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Dalla cenere: alla carne

Alla fine si è trovato.
Alla fine qualcuno c’è stato che ha preso su di sé la nostra inadeguatezza, se ne è fatto carico, e l’ha distrutta.
L’unica maniera di uscirne. L’unica maniera di superare il nostro essere creature finite è appoggiarsi su chi finito non è. Su chi si è assunto la responsabilità dei nostri fallimenti, dei nostri inevitabili fallimenti.
Una soluzione geniale. Una di quelle soluzioni che dopo sembrano quasi banali, tanto sono ovvie. Ma solo dopo.
Perché chi avrebbe osato concepire un Dio che non solo scendesse sulla Terra, ma si caricasse di tutta la sofferenza? Tutto il dolore? Che soffisse quel dolore, che morisse quella morte che è comune a tutti gli esseri finiti, a tutte le creature finite?
Che condividesse i tradimenti, le inadeguatezze, le miserie e le piccinerie che sono dell’uomo, di ogni uomo, e ne morisse?
Ne morisse. E risorgesse da esse. Diventando ancora carne, di nuovo carne.
Una carne nuova. La possibilità di una carne nuova. Rinnovata.
Gli errori sono morti. Passati. Non ci disturbano più. Non hanno più potere su di noi.
Se glieli diamo.
Se li diamo al crocefisso. Se li affidiamo a lui. Se ci affidiamo a Lui.
Se ci affidiamo a Lui, allora la sua croce diventa la nostra. Siamo tirati sulla sua croce. Siamo tirati nella Sua resurrezione.
E’ la sola via per arrivarci. Per sfuggire alla cenere che siamo e alla cenere che diventeremo.

Per essere Carne. Risorta.

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Dalla cenere: la sola possibilità

Cosa fare dunque con questa inadeguatezza che ci portiamo addosso? Siamo fregati da ogni parte.
Siamo fregati se facciamo finta che non ci sia.
Siamo fregati se ci affidiamo ad altri.
Siamo fregati se tentiamo di fare da soli.
Non sembra esserci via d’uscita, amici. Non se ne esce.
Queste ferite che ci portiamo addosso, queste ferite mortali che ci dissanguano e alla fine ci faranno morire non guariranno da sole.
Ci vorrebbe qualcuno che ce le togliesse. Queste piaghe che ci ammazzano, avremmo bisogno di una persona che le curasse. Qualcuno in grado di fare loro fronte. Che non si lasciasse distruggere da esse.
Insomma, ci vorrebbe un uomo che non fosse creatura finita e limitata come noi. E questo è impossibile, certo.

Ci vorrebbe qualcuno che si lasciasse ferire e uccidere; si lasciasse perforare il piede destro e il piede sinistro, la mano destra e la mano sinistra, e poi il cuore. Che prendesse su di sé tutta la sofferenza del nostro essere finiti, incompleti, eternamente incompleti. Togliendola a noi, prendendone il peso. Superando la nostra impossibilità.

Ma non basterebbe ancora, non basterebbe ancora che condividesse con noi il dolore di quelle ferite; no, dovrebbe anche vincerle. Dovrebbe essere più forte di loro. Più forte della morte, della morte che attende noi tutti esseri umani. E questo è chiaramente impossibile.

Dove troviamo qualcuno così? Dove troviamo qualcuno così che si lasci mettere in croce per noi?

E poi risorga?

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Dalla cenere: alla cenere

Che ammasso di contraddizioni siamo. Che facce di tolla. Che mentitori, imbroglioni, truffatori – e i primi gonzi che ci cascano siamo noi stessi.
Ci illudiamo, ci vogliamo illudere che la nostra finitezza non ci raggiunga. Stolti. Cretini. Poveretti.
La finitezza ce la portiamo addosso. Che tentiamo di ignorarla o di vincerla il risultato è lo stesso.
Cenere.

Prima o poi le nostre illusioni bruciano, e non rimane che cenere. Cenere del lavoro al quale tenevamo tanto, cenere dall’amore, cenere dai figli, cenere dai soldi, dalla casa, dall’auto, dallo sport, dagli amici, da noi stessi.
Ogni cosa si tramuta in cenere, e quelle alle quali più teniamo sono quelle che fanno più male, perché le teniamo in mano mentre bruciano.
E si trasformano in cenere.

Dalla cenere: io, sono

C’è qualcosa di peggio dell’ignorare il problema della nostra finitezza. Vi è un atteggiamento di più letale del ritrarsi di fronte ad essa. Esiste una presa di posizione più distruttiva del delegare ad altri, o a Dio, il compito di farvi fronte.
E’ il crederci infiniti.

Credere di sapere tutto. Di avere la soluzione per ogni cosa. Di essere il vaticanista che mancava, l’allenatore di cui la nazionale ha bisogno, il presidente del consiglio che ci vorrebbe. Se non riusciamo a far fronte a qualcosa è colpa delle circostanze, del capufficio o della mamma. Ma con eventi, superiori o genitori diversi allora sì, allora sì che non ci sarebbero problemi.
La nostra opinione è la sola corretta. Certo, ognuno possiede un briciolo di verità, però non ce ne sono molti come noi che abbiamo la torta tutta intera. Se qualche volta sembra che abbiamo torto è perché la verità non esiste, e in ogni caso eravamo male informati.

Sì, mi pare che l’abbiamo sentito quel termine. Peccato originale. Credere di essere come Dio. Ma è una favola antica, una leggenda, credenze che non trovano posto nella nostra sfolgorante modernità. Anche se il peccato esistesse, è una cosa che capita ad altri. A quelli che non sono come noi.

Questa è la quinta piaga. La più profonda, quella che sanguina di più, la più nuova e la più antica. Come un dolore del cuore, come un cuore squarciato dal quale esce del sangue che non si può fermare. Quel sangue è la nostra vita, il nostro essere uomini, e quando il sangue sarà esaurito non saremo che un guscio vuoto, pallido come cenere.
Sarà allora che riconosceremo, alla fine, di essere anche noi mortali.

Dalla cenere: quello che ci è dato

Il delegare ad altri quello che dovrebbe essere il proprio giudizio ha conseguenze letali. Questo è vero anche se quel qualcuno è Dio.
Ma come, voi direte? Il cristiano non dovrebbe fare la volontà del Signore?
Certo. Assolutamente. Appunto. Deve fare.

Dio non ci ha voluti marionette. Non ci ha voluti schiavi. Ci ha dato la vita, per grazia, e la libertà. Ci ha dato mani operose, e ci ha fornito i criteri per farle agire. Ci ha dato l’intelligenza per capire la realtà, la fantasia per superare i suoi limiti, la ragione per giudicarla.
Il fatto che siamo inadeguati non vuol dire che non possiamo fare niente. Vuol dire semplicemente che non possiamo fare da soli.
Non agire, attendere che sia Dio a farlo per noi, è altrettanto stupido che sperare di agire senza di Lui. Noi siamo le mani di Dio sulla Terra. Gli operai della sua azienda agricola.
L’operaio non sta ad aspettare che qualcun altro lavori in suo luogo, se ci tiene al posto di lavoro. Capisce gli ordini, afferra il loro significato, e cerca di seguirli il più fedelmente possibile.

L’attendere che Dio faccia al posto nostro si traduce nel cercare di piegare Dio al nostro giudizio. Di farlo lavorare per noi, al nostro posto. Poteva anche risparmiarselo, di farsi uomo, di sollecitare il nostro cervello, il nostro cuore. Di morire.
Seduti sui nostri deretani, attendiamo che Lui faccia quello che dovremmo fare noi. E questa è la piaga che ulcera la nostra mano, che ci impedisce di usarla. Invece di essere cristiani, di fare i cristiani, di utilizzare i doni che ci sono stati dati, attendiamo.
Non agendo, non facciamo vedere quanto riesce a fare un cristiano. Non giudicando, non mostriamo quanto è ragionevole essere cattolici. Pregassimo, almeno.
Ma forse attendiamo che Dio ci preghi per primo.

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Dalla cenere: non la tua testa

L’accorgersi di essere inadeguati alla realtà può dare una senzazione dolorosa. Spingerci a ricercare un rimedio. Uno dei più diffusi è certamente affidare il nostro pensiero ad altri.

Può essere gratificante ripetere parole d’ordine. Fare come fanno tutti, seguire il gruppo, avere gli stessi giudizi, gli identici atteggiamenti. Non è necessariamente sbagliato: in fin dei conti gli esseri umani condividono il medesimo cuore. Il desiderio di bellezza, di verità, di giustizia è in tutti noi.
I guai cominciano quando ci si affida totalmente al giudizio altrui. Al giudizio di altri esseri umani, con la loro storia, con i loro desideri, che non sono i nostri.
Di una cosa puoi star certo, con gli uomini: che ti useranno. Tu sei altro da loro. Magari senza neanche volerlo, ma useranno di te a loro vantaggio.
Se poi lo vogliono davvero, se il loro intento è proprio usarti allora è decisamente peggio. Il burattinaio esperto conosce bene come far danzare le sue marionette.
Non ti senti più inadeguato, perché non sei tu che ti muovi, ma al costo di perderti. Al costo di conformarsi. Al prezzo di cedere a quello che qualcuno ha chiamato “mondo”.

Non si può essere felici se si segue il criteri di altri, la vita di altri, il giudizio di altri. Ripetendo quello che dicono altri senza averlo pensato, imitando gesti senza viverli davvero, senza capirli appieno. Se si agisce come dicono altri, se si pensa come dicono altri, si finisce inevitabilmente nell’odio, nell’egoismo, nella sopraffazione. Nella noia.
Questa particolare piaga si chiama ideologia. E’ fin troppo semplice caderci dentro. Svendersi, darsi, concedersi. Farci forare il piede, fare passare attraverso il foro il chiodo che ci impedirà di volare.

Dalla cenere: la mano ritratta

Quante volte ci siamo sentiti come puntolini in un meccanismo incomprensibile. Bottiglie che galleggiano in un mare in tempesta. Sappiamo che qualcosa non va. Sappiamo di essere piccoli e fragili. E rinunciamo ad agire.

Molte, troppe volte, quello che ci manca non è la consapevolezza di chi siamo, dei nostri limiti, dei nostri desideri: ne siamo ben consci, dolorosamente consci. Quello che ci manca è la volontà di essere ciò che vorremmo, di mettere alla prova quei limiti, di lottare per quei desideri. E’ facile che accada dopo una battaglia persa, dopo una delusione, o anche solo per la paura di affrontare ciò che ci è sconosciuto e ostile.

Le difficoltà ci appaiono insormontabili, e preferiamo non tentare neanche di superarle. Taciamo di fronte al sopruso, non alziamo la voce contro l’ingiusto, lasciamo andare l’occasione perché tanto è così che va il mondo.
Magari siamo convinti così di ottenere di più. Di scappare dal Moloch. Restare immobili per non attirare l’attenzione del tirannosauro, che non ci noti.
Ma il risultato raramente è quello che ci aspettiamo. I forti e i prepotenti non si arrestano se le loro vittime non reagiscono. Anzi.

Se non osiamo stendere la mano per difendere ciò che ci sta a cuore vuol dire che non ci sta realmente a cuore, che consideriamo altro più importante. Che amiamo altro.
E questa è la seconda piaga della Chiesa, oggi: che tanti cristiani non la considerano abbastanza importante da rischiare per essa. Da osare per essa. Da anche solo parlare per essa. Per essa e per Cristo.
Il loro nome è quindi ancora cristiani?
Bottiglie in un mare oscuro, con dentro un messaggio che nessuno leggerà, inutili.

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Dalla cenere: l’uomo che non c’è

Certe volte mi domando se realmente il catechismo serva a qualcosa. Ora capisco certe domande un poco più profonde, più tecniche; ma spesso mi trovo a dovere rispondere a questioni sulla Chiesa che sono assolutamente fondamentali. O banali, se volete. Che basterebbe tenere gli occhi aperti, le orecchie attente, per conoscere. Eppure non si sanno; e questa ignoranza è indicativa di una ignoranza più profonda.

Si ignora, si sceglie di ignorare, quello che si è.

Si vive la vita senza farsi le domande che ogni persona si dovrebbe fare. Che ci faccio qui? Cosa fare per essere felice? Perché vivo? Ci è stato messo in testa che la risposta a queste domande non c’è. E che quindi è inutile porsele, una perdita di tempo.
Perché quindi si dovrebbe buttare ulteriore tempo ed energie interessandosi a chi di quelle domande pretende di avere dato una risposta?
Non c’è niente di più assurdo della risposta ad una domanda che non si pone. Se la domanda non ha senso, tutti quei tipi buffi vestiti da prete si agitano per niente. O per motivi più inconfessabili.

Questa è la prima ferita della Chiesa oggi, una ferita che non consente di camminare, un piede forato e piagato che la fa zoppicare e cadere. Che tanti, magari dicendo di far parte della Chiesa, hanno l’idea che non ci sia niente da capire della realtà. Che si viva, si vivacchi, e basta.
Si trascorre la vita nella banale quotidianità di ogni giorno, lottando per una promozione o guardando la tv, e nei rari momenti in cui potrebbe sorgere una consapevolezza – nascite, i funerali, o vedere persone inesplicabilmente felici – si sceglie di guardare altrove, di spiegare altrimenti, o di non spiegare affatto. La domanda aleggia però, nei giorni su giorni trascorsi senza lasciare traccia.
Occorrerebbe ridestare. Ma per destare qualcuno, bisogna essere svegli.

In questa maniera si sopravvive finché si arriva al punto in cui la domanda non può più essere ignorata. Il momento in cui ci si deve domandare per cosa si è vissuti. Guardarsi indietro, verso una lunga fila di eventi senza scopo, e accorgersi di ignorarlo.
Ci si può magari aggrappare ad un altro giorno inutile, ma anche questo finirà.

Dalla cenere: Mea culpa

Avevo previsto un certo itinerario per iniziare la Quaresima, una serie di post calibrati e consecutivi, e inopportunamente il Papa si è messo di mezzo.
La realtà è spesso inopportuna. Ci scompagina le carte. Ci costringe a rivedere i piani, che una volta rivisti saranno poi sconvolti ancora ed ancora. Ci porta ad ammettere, se proprio non abbiamo gli occhi foderati di formaggio, che siamo inadeguati.

Sì, inadeguati. Drammaticamente inadeguati, se abbiamo fede; disperatamente inadeguati se non ce l’abbiamo.
Ma l’inadeguatezza sarebbe ancora niente. Sarebbe normale. E’ il modo con cui spesso tentiamo di farvi fronte che causa i guai.
Possiamo ignorare il problema. Possiamo rifiutare di riconoscerlo. Possiamo dare ad altri il compito di agire e pensare per conto nostro. Possiamo dare addirittura a Dio il compito di farlo. E, infine, possiamo fingere di essere perfettamente adeguati.
Tutti questi atteggiamenti sono come ferite, come piaghe aperte. Ci indeboliscono. Ci distruggono. Ci faranno morire.

Oggi la Chiesa ci ricorda che da soli non possiamo fare nulla. Ma nulla viene fatto senza di noi.
Se buttiamo via la nostra libertà in pensieri, parole, opere, omissioni che non sono secondo la verità, secondo la realtà, secondo il bene allora la colpa è nostra. Se qualcosa va storto, la colpa è nostra. Se le piaghe sono aperte, la colpa è nostra. E’ mia, la colpa. E tutto si muta in cenere.

Partiamo da qui. Dalla cenere. E’ un buon posto da cui partire, perché è un niente che possiamo riempire.