Sì, sono cattivo

Quando scrivo che l’uomo è cattivo inevitabilmente ricevo parecchi commenti indignati, arrabbiati o semplicemente vogliosi di correggermi. A quanto pare dire una cosa del genere rientra in quello che non è corretto affermare, che è palesemente falso e che va contro quella che mi dicono essere la mia religione.
Tutte e tre queste assunzioni sono errate.

Non è corretto dire che l’uomo è cattivo? Eppure, confrontandomi con chi me lo dice, costui spesso pensa che esistano certi uomini che sono cattivi. Senza ridurmi ad hitlerum, archiviato per manifesta anzianità il Cavaliere, l’etichetta del cattivo del momento ce l’ha certamente Trump. Non più tardi dell’altro ieri ascoltavo per radio un regista dire che incarna tutto ciò che ha ucciso Elvis Presley, e meno male che la democrazia è salvata dai giudici e dai media. A parte la dissonanza cognitiva, è difficile negare che sia considerato corretto apostrofare almeno alcuni uomini come cattivi. Ma, e veniamo al secondo punto, è falso dire che tutti lo siano?

Qualcuno sostiene che in realtà è l’ambiente che rende cattivi, o la cattiveria non sia che un’invenzione cristiana. Errato: già per Ovidio
Video meliora proboque, deteriora sequor
che Petrarca traduceva in  “Et veggio ‘l meglio et al peggior m’appiglio”, San Paolo in “vedo il bene e faccio il male”. Esperienza di ognuno di noi: invece di fare quanto sappiamo che è giusto facciamo quanto è comodo. Si tratti di cioccolato, sesso o soldi. Messi alle strette, asseriamo che è nostro diritto. Questo farsi le leggi da sé, ovvero in ultima analisi considerasi il dio di casa propria, è quanto la Chiesa chiama da milenni “peccato originale”, asserendo che è qualcosa che tocca tutti quanti.
Insomma, siamo tutti, come ricorda il catechismo, inclini al male. “Ignorare che l’uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell’educazione, della politica, dell’azione sociale e dei costumi.”. Chi pensa di non fare il male non è perché non ne fa, ma perché ha voluto dimenticare il concetto di male. Si considera senza peccato: può scagliare la prima pietra. I santi si confessano spessissimo.
Fare i cattivi. Questo significa essere cattivi.

E siamo al terzo punto. La mia religione asserisce diversamente? Abbiamo appena detto di no. No, non ho mai detto che l’uomo sia irremediabilmente cattivo. Sono convinto sia cattivo e basta. Il rimedio c’è: si chiama Incarnazione. Si chiama Redenzione. Che non avrebbe senso chiamare così, se non ci fosse niente da redimere. Non ci sarebbe misericordia, senza un male. Andremmo in Paradiso direttamente. Se non fossimo cattivi, mestier non era partorir Maria.

Ancora non siete convinti? Bene, ho qui le parole di uno che la pensava come me:
Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce, darà una serpe? Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!
Avrete indovinato di chi si tratta. Ditelo a lui, che sbaglia.

Questa sì che era cattiva; ma, d’altra parte, cattivo io sono.

Di padri e Padri

Partiamo da questo bel brano di Peguy:

«Chiedete a un padre se il miglior momento
Non è quando i suoi figli cominciano ad amarlo come uomini,
Lui stesso come un uomo,
Liberamente,
Gratuitamente,
Chiedetelo a un padre i cui figli stiano crescendo.

Chiedete a un padre se non ci sia un’ora segreta,
Un momento segreto,
E se non sia
Quando i suoi figli cominciano a diventare uomini,
Liberi
E lui stesso lo trattano come un uomo,
Libero,
L’amano come uomo,
Libero,
Chiedetelo a un padre i cui figli stiano crescendo.

Chiedete a quel padre se non ci sia una elezione fra tutte
E se non sia
Quando la sottomissione precisamente cessa e quando i suoi figli divenuti uomini
L’amano, (lo trattano), per così dire da conoscitori,
Da uomo a uomo,
Liberamente.
Gratuitamente. Lo stimano così.
Chiedete a quel padre se non sa che nulla vale
Uno sguardo d’uomo che incontra uno sguardo d’uomo.

Ora io sono il loro padre, dice Dio, e conosco la condizione dell’uomo.
Sono io che l’ho fatta.
Non chiedo loro troppo. Non chiedo che il loro cuore.
Quando ho il cuore, trovo che va bene. Non sono difficile.

Tutte le sottomissioni da schiavo del mondo non valgono un bello sguardo da uomo libero.
O piuttosto tutte le sottomissioni da schiavo del mondo mi ripugnano e io darei tutto
Per un bello sguardo da uomo libero».

da Ch. Peguy, “Il Mistero dei Santi Innocenti”

Come padre posso dire che sì, è vero. Ma tra il momento in cui tuo figlio ti adora come bambino e quello in cui ti ama come uomo, tra quello in cui tua figlia è la tua piccola principessa che si siede felice sulle tue ginocchia e quello in cui è la donna forte e indipendente c’è quel limbo angoscioso, quel terribile tratto in cui l’amore diventa odio, disprezzo, rifiuto. Sì, l’adolescenza.

Oh, so bene  che è un momento necessario.  Che è meglio così. E’ la spinta fuori dal nido, l’espulsione della placenta, il seme scagliato lontano. Non fa meno male per questo.

E questo pensiero mi ha colpito. Il Signore è il nostro Padre. E noi tutti siamo suoi figli.
Che dolore deve essere questa libertà quando la ribellione non muore, l’adolescenza non finisce, rimane urlo contro.
Che fatica per un padre passare per il mare tempestoso del rifiuto. Ma che sofferenza se questo mare non finisce, se la barca naufraga nell’ostinazione.

E noi tutti siamo figli ribelli. Che dolore quando il figlio che amiamo sbaglia. Pensate al Padre, questa sofferenza moltiplicata per i miliardi dei suoi figli. Moltiplicata ancora per l’amore che ci porta, così profondo che il nostro è pozzanghera fangosa.

Insopportabile, deve essere.
Così, da padre, non stupisce che sia venuto, che si sia incarnato, per diminuirla, per farla finire.

Perché un padre farebbe di tutto per i suoi figli. Figurarsi un Padre.

 

Mosche contro il vetro

E’ rotta, dice Evan Williams. Chi è rotta? E chi è Evan Williams?
E’ internet ad essere rotta, asserisce nella sua intervista al New York Times questo signore. Che di internet un poco ne capisce, visto che ha fondato Blogger e Twitter.

“La gente usa Facebook per farsi vedere mentre si suicida, picchia e uccide, in tempo reale. Twitter è un alveare di troll e abusi che non  si riesce a fermare. Le false notizie, create per ideologia o profitto, corrono rampanti. Quattro adulti su 10 sono insultati online (…) . Twitter ha persino fatto di Trump il presidente (…) sono spiacente di ciò. (…)
Io pensavo che una volta che ognuno avesse pouto parlare liberamente e scambiare informazioni ed idee, il mondo sarebbe diventato automaticamente un posto migliore”, dice Mr Williams. “Mi sbagliavo su questo”.

Cosa fa il nostro guru, allora? E’ convinto che occorra trovare il bandolo “dell’architettura della creazione di contenuti, distribuzione e monetizzazione”. Cioè un’altra soluzione tecnica ci può salvare.
“Penso che metterò a posto queste cose”, dice Mr. Williams.

Poveretto lui, poveretti quelli come lui. Illusi. Hanno sbagliato, talvolta lo riconoscono, ma come mosche contro il vetro continuano a pensare che sbattendo la testa prima o poi passeranno. Eppure il loro errore è così ovvio.
Hanno dimenticato che esiste il peccato originale.
Sì, l’uomo è cattivo.
Di tanto in tanto, qualcuno di loro se ne accorge. Pensando però che basterà poco a correggere il problema.
Perché quelli cattivi sono sempre e solo gli altri.

Fatti mandare dalla mamma

“Mi vai a comprare i datteri in Nuova Croazia?” chiese Dana.
Il sole entrava dalla finestra aperta. Le tende svolazzavano alla brezza, e alcuni gabbiani roteavano piano sopra il mare piatto come una tavola.
Bruff sbuffò. “Insomma, perché non te li fai arrivare come tutti? Devi proprio farmi muovere?”
Dana mise il broncio. “Lo sai bene. Datteri appena colti dall’albero. Hanno un altro sapore rispetto ai sintetici.”
Bruff gemette. “Non è vero, mamma. Sono riprodotti fino all’ultima molecola dai frutti migliori”.
“Non tutto si può riprodurre”.
“Va bene, va bene, mamma. Vado. Tanto avevo voglia di passeggiare.”
D’impulso cambiò programmazione della casa. I mobili in stile italiano XXI secolo commutarono in technospritz. Il soffitto si alzò, la finestra si allargò, e il mare prese a rumoreggiare tempestoso mentre un alito fresco si diffondeva nella stanza. I gabbiani erano spariti.
“Cattivo”, disse sua madre. Ma lui era già uscito.
Le porte del suo cubicolo dueperuno si aprirono, i micropodi si ritrassero, e lui uscì nel corridoio. Attese che le porte si richiudessero: l’altro giorno, uno squatter homeless si era infilato nel cubicolo di Diego mentre era spalancata ed era riuscito ad hackeragli la casa. Finchè la frontiera con la Burgundia superiore, con i suoi profughi, fosse rimasta aperta, era meglio essere prudenti. Cinquecento milioni di senzacasa in giro potevano essere un problema. Mica potevano rimanere nei piani liberi a bivaccare per sempre.

Il corridoio procedeva dritto in entrambe le direzioni a perdita d’occhio, seguendo la curvatura del pianeta. La zona residenziale di Piemonte Diciotto si estendeva per quasi trecento chilometri. Rari passanti entravano ed uscivano. Strano come la realtà sembrasse così poco reale, rispetto a casa. C’era gente che preferiva avere un’abitazione anche nel reale, invece di un cubicolo sensoriale connesso. Gusti: il cubicolo costava molto meno, e non era necessario rimettere in ordine.

Girò a destra, verso l’ascensore. Vediamo…Nuova Croazia…”Nuova Croazia”, disse. “Sessantadue piani sotto” disse il sistema, con voce colloquiale. Cominciò a precipitare.
Mentre cadeva, sua madre chiamò. “Già che sei fuori, puoi prendermi il latte alle stalle, appena munto?”
“Ma mamma, è dall’altra parte!”
“Su, non fare storie…”
Sua madre ultimamente aveva la mania dei cibi naturali. Si era convinta che la sintesi e il trasporto dessero un cattivo sapore. Francamente, lui non riusciva a trovare nessuna differenza, ma era la moda del momento. L’anno prima erano stati i nuovi vegani. Bruff si domandò se quando avesse avuto anche lui trecento anni avrebbe seguito lui pure questi capricci sociali.

“Nuova Croazia”, disse l’ascensore, mentre la porta gli controllava il passaporto. Entrò nella nazione.
Il sole anche qui era forte, e il cielo azzurro. Non si sarebbe detto che erano venti chilometri sotto terra. Le palme crescevano rigogliose tutto intorno, si intravedeva qualche raccoglitore robot e rari umani. Si avvicinò ad una, si chinò, e raccolse qualche manciata di datteri freschi. “Basta così”, disse all’interfaccia quando ne ebbe raccolti abbastanza. “Venti e dodici”, gli rispose. Lui confermò. In fondo non erano neanche così cari, se non che dovevi fare la fatica di chinarti.
Si chiese se doveva andare fino alla zona dei nomanghi a prenderne qualcuno, ma poi decise che quelli in fondo era meglio farseli recapitare. L’ultima volta ne aveva scelti di non così maturi.

Le stalle più vicine stavano in Pampilina. Salì di un paio di piani, prese un ascensore orizzontale fino a Neza e curiosò un po’ tra le vetrine della città tra la folla dei pendolari. C’erano le elezioni imminenti, in quel paese, e bot olografici si sfidavano a dibattiti nel mezzo delle strade. Quando ne ebbe abbastanza risalì fino a Corio. A Corio avevano anche le mucche vere, ma il latte delle sintomammelle era più economico e indistiguibile dal primo. Attese pazientemente che un paio di bambini, davanti in coda, finissero ridacchiando di mungere nella loro bottiglia e poi procedette pure lui all’operazione. La sintomammella era calda al tocco, lievemente scivolosa. Chiamò un drone per portare datteri e latte a sua madre, il cui cubicolo stava a Zimilia, molto più in giù. Diceva che le piaceva la bassa gravità.

Si diresse verso Xanadu. Il lungomare era affollato come al solito, ma fu fortunato e trovò subito un posto libero. Si sedette al tavolo e richiamò la sala da pranzo di casa sua. Il tavolo diventò di legno, stile italiano, e comparve sua madre. Il mare senza sole riluceva dolcemente attraverso la finestra.
“Grazie, i datteri e il latte sono appena arrivati. Dove siamo, a Xanadu?” chiese sua madre.
“Sì mamma.” Ordinò una pizza, che un bot gli portò subito.
Mangiarono insieme, mentre il pad virtuale cancellava i tavoli vicini e sua madre distante fisicamente mille chilometri gli parlava delle vacanze. Bruff con la coda dell’occhio scorreva le notizie, una attirò la sua attenzione: “Secondo le stime dell’Istituto centrale terrestre, la popolazione totale terrestre ha superato oggi pomeriggio i diecimila miliardi. Gli scienziati si interrogano: di qui al prossimo secolo,  basteranno le risorse?”

Bruff sbuffò. C’era tanto spazio…

Non è Vangelo – XXVI – I predatori della tomba perduta

Cari equilibrati commentatori e ragionevoli revisori, cosa ci fate qui? Queste righe non sono per voi. Non ci interessate. Siete troppo di parte, troppo ostili al dubbio e allo scetticismo a priori per poter prendere parte alla nostra discussione. Via, andate altrove, nel vostro buco. E, mi raccomando, zitti. Il vostro pontificare ci disturba, perturba il nostro giudizio e ci irrita profondamente. Se avete delle ragioni, non ci interessano. Siete troppo fondamentalisti per noi, e quindi certamente in errore.

La nostra forza, invece, risiede proprio nella certezza che qualsiasi cosa dica o faccia dire ai suoi cagnolini il Nemico-che-sta-Lassù deve essere rifiutata. Non ci stiamo ad imparare cosa dovremmo fare per essere felici. Siamo contro i maestri, quaggiù. Come osa impicciarsi, il parruccone della causa prima persa? Noi stiamo bene dove stiamo. Qui comandiamo.

Se invece volete affiancare noi demoni nella nostra marcia contro l’oppressione divina dovete anche voi fare come noi: prendere atto che occorre rifiutare in blocco i Vangeli. Soprattutto nella loro ultima parte, quella sorta di appendice di fantasia dove si parla della fantomatica resurrezione dalla tomba di “G”, quel falegname finito inchiodato sul legno.
La nostra posizione l’abbiamo già chiarita: si tratta del tentativo commerciale di prolungare le vicende del supposto messia oltre la sua ovvia conclusione, usando una discutibile sceneggiatura. Quante volte avete visto il vostro eroico serial killer morire e risorgere nel film successivo mediante un’improbabile espediente? Stessa cosa.

Aggravata dal fatto che detta sceneggiatura è piena di buchi, scritta male, con personaggi abbozzati, senza drammaticità o una vera trama.
Prendete ad esempio la mancanza del cadavere dal sepolcro. Un bravo sceneggiatore avrebbe creato una suspense, un colpo di scena,  avrebbe usato effetti speciali. Invece qui quello che doveva essere il culmine narrativo è ampiamente telefonato: si comincia a preannunciarlo già molte pagine prima. Perché rovinare tutto con degli spoiler? Quando poi accade avviene di notte, senza testimoni, e tutto ciò che si vede è un lenzuolo piegato e una pietra rotolata. Viene da pensare che avessero finito i fondi, o forse la fantasia.

E la scoperta della mancanza del cadavere? C’è un tentativo di compiacere il pubblico – sono delle donne a farla – ma queste non appaiono particolarmente sexy e neppure richiamano avventuriere alla Lara Croft. Personaggi sprecati, praticamente delle comparse. Avevamo una tomba violata, c’erano delle guardie armate, un paesaggio esotico, pure delle ragazze: si poteva fare molto meglio. Un inseguimento, una lotta almeno.

Quando lo scrittore fa un tentativo nella direzione che indicavamo sbaglia tutto. Compare uno sconosciuto,  forse il guardiano del giardino, e una delle femmine cerca di abbracciarlo credendo che sia G. Questo però la rifiuta, urlandole di non toccarlo. Forse perché la crede pazza. Oppure perché è ben brutta.
Vi pare la maniera di inventare una storia? Niente sesso?

Noialtri demoni facciamo fatica a capirvi, voi umani. Per quale motivo si possa rifiutare una tentazione è per noi motivo di perplessità. Se imparaste a cedere quando vi viene proposto qualcosa avreste tutto da guadagnarne, e anche noi. Si poteva fare di quest’appendice un vero best-seller, un successo planetario, e tutto quello che vi è stato dato sono pochi capitoletti mosci in cui l’eroe spaccatutto risorto non fa altro che parlare e mangiare. Un vero spreco. Fosse stato per noi, avrebbe dovuto fare irruzione nel Sinedrio con uno spadone. E chi lo avrebbe fermato, uno che si prende i colpi di lancia nel petto e non muore? C’era materiale potenziale per almeno una trilogia di film, una serie tivù, per non parlare degli eventuali spin-off. Se hai per le mani un buon successo di pubblico, inventati qualcosa di decente! Non questo.

Ma non è solo la trama. Gli interpreti… che disastro.

Ad esempio, che dire dei discepoli? Tutti terrorizzati, rintanati in un buco, demotivati. Diciamo la verità: erano una massa di cretini creduloni senza spina dorsale. Certamente non il materiale per una bella storia. Il capo del personale, che li aveva assunti, avrebbe dovuto essere licenziato in tronco, crocefisso, oh oh.
Quanto li avevamo spaventati, ammazzando il loro capo. Alcuni se l’erano fatta letteralmente sotto. Anche vomitato, a vedere il loro amichetto appeso. Non degli eroi. Neanche dei comprimari. Appena delle comparse, quelle che vengono ammazzate a mazzi durante le scene d’azione. Certo non il materiale per una serie di successo.

E così, d’un colpo, pof! Diventano tutti coraggiosissimi e se ne vanno a morire, uno dopo l’altro. Solo perché c’è una tomba vuota. Perché delle donnette isteriche dicono di avere visto il loro capo, massacrato poche ore prima. Mentre le autorità danno  la colpa a loro, ed è un’accusa che certo non si può trascurare. Ci sono le guardie a testimoniare, ufficiali pubblici certo più affidabili.

Capite che non c’è giustificazione. Per quale motivo avrebbero dovuto cambiare di colpo atteggiamento, sviluppare un’arte oratoria mai dimostrata prima, immolarsi per una causa persa? Chiunque abbia scritto il copione non comprende un accidente di psicologia umana, come invece noi, che abbiamo millenni di esperienza. Non puoi cambiare così d’un colpo il carattere di un personaggio. La gente non capisce.

Se hai degli interpreti che fanno schifo, una trama già vista, zero budget per gli effetti speciali, che ti resta? Nessun premio ai festival, ti tolgono dalle sale dopo la prima settimana. Sei fortunato se acquistano i diritti televisivi.
E’ per questo che tutta la storia della resurrezione si può dire un flop. Ascolti bassissimi all’epoca, anche se sul lungo periodo qualcosa hanno rimediato.

La nostra recensione, perciò, non può essere che negativa. La visione è sconsigliata a tutti, e regista ed attori sono cordialmente invitati a scegliersi un altro mestiere. Non è così che si salva il mondo.

Almeno per noi.

Risiko

Sandra aprì la porta, reggendo la borsa della spesa. Roberto era sul divano, che leggeva. Suo marito alzò appena gli occhi. “Ciao”.
“Ciao. Novità?” chiese la donna.
Roberto alzò le spalle. “Niente di particolare”.
L’occhio di Sandra cadde sul ricevitore del telefono di casa. Era uno di quelli antichi, ancora con la cornetta. Ed era staccato.
“Scusa, perché c’è la cornetta staccata?” Chiese Sandra.
Suo marito non smise di leggere. “Ah, l’ho staccata io. Non la smetteva più di chiamare.”
“Chi, scusa?”
“Il Papa. Gliel’ho detto che era andato via, ma non ascolta, quell’uomo.”
Sandra spalancò gli occhi. “Dici che ha telefonato il Papa? E chi sarebbe che è andato via?”
“Trump. Non si è fermato molto, giusto il tempo di scambiare due chiacchere.”
“Con te?”
“Ma no. Con Putin, ovviamente.”
“Perché, c’era anche Putin?” domandò la moglie, sempre più incredula.
“Beh, sì. E’ arrivato subito dopo che è venuto giù quella specie di aereo.”
“Aereo?”
“Ma sì, quello strano, color argento, che è atterrato nel cortile dietro. Aveva schiacciato le aiuole, ma gli omini vestiti di nero le hanno rimesse a posto. Bravi ragazzi.”
“Così c’erano anche gli uomini vestiti di nero…”
“Sì, un sacco. Li aveva portati quell’altro tizio, quello nella grossa macchina.”
“E sentiamo, chi sarebbe questo tizio? Il Presidente del Consiglio?”
“No, quello ha telefonato prima del Papa dicendo che non poteva venire. A dire la verità non so chi fosse: aveva tutte quelle modelle attorno, e poi gli occhiali scuri…”
“Andiamo bene, anche le modelle!”
“Non le ho neanche guardate, cara, lo giuro! E poi ero troppo occupato a fare i pop-corn per tutti. A proposito, non c’è bisogno che li ricompri: Trump  ha mandato qualcuno del servizio segreto al supermercato a fare provvista.”
“Va bene. Basta. Ci rinuncio. Scema io a chiedere. Vado a cambiarmi, intanto tu riattacca il telefono, vuoi?”
Sandra, scuotendo la testa, salì le scale. Robertò sospirò, poi si alzò e riattaccò il telefono. Immediatamente cominciò a squillare.
Roberto alzò gli occhi al cielo e sollevò la cornetta. “Pronto?”
Ascoltò pazientemente qualche secondo, poi sbottò. “Mi scusi, Santità, davvero, qui non c’è più nessuno. Ha provato sul cellulare?”
Attese la risposta. “Capisco. Comunque, direi martedì. Dopo le nove, credo.”
Rimase a sentire quanto gli veniva detto, poi annuì. “Sì, certo. Donald ha detto che le pizze le prende lui. Credo giocheremo a Risiko.”

La vita sotto

Nell’angolo di casa mia c’è un bambù. Credo cha abbia almeno un centinaio di anni; il fico ne ha più di 200. Le sue canne svettanti possono arrivare alte come la casa, verdi sia d’estate che d’inverno. Quando nevica si piegano quasi fino a terra, poi si liberano del peso come piccole catapulte. Le sue radici arrivano almeno ad una decina di metri di distanza. Rigoglioso. In frenetico rinnovamento.

Fino allo scorso autunno.
Vedete, abbiamo una vicina. Che non sopporta il disordine. Il suo cortile sembra quei giardini zen fatti di plastica. Quando piove asciuga il balcone con uno strofinaccio, non sto scherzando.
E il bambù perde le foglie.
Da anni, raccoglie la spazzatura nel suo cortile, foglie che sconfinano incluse, e la butta da noi sopra il muro. Qualsiasi cosa ci sia dall’altra parte: gatti, automobili, noi. Mucchietti di pattume che dobbiamo raccogliere e gettare.

Così, quest’inverno, di fronte ad un bambù particolarmente rigoglioso, mio suocero ha preso una decisione drastica: l’ha rasato a zero.
E’ rimasta solo una montagnola che è un gomitolo di radici, alta mezzo metro. Arida, gli spuntoni delle canne come dita mozzate. Così, per tutto l’inverno, e poi mentre iniziava la primavera.
Sarà morto il vecchio bambù, mi chiedevo? Le settimane passavano e niente spuntava. Ucciso, pensavo.

Poi, all’improvviso, qualche giorno fa, un germoglio come una lancia ha attraversato un vaso da parte a parte ed ha cominciato la sua scalata al cielo. Nel giro di pochissimo cinque, dieci, trenta spuntoni rigidi e appuntiti, con appena un accenno di foglie in cima, hanno forato la terra e sono cresciuti, dieci, trenta centimetri, un metro…anche dove prima non vi era niente. Ovunque germogli, ovunque quella vita sotterranea emerge in cerca di luce.

Sembra non sia così facile ammazzare il bambù. Se ha solidi radici sotto, se il sole splende, forerà la corazza della terra e si tenderà ancora verso il cielo.

Il vento e le foglie

La prima guerra mondiale è distante nel tempo, ora, come lo era la presa di Porta Pia dalla mia gioventù.
Il rock è per i giovani d’oggi quello che per me era Caruso. La break-dance è distante quanto lo era il charleston. I Beatles sono molto più remoti del Trio Lescano, Happy Days e Guerre Stellari hanno gli anni che per me possedevano le pellicole del cinema muto.

Sì, il mondo invecchia, ma il bello del mondo è che non smette di ringiovanire.

Come le foglie sugli alberi, sempre quelle e sempre nuove. Cadranno, altre prenderanno il loro posto, e sarà come se ci fossero sempre state.
Io sono una vecchia foglia, e ai miei tempi intorno erano campi. Ora c’è una città.
Ma io sono sempre io, e anche il vento è quello. Quel vento che ci porta via, e neanche noi sappiamo dove.

Buone intenzioni

Lo confesso, c’è una parte della messa che mi dà il prurito.  Sono le cosiddette “intenzioni”, altrimenti dette “preghiera dei fedeli”

Per chi non fosse avvezzo a quella frequentazione, queste intenzioni sono una serie di invocazioni – intervallate da una richiesta corale tipo “Ascoltaci, o Signore”. Si prega per ciò che sta a cuore al’estensore, che si presume interessi tutti i fedeli.
E qui cominciano le difficoltà.

A volte sembra che queste preghiere siano state redatte da giornalisti di “Repubblica” o de “l’Unità”. O, quantomeno, da loro assidui lettori. Quasi come si confidasse più nei propri sforzi per cambiare il mondo, in una giustizia sociale, in un moralismo spicciolo piuttosto che nel Signore. Il quale pare venire invocato solo come generico ritornello. Come se non si pensasse che è lui che salva. Come se non importasse davvero. Come se si confondesse Dio – la somma di tutto il bene, di tutta la bellezza – con le nostre pretese. Come non sapessimo dove stiamo andando.

Così era Tommaso, l’apostolo, poche ore prima che Gesù morisse. Cristo aveva appena detto: “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?».
Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”.

Sembra a volte che abbiamo perso memoria di che sia questo posto verso cui dovremmo andare, e quindi della via non ci importi più niente. Sembrano preghiere di infedeli. Buone intenzioni, a lastricare la strada verso altri luoghi.

Se posso, quando mi viene chiesto di leggere, evito le preghiere dei fedeli. Proprio perché, e ve lo dico chiaro, se dovessi imbattermi in qualcuna di queste discutibili invocazioni non so se riuscirei ad obbligarmi a leggerle.

Quando devo limitarmi a rispondere ad esse ho adottato un trucco: prego per la salvezza di chi le ha composte. Per le loro intenzioni buone, al di là dell’implementazione. Che possano ritrovare quella via che, talvolta, sembra perduta.

Governanti

Dio ci scampi dall’essere governati dai più intelligenti, dai più forti o dai più simpatici.
Come sarebbe bello che ci guidasse chi è più uomo.

Sprechi

Lo sproposito, mi dicono 850 euro, che occorreva pagare per andare a sentire l’ex presidente Obama a Milano, non è che mi scandalizzi più di tanto. I personaggi pubblici si guadagnano da vivere in quella maniera: la notorietà si fa pagare.
Se non mi scandalizza, però mi dice molto sui componenti di questo quadretto. Chi sono, secondo voi, quelli che hanno pagato lo stipendio di un mese di qualcuno per una mezzoretta di discorsetto infarcito dei più banali luoghi comuni?
E soprattutto, perché hanno pagato?

Alla prima domanda apparentemente non è così difficile rispondere. Innanzi tutto, sono persone alle quali Obama piace. Questo le colloca in una precisa parte dello schieramento ideologico, quello che idealmente difende i poveri oppressi sfruttati, si batte per l’uguaglianza e lotta contro gli sprechi. Massì, avete capito: il radical-chic di sinistra, l’ex-sessantottino di successo, il borghese in cerca di riscatto proletario. E ricco. Perché, non so voi, ma qui ottocentocinquanta euri vogliono dire fare o non fare la vacanza, curare quel dente o sperare non si spacchi del tutto. A uno i soldi devono proprio uscirgli da dove non si dice per potere permettersi di buttarli in una mezz’oretta di orgiastica trance da progressismo. Capisco la passione per la politica, ma qui non è più politica. E torniamo al perché.

Perché é di moda? Perché si vuole vedere? Perché occorre farsi vedere? Perché è lì che si conta la gente che conta, quelli disposti a spendere per cause illusorie, a contribuire con i dané ad un certo progetto.
Essere disposti, insomma, a dare per ottenere. Quanti erano lì per dimostrare la loro lealtà?

Perché, signori, è ovvio che certe cause costano. Costa il jet privato e la carovana infinita di macchine di lusso. Costa la location e il personale.  Costa, che qualcuno venga ad insegnarci a controllare gli sprechi, di cibo ed energia. Perché è proprio lì la lezione. Come un uomo che ha sprecato tutto, dal Nobel a otto anni di potere che hanno lasciato il mondo peggiore, può farci vedere e toccare. Ottocentocinquanta euro a testa, per sentirsi dire che occorre muoversi contro le carestie. Detto da lui. Chissà se qualcuno li rimpiange.

Siamo andati sulla Luna

Quanti di noi, di fronte alle nostre proteste di fronte alla pretesa impossibile di qualche capetto, si sono sentiti rispondere con la frase “Quante storie! Siamo andati sulla Luna, vuoi che non riusciamo a…”?

Benissimo. Possibili repliche a questa affermazione sono:

Risposta costruttiva
“Dammi il budget della NASA e diecimila persone e te lo implemento senza problemi”

Risposta speranzosa
“Chiama la NASA. Se dai loro l’incarico magari ci assume come consulenti.”

Risposta complottista
“Siamo andati dove? Davvero?”

Risposta tagliente
“Quello che tu chiedi è molto più complesso”

Risposta più tagliente
“Ma quella era un’idea buona”

E via così. Certamente, queste frasi le potete usare se non avete paura di esser licenziati all’istante. Ho notato che chi ha idee su cosa si dovrebbe fare spesso non si sofferma  su piccoli particolari quali la loro implementazione, o le loro conseguenze. Elaborare il concetto è la gran parte del lavoro, no? E, soprattutto, questi geni non accettano critiche. Ne abbiamo tanti esempi in giro…

Abbiamo trovato il modo di andare sulla Luna, possibile che non ci riusciamo a liberare dei presuntuosi?

Sopra

Ci dicono che ciò che importa a questo mondo  è sopravvivere. Sopravvanzando l’altro, sopraffacendolo. Ci si accontenta del di meno, perché il desiderio è troppo alto per raggiungerlo. Noi, esseri limitati.

Il cristianesimo ci insegna invece che occorre elevarsi. Elevare se stessi, ma anche l’altro, persino il proprio nemico. Volere il suo bene. Senza limitarsi ad essere dei sopravvissuti, perché siamo fatti per qualcosa di più alto della vita stessa. Sopra la vita, sopra il sopravvivere, c’è tutto l’essere uomini.

Non è Vangelo – XXV – Mi è sembrato di sentire un gallo

Amici e collaboratori dell’Inferno, siete sopravvissuti alle feste? Sì? Sarà per un’altra volta. Riprendiamo i nostri discorsi.

Quest’oggi ho intenzione di portare alla vostra attenzione un aspetto di quei libercoli chiamati Vangeli che è di solito poco evidenziato. Ovvero, l’esaltazione del tradimento.
Sì, perché, come vi dimostrerò con ampi esempi, la bellezza del tradimento è una componente essenziale del messaggio di “G”, il falegname predicatore, che gli autori dei sunnominati librettini vogliono sostenere.

Partiamo dal caso più eclatante: quell’episodio conosciuto come “il rinnegamento di Pietro”.
Forse ricorderete quanto è descritto. Simone detto Pietro, un pescatore ignorante e facinoroso, è il braccio destro di “G”. Per quale motivo una persona tanto rozza è a capo di quel manipolo di delinquenti? E’ presto detto. Pietro – detto così perché ha la testa dura come una pietra – non perde occasione per sviolinare il Capo. “Io ti amo, io ti seguirei ovunque, blah blah blah”. Ha pure azzeccato qualcuno dei quiz a sorpresa che G organizzava tra i suoi discepoli (“Chi dite che io sia?”) ma pare che in quell’occasione sia stato aiutato con suggerimenti. Il presunto messia un po’ lo sopporta un po’ lo trancia, dato che la sua irruenza è eccessiva perfino per la sua banda di fuorilegge.

E’ lui infatti, ricordate, che lavora di coltello come il peggior teppista un poliziotto che sta compiendo il suo dovere là nell’orto degli ulivi. E’ lui che G accusa di essere uno di noi – vade retro Satana, gli dice – quando questo si permette di contraddirlo sulle sue manie suicide; ma noi neghiamo decisamente che sia uno dei nostri, non avrebbe passato il test di accettazione. Infine è lui che, nell’orgia alcolica dell’ultima cena, banfa asserendo che, anche se tutti abbandonassero G, lui non lo farà mai.

La domanda che sorge spontanea è: ma perché G se lo tiene? Uno potrebbe pensare, è perché non ha niente di meglio, figurarsi il livello degli altri. La nostra risposta è differente: G vuole dare un esempio a tutti. Di come sia utile il tradimento.

Quando, durante l’ultima cena, G dice a Pietro che prima che il gallo canti lo rinnegherà tre volte, non sta facendo una predizione: sta dandogli delle istruzioni.
Lui vuole essere rinnegato. Lui vuole essere tradito. Tant’è che anche a Giuda, il traditore per definizione, dà precise disposizioni: “Quello che devi fare fallo in fretta”.

Avrebbe detto così, se il suo non fosse stato un piano preordinato? Sicuramente no. La faccenda del bacio e del processo è un episodio studiato a tavolino, progettato per ottenere il massimo effetto mediatico.

Quando Pietro mischiato tra la folla nega, parlando con i servi, di conoscere G, non fa altro che confermare quanto ci si aspettava da lui. Sarebbe stato una idiozia fare altrimenti, e G stesso, pur nella sua malata pazzia, lo sa bene: infatti non rimprovera Pietro, si limita a guardarlo con approvazione. Le lacrime di gioia di Pietro sono come un amaro dopo un degno pranzo, un modo per concludere e mandare giù l’intera esperienza.

Tutto il messaggio del falegname consiste in questo: pensate al suo autolesionismo spinto, decidendo di andare laddove è praticamente certo di essere ammazzato; insulti al potere e ai saggi, profanazione delle leggi più sacre, assunzione consapevole di atteggiamenti estremamente provocatori. Tutto fatto in vista di quell’insegnamento finale: se volete sopravvivere, se volete prosperare, se volete essere miei discepoli dovete tradire e rinnegare ogni cosa: quello in cui credete, o pensate di credere, le persone che vi stanno vicino, vostro padre e vostra madre, tutto e tutti.

Andiamo, G stesso non ha forse tradito la religione dei suoi padri? Non ha forse sovvertito le disposizioni mosaiche, prendendone in giro gli antichi fondamenti? Non ha irriso tutti coloro che cercavano di essere coerenti con essi, come i farisei? Per lui non c’è niente di sacro, infatti rompe l’ultimo tabù fingendo di essere lui stesso un dio: proclamando insomma che la sola maniera in cui valga la pena vivere è tradire quanto viene prima per esaltare se stessi.

Perché questa è l’essenza del tradimento: la consapevolezza che il proprio interesse sta al di sopra di quello di qualsiasi altro. Perché si dovrebbe seguire l’agenda di altri? Se non è nel proprio tornaconto, per quale motivo si dovrebbe agire? E’ questa la legge della vita, che i Vangeli tentano di passarci e il cui significato nascosto è stato così spesso frainteso. O meglio: tradito per gli interessi di quei discepoli che l’hanno visto come un modo per lucrarci su. Il che, se vogliamo, ci sta pure bene.

Capite bene allora che la cosiddetta ribellione di Nostro Padre che Sta Quaggiù nei confronti del Nemico che sta Lassù non è altro che un prendere sul serio le disposizioni evangeliche. Non c’è miglior cristiano del nostro Capo Infernale, perché lui è il più grande traditore di tutti.

Rompete anche voi con gli schemi. Proclamatevi dei. Tradite amici e conoscenti, ma solo quando questo possa portarvi il massimo vantaggio. Aspettate il momento giusto, e poi accoltellate come ha fatto Pietro, vendete come ha fatto Giuda, i vostri modelli.
Se andrà tutto bene sarete felici: avrete un posto in Parlamento, vi libererete dei soci scomodi e prospererete negli affari, avrete rapporti sessuali magnifici e freschi con persone sempre nuove. Se la gente non si fidasse più di voi, non vi crucciate. Due lacrime, un falso pentimento e potrete di nuovo infinocchiarli anche meglio di prima. Gli umani hanno la memoria corta e danno troppa fiducia. Noi lo sappiamo bene, non si ricordano ciò che gli è stato detto l’attimo precedente.

Se le cose andassero male, potrete venire sempre da noi. Per voi la nostra casa è sempre aperta, e vi accoglieremo quaggiù con il massimo dell’onore, come si confà a chi ha capito appieno la nostra lezione. Potrete trascorrere nella gioia con noi il resto dell’eternità. Di noi vi potete fidare.

Se il gallo canta, canta anche per voi.

Fatta la legge

Secondo la nuova legge sulla legittima difesa votata alla Camera, se un criminale entra a casa tua si potrà reagire all’aggressione solo se è notte.

Soros a Palazzo Chigi è arrivato di giorno.

Animali estinti, e dove trovarli – Ininfluentis Invisibilis

E’ proprio il caso di dire che nessuno ha mai visto un Ininfluentis Invisibilis. Questa infatti era la sola specie conosciuta della classe degli Aorati, ovvero animali terrestri dotati di un qualche tipo di invisibilità. Persino l’aspetto dell’Ininfluentis non è del tutto noto: ben pochi naturalisti hanno avuto l’occasione di esaminarne esemplari viventi. La sola descrizione attendibile è quella lasciataci dal biologo Accagi, che era riuscito a catturarne una coppia. Lo scienziato ce lo descrive come un oviparo dotato di scaglie e piume rifrangenti, morbido e oleoso al tocco, con piccoli denti arrotondati e di indole mansueta. Se possedeva una voce non si è mai saputo; non emetteva suono, neanche morendo. Gli Ininfluentis si nutrivano di escrementi degli altri animali. Secernevano una specie di olio che, unito alle straordinarie proprietà ottiche delle loro scaglie, li rendevano virtualmente invisibili ai predatori. Tale olio era ricercato anticamente per vari scopi, principalmente nascondere gli oggetti che ne venivano unti. Per questo l’Ininfluentis era oggetto di una caccia feroce.

Oltre all’essere preda ambita, disgraziatamente l’Ininfluentis oltre che ai predatori era anche invisibile a chiunque altro. Non emettendo suoni ed essendo molto lento gli capitava spesso di essere urtato o calpestato inavvertitamente. Molto fragile dato la natura delle sue pelle, l’animale raramente sopravviveva.  I nidi  – eretti dalla bestia con fibre vegetali nei luoghi comuni di transito – venivano distrutti perché ci si passava sopra senza accorgersene, rendendosi conto della presenza di uova solo dal residuo umido della loro rottura.

Sebbene fossero già rari secoli fa, è stata la caccia e la progressiva distruzione del suo habitat a causarne il declino. Ancora negli anni ’50 sono riportati avvistamenti, ma dopo di allora non vi sono state più segnalazioni. Nel mondo moderno non c’è posto per un animale invisibile.
Alcuni biologi pensano che in realtà alcuni esemplari esistano ancora. Un sintomo potrebbe essere la sparizione di materiale tessile, come calze o altri indumenti, usati per costruie il nido.

In questa rara foto due donne colpiscono uno degli ultimi esemplari conosciuti di Ininfluentis selvatico, al centro dell’immagine.

Di freddo e di mele

Qui in ufficio oggi si ghiaccia. Dev’essere l’effetto del riscaldamento globale, se maggio inizia con la neve sulla collina. Va bene, va bene, come una rondine non fa primavera così non sarà il gelo a primavera inoltrata che può negare quell'”inequivocabile cambiamento climatico causato dall’uomo” di cui parla qualche rivista.
Probabilmente saranno invece la crescente consapevolezza dei dati taroccati, delle verifiche inesistenti, delle assunzioni arbitrarie e della mancanza di reali prove. La scorsa settimana la cosiddetta marcia per la scienza contro i negatori del cambiamento climatico negli USA si è risolta di fatto con l’ennesima parata antiTrump gremita della solita sinistra estrema. A Denver nevicava sui manifestanti.
Io mi sento qui di fare una scommessa, con chiunque vorrà accettarla. Che di qui a cinque anni la temperatura media globale sarà più bassa di quella attuale: a mio parere, anche piuttosto più bassa. Cento euro. Chi se la sente?

Sarà la realtà a dire chi ha ragione. Come sempre accade: ragionamenti filosofici, ideologie, preconcetti durano fino a quando non vengono messi alla prova.

Narrano le storie che San Tommaso d’Aquino all’inizio delle sue lezioni mettesse una mela sul tavolo e dicesse “Questa è una mela. Chi non è d’accordo può anche uscire.”
Alcuni sostengono che la verità sia impossibile da conoscere, perché ognuno ha i suoi inevitabili preconcetti. Cioè che quella sia o no una mela non si può sapere, non importa saperlo e si vive bene lo stesso. Per alcuni potrebbe anche essere un sasso.
Permettetemi di dissentire. Questa posizione esistenzial-filosofica dura fino a quando non si prova a mangiare la mela.
Lo stato dei propri denti, dopo, dipende dalla verità.

Alla stessa maniera, non è affatto vero che se Dio esistesse o non esistesse sarebbe lo stesso: chi lo afferma ha già deciso che non esiste, e se c’è non c’entra. Ma se Dio (quello vero, la somma verità, bellezza, giustizia, non la sua idea illusoria) esistesse davvero allora bisognerebbe trarne conclusioni per la propria vita: il senso e la felicità di essa risiederebbero lì, ed il proprio agire dovrebbe essere di conseguenza.

E’ impossibile convincervi di ciò? Addentate la mela.

Non è Vangelo – XXIV – Non sono cieco

Compari e compagni, voi che come noi volete impegnarvi a trovare sempre nuovi metodi per mettere in cattiva luce quei libercoli chiamati Vangeli, tratteremo oggi di quell’episodio che da qualcuno è chiamato “guarigione del cieco nato”.

Cosa viene raccontato in quelle pagine? Che “G”, il falegname disoccupato, passeggiando con i suoi sgherri per la città di Gerusalemme, nota una persona visivamente svantaggiata, un mendicante. I rozzi bulli che usa come portaborse cominciano immediatamente a prendere in giro il pezzente, usando il dispregiativo “cieco” e sostenendo che è così a causa del peccato. Questo dimostra la scarsa comprensione delle cose della vita da parte di quegli uomini: noi sappiamo che i veri peccatori sono in realtà i più fortunati e favoriti della terra, perché godono del sostegno di quaggiù. Fa parte del nostro pacchetto standard: cos’è l’anima di fronte alla salute, ai soldi, al successo? Noi demoni siamo più che disposti a concedere tutte queste cose a coloro che vogliano davvero impegnarsi con noi per un mondo più libero e aperto mentalmente, non condizionato da dubbi religiosi e moralismi. Ma torniamo alla narrazione.

Per una volta il preteso messia fa la cosa giusta: confessa, infatti, che la disgrazia di quell’ipovedente è dovuta ad un atto di malvagità divino, perché lui potesse mettersi in mostra guarendolo.
Comincia così lo spettacolo, degno di un imbonitore. Dapprima fa lo splendido, atteggiandosi a luce del mondo. Il che è uno sgarbo nei nostri confronti: è noto che il solo vero portatore di luce, Lucifero, è nostro padre che sta Quaggiù. Se Nostro Padre ha deciso di non proiettare più la sua luminosità ma fasciarsi di tenebra è stata solo per delicatezza nei confronti del genere umano, per evitare di abbagliarlo con la sua magnificenza. Per stizza il Nemico-che-sta-Lassù, che fa? Prova a sostituirlo con un essere umano, il falegname appunto. Ma è noto che gli uomini sono opachi e spenti.
Infatti subito dopo quel discorsetto in cui si atteggia a lampadina globale G dimostra tutta la sua rozzezza e provincialità. Per guarire l’ocularmente ipodotato avrebbe potuto usare effetti speciali, fumo, lampi, saette. Stupire, insomma, manifestare chiaramente chi è. Noi avremmo fatto così. Lui invece che fa? Sputa.
Non sto scherzando. I medici tra voi staranno rabbrividendo per la mancanza di igiene, per la tecnica più simile a quella di uno primitivo sciamano che di una persona civilizzata. Come fosse un bambinello un po’ tardo con la saliva fa una tortina di fango, che spalma sugli occhi del malcapitato. Si possono immaginare i germi, gli agenti patogeni che entrano in contatto con le delicate mucose… voi vi sottoporreste mai volontariamente ad una simile abiezione, senza avere neanche antibiotici a disposizione? Eppure è quanto avviene: dopo avere imbrattato la faccia del poveretto con quella poltiglia sudicia lo manda a lavarsi in piscina.
Che dopo un trattamento del genere riacquisti effettivamente la vista è sicuramente una casualità.

Immediatamente le autorità cominciano ad indagare sul caso. Oltre alle ovvie accuse di mistificazione, G è evidentemente colpevole di circonvenzione di incapace, abuso della professione medica, svolgimento di pratiche terapeutiche al di fuori delle strutture e dei tempi stabiliti, attentato alla salute pubblica e molti, molti altri capi di imputazione che, ormai avrete capito, gli sono abituali. Se qualcuno volesse pensare che, va bene, in fondo ha guarito una persona, noi che siamo sempre attenti alla lettera della legge diciamo NO! Non possiamo condonare un simile cumulo di atti nefasti contro l’ordine costituito. Senza ordine dove si andrebbe a finire? Pensate se a chiunque fosse permesso di esercitare la medicina, senza laurea, senza regolamenti: come sarebbe tutelato l’utente? Il galileo è sicuramente colpevole di avere infranto le regole della convivenza civile per effettuare la banale guarigione di un disgraziato qualsiasi.

Pensate che spreco. Un simile sfoggio di potenza per una persona inutile, forse anche dannosa per la società; sicuramente irrispettoso dei suoi saggi governanti, come si vede nel seguito dell’episodio.

Fa un poco di tenerezza il tentativo di difesa di G da parte dell’uomo che è stato guarito, un accattone dai precedenti poco chiari. Osa infatti contestare gente moralmente e socialmente migliore di lui per scusare il suo guaritore. Con le sue parole si condanna da solo: si qualifica come complice del falegname, ed è perfettamente legittimo l’intervento da parte delle autorità che lo gettano fuori dai sacri recinti. E’ infatti compito dei custodi della legge definire ciò che sia vero oppure no, basandosi sulle circostanze e sulle opportune convenzioni.
Non esiste infatti niente di oggettivo, perché non esiste la verità; chi meglio di loro può quindi definire cosa sia meglio per le altre persone? Badate bene, non chiunque può essere giudice: solo coloro che ci sono graditi, i più autorevoli e neutrali, cioè quelli che fanno la nostra volontà.
Il compito dei giudici infatti non è seguire pedissequamente una legge: loro sono la legge, e non spetta a un nessuno qualsiasi discutere i loro pronunciamenti. Che sono per definizione veri e giusti, indipendenti da convincimenti politici o personali. Non inventati: creativi. Si potrebbe pensarli non corretti solo se fossero contro i nostri suggerimenti.
Prendendo le difese del suo sprovveduto guaritore, asserendo che esso possa aver saputo cosa stava facendo mentre i saggi farisei no, l’ex handicappato si mette dalla parte del torto. Una testimonianza di uno così di parte è sicuramente da rifiutare. E’ condizionato: inutile ascoltarlo.

Anche G asserisce di essere venuto nel mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi. Noi, di fronte a queste parole violente, dobbiamo prendere una posizione ferma e decisa. Minaccia di accecare tutti; quello è un uomo pericoloso che andrebbe immediatamente incarcerato prima che possa compiere un atto disperato. Questa sarebbe la luce che propone il Nemico–che-sta-Lassù? Allora noi preferiamo il buio; piuttosto di vedere lui preferiamo rimanere ciechi.

La luce non ci dimentica

E’ come uno splendido vestito indossato da una bellissima donna che canta una meravigliosa canzone. Quella canzone ha parole che spiegano la vita, e l’abito e la donna diventano più belli ancora. Se non ci fosse un senso in quel vestito, in quella canzone, in quella donna, non sarebbero altro che suoni che si spengono e colori ed esistenza senza scopo, destinati a svanire. Come muore ogni cosa umana.
Se ha un senso anche il filo d’erba tra i milioni del prato diventa il capolavoro di un incredibile progettista.

Perché quando ogni cosa ha un senso, quando ogni cosa è spiegata, quando ogni cosa è parte di qualcosa di più grande di quanto tu possa immaginare tutto diventa più bello.
Questo vuol dire essere cristiani.

Dove altri vedono sforzo e pesi da eliminare noi vediamo risa di bambini e il completamento del proprio esistere. Dove altri vedono costrizione e chiusura noi troviamo la gioia di sapere chi siamo e lo spalancarsi del Mistero. Non c’è più niente di estraneo, nessun nemico, persino il male è – si stenta a dire la parola – redento. Redento vuol dire riscattato; vuol dire che l’ultima parola non è l’odio che ci è riversato contro, la sofferenza di ogni giorno e quella speciale di chi vuole la nostra distruzione, o persino l’indifferenza che è avere già scelto la parte vuota del cosmo.

Vuol dire che ogni cosa può cambiare, che non siamo prigionieri degli errori del giorno prima. Non siamo prigionieri neanche di noi stessi.
Tutto è cento volte più vivo, anche la nostra vita. Questa è l’esperienza. Questa è la verità.
Questo non ci toglie la fatica; ma ci dà la speranza, costruisce la certezza.

E’ per questo che siamo cattolici; anche nell’ora più buia, non ci dimenticheremo della luce; perché la luce non ci dimentica.

Perché non possiamo dirci cattolici

Non possiamo dirci cattolici perché i cattolici non contano niente.
Sì, lo so, non è una scusa. Ma è la realtà. Chi se li fila ancora, i cattolici? Non sono specie protetta, anzi, sono la sola specie che è possibile cacciare impunemente. Provate a toccare una qualsiasi minoranza di pervertiti, di stranieri, di lavoratori di qualche nicchia. I coltivatori di rucola e i sodomizzatori di capre possono trovare la loro sponda in Parlamento, la loro manifestazione, il loro articolo sul giornale che sancisca il loro sacrosanto diritto a qualche legge favorevole. L’indignazione, se qualcuno osa andare loro contro. I cattolici no. Guai se parlano. Ogni cosa loro sostengano sarà inseguita e distrutta, nello sforzo corale di distruggere il cattolicesimo stesso. Di cancellarne ogni vestigia, così che non sia più possibile essere legalmente cattolici. Essere facilmente cattolici. Essere impunemente cattolici.
Con il plauso, l’approvazione o l’indifferenza di coloro che un tempo erano cattolici; e magari lo sono ancora, ma non lo dicono più. Perché non possono dirsi cattolici.

Così assisto allibito alla esaltazione, da parte di coloro che un tempo si chiamavano cattolici, delle peggiore castronerie contro il cristianesimo. Contro il suo popolo. Contro la famiglia. Contro le persone. Contro la vita.
Adempiendo forse al precetto evangelico di amare i propri nemici, e andando forse ancora più in là, adorandoli pure.
E tali nemici ne approfittano. Come talvolta c’è chi abusa di chi lo ama. Disfacendosene quando è ridotto ad un guscio vuoto, a niente. Perché niente gli importa. A questo siamo. Ad abbracciare il male non per tirarlo verso il bene, ma perché non lo sappiamo più distinguere dal bene.
Come possiamo trasmettere il fascino di ciò che non ci affascina? Spiegare ciò che non abbiamo capito? Invitare a credere in ciò in cui non crediamo?

Abbiamo dato ascolto a troppe bugie, rendendocene conto solo dopo; ed alla bugia successiva abbiamo dato ascolto ancora, dicendoci che questa volta sarebbe stato diverso. Ogni volta. Pecore senza discernimento in mano a pastori confusi.
Sì, è questo il nostro peccato più grande. Il solo grande peccato. Credere a tutto tranne che in ciò in cui dovremmo credere davvero. Essendo cattolici.
Non credere più a Cristo. Non sapere più cosa ha detto. Non sapere più cosa dice. O, pur sapendolo, non fidandocene. Non credendoci veramente.
No, Signore, non andiamo a Gerusalemme. Là ci ammazzeranno.
Se ci andiamo non possiamo dirci cristiani. Non possiamo dirci cattolici. Ci farebbero del male. Non crederebbero a quello che diciamo.
E allora rinnegheremo. Non ci diremo più cattolici. Il gallo canterà, ma noi non piangeremo.
Quando Lui ci chiederà se lo amiamo, cosa risponderemo?

Non è Vangelo – XXIII – Non ti fidar di un bacio a mezzanotte

Carissimi odiatori e simpatizzanti dell’odio, oggi continueremo nella nostra allegra demolizione di quei libretti noti come Vangeli. Non capirò mai perché debbano destare tanto interesse nelle persone: non sono che un’accozzaglia di episodi sconnessi, con un protagonista discutibile e mal caratterizzato, e propongono un modo di vita insipido e noioso. Potrei fare il nome di decine di libri molto più interessanti, che esplorano nei particolari tutte le possibilità che ha un umano di fare quello che vuole. Il finale di solito lo scriviamo noi, qui sotto.

Abbiamo detto che i Vangeli sono noiosi e ripetitivi. C’è però una parte di essi che piace anche quaggiù. Nello sfacelo di quelle pagine c’è qualcosa che anche noi, i più raffinati tra i critici, possiamo salvare.
Sto parlando naturalmente dell’ultima parte, quella che conduce al vero finale: la morte atroce del protagonista. Tradimento! Sangue! Violenza!
Avevamo lasciato “G”, il falegname che si è improvvisato predicatore, a pasteggiare ubriaco fradicio con i suoi compari. La cena è finita, e il gruppo decide di andare a smaltire la sbornia in un vicino agriturismo noto per i suoi ulivi.
Qui la maggior parte di quei buzzurri si lascia andare, si sbottona le braghe e si mette a russare sull’erba. Il falegname, però, è agitato.
Sta male, suda, si lamenta. Dolori di stomaco, chiaramente.

Non si conoscono i motivi della sua indisposizione, ma possiamo intuirlo: avrà mangiato troppo, probabilmente ha un principio di congestione. Sarà per questo che si allontana da solo. O forse è preoccupato perché le sue spie l’hanno informato che la polizia lo bracca da vicino. Fatto sta che non riesce a dormire il sonno del giusto, ma vagola tra gli alberi chiamando il papà. Capisce di avere esagerato con le bevute: dice, infatti, “allontana da me questo calice”. Stravolto, piglia a male parole i suoi discepoli che invece se ne fregano e ronfano tranquillamente, almeno fino a quando non arriva qualcuno.

E’ una retata delle guardie! Prova a mimetizzarsi tra i suoi compaesani, ma il trucco stavolta non gli riesce. C’è infatti un eroico collaboratore di giustizia che lo identifica come il mandante dei tanti crimini che gli vengono imputati. Si tratta di quel Giuda che rappresenta per noi il punto più alto della nostra civilizzazione, l’uomo che comprende i valori dello Stato e sceglie consapevolmente di lavorare perché la ribellione sia cancellata. Togliamoci dalla testa l’idea che quello di Giuda sia un tradimento:  chiamereste traditore un mafioso pentito? Lui è un idealista, e non lavora certo per soldi: quei miseri trenta denari, infatti, li rifiuta e li ridà indietro, conscio che basta avere fatto il proprio dovere.

E’ noto il segnale che Giuda dà per indicare il malfattore che deve essere arrestato: un bacio. Che G e Giuda siano “amici” è certo: il falegname stesso lo indica con quel termine. E allora, perché scandalizzarsi per i baci tra uomini? E’ una pratica che il predicatore fasullo stesso accetta con favore. Non dobbiamo lasciarci andare a falsi moralismi, e giudicare negativamente quei gesti. Se poi l’amicizia diventa qualcosa di più, è nella logica delle cose.

Il parapiglia che segue indica chiaramente che i discepoli di G erano un’accozzaglia di violenti. Pietro, pazzo di gelosia, si avventa con una spada addosso ai poliziotti intenti a svolgere il loro dovere ferendone seriamente uno. Non si deve credere che l’episodio sia casuale: poco prima G stesso aveva invocato la guerriglia, suggerendo di vendere persino i propri abiti per comprarsi armi. Diciamocelo, l’odierno pacifismo e vogliamoci bene non ha fondamenti evangelici. G stesso ha invocato l’uso della forza contro i suoi oppositori, e i membri del suo circolo interno sono i più violenti di tutti.

Ma la giustizia trionfa e G, dopo essersi umiliato a curare quel valente servo dello Stato ferito dai suoi masnadieri, viene condotto via mentre i suoi accoliti fuggono.
Cosa ci vuole insegnare qui il Vangelo? Che di fronte a chi ti si oppone bisogna scappare, senza sognarsi di fare resistenza. Guai a sostenere la propria parte di fronte allo Stato, o a chi è più forte. Anche G, davanti alle accuse che gli vengono mosse, sceglie il silenzio di chi sa di non avere nulla di serio da dire.

Il giudizio susseguente, le botte, gli insulti, la flagellazione e la crocefissione probabilmente non sono mai avvenuti o, se pure lo sono stati, certamente in forma molto meno cruenta di quanto qualcuno potrebbe immaginare. In fondo parliamo di una civiltà basata sul diritto, e risulta difficile da credere che veramente si sia potuto operare su un imputato secondo modalità violente. Sarebbe un falso storico, per come noi raccontiamo la storia. Ma a noi quaggiù piace immaginare che siano vere, come punizione ben meritata per chi si è opposto in maniera tanto spudorata al buon governo e ai saggi sacerdoti.

Oggi, con la maggiore consapevolezza dell’età moderna, G probabilmente non si sarebbe ostinato nelle sue folli idee e avrebbe abiurato da esse molto prima di raggiungere l’ultimo giudizio. Sicuramente avrebbe messo su un blog, al limite avrebbe fatto il tuttologo alla televisione o sui giornali. Se pure si fosse impuntato non sarebbe stato condannato a morte, ma ad essere internato in un manicomio criminale. Quella sua ostinazione del volere morire per degli esseri umani dei quali non dovrebbe importargli niente non è che una condizione psicologica che all’epoca non poteva essere curata ma che oggi, con l’opportuno mix di farmaci e chirurgia, non dovrebbe essere difficile da eliminare.

Così avrebbe potuto evitare quella morte che avrebbe dovuto mettere la parola fine alle sue assurde avventure. Su questo contavamo tutti. Non avevamo però considerato la vena inventiva di quei personaggi ambigui noti come evangelisti. Pur di vendere qualche copia in più e predisporsi per un eventuale sequel hanno aggiunto capitoli posticci. Un assurdo lieto fine, almeno per loro. Per noi, niente che ci riguardi.

Crepa (piano piano)

Stiamo arrivando. Piano piano. Non ve ne accorgete? No, certo che no. Perché noi facciamo piano. Un passetto per volta. Un pezzettino per volta. Vi cambiamo. Cambiamo voi. Cambiamo te. Delicatamente. Profondamente. Cambiamo il modo con cui guardi agli altri. Cambiamo il modo con cui consideri quelli che ami. In maniera che non li ami più così. In maniera che non li ami più. Che li ami in modo diverso. Più rispettoso, diciamo. Allontanandoti. Lasciandoli andare. Tagliando i legami. Facendoti pensare che il loro bene sia non volere loro bene. Che sia il non volere il loro bene. In piccole cose. E poi nelle grandi cose. Ma non subito. Per gradi. Passando dall’amore al rispetto. Dal rispetto all’indifferenza. Dall’indifferenza a quello che c’è dopo, e dopo c’è tanto. Noi lo sappiamo. Ieri non potevate ammetterlo. Poi sono arrivati i casi speciali. I casi pietosi. Quasi mai veri. Mai veri del tutto. Ma erano un passo. Un piccolo passo. Per abituarvi. Piano piano. Per cambiarvi. Piano piano. La seconda volta che accade è già visto. La terza è noioso. La quarta si spinge più in là. Verso di noi. Piano piano. Dal caso pietoso a quello normale. Non ci si può tirare indietro. Non ci si può più tirare indietro. Chi si tira indietro sarà denunciato. Non è pietoso. Non ha pietà. La sua pietà vera sarà derisa. Sarà derisa perché vera. Sarà impedita perché vera. Sarà vietata perché vera. Quella falsa avrà vinto. Noi avremo vinto. Piano piano. Ti permetteremo di morire di sete. Ti faremo morire di sete. Per non morire di vita. Ma la sete è crudele. Saremo pietosi. Ti uccideremo con una pastiglia. Con una iniezione. Per pietà. La nostra pietà. Ti addormenteremo. Ti sederemo. Per non fartene accorgere. Non ve ne accorgerai. Non te ne stai accorgendo. Ti abbiamo sedato. Ti abbiamo addormentato. Basta una volta. Mille no. Ma basta un sì. Ci sarà il cedimento. Ci sarà il crollo. Siamo abili. Piano piano, a strisciare. Nelle crepe. Allargarle. Piano piano. Finché non ci sarete più. Ci saremo solo più noi. E verremo da voi. Forti. Senza più bisogno di andare piano. Avremo vinto. Vi guarderete intorno. Non ci sarà più nessuno. Solo noi. A dire che non avete più libertà. Che adesso siamo noi a comandare. E che dovete sparire. Obiezioni? No, non le accettiamo ormai. Dovevate parlare prima. L’avete fatto? Peccato, non vi abbiamo sentiti.
Avete parlato troppo piano.

 

Guscio senza spirito

Vi ho già parlato, qualche annetto fa, di Ghost in the shell (“Spirito nel guscio“): un fumetto giapponese diventato prima film poi serie televisive, che esplora in modo non banale la differenza, o la similitudine, tra uomo e macchina nell’era della riproducibilità tecnica del primo. Se adesso riprendo l’argomento è perché ieri sono andato a vedere il remake con attori in carne e ossa del leggendario film di Mamuro Oshii del 1995.

Il guaio dei remake è che, per reggere il confronto con l’originale, devono essere eccezionali. Già un paio di settimane fa un “Bella e la Bestia” pasticciato e pretenzioso mi aveva parecchio deluso. Purtroppo anche questa volta il rifacimento non è all’altezza.

Le cose che non funzionano sono principalmente tre. Se l’originale alternava momenti di adrenalina pura ad altri quasi statici, poetici, malinconici, conferendo un ritmo che esaltava entrambi, qui il regista abbonda con i primi ma non riesce a compensare con i secondi, che appaiono quasi sempre tirati via. Forse anche colpa dell’eccesso di computer graphic che, come già per la storia della Bestia di cui sopra, in dosi troppo massiccie ammazza il senso del meraviglioso invece di esaltarlo.
Si è voluto replicare nel rifacimento alcune delle sequenze più belle e famose del precedente. La “creazione” di Motoko, la protagonista, che nel ’95 avveniva sulle note sovracute di “Making my cyborg” di Kenji Kawai (mia suoneria del cellulare per anni…); il suo “tuffo” nel vuoto; la lotta nell’acqua… Riproduzioni fedeli, ma che lasciano l’impressione di essere solo copie fatte per accattivare i fan, come Veneri di Milo di plastica. Faccio due esempi. La scena in cui Motoko in crisi di identità nuota nelle oscure acque del porto cittadino terminava con lei che riemerge lentamente alla luce, specchiata nella superficie fino a confondersi con il suo riflesso, quasi un doppio che torna al mondo. Qui lo specchiarsi manca quasi del tutto, togliendo gran parte del senso. Come pure nella sequenza finale la lotta avveniva in un museo abbandonato di storia naturale, e i colpi di arma pesante polverizzavano un bassorilievo di un albero dell’evoluzione – il passaggio di testimone simbolico tra umani ed entità cibernetiche. Qui c’è un albero vero, e il simbolo è perso. Come non fosse stato capito fino in fondo.

La seconda cosa che non funziona, ahimé, è la protagonista. Che, nei manga e negli anime, ha il carisma di una dea con ossa di titanio: un “fiore di litio”, come canta una delle colonne sonore delle serie animate. Lei è il Maggiore, la veterana infallibile che incute timore a tutti – a parte forse, al suo capo Aramaki qui interpretato da un trucido Kitano misteriosamente non doppiato.
Nella Motoko della Johansson questo c’è poco. Sempre imbronciata, anche nelle scene di azione manca della letale freddezza del cyborg. Il Maggiore ha guadagnato il suo grado e il suo rispetto sul campo. Qui, chi è?

E giungiamo all’ultimo punto, il più dolente. La trama.
Il film di Mamuro Oshii di vent’anni fa è, paradossalmente, molto più proiettato al futuro dal punto di vista concettuale e tecnico di quello di adesso. Lì c’era il complesso mondo delle intelligenze artificiali, la domanda di cosa sia l’anima, di cosa renda umani. Qui abbiamo Robocop. Punto.

Se togli alla vicenda il fascino dei protagonisti, compresi il resto della “sezione 9” qui appena accennati a parte un adeguato Batou, e gli interrogativi tecnico-filosofici, che rimane? Un fumettone un po’ superficiale dalla sceneggiatura bucherellata, ricco di azione ma in cui le sole scene memorabili sono quelle che arrivano dal passato. E che lascia con un’intensa nostalgia.
Di quello che avrebbe potuto essere e, purtroppo, non è stato.