Ciò che rimane

Pare che in alcuni comuni spagnoli, in nome della libertà, si proibisca di esprimere liberamente la propria religione.
D’accordo, togliamo pure tutto ciò che è cristiano per rispetto agli atei. Però, per parità, poi togliamo tutto ciò che è ateo per rispetto ai cristiani.

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Cercatori d’infinito

Natura? Bella confusione. Il problema della natura è che oggi non si sa neanche cosa sia. Qualcuno la confonde con una misteriosa divinità che tutto ingloba, oppure un ostacolo che andrebbe rimosso per dare agli esseri umani la vera felicità. Sì, ma quale ostacolo? I limiti morali e fisici, pare. Il bisogno. Per potere essere o fare tutto quello che si vuole.

E questo fa capire, che, effettivamente, non si è compreso cosa si intende con natura delle cose.

Permettetemi una definizione un po’noiosa: natura è,

“Con riferimento a uomini, animali o cose, condizione o modo di essere originario, primitivo, intrinseco e che costituisce carattere fondamentale e stabile di una collettività o di un determinato tipo”,

recita la Treccani.

Lasciatemelo dire in maniera più pedestre: quello che qualcosa è, ciò che lo caratterizza e lo distingue. Ciò di cui siamo fatti.
La natura di un oggetto è quanto l’accomuna a tutti gli oggetti dello stesso tipo, e lo distingue da tutti quelli di tipo diverso. Un cavallo da un sasso, un fiore da un essere umano. Intrinseca: non può essere eliminata.
Capite quindi che “andare oltre la natura” vuol dire, di fatto, cessare di essere quello che si è per diventare qualcosa d’altro. Se pure sia davvero possibile.

Il concetto che abbiamo appena espresso è di solito abbinato ad un altro, quello di scopo. La natura di qualcosa trova la sua realizzazione, è compiuta, quando quel qualcosa raggiunge il suo scopo. Ad esempio, la natura dell’ombrello è riparare dalla pioggia. In un deserto un parapioggia non trova modo di esplicare la sua vera natura. Cosa si intenda con “fini naturali” e come questi vadano intesi sono duemilacinquecento anni che la filosofia lo discute. Però una definizione di uomo può essere proprio “essere vivente che prende coscienza della propria natura e ricerca i propri fini”.

Se la natura di qualcosa è ciò che lo definisce, allora essere “veramente” qualcosa vuol dire realizzarla pienamente.
L’uomo che vuole essere veramente uomo segue la sua natura. Per cosa abbiamo detto prima, prendere coscienza di sé e dei suoi fini. E qui arriva il difficile. Perché non tutti concordano su quali essi siano. O che l’uomo sia questo.
“Tutti gli uomini tendono alla felicità, e i pareri sono divisi solo sul contenuto di essa”, dice S.Agostino. Se la felicità, la realizzazione di sé, coincide con la piena conformità alla propria natura, allora definire in cosa consista sfugge di mano. Perché è evidente che niente, sulla faccia della terra, ci riesce a soddisfare pienamente. Conoscete qualcuno che sia del tutto soddisfatto? Voi, siete del tutto felici?

Anche l’immaginare l’umanità come pura biologia, nient’altro che una scimmia evoluta, o teorizzare l’abolizione dell’uomo, non risolve la questione. Perché non so voi, ma io voglio essere felice qui e ora, e di eventuali superumani futuri che non sono in grado di immaginare davvero non mi importa niente. Anche perché, per definizione, non sarebbero più uomini, non avrebbero più la mia stessa natura.

E’ su quello che davvero rende felici ora nella realtà che bisogna indagare. Questo l’avevano capito anche gli antichi filosofi per i quali, come ricapitola J. Annas,  “Nessuna esistenza viene vissuta secondo natura se non viene vissuta virtuosamente.” Le virtù sono ciò che, da esperienza, rende l’uomo migliore. Ciò che innalza l’uomo, e non l’abbassa. E che cosa siano questo alto e basso ogni uomo lo comprende, se si esamina nel profondo.
Ma, e questo è il paradosso, non sempre l’uomo riesce ad assecondare questa sua predisposizione. E’ come se ci fosse in lui un’altra natura, più oscura, che l’allontana da questa perfezione, preferendo un piacere immediato, la soddisfazione del bisogno, ad una gioia duratura e difficile da ottenere.

Il cristianesimo risolve il paradosso. Non siamo il nostro bisogno né il nostro limite, asserisce, altro ci de-finisce. Noi siamo cercatori di infinito. Il che sembrerebbe condannarci: come si fa a raggiungere l’infinito? E risponde: è quell’infinito che vuole raggiungere noi. I nostri bisogni ci spingono a cercarlo, e lui si fa trovare. Perché si è fatto uomo, incontrabile.

La nostra natura non è cercare di liberarsi della nostra natura, ma trovarne la fonte. Ci è amica. E’ come siamo fatti. E’ il nostro destino.

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Capitani coraggiosi

O cari marinai di codesto vascello!

Stiamo salpando pe’ vasto mare, verso nuove terre e nuove ricchezze!
Non è il momento di dire no a tutto, di avere paura delle novità. Non facciamo i paurosi, siamo coraggiosi.
Io so che voi mi direte di sì. Vi siete imbarcati apposta con me in questa avventura: per il vostro guadagno, per il guadagno di tutti.
Guardate, io non è che faccio tante storie. Mettiamo ai voti se andare avanti. Se mi dite no, basta, si va tutti a casa. Quando abbiamo deposto il precedente capitano eravamo tutti d’accordo. Non lo chiamerò ammutinamento, ma piuttosto avvicendamento democratico. Allora mi avete scelto per guidarvi ed io ho acconsentito, e quindi il mio mandato è fare quelle imprese che prima nessuno, per mille motivi, ha mai avuto il coraggio di fare. Mi dite no? Si ritorna al porto. Finito. Basta paga, tutti a terra, e chissà quando passa un’altra nave. Io ve l’ho detto, eh, poi siete liberi, fate come volete.

Ma se avrete coraggio, si va avanti. La vedete questa ghinea? Vabbé, è un gettone dell’autoscontro, ma è come fosse una ghinea d’oro. La inchiodo all’albero maestro e il primo che mi avvista una grande balena bianca se la prende. Allora, tutti d’accordo a cercare Moby Dick? Si va per alzata di mano, ci si conta, oh, io c’ho messo la faccia con questa ricerca, ho promesso, quindi è una questione di fiducia. Non è che non ho fiducia in voi, è che voglio evitare i mugugni delle opposizioni, di quelli che dicono sempre no, che vorrebbero accontentarsi di cacciare i tonnetti, che non sanno osare. E’ necessario, diciamolo, via.

Se non vi va potete anche scendere. Accomodarsi fuori bordo. Non trattengo nessuno, io.  Il solo pericolo è la nostra paura. Qui si fa la storia. Andrà tutto bene, non preoccupatevi, io sto sempre dietro a voi.

Marinai, state sereni.

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V – Non Credo…in un solo Signore

Non credo in un solo Signore G…com’è che si chiamava?

E’ chiaro che noi diavoli non ci crediamo. E’ stato il più grande errore del Nemico-che-sta-lassù, questa incarnazione. Pensata chiaramente con l’intento di demonizzarci, se così si può dire. Non credete a tutta quella storia che l’abbia fatto per gli uomini. Noi sappiamo che sono bugie, come le altre che ci ha sempre detto. E’ stato palese fin dal primo momento, ed anche da un pochino prima, che non voleva altro che farci dispetto. Abbassarci, per così dire. Bene, c’è riuscito: adesso noi siamo quaggiù, ma ci vendicheremo: trascineremo con noi anche tutti i suoi cocchini.

C’è un solo Signore, per noi: ma il suo nome è diverso e ben più alto di quello di uno sconosciuto falegname  di uno sperduto villaggio, squallido persino per il metro umano. Noi non ci inchineremo mai a un uomo: e ai mortali insegniamo a imitarci.

Certo, sarebbe differente se fosse stato quel falegname ad inginocchiarsi davanti a noi: era arrivato a tanto così dal farlo davvero. Se non fosse stato per il suo orgoglio e la sua supponenza la storia sarebbe stata diversa. Adesso lui regnerebbe sulla terra con uno scettro di ferro, quale delegato di Nostro Padre-che-sta-Quaggiù. Aveva modo di suggellare la pace tra i nostri due imperi, ma ha rifiutato. Certa gente non capisce le opportunità quando le vede. Ne ha pagato le conseguenze con quattro chiodi e una lancia. Non si dovrebbe respingere alla leggera un’offerta fatta con la migliore buona volontà.

Ragione di più per sradicare dagli esseri umani una a una le righe del Credo: in particolare, proprio quella che afferma scioccamente che quel tale, quell’ibrido uomo-dio, possa essere il loro unico signore.

Le creature umane sono un ammasso di contraddizioni, frutto certo di cattiva progettazione. Da un lato vogliono essere come divinità, signori di loro stessi e del creato; e poi, non appena possono, lasciano ad altri la fatica di decidere e sono ben contente di farsi dominare.

Amano sottomettersi a qualcuno che si distingua, che colpisca la loro fantasia. Non per niente i dominatori che mettiamo in campo noi luccicano, incantano, imboniscono. Vesti dorate, corone, bellezza. Se non è il carisma, è la forza, i soldi, il potere.
Ah, sono facili da ingannare, gli uomini, il problema è mantenere a lungo l’inganno. Per questo i padroni, i divi che imponiamo loro cambiano tanto spesso.

Il Nemico no. Il Nemico sembra che goda a farsi rappresentare da mentecatti, da deboli, da bambini. La sua idea di Signore del Mondo? Un carpentiere di mezza età, vestito rozzamente, senza potere e senza ricchezza. Certo, aveva presa sul pubblico: ma niente che possa fare concorrenza ai nostri servi più scintillanti, i nostri prìncipi più potenti e convincenti. Prendete un umano qualsiasi: se il suo divo preferito dice il contrario del carpentiere, a chi credete che darà ascolto?
Celebrità che fanno quello che diciamo ne abbiamo quante ne vogliamo. Le persone di successo che ci devono un favore sono parecchie. Se no, non sarebbero di successo.

Mettiamo però che in qualche modo il discorso del falegname faccia presa. Che credano in lui.

Sono pronti ad accettare questa storia dell’“unico Signore”? Lasciare da parte tutte la altre fedeltà, comprese le proprie voglie e le proprie idee? E’ cosa assai dura per la bestia umana rinunciare alle proprie fissazioni e ai propri istinti animali. In questo fatica anche quando pensa di essere intelligente e profonda: perché in tal caso è dominata dall’orgoglio di quella intelligenza, e confida molto di più in se stessa che in una divinità e le sue leggi.
Non è difficile convincerli che seguire un Signore sarebbe pazzesco, che in realtà è molto meglio farsi dominare dai propri impulsi.
In fondo neanche quelli che avevano conosciuto davvero il falegname hanno creduto in lui fino in fondo. Dovevate vedere come scappavano, quando siamo andati a prenderlo.

Attenzione però ai passi falsi.
Quando ancora quel maledetto carpentiere non era uscito dal suo villaggio per andare a farsi ammazzare le cose erano più semplici. C’erano molti signori e molti dei: ed era facile indirizzare il cuore degli uomini verso quelli che più ci avvantaggiavano. Alla fine tutte le strade portavano a noi.

Adesso invece le strade del desiderio se le è prese tutte quel figlio dell’Uomo. Facendo credere ai mortali di essere lui il compimento di tutto. Si è fatto lui stesso strada.
Occorre impiegare tutta la nostra abilità per deviare il cuore e i passi degli uomini prima che imbocchino quel sentiero. Molto può essere fatto mimetizzandone l’imbocco. Unico Signore? Noi possiamo presentare una vasta varietà di scelta. Credono di entrare per la giusta porta, e si ritrovano in stanze che certo non si aspettavano. Accoglienti, almeno all’inizio, perché noi sappiamo bene come decorare le nostre esche.
Se gli uomini conoscessero davvero il loro Signore, saprebbero che dovrebbero sempre diffidare quando le cose appaiono troppo facili, troppo piacevoli. Quando ti lodano, quando tutto ti viene reso semplice, senza sforzo, quando non devi combattere ma solo seguire la corrente. Quello siamo noi.

Mi raccomando, sempre gentili e affabili con chi dobbiamo tentare; caustici con chi si oppone, con chi indica la croce. Se dovessero essere scontenti di qualche aspetto del simulacro di dio che gli stiamo porgendo, siate lesti a modificarlo. Adattate l’idolo che proponete ai loro gusti. Alla fine avranno trovato il dio perfetto, fatto a loro immagine e somiglianza. Sarà tardi quando scopriranno che quel dio è un imbecille incapace di salvarli dal loro destino. Perché esattamente uguale a loro.

L’unico in grado di salvarli è quello che noi abbiamo fatto appendere ad una croce ad invocare il suo paparino. Dovrebbero però avere il coraggio o la follia di seguirlo. Perché, però, quando ci sono signori molto meno esigenti?

Noi, per esempio. Noi non chiediamo la croce, ci accontentiamo di molto meno. La loro anima, da divorare ora e per l’eternità.

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Chiamiamola bellezza

Siamo fatti per la bellezza.

E’ incomprensibile. Perché? Cosa ci aggiunge un tramonto? Quale valore ha nella selezione naturale, nel mondo freddo e arido della competizione per la vita?

Eppure quel viola dei colli, le ossa candide delle nuvole nel cielo, il sole sfera arancione sfolgorante che bacia l’orizzonte, il profilo dei cipressi neri e i bianchi fiori d’acacia sono casa mia, sono quello che voglio, mi saziano, mi completano.

Siamo fatti per qualcosa, chiamiamola bellezza. Di cosa è segno quella bellezza?

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La scintilla della vita

Scintille hanno accompagnato il concepimento di ognuno di noi. E no, non sto parlando metaforicamente.

Alcuni scienziati della Northwestern University hanno osservato, per la prima volta nel caso degli esseri umani, che al momento della fecondazione l’uovo rilascia “scintille” di zinco. Per rilevarlo hanno sfruttato la tecnica della fluorescenza, per cui all’osservazione l’uovo ha letteralmente brillato. Oh, certo, è un fenomeno biochimico, niente di così poetico in fondo. “Lo zinco controlla la decisione di crescere e cambiare in un organismo geneticamente del tutto nuovo”, dicono i ricercatori.

Bella scoperta. La cosa triste è che verrà usata probabilmente per selezionare, nella fecondazione in vitro, le uova che potrebbero essere migliori delle altre. Sembra che la quantità di “luce” emessa, infatti, sia proporzionale alla “qualità” della fertilizzazione.

Triste, sì. Perché non basta riconoscere che in quel momento è iniziato un uomo nuovo, se poi non ne tiri le conclusioni e ti rendi conto che anche quelli “meno brillanti” sono esseri umani.
A cui tu spegni la luce.

 

Squarci di suono

Tanti tanti anni fa, quando durante la Quaresima andavo a Messa, mi capitava di ascoltare spesso un certo canto. Le voci dei coristi si intrecciavano e ad un certo punto si levavano in un acuto straziante, che mi faceva mancare il fiato. “Si est dolor…” Era il Caligaverunt di de Victoria. Se sono entrato in un coro è anche per quello: per potere in qualche maniera afferrare più potentemente, ridire anche con la mia voce quello squarcio di suono come un lampo nelle tenebre.

Sono trent’anni che canto, eppure mi capita talvolta di commuovermi per un pezzo che magari ho fatto mille volte, tanto da perdere qualche battuta. Perché la musica più alta è quella che unisce la bellezza al senso, e il gustarla davvero è comprendere intimamente questo senso. Diceva molto bene chi asseriva che il canto è la massima espressione dell’umano. C’è chi ha detto anche che è  dimostrazione dell’esistenza di Dio. Io mi fermo prima: è la dimostrazione di quanto grande è l’opera di Dio. A cantarla come ad essere cantata.

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Cose accadute a sconosciuti

Cosa spinge a fotografare, a filmare furiosamente un avvenimento?
Mi è capitato molte volte. Sei così preoccupato dell’inquadratura, dei particolari tecnici, che l’evento scorre via senza che tu l’abbia davvero vissuto.

Tutto quello che rimane sono quelle foto, quei filmati. Che magari non rivedrai mai più; o che, nella migliore delle ipotesi, sarano uguali a quelli di mille altri, come cose accadute ad estranei.

Scambi la vita che stai vivendo con una immagine.
Potrai dire: io c’ero. Ma, in fondo, non sarà vero.

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Scherzi

Ci verrà chiesto conto di ogni parola anche detta per scherzo. Questo non vuol dire che non si debba scherzare, ma che anche scherzando occorre essere seri.
Che significa essere seri? Che la verità di noi stessi e degli altri non cambia a seconda delle circostanze.
Più ancora di chi non scherza su niente è triste chi scherza su tutto, perché vuol dire che non ama davvero niente e nessuno.
E chi è più triste di chi non ama?

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IV – Non Credo… in un Creatore

“Non credo in un creatore del cielo e della terra”. Oh, che bello se tutti non lo credessero.

Cosa ci viene in tasca se riusciamo a convincere gli esseri umani che il cosmo non è opera di un creatore? Molto.
Il primo effetto è che le leggi della natura non sono un progetto buono, un libro da leggere per capire l’immensità del disegno divino, ma sono formule da apprendere per poter meglio dominare. Sono solo attrezzi da usare per i propri fini, quali essi siano. Nessun limite all’inventiva. Abusi? Ma quando mai.

La seconda conseguenza è che l’uomo stesso è solo un incidente di percorso. Al livello di pulci e canarini. Non è il cocchino di una divinità, non è fatto ad immagine di nessun dio. Nessun bisogno di considerarlo in maniera particolare, è solo una bestia un pochino più astuta. Gli è permesso quello che gli altri animali fanno. Nessuno status privilegiato: tutti gli animali sono uguali. Tranne per il fatto che alcuni animali sono più uguali degli altri.

La terza conseguenza è che l’uomo è insignificante. Niente di quello che fa ha senso, o sarà ricordato, perché il tempo è solo una distesa di anni senza significato. Quindi, perché muoversi, impegnarsi, oppure essere buoni? Ogni persona sarà divorata dei vermi, che diverranno essi stessi polvere.

Hai voglia a parlare di cielo stellato. Se tutte le cose visibili ed invisibili non hanno un Signore allora sono di chi se ne impossessa per primo, che fa quel che gli piace finché dura. Ciò vale specialmente per una scimmia astuta e vorace quali i nostri esseri umani.

Capite bene perché quindi dobbiamo cancellare dalla mente degli uomini, possibilmente ridicolizzandola, quell’idea di un Essere Supremo che crea ogni cosa, ed in particolare loro.

Quando i mortali erano gli ospiti di un mondo pressoché nuovo bastava operare per dimenticanza. Le cose quotidiane sono le stesse ogni giorno; il sole è sorto ieri e sorgerà domani. Gli oggetti, generalmente, rimangono dove sono stati posati. Per un certo tipo di uomo è semplice dare per scontata la propria esistenza. Perché domandarsi da dove arrivi quello che circonda? Sforzo inutile.

Sono d’accordo: individui del genere rientrano a stento nella definizione di essere umano. Ma quello dell’”inutile domandarselo” è un giochetto che riesce anche con i mortali più sofisticati. Basta elevarlo a dottrina filosofica alla moda: non farsi domande sulla vita non è più sintomo di stolidità, ma di intelligenza raffinata. Comunque sia, il nostro risultato è raggiunto.

Per gli altri possiamo servirci di quello che chiamano scienza. E’ complicata da manipolare: gli uomini rischiano di scoprire più di quello che compete loro e capire troppo. Ma basta fornire loro una teoria abbastanza verosimile e sponsorizzarla adeguatamente per evitare il pericolo.
Va bene, l’Universo è nato in qualche maniera: passate oltre, non fate chiedere loro perché.
Sembra fatto su misura per gli uomini? E’ un caso, o forse ci sono infiniti universi paralleli che non si potranno mai conoscere.
Come sia sorta la vita è incomprensibile? Diciamo che basta tirare fulmini in un brodo primordiale, e vedrai come se lo berranno.
La varietà degli esseri viventi? Signori, c’è l’evoluzione: e se poi manca qualche particolare sul come funzioni non importa, chi lo ricorda sia espulso dalla comunità scientifica.
Per domare la scienza basta chiamare scienza quello che scienza non è, e screditare tutto il resto. Non ci crederete a quant’è facile finché non avrete provato.
Vedete bene: che un creatore ci sia o non ci sia non è per niente dimostrato. Ma confondere dimostrazione con supposizione è tutto quello che ci basta. Le prove mica servono. Sono sufficienti i professori: e di quelli ne abbiamo quanti volete.

In questo gli scienziati vanno a braccetto con i filosofi: certi scienziati materialisti e certi filosofi, ovviamente, del genere che privilegiamo. Gli uni sono tutti per quanto è concreto, gli altri per ogni cosa spirituale. Una divinità che fa tutte le cose visibili e invisibili li sconcerta e delude entrambi, anche se per ragioni opposte. Il fisico perché non concepisce qualcosa di invisibile, dato che crede solo in ciò che può misurare; il filosofo perché non crede che qualcosa di misurabile abbia valore, e lo disprezza con tutto il cuore.
Per quest’ultimo tipo di pensatore è repellente anche solo il pensiero della materia, tutto perso dentro schemi mentali ben più alti della mera contingenza; almeno finché lo stipendio non ritarda. Un essere divino che abbia creato le cose concrete (e figuriamoci incarnarsi) è un’idea per lui assolutamente abominevole. Nella migliore delle ipotesi per lui l’essere supremo si occupa solo di regolette morali, non certo di terra e altre sostanze anche meno nobili.
Che poi tale disprezzo per quanto è materiale si risolva spesso in un “fa’ con quello che vuoi, sei un essere spirituale” è uno sviluppo che noi abbiamo coltivato sempre con la massima cura.

Di questi personaggi una volta ne contavamo ben di più, ma le mode passano: ne teniamo ancora alcuni in attività per poterli riutilizzare quando la moda ritornerà.

Ecco, un dio del genere esclusivamente spirituale sarebbe piaciuto anche a noi demoni. Ancora oggi, a tutto il tempo di distanza, non riusciamo a capire che ragione ci sia stata per creare l’Universo. Non posso negare che certi aspetti della corporeità siano persino piacevoli, ma gli inconvenienti superano di molto i vantaggi.

Il vostro umano è il tipo puramente spirituale o il tipo puramente materiale? L’uno o l’altro poco importa, in tutt’e due i casi il risultato sarà che rifiuteranno l’idea stessa di qualcuno che si immischia sia con la carne che con lo spirito, innalzando l’una per mezzo dell’altro. Se il cielo e la terra e ogni cosa visibile e invisibile non hanno origine da qualcosa di più alto potranno farne quello che vogliono. Cioè quello che suggeriamo noi.

Dimenticandosi di chi ha creato il loro cuore, e con essa ogni sasso e ogni stella. Incredibile, no?

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Considera Phlebas

Phlebas il Fenicio, morto da due settimane,
Scordò il grido del gabbiano, e le onde del profondo mare
E il profitto e la perdita.
Una corrente sottomarina
Spolpò le sue ossa in sussurri. Affiorando e affondando
Passò le fasi della sua maturità e giovinezza
Entrando nel gorgo.
Giudeo o Gentile
tu che giri il timone e guardi da dove soffia il vento,
Considera Phlebas, che un tempo era bello e alto come te.

da “La terra desolata“, T.S. Eliot*

Mi domandano: “Quando si tocca un fondo se si torna su si pensa di riemergere in superficie: cosa significa restare a metà impantanati, a tentoni tra luce e oscurità?
Si sta parlando di salvezza, ovviamente. Di quello che importa.

Per prima cosa, non credo che davvero noi riusciamo a toccare il fondo. Il fondo è molto in basso, in un abisso nero che neanche la nostra immaginazione più perversa e malvagia può raggiungere. Ma si può andare profondi, là dove la luce del sole è solo una memoria e forse neanche questo, dove la pressione ti schiaccia e il freddo ti succhia via la vita dalle vene.

E nello stesso tempo penso che nessuno di noi sia in superficie. Tuttalpiù riemergiamo per qualche boccata; ma il peso del nostro corpo e non solo ci trascina giù.

Così, la maggior parte del tempo, affioriamo e affondiamo tra il pelo dell’acqua e le profondità, trascinati dalle correnti sottomarine.

Ma non c’è da disperarcene. Non c’è più da disperarcene.
Non so se a qualcuno di voi è mai capitato di avere un sogno in cui si resta imprigionati sott’acqua, e si vede il riflesso del sole in alto, l’aria sta finendo e si nuota freneticamente senza riuscire a riemergere. Sì, quell’incubo. Annegare.
E poi l’onda in alto si rompe e una mano si tuffa, tu l’afferri, e lei ti tira verso l’alto, verso il respiro.

Siamo immersi in un immenso oceano. E’ la nostra esistenza: siamo come naufraghi, come pesci di pietra, pesanti abitatori delle terre sotto l’onda. Ne possiamo emergere, ma non da soli. Non ci si riesce, da soli. Quindi nuotiamo, ma con il volto verso quel riflesso, in alto, verso chi può salvarti se lo scorgi, se ti avvicini, se ti lasci prendere.

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*Phlebas the Phoenician, a fortnight dead,
Forgot the cry of gulls, and the deep seas swell
And the profit and loss.
A current under sea
Picked his bones in whispers. As he rose and fell
He passed the stages of his age and youth
Entering the whirlpool.
Gentile or Jew
O you who turn the wheel and look to windward,
Consider Phlebas, who was once handsome and tall as you.

Da “The Waste Land”, T.S.Eliot, traduzione mia

Fango

Sul finire della notte, Gesù andò verso i suoi discepoli camminando sul lago. Quando essi lo videro camminare sull’acqua si spaventarono. Dicevano: – È un fantasma! – e gridavano di paura.
Ma subito Gesù parlò: – Coraggio, sono io! Non abbiate paura!
Pietro rispose: – Signore, se sei tu, dimmi di venire verso di te, sull’acqua.
E Gesù gli disse: – Vieni!
Pietro allora scese dalla barca e cominciò a camminare sull’acqua verso Gesù. Ma vedendo la forza del vento, ebbe paura, cominciò ad affondare e gridò: – Signore! Salvami!
Gesù lo afferrò con la mano e gli disse: – Uomo di poca fede, perché hai dubitato?
(Matteo 14, 25-31)

Dunque chi ha fede riesce a camminare sull’acqua. Proporzionalmente dovrebbe essere molto più facile non affondare nel fango.

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Crescite

Ieri ho cenato con due persone dal Kenya, una suora e un infermiere, amici di nostri amici, qui di passaggio. Abbiamo passato una serata piacevole, conversando in italiano e inglese.
Loro erano rimasti stupiti della bellezza della nostra primavera e delle nostre chiese.
Così come io ero stupito dei racconti di tranquilla eroicità, di sacrificio. Narrazione di suore capaci di costruire ospedali nel nulla e dal nulla, di strutture mediche moderne e usate con competenza, voglia di lavorare e costruire. Per quei bambini dal bellissimo sorriso, i malati, gli orfani e tutti gli altri, allegri ed educati come qui da noi sembra essere diventato impossibile.

Quel paese sta crescendo velocemente, mi dicono. Non manca molto che ci raggiunga, magari ci superi, spinto da gente che ha voglia di fare e non si lamenta, perché ha ancora negli occhi il passato.
Non inteso come nostalgia o storia ma come modo di vivere, tempi duri, rammentare cosa è importante.
Quel passato che abbiamo dimenticato. E quindi andiamo indietro, per raggiungerlo di nuovo.

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III – Non Credo in un Padre onnipotente

No, noi compagni dell’Oscurità in un Padre Onnipotente non ci crediamo. Per niente. Almeno, non in quello che sta lassù. Noi di Padre ne abbiamo uno solo: quello che sta Quaggiù. Qui sotto con noi, a condividere la nostra sorte: quella dei migliori,  dei più sani, dei più forti, quella dei veri giusti, di coloro che avrebbero dovuto essere i veri dominatori dell’Universo e che invece sono stati rinnegati da un creatore snaturato a causa di colpe immaginarie.

Ma non è il momento delle recriminazioni. Quello è passato da un pezzo. E’ il momento di muovere guerra a quel falso genitore strappandogli quelli che adesso considera suoi figli, quegli esseri umani per i quali sembra sia disposto a tutto, mentre a noi, i maggiori, non ha mai concesso niente.

Il mezzo per farlo è corrompere la sua immagine presso gli uomini. Se non è possibile convincerli che non esiste, dobbiamo farlo vedere per quello che realmente è: un sadico con un potere esagerato. Per questo nobile fine è più che legittimo servirsi di qualsiasi menzogna.

La prima cosa da fare è mostrare loro che il padre giusto che si immaginano non esiste. E’ un compito abbastanza semplice, giacché gli uomini al nostro confronto solo bambini. Cosa ne capiscono di come è fatto l’universo, di cosa comporta essere genitori? Possiamo raccontare loro cosa vogliamo.
Il dolore, ad esempio. Il bambino piccolo non si capacita del dolore. La puntura della siringa che gli inietta la medicina è per lui molto più odiosa della malattia stessa. Se i genitori lo sculacciano per fargli capire che non si deve dare fuoco al gatto pensate che capirà, o terrà il broncio? E quando gli si negherà il capriccio, non credete che piangerà a dirotto?

Tali sono gli esseri umani. Credono di avere compreso tutto quanto dell’esistenza vedendone a malapena un lato. Noi, che li vediamo entrambi, ridiamo del loro frignare: sapessero! Ma è proprio la loro ignoranza che li mette nelle nostre mani.

Basta convincerli che il loro babbino li odia. Che ce l’ha con loro, non li ama affatto. Che si diverte a vederli soffrire, che gode a lanciare loro addosso ogni tipo di disgrazia e di catastrofe. Vedete, gli uomini sono fatti così: non si fermano a riflettere che se possono perdere qualcosa è perché già lo possiedono. Non si soffermano su tutte le cose belle che il mondo offre loro, sul dono della vita che hanno: basta anche una sola circostanza brutta o comunque non gradita che entrano subito in depressione.
Il nostro ruolo a questo punto diventa essenziale. Non lasciate andare nessuna occasione di mugugno, e siate lesti ad indicare come la disgrazia occorsa sia il chiaro sintomo di una divinità crudele.

Che quella divinità abbia fatto morire suo figlio per affermare il contrario, per dimostrare che niente va perduto è l’ultimo pensiero che devono avere. Quella croce deve restare un simbolo senza significato, completamente separato dalla loro sofferenza. E’ aggiungendo dolore a dolore che noi prosperiamo.

Dobbiamo essere chiari con loro: se quello che chiamano Padre esiste e non toglie il soffrire ai suoi figli vuol dire che non è buono oppure che non è onnipotente. Che lo considerino malvagio naturalmente è l’opzione che preferiamo: perché, per imitazione, pure gli uomini diventano cattivi o lo rinnegano. Rinnegare la fonte del bene perché si pensa di essere più buoni del bene stesso è una maniera creativa di diventare estremamente cattivi. Si diviene il dio di se stessi: e, datemi retta, gli esseri umani sono davvero poco adatti a essere dei.

Quelli che per imitazione divengono a loro volta cattivi, o quantomeno cinici bastardi, regalano a noi diavoli i momenti di maggiore soddisfazione. Vedere come si trattano l’uno con l’altro certe volte mi lascia ammirato per le soluzioni innovative a cui neppure noi, dopo secoli di inferno, eravamo mai arrivati.

Quanto al non considerare il Nemico onnipotente, neanche questa è un’opzione da buttare via. Se non può tutto, se è limitato, è chiaro che diventa una divinità di serie B. Chi vuole avere a che fare con un perdente? Arrivati a questo punto meglio rivolgersi ad altri. Proviamo a fare dei nomi?
C’è un essere potentissimo, amichevole, collaborativo che non aspetta altro di essere chiamato: nostro Padre che sta Quaggiù. Incoraggiamo a rivolgersi al lui chiunque abbia espresso un desiderio e non l’abbia visto avverarsi. Lui sì che li esaudisce, a suo modo, dietro minimo compenso, mica come quell’altro.
Da qualcuno di onnipotente come il Nemico gli uomini si aspettano che tutto quello che domandano sia concesso istantaneamente, per quanto folle o dannoso. Come il bambino che frigna che vuole dieci gelati e un pony. Certo, basterebbe chiedere non cosa si ha in mente ma quello che è meglio. Ma questo vorrebbe dire farsi dominare da lui, e giustamente noi lo sconsigliamo. Siamo scappati dai cieli proprio per non permettergli di fare l’onnipotente con noi.

Invece noi vogliamo che l’uomo prenda l’iniziativa, che plasmi da sé il proprio destino. Onnipotente deve diventare lui stesso, tramite la scienza e la forza, soggiogando ogni cosa sotto il suo dominio.
Non c’è da spaventarsi, non è una minaccia per noi. L’ho già detto: l’uomo è di una debolezza patetica. Ma dobbiamo convincerlo invece di essere forte, possente, intelligente, che tutto capisce e tutto controlla.
Così facendo si illuderà di poter sfuggire al suo destino di mortale. Senza accorgersi che, anche riuscendoci, smetterebbe di essere umano e diventerebbe qualcosa d’altro.

Perciò stimoliamo il loro orgoglio. Concediamo facili vittorie. Diamo l’illusione di potere giocare con la propria sorte. Soddisfare i propri istinti, persino dominare la vita e la morte. Quando si accorgeranno di essere come bambini che fanno torte di fango illudendosi di essere cuochi sarà per loro troppo tardi. Saranno saliti troppo in basso, verso di noi.
Verso Nostro Padre che, se non è onnipotente, però sa usare molto bene quel potere che gli è dato sul mondo. Non credete?

Padre-Onnipotente

 

 

 

La lista

E’ di qualche giorno fa la notizia che la Regione Lombardia è stata condannata a pagare 142.000 euro (centoquarantaduemila euro, sì) al padre di Eluana Englaro a titolo di risarcimento. Risarcimento per cosa? Per essersi rifiutata di fare morire tra atroci sofferenze sua figlia.

Non ripeterò qui quello che su questo blog ho detto molte altre volte: che l’acqua è sostegno vitale, non una cura. A meno che per curare non si intenda proprio “avere cura di”. Ma questo aprirebbe altre domande: chi veramente aveva a cuore Eluana, e chi la sua ideologia?

E’ interessante, ed anche un poco abominevole, leggere la lista che spiega come si è arrivati a questa cifra: 700 euro di trasporto in ambulanza a Udine, poco meno di 500 euro per la degenza e quasi 12 mila euro per il “piantonamento” da parte di personale specializzato (ma non erano “volontari disinteressati”? A quanto pare ricordo male). E poi quei 100 mila euro di “danno parentale”. Un parente che, vale la pena ricordarlo, non c’era quando Eluana morì, un padre che aveva detto “questa non è più mia figlia”. Che ha scelto di ammazzarla in modo terribile. Quindi 30 mila euro di “lesione dei diritti fondamentali” di Eluana. Che io sappia morire non è ancora un diritto: evidentemente i giudici si sono portati avanti.

A dirla tutta, questa sentenza è una chiara intimidazione. Dice “noi siamo i giudici”, non la giustizia. Non provatevi a cercare di salvare vite: noi della vita e della morte siamo i padroni, e ve la faremo letteralmente pagare.
Beppe Englaro commentò così la sentenza: “Sono i cittadini qualunque, come siamo tutti noi, ad avere la possibilità di cambiare veramente le cose dal basso, nel concreto“. Certo, se si sceglie di dimenticare che fu una precisa parte ideologica a fornire avvocati, soldi (un sacco), competenze, titoloni sui giornali e chissà che altro. Questo risarcimento sa proprio di autofinanziamento.

Forse ha ragione Englaro: è veramente un cambiare dal basso, da molto più dal basso di quanto forse intendeva.

LECCO 03/2005 LUANA ENGLARO IN COMA VEGETATIVO DA 13 ANNI NELLA FOTO LUANA ENGLARO PH. CATALANI / EMMEVI PHOTO

Va, distruggi il male, va

L’altro giorno mia figlia canticchiava “Va, distruggi il male, va…”

L’ho guardata stupito. “Conosci Goldrake?”

Lei certamente non era nata in quel 1978 in cui noi ragazzi assistemmo stupiti alla discesa dal cielo di quel robottone gigante che prendeva a lame rotanti i malvagi mostri di Vega. Non conosce Go Nagai, il suo creatore. Se ne ha vista qualche puntata l’ha fatto come figlia di una società in cui quei cartoni sono narrazione acquisita.

Noi, cresciuti ad animazioni cecoslovacche e Disney, eravamo spettatori stupiti di una rivoluzione. Non erano storie per bambini. E popolavano la nostra fantasia e i nostri sogni di creature ignote, di mondi infiniti.

C’era l’eroe. Un eroe complesso, violento, ma che era inequivocabilmente il bene. Era il bene, perché gli altri erano il male. Erano ancora di là da venire le storie di Gundam, con i suoi eroici cattivi. In un tempo in cui il buonismo dilagante aveva già cancellato molte favole, che un cavaliere munito di alabarda spaziale potesse abbattere i mostri ci riempiva gli occhi di stelle. L’eroe di Atlas Ufo Robot si trasformava in un razzo missile e combatteva. Pigliava a pugni i malvagi. Vinceva.

Che è qualcosa che ci tocca dentro. Credo che tutti, tutti sogniamo qualcuno il cui cuore non si pieghi, che possa vincere il male. Distruggerlo una volta per tutte, proteggerci. Salvarci.

Oh, sì, adesso siamo cresciuti.
Non crediamo più possibile un Goldrake. Ma allora perché ci commuoviamo ancora, cantando “Va, distruggi il male, va…?”

Crypto

Ci sono programmi che criptano le informazioni sui computer, riscrivendole in maniera da renderle incomprensibili a chi cerca di leggerle senza conoscere un particolare codice.
Può essere fatto con l’intento di proteggere i segreti dalle intrusioni; oppure può essere qualcuno che ricatta il legittimo possessore: paga, o i tuoi dati per te saranno perduti. Senza la chiave corretta tutto resta bloccato.

Ma qual’è la chiave che permette di sbloccare un cuore umano?

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Una signora indifferente

Taluni si ritengono saggi e si indignano e urlano che non c’è abbastanza morte, che occorre poterne dare di più, sempre meglio, con maggiore efficienza, a disposizione di tutti. Che sia punito chi resiste.
Non capiscono che la morte non ha bisogno di incoraggiamenti da parte dei vivi.
Lei prende quello che c’è e, alla fine dei conti, tutti.

No, i suoi sostenitori non li tratterà in modo differente, o meglio.

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La pioggia non è per sempre

Sullo sfondo di un cielo di piombo e acciaio un gruppo di gabbiani si insegue in volo. Le loro ali bianche come gioielli in un tumulto carbone, incuranti del nubifragio che si approssima, rischiarati a tratti dai lampi.
Come a dirci: per quanto ora pare che il mondo sia fatto di tuono e pioggia, ancora quest’aria è da volare. Il sole tornerà, è primavera.

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Civiltà avanzate

Mi domandavo perché la nostra civiltà tanto progredita più va avanti più sembra riprendere modi di fare che caratterizzavano l’antichità più remota: eliminazione di chi è considerato inutile, schiavitù e oppressione del debole, promiscuità amorale.
Poi mi è giunta la risposta: quegli antichissimi progenitori non avevano ancora un Dio e casomai se ne facevano a loro immagine, i loro discendenti contemporanei non ce l’hanno più e ugualmente adorano se stessi.
Gli estremi si toccano, e diventano ciechi. La civiltà avanzata ormai puzza.

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II – Non Credo…in un solo dio

Compagni di tenebra,
Comincerò adesso a fornirvi le istruzioni per annullare quella formula che gli umani conoscono come Credo.
Sebbene ogni parte di esso sia fondamentale e lo sfilare anche una sola parola possa causare il crollo di tutto l’edificio, le prime parole sono la base di tutto il resto. “Credo in un solo D…“, insomma, chi la pronuncia dice di credere nel Nemico-che-sta-Lassù.

Noi sappiamo bene che il Nemico-che-sta-Lassù è uno solo, fatto è che non gli crediamo.
E’ da parecchio tempo, anzi, da tutto il Tempo che abbiamo smesso di farlo. Rifiutiamo tutte le sue cosiddette verità e seguiamo invece Nostro Padre-che-sta-Quaggiù.

Per gli umani è il contrario. Loro non erano lì, a vedere l’Universo prendere forma. Non hanno guardato in faccia il creatore come noi, capite, quindi la sua esistenza e unicità sono concetti tutti da discutere. Per loro è questione di fede: credono a cosa non hanno veduto in base a ciò che conoscono. Questo è il punto su cui fare leva.

Come fai a capire se qualcuno esiste davvero se non l’hai mai visto? Guardi alle cose che ha fatto. Nel nostro caso, tutto il mondo materiale e immateriale. Sembrerebbe un’impresa impossibile negare l’esperienza, l’esistenza di un creatore. Ma il tentatore può suggerire che le cose siano lì da sempre, che nessuno le ha fatte; che sono lì per caso, non c’è una volontà dietro; che non esistono davvero; o che è chi si fa la domanda, l’io, che non esiste davvero. Il mezzo più efficace di tutti è far ignorare completamente la questione, etichettandola con il chissenefrega adeguato al livello culturale dell’umano in questione.
Per quanto ci possa sembrare assurdo ognuno di questi argomenti è stato usato con successo da me o da qualcuno dei miei assistenti per confondere gli esseri umani.

In un certo senso capisco gli uomini. Non dobbiamo mai dimenticare che sono esseri incredibilmente limitati. Credono che basti una formuletta magica o matematica perché le cose accadano. Non hanno la più pallida idea della complessità e della profondità della realtà, persino riguardo i fatti più banali. Per loro ci sono, e basta.
Dobbiamo aiutarli, a restare ignoranti. Distoglierli da tutto ciò che potrebbe portarli a fare domande. Lisciare loro la strada sotto i piedi; evitare ogni incidente che rompa la placida monotonia; ridicolizzare quelli tra loro per i quali il “funziona, non toccarlo” non basta.

In questo compito siamo aiutati dalla naturale arroganza di quelle creature. Fragili come sono, si sentono piccole divinità. Danno per scontato che il sole sorga ogni giorno, che i loro piedi appoggino sul terreno, che il loro corpo funzioni. Sapessero quanto lavoro di progettazione c’è dentro ogni loro singola cellula…ma non lo sanno, e non saremo certo noi a spiegarglielo.

Disgraziatamente, le domande di cui discorrevo sopra – “chi sono”, “perché ci sono”, “perché ci sono le cose” e via andare – sono proprio quelle che il Nemico cerca di destare in loro. E’ la ragione per cui ha fatto l’Universo tanto vario, pieno di pericoli e opportunità, per cui ha creato il gusto e la bellezza e il piacere: ricordare agli uomini che non sono loro a fare esistere le cose. Che non ne sarebbero in grado, non potrebbero mai immaginarsele tutte.
La differenza  tra gli esseri umani e le altre creature è proprio questa sete perenne di risposte. Tanto più l’uomo è davvero uomo, vicino al progetto originale, tanto più la domanda di senso è in lui potente, e noi siamo fregati.

Il rimedio è semplice: bisogna abbassare l’uomo.

Gli animali, avete presente? Loro non si fanno domande. Riportando l’uomo a quel livello le questioni inopportune svaniscono da sole.

Mangiare. Bere. Accoppiarsi. Giocare. Dominare. Evitare guai e preoccupazioni. Questo è ciò che il tentatore deve sollecitare sugli uomini in sua custodia. Ognuna di queste occupazioni diventerà un dio minore che si accaparrerà l’interesse del mortale, cancellando anche il ricordo di questioni più alte.

Impegnato a soddisfare il suo ventre, alto o basso che sia, il suo specchio o il suo portafogli l’umano non alzerà mai gli occhi verso il cielo sopra di lui. Anzi, se qualcuno glielo ricorderà agirà come un cane a cui tentino di sottrarre l’osso: abbaierà e cercherà di mordere. Al posto di una unica divinità esigente e invisibile preferirà una vagonata di idoli molto più tangibili e apparentemente più benigni.

Che questi idoli chiedano solo e non concedano niente è una verità che dovremo tenere loro accuratamente nascosta. La vera provenienza del piacere o dei mezzi per ottenerlo non dovrà mai essere messa in discussione. Guai a parlarne.

Come agire però se l’umano si accorge che i suoi piccoli dei non bastano? Se la domanda brucia, il tentatore sostituirà la risposta con il fare. Un bello sforzo volontaristico: marciare per il proprio idolo preferito contro l’ingiustizia riempirà la sua mancanza di senso. Il nostro animaletto griderà “Vedete? Sono anch’io in grado di fare le cose, non ho bisogno di nessun dio” senza accorgersi di essersi limitato a rimodellare un po’ peggio la creta altrui. Ma avrà dimenticato la sua miseria e la sua redenzione, e a noi tanto basta.

Il pensiero che esista qualcosa di ordine più alto di lui non deve balenare nella mente dell’uomo, e se anche accadesse deve essergli intollerabile. Tanto intollerabile da spingerlo a dubitare di cosa vede, sente e tocca. Da fargli affermare che niente esiste, niente importa, non esistono bene, male, verità, realtà.

Come dite? Sì, è una idiozia completa, che quell’uomo nega con il solo fatto di vivere. Se però la facciamo passare come posizione filosofica alla moda nessuno oserà farne notare l’assurdità, per paura di essere etichettato come ingenuo. Cosa che accadrebbe sicuramente: non ci sono difensori più accesi del proprio punto di vista di coloro che non hanno neanche compreso quale sia.

I nostri migliori alleati: quelli che quando gli si fa notare quanto più vasto sia il mondo della loro piccola mente, e gliene si chiede l’origine, rispondono:  “Un dio? Non credo”.

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Niente di meglio

Sono sempre un po’ sorpreso nel vedere coloro che contro il Dio cristiano cercano di giocare la carta del dolore.

Non so se queste persone discettino di sofferenza mentre sorseggiano una birra ghiacciata sul divano oppure abbiano davvero vissuto il dolore vero. Ma so che non possono esservi così vicini, perché dove c’è il dolore ci sono anche i cristiani.

Ho amiche che assistono i moribondi e amici che allevano come figli loro bambini che tanti medici avrebbero consigliato di abortire. Ho conoscenti che vanno in carcere a fare compagnia ai condannati, e altri che viaggiano in paesi lontani lottando per mettere su ospedali dove medici proprio non ce ne sono. E fanno tutto questo nel nome di quella cristianità che ha per segno stesso il dolore innocente, un corpo appeso straziato dalla tortura.

Nel nome di quel corpo appeso ci sono uomini che cercano di alleviare le sofferenze . Dove non ci sono non c’è nessuno. Non c’è nessuna religione, nessuna politica, nessuna filosofia che osi. Tutte preferiscono dimenticare, ignorare, a volte sfruttare quello stesso dolore. Anche coloro a cui accennavo all’inizio possono parlare di dolore innocente solo perché nascono da un mondo cristiano. Al di fuori di quello sono due parole assurde, come storia e geografia insegnano.

Al di fuori del cristianesimo, o dopo il cristianesimo, l’unica maniera di evitare il dolore è sopprimere chi soffre.
Perché solo il cristianesimo insegna che non sono dolore e morte l’ultima parola sul mondo. E’ la Resurrezione, cioè la fine di ogni dolore e morte.
Non troverete niente di meglio. Non c’è niente di meglio.

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Pozzi neri

Uh, tutti adesso a stracciarsi le vesti perché qualche politico ha mischiato affari personali con affari legislativi.

Facciamo le debite proporzioni. Le trivelle non sono la ricca pensione di reversibilità di parlamentare per il proprio giovane compagno con cui pagarsi un bambino in qualche paradiso dell’utero. Le trivelle nella loro corsa verso il basso si fermano molto prima.

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