Non è Vangelo – V – Collusi e pentiti

Nel nostro riesame delle storie e fanfaluche contenute in quegli scarni libricini noti come Vangeli, siamo ora giunti a quell’episodio che, dal nome del suo protagonista, è ricordato come “di Zaccheo”.

Vi mostreremo, amici dell’Inferno, come l’interpretazione classica di quanto avvenuto sia molto carente e parziale. Alla maggior parte dei commentatori sono sfuggite certe sfumature, certe contraddizioni che invece a noi diavoli, attenti osservatori della natura umana, appaiono evidenti.

Quanto alla storia in sé, spero che pochissimi di voi la conoscano. La riassumo per quei molti ai quali è estranea. L’autoproclamato figlio del Nemico-che-sta-Lassù, il falegname disoccupato che chiameremo G,  sta bighellonando in giro per la Palestina con i suoi amichetti. Essendo un populista è accolto ovunque da fanatici e idioti che sono in cerca di un miracolo da vedere. Si sa, la gente comune è curiosa: ha sentito di uno che fa trucchi da prestigiatore e accorre in massa, sperando in uno spettacolo gratis.
L’imbonitore populista di cui sopra entra in un villaggetto e, naturalmente, la massa dei bifolchi ignoranti accorre per guardarlo passare. Da quelle parti abita un mafioso, un corrotto intrallazzatore che ha la statura di un nano. Zaccheo, si chiama. E’ il boss locale, si è arricchito alle spalle dei poveri e dei deboli, e anche lui vuole vedere G.

Capite che razza di persone attira, lo pseudoprofeta? Le peggiori. Questo in particolare ha il problema che, essendo basso, non riesce a soddisfare la sua curiosità. C’è il muro degli imbecilli davanti. Quindi, che fa? Si arrampica su un albero al bordo della strada. G, passando, lo nota e, siccome il falegname è un buon intrallazzatore, capisce che essere sostenuti dal capomafia locale può essere un buon affare. Una persona del genere probabilmente può offrire pranzi di prima qualità: il Figlio del Nemico prende la palla al balzo e si autoinvita.

Naturalmente i bravi ed onesti cittadini sono perplessi. Con buone ragioni: avevano capito che il falegname fosse un sant’uomo, che va a fare a casa del peggiore figlio di buona donna del villaggio? Al che Zaccheo, l’opportunista, si dichiara pentito e dice che rifonderà quanto ha rubato a tanti poveri innocenti nel corso degli anni. Come se questo servisse davvero a riparare le ingiustizie che ha compiuto.

Troppo comodo così, voi direte. E con ragione. Un insulto alla morale, ai cittadini giusti. Ma questo è l’insegnamento di G: con i mafiosi si tratta, anzi, sono i potenti e i corrotti che vanno cercati per primi. La strategia del falegname è chiara: costruirsi una rete di consenso tra i peggiori capobanda del tempo in modo da potere poi sfuggire, tramite la loro protezione, alla giusta ira del potere costituito e dei romani. Lasciate stare tutta la storia della salvezza, del pentimento: sono specchietti per le allodole, sono trappole per gli ingenui, badate a non cascarci anche voi.

Noi demoni gli uomini li conosciamo bene. Credete veramente che, anche ammettendo fosse stato sincero in quel momento, Zaccheo abbia poi fatto quanto aveva giurato di fare, restituire il maltolto? Col cavolo. Ne siamo praticamente certi: si sarà rimangiato la promessa dieci minuti dopo. Fosse giù da noi, potremmo anche chiedergli conferma. Il suo scopo era bullarsi con gli amici di avere accolto un personaggio famoso a casa sua. Farsi bello agli occhi del cosiddetto profeta. O, forse, rifarsi una verginità politica per potere concorrere a qualche carica. L’uomo è cattivo, e non cambia mai. Tutta la storia del perdono è una presa in giro, i peccati si commettono e poi si ricommettono ancora, non c’è scampo. Embè, che c’è, diciamo noi. E’ ora che gli esseri umani facciano i conti con la loro natura, e prendano coscienza del fatto che il peccato ha la sua convenienza. E’ inevitabile, quindi tanto vale accettarlo con gioia e godersene le conseguenze.

Cosa possiamo dedurre da questi fatti?

Per cominciare, che la prima preoccupazione per ogni uomo di chiesa deve essere quella di procurarsi il cibo.
E’ quanto possiamo dedurre dal comportamento di G: prima ancora di essere veramente entrato in paese è già lì che si intrufola con il suo seguito in una sala da pranzo. Ma quale predicazione, ma quale ricerca della verità, ma quale servizio ai poveri: è la propria pancia che importa, più di tutto il resto. L’abbiamo già accennato: Zaccheo, per quanto un malavitoso, deve avere sicuramente una mensa ben fornita. Va dove ti porta lo stomaco, è quanto si deduce da quest’episodio.

Avete poi notato? G chiama Zaccheo per nome, subito, non appena lo vede abbarbicato all’albero. Vuol dire che lo riconosce, il che è possibile solo se ha avuto frequentazioni con gli ambienti della malavita e dei conniventi con gli invasori romani, è colluso con loro. Da questo possiamo evincere che la Chiesa non deve avere nessuna preclusione nei confronti dei potenti, anzi, una mano lava l’altra. Certo, la scusa fornita è la salvezza delle anime. Ma, almeno tra noi, non diciamo bugie. Quello che conta per l’uomo è il potere.

Che cosa è poi il sostanzioso versamento alla causa di G in cambio di quella “salvezza”? Nient’altro che una mazzetta. Quanto vi abbiamo raccontato si configura, infatti, come un chiaro caso di corruzione di pubblico ufficiale. Malversazione, nella migliore delle ipotesi. Non solo: qui G sta svendendo il paradiso dietro il pagamento di una somma. In tempi più recenti questa è stata chiamata simonia. Ma se lo fa pure lui allora non dev’essere così grave: anzi, la ricusazione di questa pratica da parte di una Chiesa troppo moralista non è che una mancanza di carità e misericordia. Pensate a tutti quei poveri ricchi che, pur volendo pagare per un posto in cielo, non trovano nessuno che glielo venda, perché una gerarchia tradizionalista è incapace di vedere i segni dei tempi.

Noi diavoli siamo sempre all’avanguardia nella teologia. Non fatevi imbonire da promesse paradisiache di perdono dei peccati, seguite la nostra versione di vangelo: vedrete che non vi pentirete.

zaccheo

Piccoli e fragili

La cosa peggiore dei desideri è che si realizzano.
Così possiamo scoprire quanto siano fragili, vani, incompleti.
Un po’ come noi.

Il desiderio più grande del mondo è ancora piccolo rispetto all’infinito di cui siamo fatti.

piangere

Cambio manuale

Due parole sul risultato del referendum.

Molto di quello che ho sentito stamattina mi ricorda le reazioni alla sconfitta di Clinton: rifiuto di riconoscere la realtà, con l’ulteriore aggravante che si trattava di una realtà ampiamente prevista. Anche se forse non da chi lamenta la vittoria del populismo. O da chi invoca un nuovo governo guidato da qualcuno che ha appoggiato quelle modifiche appena trombate; evidente sperando che basti il sacrificio del pupone per far dimenticare il resto.
Una cecità spesso condivisa anche da chi tenta di mettere il cappello sul referendum.

Da parte mia mi limito a ribadire quanto ho già detto nei giorni scorsi. La maggior parte di chi ha votato sì ha votato perché voleva un cambiamento, e ha voluto credere che quello Costituzionale fosse quello giusto. Anche molti di quelli che hanno votato no hanno votato per un cambiamento: per cambiare un Governo e soprattutto un Presidente del Consiglio che è riuscito, nel giro di tre anni, a dissipare completamente lo sguardo di speranza che aveva suscitato all’inizio.
Quello che è stato percepito dalla gente è che l’agenda governativa non era dettata dai veri problemi della gente, ma da altro; non per ultima una certa mentalità radical-chic che fa tendenza su certa stampa e televisione ma che non si fila più nessuno.

Al Governo e a Renzi non è stato perdonato di avere mentito, platealmente, a più riprese, e di essersi proposto ossessivamente sui media in uno sfoggio di potere e di arroganza mai visto in tempi recenti. Gli uomini di spettacolo accorti sanno che la propria immagine deve essere centellinata, e una sovraesposizione è molto più dannosa di una sottoesposizione. Tre anni di quotidiani istrionismi stroncherebbero anche il miglior attore, inducendo crisi di vomito nel sostenitore più sfegatato.

Non è stata perdonata soprattutto la percezione diffusa di una incapacità a risolvere davvero i problemi, mascherandoli con altro. Le unioni civili che piacevano tanto ad Obama e a tanti commentatori nostrani, ad esempio, sono state sentite come un insulto a tutti i problemi irrisolti delle famiglie vere: che sono molte, molte di più di chi di quelle unioni ha usufruito. Quando si impone qualcosa a qualcuno con la forza ci si fa un nemico. Molti nemici, molto onore: ma pochi voti.

Pare che qualcuno confonda il cambio con il freno. Se si vorrà imporre ancora una volta alla guida del paese uno di costoro vorrà dire che davvero non si è capito niente. Oppure che si è capito tutto, ma si continua a fare finta di niente perché il potere è lì.
Per adesso, almeno.

uccwo-swfp5nznng_pd

Stiamo ai fatti

Facciamo un po’ di fact-checking (controllo dei fatti, per dirla all’italiana) sulle ragioni del no al referendum.

“Non è vero che si risparmia così tanto”
Un soldino risparmiato è un soldino guadagnato. Ad esempio, i soldi risparmiati nel primo anno riusciranno a ripagare quasi per intero la pubblicità che il governo ha fatto per il “Sì”. In cinque anni l’Italia si ripaga forse pure il referendum stesso.

“Non è vero che le leggi saranno approvate più rapidamente, già adesso solo una piccola percentuale delle leggi hanno più delle letture minime”
Sì, ma tutte le leggi che ora non sono neanche sottoposte al Parlamento perché tanto si sa che non passerebbero? Dopo le modifiche, chi è al potere potrà fare votare quello che vuole perché l’opposizione non ne potrà niente. Perché la volontà dei tre quarti degli italiani dovrebbero poter bloccare una legge, se il partito di maggioranza decide così?

“Si perde in sussidiarietà, federalismo, e si va verso uno statalismo centralista”
E’ un vantaggio: i nostri statisti a Roma potranno finalmente dedicarsi al bene comune senza essere distratti da istanze locali.

“E’ scritta male, pesante, farragginosa”
Ma andiamo! Avete dato un’occhiata alle altre leggi? E poi, siamo onesti: normalmente, chi le guarda?

“Il Governo potrà imporre quello che vuole, con il controllo del parlamento, del potere giudiziario e dei media”
Realismo. Ha già imposto i decreti e le leggi che voleva, i giudici sono già proni e la RAI è già a senso unico senza che si vedano scioperi, cortei o manifestazioni per denunciarlo. Non potrà cambiare di molto.

“Il sistema adesso funziona, perché cambiarlo?”
Ha portato al governo Renzi, no?

Spero siate convinti, adesso…

boh

 

 

 

Non è Vangelo – IV – Siamo mica dei Barabba!

Cari discesisti degli abissi infernali, anche oggi riprendiamo uno dei miti presenti in quei romanzi conosciuti con il nome di Vangeli. Il nostro scopo è presentarli a voi e al pubblico che ci ascolta da casa in maniera più comprensibile a questo mondo moderno.

Infatti quelle antiche storie al giorno d’oggi non si possono più capire. Nessuno sa più cos’è la fede, cos’è il peccato; non c’è più la teoria, solo la pratica. Noi, che siamo assolutamente d’accordo con questo approccio pragmatico, invece di tentare spiegazioni che metterebbero a rischio il benessere psichico della persona, preferiamo semplificare la dottrina togliendo tutte quelle parti che ci disturbano. Un aggiornamento, un restyling per rimanere al passo con i tempi.

Con questo obbiettivo in mente oggi rileggiamo quell’episodio della vita di G, il figlio del falegname, in cui viene trovato colpevole dal popolo e condannato per i suoi molteplici crimini.
Penso che alcuni di voi ne abbiano sentito parlare. Nel suo orgoglio, G si reca con tutta la sua banda di malfattori a Gerusalemme. Proprio nel luogo dove dimorano quegli indomiti protettori della giustizia e della legge che cercano in tutti i modi di fermare la sua folle corsa. Non è chiaro cosa spera di ottenere con questo gesto arrogante, sconsigliato anche dai suoi amichetti del cerchio magico; in ogni caso com’è logico viene catturato e giudicato colpevole.

E’ nostro compito, come cittadini, essere sempre rispettosi del lavoro della magistratura e dell’autorità. Non dobbiamo mettere in dubbio i giudizi che vengono dati: altrimenti cadrebbe tutta la nostra società basata sul diritto. Se G è stato giudicato reo di reati passibili della pena capitale c’erano sicuramente delle ragioni. Sulla giustezza della sentenza sono concordi tutti gli intellettuali e le persone che contano. Non solo: anche il popolo manifesta la sua approvazione. Quando il procuratore romano gli chiede se liberare G o Barabba, un loro compaesano accusato di comportamenti antisociali, questi non hanno dubbi: molto meglio il sano contestatore antisistema che il velleitario fondamentalista.

Questo giudizio è stato talvolta interpretato in senso romantico, impulsivo, chiamandolo ingiustizia. Ma chi siamo noi per giudicare i giudici? Il loro è un mestiere difficile, e non c’è dubbio che questo caso abbiano giudicato secondo coscienza e la legge. Hanno fatto il possibile, operando in condizione di emergenza: sfruttando le informazioni dei pentiti, hanno individuato il covo dei banditi; ne hanno arrestato il capo, G per l’appunto; i componenti della giuria sono persino accorsi nel cuore della notte per esaminare il caso, e l’accusato ha confessato davanti a loro.
Di fronte all’autorità dei romani, incapace di prendere una decisione, questi eroici capi hanno preferito accelerare il processo ignorando pratiche di salvaguardia ormai obsolete. Hanno così ripreso in mano il destino del paese. Il lavarsi le mani del legato romano è il simbolo stesso di un potere superato dalla buona volontà dei cittadini che riconquistano il loro diritto a decidere, abbattono i costi della politica e semplificano l’iter decisionale.

Non c’è dubbio che sia questa la vera interpretazione da dare a quelle pagine. Il popolo, guidato dai suoi rappresentanti  illuminati, ristabilisce la giustizia contro i populismi. Sono loro i veri protagonisti: l’eroico Sinedrio, con i suoi sommi sacerdoti, che sfida un sistema di governo clientelare per eliminare il pericolo che minaccia la città. Cosa possiamo imparare noi da questa vicenda?

Che il potere politico, quando agisce per conservare il potere a beneficio di tutti i cittadini, è nel giusto e criticarlo od opporsi non paga. La contestazione, certo, è un diritto: ma solo se conferma quanto  le guide illuminate  pensano per il bene della nazione. Come nel caso di Barabba: sì, rivoluzionario, ma utile alla causa. Ben più grave, anzi imperdonabile, sarebbe ribellarsi in nome di qualcosa che osa dirsi più grande, come potrebbe essere il Nemico-che-sta-lassù. Sarebbe come volere mettere una pretesa divinità al di sopra dello Stato: e questo chiaramente sarebbe discriminante nei confronti di chi non crede, o crede in qualcosa di differente. Farebbe venire meno la possibilità stessa di convivenza civile tra gli uomini.

Un’accozzaglia di miserabili pensava veramente di poter imporre alla maggioranza  un Regno dei Cieli. La pretesa di poter sostenere qualcosa di differente da quanto pensato dalle persone intelligenti deve venire repressa in ogni maniera possibile. Questi pretenziosi sono dalla parte sbagliata della storia.

E’ questo il grande peccato di G: invece di essere tollerante nei confronti di chi non ripone fiducia in lui, si ostina a proporsi divisivamente come Messia. Che sia una posizione perdente lui stesso l’ha capito: infatti si consegna da solo all’autorità. Tacendo durante il suo processo legittima i giudici, lasciandoci capire che ha compreso di avere avuto torto nel suo atteggiarsi a salvatore. E’ molto più importante restare uniti che non affermare una propria velleitaria verità.

Quelli che si dicono suoi seguaci devono seguire la medesima strada: quando anche scambiassero la mano tesa dei loro padroni per uno schiaffo, o le leggi intese per la loro stessa protezione per persecuzione, sempre in silenzio devono restare, per non ostacolare chi lavora per loro.

E’ ovvio, senza neanche dirlo, che tutte le scene truculente descritte in quelle pagine non sono mai davvero avvenute.  I governanti illuminati sono sempre benevolenti, e restii alla violenza salvo questa sia indispensabile. Così anche flagellazioni, botte, insulti e croci sono da intendersi come un’allegoria, una parafrasi del travaglio interno della persona di fronte al disagio esistenziale. Come ci è insegnato in queste pagine, pace e serenità sono per chi obbedisce ai potenti del mondo. Chi si sacrifica per essi e sacrifica ad essi avrà salva la vita. Gli altri ci mettano pure una croce sopra.

pilato

Imbonitori

Parliamo di referendum?

Mi pare di vedere le vostre facce. Neanche voi ce la fate più, vero? Tra Renzi in formato Babbo Natale – ci manca solo che replichi l’offerta di Madonna agli elettori di Hillary – che impazza a reti unificate come un furetto clonato e le opposizioni variegate rosso-verdi-azzurro-stellate che marciano su Roma non credo ci sia italiano che non si auguri di votare al più presto e farla finita.
A sentirli si potrebbe quasi credere che il tema sia davvero la Costituzione.
Ma quando mai? Il tema, tanto per cambiare, è il potere.

Troverete da altre parti, dove studiosi più seri scrivono articoli migliori di questo, la seria disamina punto per punto del perché queste modifiche costituzionali siano da affossare oppure no. Qui non si è all’altezza. Non si è costituzionalisti, né giuristi, né statisti. Il mestiere che esercito da queste parti è un altro: si chiama giudizio critico. E’ fatto di una parte di esperienza, una parte di osservazione, una parte di ragione ed una parte di intuizione, il tutto shakerato nella mia cattolicità ruspante. Le questioni tecniche le ho viste, non crediate, ma qui porto il ragionamento molto più in basso, a livello pelle.
E il succo è: non ce la contano giusta.

Tutti o quasi, è chiaro. Ma in special modo quello lì, su cui avevo sperato – non troppo – e a cui avevo dato una certa fiducia – all’inizio. Sì, il nostro giovane presidente del Consiglio. L’ho guardato muoversi , in questi tre anni, cercando di capire cosa lo spinga, perché stia lì. E la risposta è: non per l’Italia. Troppe volte ha mentito, anche in maniera plateale, troppe volte si è contraddetto. Badate bene: io sono un realista. Ci può stare che una persona, specie un politico, voglia il potere, si faccia i suoi interessi. Non pretendo santi, ma quello che vorrei è gente che governi bene, che questi interessi li faccia pure, ma abbia a cuore come prima cosa il bene del popolo. Che non lo pigli per il sedere. Renzi è furbo, anche astuto. Ma mette quel suo interesse per sé davanti al bene di tutti, e questo mi fa dire: adesso cosa stai cercando di vendermi? Il tuo interesse non sono io. Non è governare, il tuo. E’ altro. Quello che mi vuoi convincere a comprare, con un sacco di belle parole e bei concetti, è qualcosa che sta sotto, non è una Costituzione migliore, un paese migliore. Dopo averti visto all’opera, ho una certezza morale: stai cercando di rifilarmi una sòla. Non so esattamente in cosa consista, lo posso intuire: ma quello che so è che se ti do ascolto mi fregherai. Stai già prendendoti tutto, stai riempiendo ogni spazio come neanche il cavalier B nei suoi momenti più megalomaniaci aveva osato. Sembra di vivere sotto un regime; sorridente, ma un regime. Se così è come usi il potere che hai, preferisco non dartene altro.

E’ il genere di ragionamento che un tempo andava sotto il nome di “saggezza popolare”.  Non fidarti dell’imbonitore che ti ha già fregato.
Ragione per cui, grazie, rimango così. Non ha funzionato tanto male finora. Il problema non è il sistema: sono le persone che lo compongono.
Lo so, c’è poco sul mercato. Ma, grazie a Dio, per adesso c’è ancora il mercato.

ciarlatano

Babele

Con le travi dei nostri occhi abbiamo costruito un Palazzo.

tumblr_oe4fsaz4wg1qhttpto3_1280

I rivoluzionari non muoiono invano

Il grande leader si drizzò a sedere. Il dolore era scomparso. Si sentiva…leggero.
Non era più nella stanza dell’ospedale.
Una piccola folla lo stava guardando. Riconobbe alcuni dei suoi compagni di rivoluzione, che lo fissavano con volto grave. Ma come, non erano morti da…
Oh.
A quanto pare quell’uomo in bianco aveva ragione. C’è davvero un paradiso, non necessariamente dei lavoratori.
Davanti a tutti stava una persona dal viso sottile, sorridente. Lo salutò, pieno di deferenza.
“Grande leader, è un onore per me conoscerla di persona. Omaggio in lei la persona che ha fatto più di ogni altro per il suo popolo.”
L’ambiente in cui si trovavano era una stanza dalle parte grigio-azzurrine i cui contorni sfuggivano se tentavi di guardarli direttamente. L’imponente letto ornato sul quale giaceva era il solo mobilio. Tutto era illuminato di un chiarore opalescente, ma non si vedeva la fonte di luce. Non c’erano finestre, solo una grande porta dall’aspetto barocco, chiusa. Il leader si tirò in piedi, leggermente instabile. La persona dal viso sottile lo sorresse prendendolo per il braccio, premuroso. Il leader notò che la giacca indossata dall’individuo aveva uno strano rigonfiamento sulla schiena. Ali?
“Spero che abbia gradito la sorpresa del rivedere i suoi antichi compagni. Sono tutti nostri ospiti ed hanno accettato di liberarsi per qualche attimo dai loro impegni per darle il benvenuto.”
Il leader si schiarì la voce. “Ad essere sincero, non mi aspettavo di rivederli qui. Alcuni di loro sono stati parecchio…critici nei confronti della religione e credo Che…”
La sua guida emise una gradevole risata. “Oh, le assicuro che qui non ci formalizziamo certo per certe piccole incomprensioni avvenute durante la vita terrena. Qui abbiamo posto per accogliere chiunque, ed onorare in modo appropriato coloro che più si sono battuti per la loro causa. Che la storia dia loro ragione oppure no, l’importante è lo spirito che hanno dimostrato con le loro azioni.”
Tutti applaudirono. Con gentilezza, lo condusse verso la porta.
“Sappiamo che questo momento riempie i cuori di tutti di forti emozioni, ricordando gli innumerevoli modi in cui lei ha cambiato il corso della vita di individui, di famiglie e della sua nazione” continuò l’uomo dal viso sottile “Lei è stato un simbolo, e non potevamo non tenerne conto nell’accoglierla quassù. Ha ispirato tanta gente. Molti sono qui grazie a lei. No, possiamo dire che lei non ha vissuto e non è morto invano. Le saremo grati per sempre, e le assicuro che ‘per sempre’ qui va inteso in senso letterale.”
Erano giunti alla soglia. La sua guida abbassò la maniglia. “Benvenuto a casa.”
L’ondata che lo investì non era calore, ma qualcosa di più primordiale ancora, l’antenato stesso del calore, o forse il suo opposto. I suoi vestiti e quelli degli altri bruciarono e si dissolsero nel giro di un istante. Aveva indovinato: il rigonfio della giacca nascondeva proprio delle ali. Ma erano nere.
La sua carne bruciava, ma non si consumava. Era come se la vita e ogni felicità fosse risucchiata da lui in ogni istante, senza fine. Non aveva mai provato una simile sofferenza, neanche nel peggio della sua malattia. “Questo non è…”
La persona dal viso sottile si girò verso di lui. “…Quello che si aspettava? Oh, ma è il posto dove ha desiderato andare, con le sue azioni. E’ quello che ha cercato di riprodurre in terra. Qui c’è l’originale. I suoi antichi collaboratori e i miei saranno ben lieti di ringraziarla per i suoi sforzi. Scoprirà presto che qui non è dissimile dal posto da cui proviene: per sopportare la propria sofferenza bisogna infliggerne agli altri.”
Sorrise, e il suo sorriso aveva troppi denti. “E’ giunto dove si realizza il suo antico sogno: un luogo senza classi, senza padroni, senza Dio. Ha vinto. Hasta la victoria, siempre.”

workers

Il mondo com’era

Certo, la politica è importante. E’, per definizione, trovare modi di stare insieme. L’attuale accapigliarsi sul referendum, dal confronto civile alla forzatura furbetta all’insulto più becero, rientra bene o male in quell’ambito. Del resto anche la guerra è, secondo una celebre definizione, la continuazione della politica con altri mezzi.

Per mettere tutto in giusta prospettiva può essere utile guardare filmati tipo quello che trovate in calce al post. E’ l’animazione della storia dell’umanità, anno per anno. Osservate come le civiltà nascano, crescano, si combattano e si ingoino, scompaiano a ritmo streboscopico. Sembrano animali, imperi di milioni di persone che sbatti le palpebre e non ci sono più. I nomi cambiano, i popoli si spostano, gli usi mutano. Eppure conta fino a trenta, fino a cinquanta, sono gli anni di una vita quelli che vedi passare, e il mondo nel frattempo è cambiato.

Noi siamo esseri miopi e dalla memoria corta: non vediamo quello che accade appena più in là, pensiamo che quello che stiamo vivendo sia sempre stato così come adesso. Ci basterebbe il ricordo di com’era dieci, vent’anni fa per capire che si tratta di una illusione, ma chi oggi perde tempo a rammentare come era il mondo che ha vissuto? Anzi, non è tanto il ricordo, quanto da quel ricordo trarre lezione. Giudicare il tempo che è stato per giudicare il nostro tempo.
Quello che a noi sembra così importante tra qualche decennio non sarà degno, probabilmente, neanche di una nota a margine nei libri di storia. Se i libri esisteranno ancora, se la storia esisterà ancora.

Quello che resta sarà il bene fatto, il male fatto. Anche se siamo troppo piccoli per essere visti sulla mappa.

Non è Vangelo – III – Una vicenda adulterata

Anche se il Figlio del Nemico-che-sta-lassù, quel falegname che chiameremo G per evitare di pronunciare il suo nome, non è mai davvero esistito, noi demoni abbiamo comunque un dovere nei confronti dell’umanità: precisare meglio i fatti che lo riguardano, che ci sono giunti in una forma – i cosiddetti Vangeli – spesso imprecisa.

E’ solo un esercizio di dialettica su romanzetti sopravvalutati. Un modo per allontanare le menti confuse dei fedeli da quelle menzogne troppo ripetute: che noi vorremmo il male degli uomini. Al contrario, il nostro desiderio è che più anime possibile trovino la strada di casa nostra. “Satanas sum, humani nihil a me alienum puto”, dice Nostro Padre che sta Quaggiù. Tutto ciò che è umano ci interessa. Fidatevi, sarà più semplice per noi aiutarvi a trovare la vostra collocazione se vi lascerete convincere da quanto vi dirò.

L’episodio della vita di G, quel personaggio di fantasia, che prenderemo in considerazione oggi è comunemente indicato con il nome con “vangelo dell’adultera”. I fatti sono noti: una donna beccata mentre se la sta facendo con qualcuno che non è suo marito viene condotta davanti a G perché la giudichi. Ci si aspetta che il falegname, secondo la legge, la indichi buona per la lapidazione, facendo incavolare di conseguenza i romani, oppure la assolva, dimostrando di disprezzare la Legge mosaica. G se la cava chiedendo a chi è senza peccato di tirare la prima pietra e, poiché nessuno se la sente, la rimanda senza condannarla.

La prima annotazione da fare è il disinteresse di G per quella donna. Quando gliela portano, lui manco la guarda: non parla, si mette a scrivere nella sabbia. Cosa vuole insegnarci con questo? Ovviamente il disprezzo per la materialità delle cose, per le persone stesse. Vuole rimarcare la superiorità dello spirituale sul banale quotidiano. La carne non è cosa mia, fa capire, fatele pure tutto quanto volete sotto quell’aspetto, io mi interesso d’altro. E’ su di un altro livello rispetto all’uomo comune, che non vale niente se non è illuminato dalla luce della conoscenza. Le cose importanti sono quelle scritte, ciò che uno conosce e sa, la scienza; le vicende corporali degli esseri umani invece sono noiose. Chi non ha studiato, chi non è sapiente non può capire e giudicare quanto lo circonda, è ignorante e basta.

Anche i suoi discepoli dovrebbero fare così: abbandonare l’impegno con gli altri uomini per trascorrere la vita nello studio della teologia, la sola occupazione che valga veramente.

La donna, davanti a lui, è portata sola. Non c’è traccia della persona con cui è stata scoperta ad avere rapporti. Il fatto che questa non venga nominata ci aiuta a capire che, in ogni caso, è solo la donna a doversi assumere la responsabilità di questo genere di azioni. L’uomo non è perseguibile, e quindi secondo questa interpretazione basata sull’evidenza, può dedicarvisi liberamente.

Il concetto è ripreso nel seguito. Non esiste peccato sessuale: viva l’adulterio, che G non vuole condannare e quindi nessun altro può. Come si fa a dire che il cristianesimo che sostiene il matrimonio e la famiglia? Piuttosto, la massima libertà nello scambio di partner e qualsivoglia attività connessa. L’amore è amore, tutto è perdonato, anche se non c’è niente da perdonare. “Va e non peccare più”  è certamente un refuso per “va e non farti beccare più”.

C’è un altro aspetto da considerare. “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, dice G. Ma lui non la lancia. Quindi o è ipocrita e incoerente, oppure anche lui ha peccato.
I cristiani amano dire che anche sua madre avrebbe avuto una Grazia tale da risparmiarsi il peccato. Sappiamo che lei era solita seguirlo, come tutte le madri possessive. Se neanche lei ha lanciato il sasso possiamo dedurre che anche lei non era così pura, o disprezzava la parola del suo stesso figlio rifiutandosi di eseguire quanto diceva.

Secondo il testo G non condanna l’istituto della lapidazione. Questo in linea con la vena sadica che lui e la sua Chiesa hanno sempre praticato. Inquisizione, Crociate, roghi, tutte le realtà storiche di cui vi abbiamo sempre informato con equilibrio e realismo sono la diretta conseguenza di posizioni come questa. Probabilmente G è a favore anche della tortura e delle forme più estreme di punizioni corporali. Ora, non è che noi demoni siamo del tutto sfavorevoli a queste pratiche se si rendono necessarie, ma gli umani sensibili dovrebbero tenerne conto quando scelgono una religione.

Lasciatemi sottolineare l’affermazione più forte del brano, quando ribadisce che il peccato non deve essere condannato. “Neanch’io ti condanno”, afferma G.

Anche noi, sembra dire l’evangelista, dobbiamo fare lo stesso: non giudicare niente e nessuno, e lasciare ai giudici veri, lo Stato, il compito di condannare le persone secondo il loro volere. Non ci deve immischiare con l’autorità, soprattutto non esiste davvero nessuna autorità o legge da rispettare di origine divina. Tutto è amore, quindi si faccia pure l’amore liberamente. Non solo quello, ovviamente, possiamo tranquillamente assumere che nel vero pensiero del falegname ci sia il rifiuto per ogni ipocrita limitazione delle passioni umane.

C’è anche un’altra interpretazione possibile di quanto accade. Che la donna sia davanti a G da sola perché è lui stesso la persona colta con lei in fragrante peccato. La cosa avrebbe un senso, non vi pare? Il popolo stufo di questo falso profeta gli pone dinnanzi la scelta tra autoassolversi e condannare la sua stessa complice. Dobbiamo allora anche in questo caso prendere esempio: una mano lava l’altra, e dobbiamo sempre proteggere coloro che ci possono tornare utili, anche negando l’evidenza e ricattando. Tutti hanno i loro altarini, il più sano ha la rogna. Certo, se qualcuno dovesse indignarsi per questi comportamenti mafiosi e decidesse per questo di non avere più niente a che fare con G non potremmo dargli torto.

Voi direte: questa insinuazione ci sembra troppo cattiva. Ma se non siamo cattivi noi, chi lo è?

pieter-bruegel-il-vecchio-gesu-e-ladultera-1579-mm-274-x-391-museum-mayer-van-den-bergh-antwep-2012

Fastidiosi estranei

Qualche giorno fa parlavo, in un breve raccontino, di una inesorabile presenza che si decide di ignorare. Un lettore si domandava: ma perché ciò può accadere? Perché possiamo considerare chi ci è vicino un fastidioso estraneo?

Nella vita di ogni giorno talvolta accade. Quando muore un amore, ad esempio. E’ talvolta più pratico ignorare che l’altra persona ancora esista, piuttosto che rompere del tutto con lei. I legami dell’affetto pendono bruciati, appesantiti da un’indifferenza che talvolta è anche senso di colpa.

C’è un esempio che calza ancora meglio. Basta pensare al post di ieri: l’adolescenza.
L’adolescente tipico cerca in tutte le maniere di buttare i genitori fuori dalla sua stanza. Li ignora, quando non li ignora li disprezza. Li disprezza perché sono un fastidio, rappresentano tutto quello che lui non vuole essere. Estranei al suo nuovo io, tutto centrato su di sé. Li disprezza, eppure li ama, e loro amano lui. Il padre non cessa di amare il figlio anche quando questi lo offende, perché sa cosa gli sta accadendo.

Sì, l’uomo moderno è un adolescente che non sa cosa vuole, e lo vuole a tutti i costi. Che dice che quella presenza, nell’altra stanza, non esiste, e che se anche esiste lo odia, può stare dov’è, gli è indifferente.
Colui che li ha fatti, il responsabile delle loro ossa, che provvede alla loro casa, ad ogni loro respiro.

I ragazzi, poi,  crescono.

depressione

Adolescenza

A chi paragonerò l’uomo di oggi?
Ad un adolescente che mal sopporta i consigli di padre e madre, perché è convinto di essere adulto, di avere ormai capito tutto, di non avere più necessità di imparare.
Questo adolescente rifiuta i genitori. Augura loro di scomparire, perché pensa di non averne più bisogno. Ogni cosa che dicono per lui è falsa, a priori.
Segue nuovi maestri. Non sempre questi vogliono il suo bene. Spesso, lo vogliono solo usare. Ma lui non se ne accorge. E’ la sua età. Sarà la sua esperienza.
Così segue la moda facendo quello che fanno tutti pensando di essere originale, pensa i pensieri altrui credendo di seguire se stesso. Ma chi segue se stesso, se non sa dove sta andando, se non sa dove andare, si perde.

A chi paragonerò l’uomo di oggi?
Ad un adolescente il cui padre, la cui madre stanno accanto, continuando a nutrirlo, a vestirlo, a ospitarlo anche se lui non se accorge. In attesa che maturi e cresca, e torni a vedere.

infanzia-eadolescenza

Il treno

Mi sveglio sul treno.
Il compartimento è mezzo pieno. Gli altri passeggeri mi guardano per un attimo, distratti.
“Dove sono?” Chiedo.
Si girano tutti verso di me. Il tizio magro, vestito elegante, mi chiede “Come, scusi?”
“Ho chiesto dove sono”, rispondo. “Non so dove sono.”
“Sul treno, è ovvio” dice con un rispolino la signora con il trucco pesante. E’ avanti con l’età e avrebbe bisogno di una dieta.
Sospiro. “Sì, lo vedo che è un treno. Ma dove stiamo andando?”
Il tizio elegante mi guarda perplesso. “Verso la nostra destinazione, è ovvio.”
“I binari non lasciano molta scelta, eh” interviene un tipo giovane, dall’aria un po’ arruffata.
“Va bene, va bene.” Raccolgo le idee. “Perché siamo su questo treno?”
“Che domande” ride la signora.
“Forse per… andare da qualche parte?” dice il giovane con aria scherzosa.
“Non capisco cosa sta chiedendo” aggiunge il magro.
“Perché questo treno sta viaggiando?” provo a chiedere, disperato per farmi capire.
“E’ una questione fisica”, dice il tipo magro aggiustandosi gli occhialini. “Il motore gira e trasmette il movimento alle ruote, e noi andiamo avanti.”
“Ma perché?”
“L’ho detto. E’ una questione di fisica e di meccanica. Scienza. Nient’altro da sapere”.
“L’ho capito, ma… perché c’è il treno?” provo ancora.
“Per viaggiare, bello” dice il giovane. Tutti ridono.
“Intendo dire…per quale motivo siamo su questo treno? Proprio questo e non un altro?”
“Perché un altro treno ti porterebbe altrove” dice la signora con aria saggia e pazienza.
“Ma che vuol dire?” faccio io.
“Non sei un gran viaggiatore, vero?” Domanda il giovane, che sembra divertirsi.
Raccolgo le forze. Faccio un altro tentativo. “Come si chiama il luogo verso cui stiamo andando?”
“La nostra destinazione” dice il tipo magro, ma sembra a disagio.
“E quando arriveremo?” Domando ancora.
“L’importante è il viaggio, non la destinazione.” afferma con aria saputa la signora.
“Ma quando il viaggio finisce?”
“E’ finito e basta. Scendiamo. Non capisco perché ci si debba pensare tanto”. Sembra offesa.
“E quando siamo arrivati, che facciamo? Dove andiamo?”
“Questo dipende da che impegni si ha, ovviamente. Io non vengo a raccontare a lei i miei affari, scusi.”
“Non mi rispondete. Non lo sapete” dico io. “Neanche voi sapete dove state andando”.
Il giovane ride. “Ma che domande fai? Stai tranquillo, eh. Rilassati, guarda il panorama. Continua a dormire.”
Nell’angolino dello scompartimento c’è una ragazza, che non ha ancora parlato. Mi guarda fisso con gli occhi colmi di angoscia.
Il treno entra in galleria.

nighttrain

Bella dentro

E’ molto più bella dentro che fuori.
La cittadella della “Piccola casa della Divina Provvidenza”, nota come “Cottolengo” dal nome del suo fondatore, occupa un’area di Torino grande come un piccolo paese. Se da fuori si vedono solo edifici grigi, spogli, severi, da dentro vedi giardini, architetture ariose, bellezza, tranquillità. E’ la risposta cristiana alla miseria del mondo, quella che aumenta sempre ogni volta che l’uomo con le sue sole forze cerca di rimediarvi.

Di per sé l’opera del Cottolengo non è una novità, in quell’ambito cristiano che si è inventato gli hospitali e innumerevoli altre risposte alla povertà. Se nasce nella Torino prerisorgimentale è perché in quegli anni si è rotto il tessuto sociale delle opere di misericordia che prima erano capillarmente diffuse in ogni paese della penisola. E’ stato rotto da illuministi, giacobini, napoleonici. Gli ordini religiosi che provvedevano alle necessità dei poveri sono stati decimati, soppresi, cacciati; gli edifici, i conventi confiscati ed adibiti a caserme o peggio da governi ostili. La religiosità popolare è colpita duramente dalle nuove idee, intese a liberare l’uomo dal fardello di Dio, e che pongono quindi addosso all’uomo stesso il loro ben più pesante giogo.
Se l’opera del Cottolengo nasce e cresce in quel luogo, in quel momento storico, è proprio come risposta ad una situazione che la coscienza cristiana non può trovare accettabile. Le altre coscienze silenziano il problema: quelli sono miserabili.

Conversando con una suora, l’altro giorno, questa un po’ ingenuamente diceva che a certe povertà dovrebbe provvedere lo Stato. Ma è proprio lo Stato che certe povertà le costruisce o, se rimedia, non è con l’eliminare il problema delle persone, ma eliminare la persona con i problemi. La struttura della Piccola Casa ospita molte persone con malformazioni gravissime, ma sempre meno con il passare degli anni. Le giovani generazioni non ci sono: vengono uccise prima, prima che nascano. Così potrebbe avvenire domani con gli anziani non autosufficienti. Cosa ne sarebbe stato di quelle persone solari, luminose che abbiamo veduto, se non fossero state ospitate lì? I ciechi e sordomuti, coloro che mancano di braccia e gambe…sarebbero sfiorite, senza la gioia che hanno trovato in quel luogo. Senza una ragione per vivere, che nessuno Stato può dare. Sarebbero morte, dentro o fuori.
“La sofferenza non è un abisso, è una profondità”, ha detto una delle ospiti. Ma bisogna capirlo. Occorre non smarrirsi dentro quel vuoto che è l’animo umano quando non è riempito da Dio.

La povertà non finirà mai. Ci sarà sempre un abisso in cui perdersi, se non c’è qualcuno che indica, che ci dimostra, che la vita è bella dentro.

cottolengo1

Non è Vangelo – II – Tenta e ritenta

Cari amici dell’Inferno, nel nostro sforzo di fornire agli uomini i mezzi per interpretare correttamente i Vangeli oggi esamineremo l’episodio delle proposte che abbiamo rivolte al Figlio del Nemico nel deserto.

Capirete bene che di tale avvenimento non ci sono interpreti migliori di noi diavoli. In questo caso non siamo infatti solo spettatori, ma protagonisti. Possiamo perciò confutare le molte interpretazioni errate, spesso provenienti da commentatori pregiudizialmente ostili alla nostra parte.

Intanto, non è vero che ci sia stato uno scontro tra G – chiamiamo così il Figlio-del-Nemico-che -sta-lassù, per brevità – e il nostro rappresentante. E’ stato uno scambio di opinioni, in cui da parte nostra abbiamo per tre volte offerto suggerimenti perfettamente sinceri e ragionevoli ai quali G non ha opposto un netto rifiuto, come talvolta si legge, ma è rimasto su una posizione possibilista. Teniamone conto.

Prendiamo la prima tentazione. G sta delirando per la fame e la sete, e uno di noi gli domanda come mai, con i suoi poteri, non possa semplicemente creare del pane.
Domanda legittima, lo ammetterete. Si potrebbe persino esprimere il dubbio che forse  G non tanto non voglia, quanto non possa, perché è solo un becero millantatore. Il suo cambiare il discorso è molto più spiegabile ammettendo che sia solo un uomo e che i miracoli non possano esistere. Ma non ci spingeremo a tanto. G, infatti, se leggiamo bene, accetta il suggerimento. Si limita ad una osservazione un poco enigmatica, “non di solo pane vive l’uomo”. Il che è vero: ci sono molti altri beni. Perché fermarsi al solo pane? “Ma anche”, sostiene, “delle parole che escono dalla bocca” del Nemico-che-sta-lassù. “Anche” qui è ironico: uno mangia le parole? Sarebbe immorale non dare il pane agli affamati. Quindi sono da cercare innanzi tutto i beni materiali. L’uomo si procuri per prima cosa le cose di cui ha bisogno, senza perdere tempo in sacrifici o preghiere.
Dal punto di vista allegorico si può anche leggere nella frase una sconfessione dell’Eucarestia, che, occorre ricordarlo, è solo pane. Il significato qui è “non limitatevi alla sola Chiesa, ma provate altre esperienze”.

Il secondo episodio è in linea con il primo. G, infatti, sembra incapace di chiamare gli angeli perché gli evitino una caduta, come da noi benevolmente proposto. Anche in questo caso mi sembra importante indicare la totale ragionevolezza del suggerimento dato, che oltretutto è basato anche sulle Sacre Scritture. Di nuovo qui il figlio del falegname si ostina con puntiglio, pur non rigettando l’indicazione data. Come potrebbe? E’ però l’indicazione allegorica ad essere importante. Vuol dire che è sbagliato invocare l’aiuto tramite la preghiera, e che uno devo sapersela cavare da solo. Chiedere assistenza al Nemico sarebbe come sfidarlo, e lui questo, lo sappiamo bene noi, non lo sopporta.

La terza di quelle che vengono impropriamente etichettate come tentazioni è, se vogliamo, cristallina nella sua semplicità. Noialtri demoni abbiamo riconosciuto in G, quell’uomo così modesto, alcune qualità, e gli abbiamo offerto un posto di responsabilità. Unica condizione? Un generico attestato di fedeltà, come viene richiesto normalmente ad ogni impiegato in ogni parte del mondo. Un grande onore, di cui avrebbe dovuto essere estremamente grato. Infatti la nostra offerta non viene rifiutata del tutto, ma viene rimandata ad un momento più propizio. Il nostro rappresentante viene invitato a avanzare di nuovo la proposta in seguito, come difatti poi avverrà.
Ma cosa può voler dire? L’indicazione mi sembra chiara: chiunque segua G dovrà assolutamente rifiutare ogni posto di responsabilità, ogni coinvolgimento politico, ogni volontà di avere a che fare con leggi e potere. Queste cose le si lascino a noi demoni: sono il nostro territorio, i cristiani devono badare a mantenersi assolutamente puri e distaccati.

L’episodio termina con G che, accogliendo i nostri suggerimenti, viene servito dagli angeli. Cosa ci insegna questo? Che G non si è rifiutato di dialogare con noi, ma ha accettato un confronto civile da cui ha tratto utili spunti. Anche il cristiano quindi non dovrebbe pregiudizialmente rifiutarsi di parlare con forze che gli sembrano ostili, ma deve essere aperto a consigli e adattarsi a nuovi modi di vedere le cose, come possono, modestamente, essere anche queste note ai Vangeli. Come si dice? Non tutto il male viene per nuocere e anche noi abbiamo a cuore, a modo nostro, gli esseri umani.
L’accordo non si è trovato, è vero, ma anche da questo i cristiani devono imparare: è stato per orgoglio, e a malincuore dobbiamo ammettere che più orgoglio per i cristiani è una buona idea. Può sembrare difficile e contraddittorio, ma essere tanto orgogliosi negli atteggiamenti esteriori quanto possibilisti e disposti a cedere sull’essenziale apprendendo dal mondo è la ricetta della felicità.

Se può dare fastidio la nostra richiesta di adorarci direttamente, bene, per il momento soprassediamo. Noi proponiamo soltanto di deciderci per ciò che è razionale, per la priorità di un mondo pianificato e organizzato, in cui il Nemico-che-sta-Lassù, come questione privata, può avere un suo posto, ma non deve interferire nei nostri propositi essenziali. Insomma “la via aperta alla pace e al benessere del mondo”, che ha come contenuto essenziale l’adorazione del benessere e della pianificazione razionale. Sono convinto che su questo possiamo tutti concordare, come ben ci testimonia il brano evangelico.

Fin qui l’interpretazione. Ma chi ci legge deve tenere conto del fatto che l’episodio di cui si è discusso finora è inventato di sana pianta. Il Falegname, G, non è mai stato nel deserto e non ci ha mai incontrato. L’episodio storico non esiste, abbiamo finto per amor di discussione. Rimangono gli insegnamenti morali che abbiamo tratteggiato, il resto è una favoletta prodotta dalla mente abbruttita dal digiuno di qualche fanatico fondamentalista. Ormai gli esseri umani dovrebbero averlo capito: noi non esistiamo.

tumblr_nxpsmog2181uhnwrso1_500

Nell’altra stanza

Lo sentì di nuovo
Era nell’altra stanza, come al solito.
Era sempre stato nell’altra stanza, quand’era in casa. Per strada, ne sentiva la presenza pochi passi indietro, o avanti, o nella viuzza laterale.
Raramente osava voltarsi. Il più delle volte tirava dritto, sguardo in avanti, per non vedere.
Quante volte si era alzato per afferrare quella maniglia. Per aprire quella porta.
Ma più spesso rimaneva in attesa. Coglieva i sottili rumori, o forse la mancanza di essi, al di là. Era sempre la stanza in cui lui non doveva entrare. In cui non aveva ragione di entrare, salvo per trovarlo. Per sorprenderlo. Chiunque fosse.
Perché lui non sapeva chi fosse.
Oh, tante volte si era immaginato chi poteva essere. Il volto. Ma sapeva, in qualche maniera strana, che le sue fattezze sarebbero state ad un tempo familiari ed inaspettate.
Di questo aveva paura. Questo temeva. Di conoscerlo, e non conoscerlo.
Perché lo conosceva, e non lo conosceva.
Questo sconosciuto dietro la porta, questo sconosciuto nell’altra stanza, questo sconosciuto che lo seguiva sempre e non l’abbandonava mai.
Lo immaginava? No, non era possibile. Anche gli altri lo udivano? Non aveva mai osato chiedere. Ma tante volte aveva colto un drizzare la testa, uno sguardo di allarme, un arrestarsi della conversazione in quelli che erano con lui. Come se anche loro sentissero.
Ma non aveva mai osato domandare. Cosa avrebbe fatto se quelli avessero negato? Sarebbe stato segno della sua pazzia, o segno che anche loro preferivano non sapere.
E, tanto di più, cosa avrebbe fatto se anche loro avessero detto di udire qualcosa?
Avrebbe avuto finalmente il coraggio di andare a vedere?

Vedere chi fosse davvero, la persona nell’altra stanza.

doort

Nulla di male

Non abbiamo fatto nulla di male.

Il nostro problema è che non abbiamo fatto neanche nulla di bene.

tumblr_oej9clw6bt1qhttpto1_540

Silenzio

E’ raro incontrarlo. In una conca, lassù tra le cime, tra i massi di una pietraia. Nelle profondità della terra, nei bui cunicoli di una antica miniera. Ma c’è.

E’ il silenzio. Se pure dei suoni sono presenti, sono sotto la soglia dell’udibile. Gli insetti tacciono, uccelli non ce ne sono. Il ruscello, la goccia insistente li abbiamo lasciati nell’altro avvallamento. Solo il rumore del proprio respiro ferisce le orecchie, assordante.

Nelle città affollate, nella feconda campagna, il suono della vita ronza ale nostre orecchie. Anche in alta montagna la bolla di silenzio si interrompe per un aereo che vola, lassù, rombo argenteo ai limiti del vento. Ma quando tutto tace, e ci siamo solo noi e il nostro fiato, possiamo cogliere altro.

Possiamo cogliere che non siamo soli. Che anche il silenzio vibra, parla senza suono. In attesa che noi possiamo udirlo.
Non è solitudine, il nostro essere vivi.

mi-presento-sono-il-silenzio-2

Capito tutto

Un ultimo post sulle conseguenze dell’elezione negli Stati Uniti e poi basta, visto che probabilmente cominciate anche voi ad averne le scatole piene.

L’altro giorno, prima della notte elettorale, scrivevo, a proposito dei soloni vaticinanti una vittoria a valanga di Hillary, che nel caso di una sua sconfitta

“… ci metterebbero lo spazio di un minuto a cambiare registro. A rinfacciare il populismo, la plebe che niente comprende. Pronti per il prossimo mito.”

Profezia facile. Lo stiamo vedendo accadere. Devo ammetterlo, ho goduto come un riccio a vederli lividi, boccheggianti e senza parole nel momento in cui hanno capito che il loro modello era andato in frantumi. Per qualche secondo. Il giorno dopo rieccoli, intervistati come esperti su quello che hanno appena dimostrato di non avere per niente compreso.
Per comodità, raggrupperò le loro reazioni in tre categorie.

1-Democratici contro la democrazia.
Frase: “La democrazia è troppo importante per lasciarla in mano alla gente”
Tag: #Notmypresident

Sono coloro che sostengono che il popolo non capisce niente, quando si parla di politica, e non dovrebbe essere lasciato decidere. Sono loro a dire chi può governare e chi no, loro sanno cosa fare, sempre. Se la realtà è troppo differente da quello che vogliono, meglio negarla e pretendere che si adegui, in fretta.

2-Non vedenti
Frase: “C’eravamo ma non abbiamo visto”
Tag: #Orahocapito

Questi ammettono di non avere saputo prevedere il momento, di non avere visto la rabbia che montava. Quindi fanno una bella analisi sociologica a posteriori utilizzando esattamente gli stessi modelli di prima. Sono gli orfani di Marx, della lotta di classe, di cui riciclano le categorie. Ma non è questione di rabbia, è questione di cosa è vero. Che continuano a negare, che continuano a non voler vedere.

3-Riciclati
Frase: “Impazienti di collaborare
Tag: #Hillarychi?

Questi non ammettono di essersi sbagliati, se qualcuno ha pensato che sostenessero Hillary si è trattato di un malinteso. In realtà sotto sotto a Trump hanno sempre creduto, non osavano però dirlo per timore. Il loro cuore è popolare, e guardano con ansia al momento in cui potranno rendersi utile al nuovo potere. Al presidente eletto fanno le loro più sincere congratulazioni. Nel loro caso, naturalmente, “le più sincere” fa un po’ ridere.

Divertitevi a mettere il vostro intellettuale di fiducia, il vostro giornalista, il vostro politico nella casella che più si adatta. Ho lasciato fuori, consapevolmente, la categoria di coloro che hanno saputo davvero mettersi in discussione. Ce ne sono, probabilmente. Basterebbe trovarli.

whitehouse

Non è Vangelo – I – Ci andiamo a nozze

Fratelli e sorelle nel Nostro Padre che sta nell’Inferno Quaggiù, ho deciso di inoltrarvi alcune delle riflessioni utilizzate nel quotidiano lavoro da noi tentatori professionali su quei miti noti come Vangeli.

Posso capire il vostro ribrezzo dell’argomento e la vostra riluttanza a proseguire con la lettura. Quelle scarne notiziuncole sulla vita del cosiddetto Figlio del Nemico-che-sta-Lassù hanno fornito a noi tutti amici dell’Inferno un sacco di grattacapi. Siccome il nostro compito è procurarci le anime umane occorre capire come neutralizzare l’effetto che quei raccontini hanno sui mortali.
E’ da molto tempo, fin dall’inizio della storia si può dire, che i nostri migliori tentatori si sono impegnati per alterare, interpretare, correggere i fatti. Il modo di farlo è adeguarle ai tempi correnti della vicenda umana: adeguare l’eterno alle circostanze presenti è la soluzione migliore per neutralizzarlo. I nostri metodi, non essendo legati alla realtà o la verità, si adattano alla moda del momento per ottenere il maggior effetto. Ciò significa anche che quanto oggi vi illustro domani potrebbe cambiare perché non più adatto a acchiappare i mortali. A differenza delle imprese del Nemico-che-sta-lassù, che non hanno bisogno di versioni aggiornate ma solo di ristampe.
Qui vi presenterò una raccolta delle nostre riflessioni demoniache, sperimentate sul campo in secoli di consigli spirituali agli umani. Lo scopo di quanto vi scriverò, tenetelo bene a mente, è usare il Vangelo non per condurre il mortale al Nemico-che-sta-lassù, ma per allontanarlo da esso il più possibile. Usate questo strumento, diffondetelo. Vi sarà utile soprattutto per ingannare le deboli menti di quei pochi predicatori e sacerdoti che ancora esistono nel mondo umano, e poi di tutti gli ingenui che pretendono di rendersi da soli esperti di quei libercoli. Diverremo noi la loro nuova tradizione.

Prendiamo, come primo caso di studio, le cosiddette “Nozze di Cana”.
Quello che gli uomini credono di sapere su di esse è che il Falegname, invitato ad un matrimonio, pur di non ascoltare più quella scocciatrice della madre, cambia l’acqua nel vino che gli invitati alle nozze avevano esaurito. Il nostro ruolo è indicare nel racconto alcuni particolari fondamentali, che potrebbero essere trascurati. E’ nei particolari che mettiamo noi stessi.

Intanto, avrete notato che si parla di nozze ma non è specificato il sesso di ambedue gli sposi: è nominato solo lo sposo. Ciò è molto importante. Significa che G (d’ora innanzi chiameremo così il Falegname, per evitare di ripetere quel nome irritante) non ha niente contro i matrimoni tra due maschi; per estensione, quindi, anche due femmine o qualsivoglia altro genere. Se avesse avuto qualcosa in contrario l’avrebbe espresso esplicitamente; invece lascia opportunamente aperta la strada ad ogni possibilità. Si può quasi dedurne un appoggio esplicito a quel tipo di unioni.

Pensate forse che se, invece di un matrimonio, fosse stato un’unione civile, G si sarebbe tirato indietro? Certo che no, diciamo noi. Lui li avrebbe accolti così com’erano. Non si capisce allora come mai una certa parte di Chiesa possa continuare ad opporsi al procedere del progresso quando anche il loro fondatore è favorevole. Auspichiamo che al più presto si pensi ad un qualche tipo di cerimonia per tutti quelli che vogliono unirsi con chi gli pare. Negare questo diritto è negare il racconto evangelico, è negare l’amore.

Il fatto che abbia portato i suoi discepoli a delle nozze è certamente per dare un esempio. Come a dire: fate anche voi lo stesso. Niente di più lontano da quel celibato ecclesiastico che disgraziatamente è stato imposto ai suoi discepoli successivi.

G e sua madre ci tengono particolarmente a che la festa sia realmente senza freni. Senza nessun moralismo, si deve prendere atto che per loro l’importante è ubriacarsi. Il miracolo è fatto in modo che tutti possano sbevazzare senza limiti con un vino di qualità, quindi altamente alcolico. Possiamo immaginare, nel contesto di amore libero che abbiamo già descritto, gli effetti delle bevande sugli invitati. Quindi, perché scandalizzarsi dei festini che si celebrano con sostanze inebrianti? Possiamo facilmente desumere che, se fosse stato conosciuto il fumo, G non si sarebbe certo tirato indietro e avrebbe ricavato qualcosa dall’erba lì nei pressi.

A questo proposito, è ovvio che il testo non parla di un vero miracolo. Come altrove nei Vangeli è una parafrasi per avvolgere di un’aura di mistero l’opera di G. Possiamo facilmente dedurre dagli avvenimenti che in realtà il protagonista paga di tasca sua qualche anfora di vinello, facendolo mettere poi in altri recipienti per non imbarazzare; un po’ come quando lo si mette in una caraffa per non far vedere l’etichetta. Niente di soprannaturale: cambia l’acqua col vino: butta il primo, mette il secondo. I servi lo sanno, ma se ne stanno zitti: è l’esaltazione della consapevole omertà. Ci insegna che i servi devono coprire i padroni quando ne combinano delle loro: il potente non dev’essere disturbato quando opera.

Nella lode del maestro di tavola allo sposo, quando pensa che sia stato lui a ordinare il vino più costoso, è possibile leggere l’esaltazione dello spendere. Più spendi meglio è, sembra dire l’evangelista. E’ un inno al consumismo, che porta alla felicità delle persone. Teniamone conto prima di condannare con troppa fretta l’uso del denaro. Povertà sì, ma liberalmente.

Per ultimo consideriamo lo scontro di volontà tra la donna e suo figlio. Per pigrizia, spilorceria o perché non ci tiene G cerca di scansare la spesa del vino con una scusa ridicola. I due litigano, in conflitto aperto, ma alla fine quella che prevale è la volontà della madre, che non ascolta neanche quanto l’altro ha da dire. Dal che si capisce che anche colui che si dice divino sbaglia, ed è giusto opporsi al suo volere quando noi riteniamo meglio così.

Che è appunto ciò che noi facciamo: tenetene conto, colleghi, nelle vostre omelie!

cana

La grande sorella

La grande sorella non ha vinto.
E’ questa la notizia. Non basta la quasi unanimità dei potenti della terra, dei loro giornalisti, dei loro intellettuali, dei loro uomini di spettacolo. Non basta la costante demonizzazione dell’avversario, l’insulto e la berlina come mantra abituale. Non bastano i soldi, non bastano i media. Non bastano: esiste una irriducibilità, uno zoccolo duro, una corrente sotterranea che non si lascia infinocchiare dalle parole d’ordine dominanti.
Una corrispondente della BBC riporta: “Qualche settimana fa un collaboratore di Clinton mi diceva che erano confidenti in una vittoria e se avessero perso allora ‘io non conosco più questo paese'”.
Esattamente quello che è successo. Quando si accusa di populismo qualcuno, si riconosce implicitamente di non essere più con il popolo. Comandano tutto e si atteggiano a ribelli. Sono un ceto ricco, drogato di bugie alla moda come il gender, che ha smesso di guardare alla realtà fino a convincersi che coincidesse con quello che credeva. Grave errore. Sono passati dal credere in loro stessi al credere a loro stessi.
Le facce sbaccalite dei commentatori e degli ospiti, stanotte, parlavano da sole. I politici e i giornalisti che si erano affannati a salire sul carro della vincitrice prima che partisse adesso considerano preoccupati la loro insipienza politica, la loro avventatezza. Il carrozzone è rimasto fermo. Sono restati a terra, e quello che hanno detto e fatto non sarà dimenticato facilmente.
Hanno sbagliato a fare i conti sulla realtà. Sono stati tutto meno che imparziali: ricordiamocelo, qualunque cosa tentino di dire, qualsiasi scusa provino a fornire. Non ce l’hanno contata giusta, non si vede perché dovrebbero cominciare a farlo ora.

Quello che è accaduto stanotte è un’altra lezione che occorre comprendere bene. A giudicare da quello che leggo, per qualcuno neanche questa volta servirà.
Quale lezione? Che esiste un limite alle bugie che si possono sopportare senza ribellarsi.

Chiamiamola libertà?

la-bestpix-democratic-presidential-nominee-hillary-clinton-holds-election-night-event-in-new-york-city-20161108

Il mio peccato

Confesso, ho peccato.

La mia è una colpa grave. Desidero, con tutto il cuore, che le elezioni americane le vinca Trump.
Non perché quell’uomo mi piaccia particolarmente. C’è una sola grande ragione per votarlo: Hillary. No, io ho questo desiderio per pura malizia. Nient’altro che per cattiveria, con piena avvertenza e deliberato consenso.
E’ perché vorrei tanto vedere la faccia, dopo,  di alcune persone.
Sapete chi intendo. Le corrispondenti della nostra RAI che sembrano aveve un orgasmo ogni volta che enunciano in collegamento le magiche sorti progressive che ci attendono, manco i seggi fossero a Saxa Rubra. Per non parlare dei giornalisti e degli intellettuali e di certi politici, che paiono a libro paga della Fondazione Clinton tanto godono a spalare pupù sul miliardario biondastro. Ecco, io tutti costoro, e i tanti altri meno noti ma non meno sfegatati, li conosco.

Sono quelli che quando ero piccolo consideravano Mao il nuovo messia. Questo perché Stalin era morto: era lui il loro idolo, prima. Nel corso degli anni li ho visti sostenere ogni genere di mito che poi si disfaceva regolarmente in morte e disastro. Sono coloro che gli ci è voluto un po’ per capire che il muro di Berlino era caduto, e molti di loro ancora non ne sono del tutto convinti. Negli ultimi anni erano quelli che Obama, Nobel per la Pace delle intenzioni, era il Condottiero del Nuovo Avvento, il salvatore definitivo. Vedi un po’ te. E non parliamo di cosa hanno sostenuto qui in Italia.

Insomma sono quelli che hanno sempre sbagliato tutto. Quelli che, se li vedi scegliere un candidato, puoi crocettare l’altro a occhi chiusi. E tuttavia non smettono di pontificare, di demonizzare chi non la pensa come loro, di occupare ogni spazio con la loro certezza di essere nel giusto sempre, pur non essendolo stati mai. E’ per loro, convinti di avere già vinto.
Sì, ammetto la mia colpa. Godrei a vedere la loro faccia smarrita. Sono cattivo, l’ho detto.

Tanto so che ci metterebbero lo spazio di un minuto a cambiare registro. A rinfacciare il populismo, la plebe che niente comprende. Pronti per il prossimo mito.

Ahimé, non so se verrò accontentato. Voi che mi leggete, forse già sapete.
D’altra parte , se vincesse Hillary, alla fine sarei accontentato lo stesso.

la-cina-di-mao-l-italia-e-l-europa-negli-anni-della-guerra-fredda_evoq_singolo_box

Inaccettabile

Sentivo parlare, stasera, di un Vangelo “senza colpa né peccato”. Che è quello che poi desidererebbero i padroni di questo mondo. Resa inutile e dannosa la croce, all’antico peccato è sostitutito il non accettabile.
Quest’ultimo ha l’indubbio vantaggio di potere essere configurato a seconda delle mode. Quello che oggi non è accettato domani potrebbe essere la regola da seguire, se torna utile: è così semplice cambiare la visione delle cose quando si ha la televisione. E internet, e i giornali.

In questo nuovo mondo la colpa di essere inaccettabili la si cancella facendo ammenda, inchinandosi e baciando – di solito metaforicamente – il culo del corretto. La pena per chi si rifiuta è l’essere bandito dal consesso civile, essere vilipeso dai servi e dalle comparse, perdere lavoro e rispettabilità. Imperdonabile è andare contro ciò che è obbligatorio pensare.

Se ci pensate un attimo, e la vostra memoria non è irrimediabilmente corrotta, potrete vedere che la dannazione degli individui oggi avviene per quello che ieri era considerato vanto e onore. E’ un disonore l’essere con il popolo, detto da coloro che si gloriavano di essere il popolo, la sessualità ostentata va o non va a seconda delle persone delle circostanze. Le parole si trasformano nel loro opposto. Il disprezzo più profondo è per coloro che ad esse non si piegano, che dicono le cose come stanno, che hanno memoria del tempo in cui ogni cosa aveva un senso.

Forse è proprio questo il significato più profondo di tradizione. Il saper valutare il nuovo non per cosa esso asserisce essere, ma per cosa è: confrontatndolo con quanto ci arriva dalla saggezza di tanti, dalle esperienze, dai secoli.

Da queste parti sappiamo che il peccato è reale, che la colpa è reale, e non si cancella volendola ignorare. Proprio il contrario: solo la sua memoria, la consapevolezza, possono valerne il perdono. Senza peccato non ci può essere misericordia del peccatore. In fondo l’unica cosa di cui abbiamo davvero bisogno, perché non ce la possiamo dare da soli.

unacceptable