Qualcuno

Il cristianesimo non è qualcosa da sapere, ma Qualcuno con cui vivere

Punture di spillo

Che i sapienti stessero ad accapigliarsi su quanti angeli possano danzare su uno spillo mentre i Turchi assediavano la loro città di Costantinopoli è una sprezzante diceria di epoca illuministica.
Eppure devo dire, con una certa amarezza, che l’odierna discussione sulle assurde macchinosità imposte oggi ai riti cristiani in certi momenti mi ricorda qualcosa del genere.

Il mondo sembra avere dimenticato Gesù Cristo, e noi ci concentriamo su simili questioni? Certo, il rispetto è importante; la giusta devozione; la preoccupazione sacrilega…
Stolti e sciocchi che siamo. Se c’è una cosa che Cristo ha chiarito bene è il posto della Legge. I farisei erano attentissimi alla pulizia, compivano mille abluzioni: ma questo conquistava loro anche solo una briciola di paradiso? Gesti vuoti, di uomini per uomini, fatti con la migliore delle intenzioni, fino a far dimenticare il significato autentico. Il diavolo è nei particolari, si dice.
Il giogo di quella Legge è stato spezzato: vogliamo rimettercelo sulle spalle? Vogliamo ancora una volta adorare l’inutile, venerare non una tradizione ma un’abitudine? Domandiamoci il senso, la ragione di ciò che facciamo. Il cristianesimo non è un automatismo.

Non leggo che Gesù abbia lodato Marta, per la sua frenesia nel fare le cose per bene, ma Maria che stava ad ascoltare; e quando Gesù spezzò il pane ad Emmaus, e quando mise a cuocere il pesce su un fioco di sterpi sulle rive del mare di Tiberiade, non fu con sfarzo, con un cerimoniale. Se avesse voluto sopra ogni altra cosa il decoro, sarebbe morto in croce?
RendiamoGli lode, santifichiamo con un’attenta liturgia. Ma non ci venga in mente che l’importante sia il modo in cui lo facciamo. Che ciò che conta sia il meccanismo. Non ami perché rendi onore, ma rendi onore perché ami.

L’ha detto, l’ha detto chiaramente: niente di quello che arriva da fuori può corrompere. L’Eucarestia con gocce di succo d’uva rubate in una cella fetida, era forse sacrilega? Il pane raffermo consacrato dai preti prigionieri, era invalido? Nostro Signore è sceso in mezzo al fango e agli escrementi di questo nostro mondo, e noi pensiamo di mantenerlo puro preservandolo dalla polvere e dal disinfettante. Se avessimo chiaro che cos’è quel pane e quel vino, capiremmo che nessun contenitore è abbastanza puro o pulito. Quando l’unico contenitore che si augura di trovare davvero puro e pulito è il nostro cuore. Perché è venuto per pulirlo, per riaggiustarlo.
Sa che siamo indegni. Si è incarnato apposta.  Il modo di mancargli di rispetto è non riconoscere chi è.

La più solenne e rigorosa liturgia compiuta nell’abitudine e nell’indifferenza è blasfema come quella stravolta dal più ideologizzato dei sacerdoti senza fede. Oh, Dio viene. Ma dove trova il luogo in cui abitare?
Possiamo continuare pure a discutere di minuzie nel deserto delle sacrestie. Uomini che parlano di leggi di uomini, per uomini.
Quando Lui vorrebbe solo venire tra noi, e che noi lo testimoniassimo.

 

Irsuto

Mi sono detto, all’inizio della quarantena, o lo faccio adesso o non lo faccio più.

E così l’ho fatto. Ho smesso di tagliarmi i capelli e la barba.

L’idea era di provare ad assomigliare a questo:


Ma, ora come ora, sembro piuttosto

o, come qualcuno sostiene,


.
Comunque, ho appurato che:

  • Non tagliare è comodo, ma la zazzera e il resto tengono parecchio caldo. Meglio l’esperimento farlo d’inverno.
  • La crema per mustacchi aveva un suo perché. I baffi fanno un effetto fanone di balena, e tentano sempre di andare a solleticare le tonsille. Poi, nonostante si immergano in ogni tipo di sostanza durante la nutrizione, non si insaporiscono così facilmente.
  • Anche se non hai praticamente visto nessuno per mesi a parte i tuoi stretti familiari, è utile nel caso di videoconferenze tenersi nel buio o controluce per evitare sguardi di orrore, pianti di bambini e ululati di cani

Non so per quanto ancora terrò l’onor del mento di questa irsuta lunghezza. Voi che ne dite? Vi mostro, giusto per farvi un’idea, come sono ora:

(No, non somiglio a Tom Hanks. E’ lui che somiglia a me)

Un ricordo non basta

Ho cominciato oggi a rileggere un libro che mi era molto piaciuto, parecchi anni fa.
E’ una riscoperta. Ne ricordo la trama a grandi linee, alcune scene sono vivide. Ma la sua ricchezza mi era passata di mente; così come delle altre centinaia e cantinaia di volumi che sono state le mie passate letture.
Non fu tempo perso; ma il tempo implacabile stinge i colori, diluisce il gusto. La memoria ci dice quanto ci piacque; ma il passato non è un presente.

Siamo uomini limitati. La nostra testa non contiene tutto. Il nostro cuore vorrebbe, ma non può. Occorre, di tanto in tanto, tornare a nutrirsi alla fonte, perché un ricordo non basta.

Abbandoni

Deserto e vuoto. Deserto e vuoto. E tenebre sopra la faccia dell’abisso
È la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?
Quando la Chiesa non è più considerata, e neanche contrastata, e gli uomini hanno dimenticato
tutti gli dei, salvo l’Usura, la Lussuria e il Potere.

dai «Cori da “La Roccia”» , T.S.Eliot,

 

Sono un paio di giorni che mi risuona nella testa l’amara domanda che T.S.Eliot pose nei suoi «Cori da “la Roccia”», quella domanda che Don Giussani usò come base per il suo bellissimo libro “La coscienza religiosa dell’uomo moderno”.

È la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?

Has the Church failed mankind, or has mankind failed the Church? Il poeta, in inglese, usa il verbo “fail“. Che significa abbandonare, ma vuol dire anche fallire, errare, mancare, non riuscire. E quelle parole girano e girano, perché le vedo vere. Quel poema dovrebbe trovare posto nei libri profetici.

Per parafrasare Eliot, la Chiesa si è abbandonata all’umanità, invece che a Cristo.

Da ieri sarei potuto tornare all’Eucarestia. Invece ancora niente; al mio paese ancora non hanno riaperto; e neanche in quello vicino, dove talvolta da transfughi migravamo, io e mia moglie, in cerca del sacramento. Bisognerebbe andare ancora più lontano, ed è complicato.

Una parte della colpa ce l’hanno le assurde misure di sanificazione. Le chiese devono seguire norme che neanche i reparti di trapianti all’ospedale; mentre, a dieci metri, ci si scambiano i sacchetti del pane senza mascherina. L’ho detto, lo ripeto: c’è una volontà di distruggere la Chiesa unita all’idiozia di incompetenti. E all’accettazione supina, o peggio, di chi il sacramento dovrebbe difenderlo e se ne sente padrone.
San Giovanni Paolo II l’aveva scritto nella sua ultima enciclica, ormai dimenticata:

“La Chiesa vive dell’Eucaristia. Questa verità non esprime soltanto un’esperienza quotidiana di fede, ma racchiude in sintesi il nucleo del mistero della Chiesa.”

Invece c’è chi sembra pensare che essa sia una sorta di spettacolo cinematografico, che se non c’è posto il film lo vedi poi, magari alla tv. Spero di riuscire ad entrare in chiesa, domenica, data la riduzione di posti e il fatto che sia stata anche abolita una messa. Troppo ravvicinata, non si riusciva a sanificare. Così c’è il concreto rischio che la gente resti fuori; ma è stato votato a maggioranza di non inserire una celebrazione supplementare. Confidando sul fatto che molti resteranno a casa, sono invitati a stare a casa. Compresi gli anziani; quegli stessi che, i pomeriggi dei giorni feriali, vanno magari tre volte al supermercato.

Ma se la chiesa non serve per i sacramenti, a che serve? Temo la risposta che molti in parrocchia potrebbero dare. E alla mia domanda quella iniziale di Eliot suona piuttosto come una risposta.
Forse bisognerà lasciare che la fiamma si spenga, per poterla riaccendere da quella Luce invisibile che le tenebre ci fanno desiderare.

Sembra passato un secolo

Avrebbe compiuto un secolo. E un secolo sembra passato dalla sua epoca.
Anche noi, che l’abbiamo veduto, sembriamo avere dimenticato.
Volevano chiamarlo Magno, ma oggi a stento viene nominato; talvolta per denigrarlo, a volte con imbarazzo, oppure per strumentalizzarlo. Così siamo fatti noi uomini.

Veniva da un paese per noi lontano, aveva un nome che intrecciava la lingua. Era uno del popolo, che aveva lavorato, che aveva visto da vicino nazismo prima e comunismo poi, e anche quell’altra ideologia ancora più insidiosa che vuole trasformare ogni cosa in nulla. Forse neanche un’ideologia, solo un nuovo trucco di un antico Nemico. La Chiesa sembrava essere destinata a soccombere, di fronte a tali avversari, che parevano non potessero essere fermati. Una congrega di vecchi, destinati all’irrilevanza: così appariva a tutti. Pochi, pochissimi, osavano ancora proclamare pubblicamente un credo così fuori moda.

Arrivò lui, cambiò tutto. Molti indicano nella sua persona il fattore determinante per la caduta del comunismo sovietico, e va bene, d’accordo. Ma quello era un albero marcio, corrotto al suo stesso interno; l’errore si autodistrugge. No, per me fu altro il dono che portò. Fu ben altro il suo merito. Fu il far vedere che il cattolicesimo non era un affare di vecchi; non era una superstizione basata sulla paura; non era qualcosa di moribondo, morto, sepolto, ma una vita la cui forza era sufficiente a erompere da qualsiasi sepolcro si fosse tentata di infilarlo.

Valorizzò la gioventù, la forza, la bellezza; mostrò che Nietzsche aveva torto, Stalin aveva torto, che tutti gli innumerevoli profeti di falsi e muti dei erano in errore. E non lo fece con la persuasione, con belle parole, con gesti ad effetto; oh, ci furono, ma non erano che la conseguenza dell’unica cosa che lui mostrava, cioè la Verità, e quella Verità era Cristo. Lo splendore del vero, che illuminava tutto, toglieva le paure, spalancava le porte di mille prigioni e rendeva liberi.

Univa il carisma e la simpatia umana con doti artistiche, intellettuali, teologiche fuori dal comune. Anche queste, però, erano come illuminate dall’interno da una fede enorme, che non si arrotolava su se stessa ma erompeva a cambiare il mondo. Non ci voleva grande sensibilità a capire che si era davanti non solo a una persona eccezionale, ma tanto più un santo. Quando la malattia colpì, quando quelle doti vennero meno, era ciò che rimaneva evidente.

Ovviamente, fu combattuto. Non poteva essere altrimenti. Ricordo bene le beffe e le calunnie. E quei colpi di pistola. Oh, sì, quel maggio, quel giorno di Nostra Signora di Fatima in piazza S. Pietro; se tutto non finì quel giorno lo potremmo chiamare caso, o forse protezione soprannaturale da parte di quella Signora a cui era tanto affezionato.

I colpi di pistola sono il meno; sono ben altre le armi in campo contro la Chiesa. Ce ne stiamo rendendo conto ora, con gli anni che passano più veloci dello sfogliare delle pagine del Vangelo sulla sua bara, il giorno dei funerali. Dove sono finiti tutti quei giovani? Dov’è finita quella Chiesa che sapeva parlare di Cristo al mondo, che anche i potenti temevano? Dove sono tutto coloro che lo applaudivano?

Dov’è finita la verità?

E’ difficile vederla; sembra impossibile, in questa oscurità. Ma

“Anche se sono vissuto fra molte tenebre, sotto duri regimi totalitari, ho visto abbastanza per essere convinto in maniera incrollabile che nessuna difficoltà, nessuna paura è così grande da poter soffocare completamente la speranza che zampilla eterna nel cuore dei giovani. Non lasciate che quella speranza muoia! Scommettete la vostra vita su di essa! Noi non siamo la somma delle nostre debolezze e dei nostri fallimenti; al contrario, siamo la somma dell’amore del Padre per noi e della nostra reale capacità di divenire l’immagine del Figlio suo. Là, tra gli uomini, è la casa di Cristo, che chiede a voi di asciugare, in suo nome, ogni lacrima e di ricordare a chi si sente solo che nessuno è mai solo se ripone in Lui la propria speranza.”

Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II, 18 Maggio 1920 – 2 aprile 2005

Difesa d’ufficio

Da: Comitato Assegnazione Opere Sataniche
A: Ufficio Propaganda Infide

Diavolacci incapaci, mi è giunta notizia che il Servo Emerito del Nemico-che-sta-Lassù si è fatto di nuovo vivo. Si parla di un libro, un altro. Non dovevate trovare il modo di farlo scomparire? Indagate e fatemi sapere appena possibile,

S.P. Berlicche, Arcidiavolo

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Da: Ufficio Propaganda Infide
A: Comitato Assegnazione Opere Sataniche, c.a. Direzione

Vostra Irosissima Profondità,
abbiamo messo gli artigli su un’anteprima del libello. Come c’era da aspettarsi, quel decrepito ripetitore dei bofonchiamenti celesti dedica più di un pensiero a noi e al nostro operato. In un punto afferma che il pericolo più grave per la sua congrega sta nella dittatura a livello mondiale di ideologie apparentemente umanistiche: contraddirle costerebbe l’esclusione dal consenso sociale.
Come osa! E’ assurdo che qualcuno possa pensare o scrivere queste corbellerie e ancora pretendere che siano pubblicate.
E’ vero che esprime anche lodi per il nostro operato, dove sostiene che oggi costa caro negare concetti pochi anni fa impensabili, come l’aborto o il matrimonio omosessuale. Ribadisce che la società moderna ha elaborato un credo anticristiano che scomunica socialmente chi lo respinge; e quindi è naturale temere il potere spirituale dell’Anticristo.  Ora, se questo non è un riconoscere il nostro duro lavoro, non so cosa sia!
Comprendo però che simili concetti debbano essere nascosti agli umani; qualsiasi accenno a manipolazioni dell’informazione deve essere assolutamente rimosso, come Lei c’insegna.
Stiamo già richiamando i nostri agenti migliori tra gli umani per diffondere una smentita.

Orgogliosamente,
Draghignazzo,  responsabile Ufficio Propaganda Infide, sez. Decima Bolgia

***

Da: Comitato Assegnazione Opere Sataniche
A: Ufficio Propaganda Infide

Incompetenti, io vi mando a cogliere fiori nei campi!
Una smentita è la cosa peggiore. Occorre giocare sulla credibilità. Visto che è evidente che non è rincoglionito, puntate sul credo medioevale e arretrato, o qualcosa del genere.
Aspetto notizie,

S.P. Berlicche, Arcidiavolo

***

Da: Ufficio Propaganda Infide
A: Comitato Assegnazione Opere Sataniche, c.a. Direzione

Vostra Profondità,
Abbiamo seguito il Vostro eccellente suggerimento.
Abbiamo ordinato una campagna stampa che segua questo ritornello: “Ratzinger: nozze gay e aborto sono segni dell’Anticristo”. In questa maniera gli umani penseranno all’abituale crociata antimoderna di un povero demente, dato che, per quanto ne sanno loro, se Cristo non esiste figurarsi l’Anticristo (ahr, ahr), e viceversa. Nessun accenno all’esclusione sociale di chi la pensa differente da noi. Il Vecchio è neutralizzato.

Subdolamente,
Draghignazzo,  responsabile Ufficio Propaganda Infide, sez. Decima Bolgia

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Da: Comitato Assegnazione Opere Sataniche
A: Ufficio Propaganda Infide

Siete i soliti idioti, incapaci a fare i coperchi. L’idea era buona, ma vi siete resi conto che tutti i titoli in tutti i canali di informazione erano esattamente uguali?!? Secondo voi, chi legge non se le fa due domande su questa sospetta uniformità? Va bene che i nostri succubi terrestri non hanno molta fantasia, ma almeno potevate raccomandare di usare qualche aggettivo differente, no? Sfido che vi beccavano subito a copiare, all’accademia infernale.
Meno male che il terrestre medio è già tanto se ne legge uno, di titolo, se è scritto grosso. Quelli capaci di ragionare sono già del Nemico; accontentiamoci degli altri.

il Vostro Arcidiavolo Berlicche


Di congiunti e disgiunti

Hanno destato una certa ilarità quelle parti delle disposizioni in tema di “fase 2” della quarantena in cui si suggeriva che i fidanzati diciamo “non stabili” si sarebbero dovuti guardare negli occhi da distanza di sicurezza, dietro le rispettive mascherine, e basta. “Seeeh”, il commento più comune.

Solo a me la cosa ha fatto tristezza? Perché, da quando sto al mondo, non sento dire altro che bisogna lasciare “mano libera” (per non parlare di altre parti anatomiche) a chi si “ama”; che certe pulsioni sono naturali e impossibili a dominarsi; che nessuna limitazione può essere imposta nelle questioni sessuali, anzi, più ci si scatena meglio è. Ed ora me lo dite con quale faccia pretendete la distanza? Con quali ragioni mi motivate il rispetto? A vantaggio di chi, di cosa uno dovrebbe fermarsi?

Se avete raccontato che la mia vita eterna non conta niente, cosa dovrebbe importarmi della vita di qualche vecchio? Voi, proprio voi, mi avete ritronato con il vietato vietare; ora, che pretendete?
Foste coerenti con le vostre ultime affermazioni dovreste cominciare sommessamente a dire che noi cattolici non eravamo poi così sessuofobi, quando fornivamo motivi per non accoppiarsi come scimmie in calore; che un rapporto davvero stabile è ben differente dalla trombata libera, e anche da tutte quelle forme pseudotemporanee che ci sono state imposte nel frattempo; che la famiglia non è poi quell’entità astratta e sorpassata, sepolta dall’inarrestabile diffondersi del pensiero moderno. I congiunti obsoleti come il congiuntivo.

Temo però sia inutile aspettarsi che alcuni cervelli si disannebbino quel tanto da permettere di vedere il vero. La realtà non è contagiosa, si può tranquillamente viverci in mezzo senza venirne toccati. In fondo, però, che possiamo dire? Anche noi che dovremmo essere vaccinati ci siamo cascati; anche noi ridiamo di quelle disposizioni, come se l’impossibilità a trattenere a freno i propri istinti fosse davvero inevitabile, certificata, naturale. Come se non ci fosse un destino, la purezza, la fedeltà, l’amore.
Come se davvero fossimo bestie, e non uomini.

Scelte

Due brevi, brevissimi pensieri riguardo alla “conversione” all’Islam di quella italiana recentemente rientrata in Italia dopo il pagamento di un notevole riscatto.

Molti, anche in casa cattolica, hanno inneggiato alla libertà religiosa e apparivano quasi contenti che la suddetta signora avesse deciso di sottomettersi, una sottomissione ben diversa da quella cristiana. Permettetemi di dissentire.

Certo, c’è la libertà religiosa. Ma non posso essere contento se qualcuno usa di questa libertà per farsi schiavo. Dovrei inneggiare a Giuda, che fece la sua scelta libera; dovrei essere contento di tutti quei cristiani che tradirono e tradiscono per paura, per mancanza di fede, per opportunismo: anche la loro è, secondo il concetto di costoro, libertà.
Siamo liberi di sbagliare. Ma un libero sbaglio rimane tale: la scelta consapevole di un errore. E un errore ha sempre conseguenze.

Per me la libertà è qualcosa di differente: è volere ciò che si deve essere. E’ seguire la verità che, secondo le parole di Nostro Signore, ci rende liberi. Chi sceglie qualcosa di differente fa una scelta di prigionia, di schiavitù, di morte. Se qualcuno non pensa che Cristo sia la verità, può pure dissentire; ma sentire opinioni diverse da chi asserisce di essere cristiano fa nascere tante domande.

Poi, è chiaro, “il figliol prodigo”; ma non ditemi che quel padre era contento di vedere andare via suo figlio, dell’uso che faceva della sua libertà. Il suo comportamento successivo lo smentisce. E’ felice quando torna, non quando va.

Non mi manca che una piccola nota al completamento del pensiero. Certo, quella donna si è convertita a una religione falsa e omicida, e giù tutti a stracciarsi le vesti.
Ma quanti dei figli di questa nostra cristianità si convertono ad altri dei, se possibili persino più feroci? Al Denaro, al Successo, alla Lussuria? Alle ideologie assassine? Al dio più terribile in assoluto, al Nulla?
Mi aspetterei che si condannassero anche quelle scelte, che sono scelte di morte; sono scelte di dannazione, di vite vuote, gettate via. Guardare tanti che si allontanano dalla verità non si può fare con il sorriso sulle labbra, o con l’indifferenza; se non c’è dolore, se non c’è preghiera per loro, vuol dire che quell’amore non c’è neanche in noi. Perché di chi si ama non si vuole che il bene.

La memoria non è uno sport per spettatori

Mi facevano notare che nell’ultimo post ho usato il termine “memoria” in maniera potenzialmente ambigua:

“La strada [per il Mistero] (…) passa per la memoria di un uomo che, unico, ha detto non “quella è la via”, ma “io sono la via”. Quella memoria è precisamente ciò che è la Messa.”

Perdonatemi, ho usato il termine in un’accezione che potremmo definire “giussaniana”. Per Giussani, infatti, la memoria non è un pio ricordo, ma l’attuarsi qui ed ora di qualcosa con cui siamo entrati in contatto in passato. Quando Cristo ha detto “fate questo in memoria di me”, non ha inteso “pensate a me, di tanto in tanto“; il questo a cui fa riferimento è il rinnovarsi del Suo sacrificio, mangiare la Sua carne, bere il Suo sangue. E’ precisamente il punto che sta dietro tanti fraintendimenti di cosa sia la Messa; essa è usualmente posta in termini protestanti, per ignoranza o per malignità. Per i protestanti non è che un simbolo, e un simbolo te lo puoi mettere in tasca e scordarti di esso.

No, per noi cattolici la Messa è un avvenimento, e un avvenimento di cui siamo parte integrante. Non è una partita alla quale assistere, non è qualcosa che risieda solo nella nostra mente; è il Signore, Dio, vivo in mezzo a noi.  «Quando la Chiesa celebra l’Eucaristia, fa memoria della Pasqua di Cristo», recita il Catechismo. Pasqua è morte, è resurrezione della carne: non c’è niente di più concreto.
No, non è lontano ricordo, non può essere abitudine. E’ Dio in mezzo a noi. Che lo possiamo ritrovare, come un amico, come un Padre reincontrato dopo una lunga assenza.

 

Le rogne

Un giornalista che si firma con il nome di un predatore noto per ridere a sproposito ha pubblicato oggi il seguente trafiletto sul suo giornale:


Meno male sì, perché se no rimarrei una creatura finita, preda di tutte le disgrazie del mondo, senza una speranza. In una prospettiva puramente umana, cosa mi toglie dalle mie miserie? Come posso tirare avanti, di fronte ai mali, al crollo di ciò che mi sosteneva, alle ingiustizie?
Il fatto stesso che sentiamo qualcosa come ingiusto, come male, mi dice che un concetto di giustizia c’è, un bene al quale paragonarlo c’è, uno scopo per vivere c’è. Ma dov’è la strada che conduce ad esso, questo Mistero che sentiamo vero ma che non siamo in grado di trovare con le nostre forze?
Passa per la memoria di un uomo che, unico, ha detto non “quella è la via”, ma “io sono la via”. Quella memoria è precisamente ciò che è la Messa.
Le fede non è che toglie le rogne, ti dice che l’orizzonte del vivere non sono le rogne.

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Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei creatura finita.
Sono nato e mi sento dissolvere. Mangio, dormo, riposo e cammino, mi ammalo e guarisco, mi assalgono senza numero brame e tormenti, godo del sole … e di quanto la terra fruttifica.
Poi io muoio e la carne diventa polvere come quella degli animali che non hanno peccati. Ma io cosa ho più di loro? Nulla, se non Dio.
Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei creatura finita.

(San Gregorio Nazianzeno)

I tempi degli unicorni

Se vi lamentate che i leader di oggi siano deludenti e inferiori a quelli che c’erano un tempo, e quindi pensate che l’evoluzione abbia fatto cilecca, ricordate questo: Darwin ha elaborato il concetto di survival of the fittest, sopravvivenza del più adatto.
In tempi di merda, non sono gli unicorni bianchi a prosperare.

La fine del topo

Pulizie, pulizie. Sono ancora a casa, ed ho esaurito i lavori che mi hanno tenuto impegnato finora. Devo finalmente fare quello che ho sempre detto avrei fatto se ne avessi trovato il tempo e, ahimé, di quello ora ne ho fin troppo per le mani.
Così mi sono fatto coraggio, e son marciato come un sol uomo verso la cantina.
Quindici anni e passa di abbandono l’hanno resa un posto salubre e ordinato quasi come le soffitte del castello di Dracula. Festoni di ragnatele, sparsi ovunque un numero di strumenti affilati ed appuntiti in grado di armare un reggimento, e strati di polvere da cui si possono numerare le ere geologiche. Tra ieri e oggi sono riuscito a riordinarne una parete, e il pavimento fino a centocinquanta centimetri da essa.  Sono abbastanza soddisfatto; la parte su cui ho lavorato è passata da “discarica abusiva etrusca” a “magazzino semiabbandonato”. Tribù intere di ragni mi voglion far causa per lo sfratto: la nostra famiglia, dicono, abitava qui da generazioni.

La vita è piena di fenomeni strani, di cui non si trova la spiegazione, ma documentati da innumerevoli esperienza pratiche: la sparizione dei calzini, l’annodarsi di qualsiasi cavo lasciato incustodito per dieci secondi, l’accumulo di materiale spurio in sgabuzzini e cantine un tempo ordinatissime fino a colmarle. Se provi a svuotarle troverai le cose più inaspettate: lo stesso carissimo strumento che hai acquistato il mese scorso, ma vecchio di dieci anni; quindici paia di cesoie da giardiniere, tutte funzionanti; una bottiglia di solvente che il solvente ha corroso, e che è diventata tutt’uno con il pavimento; e le mummie.

Ho trovato la prima dopo avere rimosso una catasta di paletti di legno rosi dai tarli. Era là sotto, e non so come ci possa essere finita. Perché è strano trovare la mummia di un topo in una cantina abitualmente infestata dai gatti quale è la mia. Non escludo che possa essere stato un gatto stesso a portare il topolino lì, come trofeo; questo è senz’altro vero per la seconda mummia che ho trovato, ad un paio di metri dalla prima, quella di un uccello, una gazza di medie dimensioni.
Ma il topo, non so. Era in un posto difficilmente raggiungibile, e sembra intatto, la lunga coda incurvata a semicerchio, in una posa curiosamente simile a Etzi, la mummia umana trovata in un giacciaio trentino qualche anno fa. Data la reazione di mia moglie quando le ho portato a vedere il rirovamento, credo sia più daggio non postare direttamente l’intera foto dello sfortunato roditore, che comunque potete vedere qui. Sembra qualcosa uscito fuori da un film di Indiana Jones.

Va bene, era solo un topo. Fosse stato vivo, l’avrei inseguito con la ramazza. Ma il suo cadavere mi ha riempito di una trstezza un po’ malinconica. Un memento mori in piccolo, un senso di fraternità con quell’esserino morto solo in un luogo scuro e ostile, gli occhi ciechi che non vedranno più il cielo.

La fede e la pestilenza

Mi giunge voce girare su internet un brano che si millanta prelevato da una mia lettera; debbo smentire. Sebbene si possa trovare in quel dialogo qualche mia eco, esso è apocrifo; non fa parte di quella raccolta di miei pensieri che un certo C.S.Lewis pubbllicò una vita d’uomo fa lassù sul vostro mondo; anche perché in quella sede furono rilasciate dall’editore non dialoghi ma solo lettere scritte. Può essere utile però una citazione presa proprio da quel libercolo, che vi allego qui di seguito:

“Considera inoltre quali morti indesiderabili càpitano in tempo di guerra.
Gli uomini vengono uccisi in luoghi dove sapevano di poter essere uccisi, e dove si recano, se appena sono del partito del Nemico, preparati.
Quanto sarebbe molto meglio per noi se tutti gli esseri umani morissero in case di salute costose, in mezzo a dottori che mentiscono, infermiere che mentiscono, amici che mentiscono, come io li ho educati a fare, promettendo la vita ai morenti, incoraggiando la convinzione che la malattia scusa ogni indulgenza, e perfino, se i nostri lavoratori sapessero bene il mestiere, tenendo lontano ogni accenno ad un prete per tema che colui tradisca all’infermo la vera condizione in cui si trova! Quanto è disastroso per noi il continuo richiamo alla morte che la guerra offre! Una delle nostre armi migliori, la mondanità soddisfatta, è resa inservibile.
In tempo di guerra neppure uno degli umani può pensare di vivere per sempre.
So che Draghignazzo ed altri hanno veduto nelle guerre una grande occasione per sferrare attacchi contro la fede, ma io ritengo esagerato codesto punto di vista.
Agli esseri umani partigiani del Nemico, è stato detto chiaramente da Lui che la sofferenza è una parte essenziale di ciò che Egli chiama Redenzione; e perciò una fede che vien distrutta da una guerra o da una pestilenza non valeva proprio la pena di distruggerla.
Parlo di quella sofferenza diffusa per un lungo periodo quale la guerra produrrà.
Naturalmente, nell’esatto momento del terrore, del lutto, o del dolore fisico puoi catturare il tuo uomo mentre la sua ragione è temporaneamente sospesa.
Ma anche allora, se egli si rivolge al quartier generale del Nemico, mi son accorto che il posto militare è quasi sempre difeso.”

(“Le lettere di Berlicche”, lettera 5)

Capito? Mi ha reso molto felice sapere che, in presenza di codesta attuale pestilenza in tono minore, ci si sia precipitati ad allontanare i preti non solo dagli ammalati, ma anche dai sani; a negare quella sofferenza, e quindi anche quella Redenzione, come fosse qualcosa di incidentale, di nessun conto per la vita e per la morte; come se si potesse fuggirla per sempre.
Se la ragione non è sospesa solo temporaneamente, ma in permanenza, quale maggior regalo per la nostra causa? Nel posto militare del Nemico il telefono squilla a vuoto, devono essere tutti a casa in quarantena.

Vostro affezionato
Arcidiavolo Berlicche

Onestà interna

Abolisci la religione, se ti pare. Addossa ogni cosa al governo secolare, se ti pare. Ma non essere sorpreso se un macchinario che non aveva altro scopo tranne quello di assicurare la decenza esterna e l’ordine fallisce nell’assicurare l’onestà interna e la pace.
G.K.Chesterton

Una caratteristica degli idoli è quella di non rispondere mai adeguatamente. Questo perché gli idoli sono fabbricati da mani d’uomo, e l’essere umano, si sa, è fondamentalmente inadeguato. La realtà è molto più complessa di quanto lui possa arrivare a capire, figurarsi poi cosa possa trasmettere a qualcosa da lui realizzato. Abbiamo tutti esperienza di libretti d’istruzioni e macchine rotte.

Questo tanto più vale quando l’idolo non è un oggetto ma una ideologia, un partito, un uomo. Interrogato, messo alle corde, questo prodotto umano fallirà. Non se ne esce, non si scappa; per quanto in gamba si sia, per quanto intelligenti, sapienti, audaci, se siamo idoli falliremo, se crediamo in essi saremo delusi e disillusi. Vale sia per l’idolo muto che per l’idolo parlante. Ce lo chiede l’Europa, ce lo dice la scienza, lo sostengono gli esperti: quante volte ancora dovremo battere il naso?

Lo Stato è da un bel pezzo nella hit parade degli idoli più gettonati. Ci sono stati filosofi e pensatori che gli hanno attribuito poteri quasi divini; come se dalla mente di uomini limitati e confusi potesse mai uscire qualcosa di meglio di loro. Come dice bene Chesterton nella citazione qui sopra, non dobbiamo pensare che ci possa dare la salvezza, o anche solo una ragione per essere migliori. L’equivoco è stato perpetuato da chi usa dello Stato per la sua personale ricerca di potere: fa comodo poter far credere ai cittadini che tutto ciò che fai è giustificato. La tendenza a credersi divinità è radicata nel genere umano fino dai tempi dell’Eden.

Attenzione, però: anche la Chiesa può essere un idolo. Lo è quando confida negli uomini (fossero pure santi, figuriamoci quando non lo sono) e non in Dio. Lo è se pensiamo che basti far parte di essa per risolvere tutti i nostri problemi; quando stiamo ad aspettare che ci salvi, lei.
Mentre non è che un mezzo per farci arrivare un messaggio, il modo per tenere desta speranza e memoria, il luogo in cui possiamo vedere che le promesse non sono vane.
Ma guai a noi, se ci aspettassimo dagli uomini quello che è di Dio; guai a noi, se aspettassimo da un apparato, si chiami Chiesa o si chiami Stato, ciò che è compito nostro fare.

Vero o falso?

Haran socchiuse gli occhi. Aveva un gran mal di testa; la sera prima, la baldoria era stata forse un po’ eccessiva. Colpa dei suoi ospiti, che non erano abituati alla moderazione; ma lui stesso non aveva esitato a seguire il loro esempio. Aveva vaghi ricordi di corpi nudi in piscina, risate sguaiate, bottiglie vuote. Raddrizzò la testa. Era seduto. Si forse era addormentato sul divano? Era un po’ troppo scomodo per esserlo, però…
…ma questo non era il suo attico. Non era un posto che conoscesse. Sembrava uno scantinato, semibuio, umido, caldo. Detriti, rifiuti, rottami di ogni genere ingombravano il pavimento. Haran cercò di passarsi la mano sulla faccia, e scoprì di non poterlo fare. Le sue mani erano dietro la schiena. Immobilizzate. Con un crescente senso di allarme, mano a mano che la situazione si rivelava ai suoi sensi ancora addormentati, scoprì che non poteva neanche alzarsi. Era su una sedia, e le sue gambe e il suo corpo nudo erano legati ad essa.

…L’avevano rapito?
Si guardò attorno, freneticamente. Il sedile era in qualche modo fissato al pavimento. L’unica parte del corpo che poteva muovere liberamente era la testa, il resto era bloccato. Già gli stavano prendendo dei crampi, non avrebbe saputo dire se fossero la conseguenza dei bagordi della notte o dovuti all’immobilità.

Ricacciò la bile che gli saliva dallo stomaco, provò  a gridare. Ne uscì una sorta di gracidio. Ritentò. “Aiuto! Aiuto!”
Una porta, nella penombra dietro di lui, si aprì. Con la coda dell’occhio colse un movimento, e poi rumore di passi, lenti. La persona appena entrata fece l’ingresso nel suo campo visivo. Sembrava essere un uomo robusto, che vestiva una sorta di tunica scura. Il volto era nascosto da una maschera carnevalesca, di quelle di gomma a basso prezzo, raffigurante un diavolo. Haran provò un senso di terrore acuto. Questo tipo non sembrava qualcuno che fosse lì per salvarlo.

“Grida pure se vuoi. A me fa piacere, e solo io ti posso sentire”. La voce dell’uomo mascherato era bassa, raschiante. “Hai finito di folleggiare, eh? Cattiva idea, quella di mischiare sostanze. Potresti trovarti dove non vorresti.”
“Cosa… cosa vuoi da me?” domandò Haran, tremando.

“Da te? Solo fare quattro chiacchiere. Scambiare idee. Tu ne hai tante, no? Vai in giro a venderle. Fai spettacoli con star del cinema, intellettuali, politici, potenti. Tu esponi il tuo pensiero, in teatri pieni dove le poltrone costano come lo stipendio di un operaio. E’ il tuo mestiere. Sei famoso.”
L’uomo con la maschera girò attorno alla sedia su cui era prigioniero Haran.

“Sei un filosofo. Un pensatore. La gente crede a quello che dici, anche perché ti vendi bene. Sei arguto, spiritoso. E chi dialoga con te ti regge il discorso. Ti fa da spalla. Li scelgono apposta. Non ti piace quando qualcuno ti contraddice, o pone in evidenza gli sbagli che commetti.”
Haran rabbrividì. Questo era un fanatico. Era stato rapito da un maniaco religioso. La specie peggiore.

L’uomo continuò, confermando ciò che il prigioniero aveva intuito. “Il tuo lavoro principale è dichiarare false le religioni. Per te non sono altro che un cumulo di miti, di falsità. Sono come un film, un libro di avventure. Prodotti commerciali, o artistici, niente di più.”

Girò ancora attorno a lui, avvicinò la maschera al suo orecchio. “Per te non sono che menzogne. Tutte. Ma dimmi, come fai a sapere che lo sono? Chi te lo ha detto? Rispondi”.

Ma Haran non rispose. “Se spiego come la penso questo mi ammazza”, si disse. Il silenzio si allungò. Il suo carceriere sospirò. “E va bene”, sussurrò.

Si udì un raschiare, uno sfrigolio, la luce dello scantinato cambiò. Un dolore atroce al fianco, l’odore di carne bruciata, la sua. Urlò. L’uomo mascherato ora reggeva una sorta di piccola fiaccola accesa.

“Fa male, vero? Ma questo è ancora niente, se non mi dai soddisfazione.”

Haran ansimò. “Io…io… sbagliavo… le religioni sono vere… è vero, è tutto vero…”

L’uomo accostò nuovamente la fiaccola al suo braccio.

Quando le urla scemarono, l’uomo continuò. “Non mi interessa la menzogna. Le conosco anche troppo bene, le tue bugie. Non ti salveranno. Ti ripeto la domanda: come fai a dire che le religioni sono false?”

Haran pensò: “E’ folle. Devo stare al suo gioco”.

“Perché è ovvio”, disse. “Non esiste un Dio, non esiste il soprannaturale. Quindi anche quelle storie non possono essere che miti e menzogne, pensate per procurarsi da vivere e per il potere”.

L’uomo con la maschera di demone annuì. “Finalmente butti fuori quello che pensi. Forse non ti sei reso conto però che con le tue parole ti sei descritto esattamente. Tu credi che certi fatti siano menzogne perché tu ti procuri da vivere, ottieni il potere esattamente così. Raccontando storie, fingendo. Quindi pensi che tutti siano come te: avidi parolai, attori. Ma, perché ci sia la menzogna, ci deve essere anche la verità. Se non esistesse la verità non ci sarebbe neanche la menzogna, perché essa è la negazione della verità. Dimmi, allora, qual è questa verità?”

“Io…io non lo so.”

“Strano, sembravi così sicuro sul palco, l’altro giorno, quando la negavi”. La fiaccola bruciava lentamente, con un filo di fumo oleoso. L’uomo sembrò pensare per qualche istante. “Va bene, facciamo un gioco. Si chiama vero o falso. Se tu sai distinguere così chiaramente la verità e la menzogna da sapere con sicurezza cosa sia avvenuto e cosa no, dovresti trionfare in questi giochi. Dovresti andare a qualche trasmissione televisiva, e vincere tutti i premi, faresti anche più soldi che con le conferenze. Cominciamo dalle questioni semplici. Dimmi, l’estensione delle terre selvagge in nord America è maggiore, percentualmente, rispetto a quelle in Africa?”

Haran si umettò le labbra. Era facile. “L’Africa ha più terre selvagge, ovviamente. Falso”.

L’uomo annuì. “Bene. E ora dimmi: Shakespeare e Cervantes, i due più grandi scrittori di Inghilterra e Spagna, morirono lo stesso giorno?”

“Questa la so”, si disse. “Sì, entrambi il 23 aprile 1616”

Il suo inquisitore si lasciò scappare una risatina. “In effetti, non morirono lo stesso giorno, ma a dieci giorni di distanza. L’Inghilterra in quegli anni non aveva ancora adottato il calendario gregoriano, a differenza della Spagna, così il 23 aprile 1616 in Inghilterra corrisponde al 3 maggio in Spagna. E in Africa la percentuale di terre selvagge è molto minore di quelle in nord America.  Hai chiamato vero ciò che è falso, falso ciò che è vero.”

“Ma questi sono giochetti”, protestò Haran, “Non sono importanti”.

“Non sono importanti dici? Perché non c’era nessun premio, nessuna punizione per le risposte. Allora rendiamoli importanti. Mettiamo in palio qualcosa. Se risponderai in modo errato alle prossime domande, io ti brucerò il volto. Prima le orecchie, poi gli occhi, poi il naso, poi la lingua… ma tu, essendo così sicuro di cosa sai, non dovresti avere problemi, vero? Cominciamo: il polo sud di Saturno è di forma esagonale.”

“E’ assurdo, sicuramente falso”

L’uomo accostò la fiaccola al suo orecchio destro, provocandogli una sofferenza immensa. Urlò e urlò.

“Urli, eh? Ormai dovresti averlo compreso. Non sai, ma hai parlato come se sapessi. E questo ha causato del male a tante persone, che fidandosi di te hanno sbagliato a loro volta. Ti assicuro che queste sofferenze sono ancora niente, rispetto a…”

Haran alzò la testa. “Basta! Basta! Falla finita! Il tuo inferno, il tuo paradiso, il tuo dio non esistono! Io so chi sei! Un fanatico! Tu vuoi solamente farmi morire!”

L’uomo rise. “Hai appena perso il gioco. Ogni cosa che tu hai detto è falsa. Il paradiso e l’inferno esistono, e anche quell’altro di cui parli. Io non sono un fanatico, ma un lavoratore a cui piace il suo mestiere…” afferrò il bordo della maschera da demone, se la tolse. Il volto al di sotto era esattamente uguale a quello che aveva indossato fino ad un attimo prima. “E non voglio farti morire. Sarebbe impossibile. Perché, vedi, ieri hai veramente esagerato con la baldoria…”

Le pareti dello scantinato sembrarono dilatarsi, sciogliersi, in qualcosa di infinitamente peggiore e rivoltante.

“…tu sei già morto.”

 

Il Filosofo e la massa

Il Filosofo non appartiene alla massa. Il Filosofo disprezza la massa ignorante perché lui sa. La massa si lascia affascinare dal momento presente perché il suo pensiero è approssimativo e inconsistente, a differenza di quello del Filosofo che invece non è mai superficiale. Anche quando il Filosofo sembra enunciare fatti storici distorcendoli e semplificandoli come un bignamino di ideologie passata, non è davvero così: siamo noi, esseri limitati, che non comprendiamo la vastità delle sue conoscenze e la profondità del suo pensiero. Dovremmo essergli grati che non ci accechi con il suo splendore.

Il Filosofo, per esempio, ha la certezza che la religione non sia altro che superstizione che avvolge alcuni concetti utili. Per lui è superstizione tutto quanto non rientra nell’ambito da lui razionalmente verificabile. Quali siano i suoi criteri di razionale verificabilità non è dato conoscere, ma in fondo non importa: tutto ciò che riguarda le religioni deve essere superstizione, perché fatto per la massa ignorante. Che alcuni avvenimenti possano essere davvero accaduti, siano storia, non lo sfiora. Sono impossibili, e basta. Quello che davvero lo preoccupa è che, seguendo i Filosofi a lui precedenti nel rifiutare la religione, gli ignorantoni abbiano finito per buttare via il bambino con l’acqua sporca, ovvero abbiano cestinato anche la morale.

Sì, perché secondo la concezione del Filosofo, le religioni sono state studiate a tavolino per impressionare la massa ignorante – ci tiene molto al termine – e analfabeta. Ottenendo però in tale maniera di oscurare e travisare l’apparato teoretico sottostante. Come sia possibile il sorgere di tale apparato a prescindere dai fatti storici il nostro Filosofo non lo approfondisce, ma tant’è. Se gli  esempi, tipo l’usuale sparata sulle crociate e sulle indulgenze, vi paiono ridicolmente inconsistenti, presi di peso da una propaganda vecchia di tre secoli, è perché siete anche voi parte della massa. Ignoranti.

Attenzione, però, ammonisce il Filosofo: il progresso ha reso possibile anche a voi, popolo, l’accesso alla conoscenza. Anche voialtri gente comune ora potete abbandonare la fede (ovviamente sempre cieca) in una inesistente entità superiore e le superstizioni ad essa connesse; ma, essendo ignoranti, non siete in grado di afferrare che potrebbe essere utile mantenere alcuni di quei precetti che ora sbeffeggiate. Meno male che qui per voi c’è il Filosofo.

E’ proprio lui, il Filosofo, che ci può fare abbeverare alle parole dei profeti Feuerbach e Nietzsche. Ai quali il cristianesimo, pur non avendone capito una cippa secca, stava abbastanza sulla (inesistente) anima: ostacolava la loro volontà di potenza. Già, perché è evidente che l’Uomo può tutto, sa tutto, è in grado di qualsiasi cosa, purché non ci sia qualche prete a ricordargli che è creatura finita. Beh, ciò non vale proprio per tutti gli uomini, che com’è noto sono massa ignorante; quantomeno per i Filosofi.

E’ proprio per venire benignamente incontro a questa massa ignorante, ignorante, ignorante (non sono mai abbastanza le ripetizioni) che il Filosofo, Hegel sulla nube al suo fianco, propone l’Inganno. Sì, Dio non esiste, ma sarebbe più utile si facesse finta esistesse; altrimenti, come si fa a tenere sotto controllo questa massa di beceri convinta che, siccome non esiste una divinità e l’uomo regna, tutto sia permesso? Tsk tsk, non si rendono conto di non essere davvero uomini, loro.

Siccome “Dio esiste” è superstizione e “Dio non esiste” fa crollare la società, il Filosofo propone la sua via: “Dio è dentro di voi”. Ah, illuminazione! Come abbiamo fatto a non pensarci prima! Ora, il becero cristiano (ignorante) potrebbe alzare la manina e far notare che, dai tempi di Eva e del serpente (ok, superstizioni), questo è già stato tentato: è il “sarete simili a dei” che il mitico tentatore ha suggerito là nell’Eden. Suggerimento che poi si risolve in un “fai quel che cappero ti pare”, non poi così distante da quella mancanza di morale che tanto spaventa il Filosofo. Già, perché se Dio è dentro di noi, come facciamo a distinguerlo da quella vocina egoista che ci dice di fregarcene del prossimo? Chi ci indica il criterio oggettivo della morale, se non c’è un Qualcuno esterno alla nostra soggettiva testa umana?

La risposta non può che essere una: è il Filosofo ad indicarcela. Il suo dio interiore ha proprio questa missione, guidare noi massa ignorante.
Toh, il Filosofo ha fondato una sua religione.
Ma, per me, è tutta superstizione. Il Filosofo mica esiste.

I giocattoli dei potenti

Coloro che negavano di essere cristiani, o di esserlo stati, ritenni di doverli rimettere in libertà, quando, dopo aver ripetuto quanto io formulavo, invocavano gli dei e veneravano la tua immagine, che a questo scopo avevo fatto portare assieme ai simulacri dei numi, e quando imprecavano contro Cristo, cosa che si dice sia impossibile ad ottenersi da coloro che siano veramente Cristiani.

Lettera di Plinio il Giovane a Traiano, 111 dC.

 

Mi facevano notare, in relazione al post di ieri, che quella a cui stiamo assistendo non è propriamente una persecuzione. Ci stanno ignorando.

Come se non contassimo niente; come se non solo non contasse niente la dimensione religiosa, ma proprio la Chiesa. Oppure come se fossero estremamente confidenti che non ci sarà dissenso, protesta, contestazione.

In effetti chi si adegua al potere, chi crede in un dio che si può tranquillamente adorare al buio della propria stanzetta, in riti virtuali a cui è sufficiente assistere dal divano e basta, fastidio non ne dà. Una fede intima, che non si rifletta sul mondo, o che serva solo per essere un bravo cittadino, onesto, magari dedito al volontariato ma totalmente allineato con ogni legge e ogni decreto, è proprio ciò che qualunque governante, fosse pure il più ateo e miscredente, si augura.

Perché questo governante sa che quando chiederà che si adori l’idolo di turno, si sacrifichi per l’imperatore, questo onesto cittadino sarà in prima fila. Eh, gli è stato chiesto, occorre ubbidire all’autorità.

Solo se si è cittadini di un altro mondo, di un altro regno, di un diverso Re, solo in quel caso si infastidisce. Solo in quel caso si viene perseguitati. Perché ciò che è ragionevole per il re di questo mondo non è ragionevole per il cittadino di quell’altro; e quella cittadinanza è tale che si è disposti a morire pur di non rinnegarla. Vale più della vita, vale più della morte. I cristiani, quelli veri, lo sanno. Anche Plinio il Giovane, in quella impressionante lettera all’Imperatore che citavo all’inizio, se ne rende conto.

La Messa non è uno spettacolo teatrale, come pensano gli ignoranti, coloro che non hanno fede. E’ la memoria reale, tangibile, non virtuale di un fatto. Cristo non ha detto “leggete questo”, o “immaginatevi questo”, ma prendete e mangiate, bevetene tutti.

I tre tipi di persone che descrivevo ieri, i nemici, gli indifferenti, gli sfruttatori, faranno di tutto per cancellare quel fatto. Per nascondere quella memoria, che è l’unica cosa in grado di mettere in discussione il loro potere, il loro dominio, il loro giogo su di noi. Senza di quello, noi non esistiamo. Siamo i giocattoli dei potenti.
Nessun bambino viziato vorrebbe che gli fossero sottratti i suoi giochi. Urlerà, minaccerà, ricatterà. Cercherà di fare sembrare ragionevoli le sue pretese, assurde le nostre idee di verità.

Gli cederemo?

Se l’hanno fatto a me

C’è gente che è indignata perché le chiese sono state chiuse, e i supermercati no. Non io.
C’è gente che si è infuriata perché vengono colpite le messe, e non le librerie. Non io.
C’è gente stranita perché il 25 Aprile è stato permesso, e la Pasqua no. Non io.

Perché sono abituato a provare a vedere come la realtà oltre l’immediato. Sono abituato a cercare le ragioni, a capire le conseguenze. Così, penso che non poteva essere altrimenti, dato lo stato delle cose. Data l’evidenza delle cose.

L’evidenza delle cose è che le nazioni, le nostre nazioni, sono governate in gran parte da gente che ha in odio il cristianesimo. Al potere chi sono persone cresciute disprezzando chiese e altari. Spesso non solo disprezzando, ma cercando di distruggere. Uomini e donne convinti che il mondo sarebbe un posto migliore senza Chiesa e senza chiese. Sono le stesse persone che hanno votato leggi che hanno abbattuto e svilito quella che è stata per secoli, millenni, la morale della comunità cristiana; persone che andavano in corteo, dimostravano contro ciò che la Chiesa insegnava, il pugno alzato, a volte anche abbassato. Che hanno urlato la morte di Dio. L’hanno detto, l’hanno scritto, l’hanno gridato. Sappiamo da dove vengono, sappiamo dove hanno intenzione di andare. Ce l’hanno detto, anche se per opportunismo talvolta dissimulano. Quindi, come potremmo presumere?

Naturalmente non sono sole. Sono accompagnate nel governo da moltissimi altri che non odiano davvero il cristianesimo, quanto non lo conoscono. Non hanno più idea di cosa sia; sono ignoranti, e quindi non riescono neanche a capire da dove arrivi la civiltà, le leggi, la morale che dicono di seguire. Non è stato loro insegnato, o è stato insegnato loro sbagliato, o comunque hanno dimenticato perché non interessati. Quello che chiediamo come cattolici li lascia indifferenti, perché non lo capiscono. Per loro è come una lingua aliena, incomprensibile, un rito di cui non afferrano il significato e che non interessa. Questi sono chi ci comanda, chi amministra le cose, chi decide. Quindi, come possiamo pretendere?

Voi direte, ma non vi hanno ancora distrutto. Questo per una ragione semplice. La gente che odia il cristianesimo, e quelli che non lo conoscono, sono trattenuti da una terza categoria di persone: quelli che il cristianesimo lo usano.

Sono spesso chierici; spesso fanno a loro volta parte della prima o della seconda categoria che ho descritte. Sono coloro che pensano di potere adoperare il cristianesimo per vivere, per arricchirsi, per comandare o, in un certo senso più nobilmente, per dare un morale, per blandire e placare il popolo, per governare gli idioti. Sono complici dei primi, che pensano di poter sfruttare; sono strumenti dei primi, da cui vengono sfruttati. Non si rendono conto dell’odio o, pur rendendosene conto, pensano di riuscire a cavalcarlo, illudendosi.

Questi sono i capi delle nazioni. Qualche nazione più, altre meno. Chi ci odia, chi non ci capisce, chi ci usa.

Capite perché non mi indigno, non mi straccio le vesti? Perché le cose stanno così: il cristianesimo, come quasi sempre, è semplicemente perseguitato. Niente di cui stupirsi. Ci è stato detto, è stato predetto. Perché è esattamente quello che hanno fatto a Cristo e noi, che lo seguiamo pur con tutto il nostro orgoglio e le nostre illusioni, non siamo più, non siamo meglio di Cristo.

Un’ottima idea

Dove oggi sorge la mia casa un tempo c’era una cascina. Una tettoia e una stalla ne occupavano il retro; furono abbattute, per far posto a un piccolo orto e un prato cosparso di alberelli da frutta.
Il prato, si sa, si bagna di rugiada, di pioggia, si riempie di fango. In previsione dei bambini che sarebbero arrivati decisi di tracciare in giardino dei sentieri fatti di lose – le piatte pietre che da tempo immemorabile dalle mie parti servono a pavimentare e a ricoprire i tetti. Permettendo così alla mia famiglia di andare nell’orto con i piedi asciutti, passeggiare tra le piante anche se l’erba fosse stata alta.

Fu un lavorone; scavare, piazzare le pietre, fare in maniera che fosse agevole camminarci sopra. Tutta la mia comprensione per gli antichi romani e gli schiavi che tracciavano le loro vie. Alla fine, un anello si snodava in mezzo al verde come gli steli di una decorazione liberty. L’occhio era appagato.

Dopo qualche tempo mi accorsi del mio errore. Avevo tracciato sentieri che andavano dalla casa fino alle varie destinazioni in fondo all’orto; l’avevo fatto immaginandomi che ciascuno li avrebbe percorsi.
Ma non era così. In alcuni punti, invece di seguire le dolci curve da me immaginate, era più comodo tirare dritto; invece di passare davanti al melo, era più rapido aggirarlo; e certi tratti in orizzontale semplicemente nessuno li percorreva. Inutili.
In altre parole, quelle stradine erano la mia personale utopia. Solo alcuni tratti erano intensamente usati; altri, si ricoprirono in breve tempo di erba.

Oggi, di tanto in tanto, riporto alla luce quelle pietre del sentiero, asportando le zolle che le hanno nascoste. Sentendomi un po’ un archeologo, uno che riscopre i resti di una civiltà defunta, i rimasugli dimenticati di qualcosa che, un tempo, qualcuno aveva pensato essere un’ottima idea.

L’illusione è un’illusione

Se il mondo al di fuori di noi, le altre persone, non esistessero che nella nostra mente, perché ne sentiremmo così acutamente la mancanza?

Una lontana primavera

Sono seduto con mio suocero in giardino, all’ombra del melo cotogno. Il sole è caldo, ma c’è un venticello freddo che spazza il cielo sereno e gli alberi.
Lui indica verso le montagne. “Laggiù, a duecento metri, c’erano due cannoni e una mitraglia. Per gli aerei inglesi. Quando sparavano, o c’erano i bombardamenti, mia mamma apriva tutte le porte e le finestre per evitare che si spaccassero i vetri per lo spostamento d’aria. Sarebbe stato difficile trovare da cambiarli, con la guerra e tutto. La notte, quando cadevano le bombe, il cielo era tanto luminoso che si poteva leggere fuori. Io avevo paura, perché mio papà e mia mamma lavoravano in città. Mamma alla Manifattura Tabacchi, papà alle Officine Grandi Motori. Andavano laggiù tutte le mattine in bicicletta, quindici chilometri. L’avevano chiamato alla leva due volte, ma era riuscito a non partire perché i motori delle navi qualcuno doveva pur farli.”
Guarda lontano. “Poi sono arrivati i tedeschi. Per quindici giorni facevano tutti la strada qui davanti, tornavano in Germania. Proprio qui passavano, come qualche anno prima era passato il Duce. Mia madre mi aveva alzato sulle spalle perché lo vedessi, lui aveva salutato con la mano. I soldati, invece, facevano paura. Mi avevano detto, fategli fare quello che vogliono, tanto se lo prendono.  Noi avevamo le mucche, e la mattina facevano la fila con la gavetta in mano per riempirla di latte. Io avevo dieci anni, ero sempre l’ultimo della fila. Grazie a Dio avevamo la campagna, così avevamo abbastanza da mangiare. Mia madre mi dava un pezzo di legno, tutte le mattine, per la stufa della scuola; se no si stava al freddo. Spesso invitava anche i miei compagni a fare merenda sinoira, merenda e cena insieme. Loro tiravano la cinghia, noi almeno avevamo la farina dei campi. La nonna faceva il pane in casa, si alzava alle cinque per andare al forno a cuocerlo. Poi, nel fine settimana, andavamo con il carretto dai parenti in città, per farli sfollare.”
Si arresta. “Eh sì, la guerra è il fuoco del diavolo, meno male che tu non l’hai vista”.
Non si sentono quasi rumori, nessuno è in giro con la quarantena. Lui alza la testa, come a ricordare il suono dei cingolati e degli scarponi militari. “Sì, ringrazia solo”.

 

Sperare negli uomini

Che cosa sarebbe di noi, se il cielo fosse vuoto? Coloro indicati come più saggi, più esperti, sembrano essere i peggiori a capire, a gestire la situazione. Coloro che dovrebbero guidarci sembrano a tratti folli, o sprovveduti, o cinici opportunisti. E’ difficile trovare due scienziati che non si contraddicano, e la cattiveria e il sospetto dilagano senza conoscere ostacoli.
Chiunque, filosofo, intellettuale, giornalista o la più semplice delle persone, può rendersi conto che l’uomo ha fallito. Che non è quel dio che pensava di essere; che la sua conoscenza è perlopiù vana e inadeguata; che basta un imprevisto per buttarlo giù dal piedestallo.
Qualsiasi disegno o progetto, ora, non ha consistenza, è menzogna, favola da raccontare per tenere buoni i bimbi. Le ideologie, le filosofie, non sembrano altro che bubbole architettate da idioti, senza rapporto con il reale. Come possiamo ancora sperare negli uomini?

E’ ora di renderci conto del nostro niente. Ma proprio perché siamo niente, eppure ci siamo, vuole dire che c’è chi ci ha voluti. Non siamo niente circondati dal nulla; siamo sotto un cielo che ci ama, in un tutto che ci abbraccia; noi, i ribelli arroganti; noi, figli.