Metaversi e dintorni

“Qualsiasi tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile da un espediente narrativo completamente ad-hoc.”
David Langford, come corollario della Terza Legge di Clarke

Cos’è il metaverso? Beh, è internet, eccetto che ci puoi camminare dentro. Tutto molto bello, ma non si capisce dove sta il vantaggio. E’ molto più comodo e veloce fare clic su un link che fare una passeggiata per raggiungere un certo sito. Forse potrà apparire blasfemo a quelli come me che sono cresciuti leggendo di cyberspazio nei racconti cyberpunk, ma tutta la storia dei tizi che surfano la rete con i loro avatar è una cretinata. E’ un espediente narrativo per romanzare una cosa noiosa come scrivere codice, una simpatica, epica idea sviluppata da gente che non capisce un accidente di computer.

Per quanto possa apparire ganzo nei film il tizio che si mette a smanettare sulla tastiera facendo magie informatiche, quel personaggio semplicemente non esiste nella realtà. Sono trucchi, azioni irreali, come i soldi che si trasferiscono tra gli account dollaro per dollaro invece che con un’unica transazione, come il carattere mancante della password che vortica per mezz’ora prima di essere trovato. No, i computer non viaggiano nel tempo e non materializzano androidi, tanto meno di sesso femminile e nudi. Quella è magia, e che sia un computer a farla invece che un tizio agitando una bacchetta è solo una questione di ambientazione.
Come per i telefilm ambientati negli ospedali o nella polizia, la realtà è parecchio più arida.

Sì, è possibile muoversi in mondi virtuali ammazzando draghi o combattendo alieni, ma che fatica sarebbe per le cose di tutti i giorni. Se un giorno sarà sviluppata un’interfaccia per la realtà virtuale più maneggevole delle attuali magari viaggiare in terre di fantasia attirerà di più. Ma l’essere umano preferirà sempre ciò che è più comodo e più veloce. Un avatar non lo è. Mi dispiace, ma il metaverso non giungerà tanto presto.

I draghi del metaverso

Pino era contento, e lo disse a sua figlia mentre cenavano seduti nella terrazza che guardava sui laghi di lava. In basso, le forme mostruose dei draghi di fuoco si rotolavano nelle fontane ardenti.
“Questi aggeggi transumanisti sono fantastici. Sono proprio felice di essermi virtualizzato completamente la memoria. L’abbonamento è caro, certo, ma prima avevo problemi, non riuscivo a ricordare le cose, adesso invece ho spazio di immagazzinamento enorme, è tutto nitido, funziona benissimo”.
Sua figlia non commentò e si lisciò un’ala traslucida. “Papi, per favore, puoi abbassare la lava? Qui si muore di caldo”.
Pino si trattenne dal dire che, con quel poco che indossava, la temperatura non doveva essere un problema. Con un sospiro, commutò il paesaggio da vulcanico a marino, un oceano turchese colmo di vele multicolori. Veniva voglia di tuffarsi dentro, ma renderlo nuotabile costava troppo. Era solo un bel paesaggio del metaverso. Quello che il suo corpo di carne vedeva davvero era solo una bolla di plastica opaca, rammentò con un brivido. Non che lo frequentasse molto, ultimamente.
“Allora, papi, che mi rispondi?”, chiese sua figlia.
“A cosa? Te l’ho tolta, la lava”. Pino era perplesso.
Sua figlia lo squadrò. “Che ti piglia? Il permesso di andare”.
Si era distratto? Percorse velocemente la memoria degli ultimi minuti, ma non trovò nessuna questione simile. Solo…
Che cos”era quell’iconcina rossa?
Pino la premette.
Una donna dall’aria severa comparve a mezz’aria. “Caro utente Pino12072012, è stata rilevata nella sua memoria in corso di upload la presenza di pensieri ingiuriosi, razzisti, intolleranti o critici del governo. Tali contenuti non sono permessi dal regolamento, e quindi i suoi ricordi relativi a quei momenti sono stati rimossi. Per presentare eventuale ricorso la preghiamo di contattare il nostro ufficio legale. Buona giornata”.
L’uomo trattenne un’imprecazione. “Ma che, scherziamo? Con quello che pago?”, esclamò ad alta voce.
Sua figlia lo guardò. “Cosa c’è, papi?”
“Mi hanno rimosso dei ricordi per violazione di contratto!”
Sua figlia sbuffò. “Di nuovo?”
“Come, di nuovo?”
Lei scosse la testa, spazientita. “Oh, lascia perdere. Perché non cambi provider di vita virtuale, piuttosto? Ti lamenti sempre e lo paghi caro e salato”. Ed è della concorrenza, avrebbe aggiunto se fosse stata programmata e autorizzata a farlo.
Pino la guardò stupito. “E perché dovrei cambiarlo? E’ perfetto, non mi dà nessun problema”.

Dio a domicilio

Argomentavo nel post di ieri che non è il poter correre più veloce, o il vivere più a lungo, che cambierà la natura dell’uomo. Noi siamo come razza sostanzialmente immutati da migliaia di anni, fin dall’inizio della storia e probabilmente anche da prima, attirati dai medesimi desideri, dagli stessi piaceri e dalle stesse gioie.
Lo si può vedere dagli dei che sono stati adorati, e talvolta ancora lo sono, in tutto il mondo. Sono quasi sempre sovrapponibili l’uno all’altro, diversi nomi per esseri simili salvo nelle sfumature.
Gli dei cannibali che pretendevano il sacrificio di bambini innocenti preso i Fenici non sono poi così differenti da quelli che hanno infestato il Messico fino all’arrivo degli Spagnoli. Nel pantheon romano trovavano posto senza grosse difficoltà le divinità dei popoli conquistati, con appena minimi adattamenti.

Di queste convergenze possiamo dare tre spiegazioni distinte.
La prima è che tutte queste teogonie non siano che i riflessi di un’unica religione primigenia, che si è distinta e frammentata con l’espandersi della civiltà umana nel globo, in modo non differente da quello che deve essere accaduto con il linguaggio o con i tratti genetici.
La seconda è che gli dei si assomiglino perché sono personificazione degli stessi impulsi comuni dall’equatore al polo; vizi e virtù fatti entità da ingraziarsi e venerare.
La terza, che esistano davvero degli esseri con poteri non di questo mondo che si nascondano dietro maschere divine. Per la tradizione cristiana sono demoni, o forse quegli angeli che rifiutarono di schierarsi nella grande guerra celeste; comunque esseri che sanno come sfruttare le debolezze umane ai loro scopi.

Miti, realtà nascosta o personificazione di sogni, rimane il fatto che gli esseri umani si sono riforniti al supermercato delle religioni fin dal principio, acquistando il prodotto che più si confaceva al loro temperamento e alla società in cui vivevano. Esiste un solo caso, in tutta la storia, in cui non sia stato l’uomo a cercare il dio che più gli stava a genio ma Dio sia sceso a offrirsi al suo popolo, facendosi uomo lui stesso. Un Dio a domicilio. Che addirittura muore, non assassinato per qualche bega tra le divinità, ma per salvare quelli che chiama amici e fratelli. Quegli irritanti, cattivi, disperati uomini, sempre uguali a loro stessi, che mai non cambieranno, salvo che da quel Dio si lascino cambiare.

Transumani

“Esiste qualcuno più grande degli dei che conosci. La nostra vita non è un gioco; quello che facciamo non è senza scopo. Presto o tardi, questo loro dominio cadrà. È già condannato, anche se non se ne rendono conto. Il tempo degli dei ha un termine”. I resti del fuoco morente disegnavano strane ombre sul suo volto. “Anche gli dei moriranno”.

“Il tempo degli dei”, Antonio Benvenuti

Essere transumanisti è di gran moda, un po’ come era di moda l’eugenetica un secolo fa. In comune queste due ideologie hanno l’idea che l’uomo possa essere migliorato eliminando i suoi difetti. Nel caso dell’eugenetica impedendo la riproduzione degli individui considerati inferiori, magari con l’eliminazione degli individui stessi; per i transumanisti, tramite una tecnologia in grado di moltiplicare forza, vita, memoria e quant’altro.

L’eugenetica ha provocato i disastri che sappiamo. Il transumanesimo potrebbe farne anche di peggiori. Una tecnologia in grado di migliorare le persone darebbe loro un deciso vantaggio competitivo; vantaggio che coloro che potrebbero permetterselo avrebbero tutto da guadagnarci a mantenere. Aumenterebbe così la disparità tra ricchi e poveri, tra tecnologicamente avanzati e no. Cosa può andare storto?

Uno scenario simile l’ho esplorato all’interno di una cornice avventurosa fantasy nel mio romanzo, “Il tempo degli dei“. Come impedire che i transumani si prendano tutto il potere, e opprimano i “normali”? Davvero sono così diversi, anche possedendo poteri quasi divini? Il libro offre una risposta, tra le molte possibili.

Il transumano del futuro sarà un altro tipo di uomo? Io ne dubito. Se ci pensiamo bene, noi siamo transumani rispetto ai nostri avi anche solo di duecento anni fa.
Viaggiamo ovunque a velocità che loro potevano soltanto sognare, voliamo persino in aria; abbiamo conoscenze vastissime a portata di mano, basta un clic; viviamo molto più a lungo, siamo più sani, vediamo meglio e più lontano, ascoltiamo conversazioni distantissime… quindi siamo esseri superiori, no?

Un domani che lo smartphone sarà integrato nelle dita e le nostre gambe potranno farci correre come automobili, cambierà ciò che siamo dentro? Saremo uomini diversi per questo?
Io credo che se anche avessimo poteri ancora più grandi alla fine resteremo sempre ciò che siamo. L’ipertecnologico plurilaureato nel centro pulsante della metropoli e l’ultimo pastore nel mezzo dell’Africa condividono il medesimo cuore, e ambedue saranno sempre insoddisfatti della loro vita, vorranno di più. Qualunque cosa sia quel di più, perché nessun innesto o estensione potrà mai farci essere ciò che non siamo.
Infiniti.

Spreco

In certe poesie ci sono profondità di cui è molto difficile accorgersi senza un lavoro attento sulle singole parole.
Un esempio è l’improvvisa illuminazione che ho avuto ieri quasi casualmente, ripensando a certi versi che conosco molto bene.

In un mio post precedente ho citato i “Cori della Rocca” di T.S.Eliot. Sono la sua opera che preferisco in assoluto: oltre ad essere stupendi sono intrisi di quella che potremo chiamare profezia. Isaia gli fa un baffo. Sono la prova che quasi cent’anni fa la deriva odierna era in atto e l’autore con lucidità già vedeva ciò che adesso è molto più che evidente.

Proprio questa mia preferenza mi ha, in un certo senso, sempre accecato. Conosco certe sue parti praticamente a memoria ma, a differenza delle altre opere di Eliot, nella loro versione in italiano. Così pensavo che in quel grido
“deserto e vuoto, deserto e vuoto”
ripetuto più volte, che riecheggia Genesi 1 (La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso) deserto fosse la traduzione italiana di desert.
Parola che si ritrova peraltro all’inizio del poema, dove viene detto

…Tu dimentichi e sminuisci il deserto.
Il deserto non è remoto nei tropici dl sud,
il deserto non è solo dietro l’angolo,
il deserto è strizzato nella metropolitana accanto a te,
il deserto è nel cuore di tuo fratello.

…you neglect and belittle the desert.
The is not remote in southern tropics,
The desert is not only around the corner,
The desert is squeezed in the tube-train next to you,
The desert is in the heart of your brother.

Ma qui il significato è differente, e anche la parola usata nell’originale. Che è waste.

Waste and void. Waste and void

Che non può non ricordare il titolo del poema più famoso di Eliot, quello per cui ha vinto il Nobel: The Waste Land, la terra desolata.

Waste significa spreco, dimenticanza. Desolazione può essere anche valido, ma rimane parziale. Nel contesto, indica ciò che era all’inizio, quando le cose non erano, e quello che luoghi e cose diventano quando sono abbandonati. Sprecate. The Waste Land descrive esattamente questo: lo spreco della vita, in un certo modo l’inferno.
Allora,
Desolazione e vuoto, Desolazione e vuoto
può essere una traduzione migliore della precedente. Essa richiama anche quell’abomino della desolazione che descrive il momento in cui nel Tempio di Gerusalemme vengono imposti gli altari di altri dei.

La pretesa odierna di certuni, anche nella Chiesa, è che Cristo abbia fatto il suo tempo come unico portatore di verità.
Nel vuoto che si crea tornano i vecchi dei, divinità che allettano con promesse di soddisfazione che deluderanno. Perché il dio di un solo aspetto del reale non può che fare promesse parziali, limitate, fallimentari, promettendo un paradiso che si rivela presto essere un inferno, come sa chi ha praticato il culto di una di queste entità. La conseguenza è vita sprecata, tempo sprecato: desolazione.

Come fare per non buttare via la propria esistenza inseguendo il vuoto del nulla? Il poema di Eliot termina con l’invocazione all’umiltà,

Non cercare di contare le onde future del Tempo,
Ma sii soddisfatto di avere abbastanza luce
per fare il tuo passo e non inciampare.

Seek not to count the future waves of Time;
But be ye satisfied that you have light
Enough to take your step and find your foothold

Cosa che dovremmo assolutamente fare. E, dove la Parola non è pronunciata, costruire con nuovi discorsi.

Lasciare

Leggo gli articoli colmi di malcelata soddisfazione riguardo a quella ex-suor Cristina che si è tolta il velo. Un paio di giorni fa abbiamo festeggiato una mia amica che quel velo lo ha vestito per venticinque anni, e non si sogna di lasciarlo. Sebbene lei sia ormai da decenni di casa in un’altra regione, il salone era pieno di gente e allegro. Dopo esserci ingozzati di torte salate e dolci lei ha preso la parola per assicurarci che quei cinque lustri erano stati davvero “ganzi”, e che la promessa del centuplo quaggiù per coloro che seguono il Signore era stata mantenuta, con abbondanza. Centomila, altro che cento.

Non voglio entrare nel merito di quelle che sono comunque scelte libere, personali, con motivi che non potrò mai conoscere davvero. I sentieri che percorriamo sono spesso misteriosi e scivolosi e il giudizio ultimo su quali prendiamo, per nostra fortuna, non spetta a noi. Come per il matrimonio, molto dipende da cosa ci si aspetta dal coniuge e dalla vita insieme. Troppo spesso presumiamo. Troppo spesso l’orgoglio ci frega. Troppo spesso non osiamo fidarci fino in fondo. Così, anche se la persona con cui dividiamo la vita è perfetta, certamente non lo è il nostro modo di starle davanti, non lo sono le condizioni al contorno, persino le nostre aspettative. Ogni rapporto è comunque intrecciato con l’ineliminabile croce.

Anch’io credo fermamente in quel centuplo, perché l’ho sperimentato. Ciò non toglie che talvolta me ne dimentichi e mi ritrovi a pensare che sarei meglio altrove. Tutte le volte, però, ritorno con la coda tra le gambe. Fuori non è come mi posso immaginare, come raccontano quei poveretti che spesso non conoscono altro.
Se ti vuoi bene, ti rimangi l’orgoglio e ritorni. Il tuo coniuge ti riaccoglie. E’ un mondo freddo, fuori.

Tutti gli dèi

Deserto e vuoto. Deserto e vuoto. E tenebre sopra la faccia dell’abisso.
E’ la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?
Quando la Chiesa non è più considerata e neanche contrastata, e gli uomini hanno dimenticato
Tutti gli dei, salvo l’Usura, la Lussuria e il Potere.

T.S.Eliot, Cori de “La Rocca”



Il bastone pastorale del vescovo era di acciaio cromato, e il suo puntale rappresentava due figurine umane stilizzate che si davano le mani guardandosi negli occhi. Con un po’ di fantasia una delle due, che sembrava avvolta in fasce che assomigliavano ad artigli, poteva assomigliare a un Cristo senza croce. Il vescovo lo porse ad un chierichetto che ostentava un ciuffo scarlatto e si sedette pesantemente in poltrona. Si aggiustò lo zuccotto e la pesante croce d’oro che portava al collo, poi alzò lo sguardo verso la platea di persone importanti e giornalisti. “Cominciamo?”

Si alzò una mano. “Eccellenza, può spiegarci l’importanza di questo convegno?”
L’alto prelato aprì le mani grassocce e sorrise. “Grazie della domanda. La Rivelazione divina ha luogo in un insieme di circostanze storicamente e culturalmente determinate, che ne influenzano la comprensione. Come Chiesa, vogliamo riconoscere che esistono una pluralità di legittimi credi, anche al nostro stesso interno. Possiamo parlare di verità solo se ci approcciamo a uno spazio discorsivo senza restrizioni”.

Il giornalista lo guardava con occhio un po’ spento, chiedendosi se questo fosse un modo elaborato di negare l’esistenza della verità, ma il vescovo non se ne accorse e proseguì gioviale. “Un punto centrale della moderna teologia è che non c’è una prospettiva centrale, non una sola verità di religione, morale o visione del mondo e nessun modo di pensare che possa reclamare di essere un’autorità ultima. Ci possono essere visioni e modi di vita in contrasto l’uno con l’altro in fatti e parole che sono in grado tuttavia di affermare di essere veri in modo teologicamente giustificato. E’ per questo”, disse, volgendosi alla sua sinistra, “che sono lieto di avere con noi questa sera tre rappresentanti di mondi che in apparenza possono sembrare distanti dalla Chiesa tradizionale, ma che in realtà possono collaborare con noi e tra di loro per diffondere quella tolleranza, inclusività e filantropia di cui il mondo ha bisogno”.

Tutti gli occhi si volsero sulle persone chiamate in causa. La prima era un ometto di piccola statura, dalla carnagione olivastra, vestito in maniera estremamente elegante. “Coloro che si occupano di finanza conoscono bene Alfred Baha, dato che siede nel consiglio di amministrazione delle banche e dei fondi di investimento più ricchi del pianeta”. Baha alzò appena la mano appesantita da bracciali e anelli preziosi come riscontro, guardando tutti e nessuno attraverso un paio di occhiali scuri. Tutto in lui parlava di ricchezza.

Il vescovo proseguì. “Accanto a lui, non credo abbia bisogno di particolari presentazioni neanche Venus Aster Roth. Non c’è nessuno come… questa persona che abbia contribuito alla causa dell’eguaglianza di genere, la lotta perché ognuno possa condurre una vita autodeterminata a prescindere dalla sua identità sessuale. La sua presenza qui testimonia la nostra volontà di combattere tutte le discriminazioni, anche all’interno della Chiesa. Chiunque esibisca attitudini discriminatorie non dovrebbe poter trovare posto in essa”. Un applauso segnò le parole del vescovo e Venus inclinò lievemente il suo volto androgino in segno di apprezzamento.

“E, per finire”, terminò il vescovo, “Credo tutti conosciate Phoenix M. Oloch, uno dei più noti e influenti uomini di scienza del nostro secolo. Che si tratti del cambiamento climatico, del problema di mancanza di risorse o della risposta alle epidemie, il suo consiglio è richiesto da governi e dalla gente comune e non manca mai di aiutarci a comprendere le sfide che ci attendono”. L’abbronzato scienziato scosse la folta criniera bianca e si produsse in un enigmatico sorrisetto di ringraziamento.

Un altro applauso arrivò dalla platea. Il vescovo attese che scemasse il rumore, poi riprese a parlare. “Siamo qui per onorare questi tre illustri rappresentanti del mondo moderno, di cui noi dobbiamo e vogliamo fare parte. E anche a promettere che ognuno di noi, secondo la propria responsabilità e rispettando la conoscenza delle scienze umane, si impegnerà a cambiare la dottrina e la pratica della Chiesa secondo queste linee guida. Ascoltiamo prima il signor Baha. Al, a te la parola”.

L’uomo distese la mano ingioiellata per ottenere silenzio. “Come ha detto il nostro illustre vescovo, io mi impegnerò lavorando in stretto contatto con gli altri per portare la pace e l’amore sulla Terra. Ci saranno sacrifici da fare per molti, ma sono certo che ognuno di noi comprende come questo sia necessario per ottenere un futuro migliore per l’umanità intera. Sto impegnando e impegnerò gran parte del mio patrimonio in opere di filantropia, di esportazione della democrazia, di eliminazione delle differenze.
Dobbiamo abbattere o assimilare tutte quelle organizzazioni, partiti o governi che vogliono ostacolare questo nostro grandioso progetto di rifacimento del mondo e ne saremo in grado, se ci impegneremo al massimo. Ognuno di voi che vorrà contribuire si sentirà più ricco anche solo per questo”. La sua voce era come il rimbombo di cembali lontani, il tintinnare delle monete in urne di pietra.

Aster Roth applaudì con le eleganti mani guantate l’intervento e prese la parola. “Avete sentito, cari? Grazie alla generosità di quest’uomo e alla disponibilità di chi ci ospita faremo in modo che anche nella Chiesa spariscano quelle odiose credenze del passato che discriminavano le donne, ad esempio nel sacerdozio, le umiliavano e ne ledevano i diritti, come quello all’aborto, e impedivano persino il divorzio”. Il vescovo annuì. La potente influencer proseguì: il suono stesso delle sue parole era sensuale, suggeriva innominabili piaceri oscuri. “Non permetteremo che tradizioni obsolete possano ancora impedire alla sessualità di esprimersi pienamente, oppure osino impedire l’amore tra persone dello stesso sesso, negando loro il matrimonio. Nel mondo di oggi questo non può più essere permesso; non esistono tabù o comportamenti errati, di nessun tipo. Tutti siamo stati creati come siamo e dobbiamo assecondare la nostra natura, lo dice anche la scienza, non è vero Phoenix?”

“Certamente”, esordì l’uomo chiamato in causa, con gli occhi che sembravano bruciare per un fuoco interiore. “Non esistono limiti all’amore, e l’uomo non deve mettere barriere. Senza una sessualità consapevole, che passa attraverso la contraccezione e la pianificazione familiare, non riusciremo a ridurre drasticamente la popolazione mondiale e finiremo per esaurire le risorse necessarie per contrastare i cambiamenti climatici. So che per la Chiesa è talvolta ancora un tabù, ma il sacrificio dei bambini, cioè la riduzione della fertilità con ogni mezzo, è la maniera per riportare il nostro pianeta alla prosperità per noi tutti. Avremo una nuova età dell’oro in cui la tecnologia ci consentirà di superare il nostro corpo fisico, per approdare alla transumanità, all’appagamento totale. Per ottenere ciò dovremo essere pronti a consegnare le nostre membra e, per così dire, la nostra anima, a questo nostro grandioso progetto comune”.

Un’ovazione segnò la conclusione del discorso. Il vescovo riprese la parola. “Il messaggio del Cristo è importante, ma non attira la gente. Grazie ai nostri importanti sponsor, qui, allargheremo gli orizzonti fino a comprendere nella Chiesa anche coloro che si erano allontanati. Bisogna convincerli che essa li accoglie così come sono, senza chiedere loro di cambiare. E’ un impegno solenne: chi non fosse d’accordo con questo orizzonte di inclusività non può trovare posto qui con noi”. Fece un segnale ai suoi collaboratori. “E ora, seguirà un rinfresco…”

Il pubblico si assiepò intorno agli invitati. CEO, finanzieri, politici, influencer, gente di spettacolo, scienziati e dottori si accalcarono intorno al loro personaggio preferito, come api intorno alla loro regina, servi ai piedi dei loro re, sacerdoti al cospetto del loro dio offrendo loro doni, offerte di collaborazione, omaggi. “Non sono adorabili i nostri ospiti? Sì, sono sicuramente degli angeli caduti in Terra per noi“, disse il vescovo ai giornalisti. “A guardarli si direbbe davvero che gli antichi dei siano tornati a darci un’era di prosperità. Tartina?”

Mi manca

Mi ricordo quando giunse la notizia che attendevamo e temevamo da giorni. Don Berna era morto.
Per parecchio tempo dopo quel momento mi sembrò talvolta di vederlo in giro, con la sua caratteristica pelata. Erano solo persone che gli somigliavano, naturalmente. Ma quelle brevi allucinazioni erano un segno di quanto mi mancasse. E ancora mi manca, dopo venticinque anni.

Il mio essere ancora cristiano è dovuto all’opera di parecchie persone. Sicuramente lui è una di queste. La dottrina della comunione dei santi ci dice che coloro che hanno abbandonato questo mondo ancora partecipano con noi in unità. E’ vero, ma ci sarebbe proprio bisogno adesso, in questo luogo e questo tempo, della sua ruvida grandezza.

Tocca a noi, che siamo rimasti qui, portare avanti l’opera, lo so bene. Quella bellezza che ci aiutava a trovare, nella musica o nel cielo stellato della sua chiesa, nel mio piccolo cerco di comunicarla.

Però mi manca.

La guerra dei giganti

Il terreno vibrava e si fendeva, i sassi rotolavano. Uno grosso come una mucca passò accanto a Grut rimbalzando e spaccandosi.
Grut si sporse dal buco e guardò fuori. I due giganti erano così alti che la loro testa sfiorava le nuvole. Se le stavano dando di santa ragione, e l’eco dei colpi che si scambiavano risuonava come il battito di titanici tamburi.

“Sei matto?” gli urlò Vezener. “Rientra dentro, prima che una scheggia ti stacchi la testa”.
“Chi vince?” chiese Grut. “Chi ha ragione?”
“E a chi importa”, rispose Vezener. “I giganti si fanno la guerra per le loro ragioni da giganti, che non hanno niente a che fare con noi nanerottoli. Tutto quello che sappiamo è che occorre tenersi nascosti, se no si finisce calpestati. Non gliene importa di noi. E non se ne accorgono nemmeno”, aggiunse.

Delusione

Non so se vi è capitato talvolta di rispondere male, di avere uno scatto improvviso, di ignorare qualcuno o qualcosa; e poi guardarvi dal di fuori, rimanere stupiti e sconvolti e dirvi: quello non sono io.

E il demone dentro ride, dicendo “Certo che sei tu. Tu ti vedi nobile, onesto, disponibile, allegro, umile, capace; ma è la realtà che conta. E’ quello che fai che ti determina, non ciò che ti immagini potresti fare”.

Deludere originariamente significava prendere in giro, burlarsi, ingannare. Quante volte ci deludiamo, ovvero prendiamo in giro noi stessi. Illudersi ha la stessa radice, lo stesso significato.

Ma io sono ciò che so di non essere, o non sono ciò che so di essere?

Ci guardano

Si dice che quando è gratuito, sei tu la merce. Può anche essere vero. Bisogna però aggiungere che, se paghi, sei ancora merce, una merce che vale di più.

Il commercio nell’era di internet è cambiato moltissimo. La pubblicità ancora di più. Il fatto che ognuno di noi possegga uno smartphone è il sogno di ogni venditore. Perché tramite quell’oggetto ogni nostro desiderio, ogni tentativo di recuperare informazioni, persino i nostri movimenti sono tracciati, schedati, e utilizzati contro di noi.

Dico “contro” in senso lato. La nostra consapevolezza di essere usati è ridotta o assente. Essere soggetti perennemente osservati viene a nostro vantaggio, ci imbonirebbe il venditore di prima, per poterci proporre nuovi e più interessanti aggeggi da acquistare che rispecchiano i nostri gusti. Il tracciamento delle attività, che associa quali pubblicità vediamo a cosa compriamo, risponde ad un vecchio interrogativo dei commercianti: “metà dei soldi che spendo in pubblicità è sprecato, il problema è che non so quale metà”.

Ormai non più, si sa: il tuo telefonino annota fedelmente le tue risposte alle offerte, esplicite o implicite che siano. Non è qualcosa a cui tu possa sfuggire: di fatto non c’è praticamente maniera di disattivare quest’occhio perennemente puntato su di te, a parte rinunciare a internet. Forse neanche in quel caso. Davvero credevate che bastasse andare nelle opzioni e dire no? Poveri illusi.
E’ una guerra dove non potete vincere. Potete solo scegliere se farvi tracciare consapevolmente o credere di non esserlo. Se Apple, o Google, vi vendono sistemi per neutralizzare gli sgraditi cookie di terze parti, è perché in tale maniera lasciano attivi solo i loro, eliminando la concorrenza. I muri del castello servono sì a difendere chi sta dentro, ma anche a non farlo uscire.

Dovete rassegnarvi, i padroni del web sanno dove siete e cosa fate più di vostra madre. Conoscono i vostri segreti sicuramente più di vostra moglie o marito; le vostre preferenze più di un amante.
Se qualcuno trovava il concetto di una divinità onniveggente inquietante, da fuggire, è servito. Con la differenza che qui non c’è un Dio benigno che ama gli uomini, ma un Sauron che li vuole sfruttare. Domare, con servizi e offerte mirate. Trovare, tramite geolocalizzazione. E nel buio incatenare, al riparo da ogni influenza che non sia lui stesso.
Sa tutto di voi.
Se ancora non usa appieno di quella conoscenza, è perché per lui non siete abbastanza importanti da rendervi coscienti del fatto che vi tiene in pugno. Per il momento, almeno.

Le stelle del secondo giorno

Sto invecchiando, è chiaro. Sarebbe grave l’alternativa. Per cominciare, non potrei più scrivervi post. D’altra parte, ieri non ho pubblicato niente. Lavoravo, le ore piccole stavano diventando grandi, l’ho posposto fino a dimenticarmene. La prima volta, o così mi piace credere, in diciassette-e-passa anni.

Mi consolo guardando l’immagine qui sotto. E’ la fotografia fatta dal nuovo telescopio orbitale Webb di una porzione di spazio. Le vedete quelle cosine gialline sfocate, e quelle rosse? Sono, quasi tutte, galassie. Più sono arrossate più sono lontane – si parla di centinaia e centinaia di milioni di anni luce, eh. Quella nebbiolina che le compone sono stelle, miliardi e miliardi, la cui luce in alcuni casi è stata emessa quando terra e cielo, qui da noi, erano ancora spogli di vita. Le stelle del secondo giorno, per dirla con la Genesi, certamente non del sesto. Le più luminose saranno già morte, spargendo le proprie viscere a fecondare nuovi astri.

Quindi, sto tranquillo. Un mio lettore ipotetico su uno di quei lontanissimi pianeti non si accorgerà del mio passo falso prima che tutta la nostra civiltà e io stesso e voi siamo da lungo tempo dimenticati. Da parte mia, per quel momento progetto – se il Signore vorrà – di vivere già nell’eternità. Non so se in quel futuro remoto continuerò il blog, quindi è probabile che avrò parecchio tempo libero. Chissà, magari quella galassia è un posto interessante da visitare.

La guerra è bella anche se fa male

La guerra è bella anche se fa male
De Gregori, “Generale”

Mi chiedo se lo stillicidio di filmati di guerra su internet e in televisione sia un poco l’equivalente di andare a vedere i gladiatori.
Si sa, era uno spettacolo molto gettonato. Si pagava per guardare gente che si scannava, il sangue sulla sabbia e le budella di fuori, e magari ci stava anche qualche supplizio.

Avevamo i reality show, ma non sono abbastanza violenti. Per fortuna che c’è la guerra a ipnotizzarci con carri armati che saltano per aria, i loro occupanti a bruciare all’interno, e poveretti dentro trincee mentre droni assassini tirano loro in testa granate.

Perché l’uomo è affascinato dalla violenza anche quando la nega a parole. Siamo delle scimmie omicide; guardare come si uccide il prossimo può tornare utile ed è sempre divertente.

Dio ha provato a cambiarci, ma la pace non è abbastanza coinvolgente. Dopo un po’ annoia, diciamocela tutta. E quindi andiamo in cerca della prossima clip di battaglie, possibilmente che si svolgano altrove. Di certi show meglio essere solo spettatori e non protagonisti.

Piccole pretese

Lo scopo dell’Universo è dare una risposta a tutte le domande.
Infatti nel tempo e nello spazio tutte le domande hanno una loro risposta. Che noi non riusciamo a conoscerla è solo un particolare.

In altre parole l’Universo nel suo divenire è verità, perché la realtà non ammette il falso, altrimenti non sarebbe realtà.
Il negare il vero è possibile solo di fronte ad una conoscenza incompleta. Ne consegue che chi fa l’Universo deve conoscere ogni verità, coincide con la verità.

Ogni volta che consapevolmente neghiamo ciò che è vero, ciò che è reale, neghiamo lo scopo di ciò che ci circonda, e Colui che l’ha fatto; neghiamo anche il nostro scopo, cioè accettiamo un di meno per noi stessi.

Ma ciò che è, è più forte; è eterno, è vero. Noi non possiamo cambiarlo, perché è scolpito nell’onda del tempo e dello spazio che all’infinito si espande in ogni istante, in ogni luogo. Quanto arroganti ed insignificanti siamo, nelle nostre piccole pretese.

Le parole degli uomini

Le promesse di un politico, ormai lo sappiamo, valgono anche meno della carta di giornale che le riportano. Degli spergiuri degli amanti anche Giove ride, testimoniano Ovidio e Shakespeare. E i nostri giuramenti, le nostre promesse, quanto durano? Siamo esseri mortali e ingannatori; e spesso coloro che inganniamo di più siamo noi stessi.
Quanti voti infrangiamo, quante scuse accampiamo.
Non ci rendiamo conto che il nostro valore è esattamente quello delle promesse che manteniamo.

Nella Bibbia, Dio spesso dice: giuro per me stesso. Dio è verità: la Sua parola è Legge, la Sua promessa eterna, la Sua fedeltà dura nei secoli.
L’amore è una scelta: la concordanza tra il nostro cuore e le nostre azioni.
Solo appoggiandosi su ciò che è eterno le nostre parole di uomini possono rimanere vere.
Nonostante i tempi, gli altri, e noi.
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“Promettete di amarvi e rispettarvi l’uno con l’altro fino a che diventa sconveniente, o ne siete stanchi, o arriva qualcuno di più eccitante, o semplicemente non vi divertite più?”

Un angolo del tempo

“Io ero…” iniziò.
“No”, dissi. “Il passato è perso per sempre, e non ha una grande importanza. E’ un lamento che si spegne, un vento che è cessato. Il suo unico scopo è averti portato qui, in questo angolo del tempo. Tutto ciò che importa è cosa sei in questo istante, è il tuo presente. Chi sei, ora”.

Siamo persi (ma stiamo facendo un buon tempo)

Quando ero ragazzo avevo visto un adesivo da paraurti che mi era piaciuto. Vi era scritto sopra così:

Mi sono perso (ma sto facendo un tempo record).

La frase, pur risalendo a settantacinque anni fa, mi sembra indicativa del momento attuale. Si è persa ogni prospettiva e ogni direzione, non si capisce dove stiamo andando. Non solo, neanche si comprende dove dovremmo andare. Dove siamo diretti non sappiamo, però, accidenti, quanto andiamo veloci.

Non ci sono più mappe, perché sono state tutte stracciate. Non ci si può neanche fermare a chiedere, perché non ci si fida delle risposte. Quando lo facciamo, ci ritroviamo peggio di prima, perché chi ce le dà è più perso di noi.

Questo smarrimento è uno degli effetti della perdita della verità. Se non esiste, perché cercarla? Ci si muove a casaccio senza più neanche la speranza, perché per averla si dovrebbe sperare in qualcosa, ma non si sa più cosa. Senza di essa non rimane che la paura.

Un tempo si manifestava per il cambiamento: ora perché si ha paura di esso, sia climatico che delle nostre idee fossili. Avanziamo progressivamente all’indietro, disfacendo sempre più rapidamente cioè che era stato pazientemente intessuto nei secoli.

Quanto siamo perduti, se nessuno ci viene a cercare. Se nessuno ci salva. Purché non fuggiamo pure da lui, senza sapere perché, ma facendo un buon tempo nel nostro correre verso il nulla.

I capelli nelle vecchie foto

Ciao, mi saluta. Io la guardo perplesso. Dove l’ho già vista?
Legge lo sconcerto nei miei occhi, mi dice il suo nome. La realtà si riallinea. Uscivamo insieme, come amici, trenta e passa anni fa. Poi lei si è sposata, si è trasferita altrove. Come ho fatto a non riconoscerla?

La risposta è semplice: è invecchiata. Come sono invecchiato io, ma probabilmente nel mio caso il tempo non ha cambiato poi molto. Se questo sia perché apparivo già anziano da giovane, lo lascio decidere a chi mi conosce. In ogni caso mi ci vuole un certo sforzo per sovrapporre le immagini mentali sue di allora e di adesso.

Forse capita anche a voi di guardarvi attorno e cercare volti del passato, chiedendovi se li riconoscereste. Come siano ora, dove siano, se ancora ci ricordano, mentre fatichiamo ad associare volto e nome.

Nelle foto di un tempo siamo tutti assurdamente giovani. Il capello scuro, la pelle liscia, lo sguardo spalancato sul futuro. L’età ci ha bombardato e di noi restano rovine. D’altra parte, coloro che il tempo non può più toccare resteranno oramai sempre uguali al loro ultimo ricordo. Tanti, sono.

Mi guardo nello specchio e riconosco a stento quello della foto. Chi era?
Ma certo, sono io.

Sovrannaturale

soprannaturale agg. [comp. di sopra- (o sovra-) e naturale]. – che supera il corso ordinario della natura o che trascende i limiti dell’esperienza e della conoscenza umana.

Il soprannaturale è ciò che trascende i limiti dell’esperienza e della conoscenza umana, o ciò che consideriamo ordinario. Millenni fa, i fulmini erano soprannaturali, come anche il movimento degli astri. Il fatto che la conoscenza umana, crescendo, sia giunta a comprendere nell’orizzonte naturale quei fenomeni, ha fatto pensare che tale espansione potesse essere estesa ad ogni incognita che ancora ci presenta l’universo.

Ora come ora, ad esempio, l’insieme dei fenomeni la cui causa è nota come materia oscura rientra nel soprannaturale; di questa non riusciamo a farne esperienza e la nostra conoscenza di cosa sia davvero è praticamente nulla. Non la riconosciamo come soprannaturale solo perché tale termine è stato distorto da interessati detrattori, che hanno associato ad esso miti, leggende, e la religione come bersaglio ultimo.

Se io ipotizzassi che ciò che va sotto quel nome, materia oscura, non sia altro che una entità intelligente, che agisce per i suoi scopi sconosciuti influenzando la rotazione delle galassie, c’è chi potrebbe bollare la mia idea come spazzatura soprannaturale; ma la verità è che ciò è dimostrabile esattamente come tante altre tesi a riguardo che ho letto nel corso degli anni. Ovvero, attualmente non lo è. Ma una tale entità, se esistesse, una volta conosciuta, non rientrerebbe forse anch’essa nell’ordine naturale? Se no, dovremmo concludere la soprannaturalità di chi svuota i cassonetti dell’immondizia, ammesso che per nostra pigrizia non lo cogliessimo mai sul fatto. Qualcuno che si libra nell’aria, fa parte del soprannaturale o sfrutta conoscenze che noi non possediamo?

Per l’uomo di un tempo la creazione da parte di una divinità rientrava tranquillamente nel naturale, non nel soprannaturale. Esattamente come noi riteniamo naturali le leggi che governano la fisica, anche se non sappiamo spiegare perché siano così, chi le abbia fatte, i valori delle loro costanti. Prendiamo il loro esserci come dato di fatto, e ci guardiamo bene dall’interrogarci su di esso, quando tutto ciò è chiaramente soprannaturale.

Perché siamo diventati incapaci di riconoscerlo, il sovrannaturale. Non sappiamo spiegare niente di ciò che esiste, il tempo, lo spazio; ma ci comportiamo come se sapessimo tutto e perciò niente possa esistere al di fuori di ciò che già sappiamo o crediamo di sapere. Mentre il soprannaturale è come le radici di una pianta, la quale non potrebbe stare in piedi se fossero eliminate. Anche se non le vediamo, sotto terra queste radici ci sono.

Il rifiuto del soprannaturale, oggi, parte dal negare che il naturale sia oggettivo, e quindi non manipolabile; e viene negato proprio perché non si riconosce che possa esistere un sovrannaturale da cui dipende. Non si riesce a comprendere che la realtà è composta di una parte sensibile e una parte sovrasensibile che la informa, e le due non sono scollegate. Anzi.

Se, ad esempio, nego la dualità uomo\donna è perché nego che la realtà abbia un fondamento differente da quello che è il mio pensiero, e quindi rifiuto pure il dato sensibile (es. il DNA, o l’esperienza quotidiana) perché non collima con la mia idea. Si rifiuta la legge perché si nega la sua esistenza, e si nega la sua esistenza perché non si vuole riconoscere che essa viene scritta al di fuori del nostro dominio e della nostra comprensione.
Il risultato è negare la conseguenza della legge, che è il reale, con risultati paradossali e spesso dolorosi.

La cosa buffa è che il naturale genera per forza un sovrannaturale, delle radici, per potersi giustificare. Quindi, per mantenere la finzione, si è obbligati a inventare un sovrannaturale assolutamente velleitario, negandone nello stesso tempo l’esistenza, e a cercare di imporlo con la forza, visto che fa a pugni con ciò che esiste. Questo processo si chiama ideologia. Chi lo pratica lo nega, tanto è assorbito dalla sua illusione di onnipotenza, dal suo delirio di conoscere ogni cosa. Ma cosa risponde quando gli viene chiesto conto della propria sicurezza?

Naturalmente, o meglio sovannaturalmente, niente.

In mezzo al nulla

Siamo passati da “Prendete la strada che porta a Dio”

a “Tutte le strade portano a Dio”

a “In fin dei conti, che ha poi questo Dio d’interessante che ci dobbiamo andare?”

Siamo finiti di notte, nella pioggia, con la macchina che non parte, su una buia strada sterrata in mezzo al nulla.

Perché sappiamo

L’esistenza della verità oggettiva è il solo sottile diaframma che ci protegge dalla tirannia dei potenti.
Il credere ad essa è ciò che rende possibile un’obbedienza che non sia schiavitù.
L’agire secondo essa l’unica cosa che ci separa non dagli animali, che sono innocenti, ma dall’essere cattivi uomini.
Perché solo poiché siamo uomini sappiamo.

Nitida stella

Nitida stella, alma puella, Tu es florum flos;
o Mater pia, Virgo Maria, ora pro nobis.
Nitida stella, fanciulla che dà vita, tu sei il fiore dei fiori;

o Madre pia, Vergine Maria, prega per noi.
Canto anonimo XV secolo

nìtido agg. [dal lat. nitĭdus, der. di nitēre «splendere»; cfr. netto]. – Pulito, limpido, quasi lucente

Mentre intonavo questo antico canto, pensavo alla stella della sera in un cielo limpido, quale tante volte ho visto splendere sopra le violacee montagne del tramonto. Nitida stella, un punto di luce che è riferimento e guida, chiara e netta contro lo sfondo buio del firmamento.

Quand’è che una stella cessa di essere nitida ai nostri occhi? Quando è nascosta dalla nuvole, o dalla nebbia, o dalle luci artificiali che scacciano la notte con il loro freddo anonimo bagliore. E, ancora, quando il nostro sguardo diventa miope, come è purtroppo il mio, e ci appare di lei solo un’immagine sfocata.

Ma la stella continua a brillare, sopra i fumi e le luci che la vogliono soffocare, visibile da tutti coloro che si levano più in alto della foschia, hanno gli occhi buoni, e vogliono guardare.

L’ingegnere e l’unicorno

Quando dissi al mio professore di matematica delle superiori che sarei andato a fare ingegneria, mi disse “Tu sei matto”.
Sì perché, se potevo vantare voti molto alti in italiano e disegno, certamente non lo stesso nella sua materia, anzi. Che fosse in qualche maniera anche dovuto al suo modo di insegnare non credo che l’abbia mai compreso. Però, nella circostanza, non aveva tutti i torti. E’ un po’ una pazzia rinunciare volontariamente ai propri punti forti per… diciamo una diversa prospettiva.
Il punto è che io sono sempre stato un intuitivo. Prevedevo il risultato con largo anticipo, e quasi sempre ci azzeccavo; però, quanto a dimostrarlo… eh, lì stava il problema. La matematica, o l’ingegneria, se ne fanno un baffo delle intuizioni. Vogliono procedimenti rigorosi.

Laurearmi in ingegneria mi è servito a imparare questo. Comprendere la necessità di esaminare i dati e la realtà in modo rigoroso per potere dimostrare con certezza che l’intuizione iniziale è vera. O falsa, se è per questo. Un metodo, insomma. Perché, se i calcoli dicono altrimenti, la tua intuizione è sbagliata.

Così proprio non sopporto tutte le chiacchere da imbonitori che ci hanno riversato e ci riversano addosso su argomenti come i vaccini o la cosiddetta emergenza climatica. Se tu sostieni qualcosa, non puoi farlo con “io l’ho detto, e se lo dico io che sono…“, o “la scienzah ha detto, quindi non sono ammessi dubbi…“. Quando ascolto discorsi del genere, nel 99% dei casi chi parla sono dei cretini, degli ignoranti, o sono imbroglioni. Mostrami i tuoi calcoli, fammi vedere i tuoi dati e, dopo che li avrò analizzati, vedrò se crederti. La scienza senza sperimentazione non esiste. La parola degli uomini vale molto poco, anche quando si dicono esperti. Talvolta, proprio perché si dicono esperti.

Ad esempio, prendete l’analisi ingegneristica delle pretese del “green deal”. Quelle per cui entro pochi anni dovremmo convertire tutti i veicoli ad elettrici, dismettere petrolio e metano e vivere tutti beati tra pale che girano e pannelli solari.
Per andare subito al sodo: è impossibile. A meno che qualcuno non inventi il “Mr. Fusion” di “Ritorno al futuro”, e questa scoperta venga sviluppata e commercializzata a stretto giro, con la tecnologia attuale non c’è modo di implementare quanto sopra. Dovessero tutti i cerebrolesi del mondo spargere purea su ogni capolavoro nei musei frignando che non capiamo.

Qualche piccolo dato, qualche calcolo reale, fatti da ingegneri inglesi e finlandesi. La prima è una presentazione video, la seconda un documento molto accurato e completo pieno di notizie molto interessanti. Sostanzialmente giungono alle stesse conclusioni. Che dicono?

Per convertire in elettrico entro domani tutte le auto circolanti in Italia occorrerebbero più di 250.000 tonnellate di cobalto, un poco più del doppio della produzione mondiale annua, e sopra 300.000 tonnellate di litio, praticamente quanto estratto in un anno. E ancora, 9000 tonnellate di neodimio, più di quanto le miniere forniscono in dodici mesi; e oltre tre milioni di tonnellate di rame, quasi un quarto della produzione annuale. Per gli Stati uniti, l’analogo costo in cobalto sarebbe dieci volte superiore – ad esempio, quando si estrarrebbe in vent’anni, sempre ammesso ce ne sia tanto.
In altre parole, gli obbiettivi dell’EU di avere il 30% dei veicoli circolanti elettrici per il 2030 è una stronzata tecnicamente impossibile, perché eccede le riserve mondiali di litio e cobalto. Non parliamo del “NET Zero”. Considerando il ciclo di vita della batterie di un decennio circa e il numero dei veicoli globali circolanti, credo che sia evidente che se si prosegue su questa strada qualcuno è destinato a rimanere a piedi.

Un altro punto essenziale è il trasporto dell’energia elettrica necessaria per alimentare questi veicoli. Per implementare la ricarica rapida domestica dei veicoli l’attuale amperaggio della stragrande maggioranza dei contatori è inadeguato. e non solo lui, ma anche la rete di distribuzione che sta dietro. Anche qui, i costi in termini di materiali e fabbricazione sono proibitivi: stiamo parlando di una stima di circa 100.000 euro per utenza per mettere a posto la rete (trasformatori, linee ecc.), 200.000 euro per adeguare ogni casa, opera che richiede il lavoro di un numero di tecnici professionisti aggiuntivi che è all’incirca il doppio dell’attuale. State facendo qualche conticino?

E poi, quale energia sarebbe trasportata? Quelle rinnovabili da sole e vento? Ambedue queste tecnologie sono estremamente dispendiose in termini sia di spazio occupato sia dal punto di vista dei materiali. Per sostituire l’attuale produzione di energia tramite carbone, gas e petrolio, occorrerebbe ricoprire virtualmente ogni superficie disponibile di impianti. Ne occorrerebbe costruire più di 200.000… attualmente, ne abbiamo 40.000.
Ma il solare produce poco d’inverno e niente al buio, l’eolico sta fermo quando non c’è vento. Come fai a conservare l’elettricità per quando serve?
Lasciate che vi racconti un aneddoto: in uno stabilimento nel quale ho lavorato avevamo dei gruppi di continuità, batterie, per alimentare i server, i computer principali, nel caso fosse mancata la corrente. Quei bestioni enormi, costati quanto i server stessi e forse di più, garantivano forse un quarto d’ora di alimentazione prima di spegnersi a loro volta. Giusto il tempo di arrestare tutti i programmi e accendere le candele.

Le batterie, anche le più grandi e costose, non sono in grado di contenere abbastanza corrente da essere una soluzione proponibile per ovviare ai “buchi” delle rinnovabili. Per contro, un generatore diesel costa 200 volte di meno di una batteria con output equivalente e può funzionare indefinitamente se alimentato.

Per sintetizzare: il green deal come ci è stato venduto ed è stato votato costringerebbe a spendere ogni risorsa statale su di esso, l’intero PIL, e ancora non basterebbe. Mancano in ogni caso i materiali. L’unica soluzione per implementare quei progetti sarebbero greggi immensi di unicorni che emettono elettricità dal sedere.
Non credo che questi calcoli siano ignoti a chi decide. Se lo fossero, sono degli stupidi che ci conducono al massacro. Se non lo fossero, però, è anche peggio.