LIberi di

La libertà oggi è intesa come potere di comprare quello che si vuole.
Non ci credete? Guardate le pubblicità. Ascoltate i discorsi.

Chi protesta perché vuole più libertà spesso sta chiedendo ad altri di pagare per le libertà che non può concedersi.

E’ questa la radicale contrapposizione con la vita cristiana. Per il cristiano dare la vita gratuitamente è la libertà più alta. Il nostro prezzo è già stato pagato.

Povero superuomo

Fabio era arrabbiato. La sua supervista aveva un problema.
“E’ il superzoom”, spiegò. “Non riesco ad ingrandire oltre il 6x.”
“Quand’è che ha funzionato per l’ultima volta?” Chiese sua madre.
Fabio ci pensò su un attimo. “Non mi sembra di averlo usato quest’inverno. L’ho installato a marzo dell’anno scorso, e mi ricordo che per un po’ l’ho adoperato. Ma ora…”
“Quindi è un anno che non lo usi. E te ne accorgi adesso che non funziona”, disse la donna scuotendo la testa, mentre girava distrattamente le pagine di una rivista di cucina.
“Non è una cosa che si adoperi tutti i giorni”, protestò lui. “però dovrebbe essere ancora in garanzia.”
“Com’è che te ne sei accorto?” Fece sua madre, tornando a mescolare la pentola.
“Ecco, uhm, ho fatto il check diagnostico, dato che voglio comprarmi questa nuova funzionalità…”
Lei si arrestò con il cucchiaio in mano. “Un’altro miglioramento? Cosa vuoi, stavolta?”
“La vista a spettrofotometro! La Suzuki ne ha appena fatto uscire un nuovo modello fighissimo!”
Sua madre riprese a cucinare con un sospiro. “Spettro… e a cosa serve avere la vista spettrocosa? A vedere i fantasmi?”
“Beh”, replicò lui, guardingo, “puoi scomporre la luce e capire com’è fatta… ad esempio puoi verificare che cosa sta bruciando nella fiamma del fornello! Se l’azienda del gas ti sta fregando. Puoi vedere la composizione della luce solare! Fighissimo, eh?”
“Non ti ho chiesto cosa fa, ti ho chiesto a che ti serve”, gli rispose sua madre, un po’ spazientita.
“E’ utilissima”, mormorò Fabio. “E poi i miei amici ce l’hanno già tutti. Visto che devo andare dal componentista per lo zoom, tanto vale che me la faccia impiantare.”
Sua madre alzò gli occhi al cielo. “Già che ci sei, apri con la tua superforza quel vasetto, vuoi?”

Uscito da casa, si mise a correre verso il negozio di componenti. Se non c’era traffico poteva farcela in un quarto d’ora, erano non più di quindici chilometri. La mattinata era freddina, c’era l’usuale fila di gente che correva al lavoro. Le rare automobili ronzavano sulla strada, accanto. Il marciapiede era pieno di buche, bisognava fare attenzione. Si sentì vibrare il polpaccio, una spia lampeggiante gli si accese nell’occhio. Fabio gemette. “Non ci posso credere, sono di nuovo in riserva!”
Queste supergambe indiane saranno anche state in offerta, ma consumavano energia in modo allucinante. Alle colonne di ricarica pubbliche c’era una fila chilometrica, come al solito. Valutò lo stato delle batterie. “Dovrei farcela ad andare e tornare”, si disse. “Mi ricarico a casa.”
Più avanti c’era un assembramento. “Il solito incidente”, sbuffò.
Aguzzò le orecchie. “Andava ad oltre ottanta, su un marciapiede così trafficato” stavano dicendo una trentina di metri più in là. “Lei è messa male”.
Rallentò mentre passava accanto ai due corpi stesi a terra. Un giovane di forse quindici anni aveva centrato in pieno una signora. Un braccio si era staccato ed aveva ferito altre due persone. A terra, il sangue si mischiava al lubrificante.

Arrivò dal componentista. Anche lì c’era coda. Alla fine fu il suo turno. “Vediamo la diagnostica”, disse il tecnico.
Lo collegò. Si sentì vibrare gli occhi, la vista andava e veniva. “Sono i micromotori”, disse alla fine l’operatore. “E’ roba nigeriana, costa poco ma dura niente. Deve sostituire tutto il blocco, non li cambiano sfusi.”
“Ma non sono in garanzia?” Domandò.
“Non questo modello”, Il tecnico replicò il tecnico rimuovendo l’interfaccia. “Allora, che vogliamo fare?”

Ritornò verso casa. Altre spese, dunque. Forse lo spettrofotometro avrebbe dovuto aspettare. Aveva quasi ripulito il conto in banca, l’ultimo mese, con il nuovo modello Sexplus della Philips. Oh, sì, alta performance, ma anche quello l’aveva usato in tutto due volte.
Una gran sudata, acrobazie d’alta classe, nuove funzionalità. Ma, finito tutto, era poi la stessa cosa di prima. Ginnastica. Non era scattato niente.
Sentiva che mancava qualcosa. Tutti questi potenziamenti, , queste estensioni, gli organi supplementari, erano fantastici, ma non erano mai completamente soddisfacenti. I transumanisti dicevano che era un progresso ineluttabile, che era il compito sacro dell’individuo lasciarsi alle spalle l’umanità ma, ora che era più che umano, non si sentiva poi così diverso da prima. Non capiva cosa mancava ancora.

Forse per essere davvero più che umano avrebbe dovuto essere diverso… diverso…
Essere come una macchina. Smettere di desiderare.

Si rese conto improvvisamente dell’allarme che suonava. Batteria bassa…
Rallentò fino a camminare, i piedi sottoalimentati strisciavano. Si bloccò al bordo del marciapiede. Merda. Era ancora a tre chilometri da casa. Avrebbe dovuto chiamare sua madre, dirle di portargli una pila di riserva.

Mentre aspettava pensò che, visto che gli occhi li doveva sostituire, tanto valeva farsi mettere il superzoom 400x.

Le nuovissime lettere di Berlicche – LXI – Bene dell’inferno

Caro Malacoda,

solo i demoni dilettanti come te possono pensare di condurre un umano alla sua giusta dannazione proponendogli la scelta tra un bene e un male. Perfino noi maestri della tentazione esitiamo a presentare ai nostri protetti la possibilità di compiere qualcosa di malvagio. C’è il serio rischio che si possa rifiutare, mandando così in cielo tutti i nostri sforzi precedenti.

Il modo corretto di pervertire un umano è presentargli la scelta tra un bene e un altro bene. Se, ad esempio, vuole dedicare un’ora del suo tempo alla preghiera, convincilo che sarà molto più utile se compie qualche buona azione sociale, in favore dei poveri e dei bisognosi. Oh, sì, per noi è sempre letale, ma senza la preghiera quella carità presto diventerà filantropia.

Se la scelta è tra dare un’ora del proprio tempo in attività caritatevoli oppure fare una cospicua donazione, convincilo che la seconda è molto più utile ai poveri. Meglio ancora se poi quell’obolo è gestito in modo automatico, senza neanche più pensare a chi è rivolto. Conviene, è più comodo, non ci si scorda, una firma e via.
Sarà presto dimenticato. Basterà un momento di difficoltà per abolirlo del tutto.

E’ un bene lavorare; fate in maniera che quel bene faccia scordare il bene che si deve alla propria famiglia. E’ un bene la precisione,  tanto bene che può far dimenticare la misericodia per gli imprecisi. E’ bene proteggere l’ambiente, che può sostituire il bene per chi nell’ambiente ci vive. E’ un bene amare, e può far dimenticare che quell’amore deve essere ordinato per dare frutto.

Vedi, cornuto nipote mio? E’ una malignità asserire che noi diavoli proponiamo solamente il male. Ci basta anche solo il meno bene; scendendo un gradino per volta, non si può che arrivare qui da noi.

Tuo affezionato zio,
Arcidemone Berlicche

Lo scrittore e i tempi duri

Sono tempi duri.
A scrivere qualcosa di cattolico si rischia davvero. Chi rifiuta l’ideologia del potere viene perseguitato dalla legge, gli vengono imposte multe e tasse, non riuscirà a far carriera o accedere a cariche pubbliche. Chi può scappa verso paesi meno oppressivi; chi resta, deve trovare un modo di essere cristiano, e quindi testimone, nonostante la pesante cappa di delazioni e sospetto. Occorre nascondersi, mimetizzarsi: parlare pubblicamente equivale a firmare la propria condanna.
Perché i cattolici sono accusati di ogni crimine, anche tramite fake news e una propaganda che si serve delle stampa e delle immagini per divulgare un’artificiale leggenda nera. I sacerdoti che non hanno tradito e che non sono fuggiti, se trovati, saranno impiccati, evirati, sventrati, tagliati a pezzi, bruciati e decapitati, nell’ordine.

Come? No, non sto parlando di oggi, di qui. Sto parlando della civilissima Inghilterra del milleseicento, regnante Elisabetta I.
E’ in questo contesto che scrive le sue opere William Shakespeare, sicuramente uno dei più grandi poeti e drammaturghi di tutti i tempi. Diceva il mio antico professore d’Inglese che, anche non avesse composto una sola commedia o tragedia, i suoi sonetti da soli basterebbero a consegnarlo all’Olimpo della scrittura. Shakespeare, il Bardo, l’orgoglio della nazione, il più inglese degli inglesi…

…e molto probabilmente cattolico.

Non è uno scherzo. Nasce da una famiglia di ricusanti – coloro che rifiutano di frequentare i riti protestanti, e per questo pagano una cospicua ammenda. Sappiamo che suo padre, come si evince dal testamento segreto, era cattolico. Si sposa in una famiglia cattolica. I suoi sponsor sono famiglie nobili di cui diversi esponenti pagano un altissimo prezzo di sangue alla persecuzione.
Certo, tutto ciò non è conclusivo. Elisabetta Sala, nel suo libroL’enigma di Shakespeare. Cortigiano o dissidente?“, passa minuziosamente in rassegna la vita e le opere del Bardo di Stratford-upon-Avon, cogliendo gli indizi nascosti che gli studiosi negli ultimi anni hanno rinvenuto in maniera sempre più copiosa.
Per chi vuole ascoltare, il drammaturgo dà a suo modo testimonianza della propria fede in un ambiente in cui una parola di troppo può costare cara.

Davvero tutto ciò apre profondità insospettate all’interpretazione dei suoi lavori. E’ come guardare un bel quadro e rimanere incantati per lo splendore della composizione generale, solo per rendersi conto che persino i più piccoli particolari hanno un significato recondito, un senso che è facile farsi sfuggire. Senso che i più attenti tra gli spettatori dell’epoca potevano cogliere, senza tuttavia che la censura potesse accusare apertamente il suo autore di alcunché.

Se pensiamo ad un’opera contemporanea, quante frecciatine, quanti riferimenti, quanti ammiccamenti vanno persi se non se ne conosce  il contesto. Certi sketch ad appena pochi anni di distanza risultano incomprensibili alle nuove generazioni. Shakespeare è un maestro, e i suoi versi sono densi della sua antica attualità.

Terminando l’opera della professoressa Sala non si può negare che la tesi di una cattolicità segreta e allusiva sia più che convincente. Trovano così una spiegazione razionale molti di quei misteri che hanno lasciato perplessi i critici, compreso quello del ritiro all’apice del successo.

Tempi duri, dicevamo. Chissà che cosa avremmo potuto leggere, se Shakespeare il cattolico fosse stato lasciato libero di esprimere davvero il suo pensiero.
Tempi duri, ma altri tempi, che non torneranno, vero?

Impegni

Stamattina, mentre sfrecciavo con mia moglie attraverso la fredda campagna, facevamo il conto dei diecimila impegni e problemi familiari che ci attendono nei prossimi giorni. C’è da sfruttare ogni momento di questa vita-trottola che abbiamo. Esaurita l’emergenza, Il discorso è caduto sul prossimo libro di Ratzinger e del cardinale Sarah sul celibato dei sacerdoti. Di Sarah sto leggendo l’ultima opera, e all’argomento dedica parecchie pagine intense e ispirate.
Mia moglie, riferendosi a quanti premono per l’abolizione del celibato, ha commentato così: “Già si lamentano che non hanno tempo di fare i preti perché presi da mille riunioni e impegni che non c’entrano niente, pensa se fossero pure sposati”.
E non c’era altro da dire.

Anni da blog

Il mio blog può quasi guidare il motorino.
Chi l’avrebbe mai detto. Era così piccolo, quand’è nato. Poi è cresciuto, ha conosciuto gente, un po’ di tutti i tipi; i bulli e gli amici veri.
Ogni anno di un cane corrisponde a circa sette anni umani, quello di un gatto a sei (ma i primi due contano il doppio). Non credo che si possa applicare un simile calcolo anche a queste paginette quindicenni: hanno cominciato a camminare molto presto, hanno mutato pelle a metà strada e da parecchio camminano in mezzo all’altalena dei social. Non hanno seguito le mode: questo potrebbe essere indizio di mezz’età, pigrizia o lungimiranza. Forse avrebbero molti più visitatori mi travestissi da diavolo e pubblicassi filmati ballonzolando sullo sfondo di fiamme digitali, aprissi pacchi o se fossi decisamente più estremo nei miei commenti. Beh, influencer sono stato: crampi dolorosi, quattro giorni a letto e due settimane fiacco: mi è bastato.
Sono fatto così: scrivo per capire, spiego per apprendere, e non sono poi così cattivo come dicono. Ormai l’avrete capito, se siete più che incontri casuali.
Miei quattro lettori, abbiate ancora pazienza con me. Tra tre anni il blog potrà prendere la patente, e chissà dove andrà allora.


Berlicche: 15 anni, 3457 post, 59.000 commenti, 900 follower, 2.700.000 visite

 

Credersi

Può capitare di credere a delle bugie.
Più grave è quando finiamo per credere a quelle che noi stessi diciamo.

Notizie dall’inferno

***BREAKING NEWS***

Satana ordina il ritiro delle truppe

“Ormai sulla Terra possono cavarsela da soli”, afferma il monarca infernale

Stamattina, in una affollata conferenza stampa Mefistofele, portavoce della Presidenza dell’Inferno, ha annunciato il ritiro delle truppe demoniache dal mondo umano. “Dopo millenni di sforzi e sacrifici, riteniamo che ormai gli esseri umani possano cavarsela da soli. La battaglia contro il Nemico-che-sta-Lassù è vinta.”
“Non ha senso mantenere così tante legioni demoniache quando ormai la resistenza è praticamente debellata” ha affermato l’Arcidiavolo. “Passeremo gradualmente la responsabilità sul terreno ai nostri protetti mortali, che già compiono un ottimo lavoro nel mandarci tanti loro compagni”. Alla domanda se questo comporterà una diminuzione del numero dei demoni, ha risposto: “Non prevediamo un calo di personale. I tentatori rimpatriati saranno impiegati nel controllo delle bolge, molto sovraffollate rispetto alla capienza prevista. Ristrutturare i centri di accoglienza per i dannati è la nostra priorità. E’ impensabile che le anime maledette possano rimanere comode nelle loro pene perché non ci sono abbastanza diavoli a tormentarle.”
“Siamo preoccupati” lamenta Legione, Principe degli Interni. “Oggi molti dannati non riescono neanche a capire che sono all’Inferno. Per loro la mancanza di divino è normalità.”
“Nessuno vuole divorare queste anime perché sono abbondanti ma sanno di poco” ha ripreso Suo Abominio, “è una situazione di cui il nostro governo deve farsi carico.”
Occorre però restare in guardia, ha concluso Mefistofele. “Già in passato credevamo di avere vinto, ma avevamo sottovalutato il fanatismo dei seguaci del Nemico-che-sta-lassù. Quei pezzenti sembrano risorgere ogni volta”. Ma ora la disperazione sembra finalmente trionfare: “La lotta contro i guerriglieri asserragliati nelle loro sacrestie finirà presto. Sono demotivati e isolati, tra non molto spariranno del tutto.”
Interrogato, Sua Malevolenza ha liquidato poi l’ipotesi di una possibile prossima Apocalisse come infondata: “Sono voci che si rincorrono da secoli, fake news messe in giro da pretuzzi ignoranti. Non vediamo come il Nemico potrebbe rovesciare la sua disastrosa situazione odierna. Il suo dominio sul mondo umano è destinato a spegnersi non con una battaglia, ma con un piagnucolio.”

Per il momento tuttavia i demoni non abbandoneranno le loro basi e i loro posseduti: il calendario della smobilitazioni sarà fornito successivamente. Il ritiro avverrà gradualmente, nel giro di un paio di secoli.

La progressiva perdita dei sapori

Non esiste nessun ideale per il quale possiamo sacrificarci, perché di tutti conosciamo la menzogna, noi che non sappiamo che cos’è la verità.
André-Georges Malraux

Mi rammento bene il sapore delle fragole di quand’ero ragazzo, lontano da quanto oggi posso gustare. Certo cioccolato, alcuni profumi, la meraviglia di cieli e colori sembrano solo ricordi distanti.
Scherzi della memoria, oppure le cose davvero non sono più quelle di un tempo, decadute da una antica età dell’oro? Piuttosto, non saranno i miei sensi ad essere irrigiditi dall’età?
O, ancora, non sarà l’abitudine, la mente sazia come un reduce dalle feste che guarda inappetente le delizie dopo averne troppo goduto?

E’ tutto ciò che mi circonda che mi sembra ingrigito, attenuato; le passioni brucianti, gli entusiasmi di un tempo paiono impossibili oggi.
Forse saranno le delusioni; i sogni rivelatisi illusioni, il vedere quanto si pensava impossibile macchiare il reale come un lichene, un fungo della decomposizione. Il progressivo restringersi della speranza, e la certezza che certi eventi mai più avranno luogo.

Più il tempo scorre, più siamo stretti da esso. Quando si è giovani l’esistenza è una prateria aperta e sconfinata, dove ogni cosa può accadere. Con gli anni ormai sappiamo le montagne invalicabili, conosciamo gli impraticabili burroni, e le catene con le quali ci siamo legati. Alcune dolci, ma pur sempre infisse nella nostra carne; non ci è possibile strapparle senza buttare via anche una parte di noi.

Forse è proprio questa la vecchiaia: la cessazione del nuovo, il rassegnarsi a ciò che pare inevitabile.

Sapete una cosa? Io non ci sono ancora. Se il piatto è divenuto insipido, ne proverò un altro; o riscoprirò ciò che avevo dimenticato. E se i miei sensi non sono più in grado di percepire quel gusto, sono sicuro che da qualche parte mi aspetta una strada non ancora percorsa che conduce alla fonte che dà il sapore ad ogni cosa.
E’ il momento di ricominciare.

Il Bambino e la gatta

La nostra gatta, Birba, è sempre stata appassionata di presepi. Le piace passeggiarci sopra, causando il noto effetto Godzilla sulla popolazione residente di statuine.
L’ho colta poco fa, mentre occhieggiava la Capanna con un fare simile al Gatto Mammone di buzzatiana memoria. Ci siamo guardati. Le ho detto: puoi fare quello che vuoi, seminare distruzione tra le palme e i pastori, ma quel Bambino stasera lo mettiamo proprio lì, al suo posto, in quella culla. Perché stasera viene, e rimane. Nessun gatto lo può rapire, nessuna zampa lo può spazzare via, e se anche accadesse noi ricostruiremmo la Capanna, e ancora rimetteremmo su la Madonna e gli Angeli e asino e bue. Perché quello è il centro del mondo, il centro del tempo e dello spazio, ed è da lì che parte il senso di tutto quello che sta all’intorno. Il nostro eterno non essere mai pronti, il nostro continuo ricostruire. Anche il nostro non esserne all’altezza.
Lui lo sa, per questo, proprio per questo è venuto.

La gatta mi ha guardato perplessa. Chi, io?

Ancora Buon Natale.

Salendo in cerca di un cielo

Qualche considerazione e una veloce recensione di Episodio IX. Possibili lievi tracce di spoiler nel paragrafo finale.

Me lo ricordo bene, il primo Guerre Stellari. Il suo successo strepitoso, ed io tra i fans più sfegatati.
Per uno come me impallinato di spazio e di scienza, vagamente sfigato, la storia del ragazzo di campagna che va a salvare la principessa nella fortezza volante del nero nemico era qualcosa che sollecitava tutti i miei sogni. Oh, avere una spada laser…
Il suo seguito era meno favola ma, hey, avventura pura. Ok, la principessa se la fa con il tuo migliore amico ma, cappero, hai ancora la spada e stai diventando un Maestro Jedi che combatte per la Giustizia.
Nel terzo te ne pigliavi parecchie, la principessa non solo ti era sfuggita ma era pure tua sorella (e vederla in bikini non aiutava). C’erano quegli orsetti odiosi che se la cavavano meglio di te. Ok, hai recuperato tuo padre e sconfitto l’Impero, accontentati così: sei un Jedi.

Poi arrivarono i prequel. I Jedi, mitici cavalieri\samurai sembravano più il consiglio di amministrazione di una banca che eroi senza macchia e senza paura. La loro accademia aveva lo stesso appeal di un istituto tecnico, e la Forza le connotazioni di una malattia (Cos’hai per i midichlorian? Quest’anno sono pieno). Questi tempi più civilizzati non sembravano Camelot, quanto una fastidiosa contemporaneità molto poco magica. Perché un ragazzo avrebbe dovuto sognare di finire laggiù?

E poi la terza trilogia. Rey sembra essere un clone di Luke più ginnico, ma non ha principi o principesse da salvare. Brama un altro cielo, ma non sa quale. Oh, sì, il mito della Resistenza. Ma ormai sappiamo che è un mito. Li abbiamo visti, i Jedi. Quella immedesimazione che era scattata all’inizio, tanto tanto tempo fa, qui non esiste più. La favola si è uccisa di sociologia, psicologia, e abitudine.
Se agitiamo ancora la spada laser è perché lo faceva un ragazzo di Tatooine, di cui ancora non sapevamo niente, tranne che voleva come noi l’avventura.
Ed eravamo abbastanza giovani da credergli.
Per un attimo, in episodio VIII, pare quasi che si possa ripartire, che si possa buttare alle spalle tutto e ricominciare. Ma…

E’ con questo in testa che sono andato a vedere Episodio IX, l’ultimo Guerre Stellari in tutti i sensi, ieri sera. In mezzo a gente che, per la maggior parte, alla prima apparizione del Millennium Falcon non era ancora neanche nata.
Oh, è più che piacevole. Si ha l’impressione che sia rimasto premuto il tasto di avanti veloce, tanto il ritmo è concitato. Il mio vicino di poltrona sosteneva che con i primi dieci minuti Jackson ci avrebbe fatto tre film. Come il primo della trilogia finale, “L’ascesa di Skywalker” rimane abbondantemente sopra le righe per tutto il tempo (se solo JJ Abrahams, il regista, volesse provare a capirci qualcosa di fisica!) sommergendo lo spettatore di colpi di scena improbabili e di personaggi secondari inutili e pittoreschi. C’è un gran buco a forma di Carrie Fisher, la fu Principessa Leia, al centro del film, e si vede; i pezzi si incastrano a malapena, e si intravede cosa avrebbero dovuto essere.
E poi si arriva al finale, chiedendosi perché debbano morire… i milioni di “cattivi” che, sappiamo ormai, non sono che bambini-soldato dalla mente piallata, massacrati allegramente per tutto il tempo dagli eroi. I figli, in alcuni casi i colleghi di coloro che sparano loro addosso.
Ecco, avete visto cosa avete fatto? Mi avete spinto a domandarmi se davvero il destino dell’Universo sia nel duello finale tra quei personaggi nella gigantesca arena dei senza volto. Che potere davvero possono avere, che non gli sia dato? Coloro che hanno camminato in cerca di un cielo diverso sembrano persi in un purgatorio senza dio dove le redenzioni non sono mai abbastanza. Come in una tragedia Shakesperiana, la conclusione non sembra poi così lieta.

E poi finisce. Finisce là dove in un certo senso era iniziato, con quei due soli appesi in un tramonto inquieto che il mio cuore ha sempre desiderato.
Ma era una galassia lontana, e tanto tanto tempo fa.

Happy day

Stamattina mi sono alzato per andare al lavoro, dopo quattro giorni di mutua. La cucina girava e avevo un coboldo sullo stomaco, ma dovevo proprio. E così mi sono messo in macchina, sperando che la nausea si dimenticasse di me.
Mentre viaggiavo tra i campi sotto la pioggia la radio andava, e la stazione che stavo seguendo ha infilato un vecchio classico. “Oh Happy Day”. No, non quello di Fonzie; i vecchietti come me se lo ricordano per un’antica pubblicità. Ricordi in bianco e nero. Così, tra una pozzanghera e l’altra, ho ascoltato le voci cantare:

Oh happy day (oh happy day)

Oh happy day (oh happy day)
When Jesus washed (when Jesus washed)
When Jesus washed (when Jesus washed)
When Jesus washed (when Jesus washed)
He washed my sins away (oh happy day)
Oh happy day (oh happy day)
He taught me how to watch, fight and pray, fight and pray
And live rejoicing every, everyday

O giorno felice,
Quando Gesù lavò
Lui lavò via i miei peccati
O giorno felice,
Mi insegnò come stare in guardia, combattere e pregare
E vivere con gioia ogni, ogni giorno

In questi giorni sembra davvero che dello “stare in guardia, combattere e pregare” sia rimasto molto poco. E’ fuori moda. Non c’è niente da cui stare in guardia, ci dicono, basta essere a posto con se stessi. E’ inutile combattere, ribadiscono, troppo guerresco per questi tempi dolciastri. Più che combattere occorre (se il caso) contestare; più che stare in guardia bisogna (a volte) indignarsi. Il pregare è rimasto solo parola che presto passa.

Però, scusatemi se ve lo dico, tra tutti questi arrabbiati, indignati, indaffarati, pare che del vivere con gioia sia rimasto ben poco. Come se le cose fossero connesse; come se quella gioia sia legata con lo stare in guardia da quei peccati che sono stati lavati, con il combattere quel Nemico che ci vorrebbe distogliere da Colui che dobbiamo pregare.

Siccome io alla gioia ci tengo, temo proprio che continuerò, fuori moda come un Don Chisciotte, il mio combattimento; a guardarmi come posso, e forse persino a pregare, in quest’alba del tempo che ogni anno si rinnova, che in ogni istante si rinnova, e che per oggi e ogni felice giorno non avrà fine.
Buon Natale.

Nel deserto

E’ da domenica che sto male. Passata la fase dei crampi  – i peggiori che ricordi – e del vomito, sono tre giorni che mi trascino con testa che gira e gambe tremule.
Potreste anche dire: in tutte queste ore in cui sei lì, forzatamente immobile, lontano dai lavori e dalle distrazioni, chissà quanti post hai scritto, chissà quante idee ti sono venute.
Ma non è così. Ringrazio di avere avuto un paio di bozze da parte, perché il mio cervello si dibatte come un pesce in uno stagno arido e secco. Non mi viene niente da dire, niente di cui scrivere.
Perché per alimentare una sorgente bisogna pure che piova; occorre che accada qualcosa, perché se ne possa parlare.
Nel silenzio della mia stanza, ciò che accade è altrove. Non ne ho esperienza. Cosa dire di ciò che non so?
Non è nel deserto che la vita scorre impetuosa.

Alimentazione

Se li nutri d’odio,
attento alla mano.

Qualcosa che accade

Non sono poi così vecchio da non ricordare quando cercavo di immaginare la mia futura donna del destino. In fondo mia moglie la conosco da appena metà della vita.
Capita a tutti, credo. Non ci possiamo non chiedere, chiunque noi siamo, se ci sarà, e chi sarà la persona che vivrà accanto a noi. Anche coloro che non sembrano credere nell’amore che dura, c’è questo agognare una perfezione, che il proprio desiderio sia pienamente corrisposto. Il sogno realizzato, vissuto.

Così lo si immagina. Corporatura, colore dei capelli, carattere. E il cuore si colma di speranza e commozione.

E ragionavo che la stessa cosa è accaduta all’umanità nel suo complesso. Perché l’essere umano non si limita a sognare la persona da amare. Vuole qualcosa che lo completi del tutto, la risposta ad ognuno dei suoi sogni. E si rende conto che ogni cosa umana cade corta, l’orizzonte è sempre più in là.
Questo struggimento si chiama senso religioso. L’incompletezza perenne che esige una risposta che sembra non esserci ancora.
Così ci si immagina questo infinito. Si sogna. Si cerca una forma, che assume l’aspetto di una religione – un modo di rapportarsi a questo Mistero che l’uomo si fabbrica. Sono religioni anche quelle risposte che dicono che oltre l’orizzonte non c’è niente solo cenere e polvere, o un sole dell’avvenire troppo freddo per scaldare anche le ossa dei morti. Anche il non rispondere è una risposta. Ma sarebbe irragionevole fermarsi ad essa: finché la c’è vita, bramiamo l’eterno.

Eppure un giorno incontriamo una persona reale. Non qualcuno fabbricato dalla nostra immaginazione, ma una persona in carne e ossa, che è la risposta ai nostri sogni della giovinezza. Qualcuno inevitabilmete diverso da essi, ma che ci sorprende e ci stupisce appunto perché lo è.

Così l’umanità ha incontrato il suo Destino, quando l’Eterno si è fatto uomo. Oltre ogni immaginazione, ogni sogno più audace. Irriducibile al nostro pensiero. Questo è il cristianesimo, questo è l’Avvento, il miracolo di un avvenimento impossibile da immaginare. Perché non programmato da noi. Qualcosa che accade.

I differenti

“Ma guarda quelli”, disse Hienna, indicando con il mento perfetto il gruppetto che era appena entrato nel locale.
Lil seguì il cenno dell’amic*. Erano due polari adulti con altri due piccoli polarizzati. Forse venivano dalla campagna, non si sarebbe spiegato altrimenti la loro sfacciataggine.
“Farsi vedere in giro così, proprio il giorno dell’Amicizia” rise Bako. Bako aveva sempre da ridere.
“Forse bisognerebbe dirglelo” azzardò Lil.
“Se ne sono già accorti” sbuffò Hienna. “Guarda, sembrano proprio smarriti. Mi fanno quasi pena”.
“Hienna è sempre così saggi*, pensò Lil, guardandol* da sotto le lunghe ciglia.
“Hai detto quasi?”, sogghignò Bako. “Adesso ci divertiamo un po’”.
Si alzò dal tavolo e si avvicinò ai polari. “Hey, voi, forse sarebbe meglio che tornaste da dove siete venuti, comprendete?”
Il polare più massiccio guardò Bako incerto. “Non facciamo niente di male. Siamo venuti a comperare regali per la festa dell’Amicizia”.
Bako sbuffò. “Amicizia? E cosa ne volete sapere voi dell’amicizia? Siete dei polari, no? E i polari non possono esser amici con gli altri. Se state qui rovinate la festa a tutti, quindi meglio che vi leviate di torno.”
L’altro polare adulto intervenne. Sembrava molto arrabbiata. “Ma chi credete di essere? Come fate a pensare che il sesso di una persona abbia a che fare con l’amicizia? L’amicizia esiste da sempre!”
“Disse la polare bianca” ribatté Bako. Oh, quando Bako iniziava a discutere non ce n’era per nessuno. Una volta l’aveva vist* prendere a calci un polare che l’aveva definit* “Barbie”, e dopo dirgli “scommetto che adesso ti piacerebbe essere enne come me.”
Bako era enne ormai da quasi quindici anni. I suoi polari l’avevano ennat* subito, da piccol*. I polari di Lil, invece, si erano opposti. Erano vecchi come testa, ideologizzati. Poi era passata la legge per cui i minorenni polarizzati potevano ennarsi gratuitamente anche senza il consenso dei loro polari. Lil aveva esitato, poi quando Hienna aveva scelto di ennarsi si era decis*. Sì, anche se faceva del suo meglio per nasconderlo con gli abiti, il corpo di Lil era ancora polarizzato. Fino a domani. La lista d’attesa in clinica era stata molto lunga.

Nel frattempo, la discussione si stava scaldando. “State rovinando la festa al mi* amic* Lil, qui”, stava dicendo Bako. “Domani si enna, alla facciazza vostra.”
“Hey”, sussurrò Hienna a Bako, “smettila, non c’è bisogn di spiattellare che Lil non è ancora enne, l* metti in imbarazzo”.
I polari guardarono dalla sua parte. Il polare più grosso l* squadrò. “Ragazzo, se sei ancora sano lì sotto, rinuncia fino a che sei in tempo. Una volta che te l’hanno tolto non c’è più niente da fare”
“Caro…” lo strattonò l’altro polare “smettila adesso, andiamo via…”
Gli altri avventori, intorno, erano impalliditi di fronte alla mancanza di rispetto del polare. “Inconcepibile”, si sentì mormorare. Persino Bako era stato colto alla sprovvista dal rozzo commento.
Ma un polare è un polare. Sono fatti così, governati dalle emozioni e dagli ormoni che arrivano da lì sotto, pensò Lil. Non possono fare a meno di odiare noi neutri.
Hienna piantò le sue lunghe gambe brune a terra e si alzò con un movimento fluido. Sembrava una divinità, gli occhi lampeggiavano in mezzo al suo viso di bambola, accuratamente liberato da ogni fattezza distintiva. “Ragioni con i genitali”, intervenne, rivolgendosi al polare. “Mentre noi siamo liberi di farlo con il nostro cervello. Ecco perché tu sei il passato e noi il futuro. Oggi è il giorno dell’Amicizia”, con un gesto Hienna indicò le decorazioni appese alle pareti, L’Amicon* di plastica rosso e bianco, il viso tondo come un allegro palloncino rubicondo, l’albero dell’Amicizia nell’angolo, con scatole di regali sotto. “E quindi non vi denunceremo per quei commenti sessisti. Ma se non ve ne andate immediatamente, voi e vostri piccoli polari, chiameremo la polizia, e passerete delle feste orribili in prigione, come vi meritate per le vostre disgustose opinioni.”
I polari indietreggiarono, mentre Hienna incombeva su di loro.
“Voi non potete capire, siete troppo vecchi. Non è solo questione di sostituire quei vostri organi limitati con una tabula…” Nel dire questo, Hienna si era mess* in posa. Inconsciemente, o forse no. Come molti enne, Preferiva andare in giro nud*, ricoperta solo di un microstrato termico trasparente, la pelle dal caldo colore meticcio esposta a tutti. Era un modo di far vedere che non aveva niente da nascondere, nessun tabù, nessuna vergogna di qualsiasi tipo. Lil si ritrovò a fissare la liscia zona tra le sue gambe, dove sotto lo strato plastico erano nascosti migliaia di sensori collegati con le zone del piacere. La tabula, la chiamavano. Lil aveva letto che gli abili manipolatori di tabula potevano dare e avere orgasmi lunghi ore. Da domani avrebbe potuto verificarlo. Da domani tutto sarebbe andato a posto, e il disagio, quello strano desiderio muto che aveva dentro sarebbe finito. Non vedeva l’ora.
Oh, la tabula di Hienna, le sue lunghe dita…
Hienna stava continuando. “…è il cervello che dovete cambiare. Andate in giro ostentando la vostra sessualità, così, tanto per provocare, ma vi dovete rassegnare. Il vostro patriarcato e il vostro matriarcato sono finiti. La nostra società ormai è libera, noi siamo liberi dai retaggi del passato. Non vedo l’ora che vi proibiscano del tutto. Siete fossili che spariranno. Quindi sparite anche voi. Ora.”
Il polare più grande fece per replicare ancora, ma l’altro lo tirò per la manica. Si voltarono e se ne andarono, trascinandosi dietro i loro piccoli. Uno dei due si mise a singhiozzare, e il suo polare lo prese in braccio. La porta si richiuse.
Bako rise. “Ma dico, li avete visti. Quello più piccolo che frignava, che rumore sgradevole? Treccine, aveva le treccine! Ma quanto si può essere antichi?”
Hienna mise una mano sulla spalla di Bako. “Sei stat* in gamba ad affrontarli”. Bako accarezzò la tabula di Hienna, che per un istante si illuminò. Lil sentì stringersi qualcosa, nel petto, ma non avrebbe saputo dire cosa.
Lil si alzò. “Sapete cosa vi dico? sono stuf* di stare qui. Andiamo a farci un giro in centro, che è una bella giornata”
Pagarono ed uscirono. C’era folla, per strada. Ogni volto quasi uguale a quello accanto, come in un gioco di specchi grande come una città. Un solo sesso, una sola razza, un solo pensiero. Tutti con gli stessi lineamenti attentamente neutralizzati, lo stesso colorito scuro, le stesse idee finalmente condivise. Idee che bandivano chi causava divisione e conflitto; che rifiutavano chi, in nome di antiche credenze, non voleva stare all’interno di quest’amicizia che abbracciava tutto il mondo. Sì, l’amicizia era l’ideale, scambiarsi i doni il modo di esprimerlo, l’eliminazione delle differenze il modo di dimostrarlo con il proprio corpo. La società perfetta, finalmente.
Lil si guardò intorno, ma non c’era traccia di quei polari. Meno male, nel mondo nuovo non c’era posto per i differenti.

Quello che si è perso

Io non mi sono mai neanche acceso una sigaretta – l’avevo promesso a mia nonna, e le promesse le mantengo. Visto però che leggo articoli esultanti perché una certa droga ora è di fatto legale, vi voglio raccontare qualcuna delle mie esperienze passate in merito.

Io ho perso, a causa della droga, almeno tre compagni di scuola. La prima era anche una mia vicina, ci conoscevamo dalle elementari. La vedevo sempre più nervosa, poi seppi perché – non potevo immaginare. Si buttò da un balcone. Un altro morì lontano, in un ospedale. Il terzo lo trovai io, su un pavimento di cemento sotto un cielo cupo. Era una notte fredda, ma lui era ancora più freddo. Me lo ricordo sorridente a dodici anni; l’avevo visto scendere sempre più in basso, sempre più violento.
Facevo servizio di ambulanza, allora. Un’altra persona che conoscevo la trovammo nel suo appartamento, inginocchiato con la faccia per terra, viola, morto da un giorno. I vicini si erano preoccupati per la radio a volume altissimo per tutta la notte.

Allora avevo già cominciato a riconoscere i segni distintivi di quella malattia volontaria. A colpo d’occhio. Ne avevo visti troppi. Mi ricordo di due che prendemmo da un certo prato vicino al fiume. Li portammo all’ospedale, facemmo un altro soccorso, poi ci richiamarono sullo stesso luogo di prima. Erano gli stessi due che, dimessi e svuotati dal Narcan, erano tornati a farsi.
Una volta ci mandarono in una piazzola di periferia dove trovammo un ragazzo riverso a terra. Aveva il colore di una melanzana, respirava appena, lo caricammo di corsa, riuscì a cavarsela. Telefonò il giorno dopo, voleva sapere se avevamo visto la sua auto, che era sparita. Amico, gli dissi, non ho avuto tempo di guardarmi intorno mente ti portavo di peso in ambulanza. Ti abbiamo preso per i capelli, cinque minuti dopo ed eri morto. Capì, non la finiva di ringraziare. Non so cosa ne sia stato. Spero gli sia servito.

Potrei narrarvi altro. Di racconti di canne nello spogliatoio, di gente dopo incidenti che manco sapevano dove fossero. Di persone che hanno cercato di fuggire dalla vita e se la sono distrutta. Il dolore che cerchi di scacciare, ma che ritorna, carico di violenza, di rabbia, di rancore. Soprattutto verso se stessi. E’ difficile uscirne, se non si ritrova un senso per ciò che si è. Un senso che quei simpatici assassini, entusiasti perché ora è legale friggersi il cervello, non possono dare.

In-Significati

significato
/si·gni·fi·cà·to/
sostantivo maschile
1.
Il contenuto della parola (o, più generic., di qualsiasi mezzo di comunicazione o di espressione), in quanto traducibile in concetti, nozioni, riferimenti.
In linguistica, l’entità del contenuto concettuale definita dalla corrispondenza con il segno linguistico ( significante ).
2.
Il valore di un fatto, in rapporto alle ragioni che lo hanno motivato o alle eventuali conseguenze.

Il significato è ciò che lega il segno linguistico al concetto. Come abbiamo discusso in precedenza, ad esempio qui e qui, c’è chi pensa che questo significato sia liberamente alterabile. Se non c’è legame tra il segno linguistico e l’oggetto che esso rappresenta, quest’ultimo non ha davvero un significato. La parola esprime quello che le voglio fare dire: ovvero, ciò che chi ha il potere vuole farle dire. Le etichette di un supermercato possono essere arbitrarie, possono essere decise senza che esse abbiano una corrispondenza con gli oggetti reali sugli scaffali. Perché mi fa comodo.
In altre parole: sono insignificanti.

Spesso dimentichiamo che, all’infuori del cristianesimo, tutto ciò che è piccolo e debole è insignificante.
In-significante vuol dire che non possiede significato; ovvero, che non ha valore. E’ in balia del più forte: si tratti di un bambino da abortire o abbandonare, un vecchio da dimenticare o sopprimere, un povero, una donna, una famiglia, un matrimonio, un popolo da distruggere. Così era; così è, dove il cristianesimo non c’è mai stato; così sarà, qualora esso venisse dimenticato.

Per il cristianesimo, invece, ogni cosa ha valore perché è voluta. Non è capriccio degli dei, non è materia senza scopo creata da leggi fisiche indifferenti, non è ciò che io voglio o penso. E’ lì perché è stata creata per uno scopo, è lì perché è amata. Amore vuol dire volere il bene, il meglio per l’oggetto di quell’amore. Ogni cosa, ogni persona, per quanto piccola e apparentemente inutile, esiste in quanto amata; è lì perché voluta.

Questo vuol dire che il suo significato non è in mano mia. Che il piccolo bambino spastico e terminale ha la mia stessa dignità, se non più grande. Non ho potere su di lui; non quello di dargli o togliergli significato. Io stesso ho significato: non sono quello che tu vuoi che io sia, ma sono libero, bello, vero.
E’ per questo che il cristianesimo è odiato da chi ha il potere, da chi pensa di potere usare delle cose a suo piacimento. Da chi inganna sul significato delle cose.
Perché dice che il solo modo di essere insignificanti è ostinarsi a negare quel legame di amore.

Attendendo la catastrofe

Un articolo che ho letto qualche giorno fa, da un sito americano, asserisce che i pazzoidi che si procurano armi da guerra, mettono da parte cibi in scatola e costruiscono rifugi blindati, per la statistica non sono poi così folli. Anzi. Dati alla mano, ci sono ampie possibilità che saranno loro che rideranno ultimi, dato che ci sono forti probabilità che nel corso del prossimo futuro esploda un qualche tipo di conflitto in cui queste cose torneranno molto utili. C’è una certa tendenza a sottostimarne i segni premonitori.

Non è un’ipotesi campata per aria. Se la storia è storia, le nazioni tendono a non prosperare in eterno. Sorgono, cadono. I governi, anche più spesso. Violentemente spesso. Dai disordini civili, alle guerre, alle invasioni, non c’è stato che ne sia rimasto immune. Nel nostro caso, i settant’anni trascorsi dall’ultimo grande disastro sono un tempo già lungo. Come per i terremoti, se il suolo sta fermo per molto tempo non significa che si sia fuori dalla zona sismica. Le rovine antiche stanno lì ad ammonirci.

Il fatto che chi ha i soldi, la conoscenza e il potere – in America, almeno – si stia zitto zitto attrezzando con sistemi di sopravvivenza potrebbe destare qualche allarme. Ma l’allarme non basta, specie chi considera l’uomo buono, e il maggior pericolo una catastrofe ambientale del tutto immaginaria.

Andate a vedere come si vive appena prima che la vera catastrofe colpisca. Normalmente, salvo pochissimi nessuno prevede che i tempi stiano per diventare tanto brutti così in fretta. Chiedetelo ai siriani, chiedetelo agli ucraini. Non ci si aspetta il peggio, come il tizio che sta precipitando dal grattacielo: decimo piano, tutto bene; nono piano, tutto bene…

Tornano in mente quei tesori trovati nei campi, i forzieri pieni di monete e gioielli antichi sepolti e dimenticati, riscoperti secoli dopo, che ho visto in alcuni musei. Anche i loro proprietari si erano preparati, ma è stato inutile. Non sono mai tornati.

Ci sono poche cose più struggenti che assistere agli ultimi momenti di vita di persone inconsapevoli che la loro esistenza stia per finire. I messaggi, i progetti per il futuro. Grandi menti o piccole, vite vissute pienamente o meno, finiscono. Ogni loro memoria, ogni esperienza, perduta.
Se non ci fosse un’altra vita. Intanto però, dell’attuale ne abbiamo una sola.

Oh, come cambia il nostro modo di vedere il tempo quando sappiamo che esso sta terminando. Quanto diventa più chiaro ciò che è superfluo e cosa no. Ma la nostra personale catastrofe finale non potremo evitarla né con le armi né con i rifugi.

E mi viene il dubbio. Attrezzarsi per sopravvivere, ma ci attrezziamo per vivere davvero?

Statisticamente improbabili

Un interessante articolo che ho appena letto mette in questione l’assunto che la vita intelligente sia un risultato pressoché certo del processo evolutivo.

Certo, noi uomini ci siamo. Ma il fatto che noi esistiamo non è poi così scontato. Se si presta fede alla teoria dell’evoluzione, noi siamo il risultato di successivi gradini, anelli di una catena che conduce a noi. Per riassumere quelli più critici, il sorgere della vita; l’organizzazione delle cellule; la fotosintesi; la riproduzione sessuale; animali complessi, lo scheletro… e l’intelligenza. Ognuno di questi salti evolutivi si basa su quello precedente, sarebbe impossibile altrimenti. E per quanto ne sappiamo, ognuno di loro è avvenuto una volta sola nel nostro passato. Quanto sia difficile che accadano ci è segnalato dal fatto che questi eventi sono distanti tra loro nel tempo centinaia e centinaia di milioni di anni. Il che li rende davvero parecchio improbabili.
Se diamo ad ognuno di essi una possibilità del 10% di realizzarsi, questo fornisce una probabilità di raggiungere l’intelligenza di uno su dieci milioni. Ma se consideriamo i centinaia, migliaia, milioni di passi intermedi altamente improbabili necessari a raggiungere ogni risultato – i fini aggiustamenti delle proteine, i delicati equilibri… le leggi della statistica dicono che la nostra esistenza non è come estrarre il biglietto vincente della lotteria cosmica, ma estrarlo ancora e ancora e ancora e ancora…

Insomma, la casualità come motore di cambiamento è decisamente poco efficiente. Ci si può consolare come fa l’articolista, con il pensiero di infinite scimmie che scrivono i sonetti di Shakespeare. Peccato che, statisticamente, per completarne anche uno solo non basti tutto il tempo dell’universo. Per quante scimmie ci riusciamo ad immaginare.

Certo, ci sarebbe una soluzione molto più efficiente: pensare che Qualcuno ci abbia voluti, e fatti. Ma non si può: quali sono le probabilità che esista Qualcuno così improbabile come Dio?
Più o meno che esista un essere così improbabile come l’uomo?

Parole

Nessuna parola può rendere vero il falso, o falsificare ciò che è vero.

Pensiamoci, noi che viviamo di parole.

 

Fermi al rosso

La politica è l’arte di cercare problemi, trovarli esistano oppure no, diagnosticarli incorrettamente, e applicare i rimedi sbagliati
Ernest Benn

Pare che i nuovi dispositivi installati a Torino che “pizzicano” coloro che passano con il rosso stiano facendo un lavoro egregio. In alcuni incroci beccano qualcuno praticamente ad ogni ciclo di semaforo.
Ora, è senza dubbio possibile che gli automobilisti indisciplinati siano in numero esorbitante. Però tutto ciò mi ricorda quei professori che, di fronte ad una classe tutta insufficiente, incolpano la scarsa intelligenza degli allievi o la loro mancanza di volontà. Anche questo è possibile. O forse pretendono troppo rispetto a ciò che spiegano.

Capitemi bene: se io passo con il rosso perché voglio fare prima, di prepotenza, me la sono cercata. Quel che faccio è pericoloso per me e per gli altri. Se poi vedo che non accade niente, e la faccio franca… Ben diverso se l’infrazione accade perché il giallo dura due secondi e l’incrocio è largo cento metri.
Un nodo stradale dove i trasgressori sono così frequenti è probabilmente regolato o progettato male. Allo stesso modo, certe infrazioni endemiche, certi disagi indicano un malessere che non può essere risolto solo citando la legge, o imponendola.

Quello che rende perplessi della politica, oggi, è che raramente parla delle cose importanti, cioè delle vere cause dei problemi che affliggono la nostra società. Ci sono imposti temi strumentali, del tutto inventati come il cambiamento climatico o che interessano una piccola minoranza eretta a paradigma.
Forse ciò che guida il dibattito è un’agenda nascosta fatta di opportunismo, brama, ideologia. Forse semplicemente si mira a far dimenticare ciò che è davvero importante. In fondo importa poco. Se la politica è confronto su ciò che fa andare avanti la società, adesso si sta discutendo d’altro.

Si fa in fretta a dire populista. Il popolo ha ragione a domandare che gli sia dato ascolto. Se ciò non accade, se nel salotto buono per lui non c’è posto, ha tutte le ragioni di chiedere, esigere che le cose cambino.
Il guaio è che in una società come la nostra chi fa della politica la propria professione o ha una forta spinta ideale, o è spinto da tutt’altro. Per cui abbiamo gente per cui è più comodo attrezzare trappole attorno ad un semaforo mal gestito per fare cassa piuttosto che trovare il modo di farlo funzionare bene. Ovvero: gente a cui non importa davvero di te.

Non sono così ingenuo da pensare che questo o quel partito possano fare la differenza, se non entra in gioco quell’ideale di cui parlavo prima. Qualcuno che abbia a cuore il bene di tutti.
Se non perché ama il bene, almeno cinicamente perché è il modo di conquistare e mantenere il potere.

Pericolosa follia

Sono capitato per caso su alcuni versi del Macbeth di Shakespeare.

Consigliano a Lady Macduff, dopo che suo marito è costretto all’esilio, di fuggire. Ma perché dovrei fuggire, si domanda lei, non ho fatto niente.
“But I remember now
I am in this earthly world; where to do harm
Is often laudable, to do good sometime
Accounted dangerous folly.”
“Ma ora ricordo
Sono in questo mondo terreno;  dove causare danno
E’ spesso lodevole, fare il bene talvolta
Considerato pericolosa follia.”

Di lì a poco la signora sarà uccisa con tutti i suoi bambini.
Riflettevo come la distruzione dell’innocente da parte di chi vuole il bene per se stesso, cioè il male, è una costante di tutte le epoche; l’anno mille della tragedia, il milleseicento del poeta, oggi.
Eppure continuiamo a fare quel bene, quella pericolosa follia, a cercarlo, a desiderarlo.
Ma se quel bene non esiste, e non c’è una Giustizia più alta che compensi lui e quel male, cosa desideriamo?

Che folli siamo, che meravigliosa pazzia è la nostra.