Pigliati una vacanza

I once wanted to become an atheist, but I gave up – they have no holidays.
Henny Youngman

Leggo oggi su un giornale la proposta di sostituire i “controversi” crocefissi appesi nei luoghi pubblici con qualcosa di condiviso e non divisivo: la bandiera italiana e quella europea.
Ma dai, sul serio?
Sono sicuro che un malato, nella sofferenza, alzando lo sguardo e vedendo le due bandiere si sentirà meglio, saprà che quel suo dolore ha un senso, lo offrirà per il Presidente.
Il giudice, che è consapevole di quanto deve allo Stato e all’Europa, si sentirà ispirato a giudicare in modo corretto e imparziale; l’imputato sa che per merito di quelle bandiere e delle leggi che le reggono troverà giustizia.
I ragazzi a scuola saranno memori della gloriosa storia della nostra Repubblica e dell’Europa tutta con i loro meravigliosi organi di governo, che li invita ad educarsi ed imparare per potere essere fedeli alle istituzioni…

Ci pensavo ieri: ma che è lo Stato? Questa entità mitica e miracolosa, sempre sulla bocca di laicisti e atei, che guida le nostre vite, che definisce il bene e il male tramite le leggi e i reati? Mettiamoci le facce. Mattarella? Conte? Salvini? Di Maio? Berlusconi, Renzi, Prodi? Sono loro gli dei, o piuttosto i sacerdoti di questa divinità? Ogni parola dalla loro bocca è verità? Le loro disposizioni, o quella degli altri ministri, sono rette e giuste? O, se non loro, chi?
Dov’è dunque questa entità mitica? In quale struttura risiede? Se scendiamo dalle altezze dei mistici discorsi dei laicisti nostrani, per cercarne riscontro nella geografia del nostro mondo, che troviamo?

L’intraducibile battuta che apre questo post (“Un tempo volevo diventare un ateo, ma ho rinunciato: non fanno holydays, vacanze“) suggerisce una verità su cui soffermarsi: gli atei non hanno holy-days, giorni santi, ovvero festività. Non c’è niente di santo in ciò che l’uomo fa per se stesso, perché l’uomo non è santo da se stesso. Sappiamo come sono gli uomini: facciamo parte della loro stirpe, hanno la nostra faccia, quella del nostro vicino. Siamo cattivi. Ma abbiamo bisogno di santità, cioè di elevarci da quello che siamo, prenderci una vacanza dal lavoro, dal potere dell’uomo sull’uomo. Non siamo in grado di farlo da soli. Solo ciò che è santo, ciò che è più grande dell’uomo, può farlo.

Chi è esattamente l’Uomo, con la U maiuscola? Che faccia ha? Presentatemi la persona che rappresenta l’Umanità; trovatemi lo scienziato o la teoria che incarna la Scienza, il giudice o l’istituzione che sia pura Giustizia.
Mi direte: non puoi passare dal mondo delle idee al mondo fisico. Invece è proprio quello che debbo fare, perché io vivo nel mondo fisico, e un’idea è puro fumo. Sono un uomo, ho bisogno di concretezza, non di illusioni.

Che io sappia c’è stato un solo caso in cui questa idea di perfezione si è incarnata. Si è resa incontrabile. E’ per questo che sono cristiano.

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La verità è prima

“La Verità non cambia a seconda della nostra abilità a digerirla”
F. O’Connor

La verità è prima. Non la produci, la verità: né dialogando, né discutendo, né ragionando.
La verità è quando ciò che sai trova conferma nella realtà. Realtà vuol dire atti, vuol dire fatti. L’opinione non è una verità: se vuole diventarlo ciò implica una verifica, vuol dire sporcarsi le mani e la testa, infilarci il dito praticamente e metaforicamente. Lottare per essa: la sola lotta che valga la pena intraprendere.

Che la verità sia tale lo devi capire prima di tutto tu stesso, e non puoi trascurare niente, dimenticare niente per compiacere la tua opinione. Se lasci indietro qualcosa, se ometti una risposta che ti mette in discussione non sei che un mentitore. Cioè quanto di più lontano ci sia dalla verità.

Noi uomini tendiamo a dimenticarlo. E questa è una verità.

La frontiera

Questi sono i miei princìpi. Se non ti piacciono, ne ho altri.
Groucho Marx

La Frontiera. Quella mitica, oltre la quale erano immense distese d’erba, foreste, bisonti, indiani ostili e infinite possibilità.
Go West, boy.
Si costituirono Stati, arrivò la ferrovia, i bisonti furono sterminati, gli indiani chiusi in riserve, i fuorilegge furono metodicamente impiccati o si ritirarono al saloon a bere tequila. La frontiera finì.

Un tempo qualcuno era convinto che internet potesse essere l’ultima frontiera della libertà. Niente censura, niente controlli. Una immensa prateria dove si sarebbe cavalcato liberi in eterno.
Illusi. Internet è il contrario dell’incontrollato. I computer sono tutto numeri, gente, e i numeri sono ordine per definizione. Non ti puoi nascondere per molto. I calcolatori sono molto più veloci degli sceriffi ad esaminare ogni cespuglio dietro il quale ti puoi nascondere.

Internet vuol dire Google, vuol dire Facebook e Twitter, vuol dire Pinterest, Snapchat, Instagram, YouTube.
Sono la nuova Compagnia delle Indie, la nuova Wells&Fargo. Fanno i loro interessi. Che non sono i tuoi, ragazzo.

Già sapevamo che certe cose su Facebook non le puoi dire, se non vuoi perdere l’account. Su Twitter ti oscurano senza nemmeno dirtelo, e incidentalmente ti rimuovono i follower. Tagliano le pubblicità sul tuo canale YouTube, se non sei simpatico. E ora veniamo a conoscenza che “cristiano”, su Pinterest, è valutato alla stregua dei più volgari termini sessuali. Certo, su Internet puoi essere libero, ma i campioni della libertà se la pigliano a male se la usi. Sei omofobo, intollerante, abusivo, propaghi fake news. Magari sei pure a favore della vita, o cristiano. E questo è inaccettabile.

La frontiera è chiusa, ragazzo. Hanno costruito steccati.
Ma sappi una cosa: anche in fondo al peggiore gulag, alla più nera prigione, nel regime più oppressivo si può restare liberi. Perché la libertà non è un post. Non è neanche un posto, una frontiera. La libertà è quello che sei.

Truthless heart

Money, ease, honor can help nothing: the most discontented are of those who have all that the truthless heart desires

Soldi, vita agiata, onori non aiutano: i più scontenti sono coloro che possiedono tutto ciò che il cuore senza verità desidera.

George MacDonald

“Truthless heart”, il cuore senza verità. Quante volte scegliamo di farci ingannare, quante falsità raccontiamo e ci raccontiamo. Mentiamo agli altri e a noi stessi, accampando continue scuse.
Vergognandoci appena un poco, con soltanto un’ombra fugace di rimpianto per giorni senza nuvole, per gli altri noi stessi che avremmo potuto essere e non siamo.

E la menzogna peggiore è che non possiamo più cambiare.

 

Di politica e integralismo

La politica è l’arte di cercare problemi, trovarli, diagnosticarli incorrettamente e applicare i rimedi sbagliati.
Groucho Marx

Quello che dovremmo tentare di fare è tenere la politica più locale possibile. Tenere i politici abbastanza vicini da prenderli a calci.
G.K.Chesterton

Le citazioni precedenti ci dicono di non aspettarci molto dalla politica, o meglio, dai politici. La politica dovrebbe essere, idealmente, il luogo dove le persone possono contribuire al bene comune; mentre, nella mentalità corrente, sembra essere il luogo in cui il bene comune viene costretto a versare contributi a certe persone. Non è certo una convinzione nuova. Sono rari i periodi in cui la politica ha vissuto una fase di idealismo, di appassionato sforzo di costruzione disinteressata. Di solito ciò avviene in due casi: in presenza di un regime oppressivo dove la politica è soppressa, in coincidenza con la fine di questo, e quando emerge una forza che vuole sfruttare l’idealismo a suo vantaggio. Il secondo dei due casi tende ad avere durata minore e a sfociare nella disillusione dei delusi.

Si può incolpare la natura umana. Anche lo sforzo più nobile non regge nel tempo, e decade.
Se già poi le premesse sono fallaci – ideologie letali, o quel relativismo che finisce per avere come unico risultato la prevalenza del più forte o del più astuto – non si vede come si possa avere fiducia nell’uomo, salvo per opportunistica intesa.
Questo è precisamente il problema più grosso dell’integralismo.

In un suo interessante post, Edward Feser cita la seguente definizione di integralismo cattolico:

“L’integralismo cattolico è una tradizione di pensiero che rigetta la separazione liberale delle separazione delle politiche dalla preoccupazione per il fine della vita umana, assumendo che la struttura politica deve dirigere l’uomo verso il suo destino finale. Poiché, comunque, l’uomo ha sia un fine temporale che uno eterno, l’integralismo ritiene che ci siano due poteri a guidarlo: un potere temporale e un potere spirituale. E siccome il fine temporale dell’uomo è subordinato al suo fine eterno il potere temporale deve essere subordinato al potere spirituale.”

Nel seguito del suo post, Feser approfondisce e chiarifica questa definizione, introducendo le categorie di fine naturale e soprannaturale. Fino a giungere a fare questa considerazione:

“(…) Molti sembrano pensare che il dibattito sopra l’integralismo sia un dibattito se la religione, in generale, debba avere un’influenza in politica (…) Ma non è corretto. Dal punto di vista della legge naturale, e sia dal punto di vista della dottrina sociale tradizionale che di quella post-conciliare, non c’è dubbio che la teologia naturale e la legge naturale debbano informare la politica (…).

Questo significa che anche un cattolico non integralista può e deve ritenere che da parte dello Stato dovrebbe essere affermato almeno un generico teismo e che le politiche di governo dovrebbero essere consistenti quantomeno con la legge naturale. Perché questa è materia filosofica, non di rivelazione divina. Tutto ciò si può affermare in base ad argomenti razionali che non facciano riferimenti alla scrittura o al Magistero della Chiesa (…) Lo stato ateo è contra naturam, non meramente contro la rivelazione divina.”

In seguito l’autore distingue tre tipi di integralismo: quello soft, per cui tutto ciò sarebbe bello ma è irrealizzabile, quindi tanto vale lasciar perdere; quello hard, per cui  per la Chiesa sarebbe meglio cercare di implementare l’integralismo nella maggior misura possibile, non solo convertendo il mondo ma anche facendo in modo che lo Stato la favorisca dove fattibile; e il moderato, che cade in qualche maniera tra i due, asserendo che occorre valutare caso per caso ciò che convenga meglio.

Mi è stato spesso rimproverato di avere una pessima opinione dell’essere umano. E’ vero: per me l’uomo è cattivo. E alla stessa maniera non ho nessuna fiducia nello stato e nelle sue leggi, nessuna salvezza ci si può attendere da esse. Ma credo anche che, se la verità è il cristianesimo, sia da preferire come implementazione a qualsiasi implementazione di una dottrina falsa. Ciò che non parte dalla verità sull’uomo, sia pure con le migliori intenzioni, non può che peggiorare; ed abbiamo ben visto a ciò a cui può arrivare. Viceversa, il vero si può corrompere, ma non può farlo senza smettere di essere ciò che è, e quindi diventa riconoscibile come errore. Non c’è dubbio che, in passato, applicazioni dell’integralismo abbiano causato grandi danni. Ma il fatto stesso che essi siano riconoscibili non come errori strutturali ma come corruzioni indica che questi fallimenti non sono nella sostanza ma nella sua implementazione.

Gli avversari mi diranno: ma chi te lo dice che nel tuo cristianesimo ci sia la verità? Io rispondo, bene, venite e vedete. Paragoniamolo con la sua assenza. Ma con occhi chiari, con mente sgombra, con desiderio di capire dove stia ci che è vero; ammettendo, perciò, che il vero esista e sia possibile riconoscerlo.
Non come scaltri politici dalla mente volta al proprio bene, ma come uomini liberi.

Orgoglio e giudizio

E un brutto segno per una nazione quando le sue cose peggiori sono le migliori
G.K.Chesterton

Una volta l’orgoglio era peccato. Uno dei peggiori. Forse il peggiore, perché è il peccato di Satana, il peccato originale dal quale tutti gli altri derivano. Oggi si moltiplicano le giornate dell’orgoglio di questo e di quello. Spesso cose di cui un tempo ci si vergognava, almeno un pochino. Quantomeno non le si raccontava tanto in giro.
Credo si voglia suggerire che non c’è niente di male nel male, che se per te qualcosa va bene allora per forza deve andare bene a tutti, dato che ogni opinione si equivale – cioè, nessuna vale. Salvo alcune che sono più uguali delle altre.

Quelle no, che non bisogna vantarsi di averle. Si rischia di disturbare l’orgoglio degli orgogliosi, mentre oggi ci si deve vergognare di vergognarsi.
Si deve evitare il giudizio. Ma se non c’è possibilità di giudizio, allora non c’è bisogno di alcuna legge, di alcuna regola, di alcun ordine.

Più che le giornate dell’orgoglio, mi piacerebbe vedere le giornate dell’umiltà. Se non fosse che celebrare l’umiltà è contraddittorio. Chi fa le cose bene e lo sa, non ha bisogno di rassicurazioni; è chi vuole a tutti i costi legittimare i suoi sfizi che deve imporre il consenso. Certi devono avere a tutti costi qualcosa di cui essere orgogliosi. Fosse anche una lettiera per gatti.
Che contiene ciò che il gatto, dopo aver prodotto, cerca di seppellire.

Moderati

Una religione moderata è buona per noi (demoni) come assolutamente nessuna religione, ed è più divertente.
C.S.Lewis, “Le lettere di Berlicche”

La persecuzione peggiore che possiamo sopportare è quella che è portata avanti dalle persone che dovremmo seguire e amare. Perché, anche se la sappiamo ingiusta, opporsi ad essa significa recidere lo stesso legame che tiene insieme il nostro essere. Ci sono modi di reagire all’ingiustizia che diventano essi stessi ingiustizia, un male peggiore persino di quello che si vuole combattere. La tentazione è restituire male al male, farci giudici al posto dei cattivi giudici che perseguono la loro agenda, ma solo per portare avanti la nostra.
Cosa, o chi, siamo disposti a sacrificare?
Chi deve morire perché il popolo sia salvo?

La risposta usuale del cristianesimo è che siamo noi stessi.

Il che non vuol dire tacere per tacere. Essere accondiscendenti con il male.  Essere quieti per non disturbare. Non prendere posizione. Moderarsi.
Questo è l’opposto. Nessuno uccide chi non disturba. Se dobbiamo morire, è perché siamo qualcuno che non si adegua. Irriducibili.

La tentazione di farsi giustizia da soli viene se ci pensiamo soli. Ma ci è stato promesso che non lo saremmo mai stati. Che non saremmo mai stati abbandonati davvero. Anche se, appesi ad una croce, ci pare talvolta il contrario.

Cerchiamo quindi di rendere servizio alla verità, con quanta umiltà riusciamo; vale a dire, indicare Altro e non noi stessi. Non è semplice…
Sì, è la persecuzione peggiore, quella che viene da chi ti è prossimo. Ci è chiesto di morire, e ci sono molti modi per farlo.

Vocabolario minimo

Non chiamatela eutanasia.
Chiamatelo suicidio. A volte potete anche chiamarlo omicidio. E se applaudite, state applaudendo alla rinuncia totale ad essere umani. Perché chi muore non è più umano. Era umano. Ora è solo materiale organico che si decompone.
E’ una questione di libertà, potreste dire. Ma la libertà che rinuncia a se stessa si trasforma nel suo opposto.
La verità non può trasformarsi in menzogna. Ciò che cessa di essere libero non è libertà. Chi è morto non è libero. Libertà implica vita.

Ciò che toglie la vita si chiama uccisione. Ciò che cessa di essere vita, è morte.
Non bella, non giusta, solamente
MORTE.

Sapevamo

Dopo gli interrogatori accompagnati da atroci trattamenti, il procuratore dichiarò con perfetta logica comunista: “Nel dossier dell’accusato non si trova nessuna prova sulla sua colpevolezza; ma chiediamo ugualmente il massimo della pena: 15 anni di lavori forzati. Poiché, se non fosse colpevole, non si troverebbe qui”. Obiettai: “Ma non è possibile che mi condanniate senza avere nessuna prova!”. E lui: “Non è possibile? Guarda come è possibile: 20 anni di lavori forzati per aver protestato contro la giustizia del popolo”. E questa fu la sentenza.

Il brano sopra non è tratto da un libro di Kafka, ma dalle memorie reali di una persona imprigionata dal regime comunista rumeno a causa della sua fede. Potete leggere il resto, se ne reggete l’orrore, qui.

Curiosamente, di queste cose si sente raramente parlare. Allora così come ora. Se qualcosa si poteva sapere, era negato dalle persone intelligenti. Certe cose non potevano esistere, in paradiso.
Ma sapevano. E sapevamo. Confusamente, sapevamo.

Quando arrivarono i primi reportage di quello che stava avvenendo in piazza Tienanmen, trent’anni fa, pensammo tutti: qui finisce male. Finì male.
Ricordo al Meeting di Rimini di quell’anno una specie di scultura fatta di biciclette contorte, schiacciate. Se così il metallo, cosa dei corpi?

Rammento anche qualche mese prima, in una conferenza in università di Irina Alberti, segretaria di Aleksandr Solženicyn e amica di Sacharov (qualcuno ricorda chi fossero?) discutemmo a lungo se l’apparente crisi nei due maggiori paesi comunisti – erano i giorni della perestroika – avrebbe significato un certo allentamento della persecuzione. La conclusione fu che non era bene fidarsi, che pure i cosiddetti riformatori facevano parte di quei servizi segreti e di quell’apparato oppressivo. Cosa ne sapevamo che di lì a poco uno dei due regimi sarebbe scoppiato come una bolla di sapone, e l’altro avrebbe cancellato con la violenza ogni opposizione.

Ma in fondo, nonostante Solženicyn, nonostante tante testimonianze, ancora non capivamo. Non volevamo capire. Potrei aggiungere, non volevano che capissimo.
Io vorrei che ci fosse qualcuno che si domandasse: ma com’è possibile? Simili orrori, e nessuno reagiva? Anzi, la verità era tenuta nascosta e dileggiato chi la raccontava. La gente manifestava per le balene.
Ma ormai di quei giorni passati a pochi sembra importare. Sono passati anni. La memoria si affievolisce.

Nel frattempo, continua ad accadere. In Cina, come in tanti altri posti. I politici ammoniscono, si scambiano strette di mano e contratti. Lo sappiamo.
A noi importa?

Calcinculo

Le prostitute non corrono il rischio di trovare la loro presente vita così soddisfacente da non potere rivolgersi a Dio; l’orgoglioso, l’avaro, il moralista hanno quel pericolo.
C.S.Lewis

Più di una volta mi sono chiesto se il presente stato miserevole della Chiesa, il cosiddetto crollo delle certezze, non sia il modo scelto da Dio per costringerci a ripensare noi stessi. Obbligarci a scegliere, invece di autococcolarci sdraiati sul divano. L’equivalente del calcinculo che certi animali riservano alla loro prole quando indugiano, da giovani adulti, un po’ troppo nel nido.
Vale anche per la scienza: senza discussioni, la scienza semplicemente non procede. I vecchi teoremi muoiono, e di solito scalciano parecchio prima di arrendersi, anche se delle giovani teorie ben poche riescono ad arrivare all’età adulta.

Il muscolo che non si allena, che rimane fermo, si atrofizza e cessa di funzionare. Anche per il cervello è lo stesso. E tantopiù per lo spirito. Se non alleniamo le nostre certezze ogni giorno, finiscono per diventare abitudini. Se una certezza non si fonda sulla verità ma sulla comodità, è un bene che sia rottamata. Anche i divani si cambiano, di tanto in tanto.

Cristiano è

“Stupido è chi lo stupido fa”, diceva Forrest Gump nell’omonima pellicola di qualche anno fa. E’ una affermazione che non posso che trovare saggia, e che può essere estesa ad altri aggettivi.

Io penso che cristiano è chi il cristiano fa. Ma su quel “fare” c’è un attimino da discutere. Se sei intimamente convinto che Cristo è il Figlio di Dio, il centro della storia, la via, la verità, la vita, allora fai, agisci, di conseguenza. Prendi le decisioni di conseguenza. Vivi, ti muovi, esisti di conseguenza. Essere cristiani per me è esattamente questa convinzione e ciò che con-segue.

Il guaio è che, la maggior parte del tempo, del fatto di Cristo non ne siamo poi così convinti. Pensiamo che sia altro ciò che con-viene. Quindi viviamo, ci muoviamo, facciamo secondo altri criteri, altri parametri, non-cristiani.

Nella nostra civiltà forgiata da duemila anni di fede, quella convinzione inespressa si riflette inconsapevole nelle nostre azioni. In altre parole, ci comportiamo da cristiani senza saperlo, senza capirlo davvero; funzioniamo come con il pilota automatico. Non è una brutta cosa: essere cristiani conviene, si vive cento volte più intensamente. Anche se nel fare senza essere uno si perde il meglio.
Questa civiltà, però, è sempre più insidiata da un pensiero che mira a sostituirla. Quell’inconsapevolezza pur sempre cristiana progressivamente viene meno.

Seguendo un pensiero non cristiano, può anche capitare che atti apparentemente cristiani non lo siano. Ad esempio, la filantropia è molto diversa dalla carità, anche se ad uno sguardo superficiale sembrano simili, come certi frutti assomigliano alle fragole senza averne il gusto. La legge umana non è la giustizia divina. Ogni virtù cristiana ha un suo corrispondente che ne serba l’apparenza ma ne nega la sostanza, come un malevolo doppelganger.

Il disseccarsi della vena nascosta provoca anche lo scomparire di quella religiosità a volte superficiale che affondava comunque la radice in Cristo.
Se le processioni, le statue dei santi, i rosari possono essere biasimati da qualcuno come superstizioni popolari, e possono anche esserlo, la loro esistenza indica che al di sotto corre una vena di cristianesimo non ancora estinto. Sono come certi funghi che emergono alla luce mentre la gran parte di loro rimane sepolta. Ma se non vi fosse la radice invisibile, niente di visibile apparirebbe.

Se continuate a tagliare la pianta, anche le radici muoiono, se non sono più che affondate in un terreno vivo. Se la fede non è visibile si dissecca. Così, non abbiano a dispiacersi certi ecclesiastici di processioni, invocazioni ai santi e sventolio di rosari; se non vi fossero sarebbe molto più grave, vorrebbe dire che la sorgente sotterranea si è del tutto inaridita.

Cristiano è chi il cristiano fa. Dentro e fuori. L’esterno non sempre collima con l’interno.
Sono d’accordo, certa gente finge ciò che le conviene. Non è brandire un rosario che mi dice se sono cristiano oppure no. Ma, se è per questo, non lo è neanche essere ordinato prete.

Esperti

A chi vuoi credere, a me o ai tuoi stessi occhi?
Groucho Marx

La scienza non è fiducia negli esperti. In effetti, ne è l’esatto contrario.
Ogni parte del metodo scientifico è mirato a combattere la fiducia. Ripetibilità, falsificabilità, la pubblicazione di dati e metodologie, mai delle sole conclusioni. E’ un urlo che dice “non fidarti ciecamente degli esperti”.

Il fidarsi ciecamente dei depositari della sapienza è fideismo tipico delle religioni. Per questo il cristianesimo, nella sua forma autentica, non è una religione.

Servire

La differenza tra il lavoratore o il politico cristiano e uno che non lo è, sta nel fatto che il primo si chiede come lui possa servirti, e il secondo come tu possa servire a lui.

Fatto per me

Questa sera, mentre viaggiavo in tangenziale, ho spento la radio, proprio come Gaber in quella sua bellissima canzone.
Brandelli sfolgoranti di arcobaleno foravano le nubi basse, nere come l’inferno e bianche come il paradiso. La pioggia aveva lavato il cielo e i monti innevati, gli alberi, i campi coperti di fiori primaverili sembravano splendere di una vita così intensa da far mancare il fiato. Ed io ho pensato: tutta questa bellezza, per me? Per me che sono qui che sfreccio a cento all’ora, puntolino nel cosmo, irrilevante creatura, un singolo istante nell’eternità dell’Universo.
Se non ci fossi io, questa bellezza sarebbe perduta perché nessuno la vedrebbe; ma che è poi, la bellezza? Un sentimento? Un flusso di sostanze dentro me, scintille tra i neuroni, ma a che scopo?
Cos’è che ci ha fatti sensibili a tutto ciò?

E mi è venuto in mente di pensare che la bellezza è la prova di Dio; perché il solo scopo che mi viene in mente per essa è farmi capire che c’è qualcosa fuori di noi incredibilmente più grande e inaspettato. Ancora più bello del riflesso del tramonto tempestoso sul fiume, delle nuvole di fiori di acacia profumati a bordo strada, delle montagne che sembrano fantastiche isole nel cielo. Per cui io, puntolino, sono fatto, perché mi ha fatto.

Al Verde

Quand’ero piccolo gli studenti manifestavano per il Vietnam. Gli anni sono passati, ed altri temi sono arrivati, che so, articolo 18, autonomia scolastica, mafia, migranti e via andare. Forse anche voi ne ricorderete qualcuno. E via, fuori dalle aule e nei cortei. Chi ci tiene, può esaminare quelle motivazioni a distanza di anni: se le mobilitazioni avessero ragione, o cosa abbiano ottenuto.
Ora gli studenti manifestano per il clima. “Contro l’ambiente”, come una manifestante con impagabile ingenuità rispondeva in una intervista. Uno si potrebbe domandare, ma chi è che organizza tutto questo? Dove li trovano i soldi, e perché?

Una prima risposta la si può avere guardando i risultati delle elezioni europee, dove i Verdi sono cresciuti di parecchio. E ci mancherebbe, con tutta la pubblicità che hanno avuto. Ci sono certi giornali che mettono riferimenti al riscaldamento globale praticamente in ogni articolo, dai buchi neri alle ricette di cucina. Se non avessimo i cappotti a fine maggio chissà che sarebbe accaduto.

Stamattina ho avuto uno scambio di opinioni su twitter, potete vedere qui di seguito la conversazione.

Ora, forse il signore di cui sopra magari pensa davvero che l’ecologia sia “la” battaglia di sinistra. Ma il suggerimento, come faccio notare, sembra implicare altro. Se tutte le altre ideologie, di cui le manifestazioni di cui sopra erano effetto e cassa di risonanza, sono fallite o sono state dimenticate, i politici di quei partiti che le portavano avanti “se il loro obiettivo è prendere voti” devono trovarne di nuove se vogliono restare sul mercato. Qualcuno sta puntando forte sul clima, e per ora un certo ritorno ce l’ha. Le attuali sinistre italiane ci hanno provato, ma, poverine, i risultati sono imbarazzanti. Non dubito che il tiro verrà presto corretto. I voti sono potere, e se si è perso l’ideale cos’altro rimane?

Certo che, orfani di Marx, Lenin, Stalin, Togliatti, Mao e Berlinguer, è dura ora diventare figli di Greta. Anche perché, vi avviso: è arrivato il minimo solare, si prospettano anni freddi. Non so quanto riuscirete a riscaldare gli animi. Cominciate già da adesso a cercare la nuova illusione, vi conviene.

Dietro le parole

Certe volte sento la nostalgia di quelli che parevano tempi più semplici.

Quando si sapeva dov’era il bene, e si sapeva dov’era il male; quando i nemici dichiaravano il loro intento, e l’esperienza di cose vedute era inequivocabile.

E poi penso che quel bene non è cambiato, quel male non è cambiato; i nemici si dichiarano, ancora più baldanzosi di un tempo, e l’esperienza niente riuscirà a dirmi che non è mai esistita.

Che confusione ancora potrei avere? Dietro le parole c’è ancora ciò che è reale.

La dittatura della tata

Dimmi che l’amore non è vero
è solo qualcosa che facciamo
Madonna, Don’t tell me

La promessa della rivoluzione sessuale era che il sesso può essere senza significato. A dire il vero, deve essere senza significato per preservare la nostra autonomia. Se avesse un significato intrinseco, indipendente da quello che noi desidereremmo significasse, allora questo potrebbe voler dire che abbiamo doveri che hanno effetto sulla nostra autonomia.
Noelle Mering

Molta della libertà moderna è, alla sua radice, paura. Non è tanto che siamo troppo audaci per sopportare le regole; è piuttosto che siamo troppo timidi per sopportare le responsabilità.
G.K.Chesterton

Il trittico di citazioni che vi ho proposto individuano il fallimento della morale di questo nostro tempo. La lotta che si continua a portare avanti contro il matrimonio, contro la famiglia, contro la struttura stessa della sessualità e i ritmi della vita non sono altro che un gigantesco tentativo di togliere ogni senso di responsabilità alle nostre azioni.

Ci viene detto che possiamo scegliere ciò che vogliamo, perché non vi saranno conseguenze.
Questo è falso sotto tutti i punti di vista. Non possiamo scegliere ciò che vogliamo; e ogni nostra azione porta un significato eterno. E’ in atto una consapevole riduzione dell’adulto a bambino capriccioso, che strilla ogni volta che qualcosa di inconsueto lo tocca. La mancanza di persone con la mentalità da adulti vuol dire addossare ogni responsabilità a qualche soggetto che ben volentieri se ne fa carico, e provvede a calmare il pianto dei viziati dando loro caramelle. Una tata il cui scopo è mantenere il suo posto rendendo coloro che le sono affidati completamente dipendenti da lei.

Per ottenere questo, occorre prima distruggere il desiderio vero, quello che non si adegua. Lo si fa dando surrogati, e denigrando, accusando, condannando chi non si accontenta.
Sesso. Mille cose da comprare, mille spettacoli da vedere. Giochi. Cuccioli. E qualcuno da incolpare e calpestare. La tata farebbe qualsiasi cosa pur di non farti piangere.
Poi ti dice che non hai doveri, solo diritti. Quelli che vuole lei. La falsa libertà che illude di potere fare ciò che si vuole, mentre hai la libertà di fare solo quello che lei vuole.

Eppure basterebbe fermarsi e considerare ciò che davvero desidera il nostro cuore. Sembriamo incapaci di capirlo. Come se non sapessimo neppure più dove si trova. Tanta è la confusione e il rumore.
O forse anche questo ignorare chi siamo è un modo per evitare lo sforzo. Per non avere responsabilità. Di noi stessi. Tanto c’è la tata.
Che non tiene davvero a te. Chi tiene a te è un padre, una madre. La tata te li vuole far dimenticare. Come non ci fossero.
Responsabilità vuol dire dovere rispondere a qualcuno delle nostre azioni. Ma se quel qualcuno non c’è, che senso ha la parola? E cosa diventa, l’agire?

Un foro nel cielo

Dio che tutto puoi e tutto crei e tutto tieni, autore del cielo e della terra (…) se prima del cielo e della terra non esisteva tempo, perché chiedere cosa facevi allora? Non esisteva un allora dove non esisteva un tempo.
S. Agostino, Le Confessioni, XI, 13, 15.

Qualche giorno fa ci hanno mostrato un’immagine e ci hanno detto che quello era un buco nero. Beh, questa affermazione era falsa.
Un buco nero, per definizione, non si può vedere. E’ un foro nella struttura dell’universo, una trappola da cui la luce non può fuggire. E’ la luce che ci permette di vedere le cose. Quell’immagine, ottenuta con tecniche sofisticatissime, non mostra il buco nero stesso, ma il suo effetto.

Per intenderci, è come se prendessimo una foto di gruppo e ritagliassimo da essa una persona. Che all’interno dell’area rimossa ci sia qualcosa si capisce da quanto la circonda: mani su spalle che non esistono, ombre che nessuno proietta, la mancanza dello sfondo. Così è anche in questo caso: quello che scorgiamo è la materia che, come l’acqua nello scarico di un lavandino, si inabissa vorticando in quel foro nello spazio. In termini matematici, il buco nero è una singolarità: un luogo in cui le leggi che governano il mondo cessano di esistere perché i valori delle loro equazioni vanno ad infinito. Lo spazio è connesso con il tempo, indissolubilmente: quando la gravità del buco nero deforma il primo, anche il secondo si altera. Fino a smettere di esistere secondo i nostri criteri quotidiani.

Recentemente leggevo di come Sant’Agostino, milleseicento anni fa, asserisse che senza creazione, senza la materia, neanche il tempo esiste. Sono sobbalzato: questo è esattamente il concetto espresso dalla teoria della relatività. Questa condizione si realizza ancora all’interno del buco nero, dove la realtà si allontana vertiginosamente da ciò che possiamo comprendere in termini umani. Singolarità.

Se vogliamo, quella è anche la definizione di Dio. Dio è ciò che si ha quando ciò che è bello, giusto, vero, raggiunge un valore incommensurabile, irraggiungibile nel nostro spaziotempo ordinario. Dio, come il buco nero, trascende l’universo, è al di fuori di esso, pur essendo in qualche maniera al suo interno. E’ fuori dal tempo, pur agendo nel tempo. Dio non lo possiamo vedere direttamente, ma ne rileviamo gli effetti: in sua prossimità, quello che siamo abituati a considerare normalità cessa di essere tale.

I buchi neri hanno plasmato il nostro cosmo: sappiamo che ce n’è almeno uno al centro di ogni galassia, e le galassie sono numerose come granelli di sabbia. Il nostro sole gira attorno a quello nascosto tra le nubi di gas e polveri laggiù, nel Sagittario, a decine di migliaia di anni luce da noi. Ma ve ne sono tanti altri tra le stelle. Presenze invisibili che influenzano la nostra vita in modi di cui neppure ci rendiamo conto. Sono la prova pratica che l’infinito può essere tangibile. Che ciò che non si può vedere è al centro del nostro esistere, e neanche ce ne rendiamo conto.

Quel punto rosso

Io sono un ciellino, non dovrebbe essere una sorpresa per molti. Rileggevo l’altro giorno una lezione che Don Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione, tenne ai responsabili degli universitari nel 1986, quando io era già da qualche anno nel movimento.
Il titolo è “il punto rosso”. Qual è questo punto rosso? E’ il cuore dell’Icaro di Matisse, immagine scelta per il Volantone di Pasqua di quell’anno.
Il Volantone di Pasqua è un manifesto che viene distribuito per la Pasqua e che riporta un testo e un’immagine. Accompagnata a Matisse quell’anno c’era una frase dell’allora cardinale Ratzinger, che potete leggere di seguito:

Nella lezione, Giussani faceva la considerazione che, di fronte a questo testo, c’era stato come un ritrarsi, un ondeggiamento. Come se non si riuscisse a fare l’ultimo passo. E in cosa consiste, per Giussani, quell’ultimo passo? “Si tratta della sapienza della vita (…) di quel vantaggio ultimo per cui l’uomo ama se stesso e il mondo, per cui è pronto a dare la vita per tutto ciò che è bene, per cui, in questo amore, riesce realmente a cambiare il mondo intorno a sé, per cui diventa creatore; e l’uomo dimostra di essere creatore quando è capace di creare unità, di fare unità tra i suoi compagni di viaggio.” (p.70).
Quel punto rosso è il cuore dell’uomo che dipende da ciò che non è dentro sé, il simbolo di un rapporto. “Questo è l’Icaro di Matisse, esile fin quando volete, ma ha la percezione di appartenere a qualcosa d’altro”.
Ciò che definisce“, riprende Giussani (p.72), “l’identità, la forza e la letizia di un soggetto – o di una realtà – è la sua appartenenza, è ciò a cui appartiene.” L’immoralità nel senso più nefando, asserisce Giussani, è dubitare di quell’appartenenza a Cristo.

“Senza la coscienza di appartenenza un uomo non può essere presente, non può essere presenza. Essere presenza vuol dire che in noi, in noi stessi, portiamo qualcosa d’altro. Non si può essere presenza se non si è segno: segno, cioè rimando ad altro.” (p.73)
Di seguito, Giussani fa l’esempio di Citton, un ragazzo bravo, molto bravo, cosa che tutti riconoscevano e stimavano.
Ed io gli dicevo “Citton, tu non sei una presenza così” “Ma no, io do il buon esempio.” “Ma dai il buon esempio per te stesso, tu richiami gli altri a se stesso, non a qualcosa d’altro, non ad un’altra realtà: tu richiami la stima e fai onore a te stesso. Per essere veramente una presenza, tu devi richiamare un’altra realtà. Vedi, i quattro ragazzetti che si sono alzati la settimana scorsa all’assemblea a dire “Noi cattolici…”, quei quattro ragazzetti lì sono una presenza, che ha diviso la scuola, così come Cristo è venuto per dividere (come disse il vecchio Simeone, con buona pace di tutti i pacifisti e gli irenisti tra i vescovi e i teologi di oggi).”

Eh, ci va giù duro Giussani. Quella frase pronunciata dai quattro ragazzetti di cui sopra segna proprio l’inizio del movimento di CL, il punto di rottura rispetto a quella mentalità diffusa allora dove era tutto un parlare di valori e di morale, ma dove il riferimento a quella presenza sorgiva era sistematicamente lasciato indietro.
Fu proprio questo a distinguere Comunione e Liberazione in quegli anni da tutte le altre realtà pur cristiane che c’erano nella società: porre Cristo come centro, e dirlo. E per questo prendersi insulti e minacce e botte.
Non ci bastava fare i bravi ragazzi: quell’appartenenza generava un ethos, una personalità diversa.

L’unità che la civiltà può creare, continuava Giussani, è come quella delle presse che schiacciano le automobili e le riducono ad un cubo di ferraglia. Mentre l’unità che questo uomo diverso può creare viene dal di dentro ed è perciò una libertà, una letizia impensabili, ignote agli altri. “E tanto più siamo coscienti tanto più siamo liberi e lieti“.
Una cultura dell’appartenenza che cambia il modo di agire, che converte: la conversione implica il riconoscere l’appartenenza, come il bambino appartiene a sua madre. Questo riconoscere avviene nell’ambiente: non in un gruppo, non in una parrocchia, non in una associazione. Tramite una presenza che è odiata, perché il mondo vorrebbe ridurre il fatto di Cristo ad un fatto privato, in cui al limite ti lasciano gesticolare.

Fin qui Giussani. Perché vi ho descritto, o nel caso di alcuni vi ho ricordato, tutto questo? Perché mi sembra che, ora come allora, vi sia un tentativo di occultare questa presenza, Cristo, dietro uno sbarramento di valori, di amicizia sociale, di parole che tutti possono condividere ma che sono come la camomilla con cui si addormenta la nostra coscienza. Come se, dato che Cristo non lo conosce più nessuno, fosse inutile parlarne. O pericoloso.
Non è che abbia rimpianti delle aggressioni di un tempo, ma proprio quell’odio contro di noi ci confermava in quel che eravamo. Oggi, chi ci attacca ancora?

O quel punto rosso riprende a battere per ciò a cui appartiene, o confessiamo quel nome e non le idee, o finiremo come sono finiti tutti coloro che, negli anni, lo hanno dimenticato. Sotto altre bandiere; ma lieti, felici?

Occhi secchi

Alcune delle culture al meglio civilizzate e altamente organizzate, come Cartagine nel suo momento di massimo splendore, avevano il sacrificio umano al suo peggio.
La cultura, come la scienza, non offre protezione contro i demoni.

G.K.Chesterton

Mio nonno era stato colpito da un ictus. Ha vissuto per molti anni con noi che l’accudivamo. Sembrava non capire più niente, ma quando gli dicemmo che mia nonna, sua moglie, era morta, pianse.

Come sembra abbia pianto alla notizia della sua stessa sorte Vincent Lambert, il disabile a cui oggi toglieranno non le cure, come qualcuno ha scritto, ma il necessario per vivere: acqua e cibo.

Non facciamoci ingannare: è un sacrificio umano. Del genere peggiore. Come ne abbiamo visti altri, in questi anni.

Il guaio è che non siamo neanche più capaci di piangere.

Numeri

C’era un vecchio telefilm, “Il prigioniero“, in cui il protagonista, un agente segreto dimissionario, veniva imprigionato in un’isola in cui nessuno aveva un nome, ma solo un numero. “Io non sono un numero”, l’eroe ripeteva ad ogni tentativo di fuga.
Ai prigionieri – in un lager, in un penitenziario, viene assegnato un numero.

Un numero è utile. Un numero rende facile identificare. Un numero semplifica. Ve lo dice uno che lo fa per professione.
Ma il numero non coincide con ciò che è una cosa è. Serve come indice, ma il suo esistere non ha legame con ciò che indica. Un numero può anche fornire una quantità, ma non è qualcosa che realmente esista di per sé. Non c’è un oggetto chiamato “numero”; un numero è un attributo, qualcosa che non vive di vita propria. Due e due fa quattro, ma cos’è due, cos’è quattro? C’è una certa ironia nel fatto che ciò che è la base della scienza e in una certa maniera della realtà sia assolutamente irreale.

I calcolatori, i programmi, manipolano cifre. Il reale ridotto a numero, indicizzato, ricalcolato, scomposto, ricomposto, simulato. Le magnifiche immagini virtuali generate al calcolatore sono numeri, numeri, numeri. Come ciò che state leggendo ora.

“Digitalizzare” vuol dire proprio questo: ricondurre ogni cosa a cifra, “digit”. La musica. I colori. La forma delle cose. Che non sono numeri. Non sono numeri.
Ridurre il reale a numero vuol dire poterlo manipolare a piacimento, mentre per l’oggetto concreto ciò è possibile solo mediante un rapporto. Se utilizzare i numeri al posto di ciò che esiste davvero ha enormemente allargato la comprensione delle leggi dell’universo, in un certo senso ci ha allontanato dalla autentica sostanza delle cose.

Il numero non è la cosa. Se è usato al posto della cosa, la simula, la rende virtuale. La rende prigioniera. La nostra identità non è un numero, e può essere manipolata, rubata, distrutta solo se lo è.

Il numero non è la cosa. Noi non siamo numeri. Non permettiamo a nessuno di dimenticarlo.

La tazzina etica

Un uomo entra in un bar e chiede una tazzina di caffé. Il barista gliela sporge. L’uomo rovescia il caffé, sgranocchia la tazzina, lascia il manico sul piattino e se ne va. Il barista lo guarda sbaccalito: “Ma avete visto quello? Roba da pazzi!”
“Veramente”, replica un altro cliente, scuotendo la testa. “Mangiare la tazzina e lasciare il manico che è la parte più buona!”

Questa barzelletta mi ricorda ciò che ha fatto la modernità con il cristianesimo. Si autodefinisce in base ad una serie di idee rubate al cristianesimo stesso, e nello stesso tempo rifiuta ciò che rende quelle stesse idee intelleggibili. Il progresso, per esempio, non è che la Divina Provvidenza meno la parte divina. Ma senza Dio l’idea che l’uomo sia destinato ad avanzare moralmente è senza senso.
Il perdono senza un giudice superiore che possa dare assoluzione, che base ha? E se l’Universo ha un ordine razionale che la mente umana attraverso la scienza può scoprire, se questa stessa mente non è che il risultato esclusivo di forze il cui unico scopo è la sopravvivenza e non la razionalità, cosa veramente può capirne dell’Universo?

Si sente, in questi giorni, parlare tanto di moralità. Ma per qual motivo uno che rifiuta il concetto di giustizia suprema o verità immutabile dovrebbe comportarsi moralmente? Quando i suoi interessi dovessere collidere con quelli della società, perché favorire la società? Se il fratello ti è d’impiccio, cosa è la fraternità perché non te ne possa liberare? Perché uguaglianza, se siamo bestie in competizione? Non c’è una ragione. I valori sono comode cassettine intercambiabili, da usare fino a quando servono. La tentazione diventa ciò che si attende, non ciò che si fugge.
Quale libertà, se non c’è uno scopo nell’agire? L’indulgere nelle passioni è quanto di più meccanico ci sia. La libertà per il cristiano, invece, è volere ciò che si deve essere.

E quando anche questo uomo moderno dovesse garantire la sua etica, perché dovremmo credergli? O siamo creati da un bene in vista di un bene, o siamo animali che lottano per il dominio. Anche con le parole menzognere o illusorie. Perché l’etica atea non ha una ragione per essere migliore delle altre, dato che è la prima a negare il concetto di valore.

Il pensatore moderno butta via il caffé e si sgranocchia la tazzina. Il manico lo lascia perché non sa neanche lui cosa farsene: non ha un posto dove appenderlo.

C’è festa e festa

Va bene, il figliol prodigo torna lacrimando dal padre, e il padre l’accoglie.
Vorrei solo far notare che detto figliolo puttaniere e scialacquatore mica mette su la sua liason godereccia nella casa natia; no, anzi, se ne va il più lontano possibile.
Perché, dice il padre, caro figliolo, se tu torni pentito volentieri ti riaccolgo. Ma le porcherie in casa mia tu non le fai.

C’è festa e festa. La festa per un bene è tale, quella per il male è altro. Nella casa paterna c’è posto solo per il primo tipo. I due fratelli lo sanno: loro padre non è poi così accomodante come qualcuno vorrebbe dipingerlo.
Ma quelli erano altri tempi.
Oggi, forse, la casa di suo padre quel figlio l’avrebbe okkupata.