La tempesta e la fiamma

Giornate piene, rigonfie di avvenimenti. Gioie, e dubbi, dolori, amarezze. L’usuale armamentario dell’essere vivi.
Il vivace confronto tra amici. Anche più che vivace, perché quando qualcosa dentro brucia non si può stare freddi.
E quella senzazione che la vecchia Roccia sia smossa dai venti di tempesta, e ancora di più dai ruscelli che scorrono senza fare troppo rumore, ma ne erodono le basi. Sì, perché se c’è una cosa che è evidente, se c’è una cosa che colpisce è la divisione all’interno della Chiesa. Sono solo io che oscillo, o è lei? Oh, lo so che la tempesta c’è sempre stata, è da tutta la storia che cerca di rovesciarla. Forse sono io che la sento particolarmente forte, o forse sono solo più consapevole.

Ho letto e ascolato con attenzione cosa mi dicevano i miei amici, le persone che ammiro e rispetto su fronti diversi, con idee contrapposte su come affrontare la bufera.
Sapete cosa mi è parso? Che avessero tutti ragione. Che ciascuno di loro portasse qualcosa di ragionevole, almeno un frammento di verità. Ma la divisione è profonda, gli animi accesi. Una linea di frattura che si riverbera dall’alto in basso, un solco che affonda nell’abisso. Da una parte e dall’altra, non credo di dovervi portare ulteriori esempi.
Vi dirò: in questo il male ha già vinto. Gender e quant’altro arrivassero adesso, non avrebbe più importanza, perché il nostro stesso cuore sarebbe già caduto: in un modo o nell’altro ci perderemmo, in un intimismo o in un urlo che smarrisce le sue radici.
Anche se vincessimo in solitaria, perderemmo.

Però. Però noi siamo qui a discutere, e discutere non di tempo o di gol, ma su qualcosa che ci infiamma, perché ci importa. E c’è chi ci richiama alla ragione profonda per cui facciamo le cose, e chi ci ricorda che non è se non opera. E tutte e due le posizioni sono vere, e sono vere insieme. Insieme. Questa nostra contrapposizione non diventa divisione e sconfitta solo se prendiamo su di noi il peso di quello che dice il nostro avversario, nostro fratello. Lo prendiamo seriamente, cerchiamo di capire se e quanta ragione abbia. Ragione: tenere conto della realtà secondo tutti i suoi fattori. Che ce ne perdiamo sempre qualcuno, di ‘sti benedetti fattori. Meno male che c’è chi ce li ricorda.
Io ho quello che manca a te, tu quello che manca a me. Chi ci divide ci rende più forti, se ci sosteniamo gli uni con gli altri.

Quindi continuiamo a confrontarci, a tirarcele anche addosso ma senza cattiveria, e ricordandoci che in fondo vogliamo la stessa cosa, che la fonte sotto è la stessa. Che la Roccia stia sicura. Solo così la divisione può tornare unione, e da quella che sembra una brutta circostanza nascere qualcosa di più grande, migliore, oltre quello che la nostra piccola visione di uomini possa prevedere.

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Alto tribunale

Il giudice cercò di prendere fiato, e ne fu quasi spaventato. I suoi polmoni avevano funzionato male per parecchie decine d’anni. I suoi respiri erano stati rantoli, fino a pochi istanti prima. Ora sentiva l’aria scorrergli dentro, riempirgli il torace. Si guardò le mani. Non erano più gli artigli rinsecchiti e macchiati dall’età, ma mani da giovane. Come era possibile?

Ah, già.

Alzò lo sguardo. Ne aveva visti troppi, di tribunali, nella sua vita, per non riconoscerne uno.
Era il tribunale più alto. In effetti, era l’ultimo tribunale.
Ultimo in tutti i sensi, pensò il giudice. Qui niente appello o cassazione. Provò un senso di disappunto. Allora i cattolici dopotutto avevano ragione. Poi un senso di gelo. Se avevano ragione…
Quella sentenza, pensò. Tutto il resto forse me lo possono passare. Ma quella sentenza…
Guardò il Giudice, e il Giudice guardò lui.
Aspettano che sia io a parlare, pensò.
E che diavolo. Sono un esperto di giudizi, io. Conosco il diritto, e so qual è il mio.

“Sono sempre stato un bravo uomo rispettoso della legge, un giudice” esordì. Istantaneamente gli vennero in mente tutti quei piccoli sotterfugi, le migliaia di ipocrisie, le volte che cosapevolmente aveva volto le cose a suo vantaggio. Così non va, si disse. Non devo farmi influenzare dai ricordi, se no rischia di vedersi e influenzare il Giudice.
Doveva parlare della moglie? Non era il caso. Le era stato quasi sempre fedele, ma meglio non sollevare l’argomento per il momento.
“Ho lavorato duramente  in tutta la mia vita. Ho esercitato la carità verso i poveri e sono sempre stato comprensivo e d’aiuto per il prossimo. Ho fatto del mio meglio, su questo non ho dubbi.”
Si guardò attorno in cerca di applauso, ma pubblico non ce n’era. Solo un lieve luccichio, come le luci di milioni di barche lontane in una nottata afosa.
Davvero ho fatto del mio meglio?, si chiese. E gli tornarono alla memoria tutti i casi in cui così non era stato. Tutto ciò che aveva fatto gli sembrò poco, pochissimo rispetto a quanto avrebbe davvero potuto. Attento, si disse, non rimuginare, non devi dare l’impressione di dubitare di te stesso.

Il Giudice ancora non parlava. Aspettava ancora. Non aveva neanche formalizzato l’accusa.
Irritante.
“Vorrei sapere di cosa mi si accusa, se mi si accusa di qualcosa. Ero un giudice stimato, e ho la coscienza a posto.”
Ancora niente. E va bene, tiriamola fuori.
“Se ho emesso alcune sentenze che potrebbero essere…” esitò “…dispiaciute ad una parte della Chiesa si tenga conto che ero stato mal consigliato. Nei circoli che frequentavo un tribunale come questo non era pensabile, e quindi…” la voce gli morì in gola. In quell’istante capì, senza sapere neanche bene come, che quei luccichii distanti non erano il pubblico, ma coloro che avevano sofferto a causa sua. Delle sue decisioni. E che, assurdamente, non cercavano vendetta.

Se non cercano vendetta posso cavarmela, si disse.

“..quindi, io ho giudicato secondo coscienza. Ho preso la mia decisione perché era il mio ruolo, mi era chiesto di farlo, e perchè mi sembrava la decisione più saggia. Non mi si possono imputare colpe che derivano dal non conoscere fatti che non potevo certamente sapere.” Ma qualcosa dentro gli ribatteva: non è vero. Hai scelto in quella maniera perché volevi, perché avrebbe aiutato la tua carriera, perché volevi essere famoso e importante e sapevi che i tuoi amici, quelli importanti, non te l’avrebbero fatta passare liscia se avessi deciso altrimenti. Sapevi cosa sarebbe successo. Non tutto, ma in parte sapevi.

Per un attimo pensò di rimettersi alla clemenza della corte, ma scacciò subito l’impulso. Sarebbe stato interpretato come debolezza, mentre doveva accreditarsi come un giusto che era stato male consigliato.

“Ad ogni buon conto, toccava a me decidere, e ho deciso. E i giudizi emessi non si discutono.”

Il Giudice parlò. “Invece è proprio questo il mio compito. Io sono il Giudice dei giudici.”
E la sentenza fu emessa.

Eyck

 

Il pesce che non ti aspetti

Vi ricordate della pesca miracolosa? No, non quella dopo la resurrezione, ma di quell’altra, tre anni prima, quando Gesù aveva appena cominciato la sua vita pubblica. Aveva già conosciuto Giovanni, ed Andrea, ed anche Simone, a cui aveva affibbiato il soprannome di Pietro. Cristo cominciava a farsi conoscere, e già venivano da tutti i paesi circostanti per sentirlo. Così doveva essere stato in quella mattina di duemila anni fa.

Simone e gli altri avevano pescato tutta la notte. Una sfiga nera. Neppure un pesce, avevano preso. Erano stanchi morti, ed anche un poco arrabbiati. Al porticciolo c’era una gran folla. Gesù parlava, sulla riva, e la gente che si accalcava era tanta, troppa. Avevano attraccato, e si erano messi a lavare le reti vuote, tendendo l’orecchio a quelle parole portate dal vento. Gesù aveva fatto un cenno: prendetemi a bordo. Simone aveva avvicinato l’imbarcazione, e il Maestro era salito. Seduto sulla barca aveva terminato il suo discorso. La gente aveva cominciato ad allontanarsi. E Gesù aveva detto a Simone: prendi il largo, getta le reti.

Ora, non so se avete presente chi era Simone e chi era Gesù. Simone era il più tosto dei pescatori del lago di Genesaret, aveva la sua cooperativa, figlio di pescatore e pescatore da quand’era piccolo. Nessuno conosceva quelle acque quanto lui, sapeva tutti i posti migliori. Però si era fatto un mazzo tanto tutta la notte, e non aveva acchiappato niente.
Gesù era invece il figlio di un falegname. Un falegname, capite? Cosa ha a che fare un falegname con le barche da pesca, a parte fabbricarle? E per di più uno di Nazareth, un paesuncolo abbarbicato sui monti. Ora ‘sto qui, che si è messo a fare il predicatore, viene a insegnare al più figo pescatore del mare di Galilea dove gettare le reti?

Certo, con il senno di poi è facile. Per noi, che sappiamo come finisce la storia, è facile. Ma pensate a quello che deve essere passato per la testa di Simone e degli altri. Ma questo, che vuole? Quello che chiede è del tutto irragionevole. E’ folle. E’ presuntuoso. Io che ho ragione, che ho l’analisi della situazione più corretta, più verosimile, più attendibile, ti dico che è inutile buttare le reti.

Ma Simone si è fidato. Perché era ragionevole fidarsi.
Esiste una ragionevolezza che è seguire la nostra testa, e una ragionevolezza che è seguire i fatti. I fatti erano che quell’uomo aveva qualcosa di più grande di quanto ci si poteva immaginare. Una ragionevolezza che eccedeva ogni ristretta ragione. “Signore, mi pare una stronzata, ma se me lo chiedi tu lo faccio”. Per cui si buttano le reti dove poche ore prima non c’era niente, dove l’esperienza dice che è inutile gettarle, e si tira su invece un numero di pesci che eccede ogni speranza.

La storia della salvezza è un susseguirsi di questo fidarsi oltre ogni calcolo. La storia di una coppia vecchissima alla quale viene promesso un figlio. La storia di un popolo che sfida il deserto inseguita dall’esercito più potente del mondo. Di uomini a cui viene detto: è risorto.
E anche a noi, in questo tempo di tempeste e pesche scarse, è proposta la stessa scelta: fidarci ancora una volta di quello che non ci ha mai delusi, oppure andare dietro al nostro giustissimo ragionamento, al meditato disegno. Seguire un Altro e la sua proposta folle, o noi stessi e la nostra idea di ciò che è.

Che sceglieremo, dunque?

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Grazie a Paola per avermi lasciato usare il suo esempio

Nessuna misericordia – 7 – Lascia i morti dove stanno

Buongiorno, compagni demoni. Qui è il vostro arcidiavolo preferito, Berlicche. Cosa sono quelle facce? Vi aspettavate forse ancora il mio disgraziato nipote, l’ex demone di seconda classe Malacoda? O è sollievo, quello che vedo sui vostri volti? Vi capisco; quel buono a nulla non doveva far altro che seguire gli appunti che gli avevo lasciato ed invece ha fatto un pasticcio. Ovviamente tutte le affermazioni azzardate e le interpretazioni dubbie che ha proferito sull’argomento delle opere di misericordia corporale sono da attribuirsi esclusivamente a lui, ed è lui ad essere stato punito con la retrocessione alla terza classe. Se qualcuno aveva la recondita speranza che sarei stato io a finire sotto il torchio dei demoni guardiani per i miei punti di vista, immagino sia stato deluso.

Ma veniamo a noi, e concludiamo questa carrellata sulle depravazioni che il Nemico-che-sta-Lassù infligge ai poveri mortali che si accontentano delle sue promesse di gioia eterna. L’ultima è forse la più strampalata di tutte:

Seppellire i morti.

Un mortale che vivesse nelle tranquille contrade occidentali avrebbe sicuramente parecchia difficoltà a capire questa richiesta. Un po’ perché le opere di misericordia corporale sono ormai roba per specialisti, da esame di storia dell’arte, mentre al catechismo si insegna a colorare gli angioletti. Un po’ perché la morte, dove abbiamo potuto, l’abbiamo cancellata, rimossa, sepolta come si vorrebbero i cadaveri.
Oggi lassù sulla Terra si muore in modo discreto, senza troppo fastidio, e qualcuno provvede, dietro compenso, ad evitare anche solo di pensare a quest’azione misericordiosa.

Ma in altre parti del mondo, dove il Nemico-che-sta-lassù non è intervenuto con le sue intollerabili intrusioni, la vista di un morto non è così rara. Possiamo essere ben contenti che i defunti restino insepolti, anzi, più ce n’è meglio è. Disinteressarsi di un cadavere, per un essere umano, vuol dire fregarsene di lui: di chi è stato, della sua umanità, di quell’unicità che noi conosciamo bene: ogni anima ha un sapore diverso. L’indifferenza verso un morto è il supremo rigetto del Nemico, perché significa negare di fatto ogni proseguimento dell’esistenza in un mondo migliore. Meglio per noi: il lezzo della decomposizione ci è più gradito di ogni possibile altro profumo. Se l’uomo non si interessa del suo futuro oltre la morte, o nega che possa esistere, rifiuta ogni possibile bontà. Perché la fonte del bene non sta certo nel mondo mortale.

La morte è stata fin dal principio il modo con cui il Nemico si è rivelato alle sue creature, il modo con cui aggira tutti i nostri astuti tentativi di convincere gli umani che possono tutto, che sono degli dei. Nessun uomo può crederlo sul serio, quando ha davanti un morto. Quando vede di cosa è davvero fatto l’uomo.
Il seppellire, l’onorare, il ricordare, sono la base del potere che Quello-di-Lassù ha sulla terra. Gli esseri umani non riescono a concepire che davvero finisca tutto, che tutto si risolva in un marcire nella tomba, per quanto ci sforziamo di convincerli. In qualche modo, sanno. Possiamo solo allontanare per un po’ il pensiero di quanto corta sia la loro esistenza e quanto lunga l’eternità.

Occorre dire che, affinando sempre più le nostre menzogne, oggi questo risulta sempre più facile.
Quanto sono ridicoli questi uomini, che da un lato negano che esistano leggi eterne e dall’altro tentano continuamente di scriverne! Per noi diavoli la durata della loro vita è il breve intervallo prima che il cuoco abbia finito di cucinare.

Invece sono lì, che al posto dei cadaveri cercano di seppellire coloro che non sono ancora morti per potersene liberare come fanno per tutti i defunti. Ciò avviene non perché se ne freghino di ciò che è spirituale, ma perché non capiscono il valore di ciò che è materiale. Tutti questi materialisti in realtà sono dei gran teorici, con un’idea molto approssimativa di quanto conti quella realtà fisica che in fondo disprezzano.
E’ stato un grande errore del Nemico innalzarli sopra gli animali. E lo sanno bene, lassù.

Non per niente il Nemico si è fatto carne, non per niente si continua a far trovare come carne e sangue in quell’orrido miracolo quotidiano chiamato Eucarestia.
Perché, fissatevelo bene in testa demonietti miei, il Nemico è tutto per il presente. Quando esorta a seppellire i morti dice in sostanza che il passato va lasciato indietro, che la vita va vissuta nella sua pienezza. E’ il fondamento della civiltà che ha voluto costruire: onorare i morti, ma come memoria, non come oppressione. Lui stesso non è voluto restare morto, ma è ritornato vivo a rovinarci i pranzi e le cene.

E’ per questo che incita a seppellire i morti. Perché con i morti sulle spalle invece che alle spalle, per l’umanità non c’è presente. E se li si dimentica, li si lascia insepolti, l’uomo è perso in un futuro astratto, proiettato in un’illusione. Magari! Come sarebbe bello!.

Gli umani hanno inventato una potente metafora: gli zombie. Si immaginano che i morti insepolti camminino sulla terra, divorando i vivi. Confusamente capiscono che è proprio ciò che accadrebbe se tralasciassero quest’opera di misericordia. Non nel senso che orde di morti arriverebbero a mangiare tutti: non ci è permesso rianimare defunti e per il cibo non vogliamo concorrenza – Nel senso che loro stessi diventerebbero zombie, cadaveri viventi senza gusto per la vita e intenti solo a divorarsi l’un l’altro.

Tutte le opere di misericordia sono fatte più per chi le compie che per chi ne è il destinatario. In quest’ultimo caso è tanto più esplicito, perché il defunto o è lassù assieme al Nemico o è quaggiù a godersi la nostra buona compagnia. Spero di avervi convinto a non sottovalutarle.
Conclusione? Non cessate mai di incoraggiare gli umani a disfarsi dei vivi fastidiosi, minuscoli o grandi che siano, e a delegarne lo smaltimento. A quello possiamo provvedere noi; per il pagamento del servizio, passeranno più tardi.

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Non siamo una generazione muta

Non siamo una generazione muta. Non siamo un popolo sconfitto. Non stiamo in silenzio mentre altri decidono di noi. Potevamo sembrarlo. Pareva che ci si potesse dire qualsiasi cosa, fare qualsiasi cosa, e noi ce ne saremmo stati in silenzio.
Pareva che fossimo senza capi, e si sa che senza capo si può fare assai poco. E’ sempre l’intellettuale, il superiore, colui che ha capito tutto che decide le cose. Che decide per i muti. Ma non siamo muti.
Sembrava che qualcosa che non passasse ai tiggì non avesse diritto di esistere. Che non esistesse. Che non sia esistita. Un milione di persone, due giorni dopo, sono già sparite, sostituite nei programmi e nei giornali da venti poveretti in una piazza vuota. Ma quelle persone sapevano di esserci. Non puoi dire ad una persona che non c’è. Lei la sa la verità, e anche tu.
Sembrava che non potesse accadere, è invece è accaduto, come qualcosa che nessuno si aspettava. Molti hanno fatto finta di non accorgersene. Muti, come si sarebbero augurati fossimo noi.

Non siamo una generazione muta. Ci hanno educato a chiederci il perché, ed è stata una buona educazione. Non siamo muti. Ci siamo. Testimoniamo. Con rispetto, con forza. Perché non siamo muti, e siamo qui.

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La faccia bella

Mi è divenuto evidente poco a poco che la linea che separa il bene dal male non passa attraverso gli stati, non attraverso le classi, non attraverso i partiti politici, ma attraverso ogni cuore umano.
Aleksandr Isaevič Solženicyn

Quand’è che essere nel giusto non serve a niente? Quand’è che avere ragione non serve a niente?

Quando si è di fronte ad un prepotente. Ad un forte arrogante. Qualcuno che se ne frega di te e confida nel suo potere.
In questo senso la manifestazione di domani a Roma non servirà. Quanti erano in Spagna, a manifestare per l’identico motivo? Quanti in Francia? Milioni. Eppure sono andati avanti lo stesso. Obama sta imponendo il suo volere a botte di sentenze. In Italia accade lo stesso.

Sbaglierebbe però chi pensasse l’inutilità di una mobilitazione. Perché dove non la si è fatta è andata molto peggio. Guardate l’Irlanda. All’imposizione si somma lo smarrimento di un popolo, della sua anima. Perché solo quando si agisce si capisce chi si è.
L’io si coglie in azione. Da come agiamo si capisce a cosa teniamo. Per me non c’è differenza tra andare in una piazza e la vita di ogni giorno. Guai se ci fosse. Se non manifesto per paura di compromettere un dialogo, allora tanto più dovrò nascondermi sul posto di lavoro, al bar, in famiglia. Dove il mio affermare è più diretto, più personale, più gravido di conseguenze immediate. Dove il dialogo è veramente tale, e non tra entità in fondo astratte, forse immaginarie.

Io mi auguro che chiunque scenderà in piazza, domani, abbia questa coscienza: non si tratta di essere contro qualcosa, ma mostrare la faccia bella di chi è nel giusto, di chi ha ragione, e non ha paura di farlo vedere. Se ci sarà un prepotente che se ne fregherà e andrà avanti a fare il male che ha pensato, non potrà comunque cancellare quella faccia e quella coscienza.

Perché anche nell’oppressione e nella menzogna, quello che è vero rimane vero. Giusto è giusto, anche se nessuno lo fa; sbagliato è sbagliato, anche se tutti sbagliano su di esso. Come diceva ancora Solženicyn, “Non c’è crudeltà che passi senza conseguenze. Paghiamo sempre caro l’inseguire ciò che è a basso prezzo“.
Non sarà forse domani, ma in un modo o nell’altro ci sarà chiesto conto di quello che ha fatto vedere il nostro volto.

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Non votiamo Nessuno

Post scritto la scorsa settimana per Pepe

Amici cattolici italiani, come si è visto abbiamo un problema.
Non si capisce chi votare.

Una piccola premessa. Per cattolico, qui, intendo chi è fedele al Magistero e quindi non si inventa diritti e leggi leggendo “Repubica” (scusate, intendevo “Repubblica”). Insomma, per capirci, quei tapini che sono ancora convinti che l’aborto sia un male, che ci si sposi solo tra maschi e femmine e che ammazzare il nonnetto non sia così poi tanto bene. Lo so che essere cristiano è altro, e che quelle sono solo conseguenze, ma passatemela per amore di brevità. Non è che chi “negozia” su questi temi sia ipso facto fuori dalla cattolicità, intendiamoci, fedele, prete o vescovo che sia. Ma dovrebbe rileggersi il catechismo alla categoria “peccato”.

Non si capisce chi votare, dicevo. Un tempo, quando ero decisamente più giovane, tutto quel problema non c’era. Se vogliamo è anche questo che ha causato il dilemma odierno: ci si è trovati scottati da tanti che militavano in una formazione che aveva nel nome “cristiana” ma nei fatti non lo erano molto. Lo si è visto quando quello scudo è esploso: gli schizzi sono finiti ovunque.
Come conseguenza di quel botto, ai cristiani è stato raccomandato di votare quei partiti e quelle persone che meglio rappresentavano i valori cristiani. E qui è stata grande confusione, perché ognuno aveva una sua idea di cosa fossero quei valori. Chi privilegiava il sesto comandamento e chi il secondo, chi il settimo e chi il quinto. Pochi che si filassero l’ottavo, e soprattutto che ponessero innanzi il primo.

Così i vari partiti, dall’estrema destra all’estrema sinistra, si vantavano ognuno di avere il proprio drappello di cattolici. Qualcuno ci aveva anche tentato, di fare un raggruppamento che fosse proprio cristiano, salvo poi doversi agganciarsi ad altri carrozzoni più pubblicizzati e con più dané. Con tutte le conseguenze di chi si accoda.

Ma la realtà è inesorabile. Se devi tacere chi sei per tranquillità di schieramento nessuno ti sente, nessuno ti vede. Se ti fai sentire, rischi di venire scacciato, perché non ti omologhi.
Quello che c’era di cattolico nei programmi dei vari partiti è stato via via annacquato, poi messo da parte, poi espulso. Non che il voto dei cristiani non sia ancora cercato: ma ormai si preferisce cambiare i cristiani piuttosto che cambiare il programma.

Siamo giunti all’oggi. Il partito che più è stato per gli ultimi anni la casa dei cattolici, nel senso che dicevo, li ha vomitati ed ha virato decisamente verso l’area liberal libertina che era l’altra sua anima. Il vomito di cui sopra si è cristallizzato in partitelli ondivaghi, con un nucleo di tosti irriducibili. Ma votare i quali significa triturarsi i piedi con la motozappa, allegati come sono in una coalizione che mal li sopporta e sostiene il contrario di quanto affermano. Il centrosinistra del novello manovratore ha abbondato con le parole ma ha dimostrato con i fatti che dei “valori cattolici” gliene frega niente. Chiesa, stai serena. Alle camicie verdi interessa più una tradizione morta che una Chiesa viva, i grillini detta Chiesa la preferirebbero morta e basta. Del resto degli sfridi taccio che è meglio.

Eppure la crescente disaffezione al voto qualcosa vorrà pure dire. Il cattolico in politica è sempre più come il signor Nessuno omerico: per non finire ingoiato dal gigante, non dice il suo nome e fa finta di non esserci, mimetizzandosi con le altre pecore. Ci credo che poi ci si fida poco dei troppo astuti. Se devo votare Nessuno, tanto vale che voti nessuno.

Per esemplificare, si arriva al paradosso irlandese, dove quel 40% che rifiutava i matrimoni gay non se lo filava nessun partito, non era rappresenato da nessuno. Tutti convinti, a forza di editoriali, menzogne e dollari, che il cristianesimo sia dalla parte sbagliata della storia e sia destinato a scomparire. Certo, se ci si crede; o meglio, se non si crede.

Signori politici, e voi che politici non siete ma che avete a cuore il vivere umano, vi scongiuro: dateci un partito da votare, dateci un nome da seguire, e se non sarà perfetto non importa, ma datecelo. Trovate il modo di contare senza scontare e di dire chi siete senza capriole. Unitevi. Siamo tanti che vi vorrebbero così, e che butteranno il voto in seconde scelte piuttosto che scegliere chi vuole il peggio.
O voteranno Nessuno. E gli altri ciclopi ci prenderanno in giro.

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No more blues

Ho ricevuto ancora una volta una correzione sul fatto che sarei troppo pessimista. No, non è vero. Lo sono stato, lo ammetto, in un passato ormai lontano, ma quei tempi sono finiti da un pezzo. Io sono in uno stato di perpetua meraviglia per la bellezza che mi circonda. Ma…

…a leggere i miei post, in effetti, c’è una certa cupezza che aleggia.

Uno che mi giudicasse solo da quanto scrivo potrebbe avere un’impressione di me non corretta.  Ma non sono così!

Io ne faccio di post che esaltano la bellezza, la gioia, eccetera eccetera. Sono sistematicamente i meno considerati. Anch’io, fossi in voi, lettori, avrei poco da commentare. Se va tutto bene, se funziona ogni cosa, tuca nienti! Non toccare niente, va bene così. E’ quando c’è qualcosa che va storto che siamo chiamati all’azione, al commento, che ci mettiamo in moto. Quando non ci sono problemi è difficile riconoscerlo. E’ umano.

E gli argomenti caldi, da trattare, quali sono? Non certo le buone notizie. Sono questo o quel disastro, quell’attacco alla realtà, quella disgrazia. Se mi chiedono di scrivere di attualità, nove volte su dieci l’attualità è qualcosa che va male.

Diciamo che me la sono anche un po’ voluta. Avrei potuto parlar di santi improbabili, o scrivere aneddoti buffi sulla scuola. Invidio con tutto il cuore coloro che ci riescono, ma non ne sono capace. Non a lungo. E’ il mio vecchio corvo che mi picchietta sulla spalla.

Si aggiunga un’ultima considerazione. Vale anche per me quanto diceva Guccini: “se son d’umore nero allora scrivo (ma di solito ho da far cose più serie)”. C’è chi è stimolato dalla gioia del sole e dei fiori, io ho la vista troppo lunga, o la mente troppo contorta, e scrivo della tempesta all’orizzonte.

Ma pensate questa: in fondo io scrivo sempre del bello. Se non ci fosse una vibrazione verso il positivo, non avrei niente, solo cinismo. Concedetemelo, non sono cinico. Se sono talvolta scuro è come il nero del temporale, foriero dell’azzurro che già si intravede dietro le nubi. E che, sempre, metto in coda. L’ultima parola è sempre la luce.

Di tanto in tanto ne ho bisogno, di alzare di qualche ottava il mio borbottio, perché diventi un canto. No more blues. Quando vi paio troppo scuro ditemelo. Non prometto piccoli elfi gioiosi e fiorellini, ma farò uno sforzo.

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Nessuna illusione

Quanti insulti, quanta ingiustizia, quanto odio talvolta ci tocca subire. Di quando in quando proviamo ad evidenziare la contraddizione, a chiedere, “Ma perché tutto questo? Che ti ho fatto?”
Illusi. Pensiamo ancora che il male abbia bisogno di una ragione. Che l’odio sia sempre razionale. Che la violenza sia una reazione a qualcosa che abbiamo fatto.
Illusi, e ancora illusi. Chi fa il male si compiace del suo male. Non deve avere una ragione. Il male è irragionevole, perché è assenza di bene, e la ragione invece è bene.
L’odio non ha bisogno di un perché in termini umani, né di una giustificazione.
Non attendiamoci pietà o ragionevolezza da chi ha scelto di fare il male. Se c’è una possibilità, è oltre le nostre forze.
Non verremo risparmiati. Evitiamoci questa illusione.

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Noi

Io ho cominciato ad essere realmente cristiano quando ho incontrato persone che vivevano davvero il cristianesimo, in modo attivo. Grazie ad un movimento che, storicamente, è nato quando due ragazzi si sono alzati in piedi in un’assemblea e hanno detto “Noi cattolici…”
Ci sono due cose notevoli in quel fatto storico: che fosse un’assemblea pubblica e non un raduno religioso, e quel “noi”.

il noi è sempre pericoloso, è un rischio, è lo sguardo del trapezista. O è preciso, o rischia di andare troppo largo e cadere. Qualche volta è più che pericoloso, è intenzionale. Va usato con coscienza.

Ma se il “noi” è riferito a chi c’è, a chi si alza in piedi, allora non c’è equivoco. Ci si mette la faccia. Noi.

Io sono stato educato a metterci la faccia. Educato, perché normalmente uno tenderebbe a sgusciare, a non coinvolgersi. Specie quando è rischioso, quando si hanno tutti contro.
Ma non mettere la faccia vuol dire perderla. Smettere di averla. Smettere di essere.

La faccia la si può mettere in una piazza, in un giornale, in una discussione al caffé. La faccia di chi porta qualcosa, non di chi porta via. Qui o là, purché si possa dire noi, essere noi.
In piedi, tremanti ma sicuri, perché certi di qualcosa che non siamo noi a fare. Noi.

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Nessuna misericordia – VI – Lasciare da soli i carcerati

Abbiamo quasi finito, cari amici demoni! Che faticaccia! Ci rimangono solo due opere di misericordia corporale da distruggere ed avremo terminato. Mio zio, l’arcidiavolo Berlicche, ha lasciato me, Malacoda, demone tentatore di seconda classe, da solo a fare il suo lavoro. Ma non vi pare che io sia finora stato un grande? Certamente avrò una promozione, specialmente dopo che Laggiù avranno sentito la conferenza di oggi, che è su

Visitare i carcerati.

E’ chiaro che il Nemico-che-sta-Lassù, inserendo nell’elenco quest’opera di misericordia, ha voluto provocarci.
Il carcere è il nostro regno. Nella peggiore delle ipotesi è il luogo dove, purtroppo, si rinchiudono quelli che hanno compiuto qualche malvagità. Nell’ipotesi migliore il posto dove i nostri amici di maggior talento angariano e torturano degli innocenti, cercando di spezzarli. In tutti i casi il nostro dominio, che lo si voglia vedere da una parte o dall’altra.

Perché un essere umano vorrebbe andare in un posto del genere? A meno che non sia un sadico, o un masochista, è chiaro. Ma un normale mortale avrebbe tutte le ragioni per passare alla larga. Cosa viene richiesto poi dal Nemico? Non di confortare, o tentare di liberare, ma semplicemente visitare. Quale scopo mai può avere una semplice visita? Davvero incomprensibile. A meno che, naturalmente, il Nemico non voglia che i suoi tocchino con mano cosa succede a dare ascolto a noi. Una visita per prendere esempio, come in uno zoo. Approfittandone magari per tormentare e umiliare i condannati. Allora però perché chiamarla opera di misericordia? Non capisco.

Mio zio Berlicche, nelle sue note, suggerisce che il Nemico abbia in realtà motivi completamente diversi e a mio modo di vedere assurdi. Lassù non vogliono che nessuno si senta abbandonato, dice. Per quanto in cielo facciano cose strane, questa mi sembra grossa. In fin dei conti, dopo che la vita dei mortali è trascorsa, i dannati li lascia a noi. D’accordo che fino a quando non hanno tirato l’ultimo respiro lui ci tenta, a portarseli nel suo paradiso, ma cosa conta?
E l’altra motivazione che mi scrive mi sembra lo stesso priva di senso. Quella di fare vedere ai suoi che quelli che sono caduti, che hanno sbagliato, non sono poi così diversi da chi l’errore non l’ha commesso. Che tra l’essere fuori e l’essere dentro c’è solo un confine sottilissimo. Ma si può? Mio zio si è rincretinito: quelle nelle carceri sono persone che i servi del Nemico dovrebbero disprezzare, o temere. Roba nostra.

Anche se prendessimo per buone le parole di mio zio, resta il fatto che non è così difficile convincere gli umani a starsene alla larga dalle prigioni. Cos’ha a che fare un buon cittadino e un buon cristiano con quella marmaglia che sta rinchiusa in un carcere? E’ solo ragionevole rimanerne il più lontano possibile. Non dobbiamo fare altro che assecondare questa tendenza.

Il nostro intento sarà perciò rendere inutile l’andare a visitare i prigionieri, o sconsigliabile, o praticamente impossibile. Vado a spiegare come.

Noi demoni lo sappiamo bene quanto sia scivolosa l’anima umana. Pensi di essere riuscito a conquistarla, di averla corrotta per sempre, ti rilassi e zac! Uno sguardo, un incontro, un attimo e quella ti rientra nella grazia. A ben pensarci, potrebbe essere proprio questa la ragione per cui il Nemico in persona ha invitato a visitare i carcerati: per dare anche loro la possibilità di quello sguardo puro.

Bisogna quindi negare che l’uomo possa cambiare. Dobbiamo mettere in testa agli uomini che sbagli una volta, sei fregato per sempre. Inutile stare dietro a della feccia del genere: i carcerati sono solo da disprezzare, si deve avere vergogna di loro, ci si deve dimenticare che esistano. La Redenzione è una balla: prova a dare loro fiducia, vedrai come ti imbroglieranno.

L’odio del moralista per chi sbaglia è più appiccicaticcio persino della pece dei nostri pozzi ardenti. Se esalteremo quelli che non fanno mai errori, i giusti per definizione, i campioni della legge e dell’ordine, basterà qualsiasi mancanza per scagliare il nostro carcerato, ancora vivo, in un inferno umano più profondo perfino del nostro. Segnato per sempre. Irrecuperabile.

Sconsigliabile quindi associarsi con simile spazzatura. Chi va a visitare qualcuno in carcere sicuramente ha con lui traffici innominabili, si sporca, è qualcuno da tenere d’occhio. E’ una questione di reputazione, e non solo. E’ un mettersi volontariamente sotto l’occhio della legge, un occhio che noi facciamo di tutto per mantenere miope e strabico. Ed attirare l’attenzione di qualcuno miope, strabico, sospettoso e pure armato è molto pericoloso.

E’ proprio per evitare pericolosi contatti che lo Stato che noi amiamo farà di tutto per rendere difficoltoso o impossibile andare a trovare i carcerati. Li spedirà lontano, in posti irraggiungibili, chiederà permessi folli per poterli contattare, renderà le visite quanto più rade è in suo potere. Tutto per il bene del cittadino, e per dimostrare che ha il potere assoluto sulle vite di quanti da lui dipendono. Lo Stato esemplare il carcerato lo fa sparire; se farlo ricomparire, lo deciderà a suo tempo.

Mio zio qui la fa un poco lunga. Per come la vedo io, basterebbe che in carcere ci finissero solo i servi del Nemico e i nostri amici restassero fuori, ed il problema sarebbe risolto alla radice. Altro che visite ai prigionieri! Quelli si visiterebbero solo più tra di loro, perché di libero e misericordioso non rimarrebbe nessuno.

E’ una tecnica che nel passato anche recente abbiamo applicato più volte, ma che stiamo continuamente perfezionando. Proprio mentre vi sto parlando ci sono demoni legali e politici amici che lottano strenuamente per fare approvare sempre nuove leggi che facciano proprio questo: mandarne in carcere il più possibile. Com’erano belli quei tempi e quei paesi in cui tutti i servi del Nemico erano imprigionati o tremanti e nascosti, e noi fuori a spassarcela. Chissà se torneranno.

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Permetti una parolina?

Caro Stato, qui è la Famiglia che parla. Non fare quella faccia stupita: so che pensavi di essere solo. Ma non è così. Io ero qui da molto, molto prima di te: sono così antica che i primi uomini mi trovarono già lì. Tu, invece, sei il tipico parvenu che fa la voce grossa credendo di essere qualcuno. Non ti illudere. Io esisto, a te ti hanno inventato, bello. E non sono neanche ancora riusciti a decidersi bene su che faccia hai. Quindi tu vorresti venire a dire a me chi sono io? Ma fammi il piacere. Passi tutto il tempo a litigarti dentro! Come? Sì, anche noi litighiamo, ma a differenza tua al nostro interno ci amiamo. E’ questo che ci regge e ci fa forti; sappiamo chi siamo, mentre tu neanche ancora l’hai capito. Non sai chi sei tu e vorresti dirmi chi sono io, robe da pazzi. Mi obblighi perfino a scomodarmi, a venirti a parlare per ricordarti che dovresti stare al tuo posto. Già, il tuo posto. Quello che ti compete. Che non è quello di dire chi dovrei essere, come mi dovrei regolare su ciò che mi riguarda, ma quello di fare sì che io possa vivere il meglio possibile. Non mi confondere con qualcun altro: io sono io, e nessun tuo editto potrà cambiare questa realtà. Le tue sono parole, la mia realtà e vita, e il futuro: persino il tuo. Se anche ripeti parole che qualcun altro ti suggerisce (la conosco, sai, quella voce: mi è costata cara, in passato) presto o tardi si capirà quanto valgono. Niente.
Per concludere, caro Stato, te lo dico sorridendo: tu non hai potere su di me. E se credi invece di avercelo, caro il mio giovincello, non sarò io a poterti togliere l’illusione. Saranno gli anni, sarà il tempo. Perché io sarò ancora qui dopo che tu sarai sparito da un pezzo. Forse mi avrai fatto male, ma sai una cosa che io, Famiglia, so fare molto bene? So perdonare.

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Il cielo visto dal basso

Io sono uno a cui piace guardare al cielo.
Forse l’avevate capito, dato il sottotitolo di questo blog. Ma ciò non è vero solo metaforicamente. A me il cielo piace davvero.
Potrei stare pomeriggi interi sdraiato in un prato a fissare le nuvole. E se poi diventa buio e splendono le stelle, ancora meglio.
Ma il tempo, il tempo…il tempo è geloso, e quando mai trovarlo, quello per stare anche solo un’ora a naso all’aria?

Ed a me che piace guardare il cielo, il cielo davvero non lo guardo mai. Perché noi uomini viviamo in orizzontale: se fissiamo lontananze, lo facciamo non alzando lo sguardo ma aguzzando gli occhi. La nostra testa ben di rado si rovescia all’indietro, per contemplare gli abissi d’aria sopra noi o per una risata.
Me ne sono reso conto bruscamente cambiando auto.
La mia vettura precedente aveva fatto quasi cinque volte il giro del mondo ed era più vecchia di mio figlio, che è più alto di me. E’ stato proprio lui ad insistere: la macchina nuova, prendiamola con il tetto trasparente.
Io ero dubbioso. Un’esperienza precedente con un tettuccio apribile non era stata idilliaca. Ma alla fine ho ceduto.
Così mi ritrovo con un vetro sulla testa. E mi accade una cosa strana: sebbene il cielo sia lo stesso di quando non viaggio in auto, è quando sono alla guida che il il mio occhio è più attirato verso l’alto. Come ho detto, di solito noi guardiamo in orizzontale. Ma il tettuccio obbliga quasi a fissare direttamente lo zenit, proprio in su. E il cielo visto dal basso ha una fisionomia diversa da quello sbirciato tenendo la testa in piano, è un buco nell’infinito, è come staccato dall’orizzonte terreno in cui ci muoviamo abitualmente.
E’ ovvio che non posso stare a lungo con il naso all’insù: la macchina è troppo nuova per conoscere la strada da sola. Lo sguardo però torna appena possibile verso quell’azzurro venato di bianco che mi chiama e mi sussurra: c’è altro.

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La strada delle illusioni

In un’illusione ottica la nostra mente interpreta le immagini basandosi su dei presupposti falsi. Date un’occhiata alle strade qui sotto:

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Sembrano andare in una certa direzione, ma è tutta un’illusione: puntano altrove.

Occhio a seguire un certo cammino solo perché sembra adattarsi a quello che pensiamo, solo perché è lì. Capissimo dove davvero ci porta, ben altre strade prenderemmo!

Carne astratta

Ho avuto uno scambio d’opinioni con una persona che sosteneva che i miracoli eucaristici sono dannosi, perché distolgono dal cercare “la sua presenza operante nei cuori e nei gesti”.
Mi sono permesso di dissentire. Intanto i miracoli ci sono, e se diciamo che sono dannosi dovremmo chiederci perché ci sono; e poi quella nell’Eucarestia è vera presenza di Cristo. Se Gesù avesse voluto dire di guardare solo “ai cuori e ai gesti” si sarebbe potuto risparmiare tutta la manfrina dell’Ultima Cena. Certo che però sarebbe stato ridicolo: le persone il cui cuore e gesti avrebbe dovuto indicare erano quegli stessi seduti a tavola con lui, che di lì a minuti l’avrebbero abbandonato e tradito, dal primo all’ultimo. Si fossero guardati, che avrebbero visto?

Domenica ho accompagnato Cristo in giro per il mio paese. Io reggevo un’asta del baldacchino, un privilegio di classe*. Le strade erano svuotate dalla calura, e a parte quelli che partecipavano alla processione del Corpus Domini, pochi volti per via. Avevo proprio di fronte le bambinette che, secondo tradizione, gettavano petali di fiori al passaggio dell’Eucarestia. Con il caldo e la fatica del cammino le piccole si distraevano spesso; e di tanto in tanto le madri, con un’occhiata o una parola, le rimettevano in riga.
Vi domando: se quelle mamme non fossero state fisicamente lì presenti, ma fossero state solo un’idea, un esempio da seguire, un ricordo, sarebbe andata allo stesso modo? Le fanciulline avrebbero seguito la processione o si sarebbero presto disperse, litigando o chiaccherando tra loro, dimentiche del loro compito?

Noi tutti siamo ragazzini, che fanno grandi discorsi di bene e di umanità ma che siamo pronti a distrarci, a seguire la nostre idee invece del percorso che Qualcuno molto più grande di noi ci ha fissato. Senza carne concreta ogni ideale diventa presto astratto,  da astratto inconsistente, e poi lo si dimentica come accade per ogni cosa inutile. A noi serve che quel Qualcuno più grande sia vivo e presente, a ricordarci spesso la sua autorità. Cioè che è l’Autore nostro, e di ogni miracolo che quotidianamente avviene.

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*classe 1965

Nessuna misericordia – V – Mai visitare gli infermi

Ciao a tutti, demoni e simpatizzanti. Qui è sempre il vostro Malacoda, diavolo tentatore di seconda classe, che vi spiega come impedire agli umani di realizzare quegli atti schifosi noti come “opere di misericordia corporale”.

Credo che ormai mio zio Berlicche, il famoso arcidiavolo, il vero titolare del corso, non si farà più vedere. Siamo già alla quinta puntata,

Visitare gli infermi

e si fosse degnato una volta! Per fortuna basta seguire i suggerimenti che mi ha mandato.
Che questa volta me la cavavo anch’io, tanto è facile. Chi ha voglia, tra gli uomini, di stare dietro agli ammalati? I nostri capi hanno fatto uno splendido lavoro in proposito. Sono secoli che martellano il genere umano su quanto è meraviglioso stare bene e sulla bellezza di essere perfettamente in salute, suggerendo che chi non è sano è solo un peso inutile. E’ per questo che gli infermi non li vedi mai; i nostri li tirano fuori solo quando serve, ovvero per dire quanto sarebbe meglio che se ne andassero fuori dai piedi una volta per tutte.

La persona di successo non può ammalarsi. E non può permettersi di badare agli infermi.
Abbiamo riempito l’uomo moderno di cose da fare, sempre più pressanti e urgenti; l’idea di perdere il suo prezioso tempo dietro a qualcuno che sta male, fosse anche chi gli ha lavato il sedere quando era piccolo, è per lui il peggiore degli incubi. Oltretutto gli rammenta che anche lui è fatto di carne, ricordandogli che presto potrebbe toccargli la stessa sorte. Ah, Nostro Padre che sta Quaggiù non voglia! A noi i mortali piacciono ignoranti della loro mortalità, convinti di avere davanti tutto il tempo di questo mondo per raddrizzare le loro vie. Non sapete quanti ci dicono “ma stavo per confessarmi”, “stavo proprio per cambiare vita”, sulla barca che li sta portando nella loro nuova bolgia.
E vi do una ragione di più per impedire questa opera di misericordia. Ricordate che, oltre al visitante, c’è anche il visitato: abbandonati, da soli, bisogna essere dei santi per non sentirsi inutili e disperati. E la disperazione è il migliore condimento per un’anima destinata alle nostre tavole.

La migliore maniera di evitare queste dannosissime visite agli infermi è esaltare la repulsione che ispirano agli altri mortali. Il tentatore, ci suggerisce il mio saggissimo zio, qui dovrà usare prudenza: lo schifo provato non lo si può, ancora, raccontare in pubblico. L’umano non del tutto corrotto, invece di ammettere il ribrezzo, cercherà una maniera di giustificarsi.
Questo perché il Nemico, per renderci le cose difficili, ha nascosto dentro i mortali la pietà per i loro fratelli. Condizionamento difficile da superare anche per noi. Ma non impossibile. Basta convincerli che abbandonare il sofferente rientra nel grande ciclo della vita, e che in fondo è meglio per loro essere affidati a professionisti dell’assistenza piuttosto che a quanti li tengono cari.
Che sia socialmente accettabile fregarsene del prossimo, questo è ciò a cui devono mirare i nostri amici giudici e legislatori. I risultati sono ottimi, ma la strada è ancora lunga.

Il disgusto si nutre della paura della morte, della sofferenza, del contagio. Le paure vivono dell’ignoranza; più riusciremo a fare sì che il dolore sia tenuto distante dalla quotidianità più aumenterà la riluttanza a condividerlo. Dobbiamo disabituare i mortali al contatto umano, alla realtà vera; impareranno a volere più bene ad un cagnolino, un gattino, un albero che al vecchietto della porta accanto.

Se non si vuole che gli infermi siano visitati, un buon modo è eliminare gli infermi. Se convinciamo l’anziano o l’ammalato che il mondo se la caverebbe meglio senza la loro presenza, saranno essi stessi a implorare di eliminarli. Con quanto sollievo il figlio si libererà della madre, vecchierella inutile! Me lo ha chiesto lei, dirà: e per una volta l’erede obbedirà prontamente.
Non parliamo poi di quelli che l’amore è tutto. Vediamo quanto dura l’amore per i begli occhi blu quando questi guardano fisso un soffitto. La Chiesa del Nemico era saggia a pretendere che quel “in salute e in malattia” fosse preso sul serio dagli sposi. Per come abbiamo ridotto le coppie oggi è già tanto se non si mollano al primo raffreddore.
Abbiamo fatto perdere l’abitudine a soffrire; e con essa la sofferenza volontaria, che si chiamava sacrificio. Gli umani non si sacrificano più neanche per coloro che dovrebbero avere a cuore, figurarsi gli estranei come vorrebbe il Nemico. Odiano il dolore, che non capiscono, e pretendono che sia soppresso; e con soppresso intendo proprio questo.

Naturalmente non possiamo sempre sperare in una eliminazione definitiva dell’infermo. Ai nostri fini, abbandonarli in una bella casa di cura o un ospizio può andare altrettanto bene. E pensare che i seguaci del Nemico-che-sta-Lassù avevano pensate certe strutture per ospitare quelli che non avevano nessuno; oggi, servono ad accogliere a pagamento quelli che qualcuno vuole rendere nessuno.

Ma il progresso non si ferma: in futuro riusciremo anche ad eliminare sempre più bisognosi con azioni preventive. Siamo riusciti a far passare il concetto che le infermità si possono debellare eliminando l’infermo. Pur di non averne uno in casa molte madri e molti padri sarebbero disposti ad ogni sacrificio, ad esempio sacrificare loro figlio e l’essere padri e madri.
L’ultima frontiera è sterminarli all’origine, selezionando un embrione a spese degli altri. Un concetto, lasciatemelo dire, molto diabolico. Oltre a massacrare innocentissimi produce caini inconsapevoli; bimbi oggetto fabbricati con la pretesa che siano sani, ma che, potete contarci, si ammaleranno come gli altri.
Il Nemico ha previsto un tempo nel mondo per ciascuna delle sue creature; pensare di poter eliminare il metodo principale che usa per portarsele lassù è da sciocchi.
Ma gli umani sono sciocchi, facili da illudere e prendere in giro. Se no, come faremmo noi diavoli ad acchiapparne tanti?

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Fate inversione appena potete.

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Tristi scimmiette

Ho appena finito di leggere un articolo sulla “Chiesa atea”. Dei tizi che promettono “tutto il bello delle religioni, ma senza religione”. In pratica, si riuniscono la domenica mattina a cantare canzonette pop del secolo scorso e a dirsi quanto sono bravi a non credere in Dio. C’è la predica e lo scambio della pace. Niente di nuovo: i rivoluzionari francesi del 1700 si recavano alle funzioni della dea Ragione, prima di andare a tagliare le teste di nobili, monache e popolani.

Mi impressiona l’orgogliosa disperazione di quei personaggi e dei commenti all’articolo, perlopiù lucide bestemmie verso ciò che non si crede esistere. “A me basta sapere che al mondo ci sto, se ho bisogno di qualcosa di più guardo alle meraviglie della scienza”. Ma domandarsi perché ci sei, perché la scienza esiste, perché è meravigliosa proprio no?

Così dobbiamo credere nell’umanità, dite. Ma mi sapete dire nome e cognome di un singolo essere umano in cui credere? Voi? Me? L’umanità diventa dio, e non è un dio amabile. “Amo l’umanità, sono gli esseri umani che non sopporto” diceva Charlie Brown.
Il problema è che ciò che reputi essere la cosa fondamentale nella vita quello diventa il tuo dio. Se è nulla, il tuo dio è il nulla. Ma credere nel nulla è impossibile, così si finisce per credere in se stessi, la cosa che gli è più prossima.

Se l’universo è “freddo e senza significato”, perché cercare ancora di dargli un senso? Se la regola d’oro dell’ateo è “fare agli altri come vorresti fosse fatto a te“, perché dovrei?
Vorresti un assegno di mille dollari? Sì? Allora fallo a me. Le tue regole sono “Empatia, moralità, decenza, gentilezza, non causare sofferenze non necessarie, essere sempre compassionevoli, non usare prodotti basati su animali“. Perché? Chi te lo fa fare? Se niente ha senso, perché essere gentili e non godersela a sbafo?  Se niente ha senso, perché ostinarsi? Perché forse ci si rende conto che senza significato non ha senso vivere?
Se la vita non ha scopo, ogni cosa che dici o fai, compreso trovare o agire secondo regole morali, è uno spreco di tempo. Non che il tempo abbia senso.

Ma noi, io e te, siamo qui, e questo è un fatto.
Se cerchi una ragione che dia senso alla tua vita, perché non l’originale, ciò che per definizione è il massimo di tutto, invece di scimmiottare accontentandosi di imitazioni?

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La chiave del Regno

Meno male che ci sono le sorprese. Meno male che può accadere qualcosa di inaspettato, che ti può portare dove non pensavi. Io mi sono sentito molto Bilbo Baggins davanti ad Elrond, sabato pomeriggio, ascoltando Marco Respinti commentare ad un gruppo di ragazzini il secondo film de “Lo Hobbit”. Voi che mi leggete abitualmente lo sapete: l’opera di Tolkien la conosco molto bene, ma mi sono accorto in fretta che qui si era su un altro livello. Pure in un discorso rivolto a bambini e ad adolescenti sono stato sorpreso da punti di vista per me nuovi.

Ve ne cito solo uno. I nani del libro e del film sono coraggiosi, forti, hanno dedicato tutta la vita, sacrificato ogni cosa per la riconquista della avita Erebor. Eppure di fronte alle difficoltà, quando pare che il successo sia irraggiungibile, si perdono d’animo e rinunciano: buttano via la chiave in cui risiedeva tutta la loro speranza. Non per mancanza di coraggio, appunto, ma perché la realtà si è mostrata diversa da quanto si aspettavano. E’ mancato il passo successivo: se le realtà si è mostrata differente, forse anche la mia interpretazione, la mia aspettativa erano sbagliate.
Bilbo, che è molto più pratico e prosaico, che non ha nutrito di illusioni e di attese gli eventi, ha la pazienza e il genio di capire quanto va fatto. Dove va messa la chiave che apre la porta del Regno.

Reale contro ideologia. Che anche quando è rivolta al bene ci fa sbagliare. E mi chiedevo, ascoltando e pensando, se talvolta anche noi possiamo assomigliare ad un manipolo di avidi nani che sanno troppo bene cosa c’è da fare, e per questo incapaci di comprendere che riconquistare un regno può essere molto diverso da come ci immaginiamo.

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La piccola rana urla la sua sfida. Mi ricorda un giocattolo, quelle figurine di gomma con un fischietto sul fondo. Le premevi e il fischietto suonava, producendo un curioso pigolio: io, io, io smembrava ripetessero. Il bambino le schiacciava e loro replicavano quel loro verso, come se non fossero state dei balocchi, come se il suono che emettevano non fosse la mano di un altro a causarlo: io, io, io, io, io…
Chissà se anche noi appariamo così al Creatore: figure minuscole, carine, piene di spocchia, che aprono la bocca per emettere la loro orgogliosa affermazione, il loro potente grido di guerra: io, io, io, io…

Nessuna misericordia – IV – Respingere i pellegrini

Sono ancora io, Malacoda, il vostro demone preferito.

Mio zio Berlicche sembra proprio che non abbia nessuna intenzione di comparire, neanche stavolta. Mi ha mandato ancora il solito bigliettino con su scritto cosa dire. Sarà anche un arcidiavolo, ma se la piglia comoda. Mi sa che toccherà ancora a me spiegarvi come eliminare dalla Terra le opere di misericordia corporale. A che punto siamo? Ah, già, la quarta.

Ospitare i pellegrini.

Mah.
Per prima cosa, dicono gli appunti di mio zio, bisogna chiarire chi siano i pellegrini. Non tutti i viaggiatori lo sono.
I pellegrini sono coloro che arrivano da lontano, e sono in cerca di qualcosa per loro stessi in posti a loro sconosciuti.

E’ tanto più comodo per noi quando gli umani sono abitudinari. Se stanno fermi sono comodissimi da corrompere, mentre un bersaglio in movimento è decisamente più complicato da colpire. Un umano che rimane seduto sul suo divano tra le sue quattro cose è il nostro ideale diabolico. Ama di più la sua comodità, le sue idee, quanto possiede, di tutto il resto. Non cerca di meglio. Tutti sappiamo quanto marcisca in fretta il cervello dei mortali se non viene mai rimescolato.
Per questo spesso è proprio il Nemico-che-sta-Lassù a spingerli a partire. Ha ficcato dentro loro questo tarlo, muoversi per capire e migliorare loro stessi.
Il viaggiare è pericoloso e difficoltoso, sia per il corpo che per la mente degli umani. Sconvolge le loro abitudini. Se il Nemico davvero tenesse a loro avrebbe dovuto trovare un altro metodo che non li affaticasse troppo. E’ quello che spesso suggeriamo ai mortali, assieme alla tentazione che in fondo non ne vale la pena. Ci credereste? C’è chi parte lo stesso.

Questi pellegrini, come ho detto, partono senza sapere dove andranno a finire. In un pellegrinaggio difficilmente è tutto pianificato, tutto già saputo. Se no si chiama gita, passeggiata, scampagnata. Non ci fossero novità verrebbe a cessare l’intento che il Nemico ha: far vedere le cose in modo diverso. Il pellegrino non sa cosa troverà nel posto dove sta andando. Non sa dove dormirà, come si sfamerà. Il pellegrino è uno straniero in terra straniera.

Va bene che il pellegrino deve mettere in discussione se stesso, ma il Nemico non vuole distruggerlo. Ospitare un pellegrino significa aiutarlo. Significa favorire questa sua ricerca, incoraggiarlo, spingerlo avanti. Misericordia verso di lui, che vuol dire simpatia verso il suo scopo. In una certa maniera ospitare il pellegrino vuol dire partecipare del suo viaggio e delle sue scoperte. Farlo sentire atteso.

Questo chiaramente noi non lo vogliamo. Il nostro scopo è interrompere quel viaggio. Respingere indietro, rendere impossibile proseguire. Questo genererà a sua volta odio: un umano che si trova rifiutato coverà rancore e ricambierà il trattamento subìto. Vi è chiaro perché qualsiasi accoglienza è da sabotare?

Veniamo alla parte pratica. Come impedire che i pellegrini vengano ospitati?

La prima soluzione che possiamo scegliere è trasformare lo straniero in un estraneo.
Lo straniero, per una comunità umana, è qualcuno che viene da fuori, ma porta con sé valori ed opportunità. Fa, in qualche maniera, parte di una famiglia allargata: lo si riconosce come qualcuno che viene da distante ma condivide qualcosa. L’estraneo invece è del tutto “altro”. Qualcuno di incomprensibile, nemico, da eliminare.
Non hai bisogno dell’altro, dobbiamo suggerire agli umani che ci sono affidati. Tu possiedi già tutto quello che è necessario. L’estraneo vuole impossessarsi della tua vita, del tuo mondo, del tuo lavoro, della tua casa. L’estraneo arriva per rubare la tua roba. Tienilo distante. Non hai fatto tanti sacrifici perché qualcun altro ne approfitti. Fallo restare fuori. E’ pericoloso.

Questo pellegrino, che cosa vuole? Da dove viene? I suoi nonni hanno fatto la guerra (una a caso!) contro di voi; Il vostro e il loro popolo si sono odiati, e anche oggi sono cattivi e soggetto di barzellette.

Concetto che può essere espresso anche con giri di parole. Accoglienza del diverso? Vuol dire che il pellegrino è già diverso, è già altro, non è più un fratello. Quel cuore dove dovrebbe trovare posto è già tutto pieno. Carità pelosa, cioè nessuna carità. Aiutiamoli a riempirsi la bocca di belle parole, ché le parole sono dolci ma costano e nutrono poco.

Naturalmente, essere “altro” funziona nei due sensi. Se viene trattato da “altro” l’umano deve davvero essere un santo per perdonare chi lo rifiuta. E’ tentato di ripagare con la stessa moneta, respingere chi e cosa incontra. Così smette di essere un pellegrino e diventa davvero un invasore.
Il pellegrinaggio può fallire non solo perché non si raggiunge la meta, ma anche se non si impara niente da esso. Non solo perché si deve tornare indietro, ma pure perché il viaggiare non ha più nessun senso.

Il pellegrino vero è uno di quei deboli che piacciono tanto al Nemico. Ricordiamoci che sfruttarlo è per noi quasi un dovere. Ogni sevizia, ogni difficoltà, ogni sofferenza che gli infliggeremo sarà uno sberleffo nei confronti di Lassù, una orgogliosa rivendicazione della nostra autonomia. Con un vantaggio, se riusciremo a renderle intollerabili. Come si eliminano le sofferenze dei pellegrini? Eliminando i pellegrini, è chiaro. Coloro che sono assuefatti alle comodità approveranno con sollievo qualsiasi misura che impedisca loro di ricordare che talvolta occorre muoversi.

Esiste poi un ultimo semplicissimo mezzo per impedire l’ospitalità ai pellegrini. Renderla commercialmente vantaggiosa.

Una volta che il viaggio sarà completamente pianificato, plastificato, pagato in anticipo non ci sarà più necessità di ospitare nessuno per carità. Sarà un bonifico con carta di credito, tra un turista e un albergatore. Senza imprevisti che possano disturbare.

Nessuna opera da compiere, nessun cuore da cambiare, niente da cui farsi colpire. Non vi sarà più né pellegrinaggio, né pellegrino, né misericordia. Molto più comodo così, no?

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Sul limite

Cammino sulla spiaggia al confine del giorno, mentre il vento del tramonto rende il mare una tavola d’acciaio e le lontane piattaforme petrolifere una virgola nera in una foschia oscura. I gabbiani  stanno volando a nascondersi alla luna.
C’è l’alta marea, e uno strato di vongole morte scricchiola e geme sotto i miei piedi come fantasmi di molluschi. Nella sabbia giace il corpo immoto di un granchio, forse lo stesso che avevo visto solo stamattina nuotare in due dita d’acqua che la marea inaridiva.
E’ al limite delle onde, fuori da quel l’elemento che per lui era vitale.

I crostacei possono vivere fuori dal mare, ma non per molto. Inesorabile il sole li uccide, la secchezza li devasta e li riduce a guscio buono per essere beccato dagli uccelli. Forse questo granchio si era spinto fuori dal suo mondo, in quella zona insicura dove la marea si ritrae, tradendo quanti di lei si erano fidati. Accade a vivere oltre il limite, fuori dal proprio mondo, dove non siamo fatti per stare.

Può sembrare una buona idea, ma il limite non ha misericordia. Non siamo fatti per essere ciò che non siamo, e prima o poi la realtà esige il suo prezzo.
Non facciamoci cogliere dalla marea delle illusioni che si ritrae, lasciandoci allo scoperto. Faremo la fine di quel granchio che la notte avvolge, rinsecchito, lontano da tutto, dalla parte sbagliata del suo limite.

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Enforced

Questo post è dedicato a tutte le anime belle che si sono illuse che, nel bel mondo nuovo che secondo i riveriti maestri del pensiero ci attende, ci sarà posto per quei folli che credono ancora che la verità esista, e magari si sia incarnata in un uomo.

E’ dedicato pure a coloro che continuano a pensare che a cedere a qualche richiesta del mondo, a legittimare questa o quella pratica, “cosa volete che ci sia di male”. Credendo magari che tutto si fermi lì, e ignorando che quelle pretese non sono che paraventi per il vero intento che sta sotto.

E’ dedicato pure ad una donna che, con coraggio, od incoscienza, o forse perché ormai le cose sono andate troppo avanti e non frega più niente, ha osato dire in pubblico ciò che da un bel po’ di tempo veniva sussurrato in privato: che per raggiungere il risultato che lei si fissa, che una certa visione del mondo si pone, questa visione deve essere imposta.

Questa di cui parlo non è una donna qualsiasi: è Hilary Clinton, moglie di quel Clinton che è stato con non troppa lode alla Casa Bianca per due mandati, Segretario di Stato di Obama e ora candidata a diventare il prossimo presidente della nazione più potente del mondo.
Se lei afferma qualcosa state sicuri che non è casuale.

L’occasione è il “2015 Women in the world summit“. Hillary sta parlando di quanto secondo lei ancora non va nel mondo, ad esempio l’accesso alla pianificazione familiare, che è il termine usato per indicare che al fine di abbassare il tasso di mortalità alla nascita è essenziale ammazzare i bambini prima che nascano. Asserisce che perché ciò si diffonda

Deep-seated cultural codes, religious beliefs, and structural biases have to be changed.
“Codici culturali profondamente radicati, credenze religiose, e propensioni strutturali dovranno essere cambiati.”

Fortino, eh? Se qualcosa non è secondo quanto io penso, non va. La libertà in questo caso non solo non è opzionale, ma per niente considerata.
E in che modo dovrà essere realizzato ciò? Il termine usato è “enforced“. Significa: “imposto con la forza“.
Le leggi non contano molto se non sono imposte con la forza non solo sulla carta ma in pratica, e le decisioni devono essere messe in atto con risorse e volontà politica“.

E’ abbastanza chiaro che qui sta parlando dello Stato. E’ lo Stato stesso che si pone come fonte di tutti i diritti e le decisioni sui cittadini. Se volete aggiungere un altro tassello all’inquietudine, questo è l’approccio da tenersi non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo – Africa e Asia esplicitamente citate. Dittatori etici, padroni del mondo.
Per fare sì che le donne e non solo abbiano quella “choice“, quella scelta che la Clinton ritiene essenziale dare loro, sarà inaccettabile che qualcuno possa scegliere di opporsi; e cita il caso di una azienda che ha vinto un ricorso alla Corte Suprema USA per evitare di finanziare gli aborti. Il messaggio è chiaro: se finora abbiamo scherzato, adesso vi faremo piegare.

In effetti, in questi anni di politicamente corretto, avevo raramente letto posizioni così chiare. Certo, c’era quell’agenzia dell’ONU che voleva imporre i cambiamenti dottrinali alla Chiesa; e poi discorsi di massoni di ieri e di oggi. Che poi quanto dichiarato sia già perseguito dai governi di mezzo mondo, USA in testa, non toglie il fascino di vedere la maschera calata, e l’orrore di quanto si intravede al di sotto.
Devono proprio essere sicuri di loro stessi per esporsi così. In effetti a forza di giudici e sentenze stanno demolendo a spron battuto la comune visione umana degli ultimi millenni, e la facilità con la quale ci stanno riuscendo deve avere dato alla testa. Sono più avanti delle loro stesse parole d’ordine: che senso ha, per esempio, lamentarsi ancora come fa la Clinton che gli omosessuali sono discriminati e licenziati dai loro lavori quando sono esplicitamente a capo delle più potenti e ricche corporazioni del pianeta, e il lavoro lo perde piuttosto chi obietta contro il matrimonio gay?

Se la signora in questione diventerà Presidente degli Stati Uniti probabilmente una stagione di persecuzioni ancora più forte, o quantomeno più esplicita, di quella attuale ci colpirà.
Evento atteso; non è la prima e (forse) neanche l’ultima volta. Ma non posso fare a meno di pensare quando, una manciata di decenni fa, il comunismo sembrava inarrestabile e tutti qui da noi davano per certa la sua vittoria totale. Si è visto quanto fosse in realtà un’illusione moribonda, anche se a quanto pare la lezione del suo crollo non è stata appresa.

Mi rimane un’ultima considerazione. Non c’è salvezza neanche dal rinchiudersi nel proprio oratorietto privato, dentro casa propria, come taluni si illudono. Non sarò libero non solo di fare, ma neanche di dire o pensare in modo differente. Verranno a prendermi, per portarmi dove non so. Così, senza opposizione, finalmente sorgerà il mondo nuovo.
Io spero di non esserci.


Le frasi riportate cominciano intorno al minuto 8:30.
Articolo scritto originariamente per Pepe