A gatto morto

La strategia del gatto morto, deadcatting in inglese, è l’introduzione di una novità drammatica, sensazionale o scioccante per sviare il discorso da un argomento svantaggioso.

Quando vi parlano del povero felino, non fatevi distrarre. Guardatevi attorno. Vedrete cose più interessanti.

Siamo in società?

Società s. f. [dal lat. societas -atis, der. di socius «socio»].
– 1. In senso ampio e generico, ogni insieme di individui (uomini o animali) uniti da rapporti di varia natura e in cui si instaurano forme di cooperazione, collaborazione, divisione dei compiti, che assicurano la sopravvivenza e la riproduzione dell’insieme stesso e dei suoi membri (Treccani)

Mi ha molto colpito quanto avrebbe detto Draghi in conferenza stampa, parlando dell’introduzione di provvedimenti di controllo rafforzati: “L’auspicio è che queste persone attualmente penalizzate dalle misure adottate possano tornare a essere parte della società come tutti noi

Il sottinteso è che chi ha deciso di non vaccinarsi non faccia più parte della società. Al che mi sono domandato: ma chi decide chi fa parte della società? Esattamente, qui di quale società si parla?
Se ci rifacciamo alla definizione più generica che ho messo all’inizio, si parla di società se tra individui ci sono forme di cooperazione e cooperazione. Affermare che alcuni non ne fanno parte sottintende che questi cessino di avere qualsiasi rapporto con le altre persone. Ma così non può essere; continuano ad essere cittadini italiani, regolamentati da leggi italiane; se non lo fossero, nessun decreto per loro avrebbe senso.
Ancora oggi qualcuno parla di inclusione. E’ in ritardo, bisognerebbe informarlo.

Sempre dalla Treccani, leggo:

Nella filosofia politica, società civile, locuzione usata nell’ambito del giusnaturalismo come sinonimo di stato (e pertanto detta anche società politica), in quanto indica, in contrapposizione a società naturale, l’associazione volontaria degli individui originariamente indipendenti che, rinunciando alla libertà e ai diritti di cui godevano nello stato di natura, si sottomettono a una autorità sovrana.

Forse qui ci siamo: se qualcuno sceglie di non sottomettersi in tutto e per tutto all’autorità sovrana questi cessa di fare parte della società.
Può il Governo definire se stesso autorità sovrana? E’ giuridicamente corretto, dato che l’Italia è una democrazia e possiede una Costituzione? Se il popolo investe del potere qualcuno, può quel qualcuno disconoscere parte del suo elettorato? Secondo quella stessa Costituzione no.

Siamo quindi ad un punto fondamentale: la concezione che Draghi e chi gli sta intorno hanno del loro ruolo. Si può leggere tra le righe che si sentono investiti di poteri assoluti, non dissimili da quelli dei capi di certi Stati che, nella storia o nella geografia, abbiamo ben presenti. Capi che si aspettano dai loro sudditi che “rinuncino a libertà e diritti” per un bene più grande, da loro deciso.
E’ strano sentire che si vorrebbe “ricucire questa contrapposizione tra chi si vaccina e chi non si vaccina” buttando di fatto fuori i secondi dal consesso civile. E udire l’affermazione che “non bisogna sottovalutare né criminalizzare la diversità di vedute e comportamenti, bisogna cercare di convincere. Perché questa riconciliazione avvenga“, mentre il provvedimento adottato, più che convincere o riconciliare, pare che voglia costringere. Sembra esserci uno scollamento tra parole e realtà; perché non voglio credere che si possa pensare davvero che imprigionare sino a che si pieghi il capo sia libertà.

Ci si potrebbe anche chiedere chi desideri fare parte di una siffatta società; ma, a quanto pare, non abbiamo scelta. Secondo l’autorità, anche se qualcuno è fuori dalla società, deve comunque obbedire ad essa. E questo è il paradosso finale.
Chi è costretto ad obbedire a qualcosa pur non facendone parte?
Lo schiavo.

Uso personale

Ti potranno giudicare i posteri, o Dio, ma ciò per cui sarai giudicato saranno le tue idee e le tue azioni, le tue decisioni e le tue indecisioni. Tue.
Se tu accetterai quelle di altri senza farti domande, senza indagare, senza riflettere, non potrai ribaltare su di loro la tua colpa.
La ragione è data per uso personale.

Una questione filosofica

Li augelli cantavano lieti nel nascosto giardino dove il filosofo Sallocrato intratteneva i suoi discepoli con dotte discussioni. Una statua marmorea della dea Atena Callipigia vegliava sull’erudito consesso.
Erimedonte, uno dei giovani allievi, si rivolse al Maestro.
“O Saggio Maestro, posso avere l’ardire di porre una domanda circa un dubbio che mi attanaglia?” chiese il perplesso giovinetto.
“Poni, poni”, replicò il saggio filosofo contemplando placido i piccoli cavalli che pascolavano quietamente ai margini del praticello.
“Oggi i messi annunziarono con evidente gaudio”, principiò Erimedonte, “che in una terra lontana i giudici di quelle genti avrebbero permesso ad un povero malato di farsi togliere la vita da conoscenti, senza che questi subissero ingiuria per il loro luttuoso agire.”
“Anch’io udii questa notizia”, replicò Sallocrato contemplando con sospetto una foglia di insalata.
“Molti di coloro che di tale nuova gioirono sono i medesimi teorizzanti che il non iniettarsi la sostanza detta vaccino equivarrebbe a decretarsi la morte, e sostengono i renitenti a tale pratica essere degli scellerati”, continuò Erimedonte.
“Continua”, disse il filosofo aggrottando le folte ciglia.
“Perché quindi codesti renitenti non sostengono che sì, il loro astenersi dal fluido galenico è un suicidio, e quindi meritarsi l’approvazione e il plauso di coloro che sino a pocanzi li schernivano?”
Una pausa di silenzio stupefatto seguì tali parole, poscia Sallocrato afferrò la statua della dea e si mise a percuotere lo stolto giovinetto sulla cervice.

La signora nuda

“…Perché la Verità è una signora nuda, e se per caso ella viene tirata su dal fondo del mare, ci vuole un gentiluomo sia per darle una sottoveste stampata che per girare la propria faccia verso il muro e giurare che non ha visto niente”
R. Kipling, “A Matter of Fact” (da “Many Inventions”, 1893)

Come già ho detto a più riprese in passato, mi interessano relativamente poco gli estremismi; sia di quelli che vorrebbero vaccinare anche i gatti che di quelli che il vaccino è pozione demoniaca. Personalmente, io mi affido ai dati; sono fatto così, sono un ingegnere, la realtà si verifica sui fatti e non sulle idee per quanto attraenti o verosimili possano sembrare.

Proprio perché osservo i fatti, non posso non accorgermi che la narrativa che oggi possiamo leggere, vedere ed ascoltare a reti unificate (qui come in altri parti del mondo che condividono simili metodi di gestione) si basa spesso su premesse errate, quando non su chiare e consapevoli menzogne.
Io sono convinto che solo la menzogna ha bisogno di menzogna per avere ragione. Se tu mi prendi in giro somministrandomi dati fasulli o ragionamenti palesemente falsi, come faccio a non pensare che tu abbia secondi fini, altri interessi che non possono essere resi pubblici, innominabili? Ti posso perdonare qualunque peccato; ma, se mi menti, non pretendere che io mi possa ancora fidare di te.

Un sistema politico che si vuole definire una democrazia non dovrebbe tentare di ingannare il proprio popolo; se lo fa, non è democrazia. Evidentemente c’è qualcun altro, non il popolo, che governa.

Così la citazione iniziale di Kipling – allora entusiasta cantore dell’imperialismo britannico, la voce del padrone – mi trova del tutto in disaccordo. Per me la Bellezza è lo splendore del vero; se la Verità ha necessità di venire rivestita di parole per essere accolta, oppure si vuole distogliere da lei lo sguardo, probabilmente non è poi così bella e meritevole di essere ammirata; siamo in presenza di un impostore.

Con il senno di poi

Ci sono alcune pratiche mediche che hanno goduto in passato di estremo successo e che oggi sono ritenute dannose e barbariche.

Una di queste è il salasso: il levare sangue al paziente per curarlo era praticato in tutto il mondo antico, dall’Egitto alla Cina ai domini dei Maya. Galeno, il padre fondatore della medicina greca, ne era un fervente sostenitore. E’ solo milletrecento anni dopo che ci si è cominciato a domandare se dissanguare fosse poi tutta quella salute.

Un altro esempio è la lobotomia. Consiste nella distruzione delle connessioni della corteccia prefrontale dell’encefalo; in pratica, si elimina parte del cervello. Ebbe un grande successo tra gli anni trenta e cinquanta del secolo scorso, quando veniva praticata per un bel po’ di patologie, dalla schizofrenia al mal di testa. Spesso riduceva il paziente ad un vegetale, come sa chi ha visto il film o letto il libro “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, ma ciò non impedì di praticarla entusiasticamente su decine di migliaia di persone. Uno dei suoi inventori ricevette anche il Nobel, per questo.

Sia il salasso che la lobotomia erano Scienza, di cui nessun dottore serio dubitava. Ci sono cose su cui c’era amplissimo consenso, come ad esempio che è ridicolo pensare che le morti delle madri dopo il parto siano dovute ai medici che non si lavano le mani; o che quei cosini visibili solo al microscopio che nuotano nell’acqua possano causare malattie: se ce ne sono tanti e arzilli vuole certamente dire che quell’acqua è sana, no?

Vedete, in fin dei conti siamo solamente umani: a volte crediamo che, siccome abbiamo studiato, abbiamo capito tutto di come funziona il nostro corpo, e guai a chi ne dubita. Ma, con il senno di poi, quante volte abbiamo chiamato senza vergogna Scienza ciò che era solo un’illusione condivisa o, peggio, una consapevole menzogna.

Prendo nota

E’ un fatto ben conosciuto nei mondi multidimensionali del multiverso che la maggior parte delle grandi scoperte sono dovute ad un breve momento di ispirazione. C’è un sacco di lavoro di vanga, ovviamente, ma quello che fa scattare il tutto è la vista, diciamo, di una mela che cade o una teiera che bolle o l’acqua che tracima da una vasca. Qualcosa scatta nella testa dell’osservatore e quindi ogni pezzo va al suo posto.

Terry Pratchett, Sourcery

Ogni tanto qualcuno mi chiede come faccio a scrivere tanto, ad avere fatto millemila post ogni giorno da tanti anni, senza quasi mai ripetermi. Bene, è questione di organizzazione.

Il mondo intorno a noi è una continua fonte di ispirazione. Le persone, soprattutto. Quando si interagisce con gli altri ci mettiamo in gioco, stimoliamo l’immaginazione e la nostra capacità critica. Il difficile è ricavare da questo accumularsi di esperienza qualcosa che valga la pena di ripetere; condensare il proprio pensiero in parole.

Quando ciò accade, è come il flash di una macchina fotografica; le parole si affastellano, le frasi si formano praticamente da sole; Terry Pratchett direbbe che una particella di ispirazione ha colpito la nostra materia grigia.

Attenzione però: le idee si decompongono in fretta, nel giro di minuti. Se ti viene un’intuizione meravigliosa e te la coccoli nella mente, pieno di gioia per avere avuto un’illuminazione tanto geniale, e ti riprometti di scriverla giù bene una volta tornato a casa – come si può dimenticare qualcosa di simile! – Stai sicuro che al momento di fissarla su carta fisserai sconsolato lo spazio vuoto nella tua mente dove fino ad un attimo prima essa razzolava felice. Persa per sempre.

Quando l’idea colpisce, bisogna agire in fretta.
Fino a qualche anno fa il mio strumento principale per tenere conto delle folgorazioni era lo scontrino.

Sapete cos’è lo scontrino, no? Quel pezzo di carta che ti danno quando acquisti qualcosa, e che io tendo a ficcare in tasca o nel portafoglio. In tasca generano simpatiche poltiglie quando i pantaloni vanno in lavatrice; nel portafoglio formano malloppi che forniscono eccellenti ricordi dieci anni dopo, quando siamo costretti a buttarli via per eccesso di spessore (Ma guarda! Lo scontrino della gelateria di quella volta a Rimini!)

Lo scontrino è però anche un eccellente fonte di spazio bianco. Lo spazio bianco è quella cosa in cui annoti la trovata; l’ubiquità della ricevuta cartacea la rende uno strumento privilegiato per lo scopo. Sempre se riesci a trovare una matita, o una biro.
In qualche cassetto ho mucchi di scontrini scarabocchiati. Il loro guaio principale è che tendono a scolorire nel tempo, rendendo illeggibili quei geroglifici già al limite della comprensibilità.

Oggigiorno, lo scontrino è reso obsoleto dalle note che puoi prendere sul cellulare. Non così immediate quanto a scrittura, ma meno tendenti a perdersi in tasche dimenticate.

L’ultima difficoltà da superare è capire cosa accidenti voleva dire quella notazione, che avevi tanto chiara qualche giorno fa. Cosa avrò mai voluto dire con “di nuovo umani – mi permetto di dissentire“? Era la geniale soluzione per una situazione del libro, oppure un suggerimento per il blog?
Niente, non mi viene. E cosa scrivo adesso, nel mio post quotidiano?
…Perché non un pezzo su come annotare le idee?

Appare il Maestro

Nei film di kung-fu degli anni ’70 del secolo scorso c’era un proverbio spesso citato: “Quando il discepolo è pronto il Maestro appare“.
In quelle lontane pellicole il Maestro era di solito un vecchietto con la barbetta da capra che faceva a pezzi i nemici con un dito, come efficacemente parodiato in Kung-fu Panda o Kill Bill.

Di questo detto si può avere una visione misticheggiante, che includa karma ed esoterismi vari.
In realtà credo che la sua interpretazione sia molto più semplice di così: il maestro appare quando il discepolo è disposto a riconoscerlo. Un Maestro che magari era lì per tutto il tempo, ma che l’allievo era incapace di ri-conoscere, conoscere di nuovo oltre l’apparenza.

Per imparare occorre avere una certa disposizione d’animo: accettare che qualcun altro ne sappia più di te. In altre parole, deporre arroganza ed orgoglio e tenere gli occhi aperti sulla realtà. In mancanza di ciò nessun maestro sarà mai in grado di farci progredire.

Diceva Don Giussani:

Il progetto della tua maturità non può venire da te… L’importante nella vita è riconoscere il maestro! Perché non lo si sceglie il maestro: lo si riconosce! Scegliere il maestro significa andar dietro la violenza dei propri pensieri e dei propri arzigogoli.

E San Paolo, nella lettera a Timoteo (2, 3-4):

“Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole.”

Il vero maestro lo si trova quando si rinuncia a quelli falsi, che ci coccolano insegnandoci quello che vogliamo sentire. Ai tempi di San Paolo come adesso.

Prospettiva rovesciata

La confessione, tra tutti i sacramenti, non è quella che gode di maggior favore. Riconoscere i propri errori è un fastidio; e spesso si parte da una prospettiva negativa. Si elencano le cose che sono andate storte, nella nostra lotta quotidiana; si deve descrivere il proprio male, spesso dolorosamente uguale a se stesso di mese in mese, un pantano dal quale non vogliamo saperne di uscire.

L’altro giorno, un sacerdote mi ha detto: “prima di elencare le cose brutte della tua vita, elencami le cose belle”.
Devo ammettere che mi ha rovesciato la prospettiva. Obbligandomi a fare i conti con tutta la grazia e la bellezza che mio malgrado mi trovo attorno; con la benedizione che ho di essere qui, adesso, con poche ombre nel mio giorno.

Sì, c’è il male, ma c’è un bene immenso, una luce che la tenebra che si addensa non riesce ancora a vincere. Essere costretti a notarlo – perché al bene siamo troppo abituati – può curare il nostro perenne piangerci addosso, la nostra perpetua ricerca di cosa non va; nel mondo e in noi.
Essere degni di quel bello; ecco cosa davvero ci è chiesto.

I fabbricanti di tombe

Nei giorni scorsi si è molto parlato di Milite Ignoto. Non fu l’Italia ad avere l’idea per prima; la copiammo dalla Francia e dalla Gran Bretagna.

Nel 1917 la Commissione Imperiale Tombe di Guerra britannica chiese a Rudyard Kipling, il più famoso poeta e scrittore della nazione, di scrivere un epitaffio per il morto sconosciuto. Avrebbero avuto bisogno di 200.000 pietre tombali di questo tipo. La Francia usava “Soldat inconnu”. Kipling, che aveva perso suo figlio, obiettò e suggerì “Conosciuto a Dio”.

C’era da aspettarsi che in Italia, dove comandavano i massoni che avevano voluto la guerra e il massacro della gioventù, il suggerimento non sia stato accolto. Allora come oggi, chi manda a morire le persone per il suo interesse non ci tiene a ricordare che esiste un’autorità più alta della sua.

La propaganda la chiamava “la guerra che porrà fine a tutte le guerre”. Abbiamo visto come così non sia stato. Cent’anni dopo, ancora non abbiamo capito che certa retorica di sacrificio per un comune futuro felice, per combattere questa o quella minaccia, per raggiungere una tranquillità, un paradiso in terra, finisce solo per scavare nuove tombe.


I moderni


Siamo abbastanza disposti a esaltare la libertà quando è consumata al sicuro nel passato, e non può essere di disturbo
E.M.Forster


Che ridicoli gli antichi popoli, che discriminavano le persone tra pure e impure; che etichettavano alcuni come intoccabili, che emarginavano i lebbrosi. Noi non siamo più così; siamo evoluti; siamo illuminati; siamo moderni.

Ciò che è bello

La prima volta che seppi di Harry Potter fu a casa di una coppia di amici. Possedevano un’intera stanza adattata a libreria, con scaffali fino al soffitto distanti tra loro un metro, zeppi di volumi. Che invidia. Su un tavolo avevano una copia del primo libro di Harry Potter, in inglese (in italiano doveva ancora uscire). La presi incuriosito. “E’ bello?”, chiesi. Alzarono il pollice. “Bello, sì. Compralo, se ti capita”.
Non penso fosse la prima edizione, sfortunatamente per loro. Quella adesso dicono che vale qualcosa tra 33000 e 55000 dollari. All’epoca ne avevano stampate “solo” 500.

E’ normale. Sono rari i libri la cui prima tiratura è più alta. Solo quelli di autori affermati, o a lungo attesi. La stragrande maggioranza ha numeri parecchio più limitati, anche perché sono poche le case editrici che si possono permettere di inondare il mercato, librerie e supermercati, di copie che per la maggior parte saranno restituite e distrutte perché invendute.

I libri pubblicati dai piccoli editori dipendono per le vendite dall’autopromozione, o dal passaparola. Magari qualcuno può farsi introdurre il volume da un youtuber amico, e le vendite si moltiplicano; ma, fatalmente, anche dei libri più belli, senza qualcuno che li spinga, si perde la memoria. E’ difficile, senza gli adeguati agganci, senza essere del giusto giro, senza essere prono a ciò che è fatto andare di moda. Se di un autore si parla in televisione, ben difficilmente sarà per i suoi meriti, quanto per le sue parentele.

Dopo avere letto un po’ di libri vincitori di premi letterari, sono incline a considerarli una misura attendibile della qualità di uno scritto più o meno quanto le promesse dei politici lo siano della loro onestà. Cosa rimane, di tanti, a distanza di anni? Chi se li ricorda?

Eppure accade che l’outsider riesca a sfondare, che lo scrittore non sponsorizzato possa emergere.
Il genio nascosto tra le righe smuova gli animi, le emozioni. Passaparola. Recensioni vere. E quella prima edizione di poche speranze si vende, trent’anni dopo, per un capitale.

PS: noto che in IBS stanno offrendo il mio libro con uno sconto del 10%. Approfittatene, chissà che un domani…

Emergenza!

(ding, fa la campanella alla porta. Entra un UOMO di mezz’età, ben vestito, orologio e vestiti di marca, aspetto accuratamente trasandato. Si guarda attorno. Dietro il bancone appare un COMMESSO)
COMMESSO: Buongiorno
UOMO (leggermente sorpreso): Buongiorno! Non l’avevo vista, sembra apparso dal nulla
COMMESSO (suadente): Esattamente
UOMO (scuote la testa, come per scacciare un pensiero): Mi hanno indirizzato qui… volevo sapere se avevate una e…hm
COMMESSO: Una che?
UOMO: Una… una…
COMMESSO: Una emergenza, forse?
UOMO: Ecco! Sì, mi serve un’emergenza.
COMMESSO: E’ nel posto giusto, ne abbiamo di tutti i tipi e dimensioni. Lei per caso è in politica?
UOMO: Sì, come fa a saperlo?
COMMESSO: Intuizione. Sa, qui vengono persone dalle professioni più disparate: dottori, intellettuali, industriali… anche mogli o mariti, e persino l’occasionale ragazzo che si è dimenticato i compiti o non ha studiato. Ma i politici sono il nostro business principale. Posso chiederle se è per lei o è per la patria?
UOMO (scandalizzato): La patria è una costruzione capitalista!
COMMESSO: La nazione allora?
UOMO: Non sono un nazionalista!
COMMESSO: Allora lo stato? il popolo?
UOMO: Sì, ecco, loro.
COMMESSO: Benissimo. E il tipo di emergenza? Posso chiederle l’uso?
UOMO: Dobbiamo impedire certe manifestazioni di estremisti.
COMMESSO: Ah, ho capito. Vediamo… potrebbe andare bene un’emergenza sanitaria? Ne ho di tipi differenti.
UOMO: Posso vedere?
COMMESSO: Ma certo. Questa è un picco di contagi… Questa è un manifestante che si ammala… è in offerta, se la prende le regaliamo anche una “Assembramento”, che l’anno scorso vendeva moltissimo.
UOMO: Non so, non vorrei ricadere nel già visto… cosa ha d’altro?
COMMESSO: Da questa parte abbiamole politiche. C’è la “Fascisti!”, che va bene un po’ per tutto, e poi la “Costituzionale”… no, questa no. La “Democratica” neanche…Che ne dice di una “Potenza straniera?” Viene venduta con un kit per assegnare di quale potenza si stia parlando.
UOMO: Me ne metta da parte una, però preferirei qualcosa di un poco diverso. Cos’è quella?
COMMESSO: Ah, questa è l’emergenza climatica. Hanno rebrandizzato la vecchia riscaldamento globale, con nuovi gadget.
UOMO: Mi piaceva più prima, che c’erano gli orsi
COMMESSO: Che vuole, quando un’emergenza dura trent’anni senza che si capisca dove sia bisogna rinnovarla di tanto in tanto.
UOMO: Non credo si adatti molto al mio target
COMMESSO: Non la sottovaluti. In nome suo si può fare di tutto.
UOMO: Oltre a questo, cosa rimane?
COMMESSO: Parecchio. Vediamo, Emergenza Istituzionale, Emergenza Lavoro, Emergenza Morale, Emergenza Sicurezza, Emergenza Migranti, che è in offerta, Emergenza Finanziaria…
UOMO: Ecco! Questa potrebbe andare. Faccia vedere… Le manifestazioni danneggiano l’economia e quindi vanno sospese. Richiesta popolare… E’ perfetta.
COMMESSO (lo guarda con espressione di circostanza): E’ sicuro? Ha controindicazioni severe, occorre non avere buttato via soldi nei mesi precedenti per cose inutili e costose. Abbiamo prodotti migliori.
UOMO: No, no, va bene questa, la prendo.
COMMESSO: Gliela incarto con un giornale o la porta via così?
UOMO: La prendo così, ai giornali pensiamo dopo. Grazie molte, sa, avevamo proprio finito le idee. E’ stato d’aiuto.
COMMESSO: Grazie, è il mio mestiere.
UOMO: Per il pagamento…
COMMESSO: non si preoccupi, con comodo, passiamo noi alla fine (sorride). Non è un’emergenza.

Metaverso

Il metaverso: un mondo dove tutto quanto, accesso, permanenza, idee accettate o escluse, sarà direttamente deciso da chi l’ha creato e lo mantiene.

E voi vi lamentavate di Dio.

Il Bolero sul tavolino

Sono passati quarant’anni, ma la ricordo ancora bene quella stanza, il tavolo, la cucina con la cappa, il lavello; in un angolo, la macchina da cucire Singer nera con accanto i Bolero e i fotoromanzi. I miei nonni materni non avevano studiato molto, arrivavano dalla campagna. Mi hanno di fatto allevato loro, mentre i miei genitori lavoravano; me li ricordo anziani ma ieri, sulle loro tombe, mi sono reso conto con sgomento che quando venni al mondo erano più giovani di quanto io sia adesso.

Quando si è piccoli si considera, o si considerava, chi è più avanti con gli anni con una specie di venerazione. Mi rammento di me ragazzino undicenne guardare con rispetto e stupore i sedicenni, così saggi del mondo e delle cose, chiedendomi se in qualche remoto futuro sarei mai diventato come loro. Nel mio cuore mi sento ancora di quell’età; faccio fatica a pensare che ormai tanti porti per me sono irrimediabilmente chiusi. E’ come se gli anni non attaccassero, scivolassero via, come lacrime dimenticate, come pioggia sui vetri.

In un certo senso mi sento ancora bambino. Credo di non essere il solo; per noi tutti, il meglio coincide con la nostra gioventù. Ciò che accade dopo è incomprensibile, assurdo, violento, insignificante. La musica, le mode, le persone; tutto sembra peggiorare. Non so giudicare se sia davvero così, o se sia un artefatto della memoria. Forse la verità sta in qualche modo nel mezzo: molto è stato perso, molto conquistato. Ma non mi scrollo di dosso quell’universo visto attraverso occhi spalancati e alti come un tavolo da cucina, un tavolo che da lungo tempo non esiste più, salvo in ricordi che con me svaniranno per sempre.

Cosa cerchiamo

Sono disidratato. Oltre al raffreddore che da ieri mi fa sgocciolare il naso si è aggiunto il fatto che mi sono finalmente visto il film di Violet Evergarden.
Per chi non la sapesse, “Violet Evergarden” è il titolo di una bella serie d’animazione giapponese di qualche annetto fa al cui confronto i cartoni animati della mia gioventù, zeppi di orfani e disgrazie seriali, erano allegre commediole. Il film che la conclude è un bagno di lacrime. La mia scrivania è un cimitero di fazzoletti fradici.

Sì, ho il pianto facile. Non me ne vergogno. “Le cose che vedo mi fanno ridere come un bimbo, le cose che vedo mi fanno piangere come un uomo“, dice una canzone che mi piace molto. Il fatto che la trama bastardamente strappalacrime sia prevedibile nello svolgimento non è di conforto. Mentre scorrevano i titoli di coda mi domandavo: cosa ricerchiamo in ciò che guardiamo? Perché ci piace ciò che ci piace? E mi veniva in mente che forse è perché dalle cose noi vogliamo bellezza; vogliamo verità; vogliamo giustizia.

Se una vicende è bene interpretata, o ben disegnata, la bellezza ha la sua parte. Se i dialoghi ci fanno vibrare il cuore, se riconosciamo l’autenticità di ciò che avviene, anche la verità è soddisfatta. Se alla fine i personaggi ottengono quello che meritano, dopo avere lottato, sperato, amato, ecco, la nostra sete di giustizia si placa per qualche istante.

E’ come se qualcuno ci dicesse: non smettere di sperare, è possibile, il bello è possibile, il vero è possibile, il giusto è possibile. Forse si tratta solo di una favola, un libro, un film. Ma è il desiderio nel cuore di noi tutti, no?

Fichi secchi

Dal Vangelo secondo Mattia, l’apostolo che non c’era

In quel tempo, il Signore si avvicinò ad un fico e vide che non portava frutto. Allora stese la mano e disse, “Hey, ragazzi, questo è colpa del cambiamento climatico, come la tempesta dell’altro giorno sul lago. Dovete smetterla di accendere fuochi inquinanti per cucinare, e sviluppare fonti rinnovabili”.
Pietro prese la parola e disse: “Maestro, come possiamo fare ciò?” Gesù gli rispose: “Occorre sviluppare una coscienza ecosostenibile. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Il turpe commercio di animali deve essere interrotto, passando a forme di commercio bioeticamente corrette”.
Pietro sbottò: “Maestro, sono parole dure e noi non le capiamo”. Allora Gesù prese una bambina bionda con le trecce che manifestava lì vicino, la pose in mezzo a loro e disse: “I potenti delle nazioni le dominano, e voi fate come loro. Se non diventerete come questa bambina, non raggiungerete mai l’obbiettivo di azzerare la CO2”. Al che Tommaso disse: “Ma che c’entra un fico secco…?” <il frammento si interrompe>

La storia (non) farà giustizia

Talvolta crediamo che la storia farà giustizia; che il valore sarà alla fine premiato, e i malvagi saranno finalmente riconosciuti per quello che veramente erano. Qualcuno potrebbe pensare che ciò si realizzerà presto; che gli occhi di tutti si apriranno alla verità, riconosceranno l’evidenza.

Scordiamocelo.

I politici e i governanti del nostro Risorgimento erano una manica di genocidi menzogneri e corrotti, eppure le vie delle nostre città sono intitolate a loro. I più grandi assassini della storia sono ancora onorati nel nome e nella pratica; ideologie che hanno fallito sotto ogni aspetto salvo quello di rendere la vita miserabile a nazioni intere continuano ad essere seguite e i volti dei loro peggiori esponenti si stampano sulle magliette. Per contro, ancora c’è gente che definisce il Medioevo un’età oscura; o che infanga e svilisce chi ha sacrificato la propria vita per il bene altrui.
No, non si tratta di abbattere le statue, ma di riconoscere ciò che è vero.

Bisogna conoscere bene la storia per sapere certe storie; le nozioni che ci sono state inculcate a forza non spariscono in fretta; l’errore si perpetua.
Non c’è giustizia su questa Terra. Non aspettiamocela neanche dal tempo. Potremmo sperare che tra qualche decennio, o qualche secolo, chi racconterà questi anni chiamerà con il loro nome eroi, codardi e malvagi. Ma non contiamoci troppo.

Se crediamo nella giustizia, l’ingiustizia perenne è la migliore prova dell’esistenza di un altro mondo.

La pannocchia che non ti aspetti

In coincidenza con la conferenza sul clima siamo stati inondati dal solito diluvio di articoli catastrofisti e previsioni sballate. Sono quarant’anni che vanno avanti, e non UNO degli oracoli di sventura si è realizzato.

Il ghiaccio nell’Artico c’è, nell’Antartico è record, gli orsi bianchi impazzano, i boschi crescono e i deserti arretrano, la fame non è mai stata così bassa, i disastri naturali sono stabili o in diminuzione. Eppure i vati del clima e politici connessi continuano imperterriti a rotolarsi al suolo mugolando che se non agiamo subito moriremo tutti! Per poi saltare sul SUV per correre a prendere il jet privato. Chissà a cosa sono serviti i fantastiliardi già spesi. Uno potrebbe anche sospettare che ci sia qualcosa dietro.

L’ultima previsione in cui sono incappato è questa: nei prossimi dieci anni la produzione di granoturco crollerà. Lo dice la NASA!
Ci sarebbe da preoccuparsi. Se non fosse che la produzione di mais, quest’anno, è stata la seconda per quantità di tutti i tempi, in salita, e non si vede (dato l’andamento sostanzialmente stabile del clima degli ultimi anni) su quali fatti ci si possa basare per previsioni così disastrose. Sì, perché la scienza si basa sui fatti; quando non ci sono i fatti si chiama teoria, o ideologia. O menzogna.

A cosa servono queste previsioni? O meglio, a chi? A meno che non siano proprio loro la causa del raccolto prodigioso. Quando vengono usate come concime.

Movimento

Talvolta pensiamo che dobbiamo andare incontro alla realtà. Errato: è la realtà che viene incontro a noi. Dobbiamo solo permetterglielo.

Controllo Totale

“Società a Controllo Totale sono sorte molte volte nella storia”, disse il Professore.
“Cosa intende?” chiese il Ragazzo, inclinando un poco la testa di lato. “Cosa sono le società a Controllo Totale?”
“Sono quelle società dove i sudditi, i cittadini, chiamateli come volete, sono sottoposti al controllo completo delle loro azioni e subiscono sanzioni se trasgrediscono”, rispose l’uomo.
“Scusi, Professore, ma non è sempre stato così?”, obiettò l’Impiegato “Chi trasgredisce le leggi…”
“Non si tratta solo di infrangere la legge”, lo interruppe il Professore. “Controllo Totale vuol dire che tu non sei libero di pensare diversamente, oppure obiettare, neanche in privato, a casa tua. Sei controllato ovunque. Se non ti conformi sei preso e condannato”.
“Una dittatura”, disse l’Artigiano.
“Non proprio”, rispose il Professore. “Molto spesso le dittature sono regimi a controllo totale, ma non solo loro. Il regno di Elisabetta Prima d’Inghilterra, o la Francia della Rivoluzione Francese, ad esempio, possono rientrare nella definizione. Come praticamente tutti i regimi comunisti”. Si aggiustò gli occhiali “Ovviamente un tempo c’erano molte meno possibilità di adesso di trovare oppositori”.
“Posso essere d’accordo”, sussurrò l’Impiegato. Alzò la testa. “Oh, devo andare”.
La porta si richiuse alle sue spalle.
“Continuiamo”, fece il Professore. “Qualsiasi società tende nel tempo a diventare a Controllo Totale. E’ inevitabile, presto o tardi. Il potere vede il Controllo Totale come un mezzo per mantenere se stesso. Userà scuse nobili, come la necessità di sicurezza davanti ad un nemico o una calamità, ma il fine sarà sempre e comunque il controllo e l’oppressione degli oppositori.”
“Quindi secondo lei…” lo interruppe il Ragazzo.
“Sì, sono scuse. Può essere la guerra o una pandemia o terroristi o il clima o qualsiasi altra cosa, ma ci sarà sempre un incremento della sorveglianza e una diminuzione della libertà. Chi non si adegua viene indicato come ribelle, come estraneo, ed eliminato.”
“Molto interessante, peccato, devo andare”. L’Artigiano salutò ed uscì.
“Ma come può succedere?” Chiese il Ragazzo. “La gente non se ne accorge?”
“Spesso no”, replicò il Professore. “Il cambiamento arriva a piccoli passi, e quando diventa evidente è già tardi. Non si vuole capire, non conviene capire. Spesso gli inasprimenti del regime sono addirittura richiesti, approvati dalla maggioranza. Se il potere controlla comunicazioni, giustizia e polizia è fatta, è solo questione di tempo.”
“Diceva che stavolta è diverso”.
“Sì, è diverso. Una volta si poteva sfuggire, sia pure con difficoltà. Nascondersi. Adesso è diventato impossibile. Il denaro è tutto elettronico; le telecamere ti seguono ovunque; non hai un posto dove fuggire, mezzi per sostenerti nel caso decidessero che sei fastidioso. A quel punto eliminarti del tutto è solo un particolare. Ti hanno levato ogni cosa, soldi, lavoro, casa, famiglia, anche il nome. Di te non resta niente”. Il Professore si aggiustò ancora gli occhiali.
“Ma cosa si può fare?” il Ragazzo si passò le mani nei capelli.
“Le società a Controllo Totale possono decadere per tre motivi. Il primo, un evento esterno, come una guerra, che le cancella. Il secondo, vengono smantellate dal potere stesso perché il Controllo minaccia pure loro. E’ il caso di società molto corrotte. Oggi questi due eventi non sono possibili.”
“E perché?”
“Perché tutto il mondo è governato dalle stesse persone, e perché il controllo ormai è demandato ad algoritmi incorruttibili. Neanche chi ha il potere può opporsi ad essi”.
“E la terza opzione?” chiese il Ragazzo.
“Che tutti quanti i cittadini smettano insieme di seguire le regole.”
Il Ragazzo rise. “Certo, come no. E’ per questa idea che l’hanno presa? E magari l’ha detta pure mentre era da solo in casa, vero?” Scosse la testa. “Chiamano me. Addio, Professore”.
“Addio”.
Quando portarono via il Ragazzo il Professore rimase solo nella cella. Tra poco avrebbero chiamato pure lui. Si chiese se avrebbe fatto male.

Non fa male

Non so cosa abbiate pensato dopo avere letto i miei post sulla reazione al male.
Può darsi che mi dia troppa importanza; può essere che non vi abbiano toccato, che non vi abbiano fatto ragionare, che non li abbiate compresi o che, in fondo, non ve ne importi niente.

Eppure capire cosa sia che ci può far scattare, quale sia il livello al quale noi sentiamo la spinta irresistibile a ribellarci, è fondamentale per la nostra vita. Quantomeno ci aiuta a conoscere a che cosa realmente teniamo; dove sia il nostro cuore, il nostro tesoro per il quale siamo disposti a dare tutto.

E’ anche vero che sono cose difficili da comprendere a freddo. Ci facciamo continuamente illusioni su noi stessi. Quante volte il momento arriva e se ne va perché abbiamo avuto troppa paura, abbiamo valutato la tranquillità più di ciò che pensavamo di credere.
E così fuggiamo di fronte ai lupi, alle guardie, ai soldati che sono venuti a prendere il nostro amico.
Sappiamo essere molto elastici, quando ci conviene.

Anche fossimo davvero determinati, il nostro limite è difficile da definire. Posso illudermi che un certo passo ingiusto che ci viene imposto non sia poi granché, una battaglia che ci si può risparmiare; ma una errata valutazione può significare non essere più in grado di reagire in seguito, quando ogni cosa sarà peggiore.
Ah, avere le idee chiare su come agire…

Ogni cosa che facciamo dovrebbe essere un tentativo ironico. Ci diamo troppa importanza, come dicevo all’inizio. Forse il trucco è sapere dove si vuole andare ma non prendersi troppo sul serio; arrivare a fine giornata e dire, che casino ho combinato, ma valeva la pena. E ricominciare imparando.
Credo che Dio e la storia ci giudicheranno non dai nostri sbagli, ma da quanto abbiamo appreso da essi.

Certo, gli errori fanno male; le prendiamo spesso di santa ragione, fino a ridurci come pugili suonati sul ring. Le ferite il giorno dopo continueranno a fare male, ma va bene, perché ti ricordano che sei vivo e combatti.

È quando non fanno più male che occorre preoccuparsi.

Il menu

Chiesa parrocchiale, messa festiva. Oggi ci sono alcune prime comunioni. I banchi sono riempiti da persone che parlano tra loro durante le letture e che non sanno cosa rispondere durante la liturgia, e da bambini. Si arriva alla consacrazione, la parte centrale e più sacra della messa. Il sacerdote, conscio che una buona parte dei presenti non sa quando alzarsi e sedersi, avvisa dall’altare: “Adesso ci si inginocchia”.

Un vociare scandalizzato si diffonde tra le navate. “Figurati se mi inginocchio”, spero sottointeso “con questo vestito”, dice seccata a voce non proprio bassa un’elegante signora di mezz’età. Qualcuno si siede. Un ragazzo in tuta gioca con il telefonino.

Appena prima si era intonato un “Santo” ritmato da battere di mani. Mentre, distratto dall’accaduto, seguivo le parole del sacerdote, mi veniva da pensare che nella Chiesa più liturgicamente ingessata di un tempo nessuno avrebbe osato tenere un comportamento così irrispettoso. Ciò che è serio richiama rispetto; se si sbraga, come si possono rimproverare efficacemente infiltrati e irriguardosi? Come riuscire a far capire a persone di un mondo ormai diverso il valore di quello che sta accadendo in quel luogo e in quell’istante, Dio che si presenta nella sua carne e nel suo sangue per noi? Può accadere solo per un fascino, per una bellezza, per uno sguardo in una verità diversa dall’usuale bugia.

Perché inginocchiarsi, se lo vedono solo come un passaggio insignificante di una cerimonia antiquata, un rito affrettato di cui non si coglie il senso? Persino in chi crede, la familiarità eccessiva genera trascuratezza e noia. Avere una moglie bellissima non garantisce che, abituati alla quotidiana sciattezza, non ci si stuferà di lei.

La messa è finita, i parenti si raccolgono attorno ai ragazzi che hanno appena mangiato Cristo. Pensando al menu del ristorante.