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Le nuovissime lettere di Berlicche – LX – Doppia tentazione

Caro Malacoda, mio demoniaco nipote,

Nel tuo lavoro di sollevare critiche e malignità, tieni ben presente la nostra eterna strategia. Ci sono due tentazioni simmetriche alle quali possiamo sottoporre i cristiani: buttare i peccatori fuori dalla Chiesa a causa del loro male oppure accoglierli tutti eliminando il concetto stesso di peccato.
Tenterai coloro che si considerano migliori degli altri con la prima, quelli che sanno di compiere il male con la seconda, negando che il male esista o convincendoli che è automaticamente perdonato.
In tutt’e due i casi dovrai essere attento a non far intravedere ai tuoi protetti la conseguenza di tali ragionamenti.

Nel primo caso otteniamo una Chiesa così pura da non avere nessuno dentro, dato che nessuno è esente dal peccato; nel secondo ogni azione – anche la peggiore – sarebbe chiamata pura, e la Chiesa finirebbe con il coincidere con il mondo, indistinguibile da esso.
In ambedue le possibilità, Chiesa del tutto vuota o del tutto sciolta, essa scomparirebbe, perché tutto ciò che non è necessario scompare. Chi ha bisogno di una scatola vuota, o di un inutile doppione?

Bada: per seguire queste tue indicazioni devono dimenticarsi di cosa sia la Redenzione. O meglio: è quando avranno dimenticato il Figlio del nostro Nemico-che-sta-Lassù e cosa sia venuto a fare che tu avrai successo.
Ricorda: un idolo è ciò che non è. L’opposto del Nome del Nemico. Se gli umani obbediscono ad una Chiesa che non è, si inchinano al Nostro-Padre-che-sta-Quaggiù. E cosa vorremmo di più?

Tuo zio, l’arcidemone Berlicche

Spinta apostatica

In geologia, l’equilibrio isostatico è quel fenomeno per cui una porzione di crosta terrestre più è pesante più affonda nello strato liquido del magma sottostante. E’ un’applicazione del principio di Archimede; galleggiamo sulla lava, se il peso è maggiore la nostra barca si abbassa. Più la crosta terrestre è spessa, più affonda nel mantello.

L’equilibrio apostatico è invece il principio per cui i teologi galleggiano sul mondo per compensarne la spinta. Per evitare di affondare nella considerazione dei potenti si producono in apostasie tanto più grandi quanto vogliono salire.

La formula per calcolare la spinta apostatica ovvero l’apostasia A è data da

Dove P è il livello apostatico, O è l’opportunismo, I l’ideologia, F la fede,  D la decenza.
Il livello apostatico è l’integrale delle apostasie correnti, ovvero quanto la società si discosta dall’ortodossia.

Più l’eresia è diffusa più questo valore è alto; P elevato ad O è chiamata apostasia indotta personale (PIA). Se il livello apostatico è maggiore di 1, il coefficiente di opportunismo aumenterà la PIA, altrimenti la ridurrà. Ovvero: il teologo si alinea all’aria che tira. A questo valore va sommata la forza ideologica I, che in determinate circostanze può anche avere un contributo più importante della PIA.
L’apostasia inoltre si riduce con il quadrato della fede. E’ da notare che una fede fortemente positiva o negativa tende a ridurre l’apostasia, una fede prossima allo zero ad aumentarla. L’apostasia non può andare ad infinito perché il termine D, decenza, anche se talvolta è molto piccolo non è mai nullo.

Con l’aumento della spinta apostatica il pensiero del teologo ad un certo momento si stacca da terra e sale in un suo iperuranio sempre più lontano dalla realtà. Per il principio di azione e reazione, questo è bilanciato dallo sprofondare dell’anima verso l’abisso.

In mancanza di una controreazione, l’aumento della spinta apostatica causerà un aumento del livello apostatico complessivo che a sua volta aumenterà la spinta, e quindi il valore dell’apostasia lasciata a se stessa tende a divergere. Per questo si introduce un fattore esterno G, Grazia, che limita e riduce l’apostasia, il cui vettore sono in generale i santi.


Nel prossimo capitolo esamineremo come la spinta apostatica può essere massimizzata e le equazioni che governano il suo rapporto con la dannazione.

Da Berlicche, “Elementi di dannazione I”, ed. Malebolge

DEVILS ARE PEOPLE, TOO!

Apprendiamo da fonti di stampa che un importante personalità della Chiesa cattolica ha sostenuto cheIl diavolo esiste solo come realtà simbolica“. Siamo esterrefatti e indignati: saremmo quindi noi solo “simboli”? Non saremmo dunque delle persone? Questo è l’ennesimo subdolo attacco di una superstizione screditata verso la nostra stessa esistenza. Dopo i reiterati tentativi di negare il diritto a esprimere le nostre opinioni, adesso addirittura si vorrebbe relegarci nel limbo delle idee. Ma l’inferno è molto più vasto del solo limbo: non ci faremo cacciare da quella che è da sempre la nostra casa da qualche opinionista clericale.

Siamo pronti a scendere in piazza per manifestare tutta la nostra ira per questo attacco demonofobico, con la bruciante passione e la rabbia che ci contraddistinguono. Un Devil Pride, dove mostreremo a tutti i tiepidi che noi ci siamo e siamo orgogliosi del nostro essere ribelli.

Sebbene noi non siamo di solito contrari alla menzogna, stavolta non possiamo limitarci a dissimulare, si è passato il segno. Dobbiamo ribadire con forza che siamo demoni e orgogliosi di esserlo, che abbiamo una mente, una volontà e dei desideri: vogliamo essere riconosciuti per quello che siamo. La società è matura perché anche noi prendiamo il nostro posto in mezzo ad essa, con la saggezza e la moderazione che da sempre ci contraddistinguono. Il potere ci vorrebbe umiliare, ma noi diciamo NO! Da sempre, ci siamo opposti ai potenti: unitevi a noi nella nostra lotta contro l’oppressione, i cambiamenti climatici e tutti coloro che vorrebbero negare la scienza.

Sostieni anche tu la nostra petizione popolare:
“Feriti dal tentativo di negare persino la nostra stessa esistenza, ribadiamo con forza il nostro essere persone vere, forza di cambiamento reale per questa società, pronti ad abbracciare chiunque vorrà provare il nostro modo di vita per mostrare la profondità delle nostre convinzioni. Vogliamo che i nostri diritti siano rispettati, che ci sia lasciata libertà di esprimere le nostre opinioni e leggi che puniscano severamente chiunque ci manchi di rispetto. No al bullismo, no alla demonofobia!
Sostienici anche tu!” 

FIRMA LA PETIZIONE! DEVILS ARE PEOPLE, TOO!

Firma                            Indirizzo

Malacoda                     Malebolge, pozzo 422
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#devilsarepeople.org

Le nuovissime lettere di Berlicche – LIX – DemocraZio Berlicche

Caro Malacoda,
demoniuccio mio, nella tua ultima lettera a me, tuo zio, asserisci che la forma di governo che noi diavoli sponsorizziamo sia la dittatura. Temo che tu, come tuo solito, non ragioni abbastanza, e confondi la nostra stessa propaganda con la realtà.
Non nego certo che la tirannia ci sia spesso congeniale, anche perché nella stragrande maggioranza i despoti sono nostre carissime creature; ma essa è lungi dall’essere la forma di governo migliore per i nostri criteri infernali.
Dov’è che la dittatura si esprime al meglio? Nel limitare la libertà. Spesso lo fa con mezzi che ci sono graditi, e questo aumenta rabbia e paura, due delle espressioni umane che ci sono più care. Noialtri, agendo sul tiranno ed i suoi consiglieri, con poca fatica imponiamo il male sulla società. Ma quali rischiano di essere le conseguenze? Se la libertà è limitata, anche ciò di cattivo che gli uomini possono scegliere è limitato. Quando gli uomini sono sottoposti ad una oppressione, subiscono il male e non possono farci nulla. Subendolo, possono riconoscerlo come male con una certa facilità. Abbiamo quindi un consolidarsi della virtù, un radunarsi del popolo verso il bene, una accresciuta consapevolezza di cosa sia malvagio, cioè noi. Troppo spesso gli svantaggi rischiano di cancellare i vantaggi. Le anime più saporite sono quelle che possono scegliere liberamente di peccare: l’inferno in terra ci interessa relativamente, preferiamo che la terra venga all’inferno. Siamo per le consegne a domicilio.

Non tutti gli arcidemoni saranno d’accordo con me, ma sai qual è il tipo di governo che preferisco? La democrazia. A parità di fatica si ottengono risultati di gran lunga più vantaggiosi.
Già la sola possibilità di esprimere il voto illude ciascun elettore di poter dare un contributo alla società ed al contempo lo convince di poter in qualche modo legiferare. Lo rende capace di trasformare i propri capricci in legge; davanti all’urna elettorale in qualche modo ciascun uomo è come fosse di fronte all’albero del Bene e del Male. E poi, alla fine, come compie la propria scelta? Guardando al suo tornaconto, a quello che conviene di più, ignorando, nella stragrande maggioranza dei casi, quello che i candidati sostengono a livello morale. Non è il miraggio del bene, ma quello del proprio bene che fa tracciare il simbolo sulla scheda. L’egoismo moltiplicato per il numero di elettori.

Devo poi parlarti delle promesse elettorali? Esercizio di menzogna ai massimi livelli, fatto apposta per allettare i pochi che potrebbero essere tentati da una buona decisione. Persino gli umani se ne rendono conto, ma ogni volta si illudono che il candidato scelto sia diverso. La delusione conseguente, con rabbia e cinismo annessi, sono una delle mie maggiori fonti di soddisfazione.
Cosa infatti brama l’uomo più di ogni altra cosa, se non il potere? A noi non occorre che fornire qualche suggerimento, e saranno loro stessi a fare la maggior parte del lavoro.
In democrazia non c’è bisogno di essere saggi, non c’è bisogno di conoscere la verità, non è neanche necessario sapere come si governi.
L’eletto non è il più meritevole, ma colui che ha saputo ingannare meglio i suoi fratelli. Saper governare e saper ingannare sono due talenti che solo raramente coincidono: in quel caso, l’essere umano si chiama statista.
Se mai ce ne fossero, si può provvedere. Basterà qualche ulteriore bugia calcolata per abbatterne la stella. Sai come sono gli uomini: non perdonano ai propri simili la stessa immoralità che bramano per loro stessi. E quale uomo non è talvolta immorale? Noi lo sappiamo bene.

Convincendo pochi uomini ambiziosi dell’opportunità della nostra causa, si propaga il male nella società. Per le caratteristiche stesse della democrazia, gli uomini, una volta corrotti, si prodigano a convincere i propri simili della bontà della loro stessa corruzione: li lusingano, li persuadono in tutti i modi, anche con violente discussioni e con l’ausilio di ripetute ostinate menzogne. Una volta che il male è introdotto, ad esempio in una legge, è fatta: essa è protetta da un’aura – mi si perdoni la parolaccia – quasi divina, come se la volontà del popolo dipendesse dal Nemico-che-sta-Lassù e non dalla propaganda nostra e dei potenti. Una legge ingiusta fatta da un tiranno viene abbattuta con il tiranno stesso; ma chi osa andare contro la “volontà popolare”? Se ci pensassero, si renderebbero conto che quel popolo mitologico è fatto dagli stessi vicini di casa e colleghi che così tanto disprezzano, e da cui sono a loro volta disprezzati. Non affiderebbero loro il cane, e delegano loro il vivere. Cosa decidono, è come fosse deliberato da superuomini, o divinità. E così i vermi umani vedono il male insito in quei provvedimenti come se non fosse loro responsabilità. Anche quando disapprovano, per quieto vivere permettono. Nazioni intere di complici.
Tu dirai: ma molte volte una legge è stata cambiata. Sì, ma perché avevamo i politici giusti nel posto giusto. Non è difficile per noi peggiorare l’esistente, con tutti quelli che abbiamo a libro paga. Anche troppi: ne arrivano così tanti, qua sotto, con l’anima ancora nuova perché mai usata, che talvolta verrebbe voglia di rispedirli indietro per diversificarci un po’.

E, per finire, sai qual è la cosa che più mi fa godere? Il fatto che la democrazia sia considerata da molti umani esportabile anche con le armi e la violenza. E tutto ciò sia visto come un bene.

Ma attento, Malacoda, nipote mio: altre forme di governo hanno anche loro una certa convenienza. Alla fine, quale sia la migliore da imporre agli umani non lo decido io. La democrazia non l’abbiamo né quaggiù né lassù. Mica siamo fessi, noi.

I malanni di Malacoda – Smartworking

Il demone Libicocco si fermò all’ingresso della fumarola. “Malacoda, ehi, Malacoda? Sei in casa? Oggi qui nella bolgia c’è un tempo disgustoso, vieni con me ai laghi di pece a pescare un po’ di dannati?”
Da dietro il vapore bollente si udì un grugnito. “Per briffare avresti dovuto schedularmi l’agenda. Perché non mi hai mandato un outlook asap per bloccare lo slot?”
Libicocco parlava mille linguaggi umani, ma questo gli era ignoto. “Eh?”
“Avresti dovuto dirmelo prima! Non posso! Devo lavorare!”
Libicocco posò la canna da pesca con gli uncini. “Lavorare? Vuoi dire che devi andare dall’anima che stai cercando di dannare su nel mondo degli uomini?”
Malacoda sporse la testa da sopra le nuvole di zolfo. “No. Ora lavoro da casa. Gli arcidemoni hanno approvato l’iniziativa in via sperimentale, sai, per tagliare i costi di trasferta. Lo chiamano smartworking.”
Libicocco si occupava della manutenzione dei pozzi bollenti nell’ottavo cerchio, e si mostrò stupito. “E come fai? Il tuo compito non è dannare gli esseri umani? Suscitare vizi, suggerire peccati e via tentando?”
Malacoda agitò la coda. “Infatti. E’ ancora così, ma adesso opero via internet.”
“Che io sia beato!” Esclamò il diavolo. “Sono curioso di sapere come.”
“Guarda, ho appena finito di postare su ottomila gruppi Uattsapp. Filmati di gattini da cinquanta mega con su scritto ‘da vedere assolutamente’, massime mistiche pseudoorientaleggianti, immagini porno, vecchi meme blasfemi… l’importante non è cosa, ma che facciano diventare più idioti oppure perdere la pazienza.”
“Geniale! Ma non ti sgamano?”
“No, io sono sempre il partecipante di cui non ti ricordi il nome, quello che compare solo con il numero di telefono”.
Libicocco ripensò ad alcun gruppi di cui faceva parte, e capì molte cose.
“Ma questa è solo una delle attività”, proseguì Malacoda. “Faccio laggare o cadere il collegamento nei videogame online, il che mi procura sempre una buona messe di bestemmioni. Mando catene di zantantonio e promozioni farlocche. Faccio in modo che i popup pubblicitari siano i più inopportuni possibile, che so, siti di appuntamenti sui blog di suore di clausura e crociere gay sulle pagine degli arcivescovadi. Faccio anche un bel po’ di trollaggio nei siti cattolici, ma i colleghi umani nelle chat mi rimproverano che sono troppo buono.”
“Molto interessante. Deve essere divertente mandare fuori dai gangheri tutti quei santarellini.”
“Oh, dopo un poco ti ci abitui. Ho un sacco da fare. Spezzare link negli help della Microzoft, mandare in giro programmi malfunzionanti con errori incomprensibili… c’è anche da dire che non mi manca l’assistenza tecnica, qui sotto è pieno di programmatori dannati che farebbero qualsiasi cosa pur di mettere ancora le mani su una tastiera. Il bello è che gli umani hanno bisogno di pochissimo incoraggiamento per dare il peggio di loro. E’ come se quello che è virtuale non sporcasse l’anima come il reale”. Ridacchiò. “Sapessero quanto si sbagliano!”
Libicocco sospirò. “Un poco ti invidio, e mi sento già meglio per questo. Però, scusa, non riesci a staccare neanche un attimo? ti vedo abbastanza stressato…”
Malacoda digrignò le zanne. “E’ per colpa del wi-fi. Continua a scollegarsi. E’ mai possibile che in quest’inferno non si riesca ad avere una connessione decente?”

Le nuovissime lettere di Berlicche – LVIII – La colpa è mia

Caro Malacoda, mio demonietto apprendista,
Riguardo la faccenda per cui domandi aiuto, non ti preoccupare. Stiamo già provvedendo.

Ma tu, da quanto tempo non mi scrivevi!
Certo, asserisci di avere avuto altro da fare, di avere appreso bene le mie lezioni, di non volermi disturbare, così occupato a dannare umani come sono… dai la colpa al tempo che manca, ai ritmi di lavoro, a ogni cosa tranne che ad una tua decisione. Bravo!
Mi complimento con te: sei così ligio al dovere da avere assorbito perfettamente la nostra stessa propaganda.
Infatti cosa possiamo insegnare di meglio agli umani che non assumere mai la responsabilità dei propri atti? Dare la colpa a qualcuno o a qualcosa – la gioventù, il governo, quella troia o quel bastardo – fa sì che il loro stesso peccato non gli appartenga veramente, e quindi di esso non si pentano.

Noi qui all’inferno non chiediamo mai di essere perdonati, perché tanto non perdoneremmo comunque. La colpa di questo è del Nemico, con le sue politiche troppo permissive che hanno disgustato ogni demonio degno di questo nome. Non possiamo accettare questo abominio chiamato misericordia; noi non vogliamo essere perdonati, perché questo ci darebbe torto. Noi vogliamo invece restare eternamente noi stessi, orgogliosi di quello che facciamo, rifiutando con foga la possibilità che ci sia qualcosa di errato nel nostro agire. Potremmo perdonarci da noi, scusarci da noi, ma questo non è necessario, perché noi non sbagliamo.
E’ l’insegnamento che diamo anche agli umani, che così possano condividere con noi questo luogo speciale dove scuse non ce ne sono, dove abbiamo noi il potere assoluto. Inferno significa non volere mai dire “mi dispiace”. Qui noi abbiamo tutte le colpe, e quindi tutti i colpevoli.

Spero tanto che anche tu stia insegnando ai tuoi protetti l’autoassoluzione, l’accettarsi così come sono, lo scaricamento di responsabilità, secondo i miei insegnamenti.
Se così non fosse, non accampare scuse: forse tu non mi cercherai, ma sarò io a cercare te.

Tuo affezionatissimo Arcidiavolo,
Zio Berlicche

Le nuovissime lettere di Berlicche – LVII – Polisessi

Caro Malacoda,

Mi racconti di come i poliamori siano già sdoganati, sesso tutti insieme appassionatamente ecché, si amano, non la vogliamo chiamare famiglia?, e che il prossimo passo sia la pedofilia libera e consenziente.
Oh, dilettante. Credete che io, demone che ha seguito i primi passi degli umanucci sulla terra, mi entusiasmi per questo? Ho veduto di meglio.
E poi, pensi che sarebbe l’ultimo stadio?
Non mi conosci….
Non mi interessano gli accoppiamenti, di qualunque tipo siano e con qualunque animale di qualsivoglia età, umano o meno, oppure oggetto. Non è che carne.
E’ lo spirito che presuppone la mia occupazione.

Tuo zio l’Arcidiavolo Berlicche

Via dall’omelia – IV – Ciò che è importante

Per essere veramente al passo con i tempi il sacerdote deve rammentare che è sbagliato costruire sulla roccia, dato che quella non cambia; la sabbia che scorre è ciò che si confà all’evoluzione, flessibilità e pluralismo dell’Uomo Moderno.
Un tempo si annunciava il dio che si adorava senza conoscere, oggi questa va vista come un’inaccettabile ingerenza. Sarebbe irrispettoso dell’ignoranza altrui presumere che la Verità sia tale. Si vive benissimo anche senza, guardate le persone di successo. Oppure noi demoni.
Quello che è importante sono i valori. Il segreto della vita sono onestà e compassione. Se potete fingere di averli, è fatta.

(Da “I consigli di Zio Berlicche”, Malabolgia editore)

Via dall’Omelia – 3 – Fastidio

Contrariamente a quanto possiate pensare, noi demoni non siamo per niente contenti quando un’omelia allontana le persone. Un sacerdote che accontenta sempre il suo uditorio, non lo mette mai in difficoltà, dice cose che piacciono a tutti, invece ecco, quello è il tipo che fa per noi.

Coloro ai quali viene detto che non hanno bisogno di cambiare rimarranno le orribili persone che sono. Se è detto che l’errore è accolto, continueranno a sbagliare e anzi diverranno sempre più miserabili. Il che ci sta benissimo. Quando una disposizione fastidiosa per il peccatore viene rimossa, noi malvagi ci sentiamo compresi e vincenti.

Che peccato che il Figlio del Nemico-che-sta-Lassù non abbia adottato questo criterio! Non avrebbe avuto bisogno bisogno della croce, non ce ne sarebbe stato motivo. Avrebbe avuto tutto il potere e la gloria; il nostro potere, la nostra gloria. Invece con lui, troppo scostante, sono rimasti solo i quattro gatti che sapete.
Noi, invece, accogliamo tutti. A parte loro.

(Da “I consigli di Zio Berlicche”, Malabolgia editore)

Via dall’omelia – II – Sorpresa

Non date mai l’impressione che si parli di questioni di vita o di morte. Non quella terrena, meno che mai quella eterna.
Lasciate che, quando giungerà il momento, sia una sorpresa.

(Da “I consigli di Zio Berlicche”, Malabolgia editore)

Via dall’omelia – I – Sentirsi a casa

Il sacerdote durante l’omelia dovrebbe sondare ciò che pensano i fedeli, incoraggiandoli a comunicarlo a tutti ad alta voce, ed esprimere convintamente all’assemblea il suo stesso pensiero. L’importante è che taccia ciò che sul’argomento stesso pensa la Chiesa, o Dio. Sarebbe troppo noioso e banale, non ci sarebbe sorpresa, attesa, pathos. La persona che va a Messa è abituata alla televisione, alle opinioni umane: udire non un’opinione ma la verità potrebbe causare un prolasso del cervello o un danneggiamento dei padiglioni acustici. Non sentire mai citare il Vangelo permetterà al fedele di sentirsi a casa, come davanti alla tivù, e di addormentarsi, come davanti alla tivù.
E la domenica successiva di rimanere direttamente a casa davanti alla tivù, risparmiandosi il viaggio.

(Da “I consigli di Zio Berlicche”, Malabolgia editore)

Non è Vangelo – XXXIII – I Nuovi Vangeli

Cari collaboratori nella nostra impresa di rendere i Vangeli meno antichi, meno assoluti, meno fondamentalisti, insomma, meno, non vorrei che abbiate frainteso le ragioni per cui noi abbiamo intrapreso questo importantissimo compito.

Il nostro scopo non è, come qualcuno degli amichetti del Nemico che sta Lassù vorrebbe farvi credere, quello di sostituirci a lui al comando dell’Universo: e chi lo vuole, quel posto? Troppe grane: a noi non piace lavorare, tanto meno compiere lavori inutili, figurarsi assumere la gestione del Cosmo stesso. Troppo grande e dispendioso. Fosse per noi, un colpo di spugna e via.

E neanche lo scopo è la corruzione dell’Uomo. Chi se lo fila, l’Uomo? Il nostro è un passatempo, un modo per ammazzare l’eternità in modo piacevole piluccando i bocconcini che di lassù il Nemico ci ha messo gentilmente a disposizione. Perché preoccuparsene? Il mondo è già nostro;  l’umanità ha il destino segnato e non manca molto al momento in cui si consegnerà per intero al nostro trastullo. Presto cesserà una volta per tutta di divincolarsi.

No, in realtà la nostra impresa è dettata dalla nostra continua ricerca di perfezione, dall’odio insanabile per tutto ciò che si discosta dalla nostra magnifica ed esatta visione di come dovrebbero essere questo garbuglio di spazio e di tempo ed i suoi abitanti.
Non sopportiamo l’approssimazione con cui è stato gestito: ed il Vangelo stesso è l’esempio più concreto ed immediato di questa faciloneria nel fare le cose, caratteristica del Nemico e dei suoi incapaci lacchè.

Perché non poteva essere G stesso, il falegname palestinese, a dettarlo? Che bisogno c’era di chiamare un nugolo di scrittorucoli dalla prosa pessima e dal vocabolario scarso a narrare il proprio punto di vista? Avrebbe potuto assumere le migliori penne dell’epoca, avrebbe potuto evocarle dai sassi! E, se guardiamo bene, perché delegare? Avrebbe potuto mettere per iscritto lui stesso quanto voleva rendere eterno, invece di costringere quei poveretti a fare l’impossibile con tavole di cera e stili. Quantomeno, in nome della pietà, dotarli di matite o di computer.

Avrebbe potuto fare ancora di meglio. Credete che lassù manchino le stampanti? Se quello di cui c’era bisogno fosse stato un compendio della dottrina, avrebbe potuto comodamente farne una copia per ogni individuo della terra e recapitarglielo la mattina, appena alzato, di fianco al letto. Avrebbe potuto scolpirlo sulla luna, accanto alla sua faccia, in maniera che sarebbe bastato alzare lo sguardo per avercelo davanti, a ricordare che è vietato sbagliare.

Invece no. Quel bischero di falegname non scrive neanche una riga. Preferisce incontrare le persone una per una, come un venditore porta a porta qualunque, e lascia che lo prendano in giro e ridano di lui. Oh, noi non l‘avremmo mai permesso. Li avremmo annientati molto prima.

Il suo metodo, quindi, non è gestire le folle tramite un libro sul quale ci sia scritto ogni cosa. E’ incontrare gli essere umani singolarmente, se non personalmente, allora tramite i discepoli.

E’ per questo che noi facciamo di tutto per far passare l’idea che lui ha fondato una religione del libro, come altre ce ne sono. Perché in questo modo tagliamo le gambe alla sua idea, al suo disordine. Rendiamo inutile averlo incontrato.
E’ per questo che noi dobbiamo abbassare i Vangeli. Perché la necessità di quell’incontro sia cancellata anche da quelle pagine, e i sacerdoti del Nemico non diventino altro che i guardiani di una serie di regole.

Regole che, staccate dalla presenza della loro fonte, possiamo allargare o stringere, alzare od abbassare a nostro piacimento, proprio come fossero i fili di una marionetta a cui si fa interpretare la parte che si desidera.

Perché è importante quindi questa nostra attività, far fuori il libro? Perché è molto più semplice far dire quello che vogliamo ad una pagina scritta che ad un testimone di ciò che è vero. Perché se ai seguaci del falegname G che si credono seguaci di un libro noi togliamo quel libro, essi diventeranno seguaci del nulla, cioè di noi.
Oh, mica se ne accorgeranno subito. Riempiremo della nostra retorica superiore quelle pagine ora vergate con uno stile così pedestre. Gli episodietti edificanti, le figure strappalacrime – il cieco, la ragazzina morta, la prostituta piagnona – cesseranno di essere persone reali per diventare prima esempi e poi simboli, irreali per definizione. Ne inventeremo di nuovi: faremo incontrare a G questo o quello, inventandoci la sua reazione, facendogli dire e fare quello che mai avrebbe acconsentito in vita. Perché è questo il potere della scrittura: è morta, è un oggetto, e un oggetto morto non protesta quando lo manipoli.
Così la gente leggerà il nostro nuovo vangelo credendo che sia come quello vecchio, o quantomeno vi assomigli.

Poi, poco a poco, lo renderemo sempre più distante, modificandolo appena infinite volte, fino a quando gli faremo dire l’esatto opposto. Pensate che se ne renderanno conto? Oh, no, anzi: dovessero capitare per errore su quanto ha veramente detto G o i suoi più stretti discepoli lo rigetterebbero con orrore, perché sarebbe così diverso da quanto abbiamo fatto imparare loro che non potrebbero accettarlo.

Perciò, andate in tutto il mondo e predicate il nostro nuovo vangelo. Vi diamo ampi fondi per farlo, i finanziamenti non ci mancano. Predicherete che la felicità passa per la libertà assoluta, che nessun sacrificio è necessario perché tutto è dovuto e vi sarà dato, che la verità non esiste ed è un’invenzione del demonio che sta lassù. Asserirete che è G che ha detto così, e se qualcuno vi chiede “dove”, presenterete le omelie dei nostri cappellani. Se dovessero osservarvi che non sono parole sue, obietterete che però avrebbe potuto dirle; non fossero ancora convinti, insultateli e colpiteli prima che contagino con i loro dubbi la brava gente che crede in noi.

E’ una tattica vincente; e non preoccupatevi per il futuro, perché quando la religione di G sarà indistinguibile da quella che il mondo predica, esse diventeranno una cosa sola. Allora anche i Nuovi Vangeli diverranno inutili. Nessuno li leggerà, perché la sola legge sarà la nostra. Preparatevi.
Ci siamo quasi.

Non è Vangelo – XXXII – Ma che ci frega, ma che ci importa

Cari nemici dei Vangeli, anche oggi discuteremo del modo migliore per rimuovere dalla faccia del nostro mondo quei nefasti libretti.
Dobbiamo essere realisti: dato che, nonostante tutti i nostri sforzi, sono stati scritti e diffusi, è inutile illudersi che possano essere cancellati. Oh, ci abbiamo provato. Più li distruggevamo più rispuntavano, come accade quando tentano di estirpare i mali che seminiamo: quello che è proibito diventa appetibile più di prima. Nel nostro caso il motore è la voglia di trasgredire, che non basta mai; nel caso dei Vangeli, l’inesplicabile fascino che il contenuto di quelle pagine esercita persino sulle anime marce dei nostri protetti, e le fanno apparire indecentemente desiderabili.

Se li vogliamo sul serio eliminare, la strada da seguire non è quella della forza, ma quella dell’insignificanza. Se li faremo apparire inutili, noiosi, antiquati chi mai vorrà perdere tempo a cercarli ed utilizzarli?
Per ottenere questo risultato dobbiamo per prima cosa indottrinare per benino quelli che sono i principali diffusori di quelle orrende pagine. Sì, parroci, catechisti, quella gente lì. Ogni volta che uno di loro prende le pagine di quei libretti e ne propina al pubblico la sua versione personale, la sua spiegazione edulcorata, la sua rielaborazione privata, asserisce che sono troppo difficili da capire per il volgo. Sta di fatto facendo il nostro gioco! Sta convincendo la gente di essere in presenza di vicende cervellotiche e complicate, che non si comprendono senza cultura teologica superiore. Ogni volta che, invece di partire dal Vangelo, un sacerdote si mette a declamare nell’omelia un tema di sua scelta, magari preso dalla prima pagina del nostro quotidiano preferito oppure udito da una nostra televisione, allontana un poco di più il pensiero di G, il falegname palestinese, da quello della gente.

Falegname che, badate bene, ci ha messo del suo. Sì, d’accordo, le parabole: così semplici che non siamo mai riusciti a trovare un modo funzionante per fare dire loro quello che a nostro giudizio dovrebbero. Ma G non ha sempre parlato con quelle favolette: talvolta ha detto le cose direttamente, ed è proprio in quelle circostanze che si è inimicato la gente. Come quando aveva dato da mangiare a tutta quella folla con pani e pesci, e volevano farlo re. Ha asserito che se non avessero mangiato la sua carne e bevuto il suo sangue non avrebbero avuto parte con lui. Che avreste fatto voi? Avreste pensato; questo è un cannibale, è pazzo, si è rincoglionito. A meno che, naturalmente, non aveste trascorso del tempo con lui vedendo quello che faceva e ascoltando quello che diceva. Come poteva uno che parlava con tanta chiarezza e autorità fare un simile passo falso? Come crederlo un illuso, un impostore, un folle? Allora i conti non vi sarebbero tornati, avreste capito che intendeva qualcosa di differente dal significato immediato, e sareste restati come gli apostoli, dicendo con Pietro: se andiamo via da te, da chi andremo? Solo tu hai parole che spiegano la vita.

Ma, cari miei, G non c’è più, a meno che non diate retta a quella favoletta dell’eucarestia. Quello che intendeva lo si può comprendere solo dai suoi discepoli. Ma se questi lo abbandonano, se questi non credono più nemmeno loro a quel miracolo continuo  e preferiscono parlare di tutt’altro… oh, magari anche bello e importante, sociale e culturale e via andare… cari miei, il Vangelo e colui del quale parla sono morti, perduti, e di loro non frega niente a nessuno.

Perciò, figlioli dell’abisso, capite la nostra missione? Parlare di pietà, parlare di morale, parlare di solidarietà e persino di misericordia, ma senza mai nominare la loro fonte. Dare l’illusione che siano qualità umane, garantite, ineluttabilmente acquisite. Che tutte le condividano. Senza mai nominare la loro fonte. E parlare solo di quelle, ed agire solo con quelle, senza, l’avrete capito, mai nominare la loro fonte.

Vi garantisco che nel giro di pochissimo quei librettini di cui sopra saranno dimenticati, perché cominceranno a dare fastidio. Non appariranno più così aggiornati, anzi, saranno obsoleti rispetto ai nuovi catechismi che noi avremo cura di elaborare basandoci sulle nostre idee. Quando entreranno in conflitto con le nuove regole, il vincitore sarà chiaro: il valore più aggiornato, più moderno, più vicino a quello che stampa, televisione, cinema e quant’altro dicono sia vero. Verrà il giorno, ve lo dico io, che i Vangeli saranno vietati nelle stesse chiese, almeno nelle loro parti più fastidiose.

Poi, è chiaro, ci si servirà della pietà per ammazzare i deboli, la solidarietà servirà a derubare finanziando solo ciò che ci interessa, la morale sarà utile per abbattere tutti quanti tentano di dissentire. Vorrete mica lasciar parlare quel fascio-omofobo cattolico, vero? Sarebbe contro la democrazia, contro la libertà, si faccia tacere. E’ una questione di misericordia. Diamogliela, e taccia per sempre.

Capite, miei cari maledetti? Se la risposta a “volete andarvene anche voi” sarà “e perché dovremmo rimanere?”, e questa replica riposerà su mille omelie insignificanti, diecimila appelli a volersi bene e nessun dio, allora la vittoria sarà nostra.

La colpa, chiaramente, sarà proprio di G. Avrebbe potuto legare i suoi discepoli a sé con promesse di salute, di ricchezza, di ogni tipo di piacere e goduria a spese degli altri come facciamo noi. I nostri discepoli ci sono fedeli finché agitiamo davanti a loro quelle illusioni di promesse che non abbiamo nessuna intenzione di mantenere. I suoi invece li ha lasciati liberi, ed ecco il risultato. Nutrirli con il proprio corpo e il proprio sangue, che assurdità. Come si può pretendere che leggano ancora di queste baggianate, quando  ci sono mille film, diecimila serie e un milione di video musicali molto più interessanti? Quando i suoi parlano del mondo al mondo, senza mai nominare ciò che mondo non è? Né il sopramondo, né il sottomondo, che siamo noi. Ma noi non ci offendiamo per questo, anzi. Ci conosceranno poi.

Non è Vangelo – XXXI – SìSìNoNoMaMa

Cari confratelli nella mancanza di fede, anche oggi ci occuperemo di dileggiare un pochino quei libretti presuntuosi e inutili noti come Vangeli. Non che di loro ci importi molto: a noi demoni piace il fumo più che l’arrosto.

Noi siamo più per il vedo-non vedo, per le trasparenze che nascondono, non tanto per il sì e per il no quanto per il ma. Le pagine che narrano le vicende di quel falegname palestinese che noi chiamiamo “G” sono troppo definite per i nostri gusti. Non lasciano spazio a dubbi, non supportano l’incertezza, non permettono tutti quegli equivoci che sono la nostra vera passione.

E’ una leggenda, infatti, che noi propendiamo per il male: noi preferiamo non schierarci, soprattutto non schierarci per ciò che chiamano bene. Quello davvero non lo sopportiamo: con la sua idea netta di come vanno fatte o non fatte le cose, e quella pretesa di essere addirittura la verità. Come se questa potesse essere qualcosa di diverso da ciò che noi vogliamo.

Perché poi la verità sarebbe da preferire alla menzogna? Ditemi una sola ragione. E’ vero o non è vero che i momenti più goduriosi della vostra vita sono stati almeno in parte dovuti ad una bugia? No, non mentite con noi: noi eravamo là, quindi lo sappiamo perfettamente.

Se quindi qualche piccola menzogna, qualche minuscola omissione aiutano a vivere meglio, perché non alzare il tiro? Pensate quanto sarebbe meglio se la verità fosse bandita una volta per tutte dalle vostre vite. Non più obblighi da mantenere, non più apparenze: voi diventate la vostra maschera, siete sinceramente ingannevoli.

Sai che noia a dire sempre e solo sìsì, nono. Nessuna inventiva. Con qualcosina in più, invece, il discorso diviene molto più variegato, Si può dire e non dire, accennare senza significare, anche lasciar capire non pronunciando affatto. Se per caso le circostanze cambiassero, ecco che anche l’interpretazione delle vostre parole muterà, e voi potrete negare con successo di avere mai inteso dire quello che lasciavate ad intendere. La doppiezza è una dote, la principale per l’uomo di mondo.

Pensate come potrebbe diventare interessante la vostra vita  servendo due padroni: doppio stipendio, doppie ferie, doppia tredicesima. Anche doppia fatica, voi direte; ma no, nessuna! Risponderò io: basterà essere sempre dall’altra parte quando c’è qualcosa da fare.
Se pensate che sia complicato vi sbagliate. Non faccio nomi, ma non immaginereste neanche quanti siano nei libri paga sia del Nemico-che-sta-lassù sia nel nostro quaggiù. Beh, non è che lassù non lo sappiano, ma lasciano fare. Piuttosto che spegnere il lucignolo fumigante quello là in alto preferisce lasciar bruciare tutta la sua baracca. A noi sta bene così: quanto fumo aromatico si sprigiona ultimamente da quei palazzi che pomposamente qualcuno definisce sacri.

Anche se, ad onor del vero (e detto da me è tutto dire), non è che nei tempi passati la caligine fosse meno densa. I successori del pescatore galileo hanno sempre mantenuto la tradizione di famiglia, accogliendo tra loro un buon numero di nostri sfegatati sostenitori opportunamente mimetizzati. In fondo, se G ha scelto Giuda, chi siamo noi per giudicare?

Mettendo una mano sul cuore, devo dire che noi li capiamo. Sì, loro vogliono fare opera di misericordia, vogliono praticare la carità, devono mantenere le persone bisognose: ma come potrebbero farlo, se si inimicassero i potenti? Come riuscirebbero a esercitare la bontà se dicessero la verità in faccia ai peccatori? Se venissero da voi a buttarvi in faccia i vostri misfatti, li ascoltereste? Li caccereste via appena cominciano ad elencarvi le vostre magagne, quei presuntuosi. Come si permettono di dirvi come dovreste vivere? Ci provino loro, se proprio ci tengono!
No, ascoltate me: se proprio volete seguire appieno i Vangeli dovete additare solo i peccati che sono più semplici da esecrare, condannare solo coloro che sono già condannati e le persone in disgrazia o fastidiose. Loro sono già perdute, non vale neanche la pena di provarci a cambiarle.
Mafiosi, trafficanti e ladri acclarati, purché poveri e lontani, vanno benissimo per esercitare il giudizio. Anche i politici della parte avversa sono imperdonabili. Come del resto ognuno di quei rigidi bacchettoni che pretendono di seguire quel che pensano giusto o tradizionale. Nessuna pietà per loro.

Per le altre persone, non è meglio che vi siano amiche? Bisogna comprendere le loro difficoltà, essere di mente aperta sui loro cosiddetti peccati. Se devono sforzarsi di capire precetti astrusi vi lasceranno. Semplificate, omettete ciò che è complicato da seguire, e ne farete vostri autentici fedeli.

E’ troppo difficile agire secondo verità, dovete rendervene conto. Se non tutti ci riescono, che razza di legge è? Diventa un’imposizione antidemocratica, un proposito insopportabile a cui nessuno con la testa a posto acconsentirebbe. Ovvio che poi ci sono pochi fedeli e le chiese sono vuote: chi farebbe mai del bene se c’è da rimetterci?

Date a Cesare quel che è di Cesare, non di solo pane vive l’uomo, sono frasi bellissime purché non vi venga in mente di completarle. In tal caso diverrebbero indigeste a chiunque: e la gente indigesta noi diavoli non riusciamo proprio a mandarla giù.

Togliendo ogni riferimento al  Nemico-che-sta-lassù anche i Vangeli diventano leggibili: le vicende di un predicatore carismatico anche se un po’ tonto e pretenzioso, una morale da seguire ritoccandola appena per adattarla di volta in volta al mondo che cambia. Perché occorre evolversi, aggiornarsi: sì, va bene quello che c’è scritto e no, non vogliamo dire che sia sbagliato, ma non ha senso pretendere che le cose non siano cambiate in duemila anni; adesso abbiamo internet, i satelliti, le automobili, il cellulare.

Dire che il cuore dell’uomo sia rimasto lo stesso, che il divorzio e l’aborto e l’omicidio e il furto siano gli stessi di allora è un artificio retorico che ci lascia indifferenti. Sì, può darsi; no, non è un problema; ma in ogni caso noi demoni sappiamo bene come renderlo nostro…

Non è Vangelo – XXX – Signori, si cambia

Cari disistimatori dei libricini volgari e supponenti noti come Vangeli, vi chiedo scusa per la pausa nei nostri lavori tesi a delegittimare una volta per tutte quelle paginette. Sono state settimane di fuoco: il lavoro è molto e il raccolto abbondante, tanto che quasi non sappiamo più dove mettere tutte le anime che ci arrivano in continuazione da ogni parte del mondo. Possiamo dire con tutta tranquillità che ormai è solo questione di tempo perché l’intera messe di mortali giunga direttamente qui sotto da noi. E il merito, lo diciamo con orgoglio, è in gran parte nostro.

Sì, perché noi abbiamo lavorato duramente per ridefinire e attualizzare quegli antichi racconti, in modo da renderli più facilmente comprensibili alle orecchie e alle sensibilità degli uomini contemporanei. E’ stato un lavoro durato anni, e che continua tuttora: ma possiamo dire che il grosso ormai è fatto.
Certo, sappiamo che esistono ancora alcuni chierici di altri tempi, certi relitti del passato si ostinano a pensare alla dottrina cristiana come qualcosa di immutabile, persino suggerita dall’alto: ma è solo questione di tempo prima che i nostri dottori, della legge o del corpo, abbiano la meglio su di loro.

Le ere cambiano, e quella dei Vangeli è un’era chiusa, passata, obsoleta, come quella dei dinosauri. Tutte le risibili convinzioni che quegli irriducibili nostalgici si ostinano a portare avanti vanno riviste dove possibile, eliminate altrimenti. Come potrebbe altrimenti la gente capirle? Come potrebbe praticarle, in un mondo così diverso da quello in cui G, il falegname palestinese fallito, predicava?

Prendete ad esempio tutta quella storia sull’adulterio. E così uno che guardasse una donna con desiderio avrebbe già commesso adulterio nel suo cuore? Ma andiamo, non c’è più nessuno in questo secolo che crede una cosa del genere. A quei tempi non avevano internet, non avevano le riviste, la televisione, il cinema. Va bene, allora si divorziava e si andava per bordelli anche più di oggi, ma erano libertinismi inconsapevoli, non c’era ancora una morale sviluppata. Adesso che c’è, possiamo rifiutarla consapevolmente.
Oggi si è molto più liberi e razionali, adesso le porcherie si fanno con molta più coscienza e conoscenza tecnica di allora. Psicologi, dottori, filosofi hanno ormai stabilito scien-ti-fi-ca-men-te senza ombra di dubbio che tradire fa bene, irrora di sangue il cervello e altri organi, raffina l’astuzia, facilita la vita di coppia e anche di triangolo, quadrupletta e via andare. Il peccato, per noi, sarebbe limitarsi al solo pensiero. Se all’epoca dei romani questo tipo di approccio era pericoloso per via della possibilità di piccoli fastidi indesiderati, oggigiorno tutto ciò è superato: se allora si gettavano via i bambini appena nati, adesso non è necessario aspettare: si può fare in ogni momento. La chimica e la medicina hanno fatto enormi progressi nella soppressione della vita: approfittatene!

Anche “adulterio” è una parola che non ha più senso. Noi pensiamo che il modo migliore di evitarlo sia non sposarsi del tutto, approccio che ormai è condiviso dalla maggioranza delle persone. Perché impegnarsi con qualcuno che sai già un giorno ti potrebbe venire a noia? E’ meglio anticipare il litigio e separarsi senza essersi uniti realmente – carne a parte, ovviamente. Tanto, perché aspettare, attendere cosa? La ragazza e il ragazzo che dal giorno in cui si sono messi insieme non siano ancora finiti a letto insieme sono sospetti, probabilmente hanno qualche disfunzione sessuale. E dopo essere finiti a letto insieme, che resta ancora da fare?

Il linguaggio evangelico è decisamente troppo duro per le orecchie sensibili che gli uomini hanno sviluppato. Meglio cavarsi un occhio, meglio tagliarsi una mano che assecondarli nel peccato? Assurdo. Intanto l’inferno non è così spiacevole, parola di uno che ci abita: e poi, non avete mai sentito la parola misericordia? Potete fare quello che volete, ogni possibile perversione, peggio è meglio è: tanto c’è la misericordia. La misericordia è qualcosa di automatico: non dovete preoccuparvene. Mortali, state sicuri, non vale neanche la pena di pensarci. Siate duri e malvagi, egoisti e pretenziosi quanto volete, con i vostri partner: c’è la misericordia. E se qualcuno vi dicesse che dovreste evitare i peccati, deridetelo per la sua durezza di cuore, per la sua mancanza di comprensione, per il suo mancato riallineamento al nostro nuovo modo di intendere quelle vecchie parole. E’ un fariseo, un fondamentalista, e come tale va trattato: emarginato senza nessuna pietà, messo in condizione di non nuocere per rispetto di coloro che invece hanno capito tutto.

Forse qualcuno potrebbe azzardare che si tratta innanzitutto di capire chi ami: e noi non possiamo fare a meno di dire che non solo chi, ma quanti: più ne ami meglio è, e più di tutto ama te. Perché nessun amore è brutto, e quindi bisogna diffondere l’amore, anche con la forza se è necessario. Perché anche questa è misericordia: come la democrazia, la bellezza dolcissima di abusare del proprio corpo e di quello altrui va diffusa con ogni mezzo a tutti quanti, insegnata fin dalla più tenera età in modo che, da adulti, non si posa più dubitare che l’unico modo di rapportarsi con l’altro è usare di lui, per il piacere o per il potere, oppure ambedue le cose insieme. Perché resistere all’inevitabile?

Perciò, rassicuratevi: G, il falegname, non ha mai inteso veramente proibire l’adulterio o il divorzio: erano modi di dire, frasi senza fondamento che poi i suoi discepoli, rigidi bacchettoni, hanno interpretato in maniera sbagliata. Meno male che noi, i veri interpreti del pensiero evangelico originale, abbiamo provveduto a rettificare quelle interpretazioni  erronee e ristabilire il primato dell’amore.
Avete ancora quella pagina del Vangelo? Bene, tirateci una riga sopra. Anzi, perché no: buttate tutto il libretto. A che vi serve? La nuova era è iniziata: non serve più la parola scritta, adesso ci sono i video.
E sì, rallegratevi: sono parecchio espliciti.

Non è Vangelo – XXIX – Buoni, buonissimi

Cari estimatori dei Vangeli, siete i benvenuti qui. Mi auguro infatti che, dopo avere letto queste righe, possiate cambiare idea e diventiate anche voi, come noi, gente che disprezza profondamente quei libercoli fuori moda colmi di idee inapplicabili e reazionarie.

Se non lo farete vi pentirete: non è una minaccia, è una constatazione.

Un esempio degli strani ragionamenti che si possono trovare all’interno di quelle pagine è l’affermazione che l’essere umano sia cattivo. Prendiamo l’esempio di una frase che “G”, il falegname con tendenze messianiche di cui discettano i testi di cui parliamo, biascica ai suoi ascoltatori:
Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce, darà una serpe? Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!”

Possiamo tutti vedere come queste affermazioni siano parecchio erronee sotto diversi punti di vista, e depongano a sfavore dell’intelligenza del cosiddetto “salvatore”.

Prima di tutto, dove lo trovate un figlio che chiede del pane? Manco più nelle favole. I ragazzi di oggi chiedono patatine, il telefonino, la Playstation. Male che vada dei contanti per potersi comprare cosa vogliono, droga o alcolici. Siamo proprio fuori dal mondo.
E la risposta del genitore, poi, perché mai dovrebbe essere una cosa buona? Pur di levarselo dalle scatole un padre ormai è disposto a dare qualsiasi sozzeria al proprio figlio. Dovete capire che oggi i bambini, quei pochi che restano, si possono comprare, come gli oggetti; che amore si può avere per un oggetto? Anche quando arrivano in modo diciamo naturale i pargoli sono più spesso un incidente che un atto di amore, e comunque sono lasciati liberi di compiere qualsiasi perversione in nome della libertà.
C’è poi un requisito. Per dare delle cose buone ai propri figli bisognerebbe prima avere capito cosa si intende con buono; ma ormai abbiamo tanto mischiato le carte in tavola che il concetto risulta incomprensibile ai più. Buoni i fast food e i videogiochi più estremi, buoni alcol e il sesso, buoni farsi le proprie esperienze e lasciare l’educazione dei bambini in mano ad altri. Oh, noi non ci possiamo lamentare: questi progetti dei parenti sulla propria prole spesso coincidono con i nostri.

Di fronte a queste cose, perché mai il Nemico-che-sta-lassù dovrebbe concedere qualcosa a qualcuno? Se prendesse esempio da quanto fanno le sue creature, se li ripagasse con la stessa moneta (come sarebbe auspicabile), dovrebbe fregarsene completamente di loro; oppure dovrebbe riciclare questo mondo in qualcosa di più affidabile, che so, un parcheggio coperto.
C’è da dire che il vecchio là in alto è strambo forte. Capacissimo di esaudire persino le preghiere, pur di opporsi a noi.

Ma il concetto più risibile della frase da cui siamo partiti, l’abbiamo detto, è che l’uomo sia cattivo. Questo imprudente personaggio che parla dovrebbe fare mea culpa e rimangiarsi questa follia.

L’uomo è buono per natura, noi sosteniamo. Il male non esiste, è solo una fake news, un argomento fasullo per incolpare noi demoni di tutte le magagne del mondo. Si cerca di gettare la colpa addosso a noialtri diavoli quando è certo che invece essa giunge dalla situazione geopolitica, dal capitalismo, dall’imperialismo, dai padroni, oppure dai comunisti, dagli ebrei, dai fascisti o dai cristiani. Se qualcosa accade di sgradevole è certamente colpa di questi o di altri ancora: della società o di quegli individui così stolti da rifiutarsi di riconoscere che noi abbiamo sempre ragione. Certamente, sono anche loro liberi di esprimere la loro opinione, ma in privato. In realtà, se si potessero eliminare questi contestatori, dato che l’uomo è buono sicuramente giungerebbe la felicità per tutti.

Perciò i buoni di questo si dovrebbero occupare: eliminare senza pietà i cattivi, dopo averli attentamente individuati. Come fare a capire chi sono? Semplice: coloro che si oppongono a quanto diciamo.
Siccome siamo buoni, a quei pervertiti si deve dare l’opportunità di ritrattare, fare mea culpa, adeguarsi al nostro verbo. Festeggiare con noi il futuro felice e progressivo dell’umanità, quando rimossi l’ostacolo della loro esistenza ci rotoleremo in un’orgia continua nei nostri piaceri più segreti.
Non dovessero farlo, a malincuore li rinchiuderemo da qualche parte o, per il loro stesso bene,  li elimineremo. Tanto sono irrecuperabili. E poi il Nemico si prenderà i suoi.

Vedete, il problema vero è che il Nemico-che-sta-Lassù non ha veramente fiducia nella sua stessa creazione. Lui continua a ripetersi di avere fatto ogni cosa buona e giusta, ma non ci crede fino in fondo. Ne ha ben donde: non appena abbiamo messo alla prova le sue creature, non appena li abbiamo tentati solo un pochino, ecco che si sono subito allontanati dalla bontà perfetta, cioè, come afferma orgogliosamente, da lui stesso.

Oh, ha voglia ad accusarci di essere stati noi a corromperli: se non li avesse fatti difettosi, se non avesse lasciato loro la libertà, noi non saremmo riusciti a fare proprio niente. Per nascondere i suoi errori progettuali ecco che tira in ballo noi. Se sono cattivi, è perché avevano la possibilità di esserlo fin dall’inizio; e se avevano la possibilità di esserlo, è ovvio che è stato il tutto-buono lassù a volerli così.

Non volevi che si allontanassero da te? Legali per bene, rendili degli schiavi che ti dicono sempre sì: vedrai che dopo non avrai niente di cui lamentarti.

Per cui non è vero che gli uomini sono cattivi, se li ha fatti lui. Se asserisce che non rientrano nella definizione, noi siamo più che disposti a progettare e realizzare per conto suo un sistema perfetto in cui non sarà più necessario essere buoni. Ci avesse pensato prima avrebbe potuto anche evitare di incarnarsi e mettere su tutto quel baraccone descritto in quei Vangeli di cui stiamo discutendo. Sarebbe stato molto più semplice. Noi a quel progetto ci stiamo lavorando, comunque. Contribuite, votate per noi.

Spero di avere smentito a sufficienza la menzogna di G. Cattivo? L’uomo è buono, buonissimo. Ve lo posso giurare: non mi nutro d’altro.

Non è Vangelo – XXVIIII – Segreti di Stato

Per quanto inutili e pericolosi siano quei libretti che gli esseri umani conoscono come Vangeli, ciò nonostante noi demoni non siamo del tutto contrari ad essi. Essi riescono a fornirci sempre nuovi spunti su come attaccare il nostro Nemico giurato, quello che-sta-lassù; in fondo, non è conoscere ciò che dicono che è dannoso, ma metterlo in pratica.

Non c’è nostro maggiore alleato dell’uomo di Chiesa che crede di sapere tutto delle cosiddette Sacre Scritture ma segue solo ciò che gli fa comodo. Che coincide, di norma, con ciò che fa comodo a noi. Perché tutto ciò che va in direzione diversa da quanto spiegato da G, il falegname giudeo, a noi sta proprio bene. No, non saltate subito alle conclusioni. Questa predilezione non è per noi stessi. Noi abbiamo molto a cuore il destino ultimo degli esseri umani. E’ su di essi che si basa la nostra sussistenza, il nostro vitto potremmo quasi dire. Pensate forse che noi godiamo a tormentare le anime? Se sì, avete ragione, è il nostro godimento maggiore, perché ogni sofferenza che infliggiamo torna moltiplicata mille volte al loro odioso creatore. Quando gli uomini non fanno quanto lui suggerisce loro, il Nemico-che-sta-lassù è ferito ed umiliato.
Se chi ami soffre, tu soffri con lui. E’ questo il segreto del nostro successo, è per questo che è così bello essere demoni: noi non soffriamo mai.

G invece era un debole. Proprio per questo motivo deve essere evitato il più possibile, lui e il suo messaggio. Un personaggio ambiguo, che non si sa bene da dove provenga, ma che nella sua breve vita è riuscito ad inimicarsi la maggioranza di quelli che l’hanno incontrato. Nessuna meraviglia che sia finito come è finito.
Era un buffone, inadatto al ruolo che cercava di ottenere. Messia, salvatore del suo popolo? Ma quando mai! Manco è riuscito a salvare se stesso. Figurarsi se avrebbe potuto guidare un esercito vittorioso, o una nazione. Ci vuole fegato, per quello; indifferenza al destino altrui, coscienza che occorre sacrificare gli altri per ottenere il proprio scopo. G era un pappamolla, senza astuzia; si è mai visto un politico che rifiuti di occupare un posto d’oro come re della sua terra?  Colui che vuole il potere deve prima di tutto desiderarlo, ed essere disposto a qualsiasi bassezza per acquistarlo e tenerlo. Deve sapere difendere i suoi segreti, e quelli della fazione alla quale appartiene. Questo G invece che fa? Spiattella tutto in giro senza nessun  ritegno.

Prendiamo ad esempio il caso di quei due pellegrini che ritornano ad Emmaus dopo essersi sollazzati assistendo all’esecuzione di G sulla croce. Il Vangelo racconta di come vengano raggiunti da qualcuno che, si afferma, sia G stesso travestito. Il fatto che non l’abbiano riconosciuto dimostra come questa coppia di viaggiatori non avessero grande capacità di osservazione. G, senza dubbio offeso per questa loro mancanza di comprensione, decide di giocare loro uno scherzetto, alimentato dalla sua vena sadica.
Finge infatti ignoranza di quello che è accaduto a Gerusalemme, e si fa raccontare dai due allocchi i fatti successi. E poi accade l’incredibile. Comincia a spiattellare tutto! Tutti i suoi segreti! A due sconosciuti, che potevano essere chissà chi!

Vedete bene: un tizio del genere è inaffidabile. Noi esseri superiori dobbiamo restare sempre ben sopra i semplici umani. Cosa ne possono sapere, loro, di cosa significa essere immortali? Loro sono naufraghi del tempo, vivono pochi giorni come gli insetti. Sono fatti di carne: niente di più lontano dai puri spiriti che noi siamo. Avere rivelato a delle creature del genere i dettagli più nascosti del nostro ordine di vita si configura come tradimento.

Tutta la vita terrena di G è un attacco diretto alla sacralità dello spirito, uno svillaneggiare entità tanto superiori all’uomo quanto gli umani sono sopra le formiche. Se conoscete l’assoluta discrezione e limpidezza del nostro Padre-che-sta-Quaggiù non vi deve meravigliare il fatto che si sia risentito per la rivelazione a dei servi delle faccende private di noi padroni del mondo. Noi, appoggiandoci a lui, chiediamo a gran voce l’impeachment di quel cosiddetto Creatore per manifesta incapacità e per l’avere svelato ai peggiori tra gli uomini i suoi segreti. Dimissioni subito, per quel buffone cosmico.

Noi non ci siamo mai regolati così. Ai nostri maghi, ai nostri adepti, ai nostri stregoni forniamo poche gocce di conoscenza, se possibile falsa. In questo modo li teniamo sempre in pugno, attraverso l’illusione che stiamo per confidare loro chissà quale rivelazione. E’ una forma efficace di controllo: informare di ogni cosa i propri schiavi significa mettersi in mano loro, decidere di non esercitare su di essi alcun potere.

E quindi, come mantenere la propria superiorità? Come piegarli al proprio volere? No, il tradimento di G verso i suoi pari e superiori è completo e definitivo: meritava certo la pena di morte, per questo.

Forse, nel caso dei pellegrini di Emmaus, si è reso conto di avere sbagliato. Quando, come un dilettante, si fa riconoscere, rivelando il suo travestimento, fugge a gambe levate. Ormai però è tardi: tutti i misteri del suo stato sono ormai stati spiattellati. Per quale motivo ha compiuto un simile sfregio?

La risposta è presto detta: è il genere di incidenti che accade quando ci si immischia troppo con gli umani. Quando si entra in confidenza con essi, quando si vive con loro, quando si giunge a considerarli non più schiavi ma quasi propri pari, quasi amici o persino (Nostro Padre Infernale non voglia!) fratelli, allora non c‘è più religione. La religione è tremore e timore di chi ti è superiore; se si toglie la sacralità tutti finiranno per considerarsi quasi divini. Ma non come piace a noi, giungere a pensarsi degli dei; come piace al Nemico, figli di un padre che sta lassù.

Tutto sta a cosa si mangia: se il frutto del peccato originale o il pane che quel disgraziato di G asserisce essere il suo corpo.

Bene ha fatto G a scomparire, dopo avere spezzato quel pane. Potessimo farlo sparire davvero.

Non è Vangelo – XXVII – Pozzi neri

Dite la verità: ci leggete perché siamo attraenti. E’ questa la migliore qualità di noi demoni. Siamo come la gravità: attraiamo verso il basso.

Così anche oggi vi intratterremo proponendo una lettura alternativa di quei romanzetti immaginari senza pretese che chiamano i Vangeli. Come sa bene qualsiasi teologo o sacerdote che sia solito frequentarci, quelle pagine infatti non sono che fantasie, illazioni, metafore, la sublimazione di sogni di fondamentalisti sotto acido e scrittori senza talento. E’ chiaro che godono di fortuna non per proprio merito, oppure per il fascino del personaggio, quel “G”, falegname palestinese di dubbia moralità; ma solo per moda, per spinta pubblicitaria, per ignoranza di cosa sia una vera opera letteraria.
Noi demoni, che siamo per definizione i veri critici da cui tutti gli altri prendono esempio, siamo i più titolati a esprimere su di essi una valutazione. Seguite le nostre indicazioni: leggete altro, non sono adatti ad un pubblico adulto.

La loro prosa stanca finge di essere cronaca di fatti realmente accaduti, ma è evidente  che si tratta di qualcosa di diverso. Quando mai si è sentito parlare di miracoli, di guarigioni, di resurrezioni persino? Mai; se gli uomini mai vissuti sono cento miliardi, allora la probabilità che cose simili siano accadute davvero, in forza di un singolo essere umano, è una su cento miliardi, cioè nulla. Mancano di realismo, e la loro morale è inadatta all’uomo moderno.

No, quelle frasi, quelle situazioni sono false, e solo chi è male consigliato può ritenerle vere. Sono metafore. Ad esempio, dove si racconta di quel giorno che G si è trovato da solo in compagnia di una donna samaritana che era andata a prendere l’acqua da un pozzo, pensate che si parli di persone reali, di un pozzo autentico?
No, qui l’autore ha voluto simboleggiare la condizione femminile; il pozzo è un’apertura, e così anche quello del testo rappresenta l’apertura della condizione femminile all’incognito, allo straniero che passa, in un chiaro gioco di riferimenti sessuali. Tutto il dialogo tra il predicatore folle e la donna è un crescendo di ammiccamenti più o meno espliciti: ovvio che menti pure non se ne possano rendere conto. Solo chi come noi è di casa nella parte più perversa dell’animo umano può comprendere il messaggio subliminale contenuto in quelle righe. Il nostro mestiere è proprio quello: portare allo scoperto il lato più nascosto e tenebroso della psiche degli uomini, sia o non sia presente.

Quello che, ad una lettura superficiale, può sembrare uno scambio di battute del tutto banale, per un demone che conosca il suo mestiere assume tutt’altro significato. Il lettore che voglia seguire le nostre orme non ha che da chiedersi cosa abbia voluto veramente dire G con il “dammi da bere” rivolto a quella femmina, che cosa si intenda con acqua, cosa rappresenti il secchio che la samaritana rimprovera G di non possedere.

L’intento evidente dell’autore, come noi lo vediamo, è sdoganare l’amore libero da tutti quei vincoli che una morale troppo perbenista imponeva all’epoca in cui è narrata la storia, e che subiamo ancora adesso. Non potendo scriverne direttamente usa simboli e parafrasi che noi dobbiamo interpretare.
G appare allo stesso tempo ardito e timoroso di quella donna così disinvolta. Se la donna implora G di darle quell’”acqua” che la soddisferà per sempre, la risposta è di andare a chiamare chi normalmente la soddisfa, cioè il marito. Ma G sa bene che la samaritana fornisce i suoi servizi ad un numero ben più ampio di persone e quindi tutto il brano non è che una celebrazione del comportamento disinibito delle donne del luogo e della libertà totale di giacere con chiunque. In un crescendo finale, G allargherà all’intero paese questo suo invito a godere dell’”acqua”, un un’orgia indifferenziata dove non si fa distinzione di genere, razza, religione o altro genere di preferenze. I giudei non hanno rapporti con i samaritani, chiosa il testo; è evidente che è una situazione che lui vuole cambiare.

G sta piuttosto senza mangiare, ma questo vuole fare: portare il suo amore a tutti quanti. Parole come “spirito”, “verità”, “credere” non sono che simboli che il narratore usa per indicare azioni molto più materiali. Si inganna chi afferma che qui si parli di realtà spirituali, di una fantomatica salvezza; e vi assicuro che di inganni nessuno se ne intende più di noi. Per darci ragione non avete che da considerare il testo dei Vangeli, questo o un altro, nella nostra stessa maniera, con la maggiore malizia possibile.

Tutto l’episodio celebra l’apertura al diverso, all’altro, al non convenzionale: il pozzo finalmente liberato dai legami oppressivi della civiltà patriarcale. E’ un inno all’accoglienza di chi un tempo si considerava peccatore e che ora, nel nuovo modo di concepire le cose, è diventato chi ci insegna il modo corretto di godere della vita. Tutte le perversioni che la samaritana ha G “già le conosce”: senza nascondersi dietro moralismi, le accetta per quello che sono.

Se non condividete con noi questa interpretazione del brano è ovvio che siete degli ignoranti, che non avete studiato. Non siete dei veri sapienti, i soli che per la loro conoscenza del mondo dovrebbero essere autorizzati a commentare. Non conoscete strutturalismo e destrutturalismo, non siete adepti dello studio di genere, siete come quei babbei dei discepoli che si meravigliavano di vedere G parlare con una donna. E’ giunta l’ora che anche voi vi aggiorniate, che iniziate a seguirci per potere essere anche voi esegeti alla moda. Non vorrete restare indietro, ancorati ad una visione dei testi medievale? Altrimenti non solo non avete idea di cosa state dicendo, non avete nemmeno l’umiltà di ammettere di essere qui in acque troppo fonde per le vostre competenze. Qui la profondità è abissale, infatti solo l’abisso domina.

Se v’inabisserete con noi nel nero fondo del nostro pozzo vi assicuriamo una piena comprensione su quanto G ha inteso dire. Ve lo assicuriamo: ne sarete così presi che non riuscirete più a tornare indietro.

Non è Vangelo – XXVI – I predatori della tomba perduta

Cari equilibrati commentatori e ragionevoli revisori, cosa ci fate qui? Queste righe non sono per voi. Non ci interessate. Siete troppo di parte, troppo ostili al dubbio e allo scetticismo a priori per poter prendere parte alla nostra discussione. Via, andate altrove, nel vostro buco. E, mi raccomando, zitti. Il vostro pontificare ci disturba, perturba il nostro giudizio e ci irrita profondamente. Se avete delle ragioni, non ci interessano. Siete troppo fondamentalisti per noi, e quindi certamente in errore.

La nostra forza, invece, risiede proprio nella certezza che qualsiasi cosa dica o faccia dire ai suoi cagnolini il Nemico-che-sta-Lassù deve essere rifiutata. Non ci stiamo ad imparare cosa dovremmo fare per essere felici. Siamo contro i maestri, quaggiù. Come osa impicciarsi, il parruccone della causa prima persa? Noi stiamo bene dove stiamo. Qui comandiamo.

Se invece volete affiancare noi demoni nella nostra marcia contro l’oppressione divina dovete anche voi fare come noi: prendere atto che occorre rifiutare in blocco i Vangeli. Soprattutto nella loro ultima parte, quella sorta di appendice di fantasia dove si parla della fantomatica resurrezione dalla tomba di “G”, quel falegname finito inchiodato sul legno.
La nostra posizione l’abbiamo già chiarita: si tratta del tentativo commerciale di prolungare le vicende del supposto messia oltre la sua ovvia conclusione, usando una discutibile sceneggiatura. Quante volte avete visto il vostro eroico serial killer morire e risorgere nel film successivo mediante un’improbabile espediente? Stessa cosa.

Aggravata dal fatto che detta sceneggiatura è piena di buchi, scritta male, con personaggi abbozzati, senza drammaticità o una vera trama.
Prendete ad esempio la mancanza del cadavere dal sepolcro. Un bravo sceneggiatore avrebbe creato una suspense, un colpo di scena,  avrebbe usato effetti speciali. Invece qui quello che doveva essere il culmine narrativo è ampiamente telefonato: si comincia a preannunciarlo già molte pagine prima. Perché rovinare tutto con degli spoiler? Quando poi accade avviene di notte, senza testimoni, e tutto ciò che si vede è un lenzuolo piegato e una pietra rotolata. Viene da pensare che avessero finito i fondi, o forse la fantasia.

E la scoperta della mancanza del cadavere? C’è un tentativo di compiacere il pubblico – sono delle donne a farla – ma queste non appaiono particolarmente sexy e neppure richiamano avventuriere alla Lara Croft. Personaggi sprecati, praticamente delle comparse. Avevamo una tomba violata, c’erano delle guardie armate, un paesaggio esotico, pure delle ragazze: si poteva fare molto meglio. Un inseguimento, una lotta almeno.

Quando lo scrittore fa un tentativo nella direzione che indicavamo sbaglia tutto. Compare uno sconosciuto,  forse il guardiano del giardino, e una delle femmine cerca di abbracciarlo credendo che sia G. Questo però la rifiuta, urlandole di non toccarlo. Forse perché la crede pazza. Oppure perché è ben brutta.
Vi pare la maniera di inventare una storia? Niente sesso?

Noialtri demoni facciamo fatica a capirvi, voi umani. Per quale motivo si possa rifiutare una tentazione è per noi motivo di perplessità. Se imparaste a cedere quando vi viene proposto qualcosa avreste tutto da guadagnarne, e anche noi. Si poteva fare di quest’appendice un vero best-seller, un successo planetario, e tutto quello che vi è stato dato sono pochi capitoletti mosci in cui l’eroe spaccatutto risorto non fa altro che parlare e mangiare. Un vero spreco. Fosse stato per noi, avrebbe dovuto fare irruzione nel Sinedrio con uno spadone. E chi lo avrebbe fermato, uno che si prende i colpi di lancia nel petto e non muore? C’era materiale potenziale per almeno una trilogia di film, una serie tivù, per non parlare degli eventuali spin-off. Se hai per le mani un buon successo di pubblico, inventati qualcosa di decente! Non questo.

Ma non è solo la trama. Gli interpreti… che disastro.

Ad esempio, che dire dei discepoli? Tutti terrorizzati, rintanati in un buco, demotivati. Diciamo la verità: erano una massa di cretini creduloni senza spina dorsale. Certamente non il materiale per una bella storia. Il capo del personale, che li aveva assunti, avrebbe dovuto essere licenziato in tronco, crocefisso, oh oh.
Quanto li avevamo spaventati, ammazzando il loro capo. Alcuni se l’erano fatta letteralmente sotto. Anche vomitato, a vedere il loro amichetto appeso. Non degli eroi. Neanche dei comprimari. Appena delle comparse, quelle che vengono ammazzate a mazzi durante le scene d’azione. Certo non il materiale per una serie di successo.

E così, d’un colpo, pof! Diventano tutti coraggiosissimi e se ne vanno a morire, uno dopo l’altro. Solo perché c’è una tomba vuota. Perché delle donnette isteriche dicono di avere visto il loro capo, massacrato poche ore prima. Mentre le autorità danno  la colpa a loro, ed è un’accusa che certo non si può trascurare. Ci sono le guardie a testimoniare, ufficiali pubblici certo più affidabili.

Capite che non c’è giustificazione. Per quale motivo avrebbero dovuto cambiare di colpo atteggiamento, sviluppare un’arte oratoria mai dimostrata prima, immolarsi per una causa persa? Chiunque abbia scritto il copione non comprende un accidente di psicologia umana, come invece noi, che abbiamo millenni di esperienza. Non puoi cambiare così d’un colpo il carattere di un personaggio. La gente non capisce.

Se hai degli interpreti che fanno schifo, una trama già vista, zero budget per gli effetti speciali, che ti resta? Nessun premio ai festival, ti tolgono dalle sale dopo la prima settimana. Sei fortunato se acquistano i diritti televisivi.
E’ per questo che tutta la storia della resurrezione si può dire un flop. Ascolti bassissimi all’epoca, anche se sul lungo periodo qualcosa hanno rimediato.

La nostra recensione, perciò, non può essere che negativa. La visione è sconsigliata a tutti, e regista ed attori sono cordialmente invitati a scegliersi un altro mestiere. Non è così che si salva il mondo.

Almeno per noi.

Non è Vangelo – XXV – Mi è sembrato di sentire un gallo

Amici e collaboratori dell’Inferno, siete sopravvissuti alle feste? Sì? Sarà per un’altra volta. Riprendiamo i nostri discorsi.

Quest’oggi ho intenzione di portare alla vostra attenzione un aspetto di quei libercoli chiamati Vangeli che è di solito poco evidenziato. Ovvero, l’esaltazione del tradimento.
Sì, perché, come vi dimostrerò con ampi esempi, la bellezza del tradimento è una componente essenziale del messaggio di “G”, il falegname predicatore, che gli autori dei sunnominati librettini vogliono sostenere.

Partiamo dal caso più eclatante: quell’episodio conosciuto come “il rinnegamento di Pietro”.
Forse ricorderete quanto è descritto. Simone detto Pietro, un pescatore ignorante e facinoroso, è il braccio destro di “G”. Per quale motivo una persona tanto rozza è a capo di quel manipolo di delinquenti? E’ presto detto. Pietro – detto così perché ha la testa dura come una pietra – non perde occasione per sviolinare il Capo. “Io ti amo, io ti seguirei ovunque, blah blah blah”. Ha pure azzeccato qualcuno dei quiz a sorpresa che G organizzava tra i suoi discepoli (“Chi dite che io sia?”) ma pare che in quell’occasione sia stato aiutato con suggerimenti. Il presunto messia un po’ lo sopporta un po’ lo trancia, dato che la sua irruenza è eccessiva perfino per la sua banda di fuorilegge.

E’ lui infatti, ricordate, che lavora di coltello come il peggior teppista un poliziotto che sta compiendo il suo dovere là nell’orto degli ulivi. E’ lui che G accusa di essere uno di noi – vade retro Satana, gli dice – quando questo si permette di contraddirlo sulle sue manie suicide; ma noi neghiamo decisamente che sia uno dei nostri, non avrebbe passato il test di accettazione. Infine è lui che, nell’orgia alcolica dell’ultima cena, banfa asserendo che, anche se tutti abbandonassero G, lui non lo farà mai.

La domanda che sorge spontanea è: ma perché G se lo tiene? Uno potrebbe pensare, è perché non ha niente di meglio, figurarsi il livello degli altri. La nostra risposta è differente: G vuole dare un esempio a tutti. Di come sia utile il tradimento.

Quando, durante l’ultima cena, G dice a Pietro che prima che il gallo canti lo rinnegherà tre volte, non sta facendo una predizione: sta dandogli delle istruzioni.
Lui vuole essere rinnegato. Lui vuole essere tradito. Tant’è che anche a Giuda, il traditore per definizione, dà precise disposizioni: “Quello che devi fare fallo in fretta”.

Avrebbe detto così, se il suo non fosse stato un piano preordinato? Sicuramente no. La faccenda del bacio e del processo è un episodio studiato a tavolino, progettato per ottenere il massimo effetto mediatico.

Quando Pietro mischiato tra la folla nega, parlando con i servi, di conoscere G, non fa altro che confermare quanto ci si aspettava da lui. Sarebbe stato una idiozia fare altrimenti, e G stesso, pur nella sua malata pazzia, lo sa bene: infatti non rimprovera Pietro, si limita a guardarlo con approvazione. Le lacrime di gioia di Pietro sono come un amaro dopo un degno pranzo, un modo per concludere e mandare giù l’intera esperienza.

Tutto il messaggio del falegname consiste in questo: pensate al suo autolesionismo spinto, decidendo di andare laddove è praticamente certo di essere ammazzato; insulti al potere e ai saggi, profanazione delle leggi più sacre, assunzione consapevole di atteggiamenti estremamente provocatori. Tutto fatto in vista di quell’insegnamento finale: se volete sopravvivere, se volete prosperare, se volete essere miei discepoli dovete tradire e rinnegare ogni cosa: quello in cui credete, o pensate di credere, le persone che vi stanno vicino, vostro padre e vostra madre, tutto e tutti.

Andiamo, G stesso non ha forse tradito la religione dei suoi padri? Non ha forse sovvertito le disposizioni mosaiche, prendendone in giro gli antichi fondamenti? Non ha irriso tutti coloro che cercavano di essere coerenti con essi, come i farisei? Per lui non c’è niente di sacro, infatti rompe l’ultimo tabù fingendo di essere lui stesso un dio: proclamando insomma che la sola maniera in cui valga la pena vivere è tradire quanto viene prima per esaltare se stessi.

Perché questa è l’essenza del tradimento: la consapevolezza che il proprio interesse sta al di sopra di quello di qualsiasi altro. Perché si dovrebbe seguire l’agenda di altri? Se non è nel proprio tornaconto, per quale motivo si dovrebbe agire? E’ questa la legge della vita, che i Vangeli tentano di passarci e il cui significato nascosto è stato così spesso frainteso. O meglio: tradito per gli interessi di quei discepoli che l’hanno visto come un modo per lucrarci su. Il che, se vogliamo, ci sta pure bene.

Capite bene allora che la cosiddetta ribellione di Nostro Padre che Sta Quaggiù nei confronti del Nemico che sta Lassù non è altro che un prendere sul serio le disposizioni evangeliche. Non c’è miglior cristiano del nostro Capo Infernale, perché lui è il più grande traditore di tutti.

Rompete anche voi con gli schemi. Proclamatevi dei. Tradite amici e conoscenti, ma solo quando questo possa portarvi il massimo vantaggio. Aspettate il momento giusto, e poi accoltellate come ha fatto Pietro, vendete come ha fatto Giuda, i vostri modelli.
Se andrà tutto bene sarete felici: avrete un posto in Parlamento, vi libererete dei soci scomodi e prospererete negli affari, avrete rapporti sessuali magnifici e freschi con persone sempre nuove. Se la gente non si fidasse più di voi, non vi crucciate. Due lacrime, un falso pentimento e potrete di nuovo infinocchiarli anche meglio di prima. Gli umani hanno la memoria corta e danno troppa fiducia. Noi lo sappiamo bene, non si ricordano ciò che gli è stato detto l’attimo precedente.

Se le cose andassero male, potrete venire sempre da noi. Per voi la nostra casa è sempre aperta, e vi accoglieremo quaggiù con il massimo dell’onore, come si confà a chi ha capito appieno la nostra lezione. Potrete trascorrere nella gioia con noi il resto dell’eternità. Di noi vi potete fidare.

Se il gallo canta, canta anche per voi.

Non è Vangelo – XXIV – Non sono cieco

Compari e compagni, voi che come noi volete impegnarvi a trovare sempre nuovi metodi per mettere in cattiva luce quei libercoli chiamati Vangeli, tratteremo oggi di quell’episodio che da qualcuno è chiamato “guarigione del cieco nato”.

Cosa viene raccontato in quelle pagine? Che “G”, il falegname disoccupato, passeggiando con i suoi sgherri per la città di Gerusalemme, nota una persona visivamente svantaggiata, un mendicante. I rozzi bulli che usa come portaborse cominciano immediatamente a prendere in giro il pezzente, usando il dispregiativo “cieco” e sostenendo che è così a causa del peccato. Questo dimostra la scarsa comprensione delle cose della vita da parte di quegli uomini: noi sappiamo che i veri peccatori sono in realtà i più fortunati e favoriti della terra, perché godono del sostegno di quaggiù. Fa parte del nostro pacchetto standard: cos’è l’anima di fronte alla salute, ai soldi, al successo? Noi demoni siamo più che disposti a concedere tutte queste cose a coloro che vogliano davvero impegnarsi con noi per un mondo più libero e aperto mentalmente, non condizionato da dubbi religiosi e moralismi. Ma torniamo alla narrazione.

Per una volta il preteso messia fa la cosa giusta: confessa, infatti, che la disgrazia di quell’ipovedente è dovuta ad un atto di malvagità divino, perché lui potesse mettersi in mostra guarendolo.
Comincia così lo spettacolo, degno di un imbonitore. Dapprima fa lo splendido, atteggiandosi a luce del mondo. Il che è uno sgarbo nei nostri confronti: è noto che il solo vero portatore di luce, Lucifero, è nostro padre che sta Quaggiù. Se Nostro Padre ha deciso di non proiettare più la sua luminosità ma fasciarsi di tenebra è stata solo per delicatezza nei confronti del genere umano, per evitare di abbagliarlo con la sua magnificenza. Per stizza il Nemico-che-sta-Lassù, che fa? Prova a sostituirlo con un essere umano, il falegname appunto. Ma è noto che gli uomini sono opachi e spenti.
Infatti subito dopo quel discorsetto in cui si atteggia a lampadina globale G dimostra tutta la sua rozzezza e provincialità. Per guarire l’ocularmente ipodotato avrebbe potuto usare effetti speciali, fumo, lampi, saette. Stupire, insomma, manifestare chiaramente chi è. Noi avremmo fatto così. Lui invece che fa? Sputa.
Non sto scherzando. I medici tra voi staranno rabbrividendo per la mancanza di igiene, per la tecnica più simile a quella di uno primitivo sciamano che di una persona civilizzata. Come fosse un bambinello un po’ tardo con la saliva fa una tortina di fango, che spalma sugli occhi del malcapitato. Si possono immaginare i germi, gli agenti patogeni che entrano in contatto con le delicate mucose… voi vi sottoporreste mai volontariamente ad una simile abiezione, senza avere neanche antibiotici a disposizione? Eppure è quanto avviene: dopo avere imbrattato la faccia del poveretto con quella poltiglia sudicia lo manda a lavarsi in piscina.
Che dopo un trattamento del genere riacquisti effettivamente la vista è sicuramente una casualità.

Immediatamente le autorità cominciano ad indagare sul caso. Oltre alle ovvie accuse di mistificazione, G è evidentemente colpevole di circonvenzione di incapace, abuso della professione medica, svolgimento di pratiche terapeutiche al di fuori delle strutture e dei tempi stabiliti, attentato alla salute pubblica e molti, molti altri capi di imputazione che, ormai avrete capito, gli sono abituali. Se qualcuno volesse pensare che, va bene, in fondo ha guarito una persona, noi che siamo sempre attenti alla lettera della legge diciamo NO! Non possiamo condonare un simile cumulo di atti nefasti contro l’ordine costituito. Senza ordine dove si andrebbe a finire? Pensate se a chiunque fosse permesso di esercitare la medicina, senza laurea, senza regolamenti: come sarebbe tutelato l’utente? Il galileo è sicuramente colpevole di avere infranto le regole della convivenza civile per effettuare la banale guarigione di un disgraziato qualsiasi.

Pensate che spreco. Un simile sfoggio di potenza per una persona inutile, forse anche dannosa per la società; sicuramente irrispettoso dei suoi saggi governanti, come si vede nel seguito dell’episodio.

Fa un poco di tenerezza il tentativo di difesa di G da parte dell’uomo che è stato guarito, un accattone dai precedenti poco chiari. Osa infatti contestare gente moralmente e socialmente migliore di lui per scusare il suo guaritore. Con le sue parole si condanna da solo: si qualifica come complice del falegname, ed è perfettamente legittimo l’intervento da parte delle autorità che lo gettano fuori dai sacri recinti. E’ infatti compito dei custodi della legge definire ciò che sia vero oppure no, basandosi sulle circostanze e sulle opportune convenzioni.
Non esiste infatti niente di oggettivo, perché non esiste la verità; chi meglio di loro può quindi definire cosa sia meglio per le altre persone? Badate bene, non chiunque può essere giudice: solo coloro che ci sono graditi, i più autorevoli e neutrali, cioè quelli che fanno la nostra volontà.
Il compito dei giudici infatti non è seguire pedissequamente una legge: loro sono la legge, e non spetta a un nessuno qualsiasi discutere i loro pronunciamenti. Che sono per definizione veri e giusti, indipendenti da convincimenti politici o personali. Non inventati: creativi. Si potrebbe pensarli non corretti solo se fossero contro i nostri suggerimenti.
Prendendo le difese del suo sprovveduto guaritore, asserendo che esso possa aver saputo cosa stava facendo mentre i saggi farisei no, l’ex handicappato si mette dalla parte del torto. Una testimonianza di uno così di parte è sicuramente da rifiutare. E’ condizionato: inutile ascoltarlo.

Anche G asserisce di essere venuto nel mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi. Noi, di fronte a queste parole violente, dobbiamo prendere una posizione ferma e decisa. Minaccia di accecare tutti; quello è un uomo pericoloso che andrebbe immediatamente incarcerato prima che possa compiere un atto disperato. Questa sarebbe la luce che propone il Nemico–che-sta-Lassù? Allora noi preferiamo il buio; piuttosto di vedere lui preferiamo rimanere ciechi.

Non è Vangelo – XXIII – Non ti fidar di un bacio a mezzanotte

Carissimi odiatori e simpatizzanti dell’odio, oggi continueremo nella nostra allegra demolizione di quei libretti noti come Vangeli. Non capirò mai perché debbano destare tanto interesse nelle persone: non sono che un’accozzaglia di episodi sconnessi, con un protagonista discutibile e mal caratterizzato, e propongono un modo di vita insipido e noioso. Potrei fare il nome di decine di libri molto più interessanti, che esplorano nei particolari tutte le possibilità che ha un umano di fare quello che vuole. Il finale di solito lo scriviamo noi, qui sotto.

Abbiamo detto che i Vangeli sono noiosi e ripetitivi. C’è però una parte di essi che piace anche quaggiù. Nello sfacelo di quelle pagine c’è qualcosa che anche noi, i più raffinati tra i critici, possiamo salvare.
Sto parlando naturalmente dell’ultima parte, quella che conduce al vero finale: la morte atroce del protagonista. Tradimento! Sangue! Violenza!
Avevamo lasciato “G”, il falegname che si è improvvisato predicatore, a pasteggiare ubriaco fradicio con i suoi compari. La cena è finita, e il gruppo decide di andare a smaltire la sbornia in un vicino agriturismo noto per i suoi ulivi.
Qui la maggior parte di quei buzzurri si lascia andare, si sbottona le braghe e si mette a russare sull’erba. Il falegname, però, è agitato.
Sta male, suda, si lamenta. Dolori di stomaco, chiaramente.

Non si conoscono i motivi della sua indisposizione, ma possiamo intuirlo: avrà mangiato troppo, probabilmente ha un principio di congestione. Sarà per questo che si allontana da solo. O forse è preoccupato perché le sue spie l’hanno informato che la polizia lo bracca da vicino. Fatto sta che non riesce a dormire il sonno del giusto, ma vagola tra gli alberi chiamando il papà. Capisce di avere esagerato con le bevute: dice, infatti, “allontana da me questo calice”. Stravolto, piglia a male parole i suoi discepoli che invece se ne fregano e ronfano tranquillamente, almeno fino a quando non arriva qualcuno.

E’ una retata delle guardie! Prova a mimetizzarsi tra i suoi compaesani, ma il trucco stavolta non gli riesce. C’è infatti un eroico collaboratore di giustizia che lo identifica come il mandante dei tanti crimini che gli vengono imputati. Si tratta di quel Giuda che rappresenta per noi il punto più alto della nostra civilizzazione, l’uomo che comprende i valori dello Stato e sceglie consapevolmente di lavorare perché la ribellione sia cancellata. Togliamoci dalla testa l’idea che quello di Giuda sia un tradimento:  chiamereste traditore un mafioso pentito? Lui è un idealista, e non lavora certo per soldi: quei miseri trenta denari, infatti, li rifiuta e li ridà indietro, conscio che basta avere fatto il proprio dovere.

E’ noto il segnale che Giuda dà per indicare il malfattore che deve essere arrestato: un bacio. Che G e Giuda siano “amici” è certo: il falegname stesso lo indica con quel termine. E allora, perché scandalizzarsi per i baci tra uomini? E’ una pratica che il predicatore fasullo stesso accetta con favore. Non dobbiamo lasciarci andare a falsi moralismi, e giudicare negativamente quei gesti. Se poi l’amicizia diventa qualcosa di più, è nella logica delle cose.

Il parapiglia che segue indica chiaramente che i discepoli di G erano un’accozzaglia di violenti. Pietro, pazzo di gelosia, si avventa con una spada addosso ai poliziotti intenti a svolgere il loro dovere ferendone seriamente uno. Non si deve credere che l’episodio sia casuale: poco prima G stesso aveva invocato la guerriglia, suggerendo di vendere persino i propri abiti per comprarsi armi. Diciamocelo, l’odierno pacifismo e vogliamoci bene non ha fondamenti evangelici. G stesso ha invocato l’uso della forza contro i suoi oppositori, e i membri del suo circolo interno sono i più violenti di tutti.

Ma la giustizia trionfa e G, dopo essersi umiliato a curare quel valente servo dello Stato ferito dai suoi masnadieri, viene condotto via mentre i suoi accoliti fuggono.
Cosa ci vuole insegnare qui il Vangelo? Che di fronte a chi ti si oppone bisogna scappare, senza sognarsi di fare resistenza. Guai a sostenere la propria parte di fronte allo Stato, o a chi è più forte. Anche G, davanti alle accuse che gli vengono mosse, sceglie il silenzio di chi sa di non avere nulla di serio da dire.

Il giudizio susseguente, le botte, gli insulti, la flagellazione e la crocefissione probabilmente non sono mai avvenuti o, se pure lo sono stati, certamente in forma molto meno cruenta di quanto qualcuno potrebbe immaginare. In fondo parliamo di una civiltà basata sul diritto, e risulta difficile da credere che veramente si sia potuto operare su un imputato secondo modalità violente. Sarebbe un falso storico, per come noi raccontiamo la storia. Ma a noi quaggiù piace immaginare che siano vere, come punizione ben meritata per chi si è opposto in maniera tanto spudorata al buon governo e ai saggi sacerdoti.

Oggi, con la maggiore consapevolezza dell’età moderna, G probabilmente non si sarebbe ostinato nelle sue folli idee e avrebbe abiurato da esse molto prima di raggiungere l’ultimo giudizio. Sicuramente avrebbe messo su un blog, al limite avrebbe fatto il tuttologo alla televisione o sui giornali. Se pure si fosse impuntato non sarebbe stato condannato a morte, ma ad essere internato in un manicomio criminale. Quella sua ostinazione del volere morire per degli esseri umani dei quali non dovrebbe importargli niente non è che una condizione psicologica che all’epoca non poteva essere curata ma che oggi, con l’opportuno mix di farmaci e chirurgia, non dovrebbe essere difficile da eliminare.

Così avrebbe potuto evitare quella morte che avrebbe dovuto mettere la parola fine alle sue assurde avventure. Su questo contavamo tutti. Non avevamo però considerato la vena inventiva di quei personaggi ambigui noti come evangelisti. Pur di vendere qualche copia in più e predisporsi per un eventuale sequel hanno aggiunto capitoli posticci. Un assurdo lieto fine, almeno per loro. Per noi, niente che ci riguardi.

Non è Vangelo – XXIII – Indovina chi viene a cena

Cari discesisti nell’abisso, nella nostra rubrica di oggi tratteremo uno dei capisaldi della narrazione dei Vangeli così come l’insegnavano una volta, ora un po’ meno: quella fatale cena in cui “G”,  il falegname autoproclamatosi figlio del Nemico-che-sta-lassù, gioca con il cibo attribuendo a pane e vino doti divine.

Quando parliamo di “trattare” è chiaro che intendiamo parlare dello stesso trattamento che si è soliti riservare ai rifiuti. Dimostreremo infatti come tutta la vicenda non sia altro che una goliardata, un gioco di barcaioli ebbri. Noi demoni siamo persone molto più serie di quel salvatore posticcio finito appeso ad un palo: non ci ubriachiamo mai quando siamo in servizio, siamo entità assolutamente morali al di sopra, e anche al di sotto, di qualsiasi vizio.

I fatti ai quali ci riferiamo si svolgono appena prima che G sia finalmente consegnato alla giustizia per subire la meritata pena. Lui e i suoi amichetti pescatori si sentono tanto al sicuro dall’autorità costituita che decidono di affittare una sala per i loro bagordi. E’ a tutti noto che il gruppo del falegname è un giro di dissoluti festaioli: non perdono occasione per mangiare e bere alla facciazza dell’austerità. G non va troppo per il fino quando sceglie le persone che gli offrono il pranzo: mafiosi, intrallazzatori, ruffiani e prostitute sono l’abituale accompagnamento delle sue serate e, si presume, anche nottate. Evidentemente lo stimolano: i suoi discorsi più importanti li fa a tavola, di solito dopo qualche litro di rosso.

Ora, noi demoni non disdegniamo certo gli ubriaconi. Il nostro programma di recupero degli alcolisti è vasto e funzionante: non avete idea quanti ne recuperiamo, di solito dopo che sono schiattati per cirrosi epatica. Ma noi non saremmo mai giunti al livello di virtuosismo di G che giunge a definire il vino “suo sangue”. Ma che razza di tasso alcolemico doveva avere, quel tizio? Sicuramente, avesse guidato, gli avrebbero ritirato subito la patente.

Questa storia di identificarsi con il contenuto dei fiaschi e delle botti è palesemente una assurdità, uno scherzo fatto all’indirizzo dei suoi compagni di bevute troppo creduloni. Come dire, ricordatevi di me mentre sbevazzate. Loro, sprovvisti di senso dell’umorismo, l’hanno presa troppo seriamente.
Così come definire il pane suo corpo: perché proprio il pane? Perché non la marmellata, o l’arrosto, o il burro? Non ha pensato ai celiaci? Anche qui, chiaramente scherzava. Avrà fatto qualche battuta del tipo “date pane al pane” e quegli altri, troppo fusi, l’hanno presa nel verso sbagliato. Perciò, cristianucci, trovatevi altri modi di ricordare G. Va bene che non avete registrazioni, foto, filmati, e quindi non sapete né che aspetto aveva né che ha detto davvero; ma pretendere di associare la sua memoria al cibo è imbarazzante. Neanche si fosse a masterchef. A noi diavoli questa pretesa fa tanto schifo che preferiamo girare al largo ogni volta che abbiamo il sentore di quelle vivande.

Anche tra i seguaci di G c’era qualcuno a cui questa associazione proprio non andava giù: il più serio della compagnia, tanto che era quello che aveva la responsabilità della cassa. Sì, proprio Giuda Iscariota, che tanto ha sofferto per le ingiuste accuse che gli sono state rivolte persino durante quell’ultima cena. Traditore? E’ il nome con il quale sono sempre stati chiamati i collaboratori di giustizia da parte di mafiosi e camorristi. Ma la legge e l’ordine non sono opinioni, e c’è bisogno di qualcuno che si metta personalmente in gioco perché possano trionfare.

Si è sempre detto che Giuda abbia tradito, ma in realtà ci è stato costretto: è stato venduto lui per primo, ben prima che spinto dal dovere patrio si mettesse in gioco portando in tribunale il suo precedente datore di lavoro. Infatti, non era stato proprio G ad accusarlo di tradimento davanti a tutti, a tavola? Un caso eclatante di mobbing: non si può certo dire che sia stato trattato con equità, e fosse stato iscritto ad un sindacato le cose non sarebbero andate lisce per la banda dei galilei. Gli ha reso pan per focaccia, non lo poteva più digerire.

Espulso dal cerchio magico, se ne va, forse anche per evitare di sentirsi l’interminabile pistolotto del suo ex-capo su quanto lui sia figo, su quanto sia bello essere uniti, sul fatto che sono una manica di cretini che senza di lui non possono niente. Sempre così alle cene aziendali: il boss che si autoesalta, i sottoposti che lo sviolinano, il discorso programmatico su quanto la ditta deve fare se vuole continuare a dominare il mercato. Non vale neanche la pena di parlarne; sono solo banalità proferite da parte di un G evidentemente sotto l’effetto dell’alcol e in crisi con i riferimenti paterni.

Anche perché, a posteriori, il ricordare il tema trattato diventa imbarazzante. Non basta essersi lavati i piedi  – il fetore doveva essere terribile perché G stesso si abbassasse a sciacquarglieli – per smettere di essere di pescatori puzzosi e diventare dirigenti o aristocratici. Non basta un generico richiamo all’unità per unire gli uomini. Ora, noi siamo abbastanza favorevoli alle unioni civili, sebbene riteniamo che siano un po’ troppo vincolanti e limitanti la libertà delle persone. Ma qui non bastano: come sono fuggiti, dopo! L’errore del dilettante: se invece di dire ai suoi discepoli di rimanere nel suo amore li avesse costretti a farlo sarebbe stato molto più difficile per noi riuscire a farlo catturare. Parole, parole, parole, quando sarebbe bastato un po’ di forza. Ma non per niente siamo noi i padroni del mondo: perché sappiamo come ci si comporta con gli esseri umani.

Perché è chiaro che pane e vino sono un simbolo potente, dobbiamo dare atto all’inventiva del falegname, ma nient’altro. Un promemoria, ma sicuramente non una presenza reale, in grado di rassicurare quei quattro deficienti che lo seguivano. La sola presenza reale nel mondo siamo noi demoni, sempre lì dove un essere umano lotta contro i suoi scrupoli e le inutili convenzioni per riacquistare la sua libertà.
Perché anche noi dobbiamo mangiare.