Una buca nel bosco

Stamattina, come d’uso il venerdì, colazione al bar con mia moglie prima di partire per il lavoro. Mentre sbocconcello il cornetto sfoglio velocemente il giornale di oggi. Lo sguardo mi cade sulla pagina che pubblicizza una graphic novel su Anna Frank che verrà allegata a La Stampa nei prossimi giorni. In particolare sulla vignetta in anteprima che riporto qui sotto:

E’ chiaro, io non ho letto tutta l’opera. Ma cosa sembra affermare questa illustrazione? Che peggio di una buca nel bosco c’è solo un cupo convento dove una suora arcigna, brandendo un crocefisso a mo’ di alabarda, strappa i bambini ai genitori piangenti.

A me sembra questo il suggerimento dell’autore, e di chi ha voluto proprio quel disegno sul giornale ad esemplificare l’opera.

Posso sbagliarmi. Posso equivocare. Magari all’interno invece si ricorda che era precisa disposizione papale di salvare gli ebrei ospitandoli in chiese e conventi, e lo si faceva a rischio della propria vita: la Chiesa è stata l’unica istituzione che ha osato tanto. Che ne ha salvati tanti. Certo nessun altro governo, meno che mai quelli comunisti.

L’antisemitismo in quegli anni tragici passava anche per caricature e vignette che dipingevano come mostri orribili gli ebrei, fomentando l’odio ed il disprezzo, preparando lo sterminio. Uno si potrebbe domandare chi sono, oggi, i nuovi ebrei.

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Trovare il tempo

Parlavamo a pranzo tra amici commentando alcune storie tristi; le conseguenze di una libertà mal spesa, di quelle conquiste moderne come il divorzio che causano più vittime innocenti di una guerra.
Quando come noi si ha il mondo come famiglia allargata ne senti tante, di brutte; ma anche tante di belle. Piccoli miracoli. Solo che in qualche maniera le belle si raccontano poco. Sarà che diamo per scontato che tutto vada bene, e solo l’eccezionalità ci smuove; sarà che quando narriamo la bellezza chi ascolta sembra attribuirci una fortuna speciale. “Eh, beato te che sei lì, che fai questo, che hai visto…”
E allora vieni anche tu! Non c’è un’esclusiva, solo una Grazia che, come dice la parola stessa, ci è data gratis, non per merito nostro; che non si dimezza se la dividi con qualcuno, ma raddoppia. Il dono di un cuore da bambini, curioso ed appassionato.

Basta solo smetterla di accampare scuse, sostenere di non averne il tempo, e provare a cambiare davvero. Come dobbiamo fare anche noi ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. Perché, se smettiamo, quest’era di male, uguale a tutte le ere di male e sofferenza e solitudine dall’inizio del mondo, ci ripiomba addosso. E ci toglie quel cuore giovane, che può essere donato solo da chi l’ha creato. Senza non siamo che ombre che sembrano vivere.

O trovi il tempo, o il tempo trova te.

Carpe diem

Leggenda vuole che le carpe si dimentichino delle cose dopo tre secondi, così per loro ogni giro della vasca è sempre esplorare un territorio nuovo. Un eterno illusorio presente.

Ho il sospetto che le elezioni politiche siano pensate per aver luogo appena oltre il tempo di azzeramento della memoria umana, così che le promesse elettorali fatte e non mantenute siano state nel frattempo scordate. Figurarsi poi se non si sono mai vissuti certi fatti, certi momenti: la memoria che ne abbiamo non sarà che la costruzione che altri ne fanno. Falsa persino fosse vera. Viviamo ricordi che non sono i nostri, e siamo convinti siano autentici.

Ma certi fatti non scavano solo la carne, scavano anche l’anima. Di ciò che davvero importa ricorderemo sempre il giorno e l’ora, perché porteremo per sempre la cicatrice sul nostro spirito.
Che sia il taglio maligno dell’assassino, o quello del chirurgo che ci ha guarito.

Piccola cosa

Sono le cose piccole che fanno andare avanti l’Universo. Le cose nascoste. Quelle che nessuno sa, nessuno conosce, quelle alle quali nessuno dà importanza, a parte chi è direttamente coinvolto; e forse neanche.
Ogni riflesso, ogni tocco, ogni parola sono il manifestarsi di Dio. Il Suo disegno svelato nell’istante. Ciò che percepiamo appena contiene il senso del mondo, spesso più di ciò che è apparenza.

Il cosmo è composto di tanti piccoli atomi, e invisibili particelle ancora più inafferrabili.
E nessuno può dire che è piccola cosa.

L’astronomo e il Grande Botto

Nel 2001, in occasione della morte dell’astronomo Fred Hoyle, Repubblica ne pubblicò un necrologio intitolato “Fred Hoyle l’uomo che inventò il big bang”. Sarebbe difficile trovare un titolo più fuorviante. Infatti, come si può peraltro leggere più avanti nell’articolo, “Hoyle era il più ferrato e caustico avversario della teoria del “big bang””. Quello che inventò fu il termine, “Grande Botto”, inteso in senso derisorio. Con il quale non è vero che “confutò la teoria” dato che, come mi fa notare l’amico Antudo che mi ha mandato una dettagliata disamina di quell’articolo, “una teoria non può essere confutata da una parola, almeno non in ambito scientifico”.

Nel pezzo del giornale leggiamo che
«Hoyle può essere ricordato come l’astronomo che guidò una rivoluzione nell’astrofisica britannica, contro l’accettazione acritica dell’ ortodossia cosmologica», ha scritto il Times. Fred Hoyle era forse il più grande degli scienziati “eretici” della sua generazione.”

“Mah!”, mi replica il lettore, “Fu per anni il maggiore oppositore della teoria che si dimostrò vera, l'”atomo primigenio” del prete gesuita G. E. Lamaitre. Hoyle battezzò malignamente tale teoria “Big Bang”. L’ortodossia allora riconosceva l’universo eterno ed infinito, con tutte le conseguenze filosofiche che esso implicava. Il Big Bang frantumava questa visione dogmatica ed indimostrata. Hoyle fu un coerente sacerdote del fideismo nell’universo eterno, contro le nuove evidenze.” Altro che eretico, altro che rivoluzione.

“A questa teoria Hoyle contrapponeva l’ ipotesi dello “Steady State”, di un universo stazionario eguale a se stesso nell’eternità”, continua Repubblica.

“Un’ idea sbagliata che presumeva creazione continua di materia dal nulla quantistico.”, fa notare Antudo. “La teoria fu inventata ad hoc per opporsi già dall’indomani della sua presentazione a quella del big bang che creava incubi ad ogni ateo osservante. L’uomo, per la prima volta della sua storia provava scientificamente che Tutto aveva avuto un inizio. La più grande scoperta della storia”, per la quale, e non contro la quale come opina Repubblica, continuavano ad accumularsi prove.

Non è la sola idea azzardata che l’astronomo portò avanti. “Aveva dedicato articoli e libri per dimostrare che era impossibile che la vita fosse nata sulla Terra: «Che quella faccenda complicata e complessa che è una cellula sia nata spontaneamente e per caso sulla Terra ha la stessa probabilità che un tornado, passando su un deposito di rottami, ne tiri fuori un Boeing 747 perfettamente funzionante». Per l’ astronomo Hoyle, infatti, non v’ era dubbio che la vita provenisse dallo spazio e fosse stata inseminata da qualche asteroide”

Ora, aveva ragione sulla prima parte, ma parlando di asteroidi “non era che spostare il problema, non trovare una soluzione. (…) L’ateismo dogmatico ama mettere la sporcizia sotto il tappeto. Uno scienziato dovrebbe solo dire la verità: la scienza non sa come sia nata la vita. Punto.”

Forse oggi non ci rendiamo conto di quanta rabbia abbia suscitato la teoria, ormai largamente provata, del Big Bang, in quella comunità scientista che aveva sempre ridicolizzato il racconto della Genesi. Ciò che si asseriva essere solo nella migliore delle ipotesi un racconto allegorico trovava inaspettatamente conferma proprio da quella scienza che avrebbe dovuto, secondo loro, smentirlo. Così come oggi si possono agevolmente trovare articoli che raccontano di quella o quell’altra reazione chimica che avrebbe dato origine alla vita, quando non ci si è mai neanche avvicinati a creare sperimentalmente in laboratorio il più semplice dei viventi. E una teoria senza esperimenti che la provino è fuffa. Hoyle era il paradigma dello “scienziato” ateo che si oppone all’evidenza.

Sia per la nascita dell’universo che per quella della vita scienziati e filosofi un pochino più onesti intellettualmente ipotizzano una causa trascendente: l’Universo creato da Qualcuno che non è Universo, la vita da Qualcuno che vive in modo differente da noi. E’ una ipotesi. Oh, come sarebbe bello se quel Qualcuno venisse tra noi, in carne ed ossa, per confermarla di persona…

Abissi

Ogni stagione in Giappone escono diverse decine di serie animate. Ogni stagione ne seguo qualcuna, le due o tre che mi sembrano migliori e più originali.
Ad ognuno i suoi gusti, ma per il 2017 vince a mani basse “Made in Abyss”.
Non troverete di meglio in fatto di disegni e animazione. Quanto alla trama è originale e coinvolgente, anche se l’idea centrale ha un che di deja-vu, almeno per me.
Si parla di una misteriosa apertura circolare, larga chilometri, che sprofonda in basso verso l’ignoto. Le sue pendici ospitano i resti di una misteriosa civiltà, che esploratori della superficie saccheggiano in cerca di potenti reliquie. Ma questo abisso diventa sempre più pericoloso e mortale mano a mano che si percorrono i suoi livelli, verso il misterioso fondo che nessuno, presumibilmente, ha mai visto. O quantomeno è tornato a riferirlo.

Questo è un concetto che utilizzammo, oltre trentacinque anni fa, io e un mio amico per un videogioco, “Abissi” appunto. Era carino, persino giocabile, anche se non lo terminammo mai. Capirete che il tema tocca in me corde profonde… Ma era d’altro che volevo parlare.

Le vicende di questa prima stagione seguono le avventure di una giovane esploratrice che scende in cerca della madre, leggendaria avventuriera, accompagnata da un androide senza memoria del suo passato ma che è con tutta evidenza anche lui una delle reliquie dell’abisso. Non deve trarre in inganno il disegno coccoloso e infantile dei protagonisti: è una vicenda adulta, per adulti. Appena inizia il viaggio viene messo in chiaro quanto sia mortale l’ambiente e a quanti sacrifici dovranno andare incontro coloro che hanno scelto di affrontare un’impresa dalla quale nessuno si aspetta di vederli tornare vivi.

Ora, chi vi parla ha esperienza nel mondo reale di una dose maggiore del solito di morte e di ferite fisiche. Di conseguenza gli usuali spettacoli splatter, con gran mostra di sangue e budella, mi fanno poco effetto.
Nonostante ciò ci sono state alcune sequenze di “Made in Abyss” che ho fatto davvero fatica a seguire senza distogliere lo sguardo. Ciò mi ha stupito e spinto a chiedermi: come mai? Cos’ha di peggio questo di, che so, qualcuno divorato da uno zombie?

La risposta che mi sono data è che qui la sofferenza non è gratuita, ma fin troppo reale. Non dal punto di vista grafico, ma dal punto di vista emotivo, senza scudi e senza retorica. Ha una ragione, è su personaggi che abbiamo imparato ad amare nel corso delle puntate, e quindi ne siamo toccati. Ci tocca perché ne siamo coinvolti. Perché ci teniamo.

Per quanto pellacce si possa essere l’essere umano possiede empatia, ed em-patia tanto più forte quanto sente vicini coloro che soffrono. Fino a com-patire: condividere il dolore. Fino a che risulta intollerabile, e dobbiamo fare qualcosa per lenirlo; o fuggire perché incapaci di sopportarlo.

Gli autori di questa serie hanno fatto un gran lavoro per abbattere quei filtri di incredulità, quelle protezioni mentali che ci spingono a ignorare ciò che riteniamo illogico o troppo distante per poterci com-muovere veramente. E mi domandavo: come dev’essere provare davvero un simile amore non solo verso i più prossimi, ma verso tutto il genere umano? In quali abissi di dolore, di desiderio di porre rimedio può condurre?
Credo che solo certi santi, e Cristo, possano rispondere.

PS: Chi ha visto la serie sa che le ultime due puntate della stagione sarebbero molto interessanti da discutere; ma siccome escludo che lo si possa fare con coerenza senza averle vedute e non intendo qui fornire spoiler, rimando chi lo volesse fare a conversazioni private o eventualmente con il marchio “spoiler” in evidenza.

Sesso, rivoluzioni e controrivoluzioni

Tutto cominciò con la cosiddetta liberazione o rivoluzione sessuale, o così dicono. In realtà i libertini erano presenti sulla piazza da due o tre secoli almeno, e nella Russia sovietica come in altri paesi si era ad intermittenza “rivoluzionato” già da un pezzo con divorzio istantaneo e aborto libero. Rivoluzione che poi non era che una restaurazione di certe attitudini comuni ai tempi di Nerone come di Sardanapalo. Sesso senza regole o restrizioni? Niente di nuovo sotto il sole.

Niente di nuovo a parte la disponibilità di anticoncezionali realmente funzionanti su larga scala. Pubblicizzati come il mezzo per liberare le donne dal loro fardello di maternità, si sono rivelati alla lunga il mezzo per togliere il rispetto alle donne per la loro maternità. La pornografia planetaria, la donna oggetto non più di desiderio ma di piacere stanno lì a dimostrarlo.

Una conseguenza non da tutti prevista – ma certo sì da chi quella “liberazione” promuoveva – è stata la distruzione della famiglia. Se a legare una coppia è solo il piacere e non un progetto, un destino, allora l’indissolubilità non ha senso, perché cessato il piacere cessa anche il matrimonio. I letti casuali non sono il meglio per tirare su una famiglia e dei figli: l’impatto devastante del divorzio sulla psiche dei bambini e sul benessere degli adulti è testimoniato da mille ricerche e statistiche.

Ai tempi di quella rivoluzione io ero piccolo, ma c’ero. Ricordo bene il dualismo tra una morale borghese che non riusciva a stare dietro alle novità e l’edonismo sfrenato abbracciato da media ed intellettuali, dove tutto sembrava diventato lecito; talmente sfrenato che alcune delle sue forme più estreme sono sparite, scese nell’ombra come un fiume carsico che c’è ma non si vede. Se non si vuole vedere.

La punta di diamante della trasformazione dei costumi erano i paesi del nord, in particolare la Svezia. Il mito delle donne svedesi, calde e disponibili, attraversò la mia adolescenza. Loro aprivano la strada, noi seguivamo. Mi ricordo la mia perplessità all’ascoltare un’intervista ad un “maschio latino”, che asseriva che ormai anche le italiane erano altrettanto disponibili se non di più, e migliori a letto. In effetti, a giudicare da quello che vedevo e sentivo attorno, poteva anche essere vero. Non verificai mai.

Così è un po’ la nemesi di quel mito giovanile apprendere che la Svezia stringe ulteriormente la vite sugli abusi sessuali che a quanto pare laggiù sono estremamente numerosi. Qualcuno ipotizza che ora, in quel paese, per andare a letto con una donna senza rischiare di andare dopo in galera bisogna prima stipulare con lei un contratto scritto.
Un po’ tipo il matrimonio, insomma.

E’ anche la conseguenza dello scandalo Wenstein americano, del “movimento #metoo” e della valanga di denunce da parte di attrici e non solo – basta vedere cos’è successo alla cerimonia dei Golden Globe, tuttte quelle bellezze vestite di nero e con le tette fuori. Che soffre dello stesso identico problema di quello che denuncia, una visione della sessualità ideologica e moralistica. Ma che è ormai agli antipodi di quella liberazione sessuale di cui parlavamo – ad ogni illusione corrisponde una disillusione uguale e contraria.

Ed è una nuova illusione pensare che basti questo moralismo d’elite a regolamentare una volta per tutte i rapporti tra i sessi. Senza qualcosa che unisce oltre il desiderio, al di sopra della voglia, al di fuori dell’opportunità sociale, tutto diventa rapporto di forza e violenza. Quella più esplicita e fisica degli uomini, quella più sottile delle donne. Solo una vera consapevolezza di cosa regga e regoli i rapporti tra i sessi – no, prima ancora, tra le persone – può portare ad una liberazione autentica. Non sessuale, ma dal peccato: cioè dal vivere peggio di come si potrebbe, preda di una solitudine che nessun sesso libero può spegnere.

 

La decima dell’aneto

E’ ancora una volta quel tempo dell’anno in cui mi domando perché continuare a fare questo blog. A oggi sono tredici anni che lo faccio. Il blog. E domandarmelo. Non per questo la domanda si è fatta banale.
Mi faceva notare giusto oggi un’amica che siamo rimasti in ben pochi di quelli che eravamo all’epoca. Sia come presenza che, purtroppo, fisicamente. Di amici ne abbiamo dovuti salutare tanti, in quest’anno appena trascorso.
E’ proprio per questo che non posso essere banale. Che non posso essere ideologico. Discutere e pontificare sulla decima della menta e dell’aneto. O pubblicare foto di gattini, che forse mi procurerebbe qualche lettore in più, ma che darebbe al blog uno scrittore di meno, io. I miei gatti sono troppo bastardi perché riesca ad intenerirmi più di tanto per dei cuccioli che diventeranno piccoli assassini.
E’ un mio difetto, se così si può dire: non mi fermo all’apparenza immediata, all’aspetto morbidoso di qualunque cosa si parli: micini o leggi. Ne sono costituzionalmente incapace. Devo trovarne il senso. Devo capire come vanno a finire le cose. E da dove partono.
Mi guardo intorno e vedo che ciò non interessa in fondo a molti. E’ molto più semplice contuinuare a dare le decime. E anche meno, naturalmente, sono coloro interessati a quanto ho da dire io in proposito. Lo metto in conto.
Però, proprio perché siamo rimasti così in pochi, non mollo. Non ne sarei capace. O meglio: ne sarei perfattamente capace. Ma cesserei di volere trovare il fondo, le due estremità. Cesserei di essere io.

Forse dovrei provarci. Omologarmi. Pagare la decima anch’io. Cosa me ne faccio di tutto quell’aneto? Poi potrei essere più contento. Riuscirei a guardare i telegiornali per intero. Mi indignerei per quello  di cui bisogna indignarsi per essere alla moda. Avrei più tempo libero, visto che non dovrei approfondire il reale, scrivere tutti questi articoli, stare dietro a commentatori e troll. Potrei, che so, giocare di più ai videogiochi.
Quasi quasi ci provo. Invece di giudizi e racconti, teneri cuccioli.

Su, dai. Bisogna fare esperienze, nella vita. Rinnovarsi.

Comincerò postando immagini di gattini.

Nessun cattivo qui

Il cristianesimo e il buonismo “eliminano” ambedue il cattivo. Ma in maniera opposta.
Il cristianesimo perché quello si converte e chiede perdono; il buonismo asserendo che il malvagio non ha bisogno di chiedere perdono perché il male non esiste e, se esiste, non è colpa sua e la libertà è più importante. Dove questo male fosse troppo evidente per essere negato lo si rimuove semplicemente dalla narrazione, sperando in tale maniera di cancellarne l’esistenza.
Mi ricorda la difesa da adottare contro la famosa Vorace Bestia Bugblatta di Traal descritta nella “Guida galattica per autostoppisti” di Douglas Adams. Consiste nel mettersi un asciugamano sugli occhi, dato che la Bestia è talmente stupida da credere che se voi non vedete lei, lei non vede voi.

Il male è stupido, ma non così stupido. Vi vede benissimo, anche se fate finta di non notarlo. Non è tacendo del lupo che si può salvare Cappuccetto Rosso; in una certa maniera il contrario.
Un mondo in cui non si ammonisce più dell’esistenza dei cattivi sarà dominato dai cattivi che nessuno più riconosce. Un dubbio viene: com’è che in un tempo in cui pare obbligatorio il rispetto di chi pratica ciò che era chiamato male, gli unici cattivi rimasti sono coloro che quel male si ostinano ad additarlo come tale?
Sembrerebbe proprio il piano diabolico di qualcuno; l’aggettivo non è casuale.
Aggettivo che si riferisce ad un personaggio che dicono non esista, e meglio è, dato che altrimenti dovremmo trovare il buono pure in lui.

 

Famiglia allargata

Perchè l’ultima parola non sarà la morte, ma l’Amore
Upi

Oggi c’è stato il funerale di un’affezionata lettrice dei primi tempi del blog, che ormai vede direttamente l’Epifania del Signore. Tra due giorni operano al cuore il piccolissimo figlio di alcuni nostri amici, battezzato ieri da Papa Francesco, e quasi contemporaneamente una bambina di nostra conoscenza subirà un trapianto di midollo. Ci sono altri malati, e gente in difficoltà morali o materiali, e pure per loro ci è chiesta preghiera.
Pensavo ieri che solo il cristiano possiede questa famiglia allargata, dove ci si interessa di persone magari mai viste e che non si conosceranno mai alla stessa stregua di quelle più care e vicine. Dove si prega sinceramente che avvenga cosa è meglio per loro. Non è un aderire meccanico e scontato, come ci ricordavano i genitori di cui ho detto prima. Ma un atto di amore.

Compiango chi non crede, che può al massimo offrire un augurio. Che non pensa al destino ultimo altrui, perché non lo fa del proprio. Che prende la notizia del bisogno del prossimo come un dato di fatto al quale non si può fare niente, passivo ingranaggio in un mondo troppo materiale per permettere la speranza, lamentandosi al limite dell’insipienza dei politici o dello Stato.

E’ come essere orfani permanenti, indifesi di fronte ad un caso cieco se non per vuoti gesti scaramantici.
Come figli scappati di casa. Incuranti, o forse inconsapevoli, del Padre che aspetta il loro ritorno.
Qui si prega anche per loro.

Epifania

Per credere occorre trovare; per trovare occorre cercare; per cercare occorre desiderare; per desiderare occorre mancare; per mancare occorre esista una pianezza.

Il mondo non è una nostra finzione. Neanche una tragedia senza senso, della quale ci illudiamo di potere scrivere la storia. E’ qualcosa di voluto, come noi lo siamo; basta riconoscerlo.

Si aggiustano orologi

Passando sbirciai dentro al vicolo, e vidi la porta ed il cartello: “Si aggiustano orologi”. Era un passaggio stretto, scuro, che si infilava tra due blocchi di case, ingombro di bidoni e imballaggi abbandonati. Il vicolo curvava verso l’ignoto; perché qualcuno tenesse un negozio in un buco così inospitale invece che sulla via principale era una domanda che mi attraversò la mente per un attimo, ma la liquidai. Forse era un artigiano in difficoltà, per via di questa maledetta crisi. Forse non aveva i soldi per una vera vetrina, e doveva accontentarsi di una finestra opaca invece di un’insegna come si deve. O forse era un negozio così esclusivo da non averne necessità.
Mi toccai la tasca. Comunque sia, era quello di cui ora avevo bisogno. Bisogna pur cominciare, da qualche parte.
La porta resistette per qualche attimo prima di cedere alla mia spinta. Andiamo bene, mi dissi.
Entrai.
Chiusi con cura l’uscio dietro di me, poi mi voltai. E mi arrestai, stupito.
Come molti di voi, da piccolo, avevo guardato il film di Pinocchio. Quello era stato un tempo felice, in cui non sapevo ancora niente della vita, e il cartone della Disney può essere veduto anche senza capirlo. Senza comprendere che è la fuga disperata di un burattino dalla realtà, dal dovere essere uomo. Fino al lieto fine, almeno. Allora non sapevo che non esistono davvero, i lieto fine.
Una delle scene che più mi avevano colpito era quella nella bottega di Geppetto. Piena di orologi a pendolo e a cucù, su ogni parete, che ticchettavano tutti assieme. Avete presente, no?
Qui era lo stesso. Più o meno.
Le pareti, gli scaffali, ogni superficie verticale e orizzontale erano ricoperti di orologi. Molto meno allegri di quelli di legno con le figurine semoventi del cartone animato. Erano di tutti i tipi, cronometri, da polso, da parete, di ogni foggia e colore e dimensione. Il loro ticchettio era come la vibrazione di un contrabbasso pieno d’api, lo scalpiccio di mille piedi in corsa, il battere di milioni di cuori. Dava l’impressione che sotto gli orologi in mostra ci fossero altri orologi, che le mura stesse del megozio fossero fatte di ruote dentate e lancette. Dietro al banco una figura stava curva. Non era Geppetto. Rovistava con delle pinzette all’interno di un meccanismo. Indossava occhiali con spesse lenti e una luce che illuminava come il faro di un teatro le viscere aperte su cui stava lavorando. A prima vista mi era sembrato vecchio, quasi decrepito, ma quando alzò la testa e la luce cambiò vidi che era giovane, forse più giovane di me.
“Sì?” disse in tono interrogativo, guardandomi.
Deglutii. Misi la mano nella tasca, sfiorando il metallo. Le mie dita furono indecise per un attimo, poi si chiusero su un cinturino. “Oh…ho qualcosa da fare aggiustare”, dissi.
“Vedo”, rispose l’orologiaio.
Allungò la mano, prese ciò che gli porgevo, lo soppesò intento per qualche attimo. Poi prese il lavoro sul quale si stava concenrando al mio ingresso e, con delicatezza, lo spinse da parte, ponendo al suo posto il mio orologio.
“E’…è fermo”, dissi.
Lui annuì. “Sì. Si è fermato da un bel po’. Peccato, una così bell’opera.”
“Può aggiustarlo?”, chiesi, prendendo tempo.
Lui risollevò lo sguardo, mi fissò e disse “Io posso aggiustare qualsiasi orologio. Che poi ci riesca o meno, questo dipende dall’orologio”.
Che razza di risposta, pensai. Mi schiarii la voce. “Non so perché si è arrestato”.
Lui scosse la testa, picchiettando i pulsanti dell’orologio con un dito. “Oh, lo so io. Questo è stato un orologio molto amato, ma ad un certo momento questo amore è cessato.”
Aprii la bocca. “Io…”
“Si vede dal cinturino. E dalla cassa”, disse l’orologiaio, rigirandolo. “Questa magnifica creazione ad un certo momento si è convinta che tutto fosse contro di lui. Di non essere più necessario. E’ per questo che ha smesso di seguire il tempo. Si è messo da parte. Ha rallentato, e più rallentava più si convinceva di essere in ritardo. Inutile. Finché, ad un certo momento, ha smesso di ticchettare del tutto.”
Richiusi la bocca. Che diamine…
“Ma si sbagliava. Anche quando si ferma, un orologio non cessa di essere un orologio. Basta incoraggiarlo un poco, fargli capire che qualcuno gli vuole bene. Che non è tutto finito. Che può ricominciare a muoversi. Qualcuno che lo ama c’è sempre, deve solo accorgersene, così ricomincerà ad amarsi. Qualsiasi orologio”, aggiunse.
Mi appoggiai al bancone, in cerca di fiato. Per fare quello che dovevo fare e non riuscivo a fare. Mi guardai attorno, e notai una cosa curiosa. Normalmente in un negozio di orologi tutti quelli in esposizione sono sincronizzati sull’ora esatta. Qui nessuno lo era. Le lancette di ognuno segnavano un’ora diversa.
“Sono tutte differenti”, mormorai.
“Il tempo è uno, ma ogni orologio lo segue alla sua maniera” disse l’orologiaio.
“Non ha senso. Un orologio segna l’ora giusta, o non serve”, replicai.
“E qual è l’ora giusta? Non esiste l’orologio che segni davvero l’ora giusta. Nemmeno gli orologi atomici lo fanno. Ci sarà sempre uno scarto. Non è in loro potere. Il tempo è più grande di loro. Si limitano ad annotarne il passaggio, ma nessuno di loro lo possiede. E’ il tempo che possiede loro, anche se gli orologi, com’è ovvio, raramente se ne accorgono.”
“E a cosa serve allora un orologio se non a segnare il tempo?” chiesi, con rabbia.
“Ad abbandonarsi a quel flusso di tempo, al suo scorrere. A indicarlo. Per quelli che stanno intorno a lui. E per questo essere amato. Come un cuore. La stessa cosa di un cuore, che batte per gioire di una vita che non possiede e che gli è data.”
Mi porse il mio orologio, reggendolo per il cinturino. Vidi la lancetta dei secondi muoversi, piano, come una volta.
“Funziona”, dissi.
“Ha sempre funzionato. Voleva solo un’altra possibilità.”
Allungai la mano, esitante. Lo presi. Quando afferrai il suo peso familiare mi rammentai di chi me lo aveva regalato, e quando. Mi salirono le lacrime, irrefrenabili.
Feci per parlare, un groppo in gola, ma l’orologiaio alzò la mano. “Non mi deve nulla. Il suo orologio aveva solo bisogno di esser un po’ scosso, per riprendere a funzionare. Lo tenga da conto, e non lo lasci più fermare.”
Uscii dal negozio di corsa. Mi arrestai solo un attimo, per togliere dalla tasca quel peso e buttarlo nel bidone più vicino. Il metallo della pistola fece un rumore sordo, come un battito, quando cadde sul fondo. Sperai che nessuno la trovasse.
Mi tornarono alla mente le ultime parole che il proprietario della bottega mi aveva sussurrato, prima che io uscissi.
“Lei conosce davvero bene il tempo e gli orologi”, gli avevo detto.
“E’ vero, perché non mi limito ad aggiustarli”, mi aveva replicato. “Io li fabbrico.”

Quel che siamo

Siamo dei Nulla che cercano il Tutto.
Per questo non ci possiamo accontentare di Qualcosa.

Te Deum 2017

Ti ringrazio, Signore, per ciò che non va.

Per la pioggia fredda senza ombrello, l’autobus in ritardo, il dolore ai denti. Per tutto ciò che è fastidioso ed indesiderato, per un mondo che non è come vorrei, ti lodo. Per ogni cosa irregolare, storta, malfatta, che mi ricorda quanto lo sono anch’io, grazie, Signore.

Grazie per avermi fatto sbagliato e avere fatto sbagliato il mondo. Che era la maniera più giusta di farlo. Tu ci dai tutto, tutta questa imperfetta bellezza, questa giustizia zoppicante, questa verità nascosta. Così che, colmi di desiderio, cerchiamo la perfetta bellezza, la vera giustizia, e quella verità che è sempre sotto i nostri occhi. Insomma, che cerchiamo Te.

Grazie per ogni momento di lotta, vale a dire ogni momento di vita. Daccela in abbondanza, così che ancora una volta possiamo dire: Te Deum laudamus.

Dall’orgoglio salva il tuo servo

Anche dall’orgoglio salva il tuo servo
perché su di me non abbia potere
(Salmo 18)

Oggi è S.Thomas Becket. Per quei pochi che non sapessero chi era, si tratta di un arcivescovo inglese fatto uccidere da Enrico II d’Inghilterra un po’ più di otto secoli fa, e protagonista del dramma di T.S.Eliot “Assassinio nella cattedrale”.
E’ proprio a questa opera teatrale che voglio fare riferimento. In essa, Thomas è attaccato da quattro tentatori. Tre sono le banali tentazioni terrene, il potere, il denaro… ma l’ultimo, il quarto, quello inatteso, è il più pericoloso. E’ l’orgoglio. Il martirio fine a se stesso, per dare gloria al proprio nome invece che a Dio.
Mi è venuto in mente perché ho letto di certe personalità politiche che rivendicano le “conquiste” da loro ottenute, “con orgoglio”.

In effetti l’orgoglio una volta era un peccato mortale, quando ancora si credeva in Dio. Un altro Enrico, Enrico V, dopo la vittoria di Azincourt dove aveva sconfitto un esercito francese molte volte più numeroso e meglio armato, nell’opera di Shakespeare fa cantare il “Non nobis”: “Non a noi, Signore, ma al tuo nome sia data gloria”. L’inorgoglirsi per quello che si è fatto significa avere perso la nozione di quello che si è realmente.
Il Natale ci ricorda che l’uomo più importante di tutti i tempi non è nato in un palazzo di re, ma in una stalla. Ogni volta che ci prende la tentazione di rivendicare la nostra bravura, la nostra intelligenza, la nostra abilità, ricordiamoci che tutto ciò è niente, è il vanto di una formica di avere spostato un granello di sabbia.
Lasciamo a coloro che compiono il male il rivendicarlo. Tanto stupidi, o tanto orgogliosi, da non capirlo. Per quanto riguarda il bene, a noi cattolici spetta il Te Deum.

 

Esploratori

Sto leggendo i diari di Lewis e Clark, i due esploratori statunitensi che, all’alba del 1800, per primi attraversarono il continente americano viaggiando da Saint Louis, l’estremo ovest degli allora Stati Uniti, fino all’Oceano Pacifico, e ritorno. E’ la loro spedizione che ha “scoperto” le Montagne Rocciose, ha descritto per prima la geografia, la fauna e la flora di quei territori, mai calcati dall’uomo bianco.

Una cosa che mi ha colpito sono le loro descrizioni degli indiani.
Sono molto diversi dalla mitologia che abbiamo imparato a conoscere dai film. Ci sono decine e decine di tribù diverse, ognuna con la sua cultura e modo di vivere differenti. Così diverse tra loro che villaggi distanti pochi chilometri gli uni dagli altri, nominalmente dello stesso popolo, parlano ognuno la propria lingua.

Tutte quante queste tribù però hanno cose in comune. Sono sempre in guerra le une con le altre, e anche quando sono alleate si fanno la forca vicendevolmente alla prima occasione. Quando possono sterminano i rivali, donne e bambini compresi, li derubano o li schiavizzano. La ferocia nei confronti dei deboli, l’omaggio ai più forti sono dati per scontati. Le donne svolgono i lavori pesanti, e sono oggetto di scambio e merce per propiziare favori. Sono poche migliaia di persone in una terra ricchissima, eppure non cessano di uccidersi tra loro.

Stiamo parlando di popoli che hanno visto pochi uomini bianchi, a volte nessuno. Non è la nostra corruzione passata a loro che gli esploratori riportano nei loro giornali, ma la disposizione originale della loro cultura così come gli uomini della spedizione la vedono nel corso dei contatti quotidiani.
Lewis e Clark cercano di far cessare le guerre tra le tribù tra loro ostili, ma la tregua concordata con grandi discorsi non dura che qualche settimana prima che i raid e le uccisioni riprendano. I loro racconti illustrano bene una realtà che noi abbiamo dimenticata: cioè che, sebbene ci sia il desiderio della pace, la cattiveria umana è molto più forte.

Quella legge morale che tante volte diamo per scontata non lo è affatto. Non uccidere, non rubare, non desiderare la donna d’altri e tutto il resto sono comandamenti perché, prima, non si vedeva la ragione di non farlo. Se fosse tanto ovvio, non ci sarebbe stato bisogno di scolpirli nella pietra. Senza quel Dio che ce li ha dati, non sono che graffiti incomprensibili.

Adesso che adoriamo altri dei, che cammino seguirà la nostra tribù? Ci stiamo addentrando in un territorio già esplorato, ma di cui non ricordiamo i pericoli. Chi ce li indicherà?

Guerre stellari colpisce ancora

spoiler assenti o in lievi tracce

Se l’episodio 7 di Star Wars, “Il risveglio della Forza”, era la fotocopia aggiornata del Guerre Stellari originale, gli affezionati della serie come me avranno avuto un balzo al cuore, o al fegato, guardando i titoli di apertura e le primissime scene di “Gli ultimi jedi”, il film della saga ora nelle sale. Che ricalcavano esplicitamente quelle de “L’impero colpisce ancora”, il suo diretto seguito. Sono quindi sprofondato nella poltrona, pronto a ripercorrere storie già note…
Bene, mi sbagliavo. Il regista deve conoscere bene, oltre alla serie originale, anche il judo. E’ judo cinematografico: tu ti attendi una cosa, ti porti avanti con il pensiero, e il tuo impeto viene sfruttato per lanciarti dove non ti aspetti. Costantemente , una scena dopo l’altra, pensi che l’avventura non potrà che andare in quella direzione; e, una scena dopo l’altra, scopri di avere sbagliato.
Oh, certo, ci sono buchi nella trama e improbabilità, ma molto meno gravi che negli altri film. C’è chi ci ha trovato eccessivo femminismo e chi ha lamentato una trama troppo slegata, ma probabilmente sono più percettivi di me. Che mi sono divertito molto, tra battaglie spaziali e terrestri, attimi di commozione e comici, e la giusta dose di avventura. Ma quello che ho trovato irresistibile sono quelle citazioni lievi, un ferro da stiro, un piede spostato, una foglia e la maniera con cui diluvi di ipotesi e supposizioni durate anni sono cestinate… ma sarebbe davvero un peccato fare spoiler della trama.
Solo più tardi, a mente fredda, ho capito che in realtà certe scelte che appaiono di rottura c’erano già in quell'”Impero colpisce ancora”di quasi quarant’anni fa, esplicitate per chi voleva ascoltarle da un personaggio che non a caso qui ritorna. Forse dimenticate, certo non comprese. Ancora una volta il lato oscuro, al di là dello specchio, ha un volto ben chiaro.
Questo film è la sintesi felice dell’episodio V che non a torto molti ritengono il migliore di tutto il ciclo, e di “Rogue One”, di cui parecchi pensano altrettanto. Come ha detto qualcuno, c’è davvero una nuova speranza.

Il cuore della faccenda

Ieri sera, mentre cantavo l’Hallelujah di Haendel da dietro l’altare della chiesa di S.Cristina, nel centro di Torino, pensavo che una cappella così, piena di storia, in America sarebbe monumento nazionale e verrebbero da migliaia di chilometri per vederla. Qui ci siamo abituati, la guardiamo appena mentre pensiamo ai nostri piccoli affari che saranno già dimenticati domani.
Il traffico demenziale, l’isteria di inseguire un dono obbligatorio, la distrazione dei cellulari sempre connessi con l’inessenziale. Tutto ci spinge a trascurare quello che importa davvero. Quello che ci fa costruire bellezza, la quale tuttavia neanche lei è il cuore della faccenda.
Anche questi quadri e queste note non ne sono che un riflesso: la realtà vera sta ancora più a fondo, in una stanzetta odorosa di letame e calda di animali nella cenciosa periferia di un impero di venti secoli fa. Dove la verità del mondo, la spiegazione del mondo, delle nostre corse affannose con il telefono in mano e degli  Hallelujah! di Haendel è diventata la carne e il sangue di un bambino nato per questo.
Per regnare in eterno.

Senza di lui saremmo ancora qui, a cercare di conoscere cosa è importante davvero. Adesso invece lo sappiamo. Tutto quello che ci resta è capirlo.

Buon Natale.

Come il mio gatto

Appare ormai chiaro anche ai più grulli che quello che vado dicendo da parecchio tempo è vero: lo scopo di determinate leggi, tipo l’ultima arrivata sul biotestamento, non è quello di facciata ma affossare il più possibile la Chiesa. Se fosse una questione di libertà come i loro mortiferi turiferari asseriscono, l’obiezione di coscienza sarebbe stata prevista, e la prospettiva di introdurla non avrebbe dovuto provocare la levata di scudi a cui abbiamo assistito nelle ultime ore.

Invece curiosamente gli stessi che ritenevano doveroso sfidare le leggi esistenti per ammazzare le persone, adesso le invocano quali verbo quasi divino a cui ci si deve attenere a tutti i costi: una capriola spericolata da pagliacci circensi.

Che la mancanza di obiezione sia stata studiata e voluta, e non sia un incidente di percorso dovuto alla fretta o alla dabbenaggine, è innegabile, basta leggere gli atti. Capisco i comunisti nei loro molteplici travestimenti, che Dio lo odiano, e i laicisti, che non lo sopportano, e quindi piazzano la politica ben al di sopra della vita delle persone. Che però dei cattolici l’abbiano approvata può avere due spiegazioni: o sono degli utili idioti, e sottolineo idioti, o questi non sono più cristiani del mio gatto. Che, essendo gatto, fa quello che gli pare, con l’alterigia del killer abituale e la certezza che tutto gli è perdonato, perché niente che lui faccia è male.

E troviamo carcasse smangiate, piume e sangue, una scia di morte innocente.

La prigione

Sto pensando a te
che insegui l’amore
la tua libertà
è diventata una prigione

TiroMancino, “Piccoli miracoli”

C’è una libertà, un modo di vedere la libertà, che è astratto, cioè non vero.
E’ il volere vederla come essere svincolati da ogni cosa.
Ma fossimo anche svincolati da ogni cosa, da una soltanto non potremo liberarci mai: noi stessi.
Una libertà che fosse separata dalla persona reale, dal suo valore, dalle sue esigenze, da ciò che la costituisce sarebbe un altrove, una teoria, una falsità. Non ci riguarderebbe davvero.
Ma cos’è che ci costituisce? La verità di noi.
La libertà senza la verità è la cosa più mortifera che possa esistere, perché la morte è ciò che è contrapposta alla vita. E’ morire vivendo, è trasformare la libertà in una prigione.

Amare significa volere il bene di un tu. Volere la sua libertà nella verità, la sua verità nella libertà. Non può essere perciò un tu astratto.
Solo se la verità si concretizza in un tu siamo davvero liberi di amarla. Cessa di essere un concetto, possiamo davvero capirla. Quella verità ha un nome, è un uomo.
Concreto. Reale.
Altrimenti non vale. Sono davvero libero solo amando quella verità personificata.
Non posso dire io senza di lui. Non posso davvero essere libero senza di Lui.
E’ per questo che è nato.
Per liberarci dalla prigione.

TU

La legge è una imposizione dall’alto, estranea all’uomo anche quando è giusta, quando è connaturata, quando segue per filo e per segno di cosa l’uomo è fatto.
Solo quando il rapporto passa da re-schiavo ad amico, ad un tu,  allora acquista senso e non causa ribellione.
Solo in un tu c’è il senso della vita.
Ma se già nell’incontro tra due uomini la libertà del tu non può venire sollecitata da mediazioni di potere o di magia, ma deve aprirsi da sè, tanto più il TU assoluto e infinito potrà aprirsi all’uomo solo nella piena libertà e nella grazia puramente gratuita.

Quel TU che fa l’uomo doveva farsi incontrabile ed incontrato per fare capire che la sua Legge è dolce, e leggera, al contrario di quelle degli uomini. Ma senza un TU da chiamare per nome tutta la libertà non serve a niente, è solo una trappola che imprigiona, un labirinto senza uscita. Dice Lagerkvist:

Uno sconosciuto è mio amico,
uno che io non conosco,
uno sconosciuto lontano lontano.
Per lui il mio cuore è pieno di nostalgia.
Perché Egli non è presso di me.
Perché Egli forse non esiste affatto?
Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza ?
Che colmi tutta la terra della tua assenza ?

Quell’assenza è diventata Presenza. Si è incarnata. Questo è il Natale: potere chiamare il senso della vita TU.

Gli strumenti

Il caso della legge appena approvata sul fine vita, che vede tra le possibili conseguenze la chiusura degli ospedali cattolici o il loro cedere al mondo, non è che l’ultimo tassello di quella che sembra “quasi” una strategia per colpire la specificità dell’approccio cristiano al mondo, la sua visibilità.
E’ infatti il cristianesimo che ha dato al mondo gli “hospitali”, il luogo dove ci si prende cura dei malati e dei morenti nel modo che il Vangelo indica. Non solo dal punto di vista medico, ma da quello umano.

Anche gli orfanotrofi sono nati dal cristianesimo. Nel mondo antico e in quello non cristiano i bambini rimasti soli, se non trovavano una famiglia che li ospitasse, erano destinati spesso alla morte o a pessima sorte. In parecchie nazioni gli orfanotrofi e i servizi di adozione cristiani hanno dovuto chiudere, perché si rifiutano di dare i bambini a famiglie che famiglie non sono, e quindi accusati di discriminare.

Pure le università sono una creazione cristiana. Non solo una scuola, ma un luogo dove docenti e allievi si trovavano insieme per crescere nella scienza del mondo. Una struttura del genere poteva nascere solo dove il mondo è concepito come razionale e aperto alla scoperta da parte dell’uomo. Concetto che solo il cristianesimo ha.
Ma i cristiani ora sono cacciati fuori da ciò che loro stessi hanno fondato da chi sostiene che la scienza è laica, e il credere impedirebbe la ricerca. Dimostrando così di non conoscere la storia, o dimenticarla volontariamente.

Sì, parrebbe proprio esserci un disegno che mira ad eliminare i cristiani dalla vita pubblica, sostituendoli con una organizzazione statale. Nella illusione che, tagliando le radici, la pianta possa continuare a prosperare come prima.
Ma il delirio kantiano, alla prova dei fatti, mostra tutta la sua falsità. Ospedali inumani, dove del paziente non importa niente, e il cui unico scopo è liberarsene il prima possibile, in un modo o nell’altro; università che sanno insegnare solo il dubbio, preda dell’inutile; e poveri bimbi: quante tragedie si devono vedere per capire che un approccio è sbagliato?

Ma se anche dovessero cessare tutte queste opere, ne creeremo altre:
“Rimane il segno significativo che l’impegno cristiano, nelle sue forme più decise, ha posto con costante e ostinata predilezione dove non c’è più alcuna speranza umana e mondana o l’impegnarsi sembra non giovi più.
Per esempio nella cura dei moribondi, dei vecchi, degli incurabili, dei pazzi o dei deformi, dove non c’è mai da aspettarsi un sorriso di ringraziamento. Non vogliamo porre l’interrogativo se tale impegno sia sensato o produttivo, perché è stato intrapreso proprio in sfida all’insensatezza terrena e con la coscienza che in esso appare veramente il senso cristiano della speranza. Il genio cristiano potrebbe e dovrebbe penetrare con la stessa sfida pacata della libertà in tutte le altre strutture della società umana, che hanno in se tutto ciò che è mancanza di speranza del moribondo, del malato, del pazzo, e mettersi a curarle e a trattare con esse con una speranza che supera la morte, anche se fa i conti con essa. Si risponderà che questo è un atteggiamento e un programma per santi. Può essere, ma la vita cristiana è sempre stata credibile la dove è brillato almeno un bagliore della vera santità.”
(Luigi Giussani, Porta la speranza, pg 62)

Questo perché noi attingiamo alla sorgente di ogni bene, di ogni scienza, di ogni carità. Poiché
“il fatto della nostra permanenza alla sorgente e del suo continuo scorrere dentro di noi deriva da questo: l’impegno di Dio per il mondo ci ha assunto in se come suoi elementi costitutivi e strumenti.”
(ibidem, pg 57)

Siamo lo strumento di Dio. Ci proibiscano pure i palchi dei teatri, continueremo a suonare come e dove Lui vorrà.

Happy end

La signora si asciugò una lacrima.
“Dottore, guardi, abbiamo fatto di tutto. E’ in questa condizione da troppo tempo. Non è una vita degna di essere vissuta.”
Il dottore annuì comprensivo, e passò una scatola di fazzoletti di carta alla donna seduta davanti a lei. Eccezionali questi trucchi per gli occhi al giorno d’oggi, pensò. Riesce a piangere senza neanche sbavarli.
“Capisco, capisco” disse. “Ma è un passo grave, da cui non si torna indietro. Sua figlia…”
“Figliastra.”
“Sì, certo, figliastra, è una ragazza ancora giovane, dal cuore forte, come dice il referto. Non è in stato terminale.”
La donna scosse la testa. “Ma ormai abbiamo perso ogni speranza che torni a vivere. Il suo cervello è danneggiato irreparabilmente.”
Il medico scorse la cartella clinica. “Che sfortunato accidente. Soffocata da un pezzo di cibo. Il cervello è rimasto senza ossigeno per troppo tempo, è entrata in coma ed è così da allora. Una ragazza così bella…”
La sua matrigna sussultò e digrignò i denti, ma il dottore non se ne avvide. Stava guardando le fotografie. “Poveretta. Che carnagione pallida e malata.”
La donna agitò la mano. “Oh, è sempre stata di pelle molto chiara, anche prima dell’incidente. Ma torniamo a noi. Lei capisce la mia sofferenza, come unica tutrice legale della ragazza dopo la morte di suo padre. Così ho preso la decisione migliore per lei: la sospensione del sostegno vitale.”
Il dottore strinse le labbra. “Non posso dire di essere molto d’accordo. La ragazza non ha alcuna patologia. il sostegno vitale è solo cibo e acqua. Toglierglielo equivale a condannarla ad una morte lenta ed atroce.”
“Oh, non abbastanza atroce. C’è di peggio, voglio dire” si corresse la donna.”E poi proprio il suo essere una ragazza non così brutta, immobile in un letto, è causa di enormi preoccupazioni per me. Si figuri che l’altro giorno un maniaco l’ha assaltata sessualmente”.
“E’ orribile!” disse il dottore. “Violenza su una donna indifesa!”
“Assolutamente. Voleva baciarla a tutti i costi. Naturalmente l’ho fatto arrestare, e sarà processato per direttissima.  Ma  questo episodio non fa che confermarmi nella mia decisione. Voglio che le sia sospesa l’alimentazione e l’idratazione.”
“Il mio parere medico…” cominciò l’uomo.
“Non mi importa molto del suo parere”, lo tranciò la signora. “La legge dice che deve comunque rispettare la volontà del paziente, cioè la mia. Non ha scelta.”
Il dottore sospirò. “E’ vero, è la legge, Ma è un peccato.”
“Oh, sono d’accordo con lei. Questa legge  però è esattamente quello che serviva per porre fine a tante immotivate esistenze. La mia Bianca, così generosa e altruista, non è più che un cadavere caldo, ohimé. Guardi però, darò il mio consenso per il prelievo degli organi. Che il suo cuore almeno serva ad aiutare altre persone, ed il suo sacrificio non sarà vano.”
“E’ molto generosa, signora…signora?”
“Mi chiami Grimilde”, disse la donna.
“Va bene, signora Grimilde, il supporto vitale sarà levato oggi stesso. Tutto dovrebbe essere finito abbastanza in fretta. Non ci sarà neanche bisogno di sedarla, visto che è in coma profondo.” Scosse la testa. “Tutto per una mela andata per traverso. Che tragedia. Come sarebbe bello se si svegliasse…”
Grimilde era già in piedi, accanto alla porta, che si aggiustava l’acconciatura guardandosi in uno specchio. “Sì, ma questa è la realtà. C’è la parte buona e la cattiva, e non si può vivere per sempre felici e contenti. Mica siamo in una favola…”