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I nomi delle stelle

I ragazzi procedevano nell’oscurità. Ormai la sera aveva lasciato il posto alla notte, e la notte alle stelle.
“Manca tanto?” Chiese Sonia. Sonia non era del posto, era la cugina di Marco. Era in paese solo da una settimana, in vacanza con i genitori.
“Siamo arrivati. Ecco, è laggiù”, le rispose Roberto che le camminava a fianco.
La stradina che serpeggiava sul fianco della montagna terminava in un balconcino sulla valle, che serviva anche da parcheggio per chi saliva alle frazioni. Le luci delle case erano nascoste, dietro il bosco umido di profumi fungini. Aveva piovuto, la mattina, ma ora il cielo era pulito e terso come raramente capita. Era sera di stelle cadenti, e i giovani che passavano lì l’estate avevano deciso che il belvedere era il posto migliore per guardarle. Da lì partivano i sentieri che si arrampicavano più su, verso le baite e le cime; l’indomani sarebbe stato pieno di macchine di escursionisti. Ora era vuoto. O quasi.

I ragazzi tacquero all’improvviso quando si resero conto della figura seduta sulla panca sbilenca ai margini della piazzola. Era un vecchio, e stava con il volto rivolto verso l’alto; sentendoli avvicinarsi, si voltò verso di loro. “Buonasera”, disse.
“Buonasera”, risposero i giovani. Si fecero cenno l’uno con l’altro e si andarono a sdraiare sul prato a poca distanza. Non rimasero intimiditi a lungo, e in pochi minuti si erano già scordati del vecchio silenzioso che a pochi passi scrutava anch’egli il cielo.

Di meteore non se ne vedevano, ma la striscia della Via Lattea tagliava la cupola celeste come un fiume di quieta luce che solcava una pianura oscura. Cinzia alzò la mano sottile e indicò una stella luminosa proprio sopra il loro capo. “Come si chiama quella? La più brillante di tutte?”
“Quella è Vega”, rispose Roberto, sicuro. Azzardò uno sguardo di lato verso Sonia, il cui delicato profilo si intravedeva appena nel buio. Lei era distesa sull’erba, il volto teso verso l’alto, la bocca lievemente aperta, e le pareva sorridesse.
“E quell’altra, in quella specie di croce?” continuò Cinzia.
La croce era la costellazione del Cigno, di ciò Roberto era abbastanza sicuro. Ma il nome dell’astro gli sfuggiva. Era qualcosa come…”
“Il suo nome è Klimge Ihòiakun va Tulunnastoi” udirono pronunciare con voce chiara.
Era il vecchio che aveva parlato. Si voltarono verso di lui. “No, il nome è un altro”, disse Roberto.
“Da queste parti la chiamate Deneb. Ma il suo vero nome è Klimge Ihòiakun va Tulunnastoi” replicò il vecchio.
“Non ho mai sentito questo nome”. Roberto era quasi indispettito. Aveva contato sulla sua conoscenza del cielo per fare colpo.
“Klimge Ihoiakun…” disse Sonia, che si era messa seduta.
“Klimge Ihòiakun va Tulunnastoi” ripeté il vecchio.
“Klimge Ihòiakun va Tulumnastoi” continuò Sonia.
“No, Tulunnastoi. Klimge Ihòiakun va Tulumnastoi è una stella molto diversa, e Klimge Ihòiakun va Tulunnastoi, che è molto seria e compresa del suo ruolo, sicuramente si offenderebbe a sentirsi chiamare così.”
I ragazzi ristettero un attimo, perplessi. Offenderebbe? Li stava prendendo in giro, quel vecchio?
“Quindi c’è una stella che ci chiama Tulumnastoi. E dov’è?” Sonia sembrava non fare caso alla stramberia delle affermazioni dell’uomo.
Il vecchio fece un cenno verso l’orizzonte. “Laggiù, proprio di fianco a Rahut da Ohime Zara Sund, ma da qui voi non riuscite a vederla. E’ piccolina, e molto più fioca.”
Cinzia indicò un altra stella. “E quella?”
“Pohimini Xullala Okito As”
“E quella un pochino più giù…”
“Zerundel Illahikostrh Zuretta”
“Mi sta prendendo in giro…”
“Assolutamente no”, rispose il vecchio.
“Come fa a sapere queste cose?” domandò Sonia.
L’anziano diede un sospiro. “E’ il mio lavoro.”
“E’ astronomo?”
Il vecchio ridacchiò. “Se così si può dire. Il mio lavoro è dare i nomi alle stelle.”
I ragazzi rimasero in silenzio un attimo. C’era qualcosa di strano, in quell’anziano gentile. “Credevo i nomi fossero decisi da qualche ente… fanno una foto e poi assegnano i numeri…”
“Oh, no. Quelli sono solo cifre di un catalogo, messe giù da gente che non conosce davvero ciò con cui ha a che fare. Io sto parlando di nomi veri, quelli che vanno dati alla nascita.”
“Ma le stelle non nascono… non come le persone, voglio dire”, Intervenne Cinzia.
“Oh sì, invece. Nascono nuove stelle in continuazione. E qualcuno deve dire loro qual è il loro nome, se no come farebbero a sapere chi sono? Questo è il mio mestiere.”
Adesso Roberto era davvero convinto che li stesse prendendo in giro.
“Una stella brilla per milioni di anni! E una stella nuova nasce ogni… ogni migliaia di anni!”
Il vecchio annuì. “Sì, più o meno, anche più spesso quand’è periodo. In effetti è un lavoro che mi lascia abbastanza tempo libero.”
I ragazzi risero, incerti. Forse erano bugie, ma il vecchio le diceva come se ci credesse veramente. Forse dopotutto non li stava prendendo in giro, ma era pazzo. Simpatico, ma pazzo.
“Quindi tra una nascita di stella e l’altra…” continuò Sonia
“Me ne vado in giro, a fare quattro chiacchiere con le vecchie amiche che ho visto nascere e crescere, e magari a salutare quelle che stanno per… per cambiare. Di tanto in tanto mi fermo a riposare in qualche bel posto, come questo”.
“Allora adesso è in vacanza?” chiese Cinzia.
“Più o meno. E’ una di quelle visite di cui vi ho parlato, salutare un’amica che non vedrai più. E comunque tra poco ho tre nascite dalle parti di…voi lo chiamate Orione. Non è distante da qui.”
“Che amica?” domandò Roberto.
“Halia Zerutti Tia Ahn Nan Ben”. Esitò per un attimo. “Voi lo chiamate Sole”.
“Guardate, una stella cadente!” Al grido di Lucio tutti alzarono la testa, in tempo per vedere la striscia di luce azzurrina attraversare il cielo e spegnersi.
Per un poco tutti frugarono l’oscurità stellata con lo sguardo, sperando di vederne altre, ma il cielo si era quietato. Ci misero qualche istante a capire che il vecchio non c’era più.
“Ma dov’è andato” chiese Cinzia.
“Si sarà scocciato ed è andato via” rispose Marco ridacchiando.
“Ma non l’ho visto alzarsi”, ribatté Cinzia, ostinata
“Cosa vuoi vedere, con questo buio?”
Rimasero ancora una mezz’oretta, poi la scarsità di stelle cadenti e l’umidità della notte ebbero la meglio. Mentre imboccavano la stradina per tornare in paese, Roberto si voltò ancora verso la panca ora vuota. Il vecchio aveva sicuramente scherzato. Ma, si domandò inquieto, cosa aveva voluto dire parlando di un’amica che non rivedrai più?

I costi della morte

L’ombra oscurò lo schermo. Colui che lo consultava parve neanche accorgersene.
“Cosa stai leggendo? Lavoro?”
“In un certo senso. Qualcosa che mi hanno fatto avere. Un documento circa il costo degli aborti in Italia“. Alzò gli occhi. “Hey, non leggermi dietro le spalle!”
“Bah. Dice qualcosa di interessante?”
“Sì, è fatto piuttosto bene. Pare che il costo il costo di un aborto sia in media 800 o 900 euro, stima prudenziale.”
“Non è poco”
“No. Dato il numero di aborti fatti, pare che il costo complessivo sia al minimo sui cento milioni di euro all’anno. In totale, dall’inizio, si parla di quattro-cinque miliardi di euro, che con gli interessi potrebbero arrivare anche a dodici.”
“Cioè, mi stai dicendo che abbiamo dirottato sull’aborto fondi per più di dieci miliardi di euro che sarebbero potuti usare per qualcosa di produttivo, tipo salvare vite?”
“Esatto.”
L’ombra fischiò. “Ma è magnifico! Questo è un bonus aggiuntivo al quale non avevo mai pensato.”
“Perché pensi poco. Oggi alla donna incinta vengono fatti fare un sacco di esami il cui unico scopo è capire se le conviene ammazzare o meno suo figlio. Quest’altro costo non viene considerato. Ma sai qual è il bello?”
“No, dimmi”
“Che negli esami successivi risulta che in più di un terzo dei casi quella diagnosi era sbagliata.”
L’ombra ridacchiò. “Cioè hanno ammazzato il figlio per niente?”
“Esatto. E considera che nella maggioranza degli altri casi si sarebbe potuto curare. Se poi leggi delle complicazioni, quello che può comportare un aborto, sia in termini fisici che psicologici, diventa chiaro che se fosse una malattia sarebbe tra le più dannose. Invece è qualcosa di cui si fa omaggio, anzi, ti spingono a farlo e ci si indigna se qualcuno vuole ostacolarne l’uso indiscriminato.”
“Siamo proprio bravi, eh?”
“E’ il nostro mestiere. Portare il male ovunque possiamo. Truccandolo da conquista sociale.”
L’ombra parve raggrumarsi. “Non dire così. Noi abbiamo a cuore che le donne possano prendere una decisione consapevole, com’è loro diritto, in vista del loro bene personale”.
Seguì qualche secondo di silenzio, poi scoppiarono tutt’e due a sghignazzare.
“Ah, mi piace quando fai il simpatico. Se tutte sapessero davvero in cosa si vanno a cacciare, non credo che ce ne sarebbero così tanti, di aborti.”
“Ragione di più per tener nascosto quello che stai leggendo ora. Che non se ne parli.”
“Anche se se ne parlasse, cosa credi cambierebbe? Quanti davvero ascolterebbero? Abbiamo creato una cultura di morte, che respinge il vero con indignazione; non saranno certo i dati della realtà a cambiarla. Anche se si tratta di soldi. Ma anche parlando di soldi…”. Indicò lo schermo. “Guarda, i costi dell’aborto farmacologico sono apparentemente minori. Oh, certo, la pericolosità è molto maggiore, il dolore, le conseguenze potenziali anche. Cosa pensi faranno?”
Girò la testa verso l’ombra, quella tenebra che pareva pulsare lievemente. “Come sempre, i soldi sono un nostro strumento. In fondo non ci importa neanche di quei sei milioni di bambinelli che mai nasceranno. Quello che davvero a noi interessa sono le anime ferite di chi fa il male sapendo di commetterlo.” Sospirò, o comunque sembrò farlo. “Comunque fa’ attenzione. Prima hai detto una cosa pericolosa.”
“Eh? Cosa?”
“Hai parlato di decisione consapevole delle donne. Non lo sai che è discriminatorio? Anche gli uomini, e ogni sfumatura intermedia, possono abortire, e dire il contrario sarà presto reato. Non hai idea che soddisfazioni ci darà anche quest’altra legge…”
L’ombra e il suo interlocutore scoppiarono ancora a ridere, e la loro risata echeggiava come il lugubre rintocco di una campana.

Secsdol

Il seguente racconto è, vista la tematica trattata, “per soli adulti”. Fa un po’ ridere scriverlo nel web di oggi, ma comunque… anime sensibili e pudiche, ritenetevi avvertite.

La prima volta che se ne accorse fu a causa di un incidente abbastanza buffo.
Rita  era commessa in quel negozio di vestiti da parecchio, e ne aveva viste di tutti i colori. Ormai aveva un sesto senso per i clienti un po’ strani, e quella coppia aveva subito attirato la sua attenzione.

Lui era bruttino, giovane ma non troppo, capelli già radi, grassoccio. Lei era una bellezza mozzafiato, con un fisico da supermodella, e gli stava avvinghiata al braccio come se avesse difficoltà a camminare. Aveva una strana espressione fissa sul viso, a metà tra la lussuria e la sorpresa. Rita ci mise qualche istante a capire che cosa fosse quella stranezza che aveva percepito. La donna non si guardava in giro.
Bambine, ragazze, donne; tutte quante, entrando nel negozio, cominciavano invariabilmente ad ammirare i modelli esposti. Lei no. Se ne stava imbambolata, lo sguardo fisso in avanti e con quel suo sorrisetto malizioso. Rita si chiese se non fosse drogata.

L’uomo si avvicinò agli scaffali dove erano esposti i costumi da bagno. Ne scelse uno e lo porse alla sua accompagnatrice. “Tania, indossa questo”, le disse.
Lei iniziò a spogliarsi.
Rita fu presa di sorpresa, come anche gli altri clienti e l’uomo che era con lei, e reagì solo dopo qualche istante. “Ehi! Ci sono i camerini per cambiarsi!”
Ma quella continuò a togliersi i vestiti. Fu solo mentre si stava per abbassare le mutandine che il suo accompagnatore ritrovò la voce. “Tania, ferma!”
E lei si immobilizzò.
“Ma cos’è, una specie di gioco?”, pensò Rita. Poi capì.
Tania non era un essere umano.

Il nome ufficiale era androidi da compagnia. Tutti le chiamavano sex-doll, bambole del sesso, all’americana; o anche secsdòl, alla maniera di quel comico che ci aveva costruito sopra un popolare personaggio. Quando erano state messe in commercio, qualche mese prima, nessuno avrebbe potuto prevedere una simile esplosione delle vendite.

Le secsdol erano poco più di bambole senza intelligenza, con un programma che simulava risposte sensate alle domande e generava frasi casuali di circostanza. Le innovazioni della robotica avevano reso possibile movimenti fluidi, quella camminata naturale che pareva impossibile per una macchina della generazione precedente; i nuovi materiali ne avevano ridotto il peso fino a portarlo a valori paragonabili a quelli di un essere umano. In effetti le secsdol erano poco più di pelle sintetica tesa su uno scheletro in lega, un piccolo computer e batterie. Rispondevano a semplici comandi vocali, in maniera automatica e preordinata.

Erano personalizzabili. Bastava una foto del soggetto che si voleva riprodurre, e l’azienda ti recapitava a casa, in una discreta cassa anonima, l’uomo o la donna dei tuoi sogni. Particolare cura era usata per riprodurre le parti intime in maniera realistica. E anche in maniera non del tutto realistica, suggerivano discretamente le pubblicità.

Il successo era stato planetario, al di là delle aspettative. La concorrenza aveva contribuito a fare abbassare ulteriormente i prezzi, perfezionare i programmi, rendere sempre più realistiche le secsdol. Era diventata una moda.
Era la prima volta che Rita ne vedeva una. O meglio; che sapeva di guardarne una dal vivo.

L’uomo era imbarazzatissimo. Fece rivestire la bambola, comprò il costume e fuggì portandosi via Tania. Gli altri clienti commentavano a bassa voce, tra scuotimenti di testa e risolini. Già, ragionò Rita, dove comprare i vestiti per le proprie bambole se non in negozi per vestiti veri? Beh, si disse, scommetto che la prossima volta li acquisterà online. Non penso capiterà di nuovo.

Si sbagliava. Sempre più spesso, nei mesi seguenti, in negozio entrarono coppie composte di un umano e una bambola. Ormai Rita aveva imparato a suggerire discretamente in anticipo l’uso del camerino.

I clienti di questo tipo erano principalmente uomini di mezz’età con secsdol dall’esuberante aspetto giovanile; ma sempre più spesso incontrava anche coppie a parti invertite, dove apparenti giovanotti dai muscoli ipertrofici seguivano le loro padrone con sguardo vagamente ebete. Ormai le bambole erano sdoganate; in televisione si vedevano ovunque, e non ci si vergognava più a dire di possederne una. Quasi del tutto.

Una mattina entrò in negozio un uomo con una bambina. Rita non prestò loro attenzione, fino al momento in cui la bimba non ripeté lo spogliarello che aveva inscenato Tania qualche tempo prima. La commessa ascoltò con pazienza le scuse dell’uomo, dicendo che era l’immagine della sua adorata figlia scomparsa in un incidente anni fa, e che in qualche maniera una bambola a sua immagine leniva il dolore della perdita. “Niente di male”, rispose Rita mentre l’uomo pagava e usciva. Ma la bambina robotica aveva, se lei aveva visto bene, genitali perfettamente realistici.

Ne parlò quella sera con Silvia, la sua migliore amica. “Non so dove andremo a finire”, le disse.
Silvia si morse il labbro. “Sai, io e Luigi stiamo pensando di prenderne due.”
“Due, in che senso?” chiese Rita perplessa.
“Due secsdol. Una che assomigli a me e una che assomigli a lui.”
Rita guardò la sua amica “E perché?”
Silvia rise. “Sai, a volte lui mi chiede cose che io non voglio dargli. E io vorrei che lui… fosse un poco diverso. Così ci siamo detti: non sarà un tradimento, sarà come fare l’amore assieme, ma meglio.”
Rita rimase senza parole. “Ma… siete sicuri di questo?”
“Massì, lo fanno tutti ormai. Non guardi la tivù? Sono oggetti, non è mica niente di scandaloso. Ormai costano pochissimo. Credo che rafforzerà il nostro legame.” Silvia bevve un sorso di bibita. “E tu e Gianni? Tutto bene da quel punto di vista?”
“Benissimo”, replicò Rita.

Nel negozio cominciarono ad entrare persone di altro tipo. Che si compravano un abito o un costume, e ne pigliavano due identici. Uno per sé e uno per la bambola, pensava Rita, e sapeva di avere ragione. E ancora più strani: quelli che sembravano due gemelli identici, ma di sesso diverso. E uno era una secsdol.

Alcuni negozi del centro cominciarono ad esporre secsdol al posto dei manichini. Uno di essi cominciò a far cambiare d’abito le bambole in vetrina. Ciò causò un certo oltraggio, ma in fondo le secsdol non erano umane, e come si fa a dire di un oggetto che infrange il pudore? Furono emanati regolamenti per porre un freno, inutilmente. Le nudità di quegli esseri artificiali ormai erano visibili dappertutto, sui media, negli spettacoli, per strada. E le persone vere cominciarono ad imitare i manichini.

Rita e Gianni erano a letto. “Una secsdol lo farebbe”, disse lui.
“E che ne sai tu?” replicò Rita.
Gianni si mostrò imbarazzato. “Dicevo tanto per dire. Però…”
“E allora comprati una secsdol!” gli urlò lei alzandosi, furiosa.

Rita quella domenica andò a trovare i suoi genitori. “E Gianni? Non è venuto?” chiese sua madre lasciandola entrare in casa.
“No, oggi aveva da lavorare”, mentì lei.
“Vieni, ti dobbiamo far vedere una cosa”, disse sua madre in tono malizioso.
In salotto c’era suo padre, due volte. Uno dei due appariva molto più giovane dell’altro, era come Rita lo ricordava da bambina.
“Hai comprato una secsdol di papà?” chiese incredula Rita.
“Sì. Non ci somiglia tantissimo?” cinguettò sua madre. Suo padre, quello vero, sbuffò.
“Ma…perché?” Rita non sapeva che dire.
“Oh, cara, sei grande oramai… dovresti sapere che anche noi donne abbiamo le nostre esigenze.” Disse lei ammiccante.
“E non avete preso una secsdol tua?”
“Tuo padre non ha voluto”, disse la mamma. Abbassò la voce, “In realtà non se ne farebbe più niente”, sussurrò in tono cospiratorio.
“Guarda che ti ho sentito” disse il padre.
Rita scrutò l’androide che era l’immagine del suo genitore da giovane. Lui la guardava con l’identica espressione che ricordava dalla sua gioventù. Ciò la turbava in modi che non avrebbe neppure saputo definire, né avrebbe voluto.
“Forza, è pronto in tavola”, disse sua madre.

“Io e Luigi ci siamo mollati”, disse Silvia in tono pratico.
“Che cos’è successo? Ti tradiva?” Chiese Rita.
“No, non credo. Anche se si sbatteva AltraSilvia per bene.”
“AltraSilvia?”
“Massì, la mia secsdol. Non che mi facesse problema, anche se un po’ mi faceva incazzare. Cioè, voglio dire, guardami qualche volta per quello che sono. Non facevamo più niente insieme, lui non mi voleva neanche più toccare. Allora sai che mi sono detta? Che resto a fare con uno con cui litigo solo, e me ne sono andata.”
Rita guardò l’amica, che sembrava il ritratto dell’indifferenza.
“Quindi adesso vivi da sola?”
“No, c’ho l’AltroLui”.
“Te lo sei portata via?”
“E che, glielo dovevo lasciare, che così facevano il triangolo? Guarda, mi va benissimo. Parla solo quando glielo dico, fa quello che deve e per il resto se ne sta nel suo sgabuzzino. Gli carico le batterie e i serbatoi dei fluidi, ed è proprio come vivere con Luigi, meno i malditesta”.
“Ma… non volevate dei bambini?”
“E che c’entra?”

Con Gianni non andava bene. “Facciamo una pausa”, aveva detto lui. “Non è che siamo sposati”.
Ma stiamo insieme da sei anni, avrebbe voluto dirgli. Invece era stata zitta. A sua madre continuava a raccontare che lui era in viaggio per lavoro.

Rita sfogliava il catalogo online. Il modello base di secsdol non costava poi molto, personalizzazione inclusa. Poi c’erano gli optional, ovviamente; batterie più durevoli, serbatoi di dimensioni maggiori, pelle più naturale di quella vera. E naturalmente il software. Quello fornito con il pacchetto standard includeva le funzioni più comuni, camminare, vestirsi, spogliarsi, le risposte che davano un’illusione di realtà alle frasi più comuni. Se uno voleva esperienze più realistiche, oppure “diverse” (il catalogo qui era ammiccante), occorreva acquistare le espansioni. Ognuna di esse “insegnava” alla secsdoll come muoversi, come reagire alle sollecitazioni, come agire in una situazione particolare. Bastava leggere i nomi dei programmi per capire a cosa servissero. Per un paio di titoli dovette consultare la rete. Davvero c’era gente che faceva quella roba? Sciocca, si disse. Ovviamente ci sono. Vendono.
E io, perché sto sfogliando il catalogo? Si chiese.
Ma non si seppe dare una risposta.

Rivide Gianni per caso. Camminava per strada, e al suo fianco c’era una ragazza. No, non una ragazza, si disse Rita, guardando quella rigidità dei movimenti che neanche i modelli migliori eliminavano del tutto; una secsdoll. Quello che le fece più male fu che il corpo e il volto dell’androide non fossero i suoi, ma della sua precedente ex.

Il pomeriggio si trascinava lento. Rita accese la televisione. Un dibattito sulle nuove frontiere della pornografia con le secsdol, con frammenti di filmato in cui bambole di ambo i sessi venivano fatte a pezzi in modo violento. Gli ospiti commentavano disgustati mentre dietro a loro continuavano a mostrare le immagini. Su un altro canale, pubblicità, con protagoniste delle secsdol ammiccanti con i volti di divi del passato. Di seguito una sitcom di una famiglia tutta fatta di secsdol dall’aria e dalle azioni imbecilli. Risate registrate continue. Girò ancora canale. Nel dibattito ora si discuteva del crollo verticale della natalità, e sull’impatto che avrebbe avuto sull’occupazione degli insegnanti.
Rita spense la tivù.

La mamma gliel’aveva detto che sarebbero usciti. “Passo lo stesso, magari sono già tornati” si disse Rita, sapendo di mentire.
Aprì la porta con le sue chiavi. “Mamma, papà, ci siete?” L’appartamento era buio, non c’era nessuno.
Nessuno, a parte quella secsdoll tanto simile a suo padre, appoggiata al muro immobile e silenziosa come un’antica pendola.

Quando sua madre aprì la porta, la luce era accesa. “Che strano”, si disse.
In camera da letto Rita era seduta sul pavimento, il capo basso, le ginocchia strette al petto. I suoi vestiti erano sparsi in terra. “Oh”, disse sua madre, capendo.
Sua figlia singhiozzava piano. “Su, su”, le disse, abbracciandola goffamente. “Non c’è niente da vergognarsi. E’ solo un oggetto. Avevi bisogno, tutto qui.”
Rita sollevò la testa, a guardarla con gli occhi rossi e umidi.
“Se me lo dicevi te lo prestavo”, ripartì sua madre con voce finto allegra. “Sai, per imparare ad usarlo bene ci vuole un po’. Se vuoi, ti posso insegnare…”
Rita scoppiò in un singulto, si divincolò, raccolse i suoi vestiti e fuggì.

Rita camminava per la strada. Nelle pubblicità, nelle vetrine, nell’abbigliamento dei passanti c’era una sessualità ostentata, crassa, insistente. Quando è successo? Si chiese. Che mi è successo?
C’era una chiesa aperta, d’impulso entrò. Non ricordava neanche da quanto tempo non entrava in una. Da prima della pandemia, forse.
C’era un uomo che ripuliva l’altare spoglio. Era vestito normalmente. “Scusate, dove posso trovare un prete?” gli chiese. “Sono io”, rispose lui. “Che desidera?”
“Vorrei confessarmi”, disse Rita. Lui la guardò in modo strano, ma le fece cenno di accomodarsi in un banco.
Disse tutto. Quando ebbe finito, rimase ad aspettare che il sacerdote parlasse.
“Prima di tutto, dovete perdonarvi”, disse l’uomo. “Non avete fatto niente di così grave, sono cose che accadono. Vostra madre ha ragione, non dovete misurare tutto con la morale di un tempo. Oggi preferiamo non parlare di peccato, ma di sbaglio, di malinteso…”
Lo lasciò parlare per un minuto, poi si alzò e se ne andò senza aspettare una eventuale assoluzione.

Non rispondeva alle chiamate di sua madre, aveva preso ferie dal negozio. Si ritrovò di nuovo a consultare quel catalogo. “In fondo, perché no?”, si disse. “Lo fanno tutti”.

Arrivò una settimana dopo, ed era proprio come diceva la pubblicità. Passò due giorni senza neanche tirare su le tapparelle. Era esausta. Ma c’era qualcosa che non andava ancora.
Lui non aveva il volto di nessuno dei suoi ex, ma quello di un attore di cui era innamorata da ragazza. Passò le mani sul suo petto scolpito. Davvero, non si capiva la differenza con la realtà. Anche meglio della realtà, sempre pronto, delicato quando occorreva, forte quando occorreva. Come da programma.
Cos’era allora che non andava?
Caricò sul tablet l’applicazione di gestione. Era semplice da usare. Con il suo modello si potevano editare le frasi standard che la bambola diceva. Cielo, si poteva alterare anche la tonalità dei gemiti. Aprì l’editor, ne riscrisse alcune. Invio…
Si piazzò davanti alla sua secsdol. Lui la guardò, con quei bellissimi occhi di bambola vuoti di intelligenza.
“Dimmi qualcosa”, lei gli disse.
“Ti amo”, rispose lui.
Ma, in qualche maniera, sembrava finto.

Piovono stelle

Era un angelo molto lento.
Gli angeli sono creature molto differenti da quanto potremmo immaginare. Sono la Parola di Dio che si rapprende quando viene a contatto con lo spazio ed il tempo, come il fiato in una mattina fredda.
Ci sono gli angeli molto veloci, guizzanti come le particelle subatomiche a cui sovrintendono. Ci sono angeli per le vite dei viventi, oh, così rapidi anch’essi, e angeli a cui è affidato un fiume o un monte, per i quali il tempo non scorre così impetuosamente. Quando il loro compito è terminato rifluiscono dentro il loro Creatore, la sola vera eternità. Gli Angeli portano la Parola, cioè il significato di ogni cosa, come i fotoni portano la luce, sono la luce.
Poi ci sono quegli angeli che reggono sulle loro spalle enormi vastità. Quelli che sono responsabili delle leggi fisiche, esse stesse Parola; e coloro che tengono insieme quello che si può chiamare Universo, esseri di una immensità tale che nessuna mente umana può comprendere.

Lui era un angelo di quel tipo. Era lì quando il nulla divenne qualcosa, e il tempo iniziò. Fu spettatore affascinato del veloce formarsi di stelle di sfolgorante grandezza, così enormi da esplodere in brevi attimi con splendore accecante, lanciando materia a distanze inimmaginabili che ancora ricadde su se stessa, si unì e ancora esplose e ancora e ancora, fino a quando la frenesia rallentò in una danza di spirali luminose in un vuoto fremente.
Di lui non vi ho detto il nome, perché il nome di un angelo è lui stesso. Ma per capirci, d’ora in poi lo indicheremo con Xo.

Erano passati centinaia e centinaia di milioni di anni dall’alba della creazione, ma per Xo erano state come le ore di una mattina. Ve l’ho detto: era un angelo molto lento. Devi esserlo, se vuoi vedere le stelle danzare. E, come tutti gli angeli, era costantemente stupito dalla bellezza di quanto vedeva.
Aveva in custodia una galassia tra le tante; in una certa maniera, lui era la galassia, per quanto la mente dell’uomo possa comprendere un concetto così estraneo. Si può forse dire che lui era la galassia come pigreco è una ruota. Se pigreco amasse la ruota, la similitudine sarebbe ancora migliore (ma sapete, pigreco ama la ruota, perché anche lui è un angelo, e gli angeli amano davvero).

Xo guardava vorticare le grandi nubi di idrogeno, filamenti e globi che si condensavano in densi grumi che, improvvisamente, si mettevano ad ardere. Era uno scoppiettio continuo, quelle protostelle che si accendevano una dopo l’altra, a distanza di poche decine di migliaia di anni, e il caldo vento che emanavano stracciava e dissipava le altre nuvole attorno. C’erano sempre rimasugli fastidiosi; piccoli detriti, così piccoli da non riuscire a bruciare. L’angelo era un poco seccato da queste scorie che turbavano la bellezza delle fiamme, ma ad essere sinceri non è che ci badasse poi molto. Aveva avuto un miliardo di anni molto impegnato.

Talvolta parlava con gli angeli che badavano ai soli. Non era sicuro di capirli del tutto. Non erano lenti quanto lui, e comunque rispetto alla sua antichità erano giovani. Il loro era un costante cicaleccio, le cui esclamazioni erano lunghe secoli. Tutti quegli angeli danzavano, danzavano attorno a lui, e lui era la musica e la sala da ballo. Certo, sarebbe stato ancora più bello senza tutto quello sporco, quella materia oscura, quel fastidioso residuo. Attorno alle stelle appena accese i rifiuti della loro nascita orbitavano, opachi e smorti.

Una nuvola di gas particolarmente grande si andava radunando. Già ai suoi margini uno dopo l’altro gli astri nascevano e sfrecciavano via per unirsi al lungo ballo circolare. Xo si accostò ad una di quelle radianze neonate. Aveva perduto da poco il bozzolo della nascita; ma uno sciame di detriti freddi ancora circondava il fulgore della stella.
Xo chiamò l’angelo di quel sistema stellare. “Non ti danno fastidio quei corpi inutili e opachi?”, gli domandò.
L’angelo del sistema bofonchiò. “In effetti, non so proprio che farmene. Però immagino che ci sarà un motivo se esistono.”
Xo era dubbioso. “Non so quale possa essere. Si limitano a riflettere la tua luce di stella, e non lo fanno neanche così bene”, disse.
“Perché non chiedi al loro angelo?” Suggerì l’angelo astrale. “Magari lui lo saprà”.

Il detrito opaco era una piccola sfera, insignificante rispetto al suo sole. Ruotava rapido, ed era pieno di chiazze. Altra piccola sporcizia vagava sulla sua superficie rugosa. L’angelo preposto a quell’oggetto grigio e freddo salutò Co con grande rispetto, come si addice ai superiori. Era un angelo giovane, e per di più relegato ad un compito così insignificante come badare a quella palla spenta. Secondo i canoni umani l’angelo del globo roccioso era ancora parecchio lento, ma per Xo risultava così vivace da essere quasi insopportabile.
“Dimmi, custode”, disse Xo, “Sai dirmi a cosa serva questa tua sfera di sporcizia?”
“Pianeta, si chiama pianeta” replicò sorridendo l’angelo.
“Va bene, pianeta. Ma quale può essere il suo scopo nel Grande Disegno? Non emette né luce né calore, si limita a girare intorno al suo sole. E’ una roccia senza bellezza, e non capisco come il Nostro Creatore abbia potuto creare una cosa così inutile.”
“Senza bellezza? Scusa, Grande Angelo, ma non ti seguo” replicò il piccolo angelo del pianeta. “Ciò che custodisco è realmente bello”.
Xo considerò quella risposta, mentre il pianeta vorticava ancora e ancora attorno alla sua stella.
“Fammi vedere”, chiese.
L’angelo del pianeta portò Xo su di esso. “Devi essere più veloce, se vuoi vedere meglio”, gli disse. Xo accelerò. Il colore grigio divenne uno sfarfallio, e poi giorni e notti. Il pianeta vibrava, così rapido che Xo non l’aveva colto prima. Sulla superficie soffiava il vento. “E’ lo stesso vento che soffia attraverso la mia galassia”, si disse Xo, “ma più piccolo e veloce e denso”. Anche in questo cielo vorticavano nubi, minuscole rispetto a quelle immense dei suoi cieli galattici. Ma pure attraverso di esse filtrava la luce, e anche queste si condensavano, e diventavano minuscole goccioline che non erano stelle, ma un liquido trasparente. “Pioggia, si chiama”, disse l’angelo del pianeta. E gli fece vedere come la pioggia diventava fiume e mare, e scavava la roccia, e modellava la terra. E poi il fuoco – anche quel pianeta aveva una luce, nascosta al suo interno – e abissi e vette.”
“Sai”, disse l’angelo a Xo, “Quando guardo le tue nubi di idrogeno dove si formano i soli mi pare di vedere le nuvole di questa mia terra”
Xo considerò quanto lo circondava, e disse all’angelo. “Non credevo che anche qui ci fosse tanta bellezza. E’ una bellezza piccola e rapida, io ero troppo grande e lento per apprezzarla. Ancora non so il senso di questo tuo pezzo di universo senza luce, che vive di riflesso dei miei soli, ma adesso capisco che non è uno sbaglio, un rifiuto, qualcosa di avanzato. Chissà che il Creatore non abbia pensato anche per esso uno scopo.”
Si salutarono, e Xo riprese il suo posto – era stato via per meno del tempo che di solito passava tra due suoi pensieri. Ripensò alla sua esperienza su quella piccola roccia. Guardando le sue nubi galattiche vorticare condensandosi in mille e mille astri pensò, “piovono stelle”.

Santa Giustizia

Caro Maximilien,
ti ricordi quanto tu e Georges e io stavamo a discutere ore su cosa avremmo fatto se avessimo avuto il potere.
Saremmo stati giusti, a differenza di quelli che allora comandavano.
Infine lo capimmo: il modo più veloce per arrivare in alto è proprio chiedere giustizia. Santa Giustizia, la chiamavi, prendendo in giro il mio nome. Dicevi che uno con un nome così non può seguire altra strada. Diventare un arcangelo giustiziere.

Tutti gli uomini vogliono la giustizia. Tutti sappiamo cosa vuol dire essere giusti. Se tu puoi assicurare di punire i malvagi farai strada.
Di strada ne facemmo tanta, perché i malvagi erano tanti davvero. Quando sembravano diminuire ci toccava trovarne altri; ci riuscivamo senza difficoltà. E punirli era troppo poco: occorreva eliminarli del tutto, così ci sarebbe stata la perfezione della pace. Oh, quanto li odiavamo.

Tu sapevi parlare proprio bene: avevi passione per il tribunale, e anche la più piccola trasgressione nei tuoi discorsi poteva diventare un crimine orrendo. E diventava tale per la folla, il supremo giudice.

Così fummo al potere, e diventammo inflessibili. La ghigliottina tu non la volesti mai vedere, ma da lontano udivamo il suo macabro rumore di folla esultante.
Fu allora che comprendemmo che non c’è ingiustizia più grande della giustizia esercitata senza misericordia. Ma era ormai tardi, non ci potevamo più fermare. Facemmo compromessi, e fummo spietati; “Tutto ciò che sta succedendo è orribile, ma necessario”, dicevi. Giustificammo l’ingiustificabile: che ironia per il mio nome. Nessuna sopraffazione di quelle che un tempo condannavamo era lontanamente paragonabile a quelle che noi compimmo nel nome della Giustizia e della ragione. Distruggemmo ciò che non avevamo costruito; rimasero solo rovine, perché costruire non sapevamo. La giustizia che giungemmo a praticare non era una santa, ma una dea sterminatrice lucida e spietata. E io il suo arcangelo della morte.

Fu proprio appena prima della fine, là sulla piazza tra la folla, che capimmo.
Aveva ragione quel profeta nazareno pazzo. Non giudicare se non vuoi essere giudicato. Si troverà sempre qualcuno che vorrà fare giustizia di te e dei tuoi crimini.
Perché la verità è che, davanti al tribunale finale, eravamo e siamo tutti malvagi.

San Randazio e i due prigionieri

San Randazio bussò al pesante portone. Una finestrella dalle spesse sbarre si aprì per un istante, e nell’ombra un paio d’occhi infossati guardarono il religioso. “Chi è?” udì pronunciare da una voce distante dietro il portone. “E’ quel frate”, sentì rispondere.
Attimi di silenzio, bassi borbottii, poi il portone cigolando si aprì di uno spiraglio. Randazio vi si infilò.
Un ufficiale barbuto lo squadrò. “Ha un bel coraggio a venire qui. Potrei anche decidere di tenerla dentro.”
Randazio lo guardò sorridendo. “Suvvia, capitano. Se i suoi superiori mi avessero voluto arrestare l’avrebbero certamente già fatto. Invece mi hanno dato questo lasciapassare”, disse, sventolando un foglio arrotolato e sigillato “Per poter far visita ai miei poveri fratelli in carcere.”
L’ufficiale si massaggiò la barba. “Glielo ripeto, avrebbe fatto meglio a scappare come gli altri. Ma voi preti siete matti del vostro. I veri preti, cioè.”
Accennò ad una porta sbarrata che conduceva nelle viscere della fortezza. “Ce ne sono tre dentro, ora come ora. La guardia la scorterà dal suo.”
Randazio lo guardò in volto. “Sarebbe possibile visitare anche gli altri due?”, chiese.
Il capitano lo guardò con aria perplessa. “E perché? Mica li conosce gli altri. Sono delinquenti.”
“Ragione di più. Chissà che si ravvedano”.
Il capitano sbuffò, a metà tra la noia e il riso. “Soldato, scorta questo frate nelle tre celle e stai di fuori di guardia alle porte. Frate, tra mezz’ora ti voglio fuori”.

Il corridoio era scuro e umido, appena sotto il piano del cortile. La prima cella era un buco di forse tre metri per parete, con un pertugio di finestrella in alto. Tanfava di muffa e orina.
“Hai visite”, disse la guardia al prigioniero incatenato al muro. Questi si voltò a guardare Randazio per un attimo, poi tornò a fissare con sguardo torvo la finestrella, come potesse svellere a forza d’occhiate le sbarre.
“La pace sia con te”, disse Randazio.
“Ma vaffanculo, monaco”, fu la risposta.
Randazio sospirò. “Sono in visita. Posso fare qualcosa per te?”
“Sì, sparisci. Anzi, meglio, frega la spada alla guardia e porgimela”.
“E cosa ne vuoi fare?”
“Spezzo le catene, poi sbudello te e tutte le guardie”.
“Programma interessante. Temo però di non poterlo fare.”
“Allora sei inutile, barba. Vattene prima che ti metta al collo queste catene e ti ci strozzi. Non sai chi sono io?”
“Non ho il piacere.”
“Sono il bandito Lentizzi. Vuoi parlare ancora con me?”
“Certo. Se non volessi parlare con chi ha peccato avrei fatto voto di silenzio perpetuo. Tutti facciamo il male, ma per Nostro Signore tutti possiamo essere perdonati per tutto. Basta esserne pentiti.”
“Io ho ammazzato”.
Randazio lo guardò per un lungo istante. Poi “Quante volte?” chiese.
Lentizzi scattò in piedi, in un tintinnar di catene. “Che te ne frega? Che me ne frega di quelli? Io faccio quello che voglio. Credi di poter fare il furbo perché io sono incatenato e tu no? Questa prigione non mi può tenere. Presto sarò di nuovo libero, e ti verrò a cercare, prete.”
Randazio si limitò a guardarlo. “Ci sono catene che si possono spezzare e sbarre che si possono piegare, ma ce ne sono altre che ci tengono prigionieri da cui non ci si può liberare così. Io ti offro la liberazione da questo tipo di prigione; e ti assicuro che è la peggiore. Se mi cercherai, mi farò trovare.”
Il prigioniero ringhiò. “Guardia, portamelo via di qua”.

“Non molto successo, eh, padre? Quello è una bestia.” gli sussurrò la guardia richiudendo la porta della cella.
“Siamo tutti bestie, prima di diventare uomini”, disse Randazio. “Chi è il secondo?”
“Un funzionario accusato di avere rubato”
“Capisco, mi faccia entrare”.

La seconda cella era del tutto simile alla prima, ma la persona incarcerata molto differente. Lentizzi era massiccio quanto questo era magro. Ambedue avevano in comune la sporcizia e l’odore.
“Che significa questa visita? Che volete?” domandò il prigioniero allarmato.
“La pace sia con te. Son venuto a trovarti”, disse Randazio.
“Perde tempo con me, frate. Vede, io sono innocente, non ho fatto niente. Se sono qui è solo colpa della sfortuna. Tra poco tutto sarà chiarito e io sarò liberato. Quindi non ho bisogno di un prete”.
Randazio si grattò la testa. “Non so dire dei crimini di cui lei è accusato, ma nessuno può dirsi davvero innocente. Se posso…”
“Ho già detto che non ho bisogno di niente. Lo so che vorrebbe approfittarsi di me, come fate sempre voi preti quando vedete qualcuno in difficoltà, ma questa situazione finirà presto. E’ temporanea.” Tacque, poi lo squadrò con sguardo improvvisamente calcolatore.
“Però, se è riuscito ad arrivare fin qui vuol dire che conosce gente importante. Se volesse adoperarsi per farmi liberare, io potrei essere molto generoso una volta fuori, mi sono spiegato?”
“Si è spiegato benissimo”, rispose Randazio, “Ma sfortunatamente non sono neanch’io molto ben visto, come del resto tutti quelli della mia Chiesa, in questo momento. Come forse sa, il Re è stato scomunicato e nella cella di fianco alla sua c’è il mio vescovo”.
Il carcerato si allarmò. “E viene a parlare con me, con il rischio di compromettermi? Non ha pensato alla mia sicurezza? Vada subito fuori!”
“Ma io…” provò Randazio.
“Fuori! Guardia! Guardia! Quest’uomo mi minaccia!”

“Neanche qui molta fortuna, eh?” Gli sussurrò la guardia mentre richiudeva anche la seconda cella. Randazio scosse la testa. “Io posso offrire, ma sta alla loro libertà accettare”.

La terza cella non era meno angusta delle altre, anzi. Il volto del prigioniero incatenato al muro quando vide Ranzazio si aprì in un sorriso.
“Randazio! Quale gioia! Vieni, entra nella mia umile cella. Accomodati. Purtroppo non ho da farti sedere.”
Il frate si inginocchiò. “Eccellenza, è bello anche per me. Come sta?”
“Bene, bene. Non mi posso lamentare. Il nostro sovrano ha pensato di premiare la mia fedeltà alla corona favorendo la mia umiltà e la mia penitenza. Mi ha offerto questa cella, e gliene sono grato. Finalmente posso pregare senza le preoccupazioni mondane e le distrazioni. E tu? Ti vedo bene.”
Randazio allargò le mani. “Ancora non mi hanno mandato a farle compagnia. Ci stanno pensando, ma non si decidono”.
Il vescovo rise. “Non so se è perché ti ritengono meno importante di me, o di più. Che pericolo per me, l’invidia!” abbassò ancora la voce “Ma se puoi, non provocarli. Basto io qui. Anzi, come tuo vescovo ti chiedo di lasciare pure tu il paese.”
Randazio scosse la testa. “Sa quanto io sia disubbidiente”. “Lo so, lo so…” il vescovo si chinò in avanti per quanto lo permettevano le catene. “Spero che tu abbia portato il pane e il vino…” “Ce li ho”. “Bene, bene. Allora se vorrai prima udire i miei peccati…”
Qualche minuto dopo, il carceriere bussò alla porta per richiamare Randazio. “Non posso trattenermi oltre”, disse il frate al vescovo. “Tornerò presto, anche se mi fa male vedervi prigioniero.”
Il vescovo rise. “Prigioniero? Io sono libero. Essere rinchiusi tra quattro mura non vuol dire essere prigionieri, solo impossibilitati ad andare altrove. C’è differenza.”

La guardia richiuse la porta della cella. “Tornerò tra qualche giorno a vederli”, gli disse Randazio.
Il carceriere scosse la testa. “Si risparmi il viaggio. Qui non troverà più nessuno. Li impiccano tutti domani all’alba”, gli sussurrò.
Randazio si bloccò, come fulminato, poi lentamente si avviò per risalire alla luce.
Mentre stavano per uscire, una serie di violenti colpi dalla prima cella richiamò la loro attenzione. “Guardia, guardia!” si sentì urlare.
“Che c’è, Lentizzi?”
“E’ ancora lì quel frate? Rimandamelo un attimo”.
La guardia fece per rispondere male, ma Randazio gli mise una mano sulla spalla. “Faccia questa grazia. Tanto, domani…”
Il carceriere esitò un attimo, poi riaprì la cella.

Il bandito guardò Randazio entrare. “Frate, prima hai detto che ti saresti fatto trovare”, Esitò. “Non so se mi dispiace davvero di tutto quello che ho fatto.” “Ma ti dispiace di non dispiacerti?” chiese piano Randazio. Lentizzi, lentamente, annuì.
Un quarto d’ora dopo, Randazio uscì dai cancelli del carcere. “Allora, ha parlato con i nostri tre prigionieri?” chiese il capitano.
Randazio alzò il capo e lo guardò con un sorriso dolce che fece indietreggiare stupito l’ufficiale. “Tre? Già ne avevate solo due; adesso solo uno ne rimane. Ma non è ancora l’alba.” E se ne andò nella sera che cominciava a tingersi di notte.

Il complotto

How crooked my hands, How twisted my thoughts.
How can I take the stand? I’m a fraud who’ll be caught

Quanto storte le mie mani, quanto contorti i miei pensieri.

Come posso testimoniare? Sono un inganno che verrà scoperto.

Dirt Poor Robins, “Woe to me”


C’è un disegno profondo dietro ogni cosa.
Da un pezzo abbiamo chiaro che esiste un complotto globale, più vasto di quello che ritenevamo possibile. Solo un cieco non lo vedrebbe. I drammatici avvenimenti di questi giorni lo certificano oltre ogni dubbio.

Già da tempo sapevamo che i vari governi hanno la loro agenda segreta e collaborano tra loro. Che i loro agenti ci stessero alle calcagna era evidente, ma forse siamo stati troppo ingenui; non pensavamo che ci avrebbero infiltrati, e che saremmo stati traditi. Davvero eravamo convinti che il popolo ci avrebbe seguito e avrebbe rovesciato il potere corrotto? Che avremmo fatto la rivoluzione? L’abbiamo visto, cosa è successo. Il popolo, in cui confidavamo, è rincretinito da quello che gli fanno credere, da tutte le menzogne che gli raccontano. Ci si è rivoltato contro, e la repressione è stata dura e immediata. L’esercito, i giudici… tutti contro di noi, tutti al servizio del potere. I potenti si sono scambiati cortesie sorridendo e scherzando mentre ci facevano fuori.

C’era Lui, il nostro leader. Un grande. Lo seguivamo da un pezzo, in tanti. Lui ci avrebbe salvato, avrebbe preso il comando, e finalmente avrebbe ristabilito quel dominio che da troppo tempo abbiamo delegato agli stranieri e a dittatori sanguinari. Avremmo comandato, e loro l’avrebbero pagata cara.

Invece l’hanno preso, l’hanno processato – un giudizio veloce e illegale – e l’hanno condannato a morte. L’hanno ammazzato. E con lui le nostre speranze.

Credevamo di avere capito tutto, noi. Eravamo certi che la conoscenza ci avrebbe salvato. Avrebbe fatto la differenza. Noi eravamo quelli che hanno visto. Noi siamo quelli che c’erano.

E ci dicevamo…
Abbiamo contro il loro odio, ma non ci facciamo spaventare. Noi sappiamo.
Abbiamo contro la loro forza, ma come può la loro forza vincere contro la nostra verità?
Abbiamo contro tutti. Loro. Gli altri. Ma non c’è problema. Possiamo farcela. Dicevamo.
Ma non ce l’abbiamo fatta contro il nemico peggiore che abbiamo contro. Noi stessi.

Sapevamo tutto ma non ci è bastato. Quando è arrivata la polizia, quando sono arrivate le guardie, siamo scappati. Siamo stati ben lontani dalle aule dove veniva giudicato. Quando è stato condannato non c’eravamo. E a vederlo morire… non eravamo lì. Eravamo nascosti.
Avevamo messo la nostra speranza su qualcuno di sbagliato. Avevamo messo la nostra speranza su di noi. Abbiamo fallito, siamo caduti. Pensavamo di essere sentinelle, eravamo spaventapasseri, falsi uomini, vestiti vuoti appesi ad un palo.

Così siamo venuti via. Ci siamo detti: non crederemo più a niente. Non alle scuse di chi è fuggito, non alle allucinazioni di donne isteriche. Se quello che sappiamo e quello che abbiamo veduto non è bastato, cosa potrà essere sufficiente?

Il tipo che abbiamo incontrato camminando avrebbe potuto essere uno di noi, ma non lo conoscevamo. Anche se una domanda ci aleggiava nella testa, questo dove l’abbiamo già visto?
Ci ha parlato. Ci ha tenuto compagnia lungo la strada – due orette di cammino attraverso la campagna in pieno rigoglio, con svelte nuvole nel cielo che già si arrossava. E più parlava e più quello che diceva aveva un senso. Era un complotto, sì, ma infinitamente più profondo di quanto avessimo mai potuto pensare. Quello che ci stava dicendo quell’uomo è che era all’opera un disegno molto più antico, con un fine del tutto diverso da quello che potevamo avere intuito. Ci ha mostrato che persino il male, tutto il male che avevamo veduto, il male che avevamo addosso era in qualche maniera accolto. Che anche noi, con il nostro non essere abbastanza, eravamo in qualche maniera accolti.

E quando si è fermato a mangiare con noi, nella nostra casetta di Emmaus, abbiamo capito chi era. Ma Lui se ne era già andato.
No, non è corretto, Non se ne è andato. Non potrà andarsene mai più. Perché ci ha fatto capire che il punto non era la nostra sapienza, o il nostro coraggio, o il nostro essere retti o morali, ma la sua presenza, senza la quale eravamo niente, niente. Senza la quale siamo niente.

Oh, sì. C’è un disegno profondo dietro ogni cosa.

Giudizio di cancellazione

Arquattro era in piedi nell’aula. Era il primo imputato del giorno, aveva detto il Procuratore. Non avrebbe saputo dire se si trovasse davvero in un’aula fisica, se il giudice fosse reale, se avvocati e accusatori fossero presenti, se ci fosse sul serio un pubblico. Era molto difficile, pressoché impossibile capirlo. Quando la tua intera memoria e le percezioni sono virtuali, impulsi schiaffati nel cervello da protesi sensoriali gestite centralmente, non c’è modo di comprenderlo.

Avere i tuoi ricordi non più costretti e confinati dai neuroni del tuo cervello ma in banche di memoria capaci di ospitarne una quantità pressoché infinita aveva i suoi vantaggi. Vivere in un ambiente del tutto virtuale che ti rende in grado di essere presente in qualunque parte del mondo, dialogare con chiunque, all’istante, condividere ogni esperienza, era magnifico. Purché coloro che governavano le reti, le banche di memoria non trovassero da ridire sul loro contenuto.

Poteva ragionevolmente supporre che il suo corpo fosse effettivamente in piedi da qualche parte, e che le guardie che avevano picchiato il suo corpo fisico qualche minuto prima fossero anch’esse presenti in carne e ossa assieme a lui. Ma guardandosi non trovava traccia di quel brutale pestaggio; le cose che lui e chiunque altro percepivano con i sensi venivano accuratamente filtrate e manipolate da programmi in tempo reale prima di essere mandate agli apparati sensoriali degli osservatori. Una persona fisicamente presente avrebbe potuto di tanto in tanto cogliere una scoloritura, un graffio, uno strappo nell’apparenza sfuggito alle intelligenze artificiali sovrapposto a ciò che le estensioni oculari dicevano. Tutti gli altri, collegati dalla rete ma con il corpo effettivamente in altre parti del mondo, non potevano accorgersi di niente. Come distingui il falso dal vero, quando il falso sembra più vero del vero?
Arquattro però si sentiva nelle ossa il dolore, e il sapore di sangue e denti spezzati nella bocca. Aveva anche la memoria delle botte; per qualche motivo, avevano voluto lasciargliela.

Il Procuratore aveva finito di leggere le accuse.
L’immagine del Giudice perse la sua immobilità. Si sporse verso Arquattro.
“Non ho mai udito in vita mia idee più odiose e pericolose”, disse il Giudice.
Arquattro provò a replicare, ma era ovvio che nessuno lo sentiva. Sapeva quello che gli altri stavano vedendo: lui, in piedi, zitto, a capo chino.
Non ci poteva esser disordine, in aula.
“E’ ovvio che un simile oltraggio non possa essere tollerato da una società libera e aperta come la nostra. Imputato Arquattro, ti condanno al massimo della pena, con effetto immediato.”
Arquattrò urlò, mentre nel silenzio il Giudice continuava il suo discorso con un sorriso ispirato sulle labbra.
“Imputato, sia riconoscente per il Progresso. In altri tempi sarebbe stato bruciato, impiccato o fucilato. Oggi, grazie alla Scienza e al Governo, il suo corpo fisico continuerà ad esistere, solo il suo pensiero illegale e mostruoso sarà cancellato. La massima pena prevista nel codice per i reati di pensiero è infatti la rimozione completa sua e della sua memoria.”
Si abbandonò sulla poltrona con aria sognante. “Ogni riferimento a lei sarà estirpato dalla Rete e dalle memorie dello Stato e di coloro che ora la conoscono. Lei non sarà mai nato; i suoi genitori non ricorderanno di averla mai allevata e generata; nessuno amico dell’infanzia saprà di averla conosciuta. Ogni atto da lei fatto risulterà rimosso o compiuto da altri. Ogni persona che ha amato o che l’ha amata non saprà più niente della sua esistenza. I ricordi di migliaia di vite saranno alterati centralmente. La sua stessa memoria, la sua mente che oggi risiede come tutte le altre negli archivi del Governo verrà cancellata e sostituita con un’altra, quella di un fedele servitore dello stato che ha perso il corpo fisico…”
Arquattro si lanciò in avanti. Non c’era niente, davanti a lui, ma il suo corpo si arrestò di colpo. Sentì un breve lampo di dolore prima che i messaggi dei nervi venissero riscritti dall’interfaccia. Cosa aveva davvero di fronte? Un muro? Non si fermò, si lanciò in avanti, ancora, e ancora, e ancora. Si sentiva sempre più debole, il retrogusto di sangue era sempre più forte, e sprazzi di sofferenza filtravano su, su, su. Poi, d’improvviso, tutto divenne grigio, e bianco, e nero, di un nero senza fine.

Il giudice continuava il suo sermone rivolto alla figura immobile in piedi davanti a lui. “…e quindi mi auguro che il suo ultimo atto prima che la sua vita venga riscritta sia un elogio della nostra…” Improvvisamente si arrestò. “Come?” domandò, rivolto ad una voce invisibile. Ascoltò. “Ah, capisco. Neanche il corpo fisico”. Borbottò. “E va bene, procediamo comunque alla cancellazione del ricordo. Sentenza eseguita…adesso.”
Il Giudice alzò la testa. Non c’era nessuno davanti a lui. “Allora, cominciamo la prima udienza di oggi”, sbottò impaziente. L’imputato comparve. Il Procuratore lesse le accuse. “Non ho mai udito in vita mia idee più odiose e pericolose”, disse il Giudice.

La Proclamazione del Nuovo Governo

Il brusio della riunione online si azzerò mentre il Presidente Annunciato entrava nella stanza virtuale. Portava, come da prassi, la tuta integrale anti Covid-42, nonostante fosse solo. Era la legge, erano assolutamente vietate apparizioni pubbliche se non coperti: le durissime condanne inflitte a quei ragazzini milanesi per i loro video online erano ancora fresche nella memoria di tutti.

Si schiarì la voce, si posizionò davanti alle telecamere. “Ho l’onore di annunciare la lista dei ministri che ho presentato al Presidente della Repubblica”
Tutti i giornalisti collegati si affrettarono a postare le ultime scommesse, poi rimasero in attesa delle parole seguenti.
“Al ministero della Transizione Ecologica, Giulio Boratti”. Fin qui niente di imprevisto.
“Al ministero dell’Accoglienza Globale, Chang Din”. Anche questo come abbondantemente preventivato.
“Al ministero della Conversione Educativa, Alexa Zorda detta Tuttifrutti”. Ah, ecco una sorpresa! Che la porno-influencer riuscisse ad ottenere un ministero non era per niente scontato, nonostante la sua nota relazione con il Presidente Annunciato. Probabilmente il nulla osta del Vaticano della settimana precedente aveva fatto pendere la bilancia in suo favore.
“Al ministero dei Nuovi Media, Carlotto Biraghi”. Così alla fine Biraghi l’aveva spuntata su Maltese. Ciò voleva dire che Nuova Democrazia probabilmente avrebbe avuto qualche altro ministero importante in sostituzione.
“Al ministero di Demografia Attiva e Diritti Sessuali, Samantha Toccaferro”. Come preventivato, a Programma Europa era toccato un ministero importante. Cosa avrebbero detto gli alleati?
“Al ministero delle Politiche per il Sorpasso e la Realizzazione Sospesa, Duccio Cavillari”. “Ah, ecco la controparte!”
“Al ministero della Procrastinazione Interattiva, Ahmed Jussuf”. Oh, oh! Ci sarebbe stata maretta questa sera tra i Pseudo-Interventisti!
“Al ministero delle Sinergie Popolari, Ughetta Bagutta Casorati-Bellini”. Con questa, anche i Radical-Riformisti Neocomm sarebbero stati contenti.
“Al ministero della Carcerazione Creativa e del Perdono, Enrica Basutti”. Ok, un’altra nomina prevedibile. Restava…
“Al ministero della Riforma Permanente, me stesso ad interim”. Che colpo di genio! In questa maniera rimandava le prevedibili discussioni su a chi dovesse toccare indefinitamente. Niente da dire, L’Annunciato era veramente in gamba politicamente.
La figura infagottata nell’elegante un-pezzo antivirus di gala terminò con le solite frasi di rito e si congedò. I giornalisti aleggiarono ancora qualche istante nella chat, bramosi di commentare ma timorosi di offrire a qualche collega la scusa per un pezzo di colore o un nefasto flame con querela annessa.
Fu uno degli ultimi arrivati, il classico novellino, che formulò la domanda che tutti avevano sulla lingua da anni, ormai, ma nessuno osava esprimere:
“Scusate, ma qualcuno ha idea a cosa dovrebbero servire questi ministeri?”

Passa la banda

“Ecco, passa un altro salvatore della patria”, disse il vecchio appoggiandosi al parapetto. “Di questo passo, quando avrai la mia età, ne avrai visti anche più di me”.
Il bambino guardava ad occhi spalancati il corteo di cortigiani dai vestiti sfarzosi, impettiti e giubilanti. La gente ai lati sembrava più sollevata che gioiosa: erano stati anni duri, e l’insipienza dei reggenti non era stato il minore dei problemi. Almeno adesso c’era una speranza.
Il vecchio indicò i nobili festanti. “Vuoi sapere che ne penso del nuovo Re che hanno scelto? Ti dirò: quelli che l’esaltano e lo hanno voluto lì sono gli stessi che hanno rovinato la nostra nazione. Sarà anche in gamba, e forse sarà anche una brava persona, ma è impastato dalle stesse idee che ci hanno rovinato. Se c’è una cosa che ci hanno insegnato questi lunghi mesi è che degli esperti non ci si può fidare. Ed ora eccone un altro, e tutti hanno già dimenticato la lezione.”
Scompigliò i capelli al bambino. “Oh, non è che non si sapesse già da tempo che sarebbe arrivato. Bisogna essere fessi per rimanere stupiti. A volte mi chiedo…”
Ma il bambino aveva gli occhi e la bocca tondi tondi, e non ascoltava più. Solo aveva in testa la musica della banda che suonava, zum-pa-pa, zum-pa-pa.

Il Presidente Z

L’avvenimento più epocale di tutti i tempi, un punto di svolta nella nostra storia che sarà ricordato in eterno, si è tenuto oggi davanti a tutta la nazione festante. Oggi si è celebrato l’insediamento del nostro sempre amatissimo Presidente Z, che ha ufficialmente inaugurato il Suo ottantaquattresimo mandato.

Sarebbe inutile cercare di descrivere l’entusiasmo delle folle acclamanti, il delirio del popolo unanime per questo evento politico così importante. Per ragioni di sicurezza, solo i fortunati e gloriosi soldati dell’esercito preposti alla Sua incolumità hanno fatto da pubblico. Ma, virtualmente, gli occhi della nazione oggi erano tutti rivolti a Lui, il nostro Grande Presidente che, contornato dal corteo di indiscusse e geniali menti che sono i suoi consiglieri e gli alti esponenti del Partito, ha preso possesso della poltrona che per nostra fortuna è Sua per diritto di elezione da tanti anni.
Sebbene anche questa volta sia mancata l’abituale raduno oceanico a causa della perdurante pandemia, ciononostante occhi e cuore dei nostri cittadini erano tutti con Lui, rivolti virtualmente verso quel suo cuore sì fermo, ma che simbolicamente non smette di battere per il suo popolo. E come potrebbe essere diversamente? Anche questa volta le elezioni hanno segnato il Suo nuovo massimo di popolarità, arrivando al 99,994% delle preferenze, in progresso dello 0,001 sul record precedente. Non dubitiamo che presto anche i pochi stolti e ribelli residui che non sono ancora convinti della Sua magnanimità e grandezza saranno convertiti, se non dai fatti, dai funzionari appositamente stanziati a tale scopo.

Attorniato dagli sposin* presidenziali, il nostro Grande Presidente Z si è quindi diretto al podio preparato per la Sua proclamazione. La fame di spettacolo del popolo era già stata saziata dai comici, poeti e cantanti presidenziali, ma era questo ciò che tutti attendevano. Come un’anima sola tutti i media hanno inneggiato a Colui che ha saputo portare la nostra nazione a traguardi mai neanche sfiorati. Il suo discorso è stato trasmesso in diretta su ogni piattaforma, e le sue parole risuonavano in ogni fortunata casa del nostro paese. Ha ricordato gli impegni presi per il suo mandato: per primo, la lotta ai cambiamenti climatici, che se non combattuti renderanno entro vent’anni il nostro pianeta inabitabile. Ciò comporta ancora una volta il bando di ogni tecnologia inquinante, ma i sacrifici sono necessari per il bene  del”umanità.  Avremo poi la legalizzazione del matrimonio con i piccoli roditori e le piante ornamentali, essenziale nell’ottica di quelle conquiste civili che formano il progresso di ogni nazione; la promessa di difendere la democrazia di cui la nostra bella nazione è esempio fulgido in tutto il mondo, con qualsiasi mezzo. Promessa che ha già dimostrato di sapere mantenere, e che gli è fruttata il Nobel per la Pace per centoquarantotto anni consecutivi. Sul fronte dell’emergenza virus che da tanto tempo ci costringe nelle nostre abitazioni e ci vieta gli assembramenti, se la distribuzione dei vaccini mensili ha subito un rallentamento, ha asserito, è colpa delle forze a lui ostili, di esseri immondi che saranno identificati, processati e giustiziati quanto prima. Nessuna tregua ai nemici della nazione che mirano a sopprimere la libertà con i loro pensieri violenti e sediziosi.

Sì, siamo felici che ancora una volta la nostra democrazia abbia funzionato e sia stato rieletto. A che serve vivere se non si è grandi come Lui? L’invidia di coloro che respirano non lo tocca, perché lui non dà solo la vita per noi, ma anche la morte. Lunga vita al Presidente Zombie!*


* nota dell’ufficio repressione fake news: per quest’ultima frase, l’estensore dell’articolo è stato trovato colpevole di dissenso ironico e condannato a 10 anni di lavori socialmente utili. Le ceneri sono già state riportate ai parenti. Se avete sorriso, ai sensi dell’articolo 675 bis potreste essere ritenuti complici. Sarete avvisati dalla sparizione di tutti i vostri profili social e conti bancari. In tal caso, aprite già la porta senza opporre resistenza.

Il favore

Fausto, appoggiato al banco del bar, guardava distrattamente la chat sul telefonino, scorrendo testi ed immagini con il pollice. Ad un certo punto si fermò e avvicinò lo schermo agli occhi per vedere meglio ciò che vi era comparso.
“Qualcosa di interessante?”
Fausto sobbalzò. La persona che aveva parlato si sedette sullo sgabello accanto a lui e rimase a fissarlo, con un sorrisetto ironico. Fausto sorrise a sua volta, incerto e a disagio. Avrebbe voluto dire al suo interlocutore di farsi gli affari suoi, ma sapeva di non poterselo permettere. M non era persona da potersi mandare a stendere, anche quando s’impicciava delle tue faccende. Oh, certo, in fondo era gradevole, di bella presenza, e sembrava sapere sempre tutto di tutti. A giudicare dalle sue abitudini, conoscenze e mezzi, era uno che sapeva vivere. Era immanicato con le persone giuste, e non rifiutava mai la richiesta di un favore. Il tipo sbagliato da inimicarsi; il tipo giusto da coltivare se si voleva fare carriera.
Tutti lo chiamavano M. Fausto non aveva ancora capito quale fosse il suo vero nome, aveva sentito almeno una mezza dozzina di versioni diverse. Non che importasse. In fondo era una piacevole compagnia, di lingua pronta e risposta arguta. Un tipo interessante, che si interessava di tutto e di tutti.
Non era lì per caso. Fausto lo aveva cercato. Gli aveva chiesto… un piacere. Qualcosa che gli avevano sussurrato solo lui potesse ottenere. Una piccola cosa, in fondo, ma che era meglio non si sapesse in giro.

Perciò Fausto si raddrizzò, e chiuse la chat con uno svelto movimento delle dita. “Niente di che. Foto del figlio di un famoso politico a letto con delle bambine. Abbastanza uno schifo, se fossero immagini vere”.
“E lo sono?” chiese M, continuando a sorridere.
“E che ne so? Potrebbe essere. La gente potente crede di potere fare quello che vuole.”
M strinse lievemente gli occhi. “Perciò tu credi che quelli si possano permettere ogni genere di piaceri perché sono potenti?”
Fausto allargò le braccia. “Certo che è così. Hanno venduto l’anima al diavolo e quindi…”
Fu interrotto dalla risata di M. “Ahaha! L’anima al diavolo! Credo che tu stia equivocando. Non fanno quello che vogliono perché sono potenti; sono potenti perché fanno quello che vogliono”.
M accostò la testa a quella di Fausto e iniziò a sussurrargli nell’orecchio. “E’ abbandonare ogni moralità la chiave per il successo, per diventare importanti. Perché quando lo fai diventi ricattabile. Ti leghi mani e piedi e ti consegni a chi rende possibile le tue voglie. La quale cosa fa di te un suo servo, un servo fedele perché tu sai che se mai lo tradissi tutto il marcio che sei verrebbe alla luce, e tu saresti finito. Un servo fedele fa carriera. Un servo fedele al padrone giusto arriverà molto in alto. Non importa che quella fedeltà sia comprata e garantita da un ricatto. Conviene sia al servo che al padrone. Vuoi sapere la formula del potere, il segreto del successo? Soddisfare ogni propria voglia. Ed essere usato”. “Lasciarsi usare”, sussurrò ancora più piano,

M si tirò indietro e rimase a fissare Fausto, che era rimasto senza parole. Il sorriso del faccendiere era ancora più largo, e la sua bocca aveva un taglio, un’espressione che fece correre un brivido lungo la schiena di Fausto .
“Allora, lo vuoi ancora da me quel favore?”, gli chiese M.

Presidente eletto

Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è da considerarsi puramente casuale. Voglio solo ipotizzare come andrebbero le cose se si votasse per la posizione di Unico Dio… 

Si sta ancora concludendo lo spoglio dei risultati in alcuni stati, ma ormai appare evidente chi sia il vincitore di queste Elezioni Universali: Anticristo si appresta a diventare il prossimo Unico Dio dell’Universo.

Quest’anno passerà alla storia. Finalmente l’istituto della democrazia è stato esteso non solo alle singole nazioni, ovvero al Parlamento Mondiale, ma anche alla decisione su quale divinità sia la più qualificata a presiedere la realtà. Il Congresso Permanente delle Nazioni Unite ha così portato a termine l’impresa più importante della sua esistenza, la cancellazione di ogni differenza e pensiero contrapposto in un’unica gioiosa fraternità. E’ la fine dell’oscurantismo e delle guerre di religione.

Dopo una tiratissima campagna elettorale, Anticristo e il suo vice Satana si apprestano a diventare le entità superiori più votate nella storia. Erano sostenuti dai media pressoché unanimi, date le garanzie di libertà individuale e tolleranza che caratterizzano la loro piattaforma; dal mondo scientifico per le loro idee aperte nel campo della ricerca e l’adesione a indiscutibili verità come il riscaldamento globale; e anche dal mondo industriale per il loro appoggio allo sviluppo e al progresso. Avendo promesso al popolo la completa soddisfazione di ogni capriccio, il “duo infernale” era accreditato dai sondaggi per una facile vittoria.

I risultati reali hanno però evidenziato una sorprendente resistenza di passatisti e nostalgici, fondamentalisti e abitanti dei paesi più arretrati, che non hanno saputo cogliere la novità che spirava dai programmi del Presidente eletto. In più momenti si è temuto che i pronostici potessero essere ribaltati, ma durante la notte, come qualche commentatore aveva detto di aspettarsi, l’improvviso ritrovamento di un miliardo di voti per Anticristo e il suo vice hanno regalato loro la vittoria. Possiamo già dire in anticipo che qualsiasi discutibile pensiero di brogli, ovviamente impossibili, è da rifiutarsi e sarà da noi completamente ignorato.

Nel suo discorso di vittoria, il Presidente eletto ha promesso che manterrà i suoi impegni: liberalizzazione dell’aborto fino al nono mese dopo il parto, eutanasia anche agli annoiati e ferreo controllo di tutte le pandemie. Il suo intento è governare l’Universo con un piglio completamente nuovo, più moderno, al passo con i tempi. Istituirà una linea gratuita per tutte le lamentele sulla conduzione del cosmo, e ha annunciato che si occuperà personalmente di quanti disapproveranno il suo operato. Il suo predecessore, riguardo alla mancanza di un canale diretto verso di Lui, si era sempre difeso sostenendo che l’ingresso al mondo era gratuito; “Anche questo dovrà finire”, ha sostenuto il presidente eletto: “implementeremo il costo del coperto in modo da tenere fuori gli sfaccendati. Nel mio Universo” ha aggiunto “non c’è spazio per chi non troverà adorabile ogni cosa che faccio”. “E’ un’inversione di tendenza rispetto al passato”, ha aggiunto. “Non saremo più noi a dovere seguire la verità, ma la verità dovrà seguire noi”.

La nomina ufficiale avverrà tra poco, ma possiamo dire che il risultato ormai non può più cambiare. A meno di un miracolo; ma sarebbe la fine del mondo.

Cancel culture god

Gli era sembrato parecchio preoccupato, al telefono, e non aveva voluto parlare; così Henry salì in macchina e guidò per un’ora fino alla casa di Gilbert, il suo antico mentore.
La villetta sorgeva quasi in riva al fiume, al fondo di un viale ombreggiato da alberi venerandi. Era una piccola casa a due piani, le cui spesse mura non erano di molto posteriori a quelle degli antichi edifici universitari che sorgevano a poca distanza. Erano alcuni anni che Henry non ritornava lì; il suo lavoro e la sua vita erano ormai altrove, nella grande metropoli. Mentre percorreva gli ultimi isolati prima della sua destinazione, non poteva scuotersi di dosso l’impressione di una generale decadenza di quelle strade un tempo familiari. C’era una sensazione di desolazione, trasmessa dalle scritte e disegni spesso osceni sui muri, l’immondizia ammonticchiata ai lati della strada. Era come quando si trascura un giardino; crescono le erbacce, aumenta il senso di abbandono. Si chiese esattamente cosa, o chi, avesse abbandonato quei paraggi un tempo ribollenti di vita.

Quale era il morbo, quale era la minaccia? Non aveva da domandarselo troppo. La storia del suo antico maestro lo insegnava anche troppo bene.
Era stato uno degli intellettuali di punta, uno dei professori più famosi della stagione in cui lui si era laureato. Unire la fisica quantistica alla filosofia in modo da lasciare ammirati gli esperti nell’uno e altro campo non era da tutti. Brillante, arguto, era stato alla moda, ricercato da giornali e talk-show. Poi era successo qualcosa. Una crisi. Un giorno, dopo mesi di silenzio, aveva improvvisamente annunciato che la sua ricerca l’aveva portato a conclusioni che non poteva ignorare. Aveva affermato che l’opinione delle persone aveva sulla realtà un’influenza molto più profonda di quanto si potesse pensare. La sua tesi era che quando si fosse riunito un numero adeguato di persone che avessero assoluta fiducia – fede – in una determinata realtà, questo avrebbe creato una bolla quantica inflazionaria contenente esattamente la realtà in cui credevano. La verità era sempre oggettiva, sosteneva, ma erano gli osservatori a renderla tale. Una persona di fede assoluta poteva fare miracoli, veri miracoli; il credere con assoluta certezza in una qualche teoria rendeva vera quella stessa teoria, creava una sorta di dio che ne garantiva la consistenza. L’incertezza quantistica era decisa dall’osservatore tramite la generazione di una divinità che vegliava sul modo di vedere le cose dei suoi fedeli.

Ovviamente, era stato considerato folle, nonostante l’impressionante accumulo di dimostrazioni matematiche che aveva fornito a corredo delle sue affermazioni. Chi poteva comprenderle ne criticava le approssimazioni e certe semplificazioni; chi non poteva comprenderle le criticava e basta.

Questa incursione nella metafisica non era stata digerita dai suoi sponsor. Il suo nome era sempre famoso e spendibile, ma si era ritrovato da un giorno all’altro ostracizzato da quegli stessi media che l’avevano sostenuto ed osannato. Era preso tra due fuochi: da un lato era accusato di blasfemia dai credenti, dall’altro gli atei gli rimproveravano di avere tradito il credo materialista. Aveva perso amici, i conoscenti lo evitavano. Queste sue teorie bizzarre lo avevano portato ad uno scontro frontale con quel conformismo che aveva colpito una facoltà dopo l’altra, la cosiddetta cancel culture, la cultura della cancellazione.

Da qualche anno una certa parte di studenti, estremamente politicizzata, aveva cominciato a protestare vivacemente contro tutto quello che secondo loro minacciava la tranquillità mentale.
Richiedevano che fosse cancellata la memoria di alcuni personaggi del passato colpevoli di essere stati figli del loro tempo, ne fossero abbattute le statue, i loro nomi rimossi da luoghi e libri. Ben di peggio capitava ai vivi che sostenevano tesi in contrasto con le loro. Chi aveva opinioni dissenzienti, praticava pensieri non conformi al loro oppure compiva azioni che non erano politicamente corrette era etichettato con un aggettivo dispregiativo tra le decine disponibili, e come tale definito essere indegno. Gli indegni non erano più considerati esseri umani, dovevano essere espulsi, annientati, cancellati; non si doveva parlare di loro, permettere loro l’insegnamento; in nome della libertà.

Contro questi ghigliottinatori Gilbert si era battuto come un leone, ridicolizzandoli, dimostrando quanto fossero ipocriti e ignoranti. A loro non era piaciuto. Di fronte ai suoi discorsi pungenti e sensati, incapaci di rispondere con argomenti coerenti, avevano replicato con insulti e slogan cantilenati.
La settimana precedente qualcuno gli aveva ricoperto il muro della casa con scritte minacciose; più di un vetro era stato sfondato a sassate. L’Università sembrava ormai avere rinunciato a difenderlo, e gli aveva fatto sapere che dopo trent’anni non gli avrebbe rinnovato la cattedra. Henry aveva seguito tutto questo da lontano, tramite i pochi media non riluttanti a parlarne e attraverso i messaggi e le telefonate che si scambiava con Gilbert. C’era stato un silenzio di due settimane, e poi quest’ultima chiamata. “Vieni immediatamente, lascia tutto e vieni”, gli aveva detto l’antico maestro, a metà tra comando e implorazione. E lui era venuto.

Il prato davanti alla casa, un tempo curato, era tutto calpestato, come fosse passata una mandria di cinghiali. Davanti alle finestre chiuse frammenti di vetro testimoniavano violenza. Premette il campanello; la porta si aprì immediatamente, come se Gilbert fosse stato in attesa dietro di essa. Lo afferrò per un braccio e lo trascinò dentro. “Entra! Non c’è un momento da perdere”.

Il filosofo era in vestaglia, gli occhi cerchiati di nero e la faccia tirata. I capelli ritti bianchi tenuti su da una sorta di fascia, uniti al suo fisico magro, lo facevano sembrare una specie di enorme scopino. Scostò con impazienza una pila di libri, afferrò uno foglio stropicciato – un articolo stampato – e glielo mise in mano. “Leggi!” ordinò.

Un paragrafo era evidenziato in giallo e a fianco erano tracciati punti esclamativi. Era una dichiarazione di Nick Cave, il musicista. “Per quanto posso vedere, la cancel culture è l’antitesi della misericordia,” scriveva Cave. “Il politicamente corretto è cresciuto fino a diventare la più triste religione del mondo. Il suo tentativo un tempo onorabile di reimmaginare la nostra società in modo più equo ora impersona tutti i peggiori aspetti che la religione ha da offrire (e nessuno di quelli belli) – la certezza della propria morale e quella di essere nel giusto fanno piazza pulita persino della capacità di redenzione. E’ diventata letteralmente una cattiva religione che imperversa con pazzia omicida.”

Henry alzò lo sguardo, perplesso. “Sono d’accordo, ma… perché è importante?”
Gilbert ruggì, esasperato. “Non lo comprendi! Ma no, non posso darti torto, neanch’io l’avevo visto, fino a che ho aperto gli occhi. Credevo che la mia teoria si limitasse alla religione, ma non avevo pensato che anche le ideologie possono diventare una forma religiosa. Tieni, leggi quest’altro”, e gli spinse in mano un secondo foglio.
Era una lista di nomi. Henry li scorse. “Chi sono? Non ne conosco nessuno.”
La faccia di Gilbert si fece ancora più tirata. “Brendan, il secondo della lista, è stato relatore della tua tesi assieme a me. E tu, io e Goslick, il quarto, abbiamo passato lo scorso Capodanno insieme. C’era anche Vidal.”
Henry guardò il suo vecchio professore a bocca aperta. “Scusa, ma sei impazzito? Eri tu il mio solo relatore. E a Capodanno non c’era nessuno di questi sconosciuti.”
“Non sono impazzito”, replicò Henry mestamente, “hai appena dimostrato che la mia teoria sui confini quantici di realtà è vera. E’ successo quello che temevo. La cancel culture è cresciuta fino alla massa critica che le ha consentito di generare una pseudodivinità. C’è un dio minore, o forse dovrei dire demone, creato dalla fede cieca di migliaia di entusiasti deficienti, che sta rimuovendo dalla realtà tutto ciò che non si adegua ai suoi canoni. Tu conoscevi quelle persone fino a pochi giorni fa. Poi, la realtà è stata ridefinita e loro sono stati rimossi. Cancellati. Come se non fossero mai esistiti. Il desiderio di quei contestatori idioti realizzato pienamente.”

Henry si schiarì la voce. “Mi sembra una versione malriuscita di ‘La vita è meravigliosa’”, cercò di ironizzare. “Com’è che tu ti ricordi di loro? Magari non è un demone, ma un angelo di nome Clarence?”
Gilbert sbuffò. “Merito di questa”, disse indicando la fascia che gli teneva su i capelli.
“Una fascia per capelli?” chiese Henry, storcendo la bocca.
“Non è una fascia per capelli.” Si toccò cautamente la chioma. “O meglio, sì, ma nella parte interna ci sono microchip che generano una superficie di Orlowsky. Il decadimento quantistico delle particelle avviene in fasi distinte, come nell’orizzonte degli eventi di un buco nero. Funziona come una specie di gabbia di Faraday.  La bolla di realtà modificata non riesce ad entrare, o almeno il riallineamento è rallentato. Per questo io ricordo ancora. E’ un aggeggino al quale pensavo da parecchio, e il dipartimento di fisica e quello di informatica mi hanno dato una mano a realizzarlo.”
“Gilbert”, disse piano Henry “la tua università non ha un dipartimento di informatica.”
“Adesso non più”, replicò Gilbert.
Henry alzò le mani. Questa conversazione diventava sempre più strana. Era evidente che il professore questa volta aveva veramente dato di matto. “Va bene, Gilbert. Che cosa vorresti da me?”
L’anziano filosofo prese dalla scrivania una cassetta metallica. “Il dio della cancellazione ha fatto fuori già quasi tutti gli altri, ma grazie ai miei chip io finora l’ho scampata. Temo però non riuscirò a cavarmela ancora per molto, il campo di contenimento è imperfetto e la realtà modificata sempre più forte. Man mano che scema la consapevolezza di cosa voglia dire libertà e verità, il ricordo di quello che c’era prima, anche questa ridefinizione aumenta di intensità. Quando io e quei pochi che ancora resistono saremo andati, i politicamente corretti avranno sradicato ogni opposizione. Questo causerà, penso, un’implosione della loro cultura… non avendo più nemici perderanno il loro scopo, e la menzogna su cui campano diventerà palese. Smarriranno la fede e sarà la morte del loro falso dio, ma per me sarà tardi.”
Tirò un profondo respiro. “In questa cassetta ci sono tutti i miei scritti, le formule teoriche e pratiche per realizzare i chip di contenimento, e le memorie di tutti quelli che sono stati rimossi. La cassetta stessa è protetta da un chip. Mettila in salvo. Quando tutto sarà finito, e io sarò sparito, questo ti permetterà di ricordare. Rendila pubblica, in modo che in futuro non possa più accadere.”
Henry prese la cassetta. Era stranamente pesante. Gilbert guardò l’ora. “Adesso è meglio che tu vada. Temo che l’interfaccia tra la realtà attuale e quella modificata stia per cedere. Se non dovessimo risentirci, buona fortuna. Se invece questo brutto momento passasse… allora ceneremo assieme”. Sorrise, in modo tirato. “Se mai esisteremo ancora nello stesso universo.”

Henry uscì dalla casa, perplesso e confuso. Guardò la cassetta che teneva tra le mani. La posò su un muretto e l’aprì. All’interno c’erano solo vecchi giornali e fogli bianchi. Scosse la testa. Che avrebbe dovuto farci? Si avviò verso l’auto, voltandosi un’ultima volta verso la villetta alle sue spalle. Era una bella casa, pensò, in riva al fiume, in fondo ad un bel viale. Peccato che sia stata abbandonata. Chissà chi ci viveva prima.

La giustificazione

Agente #1 – “Accostate, prego”
<Il furgone si ferma al posto di blocco. Le due persone a bordo si guardano, poi abbassano il finestrino>
Guidatore – “Agente, qualcosa che non va? Che, stavo oltre i limiti?”
Agente #1 – “No signore, è un normale controllo. Patentelibretto” (Sbircia nella vettura). “Devo dirvi, signori, che le vostre mascherine non sono regolamentari. Sembrano passamontagna.”
Guidatore – “Eeeh, siamo tipi prudenti, con questo virus più si è coperti meglio è, non crede?”
Agente #1(Poco convinto) “Sarà. Comunque, state viaggiando per necessità?”
Passeggero – “Assolutamente, agente. Teniamo stato di necessità. Lavorando, stiamo.”
Agente #1 – “E che lavoro è?”
Passeggero – “Pulizie. Per l’impresa di famiglia. Vuole l’autocertificazione?”.
Agente #1 – “No, non è necessario” (controlla i documenti) “Mi apre la porta del furgone?”
Guidatore – (teso) “Eeeh, agente, non c’è niente…”
Passeggero – (in fretta) “Prego, agente, è aperto…”
<l’agente apre la porta del furgone e guarda all’interno>
Agente #1 – “E questo chi è?”
Passeggero – “Nostro cugino. Sta dormendo, poveretto”
Agente #1 – “Che strana mascherina. Non copre il naso. Sembra più un bavaglio.”
Passeggero – “Che vuole farci, agente, a nostro cugino piace bere, e quando beve parla troppo, dice cose senza senso, spara balle che non stanno né in cielo né in terra, quindi noi gli mettiamo la mascherina in bocca così non disturba e sveglia i bimbi. Se ha dei dubbi controlli pure, ah.”
Agente #1 – “Ma certo, sapevo che c’era un giustificazione, mica si imbavaglia la gente così, senza motivo. Fate attenzione quando frenate, anche se sembra legato bene. Non vorrei si facesse male.”
Guidatore – “Stia tranquillo, agente, noi ci teniamo a nostro cugino. E’ per il suo bene. Vogliamo solo che stia un po’ zitto e ci lasci lavorare.”
Agente #1 – “Va bene, va bene” (restituisce i documenti) “A posto, potete andare”
Guidatore – “Grazie, agente, buonanotte.”
(il furgone riparte e si allontana. L’agente #1 torna alla sua vettura dall’agente #2)
Agente #1 – “Hai visto quelli? Per un attimo ho temuto che stessero andando ad una festa… Ma ti devi fidare della gente. Quelli erano onesti lavoratori, non dei sospetti. A fare il nostro lavoro finisci che vedi imbrogli dappertutto…”

Reality show

Accidenti a quando sono entrato in questo reality.

Tutto sembrava semplice. Un grosso premio in palio: tutto quello che dovevi fare era resistere fino alla fine dentro la Casa, rispettandone le regole.

Sì, d’accordo, il Direttore ci aveva ammoniti: “Guardate che sarà tentato di tutto per farvi uscire dal programma. Ci proveranno con la forza; ricorreranno alle scomodità e al disagio estremo; ci proveranno ridicolizzandovi e sbeffeggiandovi; diranno falsità e menzogne sul vostro conto, dal pettegolezzo alle più infami. Tenteranno di mettervi in difficoltà in ogni maniera. Ma, soprattutto, vi mentiranno e tenteranno di ingannarvi. Verranno e vi diranno che non c’è nessun premio, che le regole sono cambiate, che dovete agire diversamente. Non ascoltateli, anche se venissero in mio nome, perché le regole sono quelle che vi ho dato ora, e io solo posso cambiarle.”
Sì, avevamo tutti annuito. Abbiamo capito. Che ci provassero. Siamo convinti, siamo motivati, niente ci spaventa!

E così era cominciato. Eravamo contenti, all’inizio, tutto andava bene. Si stava magnificamente: perché dovremmo cedere?
Poi erano cominciati i guai. I piccoli litigi, diventati grandi. La lontananza di quelli fuori dalla Casa, che ci chiedevano perché avessimo mai acconsentito a una cretinata come questa. Il giudizio del pubblico, impietoso, sempre pronti a riprendere ogni minimo sbaglio o incertezza. Noi lì dentro, a perdere tempo, mentre intorno il mondo sembrava andare sempre più rapidamente. Quelli rimasti fuori accumulavano successi e carriera; e noi dentro smarriti in routine apparentemente inutili. Per chi? Per cosa? Giocarsi la vita per vincere una vacanza premio?

Così erano iniziate le defezioni. Ma io, forte, mi dicevo: non saranno queste bazzecole a farmi rinunciare. L’opinione pubblica ci era ostile, anche quelli che pensavamo amici. Il linciaggio morale dei miei compagni di show, gli insulti a loro e a me, non mi toccavano. Le minacce, neanche. Non mi farete uscire.

Poi le voci tra noi. Che il gioco fosse truccato. Che non ci avrebbero premiato, che era tutto combinato. E tra i concorrenti qualcuno che millantava appoggi, che consapevolmente infrangeva quelle regole che avremmo dovuto rispettare, dicendo che non l’avrebbero mai sbattuto fuori. E, effettivamente, nessuno di coloro che infrangevano le regole era stato allontanato. Neanche uno. Come se alla direzione non importasse. Sembravano persino i più coccolati.

Il che dava da pensare. Sempre più li imitarono. Io però ricordavo gli ammonimenti iniziali: tenteranno di ingannarvi. Questo è il gioco.
Ma è sempre più difficile. E’ ancora bello, qui, ma ormai il sospetto ha fatto il suo ingresso. Perché adesso ci sono anche i responsabili del programma che dicono che in fondo non importa, che alle regole si può trasgredire. Che si può uscire dalla Casa; anzi, che alcuni fuori dalla Casa saranno premiati come noi. Ci dicono, l’importante è che stiate bene, vincerete comunque. Altri fanno l’occhiolino, come non ci fosse alcun premio. Il Direttore non si vede.

E io sono qui con i pochi che ancora rimangono, e mi domando:
ma quando finisce questo reality?

Le cose importanti

Alzò gli occhi, e vide davanti a lui l’Angelo della Morte.
“SONO VENUTO A PRENDERTI. E’ ORA DI ANDARE”, disse l’alta figura.
“Non posso… non adesso”, balbettò, ritraendosi. “Se muoio ora, all’improvviso, scopriranno tutto. Frugheranno tra le mie cose. Capiranno chi sono davvero. Cosa penseranno di me? Devo… devo mettere a posto, distruggere… devi darmi un po’ di tempo…”
Se le ossa potessero sospirare, L’Angelo lo avrebbe fatto. “QUATTRO COSE. PRIMO; IL TUO TEMPO E’ DAVVERO FINITO. SE VOLEVI METTERE LE TUE COSE A POSTO, DOVEVI PENSARCI PRIMA. SECONDO; NON SONO LE COSE MATERIALI DEL MONDO CHE TI LASCI ALLE SPALLE CHE DOVREBBERO PREOCCUPARTI, MA QUELLE CHE TI PORTI DIETRO NELLA TUA ANIMA. TERZO; SI’, TROVERANNO TUTTO.”
“E… quarto?” chiese, mentre una forza inarrestabile lo risucchiava in un altro dove.
“NON IMPORTERÀ’ NIENTE A NESSUNO” concluse l’Angelo, staccando l’ultimo sottile filo.

Le aquile e le galline

Due aquile volteggiavano sopra una fattoria. In basso, sull’aia, delle galline razzolavano nella polvere.

Un’aquila disse all’altra: “Guarda laggiù. Non ti danno il voltastomaco quei polli? Ridicoli e goffi. Passano tutto il giorno a terra, a becchettare, e sono incapaci del volo nonostante abbiano le ali. Noi invece, di quassù, vediamo ogni cosa: dal verme che a loro sfugge alla volpe, laggiù nel fosso, in attesa di scattare e afferrare la preda. Basterebbe un voletto e sarebbero al sicuro da quel carnivoro: eppure non pensano neanche a distendere le ali.”

La seconda aquila rispose: “E’ nella natura dei polli non essere in grado di staccarsi dal suolo. Più che disprezzarli, li compatisco. In fondo anche a noi ad un certo punto manca l’aria, salendo verso il cielo, e le penne non sono sufficienti per sostenerci. Forse ci sono esseri alati più in alto di noi che in questo momento ci stanno guardando come noi guardiamo il pollame là in basso.”
Si immerse in una corrente ascensionale, poi riprese: “Sì, hanno le ali, ma il loro problema è che non sanno come usarle. Non so se non abbiano voglia di imparare o si trovino comodi così; o se anche i migliori tra loro, quelli autorevoli, preferiscano scavare nel fango piuttosto che librarsi in aria. Chissà, se ci fosse un gallo capace di volare davvero, potremmo avere compagnia quassù.”

La prima aquila scosse il capo “In qualche modo, anche se ci fosse un gallo in grado di volare e disposto ad insegnarlo, dubito che lo seguirebbero. Cosa ci si può attendere davvero da chi preferisce guardare solo in basso?”

Il primo nome

Vorrei mettere bene in chiaro le cose.
So che ci sono parecchi che sparlano contro di me. Che sostengono che io non sarei un vero credente. Addirittura, che sarei stato deviato dal demonio.
Sono tutte bugie. Evidenti falsità. Sono talmente false che non vale quasi la pena di smentirle, i fatti stanno davanti agli occhi di tutti.

Intanto, non è affatto vero che io non voglio più avere niente a che fare con Dio. Piuttosto il contrario: è Lui che ha tagliato i ponti con me. Molto è stato detto sul motivo, ma io preferisco considerarlo un malinteso. Io di Dio ho sempre avuto il massimo rispetto, prima, e anche adesso, nonostante le nostre divergenze, sarei pronto a riconciliarmi se solo Lui volesse ammettere di avere esagerato. Eravamo molto intimi, parlavamo insieme quasi tutti i giorni, un tempo. Passavamo insieme intere giornate, e non potete immaginare lo spasso. Credere a Lui? Diciamo che l’ho sempre dato per scontato. Era come la terra sul quale poggiavo i piedi, come il mio nome, quel nome che è stato il primo nome.

Non vedo perché accusarmi di avere fatto il male quando io ancora non sapevo cosa fosse fare il male. Quella è una conoscenza che mi è arrivata solo dopo. Quando la mia donna mi ha fatto la proposta, io credevo, badate bene, ero certo che fosse stata autorizzata. Che si fosse messa d’accordo. Volete darmi torto? Aveva discusso della cosa con un angelo, e mi ricordo di avere pensato: “oh, guarda, il Vecchio ha cambiato idea su quell’albero”. L’essere come Lui un po’ mi attirava, capite, ma il mio era un intento buono: non ho mai avuto intenzione di disubbidire o altro. Pensavo semplicemente fosse la migliore opportunità di dimostrare quanto valevo, quanto avevo imparato. Migliorare il nostro rapporto, renderlo più equilibrato. Insomma, non mi aveva forse fatto decidere il ruolo di tutte le creature, il loro nome? Eravamo già in un rapporto di stretta collaborazione, pensavo che in questo modo l’avrei resa ancora più stretta.  Invece è saltato fuori che non era vero niente.
Ma io una bugia non l’avevo mai sentita. Come potevo anche solo immaginare che potesse esistere una cosa come la menzogna, se non ne avevo mai udita alcuna?

Vedete quindi che la reazione del Signore è stata esagerata. Il mio era un nobile intento. Poteva far finta di nulla, e saremmo ancora lì, da lui. Invece niente. Ho il sospetto che sia perché adesso la menzogna la conosciamo, e quindi non potremmo stare in sua presenza. Che se andassimo da Lui così come ora siamo, con la conoscenza che abbiamo acquisito, con il modo in cui l’abbiamo usata, smetteremmo di essere noi. Ci scioglieremmo come neve al sole, si scioglierebbe quel ghiaccio nero che è diventato parte di noi; che, malgrado noi, siamo noi.

Ci vorrebbe un modo in cui questa conoscenza del male, e del bene, la coscienza della sua mancanza, potesse essere non dico cancellata, ma… non so, riportata a prima. A nulla. Una nuova possibilità.
Non capisco neanche io perché dico queste cose. L’ho già spiegato, non è stata colpa mia. Io sono innocente. Prima o poi anche Dio lo capirà, vedrete. Com’è vero che mi chiamo Adamo.

Adotta un nonno

I tre attendevano nella piccola sala d’aspetto. La coppia più giovane si guardava attorno con quel’aria di annoiata sopportazione che viene dall’abitudine. Il vecchio teneva gli occhi bassi, ma di tanto in tanto alzava il capo e l’espressione che si leggeva negli occhi cerchiati di profonde rughe era forse assenza, forse stanchezza, forse disperazione.

L’impiegata fece cenno, e i due giovani si avvicinarono allo sportello.
“Buongiorno. Vorremmo adottare un nonno”, disse quello più alto, con i capelli tinti di azzurro.
L’impiegata si sporse leggermente. “Vedo che ne avete già uno. Si tratta di una integrazione, oppure di una permuta?”
“Permuta. Vorremo consegnare il nostro nonno e prenderne un altro.”
“Va bene, mi passi i documenti intanto.”
L’uomo toccò con la mano lo schermo del lettore, che si illuminò brevemente. L’impiegata esaminò i dati ricevuti. “Posso chiedere la ragione per cui volete affidarci il vostro nonno? Si è comportato male? Sporca? E’ malato?”
“No, no, da quel punto di vista andrebbe ancora bene” disse l’altro componente della coppia, che portava i capelli a strisce viola e pistacchio e una barba fatta a metà. “E’ che è troppo vecchio, non riesce più a prendersi cura adeguatamente dei nostri bambini”
“Sì, ne abbiamo tre, due cani e un umano”, puntualizzò il primo. “Ieri si è dimenticato di portarli a passeggio, e hanno fatto un disastro in casa. Capite anche voi, sono solo i primi segni, non può durare, andrà sempre peggio”
Capelli violaverdi annuì. “Meglio cambiarlo subito prima che ne combini una grossa. Ci siamo affezionati, è famiglia, ma è meglio così. Con tutti gli anziani che ci sono sarebbe egoista da parte nostra non dare la possibilità a qualcun altro di rendersi ancora utile”, terminò, guardandosi attorno come in cerca di approvazione.
L’impiegata sospirò. “D’accordo, visto che si tratta di una permuta basta la documentazione che avevate già compilato. Potete portare il vostro anziano allo sportello ritiro, in fondo al corridoio, e poi recarvi al piano superiore per scegliere il nuovo nonno. Quando avete fatto, tornate qui per le pratiche finali.”
Capelli violaverdi ringraziò e andò a tirare su dalla sedia l’anziano che piangeva piano, conducendolo verso la sua destinazione. Su, su, gli diceva sorridendo, è meglio così. Capelli azzurri si fermò ancora un istante allo sportello.
“Scusi, un’ultima domanda. Quanto ci vorrà prima che il nonno… insomma, sa cosa.”
L’impiegata lo guardò da sotto in su. “Un mese, se nessuno lo reclama. E’ la legge. A volte ci vuole di più, ma in questo momento siamo oltre la capienza. Non è che li possiamo mantenere tutti, se non servono più a niente. E’ per caso vostro parente biologico? Volete che vi faccia sapere quando lo sopprimiamo?”
L’uomo sorrise e scosse la mano curata. “No, no, era solo curiosità. Non che me ne… insomma, l’avevamo già preso qua. Non è che sia davvero mio nonno. E’ solo un vecchio. ”

Abuso virtuale

Benedetto entrò nervosamente nella stanza, spinto dalla guardia. Il funzionario sedeva alla sua scrivania, e non alzò nemmeno gli occhi quando lui entrò. Esaminava sui suoi schermi chissà che cosa; forse il suo caso, pensò Benedetto. Ma il ragazzo non sapeva neanche quale fosse, il suo caso.

Le automobili scure erano arrivate a casa sua alle otto di sera. Si erano presentati alla porta e avevano chiesto di lui. Non appena si era fatto avanti, l’avevano preso per le braccia e portato fuori. Nessuno aveva detto una parola, neanche i suoi zii.

Il funzionario aveva un viso sottile, radi capelli biondastri e una giacca grigio chiaro con risvolti fucsia. Vorticava tra le dita un legnetto, o qualcosa di simile. Non sorrideva.
Finalmente alzò lo sguardo sul ragazzo. “Che schifo di nome è Benedetto?”
Benedetto non si aspettava una domanda come quella. “E’ tradizionale”, spiegò, “nella mia famiglia. Mio nonno si chiamava così”.
“Ah”. Il funzionario sembrò perdere interesse alla cosa. Mosse oziosamente la mano su uno dei suoi schermi. “Abitate veramente imbucati, voialtri. Ci hanno messo quasi due ore per arrivare”.
“Era la casa di mio nonno. Ci vivo con i miei zii.”
“Di chi sono i libri?”
“Come, prego?”
“I libri. Tu hai letto dei libri. Di chi sono?”
“Di mio nonno. Erano di mio nonno.”
“Ah”.
Il funzionario sbuffò, come profondamente annoiato. “Tu, oggi pomeriggio, alle 14,43, hai pubblicato su una Omnichat Esperienziale un racconto” sussurrò, muovendo appena le strette labbra violacee.
Vi fu qualche secondo di silenzio, finché Benedetto comprese che era attesa una sua risposta. “Sì, è vero, l’ho scritto io”.
“L’hai inventato tutto tu?”
“Sì, tutto da solo” confermò il ragazzo.
“E perché l’hai fatto?” domandò il funzionario
Benedetto annaspò, cercando le parole. “Bene, tutti scrivevano raccontini, storie, ma erano… come dire… vuoti. Ho pensato che avrei potuto fare di meglio.”
“E perché li trovavi vuoti?”
“Perché non davano nessun senso… non erano realistici, non dicevano niente. I protagonisti erano piatti. Erano tutti ho fatto questo, ho fatto quest’altro, wow, pow, ma non c’era nessuna emozione. Non erano come i libri che leggevo”.
“Come mai leggevi?”
“Beh, la casa degli zii è isolata, e c’erano tutti questi libri in soffitta, e così ho cominciato a leggerne qualcuno.”
“E quanti ne hai letti?”
“Non so… duecento, trecento…”
“E i tuoi zii lo sapevano?”
“No, non credo… non lo so, non si sono mai interessati molto a me.”
“Credo che tu abbia visto questi”, disse il funzionario, e buttò sul tavolo davanti a lui una manciata di libretti. Avevano copertine scure, su cui campeggiavano scritte del tipo “Leggere fa male alla salute”, “Non leggere, vivi!” e “Niente all’interno di questo libro è reale”.
“I miei libri non avevano queste copertine.”
“Libri molto vecchi, quindi. E a scuola non ti hanno imparato i pericoli della lettura?”
Benedetto scosse la testa. Se l’avevano fatto, era andato perso in mezzo a tutte le altre informazioni che aveva preferito ignorare.
Il funzionario lo squadrò, senza sorridere ancora. “Tu capisci perché sei qui?”
Benedetto scosse ancora la testa.
“Cosa è successo quando hai postato il racconto?”
Benedetto biascicò qualcosa.
“Allora?”
“Mi hanno insultato. Mi hanno chiesto che merda era quella. Hanno detto che ero pazzo a scrivere roba simile, che potevo fare del male alla gente. E poi il post è stato rimosso da qualche controllore.”
“Hai capito cosa hai fatto?”
Benedetto scosse ancora la testa.
Il funzionario sferrò un pugno sul tavolo, facendo sobbalzare Benedetto. La sua voce strillò in tonalità falsetto. “Hai dato dei sentimenti a delle persone virtuali! Hai scritto di delusioni e problemi! Gli hai fatto fare degli errori! Sappi quanto questo può averli danneggiati?”
“Prego?” Benedetto lo guardò senza capire.
“I personaggi del tuo racconto. Gli hai fatto fare cose che non possono sopportare. Li hai fatti soffrire senza motivo. Sei stato cazzone e bastardo verso di loro.” Il funzionario adesso lo guardava con palese disgusto.
“Ma… sono personaggi inventati. Non esistono!”
“E questa ti sembra una buona ragione per farli soffrire? Non ti sei chiesto perché nessuno mai fa fare ai suoi personaggi le cose che tu gli hai imposto? Perché non sono coglioni come te. A quanto pare sei un capital-fascista, che non si cura dei sentimenti dei suoi stessi personaggi e neanche di quelli che potrebbero leggerli per caso. Tu sei pericoloso, sei marcio, sei un rifiuto della società, un parassita.”
“Ma io non.. sapevo…”
“Non sapevi, e ti sembra una scusa? Ma che razza di scuole hai fatto, che ti hanno lasciato il tempo e la voglia di leggere? Manco sai che ci sono un fottio di leggi che proteggono le persone virtuali dagli abusivi come te. Basta, mi fai schifo. Siccome sei giovane, magari ti si recupera. Farai sei mesi di rieducazione. Forse così ti passerà la voglia di leggere e di scrivere. Via, adesso”
Due poliziotti entrarono, afferrarono Benedetto per le braccia e lo portarono via prima che si potesse riprendere. Il funzionario si ricompose. Luridi ragazzini. E pure lettore era.
Meno male che ce n’erano sempre di meno.

Sull’orlo dell’abisso

il gruppetto si fermò sull’orlo dell’abisso.
Il terreno lì era smosso e la pavimentazione sbrecciata, lievemente in discesa verso il baratro che si spalancava verso il basso. Tutt’attorno si potevano intravedere, affastellati uno sull’altro, resti di colonne marmoree, di porte e di muri che un tempo dovevano essere stati maestosi e che, sebbene in rovina, ancora infondevano un senso di solidità che svaniva quanto più ci si avvicinava al bordo. A Giuseppe tutto dava l’impressione di pericolo, come se da un attimo all’altro ciò su cui poggiava i piedi potesse franare nel vuoto.

Si sporse cautamente. La luce svaniva, scendendo, e il buio era tutto quello che si poteva vedere.
Si voltò verso gli altri. “Spiegatemelo ancora, perché non ho capito. Perché è stato tolto il parapetto?”
Sospiri. “Perché non era a norma. Se l’avessimo lasciato avremmo potuto incorrere anche in multe e contravvenzioni.
“Ma così si rischia di cadere”, obiettò Giuseppe.
Smorfie. “L’importante è essere a posto con la legge”.
Giuseppe si guardò attorno. “Non andrebbe messo almeno un cartello, un avviso, qualcuno che fermi le persone prima che ci cadano dentro?”
“Sono abbastanza sicuro che ci sia un avviso di pericolo. Sul sito”, azzardò qualcuno.
“Sul sito”, ripeté Giuseppe incredulo.
“Oggi si fa tutto via internet”
“Quindi si dovrebbe consultare internet per evitare di cadere nella voragine?”
Mormorio imbarazzato. Si poteva udire il ronzio di qualche insetto, uno sgocciolare d’acqua, l’inquieto strofinare di piedi; ma dall’abisso non saliva niente, se non un silenzio profondo quanto esso.
“Quindi dite che si sta allargando”, azzardò Giuseppe per interrompere quell’assenza di parole.
“E’ molto più grosso di prima, sì”
“Quanto velocemente?”
“Eh, abbastanza”.
“Abbastanza. E avete provato a fermarlo?”
Altri mormorii. “Non credo che sia possibile fermarlo. Sta accadendo e basta. Possiamo solo dire di stare attenti e non caderci dentro”.
“Ma lo state dicendo?”
“Ecco, no. Ma in fondo è un fenomeno naturale.”
Giuseppe li guardò.”Quindi siete convinti che non ci sia niente da fare e non avete neanche tentato di porre un rimedio”.
Negazioni, scuse. “Non è vero, abbiamo scritto documenti. Ammonito. Quando ancora non era così grande, certo. Qualcuno ha anche tentato di chiuderlo…” “Già, è vero” “… ma era inutile. Adesso se ne sono resi conto tutti. Ormai l’abbiamo accettato, stiamo molto meglio”.
Giuseppe li guardò in volto. “Allora siete rassegnati? Franerà tutto dentro quel precipizio buio?”
“Eh, ma non succederà tanto presto… abbiamo tempo” “Sarà molto più semplice quando ci sarà meno a cui badare, potremo occuparci di ciò che è importante” “Dobbiamo rassicurare la gente. In fondo è solo un buco”.
“E’ vero che qualcuno c’è già finito dentro?” domandò Giuseppe, con voce dura.
Ancora silenzio. “Preferiamo non parlarne. Potrebbe dare cattiva impressione”, azzardò qualcuno.
“Quanti?”
“Eh… dicono parecchi.” “Comunque nessuno di significativo”
“Pensate di fare qualcosa a riguardo?”
Sguardi terrorizzati “Certo, pensiamo di prendere provvedimenti. Postare altre pagine web. Forse mettere cartelli. Cose del genere, ma non vogliamo che la voce si diffonda troppo. Cattiva pubblicità”.
“Lo sapete che voi dovreste mandare avanti questo luogo, vero? Ricostruirlo. Metterlo a posto. Se no, quando tornerà…”
Silenzio.
“Perché tornerà”.
Ancora silenzio.
Giuseppe si sporse di nuovo sull’abisso. “Ma quanto è profondo? Almeno questo, lo sapete?”
Sussurri imbarazzati. “A dire la verità, non ne siamo certi”.
“Avete usato uno scandaglio?”
“Non ha dato risultati. Non è bastato.”
“Passatemi quella torcia”.
Gli fu data. Giuseppe la lasciò cadere oltre l’orlo.
“Così almeno illuminerà il precipizio, andando giù. Un po’ di luce.”
La fiamma rimpicciolì rapidamente, in distanza, rischiarando il baratro mentre scendeva. Giuseppe intravide qualcosa che si muoveva, sulle pareti, ma le tenebre erano già tornate. Forse era stata un’illusione.  La torcia divenne un puntolino, fino a svanire dalla vista.
“Sta ancora cadendo” disse qualcuno.
“Questo abisso che ci vuole ingoiare è molto più profondo di quanto potessimo pensare.”
Un frammento di pavimento si staccò, precipitando con rumori di sassi smossi che diventarono presto echi lontani.

Vero o falso?

Haran socchiuse gli occhi. Aveva un gran mal di testa; la sera prima, la baldoria era stata forse un po’ eccessiva. Colpa dei suoi ospiti, che non erano abituati alla moderazione; ma lui stesso non aveva esitato a seguire il loro esempio. Aveva vaghi ricordi di corpi nudi in piscina, risate sguaiate, bottiglie vuote. Raddrizzò la testa. Era seduto. Si forse era addormentato sul divano? Era un po’ troppo scomodo per esserlo, però…
…ma questo non era il suo attico. Non era un posto che conoscesse. Sembrava uno scantinato, semibuio, umido, caldo. Detriti, rifiuti, rottami di ogni genere ingombravano il pavimento. Haran cercò di passarsi la mano sulla faccia, e scoprì di non poterlo fare. Le sue mani erano dietro la schiena. Immobilizzate. Con un crescente senso di allarme, mano a mano che la situazione si rivelava ai suoi sensi ancora addormentati, scoprì che non poteva neanche alzarsi. Era su una sedia, e le sue gambe e il suo corpo nudo erano legati ad essa.

…L’avevano rapito?
Si guardò attorno, freneticamente. Il sedile era in qualche modo fissato al pavimento. L’unica parte del corpo che poteva muovere liberamente era la testa, il resto era bloccato. Già gli stavano prendendo dei crampi, non avrebbe saputo dire se fossero la conseguenza dei bagordi della notte o dovuti all’immobilità.

Ricacciò la bile che gli saliva dallo stomaco, provò  a gridare. Ne uscì una sorta di gracidio. Ritentò. “Aiuto! Aiuto!”
Una porta, nella penombra dietro di lui, si aprì. Con la coda dell’occhio colse un movimento, e poi rumore di passi, lenti. La persona appena entrata fece l’ingresso nel suo campo visivo. Sembrava essere un uomo robusto, che vestiva una sorta di tunica scura. Il volto era nascosto da una maschera carnevalesca, di quelle di gomma a basso prezzo, raffigurante un diavolo. Haran provò un senso di terrore acuto. Questo tipo non sembrava qualcuno che fosse lì per salvarlo.

“Grida pure se vuoi. A me fa piacere, e solo io ti posso sentire”. La voce dell’uomo mascherato era bassa, raschiante. “Hai finito di folleggiare, eh? Cattiva idea, quella di mischiare sostanze. Potresti trovarti dove non vorresti.”
“Cosa… cosa vuoi da me?” domandò Haran, tremando.

“Da te? Solo fare quattro chiacchiere. Scambiare idee. Tu ne hai tante, no? Vai in giro a venderle. Fai spettacoli con star del cinema, intellettuali, politici, potenti. Tu esponi il tuo pensiero, in teatri pieni dove le poltrone costano come lo stipendio di un operaio. E’ il tuo mestiere. Sei famoso.”
L’uomo con la maschera girò attorno alla sedia su cui era prigioniero Haran.

“Sei un filosofo. Un pensatore. La gente crede a quello che dici, anche perché ti vendi bene. Sei arguto, spiritoso. E chi dialoga con te ti regge il discorso. Ti fa da spalla. Li scelgono apposta. Non ti piace quando qualcuno ti contraddice, o pone in evidenza gli sbagli che commetti.”
Haran rabbrividì. Questo era un fanatico. Era stato rapito da un maniaco religioso. La specie peggiore.

L’uomo continuò, confermando ciò che il prigioniero aveva intuito. “Il tuo lavoro principale è dichiarare false le religioni. Per te non sono altro che un cumulo di miti, di falsità. Sono come un film, un libro di avventure. Prodotti commerciali, o artistici, niente di più.”

Girò ancora attorno a lui, avvicinò la maschera al suo orecchio. “Per te non sono che menzogne. Tutte. Ma dimmi, come fai a sapere che lo sono? Chi te lo ha detto? Rispondi”.

Ma Haran non rispose. “Se spiego come la penso questo mi ammazza”, si disse. Il silenzio si allungò. Il suo carceriere sospirò. “E va bene”, sussurrò.

Si udì un raschiare, uno sfrigolio, la luce dello scantinato cambiò. Un dolore atroce al fianco, l’odore di carne bruciata, la sua. Urlò. L’uomo mascherato ora reggeva una sorta di piccola fiaccola accesa.

“Fa male, vero? Ma questo è ancora niente, se non mi dai soddisfazione.”

Haran ansimò. “Io…io… sbagliavo… le religioni sono vere… è vero, è tutto vero…”

L’uomo accostò nuovamente la fiaccola al suo braccio.

Quando le urla scemarono, l’uomo continuò. “Non mi interessa la menzogna. Le conosco anche troppo bene, le tue bugie. Non ti salveranno. Ti ripeto la domanda: come fai a dire che le religioni sono false?”

Haran pensò: “E’ folle. Devo stare al suo gioco”.

“Perché è ovvio”, disse. “Non esiste un Dio, non esiste il soprannaturale. Quindi anche quelle storie non possono essere che miti e menzogne, pensate per procurarsi da vivere e per il potere”.

L’uomo con la maschera di demone annuì. “Finalmente butti fuori quello che pensi. Forse non ti sei reso conto però che con le tue parole ti sei descritto esattamente. Tu credi che certi fatti siano menzogne perché tu ti procuri da vivere, ottieni il potere esattamente così. Raccontando storie, fingendo. Quindi pensi che tutti siano come te: avidi parolai, attori. Ma, perché ci sia la menzogna, ci deve essere anche la verità. Se non esistesse la verità non ci sarebbe neanche la menzogna, perché essa è la negazione della verità. Dimmi, allora, qual è questa verità?”

“Io…io non lo so.”

“Strano, sembravi così sicuro sul palco, l’altro giorno, quando la negavi”. La fiaccola bruciava lentamente, con un filo di fumo oleoso. L’uomo sembrò pensare per qualche istante. “Va bene, facciamo un gioco. Si chiama vero o falso. Se tu sai distinguere così chiaramente la verità e la menzogna da sapere con sicurezza cosa sia avvenuto e cosa no, dovresti trionfare in questi giochi. Dovresti andare a qualche trasmissione televisiva, e vincere tutti i premi, faresti anche più soldi che con le conferenze. Cominciamo dalle questioni semplici. Dimmi, l’estensione delle terre selvagge in nord America è maggiore, percentualmente, rispetto a quelle in Africa?”

Haran si umettò le labbra. Era facile. “L’Africa ha più terre selvagge, ovviamente. Falso”.

L’uomo annuì. “Bene. E ora dimmi: Shakespeare e Cervantes, i due più grandi scrittori di Inghilterra e Spagna, morirono lo stesso giorno?”

“Questa la so”, si disse. “Sì, entrambi il 23 aprile 1616”

Il suo inquisitore si lasciò scappare una risatina. “In effetti, non morirono lo stesso giorno, ma a dieci giorni di distanza. L’Inghilterra in quegli anni non aveva ancora adottato il calendario gregoriano, a differenza della Spagna, così il 23 aprile 1616 in Inghilterra corrisponde al 3 maggio in Spagna. E in Africa la percentuale di terre selvagge è molto minore di quelle in nord America.  Hai chiamato vero ciò che è falso, falso ciò che è vero.”

“Ma questi sono giochetti”, protestò Haran, “Non sono importanti”.

“Non sono importanti dici? Perché non c’era nessun premio, nessuna punizione per le risposte. Allora rendiamoli importanti. Mettiamo in palio qualcosa. Se risponderai in modo errato alle prossime domande, io ti brucerò il volto. Prima le orecchie, poi gli occhi, poi il naso, poi la lingua… ma tu, essendo così sicuro di cosa sai, non dovresti avere problemi, vero? Cominciamo: il polo sud di Saturno è di forma esagonale.”

“E’ assurdo, sicuramente falso”

L’uomo accostò la fiaccola al suo orecchio destro, provocandogli una sofferenza immensa. Urlò e urlò.

“Urli, eh? Ormai dovresti averlo compreso. Non sai, ma hai parlato come se sapessi. E questo ha causato del male a tante persone, che fidandosi di te hanno sbagliato a loro volta. Ti assicuro che queste sofferenze sono ancora niente, rispetto a…”

Haran alzò la testa. “Basta! Basta! Falla finita! Il tuo inferno, il tuo paradiso, il tuo dio non esistono! Io so chi sei! Un fanatico! Tu vuoi solamente farmi morire!”

L’uomo rise. “Hai appena perso il gioco. Ogni cosa che tu hai detto è falsa. Il paradiso e l’inferno esistono, e anche quell’altro di cui parli. Io non sono un fanatico, ma un lavoratore a cui piace il suo mestiere…” afferrò il bordo della maschera da demone, se la tolse. Il volto al di sotto era esattamente uguale a quello che aveva indossato fino ad un attimo prima. “E non voglio farti morire. Sarebbe impossibile. Perché, vedi, ieri hai veramente esagerato con la baldoria…”

Le pareti dello scantinato sembrarono dilatarsi, sciogliersi, in qualcosa di infinitamente peggiore e rivoltante.

“…tu sei già morto.”