L’età del silenzio

La ragione per cui quest’estate ho chiuso un pochino più presto del solito il blog è perché nelle ultime settimane sono stato occupato in casa nei preparativi per accogliere una certa Signora. Ognuno di noi l’incontra di persona una volta sola, ma quando viene vicino in visita c’è comunque da fare. Lei è passata ieri, compiendo il suo mestiere con la maggiore delicatezza possibile; è stata l’attesa la parte di gran lunga più dura.
Non mi dilungherò, e non fornirò particolari alla curiosità. Morire di questi tempi è una occupazione impegnativa, ci sono ancora molte cose a cui pensare prima di domani, e dopo ancora.
Per coloro di voi che ancora credono in un Paradiso e in una vita eterna, una preghiera sarà gradita. Voi che non credete, ripensateci. Comprendo che possa essere difficile da comprendere; per esempio, anch’io non capivo appieno quando scrissi questo per mio nonno, una vigilia di Natale di più di trent’anni fa:

Improvvisa l’età del silenzio
è caduta dentro la stanza
inquieta, senza misericordia
come suo uso. Maschera
di cera umida è scesa
a nascondere gli insulti
di tempi affannosi, calli
su antiche mani d’operaio.
Non tornano le ombre indietro,
solo vive ora l’assenza.

Quella, allora come ora, era l’apparenza, la superficie. C’è altro. Da allora ho visto molto, compreso di più; ancora non tutto, perché ci sono misteri la cui chiave possederemo davvero solo quando anche noi avremo varcato quella soglia. Ma c’è ancora tempo prima di allora; ci sarà tempo dopo.

Tempo di cambiamenti

Questa è un’annata strana, anomala, inconsueta. O forse ci eravamo abituati bene, eravamo divenuti abitudinari.
Se la natura e la storia insegnano qualcosa, è che l’abitudine è il passo prima dell’estinzione, del crollo. Ripeti sempre le stesse mosse, poi un giorno ti volti e il tuo mondo non è più lì. E non sai che fare. Ciò che è vivo, ciò che resta vivo, adatta ciò che lo rende forte alle nuove sfide, per diventare ancora più forte. Perché quello che hai non basta mai. Ciò che ieri andava benissimo oggi fa fatica, e domani sarà la tua rovina.
Questo è un momento di cambiamenti. Ma anche se tutto sembra mutare, la verità non muta. Come ogni cosa, se la guardi da differenti posizioni può apparirti diversa. E’ un problema di prospettiva. Anche noi dobbiamo imparare a guardarci da punti di vista differenti, senza paura. La cosa che non cambia è ciò per cui siamo fatti, Anche se ci perdessimo, possiamo ritrovarci se ci ricordiamo che non c’è da cercare lontano noi stessi. Noi siamo dove sempre siamo stati: esattamente qui.

Essendoci un vento di cambiamenti, quest’anno il blog va in vacanza leggermente prima. Spero di poter aggiungere presto anche l’usuale disegno di fine anno. Io non vado lontano.

Ciò che dovremmo essere

Parlavamo l’altro giorno di santi ed eroi. Ma forse la nostra immaginazione ci tradisce.
Gl eroi non sono tutti belli. I santi non sono tutti come nelle immaginette. In generale, quel nome lo si conquista dopo sofferenze particolarmente dolorose, dopo fatiche insopportabili, dopo fini atroci. Leggete le loro storie, non troverete vite, o morti, facili.

Se anche sognassimo di diventare eroi, o forse santi, la prima difficoltà è comprendere che ci è chiesto qualcosa in più. Ci viene domandato uno sforzo che non solo è al limite delle nostre capacità, ma spesso va oltre. A noi, proprio a noi, che manchiamo di coraggio nel sostenere la verità davanti al nostro vicino, al capo, al collega. Che stiamo zitti e battiamo in ritirata. Per prudenza e rispetto, come pretendiamo nel tentativo di giustificarci; per viltà e per mancanza di convinzione, potremmo dirci se fossimo onesti con noi stessi.

Forse ci hanno rovinato film e fumetti; forse il nostro rifuggire ogni cosa sgradevole, o quel nichilismo a cui ho accennato in precedenza: la mancanza di qualcosa o qualcuno per cui sacrificarsi.
Sacrificarsi: fare di sé qualcosa di sacro, di più alto, di separato dalle cose ordinarie. Se non esiste che l’ordinario, non esiste neanche sacrificio.

Così rimaniamo qui, immaginandoci una grande occasione in cui dimostrare quanto valiamo, e fallendo ogni piccola occasione.
Forse non ci sarà mai chiesto di versare il sangue, ma solo di essere fino in fondo quello che dovremmo essere. E’ già tanto difficile così da sembrare quasi impossibile. E’ per questo che c’è bisogno di qualcosa in più della nostra misera volontà per arrivarci. E’ per questo che senza qualcosa o Qualcuno di più alto, che ci dia una mano dove noi cadiamo, nessuno di noi ci può riuscire.
Perché non basta il desiderio, o la buona volontà, per poter essere ciò che dovremmo essere.

L’attesa della notte

In quest’era di poche guerre e tante medicine, le nostre esistenze spesso finiscono come sono cominciate: muscoli troppo deboli e teste che non comprendono.
Siamo in tanti, della mia età, a seguire coloro che ci hanno preceduto come a suo tempo siamo stati dietro a coloro che ci seguiranno. Abbiamo finito da poco di dedicare la vita ai nostri figli, e ora dobbiamo dedicarla come figli.
Coloro che quella vita hanno voluto conservarsela, e non hanno generato, scopriranno cosa significa essere accuditi da mani mercenarie. Non potranno riprendersi cosa non hanno dato; su di loro solo sguardi estranei, in attesa che faccia notte.

Gente che si stupisce

Oggi la cometa Neowise, l’oggetto di quel tipo più luminoso da un bel pezzo, è nel suo punto più vicino alla Terra. Vicino si fa per dire, sono cento milioni di chilometri, duecentosessanta volte la distanza tra noi e la Luna. Ha fatto una visitina a Mercurio, a due passi dal Sole, e ora si sta rituffando in quegli abissi gelidi e remoti che sono la sua casa. Ripasserà tra poco meno di settemila anni. Oggi piove; tra settanta secoli non credo che ci sarò.

Posso ritenermi fortunato, comunque. Anche se, annegata nell’afa e nelle luci eccessivamente splendenti dei supermercati l’altra sera era quasi invisibile, ho pututo ammirarla in montagna e pure attraverso un grande telescopio.

Adesso non aspettatevi però che cominci a decantarne la bellezza. E’ solo una palla di detriti e gas congelato, un fiocco di polvere largo cinque chilometri che rotola attraverso la nostra stanza. Non aspettatevi da me un afflato poetico per qualche ione, per un po’ di ghiaia. Se ce l’avessi per lei, allora dovrei cantare anche del fango sotto le suole, del ghiaccio dei frigoriferi che sbuffa in brina nella calda aria estiva.
Non è qualcosa di particolarmente originale; comete ce ne sono tutti i momenti. E se pure i sassolini che perde per strada diventeranno brillanti meteore – improbabile, visto quanto è passata distante dalla nostra orbita – anche quelle strisce luminose nel cielo in fondo non sono altro che vampate di gas incandescente, la breve fiamma di un accendino cosmico. Non c’è da fare tante storie sugli accendini.

E’ solo un fenomeno fisico transitorio, come l’arcobaleno o un’eclissi. E’ la novità che ci eccita, fossero più frequenti non susciterebbero altro che uno sbadiglio. Per trovare certi eventi interessanti bisogna essere particolarmente ingenui, appartenere alla razza di chi rimane affascinato dalla danza della polvere in un raggio di sole, una ciocca di capelli, un fiore, un sorriso. Uno di quei tipi lì, insomma, quelli che cercano e magari trovano la bellezza in ogni cosa. Gente che si stupisce; poco scientifica, ignoranti, sempliciotti.

Ahimé, sono uno di loro. Mi trovrete con il naso all’aria; non badate a me.

Cos’è il male

Il male sono io, e nient’altro

La prima volta che vidi Giove

Rammento chiaramente la sensazione che provai la prima volta che vidi Giove.
Puntai il mio piccolo cannocchiale amatoriale verso quella che sembrava una stella luminosa, ma che sapevo essere in realtà il più grande dei pianeti del nostro sistema solare. Mi accostai all’oculare, e quel puntolino divenne uno sferoide luminoso; una sorta di palla da tennis buttata nel nero profondo dello spazio, circondata dalla sua corte di satelliti allineati come birilli.

Il pensiero che ebbi fu “allora è vero!”. Intendiamoci, non è che dubitassi dell’esistenza di quel pianeta di cui conoscevo dimensioni, distanza e tante altre informazioni da astrofilo dilettante. No, il fatto era che tutte quelle nozioni prima non erano che numeri, teoria, vagamente associati a quella luce nel cielo. Improvvisamente ora per me Giove aveva assunto un corpo, per così dire, era diventato reale, tangibile; nessuno cercava di ingannarmi, non era illusione, con i miei occhi vedevo che quanto avevo letto corrispondeva. Il pianeta era diventato concreto; prima era numeri e parole, adesso esisteva.

Quella sensazione mi è tornata in mente l’altro ieri, quando ho osservato Giove da un telescopio con ben altre caratteristiche rispetto al mio giocattolino di un tempo. E poi galassie, e ammassi stellari, e nebulose; dal vivo l’emozione è ben diversa rispetto a qualsiasi foto.
Quante volte ci accontentiamo di immagini morte, pensando che possano bastare. Conosciamo le statistiche, i dati, fin nei minimi particolari, e ci illudiamo che ciò sia conoscenza; ma quel che manca è la vita.

I bimbi mancati

“I 435 mila nati del 2019 e i 428 mila ipotizzati per il 2020, alle condizioni pre Covid-19, scenderebbero a circa 426 mila nel bilancio finale del corrente anno, per poi ridursi a 396 mila, nel caso più sfavorevole, in quello del 2021.”

Istat – SCENARI SUGLI EFFETTI DEMOGRAFICI DI COVID-19: IL FRONTE DELLA NATALITÀ

Nei giorni scorsi l’Istat, l’istituto di statistica italiano, ha rilasciato un documento che paventa per l’anno in scorso un ulteriore drastico calo delle nascite, dovuto agli effetti del COVID.

Già non eravamo messi benissimo; ora, facendo una serie di considerazioni sulla incertezza del futuro causata dal virus e sugli effetti del crollo dell’economia che sta seguendo a ruota, questi esperti stimano che il numero di nuovi nati scenderà ulteriormente, di un decimo se andrà secondo gli scenari peggiori. Sapendo che già nascevano meno della metà dei bambini necessari a fare rimanere invariata la popolazione, sembra che presto le aule scolastiche troppo affollate potrebbero essere presto un ricordo. Un bel ricordo. Quanti bimbi mancati.

Io degli statistici mi fido ben poco. Si basano sui precedenti, ma la situazione qui non ha precedenti. Le coppie potrebbero avere approfittato della convivenza forzata per ritrovare quei momenti di intimità spesso sacrificati al lavoro e allo stress. D’altra parte, come molte coppie sanno, il migliore anticoncezionale è la costante presenza di altri familiari, tipo bambini a casa da scuola, in una stessa abitazione. Non c’è sesso più sicuro di quello che non viene fatto.
Quali che siano le conseguenze di virus, quarantena e crisi, le vedremo tra qualche mese. La realtà sa parlare molto chiaramente, basta ascoltarla.

Non ascoltare la realtà è, però, una caratteristica degli esseri umani. La libertà è spesso la libertà di essere stupidi; ignorare ciò che ci dice quanto ci circonda per privilegiare la propria idea rientra in questa categoria. Basta guardare i nostri governanti: invece di essere terrorizzati dalla prospettiva di un paese non solo in declino demografico, ma che sta precipitando sempre più rapidamente verso la distruzione, preferiscono privilegiare mode idiote e giochi di potere.

A comandare c’è gente che odia la famiglia, che vede il bambino concepito come un oggetto da rimuovere se appena infastidisce, con meno ostacoli possibile; che privilegia ogni tipo di rapporto infecondo e che perseguita chi osa dire che solo un uomo e una donna possono concepire un bambino, che sono la migliore garanzia di allevarlo con amore, molto di più se sono in rapporto stabile e indissolubile. Anche se sono la scienza e l’evidenza a dimostrarlo, l’affermarlo pubblicamente potrebbe essere presto reato; e ditemi voi se persone che dirottano energie e fondi verso ciò che è con assoluta sicurezza infecondo non rientra in pieno nel discorso di poco fa.

A meno che, invece di trattarsi di stupidità, non rientri tutto in un consapevole piano.
Che potrà anche sembrarci assurdo e autolesionistico, ma forse per qualcuno o qualcosa rappresenta un astuto calcolo sul futuro. Qualcuno o qualcosa che considera gli esseri umani come bestie degne di estinzione, o burattini. Ma, certo, persone, entità così non esistono, e i media mondiali e certi politici e certi movimenti sono concordi nello scoraggiare nascite e famiglia per pura coincidenza, per identità di vedute.

Come accennavo all’inizio, la realtà è ostinata. Se le persone saranno scoraggiate dal fare figli, incoraggiate a seguire stili di vita che ostacolino il crearsi una famiglia, stimolate all’egoismo e all’occasionalità dei rapporti, quelli che seguiranno questa strada andranno estinti nel giro di un paio di generazioni. Rimarranno gli altri; quelli per i quali un figlio è benedizione e non maledizione, e amare significa qualcosa di più profondo e duraturo che non soddisfare un desiderio immediato.
Si chiama sopravvivenza del più adatto; passeranno anni, certamente decenni, forse secoli, ma ciò che è preverrà sull’idea errata di ciò che dovrebbe essere. Per noi probabilmente sarà tardi. Ma, nel frattempo, qualcosa possiamo fare per affrettare quel momento.

Non è vero che siamo obbligati a non fare figli. E’ la nostra libertà che è messa alla prova. Essere liberi vuol dire non esser schiavi di paure e circostanze. Una nuova vita è sempre un di più, mai un di  meno.
E poi smettiamola di stare zitti, per paura o indifferenza, quando qualcuno propaganda una cultura di morte e prova a farci tacere. Diciamolo loro in faccia: sei nemico di quanto è umano, guarda cos’è vero, cos’è bene, cambia. Potrebbe non essere tardi.
Qualcuno di quei bimbi mancati potrebbe nascere, e potrebbe essere lui a fare la differenza del nostro futuro.

Cos’è l’inferno

L’inferno non è che un paradiso che pretendiamo di costruirci con le nostre mani.

Voglio essere il cattivo

Il nickname scelto spesso rivela molto su carattere, aspirazioni, cultura di una persona.
Tra i più giovani sono comuni i nomi di calciatori, o gli eroi di qualche anime. Ma non solo gli eroi.
Mi ha sempre colpito come alcuni adottino come nome alternativo quello di un “cattivo”. Che il personaggio arrivi da un cartone giapponese, un film o dalla vita vera, chi assume quel nomignolo evidentemente ammira quella particolare figura.
Certo, alcuni “villain” sono molto più carismatici delle controparti buone. Un Darth Vader è decisamente più fascinoso di un Luke Skywalker. Che dire di Scia Cometa Rossa, o del Barone Rosso che ne è la fonte? Hanno stile, abilità, coraggio, anche se sono dalla parte sbagliata. E’ comprensibile che uno sia attirato.
Ma quando parliamo di un Pablo Escobar, o di noti serial killer, pazzi omicidi, o dei “cattivi” più bassi e spregevoli… qui diventa difficile spiegare. a meno che non ci siano persone seriamente affascinate dal male; che hanno davvero come idoli alcune delle menti più perverse e inique della realtà o dell’immaginazione.
Quei nickname sono dichiarazioni: voglio essere il cattivo. Voglio combattere il bene. Consapevolmente. Voglio l’inferno, dicevamo qualche giorno fa, per scelta.
Oh, l’inferno è affascinante. Finché non ci si entra.

Poca voglia

Devo confessare che, l’altra sera, non avevo per niente voglia di andare in città per la manifestazione di “restiamo liberi” contro l’approvazione del Ddl Zan. Mi avevano deluso certe divisioni, certe prese di posizione, la litigiosità sui modi e sui metodi. Il fatto che l’organizzazione fosse stata affidata agli Evangelici non mi stimolava; il mio approccio alla realtà, e a questo progetto di legge, è molto più logico, in un certo senso laico; oltre che dalla mia fede nasce dalle letture di Havel e Solženicyn e tutti coloro che hanno lottato negli ultimi secoli contro i regimi che volevano imporre la loro ideologia di morte.

Così mi ero detto: non vado. Mangiare in fretta, farsi tutti quei chilometri, per ricevere un’oretta di insulti assortiti, in una piazzetta dove non passa quasi nessuno persino di sabato sera. Tanto, la decisione sarà tutta politica: se quelli là vogliono qualche testa di cattolico come trofeo da mostrare alle prossime elezioni, e hanno i numeri, non saranno certi pochi poveretti in piedi a stopparli. Chi me lo fa fare.
Spiavo il cielo, sperando in un nubifragio, la scusa ideale. Ma i tuoni sono cessati,  le nubi giganti si sono dissolte con la sera. La decisione è tua, ghignavano le rondini che si intrecciavano nel tramonto.

Poi ho ripensato a tutte le volte che mi sono detto: ma quella dittatura, quell’ingiustizia, quel mortifero regime, come mai non è stato fermato? Davvero aveva un consenso così ampio? E’ comodo parlare, alzare la voce, dopo. Quando i buoi sono scappati dalla stalla, quando il latte è stato versato, e non c’era nessuno a raddrizzare la bottiglia. Se avessero, se fossero.
La teoria delle catastrofi afferma che a volte basta pochissimo per spostare drammaticamente un equilibrio. Un solo granello di sabbia può far crollare l’intera duna. Una goccia fa traboccare il vaso. E’ inutile dirsi : non sarò io. Se non ci sono, non potrò esserlo comunque.

Si può non esser d’accordo sul metodo, ma almeno è un metodo. L’inazione non ne ha nessuno. Lo stare fermi è una condanna a se stessi. E’ come dire che non m’importa abbastanza per muovermi. A me invece interessa giudicare tutto, e se lasciassi vincere la pigrizia sarebbe un di meno per me. Non sarei io intero, non sarei ragionevole, perché lascerei fuori una parte del reale.
Pregare? Certo, pregare. Ma cosa dire a Dio, fai tu perché io non ho voglia? E Lui, chi manderà al posto mio?

Forse un giorno mi domanderanno “dov’eri, quando si decidevano le sorti di questa nazione?”
Quello che vorrei poter dire è “io c’ero”. Magari mi si è notato poco, ma ero lì.

I censori e i contestatori

Non si capisce perché certo odio sia più accettabile di un altro. Faccio un piccolo esempio: a Torino, l’altro giorno, la centralissima piazza Castello era stata concessa ad una manifestazione che si proponeva di “frocizzare l’esistente”, con annessa locandina francamente oscena, in polemica persino con l’organizzazione del Gay Pride. Erano invitati personaggi illustri. Non so come sia andata, non c’ero. Però ritengo improbabile che i partecipanti siano stati apostrofati dagli epiteti che sono stati rivolti a noi che, quella stessa sera, eravamo in una piccola piazzetta nascosta a protestare credo un po’ più silenziosamente contro la proposta di legge Zan.

E’ un poco buffo che chi proclama di essere discriminato, angariato, di lottare contro il capitale e il sistema, alla fine riceva baci, abbracci ed endorsement (si dice così?) da quello stesso capitale e sistema che dovrebbe essergli contro. Che ci voglia un cordone di robusti poliziotti in tenuta antisommossa per evitare che chi manifesta in nome dell'”ammore”porti il suo odio sul piano fisico; chi chi parla di libertà la voglia tutta per sé e niente per chi non è d’accordo. Coloro che si definiscono contestatori sono i nuovi feroci censori. Sarebbe buffo davvero, non fosse tragico.

In quella piazzetta dimessa e laterale stavamo stretti; i contestatori, quattro gatti che urlavano slogan e coretti pittoreschi come i loro abiti (o l’assenza degli stessi), stavano anch’essi assiepati, ma volontariamente. Mi dispiace un po’ che non si capisse bene quello che scandivano, i megafoni e il rimbombo lo rendevano poco intellegibile, ma qui c’è un esempio. Non ero vicino, se no avrei voluto domandare loro se “lotta dura / contro natura” voleva dire che erano antiecologici, cosa significa esattamente “Lotta anale / contro il capitale”, o che c’entrava “vita bella” con “verginella”. Ascoltandoli devo dire che facevo fatica a rimanere serio. Sembravano prese in giro, ma loro parevano convinti. I poveretti erano anche poco informati su chi avevano a che fare: continuavano a darci dei catto-fascisti, ma se fascisti c’erano io non ne conosco, e una buona percentuale dei presenti non erano neanche cattolici. In effetti, era un evangelico pentecostale a guidare il gesto; e mi domando le gentili signore color cioccolato in prima fila cosa ne pensassero di quegli epiteti. La polizia ci ha fatti uscire dall’altra parte, per sicurezza; e sempre per sicurezza abbiamo scortato una partecipante abbastanza nota e odiata alla sua auto, per evitare che qualcuno le desse lezioni pratiche di tolleranza.

La serata è andata insomma come preventivato; quando all’inizio gli oppositori  – che avevano pre-imbrattato la piazza – non si erano ancora fatti vedere un poco mi ero preoccupato. La persona che era dietro di me si chiedeva perché non ci fosse mezza Torino con noi, ma fossimo solo in quattrocento; forse perché sono cose di cui nessuno parla, le sa solo chi vuole, chi capisce, e anche tra gli oppositori alla legge non c’è unità di vedute. Forse è questo che mette più tristezza; toccare con mano come il Grande Divisore agisca e prepari i suoi trionfi, per quanto effimeri.

Può anche darmi fastidio questo o quell’atteggiamento, quel modo di vedere; ma ciò che ci attende è ben peggio. Non dubito che i poveretti che ci manifestano contro saranno buttati via non appena chi comanda avrà ottenuto ciò che vuole, e magari cadranno vittime dello stesso tipo di leggi che ora cretinamente difendono.  La legge forse passerà, come nel passato sono passate altre leggi inique, ad esempio al tempo di quel Paleocapa a cui è dedicata la piazzetta. Non sono loro che mi preoccupano, siamo noi. Forse, dopo questa legge, i sacerdoti dal pulpito non potranno più dire certe verità; ma è da non so quanto tempo che non ascolto un sermone che questa legge potrebbe censurare. Quanti sono gli insegnanti di religione che già oggi parlano chiaramente della verità del rapporto tra uomo e donna, di matrimonio indissolubile, di castità, di fedeltà, di destino? Se vogliamo avere la libertà di dire il vero, iniziamo a dire il vero e non nasconderci in piazzette laterali, come ci costringono a fare quelli che ci odiano. Far tacere i muti è inutile, e ridondante. Siamo noi i nostri peggiori censori.

Persone interessanti

La riunione del Comitato Esecutivo Globale era un pandemonio. Non che potesse essere diversamente, quando ad essere riuniti erano i dirigenti dell’inferno.
Arcidemoni e Duchi infernali parlavano, sibilavano, urlavano tutti insieme, alcuni tutte queste cose e altre ancora contemporaneamente. Berlicche ghignò. Finché si accapigliavano andava tutto bene. E’ quando iniziavano a sorridersi che c’era da preoccuparsi.

Baalzebub, il nuovo amministratore delegato, stava terminando il suo discorso. Sarebbe stato difficile comprenderlo in qualsiasi linguaggio umano, in quanto le sue parole erano pronunciate, o ronzate, da quella che pareva una massa pulsante di mosche. La lingua infernale, però, sembrava singolarmente adatta a quel tipo di suoni.
“… io davvero sento che più funzioniamo come team, più grande è la nostra forza. Ho, quindi, deciso di rinominare ciò che era conosciuto come Comitato Esecutivo Globale in Team di Somma Leadership, proprio per sottolineare l’importanza di lavorare strettamente uniti insieme come un team di compagni.”
Applausi entusiasti eseguiti con diversi tipi di appendici e tentacoli sottolinearono le parole del Principe Infernale,che continuò.
“Ovviamente, chi non collabora attivamente si troverà seppellito per qualche millennio nei pozzi di Kgawh. Ora però andiamo avanti con l’ordine del giorno: l’arcidemone Berlicche, delegato al marketing, ci illustrerà le strategie impiegate dal suo dipartimento e i loro risulati. A te la parola.”

Berlicche si alzò a parlare, mentre le mosche che componevano la testa dell’amministratore delegato sciamavano a ricoprire ogni vicina superficie.

“Cari membri di questo magnifico team”, cominciò, “sappiamo che  il nostro amato Inferno ha dall’inizio dei tempi goduto di cattiva fama presso i mortali. Era visto come un luogo tetro, di sofferenza, senza piaceri e senza speranza, un posto di tormenti senza fine e di fiamma inestinguibile. Un quadro abbastanza realistico, insomma. Ma, per qualche motivo, gli umani erano restii a proseguire qui la loro esistenza immortale, cercando di allontanarsene e privandoci quindi del nostro giusto nutrimento: le anime di coloro che hanno rifiutato il Nemico-che-sta-Lassù. Certo, attirare a sé le anime con la paura è indegno di una autoproclamatasi divinità, ma sappiamo che il Nemico si innalzerebbe a qualsiasi livello pur di toglierci quanto ci spetta.”
Fece una pausa, lasciano ai presenti il ptempo di rimuginare su loro odio. Poi continuò. “L’indegnità della paura è però un argomento che può fare presa sui suoi ministri, in special modo coloro che hanno dei dubbi sulla nostra reale esistenza. Un grosso sforzo è stato fatto per convincere i predicatori del Nemico a smetterla con la pubblicità negativa nei nostri confronti. Il mezzo primcipale è stato il nascondere quanto facile sia per un’anima finire quaggiù. Abbiamo fatto dimenticare che abbiamo corrotto gli umani fin dal loro sorgere, e ora quelli sono convinti di esser buoni…”
A queste parole un’ondata di ilarità percorse le fila dei demoni. Alcuni si scambiarono battute a bassa voce. Berlicche proseguì: “… e di non avere ragione di temere un luogo dove per non andarci basta perdonarsi o, meglio ancora, agire con convinzione di essere nel giusto …”
Le risate si fecero più forti. Berlicche attese che scemassero e andò avanti.
“I risultati sono più che soddisfacenti. Ormai meno dello 0,01% di tutte le prediche trattano di inferno e dannazione, e possiamo affermare che la paura di noi sia quasi del tutto scomparsa.”
Alzò gli occhi sui suoi colleghi diavoli. “Ma ancora non basta. Non dobbiamo solo togliere la paura, dobbiamo renderci simpatici. Attirare, insomma, invece di respingere. Per ottenere questo risultato abbiamo usato una doppia strategia.”

Si schiarì la voce e proseguì. “Punto uno, abbiamo diffuso tramite i media un’immagine di noi demoni edulcorata e attraente. La figure di riferimento del passato, la potente entità in grado di dare potere tramite un contratto, era interessante solo per una ristretta fascia di persone. L’abbiamo abbandonata, in favore di un approccio più amichevole, il demone-compagnone che ti introduce ai piaceri senza chiedere nulla in cambio. Un fascinoso viveur, in fondo gentile e generoso. Quello che abbiamo perso in rispetto l’abbiamo guadagnato in autorevolezza: gli umani sono più disposti a seguire i consigli di chi vedono come un’immagine di libertà sfrenata che di un cupo signore della morte.”
Qualche vecchio demone sembrava dubbioso, ma Berlicche continuò.

“Punto due, testimonial. Adesso nel nostro contratto standard con gli umani includiamo l’obbligo di pubblicità delle nostre installazioni. Nel caso di prelati questo deve essere fatto più discretamente, ma ormai le persone normali possono pubblicizzare l’inferno senza temere alcuna reazione da parte del pubblico, anzi.
Una stella della musica o del cinema può affermare tranquillamente di preferire l’inferno perché è pieno di persone interessanti senza destare sorpresa o disappunto. Siamo riusciti a far coincidere le peggiori depravazioni con ‘desiderabile’, e a far passare il concetto che occorre sperimentare tutto, anche ciò che si sa sbagliato, perché non si deve giudicare. Quel toscano che una decina di secoli fa scrisse di un viaggio nei nostri gironi ci inserì persone famose; e gli umani sono come scimmie, vivono dell’imitazione di quelli che pensano migliori. Sono attirati da loro.”
Fece una pausa. “I matematici umani dicono che non esistono numeri non interessanti, in quanto il primo numero non interessante lo diventerebbe per il fatto di esserlo, e così via. Oh, chiaro che assassini, bugiardi, ladri, depravati sono interessanti, sono argomento appassionante; per noi sicuramente, finché sono sulla terra. Nell’istante però in cui arrivano qui per noi cessano di esserlo: un’anima è uguale all’altra, è solo cibo. Nessuno qui è interessante, perché tutto ciò che lo rendeva tale non esiste più. Mentre per il Nemico ogni uomo lo è , perché per Lui la massa non esiste, sa contare solo fino a uno.”
Berlicche guardò i suoi colleghi in faccia, quelli che la possedevano. “Abbiamo fatto credere agli umani che quaggiù sia un luogo di villeggiatura, e non si rendono conto che loro non sarebbero i villeggianti ma il buffet. Per la prima volta nella storia, gli uomini vogliono venire da noi volontariamente, senza che neanche dobbiamo promettere loro potenza e gloria, ma solo per la compagnia. Beh, avranno la compagnia che cercano”. Sorrise beffardamente: “Così potranno provare l’effetto di trascorrere l’eternità accanto alle persone più egoiste, narcisiste, traditrici e malvagie, senza neanche un filo di bene o di affetto a mitigare. Senza speranza o perdono. Comprendere per giorni senza numero quanto si siano ingannati su ciò che desideravano veramente, sul fatto che erano fatti per il Paraadiso ma hanno scelto l’Inferno, sulla differenza tra interessante e desiderabile: come potremmo sperare tormento maggiore?”

 

 

Villeggiatura

Forse l’inferno sarà anche un luogo di villeggiatura, ma non siamo noi i villeggianti. Noi siamo il buffet.

Le conseguenze

Certe volte mi chiedo se l’ottimismo tanto in voga nel nostro stanco cristianesimo non sia mal riposto. Guardo le chiese vuote e certi loro frequentatori, sia occasionali che assidui, e ho i brividi. Quella croce sembra svuotata di significato; sempra che il Paradiso sia dovuto o, peggio, che del Paradiso, della nostra futura vita carnale dopo che questo tempo avrà fine, niente sembri importare.
Come se non ci si credesse davvero; come se fosse un pensiero scomodo, da allontanare, un fiaba per bambini di cui gli adulti sorridono.

Delle conseguenze della croce, di ciò che essa ci chiede, molto molto pochi si occupano. Ma la salvezza non è un rito automatico, non è un atto dovuto; non è come la pensione, come un’assicurazione, un contratto firmato di cui non ci si deve più occupare. La porta che vi conduce è detta stretta; noi ci comportiamo come fosse un portone spalancato. Rendendo inutile quella croce, vuota la misericordia, perché non desideriamo ciò che dovremmo, e non vogliamo ciò che dovremmo volere.
Senza avere capito davvero ciò che è l’inferno. Senza avere compreso di come sia orribile oltre ogni nostra immaginazione.

Ecco quello che temo: che abbiamo sottovalutato gli avvertimenti, gli ammonimenti, le profezie; e l’ultimo dei giorni, quel giorno sarà davvero un giorno terribile, perché tanti che abbiamo amato scopriranno di non avere amato abbastanza. Lo scopriremo tutti.

Ricostruire

Sulla parete della sala da pranzo del rifugio c’è una sua foto con Giovanni Paolo II. Sono quarantaquattro anni che Fulgido viene quassù a tenere aperto questa casa ampia e accogliente sul sentiero verso la vetta. Ci racconta che era tutto uno sfacelo, e che ci ha messo parecchio a rimettere in piedi la struttura. Non c’è molta gente, ma è comprensibile: la cima si può fare in giornata, la montagna non è più di moda. Ha pensato di mollare, dice, ma per adesso è ancora lì, a settandue anni.
Ci mostra la cappella dedicata a San Giacomo. L’ha tirata su quasi da solo, la costruzione originale del ‘700 era mezza crollata, la base cedeva. Ha sgomberato i detriti, iniettato cemento, ricostruito. Si è inventato un sistema a perno per dare la malta in maniera uniforme. Ha scolpito gli arredi in legno, ha forgiato e battuto le griglie alle finestre e la grande croce in ferro. L’altare è un blocco di roccia di cinque quintali che ha trascinato con una teleferica costruita apposta dalla vicina pietraia. Il tetto circolare a più strati è coperto di lose, le pietre che da queste parti si usano come tegole, accuratamene sagomate, fissate una a una con fermi e cerchi di metallo, con una bellezza e precisione che non ho visto altrove.
Mi viene da pensare che basterebbero un po’ di persone così per ricostruire non solo il rifugio e la cappella ma tutta questa nazione, più bella di prima.
Ma forse certe cose sono possibili solo ad alta quota, lontano dai troppi dalle mani e dal cuore inoperosi.

In cima

Saliamo verso la vetta, in mezzo alla nebbia. Due ragazzi stanno già ridiscendendo per il sentiero.
“La cima è sopra le nubi, da lì si riesce a vedere tutto”, ci dice uno.
“Proprio come per il Paradiso”, mi viene da pensare.
Anche se ora intorno vi è solo grigiore, sai che al di là della nuvola c’è una bellezza che ti attende. Che, continuando a salire, uscirai alla luce, e vedrai. Non conosci chi te lo ha annunciato, ma ci credi. E’ ragionevole avere fede.
Sì, lassù era bellissimo.

Nomi commerciali

Politicamente corretto

  1. aggettivo

Di condotta, comportamento, modo di dire improntato al pieno rispetto dell’identità politica, etnica, religiosa, sessuale, sociale, ecc. di altri soggetti.

  1. sostantivo maschile

Atteggiamento di rispetto nei riguardi dei diritti delle minoranze e dei gruppi socialmente più deboli.

 

Il politicamente corretto non è nient’altro che il nome commerciale del nichilismo.
Il presupposto su cui si basa è che nessuna verità possa essere espressa come se fosse una verità. In altre parole, rispetto per tutto tranne che per ciò che è vero. Anche la menzogna più eclatante, anche la morale più immorale che si possa immaginare deve essere trattata con i guanti. Ma quali sono le basi per potere affermare che una simile pratica è corretta? Il politicamente corretto si proclama giudice unico di ogni valore, e li rifiuta, pretendendo di sedersi da solo sul trono. Un trono che non è quello del vero, ma del “fa’ come ti dico io, o altrimenti”.

Che questa visione delle cose sia fondamentalmente contraddittoria diventa evidente quando quell’altrimenti diventa effetto pratico. Chi si rifiuta di adeguarsi viene dileggiato, insultato, se non peggio. Rischia posizione, lavoro, carcere, infamia. Tutto ciò che in qualche maniera può portare offesa, o si presume possa offendere la più delicata delle sensibilità, è distrutto senza pietà. Si buttano giù le statue; non manca molto all’innalzare le teste sulle picche. In effige ci sono già da un pezzo. E’ negata la parola a chi ha una sua opinione che dissente dai dettami del branco, autonominatosi minoranza da proteggere. Chi, con violenze verbali o fisiche, si occupa di silenziare lo scorretto, si fregia del nome di contestatore; in realtà sarebbe difficile immaginare un servo più fedele del potere. Ciò che dà fastidio è l’avere una identità: i giannizzeri del politicamente corretto si mascherano tutti nello stesso modo. La trasgressione è la nuova uniforme.

Quando il politicamente corretto va al potere, cerca di fare leggi che ammutoliscano il pensiero. Il pensiero può ferire, meglio proibirlo. Quel tipo di potere, oggi, domina gran parte del mondo.  Si muove per piccoli passi: sa che le menzogne che usa sono troppo grandi per farle ingoiare in un colpo solo. Ma già oggi non è più possibile dire pubblicamente ciò che fino a pochi anni fa pareva addirittura evidente, neanche bisognoso di dimostrazione. Hai una bella voglia a sostenere che la biologia, la fisica, la logica ti danno ragione: pure la realtà è soggetta al politicamente corretto. Se il reale è differente, che si faccia tacere pure quello. Le minoranze che si voleva proteggere ora sono divenuti gli oppressori. E’ diventato obbligatorio sentirsi in colpa per cosa non si è fatto e perdonarsi per ciò che si fa.

Fino a qualche tempo fa, certi comportamenti erano ritenuti troppo estremi persino per rientrare nella protezione del politicamente corretto. Oggi, cosa rimane ancora fuori? Ben poco resta di immondo che non sia considerato come meritevole di quel rispetto che la definizione riporta. Pretese antitetiche vanno a braccetto, incapaci di comprendere che talvolta il nemico del tuo nemico non è tuo amico, ma un avversario ancora peggiore.
In compenso sono le antiche virtù ad essere diventate impronunciabili. Chi osa sostenere che il bene esista è il reietto finale. La coperta della tolleranza è troppo corta, non lo copre. O forse non era che il bersaglio da rimuovere fin dall’inizio.
Eppure, eppure…

Mi domando se tutto questo non sia una grande ubriacatura da informazione, un’allucinante recita che ci viene imposta. Se sotto sotto la gente sappia ancora bene cosa sia vero, reale, giusto. Ma non osi esprimerlo, per paura delle intolleranti guardie del politicamente corretto.
Chissà, forse un giorno finirà il Terrore, e potremo ancora pronunciare scorrettissime verità.

L’amerà?

Prendete un uomo che possiede poco o niente e che voglia farsi amare da una donna ricchissima.

Lui potrebbe prelevare dal patrimonio di lei e acquistarle gioielli e vestiti.
Lei l’amerà?
Oppure potrebbe infischiarsene di lei, ignorarla, tradirla, convinto che lei non possa fare a meno di lui.
Lei l’amerà?
Potrebbe limitarsi a fare la sua vita, standole vicino, indifferente; una parola di tanto in tanto, chiederle favori quando ne ha bisogno, corretto e distante.
Lei l’amerà?

E adesso pensate voi e Dio. Cosa gli potete donare, che potete fare per farvi amare?

Oh, certo, l’esempio ha dei limiti. Resta ancora una domanda: lui, l’ama?

Il problema, e la soluzione

Uno, forse sbagliando, un poco ci spera, nell’uomo. Quando dico che la caratteristica principale dell’essere umano è la ragione, la capacità di guardare oltre l’immediato e alzare lo sguardo, devo però prendere atto che gli esseri umani talvolta sembrano essere merce rara.
Vedo con malinconia tanta gente che sembra incapace di trarre le conseguenze dai fatti più semplici, accecata dall’ideologia. Un piccolo esempio, visto su twitter:
“Il problema è che qui in UK (come in US) siamo molto poco educati persino sulle basi della razza: molta gente non ha idea che la razza è una categoria costruita senza validità scientifica che è stata inventata e rifinita principalmente per opprimere la gente di colore.”
Provate a rileggerla cercando di cavarne il senso, e ditemi se non siamo avanti sulla strada della pazzia. Che tratti della razza è solo un particolare: è la logica che manca.

Aristotele è morto invano, il principio di non contraddizione pare essere roba del passato. Ma quale sia davvero il problema, perché questo accada, è detto in modo molto semplice dal protagonista del video che trovate qui.

Una contestatrice bianca apostrofa un gruppo di poliziotti estremamente pazienti, chiamandoli razzisti. Uno di loro asserisce che sua moglie è nera, e la ragazza lo prende di mira “Puoi avere anche la moglie nera, o un amico nero, ed essere ancora razzista. Non ha a che fare con le conoscenze”, e l’accusa di essere intimidito mentre questo si allontana.
Un altro ufficiale, sembra di colore, interviene: “Non è intimidito… stai cercando di avere una conversazione, ed hai una mente a binario unico? Non ha senso… devi essere in grado di vedere i due lati della storia.”
Lei replica: “Non stavo parlando con lei, signore, stavo parlando al tipo bianco”.
E lui; “Oh, perché io non posso essere razzista, vero?”
Lei risponde: “Sistematicamente no, signore. Sistematicamente il razzismo può solo essere bianco.”
Un altro poliziotto, di pelle ancora più scura, si avvicina. “Lasciami dire qualcosa”.
Lei si ritrae, cercando di evitarlo: “Non voglio prendere il COVID!”
Lui continua: “L’America ha un problema di peccato. Il mondo ha un problema di peccato, signorina. Okay? Gesù ha detto: io sono la Via, la Verità e la Vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.”
La donna continua a scansarsi, parlando e cercando di aggirare il poliziotto.
Lui prosegue: “L’America e il mondo hanno un problema di peccato. E’ da lì che escono razzismo, ingiustizia, e odio e violenza. Non riguarda il razzismo. Legga la Bibbia”, conclude.

Beh, è la verità. Detta da un robusto poliziotto nero di mezz’età in mezzo a ragazzini che, evidentemente, non ci credono. Se mai ci hanno pensato. Se mai qualcuno gliel’ha detto.
Il punto è quello: puoi leggere la Bibbia quanto vuoi, ma prima di tutto devi fare esperienza che tutte le cose brutte arrivano dal fatto che si rifiuta ciò che è buono. Senza questa esperienza, quelle parole non vogliono dire niente .Ti allontani, come quella ragazza. Che se anche le ha udite, molto probabilmente non è riuscita a capirle, piene delle stesse cose che dice di combattere. Per arroganza, ignoranza, perché l’ha letto sui social, perché tutti fanno così.

Ho pochi dubbi che quel poliziotto il male vero l’abbia visto in faccia molte volte. Ma non è con il male, e neanche con le parole che si riuscirà a sconfiggere il male. Perché la ragione, la capacità di guardare oltre l’immediato e alzare lo sguardo, lo stesso essere uomini, dipende dall’adesione a quel Vero, a quella Via, a quella Vita a cui si riferiva l’ufficiale. Vederla attuarsi in chi ci sta di fronte. Desiderarla per sé.

Senza, siamo persi.

Iconoclasti

Quando cambiò il modo di fare la guerra, e i castelli e le mura divennero obsoleti, la maggior parte della città li demolì o li riadattò. Nella casa avita dei parenti di mia moglie un tratto del muro di cinta faceva parte dell’antica fortificazione cittadina;  è spesso quasi un metro, di pietre e mattoni; si distinguono perfettamente le decorazioni e i sostegni dei camminamenti. Sospetto che dove sorge una tettoia vi fosse la torre angolare.
Cosa può servire una cinta muraria di fronte ai cannoni? Soffoca la circolazione, occupa prezioso spazio urbanistico. Che si abbatta.
Oggi, le città che ancora le posseggono sono luoghi di grande turismo, oggetti di curiosità e ammirazione.

In Inghilterra Enrico VIII si separò da Roma, e rase al suolo chiese e conventi. Quello che contenevano fu usato per pagare guerre. In Francia la Rivoluzione eliminò monasteri che erano vere meraviglie, come Cluny. Anche in Spagna molto fu saccheggiato durante la Guerra Civile. Non parliamo della Russia. In Cina Mao fece distruggere ogni tempio, biblioteca e tomba antica.  Gli islamici hanno fatto a pezzi praticamente ogni opera d’arte su cui hanno messo le mani; le statue di Budda fatte esplodere dai Talebani o le rovine siriane devastate dai cosiddetti ribelli non sono che l’ultima goccia.
Dove si può accedere, i fortunosi residui degli abbattimenti sono mete turistiche di grande interesse, fonte di introiti e conoscenza.

Parecchi anni fa visitai delle rovine. Due leoni di pietra che forse un tempo decoravano la porta di una antica città, ritrovati semisepolti, furono additati dalla guida come l’esempio delle devastazioni cristiane: “I cristiani non potevano sopportare le statue di animali e così tentarono di distruggerle”. Io alzai la manina e replicai che, a mia conoscenza, ciò non era proprio nello spirito cristiano; avevo visto statue del tutto simili decorare l’ingresso di chiese e cattedrali anche molto antiche; e che forse la colpa poteva essere in realtà imputata, se non alla guerra, ad alcuni degli altri possessori del sito notoriamente molto meno affabili con l’arte figurativa. Mal me ne incolse; fui preso a male parole, in quanto quello “era ciò che aveva studiato in università e il mio professore mi ha spiegato, quindi è vero”. Poco mancò che mi cacciasse via. “Andiamo bene”, io pensai.

A guardare le scene odierne in cui allegri giovinastri abbattono la storia che non capiscono bastonando chi si oppone mi viene da pensare che stanno compromettendo la ricchezza dei loro nipoti, se mai ne avranno. Buttare via quanto è antico confidando nella giustezza della modernità, abbiamo visto, è una caratteristica di un certo tipo di mentalità; alla lunga non paga.
Dicono che in Italia sia radunata la maggior parte delle opere d’arte del globo. Ciò non solo per merito del temperamento artistico degli italiani, ma anche perché quelle stesse opere sono state salvate da distruttori e saccheggiatori. Mentre altrove no.
La domanda alla quale occorre rispondere, ora, è: storicamente, cosa avevano in comune le società che hanno distrutto il loro passato e la loro fortuna? Cos’ha avuto l’Italia di differente, per risparmiarsi urbanisti alla moda e iconoclasti?

Né santi né eroi

Son d’accordo con voi
Non esiste una terra
Dove non ci son santi né eroi
E se non ci son ladri
Se non c’è mai la guerra
Forse è proprio l’isola
Che non c’è, che non c’è

Edoardo Bennato, “L’sola che non c’è”

La strofa qui sopra della celebre canzone di Bennato mi ha sempre reso un poco perplesso. Capisco la mancanza di ladri, guerra, armi; ma perché si dovrebbe rinunciare a santi ed eroi?
A parte che l’isola originale di Peter Pan, se non di santi, quantomeno di eroi e armi è piena; ma è proprio la fonte di questo desiderio di nulla che mi sfugge. La canzone del nostro cantautore, peraltro bellissima, non è certo la sola che condivida questo tema. C’è Imagine, ad esempio, inno di quella “generazione di sconvolti che non han più santi ne eroi” che ha fatto del nichilismo alla Vasco il suo vanto.

Desiderare”né santi né eroi” vuol dire rifiutare il pensiero che ci sia qualcosa di più alto, e negare che sia necessario sacrificarsi per esso. Se l’alto è negato, non restano che due direzioni: il piatto indifferenziato e grigio, e il basso. No, il grigiore non dura: si precipita in fretta.
La conseguenza diretta è volere abbattere le statue dei santi e degli eroi, tenendo buona qualsivoglia scusa. Perché in un mondo che si vuole senza virtù vedere uomini che l’hanno incarnata, e quindi doverne ammettere l’esistenza, è insopportabile.

Senza virtù, però, non si è più uomini, ma bambini capricciosi. Guardate questo filmato:

La ragazza in maglietta nera vorrebbe abbattere una statua che raffigura uno schiavo, ed è furiosa perché quei due anziani di colore tentano di impedirlo. L’uomo con il cappello continua a chiederle: “Chi ha pagato per quella statua?”; ma lei non lo sa. La risposta è: sono stati gli schiavi neri liberati, che l’hanno quindi regalata al Congresso degli Stati Uniti. Il tipo con i capelli e barba bianchi cotonati impersona Frederick Douglass, che con Lincoln è colui che più di ogni altro lavorò per l’Emanicipazione.

Dante direbbe che quella ragazza sottopone la ragione al talento; ovvero, dimentica la ragione in favore dell’istintività. Ciò che differenzia l’uomo dagli animali è la ragione. Che è valutare ogni cosa, senza lasciare indietro niente: la storia, il peccato, la verità. Gli eroi e i santi sono quegli uomini che furono uomini più degli altri; coloro che, guardati, fanno capire quanto grandi si può essere quando si tende a qualcosa di più alto.

Quello che mi viene in mente è che questo sarebbe proprio il momento giusto sia per i santi che per gli eroi. Perché è ciò di cui abbiamo bisogno, nell’istante in cui si rischia di smarrire ciò che è vero.

La messa alta

Mi autodenuncio. Ho partecipato ad una messa dove non abbiamo rispettato la distanza sociale, non avevamo la mascherina, non c’erano guanti . Di aria fresca ne arrivava però in abbondanza, e sono ragionevolmente certo che fossimo più vicino al cielo di chiunque nel raggio di chilometri. Fisicamente, quantomeno. C’è chi sosteneva che sopra i duemila d’altitudine si può; è lì eravamo trecento metri più in alto.

Certo, l’altare era un po’ precario. Quando sei su un crinale lungo dieci metri e largo tre, e sotto c’è solo nebbia, non vai per il sottile. Usi quello che trovi. Posso però affermare con una certa sicurezza che in quanto a fede e rispetto battevamo di gran lunga certe stanche celebrazioni a cui ho assistito in passato. Eravamo pochi ma, se non buoni, quantomeno desiderosi di ciò che lo è.

Il Gesù bambino che ci guardava dall’edicoletta fatta di pietre grosse era decapitato, e sua madre senza braccia. Non so se sia stato qualche iconoclasta che li trovava troppo bianchi per i suoi gusti o semplicemente le intemperie. Qualcuno aveva però anche portato a quella madonnina monca dei fiori, e farli arrivare in buono stato dopo tre ore e passa di cammino non è impresa banale. Le statue sono solo segni; come quei fiori, indicano una presenza.

Forse, in un futuro, tutte le messe saranno così: semiclandestine, lontane da occhi indiscreti, là dove il segnale non arriva. Anche se le chiese svuotate dall’interno e dall’esterno saranno abbandonate, ci sarà sempre una pietra che potrà fare da altare. Se ci saranno mani che spezzano il pane, che versano il vino.