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Indifferente VIII – Fuori dalla indifferenza

Il mattino è rotto dai pianti e dai gemiti. Il funerale si snoda per le viuzze strette. La sagoma stretta dai lenzuoli funebri è troppo piccola per essere portata da più di due persone. Basterebbe forse anche solo la madre. Oh, le madri sono abituate a sollevare i loro figli. Specie quando sono così minuscoli, così consumati. Ma lei, la madre, ha appena la forza di camminare. E’ giovane, è sola. Singhiozza disperatamente. Prima il marito. Ora il figlio, così giovane, la sua sola speranza. Così ingiusto.
Che dolore.
Tra le lacrime vede appena la persona che si piega su di lei. Non è un parente, non è del villaggio. Chi è questo straniero, chi sono questi uomini? Con che volto, con che faccia osa dirle quello che le dice?
“Donna, non piangere”
Il volto è commosso. Gli occhi, quegli occhi. Lo vede, che è commosso.
La donna lo vede avvicinarsi a quel corpicino che è, che era suo figlio.
"Ragazzino, sono io: alzati!"
Il lenzuolo si muove. Era suo figlio, è suo figlio, ancora. La chiama. Chiama lei!
Lei afferra quelle mani, mani forti, callose, da falegname, le bacia. Il dolore è sconfitto. La morte è sconfitta. Per un attimo, in quella terra di Naim di Palestina si è compiuto qualcosa di mai udito. Per un attimo l’infinito ha fatto la sua comparsa ed ha cancellato la sua distanza dal finito.

La gente, nella Palestina di Gesù, continua a morire. Continua ad ammalarsi. Continua la sofferenza. Continua il dolore. Quell’uomo che ne percorre le strade non è venuto a cancellare quella legge dell’universo. Non è venuto ad arrestarne gli effetti, a fermare l’evoluzione verso il prossimo passo, qualunque esso sia.
E’ venuto a dire che l’abisso tra finito e infinito non è incolmabile. Che la morte non è l’ultima parola. Che noi, qui, adesso, ognuno di noi ha un senso. Che non siamo destinati alla dissoluzione. Che il nostro dolore ha un senso, e una Redenzione.

Quel dolore che anche Lui ha provato, quelle mani buone perforate dai chiodi. L’infinito reso finito e appeso ad una croce a morire, a provare quello che prova ogni essere di questa terra, questa terra creata per il dolore e per la morte ma che non ha nel dolore e nella morte il suo senso ma solo un modo per andare avanti, crescere, verso una vita che non finisce.

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Indifferente VII – Se non foste un Dio crudele

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Credere in un dio crudele fa l'uomo crudele (Thomas Paine)

Fino ad ora, in questa nostra serie di post, ci siamo basati su dati di fatto incontestabili. Sulla realtà che non può essere discussa.
Adesso occorre fare qualcosa che possiamo chiamare un balzo di fede. Porre un’ipotesi.

Ammettiamo, per un attimo, che questo Dio che ha creato l’Universo e che ha creato anche la morte e il dolore si interessi a noi. Che oda questo nostro grido. Che non sia indifferente ad esso.
Poniamo l’ipotesi che questa cosa, questo Universo che Lui ha creato, a forza di morti e vite sorte da quelle morti sia giunto a generare qualcosa di assolutamente diverso dalla materia che non sa di essere e dalla materia che sa di essere ma che non riesce a concepire altro da sé. Che abbia prodotto qualcosa di più di una pianta, di un animale: un essere in grado di farsi domande.
Un essere in grado di ipotizzare Dio stesso. Di rendersi conto che in tutto quello che lo circonda ci può essere un senso, e cercare quel senso. Un essere in grado di dare al dolore un nuovo significato, una nuova profondità: perché non esiste dolore maggiore di quello conscio, di quello che si crede insensato.

Se il dolore è veramente l’abisso tra il finito e l’infinito, il dolore che ha perso il suo infinito è un dolore tanto grande da non potersi immaginare. E’ un dolore che non spinge più a cercare qualcosa di meglio, no, proprio l’opposto: è il dolore che recide i tendini, che fa cadere a terra, che spinge a seppellirsi invece di alzare la testa perché da esso non si può fuggire. E’ inutile, insensato. Disperato.

Cosa fareste voi, foste questo Dio, per ridare un senso a questo dolore? Per far fare un altro passo a questa punta di diamante della sua creazione, questa creatura così perfetta, così drammaticamente perfetta da capire di avere bisogno di Lui?

Indifferente VI – La direzione in cui corriamo

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Noi corriamo sempre in una direzione,
ma quale sia e che senso abbia chi lo sa?

(Guccini, Incontro)


Abbiamo visto nei precedenti post che morte e dolore possono essere visti come una legge universale.
Adesso torniamo alla nostra domanda iniziale. Questo progredire è fine a se stesso? E’ solo una conseguenza di come le cose sono o tutto concorre a qualcosa?

Il nostro Universo è stato paragonato ad un orologio estremamente complesso forgiato dal caso, o da un orologiaio cieco. Ci si può domandare a cosa serva un oggetto come un orologio, se valga la pena fabbricarlo in ogni caso – specie se uno è cieco ed è indifferente allo scorrere del tempo.

Se non ci fosse nessuno, se non ci fosse un senso allora anche questo concorrere a forme sempre più complesse non avrebbe un senso. La beffa di qualcuno che non c’è.

Se il dolore e la morte fossero solo crudeltà allora non dovrebbero avere uno scopo. Ma abbiamo visto che questo scopo, anche fosse solo fine a se stesso, esiste. Nessuno gode della morte e della rovina dei viventi. Neanche Dio.

Ma è indifferente, Dio, a tutto questo? Se esiste, è Lui che ha plasmato la Legge che regola il nostro mondo. Il grido del dolore vuole dire qualcosa per Lui oltre che il modo per ottenere…maggiore complessità?
Siamo solo dei punti di passaggio della creazione o noi, proprio noi, io, te, valiamo qualcosa perché siamo noi stessi?

Noi gridiamo il nostro dolore di esseri finiti. Qualcuno accoglie quel grido?

Indifferente V – La legge del dolore

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Abbiamo visto che la morte è legge dell’Universo, l’essenziale componente che fa sì che le cose progrediscano, migliorino, vadano avanti. La distruzione non è fine a se stessa. Non è una vana crudeltà ma la normale modalità con cui si passa a qualcosa di nuovo.

Se per la materia delle stelle questo è una conseguenze diretta delle leggi che governano atomi e molecole, la questione diventa decisamente più complessa quando passiamo alla vita.
Qualcuno crede che quella stessa modalità meccanica che governa nascita e dissoluzione degli astri si possa ritrovare in quella che viene chiamata selezione naturale, sopravvivenza del più adatto. Non si deve piangere la fine di una vita perché non è che il passo necessario di un meccanismo che si basa proprio sulla distruzione del più debole, dell'inadeguato.

Allora si potrebbe dire che il dolore stesso non è che un ennesimo trucco, un ennesimo modo per affinare questa progressione di utili morti. Se sfuggo il dolore cercherò modi di evitarlo. Avrò la spinta per oltrepassare i limiti che accettare la necessità della mia stessa inevitabile fine mi porrebbe.
Mi spingerà ad assaggiare piante nuove per non morire di fame, rendere acuminate pietre per difendermi dal lupo, piazzare le pietre su bastoni per meglio usarle…tutto per evitare di soffrire.

Tutto per avere un attimo di più, posporre l’inevitabile.
E’ questo dunque il dolore? E, soprattutto, questo ci può bastare?

Indifferente IV – Esiste

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Se io voglio andare avanti, se non voglio adagiarmi in una comoda vita sempre uguale ho bisogno di uno stimolo. Non di uno stimolo qualsiasi, ma uno stimolo potente; qualcosa che mi costringa ad alzare il sedere, non mi lasci assolutamente indifferente.
Qualcosa che mi colpisce alla bocca dello stomaco; che non mi lasci respirare, mi scuota fin nelle budella, mi renda impossibile fregarmene.

Sappiamo bene cosa siano questi stimoli. Alcuni di loro fanno riferimento all’animale che è in noi. La brama per il potere; la spinta del sesso; la fame, la sete, lo stesso sopravvivere.

Sopra queste esigenze primarie l’uomo, e solo l’uomo, ne mette altre. Giustizia. Libertà. Bellezza. Amore. Più forti anche dell’ansia di riprodursi, o del cibo, o di dominare l’altro.
Ma perché noi desideriamo, fortemente desideriamo queste cose?
E’ chiaro: perché non ce le abbiamo.

Se non esistesse l’ingiustizia non brameremmo la giustizia. La daremmo per scontata. Manco potremmo concepirla. Solo dove non c’è libertà essa è desiderata. Chi non sa cosa sia il brutto può non rendersi conto di ciò che è bello. E cosa dire dell’Amore? Manco ci rendiamo conto dell’Amore di Dio che ci fa esistere, non sappiamo immaginare cosa succederebbe non ci fosse ogni istante elargito
Non c’è nessuno di noi che invoca la forza di gravità. Essa c’è. Ogni giorno sorge il sole; l’acqua scorre, sotto il nostro piede la terra è solida.

Se non ci fosse l’ingiustizia, cosa ci spingerebbe avanti? Se non mancasse la libertà, cosa ci muoverebbe?
Se non esistesse il dolore, il dolore innocente, il dolore inspiegabile ed inspiegato, cosa ci farebbe cercare con ogni nostra energia, con ogni stilla di quel libero arbitrio che pure possediamo di raggiungere un luogo in cui esso non esista?

Indifferente III – L’evoluzione crudele

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Ma la morte a cosa serve? Abbiamo visto come sia una legge costante del cosmo. O essa non ha senso oppure ce l’ha. Quale sono le conseguenze della morte?

Anche le stelle muoiono, l’abbiamo detto. Cosa succede quando muoiono le stelle?
Gli astronomi guardano nel cuore delle galassie. Possono vedere le vaste nubi ribollenti che sono i resti delle stelle morenti, le immense bolle fatte di pressione, di gas, degli atomi pesanti che l’agonia di quelle stelle ha generato. Si rintracciano bene, quei gusci di materia, perché sono la culla di miriadi di altre stelle.
Così le stelle nascono. Il grido di morte degli antichi astri comprime e raduna l’idrogeno disperso, lo fa collassare nei bozzoli ribollenti che saranno i giovani soli. Arricchiti di quei componenti prima inesistenti, che l’estremo calore e pressione dell’esplosione finale ha generato.

Così il ferro, l’oro, il piombo, così gli atomi che ci compongono si sono fermati. Senza la morte di quelle stelle non esisterebbe la nostra vita. Come senza la morte di innumeri esseri viventi gli alberi non potrebbero crescere, gli animali mangiare, noi stessi essere.

L’esistenza di ogni cosa che ci circonda è segno e conseguenza della morte e dissoluzione di qualcosa che c’era prima. Ogni forma sempre più complessa deriva dalla sparizione di forme più semplici. La legge della morte ha un senso perché la morte non è fine a se stessa, è la maniera in cui l’universo stesso fa i suoi passi avanti.
Il senso delle morti di ieri è la vita di oggi. E’ l’esistente di oggi.

A questo punto occorre domandarsi: se la morte e la dissoluzione hanno un senso, perché la ribellione ad esso? Perché il dolore?

Indifferente II – La Natura indifferente

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Ogni cosa che vive deve morire. Questo lo sappiamo bene, anche se non lo comprendiamo. Non esiste creatura vivente che non debba prima o poi sparire, noi compresi. La stessa cosa, in una certa maniera, vale anche per le cose non viventi. Persino le stelle un giorno esaleranno il loro ultimo respiro d’idrogeno e svaniranno in un cosmo freddo.

Eppure ogni cosa vuole vivere. Ogni vivente cerca con tutte le forze di proseguire la sua esistenza il più possibile. E quindi quando se ne va, questa sua esistenza finisce, c’è il dolore.

Il dolore è l’urlo della materia che grida la sua brama di definitivo. E’ il grido del finito che cerca l’infinito.
Quando parliamo di dolore innocente, di dolore immeritato, quella sofferenza che più ci urta, è quando percepiamo più questa sproporzione. Quando ciò che muore è piccolo, indifeso, ancora in boccio.

Abbiamo visto che la morte è legge del cosmo. Il dolore è la ribellione a quella legge.
Ma qual è il senso della legge della morte, la legge dell’Universo? E quale senso ha ribellarsi, se questa legge non può essere vinta?
Che scopo ha il nostro grido, in un Universo indifferente?

Indifferente I – Indifferente, crudele, inesistente o…

Indifferente, crudele, inesistente o…La natura IndifferenteL'evoluzione crudeleEsisteLa legge del doloreLa direzione in cui corriamoSe non foste un Dio crudele

Prima di leggere i post che seguono, sarebbe meglio avere già letto, avere già dato una scorsa a quanto ho esposto nella serie "Assassini". Sono argomenti che darò per scontati e non ripeterò. Qui si cercherà di fare un passo avanti, di cercare di comprendere qualcosa che è sempre stato definito incomprensibile, qualcosa che è sempre stato un ostacolo, la pietra in cui si inciampa, l’argomento da evitare.

Qui si parlerà di dolore.

Non pretendo di spiegarlo con certezza. Non pretendo di averlo capito. Non asserisco di avere la verità in tasca. Il mio è un tentativo che parte da ciò che conosco e che fa dei piccoli passi logici, segue alcune intuizioni, prova ad azzardare ipotesi.

Partendo da un presupposto: tutto ciò che esiste ha un senso, una ragione d’essere.
Non si va avanti se non partendo da una ipotesi positiva. Se voi pensate che l’universo – Dio – sia indifferente, o crudele, che non esista questo senso allora vi invito a continuare a leggere, a confutarmi con la stessa logica, ad applicare l’intelligenza delle cose che pure avete. A rifiutare ciò che dico, se non vi convinco. Ma con il cuore libero dal pregiudizio. Fate questo favore a me; fate questo favore a voi stessi.