Zanzare

Le zanzare della mia gioventù non erano così. Morsicavano, d’accordo, ma non tentavano di spolparti come gli odierni piraña alati. E’ il secondo anno che non tiriamo più fuori il ping-pong, gli insetti cercavano di divorare le palline. Ero solito leggere all’aperto, nei week-end, ora è diventato impossibile, il ronzio è troppo forte. Il maxi ombrellone che avevo acquistato per il giardino è in cantina, chiuso: è all’ombra che le sanguivore si scatenano. L’orto è possibile innaffiarlo solo se grondi repellente da giungla tropicale, sperando che le vampirelle non ne gradiscano il sapore. E di non avere dimenticato di irrorare nessun lembo di pelle.

Ora anche in ufficio, la mattina e alla sera, un ceppo di sanguisughe volanti ha preso a trapanare le caviglie e ogni altra epidermide scoperta. Riescono a perforare tre centimetri di jeans, e il ponfo risultante brucia come se fossero incandescenti.
Un mio collega stasera cercava di schiacciarne una che gli ronzava attorno. Un altro, per prenderlo in giro, gli ha detto “Lasciale stare, sono anche loro creature…”
Un cavolo. Sono creature bastarde, e nel ciclo della vita c’è anche eliminare chi ti danneggia.
Il buonismo può permetterselo chi ha un buon repellente.

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I cercatori di funghi

Non si va a funghi per mangiare funghi. Sì, c’è anche quello; ma il divertimento è trovarli. Essere abbastanza osservatori, abbastanza conoscitori, abbastanza attenti da individuare il porcino che solleva appena le foglie, laggiù in basso.
Portati gli esemplari raccolti a casa c’è da lavarli, pulirli dal terriccio, tagliarli, cucinarli: una noia. Sono buoni, sì, ma se te li regalano non è che salti di gioia, c’è lavoro da fare.

Quando li cerchi fai fatica, sali per la montagna, tra rovi insetti dirupi. Ma è quello il bello; e con gli amici non ti vanti dicendo “ho mangiato dei funghi”, ma con “guardate che funghi ho trovato”.

Cosa mi fa pensare questo? Che l’essenza dell’umano non è vivere d’accatto, essere cullati da chi ti fornisce ogni cosa: ma lavorare, cercare, lottare.
Sono i cercatori gli umani che preferisco. Quelli che s’accontentano, li lascio al loro divano.

Nessun rimpianto

Abbiamo cominciato a desiderare il pit-pat di piccoli piedini – così abbiamo comperato un cane. Costa di meno, e hai più piedi.
Rita Rudner 

Leggo il rimando di un titolo del New York Times che mi colpisce. “Non hanno avuto bambini e, i più dicono, non hanno rimpianti”
L’articolo è fatto di “lettere” di persone di mezz’età e oltre che sembrano assai contente di non avere avuto figli. Chi si è fatto sterilizzare da giovane, chi ha usato altri sistemi – compreso, come si intuisce, eliminare gli eventuali errori rispetto alla propria decisione. Prendo per buono che siano persone reali e non la frustrazione menzognera di un giornalista. Forse il rimpianto lo avranno più avanti, quando si troveranno sole con la morte che incombe e nessuno intorno, nessuna mano da stringere, nessun volto da guardare; o può anche darsi che quel vuoto non lo sentiranno mai, persi nel loro egoismo chiuso e ignorante. Il vicolo cieco dell’evoluzione darwiniana, la conscia rimozione dall’albero della vita.

Al di là di questo però è utile domandarsi perché il NYT pubblichi pezzi del genere, pubblicizzandoli; perché sponsorizzi un sentimento così ostile alla vita, specialmente quella che nasce; chi abbia a guadagnarci.

Perché è chiaro, qualcuno ci guadagna. Ma, visto che qualcuno ci guadagna, qualcun altro probabilmente ci perde.

1, 2 o X

Due genitori che dicono che il loro figlio neonato non è né un maschietto né una femminuccia, ma “X”, non è che hanno deciso che il sesso può dipendere da una decisione personale: hanno deciso che la realtà può essere decisa a seconda delle proprie idee.
Che, se ne notate, è la definizione di follia.


PS: Forse, nella frase sopra, ho esagerato. Essere convinti che la realtà si adegui a quello che pensiamo potrebbe essere non tanto pazzia quanto un semplice caso di idiozia, dato dal credere ciecamente ad alcuni che sono folli o estremamente malvagi.

Fermi tutti

Io sono sempre stato un patito di fantascienza. Da giovane mi immaginavo galassie piene di imperi in conflitto l’uno con l’altro, dei quali disegnavo dettagliate mappe tridimensionali. Amavo inventare fisiologie non terrestri, disegnare anatomie non di questa terra, immaginandomi che razza di ecosistema avrebbero potuto dare loro origine.
Davo per scontato che questi esseri intelligenti non umani ci fossero. Che stessero davvero là fuori, in attesa nostra. Una galassia come quella asimoviana, popolata solo da uomini, mi pareva molto più immaginaria delle mie epiche guerre tra flotte di astronavi.

Poi imparai qualcosa sulla complessità della vita; e cominciarono a venirmi i primi dubbi.

Esiste una questione scientifica nota come il “paradosso di Fermi”. Che si può riassumere in «Se l’Universo e la nostra galassia pullulano di civiltà sviluppate, dove sono tutte quante?»
Bella domanda, alla quale si è tentato di dare risposte diverse. Bisogna innanzi tutto capire se davvero la galassia sia così piena di vita.

Esiste un’equazione molto semplice per calcolarlo. Le probabilità che ci sia una civiltà evoluta nella nostra galassia si ottiene moltiplicando il numero di pianeti che possono ospitare la vita per la probabilità che questa sia lì nata per la probabilità che si sia sviluppata una civiltà tecnologica nel periodo di tempo che condividiamo con essa. Si chiama formula di Drake. La formula di per sé è semplice, il difficile è dare dei valori ai suoi componenti.

Sappiamo ora che quasi ogni stella ha pianeti, e molti sono in grado di ospitare la vita. Ma quanto spesso essa sorge? Sempre? E la vita intelligente, quante probabilità ha di svilupparsi? Qui ci sono voluti quattro miliardi di anni, e noi stessi siamo in circolazione da molto molto meno. Non stupisce che i risultati per l’equazione di Drake abbiano un’altissima varianza, dagli ottimisti che indicano “centinaia di civiltà” ai pessimisti che dicono “forse nessuna”.

Quest’estate a chi attendeva l’arrivo dei dischi volanti è arrivata un’altra delusione. Sì, perché tre famosi scienziati, Anders Sandberg, Eric Drexler e Toby Ord, hanno evidenziato come i calcoli dell’equazione di Drake fossero sbagliati. Non è una semplice moltiplicazione: quando entrano in gioco le distribuzioni e l’incertezza occorre una maggiore sofisticazione. Non vi tedio con la matematica – chi volesse può leggersi direttamente l’articolo, molto interessante, ma ciò che si ottiene è che, pure essendo ottimisti, ci sono forti probabilità che la nostra sia oggi la sola civiltà sviluppata nella galassia, e forse nell’universo. Nessun alieno, là fuori; Fermi è vendicato.

Se a questo si aggiunge che la nascita della vita e dell’intelligenza, assunti come certi, sono a mio parere niente di meno di un miracolo, tutto ciò mi porta a pensare che le stelle che stanno in attesa lassù non ospitino purtroppo nessuno con cui conversare. Soli?
No, non siamo soli. Ma questo è tutt’altro paio di maniche.

Viabilità

“Allora, Fedele, ci vediamo alla festa stasera? Hai l’indirizzo?”
“Sì, non ti preoccupare. Non è cambiato, vero? Quel posto vicino alla chiesa.”
“Uhm… sì, è sempre è lo stesso, ma adesso devi fare attenzione alla viabilità.”
“Se non ricordo male avevi detto che la strada era piuttosto stretta.”
“Non è solo quello. La via è la medesima, ma pare che abbiano cambiato i sensi di marcia. Prima erano a senso unico in una direzione, ora sono nell’altra; hanno tolto i limiti di velocità, le precedenze e gli stop, negli incroci e nelle curve pericolose; c’erano dei divieti di accesso che sono stati aboliti, ma senza molto criterio, per cui adesso rischi di imboccare vie che finiscono nel nulla.”
“Ci saranno indicazioni, spero.”
“Non così tante. Più che altro sono ambigue, un po’ dicono una cosa, un po’ un’altra. Ti accorgi di avere sbagliato solo quando è tardi, perché continui a credere che vada tutto bene. Parte della segnaletica è stata rimossa, alcuni segnali si contraddicono. Sei lasciato un poco a te stesso.”
“Ma che fa l’amministrazione?”
“Neanche l’assessore alle strade si esprime in merito, e nei vigili urbani ci sono stati parecchi licenziamenti ma i nuovi assunti non sembrano molto capaci. So che anche alcuni di loro avevano espresso dubbi, sai, prima le contravvenzioni non erano negoziabili e ora invece più nessuno paga; ma pare che finora non abbiano avuto risposta.”
“Non ha molto senso. Non dovrebbe essere competenza dell’amministrazione facilitare il traffico, evitando che ci si infili in strade senza uscita?”
“Che vuoi, è il nuovo corso. Dicono che così vuole la gente, che occorre adeguarsi, che le regole sono superflue e nessuno le vuole. Sembrano essere convinti che le persone regoleranno la velocità e troveranno la strada per conto loro, ma per ora sono aumentati solo gli incidenti. E poi c’è questa voce.”
“Quale voce?”
“Che un parente dell’assessore possieda uno sfasciacarrozze…”

Corenta

Le feste del paesino di montagna, quando ero giovane. Gli archi in piazza fatti di pomei, sorbo selvatico, i costumi, l’orchestrina che funzionava a pintoni di vino. E poi il ballo piemontese per eccellenza, la corenta.
Una corenta per i priori, una corenta per gli abbà, una per la società; e poi balé chi vò, salté chi pò. Noialtri adolescenti e post-adolescenti la sapevamo tutti danzare, anche chi come me non va troppo d’accordo con la musa Tersicore. I miei genitori l’avevano ballata per anni, facevano parte del gruppo folkoristico piemontese. Mi avevano insegnato i passi, il ritmo. I valzer, le mazurche, erano troppo complicate, e le ragazze rifiutavano. Ma nella corenta ci si slanciava tutti, anche le fanciulle più ritrose accettavano volentieri quella mano per buttarsi in quegli interminabili giri che ti lasciavano allegro e sfiatato.

Chissà chi oggi li sa ancora, quei passi, di questa gioventù che non capisce neanche più il senso della festa.

Sono passati trent’anni, sono quattro valli più in là. La festa del paese, costumi carnevaleschi, luci stroboscopiche, un’orchestrina più professionale di quella di un tempo. I soliti giovani appoggiati al muro, come allora. Arrivando mi trovo a desiderare, chissà che non mettano una corenta.
E come per magia la corenta parte.

Ma coloro che si buttano sullo spiazzo a danzare non la conoscono. Forse un paio di coppie, da come si muovono, ma presto vengono fagocitati da uno di quegli orrendi balli di gruppo in cui tutti ripetono la stessa mossa, fermi sul posto. Nessuno che si allaccia, si slancia, corre. I giovani neanche guardano, ridono tra loro.
E mi piglia il magone, perché capisco che il tempo andato non ritorna, che non ballerò più la corenta, che la corenta non sarà più ballata, come tante danze di altri secoli, dimenticate. Musiche nuove, nuovi movimenti.
Il brano termina. La cantante prende il microfono. “E adesso, dopo questa tarantella…”
Tarantella?

“Andiamo a casa”, sussurro a mia moglie.
Ma quanto era bello ballare la corenta.

Caduto

Eh, sono caduto.
Perché vuoi farmi rialzare? Mi sta bene così. Si vede che sono fatto per questo. Qui in fondo sto bene: non devo fare sforzi per cambiare, posso stare così come sono. Se il caso posso scendere ancora più in basso. Non si fa fatica, a scendere più in basso.
Anzi, sapete che vi dico? Siete voi che sbagliate. Che mi dite che lassù si sta meglio. Fregnacce. Illusioni.
Perché il mondo non si dovrebbe adattare a me? Lo pretendo. Non mi interessa se ciò che dico sia vero o falso, perché la sola verità è ciò che voglio io.
E io voglio giacere. Qui, in questo pozzo.
Pieno di questo fetido liquido che poco a poco si alza.
Non si sta poi così male.

Avvertimenti

Seguire la nota vicenda del “dossier Viganò” è un’impresa per stomaci forti. Noialtri fedeli comuni, sballottati tra le diverse opinioni, come facciamo a farci un’idea di quella che è la verità?
E’ una domanda molto importante, perché è molto importante ciò che è in ballo, le radici stesse della nostra fede. Chi seguire.

Non possiamo, spesso, verificare direttamente la buona fede delle persone: sappiamo delle dichiarazioni ipocrite di troppi colpevoli. E’ difficile riconoscere gli ingannatori, se sono bravi nella menzogna.
Persino la conoscenza personale sembra non sia un buon metro, almeno a sentire le dichiarazioni di certi presuli che non si accorgevano di cosa stava accadendo praticamente sotto il loro naso.

Ecco, confrontare le parole con i fatti. Se gran parte delle persone di un certo ambito sono coinvolte in avvenimenti ambigui, deplorevoli o peccaminosi è altamente probabile che non sia solo un fatto individuale, ma che ci sia qualcosa, nell’ideologia che li accomuna o nell’ambito stesso, che è profondamente sbagliato. Se una persona che mi parla male di un’altra so per esperienza diretta che in passato ha mentito, anche su trivialità, avrò parecchia difficoltà ad accettare quanto mi dice ora, e tenderò a pensare che colui di cui sparla sia in realtà un galantuomo.
Certo, potrebbero mentire anche tutti quanti, il che non è un pensiero confortante. Oppure dire tutti il vero. Però, capite, è una questione di fiducia. Difficilmente chi è rimasto deluso la riacquista senza un chiaro indizio di cambiamento.

Ma alcune cose le so per certo. Di certi, mi fido. Ci sono verità che non posso negare. La verità non cambia con il tempo, ciò che è vero lo è per sempre. Da lì si riparte.

Devo essere più esplicito? E’ da tempo che le nomine papali mi mettono a disagio, perché vedo che in posti chiave vengono inserite persone che paiono l’esatto opposto di quanto sarebbe necessario. Non metti un ladro a vigilare sui tuoi preziosi, a meno che tu non voglia che siano rubati. O tu non abbia chiaro con che razza di persona hai a che fare.
Su Viganò, sulla sua persona e non sulle sue affermazioni, si sono in larga misura concentrati gli oppositori. E’ quanto dovrebbe fare un cristiano? Non mi risulta. Non vedo carità, misericordia, anche solo comprensione; e questo riempie di disagio. Induce a cattivi pensieri, specie sapendo che ho colto alcuni di quelli che criticano, in passato, a dire falsità palesi.

Nelle ultime ore l’affaire ha avuto una svolta, un cambio di strategia che avevo intravisto già ieri. Scritto questo pezzo che state leggendo, avevo però esitato a pubblicare. Non mi va di aggiungere ulteriore divisione. Ma temo che questa sia una guerra dove non si può essere del tutto neutrali.

Ieri un articolo aveva attirato la mia attenzione. In questo pezzo c’è l’ormai nota serie di insinuazioni contro Viganò. Ma non si limita a ciò. Traduco in parte l’ultimo capoverso:

“Ma Francesco dovrebbe fare più che rispondere a coloro che “cercano scandalo” con “silenzio”, come ha affermato in una recente omelia. (…) Quantunque dubbie o questionabili siano le accuse di Viganò, Francesco dovrebbe rispondere a loro direttamente (…) Se ha paura di implicare i suoi due predecessori, che hanno promosso McCarrick e gli hanno permesso di continuare il suo pubblico ministero, non dovrebbe. La verità è più importante. Mentre la Chiesa ancora una volta ha a che fare con il fallimento dei suoi capi di confrontare e punire gli abusatori, i fedeli hanno bisogno di risposte.”

A leggerlo, sono sobbalzato. Scusate, ma qui sembra di sentire parlare Vito Corleone. Sostanzialmente si invita il Papa ad addossare tutta la colpa a Benedetto e Giovanni Paolo II, se dovessero continuare gli attacchi.

Più che un consiglio a cercare la verità, sembra un avvertimento in stile mafioso agli oppositori. “Sappiamo dove abita la tua famiglia”… Lasciateci stare, o i primi a soffrire saranno coloro che avete cari, e la Chiesa.

Oggi leggo questo, che mi sembra il diretto proseguimento di quanto sopra.

Posso capire, a stento, il silenzio nei confronti delle accuse. Ma il Papa farebbe meglio a silenziare anche certi suoi difensori.

Ci tocca

L’errore che spesso facciamo è che siccome siamo cristiani allora tutto ci andrà bene.
Storie. E’ il contrario: siccome siamo cristiani, la croce non ci sarà risparmiata.

Fallimenti

Tutte, tutte, tutte le storie umane sono intrise di fallimento.
Fallimento vuol dire caduta, vuol dire errore. Vuole dire peccato: il distacco tra ciò che dovrebbe essere, l’infinito bene oltre i nostri più sfrenati desideri, cioè Dio, e la nostra realtà di uomini.
E’ per questo che sappiamo che esiste un Dio: perché possiamo vedere questo distacco, questo fallimento. Siamo umani perché sappiamo che l’infinito c’è. Se pure non ci arriviamo. Se pure falliamo.
C’è Chi ci porge la mano per rialzarci, ogni volta che cadiamo, perché sempre, sempre sempre cadiamo. E’ per questo che è venuto Cristo: a mostrarci che per quel cielo impossibile c’è una via.

E che cristiani saremmo se negassimo che, anche in mezzo al fallimento più cocente, questa strada esiste?

Parigi

Al museo d’Orsay, a Parigi, nella vasta sala centrale che ospita le sculture, c’è un solo dipinto esposto. “Les Romains de la décadence”, di Thomas Couture.
Uno ci arriva dopo avere visto tutta una serie di marmi che si rifanno al classicismo. Fanciulli nudi, fanciulle nude, divinità, eroi e via andare. Poi giunge davanti a questa tela, di dimensioni enormi. Un certo numero di romani più o meno vestiti e in vari stadi di ebbrezza se la spassano ai piedi di statue che potrebbero essere quelle che si sono appena ammirate nella sala. A lato dell’orgia, un paio di uomini dall’apparenza barbara, presumibilmente galli, osservano con aria disgustata e pensosa lo spettacolo.

L’allusione è chiara: cari romani, non avete ancora molto da godervela. Vi siete rammolliti, e adesso arriviamo noi. Noi barbari, noi galli, noi francesi.

La tela mi è venuta in mente più volte mentre giravo per Parigi. Ho capito davvero cosa significa multietnico: nella metropolitana, i volti europei sono davvero pochi. Ti avvicini, e li senti parlare: tedeschi, inglesi, americani, spagnoli, italiani. Turisti. Viene da dire, parafrasando un verso di Guccini,
e i tuoi parigini, se esistono, ci sono od ormai si son persi
confusi e legati a migliaia di mondi diversi?

I lavori più umili, quelli a contatto con il pubblico, i commessi, i sorveglianti, i soldati persino sono africani e asiatici. Non so se i francesi fossero tutti in ferie, girino in automobile o i negozi si limitino a frequentarli. Ma quelli con le borse della spesa di Vuitton sono arabi e cinesi su Mercedes dai vetri oscurati.

No, Parigi non mi è piaciuta. Ma non per i suoi abitanti, di qualsiasi cromatismo abbiano la pelle, ma perché mi ha dato l’impressione di un baraccone troppo vasto fatto per stupire, per suscitare impressioni di grandiosità, ma ultimamente vuoto. Vuoto d’anima, con le sue poche chiese riempite solo dagli scatti dei cellulari, di una grandeur che echeggia nei nomi guerrieri delle strade e delle stazioni, i nomi di cento battaglie vinte in giro per il mondo. Vuota di senso, come persa in un sogno che non è neppure più suo. La Parigi hollywoodiana di Gene Kelly e Hepburn è solo un fondale di cartapesta, che cerchi invano.

Certo, quattro giorni sono pochi per capire una città così enorme. E, in fondo, anche quei galli del dipinto, chissà cosa comprendevano veramente di Roma, della sua grandezza.
Però dentro loro ridevano.

L’eclissi del sacro

Sapete, se qualcuno quarant’anni fa, o venti, o meno, avesse suggerito le dimissioni del Papa, sarebbe stato guardato come matto. O come assolutamente ignorante della Chiesa cattolica; un poveretto di altra religione, non bene informato.
Ciò che più mi spaventa, a pensarci – beh, magari non proprio il pensiero più spaventoso, ma quasi – è che invece la cosa sia arrivata da un vescovo, e sia stata presa seriamente. Che non sia stata considerata un’uscita folle. Accidenti, che molti, me compreso, l’abbiano considerata una possibilità, qualcosa da valutare.

Il che è un segnale molto brutto di ciò che mi viene da chiamare eclissi del sacro. Cioè il ragionare per categorie mondane anche per quello che dovrebbe essere pertinente al divino; come se il divino fosse solo una impiallacciatura, un qualcosa di scontato e in fondo di non necessario. Ok, Gesù e il Vangelo, ma adesso parliamo di cose reali.

Che è esattamente il contrario del modo di ragionare che mi è stato insegnato e che cerco di seguire: che Dio non è paesaggio, e neanche la prima cosa, quella più importante; ma l’unica cosa. Tutto il resto viene di conseguenza.
Viene di conseguenza, se abbiamo caro il vero e il giusto; perché non c’è altra maniera che il vero e il giusto arrivino in questa nostra vita. Convertirsi a Cristo è la nostra unica possibilità di salvezza da tutte le brutture che ci sono nel mondo, alle quali diamo il nostro sostanziale contributo.

Essere arrivati a questo punto, per cui Dio fa parte del paesaggio e la conversione non è un’opzione, è il fallimento della Chiesa di oggi. Si è nascosto Dio dietro alla buona volontà, all’accoglienza, al volontariato, a questa e quella morale o moralismo. Oppure dietro paramenti, o messaggi, o devozioni, a questa e quella morale e moralismo, e ci poi ci si è dimenticati di Lui. Spesso. Quasi sempre.

E, come sempre accade quando ci si dimentica di Lui, quando lo si abbandona in qualche soffitta o in qualche buona intenzione, il male deborda. Perché è proprio questo il male: dimenticarsi di Dio. E quindi tutte le cose più turpi e immonde, e più turpi e immonde di quanto spero riusciate ad immaginare, giungono. Si insediano, si fortificano, si aiutano, si sostengono vicendevolmente, e l’inferno, un po’ d’inferno, un assaggio di inferno dilaga sulla terra. Le tenebre diventano sempre più dense.

Sì, abbiamo dimenticato tutti Dio. Il Vangelo annota, più e più volte, che anche tra i suoi principi, tra i suoi discepoli, tra i suoi apostoli vi erano quelli che dubitavano. Che non credevano. Fino all’ultimo. Il sole di Cristo, che pure era lì, evidente, era eclissato da altro. Come ora.
La Bibbia rammenta per il popolo ebraico tempi simili a questi. Tutte storie che non finiscono bene.

Le eclissi sono fenomeni transitori. La luce è oscurata, ma ciò che la oscura passa, va. Per sua natura.
Ma noi che vediamo la luce scemare di minuto in minuto, cosa ne sappiamo? Come possiamo sapere che finirà, se non per la fede che dovremmo avere? E, se pure in qualche modo l’abbiamo conservata, come possiamo conoscere se si è già raggiunto il punto dove la notte è più fonda, o il peggio deve ancora venire?

Noi che attendiamo che i santi ci salvino, senza pensare che i santi dovremmo essere noi?

Il padrone della pianta

Neppure i sacerdoti si domandarono:
Dov’è il Signore?
I detentori della legge non mi hanno conosciuto,
i pastori mi si sono ribellati,
i profeti hanno predetto nel nome di Baal
e hanno seguito esseri inutili.
Ger 2, 8

Chi coltiva lo sa. A volte un albero, una pianta, mostranosegni di malattia. Un rigonfiamento delle foglie, il verde picchiettato di macchie scure…
Si leva la foglia, si spruzza la medicina.

Quando cominciò a saltare fuori lo scandalo dei preti pedofili, ormai parecchi anni fa, mi persuasi che fossero eventi isolati, usati strumentalmente dai nemici della Chiesa per cercare di abbatterla. Che la depravazione e il comportamento più lontano immaginabile dal nome cristiano fossero il peccato di poche persone deboli, peccatori come tutti, da punire sì ma anche da comprendere.

A volte accade che anche il migliore coltivatore non veda o non capisca a tempo i segni della malattia. Che le misure che prende siano insufficienti. Che questa si espanda, e intacchi la pianta. Che i suoi rami principali, o il tronco, ne siano segnati.

Ma c’erano indizi che mi dicevano che questa mia lettura era corretta solo in parte. Alcuni racconti che ebbi l’occasione di udire. La percentuale altissima di omosessualità in quei peccati di cui sopra. E le parole e le opere di alcune parti della Chiesa, che causavano in me un grande disagio.
Vi dirò che cosa sono giunto a pensare. Penso che il Maligno stesso si sia infiltrato nella Chiesa non tramite la debolezza di pochi, ma attraverso la stessa istituzione, prendendone possesso. Che i figli di Satana abbiano estromesso in molti luoghi i figli della luce, mimetizzandosi al loro interno, e favorendosi l’uno con l’altro. Innalzatisi a posizione di potere, abbiano corrotto quanti potevano e estromesso quanti li ostacolavano, sfruttando le virtù dell’obbedienza, dell’umiltà, del desiderio di proteggere la Chiesa contro loro stesse.
E che questi sacerdoti indegni cerchino di distruggere la parola di Cristo, sovvertendola, forti di quel potere usurpato. Sempre più arroganti e sicuri di essere impuniti, e quindi lasciando intravedere sotto la superficie di rettitudine cosa davvero siano.
Ed è per me un grande dolore.

Bisogna agire rapidamente sulla pianta, senza timore, perché non vada tutta perduta.

D’altra parte so che non è la prima volta che ciò accade. In molte altre epoche, con modalità diverse, con vizi differenti, attacchi simili sono stati condotti giungendo fino quasi a spazzare via la Chiesa. Non sapremo mai quante volte l’abisso sia stato evitato all’ultimo momento, credo molte più di quante immaginiamo. So che ci sono tanti che non sono corrotti, tanti che resistono a modo loro, la radice del passato, il seme del futuro.

Più la malattia intacca e corrompe la pianta, più la potatura sarà drastica e profonda. Credo che stavolta la lama che svuoterà il marciume gratterà l’osso.
Perché, se il coltivatore può talvolta essere incapace ad vedere in tempo o arginare la malattia, il padrone delle piante sa cosa occorra compiere per salvarle.

Ci ha garantito che l’avrebbe fatto.
Non ho motivo di dubitarlo.


Da oggi il blog è in modalità estiva, i post usciranno senza regolarità.

Spontati

Famiglia Cristiana contro Salvini.

Finalmente, non ne potevamo più di ponti.

Vita!

C’è vita su Marte?
Un po’, il sabato sera

Due notizie dal mondo della scienza. La prima, che è stata trovata acqua allo stato liquido su Marte... un lago sotterraneo. La seconda, che alcuni scienziati hanno sviluppato un modello per la nascita della vita basato sulla aggregazione di particolari molecole lipidiche.

Sull’onda della prima scoperta, non certo inattesa, molti sembrano avere dato praticamente per certo il fatto che questa pozza sotterranea possa e debba ospitare la vita. Timidamente, direi che uno stagno d’acqua ricco di sali pesanti a più di un chilometro di profondità al polo di un pianeta freddo non è il posto migliore perché la vita come noi la conosciamo possa prosperare. Condizioni simili i microbi terrestri li ammazzano. Davvero la vita è spontanea, inevitabile? Chissà.

Ma la seconda notizia è quella che più intriga. Basandosi solo su modelli al computer da loro sviluppati, questi scienziati “dimostrano” che specifiche composizioni di lipidi, chiamati “composomi”, possono avere mutazioni composizionali, essere soggetti alla selezione naturale in risposta a variazioni ambientali, e persino essere sottoposti a selezione darwiniana. Wow. Non vuol dire un cacchio, ma wow.

Il professor Lancet ritiene che questi lipidi possano associarsi tra loro e “riprodursi” trasferendo le informazioni ai loro successori. Sostiene che queste “scoperte”, insieme a calcoli basati su modelli innovativi, mostrano che la probabilità di nascita spontanea della vita siano relativamente alte, e possano comprendere l’eccitante possibilità che la luna di Saturno Encelado ospiti al presente alcune forme di vita basate sui lipidi.

A me, che qualcosa di modelli computazionali conosco, pare una marea di vaccate fatte per ottenersi qualche pubblicità. Ma ammettiamo per un secondo che possa essere vero.

Mi veniva da pensare: per quale motivo queste molecole dovrebbero sopravvivere, riprodursi, evolvere?
La risposta di quello scienziato è “nessuno”.

Non c’è nessuna ragione per cui una molecola dovrebbe “cercare” di duplicarsi. Una molecola non pensa, non ha uno scopo. L’acqua non vuole evaporare se messa al sole, un sasso non vuole cadere se lanciato. E’ qualcosa che accade perché ci sono le leggi della fisica. Così queste molecole assurdamente improbabili diventando in modo assurdamente improbabile sempre più complesse moltiplicandosi nel frattempo per nessuna finalità.

Una volta che sono diventate vita, organismi semplici eppure incredibilmente complicati, per quale motivo questi competono tra loro, si riproducono? Nessuno.

E quando si siano riuniti in forme ancora più evolute, piante, animali, per quale motivo questi cercano di prosperare e sopravvivere? Nessuno.

E quando poi ci siano degli esseri umani, quel è il fine di viaggiare, conoscere, leggere, scrivere, amare? Nessuno.
Quindi anche la ricerca del professor Lancet non ha un fine, è inutile. Come Encelado, Marte, la rivista che lo pubblica, io, voi; come lui stesso. Perché tanta eccitazione, allora? Questa emozione è solo il ticchettio di un orologio, il cadere di un sasso.

Io invece credo che un fine ci sia. Da cristiano, quella che si chiama “la Gloria di Dio”; e che siamo stati creati per questo. Magari anche con leggi fisiche che ci hanno portato fin qui. Definendomi con questo inspiegabile desiderio del tutto, desiderio di felicità. Come un sasso che cade lanciato verso un bersaglio.

La parola fondamentale è “lanciato”.

Exit

Gesù disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni». Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti?” E disse: “Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?” Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio».
(Lc 12,14-21)

Quanto vale un uomo? Quando muore un potente, uno dei grandi della terra, si resta sempre un poco stupiti.
Che anche a loro tocchi, nonostante i soldi e la fama e il potere; e si valutano e misurano le vite, parlandone bene, parlandone male, dicendo solo e comunque parole.
Da cosa si misura la vita di un uomo? Dagli anni vissuti? Dal numero delle Ferrari possedute? Da quanti figli, quante mogli, quante amanti?
Sul tavolo dell’obitorio sarà difficile distinguere il corpo del grande dirigente da quello di uno dei suoi più umili impiegati. Le dimensioni della tomba non alterano il risultato finale: quello che doveva essere, è stato.

Quello che vale, cos’è? E’ misurabile in viaggi, amori, salute? Cosa rimane di un giorno di vacanza dopo che questa è finita? Cosa rimane di una vita, dopo che questa è finita? Domande che non vorremmo ascoltare, noi che vorremmo andare in ferie, noi che non vorremmo pensare e pensarci, noi che sappiamo così tanto e non sappiamo niente, e scegliamo di non sapere di più.

La balena pigra

Ernesto capiva sempre quando una chiatta arrivava su dal canale, verso il ponte ombreggiato dagli alberi. L’acqua si agitava. E questa volta doveva trattarsi di qualcosa di grosso, forse un intero convoglio di chiatte. Strano, il rumore di questo motore, si disse. Un’ombra oscurò il sole.
Ernesto mise la testa fuori dalla finestra e si stropicciò gli occhi. L’immagine non scomparve. L’immensa nave torreggiava su di lui come una gigantesca balena grigia e pigra. Alzò lo sguardo, su verso la prua, dove un marinaio gli stava rivolgendo dei cenni. “Ma che cosa fate?” Urlò all’indirizzo del marinaio.
“Dobbiamo passare”, fu la risposta. “Potete alzare il ponte?”
“Ma siete pazzi? La vostra nave è troppo grande per questo canale, non vedete che andando avanti si restringe? Schianterete gli argini e vi arenerete!”
Il marinaio alzò le spalle. “Non mi riguarda. E’ il timoniere che guida.”
“E allora fammi parlare con il timoniere!” gridò Ernesto di rimando.
Qualche minuto dopo una nuova testa spuntò dal castello di prua. “Che cosa c’è adesso?”
“Ma non vedete?” Disse Ernesto al timoniere, indicando lo stretto sentiero d’acqua oltre la chiusa. “Non ci potete venire da questa parte! Siete troppo grossi!”
“E che ci posso fare? Il capitano ha detto che dobbiamo passare di qui, ed io passo”.
“Dovete trovare un’altra strada.”
“Sentite, capisco il problema, ma io faccio cosa mi si dice. Se volete fare storie, dovete parlare con il capitano”
Ernesto sospirò. “Va bene, parlerò con il capitano!”
Il comandante della nave era chiaramente infastidito.
“Si può sapere perché non possiamo andare avanti?” Lo squadrò. “Siete solo un impiegato. Non credo abbiate l’autorità per dirci di tornare indietro. Noi abbiamo tutti i permessi. Perché ci fate storie?”
“Perché la vostra nave non passa per questo canale”. Ernesto avvertiva l’impulso di lasciare andare alla malora lui e tutta la sua barca.
Il capitano lo guardò come si guarda una mosca importuna. “Sentite, io ho un lavoro da fare. Devo consegnare il carico, e non mi interessano i particolari. Questo itinerario è stato stabilito dalla proprietà. Non posso certo cambiare le loro decisioni. Forse, se ci fosse più tempo… ma questa è una consegna urgente ed ho già abbastanza ritardo.”
“Ma andando avanti vi arenerete”, spiegò ancora una volta Ernesto con pazienza.
“La nave non mi appartiene, io la comando solo. Io eseguo degli ordini. Capisco le difficoltà, ma non credo che ci sia modo di cambiare le cose. Se volete provarci parlate con la proprietà, ma se io non porto la mia nave a destinazione per domani ci saranno delle penali da pagare, quindi vi conviene sbrigarvi.”
“D’accordo, d’accordo. Fatemi parlare con il vostro armatore.”
Dall’altra parte furono molto cortesi. “Non stabiliamo noi l’itinerario, tutto quello che ci importa è che la consegna avvenga secondo accordi. Forse per questa volta possiamo farla andare bene così, e poi per la prossima studiamo meglio la faccenda.”
Farla andare così? Chiaramente non capivano. “Scusate, chi è che ha progettato la rotta?”
Chiamò l’ufficio a cui l’avevano indirizzato. “Siete voi che avete predisposto l’itinerario di consegna…?
“Sì, sono io. Ci sono problemi?”
“Sì, la nave è troppo grossa e non passa per il canale indicato”
“Mi scusi, ma questo io non lo posso sapere. Qui ci limitiamo a indicare la rotta migliore, e questo abbiamo fatto. Il tipo di nave che si utilizza non lo scegliamo noi…”
“Quindi voi vi limitate a tracciare la rotta ma non sapete cosa la segue?”
“Esatto, noi diamo i permessi e basta.”
“Allora occorre cambiare…”
“Non è possibile. Le rotte vengiono fissate con mesi di anticipo. Anche con la procedura di urgenza ci vuole una settimana. E oggi è venerdì, e poi ci sono le ferie.”
“Quindi…”
“Quindi se vuole sollevare il caso, ne parli con i miei superiori… ma scusi, chi è lei? Qual è la sua qualifica? Perché se ne interessa?”
Ernesto si prese la testa tra le mani. Era chiaramente un errore, ma nessuno se ne assumeva la responsabilità, nessuno avrebbe cambiato niente. Ernesto pensò che sarebbe stato più semplice spingere con le braccia quella grande nave, la sua inerzia di migliaia di tonnellate, piuttosto che far cambiare rotta a chi l’aveva guidata fin lì.
E così la guardò passare, le fiancate a sfiorare l’erba dell’argine, avanzando metro dopo metro verso il suo destino.

La cattiveria del giusto

Oh, il tempo in cui credevamo.
Poi abbiamo scoperto la cattiveria delle persone, proprio uguale alla nostra, e abbiamo dubitato. Come se il vero dopo una menzogna diventasse impossibile.

Ma il fatto stesso che riconosciamo la falsità come tale dice che il vero c’è.

Cresce, cresce sempre il desiderio di eterno.

Comprensibile

E’ incomprensibile come cio che è, ciò che ci circonda, ci risulti comprensibile. Troppo lo diamo per acquisito.

Può capitare di smarrire la chiave per decifrare la realtà: demenza, follia.

Quanto peggio è interpretarla in modo errato da ingannati o ingannatori.

Ci si può scusare dicendo che tutto è illusione. Se quello che ci circonda è illusione, pensate quanto dev’essere magnifica la vita vera, di cui quest’illusione non sarebbe che ombra.

Il destino di Giulietta

C’è qualcosa che a noi moderni sfugge nella tragedia di Romeo e Giulietta. Qualcosa che non consideriamo perché abbiamo perso una certa visione del mondo, e quindi non ci è possibile capire.
La sorte dei due amanti, che si suicidano credendo l’altro morto, è qualcosa di realmente penoso. Ma doveva essere ancora più angosciante nell’età antica, quando appariva immediatamente evidente a tutti che quella coppia sarebbe finita all’inferno.

Ma come, la dolce Giulietta all’inferno? Oggi, che di quel luogo si ha solo un’immagine scipita e artefatta, la notizia provoca solo uno sguardo perplesso. Chi ci crede ancora, a parte pochi biechi tradizionalisti? E che sarebbe poi, un posto un po’ caldo dove si beve caffè?

Eppure un cattolico dovrebbe saperlo cosa sia. L’eterna lontananza da ogni cosa bella, buona, vera; la mancanza totale di Dio. Non esiste sofferenza più grande. Provate a pensare alla vostra vita senza niente di ciò che vale. Eternamente.

E per quale motivo Romeo e Giuietta dovrebbe finire lì? Si amavano così tanto, love is love…
Appunto. Il loro amore non è un amore a ciò che è vero, e bello, e giusto, ma ad una persona. In cui hanno riposto tutto il senso della vita, e quando è cessato la loro vita non ha avuto più senso. Hanno rifiutato ciò che è bello, e vero, e buono; hanno rifiutato Dio. Per seguirsi nella morte, per seguire la morte.

E Dio non è il tipo che, quando lo rifiuti, si impone con la forza. Ti lascia alla tua libertà, alla tua scelta.
Per quanto possa spezzare il cuore, la loro tragedia più grande è proprio questa. La loro morte eterna. Come Amleto con la vendetta, come Otello per gelosia, come Macbeth per il potere, hanno scelto il loro attraente idolo e gli si sono dedicati anima e corpo. Fino a morirne, di anima e di corpo.

Dio non usa la sua misericordia contro la nostra libertà. La quale, inseguendo una falsa felicità, trova solo il dolore. Ché mai vi fu una storia così piena di esso come questa di Giulietta e del suo Romeo.

Nei guai

Qualcuno di voi si ricorda il film “Butch Cassidy”, con Paul Newman e Robert Redford nella parte di Sundance Kid? Una pellicola molto bella, con una eccellente colonna sonora (“Raindrops keep falling on my head“…), e se non l’avete mai visto dovreste dedicargli una serata. Se è vostra intenzione, fatelo prima di proseguire a leggere. In caso contrario mi perdonerete lo spoiler.

I due protagonisti, famosi fuorilegge, sono costretti a lasciare gli Stati Uniti perché inseguiti dai detective dell’agenzia Pinkerton, assunti dalla ferrovie stufe dei loro assalti ai treni. Tentano di riprendere la carriera in Bolivia, però il colpo va storto. I due sono asserragliati in un edificio, feriti, circondati. Fuori si ammassa un esercito, ma loro non lo sanno, e pensano ad una sortita. Poco prima di tentare l’uscita disperata Butch chiede a Sundance se ha visto tra gli inseguitori Lefors, il capo degli agenti della Pinkerton. Alla risposta negativa, lui replica “Bene… per un attimo ho pensato che fossimo nei guai
Escono sparando, fermo immagine. Fine.

Quante volte noi ci convinciamo di sapere cosa sia il peggio, illudendoci. E così siamo sollevati quando ciò che temevamo non avviene… senza accorgerci che arriva qualcosa di ben peggiore.

Da parte mia, sono convinto di due cose.

La prima, è che al peggio non c’è limite. La nostra fantasia non arriva a immaginare, a protezione della stessa sanità mentale.

La seconda, è che anche il peggio è per un meglio. Nella trama del tempo, che noi non conosciamo perché per buona parte non risiede nel nostro universo sensibile, ogni cosa ha in sé una scintilla di redenzione, un progetto buono che non conosciamo. C’è una giustizia che non è la nostra, un amore a noi che non capiamo. Che ci dà sempre una chance, fino all’ultimo.

Se ci illudiamo che uscire sparando possa risolvere tutto, è perché non ce ne rendiamo conto.

Una macchia per la scienza

“Ricerca su Sindone, almeno metà delle macchie di sangue sono false”
Così titola l’Ansa.

Non so le macchie, ma quello che posso dire è che quelle che mi sembrano false sono le affermazioni finali della ricerca.
Come fanno a dire che le macchie sono un inganno? Hanno fatto colare del finto sangue e verificato che non sono riusciti a riprodurre alcune delle macchie presenti sulla Sindone.
E come è stata fatta questa prova? Tenendo un braccio alzato in posizioni fisse; con un manichino, rigido, sdraiato, con un “sangue”poco denso, estremamente liquido…

Sarebbe ridicolo se non fosse tragico. Un corpo umano non è un pezzo di plastica; si piega, si infossa, si muove, possono esserci stati legacci o abiti a fermare il sangue, la superficie può non essere stata piana, il sangue si coagula, secondo i Vangeli la crocefissione è durata ora, non secondi…… le braccia possono essere state inclinate in avanti, all’indietro, mezzo ruotate… chiunque abbia sanguinato, o anche solo dipinto qualcosa con un pennello che cola, si può rendere conto dell’idiozia di affermazioni così categoriche.
Ci sono un milione di fattori che questi signori non conoscono. Ma a loro non interessa.
Non sono presi in considerazione perché i cosiddetti ricercatori conoscono già il risultato che vogliono ottenere. E’ come domandare ad un imbonitore se conviene comprare quello che vende: quale pensate sarà la sua risposta?
E’ come dimostrare che gli uccelli non possono volare basandosi su un piccione d’argilla.

La domanda alla quale quei personaggi non sanno rispondere è: l’altra metà delle macchie, allora, che cos’è? Come è stata ottenuta questa Sindone? Perché qualcuno dovrebbe prendersi la briga di riprodurre minuziosamente un corpo umano completo di ferite e poi, invece di far colare semplicemente del sangue, si mette a dipingerlo?
Cosa è certo è che questo genere di pseudoricerche che non reggono ad un esame critico sono buone per i superficiali, per coloro che si basano sui titoli, per chi cerca delle ragioni qualsiasi per non avere bisogno di credere. Sono “fake news”, una panzana mediatica che di scientifico non ha niente. Pubblicità.

A coloro ai quali invece interessa il vero dico: dubitate dei dubbiosi. Studiate più nel profondo. Potreste avere delle sorprese.