Il terzo giorno

Il team di scienziati era esultante, di fronte alla platea di tutte le più importanti testate giornalistiche. Alle loro spalle, dentro una sfera di vetro, una sostanza giallastra vorticava lentamente, muovendosi in modo sottilmente indipendente, come un gas o un liquido inerte non avrebbero potuto. “Dopo quasi un secolo di tentativi, alla fine ci siamo riusciti”, esultò il portavoce, il noto scienziato divulgatore ateo Perkins. “Utilizzando tecniche innovative e spingendo al limite le conoscenze umane, abbiamo, per la prima volta assoluta, creato la vita in laboratorio. Abbiamo ingegnerizzato dal niente un essere vivente!”
Sfidò con lo sguardo la folla di microdroni muniti di telecamera e i giornalisti presenti in carne e ossa. “E’ una grande conquista per l’uomo, che dimostra una volta di più come le pretese delle religioni sull’origine della vita siano fasulle”.
Uno dei pochi umani presenti alzò la mano.
“Un attimo, un attimo, questa forma di vita… dite che l’avete creata?”
Perkins ammutolì. Un silenzio imbarazzato scese sui presenti.

Passaggi nel tempo

La radio dell’auto è sintonizzata su una di quelle stazioni che trasmette successi del passato. Note familiari, o meno, mi accompagnano nel viaggio. Parte Time Passages, una canzone di Al Stewart del 1979

…Well I’m not the kind to live in the past
The years run too short and the days too fast
The things you lean on are the things that don’t last
Well it’s just now and then my line gets cast into these
Time passages
There’s something back here that you left behind
Oh time passages
Buy me a ticket on the last train home tonight

…Bene, Io non sono il tipo che vive nel passato
Gli anni corrono troppo corti e i giorni troppo in fretta
Le cose su cui ti appoggi sono le cose che non durano
Bene, è solo l’adesso e poi la mia linea si incastra in questi
Passaggi nel tempo
C’è qualcosa qua dietro che hai lasciato indietro
Oh passaggi nel tempo
Compratemi un biglietto sull’ultimo treno che stanotte torna a casa

Questo disco me l’aveva regalato una mia cara cugina, ormai persa dentro uno di quei “passaggi nel tempo” della canzone. Che nostalgia, sapevo a memoria tutti i brani. Canto mentre guido, fino a che le note si spengono.

La programmazione continua, canzoni famose e artisti il cui nome non mi dice più nulla. Il successo dura poco, un attimo di gloria e sei già stato rimpiazzato. Eppure quelle melodie risuonano ancora dopo che si è persa traccia di chi le suonava, e la memoria di chi le ascoltava si scolora sempre di più, ultima traccia di un passato che rimane nella memoria delle cose, ma non degli uomini.

Chissà com’è l’eternità, il poter correre sulla riva di questo fiume del tempo che sempre scorre, perché il suo correre è il sempre.

Goodbye my friend, the stars wait for me. Who knows when we shall meet again, if ever, but time keeps flowing like a river (on and on) to the sea till is gone forever… gone forevermore.

Time, Alan Parson Project

Avviso: un’altra intervista con il sottoscritto! Parlerò del mio libro “il tempo degli dei” con Elisabetta Violani Mercoledì 18 Maggio alle 18 in diretta -> https://facebook.com/elisabetta.violani.5
Potrete rivedere l’intervista in seguito su Youtube sul suo canale.

La musica che ci fa ballare

Quando siamo tornati a casa da una serata con amici, sabato sera, mia moglie ha sbirciato le notizie e mi ha detto: “Indovina chi ha vinto l’Eurovision?”
Io ho risposto a colpo sicuro: “L’Ucraina”.

Non ne ho ascoltato una sola canzone, non ne ho guardato un solo minuto. Tutto quello che so è che rappresentava in purezza tutto ciò che il potere cerca di imporre alle menti. Quindi, un tripudio di quella sessualità che un tempo si chiamava “alternativa” e oggi è la noiosa normalità dello spettacolo; e, ovviamente, sostegno a quella guerra fortemente voluta dall’Europa, o meglio, da quelli che dicono “l’Europa siamo noi” e dai loro capi. Non so se ci fossero riferimenti alle altre narrazioni care a chi decide cosa dobbiamo avere caro, tipo il cambiamento climatico o l’aborto, ma devo dire in tutta onestà che non me ne importa niente. Se non c’erano, è solo per una questione di spazio pubblicitario, qual è l’offerta del momento. In fondo era una “manifestazione” gratuita, e si sa che quando qualcosa è gratuito è perché ciò che viene venduto è chi vi partecipa. E’ lo spettatore il bene di consumo.

Un noto giornale scrive:


Non ha vinto la musica? Non è del tutto vero. Sì, c’erano canzoni sicuramente più belle in gara, ma l’#Eurovision è anche questo e anche la musica, quando necessario, diventa questo.
E invita a smetterla con le “inutili polemiche”.
“Quando necessario”, insomma, si giustifica ogni porcheria, il piegare ogni cosa all’ideologia. La toppa in qualche maniera è peggiore del buco: la conferma che non importa niente che la musica sia bella o no. Quella vincente la suonano i potenti, e tutti gli altri ballano.

A chi conviene

Forse vi è giunta notizia che Jeff Bezos di Amazon ha deciso di pagare l’aborto alle sue dipendenti, in evidente polemica contro la ventilata abolizione della sentenza Roe vs Wade, quella che ha dato il via libera all’aborto federale negli USA.

Non ingannatevi: non si tratta di una mossa di libertà, ma di convenienza. Amazon non è famosa per l’attenzione verso le esigenze dei suoi addetti. Per l’industria, una dipendente in maternità ha dei costi non indifferenti. Meglio liberarsi di quei fastidiosi bambini prima che diventino scomodi e distraggano dal lavoro: paghi subito per guadagnarci dopo. E’ il capitalismo, bellezza. I padroni dei bordelli facevano lo stesso con le loro impiegate. Erode in scioltezza.

Chissà se quelle sinistre che una volta dicevano di sostenere la classe operaia e oggi inneggiano all’iniziativa degli sfruttatori del popolo qualche dubbio ce l’hanno; se si chiedono quest’aborto a chi convenga realmente, se si accorgono di realizzare ciò che Chesterton diceva di loro: “Uomini che cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell’umanità, finiscono per combattere anche la libertà e l’umanità pur di combattere la Chiesa”.

Di prede e predatori

La stradicciola di campagna è stretta tra la bealera gonfia d’acqua e il bosco. Le acacie strabordanti di fiori bianchi gettano poco profumo, il polline è stato lavato via dalla pioggia. Il sole basso proietta una mia ombra alta il doppio di me. Mentre pedalo imposto, quasi sovrappensiero, il problema trigonometrico: quanto è alto il sole? Il mio ragionamento è interrotto da una, due, tre sagome in mezzo al passaggio. Sono coniglietti, color caffelatte chiaro, la codina bianca a ciuffo, gli occhioni neri, il naso curioso. Mi guardano perplessi pedalare verso di loro: quando sono a due metri, si ricordano della loro razza e con un salto spariscono tra i cespugli.

Attenti, piccolini. Siete così minuscoli, forse alla prima uscita della vostra vita. Ma se continuate in questo modo non durate molto. Da dove sono posso vedere il nido delle poiane, mezzo chilometro più in là, in cima ad una vecchia quercia; e conosco la macchia d’alberi dove la volpe ha la tana. Io sono molto più grosso e rumoroso di quei cacciatori, e traspiro sudore e vento. Se non notate me, se restate immobili in campo aperto, la morte vi arriverà addosso senza che ve ne accorgiate.

Poi un pensiero mi colpisce: ma perché, tra preda e predatore, le nostre simpatie vanno alla preda? Sì, d’accordo, i coniglietti con gli occhioni, ma anche i volpacchiotti, i piccoli della poiana debbono mangiare. Non è che abbiano altra scelta, e la vita per loro non è meno dura. Mi ricordo la carcassa dalla coda rossa a marcire in mezzo al campo, lo scorso anno; o la poiana morta che ho trovato a inizio primavera, sui bordi di un campo non lontano di qui.

Perché dunque tifiamo per il debole? Perché aiutiamo il passero a scappare dal nostro gatto, che ci guarda con aria delusa? C’è una ragione? In fondo noi siamo i predatori finali, nessuno ci sta alla pari come potenziale distruttivo, come determinazione, come ferocia. Forse il nostro parteggiare per la preda è solo un calcolo inconscio e interessato, l’ostilità verso i concorrenti. O, forse, in altre epoche, avremmo tifato per il leone, per l’aquila, senza ombra di pietà per quegli sciocchi batuffoli tanto imprudenti da rimanere fermi a guardarci allo scoperto. Mentre ora siamo diventati miti, come coniglietti appena usciti dal nido.
Mi domando se appariamo, agli occhi dei nostri predatori, inconsapevoli allo stesso modo.

L’intervallo

Luca sente vibrare la sua mano. Chi è che mi sta chiamando? Si chiede. Pensavo di averlo spento.
Eh, appunto. C’è solo uno che può chiamarti mentre hai il telefono spento: il Servizio di Controllo.
(Nota del narratore: in realtà sono davvero molti quelli che possono farlo, ma tu non sei tenuto a saperlo, a meno che non accada)

Quando ti chiama il Servizio di Controllo è sempre meglio prendere su la comunicazione. Se non dovessi farlo, probabilmente penserebbero che sei morto, o in seria difficoltà, o sei alle prese con qualcosa di illegale. In ogni caso in un tempo che varia da due a sei minuti rischi di trovarti accerchiato da benintenzionati in divisa, e le tariffe per gli interventi inutili sono parecchio salate.

Luca sbuffa, si porta la mano alla bocca e apre la comunicazione. “Sì, pronto?”
Tiene comunque spenta la telecamera. Non sa che l’operatore dall’altra parte può comunque attivarla (e lo sta facendo) ma comunque non è che gli importi molto.
“Buonasera, Luca. Sono l’operatore del Servizio di Controllo 2546231. Ci risulta che ha il ricevitore disattivato e non si è spostato dalla sua posizione negli ultimi venticinque minuti. Dato che non si trova al lavoro, o alla sua abitazione, o in uno dei suoi posti abituali, abbiamo temuto che lei sia in difficoltà. Ha bisogno d’aiuto? C’è un problema, o una minaccia alla sua incolumità? Siamo qui per aiutarla”.
Luca ascolta pazientemente. Non saprebbe dire se la voce dall’accento metallico sia generata da un bot automatico o da un operatore umano sottopagato in qualche ufficio in India; però anche di questo, ultimamente, non gl’importa.
(Nota del Narratore: la seconda ipotesi è quella corretta, ma l’operatore si trova in Angola e lavora da casa. La voce è comunque aggiustata elettronicamente in tempo reale per eliminare imprecisioni e accenti)

Luca risponde. “No, grazie, nessuna emergenza”, cercando di tagliare corto. Non ha fortuna.
“Dai dati non risulta che la sua automobile abbia guasti o malfunzionamenti oppure abbia esaurito l’autonomia, e anche il suo stato di salute attuale non sembra essere problematico: pulsazioni regolari, temperatura nei limiti, funzioni corporali n…”
“No, ho detto nessuna emergenza. Mi sono solo fermato un attimo lungo la strada”, ribatte Luca ancora con una certa cortesia.
“Grazie della conferma, Luca. Dobbiamo farle notare che spegnere il proprio ricevitore senza un motivo adeguato può privarla di un tempestivo accesso ai nostri servizi e della notifica di offerte in tempo reale…”
“Ne sono conscio”, cerca di intervenire Luca, ma la voce non s’arresta.
“… e potrebbe portare alla generazione di falsi allarmi come il presente. Le ricordiamo pertanto che il ripetuto spegnimento del proprio ricevitore senza un valido motivo costituisce causa di sanzione penale per procurato ostacolo della funzione pubblica. Siamo certi che non vorrà incorrere in una simile…”
“Ho capito, ho capito. L’accendo subito”.
“Grazie, Luca, e buona serata. Attendiamo la conferma della riaccensione entro i prossimi nove minuti…”

Luca chiude la chiamata e riaccende il ricevitore. La sua mano si illumina, le dita, finora grigie, assumono ciascuna il colore del social a cui sono dedicate. Venticinque minuti spento e… sessantasei notifiche? Luca sospira.
Durante la chiamata del Servizio di Controllo il sole è definitivamente tramontato. Il colore violetto delle cime si sta incupendo, è quasi scomparso; le nuvole sono passate dal rosso acceso a un profondo blu. Luca getta un’ultima occhiata al panorama che l’ha fatto fermare, al meraviglioso spettacolo ormai concluso, spegnere il suo ricevitore, e rimanere venti minuti distaccato dal mondo. Quindi, con un sospiro, risale in macchina, le ordina di partire e comincia con pazienza ed evadere la posta arrivata nel frattempo. E’ il prezzo da pagare per quella manciata di minuti di intervallo che si è concesso. Lo paga volentieri; ma non se lo può permettere spesso.

Gli dei vi vedono, e vi mandano pubblicità mirata

Ha destato qualche sconcerto la notizia che una nota marca di trattori avesse bloccato da remoto una serie di suoi mezzi per così dire “passati di mano” a seguito della guerra in Ucraina. Personalmente, non mi stupisce affatto. E’ il mio campo di lavoro; se pensate di avere il pieno controllo di uno qualsiasi dei vostri apparecchi collegati a internet, a partire dal telefono per finire alla vostra automobile o televisore, beh, meglio che ve lo togliate dalla testa. Tutto ciò che è elettronico è ormai imbottito di sensori che comunicano a banche dati distanti informazioni che neanche pensereste possano servire a qualcuno; se non lo fa, vuol dire che è obsoleto e presto dovrete cambiarlo.

Naturalmente questo tipo di controllo non è tanto pubblicizzato. Quando Google vi manda il riassunto dei vostri spostamenti della settimana, non vi viene in mente che potrebbero essere usati per sapere se siete uno dei migliaia di “muli” che hanno trasportato voti illegali durante le ultime elezioni americane. Non avete idea che tramite analisi su di essi una banca potrebbe conoscere esattamente il numero di clienti che entrano in un negozio, e da questo decidere se concedere o no un prestito. O che le informazioni su tipo di terreno, sfruttamento, umidità raccolte da quei trattori di cui parlavamo prima durante il loro lavoro finiscano nelle mani delle più grandi industrie alimentari mondiali.

Non illudetevi; ogni cosa che fate, ogni vostro spostamento, ogni vostro acquisto vengono fedelmente registrati. Sanno chi siete; sanno chi siamo. Se vi dà fastidio l’idea di un dio che osserva il vostro comportamento e vi giudica, bene, sappiate che questi autoproclamati dei non solo vi giudicano, ma vi spingono ad agire come vogliono loro; vi allettano con offerte mirate, vi puniscono se sgarrate e annotano nel loro librone ogni particolare di voi e di ciò che vi circonda. Per la vostra sicurezza, per il vostro piacere, per necessità di manutenzione imprescindibili. Per la vita dopo la morte? La salvezza eterna? No, non credo facciano parte di quello schieramento. La loro morale è, appunto, loro.
Dio vi vede, ma non è il solo a conoscere la vostra posizione e i vostri peccati. Quanto all’anima, quella è ancora vostra; per un poco, almeno.

Il potere delle mamme

Ciò che ogni potere di questo mondo ha in odio è l’amore di una madre e di un figlio. E’ qualcosa che non può controllare; rovina il suo discorso, scombussola la sua ideologia, svuota la sua retorica.

Tutti gli utopisti, i filosofi sognatori, i sostenitori di uno stato forte e pervasivo o banalmente gli assetati di potere hanno tentato di fare fuori le mamme. Sognando sistemi in cui i figli vengono strappati alla famiglia da piccoli, ed educati dallo Stato; cercando di spezzare in ogni modo quel rapporto filiale, con rivoluzioni sessuali, aborti, divorzi, colpevolizzazioni. Lavoro al posto dei figli; piacere al posto dei figli; carriera al posto dei figli. Usura, lussuria e potere, la nota triade di sostituti di Dio.

Mentre Dio cos’ha fatto? Ha esaltato la Madre. Il metodo scelto per farsi conoscere al mondo.

Di qualunque ideologia, di qualunque governo, di qualunque filosofia o religione, di qualunque impiego o spettacolo o libro, controllate come prima cosa in che maniera tratta le mamme. Perché è quello il banco di prova per capire se è contro la vita, contro l’amore, contro di voi.

Liberaci dal bene

Non il male gratuito, il male per il male, ma il male fatto con una ragione, il male fatto per quello che viene detto un bene, con le migliori intenzioni: quella è la malvagità che più dobbiamo temere.
Perché quello che più dobbiamo temere è la nostra giustificazione, il nostro minimizzare; il glorificare il nostro male, essere indifferenti o peggio esaltare ciò che non è bene.
Un conto è fare il male; un altro adorare quel male. Esserne fedeli, coccolarlo, proteggerlo dal bene che vorrebbe fare luce nel nostro tenebroso interno.

Io credo in un Dio che è bene, il puro bene. In un Dio che abbraccia e cambia anche il nostro male. Che ci viene a prendere anche nel fondo dell’abisso in cui siamo. Se non ci nascondiamo da lui; se non nascondiamo quello che siamo, quello che facciamo, quello che pensiamo. Se non ci difendiamo.
Il male non è l’ultima parola.

Ci fidavamo

Ho ancora i libri di quand’ero bambino, che mostravano figure vestite d’amianto che procedevano in mezzo alle fiamme.
Qui intorno tutti avevano tegole d’eternit. Ed eravamo sollevati di apprendere che con il DDT (sapete cos’è, bambini?) si sarebbero sconfitti gli insetti che affliggevano l’equatore del mondo con le loro malattie. Ci fidavamo.

Ma le cose cambiamo. Apprendiamo quello che non sapevamo. Ciò che pareva una benedizione era una maledizione sorridente. Avremmo usato lo stesso quelle tute ignifughe, quegli insetticidi? Il mondo sarebbe stato migliore o peggiore?

Quante cose crediamo di sapere. Di quanti argomenti sfioriamo appena la superficie, come la acque calme di un lago, senza sapere che al di sotto si celano mostri.

Valore aggiunto

Un mio conoscente una volta mi chiese quanto mi facevo pagare per i miei articoli su vari giornali e riviste. Alla mia risposta “Niente”, sbottò con un “Ma tu sei scemo!”
Non posso escluderlo, anzi, è probabile. Ma lo scrivere di certi temi per me è sempre stato qualcosa di gratuito: così mi è stato dato, io ricambio.

Il pensare che tutto possa essere ridotto a una transazione economica mi mette tristezza. Mi mettono ancora più tristezza le persone che lo pensano davvero. Forse il mio sarà un modo di vedere un poco ingenuo, ma credo che professioni come l’insegnante, o il medico o, se per questo, lo scrittore, non possano essere ridotte solo ad un servizio in cambio di denaro. Sono convinto che nel cuore profondo dell’uomo ci sia una logica che sfugge al dare per ricevere. Forse in fondo tutti desidereremmo trovare un Maestro che ci insegnasse per il nostro bene, un Medico che ci curasse per il nostro bene; e, ripensandoci, anche uno scrittore che scrivesse per il nostro bene e non perché qualcuno lo paga per mettere parole una dietro all’altra. Vorremmo qualcuno che non ci desse un valore aggiunto, un supplemento, bensì il valore stesso, ciò che vale veramente.

Di vita o di morte

Non sai mai quanto realmente tu creda a qualcosa fino a che la sua verità o menzogna non diventano per te questione di vita o di morte
C.S. Lewis, A Grief Observed

Come forse ormai saprete, lunedì sera un sito di notizie politiche (Politico) allineato ai Democratici USA ha pubblicato un documento interno della Corte Suprema Statunitense (SCOTUS), la prima bozza di una sentenza che di fatto potrebbe ribaltare Doe vs Wade, la delibera che mezzo secolo fa rese materia federale l’aborto. Il suo effetto era che l’aborto non poteva essere impedito negli Stati Uniti mentre il bambino non era capace di sopravvivere fuori dal grembo materno, vale a dire (allora) 24-28 settimane.

Il documento, in un comunicato di SCOTUS, è stato definito autentico. L’averlo trafugato e reso pubblico è illegale, ed evidentemente ciò è stato fatto per fini ben precisi. Che, a detta dei commentatori, si possono riassumere in due.

Il primo, dare ai Democratici una bandiera dietro la quale riunirsi in vista delle imminenti elezioni di midterm. Data la pessima gestione fin qui dimostrata dal duo Biden-Harris di praticamente ogni cosa, si prospettava una sconfitta disastrosa; per distrarre l’attenzione dagli insuccessi e raccogliere le truppe allo sbando occorreva un tema forte. I Democratici, negli scorsi anni, hanno di fatto cacciato dai loro ranghi tutti coloro che si opponevono all’aborto. Biden, nominalmente cattolico, ha assunto le posizioni più filoabortiste di tutti i suoi predecessori, pur avendo firmato, in altre stagioni, un appello perché avvenisse ciò che ora potrebbe concretizzarsi. Un uomo di chiare vedute e salde convinzioni.

Il secondo fine è tentare di fare cambiare idea ai giudici con l’intimidazione, salita in un solo giorno a livelli di minaccia mafiosa. Gli intellettuali di sinistra hanno la bava alla bocca; i loro giornali e telegiornali si sono lanciati in una serie pressoché infinita di attacchi diretti e indiretti, indizio che forse la questione dell’aborto non è tanto affare di libertà quanto sia economico che metafisico: la possibilità di sopprimere vite innocenti perché conviene è il grimaldello per poter giustificare ogni altro possibile abuso.

Se la sentenza fosse confermata, vorrebbe dire un bando dell’aborto negli USA? No: la palla passerebbe ai singoli stati, che potrebbero decidere di mantenerlo o proibirlo. In alcuni di essi, ricordiamo, è permesso fino al momento della nascita, e in un certo senso anche oltre, con la proibizione di assistere il bambino che fosse riuscito comunque a nascere.

Qualcuno parla di ritorno al medioevo. In un certo senso è vero: in quel periodo, nelle terre cristiane, l’aborto non era permesso, a differenza delle altre civiltà dove i bambini venivano allegramente eliminati prima e dopo il parto.

Non ucciderai, non commetterai adulterio, non corromperai fanciulli, non
fornicherai, non ruberai, non praticherai la magia, non userai veleni, non
farai morire il figlio per l’aborto né lo ucciderai appena nato; non
desidererai le cose del tuo prossimo.

Didaché (I secolo) , II, 2

[I cristiani] (…) si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati.

Lettera a Diogneto, V

In quel senso, il permesso di abortire può essere visto come un ritorno all’età barbarica, quando ancora la vita umana non aveva valore. Curioso che nessuno lo faccia mai notare.

Salvi

Chi pratica giochi al computer lo sa. A volte capita di fare la mossa sbagliata, la scelta che si rivela non essere corretta. Si tira un sospiro, si apre la cartella dei salvataggi e si ricarica la partita com’era prima del nostro errore.

E’ lo stesso concetto che c’è alla base dei backup. Se il tuo sistema si corrompe, viene danneggiato, o si commette anche qui un errore, lo si ripristina ad un certo momento del passato precedente l’istante fatale. Per chi programma, potere ripristinare velocemente un ambiente di sviluppo allo stato iniziale è quasi indispensabile.

C’è un aspetto di questa tecnica che spesso diamo per scontato. Ovvero, che noi sappiamo che qualcosa è andato storto, che c’è stato uno sbaglio che ci ha costretto a riavvolgere lo stato del sistema fino a un determinato momento del passato. Se così non fosse, non faremmo altro che immetterci in un circolo vizioso, commettendo ancora e ancora lo stesso errore. La coscienza del fatto che siamo ripartiti daccapo è parte integrante e necessaria del nostro processo.

Tutti noi abbiamo dei rimpianti; tutti noi attraversiamo dei momenti in cui ci diciamo: “Ma chi me l’ha fatto fare”, e desidereremmo mettere indietro l’orologio, posizionarci al momento precedente una scelta fatale. Ah, se avessi saputo. Ah, se avessi fatto.
No, non possediamo l’opzione di riavvolgere il tempo. Ogni nostra scelta ha un valore eterno. Solo chi crede ha un’opzione in più: un salvataggio non delle nostre azioni ma del nostro essere, un ripristino allo stato d’innocenza prima di sbagliare. Condizione necessaria: sapere di avere sbagliato, e voler cancellare ciò che è stato, non volerci ricadere. Un’opzione troppo spesso trascurata e sottovalutata, per essere la sola possibilità che abbiamo di salvare noi stessi, per evitare il game over.

Che dice l’uccellino?

Elon Musk si è comperato Twitter. A parte questo blog, Twitter è il solo social che pratico con assiduità; il tempo è quello che è. Lo uso più che altro per tenermi al corrente delle cose. Seguo profili che mi sono confacenti, certo, ma ancora di più altri che mi fanno venire l’orticaria solo a sfiorarli. I maggiori quotidiani mondiali, personalità che dicono di avere qualcosa da dire, arte, testate tecniche e scientifiche… il mio scopo non è farmi coccolare da ciò che mi piace, ma farmi venire dubbi, alzare questioni, sentire le altre campane.

D’altra parte, ho bisogno anche di sprazzi di verità, e non solo di sentire il compiacente chiacchericcio del potere. Ed ecco perché sono contento che Musk sia riuscito nel suo intento. Perché Twitter, come gli altri social, era strumento del potere che sistematicamente nasconde e cancella ciò che lo infastidisce. Basta scrivere qualcosa di sgradito ai fedeli boia del pensiero dominante per essere messi da parte, o eliminati del tutto. Tanto per dirne una, erano almeno un paio di mesi che non mi comparivano più i tweet di “Le frasi di Osho“, il noto account satirico. Da ieri sono tornati.

Non è che Musk – che ha sintetizzato efficacemente la sua posizione con l’immagine qui sotto

mi stia particolarmente simpatico: già sapete che diffido dei prìncipi. Devo dire però che è uno spettacolo che mi fa sorridere, vedere le blatte sotto il masso scappare spaventate. Di seguito due tweet, uno di Repubblica e uno de La Stampa.


Quello che si chiama pensiero unico…
“Come?!? Non riusciremo più a bannare chi ci pare e piace? A blaterare di libertà togliendola? Di verità mentendo? Aaaah! Mi stai facendo male…” Guardatevi questo godibilissimo filmato,

la persona disperata perché nel suo social di libero pensiero vogliono permettere il libero pensiero.
Sarà quel che sarà. La guerra è solo agli inizi, e non mi riferisco a quella in Ucraina.

Ci prendete per fessi?

Quando la stupidità è considerata patriottismo, non è sicuro essere intelligenti.
Isaac Asimov

C’è chi ha reazioni al vaccino, a me fa reazione chi racconta balle. Non ci posso far niente: le gonadi cominciano a vorticare, la pressione a salire, i denti a digrignare, le orecchie a diventare scarlatte e la gola ad emettere suoni simili a quella che fa la mia gatta quando vede il micio dei vicini che passeggia nel nostro cortile. Non ho la pelliccia e la coda, se no presumo che mi gonfierei come lei.
Ragion per cui cerco di stare lontano dai giornali, dai tiggì, dai talk show. Per me sono come un mazzo di fiori per chi è allergico al polline. Reazione immediata.

Mi domando, ma se davvero avete ragione in quel che dite, e non lo escludo a priori, perché ci prendete per fessi? Perché ci ammannite storie che persino un idiota capisce essere farlocche? I buoni tutti da una parte, stile libro Cuore, e i cattivi sanguinari dall’altra, innocenza verso malvagità pura. Colti in fallo una, due, dieci, venti volte insistete ancora che le menzogne sono altrove, e che questa volta è vero, tutto vero. Ma come facciamo a credervi? Per quale motivo dovremmo fidarci? Ci raccontate cose che alla Pravda staliniana avrebbero cestinate perché impossibili, e chi seguiva le veline al tempo del fascismo si sarebbe vergognato a sottoscrivere.

Ne posso solo dedurre che non avete rispetto per chi vi guarda e chi vi ascolta, ci pensate tutti fessi, o quantomeno la gran maggioranza. Perché l’alternativa sarebbe che siate voi per primi tanto idioti da non accorgervi neanche delle boiate che vi fanno dire. Possibile, eh.

Ma se siete un minimo intelligenti, se capite cosa state facendo, vi prego, risparmiate noi e voi stessi. Provate a non credere a ogni cosa vi si suggerisce di dire, a verificare, ad avere dubbi, persino opinioni difformi. Capisco che chi si distacca dalla narrazione rischia il posto, viene deriso e umiliato. Ma piegarsi sempre, è tanto meglio? Qui non c’è la Siberia o il plotone d’esecuzione, non ancora perlomeno. Dimostrate a noi e a voi che c’è ancora la possibilità di ragionare, di decidere, perché sennò quella pace che (a parole, e solo a volte) invocate è impossibile. Perché ogni pace esige come premessa il rispetto.
Se non ne date, non ne avrete; e non rimarrà che la violenza.

L’erba del pendio

I prati della Val Soana, in alto sui pendii della Rosa dei Banchi, sono bellissimi, ma non sono fatti per i deboli di cuore. Hanno un’inclinazione di sessanta-settanta gradi e più, e i sentieri sono sottili strisce, visibili appena, larghe quel tanto da posarci i piedi. Qualche metro sotto, il prato si interrompe e diventa uno strapiombo, una caduta verticale di trecento metri. In basso, le baite del Pian dell’Azaria sembrano case di bambole. Piccole bambole.

Quei prati sono fatti di quell’erba spessa che si trova ad alta quota, che quand’è umida diventa infida e scivolosa. Negli anni tra le due guerre qui venivano gli alpini ad esercitarsi. Mi ricordo di avere letto di una recluta che, una mattina, cominciò a scivolare su quell’erba. Scivolava e chiamava aiuto, incapace a fermarsi, sempre più veloce, sempre più disperato, e i commilitoni a guardare senza poter fare niente. La storia non finisce bene.

Ecco, il racconto di quel scivolare sempre più veloce in discesa incontrollata sull’erba umida, l’incredulo guardare il disastro avvicinarsi, mi ricorda il momento presente.

Quattro pensieri su di un libro

Oh, sembra ieri. Invece è passato ormai un anno dalla pubblicazione del mio libro. Il volume continua a vendersi, principalmente grazie al passaparola; e questo mi fa piacere, perché segnala il fatto che qualche virtù la possiede. Non è di quelli con la fascetta che si smercia negli autogrill a peso. Una cosa appare chiara: sono un terribile promotore. Nemmeno tutti i miei conoscenti sapevano che avessi scritto qualcosa. Il mio problema è che forse sono troppo piemontese, non amo disturbare; pessimo tratto per chi vuole far conoscere ciò che fa.

Mi sono ormai tolto dalla testa di riuscire a guadagnare qualcosa con la scrittura. Come mi confidava l’editore di prima, dai diritti si guadagna abbastanza per una pizza, ma non per la birra che l’accompagna. Oh, beh. Mi avrebbe fatto piacere diventare un romanziere di fama internazionale, ma lo vedo improbabile. Mi dicono che qualche soldo lo si può fare con le presentazioni e le conferenze, ma in quest’anno non è che se ne potessero organizzare tante – e che conferenze fai su un libro d’avventura?

Un editore mi ha detto recentemente che non mi devo basare su chi mi fa i complimenti per capire se ho scritto qualcosa di decente, perché sovente chi fa le congratulazioni agli scrittori il libro non l’ha neanche letto. Da questo lato mi sento rassicurato: se certamente ho ricevuto complimenti di questo tipo, le recensioni e lodi migliori mi sono arrivate, non sollecitate, da persone che conosco poco o niente.

Certo che se uno guarda a tutta la fatica e il tempo spesi, scrivere non conviene. Specie per chi come me non si sa promuovere. Ma le dita prudono, i personaggi scalpitano, la fantasia viaggia. Da qualche parte vuole andare; e più che prenderla per mano e accompagnarla, che vuoi fare?

Il lato nascosto

Spesso chi frequenta i social mette a nudo, senza accorgersene, il suo vero io. Di quante persone che ammiravo – scrittori, artisti, giornalisti, o anche semplici conoscenti – ho scoperto inorridito il lato nascosto. La piccineria, la violenza verbale, il conformismo, la nullità intellettuale, l’incapacità di un pensiero analitico. Di quanti miti ho capito la menzogna.
Eppure ho bisogno anche di loro. Non li smetto di seguire. Non voglio farmi coccolare ascoltando solo chi mi piace. Ho bisogno del falso, dell’ipocrita, dell’idiota, perché se no non potrei apprezzare la realtà tutta intera, potrei mancare quella scintilla di vero talvolta nascosta nel liquame. Se no, non potrei capire il male.


Ovvia conseguenza

Il solito filosofo che ha scritto un libro per definire l’universo senza senso e senza scopo.
Non aspettatevi una recensione. Se l’universo non ha nessun senso, figurarsi il suo libro.

La bellezza dei fiori di ciliegio

I ciliegi stanno sfiorendo lentamente. Qualche giorno fa la campagna era di un bianco glorioso, mentre ora vira sul giallo dorato dei petali morti e delle foglie che stanno crescendo.

Tutti gli uomini, a tutte le latitudini, sono incantati dallo spettacolo dell’albero fiorito. Non credo che ci sia qualcuno che non ne riconosca la bellezza.

Ma perché sono belli? Cosa vediamo in essi? Che cos’è che provoca in noi questa emozione?

Forse ci sarà qualche filosofo, qualche etologo, qualche psicologo che potrà fornire le sue spiegazioni, formulare le sue ipotesi sul perché i ciliegi in fiore destino questi sentimenti.

Da parte mia, credo in un Dio che ha riempito il mondo dei suoi segni, perché seguendo ciò che è bello ma effimero arriviamo a trovare ciò che è ancora più bello. Una bellezza che non termina, che non sfiorisce, in eterno.

L’ombra discreta

Il cortile è assolato dal mezzogiorno di metà primavera. E’ il primo giorno davvero caldo dell’anno. La bambina sgambetta, si accoscia a guardare qualcosa a terra, si rialza e corre qualche metro più in là. La giovane madre è dietro a lei, la sorveglia con un sorriso sul volto. Si tiene tra lei e il sole, in maniera che la sua ombra la ripari. Silenziosamente, discretamente; la bambina neanche se ne accorge, intenta alla sua esplorazione solitaria.

Mi ricordo quando anch’io facevo lo stesso. Forse è proprio questa la sintesi di essere padri, essere madri: interporsi tra chi amiamo e ciò che può fare loro male, tenendoli nella nostra ombra, silenziosamente, discretamente. In attesa che gli anni li rendano forti abbastanza, e la nostra ombra possa silenziosamente, discretamente dissolversi.

Il trionfo

Mi scrivono:
“Qui non siamo in una fiaba dove in qualche modo alla fine i buoni vincono. Dobbiamo accettare mentalmente che chi ci governa non ci vuole bene”.

Così rispondo:
Che chi ci governa ci voglia bene non è stato mai, o quasi mai, vero nella storia.
L’uomo è quasi incapace di amore, persino verso coloro che gli sono più cari.
Per questo ci risulta così incredibile che ci sia stato qualcuno che ha accettato di morire per noi. Incredulità e stupore, e tuttavia un desiderio che sia vero; e che quella persona sia risorta. Perché è ciò che il nostro cuore desidera sopra ogni altra cosa: il trionfo sul peccato e sulla morte.

Il peccato del mondo, e nostro; la morte del mondo, e nostra.
Che quel desiderio diventi fede che ciò sia davvero avvenuto, e certezza.

Buona Pasqua.

Una passione travolgente

Dal Vangelo secondo Mattia, l’apostolo che non c’era

Come faceva di solito, Gesù uscì e andò verso il monte degli Ulivi, e i suoi discepoli lo seguirono. Quando giunse sul posto disse loro: ‘Pregate per resistere nel momento della prova’.
Poi si allontanò da loro alcuni passi, si mise in ginocchio e pregò così: ‘Padre, se vuoi, allontana da me questo calice. Se però non vuoi poi non lamentarti se faccio di testa mia, che ormai sono un adulto’. Quindi Gesù si alzò e andò verso i suoi discepoli. Li trovò addormentati, e disse loro: ‘Perché dormite? Non siete stati in grado di vegliare con me una sola ora? Adesso vi insegno io”, e iniziò a riempirli di botte. Mentre Gesù ancora pestava i discepoli, arrivò molta gente. Giuda, uno dei Dodici, faceva loro da guida. Si avvicinò a Gesù per baciarlo. Allora Gesù disse: “Giuda bastardo, non sono pregiudizialmente contro l’omosessualità, ma mi hai tradito!” Lo guardò e quello cadde morto.
Quelli che erano con Gesù, appena si accorsero di ciò che stava per accadere, dissero:
“Signore, usiamo la spada?”
E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio. Allora Gesù disse: “Cos’è, non sei capace di mirare giusto? Non è più il tempo di mandare armi per sostenere la giusta rivolta contro l’invasore e i suoi lacché, è ora di farla noi stessi!”
Ed evocò dal cielo un fuoco che consumò i soldati. Poi disse “E’ giunta l’ora, ed è questa, che il Figlio dell’Uomo si riveli nella sua gloria, e corregga le ingiustizie. Massacreremo tutti i giudici iniqui, i farisei ipocriti e i falsi sacerdoti. Chiederò al padre di mandarmi dieci legioni di angeli e faremo piazza pulita dei romani e di ogni peccatore. Oggi inizia il mio Regno, che sarà un Regno di pace, dopo che avrò sconfitto e sottomesso tutti i miei nemici. Vedrete, le cose cambieranno! Li obbligherò a credere in me, e ad amarmi”.
Detto questo, guidò i discepoli all’assalto del (il frammento di papiro diventa illeggibile)