La luce non ci dimentica

E’ come uno splendido vestito indossato da una bellissima donna che canta una meravigliosa canzone. Quella canzone ha parole che spiegano la vita, e l’abito e la donna diventano più belli ancora. Se non ci fosse un senso in quel vestito, in quella canzone, in quella donna, non sarebbero altro che suoni che si spengono e colori ed esistenza senza scopo, destinati a svanire. Come muore ogni cosa umana.
Se ha un senso anche il filo d’erba tra i milioni del prato diventa il capolavoro di un incredibile progettista.

Perché quando ogni cosa ha un senso, quando ogni cosa è spiegata, quando ogni cosa è parte di qualcosa di più grande di quanto tu possa immaginare tutto diventa più bello.
Questo vuol dire essere cristiani.

Dove altri vedono sforzo e pesi da eliminare noi vediamo risa di bambini e il completamento del proprio esistere. Dove altri vedono costrizione e chiusura noi troviamo la gioia di sapere chi siamo e lo spalancarsi del Mistero. Non c’è più niente di estraneo, nessun nemico, persino il male è – si stenta a dire la parola – redento. Redento vuol dire riscattato; vuol dire che l’ultima parola non è l’odio che ci è riversato contro, la sofferenza di ogni giorno e quella speciale di chi vuole la nostra distruzione, o persino l’indifferenza che è avere già scelto la parte vuota del cosmo.

Vuol dire che ogni cosa può cambiare, che non siamo prigionieri degli errori del giorno prima. Non siamo prigionieri neanche di noi stessi.
Tutto è cento volte più vivo, anche la nostra vita. Questa è l’esperienza. Questa è la verità.
Questo non ci toglie la fatica; ma ci dà la speranza, costruisce la certezza.

E’ per questo che siamo cattolici; anche nell’ora più buia, non ci dimenticheremo della luce; perché la luce non ci dimentica.

Perché non possiamo dirci cattolici

Non possiamo dirci cattolici perché i cattolici non contano niente.
Sì, lo so, non è una scusa. Ma è la realtà. Chi se li fila ancora, i cattolici? Non sono specie protetta, anzi, sono la sola specie che è possibile cacciare impunemente. Provate a toccare una qualsiasi minoranza di pervertiti, di stranieri, di lavoratori di qualche nicchia. I coltivatori di rucola e i sodomizzatori di capre possono trovare la loro sponda in Parlamento, la loro manifestazione, il loro articolo sul giornale che sancisca il loro sacrosanto diritto a qualche legge favorevole. L’indignazione, se qualcuno osa andare loro contro. I cattolici no. Guai se parlano. Ogni cosa loro sostengano sarà inseguita e distrutta, nello sforzo corale di distruggere il cattolicesimo stesso. Di cancellarne ogni vestigia, così che non sia più possibile essere legalmente cattolici. Essere facilmente cattolici. Essere impunemente cattolici.
Con il plauso, l’approvazione o l’indifferenza di coloro che un tempo erano cattolici; e magari lo sono ancora, ma non lo dicono più. Perché non possono dirsi cattolici.

Così assisto allibito alla esaltazione, da parte di coloro che un tempo si chiamavano cattolici, delle peggiore castronerie contro il cristianesimo. Contro il suo popolo. Contro la famiglia. Contro le persone. Contro la vita.
Adempiendo forse al precetto evangelico di amare i propri nemici, e andando forse ancora più in là, adorandoli pure.
E tali nemici ne approfittano. Come talvolta c’è chi abusa di chi lo ama. Disfacendosene quando è ridotto ad un guscio vuoto, a niente. Perché niente gli importa. A questo siamo. Ad abbracciare il male non per tirarlo verso il bene, ma perché non lo sappiamo più distinguere dal bene.
Come possiamo trasmettere il fascino di ciò che non ci affascina? Spiegare ciò che non abbiamo capito? Invitare a credere in ciò in cui non crediamo?

Abbiamo dato ascolto a troppe bugie, rendendocene conto solo dopo; ed alla bugia successiva abbiamo dato ascolto ancora, dicendoci che questa volta sarebbe stato diverso. Ogni volta. Pecore senza discernimento in mano a pastori confusi.
Sì, è questo il nostro peccato più grande. Il solo grande peccato. Credere a tutto tranne che in ciò in cui dovremmo credere davvero. Essendo cattolici.
Non credere più a Cristo. Non sapere più cosa ha detto. Non sapere più cosa dice. O, pur sapendolo, non fidandocene. Non credendoci veramente.
No, Signore, non andiamo a Gerusalemme. Là ci ammazzeranno.
Se ci andiamo non possiamo dirci cristiani. Non possiamo dirci cattolici. Ci farebbero del male. Non crederebbero a quello che diciamo.
E allora rinnegheremo. Non ci diremo più cattolici. Il gallo canterà, ma noi non piangeremo.
Quando Lui ci chiederà se lo amiamo, cosa risponderemo?

Non è Vangelo – XXIII – Non ti fidar di un bacio a mezzanotte

Carissimi odiatori e simpatizzanti dell’odio, oggi continueremo nella nostra allegra demolizione di quei libretti noti come Vangeli. Non capirò mai perché debbano destare tanto interesse nelle persone: non sono che un’accozzaglia di episodi sconnessi, con un protagonista discutibile e mal caratterizzato, e propongono un modo di vita insipido e noioso. Potrei fare il nome di decine di libri molto più interessanti, che esplorano nei particolari tutte le possibilità che ha un umano di fare quello che vuole. Il finale di solito lo scriviamo noi, qui sotto.

Abbiamo detto che i Vangeli sono noiosi e ripetitivi. C’è però una parte di essi che piace anche quaggiù. Nello sfacelo di quelle pagine c’è qualcosa che anche noi, i più raffinati tra i critici, possiamo salvare.
Sto parlando naturalmente dell’ultima parte, quella che conduce al vero finale: la morte atroce del protagonista. Tradimento! Sangue! Violenza!
Avevamo lasciato “G”, il falegname che si è improvvisato predicatore, a pasteggiare ubriaco fradicio con i suoi compari. La cena è finita, e il gruppo decide di andare a smaltire la sbornia in un vicino agriturismo noto per i suoi ulivi.
Qui la maggior parte di quei buzzurri si lascia andare, si sbottona le braghe e si mette a russare sull’erba. Il falegname, però, è agitato.
Sta male, suda, si lamenta. Dolori di stomaco, chiaramente.

Non si conoscono i motivi della sua indisposizione, ma possiamo intuirlo: avrà mangiato troppo, probabilmente ha un principio di congestione. Sarà per questo che si allontana da solo. O forse è preoccupato perché le sue spie l’hanno informato che la polizia lo bracca da vicino. Fatto sta che non riesce a dormire il sonno del giusto, ma vagola tra gli alberi chiamando il papà. Capisce di avere esagerato con le bevute: dice, infatti, “allontana da me questo calice”. Stravolto, piglia a male parole i suoi discepoli che invece se ne fregano e ronfano tranquillamente, almeno fino a quando non arriva qualcuno.

E’ una retata delle guardie! Prova a mimetizzarsi tra i suoi compaesani, ma il trucco stavolta non gli riesce. C’è infatti un eroico collaboratore di giustizia che lo identifica come il mandante dei tanti crimini che gli vengono imputati. Si tratta di quel Giuda che rappresenta per noi il punto più alto della nostra civilizzazione, l’uomo che comprende i valori dello Stato e sceglie consapevolmente di lavorare perché la ribellione sia cancellata. Togliamoci dalla testa l’idea che quello di Giuda sia un tradimento:  chiamereste traditore un mafioso pentito? Lui è un idealista, e non lavora certo per soldi: quei miseri trenta denari, infatti, li rifiuta e li ridà indietro, conscio che basta avere fatto il proprio dovere.

E’ noto il segnale che Giuda dà per indicare il malfattore che deve essere arrestato: un bacio. Che G e Giuda siano “amici” è certo: il falegname stesso lo indica con quel termine. E allora, perché scandalizzarsi per i baci tra uomini? E’ una pratica che il predicatore fasullo stesso accetta con favore. Non dobbiamo lasciarci andare a falsi moralismi, e giudicare negativamente quei gesti. Se poi l’amicizia diventa qualcosa di più, è nella logica delle cose.

Il parapiglia che segue indica chiaramente che i discepoli di G erano un’accozzaglia di violenti. Pietro, pazzo di gelosia, si avventa con una spada addosso ai poliziotti intenti a svolgere il loro dovere ferendone seriamente uno. Non si deve credere che l’episodio sia casuale: poco prima G stesso aveva invocato la guerriglia, suggerendo di vendere persino i propri abiti per comprarsi armi. Diciamocelo, l’odierno pacifismo e vogliamoci bene non ha fondamenti evangelici. G stesso ha invocato l’uso della forza contro i suoi oppositori, e i membri del suo circolo interno sono i più violenti di tutti.

Ma la giustizia trionfa e G, dopo essersi umiliato a curare quel valente servo dello Stato ferito dai suoi masnadieri, viene condotto via mentre i suoi accoliti fuggono.
Cosa ci vuole insegnare qui il Vangelo? Che di fronte a chi ti si oppone bisogna scappare, senza sognarsi di fare resistenza. Guai a sostenere la propria parte di fronte allo Stato, o a chi è più forte. Anche G, davanti alle accuse che gli vengono mosse, sceglie il silenzio di chi sa di non avere nulla di serio da dire.

Il giudizio susseguente, le botte, gli insulti, la flagellazione e la crocefissione probabilmente non sono mai avvenuti o, se pure lo sono stati, certamente in forma molto meno cruenta di quanto qualcuno potrebbe immaginare. In fondo parliamo di una civiltà basata sul diritto, e risulta difficile da credere che veramente si sia potuto operare su un imputato secondo modalità violente. Sarebbe un falso storico, per come noi raccontiamo la storia. Ma a noi quaggiù piace immaginare che siano vere, come punizione ben meritata per chi si è opposto in maniera tanto spudorata al buon governo e ai saggi sacerdoti.

Oggi, con la maggiore consapevolezza dell’età moderna, G probabilmente non si sarebbe ostinato nelle sue folli idee e avrebbe abiurato da esse molto prima di raggiungere l’ultimo giudizio. Sicuramente avrebbe messo su un blog, al limite avrebbe fatto il tuttologo alla televisione o sui giornali. Se pure si fosse impuntato non sarebbe stato condannato a morte, ma ad essere internato in un manicomio criminale. Quella sua ostinazione del volere morire per degli esseri umani dei quali non dovrebbe importargli niente non è che una condizione psicologica che all’epoca non poteva essere curata ma che oggi, con l’opportuno mix di farmaci e chirurgia, non dovrebbe essere difficile da eliminare.

Così avrebbe potuto evitare quella morte che avrebbe dovuto mettere la parola fine alle sue assurde avventure. Su questo contavamo tutti. Non avevamo però considerato la vena inventiva di quei personaggi ambigui noti come evangelisti. Pur di vendere qualche copia in più e predisporsi per un eventuale sequel hanno aggiunto capitoli posticci. Un assurdo lieto fine, almeno per loro. Per noi, niente che ci riguardi.

Crepa (piano piano)

Stiamo arrivando. Piano piano. Non ve ne accorgete? No, certo che no. Perché noi facciamo piano. Un passetto per volta. Un pezzettino per volta. Vi cambiamo. Cambiamo voi. Cambiamo te. Delicatamente. Profondamente. Cambiamo il modo con cui guardi agli altri. Cambiamo il modo con cui consideri quelli che ami. In maniera che non li ami più così. In maniera che non li ami più. Che li ami in modo diverso. Più rispettoso, diciamo. Allontanandoti. Lasciandoli andare. Tagliando i legami. Facendoti pensare che il loro bene sia non volere loro bene. Che sia il non volere il loro bene. In piccole cose. E poi nelle grandi cose. Ma non subito. Per gradi. Passando dall’amore al rispetto. Dal rispetto all’indifferenza. Dall’indifferenza a quello che c’è dopo, e dopo c’è tanto. Noi lo sappiamo. Ieri non potevate ammetterlo. Poi sono arrivati i casi speciali. I casi pietosi. Quasi mai veri. Mai veri del tutto. Ma erano un passo. Un piccolo passo. Per abituarvi. Piano piano. Per cambiarvi. Piano piano. La seconda volta che accade è già visto. La terza è noioso. La quarta si spinge più in là. Verso di noi. Piano piano. Dal caso pietoso a quello normale. Non ci si può tirare indietro. Non ci si può più tirare indietro. Chi si tira indietro sarà denunciato. Non è pietoso. Non ha pietà. La sua pietà vera sarà derisa. Sarà derisa perché vera. Sarà impedita perché vera. Sarà vietata perché vera. Quella falsa avrà vinto. Noi avremo vinto. Piano piano. Ti permetteremo di morire di sete. Ti faremo morire di sete. Per non morire di vita. Ma la sete è crudele. Saremo pietosi. Ti uccideremo con una pastiglia. Con una iniezione. Per pietà. La nostra pietà. Ti addormenteremo. Ti sederemo. Per non fartene accorgere. Non ve ne accorgerai. Non te ne stai accorgendo. Ti abbiamo sedato. Ti abbiamo addormentato. Basta una volta. Mille no. Ma basta un sì. Ci sarà il cedimento. Ci sarà il crollo. Siamo abili. Piano piano, a strisciare. Nelle crepe. Allargarle. Piano piano. Finché non ci sarete più. Ci saremo solo più noi. E verremo da voi. Forti. Senza più bisogno di andare piano. Avremo vinto. Vi guarderete intorno. Non ci sarà più nessuno. Solo noi. A dire che non avete più libertà. Che adesso siamo noi a comandare. E che dovete sparire. Obiezioni? No, non le accettiamo ormai. Dovevate parlare prima. L’avete fatto? Peccato, non vi abbiamo sentiti.
Avete parlato troppo piano.

 

Guscio senza spirito

Vi ho già parlato, qualche annetto fa, di Ghost in the shell (“Spirito nel guscio“): un fumetto giapponese diventato prima film poi serie televisive, che esplora in modo non banale la differenza, o la similitudine, tra uomo e macchina nell’era della riproducibilità tecnica del primo. Se adesso riprendo l’argomento è perché ieri sono andato a vedere il remake con attori in carne e ossa del leggendario film di Mamuro Oshii del 1995.

Il guaio dei remake è che, per reggere il confronto con l’originale, devono essere eccezionali. Già un paio di settimane fa un “Bella e la Bestia” pasticciato e pretenzioso mi aveva parecchio deluso. Purtroppo anche questa volta il rifacimento non è all’altezza.

Le cose che non funzionano sono principalmente tre. Se l’originale alternava momenti di adrenalina pura ad altri quasi statici, poetici, malinconici, conferendo un ritmo che esaltava entrambi, qui il regista abbonda con i primi ma non riesce a compensare con i secondi, che appaiono quasi sempre tirati via. Forse anche colpa dell’eccesso di computer graphic che, come già per la storia della Bestia di cui sopra, in dosi troppo massiccie ammazza il senso del meraviglioso invece di esaltarlo.
Si è voluto replicare nel rifacimento alcune delle sequenze più belle e famose del precedente. La “creazione” di Motoko, la protagonista, che nel ’95 avveniva sulle note sovracute di “Making my cyborg” di Kenji Kawai (mia suoneria del cellulare per anni…); il suo “tuffo” nel vuoto; la lotta nell’acqua… Riproduzioni fedeli, ma che lasciano l’impressione di essere solo copie fatte per accattivare i fan, come Veneri di Milo di plastica. Faccio due esempi. La scena in cui Motoko in crisi di identità nuota nelle oscure acque del porto cittadino terminava con lei che riemerge lentamente alla luce, specchiata nella superficie fino a confondersi con il suo riflesso, quasi un doppio che torna al mondo. Qui lo specchiarsi manca quasi del tutto, togliendo gran parte del senso. Come pure nella sequenza finale la lotta avveniva in un museo abbandonato di storia naturale, e i colpi di arma pesante polverizzavano un bassorilievo di un albero dell’evoluzione – il passaggio di testimone simbolico tra umani ed entità cibernetiche. Qui c’è un albero vero, e il simbolo è perso. Come non fosse stato capito fino in fondo.

La seconda cosa che non funziona, ahimé, è la protagonista. Che, nei manga e negli anime, ha il carisma di una dea con ossa di titanio: un “fiore di litio”, come canta una delle colonne sonore delle serie animate. Lei è il Maggiore, la veterana infallibile che incute timore a tutti – a parte forse, al suo capo Aramaki qui interpretato da un trucido Kitano misteriosamente non doppiato.
Nella Motoko della Johansson questo c’è poco. Sempre imbronciata, anche nelle scene di azione manca della letale freddezza del cyborg. Il Maggiore ha guadagnato il suo grado e il suo rispetto sul campo. Qui, chi è?

E giungiamo all’ultimo punto, il più dolente. La trama.
Il film di Mamuro Oshii di vent’anni fa è, paradossalmente, molto più proiettato al futuro dal punto di vista concettuale e tecnico di quello di adesso. Lì c’era il complesso mondo delle intelligenze artificiali, la domanda di cosa sia l’anima, di cosa renda umani. Qui abbiamo Robocop. Punto.

Se togli alla vicenda il fascino dei protagonisti, compresi il resto della “sezione 9” qui appena accennati a parte un adeguato Batou, e gli interrogativi tecnico-filosofici, che rimane? Un fumettone un po’ superficiale dalla sceneggiatura bucherellata, ricco di azione ma in cui le sole scene memorabili sono quelle che arrivano dal passato. E che lascia con un’intensa nostalgia.
Di quello che avrebbe potuto essere e, purtroppo, non è stato.

Quando si ama

Pensate alla persona che amate di più. Ne avete una, vero?
Cosa sareste disposti a fare per lei?

Pensatela, vedetevela davanti. Sareste disposti a prestarle dei soldi? A darglieli tutti? A regalarle la vostra casa, la vostra auto? Lasciare tutto quello che avete per lei?
Sareste disposti a darle tutto il vostro tempo, senza tenervi niente? A darle un rene? Una mano? Un occhio? Tutti e due?
Sareste disposti a morire per lei?

Rispondete onestamente, sinceramente, dentro di voi.

Badate bene: non sto parlando di farlo per dovere, o per eroismo. Ma perché l’amate.

Ora, pensate alla persona che disprezzate di più. La più antipatica, o la più cattiva secondo il vostro giudizio.
Sareste disposti a fare lo stesso?

E’ per questo che non dobbiamo disperare dei nostri limiti, delle nostre cadute, dell’ animalità che ci appesantisce. Del nostro peccato.
Perché c’è chi l’ha fatto.
Qualcuno è morto per una persona così, tutta da disprezzare. E’ morto Cristo, della fine più atroce.
E la persona più disprezzabile? Siamo noi.

Buona Pasqua di Risurrezione.

Non è Vangelo – XXIII – Indovina chi viene a cena

Cari discesisti nell’abisso, nella nostra rubrica di oggi tratteremo uno dei capisaldi della narrazione dei Vangeli così come l’insegnavano una volta, ora un po’ meno: quella fatale cena in cui “G”,  il falegname autoproclamatosi figlio del Nemico-che-sta-lassù, gioca con il cibo attribuendo a pane e vino doti divine.

Quando parliamo di “trattare” è chiaro che intendiamo parlare dello stesso trattamento che si è soliti riservare ai rifiuti. Dimostreremo infatti come tutta la vicenda non sia altro che una goliardata, un gioco di barcaioli ebbri. Noi demoni siamo persone molto più serie di quel salvatore posticcio finito appeso ad un palo: non ci ubriachiamo mai quando siamo in servizio, siamo entità assolutamente morali al di sopra, e anche al di sotto, di qualsiasi vizio.

I fatti ai quali ci riferiamo si svolgono appena prima che G sia finalmente consegnato alla giustizia per subire la meritata pena. Lui e i suoi amichetti pescatori si sentono tanto al sicuro dall’autorità costituita che decidono di affittare una sala per i loro bagordi. E’ a tutti noto che il gruppo del falegname è un giro di dissoluti festaioli: non perdono occasione per mangiare e bere alla facciazza dell’austerità. G non va troppo per il fino quando sceglie le persone che gli offrono il pranzo: mafiosi, intrallazzatori, ruffiani e prostitute sono l’abituale accompagnamento delle sue serate e, si presume, anche nottate. Evidentemente lo stimolano: i suoi discorsi più importanti li fa a tavola, di solito dopo qualche litro di rosso.

Ora, noi demoni non disdegniamo certo gli ubriaconi. Il nostro programma di recupero degli alcolisti è vasto e funzionante: non avete idea quanti ne recuperiamo, di solito dopo che sono schiattati per cirrosi epatica. Ma noi non saremmo mai giunti al livello di virtuosismo di G che giunge a definire il vino “suo sangue”. Ma che razza di tasso alcolemico doveva avere, quel tizio? Sicuramente, avesse guidato, gli avrebbero ritirato subito la patente.

Questa storia di identificarsi con il contenuto dei fiaschi e delle botti è palesemente una assurdità, uno scherzo fatto all’indirizzo dei suoi compagni di bevute troppo creduloni. Come dire, ricordatevi di me mentre sbevazzate. Loro, sprovvisti di senso dell’umorismo, l’hanno presa troppo seriamente.
Così come definire il pane suo corpo: perché proprio il pane? Perché non la marmellata, o l’arrosto, o il burro? Non ha pensato ai celiaci? Anche qui, chiaramente scherzava. Avrà fatto qualche battuta del tipo “date pane al pane” e quegli altri, troppo fusi, l’hanno presa nel verso sbagliato. Perciò, cristianucci, trovatevi altri modi di ricordare G. Va bene che non avete registrazioni, foto, filmati, e quindi non sapete né che aspetto aveva né che ha detto davvero; ma pretendere di associare la sua memoria al cibo è imbarazzante. Neanche si fosse a masterchef. A noi diavoli questa pretesa fa tanto schifo che preferiamo girare al largo ogni volta che abbiamo il sentore di quelle vivande.

Anche tra i seguaci di G c’era qualcuno a cui questa associazione proprio non andava giù: il più serio della compagnia, tanto che era quello che aveva la responsabilità della cassa. Sì, proprio Giuda Iscariota, che tanto ha sofferto per le ingiuste accuse che gli sono state rivolte persino durante quell’ultima cena. Traditore? E’ il nome con il quale sono sempre stati chiamati i collaboratori di giustizia da parte di mafiosi e camorristi. Ma la legge e l’ordine non sono opinioni, e c’è bisogno di qualcuno che si metta personalmente in gioco perché possano trionfare.

Si è sempre detto che Giuda abbia tradito, ma in realtà ci è stato costretto: è stato venduto lui per primo, ben prima che spinto dal dovere patrio si mettesse in gioco portando in tribunale il suo precedente datore di lavoro. Infatti, non era stato proprio G ad accusarlo di tradimento davanti a tutti, a tavola? Un caso eclatante di mobbing: non si può certo dire che sia stato trattato con equità, e fosse stato iscritto ad un sindacato le cose non sarebbero andate lisce per la banda dei galilei. Gli ha reso pan per focaccia, non lo poteva più digerire.

Espulso dal cerchio magico, se ne va, forse anche per evitare di sentirsi l’interminabile pistolotto del suo ex-capo su quanto lui sia figo, su quanto sia bello essere uniti, sul fatto che sono una manica di cretini che senza di lui non possono niente. Sempre così alle cene aziendali: il boss che si autoesalta, i sottoposti che lo sviolinano, il discorso programmatico su quanto la ditta deve fare se vuole continuare a dominare il mercato. Non vale neanche la pena di parlarne; sono solo banalità proferite da parte di un G evidentemente sotto l’effetto dell’alcol e in crisi con i riferimenti paterni.

Anche perché, a posteriori, il ricordare il tema trattato diventa imbarazzante. Non basta essersi lavati i piedi  – il fetore doveva essere terribile perché G stesso si abbassasse a sciacquarglieli – per smettere di essere di pescatori puzzosi e diventare dirigenti o aristocratici. Non basta un generico richiamo all’unità per unire gli uomini. Ora, noi siamo abbastanza favorevoli alle unioni civili, sebbene riteniamo che siano un po’ troppo vincolanti e limitanti la libertà delle persone. Ma qui non bastano: come sono fuggiti, dopo! L’errore del dilettante: se invece di dire ai suoi discepoli di rimanere nel suo amore li avesse costretti a farlo sarebbe stato molto più difficile per noi riuscire a farlo catturare. Parole, parole, parole, quando sarebbe bastato un po’ di forza. Ma non per niente siamo noi i padroni del mondo: perché sappiamo come ci si comporta con gli esseri umani.

Perché è chiaro che pane e vino sono un simbolo potente, dobbiamo dare atto all’inventiva del falegname, ma nient’altro. Un promemoria, ma sicuramente non una presenza reale, in grado di rassicurare quei quattro deficienti che lo seguivano. La sola presenza reale nel mondo siamo noi demoni, sempre lì dove un essere umano lotta contro i suoi scrupoli e le inutili convenzioni per riacquistare la sua libertà.
Perché anche noi dobbiamo mangiare.

Irritante

Che irritanti questi che vogliono il mio bene. Che vogliono salvarmi. Che mi amano.
Irritanti, supponenti, arroganti. Non l’hanno ancora capito? Lo so io cos’è il mio bene.
Danno la loro vita per me. Fanno sacrifici in mio favore. Dedicano a me il loro tempo e la loro fatica.
Che stronzi.
Pensano forse che questo dia loro il diritto di dirmi cosa fare? Di dare a me, proprio a me, dei consigli?
Lo ripeto, so io cos’è il mio bene. La mia convenienza. Non ho bisogno di salvatori. Di maestri. O di padri, di madri, di gente che mi giudica. Vogliono dare per me il loro sangue? Che facciano. Scelta loro. Non si aspettino ringraziamenti.

Vorrebbero insegnarmi. Ma chi sono, loro? Che titoli hanno? E, anche se li avessero, che mi interessa cosa affermano?
Non c’è nessuno che può dirmi cos’è la verità. La verità non esiste. La verità me la faccio da me.
Che stiano zitti. Che stiano in silenzio, che non si facciano neanche vedere.

Irritanti, questi giusti. Irritanti, questi perfettini.
Irritante soprattutto quello che dice che muore per salvarmi.
Poi, con questa scusa, mi giudica. La croce era il minimo, per uno così.

Ah, dimenticavo, non mi sono presentato. Io sono te.

Il titolo

Callisto era uno schiavo. Non che la cosa gli pesasse particolarmente. C’erano uomini liberi che se la cavavano molto peggio di lui; e senza dubbio parecchi cittadini romani che invidiavano la sua posizione. Perché Callisto non era uno schiavo qualunque. Era uno schiavo istruito, e valeva più sesterzi di quanti parecchi guadagnassero nell’intera vita.
Era alloggiato bene, nutrito discretamente, e il lavoro era scarso e leggero a sufficienza perché lui potesse dedicarsi al suo passatempo preferito, i libri.
Questi i lati positivi. I lati negativi era che il suo padrone non aveva purtroppo una biblioteca così ricca. Era sì un personaggio molto importante, un Prefetto. Ma Prefetto della provincia più pidocchiosa dell’Impero, distante uno sproposito dalle terre realmente civilizzate.
Anche oggi, fuori c’era tumulto. Come schiavo si sentiva abbastanza al sicuro, ma con questi fanatici non si poteva mai dire. Quanto avrebbe desiderato tornare a Roma. Perfino Cesarea già gli mancava.
“Callisto? Il Prefetto ti vuole.” disse il soldato.

“Ho un lavoro per te”, disse il Prefetto.”Una scritta.”
Callisto sapeva parlare e scrivere in otto lingue. Una abilità in gran parte sprecata, in questo buco di paese.
“Che scritta, padrone?”
“In tre lingue. Voglio latino, greco ed ebraico. Scendi da Lucio, digli di procurarti una tavola.”
“Cosa ci vuole scritto, eccellenza?”
“Gesù Nazareno, Re dei Giudei. Bello grosso, va bene? E’ da porre in cima ad una croce” disse, rivolgendosi al centurione accanto a lui.
Ah, era per quel profeta ebreo di cui si era discusso tutta la mattina. La folla fuori dal palazzo faceva paura.
“Immediatamente, padrone”.
Callisto, fuori dalla vista del Prefetto, sbuffò. Un lavoro da poco.

Il soldato sbirciò la tavola di legno con le lettere tracciate sopra. Il latino lo sapeva leggere, un poco almeno, ma gli altri scarabocchi…
“Che c’è scritto qui?” chiese allo schiavo. E’ la lingua di qua, no?”
“Yeshua Hanotsri Wemelek Hayehudim”, rispose lo schiavo.
“E che vuol dire?”
“La stessa cosa del latino.” rispose ancora. “Iesus Nazarenus Rex Iudeorum”.
Il soldato si strinse le spalle. Il bello dell’esercito romano era quello: ti poteva capitare di portare a morte anche un re. Sic transit gloria mundi, come diceva il tribuno.
Si mise sottobraccio la tavola e si avviò fischiettando dietro al corteo dei condannati.

Appena finì di sistemare il cartello sopra la testa del condannato capì che qualcosa non andava. Tutti quei tromboni giudei con i loro scatolotti appesi ovunque sembravano parecchio agitati.
Verificò se l’aveva appeso diritto. Sì, era perfetto. Guardò in basso. I tromboni se ne stavano andando di gran fretta, e altra gente parlottava. Che avranno, si chiese. Forse non gli piace che gli crocefiggiamo il re.
Scese dalla scala con precauzione, tenendosi lontano dal corpo insanguinato dai flagelli.

Il Prefetto alzò lo sguardo, spazientito. “Cosa c’è ancora?”
Il Capo del Sinedrio si schiarì la voce. “Se vostra Eccellenza acconsente, voremmo che fosse cambiato il cartello appeso sulla croce del condannato. Non…” qualcuno gli diede di gomito. “…Non ci sembra corretto. C’è un errore. Quel Gesù non è il Re dei Giudei, ma solo quello che dice di essere. Se…”
Il Prefetto alzò gli occhi al cielo. Questi non gliela contavano giusta. Ma non ne poteva davvero più.
“Basta. Sono io stesso che ho dettato quel cartello. L’avete fatto uccidere per quello? E quello c’è scritto. Il cartello è già appeso. Titulus crucis. Quello che è scritto è scritto”,  scandì, “non ho intenzione di sprecare tempo a cambiarlo. E adesso andate, prima che perda la pazienza del tutto.” Fece un cenno con la mano, e le guardie si avvicinarono con fare minaccioso ai postulanti.
Il Capo del Sinedrio e gli altri uscirono. “Niente da fare. Sembra parecchio irritato.”
“E’ un abominio. Una bestemmia. L’ha fatto apposta.” Mugolò un fariseo vicino a lui.
Caifa sospirò. “Anche se fosse, in fondo non è così grave. Anche se è così vicino alla città, quanti lo noteranno?”

Giovanni alzò la testa e guardò l’uomo appeso, l’uomo che aveva seguito per tre anni.  Lordo di sangue, il respiro affannoso. Gli cadde l’occhio sul cartello, in alto. Lesse, e poi lesse meglio, incredulo.
“Yshu Hnotsri Wmlk Hyhudim”. Lo scrivano aveva evidenziato le iniziali. YHWH. Il Tetragrammaton, il sacro e impronunciabile nome di Dio, che Lui stesso aveva fornito a Mosè tanto tempo prima.
“Io sono colui che è”. Quell’uomo era appeso lì sopra perché aveva affermato davanti al Sinedrio di essere Dio. Ed ora, sopra il suo capo, era appeso…
Si ricordò quanto aveva detto ai farisei: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono“.

I  loro sguardi si incrociarono. E, per quanto potesse essere incredibile in mezzo a quella sofferenza, a Giovanni parve quasi che sorridesse.

Le conseguenze dell’amore

Bisogna fare attenzione a quello che ami. Può essere estremamente pericoloso.
Il cristianesimo ha fortemente a che fare con l’amore.  In effetti è il suo punto principale: Dio ha talmente amato il mondo da mandare suo Figlio a salvarci. E Lui stesso ha raccomandato: amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi.

Questo messaggio dà, evidentemente, sui nervi a qualcuno. A molta gente. Moltissima. Che quindi provvede a rimuovere il messaggio. O il messaggero.
Quando non ami, quando ti dà fastidio che qualcuno ami, non ti fa molto problema il modo della rimozione.
Può essere una bomba. Può essere un colpo in testa, o un coltello. Un carcere, una legge, un licenziamento, una battuta sarcastica. Anche solo il silenzio. O, peggio, l’assoluto disinteresse.

Se ami come dovrebbe amare il cristiano, allora ti importa anche di colui che uccide te, i tuoi cari, tuo padre, tua madre, i tuoi figli. I tuoi fratelli, che sono tutti, compreso colui che ti sta rimuovendo, nei modi sopra descritti o in tanti altri più diretti o più ingegnosi. Ti tocca non odiarlo, e questo può essere molto, molto difficile. Il suo scopo, anche se magari non se ne rende conto appieno, è proprio farsi odiare.
Per neutralizzare quel messaggio.

Così il giorno di festa che diventa lutto, la palma di gioia inzuppata di sangue, non sono che ciò che comunemente segue l’amare in un  mondo che non ne vuole sapere. Non sono eccezionali, non sono un caso. Sono la croce; sono la normalità. Quella, non il nostro asfittico accontentarci di gesti vuoti e promesse vane.

Ci viene chiesto, ogni giorno, di testimoniare. Ma il gallo canta per noi. Che non capiamo le conseguenze dell’amore.

Assassini globali

Astiterunt reges terrae , et principes convenerunt in unum…

Spero che non cadiate anche voi dal pero perché davvero siete convinti che Assad abbia bombardato con armi chimiche. Devo dire che, tra tutte le operazioni di notizie fasulle che ho visto, questa è tra le più goffe e ridicole. Che un capo di stato in sella da decenni possa, mentre sta vincendo e appena prima di una conferenza di pace, bombardare con un’arma vietatissima per ammazzare pochi civili in mezzo ad un deserto è a dir poco grottesca. Lo avesse fatto, o è un idiota integrale o poteva guadagnarci qualcosa; presumendo che un idiota non sia, ditemi cosa aveva da guadagnarci.

Questo unito a qualche altro piccolo indizio (che so, le immagini della strage palesemente fasulle, la mancanza di informazioni indipendenti, l’attacco con i gas denunciato per sbaglio 12 ore prima e simili piacevolezze) mi portano a ritenere, con una certa fondatezza, che sia stata un’operazione cinicamente studiata in anteprima da quelli che sono nominalmente le vittime. Volete altri indizi? Il fatto che, in mancanza di informazioni e prove, i capi delle diplomazie di diversi paesi abbiano puntato senza esitare il dito contro il presidente della Siria .

Neanche loro sono fessi. Se l’hanno fatto, o hanno rapporti molto molto buoni con i ribelli e quindi informazioni di prima mano che indicano senza dubbio Assad come colpevole, o hanno rapporti molto molto buoni con i ribelli e vogliono indicare Assad come colpevole.
La spudoratezza di riciclare una storia così debole denota o una arroganza suprema o molta fretta, unita alla convinzione che i nostri popoli siano composti di minus habens. In alcuni casi, viste le reazioni, può anche essere vero.

Deprimente. Ma ancora più deprimente è il fatto che la diplomazia americana si sia allineata con queste fake news, malgarado Trump.
E’ ovvio che è in corso la normalizzazione del Presidente. Magicamente, nelle ultime 24 ore le varie testate giornalistiche  che negli ultimi mesi hanno sparato palle incatenate ad alzo zero contro il miliardario hanno cominciato a trattarlo come un presidente.  Ha fatto quello che volevano; possono rallentare le bastonate.
Oh, potrebbero esserci anche esserci ragioni strategiche impellenti. Che ne sappiamo. Democrazia? Ma non fatemi ridere.

Qualcuno asserisce, o spera, che quella di Trump sia solo un falso cedimento. Che in realtà li stia ancora giocando. Da parte mia, sapendo le doti di negoziatore del POTUS, la vedo più come una disponibilità a negoziare. Il segnale sono le braghe calate, e parecchi morti.

Così sono i prìncipi di questo mondo. Spero per voi, di nuovo, che non aveste fiducia in qualcuno di loro. Volete sapere chi sono? Guardate chi ha cantato questa ballata di morte, senza dimostrare dubbi.
No, non sono loro. Quelli sono solo i loro utili idioti.

Non è Vangelo – XXI – Che asini!

Ci chiedete: perché tanta ostinazione da parte vostra a volere rivedere il contenuto dei Vangeli? Voi demoni non avete niente altro da fare, che so, possedere fanciulle, tentare santi, suggerire leggi a politici? Perché perdere tanto tempo dietro a dei libercoli che ormai nessuno legge, e lasciano il tempo che trovano?

E una domanda lecita. Non crediate che a noi faccia piacere rileggere quelle vicende che, se fossero davvero avvenute, ci avrebbero dato un bel mal di pancia. Il senso di nausea e i brividi che ci colpiscono quando scorriamo il capitolo sugli esorcismi, o sul perdono ai peccatori, è di difficile comprensione per quanti non conoscano la nostra passione per il male degli esseri umani. Quando vediamo un peccatore che, sviato, parte verso il cielo invece di condividere con noi l’eternità proviamo un dolore quasi fisico. E’ proprio per questo che non ci fermeremo finché non avremo dannato tutta l’umanità, e la strada maestra è proprio rendere inutili e ridicoli quei libretti di cui sopra. Le persone dei santi sono molto più pericolose; ma se togliamo loro questi strumenti avremo ostacolato la loro guerra contro di noi. Anche la migliore guida fallisce se usa una mappa che lo porta nel luogo sbagliato.

Se non distruggiamo le loro armi rischiamo che succeda come in quella primavera di tanti anni fa, quando “G”, il falegname disoccupato, ha deciso di sfidarci direttamente entrando in gran pompa a Gerusalemme. Il popolo che l’acclamava, illudendosi che portasse la salvezza.

Una mossa arrogante, che ha pagato cara; ma che non avremmo potuto neutralizzare senza l’attenta regia di Nostro Padre che sta Quaggiù. Il Nemico-che-sta-lassù non è, contro le apparenze, uno sprovveduto.

Già da tempo, infatti, avevamo mosso tutti i nostri migliori agenti per prepararci contro questa eventualità. Nel potere civile avevamo attentamente coltivato la paranoia e l’orrore per tutto ciò che potesse turbare la tranquillità. Nei sacerdoti e nei farisei avevamo esaltato il moralismo, l’interpretazione letterale delle norme, il disprezzo per tutto ciò che non era la loro interpretazione.
Come siamo riusciti a renderli così ciechi di fronte ai miracoli? E’ stato semplice, in fondo: gli esseri umani non vedono che ciò che vogliono vedere, e non ascoltano che ciò che vogliono sentire. Messi di fronte alla realtà, sceglieranno sempre la loro idea di essa. A nostro vantaggio, è complicato fare sì che un uomo comprenda qualcosa quando il suo lavoro dipende dal non comprenderla.
Non abbiamo costretto nessuno: chi si accorda con noi è libero, più libero di chiunque altro, purché faccia cosa noi suggeriamo.

Stupisce che G, che si accredita come l’uomo perfetto, non ci abbia pensato. E’ venuto a gettarsi nella nostra bocca, letteralmente; con tutta la sia preveggenza è venuto a cacciarsi nella trappola che avevamo predisposto.
Questa la dice lunga sull’arroganza di quell’uomo. Che si vede fin dall’inizio: avvicinandosi alla città per prima cosa manda i suoi a rubare un’asina, oltretutto incoraggiandoli a mentire: “te la prendo in prestito, te la restituisco”… Sì, come no. Sottrae la bestia al suo proprietario e la costringe ad un compito umiliante, portarlo sulla schiena durante il suo ingresso nella città. Non lei sola, ma anche un giovane puledro! Nessun rispetto per gli animali, solo maltrattamenti che oggi gli costerebbero una sanzione penale.

Pensate alla fatica, al peso per quelle due povere bestie. Nessuna pietà per loro. E’ perché? Perché aveva piovuto, e non voleva sporcarsi i piedini. Addirittura esige – non si vede come possa essere volontario – che gli astanti mettano per terra i loro mantelli perché ci possa camminare sopra.

E’ ovvio che i sostenitori di G sono dei fanatici reazionari con nessun rispetto per l’ambiente. Non solo acclamano allo sfruttamento servile di bestie sensibili, animali come loro, non solo ricoprono il suolo con materiali difficilmente riciclabili, ma tagliano anche fronde di alberi danneggiandoli irreparabilmente. E’ qui che comincia la deforestazione, è qui che inizia il cambio climatico e i disastri conseguenti: da questi atti irresponsabili verso cui il presunto messia ha un atteggiamento quantomeno condiscendente.

“Osanna”, inneggia la folla: tale e quale le acclamazioni ai peggiori dittatori, in uno sconsiderato populismo che sa di fondamentalismo terrorista. E’ come fosse un tentativo di colpo di stato, condotto nel nome di un non meglio precisato “Signore” che si configura come il capo nascosto di una organizzazione plutocratica estremistica.
Qualunque cittadino sensato dovrebbe rifuggire simili entusiasmi per personaggi oscuri e secondari, che in fondo rappresentano solo se stessi. Il suo modo di accreditarsi come fosse per investitura divina è senza dubbio un metodo per evitare vere elezioni, il solo metro di quanto voglia davvero il popolo. A meno che, naturalmente, il risultato di simili consultazioni sia irragionevole, nel qual caso gli autentici interpreti della volontà collettiva devono intervenire.
Così come, su nostra amorevole sollecitazione, hanno fatto le legittime autorità della città di Gerusalemme. Identificato il pericoloso dissidente, lo hanno arrestato su indicazione dei suoi stessi collaboratori. Ma questo lo vedremo poi.

Quello che a noi preme è l’insegnamento che ci trasmette tutta questa vicenda: che, nonostante possa apparire gratificante per il proprio ego entrare acclamati in una città, se ci si pone contro l’autorità costituita si va a finire male. A coloro che ancora credono in G consigliamo di non lodarlo pubblicamente, in quanto non si tratta che di un gesto sconsiderato inadatto al pubblico decoro. Meglio sarebbe stato se fosse rimasto in incognito, e se invece di parlare se ne fosse stato zitto evitando di indisporre il governo legittimo.

Ricordate sempre: la legittima autorità siamo noi. I prìncipi di questo mondo, che non sopportano che qualcuno cerchi… non di metterci in ombra, perché l’ombra è il nostro dominio. Di portarci alla luce.

Il coraggio di essere

Non c’è attività più rischiosa del vivere, ma è anche quella che ti dà le maggiori soddisfazioni.

Una fede scontata

Le nebbie rendevano alberi e palazzi intorno a me, che tornavo dal lavoro, fantasmi grigi nella precoce notte invernale. Fu allora che notai quella stella brillante, a mezz’altezza. Un aereo? Eppure non sembrava muoversi. Anzi, pareva fissa, e relativamente vicina. Archiviai il mistero nella mente. Fu solo dopo qualche giorno, transitando in orari meno tenebrosi, che vidi come il fantomatico lume fosse posizionato sulla cima di una specie di guglia.
Cosa poteva essere? Il pilone di un nuovo ponte? Nella zona ferveva un rinnovamento urbanistico, con svincoli e viadotti che sorgevano improvvisi su antichi prati. Eppure era strano. Un pilone così aguzzo, isolato, quasi in mezzo al niente… sembrava quasi il campanile di una chiesa, di quelle moderne che sembrano vele, raggi di sole o, mi si perdoni, cacate di giganti.

il mistero mi si è chiarito a distanza di parecchie settimane, quando ho visto in giro i manifesti del nuovo outlet. La guglia era sostanzialmente un segnale pubblicitario, come i fasci di luce lanciati verso il cielo che avevo scambiati per quelli di una discoteca o delle giostre carnevalesche. Il giorno dell’apertura il traffico era paralizzato per chilometri attorno, e sì che avevano raddoppiato le strade.

Adesso, con la bella stagione, quella guglia la vedo molto meglio.Sia di giorno che di notte. E mi interroga.
Il senso di una civiltà, a mio parere, è rivelato da ciò chegli uomini che ne fanno parte innalzano verso il cielo.
Le torri di guardia, avevano un senso. I campanili, avevano un altro senso. Monumenti? Bandiere?
Questa nostra civilizzazione innalza segni che dicono “Qui si compra e si vende”.

E la gente si dirige a frotte nella nuova chiesa. Che non promette salvezza, ma solo sconti.
Sì, sto parlando dell’outlet.

Attenti all’etichetta

Un piccolo avviso a giornalisti, scientisti e blogger, nonché ai loro commentatori.
Una ricerca sociologica, una statistica sui comportamenti umani, una serie di interviste o anche di dati anagrafici spesso non sono scienza.
La scienza ha a che fare con il ricercare leggi e dimostrarle; con il fare esperimenti riproducibili per verificare queste leggi; con il predire comportamenti basandosi su ipotesi rigorose. Confrontate con ciò che spesso invece si vuole far passare sotto l’etichetta di scientifico. Dov’è la legge che lo spiega, dove le ipotesi dimostrate sperimentalmente? Ci sono casi che invalidano le ipotesi? Se sì, li si è considerati o sono stati semplicemente ignorati?

Feynman, uno dei più grandi scienziati del secolo scorso, in questo breve video, chiama quella “pseudoscienza“, fatta da pseudoesperti pseudoscientifici.
“Avendo io il vantaggio di aver personalmente scoperto quanto duro sia sapere davvero qualcosa, quanto cauto devi essere nel controllare gli esperimenti, quanto è facile che tu stesso faccia errori, io so cosa voglia dire “conoscere” qualcosa, e quindi vedo come loro (questi pseudoscienziati, ndt) ottengono le informazioni. E non posso credere che loro questo lo sappiano e abbiano fatto il lavoro necessario, e i controlli necessari e abbiano avuto la cura necessaria… ho il grande sospetto che non sappiano come questa cosa vada fatta.”

Perciò, prima di etichettare qualcosa come “scientifico”, assicurarsi che lo sia davvero e non un accozzaglia di dati raccolti in modo discutible, analizzati in base ai desideri più che ai fatti, e poi presentati ai creduloni per confermare quel che già si pensa di sapere. Propaganda, non scienza.

La differenza tra uno scienziato e uno pseudoesperto imbonitore è che il primo dovrebbe cercare la verità nella realtà per quella che è. Diffidate delle imitazioni.

Poi

Tutto è cupo, buio, freddo. Ciò che un tempo viveva ora è secco, duro come il cuore di un avaro. Non lo riconosci più, tu che lo ricordi al tempo del suo splendore. E’ avvizzito, è appassito. Ti ha deluso, tu che confidavi in lui. Ti ha lasciato in solitudine in questa nebbia, in questo gelo che non sembra finire. Anche la speranza è la fioca fiamma di una candela dallo stoppino corto e fumigante.

Poi, d’improvviso, senza che tu abbia fatto niente, immeritatamente è primavera.

Non è Vangelo – XX – Agganci in alto

Vedo con piacere che è grande la vostra mancanza di fede se anche oggi siete qui con il fior fiore degli intellettuali infernali a sbertucciare i Vangeli, quei libretti malscritti che conterrebbero la vita di ‘G’, il falegname. Quella della presa in giro dei Vangeli è un’attività molto diffusa tra le nostre bolge e gironi: siccome molti dei dannati erano abituati a praticarla prima di scendere quaggiù da noi, ci è sembrato un bel gesto permettere loro di mantenere l’abitudine. Vedete, noi non siamo crudeli come dicono: non togliamo ai nostri graditi ospiti tutto, ma solo quanto non si addice ai nostri appetiti e alle nostre tradizioni. Il bene ha un sapore amaro; la critica esegetica, invece, dà un gusto speziato alle anime, molto ricercato. Non si finisce mai di apprezzarlo.

Quale brano prenderemo in esame oggi? Uno assai emblematico e istruttivo. C’è G che ha un attacco di masochismo e decide di andare a Gerusalemme nonostante lassù abbiano deciso di fargli la pelle. E se ne compiace pure! Afferma che sarà consegnato a scribi e sacerdoti e condannato a morte. Profezia? Macché, è appena logico. Sarebbe come se un ladro andasse a rubare al commissariato, non ci vuole un genio per capire che si fa una brutta fine.
Si lamenta per la sorte di Gerusalemme? Che ipocrita! Con i poteri che millanta avrebbe potuto farla diventare la più grande e potente città del mondo. Avrebbe potuto renderla un impero con uno schiocco di dita. Meglio: se ce lo avesse permesso, saremmo stati lieti di fare noi il lavoro per lui. Ieri come oggi, le nazioni più potenti sono quelle che ci offrono di più. Noi diamo, poi riprendiamo per ricominciare altrove. Siamo per la circolazione delle capitali. Capite quindi che opportunità ha gettato via G per il suo popolo. Le sue sono lacrime fasulle: ha rifiutato la possibilità di essere davvero grande.

Schernito, flagellato, crocefisso? Fosse stato per noi, anche di peggio. Come sarebbe stato migliore per noi il mondo, se lui non ci fosse stato. Ognuno avrebbe fatto quello che gli pareva, senza preoccupazioni per vite eterne o bontà di sorta. Alla fine, tutti vincenti: noi, specialmente noi, alla fine.

“G” ha appena finito di piagnucolare che arriva la madre dei figli di Zebedeo. Una donna secondo i nostri gusti, un’autentica eroina che si batte per i suoi piccoli. Ecco i miei gioielli, annuncia orgogliosa, ragazzi che si sanno far largo nella vita ma che non ricusano una piccola spintarella quando ce n’è bisogno. Occorre essere orgogliosi di questa figura che si erge a difesa della sua prole chiedendo per loro appena un poco di potere.

E G che fa? Nicchia, secondo suo solito. Invece di lodare la donna, fornirle il prezzo per le cariche richieste, assecondare il suo istinto di madre che lotta per la propria discendenza comincia a fare discorsi strampalati.
Prima di tutto offre ai due raccomandati da bere, chiedendo se avranno il coraggio di usare il suo stesso calice. Che orrore! Pensate ai germi, ai denti non lavati… probabilmente gli puzzava pure l’alito. Ma i due sono disposti a qualsiasi sacrificio per il posto fisso, e acconsentono.
Forse sperava di dissuaderli, ma subito dopo, di fronte alla loro fermezza, deve confessare di non essere lui il titolare.
Che il nepotismo sia diffuso nell’entourage del preteso Messia è evidente: persino per quelle cariche minori bisogna essere raccomandati da un parente del titolare, il padre, di cui il figlio sembrerebbe essere solo un prestanome senza potere. Succede sempre così nelle aziende a conduzione familiare: il fondatore non accetta di essere messo in un angolo dal figlio, spesso una mezza figura viziata e senza qualità, e continua a decidere ogni cosa. Non stupisce quindi la richiesta della donna, certa di trovare terreno fertile per le sue macchinazioni.

Ma non aveva fatto i conti con l’invidia degli altri cosiddetti discepoli. Questi, essendosi visti scavalcati, rabbiosi per non avere avuto loro per primi l’idea, sono lì lì per pestare a sangue i due laidi opportunisti.
Per cercare di mantenere unita la sua base di consenso allora il falegname raccoglie attorno a sé il suo circolo magico e li rimette in riga. Ricorda loro che i grandi capi politici governano le nazioni, ma che loro sono solamente delle figure di secondo piano, degli sgherri senza potenziale, e che se vogliono avere ancora un posto nella struttura di potere che lui sta mettendo su devono comportarsi come degli schiavetti, come dei piccoli servi. E che lui stesso dà per primo l’esempio, pronto a mettersi al servizio di chiunque glielo chieda, ad un prezzo stracciato o persino per niente. E’ così che li spera di fare carriera, di diventare un grande, e incita anche i suoi sottoposti a fare altrettanto. Che cosa non si farebbe per il potere!

Che insegnamento possiamo trarre da tutta questa vicenda? Che per farsi strada nella vita ci sono sostanzialmente due metodi: uno è la raccomandazione, il favoritismo; l’altro la sviolinata del lecchino, che esegue ciecamente gli ordini del padrone come fosse uno schiavo. Sono ambedue suggerimenti che possiamo dare anche noi: abbiamo sempre sostenuto che uno dei peggiori inconvenienti degli esseri umani sono il ragionare troppo, il chiedersi il perché delle cose. Chiaramente un inconveniente di progettazione, insieme con quella deprecabile pratica della libertà che permette simili atteggiamenti.
Un servo? Noi abbiamo sempre pensato che l’uomo dovrebbe comportarsi più come un padrone, senza lasciarsi mettere i piedi in testa da creatori o messia che gli spiegano come comportarsi.

La vera statura dell’uomo è colui che non deve chiedere mai, mai piegarsi, specie volontariamente. A chi ci provasse, a chi gli dicesse cosa deve fare, magari con la scusa del suo stesso bene, questo gigante che noi ci augureremmo di trovare in ogni essere umano deve reagire con sacrosanta ira, con giusta violenza.
Promettiamo fin da ora a chi seguisse questa strada la massima assistenza. Male che vada, potrà rifugiarsi da noi: un pasto caldo all’inferno non lo neghiamo a nessuno.

I gabbiani e gli altri

Dai libri che fai leggere agli allievi si vede che insegnante sei. Così una persona che conosco si è dovuta sorbire “L’Alchimista” e ora ha il compito di fare l’analisi del testo del “Gabbiano Jonathan Livingston”.
L’analisi del testo è quella cosa immonda per cui prendi una bella pagina letteraria e le fai l’autopsia. A mio parere ha lo stessa probabilità di far apprezzare ai ragazzi la bellezza di quello che hanno sottomano di quanto si possa capire cos’è un leone dalla sua dissezione. Sappiamo bene che cosa possa insegnare un compito pesante fatto di fretta in una giornata sovraccarica: come mettere giù due concetti non capiti e magari copiati. Anche il Gabbiano merita di meglio.
Non dico certo che la colpa sia tutta di chi insegna. Come far scoprire ad un adolescente la meraviglia, le ragioni di un’opera immortale, cosa realmente muove la penna e la mente?
Cosa muove ad esempio il Gabbiano. L’avete letto anche voi, no? Un capolavoro di un’età ormai passata: la new age ormai non è solo morta, ma è anche sepolta. Vive solo più nei sogni segreti di chi la tradisce quotidianamente per vivere.  Ecco, quello può insegnare quel libro. Non che bisogna ribellarsi; non che occorre inseguire il proprio sogno. Perchè il proprio sogno può anche essere una bufala, essere sommamente inutile e tragico: un’illusione. Il punto è quello: come fai a distinguere?
C’è, a mio parere, un solo modo: capire se rende felici. Il sogno si distingue dall’ideale, l’illusione dal reale perché siamo fatti per la verità. Attenzione: questa è una tesi forte, che può fare solo chi pensa che siamo stati creati da e per un Destino buono. Per tutti gli altri non c’è modo di distinguere: tutto è fasullo, perché niente ha senso.
Per tutti gli altri, per noi no. Noi pensiamo che ci sia qualcosa che rende felici, perché siamo fatti per quello. Che siamo composti di verità, e quindi la verità ci attira e ci completa, e siamo migliori seguendola.
Ecco perché alla fine si sta meglio con chi crede. Perché chi crede non cesserà mai di inseguire, volando o meno, ciò che lo può portare più in alto.
Gli altri si accontentino pure di un pezzo di pane secco e una sardella.

Come vuole lei

Dallo sguardo del medico Rosa capì subito che c’era qualcosa che non andava. “E’ una formalità”, le avevano detto le sue amiche, ma a quanto pare non sarebbe stato così. Provò una stretta al cuore.
“Questi sono gli esami del suo feto”, disse il dottore. “Purtroppo c’è qualcosa.”
Feto. Quelle farfalle che sentiva, talvolta, dentro di lei. Perché si era lasciata convincere? Perché si era lasciata tirare in questa grana?
“Di cosa si tratta?” Chiese, stupendosi lei stessa di come la sua voce fosse ferma.
“Bene, diciamo subito che non si tratta di nessuno dei marker principali. Non si tratta né della sindrome di Down, né di predisposizione all’autismo, schizofrenia o una delle altre patologie trasmissibili geneticamente che rendono l’aborto obbligatorio”. La stava prendendo alla larga, pensò Rosa. Non ho capito metà dei termini che ha usato.
“Mi scusi, ma non so neanche cosa sono quelle cose che ha detto…”
Il medico fece un gesto con la mano. “Oh, erano tutte malformazioni di qualche tipo che erano diffuse in passato. Mostruosità, per così dire. Oggi non è permesso nascere con simili tare: i costi per il servizio sanitario sarebbero troppo alti. Si figuri che anche io, che sono del campo, non ho mai visto dal vivo un individuo con la sindrome di Down. Ma”, proseguì, “nello sforzo di rendere la popolazione sempre più sana e sradicare ogni anomalia il governo ha individuato una serie di caratteristiche genetiche secondarie che potrebbero rendere la vita agli individui che le possedessero breve e penosa.”
Richiamò sull’aeroschermo una serie di dati, e glieli mostrò. “Ecco. Sono stati appena inclusi nell’elenco altri sei marker oltre ai duecento già esistenti. C’è la predisposizione a diciotto tipi di cancro…”
“Mi scusi, ma il cancro non è curabile?” Domandò Rosa.
“Sì, ma è costoso. Meglio prevenire”, puntualizzò il medico con un sorrisetto.
“Ah.”
“E poi altre malattie o malformazioni… e il gene VMAT2“. Fece una pausa. “Che è quello che ha suo figlio”.
Rosa si sentì gelare. “VMAT2? E che malattia sarebbe?”
Il dottore fece schioccare le labbra. “Ecco, non è una patologia nel senso letterale del termine, anche se qualcuno lo sostiene. Lo chiamano anche ‘il gene della credulità”, o il “gene di dio’. Non so se ha seguito le discussioni in merito…”
“No, io guardo solo le miniserie”
“Sì. Dicevo, si tratta di una predisposizione a quella che un tempo era chiamata religiosità. Quelli che hanno questo gene sono più propensi degli altri a credere in entità immaginarie, come facevano molti nei tempi bui. Questo, è chiaro, può abbassare di parecchio la qualità della vita. Il bambino di questo tipo tende ad essere più ribelle, dotato di troppa vivacità e fantasia, e quindi anche molto più costoso. Può essere facilmente preda di ideologie e fanatismi molto diffusi in passato che hanno causato danni enormi all’umanità, ed è per questa ragione che oggi si preferisce eliminare questo tipo di problemi prima che comincino a manifestarsi.”
Rosa era molto pallida. “Mi sta dicendo che mio figlio potrebbe diventare uno… uno di quelli che si vedono nei vecchi film? Un terrorista? Ma è certo?”
Il dottore scosse la testa. “Non è certo, infatti molte persone che hanno questo gene vivono bene lo stesso. Ad esempio, è probabile che lei stessa o probabilmente l’altro genitore ce l’abbiate almeno in forma latente. E’ per questo che il servizio sanitario consiglia solo l’eliminazione, ma non la rende obbligatoria.”
Rosa si mordicchiò le labbra. “Cosa… cosa succede se lo tengo?”
Il medico si aspettava la domanda. “Intanto, per legge il figlio con queste caratteristiche non potrà accedere ai normali servizi sanitari offerti dallo stato, perché graverebbero troppo sul contribuente. Avrà una presunzione di DAT negativa, vale a dire che in caso di incidente grave è automatica la desistenza da qualsiasi cura. Potrà accedere ai servizi base, a quelli di emergenza e, per adesso, anche alle scuole, ma deve considerare che porterà sempre su di sé lo stigma sociale. Non riuscirà ad integrarsi, sarà sempre un escluso. E’ molto difficile, ad esempio, ottenere un impiego per chi ha uno di questi marker. Già oggi.”
Sospirò. “E’ per questo che la consiglio caldamente di decidere per l’eliminazione. Se lo farà, potrà accedere ad un servizio di riproduzione assistita, con i costi sostenuti quasi totalmente a carico dello stato, per la sostituzione con un figlio geneticamente migliore. L’offerta vale per due anni. Ci pensi bene: preferisce doversi sobbarcare qualcuno di imperfetto, con tutta la crisi che c’è, o preferisce qualcuno di certamente migliore?”
A Rosa girava la testa. Vedeva quella lista di cose brutte. Sentiva quelle farfalle nello stomaco.
“A proposito, le devo anche dire che il feto darebbe origine ad un individuo probabilmente bassino, con i capelli scuri. Non il massimo dell’aspetto. Guardi, per il bene suo sarebbe meglio evitare che soffra…”
Il piccolo riquadro a cui apporre la sua firma pulsava piano, di un rassicurante azzurro.
“Lo posso avere biondo?”
“Prego?”
“Dicevo” ripetè Rosa, più piano, “Lo posso avere biondo? Se lo cambio?”
“Certo, signora. Come vuole lei”.
Le farfalle nel suo stomaco svolazzarono ancora per un attimo, poi chiusero le ali.

Debolezza e forza

Appaiono forti come non mai, in questo momento storico, tutte le ideologie che vogliono depotenziare l’uomo.
Alla legge naturale e al senso di colpa derivante dal peccato si sovrappone il nuovo codice etico: ambientalismo (rinuncia al dominio del creato), sesso libero e omosessualismo ( rinuncia al dominio di sé), multiculturalismo globale (rinuncia alla propria identità culturale), politically correct (rinuncia alla realtà e alla onestà intellettuale). Con buona pace della volontà di potenza. Contro tutti queste rinunce ormai appare schierata quasi solo la Chiesa, alla faccia di Nietzsche, e neanche tutta.

Sono proprio i poteri forti che vogliono questa debolezza: perché chi è forte vuole essere ancora più forte, e una strada per ottenerlo è che i deboli siano ancora più deboli. Non c’è vincitore più completo di chi vince perché il suo avversario decide di perdere.

Il cristianesimo fa della debolezza e dell’umiltà la sua forza. Ma la debolezza del cristianesimo non è una rinuncia fine a se stessa: è la rinuncia alla menzogna, non alla realtà. E’ la rinuncia alla forza, non ad essere forti; la rinuncia a imporre il proprio volere, non al volere; la rinuncia al peccato, non alla virtù.
Diffidate di chi predica questo nuovo spiritualismo imbelle, questo catarismo degenere che si lascia usare dal mondo perché ogni cosa diventa lecita, tranne essere veri.

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Esorcizziamo

“Eminenza, la prego, aiuti nostra figlia!”
Il sorriso del cardinale si incrinò impercettibilmente. Interruppe l’intervista che stava concedendo ai giornalisti di “Donna Oggi” e si rivolse alla coppia che, abbracciata e tremante, aspettava da lui un cenno.
“Carissimi, se vi rivolgerete all’ufficio diocesano sono sicuro…”
“Non ci ascoltano! La prego! E proprio qui accanto!” disse la donna, torcendosi le mani.
Il cardinale sospirò. “Quanto le serve? Se…”
“Non è questione di soldi! Nostra figlia è indemoniata!”
Il prelato si arrestò a metà frase. Con lentezza, disse “Carissimi, come credo sappiate spesso un buon psicologo…”
La madre scoppiò a piangere. Il padre la strinse. “Fuggiti! Sono fuggiti tutti! Crediamo che…Dio ci scampi, crediamo che ci si veramente il demonio dentro nostra figlia!”
Il cardinale sbirciò con la coda dell’occhio i due giornalisti che, con le antenne dritte, aspettavano la sua reazione. Non si poteva rifiutare.
Sospirò. “E va bene, vengo a dare un’occhiata.” Preceduto dalla coppia entrò in una casa dall’altra parte della strada. Fece un cenno ai reporter. “E’ una questione privata, sarebbe meglio che aspettaste qui fuori”.
L’interno dell’appartamento era a soqquadro. “Al piano di sopra…” “Meglio aspettiate qui anche voi”, suggerì il prelato ai genitori.
Mentre saliva le scale diede un’occhiata all’orologio. Era meglio non metterci troppo, aveva un’inaugurazione tra cinquanta minuti.
Pochi dubbi su dove fosse la ragazza. Una nebbia fetida e verdastra filtrava da sotto una porta. Il cardinale l’aprì.
C’era, all’interno della stanza, un letto macchiato di ogni genere di liquami. Una ragazza di forse dieci anni, in camicia da notte, levitava un buon metro sopra le lenzuola. Il suo volto era deformato da una smorfia immonda. “Ah, un prete? Sei venuto a cercare di scacciarmi?” ringhiò, con voce cavernosa.
Il cardinale si fermò, perplesso. “Perché, scusa? E’ camera tua, questa, no?”
Il volto demoniaco aggrottò le ciglia. “Eh?”
“Ho detto: è camera tua, no, bambina?”
Una lunga lingua azzurrina saettò tra le labbra screpolate della ragazza. “Io abito in questa ragazzina, adesso!”
Il prelato annuì. “Va bene. Se questo ti detta la tua sensibilità sono sicuro che si può trovare un accomodamento.”
“Non riuscirai…come?”
“Ho detto che è importante trovare la propria dimensione spirituale. Se la tua convinzione è di essere posseduta da…ehm…una cretura infernale…”
“Ma quale convinzione! Io sono davvero un demone!” La ragazzina girò la testa di 180 gradi. “Convinto, pretonzolo?”
“E’ stupefacente cosa possa fare la psicologia delle persone” disse il prelato. “L’hai visto in qualche film?”
“Ma quale film? Io sono l’originale!” gridò con timbro animalesco la creatura.
“La ricerca di originalità nei giovani è importante. Carissima, credo che se parlassi con i tuoi genitori potremmo aiutarli a capire i tuoi desideri nascosti…”
La ragazzina atterrò con un tonfo sul letto. “Vuoi dire che non sei qui per l’esorcismo?”
Il cardinale rise. “Ah, il rito dell’esorcismo è superato. Era frutto di antiche concezioni del peccato, legate ad una personalizzazine tipica delle civiltà semitiche. Ormai sappiamo che il male è frutto della società, di un disagio. Vuoi che ne parliamo?”
“Parlare… questo vuole parlare…” la ragazza sembrava molto agitata. “Vuoi dire che non credi che io esista?”
“Esistere? Certo che esisti. Per i giovani è molto importante che qualcuno dica loro che esistono, che c’è chi li ama, li stringe in un abbraccio…”
“Ah! Ho trovato!” Fece l’indemoniata. “Abbraccio? Io so che tu…”
Il cardinale la lasciò parlare, sbirciando ogni tanto verso la porta, assicurandosi che fosse chiusa. Quando ebbe finito, la ragazza aveva un ghigno di trionfo sul volto. “Allora? Non ti chiedi come faccio a sapere queste cose?”
“Evidentemente frequenti cattive compagnie. Dovresti lasciare perdere internet” disse il cardinale. “Oppure è una specie di candid camera. Ovviamente nego decisamente questa ricostruzione dei fatti.”
L’indemoniata pestò i piedi. “Insomma, non capisci? Nessun essere umano poteva sapere queste cose!”
“E’ proprio questo: non c’è nessuna prova. Ed io nego decisamente.” Il cardinale restò serio ancora qualche secondo, poi disse “Una ragazzina come te certi, ahem, fatti di vita non li dovrebbe conoscere. Ma rientra anche questo nei segni dei tempi, che dobbiamo comprendere ed accogliere.”
La bambina ululò. “Insomma, non capisci? Io sono un demonio, il Nemico del tuo dio! Sto possedendo un’innocente! Perché non mi combatti?”
Il prelato ridacchiò. “Oh, no davvero. Sei solo una proiezione antropomorfa della libido e del senso del male presente nei preadolescenti. Con un adeguato percorso di introspezione, confrontandoti con te stessa riuscirai a scendere a patti con la tua diversità, con il tuo essere unica e accolta.”
La piccola indemoniata si strappò i capelli incrostati di sudiciume “Insomma, mi stai dicendo che per te non esisto davvero?”
“Ma no, esisti, esisti! Tu sei importante per me! I giovani…”
“Agh, ma quale giovane! Io sono più vecchio dell’universo stesso…”
“Capisco che certe volte ci si possa sentire così, ma l’importante è comprendere come non siamo limitati dal nostro male. In fondo il male non esiste davvero, è solo questione di scelte personali forzate dall’ambiente che di per sé…”
La bambina guardò il sacerdote, spazientita.
“Insomma, proprio niente esorcismo?”
“Quello che bisogna esorcizzare è la paura di non vedersi accettati.”
“Acqua santa? Crocefissi?”
“Mia cara bambina, quelli sono solo simboli. Sarebbe grave non rispettare…”
“Insomma, vecchio, dimmelo chiaramente: tu non credi in me.”
“Ma no, cara, io credo in te: nei tuoi progetti, nella tua giovinezza…”
“Ma neanche in…quello lassù, allora?”
“Chi, piccolina?”
La ragazzina alzò le braccia. “Basta. Non lo reggo più. Me ne vado. Dovrei essere contento, ma credo che dovrò andare da uno psicologo. Non so più chi sono. Non so neanche se ci sono davvero…”
Una specie di fumo nero uscì dalla bocca della indemoniata, aleggiò verso il bagno, si infilò nello scarico e scomparve. I lineamenti della ragazzina ormai libera si rilassarono, tornando quelli di una piccola della sua età.
Quando il cardinale e la bambina scesero dalle scale i genitori l’abbracciarono piangendo, mentre i giornalisti filmavano e intervistavano. “Dev’essere veramente un santo”, esclamò la madre asciugandosi le lacrime.

Barbariccia pescava anime dannate dalle pozze di pece quando adocchiò Malacoda che si trascinava verso la sua bolgia, la coda che strisciava per terra. “Giornataccia?”, gli chiese.
Il demone scosse la testa. “Non me ne parlare”.

Non è Vangelo – XIX – Lettucci e peccatucci

Grazie per avere preferito ancora una volta il nostro gruppo di studi sugli effetti nefasti della lettura dei Vangeli, quei librettini sgangherati che riportano le vicende di “G”, il falegname disoccupato. In tutte le bolge e i gironi – sola andata – di casa nostra ormai non si parla d’altro: quale orrendo episodio i nostri antieroi commenteranno oggi?
La scelta è caduta sulla nota storia del paralitico e del suo lettuccio. Ne facciamo un rapido riassunto.

G è nella villa di un suo amichetto imprenditore nel settore della pesca e sta tenendo corte. C’è sovraffollamento di curiosi, perditempo e disgraziati di ogni genere. Una coda mostruosa, peggio delle attrazioni di un parco divertimenti durante i ponti. Così le persone serie che avrebbero voluto sentire lo pseudoprofeta per capire la sua inconsistenza devono rinunciare. Un tale disprezzo per il popolo è tipico di una certa concezione elitaria della religione: dispiace che il cosiddetto messia non abbia voluto affittare un luogo più ampio per i suoi interminabili sproloqui. D’altra parte forse ciò era voluto: la sua parola è per pochi, solo per quanti ne sono degni, vale a dire quelli che arrivano per primi.
Noi stessi siamo favorevoli a un numero chiuso per le cose religiose; più quel numero si approssima a zero meglio è.

Ma torniamo alla vicenda. Vista la folla, un gruppo di furbetti decide di aggirare l’ostacolo. Sale sul tetto della casa, fa un buco nel soffitto e cala giù un lettuccio con sopra un paralitico, in maniera da saltare la fila e passare avanti agli altri. Invece di rimproverare i vandali maneggioni per la loro distruzione – ma in fondo il tetto mica era suo – il sedicente messia che fa? Li loda per la loro fede!

Per lui, capite, questa è la fede: irrompere in casa d’altri con la forza e l’inganno, prevaricando quanti hanno pazientemente fatto una coda per giungere fino a lì. Questo quindi dovrebbe fare il seguace del falegname secondo il suo maestro: ricorrere ad ogni stratagemma, non importa quanto discutibile, per ottenere il risultato voluto. Sarà sempre e comunque giustificato.
Chissà quelli gabbati. Ma di loro a G non importa; importa il suo compiacimento che siano lì per lui, che lo porta a trascurare anche il danno causato. Non solo trascurarlo, ma persino a perdonarlo. Sì, perdonarli! Infatti rimette prontamente i peccati per i suoi ultrà scatenati. Al che la gente intorno giustamente si indigna. Ehi, gli dicono, non hai il diritto di comportarti così: nessuno può rimettere i loro peccati. Lui che fa, allora? Per dispetto, non solo perdona il paralitico ma lo guarisce pure: questi prende su il suo lettuccio e scappa via prima che la folla lo linci.

Permetteteci di avere qualche dubbio su tutta questa storia. Uno che fa simili trucchetti, farsi calare con il lettino, secondo voi è un malato vero? Macché, date retta, quello era un furbone, un attore, un finto invalido. Se ne va  perché l’hanno riconosciuto.
Poniamo poi che fosse un invalido vero. Ma, secondo voi, è giusto quello che ha fatto G? Solo perché uno taglia la fila deve essere per forza guarito? Pensate per esempio alle conseguenze che avrebbe un comportamento del genere sul vostro sistema previdenziale. Cosa accadrebbe se i più furbi passassero davanti agli onesti? Se uno facesse tutto secondo le regole e poi fosse superato da un amico dei potenti?

Questa storia della remissione dei peccati non funziona da parecchi punti di vista. Anche se davvero l’invalido è stato guarito, chi lo dice che di conseguenza G abbia anche il potere di perdonare? Non è che uno si reca dal primario di ortopedia quando ha peccato.

Che poi anche parlare di peccato non ha molto senso. L’abbiamo già detto, ma è meglio ribadire: il peccato non esiste. Le persone fanno semplicemente quello che è più conveniente per loro. Perché dovremmo giudicarle se in coscienza prendono una decisione che a loro parere è la migliore? Vogliamo sindacare la libertà? Mettiamo che loro non sappiano davvero quello che stanno facendo: allora non hanno colpa, sono immacolate. Il vero cattivo sarebbe il cristianuccio moralista che volesse rivelare loro che stanno compiendo il male. D’improvviso quegli innocenti si troverebbero in colpa, e il nostro moralista d’accatto sarebbe il vero responsabile per avere inviato giù da noi qualcuno che senza il suo intervento sarebbe finito ad annoiarsi lassù tra le nuvolette.
E invece quelli che sapessero di stare commettendo un peccato ma non volessero cambiare? I casi sono due: o non cambiano a ragione veduta, e questo vuol dire che hanno delle forti motivazioni per fare come fanno, non possono agire diversamente, e quindi non sono colpevoli; oppure non lo fanno per qualche futile motivo, ed in tal caso sono malati mentalmente perché non si rendono conto delle cose come stanno, e quindi ancora una volta non colpevoli.

Conclusione: in nessun caso il peccato esiste.
Se non esiste peccato non esiste neanche colpa o assoluzione, e quella di G e del suo clero è solo una complicata truffa. Qualsiasi azione possiate compiere è giustificata dalla vostra libertà, dalla vostra ignoranza o dalle vostre motivazioni. A volte anche tutte e tre assieme. Noi demoni siamo comprensivi, sappiamo bene che talvolta si è come costretti a fare il male. Siamo noi che vi spingiamo.
E se qualcuno asserisse che però il peccato esiste, quello sì che farebbe peccato! Sarebbe una mancanza di misericordia, di comprensione, una colpevolizzazione del povero peccatore innocente frutto di durezza di cuore e di aridità d’animo. Nessuna pietà per quei vili, meritano tutto il nostro disprezzo.

Perciò, voi tutti che facevate la coda in quel pomeriggio laggiù in Palestina, se siete mai esistiti rassicuratevi: non avete perso nulla. Si può fare quello che si vuole con la propria vita senza nessuna conseguenza. Volete gettarla via? Potete farlo. Non andrà persa: noi la raccoglieremo e sapremo sfruttarla al meglio. E’ il bello di essere diavoli: del peccatore non si butta via niente.

Fuori onda

Strane correnti ci muovono, e non capiamo cosa siano.
Una luce misteriosa si intravede, a volte, in alto, ma non la comprendiamo. C’è chi nega che esista davvero. La chiama illusione.
Ma cosa illumina questo nostro mondo?

Siamo pesci in cerca dell’acqua in cui nuotano.