Genio usato, sottocosto

Sembravano tornati i bei tempi, se non fosse stato per le mascherine ancora onnipresenti. I portici di via Roma erano pieni di gente e bancarelle di libri. E se il fatto che il mio nome fosse su uno di quelli in vendita mi solleticava qualcosa dentro, il prurito era sopito dal fatto che, a un centinaio di metri, altre bancarelle vendevano il meglio della letteratura mondiale a tre euro, due per cinque euro.

Autori che non posso sperare di imitare, volumi le cui copertine ho accarezzato fin da ragazzo; compiuta la loro prima missione sono tornati, più logori e sporchi, per un altro giro, per cercare un lettore più fedele, un altro paio di occhi che scorresse le loro parole. Genio usato, sottocosto.

E mi domandavo, chi glielo fa fare a chi passeggia di ignorare quei giganti per cercare me?

Una vocina mi sussurrava, però: anche loro, i tuo miti, hanno fatto gavetta. Anche loro sono stati scrittori sconosciuti, hanno pubblicato con piccole tirature, e incerti del loro valore hanno sperato che ci si accorgesse di loro.
Il mondo se ne è accorto. Eppure adesso le loro opere si vendono con sconto del 70%. La carta si logora in fretta. Quanti nomi non si ricordano. Quanti titoli di best-seller non dicono più niente.

Nessuna storia dura per sempre; la mia l’ho scritta. Magari non è poi così male. Per il poco tempo che la si ricorderà, a qualcuno avrà dato gioia.
Poi chissà, magari tra cinquecento anni qualcuno pagherà caro e salato per un Berlicche prima edizione.

Confessione arcobaleno

Il Vaticano ha mandato una nota diplomatica all’Italia sul fatto che l’approvando ddl Zan sarebbe in conflitto con il Concordato, legge italiana, in più punti. Subito alte grida si sono alzate da parte di coloro che sostengono che la dottrina gender non esista ma che uno non possa comunque negarla.

Il punto che alcuni non comprendono dell’opposizione vaticana al dll Zan è che sì, l’Italia è uno stato laico, ma laico non significa anticattolico. Non significa “chi si oppone al gender va messo fuorilegge“. Non vuol dire “diamo soldi a pioggia a chi propaganda questa cosa“, senza discussione, come vorrebbe chi propaganda questa cosa e ha fatto la legge (perché il punto è quello, soldi e potere, non pensate diversamente).

Queste non sono idee automaticamente laiche. Sono idee, che possono essere giuste o sbagliate; ma che si vorrebbero indiscutibili, intoccabili, vere per definizione. Si vorrebbe che chi vi si oppone, per qualsiasi motivo, sia punito: multato, incarcerato, privato di lavoro e dignità. Chi non si inginocchia davanti al nuovo idolo multicolore venga cacciato, chi non sventola il vessillo policromo segregato. Io sono laico, e cristiano; questo sembra inaccettabile a chi venera non un Dio ma una opinione umana. Non dovrei avere un’opinione, non ne avrei il diritto, a meno che non sia uguale alla loro.

In definitiva, c’è qualcuno che sostiene che essere laico coincida con quello che pensa lui. Un nuovo dogma, o forse non così nuovo. Ma sono le religioni, tuttalpiù, che hanno dogmi, si presume dettati da qualcuno che non è un uomo.

Se accettiamo il dogma che questi sacerdoti del sesso, pardon, gender, ci vogliono imporre, siamo ancora in uno stato laico? O piuttosto in uno stato confessionale, di confessione arcobaleno?

***
Domani, 24 giugno, sarò dalle parti dello stand della Echos Edizioni, Via Roma angolo via Bruno Buozzi, nel tardo pomeriggio. Credo ci saranno anche copie del mio libro…

Velocità di fuga

Forse qualcuno avrà notato il post di ieri. Che non c’è stato. E’ per me un avvenimento quasi unico, il mancare un post in un giorno feriale. Mi ero preso un impegno, tanti anni fa; da allora l’ho mantenuto fedelmente.
Quella di ieri è stata una mia mancanza; non avevo un articolo di riserva e ho passato la sera ad aiutare mia figlia per l’esame di maturità. Che ha superato (spero) brillantemente oggi. Quando, a notte inoltrata, abbiamo terminato, non avevo più la testa per scrivere qualcosa; tipo questo pezzo che state leggendo.

Difficile che questo genere di inconvenienti si ripeta. Oggi si chiude un’era, se ne apre un’altra.

Questi ultimi mesi sono stati abbastanza lacrime e sangue. Mia figlia ha ereditato da mia moglie la tendenza a preoccuparsi di qualsiasi cosa; da me ha ereditato invece la resistenza al sonno, per cui ha trascorso più di una notte in bianco sui libri. Con effetti deleteri su pressione e umore.
Non avrei mai pensato che un giorno avrei detto ad un mio figlio di studiare di meno. D’altra parte, non avrei neanche pensato che certe medie scolastiche potessero essere raggiunte da un essere umano sprovvisto di cervello bionico. Provo più di un lieve senso di vergogna a paragonarle con le mie dei giorni che furono. Mettiamola in positivo: ho verificato in questi giorni di ripasso furioso che ne so di più ora, di certi argomenti, che allora. Non ho dimenticato, anzi. Probabilmente a quel tempo correvo con il freno a mano tirato, o la testa forse altrove. La testa certamente altrove.

Chissà se tutta questa cultura mi servirà ancora, ora che i miei figli hanno raggiunto la velocità di fuga e prima o poi lasceranno l’orbita per altri mondi.
Forse sì; quantomeno per qualche post.

I nipoti di Simon Mago

Vorrei partire da questo tweet:

“La Chiesa Cattolica degli Stati Uniti sta facendo tutto il possibile per far sì che la gente lasci la Chiesa. Interessante strategia di marketing.”

Un poco di contesto: si riferisce all’intenzione che avrebbero la maggioranza dei vescovi statunitensi di proibire esplicitamente ai politici che sostengono pubblicamente l’aborto, nel particolare il Presidente Biden, di ricevere la Santa Comunione fino a quando persevereranno nel loro comportamento. E’ noto che Biden fa sfoggio di andare a messa tutte le domeniche pur portando avanti la peggiore politica pro aborto di tutti i suoi predecessori.

Trovo la frase del tweet interessantissima. La persona che la scrive ha evidentemente un’idea della Chiesa come Impresa d’Affari. Un’Impresa d’Affari, una firma commerciale, deve guardarsi dal buttare via quote di mercato, ovvero possibili clienti. Sarebbe cattivo marketing.
Ma che cosa vende la Chiesa?

La risposta corretta è che non vende niente. Offre la salvezza eterna portando nel mondo la Parola, ma soprattutto la Presenza di Dio, nella persona di Gesù Cristo. Almeno, questo è descrizione del brand che è andata per la maggiore per secoli. Vendere, o tentare di vendere, questa salvezza è un peccato noto come simonia; dal nome di quel tal Simon Mago che tentò di comprare dagli apostoli il segreto del loro successo e dei miracoli, finendo malissimo.

Se vogliamo dirla tutta, lo stesso Gesù fu un disastro del marketing. Appena aveva un pubblico decente diceva qualcosa per cui se ne andavano via tutti, a parte quei discepoli che davvero credevano in lui. Come quella volta che istituì quella stessa Eucarestia che si vorrebbe fosse distribuita a cani e porci. Un autentico disastro, o forse lo fece apposta per distinguere i simpatizzanti da quelli che lo amavano sul serio. L’impressione è che dei simpatizzanti non sapesse che farsene.

Nel mondo d’oggi assistiamo ad un fenomeno strano: le Imprese d’Affari cercano di diventare Chiese. Non si accontentano più di vendere i loro prodotti; tentano anche di convincervi che lo fanno per il vostro bene, e che se acquisterete da loro sarete salvi e beati. O meglio, se non acquisterete sarete dannati.
E’ per questo che le grandi imprese stanno spendendo tanto in inclusione, diversità, adesione alle tematiche gender, lotta al cambiamento climatico, sostenibilità… è il vangelo di questa nuova religione, e chi non si conforma è eretico e va espulso. Insomma: compra i miei prodotti non perché sono fatti bene, ma perché “sono” il bene. Anche se magari a realizzarli sono stati bambini sottopagati in qualche periferia dell’Est, o peggio.

Se le industrie si mettono a fare le chiese, perché meravigliarsi che ci sia chi confonde la Chiesa con un’industria? Purtroppo non solo tra quelli che di tale Chiesa non fanno parte e magari non sanno neanche bene di cosa parlano, ma tra i suoi stessi membri. Gli eredi di quel discepolo che vendette con ottimo profitto il suo stesso Maestro.

Filantropi

The object of philanthropy is to do good;
the object of religion is to be good
L’oggetto della filantropia è fare il bene;
l’oggetto della religione è essere buoni.
GK Chesterton

Fare il bene senza essere buoni. Mettere a massa la coscienza, scaricare a terra il proprio male. Fregarsene, in fondo, di chi o che cosa viene beneficiato da noi, se un bambino in Africa o un cagnolino abbandonato. Questo vorremmo in fondo. Si fa molta meno fatica che a cambiare vita. E’ meno stressante che fuggire il male. Ti permette di essere bastardo, farti i tuoi comodi, e poi giustificarti: “ma io proteggo i delfini”.

Da una parte il nostro intimo freme perché capisce che ci potrebbe essere una vita migliore. Vorremmo però ottenerla con il minimo sforzo, un bonifico automatico, un’app su cui schiacciare un pulsante e dimenticarcene.

Lottiamo, o quantomeno tifiamo, per la tesi più convincente o quella che ci conviene di più socialmente. Disprezziamo chi vi si oppone più che altro perché è fuori moda.

Equipariamo i nostri soldi o il nostro tempo al bene. E’ come pensare di poter comprare l’amore di un uomo, di una donna con i soldi, o dedicando qualche ora a fare cose per lei o per lui. Se qualcosa si ottiene, difficilmente si chiama amore.

Così, per dirla alla Eliot, sogniamo un mondo futuro in cui non avremo neanche la necessità di essere buoni. Un sistema tanto perfetto che non rimarrà nessuno da salvare. Salvo noi stessi.

Nemici

Io sono responsabile di quello che dico, non di quello che capisci tu.
Massimo Troisi

Non c’è nessuno per cui debba cambiare marciapiede. Nessuno a cui volto le spalle per non salutare. Nessuno a cui non voglia parlare. Non odio nessuna persona. Non ho uomini che reputo intrinsecamente nemici.

Non è una vanteria, è un pensiero che ho avuto l’altra sera che mi ha in una certa maniera persino stupito. Temo di non sapere neanche più bene come si fa ad odiare qualcuno. Mi risulta quasi incomprensibile, alieno. Forse sono strano.

Non è che considero tutti buoni; considero tutti cattivi, me compreso, quindi non vedo ragione per escludere qualcuno dei miei fratelli.
So che il sentimento non è ricambiato dalla totalità. Indubbiamente c’è gente a cui sto sulle scatole; anche tra voi lettori, come premurosamente talvolta mi fate sapere. Mi consola sapere che, più che me come persona, probabilmente è più odiato ciò in cui credo. Anche se non escludo il rancore personale; come dicevo, sono stato anch’io in passato cattivo e stupido, e con ogni evidenza lo sarò in futuro.

Che non abbia nemici non vuol dire che non vi combatterò, se necessario. Perché io combatto per ciò a cui tengo. Ma sappiate che potete in qualsiasi momento mettere giù le armi, o chiedere aiuto, e io se posso vi aiuterò. Se posso, se riesco. Sono solo un uomo, che faticosamente cerca.

Beati loro

L’altro giorno, a messa, il sacerdote parlava delle beatitudini. “Ci sono state anche ai nostri tempi delle persone che hanno incarnato quei valori”, ha cominciato. A me è venuto subito in mente Padre Kolbe; e poi Giovanni Paolo II, e Van Thuan, e tanti altri…chi sceglierà, mi sono chiesto?
“… come Gandhi e Martin Luther King”, ha continuato.

Ahem. C’è un certo tipo di cattolicità che tende a trovare il bello e il giusto dentro ogni cosa salvo che nel cattolicesimo. Quei due grandi personaggi certo non erano cattolici. Avevano anche una bella serie di altarini nascosti, come la quasi totalità di noi uomini; ma è difficile dire male di qualcuno che una pubblicistica ormai quasi secolare ha esaltato forse anche al di là dei pure innegabili meriti.

Forse un giorno qualcuno si piglierà la briga, per tutti i personaggi famosi del passato, di scoprire se fu vera gloria o se qualcuno abbia ritenuto opportuno, per ragioni sue, alimentarne la leggenda.

Non so se questa mancanza di popolarità cattolica sia un problema di pubbliche relazioni, attività che la parte avversa ha sempre saputo coltivare con maggior successo; o se, in qualche modo, ciò sia legato al fatto che il cristiano di solito non si vanta troppo di ciò che fa. Anzi, preferisce rimanere nell’ombra, a compiere lavori nascosti ma infinitamente preziosi, perché sa che la ricompensa non sta nell’ammirazione degli uomini ma nella Gloria di Dio. L’orgoglio è un peccato, in qualunque forma si presenti, persino quando è celebrato come un valore. Specialmente allora.

L’umiltà consiste nel riconoscere che non ci facciamo da soli, e non facciamo da soli. Difficilmente essa rende famosi.
Così, magari, il nostro vicino nel suo piccolo è più grande nelle beatitudini di Gandhi e King, ma non comparirà mai sui giornali. O in una predica. Ma lui è contento così.

Se un destino improvviso

Credo che la maggior parte di noi abbia ormai visto le immagini di quando, l’altra sera, un calciatore è crollato al suolo in arresto cardiaco durante una partita dell’Europeo. Credo che nessuno si sia stupito del fatto che, tutt’attorno, ci fosse gente che pregava.

Quando accade qualcosa che sconvolge la tranquilla monotonia degli eventi, siano pure essi una partita di calcio, appare evidente a ciascuno di noi che la nostra vita è soggetta a un destino che ci è sconosciuto. Se un atleta internazionale, giovane, pieno di energie, muore sul campo cosa può impedire che la stessa cosa accada a noi? Chi può garantire che la nostra esistenza non possa essere sconvolta in un istante, possa terminare ora?

Se può finire ora, può essere salvata ora. Se gli uomini non possono determinare cosa accadrà, se l’imprevisto è in agguato, ci sono solo due possibilità: l’assurdità della vita, la sua mancanza di significato, o il fatto che questo Mistero abbia un volto, una volontà, possa essere pregato, le preghiere possano essere accolte. Non è scontato che un cuore che si è fermato torni a battere.

Pregare nel momento del bisogno, quando l’ora è buia e le forze mancano, non solo è ragionevole, ma rappresenta la sommità della ragione: il riconoscere che c’è qualcosa di più grande. Qualcosa a cui inchinarsi, la sola cosa a cui inchinarsi.

Senza menzogna

Ho appena finito di leggere “Live not by lies”, l’ultimo libro di Rod Dreher, famoso per “L’Opzione Benedetto” di cui ho parlato in passato. Credo che in italiano sarà “Vivere senza menzogna”, dato che il titolo riprende tale e quale un famoso scritto di Solženicyn che era stato così tradotto.

E’ stata una lettura molto interessante. Il nostro autore è da un pezzo convinto che la nostra società sia avviata verso una persecuzione del cristianesimo, che cesserà di esistere così come l’abbiamo conosciuto finora. In questo libro aggiunge un altro tassello a conferma di questa ipotesi.
Racconta che alcuni anni fa è stato contattato da una anziana profuga delle persecuzioni comuniste nell’Europa dell’Est, emigrata poi negli Stati Uniti, che si diceva spaventata e preoccupata di quello che a cui stava assistendo. A quella donna, testimone degli orrori del secolo scorso, pareva che l’America e il mondo fossero avviati sulla stessa china che avevano percorso prima di loro i popoli della sua terra d’origine. Aveva l’impressione che si stesse instaurando una sorta di totalitarismo, per cui stava diventando impossibile esprimere certe opinioni senza essere perseguitati; non dalla polizia segreta, ma da qualcosa di molto più sfuggente ed insidioso. Dreher lo chiama totalitarismo morbido.
Il nostro autore ha preso sul serio quell’avvertimento, anche perché la stessa preoccupazione, la stessa impressione gli è stata trasmessa da molti altri. Chi ha conosciuto il volto tirannico ed omicida del comunismo sembra non avere dubbi, qualcosa di analogo non solo si sta sviluppando ma si è già insediato in occidente. E pochi o nessuno sembrano preoccuparsene, o rendersene conto.

Dreher ha quindi viaggiato per i paesi ex-comunisti in cerca di risposte a questa domanda: come hanno fatto la libertà e il cristianesimo a sopravvivere a decenni di oppressione, in paesi dove anche solo il sospetto di avere pensato qualcosa di non permesso poteva costare la vita?
La risposta che ha trovato è quella del titolo del libro: vivere senza menzogna. Non conformarsi, non cedere alla bugia. Dire no; senza cercare il martirio, ma neanche piegarsi alla tentazione della dissimulazione. Per restare liberi occorre essere liberi davvero, anche se questo può costare sofferenze terribili a sé e ai propri cari, fino alla morte. Ma, per riuscirci, occorre prepararsi; occorre non essere da soli.

Gran parte del libro è la descrizione di come poche persone, capendo a cosa si andava incontro, sono riuscite a elaborare un metodo per una resistenza sotterranea e nascosta.
Io presi “Arcipelago Gulag” dalla biblioteca del mio paese che avevo quattordici anni, senza peraltro capirci molto. A diciassette avevo la spilletta di Solidarnosc al bavero mentre raccoglievo fondi; ho conosciuto Irina Alberti, ho fatto e faccio parte di una organizzazione chiamata SamizdatOnLine; molto di ciò che racconta il libro già lo conoscevo. Ma, dati in tempi che stiamo vivendo, il ripasso di un passato che rischia di diventare il nostro futuro è assai opportuno.

Io non so cosa ci riserveranno gli anni a venire. I mezzi tecnologici, oggi, possono rendere il controllo delle persone efficace ogni oltre sogno di Stalin e Beria. E’ da un pezzo che, su questo blog, sto lanciando avvertimenti. Ogni volta ci sono alcuni di quelli che hanno creduto alla menzogna che dicono che esagero, che quello che ho preannunciato non accadrà mai; ma, puntualmente, quel futuro si realizza. Davvero oggi siamo sull’orlo di un tracollo, di una dittatura del pensiero che inevitabilmente sfocerà in una persecuzione; o un disastro ancora maggiore. Da parte degli uomini vedo poca possibilità di invertire la rotta; da parte di Dio, non so; ma Lui può tutto.

Il regime sovietico finì in maniera improvvisa e inattesa, specie per i nostri intellettuali che ancora si sentono orfani di quella illusione vecchia ormai di quarant’anni. Non capivano niente allora, e per tutto questo tempo hanno cercato di convincerci che in realtà avevano ragione. Allora avevamo grandi santi che pregavano Dio, e la forza della verità, per vivere senza bugie. Oggi la tentazione è crederci soli, pensare di non potere più invertire la rotta. Ricordate che qualche anno fa vi avevo parlato di Opzione Saruman, effetto Denethor? Non crediamo ai Vermilinguo che ci vorrebbero far pensare che non c’è scampo. Buttiamo via il Palantir. La Verità non è scomparsa, è ancora dove era prima. Viviamo senza menzogna.

Un tempo diverso

Un tweet mi ha fatto realizzare che giorno sia oggi. Il giorno in cui finisco per sempre la scuola.

Indirettamente, è vero. E’ mia figlia che termina il liceo: la mia esperienza in prima persona risale a troppi lustri addietro. Ciò nonostante, fa una certa impressione.
E’ vero, c’è la maturità, e l’Università che per anni ancora allieterà weekend e nottate, ma la scuola-scuola, quella con i banchi e la cattedra, gli orari fissi e le campanelle e le ricreazioni, quella dove anche tu eri in qualche maniera coinvolto è ormai alle spalle. Terminata.

Sembra ieri che li aiutavi ad indossare il grembiulino. Sul comò c’è la foto dell’ultimo giorno d’asilo. E poi il lasciarli davanti alla scuola come lo sbarco dei marines, e ancora le corse verso gli autobus, i dubbi della sera prima e le interrogazioni del giorno dopo.
Ripensi a tutto quello che non hai fatto, che non hai detto. Ma ormai è tardi. Quello che siamo è costruito sugli errori tanto quanto sulle cose di cui dovremmo andare fieri. E difficile distinguere le une dalle altre.

Il resto spetta a loro, quei bambini non più tali. Meglio farsene una ragione. E’ cominciato un tempo diverso. Una diversa responsabilità. Eh, si continua comunque ad imparare.

Realizzati

Vi siete chiesti perché il matrimonio come istituzione è in crisi? Perché si sono fatte saltare alcune delle sue premesse.
La famiglia è quel nucleo originale dove il maschio si procura il cibo e protegge con la sua forza, la femmina cura e protegge con l’amore, e i due allevano figli educandoli a diventare adulti.
Il matrimonio fedele e monogamico è il contratto che rende stabile questo tipo di società: la donna può contare su qualcuno che difenda lei e la sua discendenza, l’uomo ha la sicurezza che i figli siano suoi e vengano allevati con amore. Sì, l’orribile famiglia patriarcale. Che è stato per millenni il metodo migliore di tirare avanti: l’essere umano è fatto così, la realtà è fatta così.

Proviamo adesso a immaginare una società dove ci si procura il cibo attraverso il lavoro che qualcuno offre. Questo qualcuno avrà tutto l’interesse a pagare quel lavoro il meno possibile; più mano d’opera sottopagata, maggiori guadagni.
Qui l’ideona: facciamo lavorare anche le donne, pagando due al prezzo di uno. Se si danno meno soldi agli uomini, così che un solo stipendio non basti alla famiglia, si obbligano anche le donne a lasciare la casa. Ma chi si occupa poi dei figli? Facciamo allora in modo di avere meno figli. Scoraggiando dal metterli al mondo, tramite campagne di demonizzazione: chi ha prole contribuisce alla sovrappopolazione, e si diverte di meno. Poi tramite politiche che penalizzino la famiglia numerosa. E anche rendendo facile non averne, magari spingendo ad uccidere il concepito casuale. E sì, pure propagandando un tipo di rapporti intrinsecamente sterili.

La famiglia porta doveri; rendere schiavi dei piaceri fa dimenticare quei doveri e respingere chi li esige. L’eterno bambino non si sposa, non si assume responsabilità.
Senza figli cade il motivo più pressante di tenere unita una famiglia; il sesso senza riproduzione non ha bisogno di un compagno o di una compagna stabile, e confondere amore con innamoramento è la maniera migliore per bacare fin dall’inizio qualsiasi rapporto.
Se in famiglia non hanno tempo, eventuali figli li educherà lo stato: prima si sottraggono a quegli incoscienti che vogliono averli comunque, meglio è.

Capito come mai i colossi dell’economia mondiali ostentano arcobaleni e organizzano corsi di inclusione? Ci sono molte ragioni, ma basterebbe anche solo il calcolo economico. Una persona che non è in una famiglia è uno schiavo che riverserà il suo interesse nel lavoro. Nessuno che ti aspetta a casa, puoi fare lo straordinario, guadagnare, far carriera. Davvero quanti appoggiano questo modo di pensare sono dalla parte dei lavoratori?

E qual è la maniera, per un uomo, una donna, di essere davvero felice? Cosa significa “realizzarsi”? Forse che non si è reali, quando si hanno figli, quando si ama la propria moglie, il proprio marito?

La strada per il Paradiso

Abbiamo visto ieri che senza una chiara idea di bene e di male non è possibile nenche affermare con certezza chi sia o meno malvagio.

Eppure il mondo moderno ha esattamente questa pretesa: decidere cosa sia buono e cosa sia malvagio.
Non solo; ma presume di poter raggiungere questo bene con le sue sole forze. E’ una conseguenza ovvia del rifiuto di riconoscere qualcosa di più alto: se il Paradiso esiste, deve essere raggiungibile con le sole forze umane.

Il negare che il Paradiso esista non può che condurre al cinismo, all’edonismo spicciolo, alla forza usata per procurarsi brevi attimi di piacere. O alla disperazione.
Il pensare che esista e che sia umanamente raggiungibile porta all’ideologia; a individuare la ragione per cui non si riesce ancora a realizzare in un nemico da combattere. Negli ultimi due secoli i cimiteri sono stati riempiti da tutti questi ostacoli eliminati sulla via del progresso.

Ma il bene e il male sono solo apparentemente questione di libertà; sono questione di verità.

O Signore, difendimi dall’uomo che ha eccellenti intenzioni e cuore impuro: perchè il cuore è su tutte le cose fallace, e disperatamente malvagio.

T.S.Eliot, Cori da “La Rocca”

Vi darò una mia definizione. Per me il bene e il vero coincidono. Fa il bene chi aiuta il vero delle cose ad affermarsi; il male chi lo nega.

Il bene diventa dunque qualcosa a cui aderire. Ma questa adesione non è mai semplice, o definitiva. L’uomo continua a cercare di riformulare il concetto di bene per farlo assomigliare a ciò che lo avvantaggia di più. Ogni riformulazione lo allontana dal vero, e quindi dal bene stesso.

Da soli dunque non riusciamo ad uscirne. Saremmo fregati, se l’universo fosse indifferente, stretti tra la disperazione e l’utopia. Urleremmo come il “cercatore d’avventura” della canzone dei Queen

Non chiedo molto, l’ho udito dire
Devo trovarmi un futuro, andate fuori dai piedi!
Voglio tutto, voglio tutto,
Voglio tutto e lo voglio ora!

Queen, “I want it all”

Reattività pura, contrapposta all’attesa che qualcosa, o Qualcuno, arrivi, e ci mostri la maniera di arrivare, alla fine, a questo Paradiso.

Chi è malvagio?

Chi è malvagio? Qual è l’essere umano che meriterebbe di essere eliminato dalla faccia della terra?
Sono sicuro che almeno un paio di nomi vi stanno venendo alla mente.
Teneteli lì. Segnateveli su un foglio, li ricontrolleremo alla fine.

Prima di tutto, voi credete che esista il bene e che esista il male?
Se siete cattolici presumibilmente sì, anche se ultimamente c’è una certa confusione anche da queste parti. C’è gente che seriamente asserisce che Nostro Signore abbia scherzato, parlando del fato ultimo degli uomini. “Fuoco eterno…massì, era tanto per dire…”

Ma se non siete cattolici, formalmente o meno, potreste incontrare una difficoltà. Avete la maniera di indicare esattamente cosa sia questo bene e questo male? Perché se c’è un essere superiore, tutto a posto, fa Lui da garanzia; in sua mancanza… ci si deve arrangiare con l’umano.

E qui cominciano davvero le grane. Potreste argomentare che il bene e il male sono eternamente scolpiti nel cuore dell’uomo. come asserivano certi filosofi. Il guaio è che anche qui, se non si riconosce un’unica natura umana e un criterio oggettivo, elencare i mali e i beni diventa improbo.

Sì, esistono certi documenti internazionali – carte dei diritti. Che non sono riconosciute come tali da una buona metà degli stati del mondo. Per non parlare delle aggiunte e delle sottrazioni intervenute nel frattempo. Citofonare a certi parlamentari.

Se voleste affidare ai governi, poi, la decisione, lì vi andrebbe davvero male. Può uno Stato decidere? E chi è lo Stato? Il suo popolo? Il suo Governo? Il suo Presidente, Re, Dittatore?
Tanto per dire: uno Stalin ha fatto ammazzare – usando la sua legge – letteralmente milioni di persone perché erano d’ostacolo al bene ultimo, per spianare la strada verso il paradiso dei lavoratori. Se fosse vero, sarebbe doveroso congratularsi con lui per avere eliminato con fucilazioni, deportazioni e carestie artificiali tanti parassiti. Ugualmente Mao; e Hitler, dal suo punto di vista, cos’ha fatto di così sconvolgente? Se il bene dell’uomo coincide con quello della razza ariana, allora, lui non stava facendo altro che eliminare dei malvagi; i suoi malvagi. Chi siete voi per affermare qualcosa di diverso?

La stessa cosa vale anche nel piccolo. L’omicida seriale insegue la propria felicità, il pedofilo stupratore ha la sua natura, e tutti quelli che si fanno saltare in aria in mezzo ai bambini di una scuola hanno un alto compito da assolvere. E chi dice o scrive parole intese a fare male, intrise di odio e disprezzo, e la considera la sua missione, può essere detto malvagio? E chi solo le pensa?

Quindi, chi avevate in mente di malvagio?

Se solo ci fosse gente malvagia che da qualche parte commette atti insidiosi e malvagi e fosse necessario solo separarla dal resto di noi e distruggerla. Ma la linea che divide il bene dal male passa attraverso il cuore di ogni uomo… e chi vorrebbe distruggere un pezzo del proprio cuore?

Aleksandr Solzhenitsyn

Ignoramus

Multa sunt quae esse concedimus; qualia sunt? Ignoramus.
Lucio Anneo Seneca


Sono capitato di recente su un brano di Seneca, dal libro settimo delle sue Naturales Quaestiones.
Il brano è questo:

Di molte cose noi ammettiamo l’esistenza; come sono fatte? Lo ignoriamo. (…)
Verrà un tempo in cui ciò che ora ci è oscuro sarà portato alla luce da un lungo e attento studio.
L’intero corso di una sola vita non basta a comprendere cose tanto grandi, quand’anche fosse tutto dedicato al cielo. E noi? Noi dividiamo in i nostri pochi anni in modo diseguale fra gli studi e i vizi.
Questi problemi troveranno una spiegazione solo dopo molti anni di indagini. Verrà un giorno in cui i nostri discendenti si meraviglieranno che noi ignorassimo realtà tanto evidenti.

Quando disputiamo di mille argomenti – dal clima ai vaccini – spesso dimentichiamo quanto poco sappiamo. Nella nostra arroganza pensiamo di conoscere ogni cosa, quando molte volte tutto quello che abbiamo è qualche incerta statistica. Se consideriamo sciocchi ignoranti gli uomini dei tempi passati, perché pensavano che il Sole girasse attorno alla Terra, esistessero gli untori o si ostinavano ad ignorare che l’America c’è, proviamo ad immaginare come ci giudicheranno da qui a trecento anni, quando il tempo ci avrà smentito mille volte.

Quanto poco sappiamo, quanto pensiamo di sapere. Già Seneca se n’era accorto: tam aperta nos nescisse mirentur.

Legge di natura

Spesso sentiamo parlare di leggi della natura.
Talvolta siamo tentati di pensare che queste leggi esistano veramente. Che davvero atomi e molecole e pianeti seguano delle regolette tipo quelle che leggiamo sui libri di scuola. Magari che ci sia un giudice, da qualche parte, che se un elettrone infrange la regola lo condanna a essere legato ad un protone isolato, lo espelle dall’atomo o magari lo multa di qualche fotone.

Se davvero credete questo, siete fuori strada. Le particelle e tutte le cose non seguono nessuna legge. E’ la maniera in cui sono fatte che le fa comportare così. Quelle che noi chiamiamo leggi, o teoremi, o postulati, sono solo modi di leggere le conseguenze di come è costituito l’universo, il risultato della sua sostanza intrinseca. Esse sono oggetti derivati, non primari. Pensare altrimenti sarebbe come dire che un certo personaggio storico ha vissuto seguendo le indicazioni della sua biografia.

Nessuno nega che le leggi siano utili. E che siano corrette, a loro modo; nello stesso modo in cui dire che ami qualcuno può descrivere il tuo sentimento, ma non lo determina, e neanche può coglierlo appieno.

Quanto siamo sciocchi, noi uomini, credendo che siano le leggi a regolare il mondo, che basti la decisione di un legislatore per decidere del modo in cui si vive la vita; quando in realtà tutto quanto deriva da cosa siamo.

Il cane con l’angelo custode

Mia moglie lo chiamava “il cane con l’angelo custode”. Sarebbe un mistero altrimenti spiegarsi come sia riuscito a sopravvivere per tanto tempo.

Flaky era un botolo, un cane di piccola taglia dal pedigree poco chiaro. La sua vocazione era quella del vagabondo; pur formalmente appartenente ad una famiglia di nostri vicini, la sua aspirazione era passeggiare per il paese. Era uno spettacolo vederlo muoversi vorticando le allegre zampette diretto verso una sua misteriosa destinazione. In mezzo alla strada.
Sì, perché Flaky era convinto che le strade esistessero per lui. Mentre cani di altra estrazione incedevano al guinzaglio sul marciapiede lui, rigorosamente da solo, preferiva occupare il centro della carreggiata.

Capite ora la faccenda dell’angelo custode? E’ inesplicabile come un piccolo bastardino non troppo visibile sia riuscito per anni ad evitare di essere travolto e schiacciato dalle automobili che percorrevano le sue stesse vie. Più di una volta abbiamo assistito a cortei di vetture che procedevano a passo di cane dietro alla sua coda, in attesa che si facesse da parte. Nel vederlo, i passanti che non lo conoscevano talvolta si preoccupavano che potesse essersi perso; coloro che lo conoscevano si limitavano a scuotere la testa.

Flaky era ormai avanti con gli anni, aveva i suoi acciacchi. Il mese scorso era sparito per giorni; la sua pista finiva sulle rive di un torrente, e tutti avevano pensato che questa volta fosse davvero andato. Poi ci era giunta voce che era stato ritrovato in una cascina del paese vicino. Avevamo sorriso: ancora una volta l’angelo custode aveva fatto il suo lavoro.
Ma questa volta Flaky aveva tirato troppo la corda. Qualche giorno fa è stato urtato da una macchina, ed è spirato circondato dai suoi padroni.

Quante volte diamo per scontato che tutto ci andrà sempre bene. Chissà che lavoro per il nostro angelo custode, a pararci i colpi del destino, a fare scudo alla nostra imprudenza con le sue ali; che però un dì, non sappiamo quando, rimarranno senza piume. Quel giorno, forse, ritroveremo Flaky intento a sgambettare con il suo angelo su altri sentieri, sui quali non ci si può perdere.

Dalla copertina

Un buon libro non si giudica dalla copertina. Ma spesso un libro lo si compra per la copertina.
Io stesso ho nella mia biblioteca diversi tomi acquistati solo perché la loro apparenza mi aveva colpito. Niente da fare, lo sapete anche voi: certe immagini infiammano l’immaginazione e la curiosità.

Voi sapete che mi diletto di disegno, ho già scritto in proposito. Così, quando sono stato certo che il mio libro sarebbe stato pubblicato, mi sono detto: e se la copertina la disegnassi io?
Naturalmente, mi rendevo conto che non sarebbe stato facile. Le immagini che preferisco sono quelle realistiche. Sono stato un grande fan dei fratelli Hildebrandt – le loro illustrazioni per “La spada di Shannara” mi avevano incantato da ragazzo. Persino il grande Frazetta è già fin troppo impressionistico per i miei gusti. Capite, quindi: asticella alta, non professionista, poco tempo a disposizione.

Mi ci sono messo lo stesso. Sapete, quelle idee un po’ folli. Mi sono detto: se viene decente, bene, se no pace.
Il risultato lo potete vedere in fondo al post. A mio parere non era poi così male; ma forse inadatta per il tipo di copertina che la casa editrice aveva in mente.

Quando l’ho proposta, dall’altra parte ho percepito una certa freddezza. MI hanno detto: abbiamo una nostra procedura, sottoponiamo diverse copertine a varie persone e loro scelgono le migliori. Mi sono detto: vabbé, attendiamo di vederle.
Quando me le hanno mostrate, per poco non sono collassato. La favorita era un fotomontaggio di una non ben definita figura appoggiata ad un bastone o una spada in dissolvenza su una torre in rovina, scura e praticamente monocroma. Le parole che mi venivano in mente guardandola era “lugubre” e “repulsivo”. Personalmente non avrei mai comprato un volume con quella copertina. Accidenti, ho scritto un libro dinamico, pieno d’azione, con personaggi divertenti; quella figura mi sembrava l’opposto. Mi sono opposto.

Successive proposte includevano fotomontaggi di draghi. Mi sentivo quasi disperato. Mi tornava in mente Tolkien, disperato per anni delle illustrazioni alle sue opere. Nel mio piccolo, ora lo capivo meglio: quando hai in testa una storia, è difficile accettare che qualcuno la veda in maniera diversa. Nel tentativo di fare comprendere le mie idee ho cominciato ad inviare immagini di quadri di Waterhouse, e anche quella di Thayer che alla fine è stata scelta.

Qualcuno è rimasto perplesso per questa decisione, ma vi assicuro che tra le diverse possibilità è la migliore. E’ un bel dipinto, in qualche maniera correlato con la trama, e lo sguardo dell’angelo ha quella certa ambiguità che colpisce l’immaginazione.

Certo, un po’ mi dispiace che la mia proposta sia stata bocciata. Ma forse è meglio così: siete liberi di immaginare i protagonisti come desiderate, senza neanche il suggerimento di una copertina indiscreta…

Diritti al punto

Siamo tutti uguali dinanzi a Dio. Ma se non siamo davanti a Dio, se non c’è più Dio, allora non siamo tutti uguali; io conto più di te, idiota.

E’ questo, in spiccioli, la parafrasi del tempo corrente; che è esattamente la parafrasi del tempo antico, quando agli dei non gliene importava poi molto degli uomini. Finché io sono più forte di te, va tutto bene; i guai nascono quando tu sei più forte di me.

L’uguaglianza è difficile da garantire senza un garante. Bisogna inventarsi altro.
Coloro che hanno abolito Dio hanno tentato di soppiantarlo con i diritti, che sarebbero proprietà magiche che hanno tutti gli uomini, alcuni animali e forse anche le piante.
I diritti sono sostitutivi delle virtù.
Dio, che ci ama per come siamo e vuole il nostro bene, ci insegna che quel bene lo otteniamo praticando le virtù; non come ricompensa, ma come conseguenza. Con i diritti si asserisce che il bene ci arriva automaticamente; ci è dovuto. Poiché Dio è fuori gioco, e la realtà non sembra molto favorevole nei nostri confronti, è lo Stato che dovrebbe garantire quei diritti e di conseguenza la felicità.

Allo Stato, unica entità superiore residua, si attribuisce il compito di far ottenere a tutti la felicità facendo cosa si vuole; dato che non fare cosa si vuole è fonte di infelicità. Così, eliminazione di ciò che è indesiderato o sgradito (bambini, idee, cristiani), droga libera, coito rettale, diventano la necessità imperativa. Diritti. Come si può essere lieti senza?

L’élite ha un bonus: tutto questo e in più il potere, il trip definitivo. Il potere di dettare l’elenco dei diritti, ciò che ti renderà sicuramente felice (un’auto elettrica, il vaccino, fottere chi vuoi). Almeno fino a quando anche questa moda si dimostrerà penosamente insufficiente a renderti tale: sarà quindi decisa la moda successiva.
Hai tutto e ancora non sei felice? E’ colpa del nemico, e se hai delle idee non conformi allora il nemico sei tu, e vai cambiato. O distrutto.
Ecco cosa può renderti felice: la caduta di coloro di cui hai invidia. Il tuo potere su di loro, ammantato di belle parole. Chi non ci crede danneggia anche te; ti provoca pensieri infelici, che tutti i diritti di questo mondo non bastino a soddisfarti; non riesci più a volare, va eliminato.
Ne hai tutti i diritti, no?

I costi della morte

L’ombra oscurò lo schermo. Colui che lo consultava parve neanche accorgersene.
“Cosa stai leggendo? Lavoro?”
“In un certo senso. Qualcosa che mi hanno fatto avere. Un documento circa il costo degli aborti in Italia“. Alzò gli occhi. “Hey, non leggermi dietro le spalle!”
“Bah. Dice qualcosa di interessante?”
“Sì, è fatto piuttosto bene. Pare che il costo il costo di un aborto sia in media 800 o 900 euro, stima prudenziale.”
“Non è poco”
“No. Dato il numero di aborti fatti, pare che il costo complessivo sia al minimo sui cento milioni di euro all’anno. In totale, dall’inizio, si parla di quattro-cinque miliardi di euro, che con gli interessi potrebbero arrivare anche a dodici.”
“Cioè, mi stai dicendo che abbiamo dirottato sull’aborto fondi per più di dieci miliardi di euro che sarebbero potuti usare per qualcosa di produttivo, tipo salvare vite?”
“Esatto.”
L’ombra fischiò. “Ma è magnifico! Questo è un bonus aggiuntivo al quale non avevo mai pensato.”
“Perché pensi poco. Oggi alla donna incinta vengono fatti fare un sacco di esami il cui unico scopo è capire se le conviene ammazzare o meno suo figlio. Quest’altro costo non viene considerato. Ma sai qual è il bello?”
“No, dimmi”
“Che negli esami successivi risulta che in più di un terzo dei casi quella diagnosi era sbagliata.”
L’ombra ridacchiò. “Cioè hanno ammazzato il figlio per niente?”
“Esatto. E considera che nella maggioranza degli altri casi si sarebbe potuto curare. Se poi leggi delle complicazioni, quello che può comportare un aborto, sia in termini fisici che psicologici, diventa chiaro che se fosse una malattia sarebbe tra le più dannose. Invece è qualcosa di cui si fa omaggio, anzi, ti spingono a farlo e ci si indigna se qualcuno vuole ostacolarne l’uso indiscriminato.”
“Siamo proprio bravi, eh?”
“E’ il nostro mestiere. Portare il male ovunque possiamo. Truccandolo da conquista sociale.”
L’ombra parve raggrumarsi. “Non dire così. Noi abbiamo a cuore che le donne possano prendere una decisione consapevole, com’è loro diritto, in vista del loro bene personale”.
Seguì qualche secondo di silenzio, poi scoppiarono tutt’e due a sghignazzare.
“Ah, mi piace quando fai il simpatico. Se tutte sapessero davvero in cosa si vanno a cacciare, non credo che ce ne sarebbero così tanti, di aborti.”
“Ragione di più per tener nascosto quello che stai leggendo ora. Che non se ne parli.”
“Anche se se ne parlasse, cosa credi cambierebbe? Quanti davvero ascolterebbero? Abbiamo creato una cultura di morte, che respinge il vero con indignazione; non saranno certo i dati della realtà a cambiarla. Anche se si tratta di soldi. Ma anche parlando di soldi…”. Indicò lo schermo. “Guarda, i costi dell’aborto farmacologico sono apparentemente minori. Oh, certo, la pericolosità è molto maggiore, il dolore, le conseguenze potenziali anche. Cosa pensi faranno?”
Girò la testa verso l’ombra, quella tenebra che pareva pulsare lievemente. “Come sempre, i soldi sono un nostro strumento. In fondo non ci importa neanche di quei sei milioni di bambinelli che mai nasceranno. Quello che davvero a noi interessa sono le anime ferite di chi fa il male sapendo di commetterlo.” Sospirò, o comunque sembrò farlo. “Comunque fa’ attenzione. Prima hai detto una cosa pericolosa.”
“Eh? Cosa?”
“Hai parlato di decisione consapevole delle donne. Non lo sai che è discriminatorio? Anche gli uomini, e ogni sfumatura intermedia, possono abortire, e dire il contrario sarà presto reato. Non hai idea che soddisfazioni ci darà anche quest’altra legge…”
L’ombra e il suo interlocutore scoppiarono ancora a ridere, e la loro risata echeggiava come il lugubre rintocco di una campana.

I saccheggiatori

La famiglia di mia moglie possiede un piccolo frutteto. In quei pochi metri quadrati ci sono tre ciliegi.
Il primo è della famiglia dei duroni, a maturazione tardiva. Le ciliegie del secondo sono piccole anche se gustose, ma non ne ha prodotte molte; il terzo, quest’anno, era carico di una moltitudine di frutti. La settimana scorsa ne ho colto un bel cesto; ne avevo lasciate sull’albero una buona metà, perché completassero la maturazione.
Domenica sono tornato per completare il raccolto. Mi aspettavo di tornare con un altro cesto colmo; ne ho portate a casa giusto un pugno. Gli uccelli avevano scoperto l’albero.

Avessero divorato solo qualche frutto, va bene, ci poteva stare; ma quei volatili erano degli autentici teppisti. Non è che avessero mangiato i frutti; li avevano solo beccati. Un colpo di becco ognuno, giusto il necessario per rovinarli. Un’orda barbarica sadica e incivile, teppisti con le ali. All’improvviso ho cominciato a comprendere i benefici della caccia.

Oggi sono tornato per vedere se tra quelle che ancora non erano maturate se ne fosse salvata qualcuna. Ma sull’albero non c’era più nessuna ciliegia. Era state tutte spolpate, lasciando solo i noccioli attaccati al gambo. La fauna avicola mi è debitrice di diversi chili di frutta matura. Quei poveri grassissimi uccellini.

Se qualcuno mi volesse suggerire di usare spaventapasseri per tenere lontano i saccheggiatori, sappia che domenica mentre mi arrampicavo tra i rami in cerca di frutti superstiti uno storno frugava tra le foglie ad un paio di metri da me. Avevo anche appeso dei CD, che secondo la credenza popolare, dovrebbe spaventare i volatili con i loro riflessi; non hanno sortito nessun risultato, anzi, ho trovato un biglietto scritto da un uccellino che si lamentava che quello l’aveva già sentito, e ne domandava un altro.

Tutto ciò che è buono attira; occorre vigilare, perché non ce lo portino via.

Dio è una cozza

Ve la dico così come me l’hanno raccontata.

Catechismo. I bambini rispondono su cos’è Dio per loro; siamo sulle banalità abituali, da cui anche noi raramente ci sappiamo sottrarre.

Uno dice: “Per me Dio è come una cozza attaccata alla roccia”.
Il catechista rimane stupito. “Vorrai dire il contrario. La roccia è Dio, ferma e solida, alla quale noi ci attacchiamo”.
Replica: “No, perché Dio si attacca a noi e non ci molla, mentre noi a volte lasciamo la presa e ci lasciamo andare”.

Qualche volta ci vogliono i bambini per rovesciare le nostre idee, per vedere ciò che i nostri occhi stanchi d’abitudine non riescono più a percepire.

Dalle radici

Chi vede un’ortensia blu senza dubbio crederà che sia il colore naturale di quel fiore.
Le ortensie però sono rosa. Rosa pallido.

L’azzurro intenso è un ingrediente segreto. E’ qualcosa che arriva dalle radici, di non originale, estraneo. I fiori diventano blu quando crescono su un terreno acido, o quando al terriccio si aggiunge ferro. I giardinieri un tempo seppellivano limatura, viti, vecchi bulloni per ottenere l’effetto.

Quante volte diamo per scontate che le cose accadano da sole, che il mondo giri in una certa maniera perché fatto così, quando in realtà il merito è di un ingrediente nascosto e ignorato, che dal profondo cambia il colore delle cose.

Awe

Ci sono parole che in qualche maniera trasmettono il loro significato. Una di queste è l’inglese awe.
Awe significa “timore reverenziale”. E’ legato ad antichi termini nordici che vogliono dire “paura”. Però, udendo la parola, a me viene sempre in mente qualcuno che sta a bocca aperta davanti a qualcosa di grande e inaspettato. Awwww.

Della bellezza si può avere soggezione. Ci si può sentire inadeguati. Può indurci a pensare a quanto siamo piccoli, come quando siamo davanti alla cupola di un cielo stellato.
Però cosa fa il bambino? Se ne sta lì a guardare. Ci sta. Non si pone il problema di essere adeguato o meno, perché praticamente ogni cosa è più grande di lui.
Così si gode quel bello. Non ne perde neanche un pezzetto.

C’è una condizione perché questo accada. Che si senta protetto. Che sappia che ci sono una madre, un padre che lo amano, che lo tengono per mano. Senza di loro, senza questa presenza che ama e accoglie, ogni cosa fa paura.

Noi siamo lo stesso. Senza la consapevolezza che Qualcuno ci vuole bene, voltiamo le spalle persino a quella bellezza che è ponte tra il nostro presente e l’infinito. Awe, e paura.