Loro, il nemico

“Ora è vero, ma è stato così falso che continua ad essere impossibile.”
Juan Ramón Jiménez

Ci farebbe, mi farebbe tanto comodo se certe teologie, certe posizioni erronee sulla Chiesa e sul mondo, fossero sempre frutto di cattiva fede.
Per intenderci: la cattiva fede è quella che non c’è. Succede quando è morta, o non è mai nata. Quando è stata uccisa da un’ideologia, o dal cinismo, o dall’egoismo.
Se tutti quelli che sostengono certe dottrine eterodosse, in contraddizione con il Magistero, lo facessero per un guadagno personale; se non credessero davvero, se la loro fosse cinica strategia, se non fossero che persone false che si muovono per un proprio interesse, allora sarebbe tutto più semplice.

Perché la menzogna la capisci. Anche quando viene detta con la più suadente delle voci, magari da parte di certe alte autorità, le stesse che dovrebbero essere le prime a difendere ciò che negano.
I falsi li capisci chi sono, li vedi. Cadono in contraddizione, finiscono per rivelarsi a chi sa distinguere i segni. Cercano di ingannarti, ma proprio perché sono avversari conclamati sai come combatterli. Sai che devi combatterli. Resti saldo.
Potresti perfino permetterti di odiarli, di pensare che sarebbe meglio non esistessero. Che sarebbe meglio eliminarli, per il bene di tutti. Se non fossi cristiano sarebbe quella la mia opzione. L’opzione per loro, il nemico.

Ma non è sempre così. Perché lo sbaglio può arrivare anche da persone che hanno una fede anche maggiore della tua. Che ti sono sempre state d’esempio e conforto. Che ammiri, e sai che se dicono una cosa è perché ci credono. Non fingono. Non hanno consapevole menzogna in loro.

E ciò ti prende alla sprovvista. Come se camminassi sicuro per strade buie e malfamate insieme ai tuoi amici, poi ti voltassi e scoprissi che se ne sono andati. Ti domandi – non sarò io ad avere sbagliato strada? Non sarà un mio errore? Devo dunque buttare via ciò in cui ho sempre creduto, le mie verificate certezze?

Passi in rassegna le tue ragioni, e le trovi solide. Guardi gli argomenti degli altri, e ne vedi i soliti difetti, i punti deboli. Non è cambiato niente, salvo quella sensazione, che il nemico mentre non guardavi abbia invaso un paese alleato che pensavi sicuro, ne abbia preso possesso, ora sia suo. Come fai a cominciare a chiamare nemico chi è parte di te?

Ti pare di sentire: E tu, quanto ancora resisterai? Perché ancora insisti? Non vedi che tutti ti hanno abbandonato?

Come faccio a continuare a vivere se abbandono quanto so essere  reale? Come posso continuare a ragionare, se rinnego la ragione? Come posso affermare qualsiasi cosa, se nego quanto so vero?
Può darsi che questa sia una prova. Può darsi che non la superi. Come può darsi che sia io ad errare.
Ma di questo dovrete convincermi, perché quello che ieri era vero deve esserlo anche oggi, e domani; altrimenti non era vero per niente, fin dall’inizio, ed io e voi ci eravamo ingannati. Voi e io, siamo stati ingannati.

Come un sogno

Lei era bella come non lo era mai stata. Bella, forse, come quando lui l’aveva conosciuta. La pelle era liscia, quasi luminosa. Le si accostò.
“Sei bellissima”. Le accarezzò i capelli, le sue mani leggere come un volo di uccelli. “Sei come un sogno”. Lei lo guardò con occhi adoranti. “Grazie caro. Era tanto che non me lo dicevi. Vedi, mi sono messa questo per te”.
Piroettò davanti a lui. Il sole, passando attraverso le tende a scacchi, disegnava un gioco d’ombre sul suo volto. “Ti piaccio? Ti piaccio ancora?”
“Non hai mai smesso di piacermi. Farei di tutto per te.”
“Smetterai di andare via? Di uscire la sera?”
“Certo. Non avevo capito quanto tu sei preziosa. Non potrei mai fare a meno di te.”
Lei sorrise maliziosa. “Oggi è San Valentino. Che ne dici se…”
“Mamma, mamma, ti ho fatto un disegno!”
La bambina vestiva un grembiulino a fiori. Si arrampicò sulle gambe della madre. “Grazie, amore! E’ bellissimo”. La baciò sui lisci capelli neri. “Adesso vai, che sto parlando con tuo padre”.
La bambina sgambettò via. “Dove eravamo rimasti?”
“Al fatto che sei bellissima”, disse lui accarezzandole i capelli.
Lei si guardò allo specchio. Sì, era veramente bellissima. Non si vedevano più quelle brutte rughe. Aveva perso un sacco di peso. Anche i lividi erano scomparsi.
Lividi, quali lividi? Che sciocca a pensare a dei lividi.
“Sei come un sogno”, disse lui.
“Oh, caro. Adesso riconosci che avevo ragione io su tutto? Che eri tu a sbagliare?” Le sue dita si mossero verso di lui, si arrestarono prima di toccarlo.
“Certo, cara. Hai sempre avuto ragione tu su tutto. Ero io a sbagliare.”
“Te l’ho detto, te l’ho sempre detto che un giorno lo avresti capito.”
“Certo. Non avevo compreso quanto sei preziosa. Non potrei mai fare a meno di te.”
Lei sorrise maliziosa. “Oggi è San Valentino. Usciamo? Qui c’è aria pesante. Che ne dici se…”
“Mamma, mamma, ti ho fatto un disegno!”
La bambina vestiva un grembiulino a fiori. Si arrampicò sulle gambe della madre. “Grazie, amore caro! E’ davvero bellissimo”. La baciò sui lisci capelli neri. “Adesso vai a prepararti per la scuola”
La bambina si fermò, perplessa, “Ma mamma, io non vado ancora a scuola!”
La donna rise “Scusa, che sciocca, è vero. Vai a giocare.” La bambina sgambettò via. Per un attimo la visualizzò più alta, con un paio di jeans, truccata…
Ah, crescono così in fretta. Lanciò un’occhiata al padre. Lui la stava guardando allontanarsi con una strana espressione sul viso…
Qualcosa, per un attimo, un’ombra nera, le passò davanti agli occhi. Come una fitta di… gelosia? Paura? La cancellò. Oggi era un giorno splendido. Era San Valentino. Il sole entrava dalla finestra, attraverso le tende a scacchi, e luce e tenebra si inseguivano sulle cose e sui volti.
“Sei come ti ho sempre desiderato”, disse a lui.
“Anche tu”, le rispose. “Sei come un sogno”.

L’appuntato si rivolse al maresciallo. “E’ arrivata l’ambulanza”.
Il maresciallo grugnì. “Hai controllato?”
“Sì. La ragazza era la figlia. Quattordici anni. Stava ripetendo l’anno alle magistrali, ma ultimamente non frequentava. Probabilmente accoltellata nel sonno, ci sono delle macchie di sangue sul letto. L’uomo non presenta tracce di violenza apparenti, quindi potrebbe essere stato soffocato, o avvelenato, ma aspettiamo l’autopsia, visto lo stato dei corpi.”
“Ma nessuno se n’è accorto prima?”
“I vicini dicono che sentivano sempre urlare e litigare. Da una decina di giorni solo silenzio, ma pensavano fossero andati in vacanza”
“Finché non hanno sentito la puzza” sospirò l’ufficiale.
“Sì. Hanno bussato, nessuno rispondeva, e poi ci hanno chiamati”.
“E al lavoro? Non si preoccupavano?”
“L’uomo era disoccupato. Lei lavora come donna delle pulizie precaria. Quando non si è presentata l’hanno semplicemente sostituita.”
Il maresciallo scosse la testa. “E’ colpa di questa merda,” disse, dando un colpo con il piede alla console, sulla quale pigre luci lampeggiavano. “E’ un modello vecchio. Oggi le fanno con lo spegnimento automatico”. Alzò gli occhi sulla persona che vi era seduta accanto.
La donna probabilmente non era mai stata molto bella. Ora era uno scheletro immerso nei suoi liquami, con in testa il casco della realtà virtuale. Di tanto in tanto la testa, le mani si muovevano appena. Il maresciallo si chiese cosa stesse guardando da dieci giorni senza interruzione, senza sentire fame o sete. Persa in un suo mondo immaginario. Qualche gioco? O qualche simulazione? Qualche registrazione? Quella, si ricordò, era stata la prima console a permettere di registrare avatar di persone reali, simulacri con i quali era possibile interagire.
Era stato di moda. Potevi vivere avventure con i divi, o con i grandi del passato. Oppure con i fantasmi informatici di chi non c’era più, gli spettri degli amati, per sempre fissati in una eternità virtuale.”Vivi il tuo sogno”, diceva la pubblicità.

“Ci sono gli infermieri”, disse l’appuntato.
“Portiamola via” disse il maresciallo. L’appuntato si avvicinò alla macchina che ronzava sommessamente, la sua luce lampeggiante come il faro di una terra lontana e irraggiungibile. “Che faccio, stacco?” chiese l’appuntato.
“Stacca”, disse il maresciallo.

Dato

Se poniamo la libertà al centro del nostro cosmo, rischiamo di perdere di vista un punto fondamentale.
Cioè che non ci facciamo da noi. Non siamo noi ad avere scelto di nascere; non abbiamo avuto controllo sulla nostra crescita, sul fatto di essere umani; la quantità di gambe, braccia, denti non è determinata da noi. Non il colore dei capelli, per quanto possiamo tingerli. No, neanche il sesso.
Così come non abbiamo deciso dove nascere. Non la storia che ci ha preceduto, non la società entro cui passiamo la nostra esistenza, quale essa sia. Grandi scrittori avevano composto le loro opere ben prima che noi vedessimo la luce, filosofi avevano espresso i loro pensieri, scienziati cercato di capire l’universo. Universo le cui stelle e galassie son ben al di fuori di qualsiasi nostra scelta. Come la stragrande maggioranza dei viventi, o delle cose inanimate, più lontane di pochi passi intorno a noi.

In altre parole che tutto dipenda dalla nostra libertà è una illusione insidiosa e letale. E’ ignorare i fatti. Non siamo al centro del cosmo. In una certa maniera non siamo neanche al centro del nostro stesso cosmo. Quello che abbiamo, noi stessi compresi, ci è dato. Non lo facciamo noi, non l’abbiamo scelto noi, quindi deve essere altro, qualcosa di precedente a noi, a rendercelo presente.

Se crediamo altrimenti, prepariamoci ad essere delusi. Mortalmente delusi. Là fuori c’è qualcosa che non siamo noi, che non possiamo controllare, e che non sopporta la stupidità.

PS: Se pensaste che dopotutto la realtà è una vostra invenzione, allora, chi ha scritto questo post? Se siete voi stessi, cosa volete dirvi?

 

Pensare al futuro

Una volta c’era la speranza per il futuro di un aldilà dove fossero raddrizzati i torti.
Folli, ci deridevano. Come potete confidare in qualcosa che non si vede?

Poi la promessa per l’avvenire l’hanno presa in carico i partiti, la giustizia l’avrebbe realizzata la lotta di classe.
Abbiamo visto l’accaduto, e più nessuno sembra crederci.

Ora quando pensiamo al futuro ci ritroviamo a sperare nella pensione.

Con gli occhi del bambino

Sono più di trent’anni che canto in un coro. Mi dicevo stasera, ma perché questa fedeltà, nonostante la fatica, l’abitare lontano, i mille problemi, per ripetere in fondo sempre gli stessi canti?

Fedeltà deriva da fede. Quando credi in qualcosa. Io non credo nei canti, sia pure i bellissimi polifonici che sono nel nostro repertorio. Non credo neanche di sapere cantare così bene: sono un basso passabile, nulla più. Ma credo che il canto sia una delle chiavi della bellezza. Non il canto di per sé, ma proprio quel canto lì, con quelle parole precise, quella musica, fatto così, perché ti richiama e ti educa, e ti richiama e ti educa tanto più tu lo “vivi”. Cioè tanto più ne comprendi la connessione con il momento presente, con la tua vita, la tua esperienza; persino al di là del suo pregio musicale.

Io ho poca memoria. Se non riprendo in continuazione le cose le smarrisco, le dimentico. Se non riprendo me stesso in continuazione mi smarrisco, dimentico chi sono. Il canto mi aiuta a rammentarlo, anzi, a scoprire o riscoprire qualcosa di nuovo, quanto avevo scordato.

In fondo è come questo blog. E’ un fascino che ci fa crescere, per quanto piccoli siamo, perché siamo circondati da cose più grandi di noi. Per il bambino, tutto è più grande di lui. Guarda, e impara, e cresce. Allenarsi a riconoscere questa bellezza ogni giorno, intonando una nota o scrivendo un post, con gli occhi del bambino; questo vuol dire per me vivere davvero la vita.

Le nuovissime lettere di Berlicche – LXII – La libertà travestita

Caro Malacoda,
Noi demoni non possiamo far parte di un partito politico. Come potremmo, dato che li sponsorizziamo tutti? Sai che confusione. Ma se proprio dovessimo, sai quale sarebbe?
No, non quello che tu stai pensando, anche se segue precisamente le nostre istruzioni. E neanche quell’altro.
No, quali diavoli dovremmo essere liberali. Il Nemico-che-sta-Lassù doveva certo essere impazzito quando ha ideato quell’abominio chiamato libertà. Eppure, è ciò che più ci serve quaggiù per contrastare la sua verità.

Se la libertà rispetasse sempre la verità allora saremmo nei guai. Ma, per qualche ragione strana, il Nemico permette che gli umani si dimentichino che la fonte della verità è lui stesso
Quei fessi davvero sono convinti che ciò che è vero possa permanere senza qualcuno che lo garantisca. Vogliono dimenticare che il cosmo stesso è stato intessuto di vero, se no non potrebbe esistere e svanirebbe in un plop puzzolente. Ma la loro visione ristretta fa il nostro gioco.

Sì, perché il nostro compito cos’è se non negare il vero, e fare in modo che nessuno lo riconosca? Chi non riconosce il vero potrà scambiare noi per esso, e noi non faremo certo niente per farlo mutare d’opinione. Bisogna essere accogliente nei confronti di chi sbaglia.

Un conto è vedere il bene e fare il male. Ben altro è vedere il bene e pensare sia male. Far chiamare il bene male, e viceversa, dovrebbe essere la tua più grande preoccupazione, Malacoda nipote mio. Niente di meglio che rovesciare i cartelli segnaletici per condurre i gitanti nel nostro albergo.

Tu mi dirai: è difficile. Ma quale difficile! Se siamo riusciti a convincerli che basta cambiare d’opinione per cambiare di sesso, ogni cosa è possibile. Ogni cellula del loro corpo grida chi sono, il Nemico lo scolpisce in ogni cromosoma, eppure a quei fessi non importa. Se siamo riusciti a fargli ingoiare questo, cosa ci vuole perché pensino che sia giusto eliminare chi gli è nemico, è inutile o semplicemente li disturba? Appena un bisbiglio, una leggera spintarella. Poche cose sono così manipolabili come la libertà degli umani.  Se non possiamo cambiare la verità a nostro piacimento , possiamo semplicemente rimpiazzarla. Camuffare da verità la libertà. Nessuna evidenza riscirà a riconoscerla.

La verità rende liberi, dice il Nemico; ma la libertà non rende veri. La libertà travestita da verità può fare quello che vuole; il nostro compito è farlo coincidere con quello che vogliamo noi.

Come tentatore, il tuo compito è fare di tutto per nascondere l’identità di questa libertà travestita. Un mortale riconosce la verità perché la giudica in base all’esperienza. Perché la sostituzione abbia successo, Abbiamo quindi due punti su cui agire: l’esperienza e il criterio di giudizio.

Parlando dell’esperienza, dovrai eliminare tutte quelle occasioni in cui risulti evidente che la nostra amica camuffata è un falso. Tutto ciò che è bello, tutto ciò che è giusto, tutto ciò che è quindi vero dovrà diventare irraggiungibile per i tuoi protetti mortali. Se non incontri la vera bellezza, ti accontenterai del brutto che ti viene propinato come capolavoro. Non saprai mai cosa ti perdi.

Quanto ai criteri di giudizio, questi dovranno essere cambiati con l’educazione. L’educazione oggi si fa sul telefonino o al massimo alla televisione. Crea la storia che vuoi, vedrai che cambierà la narrazione delle cose. Non è ma stato così semplice per noi inventare una realtà fittizia e far credere alla gente che sia quella corretta. La libertà che diamo loro è la nostra versione.
Libertà di scelta? Solo se scegli ciò che ti si dice.
Libertà di culto, purché non influisca minimamente su ciò che fai, e sia quindi un fantoccio inutile.
Libertà di parola? Sì, ma solo se non ledi i nuovi diritti che sostituiscono quelli autentici. Quei diritti nostre invenzioni sono diventati il metro per giudicare la storia, e distruggerla. Il vero va dimenticato, dicono gli umani che abbiamo convinto. Lasciali fare: saranno loro a fare il nostro lavoro.

E’ il sogno di Nostro Padre che sta Quaggiù, i mortali che lavorano attivamente per fabbricare l’inferno. Tutto questo gli umani lo vedono realizzarsi sotto i loro occhi. Ma questi loro occhi non hanno più abbastanza esperienza per vederlo, non hanno più i corretti criteri per capirlo.
E’ per questo che trionferemo. Continua con il “buon” lavoro,

Tuo zio L’Arcidiavolo Berlicche

Quid est veritas

Viviamo in un’epoca in cui non basta più credere ai dogmi, ma siamo condannati a toccarne la verità con mano e a comprendere sulla nostra pelle le conseguenze della loro negazione.

La vera fraternità

Qual è la differenza tra la fratellanza che tanto va di moda oggi e l’autentica fratellanza cristiana? Non l’inclusione indiscriminata. Anche Cristo distingue tra i discepoli e gli altri; e quando dice ai farisei che sono non sono figli di Abramo ma figli del demonio non divide forse anche lui, non esclude quelli che non hanno i suoi stessi criteri sulla realtà?

La fraternità cristiana nasce appunto da questo: riconoscersi figli prima che fratelli. Riconoscersi figli vuol dire accettare di essere fatti, di essere bisognosi, di dipendere. Non è un’elite, non una conventicola di gente che conta solo su se stessa.
Riconoscere di essere di un Altro vuol dire non concepire la verità come qualcosa che si possiede, ma qualcosa che viene dato. Che si cerca assieme, che si desidera insieme, che si vuole per chi ci sta accanto, fratello e sorella perché condivide lo stesso padre, quindi lo stesso destino.

Se pensiamo di possedere la verità seguiamo solo noi stessi, andiamo e facciamo quello che ci pare. Ma se questa verità è Altro, allora dobbiamo cercarla e, trovata, andare dove non ci aspettiamo e dove forse non vorremmo.
Fosse anche il martirio, cioè la testimonianza più forte, il riconoscimento più profondo.
Che non sempre è cruento. Talvolta, ci tocca morire un po’ ogni giorno.

Il club dei fratelli

Partiamo da una serie di tweet che ho appena letto. Una commentatrice americana, Elaine, parlando di Trump, fa un’osservazione a mio parere molto giusta. Non devi gradire i toni e la rozzezza di Trump per capire che lo stracciare il suo discorso da parte di Nancy Pelosi è percepito in modo molto differente dai suoi tweet ironici.

Il Presidente americano, chiosa Elaine, sta bene attento a non attaccare e insultare nessuna categoria di persone, salvo le più estreme. Qui in Italia alcuni lo chiamerebbero populista: fa sentire la gente come se lui fosse dalla loro parte, pronto a correre in loro aiuto. Mentre i suoi avversari Democratici fanno la cosa opposta: non si fanno problema a etichettare chiunque si opponga al loro pensiero, come “cretino”, “inadatto”, “arretrato” e via andare. Il loro slogan, “Voi dovete essere dalla nostra parte”. Perché noi siamo meglio di voi, sottinteso.
Così, un attacco al Presidente che ha appena finito di elencare le cose buone – spesso oggettivamente verificabili – che ha fatto, non è percepito come un attacco alla sua persona, ma disprezzare cosa è buono, e chi se ne è avvantaggiato. Viene data l’impressione che i suoi detrattori preferirebbero andasse tutto in malora pur di fargli dispetto.

Solo chi ha un odio per l’avversario maggiore dell’amore per il proprio bene, ovvero chi è fortemente ideologizzato, può gradire questo approccio.

Ora, questo meccanismo elitario e antipopolare sembra essere la caratteristica comune delle sinistre in tutto il mondo. Il disprezzo che arriva fino all’odio viscerale e conclamato per chi si oppone a loro, più la convinzione di essere superiori agli altri, si può ritrovare ad ogni paese e latitudine, e non da oggi. Tentavo di darne una ragione, qualche giorno fa: la coscienza che la propria pretesa non ha fondamento spinge ad attaccare furiosamente in autodifesa.

E’ un tipo di atteggiamento che può porre chiunque come sfavorito in ogni confronto democratico, se non fosse per il fatto che stiamo parlando di elite che posseggono un monopolio quasi assoluto sui mezzi di comunicazione e la giustizia. Per non parlare del fatto che i loro oppositori raramente possono contare su un genio della comunicazione come Trump che possa unificarli.
Non per niente tali figure diventano automaticamente il bersaglio principale di tentativi di annientamento. Esse sono in grado di spezzare il meccanismo.

Se riprendiamo le categorie fraterno\paterno di cui avevamo parlato in precedenza, l’approccio di questo tipo potremmo chiamarlo “fraterno”. Ma la fraternità di tipo cristiano, quello con un “prossimo” figlio dello stesso padre, viene cancellata per un ritorno alla fraternità tribale, il mio clan, la mia famiglia contro tutti. L’estraneo è solo un barbaro, non un vero fratello, non un vero prossimo. Al limite potrò fargli la carità, poveretto, ma come filantropo. Sta in un’altra categoria. E’ la fraternità della rivoluzione francese, la fraternità della massoneria, quella del club dei potenti di questo mondo.
Questa è la conseguenza della scomparsa del padre. Il demiurgo massonico è un quadro appeso alla parete, sono i “fratelli” i veri dei del loro Olimpo esclusivo. Dio, se c’è, non c’entra.

Spero di essermi fatto capire. L’auto vittimizzazione come meccanismo di attacco, l’odio e il disprezzo per chi non è d’accordo, il rinchiudersi nella superiorità conclamata di un circolo di “intelligenti” – il tutto mimetizzato a parole con il suo opposto, apertura, misericordia, love is love – non è un incidente, la corruzione occasionale di un ideale altrimenti perfetto. E’ connaturata nell’abolizione di quel livello più alto, paterno, divino, soprannaturale. Ne è la diretta, inevitabile conseguenza.

Da questo tipo di mondo ne trae vantaggio quel club ristretto di fratelli omicidi che pensa di dirigere i destini dell’uomo e che possiede gran parte delle leve economiche e di potere. Ma può prevalere?

Di bagnanti e guardrail

Davide, il grande Re Davide, prescelto da Dio, che componeva salmi e parlava con il Signore, vide dal terrazzo della reggia Betsabea che faceva il bagno e ci andò a letto. Quando lei rimase incinta, e lui capì che  il marito avrebbe scoperto la tresca, lo mandò a morire. Eppure Davide conosceva bene i Comandamenti: non commettere adulterio, non desiderare la donna d’altri, non uccidere.

E’ chiaro cos’è il peccato? E’ vedere il bene e fare il male. E’ quando io so benissimo cosa sarebbe giusto, ma non lo faccio, perché penso che il mio interesse stia da un’altra parte.

E’ quando guardo il sedere della vicina nonostante io sia sposato; è quando dico “che male c’è a fregare un po’”; è quando mi auguro che qualcuno muoia; insomma, quando compio quegli atti di cui un tempo ci si vergognava.
Adesso che l’avete letta, provate a ripetervi quella frase: “di cui un tempo di si vergognava”. Il tempo a cui si fa riferimento è quello in cui le leggi e le usanze erano ancora intrise di cattolicesimo e, almeno nelle apparenze, uno badava a non infrangere quello che era il patto di vita comune.

Intendiamoci bene: non è che non si palpassero i sederi o qualcuno non si fregasse l’oggetto incustodito; perché il cattolicesimo lo dice fin dall’inizio che l’uomo è cattivo, peccatore, e cade sempre. Sognare la società in cui queste cose non avvengono è l’utopia di un moralista. Il moralista vede la persona che fa il male, ma non sa che lotta ha dovuto sostenere, o tutto il male che potrebbe fare e da cui si trattiene. Il moralista ha probabilmente poca consapevolezza del suo stesso male, vede solo quello altrui. Però c’è una differenza tra la società dove queste cose sono indicate come cattive e non desiderabili, fosse pure per conformismo, e quella dove sono liquidate con un’alzata di spalle. La differenza è che non avrò nessun freno nel comportarmi male, nel compiere il male, se non quello che mi arriva dalla retta coscienza. Leggi chiare sono strade ben segnate; quando si smarrisce la strada, si finisce dove non si vorrebbe. E gli stati, confessionali o no, non sono più morali degli uomini che li governano.

Certo, si può non fare il male per un sacco di motivi. Perché mi possono scoprire. Perché si finisce all’inferno. Perché “non si fa”. Oppure perché è un di meno per me, facendolo sarò meno felice, meno me stesso, perché il male è allontanarsi dalla verità, dalla bellezza, dalla giustizia, cioè Chi amo. L’ultima ragione è quella giusta; le altre sono come i guardrail, che sono utili a mantenerti sulla strada quando sbandi, ma non è che ti fanno guidare meglio. Ma pensate che accade a toglierli. Non tutti riescono a guidare dritto sempre. Manco re Davide c’è riuscito, e il marito di Betsabea ne ha fatto le spese.

Dichiararci cattolici non ci preserva dalle colpe e dai peccati. Un’educazione in tal senso, il vivere in un contesto e in una società che si dichiarano tali, sono strisce di guardrail che non possono trattenere chi è deciso al fuoristrada. Essere cattolici è rinunciare al male, per quanto si possa; consci davvero che è una lotta mai finita, che salvati non siamo per sempre, ma ogni momento in lotta. Non per comportarsi bene, ma essere, il bene.

La prevalenza della vittima

Abbiamo visto precedentemente come lo stato “non confessionale” debba per forza fondarsi, come quello confessionale, anch’esso su un sistema di valori, di idee, di leggi. Se lo scopo primario dello stato è regolare la convivenza civile, non ne può fare a meno. Deve poter dire quando un cittadino sta compiendo qualcosa di dannoso; e non può essere arbitrario nel farlo.

Ma se questa fonte del diritto non è stabile ed immutabile, non soggetta all’arbitrio umano, la sua applicazione è fragile.
Un Parlamento può cambiare idea, basta che muti la maggioranza. I governi si contraddicono. Il giudice non applica la legge ma decide di testa sua, e tutti tacciono. Assistiamo quotidianamente al dissolversi delle certezze che hanno governato la storia del mondo negli ultimi millenni, sulla spinta di pochi individui agguerriti e ben finanziati. Nuovi diritti che assomigliano ad antichi vizi. Quelle che erano le virtù sono negate, e spesso chi governa è incoerente con quello che proclama, negando con i fatti quanto asserito a parole. A ben guardare, niente di nuovo.

Facciamo un esempio. Quanto un tempo sarebbe stato contrassegnato come perversione, se non come assurdità impensabile, oggi è insegnato ai bambini nelle scuole, e i genitori non possono sottrarre i loro figli se sono di diversa opinione. Questo accade nel Galles, parte di una Gran Bretagna,  ancora stato confessionale e patria del liberalismo. Dove, peraltro, i genitori non possono neanche portare via i loro figli da un’ospedale che vuole ammazzarli invece che curarli, come tristissimi casi di cronaca ci insegnano. In nome della libertà.

Coloro che dissentono dai valori che il potere ci propone “oggi”, sono perseguitati in ogni maniera: da turbe vocianti, da potentati economici, dallo Stato stesso. Dalla sessualità al riscaldamento globale, chi osa obiettare perde il posto di lavoro, le amicizie, la libertà. Il processo che doveva condurre l’umanità a emanciparsi dai dogmi e dalle tradizioni ci ha condotto in un inferno dove il dissidente non ha diritto di parola, in ossequio a dogmi che, non essendo espressi, non sono neanche criticabili. Questo Stato, che confessa non una religione ma una mutevole ideologia, non ammette sconti: i cittadini saranno educati alla moda corrente. Si insegna a non pensare, perché è pericoloso.

Siamo in presenza di un sistema di regole e di leggi sociali in continua trasformazione, mancanti spesso di una giustificazione credibile. Di conseguenza un sistema fragile, e conscio di esserlo. Esso non sopporta di essere contestato, perché in tal caso mostra tutta la sua inconsistenza. Le persone allevate in questa prospettiva evanescente e incerta saranno a loro volta fragili di argomentazioni, incapaci di un vero confronto, non abituati a chiedere e dare ragioni.

Colpiti nel vivo, posti di fronte alle loro inconsistenze, messi alla prova, cedono, e si fanno vittime. Attribuiscono agli interlocutori ogni genere di crimine, di mancanza di rispetto, usando spesso neologismi (x-ista!) forgiati allo scopo di svalutarli. Frignando, accusano l’avversario di essere contro quel dogma di cui loro sono alfieri e difensori, traumatizzati dal fatto che ci sia qualcuno che non la pensa come loro. Invocano l’immediata censura del colpevole di lesa maestà, del x-ista, del negazionista di una evidenza che loro danno per scontata ma che sono incapaci di giustificare in modo consistente. Non c’è posto per il ragionamento, per la discussione, per la ricerca dei punti comuni o della verità. Non c’è spazio di manovra per chi critica la nuova religione dell’ego. La vittima prevale sul dichiarato aggressore, perché l’una non è una vittima e l’altro non è un aggressore. E’ l’arma meschina del potere, la giustificazione dell’ingiusto, la scusa per poter assassinare e piangere mentre si uccide.

Lo stato ideologizzato cerca di fare vivere i propri fragili difensori in una bambagia dove non solo non sono ammesse certe risposte, ma si asserisce che non sono necessarie le domande. Cerca di renderle inutili. Pensare è ridondante, dato che c’è chi pretende di farlo per te. E tu, ignorante illetterato, non ti puoi sognare di obiettare. I cittadini sono trattati come animali castrati, come polli con le ali tagliate. Ma, come i naturalisti e i dottori sanno, un ambiente che non presenta sfide è indifeso quando queste si presentano. Il vittimista di professione fa la fine del dodo. Era incapace di volare alto, si è estinto quando è giunto chi lo sfidava.
E strideva, mentre gli tiravano il collo.

 

 

Intermezzo

<Avviso: quanto segue è un po’ fortino, astenersi sensibili>

Il Superbowl, fin qui, era stato abbastanza noioso.
I Clavius Voiders – la prima squadra della Luna Meridionale ad andare in finale – conducevano 15-2 sui Peking Redguards. La difesa selenica, grazie anche alle nuove cybergambe Nike molto più performanti di quelle dei loro avversari, aveva rintuzzato con successo ogni tentativo di meta. Il copione dell’incontro, come avevano ampiamente previsto i bookmaker, era già scritto.
Ma quello che il pubblico veramente attendeva era lo show nell’intervallo di metà partita.

Da molti anni ormai quello spettacolo era diventato l’avvenimento culturale più atteso del pianeta. Quello che stabiliva il nuovo paradigma per i divertimenti della GlobalBros umana, la comunità che andava dai minuscoli avamposti sulle lune di Saturno fino alle stazioni solari di Mercurio, passando ovviamente per la Terra e tutta la sua nube di città orbitali. Tre miliardi di persone sempre connesse virtualmente, che condividevano un unico chiacchericcio ininterrotto limitato solo dalla velocità della luce. Le mode nascevano, si diffondevano e morivano nel giro di qualche giorno, se non di qualche ora o addirittura minuto. Coloro che le controllavano erano sempre in cerca della novità, del colpo di genio che rendesse memorabile e condivisa la nuova creazione.
E per un evento come lo Spettacolo d’Intermezzo, che pilotava i gusti e le idee di gran parte dei viventi della GlobalBros, era stato scelto il meglio.

Tre anni prima l’ospite era stato Karl O-Oh, che aveva deliziato e scandalizzato gli spettatori con i suoi trentadue cloni di se stesso come bambina ritardata. La performance tecnica era stata notevole: far crescere così tante copie di un umano fino all’età apparente di quattro anni, per non parlare della resistenza fisica del cantante nell’accoppiarsi continuando a danzare. Si era discusso a lungo sui media se fosse incesto o masturbazione, ma una parte dell’opinione pubblica aveva reagito male: come si osava creare degli esseri anche solo marginalmente umani così imperfetti solo per abusare di loro in mondovisione? Sulla spinta dei contestatori si era decretato l’immediato aborto post-natale di quegli abomini, anche se i siti di gossip suggerivano che non tutte le bambine originali erano andate distrutte ma continuavano a intrattenere, per tariffe smodate, alcuni clienti particolarmente influenti. Fatto sta che la creazione di cloni umani temporanei semisenzienti era diventata dal giorno alla notte un’industria prosperosa.

L’anno seguente la performer era stata 12345, la syntho-crusher, che a dire la verità aveva un po’ deluso. La sua orgia con il tirannosauro aveva suscitato critiche sia dagli animalisti che da quanti lo giudicavano una mera riproposizione di quanto aveva fatto qualche tempo prima Urban Dolly con il mammuth, e ancora prima J-Dean con un bovino scostumato. Fatto sta che il dinosauro domestico genitalmente modificato era diventato un must per le signore della borghesia bene su tutti i pianeti.

L’ultima esibizione in ordine di tempo era stata quella degli Psychoballs, ed era stata geniale. Aveva coniugato l’ultimo desiderio di un condannato a morte, potere godere di una notorietà assoluta ed istantanea, con la spettacolarità. La vittima – un’anonima impiegata condannata per dissenso all’asportazione totale degli organi – era stata perfetta, resistendo ben oltre l’immaginabile, dopo essere stata privata degli arti e di parecchie altre parti del corpo; e gli stessi Psychoballs non erano stati da meno, continuando a cantare e suonare impeccabilmente mentre abusavano della condannata durante la dissezione.
Come conseguenza, l’opposizione alle esecuzioni per espianto era caduta quasi a zero, e il governo aveva inaugurato una nuova redditizia linea di intrattenimento per i più abbienti.

Ovvio che ora le aspettative fossero altissime. MyUmpha, l’artista designata, nota per i suoi eccessi e la sua originalità, cosa avrebbe scelto come tema? Quale perversione avrebbe innalzato a livello di capolavoro dinnanzi a miliardi di spettatori ansiosi ed eccitati?

Il secondo quarto della partita terminò senza ulteriori emozioni, a parte uno scontro che causò ad un difensore del Clavius il distacco di un braccio. Ma quasi nessuno ci badò: già il palco veniva in fretta montato al centro del cubo di gioco.
Era un palcoscenico stranamente semplice e spoglio. Una flottiglia di microdroni l’illuminava con una luce dolce e soffusa. Il silenzio dell’attesa fu rotto dalle prime note di una delle canzoni più note di MyUmpha, una ballata malinconica e ritmata. Apparve l’artista stessa, ad un angolo del palco. Chi si aspettava inserti uber-cyber o mutazioni restò deluso: l’aspetto della cantante era stranamente umano. I vestiti, quelli sì, erano stravaganti: indossava quella che sembrava una antica camicia da notte bianca, senza pizzi o altro, lunga fino ai piedi. Cantando dolcemente e sommessamente, si diresse al centro. Dal lato opposto emerse un’altra figura. Quando fece la sua comparsa, un mormorio stupito si diffuse nello stadio, nel mondo, su ogni satellite e pianeta collegato. Era un ragazzo umano, non mutato, della stessa apparente età di MyUmpha, vestito con pantaloni e camicia. Lentamente raggiunse la compagna di performance.
E si presero per mano, guardandosi negli occhi.
Ogni spettatore tratteneva il fiato. Adesso cominciano, adesso cominciano… cosa sta succedendo, cosa succede? Niente, continuavano a tenersi per mano. Molti sembrarono notare per la prima volta le parole del canto, l’uso inconsueto della parola amore, quello strano connubio di tristezza e gioia.
La canzone finì. La donna si sporse…
…e baciò sulla guancia il ragazzo. I due si allontanarono tornando da dove erano arrivati.
I critici e il pubblico esplosero. Che originalità! Che oltraggio! Che soluzione innovativa! Ci si interrogava con il vicino, increduli: ma davvero non hanno fatto niente? Com’è possibile? Si sono appena sfiorati!
Nella perplessità originale, molti provarono un’emozione strana, quasi un rimpianto di qualcosa di dimenticato o mai conosciuto. Si domandarono che senso avesse tutto questo, come potesse essere che due persone stessero vicine senza abusarsi a vicenda. Senza neanche tentarci.
La domanda rimase sospesa nel silenzio del palco.
Almeno fino a quando cominciò la seconda canzone, e saltarono fuori i nani nudi con le motoseghe.

Inconfessionale

Stato confessionale. Alzi la mano chi tra voi lettori, sentendo il termine, non pensa subito a tizi mascherati con cappucci, buchi per gli occhi e torce accese o giannizzeri con la scimitarra.

Eppure, la definizione è molto più innocua: “condizione propria del governo di uno stato che confessa ufficialmente una data religione, esercitando influenza sulle scelte politiche del paese

Uno stato confessionale non necessariamente cerca di forzare la libertà religiosa dei suoi cittadini. Si limita a specificare quali siano i criteri che adotta (o dovrebbe adottare) nelle sue decisioni, criteri che derivano da una particolare confessione. Significa che invidua un insieme di valori e comportamenti, o semplicemente di tradizioni, che si pensa siano i migliori per la popolazione. Non deve sorprendere che, nel mondo, fino a pochi anni fa praticamente ogni nazione fosse confessionale; e che quelle che attivamente non lo erano abbiano causato molte più vittime innocenti di tutti gli stati confessionali messi assieme.

Ogni governo che voglia mantenere un certo ordine, anche minimo, che miri ad esercitare un potere, benigno sin che si vuole, deve poggiarsi su una morale. Su qualcosa che dica cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è intollerabile e cosa è accettabile. In altre parole, su delle leggi. Su un insieme di regole. Su un insieme di valori. Ma dove vengono presi? Sì, il liberalismo asserisce che esistono diritti naturali, ma rimane sempre il dubbio: come si fa ad affermare che sono universalmente validi? Chi mi garantisce che quello che io ritengo un diritto inalienabile non sia solo una mia costruzione mentale? Una tradizione senza fondamento? Una mia personale psicosi, da cui voglio trarre vantaqgio?

Lo stato confessionale dà la sua risposta: sono verità che ci sono comunicate non da uomini, ma dalla divinità. Quindi di ordine superiore, non soggette all’arbitrio umano. Quanto poi l’opportunismo e l’incoerenza influiscano, ben lo sappiamo.

Per il cristiano, queste verità sono date dal Vangelo e da tutto ciò che ne segue. Se davvero Gesù è il Figlio di Dio, non ascoltarlo sulle questioni pratiche sarebbe suicida, dato il suo rapporto con Colui che ha creato le vere leggi del mondo. Se questo è vero, chi si oppone mette a rischio tutta la comunità e se stesso.

Le confessioni sono certo molto diverse tra loro. Per il cristianesimo ci deve essere indipendenza tra potere spirituale e temporale, sempre sospetto, mai perfetto; il cristianesimo è proteso al miglioramento della persona, nella libertà, nel mondo; altrove è differente. Non è un caso che la scienza, la tecnica, il pensiero così come lo conosciamo si siano sviluppati nella nostra Europa più che in ogni altro luogo.

Se il punto fondamentale, come sostiene il liberalismo, è la libertà dell’individuo, allora uno stato confessionale è da evitare. Ma gli ideali del liberalismo, qual è la loro fonte? Nell’istante in cui si nega una sorgente divina, essi diventano scaltrezza umana, soggetta agli umori della maggioranza o del potente di turno. I loro sostenitori non sono meno intolleranti del dissenso di quanto si imputa ai regimi confessionali.

Domani vedremo quali siano le conseguenze di una civiltà basata su questo tipo di approccio. Così come la stiamo vedendo svilupparsi davanti ai nostri occhi.

La casa abbandonata

Quando una casa viene abbandonata
spuntano le erbe tra le crepe del cemento
occhi vuoti le finestre su muri di muffa.

Quando una casa viene abbandonata
più non si sentono richiami e risa
solo echi del vuoto e suoni di silenzio.

Quando una casa viene abbandonata
le sue bandiere sono tende sporche tirate
su pavimenti polverosi e stanze spoglie.

Quando una casa viene abbandonata
la sua vita rimane quella degli spettri
esistenze andate altrove, morte, fuggite.

Quella casa era la tua casa, la mia casa
siamo i suoi fantasmi, noi abbandonati
da quella casa che ancora abitiamo.

Di padri e fratelli

Di tanto in tanto capita di imbattersi in un libro, in un articolo, in un concetto espresso che improvvisamente illumina qualche aspetto dell’esistenza.
E’ come una chiave che apre una porta che neanche si sapeva esistesse. Le cose vanno a posto con un clic.

Così è stato per questo articolo della rivista First Things (qui una traduzione italiana). E’ una recensione, fatta da R.R.Reno, di un volume di James Chappel – “Catholic Modern: The Challenge of Totalitarianism and the Remaking of the Church“. Il libro afferma che, nonostante il Concilio Vaticano II sia visto come uno spartiacque nella storia recente della Chiesa, in realtà il punto di svolta del rapporto tra la Chiesa e la modernità inizia prima, nella sfida dei totalitarismi e nella nascita di due concetti di Chiesa che l’autore chiama Chiesa paterna e Chiesa fraterna.

Entrambe le concezioni, si sostiene, vengono a patti con la modernità – intesa dall’autore come liberalismo politico e sociale – in modo differente, come reazione all’impatto della storia. Le caratteristiche di questo liberalismo moderno sono pluralismo religioso, stato secolare e diritti umani. Ad un certo punto la Chiesa abbandona la lotta contro questi principi che aveva intrapresa nel XIX secolo e in qualche modo cerca di integrarli.

Se la prima guerra mondiale pare sancire il fallimento della modernità, le ideologie che sorgono immediatamente dopo, fascismo e comunismo, sembrano offrire una soluzione alla frammentazione sociale, al cieco materialismo e alla disparità tra le classi. La tesi è che la Chiesa, minacciata, passi da antimoderna ad antitotalitaria, abbracciando, nel processo, il liberalismo. Questo avviene in due modi.

Il cattolicesimo “paterno” insiste sul fatto che Chiesa e famiglia sono istituzioni pre-politiche, la sorgente più profonda di rinnovamento sociale e spirituale nella società. Al fine di limitare il potere statale, il Cattolicesimo paterno abbraccia i diritti umani, enfatizza la dignità umana e difende la libertà individuale. Questa visione prevale nell’immediato dopoguerra, ma la trasformazione della società dovuta all’aumentata prosperità causa il suo declino.

Il cattolicesimo “fraterno”, il preferito dall’autore del libro, resiste al totalitarismo facendo appello allo spirito di fraternità, cooperazione e reciprocità. Mentre il Cattolicesimo paterno per combattere i regimi totalitari si appoggia sulle controautorità, la cultura morale della famiglia inscritta dalla legge naturale e l’autorità della Chiesa basata sulla legge divina, il cattolicesimo fraterno si poggia su un’etica antiautoritaria. La visione di questo modello di Chiesa è una cooperazione mondiale senza autorità né nazioni. Un pluralismo che oggi è sfociato nella teoria gender, nel multiculturalismo e nel globalismo. Per usare metri politici, mentre il primo dei due modelli è fieramente anticomunista, l’altro è assolutamente antifascista.

Mi viene da dire che se l’approccio paterno è verticale, quello fraterno è orizzontale. Il padre difende i figli dal totalitarismo, perché il padre è Uno – e non il leader del momento: altrimenti, non è che un padrone. Ma la famiglia di tipo fraterno è quella dove il padre è assente, o dimenticato. Idealisticamente utopica: il fratello è come te immerso nel peccato. Il fratello ti tradisce; il fratello ti vende, quando si dimentica di essere fratello perché non c’è più un padre.

Come sappiamo bene, ambedue le varianti di cattolicesimo descritte sopra rischiano di fallire miseramente quando perdono di vista il loro seme iniziale e si riducono ad una prospettiva sociale e politica. Da un lato, il modello “paterno” può decadere a mosca cocchiera di regimi che garantiscano almeno nominalmente i privilegi di libertà e rispetto della famiglia, dall’altro i “fraterni” senza una vera guida passano ad essere gli utili idioti di ideologie antireligiose, accecati da un’utopia irrealizzabile. Dimenticando gli uni e gli altri cosa sia il peccato originale, e smarrendo la fede in Dio.

In una certa maniera questo è dovuto proprio a quella commistione con il liberalismo che si diceva all’inizio. Tutto è appiattito in politica e sociologia, quando non economia. L’incertezza del padre si risolve nel disprezzo del fratello. Una società pluralistica dove non c’è una sola verità non è in grado di mantenersi senza deificare se stessa. Il dissidente, in qualunque forma appaia, sarà demonizzato e rifiutato.

Sebbene dissenta, come l’autore del pezzo, dalle tesi del libro, devo tuttavia ringraziare davvero la lettura perché mi ha consentito di dare un nome a quello che vedo accadere oggi. Oggi è il trionfo del cattolicesimo fraterno; e dargli un nome mi ha chiarito il disagio che sento quanto odo chiamare Gesù dall’altare “nostro fratello”. Io sono un sostenitore dell’approccio paterno – ma senza liberalismo, com’è reso possibile solo dal ricordare che c’è qualcosa di più grande e, mi si passi, più concreto del “mondo”. Sostiene Reno:

Nelle nostre circostanze contemporanee, noi non saremo protetti dal liberalismo classico e dai suoi principi, che non hanno maggiori probabilità di essere rispettati dai progressisti di oggi di quanto non lo fossero dai fascisti e dai comunisti, che pure affermavano di servire il futuro. Il cattolicesimo paterno lo sa bene. L’unica protezione affidabile contro il totalitarismo – duro o dolce, rafforzato dalle punizioni o mandato avanti dalla seduzione, che si presenti sotto le sembianze del liberalismo o sotto qualche altra etichetta politica – sono potenti contro-autorità radicate in fiere lealtà verso verità naturali e rivelate.

Sì; chiamiamola fede.

Scopri il suo dio

Ciò che guida le azioni dell’uomo è il suo ideale, ciò che riconosce essere “più alto”. E’ una definizione e una constatazione.
Mi spiego meglio: ciò che ci importa davvero si può capire cosa sia dal modo in cui agiamo. Al di là delle parole con cui inganniamo gli altri e a volte anche noi stessi.

Gli uomini che pensano il cielo vuoto, che non credono in qualcosa di più alto di loro stessi, faranno una politica a vantaggio della cosa più alta che conoscono, loro stessi. Questo vale nelle democrazie come nella peggiore delle dittature. Se credono in una ideologia, sarà quell’ideologia a guidarli. Se credono in un dio, sarà quel dio a guidarli; e quindi occorre conoscere cosa quel dio dica, quali siano le sue pretese.

Se quel dio si identifica con la più alta bontà, la più alta bellezza, la più alta giustizia, allora gli uomini che lo seguono cercheranno il bene, il bello, il giusto. Anche a scapito di loro stessi. Coloro che seguono altro, faranno di tutto per quell’altro. Che sia denaro, che sia potere, che sia piacere. Che sia che ciò che conviene loro e basta, come pensano coloro che guardano il proprio dio nello specchio.

Non ci facciamo quindi illudere. Ascolta la persona che hai davanti, vedi come si comporta attraverso le sue azioni, e scopri il suo dio.
Poi decidi se ti puoi af-fidare.

L’origine della luce

Grazie a Dio per la sua meccanica celeste. Le giornate si stanno allungando, e la luce illumina i miei viaggi mattutini.
Il cielo oggi era latteo, andava dall’antico avorio al celeste slavato, là in alto. Il sole appena sopra le colline si nascondeva dietro una nube, indorandola di raggi radianti dal suo cuore scuro.
Era così bello. Avrei voluto fotografare quella preziosa meraviglia, fissarla per i giorni a venire. Ma non mi potevo fermare, e presto l’astro si è affacciato tra i filamenti di nuvola nel suo abbacinante fulgore.

Ho sempre saputo che dietro quella nube c’era il sole. Non poteva essere altra la fonte di quello splendore. In questo abitava la bellezza: lui c’era, ma non abbagliava, dando risalto a tutto quanto stava attorno.
Quei colori erano creati da lui, dagli echi dei suoi raggi. Artista umile, si teneva nascosto perché li potessimo davvero vedere.

Non potremmo gustare tutto il bello che ci circonda se la sua fonte non rimanesse celata. Noi siamo uomini finiti, troppa luce ci acceca. Al cospetto dell’infinito ciò che è limitato, le cose di questo mondo, spariscono. Lo sa bene, l’Autore della luce.
Grazie a Dio, perché si fa vedere soprattutto quando si nasconde.

Dammi (cosa voglio)

Ascoltavo questa canzone, ieri sera (in una versione un pochino più soul di quella che allego):

Gimme Jesus

In the morning, when I rise (3v)
Give me Jesus (3v)
You can have this whole world
Give me Jesus

When I am alone (3v)
Give me Jesus (3v)
You can have this whole world
Give me Jesus

When I come to die (3v)
Give me Jesus (3v)
You can have this whole world
Give me Jesus

Dammi Gesù

Al mattino, quando mi alzo (3v)
Dammi Gesù (3v)
Tu puoi avere tutto questo mondo
Dammi Gesù

Quando sono solo (3v)
Dammi Gesù (3v)
Tu puoi avere tutto questo mondo
Dammi Gesù

Quando sarà la mia ora (3v)
Dammi Gesù (3v)
Tu puoi avere tutto questo mondo
Dammi Gesù

Eh, certo, belle parole. Ma che vogliono dire? Tutto il mondo, in cambio di Cristo? Normalmente è l’opposto: dammi tutto il mondo, e magari un pizzichino di Gesù sopra, per insaporire.
Chi canta questa canzone davvero volendo quello che canta, chi è? Un pazzo, un fanatico, o semplicemente non si rende conto di quello che chiede. Questo viene da pensare, se davvero leggiamo, se davvero pensiamo le parole. Se confrontiamo la nostra vita, i nostri desideri, con questo testo.

E poi, cosa vuol dire “dammi Gesù”? Non lo vendono su Amazon, non lo incontro per strada. Cosa vuol dire, in concreto? O sono davvero solo parole, l’iperbole di un poeta un poco fissato?
No, figuriamoci.

Poi vengono in mente – a chi le ha già sentite – le parole di Cristo al giovane benestante, quel bravo ragazzo a cui, ehi, piaceva quello che Gesù diceva. “Vendi tutto, molla tutto, e seguimi“.
O quelle altre, la risposta alla domanda “Che viene a noi che abbiamo lasciato tutto per seguirti?“. “Cento volte tanto di quello che avete lasciato e, in più, l’eternità“.

Ovvio, altre parole che possiamo ignorare. E continuare ad andare alla nostra piccola messa la domenica, quando non è una giornata da gita, fare la donazione a quella ONG, e magari una preghiera se le cose ci vanno particolarmente male.

Ma un tarlo resta. Viene il dubbio: ma questa storia del “Dammi Gesù” non sarà forse come quando sei innamorato, innamorato davvero, e faresti di tutto per vedere chi ami, e tutte le cose sono per lei, quella persona, e vivi e respiri per lei, e quella parola, “amore”, la capisci, e capisci che non ti basta, perché noi hai bisogno di una definizione, di una spiegazione, di una organizzazione, ma di lei, della sua presenza.

Pensi questo, e ti rendi conto che il tuo guaio è che non ami abbastanza. O meglio, ti piace di più il mondo, più di quel Gesù che potrebbe darti il centuplo di ogni cosa, se davvero lo amassi.
Ma quel tipo di amore è quello dei santi, che del mondo se ne fregano eppure il mondo è loro. E tu santo non sei.
L’ultimo pensiero è: ma potrei esserlo.

Semi

Non basta seppellire sotto un velo di terra ciò che è scomodo, sia esso il nostro male o la verità.
E’ così che si fa con i semi.

Rosa limitata

Che strano il mondo d’oggi. Ci sono leggi che costringono le aziende ad avere donne nei consigli di amministrazione e obbligano i partiti ad averle nelle loro liste; e leggi che dicono che una famiglia o un bambino non hanno bisogno di donne.

 

La festa

La maggior parte delle persone, ormai ne sono convinto, non vive nel mondo reale, ma in una propria simulazione mentale.  La realtà arriva ai loro sensi come attutita, filtrata. E’ a questa versione fittizia del mondo che loro rispondono.

E’ come se dessimo una festa a tema. I fatti entrano dentro una sorta di spogliatoio, nel quale  vengono truccati e mascherati. Severi buttafuori eliminano tutto ciò che è sgradito e che non riescono ad ammorbidire con un travestimento. Conosciamo solo ciò non ci disturba, che è in linea con quanto ci aspettiamo.
Ma, fuori dal salone, si sentono dei rumori. Sarà una rivoluzione? Sarà una folla inferocita? O solo il vento, niente di cui preoccuparsi?
La nostra festa prosegue, anche se qualche invitato pare essere a disagio. Di tanto in tanto una maschera scivola brevemente fuori posto. Ci voltiamo in fretta: è stato un incidente.
Le finestre vibrano. Colpi risuonano alla porta, i buttafuori sono preoccupati. Qualcuno scappa. Sono grida, quelle che ci pare di udire?

Interrompo il post, alzo la testa. Cosa sono questi rumori? Voi, smettete di leggere e andate a vedere.

LIberi di

La libertà oggi è intesa come potere di comprare quello che si vuole.
Non ci credete? Guardate le pubblicità. Ascoltate i discorsi.

Chi protesta perché vuole più libertà spesso sta chiedendo ad altri di pagare per le libertà che non può concedersi.

E’ questa la radicale contrapposizione con la vita cristiana. Per il cristiano dare la vita gratuitamente è la libertà più alta. Il nostro prezzo è già stato pagato.

Povero superuomo

Fabio era arrabbiato. La sua supervista aveva un problema.
“E’ il superzoom”, spiegò. “Non riesco ad ingrandire oltre il 6x.”
“Quand’è che ha funzionato per l’ultima volta?” Chiese sua madre.
Fabio ci pensò su un attimo. “Non mi sembra di averlo usato quest’inverno. L’ho installato a marzo dell’anno scorso, e mi ricordo che per un po’ l’ho adoperato. Ma ora…”
“Quindi è un anno che non lo usi. E te ne accorgi adesso che non funziona”, disse la donna scuotendo la testa, mentre girava distrattamente le pagine di una rivista di cucina.
“Non è una cosa che si adoperi tutti i giorni”, protestò lui. “però dovrebbe essere ancora in garanzia.”
“Com’è che te ne sei accorto?” Fece sua madre, tornando a mescolare la pentola.
“Ecco, uhm, ho fatto il check diagnostico, dato che voglio comprarmi questa nuova funzionalità…”
Lei si arrestò con il cucchiaio in mano. “Un’altro miglioramento? Cosa vuoi, stavolta?”
“La vista a spettrofotometro! La Suzuki ne ha appena fatto uscire un nuovo modello fighissimo!”
Sua madre riprese a cucinare con un sospiro. “Spettro… e a cosa serve avere la vista spettrocosa? A vedere i fantasmi?”
“Beh”, replicò lui, guardingo, “puoi scomporre la luce e capire com’è fatta… ad esempio puoi verificare che cosa sta bruciando nella fiamma del fornello! Se l’azienda del gas ti sta fregando. Puoi vedere la composizione della luce solare! Fighissimo, eh?”
“Non ti ho chiesto cosa fa, ti ho chiesto a che ti serve”, gli rispose sua madre, un po’ spazientita.
“E’ utilissima”, mormorò Fabio. “E poi i miei amici ce l’hanno già tutti. Visto che devo andare dal componentista per lo zoom, tanto vale che me la faccia impiantare.”
Sua madre alzò gli occhi al cielo. “Già che ci sei, apri con la tua superforza quel vasetto, vuoi?”

Uscito da casa, si mise a correre verso il negozio di componenti. Se non c’era traffico poteva farcela in un quarto d’ora, erano non più di quindici chilometri. La mattinata era freddina, c’era l’usuale fila di gente che correva al lavoro. Le rare automobili ronzavano sulla strada, accanto. Il marciapiede era pieno di buche, bisognava fare attenzione. Si sentì vibrare il polpaccio, una spia lampeggiante gli si accese nell’occhio. Fabio gemette. “Non ci posso credere, sono di nuovo in riserva!”
Queste supergambe indiane saranno anche state in offerta, ma consumavano energia in modo allucinante. Alle colonne di ricarica pubbliche c’era una fila chilometrica, come al solito. Valutò lo stato delle batterie. “Dovrei farcela ad andare e tornare”, si disse. “Mi ricarico a casa.”
Più avanti c’era un assembramento. “Il solito incidente”, sbuffò.
Aguzzò le orecchie. “Correva ad oltre ottanta, su un marciapiede così trafficato” stavano dicendo una trentina di metri più in là. “Lei è messa male”.
Rallentò mentre passava accanto ai due corpi stesi a terra. Un giovane di forse quindici anni aveva centrato in pieno una signora. Un braccio si era staccato ed aveva ferito altre due persone. A terra, il sangue si mischiava al lubrificante.

Arrivò dal componentista. Anche lì c’era coda. Alla fine fu il suo turno. “Vediamo la diagnostica”, disse il tecnico.
Lo collegò. Si sentì vibrare gli occhi, la vista andava e veniva. “Sono i micromotori”, disse alla fine l’operatore. “E’ roba nigeriana, costa poco ma dura niente. Deve sostituire tutto il blocco, non li cambiano sfusi.”
“Ma non sono in garanzia?” Domandò.
“Non questo modello”, Il tecnico replicò il tecnico rimuovendo l’interfaccia. “Allora, che vogliamo fare?”

Ritornò verso casa. Altre spese, dunque. Forse lo spettrofotometro avrebbe dovuto aspettare. Aveva quasi ripulito il conto in banca, l’ultimo mese, con il nuovo modello Sexplus della Philips. Oh, sì, alta performance, ma anche quello l’aveva usato in tutto due volte.
Una gran sudata, acrobazie d’alta classe, nuove funzionalità. Ma, finito tutto, era poi la stessa cosa di prima. Ginnastica. Non era scattato niente.
Sentiva che mancava qualcosa. Tutti questi potenziamenti, queste estensioni, gli organi supplementari, erano fantastici, ma non erano mai completamente soddisfacenti. I transumanisti dicevano che era un progresso ineluttabile, che era il compito sacro dell’individuo lasciarsi alle spalle l’umanità ma, ora che era più che umano, non si sentiva poi così diverso da prima. Non capiva cosa mancava ancora.

Forse per essere davvero più che umano avrebbe dovuto essere diverso… diverso…
Essere come una macchina. Smettere di desiderare.

Si rese conto improvvisamente dell’allarme che suonava. Batteria bassa…
Rallentò fino a camminare, i piedi sottoalimentati strisciavano. Si bloccò al bordo del marciapiede. Merda. Era ancora a tre chilometri da casa. Avrebbe dovuto chiamare sua madre, dirle di portargli una pila di riserva.

Mentre aspettava pensò che, visto che gli occhi li doveva sostituire, tanto valeva farsi mettere il superzoom 400x.