Non è Vangelo – XIV – Un beato…

Colleghi demoni e simpatizzanti umani che condividete con me il progetto di mettere in luce, una volta per tutte, le incongruenze e le menzogne di quei libretti chiamati Vangeli, benvenuti ad una nuova tappa del nostro cammino.

Quest’oggi ci occuperemo di quell’episodio, ovviamente immaginario, della vita di G, il figlio disoccupato del falegname, chiamato il ‘Discorso della Montagna’.

Cosa viene raccontato in esso? Che G si imbatte in una folla di illusi e di falsi invalidi, che pretendono da lui guarigioni miracolose, autografi e cercano di avvicinarsi per farsi i selfie. Il carpentiere non si lascia sfuggire l’occasione: ammalato di protagonismo com’è, si siede su un sasso e comincia ad arringare i presenti.

E comincia a dire, beati questi, beati quelli.
Ora, ci potete credere? Qualcuno ha pensato che lo intendesse sul serio.
Vi rendete conto di quanto sono fessi i seguaci del Nemico-che-sta-Lassù? E’ ovvio che quello di G fosse un discorso retorico.
“Beati i poveri di spirito”. Cioè beati i deficienti. Beati quelli che non si fanno una loro idea del mondo, non sono pro-attivi e si lasciano mettere i piedi sulla testa. Ci siete caduti: stava chiaramente scherzando. Il mondo è dei furbi, di quelli che vi fregano la sedia da sotto il sedere.

Beato chi ha fame, beato chi piange? O uno è masochista – e data la propensione di G per farsi flagellare può anche darsi – o si capisce che essere beato così non conviene proprio. Quando mai se si piange si viene consolati? Allora bisogna evitare di frignare, anzi, darsi piuttosto da fare perché siano gli altri a piangere al posto nostro.

Beato chi cerca la giustizia? Da compatire, piuttosto! Se avete mai avuto a che fare con giudici ed avvocati, e non siete uno di noi, non avrete difficoltà a mandare a quel paese chiunque vi dicesse una cosa come questa.

Beati i miti? Solo se i forti li lasciano vivere. Per gli altri, è meglio se si procurano una buona arma.

Beati i puri di cuore? No, davvero, quando ne avete trovato uno ditemelo. Noi godiamo particolarmente a rendere loro la vita un inferno, a sporcarli, in modo che dopo all’inferno ci vengano volentieri.

Beati gli operatori di pace? Talvolta sì: posso nominare parecchi Nobel per la pace e altri pacificatori di professione che certamente se la passano bene. Abbiamo provveduto noi a questo, dopo esserci assicurati che la pace che intendevano fosse quella eterna dei loro oppositori. Ah, difficilmente troverete un manipolo di assassini guerrafondai peggiore di loro.

Che poi ai perseguitati appartenga il Regno dei Cieli, questa gliela possiamo concedere. Sulla nostra terra infatti gliene abbiamo fate passare di cotte e di crude. Che se lo tengano, il loro Regno: sarà nostra cura mandarli lì il prima possibile. Da quello al nostro dominio, e viceversa, abbiamo chiusa l’immigrazione.

Noi siamo assolutamente d’accordo nell’insultare, perseguitare, dire ogni falsità contro quei poveri imbecilli che si ostinano a credere alla favolette di G. Se lo meritano tutti! E’ loro la colpa, non la possono gettare su altri. Beati? Beati un… cavolo! Quello che il Nemico vuole è solo sofferenza insuperabile, inadatta all’uomo moderno.

Oggigiorno è assurdo il dover soffrire per qualcosa. Si chiama progresso, cari. Perché prendersela a cuore? Risparmiate e risparmiatevi guai e mal di pancia: evitate di chiedere cose impossibili.
Sarò più chiaro: quello che è tratteggiato nel discorso delle beatitudini forse poteva andare bene duemila anni fa, non certamente in una Chiesa moderna al passo con i tempi. La filosofia e la teologia hanno da molto superato la nozione che tutto quello che G diceva fosse da intendersi letteralmente. Ci sono le interpretazioni; ci sono i distinguo; è compito dei sapienti istruire il popolo. Seguirlo ti dà problemi? Ripensaci, mica vuoi fare il martire.

Designare oggi come “beate” certe categorie di persone è un’inaccettabile discriminazione verso chi non è in grado di raggiungere un simile ideale. Dovrebbe essere impedito ai fedeli, per il loro stesso bene, di perseguire vette irrealizzabili. Sarebbe irrispettoso verso i peccatori, che devono essere sempre accolti. A riguardo di questi, guai a insistere troppo che quello che fanno è male. Non si sa mai: potrebbero offendersi. E che accoglienza sarebbe?

La frase sul sale della terra, che se perde il sapore non vale niente, poteva andare forse duemila anni fa, quando non si conoscevano le spezie. Non siete sale? Embè, siate pepe, origano, finocchio! Il credente che si limita ad essere sale non sa cosa si perde.

G voleva dare compimento alla Legge: ma è chiaro che una Legge di così tanto tempo fa non ci vincola. I tempi sono cambiati, sarebbe ridicolo. Modernizziamoci. Le nuove leggi dei nostri illuminati statisti valgono molto di più di quegli antiquati relitti di un’era oscura.

Tipo “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio”. Non vedo perché ci sia da scandalizzarsi. La psicologia insegna che un po’ di adulterio è consigliabile, la legge lo permette. E’ ora che anche la Chiesa si adegui. O vorreste (ah!) giudicare?

Avrete capito ormai che G era un illuso, anche se a ben guardare qualche cosa giusta in quel discorso l’ha detta.
Non opponetevi al malvagio, è scritto, quindi non opponetevi a me, se lo fate siete poco evangelici.
Amate i vostri nemici, è scritto: se mi considerate nemico amatemi, dunque: non chiedo di meglio, io vi abbraccerò stretti stretti.

Se poi asserisce che quanto è di più di “sì sì, no no” viene dal Maligno, siamo d’accordo. Ma distinguiamo: siamo davvero sicuri che non esistano le sfumature, che il male sia sempre male e il bene sempre bene? Per ogni vostro impuntarvi su valori assoluti io posso tirarvi fuori eccezioni e contestazioni a profusione. Posso sommergervi di obiezioni, citare santi e lo stesso Vangelo. Sono io il maggior esperto di sacre scritture e di teologie. Non avrà un poco di ragione, questo benedetto Maligno che vi parla?
Non rispondete subito con un sì o con un no. Discutiamone.

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Astronomia per età oscure

Around the 6th century AD, Europe entered what’s known as the Dark Ages. This period of time from around 500 AD until to the 13th century witnessed the suppression of intellectual thought and scholarship around the continent because it was seen as a conflict to the religious views of the church.

Attorno al sesto secolo della nostra era, l’Europa entrò in quelle che sono conosciute come Età Oscure. Questo periodo di tempo tra circa il 500 DC. fino al 13esimo secolo vide la soppressione del pensiero intellettuale e degli studi nel continente perché era visto in conflitto con la visione religiosa della chiesa.

Quando ho letto questa frase sul sito Astronomy.com entro un articolo sugli studiosi di astronomia islamici (“Come gli studiosi islamici fecero nascere la moderna astronomia“) sono sobbalzato. Mi sono chiesto: ma davvero c’è ancora tanta ignoranza, specie da parte da chi vorrebbe scrivere articoli storici? Si ripropongono bufale smentite da un pezzo.
Perché quella frase che ho riportata è non solo inesatta, ma completamente errata. In effetti, avvenne proprio il contrario.

L’astronomia era una delle quattro “Arti liberali” del Quadrivio. Esse erano insegnate in tutte le scuole europee medievali a partire dal V secolo, quando furono codificate per la prima volta. Queste scuole erano quasi sempre sotto il patrocinio della Chiesa. La Chiesa infatti ha sempre incoraggiato apertamente lo studio delle stelle e dei pianeti, come mezzo per capire meglio il disegno di Dio e la sua Creazione. Monaci e anche santi, come San Ermanno lo Storpio, studiavano e copiavano trattati sulle meccaniche celesti e realizzavano strumenti astronomici. Papa Silvestro II (999-1003), Gerberto di Aurillac, era un astronomo al quale si deve tra l’altro la reintroduzione in Europa dell’astrolabio.

Se di fronte ai fatti ci fossero ancora dubbi basterà ricordare la Divina Commedia, infarcita di riferimenti astronomici in connessione con la divinità: “amor che muove il sole e l’altre stelle“. La Chiesa era così contraria agli studiosi che creò le università (no, quella di Fez era solo una madrassa)…

Non si può negare che, per larga parte del primo medioevo, i migliori astronomi fossero in territorio islamico. Ancora oggi i nomi di molte delle stelle più luminose sono arabi (Algol, Alcor, Altair…): la versione araba del greco da cui furono tradotte. L’eredità degli astronomi indiani e persiani conquistati nonché la disponibilità di testi classici perduti in occidente dava una netta superiorità agli studiosi di quelle terre rispetto agli omologhi europei, dove le conoscenze erano state spazzate via dalle successive ondate di invasioni.
Ma già nel 1200 una certa parità era stata raggiuunta, e nei secoli successivi il divario in favore dell’Europa divenne sempre maggiore. Quale il motivo?  Proprio la spinta della Chiesa, assente in Oriente, dove anzi gli studiosi vennero sempre più visti con sospetto se non con ostilità. Se nel cattolicesimo Dio ci incoraggia a conoscere il mondo perché esso è ragionevole, nell’Islam il mondo è soggetto al capriccio divino, e quindi imperscrutabile. Non molte possibilità di una vera scienza.

Quindi, onore agli astronomi islamici, ma se l’astronomia oggi è grande è per merito della Chiesa. Sì, anche Galileo era cattolico.

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Certezze

Tutti hanno certezze, ma pochi lo ammettono.

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Secondo coscienza

Le coperte lo opprimevano, si sentiva bruciare dalla febbre, aveva dolore anche a respirare. Le energie gli venivano meno. Chiuse gli occhi per un secondo.
Quando li riaprì, tutto sembrava buio e silenzio. Allungò la mano e accese la lampada del comodino. Spalancò gli occhi. Non era più nella sua stanza.

L’ambiente aveva un che di indistinto, come se la camera fosse colma di nebbia. Come fosse fatta di nebbia. Si mise a sedere sul letto. Si sentiva stranamente leggero…
“Il prossimo!” risuonò, assieme ad un colpo secco come di martello.
Si accorse di non essere solo.
Erano seduti uno accanto all’altro dietro un tavolo dall’aspetto austero. Erano in cinque. Sembrava in tutto e per tutto una commissione d’esame…
Era una commissione d’esame, capì. Era per lui.
Quello al centro era un uomo corpulento, dal viso flaccido. Scartabellò attraverso una pila di fogli fino ad estrarne uno. Lo scorse velocemente, ripetendo sotto voce quanto leggeva, quindi alzò la testa verso di lui.
“Bene arrivato. Secondo le nuove norme procedurali circa il decentramento delle pratiche soteriche lei compare davanti a questa commissione giudicatrice che deciderà in forma di inappellabile giudizio la sua idoneità al luogo noto come Paradiso o, in seconda battuta, Purgatorio, oppure la non idoneità. Se ha qualche obiezione lo dica adesso. Bene, nessuna obiezione, possiamo procedere.”
“Ehm.”
L’uomo corpulento si interruppe e gettò addosso al giudicato uno sguardo gelido come un secchio di ghiaccio. “Sì?”
“Ecco… se non vi dispiace, potrei chiedere come è composta questa commissione? Perché, insomma, credo di sapere il nome di alcuni di voi, ma mi chiedo come…”
Il capo dei giudici sbuffò. “Forse lei ha riconosciuto quelli tra noi più vicini al suo tempo. Ad esempio, dato che lo sta fissando, sì: l’uomo con i baffetti è proprio quell’Adolf noto per essere uno dei grandi organizzatori della nazione germanica del secolo antecedente il suo. Dall’altro lato, con i mustacchi, c’è Iosif Vissarionovic Džugašvili, anche lui con lunga esperienza nel giudicare milioni di persone…”
“Stalin”, sussurrò l’uomo sul letto.
“Era proprio noto con quel soprannome. Qui accanto a me può trovare un rappresentante di un secolo precedente, il marchese De Sade, noto scrittore. Alla mia sinistra Jane Toppan, il cui nome magari non conosce ma che si è distinta in vita per la sua compassione estrema nei confronti dei malati. Spero di avere soddisfatto la sua curiosità.”
Il poveretto era impallidito. “Mi scusi, signor…signor?”
“Lutero. Mi chiamo Lutero.” disse l’uomo corpulento.
Il suo interlocutore deglutì. “Ah. Posso chiedere a quale titolo dei dannati… ”
“Dannati? Come si permette? Qui in commissione non c’è nessun dannato. Siamo tutti abitanti del paradiso a pieno titolo, scelti per la loro competenza in fatto di peccato umano.”
“Eh?”
L’uomo corpulento sospirò. “Per andare all’inferno occorre peccare. Noi, qui presenti, potremmo anche avere avuto idee divergenti dalla Chiesa Cattolica su quanto sia vero oppure no, ma l’abbiamo fatto sempre con la convinzione di essere nel giusto.”
“Io sono stata anche assolta, per infermità mentale” puntualizzò Jane Toppan.
“Quindi”, proseguì Lutero, “essendo convinti in coscienza di avere operato il bene e il meglio, di fatto non abbiamo nessun peccato. Dopo l’ultima riorganizzazione siamo stati perciò assunti a pieno titolo tra tutti i santi. Ma”, e si sporse in avanti, “mi sembra di capire che lei disapprova.”
“Io? Io…” l’uomo sul letto si agitò a disagio “…ecco, trovo solo la cosa difficile da capire…”
“Ah.” Lutero scambiò una lunga occhiata con i suoi colleghi. “Questo è significativo. Signori, voi che ne dite?”
“Il soggetto sembra incapace di comprendere la categoria della misericordia”, disse la Toppen. “Non credo sia adatto.”
“E’ un papista,” disse De Sade, “ed evidentemente un tradizionalista. Cosa mai può venire di buono da essi? Incapaci di provare il piacere, non è adatto per gustare il Paradiso. Giù.”
“Non mi piace il suo naso, troppo adunco” disse Hitler. “E poi è un cattolico! Ci considera male! Non comprende il nuovo ordine! Ci è nemico! Che sia giudicato con lo stesso metro! Giù.”
“E’ un capitalista. Il paradiso è dei lavoratori. Giù.” Disse Stalin.
Lutero sospirò. “Certa gente sembra proprio predestinata all’Inferno. Non idoneo, quindi, all’unanimità.”
“Aspettate!” Urlò l’uomo sul letto. “Non ho mai commesso niente di grave! Mi sono confessato, sono stato assolto!” I membri della commissione ridacchiarono.
“Almeno il Purgatorio!” tentò disperatamente.
Ma sotto di lui si spalancò il nulla. Mentre cadeva verso un vago bagliore rossastro, gli parve di udire le ultime parole di Lutero: “Io, in coscienza, non ho mai creduto nel Purgatorio…”

Si svegliò, madido di sudore, e si sedette di scatto sul letto. Tutto intorno era buio e silenzio. Era stato un sogno, dunque? Tremava ancora tutto. Allungò la mano verso l’interruttore della luce…

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Balla scimmia

La scimmia si accorge di essere nuda e si copre; poi comincia a costruire, cercando il suo senso.
Perché adesso è uomo.

L’uomo non trova se stesso se semplicemente si abbandona alla sua inclinazione naturale. Per diventare davvero un uomo, deve opporsi a questa inclinazione; deve voltarsi dall’altra: anche le acque per loro natura non salgono verso l’alto di loro accordo.

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Non è Vangelo – XIII – Chi semina vento

Cari colleghi che seguite questo corso per diffamatori dei Vangeli, ovunque voi siate, nelle calde profondità di casa o sull’inospitale superficie del mondo degli umani, sappiate che vi penso e vi apprezzo per il vostro sforzo di superare la naturale ripugnanza che noi tutti abbiamo nel trattare materia così ributtante.

Non è da ogni demone riuscire a vincere l’orrore per il buono e per il bello. Immagino che anche voi come me qualche volta abbiate pensato di lasciar perdere tutto. Che diamine, se quei fessi degli esseri umani preferiscono la schiavitù del Nemico-che-sta-Lassù alla nostra libertà, ebbene, che se la tengano la loro Verità! Rimangano pure legati ad essa, invece di accettare la nostra ricchezza, il nostro piacere, il nostro potere! Eppure no, non possiamo estraniarci dalla lotta. Cosa mangeremmo, altrimenti? Quanto ci punirebbero i nostri superiori, il nostro Padre-che-sta-quaggiù? Come possiamo migliorare la nostra posizione, se non siamo disposti a qualsiasi cosa per essa?

Prendiamo G, il figlio disoccupato del falegname, il protagonista di quei libercoli che vorremmo cancellare dall’esistenza. Forse che si stancava di fare discorsi che quei pezzenti dei suoi paesani manco capivano? Si stufava di guarire quelle loro malattie ripugnanti? Aveva tedio a rovinare tutte le nostre rovine, a spossessarci dalle nostre possessioni? Certo che sì! Non era che un debole ometto. Quindi, ci lasceremo battere da un Figlio del Nemico qualsiasi?

Prendete quella volta che era a predicare vicino alle sponde del lago, e c’erano così tanti fessi che stavano ad ascoltarlo che rischiavano di schiacciarlo. Una persona normale, che avrebbe fatto? Certamente pagare il biglietto! Il fatto che non ci abbia pensato dimostra la sua incapacità a condurre un’attività di successo, e quindi a dare consigli. Non un professionista, ma un dilettante. Un ingenuo, un semplice ai limiti dell’idiozia, o forse dentro.
Invece di approfittare del favore del pubblico lui si limita a farsi imprestare una barca, per poter parlare senza tutti quei puzzolenti disturbatori addosso. Snob da parte sua: lanciare i suoi deliranti proclami da bordo di uno yacht. Fatto sta che, una volta terminato di urlare le sue farneticazioni piene di livore contro noi poveri diavoli, esige dai barcaioli di essere portato al largo.

Immaginiamoci lo stato d’animo di quei poveri pescatori di fronte a pretese del genere. Stanchi morti dopo una notte di lavoro devono eseguire gli ordini arroganti di un predicatore da strapazzo. Plagiati o troppo distrutti per reagire, acconsentono. E questi che fa? Dice loro di buttare le reti.

Vi rendete conto? E’ un carpentiere, vive in montagna, non è praticamente mai salito su una barca eppure si comporta come il padrone, e pretende di spiegare a dei lavoratori professionali come fare il loro mestiere.
Però è questo il modello che ci viene proposto dai Vangeli. E’ per questo che i presuli e i teologi sono  sempre a pontificare su argomenti che non conoscono sulla base della loro superiorità morale: seguono l’esempio del figlio del falegname.
Potrebbe capitare anche a loro la botta di culo che ha avuto G: per una combinazione fortuita quei pescatori acchiappano un banco di pesci che passava di lì. E’ certamente la fortuna del principiante.
Barcaioli creduloni: di fronte ad un fatto che solo agli sprovveduti potrebbe parere miracoloso rimangono impressionati. Ora, qualsiasi matematico di nostra conoscenza potrebbe fornirvi una statistica da cui risulti che una pesca del genere rientra nella curva di probabilità e che i dati sono sicuramente esagerati, trattandosi di pescatori. Non è difficile: questi scienziati riescono a prevedere qualunque cosa, si tratti di riscaldamento globale o di risultati elettorali. L’importante è non farsi distrarre da notizie false e finire per credere che ci sia qualcosa di soprannaturale nell’acchiappare tanti pesci.

Pensate poi al danno ambientale causato dal sottrarre al loro ambiente così tanti esemplari di fauna selvatica. Se oggi i nostri fiumi e i nostri mari sono inquinati e privi di vita la causa deve certo essere addossata a quella noncuranza con cui G se ne serve. Chiaramente Il figlio del falegname, abituato ad abbattere alberi innocenti per il suo lavoro, non ha una coscienza ecologica. Oltre che della deforestazione il cristianesimo deve anche rispondere  per l’estinzione di molte specie animali. Quei poveri pesciolini!

A G piacciono le crociere: infatti sono più di una le volte in cui si fa scarrozzare in barca dai suoi amichetti velisti. Eppure ci viene suggerito che poteva camminare sull’acqua. Se fosse vero, perché preferire la nave? Probabilmente per pigrizia. Lo si capisce dal modo in cui si è addormentato durante una di queste gite: Neanche una tempesta riesce a svegliarlo. L’imbarcazione rischia di affondare e i suoi schiavetti del remo sono giustamente incavolati: come si permette di ronfare, mentre loro rischiano la pelle per portarlo in giro? Da questo atteggiamento di G possiamo dedurre che il bravo cristiano deve essere sempre indifferente ai pericoli in cui il suo sonno getta coloro che lo circondano. In fondo, che cosa importa il mondo materiale?

Ma è quello che accade dopo che smaschera definitivamente la mancanza di rispetto per l’ambiente del cosiddetto messia. Si afferma infatti che sgrida il vento e la tempesta si calma.

Capite anche voi che il presunto profeta intervenendo sul tempo atmosferico crea un precedente drammatico per l’invadenza umana nella natura. L’inquinamento, gli incidenti nucleari, lo smog, il riscaldamento globale arrivano proprio da atti inconsulti come questo. Se G avesse avuto una vera coscienza ecologica non avrebbe ostacolato il libero esprimersi degli elementi.

Domandiamoci quindi: gli esseri umani del XXI secolo possono davvero seguire chi dimostra una simile indifferenza per le tematiche ambientali? Una così evidente trascuratezza dei sentimenti dei sottoposti? Una tale indolenza nel compiere il proprio dovere?
La risposta è no. L’uomo è solo un ospite su questo mondo.
Siamo noi, i suoi padroni, che ve lo ricordiamo.

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Sfruttamenti

A Sanremo niente vallette. A sfruttare il corpo femminile ci pensano già certi ospiti.

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Nel giardino dell’Eden

Mi hanno passato la lettera che segue. E’ di un trentenne friulano che si è ucciso, pubblicata per volontà dei genitori. Leggetela, poi ne parliamo.
* * *
 
Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.
Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
 
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.
 
A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.
Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.
Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.
Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.
Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.
P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.
MICHELE

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Che tristezza.
Può sembrare indelicato nei confronti di chi si è tolta la vita, ma la sua lettera è un inno alla pretesa. Il mondo non è quello che vorrei, dice a chiare lettere, quindi non gioco più.

“Da questa realtà non si può pretendere niente”

Esattamente.

“Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato”

Doveva? Perché doveva?

Ma chi te l’ha detto che la realtà si debba conformare a te? Che non avresti avuto problemi, lotte, sfide da risolvere? Che non avresti dovuto soffrire? Nessuno ti ha insegnato… Sembrerebbe di no, purtroppo. Forse te l’hanno detto, ma non ci hai creduto.

La colpa non è di questo o quel ministro, del precariato, della società. La colpa ricade su chi ti ha illuso. Che ti ha detto che la felicità era garantita, dietro l’angolo, che non esiste il male, che non si deve soffrire, che è tuo diritto avere tutto. Su di loro, a cui hai creduto e di cui ora vedi la menzogna, ricada il tuo sangue. Su di loro ricada la morte di questa generazione.

Il cristianesimo invece ci dice che una volta eravamo nell’Eden, ma ne siamo usciti da un bel pezzo. Da quando abbiamo voluto conoscere il male, e il bene. Se c’è una cosa che ci è garantita è la sofferenza, e la croce. Ma anche la redenzione, se la vogliamo. Anche la salvezza. Nessun corriere ha sbagliato a recapitarci questo mondo. Nessun mondo ci può bastare, perché siamo uomini.

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Animali estinti e dove trovarli: Dendropicos Masochistus

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Il Dendropicos Masochistus è stato per lungo tempo considerato una varietà del Dendropicos fuscenses, da cui però si distingueva per il colore della livrea adulta di un rosso talvolta virante al porpora negli esemplari più anziani, e per il caratteristico comportamento in fase di nidificazione. Oggi i biologi credono fosse una specie a sé, di cui ormai è quasi certa l’estinzione.

Questo picchio si nutriva andando a ricercare larve nella corteccia morta, che estraeva usando abilmente la lunga lingua vischiosa. Il picchiare insistito del becco era una forma di comunicazione in codice per gli altri esemplari. Per niente schivo, detto volatile si associava spesso a specie diverse, fattore che probabilmente ne ha affrettato la scomparsa vista la tendenza ad acquisire per imitazione comportamenti non proprii.

Il tratto che ha determinato il suo declino è da ricercarsi nelle abitudini nidificatorie. Il Dendropicos Masochistus infatti non occupava cavità degli alberi come i picchi tradizionali ma costruiva nidi sui rami in maniera analoga a tipi di uccelli differenti.  Quando veniva disturbato o si sentiva minacciato, però, questo picchio cominciava a martellare con il potente becco la base del ramo su cui era posato, fino a staccarlo del tutto. Sebbene forse fatto con intenti di protezione, una volta separato dal tronco il ramo precipitava assieme al nido ed eventuali uova. Di qui il progressivo calo numerico fino alla eventuale scomparsa.

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Non tutti i muri

Negli ultimi anni, e tantopiù recentemente, si è fatto un gran parlare di muri.
Ci sono muri e muri. Non tutti i muri sono da abbattere, non tutti sono dannosi.
Lo sapeva bene Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore di quei gesuiti ai quali appartiene anche il Papa. Prima di cambiare decisamente vita era un militare di professione. Furono proprio delle mura che furono la causa indiretta della sua conversione: quelle di Pamplona, che lui difendeva dall’assedio dei Francesi. Ferito gravemente ad una gamba, durante la convalescenza decise di cambiare vita.
Una sua frase sull’argomento è stata ripresa recentemente proprio da Francesco. “La povertà è madre e muro. La povertà genera, è madre, genera vita spirituale, vita di santità, vita apostolica. Ed è muro, difende. Quanti disastri ecclesiali sono cominciati per mancanza di povertà“.

Ci sono muri che dividono e muri che difendono. Magari la distinzione non è sempre facile da cogliere. Può aiutare il considerare che cosa si vuole tenere fuori, o cosa si desidera proteggere. Se si oppongano a chi vuole conquistarci o a ciò con cui non ci si vuole confrontare.
Ma quando il nemico incombe, occorre fortificare; come quando i musulmani saccheggiarono San Pietro e Papa Leone Magno fece costruire le mura che ancora oggi portano il suo nome; o come nella Bibbia è scritto da Neemia
“Le mura di Gerusalemme restano piene di brecce e le sue porte consumate dal fuoco”. Udite queste parole, mi sedetti e piansi”.

Ricordiamoci però che nessun muro può resistere, se non c’è chi è deciso a difenderlo. Se le guardie fuggono, se non sanno più perché dovrebbero viglilare, o cosa custodire, la città è persa.
Proviamo ad applicare ciò alla frase di S.Ignazio. E agli altri muri.

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La bocca della nonna

Una definizione che mi è sempre piaciuta di verità è “Adaequatio rei et intellectus“. Ovvero, traducendo dal latinorum, quando le cose corrispondono all’immagine che ho di loro in testa.

I guai cominciano quando questa corrispondenza non c’è.
Se me ne accorgo, posso decidere che non c’è niente da fare. Vivo in un mondo di mia immaginazione, e sono felice così.
Oppure cercare quale sia davvero la verità, ed operare per adeguare l’immagine che ho della realtà nella mia mente.
Da ultimo, posso cercare di cambiare la realtà.

Attenzione, qui non sto parlando di ideale, quando opero perché la realtà migliori. In questo caso la mia idea della realtà può essere quella corretta, anche se non mi piace. Qui parlo di quando non accetto che la realtà sia come è, quindi provo a sostituirla con una mia narrazione della realtà; con una favola. A differenza di quelle della nonna, però, non finisce se mi addomento. In questa ci vivo.

Facciamo un esempio. Se sono convinto che la storia dell’umanità sia progressiva ma constato che il progresso non sta andando dove a mio parere sarebbe dovuto andare, avrò una “dissonanza cognitiva”: quello che penso di sapere non collima con ciò che vedo. Come osano i fatti dissentire da me?
Il reale non è armonico, ferisce l’orecchio. Se sono assolutamente certo della mia convinzione mi dovrò inventare una storia che spieghi da dove arriva questa dissonanza. La colpa sarà del fascismo, del populismo, di questo o quel leader o religione. Non, ripeto non, del fatto che la realtà non è davvero progressiva, o comunque va altrove. Questo va negato assolutamente. Per cercare di ristabilire la mia idea di armonia quindi dovrò sabotare, bandire, distruggere l’ostacolo. Ammazzarlo, il cattivo, buttarlo in carcere, in manicomio, abortirlo, eutanasizzarlo. Spaccare tutto, incendiare, rivoltarmi. Non che serva sul serio: ma così potrò continuare ad abitare nella mia (non così) confortevole favola “corretta”.

Per fare un altro esempio, se sono convinto che ci sia un cambiamento climatico causato dall’uomo, non basterà né il molto caldo né il molto freddo né le alluvioni né le siccità, e nemmeno che le temperature non cambino da dieci anni o che i dati storici indichino altro per farmi cambiare idea: se a tutto quanto accade attribuisco come causa il cambiamento climatico, non c’è spazio per il dubbio. Voglio crederci. Ho già deciso: vivo nella favola.
Applicate la formula a quello che vi circonda. La teoria gender, il terrorismo… le notizie sui media diventano spesso il tessuto stesso della fiaba, una nonna fasulla che sussurra rassicurante: ignora la realtà, qui c’è chi ti protegge da tutte queste cose cattive.

Poi, un giorno, la favola finisce. Se si può giocare con la vita, la morte non inganna. Il tuo intelletto scopre come stanno le cose davvero. E ti accorgi di che grande bocca ha la nonna.

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Non è Vangelo – XII – Lebbroso chi legge

Sinceramente, come tutte le cose che faccio, quale demonio devo domandarmi come mai gli umani subiscano il fascino di G, il figlio disoccupato del falegname. Non è mai stato un bell’esempio: non ricco, non bello, non potente, non particolarmente simpatico; per certo non a noi diavoli, ma neanche a quegli uomini importanti, nostri amici, con cui ha avuto a che fare. Quello che bisogna ammettere, leggendo quelle operette da quattro soldi note come Vangeli, è che invece i disperati, i problematici, la gente che non vale niente accorreva a lui, forse riconoscendo di essergli simile.
Il fenomeno si può spiegare facilmente: non avevano di meglio da fare. Senza televisione e giornali a riempire la giornata, senza intellettuali a spiegare loro il mondo, senza attori e cantanti a proporre i loro video in streaming, come avrebbero potuto passare il tempo tutte queste persone in passato? Fortuna che ora abbiamo colmato la Terra di distrazioni, e quindi predicatori erranti come quell’antico palestinese sono diventati obsoleti ed inutili. Pensiamo noi, adesso, a insegnare come si vive e perché si vive, senza che il popolo debba più pensarci sopra o farsi domande alle quali, tanto, non può dare risposta. L’uomo è una bestia, dice sempre Nostro Padre Infernale; è solo un’anima da succhiare.

Un aiuto ad ammaliare gli ignoranti era dato a G dalla sua abilità nella pratica abusiva della professione medica. Dato che asseriva di esser Figlio del Nemico-che-sta-Lassù pretendeva di avere l’autorità su ogni cosa, ogni aspetto della realtà. Persino quella sulle malattie e le deformità, che sono sempre state cose nostre. Capite l’arroganza? Ditemi voi se non abbiamo tutte le ragioni per odiarlo. E’ stato lui a dichiararci guerra per primo, invadendo il nostro territorio e minando il nostro business.

Così, è raccontato, arriva questo lebbroso. Lebbroso… riuscite a pensare a qualcosa di più disgustoso? Se sì, vuol dire che non avete ben presente la lebbra. Le persone sensibili tengono a distanza gente così. E’ scritto anche nella Legge di quei cosi, gli ebrei, di cui G faceva parte. Sebbene la Legge sia un’idea del Nemico-che-sta-lassù, noi spesso prendiamo come punto di orgoglio che sia rispettata letteralmente. Non c’è niente che faccia rigettare la giustizia come una Legge feroce che si dimentica dello scopo per cui è scritta. Siamo specialisti, noi, in quel tipo di decreti. La nostra giustizia può essere un poco differente da quell’altra che arriva da lassù, ma in fondo che gusto c’è ad avere il potere se non lo si esercita? Tutto quello che facciamo è per il bene del popolo. In una certa maniera, noi siamo il popolo.

Ad ogni buon conto, c’è questo incontro. Il lebbroso che domanda di essere guarito e G che, disgraziatamente, acconsente.

Intanto, qui dobbiamo intenderci: è avvenuto o no questo episodio? Anche se G fosse davvero vissuto, cosa che non è, chi ce lo dice che quello fosse sul serio lebbroso? E chi assicura che poi, dopo, quel tizio fosse proprio risanato? Un po’ di sano dubbio è obbligatorio. In fin dei conti abbiamo solo la narrazione dei Vangeli; già il fatto che non si citi nessun certificato medico, nessun elenco di testimoni, nessun consulto di primari di fama internazionale ci fa capire che si tratta di una notizia esagerata, quasi sicuramente falsa. Non è che non ci fidiamo. Vorremmo; ma senza una ufficialità, senza il bollino dello Stato, senza una discussione e un timbro ministeriale non ci sembra possibile. Faremmo un cattivo servizio a informare i nostri lettori di questa supposta guarigione miracolosa, o di altri episodi simili: rischieremmo di creare scompiglio, e non si capirebbe più dove sia la verità. Che non esiste, è chiaro, e quindi va difesa da tutti coloro che saltano troppo velocemente alle conclusioni.

Voi adesso potreste pensare che siamo di parte. Invece no: è G stesso che corre in aiuto alla nostra tesi, perché ribadisce e ripete al presunto lebbroso guarito di non dire niente a nessuno. Lui stesso, evidentemente, pensava che un fatterello del genere non fosse da pubblicizzare. Per quale motivo? Non lo sapremo mai. Certo è che gli uomini di Chiesa dovrebbero imparare. Qualsiasi azione loro compiano di bene dovrebbe essere tenuta rigorosamente riservata; piuttosto di lamentarsi del fatto che i mezzi di comunicazione non danno loro il minimo rilievo, dovrebbero esserne grati fino a domandare loro stessi di non comparire affatto nelle cronache. Protestando, vanno contro il dettame evangelico; ed è doloroso che proprio loro non se ne rendano conto, pur con tutti gli sforzi che facciamo per aiutarli.

Anche dal lebbroso c’è da imparare. Sebbene gli fosse stata fatta una raccomandazione (Non dire niente! Presentati all’autorità!) questi non dimostra la minima gratitudine e provvede subito a fare il contrario di ciò che gli è stato richiesto. Non è un caso che questo episodio sia compreso nei Vangeli: essi vogliono insegnarci che non si devono ascoltare gli uomini di Chiesa. Dobbiamo trarre spunto ed esempio da questo episodio, perché ci insegna che qualsiasi cosa ci venga chiesta da quei signori deve essere rigorosamente ignorata o, ancora meglio, va fatto l’inverso. Usate la vostra testa, e fate quanto vi suggeriamo!

In questa maniera, come il presunto lebbroso, diventerete padroni del nostro destino e completamente autosufficienti. Guariti? E’ nel vostro diritto essere sani, e non è dovuta la minima gratitudine a chi provveda eventualmente a ristabilire questo stato. La vostra non può essere una preghiera, che riconoscerebbe il vostro dipendere. E’ una richiesta anzi, meglio, una pretesa. Se Il Nemico-che-sta-lassù è buono non può non ascoltarvi, dato che sapete meglio di lui di cosa avete bisogno. Deve quindi darvi quello che desiderate, senza che voi concediate niente. Se grazia, che miracolo sarebbe se voi doveste fare qualcosa per meritarvela? E allora guardatevene bene.
Meno male che noi demoni non siamo costretti a tanto. No, non siamo buoni, noi.

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Animali estinti, e dove trovarli: Bisons progressivus

Il Bisonte Progressivo (Bison progressivus (Linnarellus, 1789)), detto anche bisonte rosso per il colore del suo vello, era un mammifero artiodattilo della famiglia dei Bovidi. Alcuni biologi sostengono che non fosse che una varietà del bisonte europeo, sebbene la sua massima diffusione si sia avuta in Asia.

La caratteristica di questo animale era il suo procedere sempre in avanti in linea retta, senza nessun riguardo per il tipo di terreno o quanto avrebbe potuto trovare sulla strada. Se nel percorso incontrava un intoppo o un ostacolo che l’avrebbe obbligato a tornare indietro il bisons progressivus tentava di superarlo comunque come se non fosse esistito. Se non ci riusciva, si lasciava andare ad una furia devastatrice nel tentativo di abbatterlo; in caso anche ciò fosse fallito, il capobranco era incornato a morte e l’esemplare che ne prendeva il posto stabiliva una nuova direzione di marcia.

Secondo gli etologi, questo comportamento bizzarro era dovuto al fatto che la bestia era fisiologicamente incapace di sollevare lo sguardo per vedere quanto stava di fronte.  Non riuscendo ad alzare lo sguardo dalla zolla che gli era innanzi dava per scontato che andando avanti le sue  condizioni di vita sarebbero sempre migliorate.
L’espandersi della civiltà ha causato, come si può immaginare, l’estinzione della specie. L’ultimo bisonte progressivo morì nel 1989 fracassandosi il cranio in un muro.

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Ciò che libertà non è

Chi tiene in mano l’informazione italiana continua senza pudore a scopiazzare fake news dal New York Times per tenerci disinformati su quel che accade in America. Dello stato dell’Italia non si sente parlare molto. Certo, è molto meglio per chi ci governa – no, non sto parlando del Governo – che noi ci indigniamo per i poveri siriani, iracheni, libici in fuga a causa del crollo dell’ISIS che non potranno venire ospitati negli States, piuttosto che per i miliardi buttati nelle tasche di certi amici. Occhio non vede, cuore non duole, questo è il detto popolare. Se non ti accorgi che ti stanno rubando il portafoglio e la libertà, se nessuno ti fa notare che ti stanno rincoglionendo di vaccate, poi è tardi. I soldi involati, la libertà finita nello stesso posto in cui l’ha preceduta la verità.
Perché senza verità puoi chiamare libertà ciò che libertà non è.

Bene, abbiamo internet. Lo sapete qual è il guaio di internet? Che una fetta enorme di contenuti passa attraverso le mani di pochi. Pensateci un attimo: siete davvero convinti che chi ha il potere possa permettere che le chiavi dell’informazione siano fuori dal suo controllo? Se è solo una questione di soldi, che diamine, quelli per qualcuno non sono un problema. Per il resto, esistono i giudici.
I sistemi operativi, quelli che fanno funzionare il vostro computer, sono in mano ad un paio di persone. Cercate un sito, una notizia su internet? Anche qui è dominio di un paio di persone. Avete un account sui social? Chi credete che li possegga? Esatto, un paio di persone. In parecchi casi, le stesse persone.
Probabilmente, se non sei un addetto ai lavori, non ti rendi conto di quanto sia fragile la libertà della rete. Se questi potenti decidessero che quanto scrivi non deve più vedersi, allora ciao ninetta. Possono fare in modo che quanti erano “abbonati” alla tua pagina smettano di ricevere gli aggiornamenti. Possono bloccare il tuo account. Cancellarlo. Se hai un sito indipendente possono toglierti la pubblicità, su cui magari contate per vivere, ed eliminarti dai ranking in modo che ogni ricerca su di te non torni risultati. Capisci che se sei un giornalista indipendente non ti resta molto.

Perché ne parlo? Perché sta accadendo. Quel potere di cui dicevo si è accorto che le stava sparando troppo grosse, e molta gente non ci credeva più. Le persone avevano cominciato a rivolgersi ad altri canali, non controllati. Così sta correndo ai ripari. C’è una guerra civile in corso, e si combatte nell’informazione. O meglio nella disinformazione, che oggi ha raggiunto livelli parossistici proprio nei media ufficiali.
Un tempo c’erano i troll. Pensate fossero tutti solo dei cretini isolati con manie di protagonismo? Anime belle. Quello era il tempo della guerriglia, quando ancora questo campo di battaglia non era così importante. Ormai non bastano più. Adesso si usa l’artiglieria pesante.

Primo, convincere che in rete girano un sacco di balle. Secondo, che occorre fare qualcosa! E quindi incaricare “qualcuno” di individuare ed eliminare chi propaga notizie false.
Solo che, per un potere per cui la verità è relativa, non è falso tutto ciò che è falso, ma tutto ciò che lui dice sia falso.
Che accade, se chi è incaricato di fermare le notizie false è lo stesso che le mette in giro? Quis custodiet custodes?

Sta accadendo, ho detto. Certi siti scomodi risultano marcati come inaffidabili, si dice che ospitano virus informatici, risultano irraggiungibili, li si chiude. Sui social c’è una stretta sulle opinioni. Sono contento di non averci voluto entrare, mi si risparmia di uscire.
Siamo ad un bivio. Il potere ha già dimostrato di essere così accecato dalla sua arroganza da non rendersi conto di quanto poco ormai venga creduto. Può scegliere l'”all-in”: schiacciare i dissidenti, sperando che ciò basti a farli tacere. Censurarli e bandirli. Quantomeno, a fare sì che per la maggioranza cessano di esistere. Oppure continuare con una guerra di logoramento, senza affondare il colpo.

Esistono già, o esisteranno a breve, algoritmi abbastanza complessi in grado di individuare contenuti non allineati. Esistono già programmi in grado di leggere quello che si vuole su qualsiasi computer. O scrivere, dovessero servire false accuse.
Ma non ne esistono in grado di capire tutti i doppi sensi, i riferimenti indiretti, le parafrasi, le allegorie. L’esperienza dei paesi in cui vige la dittatura ci insegna che il vero è difficile da schiacciare. Se si andrà avanti, ci saranno altri siti dove diavoli di nome parlano dell’inferno di fatto, con un occhio al Paradiso. Cari censori, auguri a bloccarli tutti.

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Progresso

Cominciarono con il dire che non si doveva evidenziare il bene per rispetto a coloro che non l’avevano

Andarono avanti sostenendo che non si doveva indicare il bene perché il male è male ma va accolto

Continuarono con il dire che non si doveva proporre il bene perché anche il male ha i suoi diritti

Proseguirono dicendo il bene si deve tacere perché il male ha gli stessi diritti

Terminarono proibendo di parlare del bene perché il male ormai era maggioranza.

Il male? Oh, lui si fa molti meno problemi.

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Non è Vangelo – XI – E io pago

Cari cultori della dannazione, anche oggi esamineremo uno degli episodi dei Vangeli al fine di trarne ispirazione per il nostro lavoro di portare anime all’Inferno. Come vi ho già detto altre volte, non stupitevi se usiamo proprio i testi più sacri del Nemico-che-sta-Lassù a questo scopo. E’ la prova che non esiste niente che noi non possiamo pervertire, nessuno che non siamo in grado di portare dalla nostra parte con l’opportuna tentazione. Alcuni si considerano santi e perciò al sicuro. Illusi! Noi siamo stati in grado di far cadere persino i discepoli di G, il figlio del falegname di cui tanto si parla. Lui era con loro, eppure hanno ceduto lo stesso. Quindi, amici dell’Inferno, non perdete la speranza: qualsiasi bersaglio è nelle vostre possibilità. Tentate.

Oggi esamineremo quella storiella raccontata da G nota come “parabola del figliol prodigo”. Non si tratta dell’ennesimo episodio inventato della vita di quel predicatore populista ma di un raccontino moralistico a lui attribuito. Anche qui, però, si tratta di rettificare la solita predicazione demagogica con una versione nuova, sincera quanto noi.
Molti di voi la storia l’avranno già sentita. Un ragazzo dinamico, in cerca di libertà, decide di allargare i suoi orizzonti e fare nuove esperienze. Ottenuto da suo padre quanto era suo diritto in fatto di contante va con questo gruzzoletto in tasca a risiedere all’estero, in un ambiente meno oppressivo e illiberale della dimora paterna. E’ un cervello in fuga, simile a tanti giovani d’oggi.
A causa della crisi, però, ha delle difficoltà finanziarie e deve ripiegare su lavori a tempo determinato. Preda dello sfruttamento capitalistico, a questo punto decide di tornare a casa per superare il momento difficile. Qui è accolto come un trionfatore dal suo genitore.
Suo fratello, però, giustamente si risente per la disparità di trattamento a cui è sottoposto e litiga violentemente con il resto della famiglia, invocando il suo diritto all’eguaglianza. Il babbo abbozza, rimarcando però la giustezza della scelta del figlio minore di spendere i soldi in turismo sessuale e altri divertimenti.

Normalmente la vicenda è lo spunto per predicozzi moralistici sulla necessità di accogliere chi sbaglia. E’ una interpretazione riduttiva. Intanto, chi lo dice che il cosiddetto “fratello prodigo” abbia sbagliato? Non certo il testo, dove la sua scelta di seguire il sentimento in un paese diverso è guardata con simpatia. Il giovane infatti finanzia manodopera locale, incrementa i consumi, scopre nuove usanze e si rende prossimo a gente straniera. La sua è quella generosità, spregiudicatezza, libertà dalle convenzioni sociali che tanto deve essere lodata nella gioventù. Si fa le sue esperienze, distante dai dogmatismi della società. Cosa rimproverargli, dunque? La carestia? Andiamo. Quel giovane è un modello da imitare per tutti i ragazzi di oggi. Viene da pensare che, nel mondo contemporaneo dove esistono telefoni e banche, sarebbe bastato chiamare il padre per ottenere altri fondi e continuare la sua permanenza all’estero senza dover per forza ritornare.

Così non è stato: e se un rimprovero al “figliol prodigo” va fatto è quello di essersi arreso troppo presto, di avere rinunciato al suo sogno on the road di fronte alla difficoltà. Se veramente cercava l’indipendenza avrebbe dovuto ostinarsi a negare il ritorno a casa. Infatti non c’è niente di più vergognoso di chiedere perdono. Un vero adulto deve dimostrarsi orgoglioso di quello che è, e non cedere mai. Contestare piuttosto, lagnandosi della cattiveria dei tempi. Avrebbe potuto pretendere un sussidio statale, invece che andare via con la coda tra le gambe. Occupare un alloggio, espropriare cibo decente, fingersi rifugiato. Insomma, arrangiarsi.

Ma cosa fatta capo ha. Se il figlio si è dimostrato molle, è così anche il padre, che invece di cacciarlo via come avrebbe dovuto fare lo riaccoglie in casa, dimostrando in questa maniera di non essere che un debole. Possiamo pensare che il padre in realtà approvasse le scelte del figlio. Forse pure lui stesso avrebbe molto volentieri mollato tutto per andare a godersi i soldi in quel paese straniero. E’ sicuramente un cattivo educatore: gli è mancato il coraggio. Sia quello di seguire il figlio intraprendente come forse sarebbe stato suo desiderio, sia quello di sbarrargli la porta come avrebbe meritato quando ha mollato. Non sarebbe stato meglio se si fosse accodato a lui nei suoi viaggi, per consigliarlo, per sostenerlo, per condividerne la ricerca del piacere? Non avendolo fatto, non avrebbe forse dovuto essere coerente e negargli ogni possibile facile perdono?
E’ ovvio vedere come questa ambiguità, questo tirarsi indietro non sia che un riflesso di quel Nemico-che-sta-Lassù che si permette di fare le pulci al comportamento di noi demoni e degli umani e nel contempo ci permette di fare il male.

Quanto più dignitosa è invece la figura del fratello maggiore: che, ricordiamo, è colui che eredita.
E’ lui che è nel giusto: disprezza con tutto il cuore quel fratello che gli ruba quanto sarà di sua proprietà, e che ritorna quando sperava di essersene liberato una volta per tutte. “Va a lavorare, barbone!” sembra dire con tutto il suo comportamento. E’ lui il motore dell’economia e certamente si può permettere il risentimento verso chi mangia pane e vitello grasso a tradimento. Non bisogna essere teneri con chi approfitta delle sue stesse disgrazie per suscitare pietà. No, pietà non bisogna averne.
Il suo disprezzo è anche per quel padre che finanzia gli amorazzi del figlio ma non concede neanche una briciola per le sue esigenze. Possiamo dargli torto? Non sarebbe stato molto meglio per tutti che quel figliol prodigo fosse restato perduto, invece di essere ritrovato?

Capite bene che tutta la storia della misericordia non sta in piedi. Che siate il fratello maggiore o il minore, il punto è: bisogna spassarsela, e all’inferno tutto il resto. Il che a noi sta bene.
E io pago, dice il padre.
Detto tra noi demoni: se lui paga, io incasso.

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Dimmi il tuo nome

Mi dispiace per voi che non siete andati a vedere “Your name.” al cinema. Davvero. Io invece ci sono stato: con tre ore di sonno, lasciando indietro un sacco di cose da fare, trangugiando la cena, correndo ed arrivando a film appena iniziato.
Perché un film del genere, stratosferico campione di incassi in Giappone e con recensioni stellari ovunque, sia limitato a soli tre giorni di proiezione facendo strapagare il biglietto non lo capisco. Per il mio spettacolo la sala era zeppa. Così, se ve lo siete perso mi dispiace per voi. E’ una festa per gli occhi e per il cuore.

Indubbiamente è una pellicola realizzato in stato di grazia. I disegni ovviamente sono la prima cosa che colpisce: un realismo che diventa poesia. L’inquadratura di una gru, di palazzi, di un bosco diventano bellezza. Il quotidiano banale si trasfigura in fascino, tanto da lasciare a bocca aperta. I cieli, la pioggia, la neve, un passero sulla cima di un palo: i piccoli particolari ci parlano di una cura a tratti quasi leziosa nella ricerca di meraviglia. Chi sta attento potrà notare che i dettagliatissimi sfondi non si limitano a scorrere come usuale in animazioni di altri autori, ma persino ruotano in prospettiva.

Ma a questo l’autore, Makoto Shinkai, ci aveva già abituati con i suoi precedenti lavori, specie gli ultimi cortometraggi. I suoi lungometraggi precedenti avevano un duplice difetto: un tributo troppo pesante a Miyazaki che generava trame spesso troppo confuse e intricate per essere davvero piacevoli. Finalmente qui sembra essersi liberato della scomoda eredità e percorre una via davvero sua. La trama è (letteralmente) un intreccio, ricca di sfumature ma tutto sommato semplice da afferrare. Il ripetuto scambiarsi dei corpi per un giorno tra un ragazzo e una ragazza viene narrato con leggerezza e divertimento. Nessuno scadimento nelle tematiche gender: i rispettivi protagonisti conservano, pur in corpi di sesso differente, la loro identità di cui rimangono sempre consci. Se i tratti di carattere del sesso opposto aiuteranno i due ragazzi in alcuni loro problemi, sarà però la loro vera identità alla fine la sola in grado di risolvere le difficili situazioni in cui la trama li pone. Il racconto ci dice che le nostre vite sono intrecciate alle altre, ed esiste un destino verso il quale andiamo; un desiderio a cui a volte non sappiamo dare un nome, ma che dà sapore alla vita e che possiamo raggiungere, se mettiamo in esso la nostra volontà. Non ricordo il tuo nome, ma so che senza di te la mia vita non è completa.

La regia riesce a tratteggiare i caratteri dei vari protagonisti rendendoceli simpatetici e trimensionali. Il finale, essendo un film di Shinkai, non è per niente scontato, come sa chi ha visto sue opere precedenti come Voice of a distant star o 5 cm al secondo. Quando al termine del film alcune inquadrature citano esplicitamente quest’ultimo ho avuto la netta sensazione che alcuni del pubblico fossero pronti a tirare i sedili sullo schermo – chi li ha visti entrambi sa a cosa mi riferisco, e non dirò altro.

Le musiche sono belle, il doppiaggio adeguato. Si ride, si piange, ci si emoziona. Il film è un capolavoro. Cercatelo. Mi ringrazierete.

Nessun bisogno di prenotazioni

Cari teologi, filosofi, preti e quant’altro che volete certe novità per la Cattolica: vi avviso che le potete già trovare in altre chiese. Andate quindi là, non abbiate timore di far coda, le troverete vuote.

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Animali estinti e dove trovarli: Paradodussus Imbecillis

La rubrica “Animali estinti, e dove trovarli“ ha lo scopo di presentare ai piccoli lettori alcune specie che hanno fallito la sfida della selezione naturale.

Paradodussus Imbecillis

Il paradodussus era un uccello di medie dimensioni che viveva in alcune isole dell’Oceano Pacifico. A causa della loro voracità i Paradodussi adulti perdevano la capacità di volare, assumendo un peso eccessivo per le loro deboli ali. Ma a causare la fine di questo animale non fu tanto questo quanto la sua fallimentare strategia nei confronti dei predatori.
Questo uccello era apparentemente convinto che, se avesse ignorato completamente il predatore, anche il predatore avrebbe ignorato lui. Sfortunatamente nessuno aveva informato i predatori di questo particolare.
Secondo testimoni era possibile vedere Paradodussi che, mentre i carnivori facevano strage degi loro compagni di stormo, immobili guardavano ostentatamente da un’altra parte. Alcuni naturalisti asseriscono che negli ultimi tempi alcuni esemplari avevano tentato un approccio diverso: non fuggivano né ignoravano i predatori ma li accoglievano con strilli gioiosi giungendo a strofinarsi contro di loro in segno di amicizia.
Il paradodo è stato decretato ufficialmente estinto.

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Non è un miracolo

Sotto le feste ci sono certi film che sono immancabili. Quando ero giovane il film di Natale era “La vita è meravigliosa”, di Frank Capra. Un capolavoro che tutti dovrebbero vedere e che, purtroppo, nella televisione odierna è assai meno gettonato. Troppo bello, troppo vero e magari troppo cattolico per certi gusti.
Invece del Festeggiato, i film che vanno adesso sono sul Panzone Rosso. Sì, l’orrido personaggio che ha usurpato San Nicola e Gesù Bambino nel recapito dei doni ai bambini. Tra le opere di cui è argomento ce ne sono di davvero orrende, e forse una tra le meno peggio è “Miracolo sulla 34a strada”.
E’ probabile che l’abbiate visto, se così non fosse seguono *spoiler*, la trama in breve.

Un vecchietto è convinto di essere il vero Babbo Natale e, siccome è perfetto per la parte, risolleva la sorte del grande magazzino che lo impiega per il Natale. Dopo però che prende a legnate un Babbo Natale trucido la concorrenza cerca di internarlo; un avvocato compiacente tenta di farlo restare libero, sostenendo che potrebbe davvero essere chi asserisce di essere. La città unanime al grido di “Io ci credo” si schiera con l’anziano pazzoide che alla fine viene rimandato libero. Una serie di “coincidenze” lasciano capire che il tizio potrebbe essere effettivamente quello che dice di essere.

Esemplari le motivazioni che il giudice dà per la sua  sentenza. Sulle banconote c’è scritto “Confidiamo in Dio”, “In God we trust”. Se il governo può stampare moneta con scritto così, confidando in un personaggio invisibile, perché noi non possiamo dire che Babbo Natale esiste?

Il riferimento a Dio, il buonismo sparso a piene mani e magari anche il titolo in cui compare la parola miracolo possono trarre in inganno. Tant’è che ho visto quel film nella vetrina di una famosa libreria cattolica a un tiro di schioppo da Piazza San Pietro.
In realtà i messaggi che passa sono letali. Il primo e più evidente è che Dio è come Babbo Natale. Il credervi o non credervi è una questione di sentimentalismo, non di ragione. Una fede cieca, irragionevole. Ci credo perché voglio crederci. Basta un signore gentile con una barba bianca. La fede che ci viene presentata è “Ci credo perché ci credevo da bambino”  e se ci penso mi sento tanto buonino.

Che, se ci pensate, è l’esatto contrario di quanto insegna la Chiesa. La fede è la fede nella Croce, non nel re degli elfi. Ti fa stare bene, ma aspettati di essere perseguitato. E’ ragionevole crederci, ma perché spiega le cose, non perché ti porta i giocattoli.

L’altro messaggio è che è lo Stato, il Giudice, che decide se quello in cui credi è reale o meno. Ti autorizza al culto, e se decide contro, bene, vai al manicomio. Sei solo un vecchio pazzo.
“In God we trust” non per niente è scritto sulle banconote. In ultima analisi è una questione commerciale. Quel Dio, l’occhio nella piramide, è un personaggio innocuo che non ha a che fare con la realtà. Invisibile, intangibile: un’illusione. Alla stregua di Babbo Natale.

Non è un miracolo, quello che avviene nel film. Sono al massimo coincidenze, a cui si vuole dare un significato. I miracoli sono più seri di così. Come il Natale, il cui vero significato non è mai nominato neanche di striscio. Massì, se lo volete al posto di Cristo tenetevi pure il Panzone Rosso. Ma quello, finita la festa, scompare.

 

La prova dei santi

Qualche anno fa, andava tutto bene con la mia religione.
C’era profonda unità tra quello che mi veniva insegnato e il mondo che vedevo. Tutto era logico, semplice, ragionevole, assolutamente non contraddittorio. Mi era stato insegnato a chiedere il perché di ogni cosa, giudicare quanto accadeva, analizzare, trarre conclusioni. Era come quando vai a controllare la soluzione di un esercizio e vedi che collima perfettamente con ciò che hai calcolato. L’universo era un posto fatto per me.

Come cristiano ero certamente attaccato. Quanto credevo era sotto discussione, testato di continuo. Ma avevo un dubbio. Che la mia prova non fosse una vera prova. Io non sono un santo,  ma sapevo bene che la prova dei santi è il venire attaccati nella fede non solo da coloro che ne sono fuori, ma colpiti da dentro. Dal fuoco amico. La santità si giudica dalla docilità nell’obbedienza, pur mantenendo la fermezza.

Quando ti confronti con qualcuno che non crede è relativamente semplice. All’inizio del mio blog temevo i grandi guru dell’ateismo e dell’agnosticismo, poi ho verificato che nessuno dei loro argomenti regge. Il loro livello è spesso misero, il ragionamento inconsistente. Raramente qualcuno mi ha messo in difficoltà, e non per molto. Avevo risposte adeguate. Merito non mio, ma della solidità di ciò in cui credo, di millenni di apologeti.

Cosa succederebbe però se questa solidità venisse messa in dubbio non da qualcuno di esterno, che so odiare la Chiesa, ma da qualcuno che la ama, dall’interno? Se la visione dominante nella Chiesa diventasse quella che ho sempre combattuto ed avversato? Se mi si chiedesse di sostenere l’opposto di ciò che mi è stato insegnato in precedenza? Credo a quel che credo perché l’ho vissuto, perché l’ho verificato, o a ciò che mi si dice che devo credere?
Se quello che penso vero e l’autorità che rispetto e seguo sostenessero cose contraddittorie, che cosa sceglierei? Questo mi domandavo.
Poi mi dicevo, oh, non accadrà.
Questo la dice lunga sulla mia preveggenza. Sapevo che quando sinceramente chiedo ottengo, ma ad essere sincero questa prova avrei davvero voluto evitarla.

Perché adesso devo affrontarla. Devo risolvere la contraddizione, e devo farlo senza pregiudizio, non per partito preso.
Così anch’io, pur non teologo, proverò a confrontarmi con il nodo fondamentale che altri hanno espresso. Che, apparentemente, è sulla liceità o meno dell’accesso dei divorziati risposati all’eucarestia. In realtà quello è un pretesto, il modo con cui si esprime una questione decisamente più profonda.
Che posso sintetizzare: la Verità esiste?

Seguitemi un attimo, per comprendere meglio cosa è in gioco. Una certa visione nella Chiesa afferma che chi si ritiene a posto con la coscienza può accedere ai sacramenti, cioè comunicare direttamente con Dio. Qui non si sta parlando di coloro che, per ignoranza o arroganza, decidono di fare la Comunione pur sapendo di essere in peccato. A Messa quante volte vedi mettersi in fila della gente che Dio-ci-salvi. Quelli se la vedranno direttamente col Padreterno. No, qui si dice che la Chiesa concede i sacramenti ad alcuni pur sapendo che sono – formalmente – in stato di peccato. In un certo senso questo libera chi accede all’eucarestia in questo stato, dato che non hanno piena avvertenza, per fare ricadere il peso su chi ha dato loro il permesso.

Io conosco dei divorziati non per colpa loro, persone degne, meravigliose, con storie dolorosissime. Vederle ancora giovani a dovere scegliere tra il Corpo di Cristo e una nuova vita con qualcuno che amano mi riempie di dolore umano. Perché rimanere legati anni e anni a qualcuno che ti ha abbandonato? Mi riesce difficile comprenderlo. Se è difficile per me, figurarsi per loro.
Sicuramente alcuni di quei matrimoni saranno stati nulli. Ci si può arrabattare così. Ma tutti nulli? No. Eppure poche volte abbiamo dei pronunciamenti così netti di Gesù come in questo caso. Chi lascia la propria moglie o marito, e si risposa, commette adulterio. Punto. Durissimo: tanto che i discepoli stessi ne rimasero sgomenti: “Allora meglio non sposarsi!” E fu risposto loro che quanto aveva detto non tutti riescono a capirlo.

Coloro che sostengono che oggi le cose son cambiate non hanno proprio presente com’era agli inizi del cristianesimo, com’è stato per lunghi secoli al suo interno, com’è oggi in certe parti del mondo. Cambiate, certo, ma rispetto al meglio ottenuto con fatica. Non si può invocare la cattiveria dei tempi, sono stati molto più cattivi di così. E la dottrina è sempre stata quella.

In tutte le epoche ciarpame umano di ogni tipo e genere, noi compresi, si è rivolto alla Chiesa chiedendo accoglimi, salvami. La Chiesa ha dato ricovero a tutti, ma sempre dicendo: questa è la Verità. La misericordia è sempre passata per quella durezza. Pur con cadute vertiginose, corruzioni, errori. Dicendo: capisco che tu non ce la possa fare, ma ogni volta che cadi mi troverai vicino a rialzarti, finché capirai come si fa a camminare. Ti dico alzati, e cammina.

Adesso, capite, c’è una differenza con quanto sostiene qualcuno nella Chiesa. Ti si dice: se sei convinto di camminare, allora cammina. Io rinuncio a dirti che quello che fai è sbagliato, perché non ne sono più convinto. Anzi, sono convinto del contrario: la mia pietà umana è più grande della misericordia di Gesù, cioè quella di Dio. Lui era troppo duro. Quella poteva essere la Verità allora; adesso è cambiata.

Adesso è cambiata. Qui sta tutto il punto, come avevo anticipato. Sostenere che tutta una serie di pronunciamenti vincolanti di Papi precedenti  non valgono più. Questo non è mai accaduto. In passato si sono cambiati talvolta i modi, ma non la sostanza.
Se accade, quali sono le conseguenze? Che non mi posso più fidare di te, uomo di Chiesa. Se hai cambiato idea su questo, tutto il resto che tu, Chiesa, mi dici, può cambiare. O la tua autorità si poggia su una base solida, e non muta, oppure è soggetta a mutamento di sostanza. Allora, perché dovrei crederti? Se una cosa è bene un istante e il momento dopo no, chi me lo fa fare di affrontare difficoltà e sacrifici per venirti dietro? In ultima analisi, se quello che mi dici non è Verità allora non sono obbligato a crederti. Sei solo un omino che si veste buffo che fa parte di una organizzazione alla cui autorevolezza non crede lui stesso. Grazie, ho di meglio da fare.

L’interpretazione che ho appena data è l’estrema conseguenza. Si può anche pensare che l’accesso ai sacramenti, in casi particolari, sia giustificato dal fatto che davvero non c’è un precedente matrimonio valido, cosa magari formalmente impossibile da dimostrare. Però bisogna dirlo: non può esser un fai-da-te. Sarebbe affermare che la coscienza privata ha la preminenza. Uomo, ultimo tribunale? Cavallo di battaglia protestante, non certo cattolico.
Si può sostenere che non è un cambiamento di dottrina, è un approfondimento della stessa. Questa opinione però deve fare i conti con il Vangelo già citato. Difficile trovare un criterio più nettamente espresso.

Si può anche rimproverare la mancanza di misericordia di una Chiesa troppo legalistica. Citare tanti atti di accoglienza di Cristo: davvero vogliamo escludere dalla Comunione qualcuno che sul serio ha desiderio di Lui, anche se non ha la forza o la volontà di superare i suoi limiti? Tra Pietà e Verità chi vince? Tra Libertà e Verità, chi ha la preminenza?

Non sono interrogativi da prendersi alla leggera. Io non presumo di sapere la verità: la ricerco. Perché è questa che deve guidarmi nella vita di ogni giorno, nella prassi quotidiana. Che Vangelo annuncio? Cosa posso sostenere, di fronte ai miei amici, ai miei colleghi, ai miei parenti? Gli uomini veri si fanno guidare dalla ragione, non dall’istinto. La ragione vera non può prescindere dalla fede.

Devo perciò cercare dei criteri di giudizio.
Uno di questi è senza dubbio il principio di autorità. Riconosco che alcune persone hanno una ragionevolezza e una comprensione molto maggiore della mia, e le seguo anche se ho una opinione dissimile. In questo caso, però, abbiamo autorità che sono in conflitto tra loro: quelle passate, e le attuali. Privilegiassi esclusivamente le attuali ricadrei nel relativismo.

Un altro criterio è “dai frutti li riconoscerai”. Cosa accade dove i nuovi criteri ispirati alla misericordia hanno attuazione? La Fede, la Chiesa sono più forti oppure questa rattrappisce e sparisce? Davvero la misericordia è applicata, o non trionfa l’arbitrio? I sostenitori di questa linea perseguono sempre la Verità, o una loro agenda? L’esame imparziale dei fatti sembrerebbe indicare questa seconda ipotesi.
A questo punto non posso fare a meno di ricordare le parole di Cristo sui tralci che, staccati dal tronco, avvizziscono. Se il criterio non è più quello indicato da Cristo, nonostante tutto il mio umano desiderio di felicità il risultato sembra opposto. Quello che pensavo non risolve niente.

Così questa è la mia risposta a quella prova a cui accennavo all’inizio. E’ corretta? Non lo so. Posso solo pregare. Pregare che la prova finisca, che si trovi come conciliare le opposte esigenze, torni l’unità e la chiarezza che desidero profondamente, come si cerca l’acqua quando si è assetati.
Forse, anzi, sicuramente, il momento presente ha un senso ben preciso. Una potatura necessaria, secondo un disegno divino. Questa è la mia fede. Nello Spirito Santo, non negli uomini confido.

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Non è Vangelo – X – Dissacrate Scritture

Cari amici dell’inferno, quest’oggi non prenderemo in esame un singolo episodio evangelico.

Parlando con le larve demoniache che si affacciano ora alla antica e venerata arte della corruzione, mi sono reso conto che non sempre le nuove generazioni di tentatori posseggono una adeguata preparazione nel volgere a vantaggio del nostro Padre-che-sta-quaggiù ogni genere di discorso. A volte i neofiti si lasciano spaventare quando l’origine delle parole è uno dei cosiddetti testi sacri, ad esempio quella che è chiamata Bibbia o il Vangelo stesso. Quale ingenuità! E’ proprio da queste fonti che abbiamo tratto carburante per accendere i nostri più gloriosi incendi. E’ infatti proprio quando le parole sono più vicine al Nemico-che-sta-lassù, e quindi al cuore dell’uomo, che il loro potere è più forte: non solo di costruire, ma anche di distruggere.

Se vorrete quindi attingere a questo potere dovrete essere ben preparati e conoscere alla perfezione le cosiddette Sacre Scritture. Dovrete impararle in modo ben più perfetto degli umani, specie dei sacerdoti: meno ne sanno di noi, più saranno disposti ad ascoltare quando parleremo loro da esperti. Non saranno in grado di contraddirci: per questo deve essere sostenuto con forza, di fronte agli uomini, che non c’è bisogno di conoscere il Libro, è la vita ad insegnare. E questo è vero: infatti non è nell’esperienza che interveniamo, ma sul giudizio che viene dato sull’esperienza. Se le basi per giudicare sono compromesse, ad interpretare l’esperienza sarà l’idea di ciascuno; e qui arriviamo noi, a suggerire la strada migliore per raggiungere l’abisso.

Esistono diverse tecniche per pervertire i Testi Sacri. Le principali sono: sostituzione, esaltazione, soppressione, parafrasi.

Nella sostituzione si prende un episodio celebre e si sostituisce il soggetto della narrazione con qualcosa d’altro. Facciamo un esempio: se vogliamo che una certa eventualità non si realizzi possiamo sostenere che se avesse luogo ci sarebbe il ripetersi delle piaghe d’Egitto, o l’Apocalisse. La nazione che facesse la scelta sgradita subirebbe fame, pestilenza, cavallette e cadute in borsa. L’uomo comune è credulone, e accetta con gioia la notizia di una catastrofe, sempre che non accada a lui. La sostituzione darà l’impressione che un certo risultato sia stato voluto dall’alto, e che chiunque non si adegui avrà la responsabilità di crisi internazionali e morte dei primogeniti. Una spintarella aiuta: tanto, i disastri li controlliamo noi.

Con l’esaltazione invece si prende un piccolo particolare e lo si eleva a paradigma. Voi direte: si tratta pur sempre di qualcosa che viene dal Nemico-che-sta-lassù, fa danno lo stesso. Vi sbagliate: il Nemico ha progettato il suo Universo in modo equilibrato. Come troppo cibo fa ingrassare, così troppa libertà e persino troppa verità sono altrettanto micidiali per la salute eterna che il loro contrario. Una verità detta con intento cattivo batte tutte le bugie che si possono inventare. Il bravo tentatore saprà sempre trovare la citazione giusta per confermare il suo pensiero, tagliando opportunamente tutto quello che può contraddirlo. Facciamo un altro esempio: potete riuscire a convincere il vostro assistito che qualsiasi cosa combini sarà perdonato. Omettete di ricordargli che prima dovrebbe pentirsene davvero. Se prima aveva delle remore o degli scrupoli, ora andrà tranquillo verso la dannazione. Perché poi dovrebbe pentirsi di qualcosa di cui non percepisce più la gravità?

E’ proprio il tagliare quanto ci secca la forza della terza tecnica. Ogni cosa che troviamo fastidiosa per l’agenda che mandiamo innanzi deve cadere nel dimenticatoio. Per portare un esempio, se ci specializziamo nel distruggere la famiglia ogni riferimento ad indissolubilità del matrimonio o libertinaggi vari che portano quaggiù da noi deve sparire. Se qualcuno dovesse riportarli alla memoria dei vostri soggetti basta dire che erano espressioni del loro tempo, sorpassate e ormai non più valide. Ove ciò non fosse possibile, restate nel vago e cambiate il discorso appena potete. La memoria degli uomini è molto corta, e presto si scorderanno che certi episodi siano mai esistiti. Ci fosse qualche petulante che insiste, procurate che sia etichettato come disturbatore, fondamentalista, arretrato, fissato o fomentatore di divisioni. Magari alla fine lo faranno santo, ma tra qualche decennio,  quando avrà cessato di infastidire e potremo far dimenticare pure lui.

La quarta tecnica è la più complicata, ma dà i risultati migliori. E’ un gioco sottile, e consiste nello spostare leggermente l’accento degli episodi evangelici verso ciò che vogliamo. Spostiamo l’amore verso il sentimentalismo; la pietà verso il pietismo; la carità verso la filantropia, la misericordia verso la tolleranza.

Rimarcate ad esempio che G, il figlio del falegname, mangiava spesso con i peccatori, e servendovi di questo sostenete che il peccato deve essere permesso e istituzionalizzato.  Coloro che parlano contro il peccato diventano perciò dei farisei, falsi e deprecabili. Quindi se il vostro protetto ha degli scrupoli di coscienza relativi ad una certa condotta immorale, potete tranquillamente fargli dire che G in persona non sono lo condanna ma si intrattiene tanto più volentieri con lui quanto più cade in basso; e che chi prova a suggerirgli che i suoi comportamenti sono cattivi non è altro che un ipocrita.

Usando opportunamente le tecniche che ho elencato, separatamente oppure insieme, potrete turlupinare qualsiasi fedele che non sia più che attento e che non goda di particolari protezioni da lassù. Per il massimo dell’effetto, consiglio di mettere quanto ho fino a qui esposto in bocca a teologi e preti. Hanno la fama di esperti, quindi ci vuole coraggio al semplice fedele per mettere in dubbio la bontà di quanto affermano.

Voi direte: ma in quanto esperti, non si renderanno conto che stanno sbagliando tutto? Voi sottovalutate il fatto, cari demoncelli, che il più grande esperto di tutti sono io.

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Animali estinti, e dove trovarli: Plagiarius Communis

Continuiamo la nuova rubrica, “Animali estinti, e dove trovarli“ che ha lo scopo di presentare per l’edificazione dei piccoli alcune specie che hanno fallito la sfida della selezione naturale.

Plagiarius communis
Il Plagiarius Communis era un mansueto erbivoro che per sopravvivere imitava i suoi predatori. Ci riusciva così bene da diventare indistinguibile da essi ad un esame anche non superficiale.
Si estinse perché, quando un plagiarius si avvicinava per l’accoppiamento, l’altro componente della coppia scappava credendo fosse un predatore che voleva divorarlo; allo stesso modo alcuni esemplari avvicinavano i predatori stessi credendo fossero altri plagiarius, con le immaginabili conseguenze.
Alcuni etologi sostengono che gli animali che si cibavano del plagiarius riuscissero a distinguerli benissimo, ma che facessero finta di non accorgersi di loro per potere avere sempre un’utile fonte di cibo a disposizione. Altri non pensano che il plagiarius sia davvero estinto, ma che si sia così identificato con il predatore da essere diventato uno di loro.

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