Dannate virtù – VII – Uomini caritatevoli

Cari compari diavoli, siamo giunti oggi al nostro ultimo appuntamento con le virtù intese come mezzo di perdizione di massa. Oggi affronteremo quella che tra tutte è forse la più difficile per noi da piegare ai nostri scopi.

Parliamo naturalmente della

7- Carità

Siete avvisati: prima di usarla attivamente nelle vostre tentazioni cercate il consiglio di un demone esperto. Per il tentatore dilettante giocare con una materia così pericolosa può risolversi in un fallimento spettacolare, e sapete quaggiù i fallimenti come sono considerati.

Infatti la sostanza della quale è composta è la stessa della quale è fatto il Nemico-che-sta-lassù: quell’amore che noi demoni possiamo toccare solo con spessi guanti isolanti, e il cui disgustoso aroma ci provoca conati.

Ancora non ci è chiaro del tutto cosa sia veramente questa carità, e come si possa davvero pensare che si possa amare qualcuno oltre se stessi. Ci è incomprensibile come si possa sacrificare qualcosa per chi ti è ostile e ti odia; eppure il Nemico per essa è giunto persino a incarnarsi in un uomo (un brivido di orrore mi percorre mentre lo dico).

Se non capiamo bene cosa effettivamente sia, una cosa ci è chiara: non la vogliamo.

Le anime che trasudano carità sono quanto di più tossico ci possa essere per il nostro organismo: è per questo che vanno usate tutte le precauzioni nel trattarle. Prima di potercene nutrire devono essere adeguatamente corrotte e ogni traccia d’amore accuratamente rimossa. Non è semplice, ma grazie a Nostro-Padre-che-sta-Quaggiù le moderne tecniche di corruzione possono ridurre qualsiasi mortale caritatevole ad un piatto commestibile ai nostri palati. Adesso vi spiego come.

Nel corso dei secoli è stato fatto un paziente lavoro di riconversione per consentire agli uomini caritatevoli di smettere di amare. Oggi possiamo affermare con legittimo orgoglio che è possibile esercitare attivamente la carità senza possedere un briciolo non dico di amore, ma persino di affetto o stima per coloro che dovrebbero esserne i beneficiari. Carità è ormai diventato sinonimo di elemosina, quando non è una sorta di tangente che si paga verso coloro che si disprezza.

Non è più questione del perché si fa una cosa, ma solo di cosa si fa. L’umano che dà una monetina al parcheggiatore o passa qualche ora in un’associazione di volontariato si sentirà estremamente caritatevole, anche se nel suo cuore ama molto di più la sua automobile o la sensazione di sentirsi in qualche maniera utile.
Se riusciamo a convincerli che carità sia partecipare attivamente ad un comitato per ridurre la fame nel mondo, o per la salvaguardia dei gattini abbandonati, bene, è fatta. Avremo esseri umani orgogliosi della loro carità, ma che con la carità autentica non hanno assolutamente niente a che fare. Sarà rimasto solo il nome, involucro svuotato e completamente inutile.

Naturalmente, come ho detto, occorre prendere ogni precauzione. Mai e poi mai i mortali in nostra custodia devono domandarsi se quello che fanno sia davvero il bene di chi aiutano. Se ciò che danno loro sia quello di cui hanno sul serio bisogno; e, soprattutto, guai a permettere che si interroghino sulle motivazioni che li spingono ad agire. Un sano disprezzo, un evidente orgoglio, una tracotante sicurezza nei propri meriti e nelle proprie azioni sono gli indicatori sicuri che il tentatore sta facendo un buon lavoro.
Il povero, il bisognoso, la persona in difficoltà devono essere visti solo come oggetti, manichini da esercitazione, incapaci mal sopportati che dovrebbero solo ringraziare di avere incontrato chi li aiuta.

Oggetti che magari si possono sfruttare per provare le proprie teorie sul mondo. Pochi esseri umani ci sono così d’aiuto nei nostri piani come quelli che, in nome della carità come l’intendono loro, impongono ideologie distruttive su coloro che si sono messi in testa di aiutare. Hanno i loro bei piani su come il mondo dovrebbe essere: provvedono a realizzarli, con la massima carità, schiacciando coloro che non li capiscono o che non si conformano.
Per queste anime belle (belle per noi, s’intende) la carità si identifica con l’eliminazione del fastidio. Una cosa infastidisce, non rientra nel progetto? Per il tuo bene, sia distrutta.

Vecchietto, ti faccio la carità, e provvedo a terminare la tua inutile esistenza, con il minimo di dolore s’intende.
Ragazza, la vita che porti dentro sarà un peso per te e per noi: caritatevolmente facciamo in modo che sparisca.
Sarebbe certamente poco caritatevole permettere che nasca un bambino meno che perfetto: sai la sofferenza che potrebbe avere? Meglio per te, bambino, risparmiartelo.
E dare qualche soldo ad una povera donna di qualche paese in via di sviluppo perché porti un figlio che è diritto nostro, non è carità?

Spero apprezziate l’ironia. Ci sono persone persuase di essere davvero virtuose e che invece sono guidate da un odio insanabile per la vita e per chi li circonda. Tutto quello che dobbiamo fare per mantenerle in questo stato è evitare che comprendano davvero la categoria di prossimo. Non qualcuno composto della loro stessa sostanza, che il Nemico ama come ama loro, ma “l’altro”.

Chiamiamolo altruismo, chiamiamola filantropia, da delegare alla propria banca o da praticare usando guanti usa e getta; beneficienza, aiuto umanitario, volontariato. Lasciamo pure credere a questi ipocriti che quella che praticano sia la vera, l’unica maniera di esercitare l’antica virtù della carità, distogliendo lo sguardo dal volto di chi sta loro accanto.

Finché questi uomini caritatevoli aiuteranno “l’altro”, badando che rimanga tale; finché la carità rimarrà per loro qualcosa che si può contare, misurare, contabilizzare; fino a quando si identificherà con qualcosa di remoto e sgradevole che occorre fare per sentirsi meglio, non ci saranno problemi per noi ad ospitarli nelle nostre sale una volta che sarà terminata la loro esistenza terrena.
Faremo loro questa carità: chissà se l’apprezzeranno?

Piero_del_Pollaiolo_charity
Questo articolo, come i precedenti, è stato pubblicato su la Croce

I ragazzi nell’era della velocità

Erano anni in cui ero un ragazzino e vivevo nella periferia di un paese, là dove l’asfalto diventava sterrato e in primavera l’aria trasuda odore di fiori e concime. Erano i tempi in cui si costruivano strade veloci.
Una strada era, nel concetto di tutti, il metodo per andare da un luogo all’altro. Direttamente. In fretta. Prendevi l’automobile, e sfrecciavi verso la destinazione. Anche a cento all’ora. Si lavorava per togliere le curve, rendere l’asfalto liscio, perché i guidatori viaggiassero forte.
Noi ragazzini si giocava per strada. Con le buche le auto andavano piano, e non erano poi molte. Non c’era pericolo.
Ma le macchine iniziarono a correre più veloci, e in numero sempre maggiore. Giocare a pallone per la strada era diventato rischioso. Persino camminare, perché c’era chi sfrecciava a velocità folli. Poveri i gatti che prendevano la strada per l’estensione del giardino.

Confesso che la prima volta che ho visto dei dissuasori non potevo credere ai miei occhi. Delle strutture fatte apposta per far rallentare? Mi sembrava un’eresia. A quale scopo studiare forme sempre più aerodinamiche, se non potevi andare più veloce di una bici? Si è lavorato per togliere i dossi, e adesso li si rimettono?

Ma il tempo e l’esperienza possono rendere saggi. Puoi imparare a giudicare non solo sulla base del tuo impulso, della tua voglia di correre correre correre, del tuo desiderio di lasciarti alle spalle le vecchie vie. Cominci a capire che la lentezza qualche volta è  tua amica, perché lascia il tempo di guardarti attorno e capire che stai facendo una cavolata. Ci sono certi atti che si pagano molto cari, dopo. Il tempo non torna indietro, ciò che si è rotto difficilmente si unisce ancora.

Così noi siamo adulti nell’era in cui si rallentano le macchine e si accellerano i divorzi, perché non si è ancora capito quanto male possa fare la troppa velocità. Viviamo in un’era schizofrenica, che invita alla responsabilità e poi inneggia all’usa e getta, ma solo se riguarda le persone. Che protegge i ragazzi dai guidatori troppo veloci ma accellera chi vuole travolgere le loro vite. Pensate a cosa si oppone a stabile, a duraturo, a consapevole. A cosa sia l’opposto di pensarci bene, di concedere tempo.

Oggi il divorzio è diventato veloce, domani forse sarà velocissimo, perché alcuni hanno fretta di arrivare. Dove, occorrerebbe chiedere: ma forse questo lo sappiamo tutti già.

Cartello stradale

Fortezze

Non conosco muro o castello che alla fine non sia caduto, fortezza che non sia stata invasa; se non con la forza, per l’abbandono da parte dei suoi custodi.

tumblr_nj09oyzDj31qhttpto4_1280

Non ho voce

Non ho voce. Se l’è portata via il vento che da una settimana scende gagliardo dai monti innevati a spezzare con raffiche violente rami e sonni. Al posto della mia usuale tonalità di basso è rimasto un gracidare roco e sconnesso.

Com’è brutto vivere senza voce. Volere parlare, avere da cantare, e sentire note e parole bloccate nella strozza, uscire deformate ed incomprensibili. D’improvviso non sei più il protagonista della tua vita, perché non sai farti capire. Non hai letteralmente voce in capitolo. Nessuno ti ascolta. Non riesci a dire niente. Non dici niente.

Ti viene da arrabbiarti, e disperarti, e opporti. Trangugi intrugli e pastiglie, ma la realtà non obbedisce al desiderio. Non è semplice aggiustare cosa è rotto, cosa non funziona. Ti rendi conto che il tuo potere sulla realtà non si estende neanche al tuo stesso fiato. Il tuo medesimo corpo è qualcosa che non controlli. Figurarsi il resto.
Ti chiedi perché. E imprechi contro la sorte. Ti pare un’ingiustizia.

Poi mi viene in mente: può essere una grande grazia.

Capire com’è. Cosa vuol dire essere uno dei senza voce. Quelli che sono condotti come agnelli al macello, e che tacciono. Magari perché non sanno che dovrebbero parlare, gridare, implorare. O forse perché non sanno cosa dire, oppure sono fatti tacere.

La voce è ciò che ci permette di dare il nostro pensiero al mondo. Comunicare quello che siamo. Senza di essa, noi siamo sottoposti alla misura di qualcun altro. Quando ci viene tolta, diventiamo cose. Cose che possono essere usate, o distrutte, da chi di voce ascolta solo la propria.

I potenti tolgono la voce a chi si oppone loro, a chi vorrebbe dire cose non gradite, scomode, pericolose.
I violenti uccidono i corpi perché le voci non si possano più levare.

Ma se sono senza voce, che posso fare? In effetti, una cosa sola: ascoltare. Anche se siamo impossibilitati a parlare, non siamo oggetti. Il nostro valore non sta nelle corde vocali, ma nella nostra stessa esistenza. Non in quanto ci facciamo sentire, ma in quanto siamo. Il non riuscire ad emettere suono può forse insegnarci a distaccarci dalla nostra petulante voce, dai nostri aridi pensieri, dal nostro chiacchericcio vano. Spogliati di parole per ascoltare le parole altrui, e da quelle parole trovare la forza per forgiarne di nuove.

E’ possibile solo ascoltando, e comprendendo. Ascoltare non vuoti suoni, ma l’armonia del significato, del senso di tutto.
Ascoltare quell’unica Parola che davvero conta, la cui debolezza è più forte della nostra forza, la cui forza è più forte della nostra debolezza. Dicendola di nuovo con il nostro esistere.

Se noi stessi diventiamo parola, parliamo con la presenza. Siamo suono incarnato, siamo discorso da vedere.
E nessun potere potrà farci tacere, perché saremo.

La mancanza di voce diventi silenzio, per farci sentire.

SONY DSC

Prima pubblicazione: su Pepe

Blu oscuro

Guardava il mare, una ininterrotta successione di creste di spuma bianche su un blu oscuro. Tirava vento.
Qualcosa danzava su quelle onde di merletto severo. Un detrito, spazzatura come ne vedi tanta. Anche in mare aperto, come ora. Pozze oleose, sacchetti con nomi di supermercato stinti. Rami. Bottiglie senza nessun messaggio salvo quello del disprezzo.
Giù dalla fiancata, a guardare, era un abisso, che scendeva dove la luce non arrivava mai, chilometri sotto. In qualche maniera quella pressione immensa, in grado di piegare il metallo e schiacciare gli uomini sembrava risalire come l’oscurità di una notte senza luci e senza stelle nel suo animo. Senza fondo sembrava il mare, e l’ombra della nave l’oscurava ancora di più.
Il detrito si avvicinava. Un ciuffo d’alghe? Qualcosa di piccolo, rosa. Una bambola.
Cosa fa una bambola in mezzo al Mediterraneo?, si chiese. Chissà quale bimba l’avrà perduta. Si immaginò la scena, la manina distratta che si apre, il giocattolo che precipita verso il blu ed è già lontana dal pianto. Perduta.
Ripensò a quei bambini su una spiaggia assolata, non molto tempo prima, fradici di onda, incapaci persino di versare lacrime ormai. Lontano da casa, così lontano che non avrebbero saputo neanche indicarne la direzione. Per i più piccini neanche ricordo. Attraverso il mare, attraverso tanti inferni di sole e sabbia e bombe e odio e fame e sete. Ricordò come una delle piccole stringesse al petto una bambola, anzi, la testa staccata di una bambola. Un tesoro trascinato attraverso inimmaginate distanze, e perciò inestimabile.
Non per la prima volta, si chiese perché tutto ciò avvenisse. Si ricordò di popoli antichi e meno antichi, partiti in cerca di vita e che avevano trovato la morte. Nel freddo, nei fiumi, nei deserti, in navi trasformate in cimiteri. Sempre in fuga da qualcosa, o alla ricerca di qualcosa. Contro mani tese a fermare, contro parole e fucili e spade, tempeste, mari di un blu oscuro.

Ancora una volta si chiese se quel fiume di uomini in cammino con la sua scia di corpi morti fosse nel conto delle cose, inevitabile come una la pioggia che non vorresti, o fosse voluta, studiata, pensata. Se le barche fossero colme di agnelli mandati a morire in un consapevole sacrificio. Per dissuasione. Per odio. Per denaro. Per potere. Ancora una volta si domandò come fosse possibile mandare una bambina con una testa di bambola cieca stretta in un abbraccio nell’abbraccio di queste vedove onde vestite di merletto e luttuoso buio.
Quale genere di uomo è un uomo del genere, che non accarezza capelli, che spinge, che chiude, che non fa niente, che senza lacrime uccide e guarda morire?

Il bambolotto ormai era vicino, venne preso dalla spuma alzata dalla prua, si rigirò a mostrare il suo volto bianco e cieco.
Stette a guardarlo danzare, ammutolito d’orrore e consapevolezza. Braccia e gambe e voce incapaci a muoversi, appesantiti come da tre chilometri d’acqua, schiacciati nel fango dell’abisso buio. Solo gli occhi seguivano il corpicino che ora si allontanava, era sempre più distante, avvolto da onde bianche di schiuma e da un mare di un blu oscuro.

stock-footage-ocean-waves-storm

Noi, fratelli

Ormai è diventato abbastanza evidente che quelli più massacrati, in giro per il mondo, siamo noi cristiani. Massacrati in senso letterale: bruciati vivi, buttati a mare, se ci va bene soltanto sgozzati. Da queste parti è qualche annetto che lo si dice, ma forse non morivamo in modo abbastanza spettacolare. Poi ci sono altre categorie che si dicono trattate male e per carità, è così devastante che c’è apparentemente bisogno di leggi speciali e trasmissioni televisive e corsi nelle scuole per sensibilizzare tutti. Per noi cattolici spesso le trasmissioni tivù e le lezioni a scuola sono invece occasione per venire diffamati un altro po’, ma di fronte allo sterminio di cui sopra non viene neppure da lamentarsi. A noi urlano contro, gettano cose e picchiano anche se stiamo in silenzio a leggere, figurarsi se parlassimo ancora.

Quello che più mi colpisce è però il modo con cui vengono date certe notizie. “Cristiani uccisi da una bomba”, “cristiani arsi vivi”, “cristiani giustiziati”…molto impersonale. Quel tono con cui si parla di altri. Di estranei che fanno parte di uno strano culto di cui talvolta si è sentito parlare. “Ah, sì, cristiani, una volta ne abitavano anche vicino a me”. “Sai, ne avevamo uno in ufficio, qualche anno fa. Andava anche a Messa”. “Cristiani? Ma ce ne sono anche qui?”
Perdonate, ma sembra che i giornalisti di video e carta stampata che danno queste notizie siano tutti cresciuti nella Russia sovietica. Pare sia tutta gente che com’è fatta una chiesa l’abbia visto solo su internet. E magari è vero.

Da queste parti, invece, quei morti ci piace ricordarli come fratelli.

l43-cristiani-uccisi-121226193822_medium

Dannate virtù – VI – Uomini speranzosi

Compagni demoni, lo so che è dura lavorare di questi giorni. Ma le feste che tutti gli anni i servi del Nemico mettono su per schernirci non ci devono distrarre dal nostro compito. Non dimenticate perché ci siamo riuniti oggi: perché io possa illustrarvi le maniere migliori per prendere la virtù della

6- Speranza

e insegnarvi ad usarla contro quel Cielo stesso da dove proviene.

Che è cosa non facile. Quante volte l’abbiamo provata, poveri noi, quell’orribile sensazione! Tu getti addosso agli uomini ogni sorta di male, distruggi quello che hanno di caro, aizzi contro di loro i peggiori tra i nostri accoliti; ti aspetteresti di trovarli devastati, di avere eliminato in loro ogni certezza di bene…e invece no! Continuano a sperare. Oh, il Nemico-che-sta-lassù li ha impastati bene di luce e carne. Vita e speranza si accompagnano.

Allora impariamo a farla usare male, quella speranza. Ci proveremo con una esercitazione pratica.

Ecco Tommaso, in custodia dai nostri tentatori da ventinove anni. Non trova lavoro, ed è appena stato lasciato dalla ragazza. Il demone che si occupava del suo caso ha tentato di fargli provare autocommiserazione e rabbia, ma i suoi consigli non stanno suscitando i risultati voluti. Il soggetto ha degli amici che lo sostengono e lo incoraggiano, e più cerchiamo di abbatterlo più questi gli sono vicini. Rischiamo di perderlo: si impone quindi un cambio di strategia. Cosa suggerireste? Avanti!

Come dici, Curcunnuto? Sussurrargli che tutto si aggiusterà comunque? Buona risposta. L’irragionevole certezza che alla fine andrà tutto bene è uno dei punti deboli dell’animo umano, e lo possiamo sfruttare a nostro vantaggio. Ma non basta, occorre essere più precisi. Altri?

Ha alzato l’artiglio il diavolo rosso in terza fila…Come? Sì, certo. Che sia tutto dovuto. Che il posto di lavoro arriverà in qualsiasi modo, anche se ha smesso di fare colloqui. Che troverà un’altra ragazza, anche se non prova neanche a cercarla. Che diventerà ricco. Che vivrà a lungo – sapesse!
Qui bisogna fare molta attenzione. Il Nemico provvede alle necessità quotidiana dei mortali, e quindi ciò su cui bisogna agire è…chi lo dice…esatto! La speranza che le cose si concretizzino esattamente come loro vogliono.

La speranza non di un posto di lavoro qualsiasi, ma quello dei desideri: non una donna qualsiasi, ma la donna come se la immagina nei sogni. Portarli a sperare, insomma, in una menzogna.
Per farlo dovranno ignorare ogni cosa che possa abbattere il loro ottimismo, rifiutare ogni cosa che non rientri in quanto immaginano. La pretesa di avere a che fare non con il reale, ma con un’immagine creata da loro stessi.
Sì, Zeblolaffo, proprio così: “Tu sei il meglio, e meriti il meglio”. Se li portiamo a pensare che devono sperare non perché c’è qualcuno che ha avuto misericordia del loro niente ma perché l’universo deve loro qualcosa, è fatta.

Questa della speranza come egoismo possiede altri vantaggi. Gli amici pronti ad aiutare, uno dei flagelli più grandi per la nostra impresa, saranno allontanati perché ritenuti inutili, e sentiti come nemici se osano far presente mancanze e ragionevolezza. La speranza altrui sarà vista come avversaria della propria. Il brutto, lo sporco, il cattivo semplicemente cesseranno di esistere per i nostri uomini speranzosi, se non come un fastidio da ignorare.

C’è altro su cui possiamo agire? Qualcuno vuole completare?

Speranza negli uomini? Giusto anche questo. Spingerli a credere che il tale personaggio politico, il tale principe possa realizzare quel paradiso terreno che si aspettano è uno dei nostri pezzi forti. Tutta la storia del Messia l’abbiamo gestita così. I nostri migliori talent-scout stanno sempre all’occhio per individuare colui al quale fare avere tutte le fortune, il divo da far seguire dal maggiore numero possibile di mortali verso l’inevitabile disastro.

Questa tecnica ha però alcuni inconvenienti.
Nell’istante in cui la persona in cui ripongono la speranza viene meno, a seguito della delusione provata i mortali possono intuire che non si deve sperare negli uomini. E’ un momento pericoloso, che si può evitare semplicemente…chi suggerisce?
Esatto. Facendoli sperare non in uomini, ma in qualcosa di più vago.
La scienza. Il futuro. Qualsiasi ideologia che abbiamo mai inventato.
Un’ideologia ha di solito una vita più lunga di qualsiasi mortale, ed è infinitamente più utile. Può essere mantenuta anche molto tempo dopo che si è dimostrata completamente sballata; anzi, ai nostri fini più è palesemente errata meglio è.
Gli umani vi si dedicano, e delegano ad essa la loro vita. Si fermassero un secondo e provassero a ragionare su cosa accadrebbe se quello in cui sperano si realizzasse davvero, sarebbero orripilati. Ma è una capacità che pochissimi mortali possiedono.

Continuano invece a sperare nelle cose terrene, invece che chiedere di avere la forza di realizzarle. Invece di affidarsi al Nemico confidano nelle cose che il Nemico fornisce. E’ un po’ come se mangiassero l’involucro del pacchetto invece del dolce che vi è contenuto. Pace, cibo, lavoro, futuro migliore: la loro speranza è tanto più forte quanto più debole è la loro fede, mentre dovrebbero andare a braccetto. E’ una speranza che corre ma rimane presto senza fiato, dato che si tratta di una specie di bugia pietosa. Non sono per niente liberati dall’angoscia, anzi, è dall’angoscia stessa che si nutre e cresce dalla loro speranza.

Tornando al nostro caso di studio, faremo aderire il nostro Tommaso a qualche bella associazione, circolo, movimento che si proponga di risolvere la situazione con iniziative e discorsi, sperando che basti cambiare il mondo perché tutto si metta ad andare bene. Convegni, cortei, manifestazioni: qualcosa a cui delegare il compimento dell’attesa, grazie alla quale possa evitare di paragonarsi seriamente con ciò che accade, e cambiare.

Abbiamo rimpiazzato la speranza nel Nemico con la speranza nel mondo. Quando fallirà, a chi credete che darà la colpa?

Proprio così. O, almeno, speriamo.

IMG_0858

La lezione dei lamponi

C’è da imparare dai lamponi.

Le avevo comprate al supermercato, tre di quelle piantine confezionate. In offerta, perché già tarda la stagione. Un lampone dorato, un ribes, ed un mirtillo. Chissà, mi ero detto.

Il ribes aveva attecchito subito, al contrario del mirtillo immediatamente defunto. Il lampone…il lampone stentava.
Una, due, tre foglioline. Un fiore, e con immenso sforzo aveva generato il suo primo lampone. Poi era arrivato l’inverno. Era rimasto uno spuntone apparentemente secco. Cosa ne sarebbe stato a primavera?
Le prime gemme sullo spuntone. Poi mio suocero aveva vangato.

Mi ero messo il cuore in pace. Colpa mia. Non avevo delimitato la zona, e non era facile da distinguere dalle erbacce infestanti. L’esile fusto era sparito nella terra rivoltata di fresco. Addio, lampone. Quel tuo unico frutto era stato gustoso.
A tarda primavera, notai qualcosa di strano. Alcune foglioline dall’aspetto familiare. Poteva essere? Sì, lo era.

Era sopravvissuta, in qualche maniera. Rinata. E adesso faceva capolino imperiosa dalla terra, la mia pianticella di lampone. In pochi giorni era già alta dieci centimetri.
E’ quando ti senti sicuro che rischi di ripetere errori già fatti. La foglia del lampone non è insalata, non è un peperone o un pomodoro. Non ci assomiglia. Vita dura per chi non sembra commestibile, in un orto.
Forse è il caso che segnali l’esistenza del lampone, mi ero detto rincasando.
Per poi scoprire che non ce n’era più bisogno.
Estirpato, ancora. Senza traccia.

Devo ammettere che ho provato un certo rincrescimento. Anche rimorso. Ma quello che è fatto è fatto. Niente lamponi, quest’anno, mi sono detto.
Ancora una volta, mi sbagliavo.

A metà estate, foglioline dalla terra. Non ci posso credere. Sono davvero loro? Persistenti, nonostante le persecuzioni, pronte a rimettere fuori il capo. A vivere.
Recinto il suo spazio con una bandella. Cresce. A fine settembre, settembre! mette i fiori, è cresciuta di un metro in poche settimane. Dopo i fiori, i frutti, decine. Gli ultimi li gela il vento freddo di novembre.

Adesso, a primavera appena iniziata, la pianta ha eruttato foglie su foglie. Altre stanno spuntando dal terreno, a un metro di distanza. Cosa corre sottoterra, ignorato, con troppa sicumera dato per morto? C’è una forza che non ci aspettiamo, dove non ci aspettiamo.
Attendo frutti abbondanti.

IMG_0743rid

 

 

 

Una frase letta per caso

No, non voglio convertirvi. Non voglio neanche convincervi. Meno che meno apparire e diventare famoso. Quindi mettetevi il cuore in pace e rilassatevi. Se volete fare le gare di rutti ci sono tanti altri siti in rete che potete infestare. Quello che voglio fare qui è solo dare degli spunti di pensiero, iniziare riflessioni, indicarvi qualcosa che mi ha stupito e magari non sapevate. Se vi rifiutate di capire quello che dico, se non ci provate neanche, oppure avete compreso benissimo ma scegliete di ignorare e preferite dare la stura al vostro pensiero, che ho da dire? E’ inutile che veniate da queste parti. Inutile per voi e per gli altri; sono sicuro che la vita offre modi assai migliori di buttare via il tempo, figurarsi di impiegarlo meglio.
Ma se invece volete approfittare di quello che scrivo, per quanto modesto e goffo, come si approfitta di una frase letta per caso, di un paesaggio visto di sfuggita, di una persona incrociata per strada che ti muovono stranamente, e neanche tu sapresti dire perché…
…sedetevi, leggete.
E’ di questo che è rischiarata l’esistenza. Di piccole scoperte che illuminano la via.
Che siano per voi preziose come lo sono per me.

02 Lampione Lecco Pezzo da Gaeta.JPG_200912921438_02 Lampione Lecco Pezzo da Gaeta

La logica della formica

Quand’ero piccolo passavo ore ad osservare le formiche che abitavano l’orto dei miei nonni. Accadeva talvolta che due formicai vicini tra loro entrassero in guerra. Allora, in breve tempo, tutto il terreno tra i territori dei due contendenti diventava nero di insetti che si azzannavano e mutilavano uno con l’altro. Poi uno dei due eserciti prevaleva, e le truppe vittoriose entravano nelle gallerie del nemico.
Cosa avveniva dopo non lo so con certezza, ma posso immaginarlo: perché il formicaio conquistato cessava di esistere, con tutte le sue larve, le sue operaie, la sua regina.
Il massacro vero avveniva sottoterra. Le zolle ricoperte dei cadaveri dei vinti non erano che la superficie: la parte visibile di uno sterminio molto più profondo.

Gli esseri umani non sono formiche. Non so se un imenottero possa provare rimorso dall’avere fatto a pezzi un avversario: ne dubito molto. Gli uomini, invece, hanno qualcosa che li agita dentro. Qualcosa che è connesso inestricabilmente con l’essere uomini.

L’uomo è quel livello della natura che si domanda quale sia il senso del vivere. E quindi del morire. E quindi dell’uccidere.
Il delitto di Caino è sì di avere ammazzato suo fratello, ma tanto più quello di non essersene addossato la colpa. Di averlo rinnegato, di avere rinnegato il suo stesso delitto, chiamandosi fuori dall’unione con gli altri uomini. Sono forse io il custode di mio fratello? Sì, lo saresti dovuto essere.

Fino dai tempi più antichi l’umanità si è comportata come le formiche. Nella storia di tutti i grandi imperi del passato lo sterminio dei popoli vicini è narrato con orgoglio. I grandi conquistatori elencano le tribù da loro annientate. Annientate, fino all’ultimo uomo, donna, bambino. Nei fregi di Sargon e nell’Iliade, nei manoscritti cinesi e nei bassorilievi aztechi i conquistatori camminano sui corpi dei nemici.

Eppure, al di là del massacro, un fremito segreto ha sempre attraversato il guerriero. Quelli che sto uccidendo sono uguali a me. Queste donne potrebbero essere mia madre, mia moglie, le mie figlie. Questi bambini potrebbero essere i miei. Quello che uccido, mio fratello.
Ma tutto questo era inespresso. Cancellato dal fatto che non erano veramente i propri figli, coloro che si uccidevano. Ma i figli di un altro formicaio, da eliminare per fare trionfare il proprio.

In un certo momento della storia, tutto è cambiato. Qualcuno ha osato affermare una verità semplice e sconvolgente, che mai nessuno aveva osato pronunciare prima, portandola alle sue estreme conseguenze.
Che colui che stai uccidendo è davvero tuo fratello. Sono i figli di tuo fratello che stai sterminando, membri della tua famiglia, perché la tua famiglia comprende tutti gli uomini. Figli dello stesso Padre.

E’ curioso che nessuno sembri accorgersene. Che sia dato per scontato ciò che non lo è affatto. Come, nel giro di pochi secoli, lo sterminio di un intero popolo sia passato dall’essere la triste necessità storica degli imperi in espansione ad un delitto inescusabile. Nessun generale romano, nessun capo di orda mongola, nessun imperatore cinese o inca si è mai trovato nella necessità di giustificare la completa distruzione di una città o una nazione. Perché era un mondo che non aveva il cristianesimo; perché nessuno aveva detto loro che stavano uccidendo fratelli.

Adesso lo sappiamo, o dovremmo saperlo. L’orgoglio del massacratore è diventato una colpa. Se qualcuno arriva a sterminare un popolo lo fa contro questa nuova consapevolezza. E lo sterminio, il genocidio come qualcuno è arrivato a chiamarlo, è negato da quelli stessi che lo praticano. Nascosto nelle gallerie più profonde della storia. Dov’è tuo fratello, Caino? E che ne so, non sono il suo custode.
Il genocidio, la cosciente distruzione di una stirpe, può avvenire solo dove si rifiuta consciamente quell’appartenenza al Padre comune. Vandea, Armenia, Germania. Quando l’odio, quando il proprio formicaio è più importante delle altre formiche.

Non c’è altra ragione per non vantarsene, per vergognarsene – se di vergogna si può parlare – non c’è altra ragione per nasconderlo se non questa.
Il riconoscere la vera rivoluzione che ha silenziosamente cambiato il mondo, la buona novella di un conquistatore che ha trionfato facendosi ammazzare.
Perché non c’è altro che possa negare la logica della formica.

Harpegnathos_saltator_fight

I delitti rassicuranti

Con questo articolo inizio la collaborazione a Pepe.

Non ci sembrava più possibile. Ci sembrava relegato alle gesta dei nazisti di ben prima che nascessimo, o alle imprese di pochi psicopatici. Il male come malattia mentale: anche Hitler era pazzo, no? E questo era rassicurante. Molto rassicurante.

Il male si può curare. Quel poco male che c’è, quel male che forse non c’è. Nessun bisogno di scaldarsi. Quello che avevamo nel cuore non era davvero male. O forse lo era, ma era solo una questione di educazione, di rapporti. Perché nel caso potevi venire rieducato. Potevi venire curato, se ti comportavi male. In molti casi non era neppure necessario. Perché quello che un tempo veniva chiamato male, in fondo era una questione di scelta. Un diritto, in alcuni casi.

No, il male non esisteva realmente, era una costruzione sociale. Colpa dei ricchi, o forse no, dell’ingiustizia, o della religione. Ecco, era certamente così. Colpa della religione, che con la sua nozione di peccato aveva inquinato le nostre scelte. Aveva cercato di convincerci che esistono i buoni e i cattivi, che le nostre scelte non sempre erano buone. Cazzate, cosa si decide è sempre buono, se non infrange la legge. Nel caso, si può multare.

La soluzione al problema del male? Eliminare quelle costruzioni obsolete. Niente male, niente problema. Immagina se non ci fosse il paradiso, o l’inferno, solo il cielo sopra di noi. Questo Lennon lo cantava pure in parrocchia.

Il problema del male con questo ci sembrava risolto. Non c’era il male, solo il comportamento antisociale di pochi politici, alcuni dittatori irrecuperabili e sicuramente pazzi, nostalgici nazisti e fascisti, e dei cristiani.

Poi, in medio oriente, in posti lontani e poi sempre più vicini, hanno cominciato ad ammazzare.

Ci abbiamo provato, eh. Con le analisi sociologiche. E’ questione di povertà, di imperialismo, sono gli americani o i russi. Sono pazzi.

Ma lo vediamo che non funziona. Lo vediamo che stride. Capiamo che questa nostra pretesa non sta in piedi. Perché quando vediamo gente che si filma mentre ammazza e distrugge, chiamando bene quello che noi un tempo chiamavamo male, che possiamo fare?

Possiamo dire che non è male, quello? Di fronte ad una stanza piena di studenti innocenti massacrati, i cadaveri pieni di sangue ammassati uno sull’altro, riusciamo ancora dire che il concetto di male è relativo? Che sono liberissimi di chiamarlo bene, tutto quel sangue, ne hanno il diritto? Sostenere che sono pazzi o disadattati, mentre in migliaia si esaltano per le strade?

O piuttosto ci tocca ammettere che ci hanno riempito la testa per anni di balle e di fumo? Che non tutto quello che desidero è bene? Che ci sono azioni che non posso chiamare bene, senza negare chi sono?

E questa consapevolezza, riusciremo ad estenderla? Riusciremo a dire, ad ammettere, che forse anche altre azioni che possiamo compiere sono male? Che il male non si limita ad un’area geografica, a un uomo di pelle più scura della mia, a una religione?

No, forse no. Ci puliremo la coscienza dicendo che è cosa loro, che non ci riguarda. Daremo la colpa a quello stato, a quella organizzazione. Ci puliremo la coscienza: non ci riguarda. Il caso è diverso, eh. La strage finirà in settima pagina, e la prima sarà dedicata a delitti molto più rassicuranti.

Che ci impediscano di riconoscerci in coloro che muoiono. Che non ci facciano pensare: potremmo essere noi al posto loro. Delle vittime. Dei carnefici.

Che non ci facciano provare un brivido clandestino di sollievo: ma lì ammazzano i cristiani. Io mica credo a quella roba là. Il bene, il male, come si chiamavano. Robe superate. Il male, io, manco so cos’è.

massacro-kenia

Dannate virtù – V – Uomini di fede

Compagni demoni, fratelli diavoli, dopo avere discusso vari modi di accaparrarci le anime dei mortali dedite alle virtù cardinali esaminiamo ora quelle che i sapienti umani chiamano virtù teologali: fede, speranza e carità.

Forse qualcuno di voi si domanderà se e come sia possibile che queste pratiche, che in fin dei conti riguardano direttamente il Nemico-che-sta-lassù, possano essere usate per soddisfare i nostri appetiti.

Questa è esattamente la domanda alla quale sto per rispondere, cominciando con

5- La fede

L’opera fruttifera dei nostri tentatori non potrebbe essere possibile senza il lavoro silenzioso e costante di legioni di demoni minori e di accoliti umani dediti a modificare, ogni giorno, il senso profondo delle cose in qualcosa più consono ai nostri fini infernali.
A questa schiera di misconosciuti operai del male io dico: lavorate ancora di più, larve, perché l’inganno ha bisogno di essere mantenuto.
Prendete appunto la fede. Se i mortali, oggi, pensano in grande numero che consista in qualcosa di cieco, arbitrario, scollegato con la realtà, è appunto grazie al costante lavorio di suggeritori che allontanano dalla mente degli umani quanto loro stessi vivono ogni giorno.

Se gli appartenenti alla razza umana si fermassero un solo secondo a pensare a tutte le cose o alle persone in cui hanno fede si accorgerebbero che questa virtù è da loro praticata in quasi ogni istante. La scienza si ferma a ciò che è dimostrato, ma cosa è davvero dimostrato nella loro vita di ogni giorno? Senza la fede nella ragionevolezza degli altri, nell’affidabilità degli oggetti, nel fatto che il sole sorga, vivrebbero come bestie nella più profonda caverna ringhiando al resto del mondo. Hanno fede in una persona perché l’hanno verificata affidabile nel passato e la suppongono tale per il presente; ma, grazie alla nostra opera capillare, non sono più capaci di estendere il ragionamento anche al Nemico-che-sta-lassù.

Gli uomini di fede che ci piacciono sono quelli che, nonostante la considerino irragionevole, asseriscono lo stesso di averla, e la realtà non la guardano neanche di sbieco. Non si fanno domande, e se qualcuno gliele pone lo guardano colmi di disdegno. La loro convinzione è granitica e immobile come solo i pesanti macigni sanno essere.

Il guaio per questi fedeli è che quanto credono non è il frutto di un amore ricambiato, ma di una lezione bene appresa o, nel peggiore dei casi, dell’adeguarsi ad una imposizione. E’ così non perché è così, ma perché deve essere così. Invece di un affidarsi ad uno sguardo paterno vogliono imporre la loro convinzione su quanto li circonda.

Quella che noi, con i nostri consigli, li convinciamo a deprecare, è la ragione, il considerare ogni cosa con la mente aperta. Il loro credere è cristallizzato: basta poco per introdurre in questi cristalli imperfezioni ed impurità che li rendano velenosi. Già sono distaccati dal reale, allontanarli ulteriormente non è una gran fatica.

Con il passare del tempo si trasformeranno nei custodi di un museo pieno di figure polverose, dediti a riti di cui non capiscono il senso; e neanche potrebbero comprenderlo, dato che per loro non ce n’è alcuno. Oppure diventeranno zeloti della loro idea particolare, fedeli fino alla fine a quanto pensano dovrebbe essere, ma non è.

Nel nome della loro fede questi personaggi si sentiranno giustificati a qualsiasi efferatezza; odieranno parlando d’amore, faranno il male pensandolo una versione di bene, ed ovviamente andranno all’Inferno sicurissimi di percorrere la strada per il Paradiso.

E’ vero, il Nemico salva coloro che credono in lui, ma costoro non credono veramente in lui. Credono in una immagine che si sono fatti; e per quanto il Nemico si sforzi di segnalare loro “Ehi, io sono qui!” essi continuano a guardare il proprio riflesso in uno specchio immaginario.

Per ottenere la fede il Nemico si fa conoscere. Il metodo che quello di lassù ha adottato per continuare a rubarci il pranzo è rendersi presente tra i mortali. Ha fatto quella pazzia di farsi carne, per questo. Per noi, veri interpreti del pensiero originale del Creatore, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e ce lo ha reso qual è: Nemico-che-sta-lassù. E’ stato Nostro-Padre-che-sta-Quaggiù che ci ha fatto capire quanto assurda e traditrice sia stata questa azione, che ha sporcato irrimediabilmente l’idea cristallina di purezza di cui ormai noi siamo gli ultimi custodi. E’ il Nemico che ha tradito noi, non viceversa.

In fondo quella che noi tentiamo di restaurare è la fede come dovrebbe essere: un comando da dare, non una persona da incontrare e a cui credere. E’ per questo che chi crede ciecamente viene volentieri quaggiù da noi: condividiamo in fondo lo stesso punto di vista.

Noi siamo ribelli nei confronti di un Nemico che socializza con le creature inferiori, che credono in lui grazie a quell’incontro; sentiamo perciò profonda simpatia per coloro che in nome della loro fede rinnegano tutto ciò che esce dai loro schemi, fosse anche l’autorità.

Ciò che non è naturale si impone solo con la forza. Questi fedeli combattono tutto ciò che non rientra nella loro ideologia, dato che basterebbe anche una sola cosa che la negasse per farla crollare miseramente in niente.
Sono in fondo dei creduloni: vivono di parole d’ordine e slogan. I nostri uffici ne sfornano sempre di nuovi.

E’ questa la differenza tra avere fede in ciò che è vivo piuttosto che in un’idea: la vita cresce e da lei si impara, mentre l’idea è fissa, immobile, morta. Si perpetua facendosi tiranna, e si nutre di cadaveri.

A me personalmente piace moltissimo spingere le anime verso queste parodie della fede, inventandomi sempre nuovi idoli e sollecitando l’adesione immediata e completa a dottrine di mia fantasia. In fin dei conti sono un angelo mancato; o meglio, sono gli angeli del Nemico ad essere demoni che non hanno avuto il coraggio di ripensare la loro fedeltà.
Credetemi quando vi dico che questa virtù può darci grande soddisfazioni: abbiate fede!

Piero_del_Pollaiolo_faith

Un tocco di follia

Ho rivisto l’altra sera un vecchio film con Cary Grant e Doris Day, “Il visone sulla pelle“. Una delle gag contenute nella pellicola mi ha fatto pensare.

Uno dei protagonisti della pellicola è assiduo frequentatore di uno psicanalista, che lo sfrutta anche per carpire informazioni di borsa riservate.
Per un equivoco, il terapeuta pensa che il suo paziente gli stia raccontando di avere accettato le avances di un uomo d’affari che l’ha portato alle Bermuda per un week-end di sesso.
Lo psicanalista è tanto sconvolto da quello che gli viene narrato da considerare del tutto inaffidabile il suo paziente, informazioni finanziarie incluse; per poi decidere di partire per un “corso d’aggiornamento” a Vienna.

Le volte precedenti che ho visto questo film (anni fa) io, e le persone che erano con me, non avevamo trovato niente di strano. Per noi allora, come per gli sceneggiatori, era ovvio che chiunque sarebbe rimasto sconvolto di fronte ad una relazione omosessuale così sbandierata. Che l’avremmo considerata un’idea folle. E che avremmo trovata irresistibile la gag finale, dove l’equivoco vira nell’assurdo quando all’attonito psicanalista viene fatto vedere un bambino che lui crede frutto di quella relazione.

Era il 1962. Solo cinquant’anni, e quello che era materia da psichiatri è diventato realtà. Chissà cosa c’era in quel corso d’aggiornamento a Vienna.

Però vedete, la cosa che mi dà da pensare è che lo sconvolgimento del dottore faccia ancora ridere, sia ancora del tutto comprensibile. Mentre non si capisce quasi più perché Doris Day faccia tante storie ad andare a letto con Cary Grant.

PS: I pezzi citati sono al minuto 55, e a fine pellicola (1:26).

Eventi incredibili

Buonasera. Oggi a Eventi Incredibili intervisteremo Mattia, un nome di fantasia che nasconde quello di un commerciante di stoffe di successo. Mattia ha scelto di non farci vedere il suo volto (immagine di un uomo ripreso di spalle e in controluce) per non esporsi a vendette.
Mattia – Buonasera (voce alterata)
Intervistatrice – Signor Mattia, lei è un uomo di successo. A cosa deve la sua fortuna?
M – A quello che chiamavano Gesù.
I – Gesù? L’autoproclamato profeta e Messia crocefisso alcuni anni fa a Gerusalemme?
M -Esattamente.
<Voce fuori campo mentre scorrono immagini sgranate di Gerusalemme, folla che cammina sulle strade, delle croci, tumulti di folla, nubi e paesaggi – “La storia di Gesù il Galileo è quella di un autoproclamato profeta e messia a cui venivano attribuiti poteri di guarigione straordinari, che il Sinedrio di Gerusalemme ha fatto condannare per blasfemia. I suoi discepoli sostengono che in realtà lui sia risorto dai morti dopo la crocefissione. Ma come è possibile?”>
I – Lei dice che grazie a Gesù è diventato un ricco uomo d’affari. Com’è possibile ciò? Ce lo può spiegare?
M – Perché io ero di guardia alla sua tomba la notte dopo che era stato crocefisso
I – Come? Vuole ripetere?
M – Eravamo di guardia, io e un mio commilitone, alla tomba di quel Gesù di Nazareth quando lo hanno sepolto. Ero nelle guardie del tempio allora.
I – Lei era nelle guardie del tempio?
M – E’ così. Cercavo un posto di lavoro, e un mio cugino conosceva uno dei sacerdoti, così…
I – E lei era stato messo di guardia ad una tomba. Era un fatto consueto?
M – Proprio no, che io sappia non si era mai fatto prima
I – E per quale motivo eravate lì?
M  – Per via della profezia
I – Vuole dirci di più?
M – Quel tizio aveva detto che sarebbe risorto dai morti, così il Sommo sacerdote non voleva che i suoi discepoli rubassero il corpo o qualcosa del genere.
I – E lei era stato messo di guardia…
M – Per evitare che lo rubassero.
I – Racconti cosa accadde quella notte.
M – Eravamo montati di guardia al tramonto…
I – Quanti eravate?
M – Due. Eravamo due.
I – Eravate armati?
M – Certo, lancia e spada, dotazione standard.
I – E cosa è successo
M – Era quasi l’alba…il nostro turno finiva all’ora seconda…quando sentiamo dei rumori.
I – Qualcuno si avvicinava?
M – Ma no, dalla tomba. Come una specie di canzone, o ronzio…
I – Dall’interno della tomba?
M – Dall’interno della tomba.
I  -La tomba era chiusa?
M – Era chiusa con un masso pesante, molto pesante. Ed ecco che vediamo una luce…
I – Dove?
M – Nella tomba.
I – Come delle torce? Dei fuochi?
M – No, come un lampo fortissimo, ma senza tuono. Usciva dalle fessure, capito? Si sentiva un odore strano, come di temporale. E poi la pietra è rotolata via.
I – Come rotolata via?
M – Come se qualcuno l’avesse spinta via. Da dentro.
I – Da dentro?
M – Noi fuori non abbiamo visto nessuno. E questa pietra rotola via <mima una spinta> e quasi schiaccia il mio compagno.
I – <Parlando al pubblico> Suoni e luci misteriosi, e un pesante macigno che viene spinto via da una forza misteriosa. Cosa sarà accaduto? Chi sarà il responsabile? Scopriamolo insieme.
I – E poi cosa accade?
M – Quel tizio esce.
I – Che tizio?
M – Quel Gesù, o come si chiamava. Tutto nudo. E c’era questa luce viola che usciva dalla tomba, ma meno forte di prima, e…
I – Una luce viola?
M – Non è che fosse proprio viola, sembrava viola, e dove li illuminava i nostri vestiti diventavano bianchissimi.
I – Li puliva?
M – No, sembravano solo bianchissimi, splendevano quasi.
I – Un fatto incredibile. E’ sicuro che fosse Gesù quello che è uscito?
M – Sicurissimo. L’avevamo arrestato tre giorni prima, c’ero anch’io. L’ho riconosciuto subito.
I – Ma non era morto?
M – Mah, così pareva.
I – Non ha niente da dire in proposito?
M – Non saprei cosa dire.
I – E poi cosa è successo?
M – Eravamo stralunati. Il mio collega gli ha chiesto “Dove stai andando” e lui si volta e fa “In Galilea. Se mi cercano, io aspetterò laggiù”. E’ stato gentilissimo.
I – Che ha fatto?
M – E’ andato alla casa del custode, che era a pochi passi, e dopo un poco è uscito vestito con degli abiti da lavoro, ci ha salutato ed è andato via.
I – E voi? Non avete tentato di fermarlo?
M – Noi eravamo lì seduti che non sapevamo che fare. Non è che lo potessimo arrestare di nuovo, no? Io ero entrato nel sepolcro, ed era stranissimo, perché il lenzuolo in cui era avvolto era ancora lì, solo che lui non c’era più dentro.
I – Cosa avete fatto?
M – Mentre guardavamo arrivano delle donne che cominciano a piangere e ci chiedono dove è finito Gesù, ed io rispondo che qui non c’è più, è risorto, ed ha detto che le aspettava in Galilea o qualcosa del genere, e queste sono scappate via.
I – Avete riferito cosa aveva detto?
M – Sì.
I – E poi?
M – E poi siamo andati via anche noi, a fare rapporto. Non aveva senso restare lì.
I – E che avete fatto?
M – Siamo andato dai sommi sacerdoti.
I – E qui?
M – Ci hanno dato una bella sommetta perché dicessimo che l’avevano portato via i suoi discepoli.
I – Quindi l’hanno pagata per mentire.
M – Sì <a disagio>
I – E lei ha preso i soldi? Ed ha confermato la loro versione?
M – Non potevo fare diversamente, altrimenti sarebbe andata di mezzo la mia famiglia. Comunque, appena ho potuto sono andato via da Gerusalemme e ho messo su un’attività in Iberia.
I – Con i soldi che le avevano dato per non farla parlare.
M – Anche con quelli, sì
I  -Adesso invece ha deciso di dire ogni cosa, dopo tutto questo tempo. Perché?
M – <Tossichia, cambia posizione> Perché mi sembrava giusto, dopo tanti anni…e poi perché in fondo di questa storia non interessa niente a nessuno, ormai.
I – Eppure deve avere sentito che i discepoli di quel Gesù, i cristiani, come li chiamano, hanno un certo seguito in diverse città e persino a Roma.
M – <si stringe le spalle> Qua non si sono ancora fatti vedere. E’ una moda come un’altra.
I – E lei? Cosa ne pensa di un morto che torna in vita?
M – Certo, sul momento mi aveva fatto impressione, ma adesso…in fondo che importa a me?  E poi non sappiamo com’è andata veramente, no? Cioè, va bene la lancia nel costato, i buchi e tutto, ma magari era un trucco, no? Magari non era morto, che ne sappiamo? Io ci ho pensato su tante volte, ma non mi sento di dire qualcosa di diverso. Vivo la mia vita. Non mi sento in colpa per non avere detto la verità allora, era per l’ordine pubblico, capite?
I –  Lo rifarebbe?
M – Certo, lo rifarei.

I -<stacco in studio> Eccovi questa eccezionale testimonianza che getta nuova luce su questo vecchio caso. Cosa sarà stata quella luce? Gesù era morto o vivo quando è uscito dalla tomba? Era proprio lui? E dove è andato? Poteva essere un alieno? Rimanete con noi per una nuova puntata di  Eventi Incredibili e forse lo scoprirete!

Resurrezione-El-Greco

A caro prezzo

Io ne conosco di gente, ne ho di amici profondamente colpiti dalla vita. Non sto parlando dei colpi casuali che talvolta accadono, la disgrazia, la malattia. No, io intendo quelle ferite profonde che sono inferte da altre persone.
La cattiveria di qualcuno, o forse l’insensibilità, l’indole egoista, o pigra; irosa o avida, e quegli appetiti che prendono il posto di quanto è bene. Tutte le miserie di questa nostra umanità, e anche se non ci mettiamo con i cattivi sappiamo.
Sappiamo di essere inadeguati, di sbagliare, anche quando non vorremmo ammetterlo. Quanto male abbiamo fatto, nella nostra esistenza? O, per noi piccoli anche nel peccato, quanto bene non abbiamo fatto?
Della nostra infelicità possiamo anche accusare altri, ma sappiamo di avere le nostre colpe. E il vivere diventa un nodo di rimorso e di rimpianto, di recriminazioni acide e cinismo spicciolo. Chiamiamolo vivere.
Sono queste cadute che ci rendono amaro il giorno

A questo pensavo oggi, mentre mi arrampicavo sulla montagna. A certi volti, pregando per la loro pace, che è anche la mia. E mi sono reso conto improvvisamente che la risposta l’avevo sotto gli occhi.

Agnello di Dio che togli i peccati del mondo. Quante volte l’ho sentita pronunciare quella frase. Ma forse non mi sono state mai più chiare le conseguenze. Cristo si  preso su di sé tutti i peccati del mondo. Tutti. Anche le bravate di quella stronza, la malvagità di quell’altro, la perfidia di quei due. Tutti. Anche la mia insufficienza, il mio limite, il mio…tutto.
E quindi ne sono libero. La mia vita, non più determinata da quello sbaglio. Tutti i colpi che la vita ha portato restano forse come dolore, come lividi, ma non contano più. Non condizionano più, non appesantiscano più. Si può ricominciare come fosse un nuovo giorno, un nuovo mondo.
Perché quei peccati, quelle nostre cadute, sono state riscattate a caro prezzo.
Tutte quelle persone che dicevo, tutti quegli amici, tutti liberi. Non più schiacciati dal passato. Perché si ricomincia da oggi, da adesso. Nati da capo.
Non è un modo di dire. E’ una nuova maniera di vivere. E’ la sola maniera.

Poi, è chiaro, occorre dare fiducia a quella figura inchiodata sulla croce, che li abbia davvero presi su lui. Che potesse farlo. Che l’abbia fatto.
Ci abbia salvato.

27 duccio - registro principale della maestà

Non fatemi dormire

In fondo è tutto qui: domandarsi se ci sia un senso in questo cielo striato di nubi, in questi monti coperti di neve, in questi uomini e donne che stanno accanto a me; in quello che fanno, in quello che faccio io, se valga la pena cercare qualcosa di più, che vada oltre il vivacchiare e procurarsi l’ultimo telefonino.

Se non c’è un senso allora lasciatemi dormire, in questa sera di primavera chiara che sta passando e non ritornerà più. Niente di quello che ci circonda dura, neanche noi.
Tu guardi i tuoi figli, chi o cosa ami, le cose che hai fatto con le tue mani, e sai che spariranno: la battuta ironica è come il ghigno del teschio.
Ma ogni minuto che si vive ci dice che il senso c’è, e negarlo è la più evidente menzogna.
Se c’è un senso, qual’è?

Entriamo dal portone, saliamo al piano di sopra. Un uomo sta bevendo del vino e spezzando del pane con gli amici. Tra poco tenteranno di ucciderlo, e ci riusciranno.
Se fosse rimasto morto, forse quel senso ci potrebbe ancora sfuggire.
Ma non è restato nella tomba. Ne è uscito, e ci ha detto: quello che c’è non finisce. E tu (sì, tu che stai leggendo) hai un senso.

No, non fatemi dormire stasera, perché la vita è da vivere.

rosarioultimacena

Dannate virtù – IV – Uomini temperanti

Illustrissimi demoni e carissimi colleghi tentatori, oggi esamineremo assieme l’ultima virtù cardinale che ci rimane da trattare.
Prima di procedere, però, vorrei fare un saluto speciale a tutti gli umani che ci stanno seguendo in differita. Come forse sapete, per speciale concessione del Nostro Padre che sta Quaggiù queste mie parole arrivano anche ad un certo numero di mortali che sono interessati alle nostre tecniche.

Li saluto caramente, sperando di rivederli presto.

Ma adesso basta giocare con il cibo: passiamo a parlare della

4-Temperanza

Tutti quelli di voi che hanno avuto direttamente a che fare con il mondo umano sanno quanta poca differenza ci sia tra quelle creature e gli altri animali che affollano la Terra. A volte si può davvero credere che si siano evoluti gli uni dagli altri! L’uomo ha tutti gli appetiti e le voglie che possiedono gli esseri ancora più inferiori di lui. Disgraziatamente ne ha anche uno in più, quello che lo porta tendere verso il Nemico-che-sta-lassù. E’ questo desiderio che l’allontana da noi demoni per innalzarlo oltre la nostra portata.

L’approccio classico lo conoscete bene quanto me: usare le passioni animali per mascherare e soffocare la ragione. E’ una tecnica che funziona assai bene, ma accade talvolta che, sentendo come le soddisfazioni corporali che diamo loro non bastino a soddisfarli pienamente, coloro i quali tentiamo ci si rivoltino contro. Che ingrati!
Purtroppo scoprono di riuscire ad essere davvero loro stessi solo mettendo un limite alla sfrenatezza dei loro appetiti. Questo mettere a freno, questo regolare le passioni è appunto la temperanza.

Capite anche voi che, con un uomo autenticamente temperante, i soliti approcci di stimolazione dei bassi istinti sono destinati al fallimento. In questi casi occorre rovesciare completamente le carte in tavola. Servirsi insomma della temperanza stessa per dannarli.

La temperanza come virtù è equilibrio. Ma spesso nel mondo umano è intesa invece come astenersi da tutto ciò che di animale una persona possiede, rifiutare ciò che dà piacere al corpo. Come mai questo accade? E’ chiaro, perché glielo abbiamo suggerito noi.

Il Nemico ha fatto anche il corpo dell’uomo, non solo la sua anima. Se spesso i nostri ospiti scendono quaggiù a causa della corporeità, altrettanto vantaggioso per noi è quando rifiutano proprio quella carne con cui sono stati creati.

Le passioni sono troppo forti? Eliminiamole del tutto, suggeriamo alle menti. Ma quello che fa di un uomo un essere umano è proprio il desiderare.
Un uomo senza passioni è un cadavere animato, persino la sua anima è secca e polverosa. In realtà una passione ce l’ha: l’eliminazione di ogni desiderio. Ogni desiderio, capite? Quindi anche quello per il Nemico-che-sta-lassù.

Il Nemico si serve delle passioni per condurre a sé le anime. Se il temperante le rifugge si taglia fuori anche da tutto ciò che potrebbe portarlo verso il Nemico, che il Nemico stesso ha posto sul suo cammino. Il temperante alla nostra maniera si astiene da ogni cosa, ma non si ricorda più perché dovrebbe farlo. La sua diventa un’ostinazione, una moda, e se anche con le labbra invoca il Nemico lo fa con un cuore svuotato.

Questi sciocchi vogliono guadagnarsi il Cielo rifuggendo la carne, quando il Nemico si è fatto carne per loro.

Il loro desiderio è la mancanza di desideri, la loro passione mancanza di passioni. Non desiderano una pienezza, ma il nulla. E noi, volentieri, glielo diamo.

La strada è giusta, ma la direzione sbagliata. Invece di partire dall’amore del Nemico e per questo respingere ciò che può da questo allontanarlo, odiano ogni cosa sperando che questo possa far loro trovare quello che cercano. Invece di astenersi “per” qualcosa, questi nostri figli spirituali si astengono “contro”.
E ogni “contro” è roba nostra!

Il passo successivo è fare sì che queste anime magre ribaltino la loro aridità sugli altri. Ah, le leghe della temperanza! Quanto amo questi eccessi! Credo che abbiano contribuito di più queste associazioni di spiriti secchi a fare odiare il Nemico di tutta la propaganda atea dei nostri burattini.
Ci pensate al paradosso? Ci sono stati umani che, in nome del Nemico, volevano proibire quella stessa bevanda che diventa il sangue di suo figlio. Uno dei nostri risultati più eclatanti. Non per vantarmi, ma quando l’ho raccontato a Sua Eccellenza Infernale ha riso per un mese.

Ah, che godimento eccitare in loro questo spirito eroico che fa pensare che la salvezza sia tutto uno sforzo che occorre compiere. A questi asceti casalinghi abbiamo fatto dimenticare che è una mano dall’alto che li salva dall’essere divorati da noi per l’eternità. Invece si affidano solo alla loro resistenza, alla loro temperanza. Duri, ma mica tanto puri. Sono infelici, e l’infelicità è a un passo da quella negazione che è il biglietto d’entrata ai nostri bagni di pece.

Ah! Dolce anoressia! Tolto il desiderio del Nemico, la temperanza diventa un fatto del tutto corporeo. La Quaresima si fa per dimagrire. Abbiamo sostituito la temperanza del cibo con una dieta, il temperarsi nel bere con il mandare giù una bevanda zero calorie, il temperarsi nel sesso con il non avere figli.
Senza rapporto con lo spirito oggi l’uomo temperante è il mediocre, colui che non trova gusto nell’esistenza e ha smesso di cercarlo. Guai ad alzare la voce ed il gomito, guai a dimostrare un guizzo di vita. Vite temperantissime ma senza scopo di uomini a cui abbiamo insegnato che ad alzare la testa, a volere l’impossibile è eccesso, è fondamentalismo, e forse anche reato. Uomini che non si offrono mai volontari, che non danno mai un giudizio per paura di uscir dai ranghi.

Concordo con voi; rispetto ai sapori forti che troviamo in altri dannati questi seguaci della mediocrità son davvero scipiti e senza gusto, così come erano in vita. Ma riempiono a frotte i nostri gironi, e in tempi di crisi non si deve essere troppo schizzinosi se si vuole mangiare. Non vogliamo fare dieta anche noi, vero?

1816026_orig
Come gli altri articoli della serie, anche questo è già stato pubblicato su La Croce

Nell’orto degli ulivi

Sono un uomo mortale, Signore. Ho bisogno di bellezza.
Non mi interessa il male. Ce n’è troppo. So dove trovarlo: dentro me.
Dammi bellezza, Signore, perché ne possa parlare. E, soprattutto, tienimi desto fino a quando non l’avrò veduta.

botticelli_sleeping_apostles_2_small

Il nome dello sconosciuto

Attraversiamo un periodo storico in cui l’evidenza del male, la sua opera innegabile ci balza addosso dalle notizie in ogni momento dalla giornata. Eppure sembra esserci l’incapacità assoluta di chiamarlo con il suo nome.

Diventa integralismo, assolutismo, follia omicida o suicida; quando non viene chiamato diritto. La lingua si inceppa, se si tenta di dire cos’è davvero.

Forse perché se si ammette che il male possa sul serio esistere, allora bisogna anche dire che c’è un bene. Forse perché è proprio Lui, il nome di quel bene, che è vietato dire, è vietato considerare. Atto di accusa contro noi stessi, che l’abbiamo voluto cancellare da questo vacuo presente, da dove però non è mai andato via. Come uno straniero. Come un esule nella sua stessa patria. Come uno sconosciuto dal viso familiare.

Il male che non si vuole o non si riesce a nominare ha già vinto nel cuore. Non si può fermare ciò che si sceglie di ignorare. Riusciremo a salvarci solo se oseremo affermare che esiste; se riusciremo a dire quello che davvero è.
Solo se riconosceremo quello sconosciuto potremo essere perdonati.

1D2zbQp

 

Sei un asino

Sei un asino, mi diceva sempre mia madre. E’ meglio che tu te lo metta in testa. Non puoi aspirare ad essere qualcosa di più di quello che sei.
Ma io non ci stavo. Ero sempre arrabbiato, un brutto carattere dicevano tutti. E mia madre: crescerà.

Quando qualcuno mi chiedeva un lavoro io facevo sempre il diavolo a quattro. E poi vennero quei due. Vennero, e fecero per portarmi via. Che vogliono questi? Mi chiesi. “Che fate?”, chiese il mio padrone. “Te lo riportiamo subito”, dissero. Il mio padrone non rispose niente. Forse era stupito nel vedere che non li pigliavo a calci.
Ero stupito anch’io.

No, veramente, non so perché. Forse perché non erano il mio padrone, forse perché non li avevo mai visti. Avevano un viso gentile, abbronzato, i piedi sporchi di fango come chi arriva di lontano. Mi portarono con loro, non distante. E c’era questo tipo strano, che quando mi vide si avvicinò, e mi parlò.

Capite, non sono abituato a che qualcuno mi parli. Non gentilmente, almeno. Di solito sono urla. Non mi capiscono. Lui, invece…
Non so perché, ma gli credetti. Gli permisi qualcosa che avevo negato ad ogni altro, ribellandomi con tutte le mie forze. Sottomettendomi a quella che mi era sempre sembrata un’insopportabile umiliazione.
Va bene, ve lo dico: lui mi cavalcò.

Non ero mai stato tanto imbarazzato ma, in qualche maniera, era…glorioso. Ricordo tanta gente, tantissima gente, che neanche al mercato. E grida e canti. Io andavo avanti, lui in groppa, e non mi pareva pesante affatto. La gente buttava davanti a noi, sulle pietre e sulla fanghiglia di primavera, mantelli, rami di palma e di olivo, e parlava del figlio di non so chì.

Io sono ignorante, io sono un asino. Ma non ricordo una giornata del genere, né penso che ci sarà mai più. Ad un certo momento, ben dentro la città, lui scese, mi ringraziò, e mi riportarono indietro.
Non l’ho più rivisto. Di tanto in tanto incontro qualcuno di quelli che l’acclamavano. Certi quando mi vedono voltano la testa.

Cosa mi disse per farmi cedere, chiederete. Mi disse che quello sarebbe stato il giorno più importante della mia vita, anzi, di parecchie vite. E non perché io sarei diventato più di quello che ero, ma perché sarei stato esattamente quello che ero.
Un asino, figlio d’asina.
E di quello, in quel momento, aveva bisogno il mondo.

Asino che sa ascoltare - foto di Gustavo Piccinini

Dannate virtù – III – Uomini forti

Cari demoni miei, com’è bello vedervi anche oggi qui. Vogliosi di imparare come sia possibile ospitare i mortali virtuosi nelle nostre case d’accoglienza infernali. Come estimatore della buona tavola vi posso assicurare che pochi piaceri sono paragonabili a succhiare lentamente un’anima finita quaggiù praticando quelle che in vita pensava essere virtù. Questi dannati hanno un sapore forte, inconfondibile. E tra tutte le virtù cardinali, a mio parere, quella il cui gusto è più gradevole e persistente è

3 – La fortezza

Voi sapete che la fortezza è la capacità con cui un mortale resiste alle tentazioni e persegue il bene contro tutte le difficoltà. Contro un animo forte noi possiamo lanciare la pigrizia, la viltà, la paura; possiamo servirci, come abbiamo visto in precedenza, della virtù della Prudenza, alterandola opportunamente.

Tutte queste tecniche sono ampiamente sperimentate e danno ottimi risultati, ma il sapore distinto e caratteristico di cui vi dicevo prima, sommamente gradito ai nostri palati arcidiabolici, si ottiene non demolendo la fortezza, ma fortificandola ancora di più.

Pensate a un mortale che abbia paura dei ladri. Comprerà per l’ingresso di casa sua una porta blindata. Poi metterà due, tre, dieci serrature e catenacci. Le sbarre alle finestre. Allarme in ogni stanza, e anche perimetrale. Alzerà i muri esterni. Sopra ci metterà cocci di bottiglia, anzi, filo spinato. Elettrificato. Cani da guardia. Telecamere…

Alla fine, la sua dimora diventerà un fortilizio da cui non si vede cosa accade fuori. Al cui interno morirà disseccato e abbandonato perché non ha lasciato mai entrare nessuno. Tranne noi demoni, che nessun muro ha mai tenuto fuori perché siamo già dentro.

Credo che abbiate capito dove voglio arrivare. Ancora una volta alla virtù che sconfigge se stessa. All’uomo che resiste alle tentazioni perché non ne ha nessuna. Impermeabile a tutto quello che la vita offre. Che non sbaglia mai perché sta già sbagliando tutto. Pietrificato, chiuso dentro se stesso. Chiuso anche al Nemico-che-sta-lassù, a tutte le sue creature.

Qui, e parlo per i tentatori, occorre fare bene attenzione. E’ davvero sottile la distinzione tra un santo in clausura e la chiusura del dannato. Tutto consiste nella ragione per cui lo si fa, la direzione in cui fugge chi scappa dal male. Se la direzione è verso l’alto, allora aiuto! Più salgono e più vedono oltre le loro muraglie, il loro orizzonte si amplia, e poveri noi.
Se il forte però si fortifica non per amore, ma per timore nostro…la paura è qualcosa che conosciamo molto bene, e che amiamo.
Al sicuro dietro le porte serrate questi campioni si complimenteranno l’un l’altro per la loro fermezza, esercitandosi per una battaglia che non combatteranno mai. E’ inutile bussare, non apriranno. Troveranno ogni scusa per non rimuovere i chiavistelli. Custodiranno la loro fortezza di confine anche quando l’avversario li avrà oltrepassati e invaso il paese che avrebbero dovuto difendere.

Esiste poi un’alternativa per noi altrettanto succosa: quando i mortali dalla difesa passano all’attacco.

Quanto ci piacciono i giusti che si sostituiscono al Giudice. Ma ci entusiasmiamo ancora di più se brandiscono lo spadone del paladino e menano fendenti in nome del loro principio supremo preferito.
Vorrebbero affettare quanto secondo loro è male, e se la prendono con coloro che a loro parere lo incarnano.

Ma i loro colpi si limitano a ferire uomini come loro, non certo noi o il male che portiamo.
Ah, i cavalieri senza macchia e senza paura. I vendicatori, i supereroi, più forti di ogni essere umano.
E per questo inesistenti.

Si illudono di togliere il male distruggendo i malvagi. Non lo sanno quanto gioiamo quando uno di quelli che abbiamo corrotto viene spedito a noi? Sono i nostri martiri: senza pentimento, in peccato mortale, li accogliamo a braccia e bocche spalancate come si conviene a dei figli spirituali. E quando anche non si giunga a questi estremi, pochi argomenti sono così poco convincenti come quelli che i giusti e i forti cercano di imporre con le sberle, i divieti, il disprezzo o l’indifferenza.

Lo sappiamo bene: se c’è una cosa che può distaccare del tutto un’anima dal Nemico-che-sta-lassù è provare a inculcare a forza la sua legge. Tutto ciò che è imposto è estraneo, e l’estraneo che non ha amore viene sempre rifiutato. Persino quando ne fa le spese la felicità terrestre o eterna.

Il Nemico si serve della debolezza, lo sappiamo bene: non è mai così presente come quando noi facciamo inciampare qualcuno. E’ lì che cerca di rialzarlo e, se lo tira su, per noi è un guaio. Non possiamo quindi che essere grati a quegli uomini forti che si pigliano l’incarico di calpestare al posto nostro i caduti, per farli restare a terra.

Come un carrarmato vanno avanti per la loro strada. Schiacciando quanto trovano lungo il percorso, senza domandarsi se per caso la direzione sia quella sbagliata. Appena possono, sparano cannonate ai nemici e agli amici di ieri.

Se anche loro stessi cadono, questo non li trattiene dall’essere forti con gli altri. Se supplicati, non recedono: ascoltano solo ciò che vogliono, perché considerano il resto debolezza. I puri e duri parlano solo tra loro, e se uno di loro ha dubbi lo cacciano via dal consesso. E’ stato un debole! Non può più essere uno di noi!

Che ridicoli. Non si rendono conto di quanto deboli siano in confronto a noi demoni, i veri forti, esseri superiori che non sbagliano mai e per questo esiliati da un potere ostile qui in quest’inferno. Esiliati da un Nemico che ama farsi debole, e che perciò alla fine perderà contro noi perduti. E’ questo che dà tanto gusto a quegli umani: ci assomigliano, in fondo.

Pensano che l’essere forti voglia dire imporsi con la forza su tutto e tutti. Finirà che si vorranno imporre anche sul Nemico, dettare a lui e a tutti ciò che ritengono meglio. Non è quello che ha fatto anche nostro Padre che sta Quaggiù? A noi piacciano tanto gli imitatori. Quello è il sapore che preferiamo!

Botticelli-Fortezza-524x1024

Quaresimale III

“Vorrei sapere che dicono i giornali, la televisione, la gente oggi sulla Chiesa. Cos’è la Chiesa?”, chiese, fermandosi un attimo nel cammino come a prendere fiato.

Gli altri si guardarono. “Beh, in genere dicono che la Chiesa è il Vaticano” disse uno.

Annuirono tutti. “Sì, il Papa e i Vescovi. E i preti.”

“E poi?”

“E poi, la Chiesa deve essere povera per i poveri. Deve aprirsi al mondo.” “Già, e deve lottare per la pace”. “E per i diritti!”

“E poi?”, insistette.

“E poi qualcuno dice che è difesa della tradizione e della morale. Della famiglia, contro il relativismo e le ideologie.”

“E poi?”, chiese ancora.

“E poi…alcuni parlano di affarismo, di scandali…e poi i conflitti tra progressisti e conservatori…autorità morale, l’abbiamo già detto? Una reliquia del passato oscurantista…Comunque, un’importante religione, uno dei tre monoteismi, e…”

“Va bene, va bene”. Stettero un attimo in silenzio.

“E voi, chi dite che io sia?”

chisonoio

Il massacro

L’altro giorno stavo guardando la partita finale dell’Italia al torneo di rugby sei nazioni. Contro la fortissima squadra gallese reggevamo alla pari, fino alla fine del primo tempo. Nel secondo è iniziato il massacro. Mete su mete avversarie, noi umiliati.
I giocatori del secondo tempo erano quelli del primo. Non era cambiata la capacità tecnica; hanno preso il sopravvento la fatica e lo sconforto, la certezza di essere incapaci a vincere.

Gli studiosi di antiche guerre lo sanno: sono fantasia quelle ricostruzioni cinematografiche dove i due eserciti corrono uno incontro all’altro agitando spade per combattere in scontri singoli con il nemico. Si usava ai tempi di Achille, forse, non certamente dalla classicità in poi. Le battaglie di un tempo erano lo scontro di masse compatte, scudo contro scudo. Erano l’unione. la disciplina e l’addestramento che le vincevano. Pochissimi morti e feriti, fino a quando una delle due parti, troppo stanca o spaventata, non si disuniva, cedeva e fuggiva. Ed era allora che iniziava il massacro.

Ma cos’è che tiene uniti? In due parole: la speranza di vittoria.

Che i tempi sembrino cambiare è vero, ma che ciò sia inevitabile è tutto da dimostrare. Gli strateghi nemici hanno tutto l’interesse a disunire in anticipo i loro avversari, perché l’avversario disunito viene facilmente battuto. I pavidi, gli incerti, i pessimisti cominceranno a scappare. Saranno inseguiti, e ad uno ad uno catturati o uccisi.

Il mondo va verso la dimenticanza di padre e madre, verso la negazione del legame eterno tra uomo e donna, verso la cancellazione di Dio? Non credo. Perché queste cose sono scritte dentro all’uomo, sono come l’uomo è fatto. Sì, aggirarle è tecnicamente possibile. Facendosi e facendo del male. Ma questo gli strateghi avversi lo tacciono, presentando come inarrestabile quello che a ben vedere è pura illusione, la volontà di pochi ricchi e potenti che non vogliono limiti alla loro ricchezza e alla loro potenza.

E mentono, insinuando il dubbio, anzi, la certezza della sconfitta. I difensori, impauriti, corrono a nascondersi.

E il massacro inizia.

800px-Akvy_Secstievy_Battle