Quaderni

Secoli di bene
ci hanno abituato bene.
Ci hanno viziato.
Ci hanno fatto credere
che la virtù fosse scontata
Insita nell’uomo
Ragionevole
ed è ragionevole
se la ragione è il rapporto,
è la relazione
Tra noi e l’infinito.
Ma siamo troppo piccoli.
Abbiamo abbassato il cielo
fino a calpestarlo.
Abbiamo reso la ragione
la misura delle nostre orme.
Troppo piccole, ho già detto.
Piccoli uomini
Per piccole virtù
e grandi vizi
Piangendo abbiamo implorato
di essere grandi
Poi abbiamo preteso
ciò che non abbiamo
Che non è in nostro potere
dare o avere
Chiamandolo diritto
Illudendoci
di diventare più grandi
salendo sopra quel cielo
che osiamo negare.
Ma noi siamo quaderno
non scritto da mani d’uomo
neppure le nostre.
Non possiamo cambiare
Il colore della copertina
La consistenza della carta
Il numero di pagine
Possiamo strapparle,
Ma questo non fa di noi
Poesie migliori.

Guardare oltre il cielo
questo l’inizio che
solo può aprire il senso
della nostra storia scritta
con inchiostro di Mistero.

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Buttati via

Ho un mio sospetto: che lo ius soli, quella legge farlocca di cui non voglio entrare nel merito, non sia che fumo di copertura per ciò che veramente sta a cuore laggiù, vale a dire la legge del trattamento di fine vita. Ovvero l’introduzione dell’eutanasia e del diritto al suicidio nella nostra repubblica, mascherate per ingannare i gonzi ma inequivocabili a lettura attenta.
Tutti a concentrarsi sui poveri immigrati a cui è negato il diritto di essere italiani, e nel mentre zitti zitti, senza piazze contrarie, si introduce la norma che consentirà di ammazzare il nonno. Oh, avete voglia a dirmi che non è così: vogliamo fare una scommessina, di qui a tra cinque anni? La legge proposta è un pastrocchio tale che qualunque leguleio saprà sfruttarla al peggio.

Resta da capire perché la nostra civiltà abbia tanta fregola di suicidarsi. Credeste ancora, potrei dirvi che è perché il male esiste. E non gli si sfugge uccidendosi.
Ma siccome avete ormai stabilito che la vita non ha un senso, e tanto vale buttarla via appena possibile, che ve lo dico a fare? La logica conseguenza è che nessuna decisione umana ha senso.
Non trovate ironico che i soli che difendono l’inviolabilità di questa vita terrena siano coloro che pensano che ciò che davvero conta sia quella eterna?

Le storie di San Randazio: Panni sporchi

Un giorno il santo monaco Randazio si trovò a passare con alcuni novizi vicino ad un fiume presso il quale alcune lavandaie sciacquavano i panni. Rivolgendosi quindi ai suoi confratelli, così disse loro:

“Guardate quelle lavandaie. Per pulire i panni li battono sulle pietre, oppure con un bastone: li strofinano, li fregano, li colpiscono, li strizzano fino a quando lo sporco non è uscito. Pensate a cosa potrebbe dire il panno: ‘Ma perché mi colpisci con tanta malvagità? Cosa ti ho fatto?’ Perché non si rende conto della sua stessa sporcizia.

Ma una volta ripulito la sua bellezza è molto maggiore: non è più uno straccio sozzo, ma un abito degno da indossare.
Considerate con simpatia il bastone che vi colpisce per purificarvi, non sfuggite alla mano che vi sfrega sul sasso, perché non sapete quanto sporco avete dentro. Non vi vuole male: desidera solo che voi siate degni della stoffa di cui siete stati intessuti.”

 

Obbedire

La caratteristica fondamentale (della) religiosità naturale è lo sforzo dell’individuo: è la mia coscienza che vi si applica, la mia genialità che lo crea, la mia energia che lo costruisce. Ma nella storia umana, ad un certo punto, è venuto un uomo, Gesù Cristo, che ha offerto allo sforzo religioso di tutta l’umanità la possibilità di realizzarsi. Anche se dinanzi a questa sua pretesa molti si sono ribellati e non hanno saputo vedere in Lui il Dio che cercavano, da questo momento la metodologia religiosa, il modo di andare a Dio, si è totalmente capovolto: prima era opera di genialità; ora è questione di obbedienza. Nel primo momento assieme alla devozione alla divinità era mischiato l’orgoglio personale; ora non c’è più affermazione di sé, ma abbandono. Prima erano favoriti i geni religiosi; ora il genio ed il bambino sono alla pari. Più precisamente: prima il metodo era uno studio mio, una ricerca mia; adesso è un’esperienza mia. Prima era una costruzione; adesso è un incontro. Prima era una teoria; adesso è un fatto irrecusabile. Prima potevo fingere Dio secondo un mio criterio o un mio gusto; adesso devo prenderlo o lasciarlo così come mi si presenta.

Luigi Giussani,  “Porta la speranza: primi scritti”

Questo è l’Avvento, il tempo che è appena cominciato: iniziare a capire che occorre obbedire alla realtà, per raggiungere quella “perfetta letizia” di cui parla S.Francesco. Che non è eroica sopportazione del male, indifferenza al proprio destino o apatia similbuddista, ma consapevolezza che c’è un bene che racchiude e redime ogni cosa, comprese le più fetide; cioè noi.
Come chi sopporta disagi, sofferenze, viaggi interminabili pur di vedere per qualche minuto la persona amata: e quando la raggiunge nessun sacrificio sembra vano.
Sì, questo è l’Avvento. Comprendere che ciò che ci cambia e ci salva viene, è venuto, e tutto quello che ci chiede è accoglierLo.

Ciò che è

Occorre un’attenzione enorme, una gigantesca apertura mentale, un esercizio eroico della libertà per riuscire a vedere l’ovvio.

Le piace Brahms?

Stamattina, ascoltavo viaggiando in macchina quella trasmissione radiofonica d’opinione che si intitola radiogiornale RAI3. Lo faccio sempre più raramente: ormai la quantità di informazione corretta o quantomeno attendibile che riesce a fornire è molto inferiore a quella del concerto di musica classica su cui in genere commuto dopo averne ascoltato i titoli alla “Il Manifesto”.

Quest’oggi il pezzo forte era il suicidio davanti alle videocamere di quell’uomo condannato per crimini di guerra. Servizio, controservizio, approfondimento, commenti, interviste. Tutti unanimemente a insultare il defunto, prendendo in giro lui e il suo gesto. I giornalisti invitavano in pratica ad una gara di sputi contro il morto. Raramente ho assistito ad una così livorosa sceneggiata, tanto da farmi domandare: perché questo accanimento?

Non sembra davvero fossero gli stessi individui che lodavano la dignità del suicidio, quando si va in Svizzera ad ingerire la sostanza mortale. Sarà l’aria elvetica che la rende migliore. Forse si sono sentiti scavalcati nella spettacolarizzazione dell’orrore, e avevano bisogno di distrarre la plebe togliendo ogni possibile dignità alla persona e all’atto. Una lettura alternativa potrebbe anche essere il commento di uno dei giornalisti: il veleno ingerito come metafora per il veleno dei nazionalismi, dei populismi, dell’integralismo religioso (sic).

Apperò, adesso la colpa è chiara: è dei cristiani tradizionalisti, praticamente neonazisti come tutti quelli che si oppongono allo ius soli (sì, l’hanno asserito subito dopo). E’ allarme! Un gruppo di beceri naziskin, fenomeno pare particolarmente diffuso in norditalia (sic), ha violentemente letto un comunicato contro l’immigrazione selvaggia. Non si registrano morti, ma ci sarebbero potuti essere.
Nota bene: non è che quei “giovanotti coi capelli un po’ corti” mi stiano particolarmente simpatici, ma sappiamo tutti di comportamenti abitualmente impuniti di – chiamiamole così – altre aree sociali che questi al confronto sono ragazzini beneducati. E di che stiamo parlando, quindi?

Subito dopo attaccavano Trump, e ho deciso che ne avevo abbastanza. Mi sembrava di avere appena ascoltato RadioMosca, un tuffo nell’era di quando la gloriosa cortina di ferro vegliava sui destini progressivi e sovietici dell’umanità. Qui non l’hanno ancora capito, in America cominciano adesso: chi accusa gli altri di fake news si troverà a dovere giustificare le proprie.

Sul canale della classica davano la quarta di Brahms. Oddio, mi sono detto, non sarà mica che, siccome quel tedesco mi piace, sono passibile anch’io di filonazismo?

Un cielo da guardare

Certo che non si capisce perché ci si deve sposare.

Un tempo, qualcuno si sposava perché era la maniera più sicura per entrare nelle mutande di una persona dell’altro sesso. Certo, presso parecchi popoli allora come adesso non era difficile entrarvi anche non coniugandosi, ma una persona che seguitasse a farlo in maniera sistematica era malvisto, o quantomeno chiacchierato.
Adesso non è più così. Sembra che darla\darlo facilmente sia requisito sociale per essere alla moda. La contraccezione rende il sesso casuale più conveniente, è più facile trovare gente consenziente e, male che vada, c’è la pornografia online per il fai-date.

Un tempo, qualcuno si sposava perché così si aveva la sicurezza di una stabilità, di una fedeltà. Adesso non è più così: con il divorzio sempre più rapido non si è ancora neanche asciugato l’inchiostro sulle firme degli sposi che già si chiamano gli avvocati per la separazione. Un po’ come nell’antica Roma, ma agire come nel remoto passato oggi vuol dire essere al passo con i tempi. Quell’indissolubilità che garantiva la guarigione dai piccoli dissidi e la franchigia per i colpi di testa non c’è più. Al primo dissapore tutto crolla, perché niente lo tiene su. Certo, questa volubilità vuol dire che i deboli sono svantaggiati, meno protetti; ma è un inconveniente che i forti sono disposti a sopportare.

Un tempo, qualcuno si sposava perché si dava un nome, una casa sicura ai figli. Adesso non è più così: un terzo dei figli nasce fuori dal matrimonio, e in certi stati la percentuale è anche maggiore. Certo, tutte le statistiche dicono che dopo una separazione i figli soffrono, crolla il rendimento scolastico, sono molto più spesso vittime di tutte le brutture e gli abusi della vita. Ma che ci volete fare: la soluzione adottata è non metterne al mondo, così da evitare il problema.

Un tempo, lo Stato aveva tutto l’interesse a fare sì che i suoi cittadini mettessero su famiglia: si è meno proni alla ribellione, più stabili, più pronti a difendere la propria terra, e i figli sono la ricchezza del futuro. Adesso non è più così: la famiglia è svantaggiata dallo Stato il più possibile, chi fa figli è tartassato, e si finisce per evitare l’una e gli altri. Certo, gli individui solitari sono più succubi del potere: ma si dovrebbe credere che chi fa politica pensi a dominare più che al bene comune.

Un tempo, i maschi e le femmine dovevano fare del loro meglio per essere accettati dalle controparti: dovevano mostrare di possedere risorse, voglia di impegnarsi seriamente, doti morali. Oggi non è più così: il sesso a basto costo sociale ed economico dice che non vale la pena di mettersi con tutto se stessi. La qualità si è abbassata: e perché uno dovrebbe accettare per sempre qualcosa di bassa qualità?

Così stiamo distruggendo quello che siamo. Quel modo di vivere che abbiamo chiamato civiltà; quella che era la fonte di pace e serenità. Un suicidio lento, nella maggioranza dei casi inconsapevole. Perché quello che manca è la consapevolezza di un destino, che c’è, della necessità del sacrificio per ottenere il meglio, del valore di quelle cose obsolete che si chiamavano virtù. La conoscenza di quello che è il meglio per sé, per chi si ama. Il desiderio, no, l’intenzione di trovare un amore che duri per sempre.
Manca insomma un cielo da guardare.

 

Arancio

La persona che cammina davanti a me nella via ha una specie di gonna arancione sotto il piumino. Trascina ballonzoloni sul selciato un trolley bianco e blu, e tiene in mano qualcosa, forse dei libri.
Passa sull’altro marciapiede, mentre io mi avvicino al cancello di casa. Mi volto verso di lui, lui mi sorride attraverso la strada e i miei sospetti sono confermati.
“Buonasera”, mi saluta, ed io ricambio.
“Le interessa sapere qualcosa sulla spiritualità orientale?” Mi chiede.
La mente mi corre a parecchi decenni fa, quando vidi per la prima volta quelle tuniche arancioni, in quel di Genova. Ero molto giovane: mi incuriosirono i loro canti monotoni, i crani rasi, la loro danza improvvisata. Studiai un poco il loro credo, mi feci anche imprestare un disco di quelle loro nenie sempre uguali, che non riuscii ad ascoltare fino in fondo. Erano anni che non ne vedevo uno: le mode passano.
Declino sorridendo. “No, grazie, torno adesso da Messa”.
Anche lui sorride. E’ giovane, forse vent’anni o poco più, strisce di biacca bianche sul volto imperbe sotto il cappuccio.
“Bene, in fondo siamo tutti e due in cerca di spiritualità”, mi dice.
“Sì, anche se ben diverse”, replico sorridendo anch’io.
Ci scambiamo gentili saluti, gli auguro buon proseguimento, lui va, io entro in casa. Ah, sto invecchiando. In altri tempi ci avrei discusso per ore, ma fa troppo freddo, è troppo buio, ho da fare e non ho più la pazienza di un tempo.

Ho sempre un po’ di rimorso, in questi casi, per le mie omissioni. E domande: cosa avrà visto quel giovane gentile nel suo culto orientale, in usanze esotiche che lo spingono per strade sconosciute al gelo? La mia fede in Cristo è una fede fatta di ragione, si fonda sulle risposte a tutte le questioni, sulla storia, sull’esperienza. Qualcuno mi ha spiegato la vita, e quelle spiegazioni hanno senso, sono solide, non si contraddicono. Tutto questo quel giovane non l’ha visto, non l’ha trovato, e l’ha cercato altrove, lontano.
In risposte umane al Mistero.
Quanto siamo stati fortunati, mi diceva l’altra sera un sacerdote. E’ vero. Abbiamo incontrato ciò che è vero, ed era proprio accanto a noi.

Le storie di San Randazio: la misura dell’amore

Si racconta che il santo monaco Randazio un giorno fu invitato a predicare dal Conte Guiberto davanti alla sua corte. Il conte era uomo giusto e severo, ma tra i presenti ve ne erano alcuni che erano soliti farsi beffe della religione, lodando le virtù dell’amore terreno su quello celeste. Il sant’uomo, sapendo questo, si presentò davanti a quel consesso con un gomitolo di spago. “Questo gomitolo, vedete”, disse agli astanti, “è di una corda speciale benedetta, intrecciata dalle vergini del monastero. Serve a misurare l’amore”.
Gli ascoltatori mormoravano: “Ma cosa intende dire?”
“Ve lo spiego subito”, replicò quello.

Si rivolse al Conte. “Vostra Signoria, voi amate il vostro paese?”
“Ma certo che lo amo”, fu la replica un po’ indispettita di Guiberto.
Randazio si avvicinò al Conte, gli accostò il gomitolo al petto e srotolò la corda fino a terra, segnandone la lunghezza. “L’amore per la vostra terra misura due braccia, due braccia e mezza.”

Si volse quindi alla Contessa, “Venite, vi prego, alzatevi ed accostatevi”.

Fattala avvicinare al marito passò intorno a loro lo spago, così che li stringeva come una cintura. Recuperato la cordicella la misurò a spanne. “Il vostro amore coniugale vi lega assieme. Ecco qui: la corda dice che esso misura circa quattro braccia.”
Chiese quindi che si avvicinassero anche i figli. Fatto girare loro attorno lo spago rifece la misura. “Quasi dodici braccia! Anche con il piccolino che non vuole stare fermo. Questo è l’amore della vostra famiglia.”

Alzò il volto, e indicò verso l’alto. “Adesso misuriamo l’amore di Dio”. Si rivolse quindi al chierichetto. “Prendi il capo dello spago, srotolalo e vai più su che puoi verso il cielo. In cima alla torre!”
Il ragazzo andò, ma ad un certo punto arrivò al termine del gomitolo. “Non basta, Padre!”
Randazio si rivolse ai fedeli. “Avete compreso? Non basta tutto un gomitolo per arrivare neanche in cima alle scale, figuratevi fino al cielo! L’amore celeste, a differenza di quello terreno, non ha misura. Vedete bene quanto l’amore di Nostro Signore è maggiore di quello di noi uomini.”

Una nobile dama, nota per i suoi pubblici disinvolti costumi, volle intervenire. “Ma anche noi possiamo avere molto amore! Quanto sarà grande il mio?”
Randazio, che conosceva chi gli parlava, tese tra le dita un palmo di corda. “Mia signora, questa è la misura dell’amore che ti fai bastare. Moltiplicalo quante volte vuoi, sarà sempre molto minore dell’amore di Dio”.
Al che la nobile tacque, arrossendo, e più nessuno per un pezzo osò menar vanto dei propri amori terreni.

Segno dei Tempi

Mi siedo al computer per scrivere il pezzo di stasera. Ce l’ho tutto in testa, una predica di San Randazio che mi frulla per la mente da un paio di giorni. Poi leggo la notizia.
Hanno chiuso Tempi.

Strano, mi veniva da scrivere “lo hanno ucciso”.

La rivista Tempi mi aveva pubblicato qualche articolo; poi, non so perché, non mi avevano più cercato. Avevo “fatto” anche una copertina: un mio “Te Deum” per Capodanno. Ero stato abbonato, ovviamente. Nell’ultimo periodo non più: mi mancava il tempo di leggere. Un po’ di rimorso forse ce l’ho.

E certo, è una mazzata. Non è che non l’avessi vista arrivare. Non è più il momento per le riviste; non è più il momento dei cattolici , specie quelli di un certo tipo. Non è più il momento di coloro che indicano il vero, di quelli davvero fuori dagli schemi e dal coro: quelli che dicono di esserlo hanno gli altoparlanti, la pubblicità gratuita e cantano tutti la medesima canzone.

Se il coro non lo fai, allora sono guai, cantava Bennato qualche anno fa. Minimo ti becchi denuncia per fake news, cioè per avere contraddetto il canto dominante. Chissà, forse veramente ci toccherà andare nelle catacombe, nascondendoci mentre fuori imperversano gli uomini con le picche. O forse sarà la ghigliottina, o il suo equivalente contemporaneo per chi non vuole fare sacrifici all’imperatore.
Oh, questo momento finirà. Tutti sappiamo che l’imperatore a lungo andare muore, le menzogne cessano di ingannare,  e sulle rovine devastate ciò che è vero rispunta. Non so se riuscirò a vederlo.
Può anche darsi che il padrone di casa decida che è ora di chiudere il locale, rovesciare le sedie sui tavoli e spegnere le luci.

Ma non sarà per domani, non ancora. Non è ancora il momento, non sono ancora i Tempi.

La scelta

Uno dei commenti su Twitter al post di ieri diceva così, parlando di Cristo:
Nessuno gli ha chiesto di morire per noi quindi è stata una sua scelta

Il che è sicuramente vero. Ma mi domando che razza di concezione dell’esistenza sia quella per cui le cose si fanno solo perché obbligati.
Non abbiamo chiesto di nascere; non abbiamo chiesto di vivere in un mondo così bello, vario, amico della vita. Non abbiamo chiesto noi che un oggetto posato in un luogo rimanga lì, se nessuno lo tocca; che l’acqua sia bagnata e l’aria si possa respirare.

Non è una nostra scelta se qualcuno ci ama; non è una nostra scelta se qualcuno ci ha amato così tanto da darci i tramonti e le montagne innevate, i gatti e le rose.
Non è una nostra scelta che Chi ci ha dato tutto questo ci abbia alla fine amato tanto da piangere per noi, e morire per noi.
E’ stata la libertà, nella sua forma più pura, che è un altro nome dell’Amore.

Ma noi, cosa scegliamo?

La pretesa finale

Il popolo ebraico ai tempi di Gesù era convinto che Dio intervenisse nel mondo in cinque maniere diverse. Tramite la Parola (“Ogni mia Parola non ritornerà a me senza avere compiuto ciò per cui è stata mandata”, dice Dio secondo Isaia ); tramite la Sapienza – c’è un intero libro della Bibbia dedicato a lei, per non parlare dei Proverbi che ne cantano le lodi; tramite la Legge, che è più manifestazione divina che codice scritto, e di questa c’è l’intero Pentateuco; c’è lo Spirito, che è attivo nei Profeti e nei personaggi come Sansone; e poi c’è il Tempio, la dimora di Dio sulla terra.

Se prendiamo i Vangeli, possiamo notare che Gesù si identifica formalmente con ognuno di questi aspetti. E’ questo che lascia sbigottiti sacerdoti, scribi, farisei. Secondo la loro concezione era la bestemmia suprema per un uomo.
Nella parabola del seminatore quella che è seminata è la Parola, e Lui si identifica in colui che la manda. Così per la Sapienza: il saggio è colui che ode le mie parole, dice Cristo, e costruisce la casa sulla roccia. Cioè suggerisce che è lui che porta la Sapienza.
La questione della Legge è più evidente ancora: Gesù si pone come colui che dà una Legge nuova, completamento della antica. Tramite lo Spirito scaccia i demoni, e vengono scacciati in nome suo; e, per finire, si identifica con il Tempio nella famosa frase “Distruggete questo tempio e lo ricostruirò in tre giorni”.
Non possiamo capire appieno molti passaggi dei Vangeli se non comprendiamo questo: quasi ogni cosa che Gesù compie punta a dimostrare a coloro che lo incontravano, e a noi con lui, la sua pretesa di divinità. Affermare che Cristo non si sia mai definito Dio è semplicemente ignorare i fatti.

Ora, possiamo credere o non credere in Gesù, ma in ogni caso ci si pone una scelta. Perché se Lui è veramente Dio, se quello che sostiene è vero, allora l’unica cosa sensata da fare è seguirLo, capire cosa voglia da noi. In Lui c’è il nostro destino di uomini.
L’unica altra alternativa è considerarlo un pazzo visionario.
Ma, accidenti, quante cose vere e giuste diceva quel pazzo. Quale sano è mai stato come lui?

Vita a rate

Mi dicono che c’è parecchia gente che compera tutto a rate.
Casa. Elettrodomestici. Auto, magari quella esagerata che fa invidia ai vicini. I venditori favoriscono l’acquisto a credito, dato che si finisce per pagare parecchio di più.

A rate si prende persino la persona con la quale vivere. Ci si dà un pochino per volta,  senza mai impegnarsi per l’intera cifra. Così da non perderci troppo, se viene a noia.
Ma di questa rateizzazione della vita, chi esigerà gli interessi?

Strane associazioni

Se la Chiesa non servisse per condurre alla santità, cioè a seguire in tutto e per tutto la volontà di Dio, sarebbe solo un’inutile associazione di strani fissati che non capiscono perché il loro fondatore abbia fatto la fatica di morire.

Il più grave peccato

Il più grande peccato non è peccare. E’ condurre gli altri al peccato, perché si somma peccato a peccato. Si distrugge la vita propria e l’altrui.
Ma c’è di peggio. Ed è condurre al peccato asserendo che non ha bisogno di redenzione.
Perché il peccato della carne è una cosa, quello dello Spirito è ben più grave.

Quale misericordia per chi dovesse commetterlo, davanti al Giudice? Le anime dei perduti parleranno contro di lui.

Badate al giudizio, perché sarà giusto.

Qualcosa in cui credere

E’ passata in ovattato silenzio la nascita della “Dichiarazione di Parigi“, un manifesto per un cambio di rotta dell’Europa firmato da alcuni tra i pensatori europei che ammiro di più. Gente del calibro di Robert Spaemann, Remi Brague, Roger Scruton, tanto per citare alcuni tra i più noti. Persone che ogni loro libro o articolo è uno spettacolo, parole che aprono la mente.

Sarà per questo che se ne è parlato poco o niente. Persino io l’ho saputo quasi per caso, da una citazione incidentale che mi ha fatto nascere il sospetto che mi stessi perdendo qualcosa.
La dichiarazione stessa è un atto di accusa spettacolare contro l’Europa come è diventata, e un appello a recuperare quelle radici che l’hanno costituita e che troppo spesso sono negate.
Contro gli intellettualismi e le ideologie che ne stanno causando il disfacimento, e per, come dice il sottotitolo della dichiarazione, un’Europa in cui possiamo credere.

Il testo termina così:

In questo momento, chiediamo a tutti gli europei di unirsi a noi per respingere le fantasie utopistiche di un mondo multiculturale senza frontiere. Amiamo a buon diritto le nostre patrie e cerchiamo di trasmettere ai nostri figli ogni elemento nobile che noi stessi abbiamo ricevuto in dote. Da europei, condividiamo anche una eredità comune e questa eredità ci chiede di vivere assieme in pace in una Europa delle nazioni. Ripristiniamo la sovranità nazionale e ricuperiamo la dignità di una responsabilità politica condivisa per il futuro dell’Europa.

Devo dire che approvo e mi riconosco quasi del tutto con questa dichiarazione (leggetela! Qui un sunto). Ma… c’è un ma.
Mi mette un po’ a disagio. E questo perché per me, cattolico, quanto prospettato non rappresenta una soluzione, ma un tentativo che soffre dello stesso male di ciò che vorrebbe curare. Si chiama a recuperare una cultura vista solo come conseguenza e non ciò che è la fonte di quella cultura, se non genericamente. Si vuole l’albero verdeggiante, ma si danno per scontate le radici. Dalle radici può rifiorire l’albero, ma senza ciò che la sostiene e le dà nutrimento anche la pianta più vigorosa dopo poco muore.

In fondo anche questa dichiarazione si stacca dalle radici come ciò che critica; meno lontano dal nucleo vitale, ma stacca comunque.

Apprezzo, batto le mani all’iniziativa, l’appoggio; ma io continuerò ad innaffiare la terra, perché fiorisca.

 

 

 

 

Incidente di percorso

Don Letizio fissò il foro tondo della canna della pistola, e cadde in ginocchio.

“Ti prego, Alfonso, non uccidermi! Pensa al percorso di redenzione che stai facendo, dopo la galera! Eri a messa l’altro giorno, hai preso la comunione! Pensa alla salvezza della tua anima! Finirai in peccato mortale!”

Alfonso scosse la testa. “A’ don, ma che peccato mortale? Peccato veniale è.”

“Ma che dici!” Fu la risposta disperata. “Tu m’accidi! Materia grave!”

“Naa. Vede, io so’ in percorso de redenzione, proprio come m’aveva detto. Quando sono entrato nell’organizzazione non capivo bene che era peccato, mica è colpa mia, è la società. Adesso so che è male ammazzare, ma tengo le attenuanti. Io cerco di smettere, vorrei, lo giuro. Ma non è che posso mettere in pericolo la mia famiglia per disobbedire agli ordini del capo. Pensate a mia moglie, ai piccolini! Devo mantenerli, sono abituati bene, cosa penserebbero di me altrimenti? Don, la vorrei proprio risparmiare, le giuro, ma non posso smettere adesso.”

Fece fuoco due volte. Guardò il corpo immobile e si strinse le spalle. “Aho, speriamo che il prossimo confessore non sia uno di quei tradizionalisti…”

Passando per la scienza

Su consiglio di un amico, mi sono letto “There is a God“, “C’è un Dio”, un libro di una decina di anni fa che ha come sottotitolo “Come l’ateo più famoso del mondo ha cambiato idea”.

L’ex-ateo in questione è Antony Flew. Sebbene sia opinabile se fosse o meno il più famoso, non c’è dubbio che fosse il lizza per il titolo, per carisma e importanza nella filosofia. Flew, chiaramente un’ottima penna, dimostrando una invidiabile onestà intellettuale racconta come è giunto a rovesciare le sue convinzioni di una vita sull’esistenza di un essere supremo creatore. Lo fa attraverso una breve autobiografia. Da questa apprendiamo che la sua è stata una conversione per così dire intellettuale.

In altre parole l’autore ha riconosciuto che ragionevolemente e logicamente le spiegazioni che gli atei davano per alcune delle questioni fondamentali della scienza e della filosofia non stavano in piedi.
Non quindi una rivelazione, una caduta sulla strada di Damasco, ma piuttosto una presa di coscienza intellettuale e filosofica. La divinità del filosofo è una Mente; non è il Dio cristiano né alcun altro dio, ma la risposta più convincente. Al contrario di altri personaggi Flew sostiene che è proprio stato l’avanzare della scienza a rendere evidente che certe soluzioni positiviste all’enigma dell’esistenza erano errate o quantomeno insufficienti.

Ad esempio, se fino a un centinaio di anni fa era possibile ipotizzare un universo eterno e stazionario, oggi non è più così. Abbiamo un big-bang, un punto d’inizio, stranamente simile alla creazione delle teologie. Niente si origina dal nulla, e qui si ripropone l’argomento della causa prima, l’origine ultima di tutti gli effetti.
Il fatto che poi questo universo abbia leggi  esattamente calibrate per sostenere la vita e noi è inspiegabile, a meno di ipotizzare una serie infinita di universi. Il che filosoficamente non sposta il problema: chi ha scritto queste leggi?

Il libro passa poi ad esaminare l’origine della vita, sia da un punto di vista filosofico che scientifico. Racconta un episodio simpatico: ricordate la pretesa che un branco di scimmie con delle tastiere possono, dato il tempo, scrivere tutte le opere di Shakespeare? Bene, qualcuno ci ha provato: ha chiuso per un mese sei scimmie e una tastiera in una gabbia. Alla fine non solo non è venuta fuori nessuna opera del poeta inglese, ma neanche una singola parola di senso compiuto. comprese quelle di una sola lettera. In effetti, la probabilità di comporre battendo lettere a caso anche solo un sonetto di Shakespeare, 488 lettere, eccede di gran lunga il numero totale di particelle dell’universo. In altre parole, abbiamo più probabilità che prendendo un cucchiaio di materia in qualsivoglia punto del cosmo troviamo un singolo atomo precedentemetne designato piuttosto che scrivere quella poesia pestando tasti a casaccio per milioni di anni.

I viventi più semplici, entità in grado di riprodursi e passare la propria impronta genetica ad un discendente, sono molto più complessi ed improbabili di un sonetto. E’ per questo che la spiegazione più semplice è una Mente creatrice.
“I leader della scienza dell’ultimo centinaio di anni, insieme con alcuni dei più influenti scienziati odierni, hanno costruito un’avvincente visione di un universo razionale che sorge da una Mente divina. Come accade, questa è la particolare visione del mondo che trovo essere la più solida spiegazione fiilosofica di una moltitudine di fenomeni incontrati da scienziati e non.”

L’autore intreccia scienza e filosofia in maniera affascinante e divertente. Si possono discutere le sue affermazioni, ma non si può negargli il fatto di essere persuasivo.
Il libro termina con l’ammissione che l’autore è ancora lontano dal credere in cose come un’esistenza dopo la morte; ma che rimane aperto all’onnipotenza, e

“Come ho detto più  di una volta, nessuna religione possiede qualcosa come la combinazione di una figura carismatica come Gesù e un intellettuale di prima classe come S.Paolo. Se desideri che l’onnipotenza metta in piedi una religione, mi sembra sia questa il concorrente da battere!”

Flew è morto nel 2007. Ormai avrà toccato con mano quanto i suoi ragionamenti filosofici fossero azzeccati, e cosa sia davvero l’onnipotenza.

Via dall’inferno

“Zio, sono preoccupato”.
Berlicche, l’arcidemone, abbassò gli occhi verso l’abisso.
“Dimmi, Malacoda, perché questa preoccupazione? Ti devo ricordare che dovresti esser tu a far preoccupare, non viceversa.”
“Ho sentito che vogliono sfrattarci”, ansimò il diavolo.
L’anziano tentatore si grattò il corno. “E dove avresti sentito questa novità?”
“Pare che gli umani non credano più all’inferno”.
Berlicche rise. “Ma è sempre stato così! Una gran parte delle anime che giungono sulle nostre tavole è composta da gente che non credeva all’inferno, e quindi che non ci fosse nessun bisogno di pentirsi o convertirsi. Osservare la loro faccia quando si accorgono di essersi sbagliati è uno dei miei più grandi divertimenti.”
“Ma stavolta è diverso! Pare non siano solo più i nostri dannati che lo affermano, ma addirittura pezzi grossi della Chiesa stessa!”
L’arcidemone sbuffò. “Che sciocchezza. Il Figlio del Nemico ne ha parlato chiaramente più volte. Non penso proprio che…”
“Ti dico che è così! Negano che ci si possa dannare, e asseriscono che tutti saranno salvati, compresi quelli che non si sono mai minimamente pentiti! Oh, che facciamo, che facciamo? Se lo dicono loro, da un momento all’altro qui viene giù tutto! Resteremo senza cibo e senza divertimento!”
Berlicche diede un calcio al suo sottoposto con lo zoccolo puntuto. “Ma sei idiota? Lavoriamo a cancellare la consapevolezza del male da millenni, ed ora che finalmente abbiamo raggiunto quell’obbiettivo tu hai paura? Guarda fuori: ti pare che sia calato il flusso di immigrati nelle nostre bolge? Neanche per sogno! Abbiamo dovuto dare in appalto il trasbordo delle anime perché la barca di Caronte non basta, e lavorano a triplo turno”. Berlicche stette un attimo a contemplare i fuochi dove le anime si consumavano. “Tutto questo è eterno. Non dimenticare che ognuno di quelli che arriva ha scelto di essere qui. Ha liberamente rifiutato il Nemico, e il Nemico, per quella che chiama giustizia, gli ha permesso di andare dove voleva.”
Afferrò Malacoda per l’orecchio scaglioso e lo condusse fuori. “Se anche questo luogo dovesse svuotarsi, e non vedo come sia possibile, dove pensi che andremmo noi? Eh?”
“No-non…”
“E dove se no? Sulla Terra, è ovvio! Se ogni sacrificio è inutile, se non serve credere nel Nemico, se fare quello che suggerisce la sua Chiesa è opzionale, a che pro i mortali dovrebbero impegnarsi a seguire il bene? Quella diventerebbe la nostra nuova casa, perché non esisterebbero più né giustizia né verità”. Allargò le braccia, sorridendo, e il suo sorriso era pieno di denti. “E dove Giustizia non è possibile, quella è casa nostra!”

 

 

Dappertutto

“Le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive vanno dappertutto”.

Forse ricorderete questa frase ad effetto di qualche anno fa. In effetti ha un fondo di verità.
Le cattive ragazze vanno dappertutto. E anche i cattivi ragazzi: sovente nello stesso posto. Lì le cattive ragazze apprendono una triste verità: i cattivi ragazzi sono molto spesso cattivi.
Coloro che sono convinti che l’uomo sia buono si stracciano le vesti quando qualcuno di segno opposto osa dire “se l’è cercata”. “Non è che una vittima”, sostengono.

Sono d’accordo. E’ una vittima. Ma da ben prima dell’evento fatale.
Innanzi tutto di coloro che, convinti che l’uomo sia buono, non l’hanno preparata ad  incontrare chi buono non è.

E’ vittima di coloro che dicono che il male non esiste, tutto è relativo, fino a quando una ragazzina viene stuprata e magari ammazzata. A quel punto danno la colpa alla società.

E’ vittima di coloro che hanno coniato la frase che ho scritto all’inizio, che suggerisce che essere cattivi, disobbedienti, trasgressivi  è meglio. Balle.
Il paradiso è per definizione tutto ciò che è bello, desiderabile, buono. Il completamento di ogni desiderio. Gli altri posti hanno il resto. Quel dappertutto si riduce quasi sempre ad un fosso, ad una cella, il bordo di una strada, il letto di un ospedale, una tomba.

E’ vittima di chi ha condotto i cattivi in quel posto, consapevoli od inconsapevoli. Il male genera male.
Siamo tutti cattivi. Il punto è se vogliamo rimanere tali.

Ci sono vittime innocenti. Ci sono vittime che hanno cercato il pericolo, consciamente o inconciamente, e l’hanno trovato. Ma tutte le vittime sono tali perché il male esiste davvero. Vittime di una libertà senza verità.
All’inferno si finisce perché lo si lo si desidera. Perché raccontano che non è necessario pentirsi, tutto è concesso, ogni cosa è un diritto. Allora si può fare quello che si vuole, senza conseguenze. E questo è l’inferno, il posto lontano da Dio. E non è vuoto.

E’ pieno di cattivi ragazzi, di cattive ragazze che hanno scelto di essere tali. E di chi li ha applauditi.

 

Da “Le storie di San Randazio” – Casa pulita

Una volta il santo monaco Randazio si trovò a narrare una storia agli abitanti di un borgo che si dovevano da lui confessare.

“In un paese qui vicino c’era un ragazzo molto bello, umile e onesto. Questo ragazzo non era ancora sposato. Un giorno fu accostato sulla via da una signorinetta in età da marito, che fissandolo gli disse “Ma quanto sei bello! Vieni a casa mia, domani, che ti voglio parlare”.

Il nostro rimase perplesso dalla subitaneità della proposta, però sapeva che la ragazza era di buona famiglia e quindi non ritenne fuori luogo accettare l’invito, se non altro per capire cosa si volesse da lui.
Giunto che fu alla di lei magione, fu colpito dalla sporcizia che vi regnava. Pattume si riversava dalla soglia sulla strada, e con tutta evidenza nessuno aveva ramazzato i pavimenti né messo ordine da un bel pezzo. Un vociare pervadeva l’ambiente, perché parecchie persone oziavano o chiaccheravano in ogni stanza. La signorina che l’aveva invitato si stava intrattenendo con un gentiluomo, con cui era evidentemente in intima confidenza. Alzato lo sguardo e veduto il nostro in attesa, non si diede peso di interrompere le sue effusioni, ma continuò fino a che volle; quindi, congedato il filarino, finalmente si dedicò al suo ospite.

“Ah! Sei giunto!” Gli disse.

“Mi hai chiamato”, quello rispose. “Io giungo sempre se invitato. Ma pare che tu non ti sia data molta pena dal prepararmi accoglienza.”
“E che, tu mi giudichi?” Rispose la donna “Io faccio quel che mi pare in casa mia. Ma veniamo a noi: tu mi aggradi ed hai buona fama, vuoi unirti a me?” Chiese, carezzando il suo interlocutore. “Ci guadagneremmo entrambi: tu mi avrai, dacché so che mi brami, ed io diventerò così una donna onesta.”

Questo si stupì. “Ma come, tu non sembri conoscermi affatto, eppure dici che mi desideri. Ma come la mettiamo con quell’uomo con cui ti vidi amoreggiare quando giunsi?”
“Oh, quello?” Fece la giovane “Non ti preoccupare per lui. Non c’è problema.”
“Nel senso che l’abbandonerai?”
“No, perché dovrei? Mi è caro e mi conviene. Né lui né gli altri come lui ti devono però interessare, non penserai che io debba cambiare la mia vita per venirti incontro?”
Il ragazzo era stupito ed amareggiato. “Ma come puoi pensare ciò? Se tu davvero mi volessi, e non fossi un capriccio, rinunceresti a tutto per unirti a me. Se non sei disposta, qualunque scusa tu ponga innanzi, vuol dire che stimi ciò da cui non demordi più di me.”
“Tu devi capirmi”, disse la donna, “se davvero mi volessi bene saresti anche disposto a permettermi qualche svago”.

Randazio si interruppe  e scrutò i presenti. “Ditemi, fratelli cari”, domandò, “voi cosa avreste fatto? Sareste rimasti nonostante tutto con quella donna?”
“Sarebbe da matti” sbottò uno dei presenti “Una che ti stima così poco meglio perderla che trovarla. Ti userebbe e ti butterebbe via, perché ha altri amori.”

“Ed è proprio quello che fece il nostro giovane”, disse Randazio. “Scappò a gambe levate da quel luogo dove non era certo desiderato. Perché per dare tutto se stessi bisogna che ci sia qualcuno in grado di accogliere quel tutto.”

Alcuni dei presenti però mormoravano e si scambiavano risa maliziose e lo santo monaco disse “Così è per la parola che vi ho detto riguardo a Cristo. Se rienete altro più interessante, e non ritenete neanche di ripulire la vostra casa prima di accoglierlo, allora non ne siete degni. Quale uomo che deve ricevere un re o un uomo illustre a casa sua non la pulisce da cima a fondo, e lo onora con il primo posto? Io vi dico: se non farà così, quello ne sarà oltraggiato. Badate di non perdere il vostro tempo con chi non vi ama.”

Glicofilusa

Quante volte confondiamo la fede con un obbligo, la libertà con la licenza, la verità con la legge.

Quando tutte e tre non sono che amore.

(il guaio è che manco sappiamo più cosa sia davvero l’amore)

Abbandonati

Una mia amica nei suoi ultimi istanti chiedeva la grazia di abbandonarsi al destino.
Che, in una certa maniera, è l’opposto di come talvolta si concepisce la libertà: cioè la scelta di fare di testa propria, di seguire la propria idea. Idea che spesso va contro la verità di se stessi per andare dietro alla menzogna, alla soddisfazione di corta durata, all’istinto più bestiale, cioè non degno di un uomo.

Lo dico più chiaramente ancora: libertà è intesa da alcuni solo come possibilità di fare il male per se stessi e per gli altri. Fare il male, ovvero non fare il bene di sé, non seguire la verità di quello che si è. Peccare.

Ma è la verità che fa veramente liberi, perché ti permette di vedere l’illusione. Così la più grande misericordia è volere il bene ultimo, vero, supremo di una persona. Di colui al quale vogliamo bene, del quale vogliamo il bene, perciò anche del nostro nemico.
Favorirlo nella falsità è il suo contrario: l’indifferenza al suo destino ultimo, abbandonarlo nel peccato.

La libertà più grande, anzi, l’unica autentica libertà è abbandonarsi nell’abbraccio di un Altro, e non lasciare che la menzogna ci illuda.