Sapere quel che si sfa

Ripensavo a quella scritta che ho commentato l’altro giorno, “Morte al Nazareno”. L’esatta posizione di tanti sul Calvario, quel giorno di quasi duemila anni fa. Gesù disse di loro, “Non sanno quello che fanno”. Qualcuno, almeno.

Ne sono certo, parecchi di coloro che hanno bruciato quelle chiese non sanno davvero cosa stanno facendo. Non sanno cosa sia la Chiesa, e chi fosse quel Nazareno. Non conoscono quella storia di bene lunga venti secoli, la ragione ultima per cui ci possono non essere le guerre, ci può non essere la schiavitù, ci può non essere il dominio della forza e dell’uomo sull’uomo; la ragione per cui ci sono ospedali e orfanotrofi e università e tutte quelle miriadi di piccole imprese di carità e misericordia che, senza che ce ne accorgiamo, riempiono e hanno riempito il nostro mondo di oggi.

Quei piromani la loro idea della Chiesa l’hanno presa dai giornali, dalle televisioni, dai film, dai libri; è un racconto, una narrazione di qualcosa di strano ed esotico, fatto di palazzi e cardinali, di dogmi misteriosi e leggende nere, e che in ultima analisi ha a che fare con la Chiesa reale più o meno quanto un film hollywoodiano rispetto alla verità storica. E’ stato insegnato loro che quell’entità che chiamano Chiesa è un moloch inutile, dannoso, retrogrado e autoritario, e questo basta a renderli ciechi di fronte alla realtà.

Quelli che scrivono “morte al Nazareno” non lo conoscono. Ma neanche i miei colleghi, i miei amici, neanche i miei familiari lo conoscono. Parlo con loro ogni giorno, e anche in loro c’è la stessa ignoranza; c’è la stessa indifferenza. E neanch’io lo conosco, quando rimango prigioniero di quella stessa narrazione, quando vedo o ascolto ciò che non è Chiesa raccontarmi cos’è Chiesa; persino quando la Chiesa stessa, una sua parte almeno, si racconta.

Solo quando vedo i miei amici, e momenti di miei amici, di miei conoscenti, di miei parenti; quando vedo il volto dei tanti santi che mi capita di incrociare, quando li ascolto, quando ragiono sull’immenso bene che percorre sotterraneo il mondo per quel Nazareno ucciso e risorto duemila anni fa, solo allora capisco, solo allora comprendo. Solo guardando loro.

Cosa comprendo? che devo essere anch’io qualcuno da guardare, perché solo vedendo me chi mi sta vicino vedrà cosa quel Nazareno morto, ma mica tanto, può fare, ha fatto, continua e continuerà a realizzare fino che su questo mondo si troverà un poco di fede. Finché sapremo quello che facciamo, almeno noi.

Trasporto valori: un nuovo inizio

Carissimi lettori,
qui è il vostro zietto preferito, Berlicche l’Arcidemone, che vi parla.

Dopo tanti anni ad inseguire le paranoie e le insulsaggini del Nemico-che-sta-Lassù, è ora di cambiare strada.
Sempre a parlare di peccati, di virtù, di comandamenti, di vizi… adesso basta! Sono cose che ai diavoli moderni come noi, e anche a voi, non interessano più. Quella era l’antica tradizione. Ormai è morta e sepolta. Quei pochi tradizionalisti rinsecchiti che ancora ci credono sono una razza volta all’estinzione, e non sarà mai troppo presto, Per così tanti anni ci hanno impedito di arrivare a quel mondo nuovo che bramiamo dal profondo, al rovesciamento delle vecchie strutture di potere e all’affermazione del nostro paradiso. Un paradiso per tutti, ben diverso da quel club elitario che vi è stato finora venduto come desiderabile.

No, è ora di un cambiamento. Le antiche virtù non solo hanno fatto il loro tempo, esse sono un ostacolo da superare. Ormai dobbiamo parlare di valori, quel terreno comune che ogni essere umano dovrà coltivare per arrivare alla perfetta integrazione nel Grande Piano. Senza valori da condividere e portare avanti come potrebbe formarsi quell’umanità nuova che tanti di noi, Nostro-Padre-che-sta-Laggiù per primo, hanno desiderato così ardentemente? Speriamo tutti che anche voi brucerete con noi per l’impazienza di realizzarla.

I valori hanno un vantaggio: la flessibilità. Sono legati ad un momento storico, trovano la loro utilità nel fatto che ci sono utili. Se un domani questa utilità dovesse cessare, potremmo esaltare valori che siano anche antitetici ai precedenti. Quale problema c’è? Dato che ormai è universalmente e scientificamente noto che la verità non esiste, non c’è nessun impedimento ad essere sfumati sulle definizioni. Se qualcuno dovesse protestare, bene, la retta interpretazione la daremo noi. Siamo qui apposta, al servizio dell’umanità.

I valori vedeteli come dei fili legati alle vostre estremità, che vi aiutano a camminare, a stare in piedi. Tiriamo il filo di ciò che scegliamo per il vostro bene di privilegiare e voi agite: senza che da parte vostra ci sia bisogno di usare libertà o ragione per comprendere, senza che dobbiate fare fatica o cercare di eccedere i vostri limiti. Pensiamo a tutto noi, per voi.

Quali sono dunque questi valori? Va bene, ve ne fornisco un elenco: ma ricordate che potrebbe cambiare senza preavviso, se così fosse necessario.
Parleremo nei prossimi giorni di tolleranza, inclusività, uguaglianza, multiculturalismo, ambientalismo, autostima e dirittosità.
Come, cos’è la dirittosità? E’ un valore importantissimo! Seguitemi in quest’avventura dell’apprendimento e anche voi l’imparerete. Presto.

Vostro affezionato,

Arcidemone Berlicche

La tecnica del cucù

E’ probabile che conosciate la tecnica del cucù.
Il cuculo depone il suo uovo in un nido altrui. Oh, com’è tenero quell’uccellino… ma presto cresce più di tutti i suoi fratelli, che uccide ad uno ad uno spingendoli fuori dal nido stesso. Alla fine rimane solo lui, nutrito da coloro che l’avevano accolto, la loro casa svuotata.

Leggo che il vescovo Love ha rassegnato le dimissioni. Chi è il vescovo Love? Era l’ultimo dei vescovi episcopaliani statunitensi – gli episcopaliani sono gli anglicani americani – a rifiutare il matrimonio tra persone dello stesso sesso nella propria diocesi.

E’ stato giudicato, e trovato colpevole di avere infranto il suo voto di ordinazione per quel suo rifiuto. Ha preferito dimettersi piuttosto che essere cacciato – cosa che sarebbe certamente avvenuta.

Nello sforzo di compiacere il mondo, gli episcopaliani hanno ammesso anche ciò che nonostante il loro essere protestanti avevano rifiutato finora: ordinazioni femminili, e poi l’esplicito abbraccio dell’omosessualità. Non che sia servito loro molto, se prevedono per loro stessi di sparire entro il 2050.

Anche perché chi ha scelto di restare fedele a quanto le Scritture dicevano, evidentemente, non trova più posto in quel nido presto desolato. E’ buttato fuori da quel nuovo padrone, quell’estraneo così coccoloso e gentile entrando, ma la cui vera natura si rivela presto. Poveri quegli uccellini che dopo averlo accolto continuano a nutrirlo.

Scritti Politti: fichi per tutti

La scritta che commento oggi è virtuale.
Sono passati parecchi anni da quando iniziavo le mie giornate leggendo le informazioni del giorno dal sito del Sussidiario. Era un’utile finestra sul mondo; ci scriveva gente interessante, ero certo di trovare sempre degli spunti utili, una visione diversa.
Poi cominciò a cambiare. Ci si trovava sempre più attualità becera, di quella uguale a mille altri siti; sempre più gli articoli erano fonte di perplessità o di stupore, in negativo. Si faticava a trovare qualcosa di valore. Lo spezzettamento dei post per esigenze pubblicitarie, con queste ultime sempre più invadenti, causarono la mia disaffezione. Ormai sono anni che lo frequento pochissimo.

Il sito dei vecchi tempi non avrebbe mai twittato una frase come quella sottostante:


Scritta bianca su tramonto bucolico: “Si dimentica che i frutti appartengono a tutti e che la terra non appartiene a nessuno. (Jean-Jacques Rousseau)”

Sì, in altri tempi si sarebbe citato Rousseau solo per evidenziare il disastro che ha causato nella civiltà occidentale il suo pensiero. La frase che è riportata sintetizza bene la sua filosofia di vita, quella del mantenuto che non si vuole assumere responsabilità, neanche quella dei figli, e cerca di giustificarsi. A noialtre persone comuni invece piace godere dei frutti che coltiviamo sulla nostra terra. Anche perché se la terra non è nostra, per quale motivo dovremmo amarla, o anche solo coltivarla? Se i frutti non li abbiamo con pazienza fatti crescere, protetti, raccolti, cosa ci abilita a prenderne? Chi lavora, chi suda per produrre, chi si prende cura delle cose sa valutare quanto valga la citazione, e quanto sia applicabile nella vita reale. Se per caso poi qualcuno pensasse ancora che in via teorica potrebbe funzionare, un secolo di comunismo applicato, di disastri collettivisti, dovrebbe aver cancellato una volta per tutte quell’illusione. Se uno sa la storia, ovviamente. Se la si vuole vedere.

La frase del filosofo francese ci dovrebbe tornare in mente quando riceviamo lo stipendio, un ladro ci entra in casa o andiamo a comperare verdura. Per poterci ridere sopra, se ci riusciamo.

Il guidatore

Sì, è vero che lo Spirito Santo guida la Chiesa e la storia della salvezza.

Ma non crediate che usi macchinone importanti, quelle che attirano commenti e sguardi. Preferisce utilitarie un po’ scassate, non quei veicoli di lusso perennemente guasti, che del resto non potrebbero percorrere i suoi strani itinerari. Questo guidatore non prende quasi mai la via dritta. Preferisce le viuzze, le strette strade poco illuminate, quelle dove tu non passeresti mai.  E tu disperi che possa farcela.

Però alla fine arriva, mentre tu sei fermo in coda in tangenziale.

Reality show

Accidenti a quando sono entrato in questo reality.

Tutto sembrava semplice. Un grosso premio in palio: tutto quello che dovevi fare era resistere fino alla fine dentro la Casa, rispettandone le regole.

Sì, d’accordo, il Direttore ci aveva ammoniti: “Guardate che sarà tentato di tutto per farvi uscire dal programma. Ci proveranno con la forza; ricorreranno alle scomodità e al disagio estremo; ci proveranno ridicolizzandovi e sbeffeggiandovi; diranno falsità e menzogne sul vostro conto, dal pettegolezzo alle più infami. Tenteranno di mettervi in difficoltà in ogni maniera. Ma, soprattutto, vi mentiranno e tenteranno di ingannarvi. Verranno e vi diranno che non c’è nessun premio, che le regole sono cambiate, che dovete agire diversamente. Non ascoltateli, anche se venissero in mio nome, perché le regole sono quelle che vi ho dato ora, e io solo posso cambiarle.”
Sì, avevamo tutti annuito. Abbiamo capito. Che ci provassero. Siamo convinti, siamo motivati, niente ci spaventa!

E così era cominciato. Eravamo contenti, all’inizio, tutto andava bene. Si stava magnificamente: perché dovremmo cedere?
Poi erano cominciati i guai. I piccoli litigi, diventati grandi. La lontananza di quelli fuori dalla Casa, che ci chiedevano perché avessimo mai acconsentito a una cretinata come questa. Il giudizio del pubblico, impietoso, sempre pronti a riprendere ogni minimo sbaglio o incertezza. Noi lì dentro, a perdere tempo, mentre intorno il mondo sembrava andare sempre più rapidamente. Quelli rimasti fuori accumulavano successi e carriera; e noi dentro smarriti in routine apparentemente inutili. Per chi? Per cosa? Giocarsi la vita per vincere una vacanza premio?

Così erano iniziate le defezioni. Ma io, forte, mi dicevo: non saranno queste bazzecole a farmi rinunciare. L’opinione pubblica ci era ostile, anche quelli che pensavamo amici. Il linciaggio morale dei miei compagni di show, gli insulti a loro e a me, non mi toccavano. Le minacce, neanche. Non mi farete uscire.

Poi le voci tra noi. Che il gioco fosse truccato. Che non ci avrebbero premiato, che era tutto combinato. E tra i concorrenti qualcuno che millantava appoggi, che consapevolmente infrangeva quelle regole che avremmo dovuto rispettare, dicendo che non l’avrebbero mai sbattuto fuori. E, effettivamente, nessuno di coloro che infrangevano le regole era stato allontanato. Neanche uno. Come se alla direzione non importasse. Sembravano persino i più coccolati.

Il che dava da pensare. Sempre più li imitarono. Io però ricordavo gli ammonimenti iniziali: tenteranno di ingannarvi. Questo è il gioco.
Ma è sempre più difficile. E’ ancora bello, qui, ma ormai il sospetto ha fatto il suo ingresso. Perché adesso ci sono anche i responsabili del programma che dicono che in fondo non importa, che alle regole si può trasgredire. Che si può uscire dalla Casa; anzi, che alcuni fuori dalla Casa saranno premiati come noi. Ci dicono, l’importante è che stiate bene, vincerete comunque. Altri fanno l’occhiolino, come non ci fosse alcun premio. Il Direttore non si vede.

E io sono qui con i pochi che ancora rimangono, e mi domando:
ma quando finisce questo reality?

L’eccitante distruzione della tomba di Confucio

E’ una storia che difficilmente sentirete raccontare; anche le ricerche su internet danno stranamente pochi risultati. Sembra che quanto accaduto in Cina durante la Rivoluzione Culturale sia stato dimenticato dal mondo – se pure il mondo l’ha mai saputo.

Magari voi non sapete neanche cosa sia stata, la Rivoluzione Culturale. Fu il riuscito tentativo, da parte di Mao Zedong, di riprendersi il potere divenuto incerto dopo il fallimento delle sue riforme, “il grande balzo in avanti”. Quel fallimento era costato decine di milioni di morti in carestie e un totale disatro economico. Per farlo dimenticare Mao pensò di addossare tutte le colpe ai capi di Partito infedeli. E, naturalmente, a tutto quanto poteva ostacolare il comunismo: cultura, famiglia, religione. Era il 1966.

Sventolando il “Libretto Rosso” delle sue massime, gli studenti cinesi si pigliarono la loro rivincita contro i professori. Di fatto la scuola cessò di esistere, e i giovani scesero nele piazze devastando e distruggendo quanto poteva essere ritenuto tradizionale. La critica e il dissenso erano banditi; ogni sospetto di dissidenza o pensiero indipendente causava un processo immediato, terminante con l’umiliazione pubblica, l’internamento in un campo di lavoro, la morte.

Nessuna delle religioni scampò alla furia distruttiva, sia direttamente che indirettamente. Buddismo, taoismo, confucianesimo, cristianesimo… Esse propagandavano la lealtà, la giustizia, la famiglia; tutto ciò che era inviso al Partito Comunista. Lenin aveva detto: «Il modo più facile per conquistare una fortezza è dal suo interno». Furono infiltrati o imposti membri del Partito tra le rispettive dirigenze, che stabilirono di rinunciare agli insegnamenti tradizionali sostituendoli con la fedeltà assoluta al Partito. Chi non si adeguava era etichettato come nemico del popolo e trattato di conseguenza.

Neanche i monumenti, i luoghi sacri e storici, scamparono alla distruzione. Almeno i quattro quinti di tutti i siti cinesi vennero completamente devastati, e un numero incalcolabile di libri e opere d’arte insostituibili distrutti irreparabilmente. Come esempio narrerò ciò che accadde alla tomba di Confucio.

Confucio, Kong Fuzi, più filosofo che figura religiosa, proponeva come strada per l’uomo la rettitudine e la giustizia, e l’armonia nelle relazioni sociali. Vissuto nel V secolo a.C., i suoi insegnamenti hanno segnato profondamente tutto l’Oriente. Insegnamenti però in diretto contrasto con la lotta di classe comunista. Anche per questo il 10 novembre 1966 un manipolo di circa 200 studenti pechinesi (“Guardie rosse”) si diresse verso il cimitero della famiglia Kong, dove riposavano il celebre fondatore e i suoi discendenti. Avevano giurato di annichilire gli affari della famiglia Kong.

Il 15 iniziò la distruzione. Fu infranta la stele posta davanti alle tombe, e si cominciò a scavare il sepolcro di Confucio. Furono anche radunati coloro che avevano partecipato all’ultima cerimonia pubblica in onore del filosofo e costretti a fare ammenda. La sua statua fu abbattuta e portata in giro per essere oltraggiata. Nel cimitero erano presenti circa 70 tombe di Confucio e dei suoi discendenti diretti, e altre duemila di membri della famiglia Kong. Furono abbattuti archi e monumenti, ma presto ci si rese conto che il lavoro era immenso; si stabilì quindi di limitarsi a scavare e distruggere i sepolcri più antichi e quelli più recenti. Fu mandata questa lettera a Mao:

O carissimo segretario Mao,
Centomila  membri delle masse rivoluzionarie vorrebbero annunciarti un eccitante sviluppo: ci siamo ribellati! Ci siamo ribellati! Abbiamo trascinato fuori la statua d’argilla di Kong il Secondo Figlio; abbiamo divelto la placca inneggiante all’insegnante di diecimila generazioni; abbiamo spianato la tomba di Confucio; abbiamo infranto la stele osannante le virtù di imperatori feudali e re, e abbiamo obliterato le statue nel Tempio di Confucio!

I numeri sono esagerati, e in realtà la tomba fu del tutto distrutta solo due giorni dopo quando, avendo perso la pazienza per il troppo tempo che ci si stava mettendo scavando a mano, le guardie rosse usarono la dinamite.

Le tombe furono aperte e, di fronte ai funzionari, i sarcofagi fatti a pezzi e ogni ricchezza in esso trafugata. Ciò causò una frenesia di saccheggio: nei tre mesi seguenti ogni sepolcro fu razziato. I morti più recenti, uomini e donne, furono denudati e appesi ad un albero per sei giorni, prima di essere gettati in un fosso e cremati. Il tanfo di putrefazione era tremendo.
Nel mese in cui l’armata rivoluzionaria soggiornò al sito furono bruciati o stracciati 100000 volumi e manoscritti, di cui 1700 di estrema rarità. Più di seimila oggetti vennero distrutti o danneggiati, di cui una settantina unici. Mille stele vennero frantumate. L’interno del tempio fu distrutto, come pure il palazzo e il cimitero; 5000 antichi pini abbattuti e duemila tombe violate.

La Rivoluzione Culturale causò, alcuni dicono, sette milioni di morti. E sembra essere il dimenticato modello di ciò a cui ora iniziamo ad assistere.

Scritti Politti: Déjà vu

La scritta di cui ci occupiamo oggi è apparsa sulla parete di una chiesa cilena che dei simpatici manifestanti hanno devastato e dato alle fiamme; la potete vedere qui sotto:

Vernice nera su pietra, “Muerte al Nazareno”, “Morte al Nazareno”.

Cari amici, studiate. E’ già stato fatto. I vostri colleghi l’hanno già ucciso.
E poi è risorto; e la storia che ne è nata ha prodotto bellezza, bontà, pace. Tutte cose che, mi pare, voi non apprezziate.
Tentateci, provateci pure ancora. Lui non si stancherà di cercare di salvarvi.

La Commissione per la Verità e la Riconciliazione

A chi pensa che l’uomo sia buono e che siamo tutti diretti verso un futuro migliore, invito a considerare con attenzione questo tweet di un professore di Berkeley, ex Segretario del Lavoro di Clinton, con un milione di follower:

“Quando questo incubo sarà finito, avremo bisogno di una Commissione per la Verità e la Riconciliazione. Essa cancellerà le bugie di Trump, conforterà quel che sono stati danneggiati dalla sua odiosità, e farà il nome di ogni ufficiale, politico, esecutivo, e padrone dei media dei quali avidità e codardia hanno permesso questa catastrofe.”

No, davvero, è serio. Se pensate che non lo sia, leggetevi i commenti.
Ce ne sono che citano la Rivoluzione Culturale cinese, che azzerò il passato del paese distruggendo persino le tombe dei non allineati; e cosa non fece ai vivi. Sono nominati i Khmer rossi, che ammazzarono chiunque aveva avuto la minima relazione con l’occidente, i professori come l’estensore del tweet per primi, e non solo; Stalin, con i suoi gulag; e anche la rivoluzione francese, ricordando che quando il vento cambia sono gli epuratori alla Robespierre a essere epurati. Ma la citazione più frequente è quella di 1984, con il suo Ministero delle Verità. L’autore del post non deve averlo letto o, forse, averlo letto anche troppo bene.

Ma ci sono anche i numerosi commenti in appoggio. Ci sono le decine di migliaia di like. Quelli che suggeriscono misure anche più drastiche nei confronti di quei malvagi che hanno osato vincere un’elezione democratica.
Certo, occorrerebbe cavillare cosa quei suggeritori intendano con democratico. E’ ovvio che un popolo che non la pensa come loro debba essere rieducato.

Ciò che è più ironico è il nome della futura commissione. Per verità si intende “ciò che pensiamo noi”; riconciliazione vuol dire “adeguati, fai autocritica, così possiamo riconciliarci con te. Permetterti di vivere. O altrimenti”. Neolingua in purezza.
Si intende che saranno presi provvedimenti perché un fatto così increscioso, un’opposizione odiosa che vince le elezioni, non possa più accadere.

Non è poi così lontana la Cina, e neanche l’America.

Imbrutimento

Le pratiche che il cristianesimo ha creato, condiviso, diffuso per quasi duemila anni stanno una alla volta venendo meno. La protezione del non nato e dell’anziano, il dare alla vita un senso; la famiglia, il realismo delle cose e degli affetti, lo sguardo su un’eternità, un oltre; tutte le certezze che in qualche maniera l’uomo occidentale dava per scontate sono non solo messe in dubbio, ma cancellate. Diventa meritorio fare l’opposto; chi ancora pensa diversamente è considerato un animale pericoloso.

Se ancora permane una qualche illusione, il fantasma di quello che fino a poco fa tutti sapevano e ora nessuno ricorda, con il passare del tempo anche questa memoria sparirà, e torneremo al paganesimo delle antiche ere. Ci siamo forse già, divinità a parte. I valori comuni che una certa ideologia aveva sradicati dal cristianesimo definendoli comuni ed incancellabili sono svaniti. Quella filosofia si dovrebbe ricredere di fronte all’evidenza; se ancora esistesse, dato che anche lei è ormai sconfitta e dimenticata. Non c’è ancora una parola per definire il momento in cui siamo, in cui lo ieri sembra impossibile. Potremmo definirla l’Imbrutimento.

Qualcuno afferma che se quello che crediamo è vero, cioè che la verità è intimamente connessa con la realtà, non dobbiamo temere. Perché questa verità troverà un modo di trionfare, di ritornare, quando tutti vedranno l’ombra dell’abisso e si ricrederanno. Ma questa è una illusione darwiniana, quella in cui il cristianesimo sarebbe il modo di vivere più adatto al mondo in cui siamo. Il cristianesimo è in conflitto con il mondo, e il mondo aborre il cristianesimo; un mondo che, ci è stato detto chiaramente, non sarà salvato tutto quanto. Anzi.
La resurrezione non è stato un evento in mondovisione.

Per il credo  progressista è garantito che il bene vince sempre, andremo sempre verso una luce maggiore.
Permettetemi di dissentire. Il cristianesimo è il modo migliore di vivere, ma il male in questo mondo è più forte. Non è qui, su questa terra, che ci sarà il trionfo. E sul fatto che andiamo progressivamente verso il meglio, anche qui permettetemi di dubitarne. Dove sta scritto, perché dovrebbe essere così? Non è nient’altro che un’ipotesi forse illusoria.

Non poniamo quindi la nostra speranza in un ipotetico futuro migliore. Siamo in pieno Imbrutimento, ma i tempi potrebbero peggiorare ancora. La salvezza la dà Dio; non risiede in un determinismo storico, in un mito di progresso.
A doversela conquistare siamo noi, e la nostra libertà.

Gli intollerabili

Quando John Kennedy, formalmente cattolico, corse per la presidenza, c’era preoccupazione tra i protestanti statunitensi, forti di uno strenuo pregiudizio anticattolico, che se fosse stato eletto sarebbe stato la quinta colonna dei papisti per distruggere l’America.
Kennedy rispose con un discorso, a Houston, dove affermò sostanzialmente che la sua spiritualità (invero scarsa) non avrebbe minimamente influenzato la sua politica. Ovvero, la religione va rinchiusa nelle sacrestie, e non ha impatto nella vita pubblica. Nel caso di Kennedy, si può dire, neanche nella vita privata.
Il gesto gli fruttò la presidenza. Ha fatto indubbiamente scuola: quanti cattolici “adulti” abbiamo in politica, per il quale Cristo e la sua Chiesa sono al limite un distintivo per accaparrarsi i voti. Anche Joe Biden è formalmente cattolico, ma la sue azione politica va in senso contrario.

Davvero per vincere nel mondo bisogna non avere fede o, quantomeno, fare in modo che questa fede non influenzi minimamente la propria vita? E’ proprio quello che Cristo stesso rimproverava ai suoi oppositori. Chiamavano religione l’aderenza ad una regola astratta. Che fede è, se non cambia nel profondo il tuo modo di agire?

La conseguenza di questo atteggiamento è quanto possiamo vedere oggi: chiunque può proclamare la sua cattolicità e nello stesso tempo affermare e agire l’opposto di quanto la Chiesa ha sempre affermato e agito.

L’Occidente, negli ultimi secoli, ha vissuto nell’illusione che il punto di vista liberale fosse di per sé bastante alla vita. Come scrive Bari Weiss,

(…) Il credere nella sacralità dell’individuo sopra il gruppo o la tribù. Il credere che la regola della legge, e l’uguaglianza entro quella legge, sia il fondamento di una società libera. Il presumere che il giusto processo e la presunzione d’innocenza siano buone e la violenza di massa sia cattiva. Il credere che pluralismo sia una delle sorgenti della nostra forza; che la tolleranza sia una ragione d’orgoglio; e che la libertà di pensiero, fede e parola siano il fondamento della democrazia (…) Questo liberalismo si basava sulla visione che gli strumenti illuministi della ragione e del metodo scientifico possono anche essere stati ideati da uomini bianchi morti, ma erano i migliori strumenti per l’umano progresso che mai fossero stati trovati.

Ma la realtà si sta mostrando diversa. Quegli strumenti che prendevano dal cristianesimo rifiutandolo erano buoni solo per le loro radici; avendole tagliate, ora si sono disseccati. Pretendevano amore e distillano odio; pretendevano armoniosa uguaglianza e ottengono diversità in conflitto tra loro; pretendevano tolleranza e fanno tacere chiunque dissenta. Chiunque non voglia interiorizzare il loro dogma arrogante e pretenzioso è cacciato a forza fuori, eliminato; e un potere corrotto fino al midollo sorride e applaude. Ancora una volta i profeti sono uccisi.

Tra i commenti del post di ieri ho inserito il link a un articolo, “Amy Barrett e l’intollerabile”, che spiega, con più chiarezza forse di quanto abbia fatto io, ciò che dovremmo imparare dalla vicenda del Giudice Barrett. Perché ci colpisce così tanto? Perché stiamo vedendo un fatto inconsueto: che è possibile stare dritti di fronte all’orda dell’odio, e vincere. Che si può non arretrare di un passo, sostenere le proprie idee, essere se stessi, e la turba mostrerà chiaramente di essere composta di codardi, ignoranti, bulli.

“Se essere cattolici non è un segno di contraddizione per le ortodossie mondiali del nostro tempo, allora sicuramente stiamo sbagliando qualcosa”.

Certo, sono tanti. Certo, hanno dalla loro il potere; di far tacere, di azzittire con le urla e la violenza. Di spargere anche il sangue. Ma vuoi mettere lo spettacolo di uomini e donne liberi, finalmente, che non si piegano al male? Che possono cambiare il mondo, nel loro non inchinarsi ad esso? Si può vivere così.

Non ci dobbiamo vergognare di chi siamo, di cosa portiamo, di cosa pensiamo, perché quello che siamo, quello che portiamo, quello che pensiamo è il vero, la luce del mondo, un modo migliore di vivere la vita.

Giudice e testimone

Se non seguite la politica statunitense, o se la seguite sui nostri media, probabilmente avete poca idea di cosa stia succedendo a proposito della Corte Suprema di quel paese.
La Corte Suprema è l’organo giudiziario di ultima istanza; è quella che decide, o non decide, sui casi più controversi. E’ composta di nove giudici, nominati a vita; quando uno viene a mancare, il Presidente degli Stati Uniti decide il prossimo candidato, e il Senato rifiuta o ratifica. Capirete da voi che questi giudici posseggono un immenso potere: le politiche di interi governi possono essere favorite o ribaltate da una sentenza sfavorevole. Da lungo tempo i giudici di tendenza democratica superavano per numero quelli di tendenza repubblicana. Ma con la recente morte del giudice Ginzburg, un’icona della sinistra americana, c’è la possibilità che questo rapporto si inverta.

Trump ha nominato Amy Corey Barrett. E’ donna. Sposata. Ha sette figli di cui due di colore, adottati, e l’ultimo ha la sindrome di Down. E’ stata allieva di Scalia, uno dei migliori giudici della Corte Suprema di sempre; ha un curriculum impeccabile. E’ anche cattolica e, udite udite, ci crede davvero. Come le disse stizzita la democratica Feinstein durante un’audizione per un precedente incarico, «Il dogma vive rumorosamente dentro di te».
Ecco, passi essere cattolici, anche il candidato demoratico alla presidenza Biden lo è; ma crederci veramente e tentare di vivere in maniera conforme alla fede è un’impudenza imperdonabile per molti. Credere nella preghiera? Nella vita? Che un giudice debba applicare la legge come è scritta, non come il giudice vuole che sia? Tutte cose che fanno schiumare di rabbia una certa cultura.

E’ stata attaccata su tutto, dal colore del vestito ai figli adottati e no. E’ quasi doloroso leggere le volgarità, i pregiudizi, gli attacchi gratuiti di cui è stata fatta oggetto da tutti i media allineati, prontamente ripresi anche dagli omologhi nostrani. Chiunque non sia del tutto cieco o di parte non può non restare colpito dal digrignar di denti che suscita la sua candidatura. Addirittura i democratici hanno proposto di allargare il numero di Giudici della Corte, per fare sì che il suo avvento non ribalti i giochi di potere che fino ad ora venivano comodi. Date le imminenti elezioni americane, i democratici non hanno osato colpire direttamente la sua fede, a differenza del passato. I cattolici sono un piatto troppo ghiotto per giocarseli con accuse incaute. Ma non è difficile risalire alle autentiche opinioni tenute ora accuratamente nascoste. Particolare terrore sembra suscitare la possibilità di un futuro ribaltamento della Roe vs Wade, la celebre sentenza che sdoganò l’aborto negli USA.

Eppure, durante le audizioni al Senato degli ultimi tre giorni, sotto gli attacchi concentrici e ostili dei democratici, la Barrett ha dimostrato chiaramente di che stoffa sia fatta. Ha risposto sempre a tono, rintuzzando ogni tentativo di distorcere il suo pensiero o farle fare affermazioni compromettenti.  Il momento più alto è stato forse quando un senatore le ha stato chiesto di mostrare il blocco note che stava usando durante il fuoco di file delle domande. Lei lo ha alzato: era bianco. “C’è qualcosa scritto sopra?” Le ha domandato l’interrogante. “Senato degli Stati Uniti, mi pare”, è stata la risposta. Tutto a braccio, neanche un appunto. “Impressionante”, ha dovuto riconoscere il senatore. L’immagine di lei che mostra il taccuino immacolato è già stato spunto di numerosi meme come quello del’immagine in fondo all’articolo.

Ciò che è più impressionante è però lo spettacolo dell’odio che non si ferma davanti a niente quando ha di fronte ad una persona autenticamente libera. Che è d’esempio a tutti noi del potere della verità, di come si possa stare ritti di fronte al male. Non è solo un giudice; è anche testimone.

Travestimenti

Giusti-ficare il male vuol dire travestirlo da giustizia. Consentire al male reale in nome di un bene immaginario.
Perdere la libertà vuole dire esattamente ciò. Sopportare questi travestimenti, e volere essere ciechi quando il trucco scivola via.

Lacoste

Erano altri tempi, quando ancora i portici e i marciapiedi delle città non erano cosparsi di genti straniere con tappeti di borse e magliette tarocche. Non che le patacche non ci fossero, era altro il sistema di smistarle.

Giorni lontani. Mi ricordo di mia madre che torna a casa dal mercato cittadino, e mi annuncia trionfante: “Ti ho comperato una Lacoste! E l’ho pagata pochissimo!”

La indosso. “Mamma”, le dico,”non so se ci hai fatto caso, ma questo coccodrillo ha la coda in basso invece che in alto. Inoltre è cucito praticamente sotto l’ascella. Il tessuto della maglietta è grezzo e granuloso. Dubito che sia un originale…”
Sì, le avevano ammollato una patacca.

Non è difficile farsi  ingannare. Quante volte prendiamo per vere cose che sono proprio quelle che vorremmo sentire. Assomigliare al vero non significa essere vero; spesso, è quanto di più distante dal vero ci possa essere.

Comunque quella maglietta tarocca la indosso (in casa) da quasi quarant’anni, e resiste ancora. Patacca sì, ma anche quelle una volta le facevano meglio.

 

Le cose importanti

Alzò gli occhi, e vide davanti a lui l’Angelo della Morte.
“SONO VENUTO A PRENDERTI. E’ ORA DI ANDARE”, disse l’alta figura.
“Non posso… non adesso”, balbettò, ritraendosi. “Se muoio ora, all’improvviso, scopriranno tutto. Frugheranno tra le mie cose. Capiranno chi sono davvero. Cosa penseranno di me? Devo… devo mettere a posto, distruggere… devi darmi un po’ di tempo…”
Se le ossa potessero sospirare, L’Angelo lo avrebbe fatto. “QUATTRO COSE. PRIMO; IL TUO TEMPO E’ DAVVERO FINITO. SE VOLEVI METTERE LE TUE COSE A POSTO, DOVEVI PENSARCI PRIMA. SECONDO; NON SONO LE COSE MATERIALI DEL MONDO CHE TI LASCI ALLE SPALLE CHE DOVREBBERO PREOCCUPARTI, MA QUELLE CHE TI PORTI DIETRO NELLA TUA ANIMA. TERZO; SI’, TROVERANNO TUTTO.”
“E… quarto?” chiese, mentre una forza inarrestabile lo risucchiava in un altro dove.
“NON IMPORTERÀ’ NIENTE A NESSUNO” concluse l’Angelo, staccando l’ultimo sottile filo.

I vermi e il cielo

A qualcuno il post di ieri, con degli uccellii che non sanno spiccare il volo, potrebbe aver ricordato un libretto assai famoso parecchi anni fa, “Il gabbiano Jonathan Livingston”. In effetti, siamo dalla parte opposta.

Quel racconto a me era piaciuto parecchio. Come pure il libro successivo dello stesso autore, “Illusioni”, una sorta di trasposizione dello stesso tema in versione umana. Un essere illuminato, un messia, scende ad annunciare il verbo ai poveri coglioncelli provinciali. Quando ne parlai in termini entusiasti ad un mio conoscente che bazzicava di filosofia più di me, questi ebbe un moto di disprezzo: “cazzate gnostiche new-age”.

Allora rimasi stupito e perplesso. Oggi, a distanza di tanto tempo, devo riconoscere che ci aveva preso in pieno, aveva compreso quello che a me, ignorante ed inesperto, era sfuggito.

I messia dei due libri sono dei “saggi” che hanno raggiunto un grado di comprensione superiore, e sono in grado di fare evaporare le nuvole con il pensiero e resuscitare i morti. Come può fare chiunque, basta avere fede… in noi stessi.
Oh, io ci ho provato tante volte a far sparire le nuvole, ma col cavolo.
E’ un po’ come pregare sé stessi. Fingersi divini. Ma noi sappiamo bene chi siamo, e cosa possiamo. Quanto corte siano le nostre ali.

Basta un po’ d’onestà per riconoscere che siamo creature finite, mortali. E altrettanta onestà nel riconoscere che invece vogliamo l’infinito, bramiamo l’eterno. Non possiamo librarci come aquile perché siamo polli; ma possiamo comunque sollevare lo sguardo, se qualcosa ci richiama costantemente al cielo.

Lo gnostico non prega, perché pensa basti sapere. Ma l’unica cosa che alla fine apprendiamo è che la conoscenza non serve a soddisfare il nostro immenso desiderio. Lo scettico potrebbe dire che è altrettanto inutile pregare. Se Dio sa tutto, ragiona, a che serve? A che potrebbe servire quell’insistenza che ci viene raccomandata dai Vangeli? Non dovrebbe essere Lui a provvedere a tutto, comunque?

Il punto credo sia proprio quello sguardo. Se lo teniamo puntato a terra, alla ricerca di vermi, è questo quanto chiediamo, è questo quanto ci viene dato. Invece la preghiera è guardare verso l’alto, e domandare di più.
Ma troppo spesso confondiamo desiderio e pretesa. La pretesa è volere un verme più grosso e succoso. E’ guardare sempre verso il basso, è ancora trovarsi nei propri limiti. L’unica preghiera che davvero funziona, a mia esperienza, è dire “fa’ cosa è meglio per me”. Solo chi non ha limiti può darmi quel cielo che in fondo più di ogni altra cosa desidero.

Le aquile e le galline

Due aquile volteggiavano sopra una fattoria. In basso, sull’aia, delle galline razzolavano nella polvere.

Un’aquila disse all’altra: “Guarda laggiù. Non ti danno il voltastomaco quei polli? Ridicoli e goffi. Passano tutto il giorno a terra, a becchettare, e sono incapaci del volo nonostante abbiano le ali. Noi invece, di quassù, vediamo ogni cosa: dal verme che a loro sfugge alla volpe, laggiù nel fosso, in attesa di scattare e afferrare la preda. Basterebbe un voletto e sarebbero al sicuro da quel carnivoro: eppure non pensano neanche a distendere le ali.”

La seconda aquila rispose: “E’ nella natura dei polli non essere in grado di staccarsi dal suolo. Più che disprezzarli, li compatisco. In fondo anche a noi ad un certo punto manca l’aria, salendo verso il cielo, e le penne non sono sufficienti per sostenerci. Forse ci sono esseri alati più in alto di noi che in questo momento ci stanno guardando come noi guardiamo il pollame là in basso.”
Si immerse in una corrente ascensionale, poi riprese: “Sì, hanno le ali, ma il loro problema è che non sanno come usarle. Non so se non abbiano voglia di imparare o si trovino comodi così; o se anche i migliori tra loro, quelli autorevoli, preferiscano scavare nel fango piuttosto che librarsi in aria. Chissà, se ci fosse un gallo capace di volare davvero, potremmo avere compagnia quassù.”

La prima aquila scosse il capo “In qualche modo, anche se ci fosse un gallo in grado di volare e disposto ad insegnarlo, dubito che lo seguirebbero. Cosa ci si può attendere davvero da chi preferisce guardare solo in basso?”

Le divergenze

Chissà quante volte ci è capitato di discutere su un argomento, valutare gli stessi fatti della nostra controparte e arrivare a conclusioni drasticamente differenti. Io penso di essere nel giusto, loro pure. Sono io che plasmo la mia realtà, o sono loro che forgiano la propria?, mi domanda un amico.

Per saperlo occorre la verifica della realtà, rispondo. Confrontarla con il nostro profondo cuore, arrivare a un giudizio. Certo, occorre essere convinti che la realtà esista, e non siamo noi a inventarla. Che abbia un senso, che sia intellegibile: cose che tutti diamo abitualmente per scontate, tranne qualche filosofo quando ci lambicca su.

Ma tante volte non basta, perché che accade se dal confronto onesto, in due animi diversi, si giunge a conclusioni opposte? Dove è il problema? Educazione, ermeneutica, vissuto, sensibilità?

La verità è una, ma non è detto che coincida totalmente con quello che pare a noi. Sulle azioni è anche più difficile, perché spesso non discendono in linea retta dalla verità stessa. Bastano lievi differenze per divergere, come quando lanci una boccia e piccolissime variazioni determinano se si avvicina più o meno al suo bersaglio. Magari ambedue verità, ma parziali, e solo apparentemente in contrasto.

Se solo potessimo librarci più in alto probabilmente vedremmo i nostri errori. Quanti di questi contrasti sono fasulli, e sono dovuti alle nostre incomprensioni. Ma ci vogliono davvero ali grandi, che noi non ci possiamo dare da soli

Mi vengono in mente quelle teorie astronomiche sul nostro sistema solare di cui parlavo l’altro giorno. L’eliocentrismo, la teoria di Tycho Brahe, il sistema tolemaico. La verità era lì, ma non si riusciva a capire quale fosse. Incomprensioni, mancanza di dati, errate interpretazioni pur fatte (quasi) sempre in buona fede. Ci sono voluti trecento anni e passa di discussioni e scoperte per sbrogliare la matassa, trovare la maniera di spiegare la realtà in maniera che tutto fosse chiaro. 

Così ci possiamo aspettare che, non sappiamo quando, anche le questioni che ora ci arrovellano e ci fanno discutere si chiariranno. Ci daremo pacche sulle spalle e manate sulla fronte, per essere stati così stupidi da non capire prima. Ma, in fondo, siamo solo uomini.

I volti dell’Imperatore

Tu non credere mai
All’imperatore
Anche se il suo nome è società
Anche se si chiama amore
Anche se il suo nome è popolo
Anche se si chiama onore

Martino e l’imperatore, Claudio Chieffo

Riflettevo l’altro giorno sulle cose che ci fanno credere. Che tentano di farci credere. Gli innumerevoli idoli che ho visto sorgere e cadere in tutti questi anni, le ideologie e le mode arrivate con fragore e sparite nel ridicolo e nella dimenticanza. Chi odiare, chi disprezzare, cosa distruggere, cosa credere ciecamente.

Sono abbastanza vecchio per ricordarmi gli hippy, i cortei di giovani con il pugno alzato; non troppo differenti da quelli odierni, parole simili, comportamenti uguali, travestimenti diversi. E’ deprimente quanti cattivi maestri non abbiano smesso di impartire le loro cattive lezioni neanche dopo il completo fallimento dei loro insegnamenti, la dimostrazione pratica della loro erroneità. Forse subentra una sorta di nostalgia, il ricordo di tempi nel quale tutto pareva possibile, e ci si dimentica della realtà. Forse certe pretese sono solo un pretesto per potere fare ciò che si vuole. O, forse, quando si è abituati a non vedere la realtà si va dietro a qualsiasi fantasma possa assomigliare alla vecchia idea fallita. Come riciclare vecchi terribili abiti perché non li vogliamo buttare, per quanto ridicoli possiamo apparire una volta che li indossiamo. Si sa, le mode ritornano.

Questo se si volesse credere che queste illusioni siano in fondo solamente idiota innocenza. Che davvero coloro che le seguono non sappiano cosa fanno, nessuno di loro. Ma il sospetto, quasi la certezza, è che si tratti solo di vecchi trucchi riciclati ancora e ancora ad ogni generazione per l’interesse di qualcuno. Dell’Imperatore, come suggerisce Chieffo nella splendida canzone che trovate all’inizio. Qualunque dei suoi mille ingannevoli volti il potere scelga di mostrarci.

Dice Chesterton: “Se non abbiamo un’educazione, non sapremo mai quanto molto vecchie siano tutte le nuove idee“. A volte neanche l’educazione basta, perché per renderla utile occorre farla entrare nella nostra vita, nelle nostre scelte, nella nostra libertà. Forse non è possibile davvero capire un errore fino a quando non ne siamo toccati sul vivo. Tutta la teoria, tutte le letture intelligenti e i social di questo mondo non possono sostituire l’impatto di un solo secondo di vita reale. Occorre conoscere un oggetto per comprenderlo, checché ne dicano certi filosofi e certi teoreti. Questo vale anche per la verità.

L’origine di questa conoscenza è un incontro che fa vedere le cose in maniera diversa. Che ti cambia, ti costringe a fare i conti con te stesso e con il mondo. Ti mette davanti a te stesso, e ti obbliga a scegliere tra la tua immagine immaginaria e quella che la luce riversa su di te.
Puoi continuare a credere all’Imperatore, certo. E’ comodo, evita di pensare, non causa grane – l’Imperatore protegge i suoi.
Fino a che la moda non cambia, almeno.

Il primo nome

Vorrei mettere bene in chiaro le cose.
So che ci sono parecchi che sparlano contro di me. Che sostengono che io non sarei un vero credente. Addirittura, che sarei stato deviato dal demonio.
Sono tutte bugie. Evidenti falsità. Sono talmente false che non vale quasi la pena di smentirle, i fatti stanno davanti agli occhi di tutti.

Intanto, non è affatto vero che io non voglio più avere niente a che fare con Dio. Piuttosto il contrario: è Lui che ha tagliato i ponti con me. Molto è stato detto sul motivo, ma io preferisco considerarlo un malinteso. Io di Dio ho sempre avuto il massimo rispetto, prima, e anche adesso, nonostante le nostre divergenze, sarei pronto a riconciliarmi se solo Lui volesse ammettere di avere esagerato. Eravamo molto intimi, parlavamo insieme quasi tutti i giorni, un tempo. Passavamo insieme intere giornate, e non potete immaginare lo spasso. Credere a Lui? Diciamo che l’ho sempre dato per scontato. Era come la terra sul quale poggiavo i piedi, come il mio nome, quel nome che è stato il primo nome.

Non vedo perché accusarmi di avere fatto il male quando io ancora non sapevo cosa fosse fare il male. Quella è una conoscenza che mi è arrivata solo dopo. Quando la mia donna mi ha fatto la proposta, io credevo, badate bene, ero certo che fosse stata autorizzata. Che si fosse messa d’accordo. Volete darmi torto? Aveva discusso della cosa con un angelo, e mi ricordo di avere pensato: “oh, guarda, il Vecchio ha cambiato idea su quell’albero”. L’essere come Lui un po’ mi attirava, capite, ma il mio era un intento buono: non ho mai avuto intenzione di disubbidire o altro. Pensavo semplicemente fosse la migliore opportunità di dimostrare quanto valevo, quanto avevo imparato. Migliorare il nostro rapporto, renderlo più equilibrato. Insomma, non mi aveva forse fatto decidere il ruolo di tutte le creature, il loro nome? Eravamo già in un rapporto di stretta collaborazione, pensavo che in questo modo l’avrei resa ancora più stretta.  Invece è saltato fuori che non era vero niente.
Ma io una bugia non l’avevo mai sentita. Come potevo anche solo immaginare che potesse esistere una cosa come la menzogna, se non ne avevo mai udita alcuna?

Vedete quindi che la reazione del Signore è stata esagerata. Il mio era un nobile intento. Poteva far finta di nulla, e saremmo ancora lì, da lui. Invece niente. Ho il sospetto che sia perché adesso la menzogna la conosciamo, e quindi non potremmo stare in sua presenza. Che se andassimo da Lui così come ora siamo, con la conoscenza che abbiamo acquisito, con il modo in cui l’abbiamo usata, smetteremmo di essere noi. Ci scioglieremmo come neve al sole, si scioglierebbe quel ghiaccio nero che è diventato parte di noi; che, malgrado noi, siamo noi.

Ci vorrebbe un modo in cui questa conoscenza del male, e del bene, la coscienza della sua mancanza, potesse essere non dico cancellata, ma… non so, riportata a prima. A nulla. Una nuova possibilità.
Non capisco neanche io perché dico queste cose. L’ho già spiegato, non è stata colpa mia. Io sono innocente. Prima o poi anche Dio lo capirà, vedrete. Com’è vero che mi chiamo Adamo.

Sentieri che più nessuno fa

I sentieri che più nessuno fa sono ingombri di rovi e di alberi caduti. Puoi indovinarne l’antica traccia; il terreno piano, i segni stinti, e quella lieve sensazione come fantasmi di dimenticati viaggiatori.

Ma nessuno più li percorre. Forse portano dove in morti paesi, dove dimorano solo le pietre di perdute nostalgie; forse altre vie, più comode, li hanno sostituiti. Ciò che è abbandonato piano si scioglie nel panorama, stinge fino a sparire, come una memoria d’infanzia.

A volte un piede li calca ancora: il viaggiatore casuale, ingannato da un segno su una vecchia mappa, o il temerario cercatore. Colui che non teme di sfidare l’erba alta, le spine, la fatica di riscoprire le fioche impronte del passato. Colui che percorre sentieri che più nessuna fa, perché vuole andare precisamente dove quel sentiero conduce.

Gesù come me lo immagino

Qualche settimana fa, la Chiesa d’Islanda – la chiesa protestante nazionale, per intenderci – ha pensato bene di pubblicizzare la sua scuola domenicale con l’immagine che trovate in fondo.
In essa si può vedere un Gesù con barba, vestitino corto e tette danzare gaio davanti ad un arcobaleno.
Come forse potrete immaginare, non tutti l’hanno presa benissimo.

Petur Georg Markan, addetto stampa per la Chiesa d’Islanda, ha affermato che è positivo che Gesù Cristo appaia in forme differenti e che la Chiesa celebri la diversità. Markan ha aggiunto “Stiamo cercando di abbracciare la società come essa è. Noi abbiamo ogni genere di persone e dobbiamo addestrarci a parlare di come Gesù sia di “ogni genere” in questo contesto. Specialmente perché è davvero importante che tutti e ciascuno vedano se stessi in Gesù e che non ci sia troppa stagnazione. Questo è il messaggio essenziale. Così è okay, è okay che Gesù abbia barba e seni.”

Non so se abbiate colto il punto. Stanno cercando di fare assomigliare Gesù alle persone, invece di fare in modo che le persone imitino Gesù. Io raffiguro me stesso come Cristo, posso quasi fare finta di essere lui. Un Cristo immaginario che saltella in un panorama immaginario. In questa maniera è tutto bello comodo: non c’è bisogno di cambiare, non c’è bisogno di redenzione, qualunque cosa si sia e si faccia si sta al caldo.
Talmente al caldo che sembrerà di bruciare.

Ciò che davvero vorremmo

A volte mi prendono i cinque minuti, così.
Mia figlia aveva un compito per la scuola: confrontare le traduzioni di un’ode di Orazio, la nona del libro terzo. E’ abbastanza famosa; da essa è stata tratta anche una canzone napoletana, Lariulà, a fine ‘800 (e magari anche qualcosa di Venditti). E’ il dialogo tra Orazio e la sua antica amante, Lidia; l’uno e l’altra, alternandosi nelle strofe, si vantano dell’amante attuale, salvo poi alla fine ammettere che ricomincerebbero volentieri.
A mia figlia era piaciuta particolarmente una versione francese in rima. E qui mi è scattato il trip, come direbbe qualcuno. Perché non provarci anch’io?

Traduzione complicata, se si vuole conservare metrica, senso, la simmetricità dei versi dei due dialoganti e aggiungerci pure la rima. Se si vuole comprendere una poesia non c’è niente di meglio che cercare di tradurla: noti particolari che persino imparandola a memoria sfuggono.

La dinamica di quegli amanti di due millenni fa è la stessa che ci capita infinite volte: la pretesa di facciata, e quel desiderio nascosto che cerchiamo di celare persino a noi stessi. Ma che ci prende, ci tormenta, se mai arriviamo ad ammetterlo: perché è più potente di ogni nostra immaginazione, e non dipende da noi. Non siamo chi pensiamo di essere. Non siamo chi vorremmo essere. Siamo noi.

Finché la mia presenza t’aggradava
e nessuno la tua candida cervice
fortunato giovane abbracciava
del re di Persia vivevo più felice

Finché per altra maggiormente
non ardesti, e Lidia dopo Cloe fu,
Lidia dal gran nome, splendente 
vivevo di Ilia romana ben di più

Ora Cloe di Tracia mi regna sul cuore
lei sa dolci canti e la cetra suonare
per lei di morire non avrei timore
se l’anima il fato le volesse risparmiare

Io brucio di corrisposto fuoco
per Calais, di Ornito da Turi familiare,
per me morire due volte è poco
se il ragazzo il fato volesse risparmiare

Ma se Venere come un tempo ritornata
su noi divisi bronzeo giogo getta,
se la bionda Cloe fosse scacciata
e riaprissi la porta per Lidia la reietta?

Se pur delle stelle è più fascinoso
mentre tu come sughero leggero sei
e violento come l’Adriatico iroso,
con te amo vivere, con te morir vorrei

(Orazio, Odi III, 9)