La stirpe di Caino

Come ho già detto altre volte, mi capita di seguire alcuni anime – serie a cartoni animati – giapponesi. Non è roba per bambini; sicuamente non lo è quello intitolato “Vinland saga“.
Si tratta di una storia ambientata tra i Vichinghi, intorno all’anno mille. Anche se sono state prese ampie licenze romanzesche rispetto ai fatti realmente avvenuti, non si può non ammirare una certa serietà di ricerca storica, la ricercatezza dei disegni e la qualità della trama. Trama che ci proietta in un mondo brutale, dove il cristianesimo si è appena affacciato ed è ben lontano dall’avere convertito il nord guerriero.

Nell’ultimo episodio trasmesso la banda vichinga a cui appartiene il protagonista assale un pacifico villaggio, i cui abitanti vengono quindi massacrati a sangue freddo. Il crudo orrore potrebbe spingere a etichettare quanto mostrato come una invenzione narrativa. Non è così.
Gli archeologi hanno trovato decine e decine di casi simili, in ogni paese, in ogni era. Fosse comuni riempite con corpi ammonticchiati, uomini donne bambini, uccisi con un colpo di mazza alla nuca, la gola tagliata, una lancia nella schiena. Segni di tortura. La prassi comune degli scorridori, dal neolitico fino ad oggi.

Talvolta i corpi sono sepolti con più cura, segno che sono i sopravvissuti ad avere raccolto i morti. In altri casi, c’è solo una pila di cadaveri frettolosamente ammucchiati. Ce ne dobbiamo rendere conto: nel corso di quasi tutta la storia questa è stata la fredda normalità. I civili in zona di combattimento vengono massacrati. Senza distinzione e senza pietà. Chi si salva è preso come schiavo.

E sia chiaro; nessuno si aspetta niente di diverso. Il figlio del contadino ucciso che entra nella milizia sterminerà a sua volta altri innocenti nel medesimo modo. Perché non c’è una ragione per non farlo.
Non c’è una ragione per non farlo.
Dalla Cina al Messico, dalla Germania all’Alaska. Il guerriero, il soldato, il pirata uccide. E prova piacere nel farlo. L’uomo è fatto così.

Il trattenere la mano verso gli innocenti, il risparmiare chi non combatte,  il frenarsi negli stupri, nei saccheggi, nelle violenze, potrebbe venire solo da un altro livello rispetto a questo tipo di uomo. Non bastano le morali, le regole. Solo chi sa di far male, sa di mettere a rischio tutta l’eternità ammazzando può avere una ragione per fermare la mano. Solo chi ha scoperto che l’altro, persino il nemico, è un fratello, che non solo non si deve uccidere ma per cui si deve pregare, può arrestare il massacro, l’esaltazione del sangue e della lotta. Pietas. Ciò che è pio, ciò che non poggia sulla stessa materia di cui sono fatte le lame.

Una simile forza ha frenato la stirpe di Caino. Una forza che adesso si affievolisce; ci hanno raccontato che non esiste, non serve, che ogni libertà è lecita. Ritornano i senza pietas, gli spietati.
Attenti a chi si muove all’orizzonte, voi del paese.

Annunci

Colori

L’intellettuale utopico, visto che con il rosso non passava, è diventato verde.

Forse un mattino andando

C’è una poesia di Montale che conosco a memoria. E’ questa:

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore da ubriaco.

Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi, case, colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Un pensiero mi ha colpito stamattina, ripensando alle conversazioni dei giorni passati sui miracoli. Che per l’uomo d’oggi il poema è esattamente invertito. Il nulla non è ciò che colgo voltandomi, ma la normalità del vivere. Si è come immersi in una nebbia, in una pioggia cupa e grigia che nega le cose, la loro stessa esistenza. In un certo senso è come se si camminasse perennemente voltati dall’altra parte rispetto a ciò che esiste, immersi in una disperazione piena di mancanza.

Ma ecco che il miracolo accade: ti obbliga a guardare davanti a te, e allora la grande cortina di pioggia di questo mondo si apre e vedi… Bianche sponde e, al di là di queste, un verde paesaggio sotto una lesta aurora; o meglio la tua vita quotidiana, le persone, le cose come sono veramente, perché esse sono veramente. E’ il vuoto l’illusione.
Comprendi, non con terrore ma con gioia, che il tuo esistere ha un senso, e che c’è chi ti vuole bene fino in fondo.

Il miracolo, quasi sempre, ha il volto di qualcuno da guardare, qualcuno che un certo mattino ti afferra dal grigiore del nulla e ti riporta alla vita.

Auguro a tutti un mattino così.

Il buio in paese

Il paesino di montagna nel quale passavo le mie estati è sempre più spopolato. La notte ben poche luci rimangono accese; le tenebre e il silenzio regnano sulle panchine di antiche sere. Dove erano pascoli ora c’è un bosco; sono quasi riuscito a perdermi in posti che un tempo conoscevo palmo a palmo, cercando sentieri ora spariti.
Non posso dar torto più di tanto a chi ha abbandonato quei luoghi. Strade difficili, strette, tortuose, negozi rari e distanti e no, niente banda larga. Il lavoro resta quello manuale, il terreno non si presta certo all’agricoltura intensiva e allevare animali è faccenda pesante e puzzolente. Perché restare?

Pensavo a coloro che vogliono a tutti i costi mantenere in vita il modo di vivere primitivo di certi popoli dall’altra parte del mondo, gente che abita dove la vita è molto più dura. E’ strano che ci si batta per mantenere quelle tradizioni di età passate quando, qui, la festa del patrono forse non si farà più; che per quelli s’invochi la Natura matrigna e bastarda che su queste montagne, secolo per secolo, siamo riusciti a regolare nel suo mortifero impeto ad ammazzare i propri figli.

Il dubbio è che sia una infatuazione per ciò che è distante e non si comprende appieno, simile ai nostri sogni di ragazzi sui pirati e gli indiani; la realtà vissuta non è mai così romantica. Ma l’illusione è lo strumento di chi sa come manipolare la testa dell’uomo per i suoi fini.
E’ strano: quelli che premono perché i popoli primitivi dell’Amazzonia non abbandonino i loro costumi ancestrali per la modernità spesso hanno l’ultima versione di telefonino.

Non basta il miracolo

“Chi crede nei miracoli li accetta (a torto o a ragione) perché sono evidenti per lui; chi non ci crede li nega (a torto o a ragione) perché ha una dottrina contro essi.”
G.K. Chesterton

Quante volte abbiamo sentito, magari ci siamo detti: “Ecco, io non credo, o credo poco, perché non ho una prova certa di Dio, di Cristo, della Chiesa. Certo, vedessi un miracolo…”
Ma non funziona così. Ai tempi di Gesù, le folle videro i suoi miracoli e poi l’abbandonarono. Basta guardare anche solo la lettura della scorsa domenica: Gesù risana dieci lebbrosi, ma solo uno di loro torna indietro a ringraziarlo. “Non sono stati guariti tutti e dieci?” Chiede tra l’ironico e lo sconsolato lo stesso Messia. A quegli altri, il miracolo non è bastato. Come non bastò neanche la resurrezione di Lazzaro: i Vangeli annotano che fu proprio dopo quel fatto straordinario che si decise di uccidere Gesù alla prima occasione. In altre parole: se non hai fede, il miracolo non te la dà.

Prendiamo i miracoli eucaristici, in particolari quelli dove l’ostia rivela la sua natura di corpo di Cristo assumendone non solo la sostanza ma anche la componente materiale.
In altre parole, abbiamo delle ostie che si “trasformano” in quello che a un esame medico scientifico si rivela essere tessuto del cuore umano, un cuore torturato e ferito come nei racconti della Passione. Come si fa a spiegare questo? O si tratta di un disegno criminale, con una mano misteriosa che taglia a fette il muscolo miocardico di persone sottoposte a sofferenza estrema e lo innesta nel pane consacrato, oppure c’è una realtà più alta che sfugge alla supponenza dei materialisti.

Quando poi scopriamo il gruppo sanguigno comune a questi miracoli e ad altre reliquie famose – tipo la Sindone – non ci può non essere stupore, perché è sempre lo stesso: AB, il gruppo più raro. Quali sono le possibilità che sia un caso, in reperti che datano a secoli prima della scoperta dei gruppi stessi?

Vedete, qui abbiamo dei fatti straordinari, convalidati dalla scienza. Oh, certo, rimane sempre e comunque uno spazio di manovra, la possibilità di rifiutare o ignorare quel dato, come fecero a tempi di Gesù e continuiamo oggi. Eppure, se fossimo coerenti, dovremmo precipitarci nella chiesa più vicina ad inginocchiarci davanti all’Eucarestia. Perché, se quei fatti sono veri, il mondo e noi ruotiamo intorno a quel pane divenuto carne di Dio. Il resto non è importante.

Ma non accadrà. Perché l’uomo difficilmente crede ai propri occhi e alle proprie orecchie. Difficilmente si fida dei suoi sensi, della realtà, più che del suo pensiero.
Per davvero cambiare il cuore occorre un incontro. Incontrare una persona viva. Capire che si può cambiare. Non basta il miracolo, per noi uomini di poca fede, che ci rifiutiamo di credere a ciò che è vero.

Non siamo soli

A guardare la follia (pagata e no) di quelli dell'”extinction rebellion”, certe affermazioni di personaggi che sembrano avere dimenticato chi sia Cristo pur affermando di servirLo, le omicide menzogne e le compiacenti falsità di persone che sono definite “importanti”, uno si fa la domanda.
Davvero Cristo è morto per questi? Vale la pena di tanto sacrificio, se poi la ragione umana, la libertà, la verità sono calpestate in questo modo?
Forse quella del diluvio non era una cattiva idea. Mi sento di comprendere Geremia, Osea e gli altri ai quali il Signore ha dettato la Sua ira per un popolo falso e arrogante, che disprezza i doni e uccide i profeti. Cosa mai c’è da salvare in questa umanità? Massì, estinguiamoci. Fosse vero, il “cambiamento climatico”. Chissà se ci hanno pensato, che poi sarebbe come se a Milano ci fosse il clima di Roma. Tragedia. Imbecilli.

Davvero, se non si crede più a Dio si crede a tutto. Non sembra esserci limiti alla credulità e a quelli che ne approfittano. Sodoma si sarebbe salvata, se si fosse riusciti a trovare in essa dieci giusti. Mi domando quanto noi siamo a ridosso di quel limite.

Eppure, eppure. Neanch’io sono certamente puro. E quanta ne conosco, di gente per cui varrebbe la pena di salvare il mondo. No, nessuno di noi è perfetto. Siamo tutti meschini, e cattivi. Mica solo oggi: tornando indietro nella storia, non c’è bassezza o malvagità che non sia stata compiuta. Nonostante tutto, confusamente, questo non ci ferma nel desiderare di essere migliori, lottare per essere migliori, degni di una salvezza e di un perdono che non ci possiamo dare da soli. Che, se fossimo da soli, tutto sarebbe perduto in questo nostro abisso.

Ma non siamo soli.

Cor ad cor loquitur

Sulla mia scrivania tengo tre santini. Due sono di Don Giussani; uno del beato e prossimo santo John Henry Newman.

Sono lì per ricordarmi la ragione per cui lavoro, la bellezza dell’ideale, e che per seguire la verità sono talvolta necessari grandi sacrifici.
Oh, sì: c’è bisogno di un grande, immenso coraggio per lasciare tutto alle spalle e diventare un New-man, un uomo nuovo. Un coraggio più grande di quello che normalmente abbiamo.
Perché tutti ci chiameranno  folli, incoscienti, illusi; metteranno in dubbio noi e i nostri motivi. Dare ascolto al vero è sempre pericoloso.
Lo sapeva bene Newman, attaccato e abbandonato da tutti, anche dagli amici. Il coraggio non basta.
Ci deve essere altro; ciò che il mondo chiama follia, credere a ciò che è evidente ma non si vede, avere ciò che non si può dire ma si chiama fede.

The age to come

“When I would search the truths that in me burn,
And mould them into rule and argument,
A hundred reasoners cried,—’Hast thou to learn
Those dreams are scatter’d now, those fires are spent?’
And, did I mount to simpler thoughts, and try
Some theme of peace, ‘twas still the same reply.

Perplex’d, I hoped my heart was pure of guile,
But judged me weak in wit, to disagree;
But now, I see that men are mad awhile,
‘Tis the old history—Truth without a home,
Despised and slain, then rising from the tomb.”

L’età che viene

Quando le verità che in me bruciano ho cercato
e le ho modellate in regola e argomenti
Cento pensatori urlarono, – “Non l’hai imparato,
quei sogni sono dispersi ora, i fuochi spenti?”
Dedicandomi a più semplici pensieri, una proposta
di pace tentai, ebbi ancora la stessa risposta.

Perplesso, sperai il mio cuore da inganno puro,
Ma mi giudicarono idiota, per dissentire;
Ma ora, vedo, gli uomini son folli, sicuro
è la vecchia storia – Verità senza una casa,
disprezzata e uccisa, poi da tomba risorta.

J.H.Newman, 1833


Cor ad cor loquitur era il suo motto cardinalizio: “il cuore parla al cuore”
Dietro al santino c’è scritto:
Dio, che con la tua luce benigna hai guidato il beato John Henry Newman, sacerdote, a trovare la pace nella tua Chiesa, concedi a noi propizio, per la sua intercessione e il suo esempio, di essere condotti dalle ombre e dalla apparenze alla pienezza della verità.

Sinceri e coerenti!

Amici, troppo spesso la politica è accusata di mancanza di sincerità. Agli uomini politici si rimprovera di mentire per essere eletti, di cambiare opinioni e casacca per mantenere il potere, e quindi di essere inaffidabili qualunque cosa affermino.

State sereni: noi non siamo così. Il nostro nuovo partito vuole mettere uno stop definitivo a quelle pratiche discutibili. Ognuno dei nostri esponenti giurerà di attenersi fedelmente al programma, senza ripensamenti e senza distinguo.
E il nostro programma è semplice e diretto, senza giri di parole, comprensibile a tutti: esso è qualsiasi programma abbia il partito che vince le elezioni.

Sì, amici, oggi vi annuncio la nascita del Partito Opportunista Italiano. Per la prima volta c’è una formazione politica che esprime chiaramente l’intenzione di schierarsi sempre e comunque dalla parte dei vincitori. Non più imbarazzanti capriole, cambiamenti di gruppi e casacche, dire prima una cosa e in seguito il suo contrario. Basta doppiezza, non ci stiamo più a mentire: fin dall’inizio affermiamo di non avere una nostra opinione salvo quella di stare dalla parte del più forte, come è sano ed auspicabile in una democrazia matura. Noi siamo adulti che fermamente e consapevolmente abbracciano la più alta forma di relativismo, senza nascondersi dietro false sigle. Quello che il popolo sceglie, sarà la nostra scelta. Onestà, sincerità, schiettezza: queste le doti dei nostri candidati.

Fin da ora possiamo dire che siamo contro l’evasione fiscale, da cui recupereremo gran parte del bilancio necessario a finanziare tutti quei progetti che la maggioranza elaborerà. Ridurremo la burocrazia, taglieremo le spese inutili e promuoveremo la giustizia. Siccome lo dicono tutti, possiamo affermarlo anche noi senza tema di essere smentiti. E potete crederci, dato che sicuramente faremo parte della maggioranza.

Coerenti con il nostro ideale, garantiamo la fedeltà assoluta a chiunque il popolo avrà designato come proprio rappresentante. Non permetteremo che le nostre opinioni personali interferiscano con il sacro compito di fare ciò che ci è chiesto; ci aspettiamo, in cambio, un congruo numero di nomine ai più alti livelli per potere mantenere le vostre promesse. Per questo ci dovete scegliere: noi siamo la continuità che sempre si rinnova.

Sì, noi lavoreremo per voi. Sì, NOI LO FAREMO! POI!

L’inchino all’idolo

Destano un poco di sconcerto certe prese di posizione, certi documenti ecclesiali, che sembrano suggerire che il cristianesimo non è poi così vero. Che in fondo è una religione come le altre, non tutto quell’eccezionale che si pensava un tempo. Che Dio si sia fatto uomo e sia morto per noi potrebbe sembrare qualcosa di assolutamente nuovo e mai udito prima. Forse però esercita meno fascino di certi idoli sì muti, ma dorati. O verdi.

Una certa parte della Chiesa pare pensare che il cristianesimo abbia bisogno di aggiornarsi per essere al passo con i tempi. In altre parole, non è che Dio non ci sia, è solo un poco senile. Fuori moda. Mi rammenta quanto accadde alcuni secoli fa con il Rinascimento. Il Dio medioevale, centro di tutte le cose, fu spinto improvvisamente ai margini. Gli antichi dei greci e romani, umiliati e abbandonati secoli prima, ritornarono in auge. Con la differenza che nessuno davvero si inchinava di fronte ad essi.

L’inchino all’idolo è in fondo un inchinarsi a se stessi, alle proprie voglie. Solo un Dio assolutamente “altro” è differente da noi. Ma che senso ha inchinarsi a ciò che è Altro, cioè ineffabile, incommensurabile, incomprensibile? Ha senso solo se questo Altro diventa qualcosa di riconoscibile e incontrabile. Si incarna; pur essendo Altro si fa prossimo.

Inchinarsi all’Eucarestia non è piegarsi ad un idolo. E’ riconoscere che lì è il nostro destino. Certe liturgie fantasiose potrebbero anche essere accettabili se fossero fatte con vero amore per Chi ne è il protagonista, e non per desiderio di rubare a Lui la scena. Una messa celebrata con briciole di pane e acini schiacciati in una prigione di regime può essere più santa di una messa cantata in Piazza S.Pietro. Non è questione di paramenti, ma a Chi guardi. E’ sempre lì il punto: dove sta il cuore. Un anello di plastica regalato al proprio amore può essere infinitamente più prezioso di un diamante incastonato. Sì, i diamanti aiutano a dire che un regalo è prezioso, ma tutto dipende da cosa rende prezioso il dono. La bellezza non è sempre quello che pensiamo.

In fondo è come quegli amori finiti che cercano di sembrare vivi con fantasie sempre più improbabili, trucchi e vestiti. Quando invece basterebbe tornare a quel fascino iniziale, a quel primo momento in cui si è riconosciuto il proprio destino assieme all’altro. Il guaio è quando non si è mai creduto che quella storia potesse durare in eterno, e promettendo fedeltà già si cercava una via di fuga.
Così accade anche oggi. Se Dio non è tutto, se lo troviamo vecchio, allora ci si permette amori diversi, apparentemente più giovani. Scappatelle, finché una sera ci si dimentica di ritornare.
Ma la bellezza di Dio non sfiorisce, a differenza delle altre. Egli è eterno, e solo uno sguardo fatto d’eterno può amarlo davvero.

Stare a ruota

Cercate ogni giorno il volto dei santi per trovare riposo nei loro discorsi
Didaché

Nei tempi di incertezza, quando è difficile comprendere dove stia il vero e il bene e quindi che decisioni prendere per la propria vita, occorre un metodo.
Non è una questione banale. E’ difficile pure per chi non crede, per chi è convinto che l’esistenza sia tutta in quei pochi anni che ci sono concessi. Figurarsi per chi invece ritiene che ogni parola abbia un peso eterno.

Uno dei metodi può essere appoggiarsi ai grandi. Non ai grandi come li definiscono gli uomini, ma quelli grandi sul serio.
Noi tutti abbiamo la ragione per giudicare e aiutarci a riconoscerli. Ci sono persone che devi ammettere che hanno un marcia in più. Che sanno capire la vita meglio di te, che la vivono più intensamente, che sei costretto ad ammirare. Sono coloro che lottano per il vero, a proprio rischio e a volte a proprio danno, malgrado calunnie, maldicenze, e l’essere umani e fallibili, come ognuno di noi è.

Sono chi parla schietto, con parole come bastonate, le bastonate delle antiche lavandaie per pulire i panni. Chi ti conferma in ciò che sai e ti insegna ciò che non sai. Se sei furbo, se hai quella domanda, allora le segui. Cerchi di imparare, di capire il loro segreto. Se anche non potrai essere grande come loro almeno potrai “stare a ruota” accodandoti, come si dice in gergo ciclistico. Si fa meno fatica.

Ieri sono stato alla giornata della Nuova Bussola Quotidiana. Grazie agli amici che mi hanno convinto alla sfacchinata. La levataccia e il ritorno a notte fonda ne valevano la pena, perché ho trovato lì tante persone grandi, nel senso che prima dicevo.
Qualcuno li ha chiamati odiatori e buffoni. Non mi pare; odio non ne ho visto, semmai una sana preoccupazione per questi tempi difficili. D’altronde si sa, l’ostilità di ominicchi e quaquaraquà non deve spaventare, è in qualche modo attesa.
Anzi, forse è proprio quella uno dei segni che aiutano a comprendere, a eliminare le incertezze. Si tocca con mano la differenza tra piccineria e grandezza.

La ragione, che misura la realtà, ci dice di cercarli; stare a ruota loro, per combattere la buona battaglia verso quel traguardo che desideriamo.

Nel regno dei ciechi

Dopo una notte insonne, insulse incomprensioni e piccoli inconvenienti a raffica, è normale che ci sia un po’ di malumore. La magnifica vista delle montagne limpide nell’aria mattutina lo stempera un poco, anche se dentro si brontola “vorrei essere lassù” e non qui dove il dovere chiama. Così, permettetemi di crogiolarmi qualche istante in un minuscolo momento di trionfo, e di pronunciare quelle due brevi odiose parole che siamo soliti associare alla spocchia: “avevo ragione“.

Sulle prime avevo fatto poco caso alla notizia. Uno studio di alcuni anni fa legava la religiosità alla mancanza di generosità. Ora questa ricerca è stata ritirata, con tante scuse, dai suoi estensori. Fuffa, hanno dovuto ammettere. Quando ho letto per la prima volta l’accaduto non ci avevo pensato, ma poi improvvisamente mi si è accesa una lampadina nel cervello. Io, quello studio l’avevo criticato su questo blog quando era uscito, portando le stesse ragioni che ora hanno costretto i suoi autori al ritiro. Ops.

Ora, perché ci sono voluti quattro anni? Io non sono uno statistico, non sono un genio matematico, non sono un professionista di sociologia. Sono semplicemente una persona che sta attenta alla realtà, che non si beve acriticamente tutto quanto legge o ascolta per quanto griffato ed è abituata a individuare gli errori, i punti deboli, le truffe consapevoli. E’ il frutto di una educazione; mi è stato insegnato, ed io cerco di allenarmi un po’ ogni giorno. “Non conformatevi alla mentalità del mondo”, dice S.Paolo. “Domandate il perché di ogni cosa”, ricordava don Giussani. Non accontentatevi.

Se qualcosa vi suona strano, o al contrario è persino troppo bello, è il caso di insospettirsi. Di approfondire. Andare alle fonti, trovare i nessi, analizzare.
Se l’ho capito io, che qualcosa non andava, avrebbero dovuto accorgersene anche i professionisti: le peer review, le redazioni scientifiche, tutti coloro che hanno bevuto e pubblicato acriticamente lo studio magari con un brivido intimo di soddisfazione.
Non escludo che alcuni, pur accorgendosi delle inconsistenze, l’abbiano mandato avanti lo stesso. Più che cecità selettiva, lo sguardo del meschino. L’onestà intellettuale è merce rara, specie tra chi ritiene che il fine giustifichi i mezzi.

Riarrotolo la coda di pavone. A ben guardare non ho fatto poi niente di così eccezionale. Ma “in regno caecorum…” Deh, anche un solo occhio, e miope, a volte dà qualche gioia.

Drone

Quello che vedete nella figura è un drone programmabile a basso costo. Può essere usato individualmente, in coppia, in sciame, con un carico da 40 mm che può includere una telecamera, proiettili perforanti, incendiari, a frammentazione, fumogeni, anti-drone e via andare. Ha 12 minuti di autonomia di volo e venti se si limita a rimanere immobile a mezz’aria.

Mi dicono che siano usati già estensivamente negli attuali teatri di guerra, Siria e Ucraina per esempio. Credo che a nessuno sfugga quello che potrebbe fare uno solo di questi affari usato da un malintenzionato. Anche, che so, provocare un incendio o un danno strutturale in un luogo altrimenti inaccessibile, colpire un uomo anche se protetto da guardie del corpo, il tutto mentre chi l’ha lanciato se ne sta al sicuro, non rintracciabile. Da quando l’ho ricercato Google si premura di fornirmi la pubblicità di siti dove si possono fare acquisti all’ingrosso.

Ne abbiamo fatta di strada dai tempi dell’ascia di selce, della freccia e della spada, ma siamo sempre lì, noi figli di Caino.

Jaguar

Stamattina, andando al lavoro sulle solite strade di campagna, sono stato dietro ad una Jaguar, un macchinone nero dall’aria cattiva con doppio tubo di scappamento. Come ci sono riuscito? Aveva una velocità di punta di 42 km\h, che nelle rotonde scendevano a 15. A momenti mi si fermava la macchina. Quando alla fine sono riuscito a superare, avrei voluto abbassare il finestrino e gridare al conducente “Tanto valeva ti comprassi una Panda, risparmiavi ed eri più veloce”.

Che senso ha avere un mezzo così potente per farsi superare pure dalle biciclette? Poi ho pensato: quante volte ci accade di mirare basso, di far passare per prudenza quello che è timore o incapacità. Il rombo del motore che potremmo essere, non udirlo mai.

L’istruzione del mondo

Apprendo che il novello ministro dell’Istruzione, evidentemente per mantenere lo standard a cui siamo abituati per chi occupa la sua carica, ha affermato che appeso ai muri delle aule ci metterebbe non il crocefisso, ma una cartina del mondo.

Mi sembra coerente. Quando si adora qualcosa, uno vorrebbe averlo sempre davanti.

Il paradosso è che nel crocefisso il cristiano cerca la propria salvezza, mentre chi adora il mondo pensa di essere lui a poterlo salvare. E’ una strana illusione, credere di essere tanto più grandi del mondo e tuttavia essere proni a tutto quello che esso  – o il suo padrone – chiede.

Paradosso tanto più grande quando quella salvezza, implicitamente certificando la propria impotenza, la si domanda urlando ad altri. Che soddisfatti annuiscono: asserire che i problemi si risolvano gridando piuttosto che studiandoli è il tipo di istruzione che preferiscono.

 

Vederci chiaro

Mi capita talvolta di vedere le cose come attraverso una nebbia. Faccio fatica a mettere a fuoco ciò che mi sta davanti; per quanto mi sforzi, è tutto oscuro, confuso. Se insisto la testa mi si fa pesante, la nausea mi avvolge.

Poi guardo gli occhiali, sulle cui lenti si sono accumulati lo sporco, i detriti, il grasso delle ore trascorse.
Faccio pulizia, e il mondo ritorna luminoso.

Manifestare

Ho sempre pensato che per un ideale, se è giusto, vale la pena studiare, imparare, lavorare.
Non scioperare.

E’ dal modo in cui tu impieghi il tuo tempo libero che si capisce a cosa tieni. Altrimenti è un po’ come fare la carità con i soldi degli altri. Se per te partecipare è un sacrificio, vuol dire che ci credi davvero, che ritieni la causa nobile. Se no tutto si riduce al piacere del branco, voglia di protagonismo o scusa per passeggiare.

Saltare la scuola per manifestare è come dire: non ho bisogno di conoscenza, non ho necessità di apprendere per capire. Se ti è chiesto questo normalmente è perché chi ti spinge a farlo ti preferisce ignorante.
Per mettere in discussione qualcosa occorre farne esperienza, essere molto attenti alla realtà, o averlo studiato. Gli ignoranti non si possono fare troppe domande sulle cose che sostengono, non sono attrezzati per mettere in dubbio ciò che viene detto loro. Pochi ne hanno esperienza, non è stato insegnato loro l’attenzione critica o ciò che serve per comprendere l’errore.

Bastano allora uno slogan da ripetere, lo stare insieme, che sono piaceri umani. Il ragionare, l’essere persone non è richiesto o addirittura sconsigliato.
E’ così che si fanno le rivoluzioni e le dittature si garantiscono la base. Come si fa a distinguere i due casi? Se a sostenere la manifestazione è chi è al potere, siamo nel secondo caso. Il primo è quando i suoi organizzatori al potere ci vogliono andare.

 

Ciò che ci sta intorno

“Come sono belli, i libri che fanno ridere e piangere nello stesso tempo!”
O. Milosz, “Miguel Manara”

 

Ci sono libri che vorremmo proprio che i nostri figli leggessero. Per capire meglio cosa sia la vita, cosa voglia dire amare, cosa significhi essere seri con se stessi e con il mondo.
Per togliersi dalla testa tante idee fasulle sulla libertà e sul futuro; per comprendere la differenza tra speranza e sogno, cosa voglia dire lottare e soffrire.
Sì, ci sono alcuni libri che raccontano di te anche se raccontano di altri. E anche se la loro vita non è la tua vita, tu ti paragoni con loro e ti fai domande. Ti viene voglia di cambiare; ti viene voglia di essere migliore; e ridimensioni certe tue pretese, certi tuoi capricci, perché comprendi che non sono importanti, davvero.

In altre parole, ci sono libri che sono veri. Il loro essere veri trasuda in ogni pagina, in ogni capoverso. Questi volumi sono spesso un grande atto d’amore: come questo di cui vi parlo è, senza dubbio.
Quindi, il mio consiglio è di procurarvi* “Una persona intorno“. E di leggerlo. Anche se, diversamente da me, la storia dei suoi protagonisti non ha intersecato la vostra storia, alla fine vi sentirete di conoscerli un poco. Perché tutto è messo in gioco, anche le cose più cupe, anche i difetti, quelli che normalmente nessuno di noi ha piacere siano svelati. Ma proprio questo attesta la sincerità di quello che leggerete.

E’ il racconto della vita di una persona, e di coloro che le sono stati intorno. Quanto fosse normalmente eccezionale lo leggiamo tra le righe. Arrivati al fondo, saremo presi da una sorta di stupore triste; triste perché le cose di questa terra sono tristi, e questa vicenda lo è particolarmente; ma lo stupore sarà per la bellezza potremmo dire ultraterrena che l’accompagna. Una grande persona era solita ricordare che è un bene che la vita sia triste, perché se no sarebbe disperata. Qui è testimoniato il tranquillo opposto della disperazione, anche quando secondo la vulgata corrente si avrebbero tutte le ragioni per caderci. Di questi tempi, dove per sfuggire ogni spiacevolezza si finisce nel nulla, è qualcosa.

La tristezza è data dalla distanza tra il sogno e la realtà. Qui abbiamo un sogno che sembrava realizzato, contro ogni probabilità; e poi sembrava perduto, e poi è diventato altro ancora. Non posso, e non voglio dire altro. Procuratevelo, questo libro, date retta. Leggetelo, davvero leggetelo. Verrà anche a voi voglia di farlo leggere. Poi mi direte.


*Per procurarsi il libro, scrivere a libridiupi@gmail.com

Il grande minimo

Sapete che di tanto in tanto mi diletto a tradurre dei brani che mi colpiscono particolarmente. Così è per questa poesia di Chesterton. Credo che rifletta bene il momento che siamo vivendo, in cui tutto sembra decadere e scivolarci via. Eppure, ciò che abbiamo visto, se lo abbiamo visto, è qualcosa. Piccolo, forse, minimo, ma c’è, c’è stato, e non possiamo strapparci il ricordo e fare finta che non sia mai successo. No, non lo possiamo dimenticare.

The Great Minimum

It is something to have wept as we have wept,
It is something to have done as we have done,
It is something to have watched when all men slept,
And seen the stars which never see the sun.
It is something to have smelt the mystic rose,
Although it break and leave the thorny rods,
It is something to have hungered once as those
Must hunger who have ate the bread of gods.
To have seen you and your unforgotten face,
Brave as a blast of trumpets for the fray,
Pure as white lilies in a watery space,
It were something, though you went from me to-day.
To have known the things that from the weak are furled,
Perilous ancient passions, strange and high;
It is something to be wiser than the world,
It is something to be older than the sky.
In a time of sceptic moths and cynic rusts,
And fatted lives that of their sweetness tire,
In a world of flying loves and fading lusts,
It is something to be sure of a desire.
Lo, blessed are our ears for they have heard;
Yea, blessed are our eyes for they have seen;
Let thunder break on man and beast and bird
And the lightning. It is something to have been.

 

Il Grande Minimo

E’ qualcosa aver pianto come noi pianto abbiamo,
E’ qualcosa aver agito come noi agito abbiamo,
E’ qualcosa aver vegliato mentre tutti dormivano,
E visto le stelle che a veder sole mai arrivano.

E’ qualcosa avere annusato la mistica rosa,
Sebbene si spezzi e lasci la branca spinosa,
E’ qualcosa una volta essere stato affamato
Come deve chi il pane degli dei ha mangiato.

Avere visto te e il tuo volto indimenticato,
coraggioso come corno per l’assalto squillato,
puro come bianchi gigli sotto una cascata,
Era qualcosa, se pure via oggi sei andata.

Al debole nascoste, aver conosciuto cose,
Antiche passioni, strane e alte, pericolose;
E’ qualcosa essere del mondo più assennato,
E’ qualcosa essere del cielo più invecchiato.

In tempi di scettiche tarme e cinismi arrugginiti,
In un mondo di amori fugaci e sbiaditi appetiti
E vite ingrassate stanche della loro dolcezza,
E’ qualcosa, di un desiderio avere la certezza.

Benedette le nostre orecchie, ché hanno ascoltato;
Oh, benedetti i nostri occhi, ché hanno guardato;
Lascia che tuono scoppi su ogni uomo, bestia, cosa
e il fulmine. Sì, essere stati, è qualcosa.

G.K. Chesterton, 1915

Furti

Nessuno ha rubato i miei sogni o il mio futuro. Li tengo dove i ladri e le tarme non possono arrivare.

Parate

Le manifestazioni per la salvezza del pianeta non sono organizzate dai ragazzini, ma sponsorizzate dalle stesse persone che il pianeta lo comandano. Non sono proteste: sono parate di regime.
La propaganda ha creato un esercito di volontari schierato contro un nemico immaginario. Chissà se un giorno capiranno che questo nemico sono loro stessi.

Le storie di San Randazio: l’orgoglio del giusto

…Accadde ora che, mentre Randazio era abate del monastero di Val Limpia, il nuovo superiore del suo ordine addivenne Egisto Brambazzi. Era costui una persona di famiglia nobile, non affatto noto per propria fede, quanto per amicizie e scaltrezza. Egli mai aveva potuto sopportare Randazio, il quale aveva ostacolato certi suoi affari, giudicandolo troppo ligio e rigido. Trovandosi su questo in accordo con il vescovo locale, e con un certo numero di que’ frati che erano delusi per la di lui elezione ad abate invece di loro medesimi.

Codeste parti fecero consiglio tra loro e decisero di liberarsi dell’incomodo abate. Addussero indi ragioni per cui la di lui elezione era invalida, asserendo vizi di forma; e quindi provvidero a destituirlo, e a mettere a capo del monastero un tal Guiduccio che era stato loro compare in certi traffici passati e che mal aveva sopportato non esser lui l’abate del convento.

Insediato che fu Guiduccio, prima cosa che fece fu convocare a sé Randazio. Ito che fu a lui, Guiduccio gli fe’ gran complimenti per quanto aveva operato in passato e si disse dispiaciuto per questo rovescio di fortune. Poi suggerì che non era opportuno che lui, che aveva comandato nel convento, ora dovesse obbedire, e che forse sarebbe stato meglio che subito l’abbandonasse. Ma Randazio, tranquillo come infante, replicò che l’obbedienza era la sua regola, e che di comandare a lui non importava nulla; avrebbe servito il Signore con ugual vena anche nel posto più infimo tra i frati, anzi, bene ne avrebbe avuto la sua umiltà. Guiduccio, quindi, masticando amaro perché avrebbe avuto più piacere che se ne fosse ito, temendo per la sua carica, replicò che se codesto era il desiderio di Randazio egli l’avrebbe accolto, e l’avrebbe destinato alle più basse occupazioni. Diceva tra sé: gli renderò la vita difficile, e lui se ne andrà, lasciandomi libero di compiere ciò che m’aggrada.

Fu così che l’abate destinò Randazio a pascolare porci e pulire pitali, come l’ultimo novizio; e s’apprestò a disfare tutto ciò che l’altro aveva compiuto, le Società che aveva fondato nei paesi vicini,e financo a congedare con delle scuse i novizi di maggior fede che si era procurato per il convento. Coloro che erano vicini al nuovo abate non trascuravano occasione di dileggiarlo e aggravare i suoi compiti, ora che più non poteva rimproverarli pe’ le di loro mancanze. L’abate stesso, in più occasioni, rovinava ciò che Randazio aveva operato in modo che dovesse intraprenderlo daccapo o domandava stravaganze come zappare l’orto a dicembre tra la neve. Randazio, da parte sua, faceva tutto quello che gli veniva chiesto, senza un lamento, e accettando sereno anche gl’ingiusti rimproveri; anzi, mostrando sempre una faccia lieta che suscitava ira ne’ suoi persecutori.

Avvenne che una notte, mentre Randazio stava in preghiera nella sua cella, sentì bussare: erano parecchi de’ monaci suoi confratelli che lo venivano a cercare.
“Randazio”, dissero lui, “ci sentiamo fremere per l’ingiustizia che ti viene inflitta.  Se tu lo vuoi, abbatteremo l’abate o, se ciò non fosse possibile, lasceremo il convento e ne fonderemo un altro con te a capo.”
“Lungi da me!” rispose Randazio. “Come potrei essere frate opponendomi all’autorità che è posta su di me? Con che autorità, allora, potrei comandare? Detta autorità arriva da Dio, anche se è esercitata da un homo. Rifiutando ciò che mi è dato non farei l’opera di Dio ma degli uomini e dei loro traffici.”
Si sedette indi sul graticcio, e iniziò a istruire i monaci che gli parlavano. “Vedete, fratelli, tante volte il demonio mi ha tentato con dei mali; cupidigia, lussuria, ira; ma ho confidato nel Signore e Lui mi ha salvato. Ma la tentazione più difficile da rifiutare è quella di un bene; chi potrebbe infatti negare che la giustizia sia un bene, che la verità sia un bene? Eppure andare contro l’autorità a noi ordinata per farci giustizia da soli o per imporre una verità è la forma peggiore di orgoglio: l’orgoglio di essere giusti. Fossimo pure giusti, non sarebbe merito nostro. Essere orgogliosi di ciò che è divino è l’errore del demonio.

Quand’anche i miei superiori provenissero dall’inferno stesso, finché non mi chiedono di andare contro Dio obbedirò loro, perché è Il Signore che li ha voluti lì per me. Non è degli altri servi rimuovere l’amministratore disonesto, ma del Re che l’ha voluto a capo dei suoi beni e che lo giudicherà al suo ritorno. Umiltà non è percuotersi il petto, non è pretendere di usare della verità, ma farsi di essa servitore, pure che ci si chieda di pulire le latrine. Di niente di più siamo degni, se Signore Iddio non ci vorrà altrove.”

I frati se ne andarono mortificati eppure contenti. E l’esempio di Randazio, che umilmente lavorava l’opera di Dio senza lamento, tanto si diffuse che venivano da’ conventi vicini per vederlo lavare i pavimenti.

Opacità

Di tanto in tanto mi accorgo di avere la vista appannata, di avere un certo mal di testa, di non riuscire a distinguere bene le parole e le immagini sullo schermo. Il mondo mi sembra un posto oscuro e nebbioso.

E’ ora di pulire gli occhiali. Polvere, sporco, grasso li hanno resi una cortina opaca, non un aiuto per la vista.

E, dopo tutto appare più luminoso, che viene voglia di cantare.

Giardinieri ed adoratori

Dovremmo essere i giardinieri della Terra e non gli adoratori dell’Albero, infagottati nelle nostre comodità, timorosi di correnti d’aria e sbalzi di temperatura.
Guai a chi ama il Creato più del Creatore.