Caco secco

Va bene, lo ammetto. Il titolo è fatto per incuriosire. Riflette esattamente il contenuto del post, che però non è quello che forse vi aspettate.
Il caco di cui si parla è il frutto di un vago colore arancione che si raccoglie quando i primi freddi cominciano a far cadere le foglie. Non a tutti piacciono i cachi, anzi, sembra che la gran parte delle persone non li gradisca affatto. Non è un frutto di successo. E’ complicato da conservare e trasportare: quando non è del tutto maturo impasta il palato, quando matura si spacca facilmente, facendo fuoriuscire il suo liquido interno.

Io ho un albero di cachi in giardino.

Verso settembre i cachi cominciano a maturare in ordine sparso. Se non prontamente raccolti vengono beccati dagli uccelli, che li lasciano divorati a mezzo a marcire, oppure cadono al suolo spiaccicandosi. Considerando che l’albero ha un fogliame denso e spesso che nega la luce e quindi sotto di esso cresce ben poco, capirete che può essere un disastro. Se non ti piombano in testa riducono il terreno a una distesa appiccicosa. Occorre quindi salire sulle scale e coglierli; è un albero abbastanza alto, con molti rami su cui sarebbe anche semplice arrampicarsi se non si staccassero facilmente. La natura dei frutti, più grossi di un pompelmo e fragili da maneggiare, implica un salire e scendere piuttosto frequente per portarli al sicuro. Una volta raccolti vanno messi in cassette, non sovrapposti, con il picciuolo verso il basso. Se sono danneggiati vanno buttati o consumati subito, dato che marciscono in men che non si dica. La sola cosa buona è che sono abbastanza resistenti ai parassiti. Forse disgustano anche loro.

Ci sono annate buone ed annate cattive. L’anno scorso ne avevo fatto tre cassette striminzite. Quest’anno ho avuto il miglior raccolto a mia memoria, venti e più casse di frutti splendidi.
E nessuno a consumarli.

Sì, perché in famiglia ci siano praticamente solo io e mio suocero a mangiarli. Aggiungici l’annata straordinaria anche per le mele, il lockdown che impedisce di affliggere parenti, colleghi ed amici con casse omaggio, e capirete perché mi restino ancora cinque casse di cachi non consumati in cantina, pur buttandone via ogni settimana a chili di quelli marciti nel frattempo.
E’ proprio questo il fatto che ha condotto alla mia scoperta. Normalmente entro capodanno era tutto consumato, mangiati o decomposti. Invece, in modo inaspettato, una consistente percentuale di cachi ha avuto un’evoluzione ulteriore. Si è come asciugata, invece di andare a male. Il risultato è qualcosa di orripilante dal punto di vista visivo; la buccia macchiata di muffa, avvizzita, trascolorata, grinzosa. Ma l’interno…

L’interno è diventato scuro, passando dall’arancione al marrone. La polpa è divenuta dolcissima, e spesso è un poco fermentata, risultando persino alcolica. Ha un sapore che sembra amaretto di Saronno zuccherato, o fichi secchi con le mandorle. Squisito.
Certo, occorre superare l’impatto visivo, ed evitare i frutti che sono invece decomposti sul serio. Ma che bontà, nei restanti. Chi l’avrebbe detto che in mezzo a ciò che poteva sembrare un processo inarrestabile di marcescenza, di distruzione, si annidasse la possibilità di qualcosa di buono.

Strade perdute

Ti muovi per strade che ti pare di conoscere. Ma quel palazzo non lo ricordi, e i negozi hanno tutte insegne strane. Le mappe che ti sembravano così sicure ora tacciono, non c’è più segnale, o forse anche loro non sanno dirti dove tu sia. In qualche punto hai preso la svolta sbagliata, e hai continuato ad andare avanti illudendoti di ritrovare la via. Di essere al sicuro. Che niente di male possa accaderti in quella che pensavi essere la tua città.
Ora sei circondato da gente che ti guarda con sospetto, o forse calcolo, avidità, odio. Tutte le strade che portano fuori appaiono chiuse, mentre ti rendi conto che la città non è mai stata tua, che l’idea di conoscerla era un’illusione.
E vorresti con tutte le forze tornare a quel momento in cui potevi ancora decidere; in cui potevi tornare indietro, e ritrovare ciò che ora è perduto.

Quei momenti

Non esiste azione tanto malvagia, assurda e amorale che non possa essere giustificata, cioé resa per noi giusta, da qualche contorcimento del pensiero.
Non esiste religione tanto orrenda e depravata quanto l’adorare il nostro dio interiore.
Non esiste falsità che non possiamo credere, pur di compiacere il nostro egoismo supremo. E chi ce le racconta lo sa.

Ma quanta voglia di verità e di bellezza, in quei momenti in cui il nostro demone dorme.

 

La leggenda dell’eroico Pavlik Morozov e dei suoi genitori

Quando ho letto della ragazza del Massachusetts che ha denunciato i suoi genitori per essere presenti ai fatti del Campidoglio mi è tornata in mente la vecchia e triste vicenda di Pavlik Morozov, eroe dell’Unione Sovietica.

Un riassunto per quanti non la conoscessero. Siamo nel 1930, in Unione Sovietica. Pavlik ha 12 anni, ed è un fanatico sostenitore del regime, un Pioniere.
E’ il periodo della persecuzione dei kulaki. I kulaki erano i piccoli contadini che possedevano un pezzo di terra. Dapprincipio sostenuti dai comunisti contro i grandi proprietari, furono oggetto agli inizi degli anni ’30 di una feroce campagna per collettivizzare le loro proprietà. Ne furono deportati oltre due milioni e mezzo in Siberia, e seicentomila trovarono là la morte. Un’altra conseguenza della persecuzione fu l’Holodomor, la carestia indotta dal sequestro del cibo che provocò in Ucraina oltre tre milioni di morti.

Chi poteva si difendeva contro questo violento attacco ideologico, se non altro nascondendo una parte del raccolto che avrebbe dovuto essere requisito dal Partito. Per Pavlik questo era inaccettabile, contrario alla dottrina comunista. Suo padre era il capo del soviet locale. Lo denunciò con l’accusa di favorire i kulaki, testimoniando in tribunale contro di lui. Il padre fu condannato a 10 anni di gulag, un tipo di condanna che equivaleva alla condanna a morte. Fu infatti fucilato.
Pavlik fu ucciso poco dopo. Furono accusati i parenti, nonni zii e cugini, che furono a loro volta fucilati. Pavlik divenne un martire della causa sovietica, un eroe: in suo onore furono innalzate statue, scritti libri, stampati francobolli e anche realizzati film. Fu portato ad esempio di quello che devono fare i veri comunisti: il Partito sopra tutto, famiglia compresa.

Ricerche successive mettono in dubbio questa versione. Secondo queste, non fu mai un Pioniere, pur desiderandolo, e non fu ucciso dai parenti ma da altri ragazzi durante una lite o, forse, da un agente della polizia politica. Fu la propaganda a creare la leggenda del piccolo eroico delatore.
Comunque sia, anche se il suo mito è caduto, a quanto pare non ci saranno difficoltà a procurarsene un altro.

Il centro

Quante volte ci hanno raccontato che gli uomini medioevali credevano che la Terra fosse al centro dell’Universo.
E’ una balla. Chi lo dice non ha idea di come si pensasse a quel tempo. In effetti, la Terra per loro non solo non era il centro, ma ne era il punto più distante, inferno a parte. Perché il centro del Cosmo era Dio. E Dio era nei cieli.

Erano al limite gli umanisti, che mettevano al centro l’uomo, ad essere risentiti per questo essere periferici. A volere centralizzare il nostro mondo spostando il divino nella cornice. Tutto ruota attorno a noi, ragionavano. L’equivoco si è protratto fin ai giorni nostri, scambiando immobilità per centralità.

Oggi anche l’uomo è stato tolto dal podio, umiliato, ridotto a infezione di un insignificante pianeta di un piccolo sole di una trascurabile galassia tra le tante. Ci è stato detto che siamo niente; ora tutto ruota attorno al nulla. Ma come si fa a vivere credendo di essere niente?

Lo stupore dei nostri antenati era che Dio avesse abbandonato la sua centralità scintillante per incarnarsi in questo buco di mondo. Quella sì che era una buona notizia. Saremo anche periferia, ma valiamo pur qualcosa, se il Tutto ha scelto di essere uno di noi.

Il favore

Fausto, appoggiato al banco del bar, guardava distrattamente la chat sul telefonino, scorrendo testi ed immagini con il pollice. Ad un certo punto si fermò e avvicinò lo schermo agli occhi per vedere meglio ciò che vi era comparso.
“Qualcosa di interessante?”
Fausto sobbalzò. La persona che aveva parlato si sedette sullo sgabello accanto a lui e rimase a fissarlo, con un sorrisetto ironico. Fausto sorrise a sua volta, incerto e a disagio. Avrebbe voluto dire al suo interlocutore di farsi gli affari suoi, ma sapeva di non poterselo permettere. M non era persona da potersi mandare a stendere, anche quando s’impicciava delle tue faccende. Oh, certo, in fondo era gradevole, di bella presenza, e sembrava sapere sempre tutto di tutti. A giudicare dalle sue abitudini, conoscenze e mezzi, era uno che sapeva vivere. Era immanicato con le persone giuste, e non rifiutava mai la richiesta di un favore. Il tipo sbagliato da inimicarsi; il tipo giusto da coltivare se si voleva fare carriera.
Tutti lo chiamavano M. Fausto non aveva ancora capito quale fosse il suo vero nome, aveva sentito almeno una mezza dozzina di versioni diverse. Non che importasse. In fondo era una piacevole compagnia, di lingua pronta e risposta arguta. Un tipo interessante, che si interessava di tutto e di tutti.
Non era lì per caso. Fausto lo aveva cercato. Gli aveva chiesto… un piacere. Qualcosa che gli avevano sussurrato solo lui potesse ottenere. Una piccola cosa, in fondo, ma che era meglio non si sapesse in giro.

Perciò Fausto si raddrizzò, e chiuse la chat con uno svelto movimento delle dita. “Niente di che. Foto del figlio di un famoso politico a letto con delle bambine. Abbastanza uno schifo, se fossero immagini vere”.
“E lo sono?” chiese M, continuando a sorridere.
“E che ne so? Potrebbe essere. La gente potente crede di potere fare quello che vuole.”
M strinse lievemente gli occhi. “Perciò tu credi che quelli si possano permettere ogni genere di piaceri perché sono potenti?”
Fausto allargò le braccia. “Certo che è così. Hanno venduto l’anima al diavolo e quindi…”
Fu interrotto dalla risata di M. “Ahaha! L’anima al diavolo! Credo che tu stia equivocando. Non fanno quello che vogliono perché sono potenti; sono potenti perché fanno quello che vogliono”.
M accostò la testa a quella di Fausto e iniziò a sussurrargli nell’orecchio. “E’ abbandonare ogni moralità la chiave per il successo, per diventare importanti. Perché quando lo fai diventi ricattabile. Ti leghi mani e piedi e ti consegni a chi rende possibile le tue voglie. La quale cosa fa di te un suo servo, un servo fedele perché tu sai che se mai lo tradissi tutto il marcio che sei verrebbe alla luce, e tu saresti finito. Un servo fedele fa carriera. Un servo fedele al padrone giusto arriverà molto in alto. Non importa che quella fedeltà sia comprata e garantita da un ricatto. Conviene sia al servo che al padrone. Vuoi sapere la formula del potere, il segreto del successo? Soddisfare ogni propria voglia. Ed essere usato”. “Lasciarsi usare”, sussurrò ancora più piano,

M si tirò indietro e rimase a fissare Fausto, che era rimasto senza parole. Il sorriso del faccendiere era ancora più largo, e la sua bocca aveva un taglio, un’espressione che fece correre un brivido lungo la schiena di Fausto .
“Allora, lo vuoi ancora da me quel favore?”, gli chiese M.

I pifferi dell’Impero

Lo confesso, sto rivalutando alcune parti della saga di Guerre Stellari che avevo sempre considerato imbarazzanti.
Ad esempio quella della clip qui sotto.

No, non sto parlando dell’assalto al Parlamento degli Stati Uniti. Se veramente pensate che lo stato più potente del mondo possa essere rovesciato da sciamani cornuti (a proposito, si è scoperto che è un attore) e altri pericolosi terroristi come quelli che vedete in questa foto


Ah, no, non questo, questi:


allora potete credere davvero a tutto. Andare a vedere quello che dicono giornali e televisioni, e poi verificare, se ci riuscite, quello che davvero è accaduto, è un’esperienza estraniante, tipo Mentana che commenta un film invece che i disordini.

Perché è chiaro chi qui si tratta di una narrazione, di un racconto immaginario imbastito da coloro che si stanno rivelando i veri king-maker, le eminenze grigie, i re nell’ombra di questo scorcio di secolo: i media, da quelli antichi come carta stampata e televisione fino ai social. Che si possono permettere di oscurare e bandire chi vogliono loro (non badate alla storiella dell’incitamento alla violenza, c’è infinitamente di peggio che passa indisturbato) sabotando e negando l’espressione a chi non la pensa come loro.

Che deve essere oscurato, bandito, condannato; non deve potere insegnare, giudicare, scrivere, pubblicare; si uccide la libertà in nome della libertà. Adesso la parola purga non si usa più, diciamo che questi pifferai stanno somministrando alla società la loro idea di lassativo; così, liberati di noi escrementi dell’umanità, potranno liberi e leggeri costruire il paradiso in Terra. Tra gli applausi degli idioti che non conoscono la storia.

Che non si rendono conto che stanno giustificando una dittatura peggiore di quella che credevano di scongiurare. Perché ora regna l’Impero.

La congiura delle polveri

Essere o non essere, è questo il dilemma. Se sia più nobile resistere, nell’animo, a pietre e dardi scagliati dall’oltraggiosa fortuna, o imbracciare le armi contro un mare di difficoltà, e combattendo contro di esse farle finire.
W. Shakespeare, “Amleto

Quanto conoscete della “congiura delle polveri”? Forse che fu un complotto per far saltare in aria il Parlamento Inglese, nel 1605; e quasi certamente conoscete, almeno “di vista”, colui che fu accusato di esserne il principale responsabile, quel Guy Fawkes oggi famoso soprattutto per avere interpretato la parte della maschera di se stesso in un fumetto e in un film.

Quello che forse non conoscete sono le premesse di quell’atto; la persecuzione costante e cruenta dei cattolici prima con la regina Elisabetta e poi con il successore Giacomo. Un cattolico inglese non può accedere ai pubblici uffici, non può pregare pubblicamente, deve pagare tasse odiose. C’è una censura costante, un regime di polizia oppressivo, una propaganda martellante. E’ in questo clima, falliti tutti i tentativi pacifici di giungere ad una tolleranza, che matura la congiura. Parecchi storici sostengono che sia stata organizzata dallo stesso potere allo scopo di sradicare definitivamente il cattolicesimo e i suoi simpatizzanti tra la nobiltà e il popolo. Ci sono forti indizi che fanno propendere per questa ipotesi. Non sarebbe certo un unicum storico: da sempre i regimi che vogliono eliminare oppositori scomodi organizzano qualche tipo di complotto, ci tirano dentro qualche sempliciotto e poi calano la scure. Senza stare a scomodare nazismo o stalinismo, l’abbiamo visto di recente in Turchia e in Cina.
La leggenda della congiura delle polveri fu perpetuata dalla propaganda, tramite i falò sui quali si bruciava l’effige di Fawkes. Oggi sarebbe un meme su Internet, uno sventramento virtuale, la corale indignazione social dei servi e degli ingenui.

Qualcuno sostiene, in modo convincente, che anche William Shakespeare fosse cattolico, e abbia nascosto la sua fede nelle sue opere. I suoi anni sono gli anni di quella congiura; sicuramente conosceva parecchi di quelli che saranno giustiziati. Forse è quello il motivo per cui dovette lasciare il palcoscenico: l’inasprirsi della persecuzione, la censura sempre più rigida, il ricercare, imprigionare, uccidere ogni possibile oppositore al potere. Nell’Amleto si chiedeva se sia meglio subire e vivere tranquillo oppure ribellarsi all’ingiustizia, cercare la vendetta. Amleto scelse la seconda possibilità, e perse tutto: la promessa sposa, il regno, la vita.

L’oppressione spesso si ammanta di indignazione per mimetizzare la sua spietata sete di potere, per mascherare i suoi crimini. Maschera trasparente a chi voglia davvero guardare cosa si nasconde al di sotto. Attenti alle belle parole con cui si celano le brutte azioni.

L’indignazione del più furbo

Attendiamo che si comprenda meglio – se mai accadrà – quello che effettivamente è successo ieri a Washington. Il Campidoglio invaso, con tutte le conseguenze. Se Trump voleva chiarire da che parte stava il popolo, è evidente che è caduto in un trappolone.

Le dimostrazioni di piazza e le occupazioni sono sacrosante solo se a farle sono una certa parte politica; il popolo può protestare solamente contro i brogli certificati dall’autorità competente; e le uccisioni di persone disarmate e non particolarmente minacciose sono giustificate, giustificatissime se a morire è qualcuno dall’altra parte.

In effetti questa è la parte più nauseabonda; l’ipocrisia stillante di certi personaggi, il fetore di carogna che trasuda dalla loro indignazione fasulla. Coloro che scusavano oppure appoggiavano devastazioni, violenze e saccheggi adesso si stracciano le vesti come zitelle benpensanti di fronte ad una protesta portata avanti pacificamente. E’ accaduto ciò già si sapeva: non importa quanti milioni di persone siano con te, quanto tu abbia ragione, da che parte stia la verità, se chi comanda l’informazione ti mette sotto silenzio o ancora peggio, fa di te e dei tuoi degli idioti, degli irresponsabili, dei ridicoli. Dice che sei tu il pericolo.

Quante volte l’ho vissuto. I family day, la raccolta di milioni di firme, e quel fiume di persone che non meritavano neanche un trafiletto. E, per contro, quella dozzina di comparse sparate in prima pagina, passerella fotografica per portare avanti un’idea. C’è veramente da domandarsi quanta parte della storia che abbiamo vissuto sia illusione, fabbricazione, cartapesta. Tutte le volte che esploro quanto sia successo davvero in certi frangenti storici resto sgomento, tanto questo differisce da ciò che comunemente “si sa”. Viviamo in un mondo artificiale, pensato non per il nostro bene ma per renderci irrilevanti.

Se entri nella lotta, devi comprendere bene cosa sei disposto a fare. Cosa tu sia pronto a sacrificare per ottenere ciò che desideri. I titubanti, i mezzo convinti, i riluttanti hanno già perduto contro chi non si ferma davanti a niente per raggiungere il suo scopo.
Il guaio di seguire il bene, il vero, è che non puoi usare gli stessi sistemi di quell’altra parte. La violenza, la menzogna, l’inganno sono il lato oscuro che sempre attira. Se lo usi, potresti anche vincere. Ma avrai già perso, sarai diventato ciò che combatti.

Non so per quanto tempo ancora potrò scrivere di queste cose. Il modello cinese, controllo totale dei media e dominio su ogni aspetto della vita da parte del potere, sembra essere ormai alle porte. Le distopie del secolo passato sembrano avverarsi oggi, con qualche anno di ritardo ma altrettanto terribili.

Sono ancora convinto che questo castello d’acciaio, questa rete di falsità, non potrà che crollare. Perché la menzogna distrugge se stessa. Saranno tempi bui, forse molto più bui di quanto già temiamo. Ma la speranza è sempre accesa, come una tremula luce in una notte sempre più buia.

Capire

Leggere i commenti ad un post o un tweet controverso, su qualsiasi piattaforma, è altamente istruttivo. C’è una certa percentuale di risposte che è puntuale, meditata, sia in chi critica che in chi approva. E una parte, che può diventare anche molto grande, di persone che – come dire – sbracano.

Ci sono quelli che non comprendono. Ci sono quelli che pensano di aver compreso e replicano alla loro stessa idea errata. Ci sono quelli che hanno già deciso, ed è indifferente dove sia la verità; la loro risposta pro o contro è automatica, spesso cinica, offensiva, fintamente arguta. E ci sono quelli che, pur avendo capito dove sia la verità, coscientemente scelgono una strada diversa.

Ciò accade anche quando i fatti sono indiscutibili, verificabili, quando basta volerli guardare ed avere un neurone funzionante, un briciolo di affezione al vero, un zinzino di amor proprio.
Se vogliamo, questa è la prova più evidente e diretta del male che alligna nel cuore umano. Innegabile, indiscutibile, evidente.
Eppure scommetto che anche di fronte a questa mia considerazione ci sarà chi obietterà, non capendo. O avendo capito anche troppo bene.

Oh, Salvatore nostro, perché meravigliarsi che di fronte alla Tua manifestazione, alla tua Epifania, tanti non abbiano compreso, Ti abbiano rifiutato, insultato, ucciso, e continuino a farlo?

Presidente eletto

Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è da considerarsi puramente casuale. Voglio solo ipotizzare come andrebbero le cose se si votasse per la posizione di Unico Dio… 

Si sta ancora concludendo lo spoglio dei risultati in alcuni stati, ma ormai appare evidente chi sia il vincitore di queste Elezioni Universali: Anticristo si appresta a diventare il prossimo Unico Dio dell’Universo.

Quest’anno passerà alla storia. Finalmente l’istituto della democrazia è stato esteso non solo alle singole nazioni, ovvero al Parlamento Mondiale, ma anche alla decisione su quale divinità sia la più qualificata a presiedere la realtà. Il Congresso Permanente delle Nazioni Unite ha così portato a termine l’impresa più importante della sua esistenza, la cancellazione di ogni differenza e pensiero contrapposto in un’unica gioiosa fraternità. E’ la fine dell’oscurantismo e delle guerre di religione.

Dopo una tiratissima campagna elettorale, Anticristo e il suo vice Satana si apprestano a diventare le entità superiori più votate nella storia. Erano sostenuti dai media pressoché unanimi, date le garanzie di libertà individuale e tolleranza che caratterizzano la loro piattaforma; dal mondo scientifico per le loro idee aperte nel campo della ricerca e l’adesione a indiscutibili verità come il riscaldamento globale; e anche dal mondo industriale per il loro appoggio allo sviluppo e al progresso. Avendo promesso al popolo la completa soddisfazione di ogni capriccio, il “duo infernale” era accreditato dai sondaggi per una facile vittoria.

I risultati reali hanno però evidenziato una sorprendente resistenza di passatisti e nostalgici, fondamentalisti e abitanti dei paesi più arretrati, che non hanno saputo cogliere la novità che spirava dai programmi del Presidente eletto. In più momenti si è temuto che i pronostici potessero essere ribaltati, ma durante la notte, come qualche commentatore aveva detto di aspettarsi, l’improvviso ritrovamento di un miliardo di voti per Anticristo e il suo vice hanno regalato loro la vittoria. Possiamo già dire in anticipo che qualsiasi discutibile pensiero di brogli, ovviamente impossibili, è da rifiutarsi e sarà da noi completamente ignorato.

Nel suo discorso di vittoria, il Presidente eletto ha promesso che manterrà i suoi impegni: liberalizzazione dell’aborto fino al nono mese dopo il parto, eutanasia anche agli annoiati e ferreo controllo di tutte le pandemie. Il suo intento è governare l’Universo con un piglio completamente nuovo, più moderno, al passo con i tempi. Istituirà una linea gratuita per tutte le lamentele sulla conduzione del cosmo, e ha annunciato che si occuperà personalmente di quanti disapproveranno il suo operato. Il suo predecessore, riguardo alla mancanza di un canale diretto verso di Lui, si era sempre difeso sostenendo che l’ingresso al mondo era gratuito; “Anche questo dovrà finire”, ha sostenuto il presidente eletto: “implementeremo il costo del coperto in modo da tenere fuori gli sfaccendati. Nel mio Universo” ha aggiunto “non c’è spazio per chi non troverà adorabile ogni cosa che faccio”. “E’ un’inversione di tendenza rispetto al passato”, ha aggiunto. “Non saremo più noi a dovere seguire la verità, ma la verità dovrà seguire noi”.

La nomina ufficiale avverrà tra poco, ma possiamo dire che il risultato ormai non può più cambiare. A meno di un miracolo; ma sarebbe la fine del mondo.

Il tempo andato

Leggo il tweet, sorrido. “Discutere di Dio e Schopenauer“… ho riconosciuto la citazione. “Viveva…di dei e filosofi sordi… e amori che non capivano Orazio“. E’ “Il frate“, di Guccini. Ho deciso: la musica che oggi pomeriggio risuonerà nelle mie cuffie, a separarmi dal frastuono circostante, sarà la sua. La canzone si esaurisce, parte lo spettacolare concerto svizzero dove l’istrionico cantautore dà il meglio di sé. Mi viene da paragonare il magico intersecarsi delle chitarre con l’odierno squittio di melodie computerizzate, la poetica dei testi alle idiozie che oggi si ascoltano, rutti senza sensibilità. “Cantare canzoni che è come cantare di niente”, direbbe lui.

La penultima canzone è “Un altro giorno è andato“, una delle mie preferite. Era nell’album “L’isola non trovata“, che mi fu regalato tanti tanti anni fa dalla mia cugina preferita. Lei è seriamente malata, sono andato a trovarla sabato scorso. Quell’LP è uscito giusto cinquant’anni fa. Questo è il genere di coincidenze che suggerisce che la realtà stia cercando di dirci qualcosa.

“Un altro giorno è andato” è il poetico e desolato inno al tempo perduto, alla gioventù che se ne va. Oggi se ne va addirittura un anno intero: non rimpianto da tanti, anzi. Eppure è parte di noi, come un muscolo indolenzito, come un dolore che ci vorremo togliere ma non si può, perché noi di lui siamo fatti. Ciò che è avvenuto in questo tempo ci ha plasmati, ci ha cambiati, ci è entrato dentro. Ci ha reso sicuramente diversi, ci ha spaventati e non ci finisce di spaventare, perché temiamo, con ragione, che queste non siano che le prime raffiche di una tempesta molto più estesa. Ora finalmente vediamo le maschere che prima potevamo solo supporre, e non sto parlando di quelle chirurgiche; abbiamo cominciato a comprendere quanto fragile sia questa sicurezza in cui ci cullavamo. Non sappiamo più a chi credere, a cosa credere.

Il tempo passa e fermalo se puoi. Credo che ben pochi lo fermerebbero ora, anche se significa essere più vecchi, anche se significa lasciarsi alle spalle una fetta di vita. “Fugge un cane come la tua giovinezza“, ma lo stesso si può dire per me che giovane, almeno esternamente, non lo sono più da un pezzo. Non ritroverò, non ritroveremo il tempo andato, la vita perduta vivendo.

Un anno è solo un contenitore, e contiene il tempo che scorre senza sosta. Il tempo contiene noi, e i nostri anni sono un lungo addio a ogni cosa che conoscevamo. Noi siamo quegli addii, noi siamo tutto ciò che abbiamo conosciuto e dimenticato, tutto ciò che ricordiamo e ci sospinge avanti o ci trattiene indietro. I nostri cassetti sono pieni dei sogni di tempi passati, di inutilità antiche che non ci risolviamo a buttare via. Non riusciremo a farlo neanche con quest’anno, perché siamo fatti così. Impastati di giorni, chiari e scuri. E di speranza.

La distanza

Il Natale è l’opposto del distanziamento. Il Natale è il momento in cui la distanza tra l’intoccabile e la nostra mortalità si annulla. E’ un Dio a chilometro zero, qualcosa di inconcepibile che diventa concepito, l’invisibile che si fa vedere, il silenzio che può essere udito, la Parola che può essere toccata. Un bambino che piange, e un bambino è sempre gioia, è sempre qualcosa di nuovo, un germoglio, una primavera.

Oh, sì, può essere anche meditato nella propria cameretta, ma è quasi una bestemmia. E’ rendere privato ciò che il Signore ha voluto che fosse pubblico, è rifiutare l’invito alla festa, è non averci capito niente. O avere capito tutto, e rifiutarlo. E’ volere rendere spirituale, cioè inafferrabile, ciò che è carnale, cioè tangibile. Disprezzare l’incarnazione, cioè Cristo. Il male esiste.

Lasciamo che chi non vuole festeggiare, non vuole essere lieto, se ne stia pure a casa sua, a rinsecchirsi. Da parte mia, “Dammi Gesù“. Stare con chi ami è un’altra cosa. Ti trasforma il giorno, perché il cuore non è fatto per la distanza. Protendiamoci verso di Lui, come fa Maria nello stupendo altorilievo di Giovanni Pisano.
Lui è qui, ora, presente, perché da quel giorno è Natale tutti i giorni, tutti i giorni è con noi.

Buon Natale.

La cura che ci salva

“Perché quella puntura ci salverà”, recita il titolo di un articolo su un giornale. Sembra il sermone di un sacerdote di qualche nuova religione, mi dico. Le religioni che vanno di moda oggi asseriscono che non abbiamo nessun bisogno di essere salvati, salvo che fisicamente dai virus o politicamente dal deplorevole partito avversario. Per tutto il resto c’è la guarigione fai da te, con annessa visita dallo psicologo se non fossi in grado di perdonarti da solo. Sempre che tu non abbia opinioni che si discostino dal potere, nel qual caso è troppo tardi. Torna nel lazzaretto, non osare farti rivedere.

La Chiesa di cui faccio parte, quella cattolica, prevede che salvarsi passi attraverso riconoscere il proprio male: se così non fosse, salvezza da che? Essa ha da lungo tempo bandito le confessioni pubbliche e collettive. Quelle che consistono non tanto del ripulirsi la coscienza nei confronti di Dio quanto umiliarsi davanti ai suoi ineffabili interpreti – che adorino questo dio sugli altari, nei talk show o nelle cerimonie di partito – per rientrare nel consesso sociale. Poco a che vedere con un Signore che per salvarti si è fatto torturare ed uccidere.

E’ precisamente quel Dio che tra poco festeggeremo nel ricordare il suo giungere tra noi.
Un puntura potrà forse immunizzarti per una stagione o due da un male che talvolta uccide. Il Natale ricorda l’apparire di una cura che è duemila anni che viene somministrata, senza controindicazioni, con gran soddisfazione di coloro che scelgono di seguire quella luce apparsa allora.
No, non garantisce che tutto ti andrà bene, che non ci saranno ricadute: ma che sarà sempre disponibile, gratuita, efficace. In fondo, quello che viene iniettato è il germe della salvezza.

Siate lieti

Don Fabio Baroncini è tornato ieri alla casa del Padre. A proposito di lui, un’amica mi scrive: “mi ricordo che ci ripeteva spesso una frase del don Giuss era diventato anche il suo motto ‘vagliate ogni cosa e trattenete ciò che vale‘”.

Don Giussani solitamente non inventava nulla ma rimaneva colpito da ciò che leggeva e incontrava fino a immedesimarsi con esso, facendolo suo. In questo caso riportava la prima lettera di San Paolo ai Tessalonicesi, 5, 21. Sono andato a prendermi la citazione completa:

Siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male.

Come non sentirsi giudicati da quel “siate lieti”? Quanta tentazione di non esserlo. Di perdersi in lamentazioni per l’anno orribile, per la cattiveria dei tempi, per la perfidia degli uomini e per i mille e mille tradimenti di coloro in cui avevamo riposto speranza. Oh, abbandonarsi alla disperazione, annegare in questo mare d’odio denso come l’olio, affondare senza lasciare traccia in un mondo che non ci merita.

Eppure no. Siate lieti. Pregate. Rendete grazie in ogni cosa (difficile, difficile!). Tenete ciò che è buono, doveste distillare mille litri di liquami per averne una sola goccia. Astenetevi dal male, come ci si può astenere dal bere da quella bottiglia che ci tenta, che sappiamo dove trovare.

Un’altra amica mi ha mandato la frase che tiene inquadrata in cucina, un po’ stinta, che dice pressapoco lo stesso:

Siate lieti nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, siate lieti.  La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.
In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri. Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi!
(Filippesi 4, 4)

Siate lieti, rallegratevi. E questo che scriveva lo menavano un giorno sì e l’altro pure, lo hanno sbattuto in carcere e poi alla fine l’hanno ammazzato. Di cosa dobbiamo essere preoccupati, noi? La pace di Dio sorpassa ogni intelligenza, è scritto, e pure la nostra. Non capiamo come sia possibile, visto cosa abbiamo intorno, ma è così.

Pensiamo quindi a ciò che vale. Solo a quello. Filtriamo, distilliamo, vagliamo, tratteniamo. Smettiamo la piangina. Cessiamo la lamentela. Lasciamo stare i borbottii: non è questo che può darci pace.
A noi, e al mondo.

La promessa

Siamo ufficialmente in inverno, da qualche minuto. Mettiamola così, da questo momento in avanti le giornate possono solo allungarsi. La luce crescere. E se continuerà a fare freddo ancora per un po’, il tempo a peggiorare, sappiamo che sarà per poco, che i giorni caldi torneranno.

E’ una certezza. Una certezza è una promessa fatta da Qualcuno che non può fallire. E’ qualcosa che si avvererà anche se tutto sembra remare contro, anche se i cattivi – chiunque siano – cercheranno di rubarla, infangarla, diminuirla, distruggerla.

La speranza è confidare in una certezza. Vuol dire che ci tremano le mani e il cuore, che non siamo così certi che quel Qualcuno sia così forte, quei cattivi così impotenti. Ma il NON crederci vorrebbe dire tremare in quel buio, in quel freddo che si stenderebbe senza fine.

Io ho scelto di aderire a quella speranza. Vuol dire che per me tutti i giorni brutti che verranno, e ce ne saranno, lo so, non sono altro che perturbazioni passeggere di un inverno che ancora ci stringe con il suo gelo, ma che presto non potrà che finire. Perché ci è stata fatta una promessa che non può fallire.

Una felice congiunzione

Se guardate in queste sere verso sudovest, al tramonto o poco dopo, potete vedere due punti particolarmente luminosi nel cielo, molto vicini l’uno all’altro.
Non sono stelle, sono pianeti. Il più luminoso è Giove, l’altro Saturno. Lunedì prossimo saranno così accostati da sembrare toccarsi. E’ quella che si chiama “grande congiunzione”. Ieri e oggi, ospite d’onore lì accanto il cinereo globo della luna con una sottile falce splendente.
Naturalmente è solo un’illusione prospettica. I due corpi celesti rimangono lontani tra loro centinaia di milioni di chilometri. Ma sono pianeti che si muovono lentamente, e il vederli così vicini tra loro è un evento molto raro, che non giungeva da molti secoli.

Sapete quando capitò non solo una, ma ben quattro volte a distanza di poco? Intorno agli anni in cui nacque Gesù. Qualcuno – per primo il celebre Keplero – ha suggerito che fosse proprio questa la “stella” che i Magi seguirono: non una cometa, ma una congiunzione, che quegli antichi astrologi non avevano problemi ad individuare in anticipo.

Nel 7 a.C. si verificarono ben tre congiunzioni di Saturno con Giove nella costellazione dei Pesci: maggio, settembre e dicembre. L’aprile del 6 a.C., poi, vide il Sole, Giove, Saturno e la Luna nella costellazione dell’Ariete, mentre Venere era nell’adiacente costellazione dei Pesci, e Marte e Mercurio dalla parte opposta del cielo, nella costellazione del Toro. Giove era il simbolo della regalità e della divinità, Saturno della giustizia; l’Ariete simboleggiava la primavera che stava giusto iniziando mentre i Pesci il popolo ebraico. Per quegli antichi studiosi questo era equivalente a Dio che dicesse: nascerà un Re in Israele, e porterà giustizia e vita, forse quel messia che gli ebrei stavano attendendo da tempo e di cui secondo le profezie era imminente la venuta. Quattro anni più tardi se ne verificò un’altra ancora più rara: Venere con Giove. I due oggetti più luminosi del cielo, a parte Sole e Luna, erano così vicini da vedersi come un solo oggetto, evento unico in tremila anni. Era il due avanti Cristo; quell’anno, il moto di Giove ebbe ben due punti stazionari, nei quali il suo moto celeste è sembrato fermarsi: uno il 25 marzo, e uno il 25 dicembre. I giorni in cui i cristiani festeggiano l’Annunciazione e, a distanza di nove mesi, il Natale.

Per gli antichi il firmamento era come la tavolozza di Dio, attraverso la quale ci invia segni.
Adesso possiamo riderne, perché abbiamo perso il senso di un disegno cosmico, e non crediamo più nel suo disegnatore. Eppure quando regaliamo una rosa rossa sappiamo cosa significa, e consideriamo significative certe date, ingegnandoci perché avvenimenti particolari coincidano con esse. E’ così folle allora che chi ha progettato l’Universo possa avere annunciato nel cielo la nascita del Suo figlio?

Un ultimo pensiero, La congiunzione di lunedì coincide con l’inizio dell’inverno, ed avviene nella costellazione del capricorno. Chissà, è un altro segno o solo pianeti che si rincorrono in un cielo senza scopo?

Cancel culture god

Gli era sembrato parecchio preoccupato, al telefono, e non aveva voluto parlare; così Henry salì in macchina e guidò per un’ora fino alla casa di Gilbert, il suo antico mentore.
La villetta sorgeva quasi in riva al fiume, al fondo di un viale ombreggiato da alberi venerandi. Era una piccola casa a due piani, le cui spesse mura non erano di molto posteriori a quelle degli antichi edifici universitari che sorgevano a poca distanza. Erano alcuni anni che Henry non ritornava lì; il suo lavoro e la sua vita erano ormai altrove, nella grande metropoli. Mentre percorreva gli ultimi isolati prima della sua destinazione, non poteva scuotersi di dosso l’impressione di una generale decadenza di quelle strade un tempo familiari. C’era una sensazione di desolazione, trasmessa dalle scritte e disegni spesso osceni sui muri, l’immondizia ammonticchiata ai lati della strada. Era come quando si trascura un giardino; crescono le erbacce, aumenta il senso di abbandono. Si chiese esattamente cosa, o chi, avesse abbandonato quei paraggi un tempo ribollenti di vita.

Quale era il morbo, quale era la minaccia? Non aveva da domandarselo troppo. La storia del suo antico maestro lo insegnava anche troppo bene.
Era stato uno degli intellettuali di punta, uno dei professori più famosi della stagione in cui lui si era laureato. Unire la fisica quantistica alla filosofia in modo da lasciare ammirati gli esperti nell’uno e altro campo non era da tutti. Brillante, arguto, era stato alla moda, ricercato da giornali e talk-show. Poi era successo qualcosa. Una crisi. Un giorno, dopo mesi di silenzio, aveva improvvisamente annunciato che la sua ricerca l’aveva portato a conclusioni che non poteva ignorare. Aveva affermato che l’opinione delle persone aveva sulla realtà un’influenza molto più profonda di quanto si potesse pensare. La sua tesi era che quando si fosse riunito un numero adeguato di persone che avessero assoluta fiducia – fede – in una determinata realtà, questo avrebbe creato una bolla quantica inflazionaria contenente esattamente la realtà in cui credevano. La verità era sempre oggettiva, sosteneva, ma erano gli osservatori a renderla tale. Una persona di fede assoluta poteva fare miracoli, veri miracoli; il credere con assoluta certezza in una qualche teoria rendeva vera quella stessa teoria, creava una sorta di dio che ne garantiva la consistenza. L’incertezza quantistica era decisa dall’osservatore tramite la generazione di una divinità che vegliava sul modo di vedere le cose dei suoi fedeli.

Ovviamente, era stato considerato folle, nonostante l’impressionante accumulo di dimostrazioni matematiche che aveva fornito a corredo delle sue affermazioni. Chi poteva comprenderle ne criticava le approssimazioni e certe semplificazioni; chi non poteva comprenderle le criticava e basta.

Questa incursione nella metafisica non era stata digerita dai suoi sponsor. Il suo nome era sempre famoso e spendibile, ma si era ritrovato da un giorno all’altro ostracizzato da quegli stessi media che l’avevano sostenuto ed osannato. Era preso tra due fuochi: da un lato era accusato di blasfemia dai credenti, dall’altro gli atei gli rimproveravano di avere tradito il credo materialista. Aveva perso amici, i conoscenti lo evitavano. Queste sue teorie bizzarre lo avevano portato ad uno scontro frontale con quel conformismo che aveva colpito una facoltà dopo l’altra, la cosiddetta cancel culture, la cultura della cancellazione.

Da qualche anno una certa parte di studenti, estremamente politicizzata, aveva cominciato a protestare vivacemente contro tutto quello che secondo loro minacciava la tranquillità mentale.
Richiedevano che fosse cancellata la memoria di alcuni personaggi del passato colpevoli di essere stati figli del loro tempo, ne fossero abbattute le statue, i loro nomi rimossi da luoghi e libri. Ben di peggio capitava ai vivi che sostenevano tesi in contrasto con le loro. Chi aveva opinioni dissenzienti, praticava pensieri non conformi al loro oppure compiva azioni che non erano politicamente corrette era etichettato con un aggettivo dispregiativo tra le decine disponibili, e come tale definito essere indegno. Gli indegni non erano più considerati esseri umani, dovevano essere espulsi, annientati, cancellati; non si doveva parlare di loro, permettere loro l’insegnamento; in nome della libertà.

Contro questi ghigliottinatori Gilbert si era battuto come un leone, ridicolizzandoli, dimostrando quanto fossero ipocriti e ignoranti. A loro non era piaciuto. Di fronte ai suoi discorsi pungenti e sensati, incapaci di rispondere con argomenti coerenti, avevano replicato con insulti e slogan cantilenati.
La settimana precedente qualcuno gli aveva ricoperto il muro della casa con scritte minacciose; più di un vetro era stato sfondato a sassate. L’Università sembrava ormai avere rinunciato a difenderlo, e gli aveva fatto sapere che dopo trent’anni non gli avrebbe rinnovato la cattedra. Henry aveva seguito tutto questo da lontano, tramite i pochi media non riluttanti a parlarne e attraverso i messaggi e le telefonate che si scambiava con Gilbert. C’era stato un silenzio di due settimane, e poi quest’ultima chiamata. “Vieni immediatamente, lascia tutto e vieni”, gli aveva detto l’antico maestro, a metà tra comando e implorazione. E lui era venuto.

Il prato davanti alla casa, un tempo curato, era tutto calpestato, come fosse passata una mandria di cinghiali. Davanti alle finestre chiuse frammenti di vetro testimoniavano violenza. Premette il campanello; la porta si aprì immediatamente, come se Gilbert fosse stato in attesa dietro di essa. Lo afferrò per un braccio e lo trascinò dentro. “Entra! Non c’è un momento da perdere”.

Il filosofo era in vestaglia, gli occhi cerchiati di nero e la faccia tirata. I capelli ritti bianchi tenuti su da una sorta di fascia, uniti al suo fisico magro, lo facevano sembrare una specie di enorme scopino. Scostò con impazienza una pila di libri, afferrò uno foglio stropicciato – un articolo stampato – e glielo mise in mano. “Leggi!” ordinò.

Un paragrafo era evidenziato in giallo e a fianco erano tracciati punti esclamativi. Era una dichiarazione di Nick Cave, il musicista. “Per quanto posso vedere, la cancel culture è l’antitesi della misericordia,” scriveva Cave. “Il politicamente corretto è cresciuto fino a diventare la più triste religione del mondo. Il suo tentativo un tempo onorabile di reimmaginare la nostra società in modo più equo ora impersona tutti i peggiori aspetti che la religione ha da offrire (e nessuno di quelli belli) – la certezza della propria morale e quella di essere nel giusto fanno piazza pulita persino della capacità di redenzione. E’ diventata letteralmente una cattiva religione che imperversa con pazzia omicida.”

Henry alzò lo sguardo, perplesso. “Sono d’accordo, ma… perché è importante?”
Gilbert ruggì, esasperato. “Non lo comprendi! Ma no, non posso darti torto, neanch’io l’avevo visto, fino a che ho aperto gli occhi. Credevo che la mia teoria si limitasse alla religione, ma non avevo pensato che anche le ideologie possono diventare una forma religiosa. Tieni, leggi quest’altro”, e gli spinse in mano un secondo foglio.
Era una lista di nomi. Henry li scorse. “Chi sono? Non ne conosco nessuno.”
La faccia di Gilbert si fece ancora più tirata. “Brendan, il secondo della lista, è stato relatore della tua tesi assieme a me. E tu, io e Goslick, il quarto, abbiamo passato lo scorso Capodanno insieme. C’era anche Vidal.”
Henry guardò il suo vecchio professore a bocca aperta. “Scusa, ma sei impazzito? Eri tu il mio solo relatore. E a Capodanno non c’era nessuno di questi sconosciuti.”
“Non sono impazzito”, replicò Henry mestamente, “hai appena dimostrato che la mia teoria sui confini quantici di realtà è vera. E’ successo quello che temevo. La cancel culture è cresciuta fino alla massa critica che le ha consentito di generare una pseudodivinità. C’è un dio minore, o forse dovrei dire demone, creato dalla fede cieca di migliaia di entusiasti deficienti, che sta rimuovendo dalla realtà tutto ciò che non si adegua ai suoi canoni. Tu conoscevi quelle persone fino a pochi giorni fa. Poi, la realtà è stata ridefinita e loro sono stati rimossi. Cancellati. Come se non fossero mai esistiti. Il desiderio di quei contestatori idioti realizzato pienamente.”

Henry si schiarì la voce. “Mi sembra una versione malriuscita di ‘La vita è meravigliosa’”, cercò di ironizzare. “Com’è che tu ti ricordi di loro? Magari non è un demone, ma un angelo di nome Clarence?”
Gilbert sbuffò. “Merito di questa”, disse indicando la fascia che gli teneva su i capelli.
“Una fascia per capelli?” chiese Henry, storcendo la bocca.
“Non è una fascia per capelli.” Si toccò cautamente la chioma. “O meglio, sì, ma nella parte interna ci sono microchip che generano una superficie di Orlowsky. Il decadimento quantistico delle particelle avviene in fasi distinte, come nell’orizzonte degli eventi di un buco nero. Funziona come una specie di gabbia di Faraday.  La bolla di realtà modificata non riesce ad entrare, o almeno il riallineamento è rallentato. Per questo io ricordo ancora. E’ un aggeggino al quale pensavo da parecchio, e il dipartimento di fisica e quello di informatica mi hanno dato una mano a realizzarlo.”
“Gilbert”, disse piano Henry “la tua università non ha un dipartimento di informatica.”
“Adesso non più”, replicò Gilbert.
Henry alzò le mani. Questa conversazione diventava sempre più strana. Era evidente che il professore questa volta aveva veramente dato di matto. “Va bene, Gilbert. Che cosa vorresti da me?”
L’anziano filosofo prese dalla scrivania una cassetta metallica. “Il dio della cancellazione ha fatto fuori già quasi tutti gli altri, ma grazie ai miei chip io finora l’ho scampata. Temo però non riuscirò a cavarmela ancora per molto, il campo di contenimento è imperfetto e la realtà modificata sempre più forte. Man mano che scema la consapevolezza di cosa voglia dire libertà e verità, il ricordo di quello che c’era prima, anche questa ridefinizione aumenta di intensità. Quando io e quei pochi che ancora resistono saremo andati, i politicamente corretti avranno sradicato ogni opposizione. Questo causerà, penso, un’implosione della loro cultura… non avendo più nemici perderanno il loro scopo, e la menzogna su cui campano diventerà palese. Smarriranno la fede e sarà la morte del loro falso dio, ma per me sarà tardi.”
Tirò un profondo respiro. “In questa cassetta ci sono tutti i miei scritti, le formule teoriche e pratiche per realizzare i chip di contenimento, e le memorie di tutti quelli che sono stati rimossi. La cassetta stessa è protetta da un chip. Mettila in salvo. Quando tutto sarà finito, e io sarò sparito, questo ti permetterà di ricordare. Rendila pubblica, in modo che in futuro non possa più accadere.”
Henry prese la cassetta. Era stranamente pesante. Gilbert guardò l’ora. “Adesso è meglio che tu vada. Temo che l’interfaccia tra la realtà attuale e quella modificata stia per cedere. Se non dovessimo risentirci, buona fortuna. Se invece questo brutto momento passasse… allora ceneremo assieme”. Sorrise, in modo tirato. “Se mai esisteremo ancora nello stesso universo.”

Henry uscì dalla casa, perplesso e confuso. Guardò la cassetta che teneva tra le mani. La posò su un muretto e l’aprì. All’interno c’erano solo vecchi giornali e fogli bianchi. Scosse la testa. Che avrebbe dovuto farci? Si avviò verso l’auto, voltandosi un’ultima volta verso la villetta alle sue spalle. Era una bella casa, pensò, in riva al fiume, in fondo ad un bel viale. Peccato che sia stata abbandonata. Chissà chi ci viveva prima.

Esclusivo

La mossa dell’Ungheria di inserire la composizione della famiglia in Costituzione ha reso furiosi molti commentatori, che non si capacitano come si possa dire che un bambino possa nascere solo da una donna e da un uomo. I commenti che leggo sono del tipo. “ma che aspettiamo a sbatterli fuori dall’Unione Europea?”

Immagino sia questo che si intende quando si parla di inclusività. Mentre l’Ungheria fa una operazione esclusiva: esclude tutto ciò che non è realtà, ma immaginazione asservita all’ideologia.

Le terre dei ladroni

Una delle cose che mi avevano colpito quando avevo letto i diari di Lewis e Clark, i due esploratori che per primi avevano attraversato quelli che sarebbero diventati gli Stati Uniti da oceano ad oceano, era la descrizione delle abitudini dei nativi. In quelle tribù remote, che spesso non avevano mai visto un uomo bianco, c’era sì la proprietà privata, ma rubare agli estranei non era solo considerato permesso, ma in qualche maniera desiderabile; un segno di abilità e coraggio. Lo stesso valeva per gli altri comandamenti, compreso il non uccidere. Il fatto che ci si dovesse astenere da queste azioni nei confronti di chiunque, anche una persona mai vista e conosciuta, era oggetto di incomprensione e incredulità.

Questo atteggiamento non è limitato, ovviamente, solo a quei popoli. Un identico approccio lo possiamo trovare ovunque. Magellano, che fece per primo il giro del mondo, chiamò l’arcipelago delle Marianne “Isole dei ladroni” per l’ostinazione e l’abilità con cui i nativi si ingegnarono nel rubare alla sua spedizione ogni cosa, compresi i battelli.

E noi, siamo proprio convinti che il furto sia un male a prescindere? Parrebbe di no. Non credo che alcuno di noi lascerebbe incustodito un oggetto di valore in pubblico. Fregare il prossimo, in tutti i sensi possibili, è quasi applaudito. Che siano espropri proletari, partite o elezioni, c’è chi sostiene che sia auspicabile impossessarsi di ciò che non è proprio, ingannare, eliminare chi ci ostacola. Basta averne la forza e il motivo, o forse neanche quello.

Ancora una volta, non è solo il rubare. L’uccidere, il mentire, e anche tutto ciò che riguarda il sesso. Diciamocelo chiaro: in una società che rifiuta l’idea di una verità assoluta, di qualcosa di superiore che indichi come occorrerebbe vivere, tutto ciò non sorprende affatto. Stupirebbe il contrario.

Il cristianesimo fa fare un passo in più. Non solo non si deve rubare, ma dare a chi non ha. Se però non siamo più cristiani, ritorneremo ad essere come quelle tribù descritte da Lewis e Clark. Troppo occupate a depredarsi e ammazzarsi tra di loro per opporre resistenza a chi davvero avrebbe sottratto loro tutto.

 

L’uomo con la pistola

Sapete che di tanto in tanto mi piace ipotizzare situazioni limite, in modo da interrogarmi su determinati aspetti della realtà, e fare in modo che voi lettori vi interroghiate a vostra volta. Questa è una di quelle occasioni.

State uscendo da un cinema, a tarda ora, con la vostra famiglia. Vi si para davanti un tipo grande e grosso, tira fuori una pistola, e vi intima di consegnargli tutto quello che avete. L’uomo è arrogante, e non risparmia sprezzanti osservazioni sul vostro aspetto, la vostra supposta ricchezza, e occhiate lascive alle donne presenti.

Come reagite?

A – Potete saltare addosso all’aggressore per difendere ciò a cui tenete. Voi pensate di essere forte, ma lui è armato e la vostra famiglia è presente. C’è forte rischio che loro ne vadano di mezzo.

B – Fate resistenza per quanto potete, pur obbedendo. Ma c’è una possibilità che ciò possa indispettire l’assalitore, che potrebbe reagire facendo comunque del male a voi e ai vostri cari.

C – Vi adeguate, tacendo. Consegnate quanto avete senza fiatare, sperando che questo accontenti il bandito e non vi spari oppure violenti le donne comunque.

D – Il tizio con la pistola ha ragione perché la forza è dalla sua parte. In questo mondo, chi ha potere vince. E’ giusto dargli tutto.

E – E’ vero, voi siete un borghese, ricco, di razza bianca ed eterosessuale; è giusto contribuire alla causa di chi è svantaggiato, seppure in modo un poco forzato. Vi spogliate di ogni cosa e incoraggiate tutti a concedersi, dando l’esempio.

Come potete notare, sono tutte opzioni perdenti, in un modo o nell’altro. Perdere quello che avete, perdere la vostra vita; perdere anche la dignità.
Benissimo, quale scegliete?

***

Avete fatto la vostra scelta? Proseguiamo.

Se avete scelto l’opzione A, probabilmente voi e la vostra famiglia giacete morti al suolo. Avete salvato onore e dignità, non vi siete piegati alla violenza, ma questo potrebbe esservi di poca consolazione. Se vostro figlio fosse sopravvissuto e la vita fosse un fumetto, lui potrebbe diventare Batman. Ma la vita non è un fumetto.

Scegliendo B, siete stati riempiti di botte, le donne violentate. Andandosene, il fellone vi irride, dicendo che, se avvisate la polizia, tornerà e vi ammazzerà davvero, e che in ogni caso ha conoscenze e non sarà mai punito. A questo punto decidete cosa fare: lo denunciate oppure no?

Scegliendo C, avete perso tutto ma avete conservato la vita. Di nuovo, l’aggressore andandosene vi minaccia. Avete già ceduto una volta alla violenza per quieto vivere, continuerete? Evidentemente lui pensa di sì.

Scegliendo D, non siete diversi da lui, un poco lo ammirate pure. Potrete sempre rifarvi sul prossimo che incontrate. Magari già lo fate. Cane mangia cane, ma questo è il mondo, no?

Scegliendo E, proponete all’uomo con la pistola di venire a casa vostra, offrendovi di collaborare con lui, in pratica di servirlo. Vi sentite come un seguace di Robin Hood. C’è parecchio da guadagnare, in fondo.

***

Pensate che questo sia un caso ipotetico? In realtà, accade tutte le volte che qualcuno di forte cerca di rubarvi qualcosa. Un’elezione, il diritto a dire quello che si vuole, la conoscenza della verità, la possibilità di andare in chiesa, la libertà. Non c’è una risposta semplice. Ad Hong Kong, alcuni hanno scelto l’opzione A e B, e abbiamo visto cosa sta succedendo loro (sempre che per quanto riguarda l’informazione non siate del tipo E). La cosa certa è che la grande maggioranza sarà in linea con C.

E’ la maniera in cui i bulli, i padroni del mondo, conservano il potere. Con la paura, se non riescono a convincervi a essere dei tipi D oppure E. La neutralità che è timore, la tepidezza che è mancanza di coraggio. Tutte le giustificazioni che spingono voi a dire “non è affar mio”, e il potente ad opprimervi un poco di più; perché ora sa che lo può fare.

Potete considerare la questione di cui sopra come una prova. Provate a vedere se la vostra risposta collima con il comportamento che avete tenuto nei casi pratici, quelli in cui ci si sarebbe dovuti alzare per combattere ciò che è ingiusto.
Sempre che lo sappiate ancora, cos’è ingiusto.

 

 

Quel che non sapete

Avevo già deciso di fare un post diverso, poi ho visto le prime pagine di tutti i maggiori giornali italiani ed ho scelto diversamente.
Quale notizia ho visto che mi ha fatto cambiare idea? Nessuna. Sono le notizie che non ho visto che mi hanno fatto ripensare.

La prima notizia che NON ho trovato è che DICIOTTO stati americani, Texas in testa, hanno denunciato tre giorni fa davanti alla Corte Suprema quattro stati chiave nella Corsa alla Casa Bianca per irregolarità costituzionali nelle elezioni. Altrettanti stati si sono schierati contro la mozione. A differenza delle accuse di brogli, l’impianto accusatorio si basa sulla constatazione che questi stati hanno modificato la legge elettorale senza concorso del loro parlamento, cosa esplicitamente vietata dalla Costituzione. E qui sta la forza di questo ricorso: perché questo è innegabilmente vero. E la maggioranza dei giudici della Corte Suprema è di impronta Costituzionalista, insomma dichiara di giudicare secondo quanto scritto nella Costituzione senza interpretarla a capocchia. Cosa succede se il ricorso viene accolto? Che, probabilmente, secondo la Legge americana ogni stato si troverà ad esprimere un voto per eleggere la presidenza, e di questi ha la maggioranza Trump…

Sia quel che sia, uno penserebbe che tale notizia, quasi una mezza guerra civile negli Stati Uniti, abbia qualche importanza. Non per i nostri giornalisti, sembra, più impegnati a far notare che Biden e Harris sono stati nominati “persona dell’anno” da Time.

Già, Biden. L’altra notizia di cui non ho trovato traccia è che FBI e Dipartimento di Giustizia americano stanno indagando sul figlio del nostro “president (not) elected”, Hunter. Un tipo noto per farsi di coca e fumare crack, spendere fiumi di denaro in prostitute, accompagnarsi alla vedova del fratello e, a quanto pare vendere il suo nome di famiglia ai maggiori offerenti. Come, non lo sapevate? Neanche la maggioranza degli americani, sembra. Lo scandalo circa movimenti finanziari illeciti che era saltato fuori un paio di mesi prima delle elezioni è stato insabbiato, con le grandi testate che dichiaravano “tutte balle, non ne parliamo”. Il New York Post aveva visto il suo account sospeso da Twitter, per avere osato investigare. Ora salta fuori che era tutto vero, anzi, c’è forse di peggio. E, notate, a portare la notizia in evidenza sono due testate come Politico e New York Times molto schierate con i Democratici. Cosa significa ciò? Evidentemente, Joe Biden è un dead man walking. Se i famosi brogli dovessero esser dimostrati, sarà il capro espiatorio. Se non dovessero esserlo, si dimetterà quanto prima per il suo vice, quella Kamala Harris di cui è sempre stato il prestanome.

Ci sarebbe anche altro, ovviamente. Il fatto che YouTube stia rimuovendo dalla sua piattaforma ogni video che parli di brogli. O che sia stato scoperto una infiltrazione di spie cinesi che si portavano a letto eminenti politici USA. Anche di questo, niente, nessuna notizia. Ma non preoccupatevi, è per il vostro bene. Ai vostri padroni fa male vedere che vi preoccupate inutilmente per notizie che non possono esistere.

Nel palazzo di Erode

Lo sappiamo tutti, Cristo frequentava gente poco raccomandabile.
Boss mafiosi come Zaccheo, e altri pubblicani non troppo onesti. Eretici, come i samaritani. Comandanti delle forze di occupazione, i centurioni. Prostitute, ladri, mendicanti. I benpensanti si scandalizzavano, ma Lui aveva ben chiaro perché lo faceva: per portare la salvezza anche a coloro che avresti pensato irrecuperabili.
Ci furono altre occasioni. Davanti al Sinedrio. Nel Palazzo di Erode. Qui scelse di non parlare. Perché era ben chiaro che era lì solo come fenomeno da baraccone, come individuo da strumentalizzare, o per fornire una scusa per farlo fuori.

Quindi a me, in linea di principio, non fa problema che si accolgano in Vaticano i massimi rappresentanti di quelli che cercano di distruggere Cristo e il cristianesimo con il loro potere, i loro soldi, le loro ideologie. Coloro che vorrebbero unificare il mondo non con il Vangelo, ma con il verbo massonico. Se questa accoglienza fosse per una conversione, se servisse per cambiarli.

Se invece fosse il contrario, se fossero loro a venire a piantare le loro bancarelle nel Tempio, per tentare di strumentalizzare Cristo, svenderlo, distruggerlo, allora occorrerebbe fare come Gesù di fronte ad Erode.
O al demonio, con le sue offerte di pane, sicurezza, potere.