenti? Don, la vorrei proprio risparmiare, le giuro, ma non posso smettere adesso.”

Fece fuoco due volte. Guardò il corpo immobile e si strinse le spalle. “Aho, speriamo che il prossimo confessore non sia uno di quei tradizionalisti…”

Via dall’inferno

“Zio, sono preoccupato”.
Berlicche, l’arcidemone, abbassò gli occhi verso l’abisso.
“Dimmi, Malacoda, perché questa preoccupazione? Ti devo ricordare che dovresti esser tu a far preoccupare, non viceversa.”
“Ho sentito che vogliono sfrattarci”, ansimò il diavolo.
L’anziano tentatore si grattò il corno. “E dove avresti sentito questa novità?”
“Pare che gli umani non credano più all’inferno”.
Berlicche rise. “Ma è sempre stato così! Una gran parte delle anime che giungono sulle nostre tavole è composta da gente che non credeva all’inferno, e quindi che non ci fosse nessun bisogno di pentirsi o convertirsi. Osservare la loro faccia quando si accorgono di essersi sbagliati è uno dei miei più grandi divertimenti.”
“Ma stavolta è diverso! Pare non siano solo più i nostri dannati che lo affermano, ma addirittura pezzi grossi della Chiesa stessa!”
L’arcidemone sbuffò. “Che sciocchezza. Il Figlio del Nemico ne ha parlato chiaramente più volte. Non penso proprio che…”
“Ti dico che è così! Negano che ci si possa dannare, e asseriscono che tutti saranno salvati, compresi quelli che non si sono mai minimamente pentiti! Oh, che facciamo, che facciamo? Se lo dicono loro, da un momento all’altro qui viene giù tutto! Resteremo senza cibo e senza divertimento!”
Berlicche diede un calcio al suo sottoposto con lo zoccolo puntuto. “Ma sei idiota? Lavoriamo a cancellare la consapevolezza del male da millenni, ed ora che finalmente abbiamo raggiunto quell’obbiettivo tu hai paura? Guarda fuori: ti pare che sia calato il flusso di immigrati nelle nostre bolge? Neanche per sogno! Abbiamo dovuto dare in appalto il trasbordo delle anime perché la barca di Caronte non basta, e lavorano a triplo turno”. Berlicche stette un attimo a contemplare i fuochi dove le anime si consumavano. “Tutto questo è eterno. Non dimenticare che ognuno di quelli che arriva ha scelto di essere qui. Ha liberamente rifiutato il Nemico, e il Nemico, per quella che chiama giustizia, gli ha permesso di andare dove voleva.”
Afferrò Malacoda per l’orecchio scaglioso e lo condusse fuori. “Se anche questo luogo dovesse svuotarsi, e non vedo come sia possibile, dove pensi che andremmo noi? Eh?”
“No-non…”
“E dove se no? Sulla Terra, è ovvio! Se ogni sacrificio è inutile, se non serve credere nel Nemico, se fare quello che suggerisce la sua Chiesa è opzionale, a che pro i mortali dovrebbero impegnarsi a seguire il bene? Quella diventerebbe la nostra nuova casa, perché non esisterebbero più né giustizia né verità”. Allargò le braccia, sorridendo, e il suo sorriso era pieno di denti. “E dove Giustizia non è possibile, quella è casa nostra!”

 

 

Da “Le storie di San Randazio” – Casa pulita

Una volta il santo monaco Randazio si trovò a narrare una storia agli abitanti di un borgo che si dovevano da lui confessare.

“In un paese qui vicino c’era un ragazzo molto bello, umile e onesto. Questo ragazzo non era ancora sposato. Un giorno fu accostato sulla via da una signorinetta in età da marito, che fissandolo gli disse “Ma quanto sei bello! Vieni a casa mia, domani, che ti voglio parlare”.

Il nostro rimase perplesso dalla subitaneità della proposta, però sapeva che la ragazza era di buona famiglia e quindi non ritenne fuori luogo accettare l’invito, se non altro per capire cosa si volesse da lui.
Giunto che fu alla di lei magione, fu colpito dalla sporcizia che vi regnava. Pattume si riversava dalla soglia sulla strada, e con tutta evidenza nessuno aveva ramazzato i pavimenti né messo ordine da un bel pezzo. Un vociare pervadeva l’ambiente, perché parecchie persone oziavano o chiaccheravano in ogni stanza. La signorina che l’aveva invitato si stava intrattenendo con un gentiluomo, con cui era evidentemente in intima confidenza. Alzato lo sguardo e veduto il nostro in attesa, non si diede peso di interrompere le sue effusioni, ma continuò fino a che volle; quindi, congedato il filarino, finalmente si dedicò al suo ospite.

“Ah! Sei giunto!” Gli disse.

“Mi hai chiamato”, quello rispose. “Io giungo sempre se invitato. Ma pare che tu non ti sia data molta pena dal prepararmi accoglienza.”
“E che, tu mi giudichi?” Rispose la donna “Io faccio quel che mi pare in casa mia. Ma veniamo a noi: tu mi aggradi ed hai buona fama, vuoi unirti a me?” Chiese, carezzando il suo interlocutore. “Ci guadagneremmo entrambi: tu mi avrai, dacché so che mi brami, ed io diventerò così una donna onesta.”

Questo si stupì. “Ma come, tu non sembri conoscermi affatto, eppure dici che mi desideri. Ma come la mettiamo con quell’uomo con cui ti vidi amoreggiare quando giunsi?”
“Oh, quello?” Fece la giovane “Non ti preoccupare per lui. Non c’è problema.”
“Nel senso che l’abbandonerai?”
“No, perché dovrei? Mi è caro e mi conviene. Né lui né gli altri come lui ti devono però interessare, non penserai che io debba cambiare la mia vita per venirti incontro?”
Il ragazzo era stupito ed amareggiato. “Ma come puoi pensare ciò? Se tu davvero mi volessi, e non fossi un capriccio, rinunceresti a tutto per unirti a me. Se non sei disposta, qualunque scusa tu ponga innanzi, vuol dire che stimi ciò da cui non demordi più di me.”
“Tu devi capirmi”, disse la donna, “se davvero mi volessi bene saresti anche disposto a permettermi qualche svago”.

Randazio si interruppe  e scrutò i presenti. “Ditemi, fratelli cari”, domandò, “voi cosa avreste fatto? Sareste rimasti nonostante tutto con quella donna?”
“Sarebbe da matti” sbottò uno dei presenti “Una che ti stima così poco meglio perderla che trovarla. Ti userebbe e ti butterebbe via, perché ha altri amori.”

“Ed è proprio quello che fece il nostro giovane”, disse Randazio. “Scappò a gambe levate da quel luogo dove non era certo desiderato. Perché per dare tutto se stessi bisogna che ci sia qualcuno in grado di accogliere quel tutto.”

Alcuni dei presenti però mormoravano e si scambiavano risa maliziose e lo santo monaco disse “Così è per la parola che vi ho detto riguardo a Cristo. Se rienete altro più interessante, e non ritenete neanche di ripulire la vostra casa prima di accoglierlo, allora non ne siete degni. Quale uomo che deve ricevere un re o un uomo illustre a casa sua non la pulisce da cima a fondo, e lo onora con il primo posto? Io vi dico: se non farà così, quello ne sarà oltraggiato. Badate di non perdere il vostro tempo con chi non vi ama.”

Fai da te

Egli era un uomo ispirato.
Era indignato da quello che vedeva: il commercio di ciò che avrebbe dovuto essere sacro, la corruzione diffusa, l’ignoranza… non poteva sopportare quel centralismo che pretendeva di dare norme valide per tutti. E così, un giorno fatale, andò con chiodi e martello e appese le sue tesi alla porta. Del grande magazzino che vendeva attrezzature per la casa e l’edilizia.

Quello che voleva era in fondo semplice. Perché affidarsi a idraulici, muratori, elettricisti per fare le cose? Ogni uomo doveva saper fare da sé, senza sottoporsi per forza a regolamenti e leggi. Era la casa stessa che avrebbe suggerito come agire: ogni suo mattone, ogni cavo, ogni tubo portavano con loro il necessario per comprenderne l’utilizzo. Bastava avere fede in loro: cosa avevano i cosiddetti esperti in più?
Quell’uomo voleva insomma ritrovare la purezza del bricolage originale nel costruire, e per fare questo si trovò  a demolire.

Di fronte al generale malcontento per le fatture esose dei professionisti il movimento di protesta prese piede rapidamente.

Gli esperti, gli artigiani, quelli che si guadagnavano da vivere in questa maniera furono maledetti; messi sotto accusa, giudicati e condannati. La rabbia, come quasi sempre accade, sfociò in violenza nei confronti di questi ladri, questi parassiti, questo male della società. Qualcuno tolse il disturbo, altri si tolsero la vita.

Ogni persona si riteneva ispirata a trovare la propria soluzione ai problemi della casa. Si comprava gli attrezzi e cominciava a martellare, allacciare, svitare. I potenti del commercio fiutarono il vento, e aderirono entusiasticamente pure loro. I negozi dedicati sorsero come funghi; ognuno rifuggiva le procedure standardizzate per elaborare la propria soluzione che sosteneva migliore delle altre.

Ogni produttore cominciò a creare la sua misura di condotte, la sua tipologia di cavi, la sua dimensione di mattoni. Ogni tentativo di imporre una norma comune era visto come una ingerenza inaccettabile nella libertà altrui. Però in tale maniera chi faceva da sé finiva per ritrovarsi legato mani e piedi a colui che aveva prodotto la versione particolare di componente utilizzata.

L’inesperienza provocò incidenti e malfunzionamenti di ogni tipo; le persone normali, con poco tempo per imparare a fare le cose oppure senza attitudine, si ritrovarono allagate o fulminate; i crolli e gli incendi erano all’ordine del giorno, dato che i controlli erano rifiutati a priori e ognuno faceva come riteneva meglio.

A conti fatti ci si scoprì a pagare, tra acquisto di attrezzatura e fallimenti, molto più di prima. Anche perché si finiva per chiedere aiuto ai dilettanti più abili, che si ritrovarono ad essere professionisti quasi loro malgrado. La casta si riformò.

Il fai-da-te rimase vivo per coloro che sapevano costruirsi le cose, o quantomeno erano convinti di saperlo fare; poco per volta la mania passò e, salvo per i piccoli interventi più comuni, si ritornò ad impiegare professionisti che conoscevano il loro mestiere.

Coì finì il MacGyverismo. C’è ancora chi lo esalta, evitando con cura di conteggiare le amarezze e i morti che hanno lasciato sul campo le buone intenzioni.

Le storie di San Randazio: il troll di Burgerio

Si narra che i viaggiatori che transitavano per il ponte di Burgerio fossero afflitti da un singolare personaggio. Era costui un ometto dalla pelle grigia e bitorzoluto, con un gran naso, Qualcuno diceva fosse una creatura demoniaca, o uno di quegli spiriti naturali che si odono nelle fiabe, qualcun altro che fosse solamente un folle solitario che si divertiva a tormentare la gente. Fatto sta che coloro che transitavano per il luogo erano apostrofati da detto individuo con epiteti scurrili e ripetute bestemmie. Il profluvio di parole malvagie era insopportabile, e financo i meno sensibili fuggivano dal molesto essere. Costui era particolarmente pernicioso nei confronti de’ religiosi, che derideva sostenendo che quanto loro credevano non fosse altro che un mucchio di bugie che presto sarebbe cessato.
Il tormentatore non si chetava facilmente; si teneva sugli alberi e sulle rocce, e se uno faceva tanto di inseguirlo svaniva per ricomparire più in là. Sebbene molti si fossero mossi per acchiapparlo, nessuno v’era riuscito ancora a motivo della sua agilità e della sua conoscenza dei luoghi che impervi erano assai.
L’unica maniera di farlo smettere era ignorarlo, come se non esistesse; allora dopo un poco di solito si seccava e desisteva. Ma se lo si affrontava con le parole, era capace di seguitare per ore colmando le orecchie di ragionamenti assurdi e senza capo né coda, come nutrendosi dell’ira altrui.

Gli abitanti del contado si risolsero alfine a rivolgersi al monaco Randazio, che aveva fama di santità. Randazio accettò di buon grado di confrontarsi con la creatura. Appena giunse al ponte, l’ometto grigio saltò fuori. Aveva un lungo crine sporco e vestiva di pelli; e si mise subito ad irridere Randazio. Sosteneva costì che gran spreco era vestire l’abito di frate, che tutto sarebbe terminato con la morte e quindi tanto valeva spassarsela e godersela. Lo monaco stette un poco a sentirlo, senza dar segno di accusare il colpo. Al che l’ometto, con aria furbastra, disse: “Eh! Ben ti seccano le mie proposizioni, che non favelli!”

Al che Randazio replicò con una gran risata. “Ometto, tu non m’infastidisci punto. Se tu hai ragione, e siamo solo cibo per li vermi, tu sei nulla, per me almeno. E come può il nulla infastidire? Ma se ho ragione io e un Signore esiste, tu mi fai solo una gran pena, perché irridi ciò che non conosci. Vedi bene”, proseguì il santo monaco, “in un caso o nell’altro tu non sei punto fastidioso, perché se’ niente. Mentre se tu volessi cambiare e riconoscere lo Signore tuo, allora saresti un fratello, e tutto.”

L’ometto tacque, quindi in silenzio disparve e più non si sentì di lui. Nessuno sa se andò altrove a seccare la gente o seguì il consiglio di Randazio e scelse vita migliore.

 

Le storie di San Randazio: il regalo

Poldino, il giovane novizio, era distratto e pensieroso. Era già la terza volta che bagnava le stesse pianticelle nell’orto del convento. Fra’ Randazio smise di potare e gli si accostò alle spalle, silenzioso nonostante la rispettabile mole.
“Fratello, quella povera insalata sta annegando…”
Poldino si riscosse con un sussulto. “Io…ecco…”
“…stavi pensando ad altro.” Completò per lui Randazio. “E si può sapere a cosa stavi pensando, per distrarti così dal tuo compito?”
Poldino arrossì. “Parla liberamente”, lo incoraggiò Il monaco più anziano.
Poldino prese fiato. “Mi stavo domandando come mai Nostro Signore non esaudisce i nostri desideri. Io domando, prego, e sono cose buone…ma sembra che Iddio non mi ascolti.”
Randazio considerò gravemente le parole del giovane. “Fratello, non voglio risponderti subito. E’ una domanda profonda, ma per comprendere la risposta non basta ascoltarla. Te la darò domani. Oh, mi pare di ricordare che sia anche il tuo compleanno, giusto?”
“Sì, è vero”, rispose il fraticello, contento che il suo superiore non avesse riso del suo dubbio o, peggio, l’avesse punito per questo. “Ma domani non sono qui all’orto. Deve seguire i bambini dell’orfanotrofio.”
“Tanto meglio. Domani verrò con te.”

Attaccato al convento c’era una casa che i frati avevano adibito ad orfanotrofio per i tanti bambini del paese rimasti soli a seguito della guerra. Ve ne erano una trentina; e tutti erano affezionati a Poldino, anche lui orfano e poco più grande di loro.
L’indomani il novizio si vide arrivare Fra’ Randazio con un ragazzino. “Fra’ Poldino, ho detto a questo scalmanato che oggi era il tuo compleanno, e si è messo in testa di farti un regalo. Codesto figliolo voleva attrezzarsi a tale scopo, e siccome tu sei per oggi il suo custode e maestro te l’ho portato, così che tu possa ascoltare le sue richieste”.

Si fece avanti Nino, un soldo di cacio alto un braccio e un palmo. “Frà Poldino, mi dovete dare quella mannaia che è in cucina”, domandò con voce ferma.
“La mannaia? Ma cosa ne vuoi fare?”
“Prenderò le galline e ne farò un  spezzatino” disse il bambino. “Vi piace, no?”
Poldino si passò le mani sulla fronte. “Ascolta, caro Nino: quella mannaia è affilatissima e grande quasi quanto te.  Se tu provassi ad usarla ti affetteresti da solo. Le galline, poi, servono per le uova: meglio lasciarle stare.”
“Oh”, fece il ragazzino deluso. Ristette per un attimo, poi si rischiarò in viso. “Lo so io cosa posso fare! Ti prego, prendimi un ramo con del fuoco dal camino.”
Poldino si stupì. “Fuoco? E cosa mai te ne farai del fuoco?”
“Voglio bruciare le erbacce dall’orto, per alleviarti il peso di mantenerlo!” Esclamò gioioso il ragazzino.
Poldino rabbrividì. “Nino, il fuoco è pericoloso. Ti bruceresti. E poi è tutto secco, non piove da settimane. Finiresti per incendiare il convento. Meglio di no.”
Nino si grattò la testa.”Ah, lo so, allora: se mi darete un po’ dei soldi che avete raccolto con la questua, correrò in paese a comprarvi dei biscotti!”
Poldino rise. “I soldi della questua non sono miei da darne via. E poi i biscotti mi piacciono poco. Finiresti per mangiarli tutto tu.” Guardò sospettoso il ragazzino. “O forse questo è quello che speravi di ottenere?”
Nino abbassò la testa.
Intervanne Randazio: “Dimmi, fratello, perché hai respinto le preghiere che questo bambino ti rivolgeva? Sei forse cattivo, o mancante?”
“Gli ho negato quanto domandava perché sarebbe stato un male per lui avere quelle cose. Pur avendo intenzioni rette, o quasi, non sapeva quanto chiedeva”, rispose Poldino. “L’ho fatto perché gli voglio bene”.
“Allora ora comprenderai come si deve sentire Iddio quando Gli rivolgiamo certe nostre richieste, che sa che se fossero esaudite sarebbero la rovina nostra, Lui che sa tutto.” interloquì tranquillo Randazio. “Dov’è che ha sbagliato Nino?”
“Pensava che certe cose mi avrebbero fatto piacere, mentre non è così.”
Nino, tutto contrito, si accostò al monaco “Fra’ Poldino, perdonami. Perché non ci dici tu stesso cosa desideri?”

Poldino posò una mano sulla testa del ragazzino. “Mi piace la crostata di fragole. Perché non vai a raccoglierne al bosco e le porti a Fra’ Bruno, che sta di cucina? Ce ne sarà una fetta anche per te!”
“Evviva!” Gridò Nino, e corse via.
“Vedi, era così semplice”, disse Randazio. “Basta domandare, cosa vuoi da me? E Iddio, il cui piacere è il bene dell’uomo, ti darà quello di cui hai più bisogno. Lui che ti fa chiedere, ti concederà.”
“Ho capito”, disse Poldino.
“E allora su!” Randazio gl menò un gran colpo sulla spalla. “Andiamo da fra’ Bruno, a dirgli che ci sono fragole in arrivo.”
“Se non se le mangerà prima tutte Nino!” Esclamò Poldino.

 

Cittadino

(…) “Cittadino! Perché non canti?” lo richiamò la guardia con la coccarda dei sanculotti sul berretto.
Bastien si voltò con aria placida. “Non canto perché sono stonato: queste canzoni mi fanno venire il mal di gola. Cittadino? Io son della campagna, a dire il vero. Perché mi chiami così?”
“Perché l’essere cittadino è ciò che dà tutti i diritti!” Esclamò il milite agitando la picca. “Se non sei un cittadino non sei nessuno!”
“Ma guarda! Io ero convinto che ciò che sono mi venisse dall’essere uomo, e dacché Iddio mi abbia creato. Senza essere cittadino non sei eguale, o libero? Non sei fratello comunque?”
Il sanculotto lo fissò. “Il cittadino è colui che prima di ogni cosa obbedisce allo Stato. Nessuno che non sia tale può essere uguale a me, oppure mio fratello.”
“Ah, ma allora non mi riguarda; la mia obbedienza la do a Domineiddio, e solo dopo agli uomini. Se essere cittadino non ti fa essere più cristiano non mi interessa”, rispose Bastien.
La guardia si scostò inorridita. “Tu! Tu sei uno di quei pretacci che non hanno fatto il Giuramento alla Costituzione!”
Bastien sospirò. “No, non sono molto amico del vostro vescovo Talleyrand”.
Il milite l’afferrò per la giubba. “Ah, cane nero! Vedremo se adesso il tuo dio ti trarrà d’impiccio!” e cominciò a trascinarlo via, chiamando a gran voce i suoi compari. (…)

Da “Il canto della ghigliottina”, Jacques Bandedevis

Da “Le storie di San Randazio” – Le voglie naturali

Tratto da “Le storie di San Randazio”, di anonimo

“(…) Accadde dunque che il santo monaco Randazio si trovasse vicino all’abitato di Subbio, quando scorgea una pulzella assai discinta che tergeva i panni in un torrente. Il monaco prontamente distolse lo sguardo, ma fu apostrofato da un giovane assai ben vestito che trovavasi a transitare per lo medesimo sentiero.
“O frate, perché fuggi tu la vista di sì dolce spettacolo? L’Iddio che creò te medesimo e la bellezza del creato non è forse lo stesso che ha disegnato le forme così soavi di quella fanciulla?”
Randazio si volse verso il giovinetto. “Ma che tu dici? Frate e omo io sono, e non mi è consentito indulgere in siffatte vedute, che solo il marito di quella donna possa godere”.
Il passante ebbe un sorriso. “Tu erri, frate, perché il tuo Signore non avrebbe fatto siffatte bellezze se non avesse voluto che tu anco ne godessi, né avrebbe messo nel tuo cuore il desiderio di goderne se non fosse stato per te una cosa bona. O pensi che Egli metta in te qualcosa di male?”
Il monaco più non favellò e tirò innanzi; ma si avvide che era seguito da quel figuro che gli aveva parlato.

Poco più innanzi vi erano alberi di pomi a lato della strada, ben recintati in un frutteto; e dalle fronde rosseggiavano frutti maturi come mai si erano visti belli. Grande era la calura della giornata, e Randazio era digiuno;  si trovò indi a guardare con insistenza verso quelle succulente sfere.
Al che gli si accostò il giovane benvestito che disse lui: “Frate, perché esiti? Non vedi che il cancello è aperto e nessuno si vede intorno? Certo non è peccato quietare la fame e il disiro giusto di cibo che Iddio stesso ti ha posto in core.”
Ma Randazio replicò “Tu sai che quei pomi sono altrui; sarebbe rubare, anco se niuno lo sappia.”
Rise il giovine di un riso sguaiato. “Quanti scrupoli, monaco! Iddio creò quei pomi per il tuo sollazzo, e tu esiti? Andranno sprecati se tu non te ne cibi, e sarà peccato imputato a tuo carico. Non pensi che se lassù ti avessero voluto affamato si sarebbero trattenuti dal mostrarti codesti alberi? La voglia naturale mai dovrebbe essere ignorata.”
Ma il frate già procedeva avanti sul sentiero.

Giunsero alfine ad un prato fiorito, il cui dolce profumo riempiva l’aere, e sopra a cui augelli spandevano i loro richiami. Un venticello leggero rinfrescava, e l’ombra di certi alberi si spandeva sul’erba. Polverosa ed erta la strada andava, nella calura; e Randazio si sentì stanco e con i piedi doloranti.
“Un riposino, frate mio?” Disse lui il giovane, che persisteva nell’inseguirlo. “Veggio che hai le membra affaticate: perché non lasci che il giorno proceda e il sonno del giusto ti prenda su questo magnifico prato? Certo il Signore Iddio stesso ha voluto preparare un luogo sì ameno per te, quale ricompensa per le tue sofferenze. Perché non profittarne?”
“Perché, come forse sai, sono atteso altrove” disse il monaco “e non è riposo che vo cercando nel fare ciò”.
“Ah, sbagli ancora!” Rispose il giovane. “Dovresti cedere a questi desideri che, se sono nel tuo core, sono certamente boni e degni. Come fai a dire che sono male? Meglio, dopo un buon sonno, avanti andrai, e chi ti aspetta aspetterà ancora: che devi a lui, che ti impedisce di pensare prima a te medesimo?”
Randazio si voltò verso il giovine. “Tu questo dici? Che dovrei cedere a fare ciò che il core mi detta?”
Questi allargò le braccia. “Ma certo! Su, più non esitare: fa quello che il tuo animo e la tua voglia ti dicono, senza riguardo per alcuno.”
Al che il monaco raccolse da terra un robusto randello, e disse: “Il mio animo prova il desiderio irrefrenabile di percuoterti con codesto bastone fino a lasciarti a terra insanguinato; e perché non dovrei cedere al disiro, che sicuramente mi è stato messo in core da Iddio in persona?”
Ma il giovine si era dileguato, come fatto fosse stato di ombra e non di carne: perché altri non era che il demonio. Così Randazio riprese il cammino, fischiettando. Portandosi dietro, per prudenza, il randello.”

Sapienti come noi

Il vescovo di Brobdingnag amava il progresso. Per questo non poteva soffrire i suoi parrochiani. Oh, sia ben chiaro, li amava tutti: In fondo era il loro pastore. Non è scritto però da nessuna parte che un pastore non possa trovare le pecore insopportabilmente ottuse.
Perché i fedeli della sua chiesa erano, insomma, troppo fedeli. Mancavano di immaginazione, di fantasia. Si accontentavano di quello che avevano sempre saputo, invece di mettersi al passo con i tempi. Non ci mettevano quella trasgressione, quella sana mancanza di rispetto all’autorità – non la sua, beninteso – che ne avrebbe fatto spiriti liberi.

Ma che ci volete fare, la pazienza è una virtù. Quella era la sua prima nomina: il vescovo era convinto che di lì a poco, dimostrando sufficiente spirito di iniziativa e di innovazione, lo avrebbero promosso ad una diocesi di altro spessore. Così aveva accettato quella cattedra storcendo un po’ il naso ma, come i suoi amici che avevano già fatto carriera gli confermavano, con la consapevolezza che era un male necessario. Magari, grazie a lui e alla sua guida, anche quei testardi contadinotti sarebbero finalmente entrati in una nuova era di comprensione.

Così si era dato da fare per organizzare una serie di conferenze sulla nuova organizzazione pastorale che aveva elaborato. Era tempo di correggere qualcuno degli atteggiamenti retrogradi e obsoleti, indegni di una Chiesa moderna, che ancora affliggevano le sue parrocchie.
Aveva invitato a tenere con lui la discussione Giovanni Allamoda, il famoso filosofo e teologo, suo intimo amico. Certo, Allamoda non era proprio un credente: ma occorreva correggere quella visione arretrata per cui solo i cristiani potevano dire la loro sul cristianesimo. Bisogna imparare dalle altre esperienze, specie quelle più qualificate. La menta eccelsa dell’intellettuale, ne era certo, avrebbe sostenuto e validato il suo discorso.

La sera della conferenza il vescovo era rimasto a lungo indeciso. Come vestirsi? Da laico, per far vedere quant’era alla mano, suggerendo che non c’erano differenze tra lui e loro? Alla fine aveva optato per indossare tutti i paramenti, simbolo di autorità. Una strizzata d’occhio ai tradizionalisti, che così magari si sarebbero lasciati imbonire.

La chiesa era colma, anche se non stracolma come si sarebbe augurato. Il vescovo transitò nella navata, benedicendo e stringendo mani, fino a giungere ad un tavolo posto di fronte all’altare, dove già l’aspettava Allamoda. Dopo uno scambio di convenevoli, il vescovo attaccò il discorso che aveva preparato.
Era tempo di scrivere un nuovo capitolo del Vangelo, aveva esordito. Per troppo tempo la pastorale era stata appesantita da una dottrina troppo rigida, Era ora di liberarsi delle interpretazioni restrittive ed adeguarsi ai tempi, aprendo…
La gente lo ascoltava, immobile. Dalla prima fila un ragazzino alzò la mano. Il vescovo cercò di ignorarlo.
…accoglienza di colui che sbaglia: chiamarlo peccatore è discriminante, occorre comprendere che spesso è costretto delle pressioni della società a cui…
il ragazzotto agitava il braccio. L’oratore provò a lanciare occhiate ai genitori, ma questi non reagirono. Qualcuno cominciava a mormorare. Il vescovo capì che doveva liberrsi dell’impiccione, se voleva completare il suo programma per la serata.

Sorrise, un po’ rigidamente, al ragazzotto. “Sì figliolo? Hai qualche dubbio? Qualcosa non è chiaro?”
Il ragazzo si alzò in piedi. “Mi scusi, eccellenza, forse non ho capito bene. Sta dicendo che la verità può cambiare?”
Il vescovo ridacchiò. Povera mente confusa. “Oh, non la verità, ma come noi la vediamo. Quello che oggi è bianco, domani può essere nero, o un misto tra i due: rimane la verità, ma si adatta ai tempi e alle persone.”
“Quindi mi sta dicendo che quello che valeva prima per la Chiesa oggi non vale più, e domani potrebbe cambiare ancora?” insistette il giovane.
Oh, uno di quelli. Il vescovo allargò il sorriso. “In un certo senso. Si tratta di adeguare il Vangelo alle circostanze per farlo capire meglio, per renderlo pienamente utilizzabile da tutti, te compreso. Non ti farebbe piacere un Vangelo che capisse le tue esigenze, che ti facesse sentire a posto, giusto?”
“No.”
Il sorrso del prelato si congelò. “Come no?”
“A me non interessa qualcosa che si adatta a me. Come sono fatto lo so già, e non riesco a rendermi felice. Io sbaglio sempre. A me interessa qualcosa che non cambi, che rimanga sempre uguale in ogni momento e in ogni luogo, perché vuol dire che quello non può sbagliare, e lo posso seguire. Credevo che la Chiesa fosse così. Ma se non è così, se la Chiesa è come dite voi, non mi interesssa. Vuol dire che è solo una buffonata fatta dagli uomini. E perché dovrei starti a sentire, quindi?”
“Ragazzino, come ti permetti?”
“Scusami, vescovo, ma io stavo a sentirti solo perché pensavo che dicessi la verità. Ma se non esiste, ed è solo quello che piace a me o a te, allora con quale autorità mi dici che dovrei seguire qualcosa che ieri era sbagliato e domani cambierà ancora? Senza qualcosa che arriva attraverso i secoli direttamente da Dio sei solo un ometto vestito buffo che racconta le sue idee. Grazie tante, non mi interessano, ne conosco di migliori. Adesso penso andrò a casa.”
Si alzò ed uscì. I genitori, imbarazzatissimi, si alzarono a loro volta e lo seguirono. Come ad un segnale, altri si avviarono verso l’uscita fino a che la chiesa si svuotò quasi completamente.
Il vescovo era rimasto a bocca aperta. Annichilito, si volse verso il teologo, come in cerca di aiuto. Questo alzò le spalle. “Peggio per loro, sono ignoranti, dei sempliciotti. Mica tutti possono essere sapienti come noi.”

La panchina

I due si trovarono come per caso accanto a quella panchina in riva al fiume, in quella giornata dall’odore d’autunno dove i riflessi delle foglie nell’acqua sembravano fiamme. Provenivano da opposte direzioni, e non avrebbero potuto essere più diversi.
Uno indossava un abito bianco di ricercata eleganza, immacolato, quasi a simboleggiare il distacco da tutti i problemi terreni, dal volgare mondo materiale; l’altro vestiva un nero usurato, nelle cui sfumature si indovinavano macchie di terra, di grasso e di cibo. Rammentavano quasi certe coppie comiche del cinema, gli archetipi di diverse concezioni di vita. Ed era una vita che si conoscevano, e si trovavano come per caso su quella panchina.

Si fermarono; quello vestito di nero aveva un aria pensierosa, la sua controparte vestita di bianco un’aria sorniona e vagamente compiaciuta. Come ad un segnale invisibile si sedettero contemporaneamente. Per un po’ rimasero lì, a guardare scorrere l’acqua macchiata di cielo, senza parlare. Poi quello vestito di bianco si schiarì la voce e prese la parola.
“Non ti va mica tanto bene, ultimamente, mi sembra.”
L’altro si girò leggermente, alzando un sopracciglio. “Cosa intendi, esattamente?”
Il primo ridacchiò. “Dai, che hai capito. C’è parecchia confusione dalle tue parti. Non mi sembra che la tua barchetta preferita se la cavi molto bene.”
Quello vestito di nero si drizzò leggermente. “Oh, non è la prima volta. La storia è piena di momenti in cui sembrava che la mia barchetta, come la chiami tu, si stesse per rovesciare. Spesso per colpa dei tuoi amichetti…”
Il suo interlocutore finse indignazione. “Oh, ma quando mai? Noi facciamo la nostra strada: non è colpa nostra se i vostri capitani pretendono di sapere ogni cosa. Ciò dà molto fastidio a noi che effettivamente sappiamo.”
“Credo tu ti stia sbagliando. Non è che dalle mie parti si sia mai preteso di possedere la verità; è che pensiamo che la verità ci sia e sia venuta a trovarci…”
“Direi che su quest’ultimo punto tra i vostri marinai ci sia un certo dissenso, ultimamente”.
L’uomo in nero fece un gesto con la mano, come a scacciare le mosche. “Confusione, la chiamerei. Ma non credo che la vittoria della tua parte sia così inevitabile, checché ne dicano alla televisione…”
“La gente che guarda la televisione merita che gli si menta. Non vedo però come si possa sperare di riuscire a fermare la nostra avanzata vittoriosa.”
“Avanzata? E’ un fenomeno passeggero. Quando in passato è capitato, e le cose sembravano irrimediabili, il nostro ammiraglio, per così dire, ha sempre tirato fuori dal cappello una sorpresa. Qualcosa di inatteso, che ha rimesso in sesto la sua nave. Ho confidenza..”
“Confidenza. E’ quella che si ha prima di capire il problema.”
“Oh, ma io non confido negli uomini.”
L’uomo in bianco ridacchiò. “Davvero? A me sembra che il tuo ammiraglio ultimamente stia facendo fuori tutti i suoi ufficiali di rotta, altro che fabbricare conigli. Forse ha deciso che la situazione ormai è irrimediabile, ha tirato i remi in barca e mette al riparo i suoi più fidi lasciando gli altri al loro destino.”
“O forse vuole toglierci dalle nostre facili certezze, metterci alla prova.”
“Sia come sia, senza ufficiali e senza quel coniglio dubito che ve la possiate cavare. Mi è venuta voglia di lepre in salmì… E, sentiamo, cosa potrebbe mai essere questo coniglio?”
Il secondo si strinse le spalle. “E che ne so?” Pensò un attimo. “Potrebbe essere chiunque. Per quanto ne so, potrei essere anch’io.”
“Ah, proprio quello di cui ha bisogno il mondo: dei geni con la dote dell’umiltà. Siamo rimasti così in pochi, ormai.” Ribatté sardonico l’altro.
“Geni? No, non direi proprio. In una certa maniera il contrario. Il genio è colui che pensa di potere e sapere tutto; il santo è colui che sa che non è niente e lascia fare tutto a Dio. E’ di santi che il mondo ha bisogno.”
L’uomo in bianco sbuffò. “E quindi tu ti consideri un santo?”
“Io? No di certo. Ma se il Signore volesse potrebbe utilizzare anche uno come me. Non farebbe che esaltare la Sua potenza, misero come sono. Anzi, forse lo fa già.”
L’uomo in bianco lo guardò pensieroso. “Sia come sia, mi attendono tempi esaltanti. Forse per te un po’ meno.”
L’uomo in nero ricambiò tranquillamente lo sguardo. “Anche ottenessi tutto quello che vuoi, compreso l’affondamento della mia barca, credi che saresti felice? A ben guardarlo, il tuo mondo nuovo non mi sembra così bello. Anzi, più cresce secondo il tuo desiderio più diventa brutto e cupo e disperato, un posto da non viverci.”
Il suo antagonista fu preso in contropiede. “Siete voi a renderlo tale!”
“Davvero? E come mai, allora, mano a mano che sembrate vincere e noi diminuire, peggiora?”
L’uomo in bianco si alzò di scatto. “Adesso devo proprio andare.” E si allontanò. Fatto cinque passi, si voltò. “Se la tua barca dovesse naufragare e tu con essa, l’unica cosa che mi dispiacerebbe saresti tu e questa panchina. L’unica.” E continuò per la sua strada.
L’uomo in nero lo seguì con lo sguardo. “Già. Ma chissà se, proprio per questa panchina, un giorno ci ritroveremo.” E anche lui si voltò e riprese a camminare sulla strada che doveva percorrere.

Superato

La piccola utilitaria filava a quaranta all’ora. La strada era larga, a due corsie, con una doppia striscia in mezzo, e pareva fatta apposta per correre. L’ometto vestito di bianco al volante non se ne curava;  viaggiava contento verso la sua destinazione, nella bella giornata assolata che invitava a tenere i finestrini aperti.
Evidentemente però  il guidatore dell’auto che lo seguiva non era della stessa opinione. Arrivò sparato, facendo i fari; poi inchiodò quasi, e fece partire un sonoro colpo di clacson. Il guidatore dell’utilitaria lo guardò nello specchietto: uno di quei tipi alla moda, con occhiali scuri e auto sportiva, sempre di fretta. Gli sorrise.
La macchina sportiva, sgommando, superò la striscia di mezzeria e l’utilitaria e accelerò facendo rombare il motore. “Imbranato! Datti una mossa!” si udì dal finestrino aperto; magari non proprio con queste parole, ma il concetto era quello.

Il guidatore della piccola auto lenta sorrise ancora.

L’auto successiva arrivò pur’essa sparatissima; era un SUV nero con due tipe eleganti a bordo e alcuni cagnolini dagli occhi a palla  incollati ai finestrini posteriori. Rallentò per un attimo, poi mise decisamente la freccia e oltrepassò la vettura più piccola mentre le due donne ridevano tra di loro. “…superato”, fu la sola parola che si riuscì ad udire.

Anche la terza macchina era un macchinone, di quelli costosi, di gran marca. Superò a gran velocità senza accennare neanche a frenare. A bordo due uomini, almeno uno sembrava un prete, chissà poi  se lo era; comunque si limitarono a lanciare uno sguardo di compatimento e, forse, qualche labiale di disprezzo verso quella inutile lentezza di auto.

Il cui autista continuava, mite, a sorridere.

Di fianco a lui c’era seduta una donnina minuta, che aveva guardato un po’ addolorata la successione di sorpassi. “Ma non ti dà fastidio essere superato?” Chiese al suo vicino di sedile.

“Oh, no, per niente”, rispose lui tenendo gli occhi fissi sulla via. “Ci sono buoni motivi perché il limite di velocità di questa strada sia così basso. Anche se non sembra, è parecchio pericolosa, la conosco bene. E quanto a quelli che mi hanno superato, li perdono perché non sanno quello che fanno. E presto se ne pentiranno”.

“Sì? E quando?”
“Oh, quando vedranno la pattuglia appostata là in fondo con l’autovelox…”

Bel fico

Caio e Sempronio ciondolavano al sole del meriggio, guardando la strada seduti nel portico. Accanto alla casa un gruppo di ragazzini chiassava e rideva, prorompendo in sonore bestemmie, ad ognuna delle quali le risate scoppivano più alte e sonore.
“Beh, sono ragazzini”, disse Caio che, al contrario del suo amico, di fede ne aveva pochina. “Non sanno che non è educazione. E poi è un’opinione, no?”.
Ad un tratto uno richiamò gli altri. Al riparo di una piccola tettoia ombreggiata da un fico aveva scoperto una gatta con i suoi micini. Il gruppo si mosse. Qualcuno, seguito da tutti gli altri, cominciò a tormentare i gattini con dei rametti.
“Oh, non sono cattivi, vogliono solo giocare”, disse Caio. “E’ nella loro cultura, è della loro età sperimentare con le cose. Mi ricordo che anch’io, una volta…”.
I ragazzini cominciarono a prendere a calci e calpestare i cuccioli, incoraggiandosi l’uno con l’altro, fino a ridurli in poltiglia.
“Certo, può sembrare eccessivo”, disse Caio, “Ma considera che forse è meglio per tutti. Così ci sono meno randagi in giro. Sono solo un fastidio, meno male che ce ne hanno liberati. Dovremmo ringraziarli”.
La gatta miagolava e soffiava orribilmente, giuardando il massacro dei suoi piccoli. I ragazzacci raccolsero frutti marci dalla piante dei fichi e cominciarono a tirarli all’animale.
“Bel lancio quel fico” Caio sogghignò, poi aggrottò le ciglia. “Ehi, se fanno così sporcheranno il muro!” Disse Caio. “Quella è casa mia!”
“Basta, smettetela”, urlò l’uomo. I teppisti, per tutta risposta, cominciarono a lanciare anche contro di lui i proiettili vegetali e poi, terminate le munizioni a portata di mano, insultando, bestemmiando e ridendo corsero via.
“Maledetti bastardi!” Ringhiò Caio “mi hanno macchiato tutto!”
Sempronio scosse la testa. “Il fico non è poi così attraente quando sei tu il suo bersaglio, vero?”

Ingiunzione di decesso

Le pareti dello studio erano di un colore grigino chiaro, un poco stinto, ma non così stinto come gli abiti del signor Magnolia e di sua moglie. Ambedue avevano visto giorni migliori; il taglio risaliva a parecchi anni prima, e di sicuro erano stati parecchio usati. Il completo dell’avvocato, in contrasto, appariva nuovo, persino sgargiante al confronto, di una tonalità pastello così intensa da apparire quasi falsa come il suo sorriso.

I coniugi si accomodarono timidamente, muovendosi a disagio. L’avvocato intrecciò le dita delle mani sotto il mento. “Allora, in cosa posso esservi utile?”
“Abbiamo ricevuto una busta del ministero”, disse l’uomo quasi esitando. “Margherita, tirala fuori…”
La donna estrasse dalla borsa una busta giallina, che l’avvocato afferrò prontamente. “Ah”, esclamò, “una ingiunzione di decesso obbligatorio!”
Aggrottò le ciglia. “Qui dice ‘Giovanni Magnolia’. Sarebbe lei?”
L’uomo annuì. “Sì, sono io. Lì dice che, per il mio bene, devo essere sedato e privato di alimentazione fino al decesso. Ma non sono malato!”
L’avvocato si sporse leggermente. “Ne è sicuro? Non mi sembra troppo in salute. Cosa le hanno detto all’ospedale?”
“Ma io non sono mai stato all’ospedale!” scoppiò l’ometto. “Da quando mi hanno tolto le tonsille, a nove anni. Io quei dottori lì non li ho mai visti né sentiti.”
L’avvocato continuò a leggere. “Eppure qui dicono che lei è malato terminale, non ha speranza di guarigione, e quindi per alleviare le sofferenze e innalzare la qualità della sua vita lei deve morire il più in fretta possibile.”
“Ma chi? Chi sono questi?” gemette il signor Magnolia
“Dottori. Dottori importanti, Primari addirittura. Almeno, così si dice. A quanto pare lei non ha nessuna speranza, e non c’è cura.”
“Ma io sto benissimo!”
L’avvocato scosse la testa. “Dottori così importanti non si possono sbagliare. Non c’è niente da fare.”
L’uomo sbiancò. “Ma…cosa vuol dire tutto questo? E’ un errore, è chiaramente un errore! Io farò ricorso!”
L’avvocato fece schioccare le labbra. “Come suo consigliere legale, glielo devo sconsigliare. Questo genere di ricorsi non va mai a buon fine. Come le ho detto, i dottori e il ministero non si possono sbagliare. Ci sono dei precedenti precisi.”
“Vuole dire che i giudici non ci darebbero ragione? Contro l’evidenza?”
L’avvocato agitò una mano, come a congedare la possibilità. “L’evidenza non è mai influente in queste faccende. Sì, un appello contro l’ingiunzione ci farebbe guadagnare qualche mese…ma a che prezzo?”
“Come, a che prezzo?”
L’avvocato sospirò. Questi erano proprio fuori dal mondo. “Come le ho già detto, non troverà nessun giudice disposto a dare contro dei luminari, degli scienziati, e contro la giurisprudenza acquisita. Se lei deve morire, deve morire, se ne faccia una ragione. Ma per ogni giorno perso – pardòn, da lei guadagnato – la sua famiglia sarà costretta a versare allo stato e ai dottori migliaia di euro a titolo di risarcimento.”
“Risarcimento? E risarcimento di cosa?” scattò Magnolia.
“Del tempo che lei ha perduto nel suo diritto a morire dignitosamente, nonché quello dei vari infermieri eccetera eccetera che sono stati costretti a guardarla prolungare il naturale decorso della sua esistenza. Se oltrepassa la data indicata, poi, la sua pensione verrà sospesa indefinitamente.”
Il signor Magnolia parve accasciarsi. “Ma non ha senso. Dovrei pagare perché voglio vivere?”
“E’ il minimo. Lei va contro decisioni acquisite, e fa perdere tempo al giudice ed allo Stato, che di sicuro potrebbe impiegarlo meglio.”
“Migliaia di euro, ha detto? Ma io non tutti quei soldi…”
L’avvocato si disse mentalmente”C’ho azzeccato”. “Ragione in più per non mandare in bancarotta la sua famiglia. Guardi, è anche fortunato: probabilmente se rispetta le date indicate la sua vedova prenderà in parte la sua pensione…”
La futura vedova scoppiò in lacrime, e l’uomo le mise una mano sulla spalla. “Ma forse potrei…fuggire…”
“Per andare dove? Si ricordi, l’ingiunzione di decesso è obbligatoria. In caso facesse perdere le sue tracce le leverebbero tutto. No, dia retta: vada in una bella clinica, si faccia sedare e non ci pensi più.”
“Come, in una clinica? Devo anche pagare per morire?”
“Ma certo! La clinica deve essere certificata: vuole mica che l’ammazzino degli scalzacani? Ci sono quelle pubbliche, volendo, ma se mi ascolta spende qualche soldo e sta sicuro che di non svegliarsi a metà del – uhm – trattamento. Sgradevole, sarebbe, per tutti. Se desidera, sarò ben lieto di indicargliene una che farà al caso suo.”
I coniugi si alzarono. L’avvocato, sulla soglia dell’ufficio, strinse loro le mani. “Allora, condoglianze vivissime. Felice di essere stato d’aiuto. Se, andando, volete regolare con la mia segretaria…”

 

Politicamente corretto grappa

La persona diversamente giovane entrò nella rivendita di sostanze a contenuto alcolico variabile entro il limiti di legge, macchine per il giuoco severamente vietate ai minori nella fascia oraria 8-14 e bevande a base acquosa lievemente eccitanti.

Si avvicinò al bancone e si sedette pesantemente su uno sgabello. “Barista! Un caffè, corretto grappa!”
Tutti gli occhi nel locale si girarono verso di lui.

Il responsabile della vendita al dettaglio si chinò verso di lui. “Mi scusi, gentile avventore, lei forse intende chiedere un infuso a base acquosa contenente caffeina addizionato di bevanda DOP a tasso alcolico non inferiore ai quaranta gradi?” chiese ad alta voce.
“Eh?”
“Caffè corretto grappa“ sussurrò il barista, in maniera che solo l’anziano potesse sentire.

“Che ti piglia, ragazzo? E’ quello che ho detto no?”
Con pazienza, l’addetto dietro al bancone recitò “Sono tenuto ad avvertirla per legge che l’assunzione di sostanze eccitanti può essere dannosa, e che l’alcol ha effetti nocivi sul fegato e sulla soglia di attenzione. La guida…”
“Va bene, ve bene, portamelo, eh?” tagliò corto il diversamente giovane.
Il barista esitò. “Mi scusi, ma posso chiederle se il suo tasso alcolemico…”
“Eh?”
Il barista si avvicino ancora alla testa dell’uomo “Ha già bevuto, signore?”
“Certo che ho bevuto, ragazzo! Qualche cicchetto!”
Il ragazzo fece per dire qualcosa, spalancò la bocca, la richiuse, e si voltò verso la macchina del caffè.

“Eh, sì, che vita grama! Tu sei giovane, non conosci la vita! C’è questa mia nipote disgraziata…”
Gli altri avventore del locale si guardarono tra loro.

“…Che si è messa con ‘sto negher che arriva dall’Africa…”

A un cliente che stava bevendo andò di traverso, e cominciò a tossire e sputacchiare.

“Un bravo ragazzo, neh, con voglia di lavorare, che ci sono tanti disgraziati che vendono droga e peggio…”

Una coppia si alzò di scatto, gettò i soldi sul tavolino e si diresse quasi di corsa verso l’uscita.

“…ma tra che l’è negher e che è un po’ zoppo…”

“Mi scusi, mi scusi” disse rapidamente il barista guardandosi attorno “intendeva dire che proviene da paesi sottosviluppati ed è svantaggiato fisicamente, vero?”

“No, l’è proprio zoppo e negher” continuò imperterrito il vecchio “e così non trova un lavoro che è uno. Il fatto è che mia nipote è rimasta incinta, e adesso vorrebbe abortire…”

Un altro avventore lasciò il proprio tavolo e uscì in fretta.

“La prego…dica interruzione di gravidanza, almeno…” supplicò il barista.

“…Ma io dico no! I bambini sono bambini!…” disse il vecchio alzando un dito e la voce.

“La prego! La prego! Feto, grumo di cellule…”

“…E la mamma è sempre la mamma!” esclamò l’avventore.

“Genitore uno oppure due…” mugulò il barista.

“…Bisogna essere ciechi e sordi per non vederlo!…”

“Non vedenti, non udenti…la prego, la prego…” Il ragazzo dietro il banco sudava profusamente.

“Va bene che non credi in Dio, in Nostro Signore, ma…”

Il ragazzo sbiancò. “Ssshhh! Non si dice Non si dice!”

“…E dico io, si sposassero, che adesso si sposano pure i ricchioni!”

Altri due tavoli furono lasciati precipitosamente liberi. Il barista non tirava neanche più il fiato. “Persone omosessuali…”

“…che non c’ho niente io contro i ricchioni, avevo pure un zio che…”

“Il suo caffè!” Interruppe con voce disperata il barista.

Il vecchio prese la tazzina e mandò giù il contenuto d’un colpo solo.  “Ah, buono! Quanto le devo?”

In lontananza si sentivano delle sirene. “Niente, niente, offre la casa! Ma adesso come di consueto dobbiamo serrare per il fine turno! Buona serata, è stato un piacere!”
“Allora grazie, neh! Ritornerò!” ed uscì dal locale con passo lievemente malfermo.

Quando fu uscito il barista lasciò andare un lungo sospiro. Le sirene si avvicinavano. Il solo altro avventore rimasto scosse la testa. “Ma non conosceva la legge, quello? Lo sa cosa gli faranno adesso? E chi era, poi?”
Il barista fissava ancora la porta. “Non lo so. Una persona non politicamente modificata, forse. Uno genuino” aggiunse, portandosi poi la mano alla bocca come qualcuno che ha detto qualcosa di imperdonabile.

Fatti mandare dalla mamma

“Mi vai a comprare i datteri in Nuova Croazia?” chiese Dana.
Il sole entrava dalla finestra aperta. Le tende svolazzavano alla brezza, e alcuni gabbiani roteavano piano sopra il mare piatto come una tavola.
Bruff sbuffò. “Insomma, perché non te li fai arrivare come tutti? Devi proprio farmi muovere?”
Dana mise il broncio. “Lo sai bene. Datteri appena colti dall’albero. Hanno un altro sapore rispetto ai sintetici.”
Bruff gemette. “Non è vero, mamma. Sono riprodotti fino all’ultima molecola dai frutti migliori”.
“Non tutto si può riprodurre”.
“Va bene, va bene, mamma. Vado. Tanto avevo voglia di passeggiare.”
D’impulso cambiò programmazione della casa. I mobili in stile italiano XXI secolo commutarono in technospritz. Il soffitto si alzò, la finestra si allargò, e il mare prese a rumoreggiare tempestoso mentre un alito fresco si diffondeva nella stanza. I gabbiani erano spariti.
“Cattivo”, disse sua madre. Ma lui era già uscito.
Le porte del suo cubicolo dueperuno si aprirono, i micropodi si ritrassero, e lui uscì nel corridoio. Attese che le porte si richiudessero: l’altro giorno, uno squatter homeless si era infilato nel cubicolo di Diego mentre era spalancata ed era riuscito ad hackeragli la casa. Finchè la frontiera con la Burgundia superiore, con i suoi profughi, fosse rimasta aperta, era meglio essere prudenti. Cinquecento milioni di senzacasa in giro potevano essere un problema. Mica potevano rimanere nei piani liberi a bivaccare per sempre.

Il corridoio procedeva dritto in entrambe le direzioni a perdita d’occhio, seguendo la curvatura del pianeta. La zona residenziale di Piemonte Diciotto si estendeva per quasi trecento chilometri. Rari passanti entravano ed uscivano. Strano come la realtà sembrasse così poco reale, rispetto a casa. C’era gente che preferiva avere un’abitazione anche nel reale, invece di un cubicolo sensoriale connesso. Gusti: il cubicolo costava molto meno, e non era necessario rimettere in ordine.

Girò a destra, verso l’ascensore. Vediamo…Nuova Croazia…”Nuova Croazia”, disse. “Sessantadue piani sotto” disse il sistema, con voce colloquiale. Cominciò a precipitare.
Mentre cadeva, sua madre chiamò. “Già che sei fuori, puoi prendermi il latte alle stalle, appena munto?”
“Ma mamma, è dall’altra parte!”
“Su, non fare storie…”
Sua madre ultimamente aveva la mania dei cibi naturali. Si era convinta che la sintesi e il trasporto dessero un cattivo sapore. Francamente, lui non riusciva a trovare nessuna differenza, ma era la moda del momento. L’anno prima erano stati i nuovi vegani. Bruff si domandò se quando avesse avuto anche lui trecento anni avrebbe seguito lui pure questi capricci sociali.

“Nuova Croazia”, disse l’ascensore, mentre la porta gli controllava il passaporto. Entrò nella nazione.
Il sole anche qui era forte, e il cielo azzurro. Non si sarebbe detto che erano venti chilometri sotto terra. Le palme crescevano rigogliose tutto intorno, si intravedeva qualche raccoglitore robot e rari umani. Si avvicinò ad una, si chinò, e raccolse qualche manciata di datteri freschi. “Basta così”, disse all’interfaccia quando ne ebbe raccolti abbastanza. “Venti e dodici”, gli rispose. Lui confermò. In fondo non erano neanche così cari, se non che dovevi fare la fatica di chinarti.
Si chiese se doveva andare fino alla zona dei nomanghi a prenderne qualcuno, ma poi decise che quelli in fondo era meglio farseli recapitare. L’ultima volta ne aveva scelti di non così maturi.

Le stalle più vicine stavano in Pampilina. Salì di un paio di piani, prese un ascensore orizzontale fino a Neza e curiosò un po’ tra le vetrine della città tra la folla dei pendolari. C’erano le elezioni imminenti, in quel paese, e bot olografici si sfidavano a dibattiti nel mezzo delle strade. Quando ne ebbe abbastanza risalì fino a Corio. A Corio avevano anche le mucche vere, ma il latte delle sintomammelle era più economico e indistiguibile dal primo. Attese pazientemente che un paio di bambini, davanti in coda, finissero ridacchiando di mungere nella loro bottiglia e poi procedette pure lui all’operazione. La sintomammella era calda al tocco, lievemente scivolosa. Chiamò un drone per portare datteri e latte a sua madre, il cui cubicolo stava a Zimilia, molto più in giù. Diceva che le piaceva la bassa gravità.

Si diresse verso Xanadu. Il lungomare era affollato come al solito, ma fu fortunato e trovò subito un posto libero. Si sedette al tavolo e richiamò la sala da pranzo di casa sua. Il tavolo diventò di legno, stile italiano, e comparve sua madre. Il mare senza sole riluceva dolcemente attraverso la finestra.
“Grazie, i datteri e il latte sono appena arrivati. Dove siamo, a Xanadu?” chiese sua madre.
“Sì mamma.” Ordinò una pizza, che un bot gli portò subito.
Mangiarono insieme, mentre il pad virtuale cancellava i tavoli vicini e sua madre distante fisicamente mille chilometri gli parlava delle vacanze. Bruff con la coda dell’occhio scorreva le notizie, una attirò la sua attenzione: “Secondo le stime dell’Istituto centrale terrestre, la popolazione totale terrestre ha superato oggi pomeriggio i diecimila miliardi. Gli scienziati si interrogano: di qui al prossimo secolo,  basteranno le risorse?”

Bruff sbuffò. C’era tanto spazio…