Enforced

Questo post è dedicato a tutte le anime belle che si sono illuse che, nel bel mondo nuovo che secondo i riveriti maestri del pensiero ci attende, ci sarà posto per quei folli che credono ancora che la verità esista, e magari si sia incarnata in un uomo.

E’ dedicato pure a coloro che continuano a pensare che a cedere a qualche richiesta del mondo, a legittimare questa o quella pratica, “cosa volete che ci sia di male”. Credendo magari che tutto si fermi lì, e ignorando che quelle pretese non sono che paraventi per il vero intento che sta sotto.

E’ dedicato pure ad una donna che, con coraggio, od incoscienza, o forse perché ormai le cose sono andate troppo avanti e non frega più niente, ha osato dire in pubblico ciò che da un bel po’ di tempo veniva sussurrato in privato: che per raggiungere il risultato che lei si fissa, che una certa visione del mondo si pone, questa visione deve essere imposta.

Questa di cui parlo non è una donna qualsiasi: è Hilary Clinton, moglie di quel Clinton che è stato con non troppa lode alla Casa Bianca per due mandati, Segretario di Stato di Obama e ora candidata a diventare il prossimo presidente della nazione più potente del mondo.
Se lei afferma qualcosa state sicuri che non è casuale.

L’occasione è il “2015 Women in the world summit“. Hillary sta parlando di quanto secondo lei ancora non va nel mondo, ad esempio l’accesso alla pianificazione familiare, che è il termine usato per indicare che al fine di abbassare il tasso di mortalità alla nascita è essenziale ammazzare i bambini prima che nascano. Asserisce che perché ciò si diffonda

Deep-seated cultural codes, religious beliefs, and structural biases have to be changed.
“Codici culturali profondamente radicati, credenze religiose, e propensioni strutturali dovranno essere cambiati.”

Fortino, eh? Se qualcosa non è secondo quanto io penso, non va. La libertà in questo caso non solo non è opzionale, ma per niente considerata.
E in che modo dovrà essere realizzato ciò? Il termine usato è “enforced“. Significa: “imposto con la forza“.
Le leggi non contano molto se non sono imposte con la forza non solo sulla carta ma in pratica, e le decisioni devono essere messe in atto con risorse e volontà politica“.

E’ abbastanza chiaro che qui sta parlando dello Stato. E’ lo Stato stesso che si pone come fonte di tutti i diritti e le decisioni sui cittadini. Se volete aggiungere un altro tassello all’inquietudine, questo è l’approccio da tenersi non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo – Africa e Asia esplicitamente citate. Dittatori etici, padroni del mondo.
Per fare sì che le donne e non solo abbiano quella “choice“, quella scelta che la Clinton ritiene essenziale dare loro, sarà inaccettabile che qualcuno possa scegliere di opporsi; e cita il caso di una azienda che ha vinto un ricorso alla Corte Suprema USA per evitare di finanziare gli aborti. Il messaggio è chiaro: se finora abbiamo scherzato, adesso vi faremo piegare.

In effetti, in questi anni di politicamente corretto, avevo raramente letto posizioni così chiare. Certo, c’era quell’agenzia dell’ONU che voleva imporre i cambiamenti dottrinali alla Chiesa; e poi discorsi di massoni di ieri e di oggi. Che poi quanto dichiarato sia già perseguito dai governi di mezzo mondo, USA in testa, non toglie il fascino di vedere la maschera calata, e l’orrore di quanto si intravede al di sotto.
Devono proprio essere sicuri di loro stessi per esporsi così. In effetti a forza di giudici e sentenze stanno demolendo a spron battuto la comune visione umana degli ultimi millenni, e la facilità con la quale ci stanno riuscendo deve avere dato alla testa. Sono più avanti delle loro stesse parole d’ordine: che senso ha, per esempio, lamentarsi ancora come fa la Clinton che gli omosessuali sono discriminati e licenziati dai loro lavori quando sono esplicitamente a capo delle più potenti e ricche corporazioni del pianeta, e il lavoro lo perde piuttosto chi obietta contro il matrimonio gay?

Se la signora in questione diventerà Presidente degli Stati Uniti probabilmente una stagione di persecuzioni ancora più forte, o quantomeno più esplicita, di quella attuale ci colpirà.
Evento atteso; non è la prima e (forse) neanche l’ultima volta. Ma non posso fare a meno di pensare quando, una manciata di decenni fa, il comunismo sembrava inarrestabile e tutti qui da noi davano per certa la sua vittoria totale. Si è visto quanto fosse in realtà un’illusione moribonda, anche se a quanto pare la lezione del suo crollo non è stata appresa.

Mi rimane un’ultima considerazione. Non c’è salvezza neanche dal rinchiudersi nel proprio oratorietto privato, dentro casa propria, come taluni si illudono. Non sarò libero non solo di fare, ma neanche di dire o pensare in modo differente. Verranno a prendermi, per portarmi dove non so. Così, senza opposizione, finalmente sorgerà il mondo nuovo.
Io spero di non esserci.


Le frasi riportate cominciano intorno al minuto 8:30.
Articolo scritto originariamente per Pepe

Di merda e di stelle

Ho, ancora una volta, vegliato con le sentinelle, mentre ancora una volta per tutto il tempo una signorina megafonata asseriva con baldante determinazione che avremmo dovuto schiattare tutti quanti. Anzi, era preciso dovere di tutti eliminarci, in quanto “pezzi di merda mossi dall’odio” (noi).
Mentre ci urlavano ero tranquillo. Fascista? Mai votato in trent’anni più a destra del centro. Omofobo? Ma quando mai. Leggevo anche un libro di Delany, nero, gay e indubbio genio letterario. Così me ne sono stato lì con tutti gli altri, in silenzio, scorrendo le pagine, in relativa tranquillità grazie anche agli omoni della polizia, questa volta pressoché perfetti nel tenere a distanza gli omini con le ghigliottine, le picche, le uova e tanto tanto amore. A fine veglia ci hanno fatto andare via dalla parte opposta; peccato, perché avrei voluto ringraziare quella vocina che è riuscita ad associarci per più di sessanta minuti così creativamente con ogni tipo di escremento.
Già, perché talvolta è utile ricordare che noi uomini in fondo siamo esattamente quello: grossi pezzi di cacca ambulanti, materiale organico in libera uscita con la capacità di parlare e, di quando in quando, pensare.
Se non aspirassimo all’infinito e non sperassimo le stelle, solo merda saremmo. Ma quella speranza l’abbiamo; noi, almeno. Quelli che ci urlavano contro, non so.

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Una piccola nota ulteriore. Gli articoli dei giornali sono dei piccoli gioiellini di disinformazione. Non si parla delle Sentinelle, ma dei loro contestatori; si sorvola sulla violenza verbale e fisica dei non molti oppositori (compresi gli innocenti baciatori, che dalle parole che ci urlavano così tanto amore non sembravano avere), minimizzando il numero dei lettori silenziosi, che erano almeno due-tre volte tanto di quanto detto. Ora, se un giornalista mente esplicitamente ai propri lettori su una fatto così semplice, quanto vale il suo giudizio e le parole ivi stampate? E un pochino di vergogna per chi le scrive e chi ci crede, non c’è? O forse ogni menzogna e violenza è giustificata dal fine? E il fine vero, qual è?

Entopo, cugino di Esopo – Fiaba XXI – Il volo della scimmia

Le scimmie oziavano al sole, dondolandosi pigramente dai rami di un banano. “Miii, ragazzi, che noia. Mi sento veramente infelice” disse una di loro. “Come mi piacerebbe essere come quegli uccelli lassù che volano sopra la giungla e i deserti. Se potessi volare, allora sicuramente sarei felice!”
Passava di lì per caso un vecchio sciacallo, acciaccato e zoppo, ma che l’esperienza aveva reso astuto. Sentendo la scimmia, gli venne un’idea.
“Ehi, Scimmia! Se vuoi volare, perché non voli?” latrò all’indirizzo del quadrumane che aveva parlato.
La scimmia si sporse dal ramo. “Vecchio Sciacallo, che vai blaterando? Sono una scimmia, non ho mica le ali!”
Lo Sciacallo mise in mostra i denti. “Ali? Chi ti ha detto che servono le ali? Non sono le ali che permettono di volare, ma le penne.”
La Scimmia si grattò la testa. “Penne? dici davvero?”
“Ma certo, amico” rispose lo Sciacallo “Si dà il caso che io sia un grande esperto. Ho vissuto in una terra al di là del mare dove tutti erano felici, ed erano felici perché volavano. Io ero quello che addestrava i giovani in questa abilità, e conosco perfettamente la teoria scientifica. Se ti dico che conosco il segreto del volo puoi crederci.”
Le altre scimmie del branco, udendo la conversazione, si erano avvicinate. “Che fortuna!” Si dissero le une alle altre “Un esperto scientifico di volo! Adesso saremo felici!”
“Dicci, Sciacallo, cosa dobbiamo fare per volare?” Chiese il capobranco.
Lo Sciacallo sorrise “Ve lo dirò. Come prima cosa, dovete acchiappare degli uccelli e procurarvi del bitume. Procurateveli e portatemeli qui.”
Le scimmie scattarono, e in capo a qualche ora tornarono con una dozzina di uccelletti e un grosso pezzo di bitume.
“Benissimo” disse lo Sciacallo. Adesso togliete loro le piume, e ammucchiatele lì. I corpi dateli a me, che li controllo”
Le scimmie eseguirono. “Fatto! Esclamarono. Gli uccelli andavano bene?”
“Abbastanza bene” disse lo sciacallo, sazio, leccandosi il muso. “Però erano piccoli e ossuti. Speriamo non sia un problema per il volo. Ora, una di voi si cosparga di bitume e si rotoli nelle piume.
“Io, io!” Disse il capobranco, impaziente di volare per primo. Eseguì, e le piume aderirono al suo corpo come una soffice nuvola.
“Bene,” disse lo sciacallo, “adesso il prescelto si arrampichi su quella rupe lassù e si lanci, e così potremo tutti vederlo volare!”
La grossa scimmia si arrampicò fino in cima alla roccia che dominava la pianura da uno strapiombo, e piena di entusiasmo si gettò giù.
Cadde con un forte thump! proprio in mezzo al branco che stava a guardare naso all’insù. Per un attimo ci fu silenzio, mentre la polevere sollevata dall’impatto si posava.
“Sciacallo, cosa è successo? Perché non ha volato?”
Lo sciacallo si avvicinò e annusò il rivolo di sangue che scorreva dal corpo. “Difficile dirlo. La teoria è sicuramente esatta, ci deve essere stato un problema tecnico. Esaminerò il corpo e vi farò sapere entro domattina cosa fare.”
L’indomani le scimmie trovarono che il corpo era sparito e lo Sciacallo aveva compagnia. “Vi presento mia moglie e i miei figli. Sono anche loro esperti di volo – il mio figlio maggiore è laureato in teoria della librazione cinetica, addirittura – e mi hanno aiutato a capire la causa dell’inconveniente di ieri. La nostra conclusione è che le piume fossero troppo piccole, e questo ha causato un carico aerodinamico eccessivo.”
“Eccellente, eccellente!” “Meno male che si è trovata la causa!” “Evviva!” esultarono le scimmie.
“Adesso andate a cercare altri uccelli, ma, mi raccomando, di taglia maggiore di quelli di ieri.” ordinò lo sciacallo. E così fecero.
La preparazione si ripetè, e questa volta lo Sciacallo divise l’onere del controllo con i suoi familiari. “Andavano bene?” chiesero le scimmie speranzose.
“Abbastanza, ” disse lo sciacallo, “anche se ci sono altre questioni fluidodinamiche che mi preoccupano un poco. Ma andiamo avanti, sono sicuro che presto potrete essere felici!”
“Urrah!” Gridarono le scimmie. E prepararono il prossimo volatore piumato.
Anche questo spiccò il balzo dalla rupe, e anche questo si spiaccicò al suolo come il precedente.
Lo sciacallo scosse la testa. “Proprio come temevo. Ma non preoccupatevi, avete visto come ha già volato molto di più del primo tentativo?”
“Sì!” “E’ vero!” ” E’ stato su molto di più!” “Ha quasi volato! Mancava pochissimo!” esclamarono i compagni di branco dello sfortunato.
“Adesso esaminerò le scatole nere e domani vi dirò come dovrete fare. Mi raccomando, non manca molto!”
E alla mattina dopo le scimmie trovarono che lo Sciacallo aveva portato altri esperti di volo. “Vi presento questi miei amici che hanno lavorato a lungo nel campo delle costruzioni aeronautiche, e che mi hanno aiutato ad individuare le cause dell’incidente. Il quale è stato causato dal bitume usato per attaccare le piume, che non era abbastanza saporito.”
“Saporito?”
“E’ un termine tecnico usato tra noi preparatori al volo. Vuol dire che non generava abbastanza aderenza portante. Il bitume di là dal mare era molto più adatto, ma sfortunatamente non ne possediamo. Ma i miei esperti dicono che sostituendolo con del miele la situazione dovrebbe migliorare. Quindi, procuratemi uccelli e miele selvatico!”
Le scimmie fecero per partire, ma una alzò la mano. “Mi scusi,signor Sciacallo…”
“Sì, dimmi?” latrò lo sciacallo.
“Ma…è sicuro di tutta questa storia? Io…”
Lo Sciacallo rise. “Oh poveri noi! Ditemi voi tutte: non è forse vero che al di là del mare sono tutti felici?”
“Sì, certo!” “E’ un fatto noto.”
“E il volo è un fatto scientifico. Gli uccelli volano, credo lo sappiate tutti.”
“Ah-ah! Certo!” “Come negarlo?”
“Quindi della scienza non c’è da dubitare. E io sono un esperto internazionale in materia, chiedete pure a chiunque dei colleghi qui presenti.”
I colleghi confermarono.
“Non lasciate che qualcuno vi dica che non potete volare! E’ in gioco la vostra libertà! Voi potete, e lo farete!”
“Evviva!!” Urlarono unanimi le scimmie.
“Ma l’avere dubbi, sia pure senza senso, denota grande intelligenza. Come premio, credo che dovresti essere tu a fare il primo volo, tra poco” disse lo Sciacallo rivolgendosi alla scimmia che aveva dubitato.
“Siiiiì! Evvai!” giubilò l’animale prescelto.
“E ora avanti, non indugiate, verso l’avvenire!” gridò lo Sciacallo. E le scimmie, gioiosamente, scattarono.

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Mostruose

Di tanto in tanto leggiamo sulla stampa, su internet, di certe sentenze innovative, di certi giudici che affossano leggi e creano strani precedenti con il loro agire.
Scorrendo l’ennesimo articolo di tale genere, l’altro giorno, mi ha colpito un pensiero: ma perché dunque queste notizie vengono pubblicate, hanno il loro attimo di notorietà? E mi è balzata in mente un’idea. Perché sono mostruose.

Se fossero normali, se fossero evidenti, se fossero ragionevoli e intelligenti non farebbero notizia. Sono invece l’uomo che morde il cane, sono lo sguardo sgomento che ci si scambia dopo averle apprese, sono la follia che colpisce e stupisce.

Mostruoso è qualcosa che è distante dal senso comune. Il sentire comune si è stratificato nel corso degli  anni e dei secoli. Spesso per un buon motivo. Si chiama anche, infatti, buon senso. Questo tipo di sentenze sono contro il buon senso, e la cosa più sconvolgente è che nessuno lo dice.  Tutti o quasi lo pensano, ma nessuno osa dirlo. C’è un clima forse di paura, forse di rassegnazione, che è l’abdicare di fronte alla prevaricazione di pochi, di alcuni che condividono un pensiero lontano dal pensiero comune. Sapranno loro cosa fanno, si mormora, ma poco convinti.

Come è possibile che nessuno si alzi e dica che questo pensiero disumano, che osa andare contro le stesse leggi che avrebbe il dovere di affermare, che disfa senza giustificazione altra che perché può ciò che altri hanno fatto, andrebbe fermato? Che questi giudici che non giudicano secondo la legge, la legge degli uomini e della realtà, andrebbero messi fuori legge, come custodi che hanno smesso di custodire la loro città e cercano di distruggerla per ricostruirla a loro immagine?
Andrebbero giudicati; ma chi, oggi, giudica?

Tutti abbiamo paura, dunque, a dire la verità?
E di chi?

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Nessuna misericordia – III – Non vestire gli ignudi

Buongiorno, compari diavoli. Sono sempre Malacoda, demone tentatore di seconda classe, incaricato dal grande arcidiavolo Berlicche, mio zio, di spiegarvi il modo di eliminare quelle curiose usanze umane che sono le opere di misericordia.

Il mio famoso zio ha inviato anche questa volta qualche appunto che userò come traccia del mio discorso. Non che ne abbia bisogno, ma Berlicche tende a diventare irritabile se faccio le cose di testa mia. Oggi quindi vi istruirò su quell’atto chiamato

Vestire gli ignudi.

Mio zio mi dice sempre che, dovendo avere a che fare con gli uomini, dobbiamo capire meglio come ragionano, comprendere la loro cultura, e quindi cancellarla e sostituirla con quello che ci fa comodo eliminando quanti resistono.
L’idea che per gli umani ci sia bisogno di abiti è una di quelle loro curiose caratteristiche di cui noi diavoli fatichiamo a cogliere il senso.
Alcuni demoni credono che sia una sorta di sistema d’allarme rudimentale installato dal loro creatore: apprendi che esistono il bene e il male e subito cerchi qualcosa da metterti addosso.

Mi raccontava mio zio che, quando ai tempi dell’Eden riuscimmo a far ribellare gli uomini al Nemico-che-sta-lassù, questi lo capì subito proprio perché quegli scimmiotti si erano vestiti di foglie. Quell’atto di coprirsi ci colse di sorpresa. Non riuscivamo assolutamente a comprendere che bisogno ci fosse di indossare qualcosa.

La cosa è davvero strana. Non è questione solo di freddo, o di protezione. Gli umani si vestono anche quando fa caldo, e non hanno bisogno di difendersi da niente. Se però il Nemico ha messo dentro di loro questo meccanismo una ragione ci deve essere: non si indossa foglia che il Nemico non voglia. Quindi è nostro interesse prima capirlo, e poi romperlo.

L’essere umano che si scopre nudo capisce di essere bisognoso. Chi è costretto alla nudità non ha nulla, gli deve venire dato tutto. Per questo è nel nostro interesse rendere normale, banale, il rimanere spogliati: perché si abituino a credere di non avere bisogno di nessuno.
Ma non solo.

Per l’essere umano l’abito è legato al rispetto. E’ come se il vestito indicasse che chi lo indossa è più di un animale o di una cosa, e quindi non può essere usato come lo fosse.
Se il Nemico invita gli uomini a dare abiti a chi non ne ha è perché afferma che c’è più del sopravvivere. Non bastano cibo e acqua. Vuole che ai bisognosi sia dato anche il rispetto. Vuole sia riconosciuto che i poveri sono persone, con la dignità di un indumento. Che sia detto loro che non saranno schiavi, neanche schiavi di un desiderio.

Ora capisco meglio perché odiare questa opera di misericordia. E’ inaccettabile che non si possa utilizzare qualcuno come si vuole. E’ l’usuale complotto del Nemico per innalzare quelle ributtanti creature mortali al nostro livello.
Per questo l’opera di misericordia corporale che stiamo esaminando è così dannosa per noi. Io pensavo che consistesse solo nel non farli morire di freddo; invece il disegno del Cielo è molto più pericoloso.

Quello che in fondo dice il mio autorevole zio è che vestire gli ignudi non è solo donare gli abiti. E’ aiutare a coprire ciò che è vergognoso. E non sto parlando solo di pelle nuda.
Quando un essere umano sta facendo vedere il suo lato peggiore – per il Nemico, si intende – allora l’opera di misericordia consiste nel farglielo notare, e aiutarlo come possibile a rivestirsi.

Avete idea quanto questo dà fastidio ai nostri affari? Perfino io me ne rendo conto. A noi piace che le vergogne rimangano il più possibile all’aria, visibili e ostentate.
E’ per questo che abbiamo cercato di fare sì che vestire gli ignudi diventi un’attività sconsigliabile ed illegale. La nudità deve essere incoraggiata, stimolata, insegnata. Fin da piccoli agli umani deve essere inculcato che non c’è niente di cui vergognarsi. Che anzi bisogna essere orgogliosi del proprio corpo, e nessuno deve provare a dire a qualcuno che farebbe meglio a rivestirsi. Quando non c’è più intimità, quando non esiste più privato e mistero, quell’essere umano di cui si conosce ormai ogni centimetro di pelle può essere usato come fosse solo un pezzo di carne.

Cosa proponiamo ai mortali? Che nudo è bello, nudo è libertà! Gli abiti sono costrizioni sociali di cui liberarsi. Invece di rivestirci, denudiamoci e saremo tutti uguali.
Sono stato consigliere di molti umani che si sono liberati dai vestiti e dalle inibizioni, ma sapevano ancora cosa fossero bene e male. Senza niente addosso è però abbastanza semplice confondere l’uno con l‘altro. Basta chiamare amore la ricerca del proprio piacere e ci si può spogliare di abiti e coscienza con la medesima mossa.

Nella nuova società che stiamo costruendo, dare indumenti a qualcuno dovrà essere inaccettabile, un sopruso culturale. Al limite sarà sopportabile elargire gli abiti fuori moda o inservibili – termini che abbiamo reso largamente intercambiabili – a quei poveretti che ancora si ostinano a vestirsi.
Per il resto, nessuno deve permettersi di dire che il re o il vicino di casa sono nudi. Ormai abbiamo convinto tutti che farebbero la figura degli stupidi. Non perché il re o il vicino di casa siano vestiti di stoffe invisibili, ma proprio perché sono davvero nudi. Ogni tentativo di rivestirli, o l’invitarli a mettersi qualcosa addosso, sarebbe considerato come frutto di una mentalità arretrata, un’ingerenza nella libertà altrui, una patologica nudofobia da stroncare anche con la forza, se necessario.

La nudità viene talvolta considerata come sinonimo di innocenza. Certa gente che ama ostentare le proprie vergogne si dice innocente non perché senza colpa o peccato, ma perché vuole credere che cose come il peccato o la colpa non esistano. Che è un po’ come credere che non esista il freddo. Ma quando il gelo li morderà, quaggiù con gli altri dannati negli stagni ghiacciati dell’inverno eterno, quanto desidereranno avere accettato gli abiti di cui qualcuno voleva rivestirli!

KZ Mauthausen, Sowjetische Kriegsgefangene

Altro che valori

I valori, i valori. Non li sopporto. Perché non sono che il contentino, la scelta accurata di un potere che tira i fili e sceglie di mettere nell’oblio certi valori ed esaltarne altri, quelli che gli sono più comodi, per dominare e soggiogare.

Così per i grandi temi della vita e della morte, mi fa piacere che altri, che non cattolici, che non cristiani, persino atei pensino le stesse cose, vedano le stesse cose, lottino per le stesse cose. Si può certo convergere, ma lasciate che vi dica una cosa: a lungo andare, alla fine, ci deve essere una ragione per fare le cose. E non può essere una ragione generica, non può essere un vogliamoci bene, perché non si regge, non si ha la forza, si deve essere eroi ed eroi non siamo tutti.

Alla fine quello che ci spinge non è la lotta in sé. Se fosse così saremmo tutti idolatri. Ciascun confusamente un bene apprende / nel qual si queti l’animo, e disira. Saremmo tutti dietro quel bene, dove la vita possa riposare, o si infiammi perché non c’è.
Ma c’è solo uno, un Bene, che fa essere tutti gli altri beni, che non è una riduzione, una parzialità, una presa in giro. Solo un bene che mi può far muovere sempre, perché non è mai finito, è oltre la mia finitezza umana, è oltre il tempo striminzito dove abitiamo.
Quello è il bene che io cerco. Altro che valori. Altro.

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Osammot

Noi, che crediamo pur non avendo visto, siamo grati a quel Dio che venne comunque da Tommaso, e gli fece toccare con mano.
Poveretti invece quelli che, pur avendo visto, non crederanno.

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Lasciate stare la gallina

Voi perché fate le cose?
Aspettate, aspettate, non replicatemi subito. Formulate la risposta nella vostra mente – dieci, venti parole al massimo. Poi tenetela lì. Scrivetevela come appunto, se volete. Fatto?

Ora pongo una domanda lievemente diversa. Come fate a scegliere tra opzioni differenti? Sto parlando di più scelte sul medesimo argomento, tra diversi corsi di azione, non necessariamente opposti.

A- La prima che capita

B- Scelgo a caso

C- Decido per il meglio

Se avete scelto l’opzione A oppure B, la nostra conversazione finisce qui. Io presumo di parlare con persone ragionevoli. Ma cos’è la ragione? La ragione è il nostro rapporto con la realtà presa tutta intera, e una scelta casuale non è degna non dico di un uomo, ma di un essere vivente. Persino i ragni scelgono quello che più conviene loro, e se siete vivi anche voi lo avete fatto in passato. Se avete scelto l’opzione A oppure B non siete seri con la mia domanda, ed è per me e per voi inutile perdere altro tempo.
Ma se avete scelto C, allora si apre un’altra questione.

Cos’è il meglio?

Questo non è certo una domanda banale. Perché presuppone una scala di valori. Per dire cos’è meglio tra due cose devo metterle in ordine su questa scala. Migliore, peggiore. Ma quale sia la scala da usare, bene, anche questa questione è da decidere usando una scala.
Faccio un esempio semplice, così si capisce meglio. Io e una gallina siamo i soli sopravvissuti di un naufragio su un’isola deserta. Mi viene fame. Mi conviene mangiare la gallina o l’uovo che questa mi ha appena deposto?
Se la scala che uso è quella della soddisfazione immediata, del “cogli l’attimo”, non c’è storia. Mangio la gallina, molto più saporita.
Se la scala che uso è quella del futuro migliore, della sopravvivenza, mangio le uova che la gallina depone.

Tutto dipende da che cosa valuto di più.

Voi, intrappolati su un isola deserta, mangereste l’uovo o la gallina?

Se avete risposto la gallina allora la vostra scala di scale di valori è tale per cui siete abituati ad avere tutto quello che desiderate, e non riuscite a concepire un mondo in cui non ci sia l’equivalente della mamma o di uno stato assistenzialista che ve lo concede. In una situazione in cui occorre sacrificare il proprio comodo immediato voi non siete disposti a farlo: quando ciò che volete non arriva probabilmente trovate qualcuno a cui prenderlo, protestate spaccando tutto, piangete o semplicemente vi lasciate morire. Se il vostro valore è l’immediato, difficilmente quello che vi dirò ora avrà per voi un senso.
Mi rivolgo invece a coloro che pensano che, almeno in teoria, valga la pena di compiere qualche sacrificio per ottenere un meglio che non sia immediato, che non sia l’istante, che non sia magari subito evidente, ma che sia, ecco, migliore.

Mettiamo che su quell’isola deserta ci sia una persona estremamente cara; che so, vostro figlio, vostro fratello, il vostro migliore amico. Pensate il nome, visualizzatelo laggiù, solo, vestito di stracci, con la gallina. Per uno scherzo del destino ha però salvato pure un cellulare satellitare e vi chiama (no, non serve a rintracciarlo: è un esempio). Vi manifesta la sua idea di mangiare la gallina. Voi sapete che quella scelta di lì a poco gli sarebbe fatale. Che fate? Glielo dite, o rispettate la sua decisione? Cosa fareste se aveste un modo per impedirgli di metterla in pratica?

Se avete scelto di non cercare di convincerlo a cambiare idea, allora complimenti: avete valutato la vostra idea della sua libertà più della sua vita e della sua vera libertà, e avete perso una persona cara. Probabilmente la vostra idea di libertà è diversa dalla mia: io ritengo che non possa separarsi dalla verità, che ogni scelta che non sia secondo verità vada contro la libertà stessa. La verità è che mangiare la gallina è una scelta suicida. La vostra decisione ha tolto al vostro caro ogni possibile successiva libertà.

Io mi auguro di avere amici, fratelli, persone a cui sto simpatico che se faccio qualcosa di molto sbagliato quantomeno me lo dicano. Non concepisco amicizia, o paternità, oppure autorità, in maniera differente.

Veniamo allora all’ultimo punto. Se fin qui mi avete seguito, rispondete a questa domanda: se ci fosse una legge fatta per soddisfare un desiderio immediato, ma che vista in una prospettiva più completa fosse letale, voi l’approvereste? Oppure rimarreste zitti?

Già vedo le obiezioni arrivare, ma fate attenzione: vi ho mostrato il criterio con cui si prendono le decisioni. E quel criterio è ciò che qualcuno ha chiamato la ricerca della felicità. Non di quella intesa come soddisfazione momentanea, spicciola, ma la totalità, quella infinita. La vera gioia.

Trovate da soli il vostro prossimo esempio, paragonate cos’è di meno e cosa è di più. Senza guardare solo all’immediato, al desiderio, alla pretesa dal respiro corto.
Come invece fanno certe leggi approvate, certe che si vorrebbero approvare, certe sentenze che perseguono un meglio che non è per niente migliore. Devo elencarle?

Noi prendiamo decisioni ogni singolo momento della nostra vita. Ogni nostro istante corrisponde a dire cosa è meglio per noi, per cosa vale la pena muoversi, respirare, esistere.

Adesso potete riprendere l’appunto che vi avevo chiesto di farvi all’inizio, la risposta a “perché fate le cose“. Ditemi, è cambiata?

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Scritto per PepeOnLine

I perversi

Il Primo Commissario represse uno sbadiglio con la mano. Accidenti, lo smalto iridescente stava già andando via. E glielo avevano venduto come resistente a tutto. Che nervi, che nervi che nervi.
“Avanti i prossimi. Cosa abbiamo qui?” Domandò ad alta voce.
Gli altri commissari lo ignorarono. A parte che la descrizione completa del caso compariva già sugli schermi dei loro uplink, di cosa si trattasse lo sapevano tutti. Sempre la solita storia. Gli indici di un gruppo che voleva registrarsi per la Licenza di Convivenza non rientravano nei parametri e bisognava intervenire. Che barba. Tutto lavoro per cui sarebbe bastato un solo impiegato, rifiutare il permesso e basta. Invece, per colpa di una legge pietista e obsoleta, dovevano stare in tre ad ascoltare scuse penose da parte di cittadini con gli uplink pieni di pseugoogli illegali e connessioni ucraine tarocche.
La coppia che entrò  nell’aula della commissione era però decisamente inconsueta. Un uomo e una donna, e fin qua ci poteva anche stare. Ma l’uomo non aveva trucco, e la donna pochissimo. Niente tatuaggi, inserti, biospille e ricrescite, nessuno dei due. Erano vestiti. Ma che…?
I due si fermarono davanti alla scrivania. La seconda commissaria fece cenno che potevano sedersi, squadrandoli con curiosità. Il terzo commissario scambiò uno sguardo con i suoi colleghi, stringendosi le spalle come a dire “se ne vedono di tutti i colori”.
“Alloraaaa…” vocalizzò il primo commissario, leggendo i dati sullo schermo, “vedo qui che i vostri parametri sono fuori standard. Eh, ragazzi, così non va. Lo Stato deve essere sostenuto, se tutti facessero come voi si andrebbe in bancarotta.”
Il ragazzo chiese timidamente “Scusi, ma non ci è chiaro. Di cosa ci si accusa?”
Al Commissario non era sfuggito quell’uso inconsueto del “ci”. Altra stranezza. “Dai dati risulta che il vostro tasso di ritorno pornografico è zero. Non ho nessun dato sul tipo di sesso che preferite, quanto lo guardate e così via, e quindi non posso immettere le informazioni sul profilo di convivenza. E’ richiesto per legge, eh.”
Li spiò da sotto le lunghe ciglia. Sembravano perplessi. Che tipi. Continuò.
“Parliamoci chiaro: se non ho niente, questo vuol dire che state usando mezzi illegali per accedere alla rete. Ora, non so se siano uplink non registrati o sottoreti clandestine, ma devo ricordarvi che l’uso della pornografia è regolato da leggi che…”
“…ma noi non guardiamo porno.”
Seguì un attimo di silenzio. “Scusate, non ho capito. Avete detto che…”
“Non guardiamo pornografia. Né io né lei.”
“Guardate che non è possibile. Non pigliateci in giro, eh?”
“Non vi stiamo prendendo in giro.”
Altro silenzio. Il Commissario non sapeva se ridere o piangere. A vederli magari era anche vero.
“Vi rendete conto del danno alle casse dello stato se tutti facessero come voi? Il punto è che io, per potervi dare la LICA, la, come si chiama, licenza di convivenza autorizzata, devo riempire dei dati. Se nel vostro caso quei dati non ci sono io non posso darvi la licenza.”
“Mi scusi, che dati?”
“Circa le abitudini sessuali. Per il database ministeriale. Non possiamo attivare i servizi nè mandarvi la pubblicità se non conosciamo i vostri dati personali. E visto che, facciamo finta di crederci, non guardate pornografia” –  la seconda commissaria ridacchiò sotto la barba – “io non ho nessuna informazione e non so cosa scrivere. No informazione, no licenza.”
“Ah.” I due parvero abbattuti. “Cosa dobbiamo fare?”
“Beh, intanto cominciare a usarne sotto i canali ufficiali, e poi nel frattempo possiamo riempire a mano i campi mancanti.”
“Mi scusi, ma sono proprio obbligato a stare davanti…”
Intervenne il terzo commissario “Voi, avete per caso come uplink ufficiale un Set 4200 o superiore? Di quelli con la cattura tomografica?”
“No, un vecchio Tigana” rispose la ragazza.
“Ah, beh, allora potete anche accedere ad un canale porno a caso e poi ignorarlo. Se è vecchio e non ha la cattura tomografica l’uplink non si accorge se siete lì a guardare o scopare o cosa davanti allo schermo.”
Il Primo commissario lanciò uno sguardo di fuoco al suo collega. Se anche loro si mettevano a suggerire trucchetti per aggirare le leggi, dove saremmo andati a finire?
“Va bene, per il futuro regolatevi come credete, l’importante è che vi adeguiate alle convenzioni. La vostra mancanza è stata annotata, ma per stavolta lasciamo correre. Però…”
“Però?”
“Però per darvi la licenza ho bisogno di riempire qualche casella. In quanti scopate di solito?”
“Noi, insomma…”
“Basta diciate solo se più o meno di quattro, e se sono compresi minori, consanguinei o animali”
“A dire la verità noi…non scopiamo.”
Questa volta l’incredulità tra i commissari era palese.
“Come sarebbe a dire, giovanotto? Vuole prenderci in giro? Perché state facendo domanda di convivenza, allora?”
“Appunto perché vorremmo cominciare a farlo…non appena sarà ufficiale…”
“Ma da quanto vi conoscete?”
“Cinque anni.”
“ANNI? E nel mentre mai…?”
“Mai.”
“Chi di voi ha problemi fisici? Sapete che ci sono cure…”
“No, no, nessun problema fisico. E’ che non vogliamo farlo fino a che…insomma, non l’abbiamo mai fatto.”
“Ma quanti anni avete?”
“Ventitre e venti”
“Mai?”
“Mai.”
“E pratiche alternative? Sadismo? Masochismo? Qualche tipo di feticismo? Vi toccate, o toccate…”
“No, niente.”
Il Commissario alzò le mani, sconfitto. “Guardate, la risposta vuota non c’è. Se volete questa licenza dovete darmi almeno una pratica…”
“Scusa, ma perché non usi la casella Altro?”
Il commissario si girò versa la sua collega. “Dicevi?”
“La casella Altro. Seleziona Altro, e nella descrizione scrivi ‘non scopano’. Fine.”
Il commissario si grattò la testa e fece come aveva suggerito la seconda commissaria. Il sistema accettò senza neanche un bip di avvertimento.
“Bene, a quanto pare ci siamo. Visto che avete firmato gli assensi da questo momento dovreste essere ufficialmente sotto licenza di con…ehi!”
I due novelli licenziatari si erano voltati uno verso l’altra e, guardandosi negli occhi, si stavano baciando. O almeno, sembrava un bacio, di quelli di una volta.
“Era un bacio quello?” Sussurrò il terzo commissario, iincapace di distogliere lo sguardo.
I due si alzarono. “Grazie, grazie”, dissero ridendo, e tenendosi per mano corsero fuori dalla stanza. Tenendosi per mano, roba da pazzi.
“Non hanno nemmeno riempito il campo della data di scadenza”, notò con stupore il terzo commissario.
“Perversi”, sussurrò il secondo comissario nel silenzio della stanza vuota.
Fu il primo commissario a rompere l’incanto.
“Oh, signori, ‘sti due mi hanno proprio attizzato. Almeno noi, facciamo un po’ di sesso adesso?”

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Tutti quelli che conosco

Devo fare una premessa: difficilmente mi ricordo di voi. Mi confondo persino a chiamare per nome mia moglie e i miei figli. Può darsi che la vostra faccia mi ricordi vagamente qualcosa, ma con ogni probabilità non saprò dire con esattezza dove o quando vi ho conosciuto. Persino se abbiamo condiviso un viaggio, una stanza, una vacanza, una riunione, un lavoro.
Non è per cattiveria. Non è perché non tenga a voi. Ma la mia memoria è fatta in questo modo, ha difficoltà a capire il ruolo che dovrebbe avere. Ho tentato di dirle che così non va, che se non smette la licenzio. Si è limitata a ridermi in faccia.

Diverso sarebbe se fossi con voi ora. Se in questo istante stessimo insieme, condividessimo una medesima vita. Allora sì che saprei chi siete. Saprei mettervi al vostro posto. Ma tutto ciò che si trova nel passato affonda piano piano e  svanisce alla vista sotto strati sempre più densi di tempo, tingendosi di azzurro, color di lontananza.
Lo stesso accade con ogni cosa bella o brutta che abbia incontrato nella mia vita.

Se il mio matrimonio, se quello che ho visto in quella donna che ho al mio fianco non fosse rinnovato sempre, poveri noi due. Saremmo estranei, e invece di una storia d’amore la nostra sarebbe una stretta sopportazione. Non è che non accada di tanto in tanto, eh.
Voi amici sparireste, le vostre storie sarebbero ricordo. Magari mi chiederei, a distanza di tempo: ma che fine ha fatto Alberto? È un anno che non lo sento. E passando davanti alle vostre case mi domanderei se fossero ancora abitate. Avrei pudore a suonare il campanello.

In fondo è il motivo per cui scrivo: per tenere ogni giorno vivo, desto il giudizio, il muscolo della memoria e del cuore che solo l’esperienza allena.
E anche Cristo, se non fosse risorto, se non fosse vivo, se non fosse qui, che sarebbe se non un ricordo lontano buono per il mio moralismo e per essere piegato alle campane dell’oggi?

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Gente che ama mentalmente

Ieri ho passato quasi tutta la serata davanti alla Sindone. Mentre cantavamo il Caligaverunt non potevo fare a meno di pensare che quel telo stinto, con le sue deboli tracce quasi del tutto indistinguibili dalla distanza a cui mi trovavo, era con ogni probabilità stato testimone di ciò che stavamo dicendo.

Caligaverunt oculi mei a fletu meo:
quia elongatus est a me, qui consolabatur me:
Videte, omnes populi,
si est dolor similis sicut dolor meus.
O vos omnes, qui transitis per viam, attendite, et videte
si est dolor similis sicut dolor meus.

Che davvero in una tempestosa serata primaverile di quasi duemila anni fa il corpo di un uomo morto era stato adagiato con occhi oscurati dal pianto e mani amorevoli dentro quello stesso lenzuolo, e poi all’interno di un sepolcro.

Che pena quegli sprovveduti che pensano che si possa davvero amare un puro pensiero. L’uomo ha bisogno di solidità, di materia, perché possiede un corpo materiale. Vuole mani da stringere e teste da accarezzare, perché se no l’essere amato rimane un evanescente fantasma che si può far essere cosa si vuole. Chi ama mentalmente finisce con l’amare solo la sua immaginazione.
Un anello, un indumento; il posto dove ha vissuto, dove la si è incontrata. L’amore deve sapere che ciò che ama vive davvero, e non è invenzione.

Noi cristiani siamo fortunati: la presenza reale di Cristo la verifichiamo ogni giorno nelle nostre vite. Il telo sbiadito e rattoppato che tanti si sono provati a distruggere senza riuscirci ci richiama a un Gesù che non è il santino pulito di certe favolette, ma un uomo che è stato sottoposto a crudeltà terribili. Non mentali, non illusioni. E’ stato pestato, flagellato, trafitto fino a fargli uscire letteralmente il sangue dal culo. Fino ad ammazzarlo.
C’è chi cerca di farcelo dimenticare; e non sono gli sprovveduti di prima.

Però, poi, mi ha colpito un pensiero. Quel telo non testimonia una morte. Sì, c’è stato un morto lì sopra, ma fosse stato per quello non sarebbe accaduto niente di strano. Ogni giorno centinaia di migliaia di lenzuola ospitano corpi senza vita. Testimonia un avvenimento posteriore alla morte, misterioso, incredibile. Testimonia  – si può dirlo? – una resurrezione.
La notizia non è che quel telo ha avvolto un cadavere, ma che ad un certo momento quel cadavere non era più lì. La notizia è che la morte una volta, almeno una volta, ha perso. Non un richiamo ad una sconfitta, ma ad una vittoria.

Amate pure mentalmente i vostri fantasmi, voi che affermate che la fede non si nutre di realtà. Noi preferiamo credere in ciò che vediamo e tocchiamo. Credete alle vostre idee morte, noi preferiamo gli uomini vivi.

*OR* SINDONE: SABATO AL VIA L'OSTENSIONE, ATTESI MILIONI PELLEGRINI La rappresentazione tridimensionale del telo sindonico sul rilievo del volto (in negativo) diffuso oggi 7 aprile 2010 dal professor Bruno Fabbiani della Fondazione Fabbiani.  Dal 10 aprile al 23 maggio sara' esposta la Sacra Sindone, e' la prima esposizione dopo il restauro. Il 2 maggio atteso Benedetto XVI. ANSA/Tonino Di Marco /gid

Un gusto inimitabile

Mettiamo che vi arrivi un regalo anonimo. Ma non un regalo qualsiasi.
Questo dono è una splendida torta. Una ricetta particolare, segreta, che sapete essere a conoscenza di una sola persona. Gli ingredienti, la confezione sono esattamente gli stessi che quella persona usa. Nessuno che conoscete sarebbe minimamente in grado di fare qualcosa di simile. Sì, alcuni, anche bravi, ci hanno tentato. Ma non si sono neanche avvicinati al risultato finale. Non sono riusciti a elaborare che pallide imitazioni,  le quali ad una degustazione men che casuale mostrano tutti i loro limiti. E i particolari, perfino i più piccoli particolari combaciano con ciò che ben sapete. Sapete anche un’altra cosa: che quella persona vi ama.

Ed ora avete davanti ciò che ha tutte le caratteristiche a loro modo uniche che voi conoscete bene. Chi ha fatto ciò che avete di fronte? Certo, non potete escludere che qualche imitatore sia riuscito in ciò in cui tanti hanno fallito, pure adoperando mezzi potenti e strumenti all’avanguardia. Non avete la certezza matematica che quel regalo non sia contraffatto.
Ma se doveste fare un’ipotesi, se doveste ringraziare qualcuno, chi direste, ragionevolmente, che è?

In altre parole: o mi trovate che è riuscito, secoli e secoli fa, a creare l’immagine di un cadavere impressionando un telo di lino con bruciature proporzionali alla distanza perpendicolare del telo dal corpo; un cadavere che presenta gli stessi esatti segni di quelli che si possono leggere su alcuni libri noti come Vangeli e riferiti ad un uomo, tale Gesù detto Cristo, morto a Gerusalemme venti secoli fa; un telo tessuto con tecnica del tempo, pieno di pollini di quell’area geografica…

O mi trovate, dicevo, chi è riuscito a riprodure questa ricetta pressoché unica o dovrete anche voi ripiegare sulla risposta più ragionevole.
Cioè che c’è un mistero su come sia stato fatto, quel dono che ci è dato e che è chiamato Sindone, ma tutto indica una persona. E voi sapete chi è.

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Nessuna misericordia – II – Non dare da bere agli assetati

Cari compari demoni, eccellentissime autorità infernali e anime mortali in collegamento con noi, grazie per essere intervenuti a questa seconda lettura del seminario sulle cosiddette opere di misericordia corporale.

Mio zio l’arcidiavolo Berlicche si scusa per non essere potuto intervenire personalmente neanche questa volta, ma mi ha di nuovo inviato un messaggio con tutto quello che devo dirvi. E l’argomento di oggi, vediamo, è…

II – Dar da bere agli assetati

All’inizio a me pareva quasi uguale a quell’altra cosa, il cibo agli affamati. C’era proprio bisogno di distinguere?
Ma poi mio zio scrive: “E’ superficiale chi non vede differenza tra quest’opera e dare il cibo agli affamati”. Beccati anche voi, eh? State a sentire come continua.

“Ho già spiegato la volta scorsa che gli esseri umani hanno necessità non solo dello spirito ma anche delle cose materiali per sopravvivere. In particolare, hanno bisogno di acqua. Cos’è quest’acqua di cui si parla? Un particolare tipo di materia, un’invenzione del Nemico. Quaggiù all’inferno non ne troverete. Chi frequenta gli umani sa di cosa sto parlando. Il loro mondo è pieno zeppo di questa roba sgradevole.

Penso che la fantasia del Nemico-che-sta-lassù in questo caso sia stata proprio perversa. Passi per il cibo, passi per l’aria che brucia insieme al cibo per dare energia. Ma l’acqua? L’acqua non brucia. L’acqua non dà forza. E’ solo una sostanza usata dal Nemico per impastare gli umani. E’ inerte, eppure senza di lei i corpi dei mortali si disseccano e si separano dalle anime. C’è da domandarsi a quale scopo il Nemico l’abbia inclusa non solo tra gli ingredienti, ma anche tra le cose che devono essere continuamente fornite agli umani per farli sopravvivere.”

Già, zio, perché? Non ci avevo mai pensato. Ma, come scrive zio Berlicche, non è una domanda oziosa. Quest’acqua di cui ho parlato il Nemico la fornisce a tutti in quantità immense. Non devono fabbricarsela, coltivarla, allevarla, cucinarla come il cibo: come vi dicevo, nel loro mondo si trova ovunque. Allora, vi chiederete, perché l’insistenza su questo “dare da bere”?
Sembra che il Nemico voglia che gli uomini capiscano che è un regalo che arriva di lassù, proprio perché non hanno fatto niente perché ci sia. Qualcosa che piove dal cielo, da dividere con chi ha difficoltà a procurarselo. Come se volesse togliere loro ogni possibile scusa. Come li allenasse a capire cosa vuol dire dare gratuitamente a chi chiede.

Questo atteggiamento, capirete, è ben lontano da quanto il Nostro Padre che sta Quaggiù ci ha sempre insegnato. Cioè che tutto deve sempre essere a nostra disposizione, che ogni cosa ci deve essere fornita come è nostro diritto, ma non dobbiamo niente a nessuno. Proprio quello che dovrebbe fare una vera divinità: invece di affidarsi alla buona volontà delle sue creature, fornirle di tutto in cambio della cieca obbedienza. Invece di quell’abominio chiamato libertà, la sana rilassatezza del dominio assoluto. Invece della ricerca della verità, imporre loro ciò che devono pensare, e distruggerli se sgarrano.

Come ci insegnano alla scuola di dannazione, quel cristallino egoismo è ciò che dobbiamo ricercare nella nostra missione di demoni. Non sappiamo che farcene di quelli che ci dicono cosa dovremmo fare. Ci è data la libertà, e noi l’usiamo per eliminare la verità. Quella verità che, come il Nemico dalla quale proviene, odiamo più di ogni altra cosa. Una volta negata lei, negare un bicchiere a chi ha sete non è di nessuno sforzo.

Lo sforzo che invece deve fare chi ha pietà di qualcun altro. Attività innaturale, dico io. Persino i delegati del Nemico hanno bisogno continuamente di intervenire in proposito. Sono sempre lì a scrivere encicliche e bolle, proclamare che la misericordia ha una faccia eccetera eccetera. E noi dietro per evitare che gli umani capiscano quelle parole, sempre indaffarati a correre di qua e di là per distorcere e minimizzare. Che gran fatica!

Lasciatemelo dire da tentatore: allontanare la carità è ancora più difficile per l’acqua che per il cibo. La roba da mangiare da dare via il mortale la può comprare e fregarsene, ma il bere coinvolge di più. Per togliere i rimorsi al futuro dannato lo si deve far concentrare non sull’atto in sé, non su cosa gli è chiesto di fare, ma sulla giustificazione che lui stesso si dà per non farlo.

Una volta pensavo che bastasse impedirgli di compiere il gesto, ma mio zio Berlicche mi ha spiegato che è molto più interessante lavorare sulle scuse. “Impedisci loro di fare il giusto, e avrai un peccato; fagli giustificare il male, e avrai un dannato”, dice sempre.

Per farli sentire a posto con la coscienza quando fanno qualcosa di sbagliato basta dirottare la loro attenzione su qualcosa di differente, suggerire che il loro interesse conta di più di quello del bisognoso. Certo, con il dare da bere è più complicato dargliela a bere, ma…

C’è il “non spetta a me”, il “devo pensare prima alla mia famiglia”, il “sono troppo lontani” e pure “è per il suo bene”. La paura di sporcarsi o di attentati. La legge. A volta la scusa migliore è quella più semplice e idiota. Perché, come mi spiegava mio zio, gli umani in fondo vogliono fare il male. E’ nella loro natura. Si aggrapperanno ad ogni pagliuzza, pur di non affaticarsi a fare il giusto.

L’acqua, l’ho detto, è vita. Negare dell’acqua ad uno è come negargli la vita. Pochi spettacoli affascinano e rendono felici noi demoni come il vedere qualcuno fatto morire di sete. E’ una delle sofferenze che preferisco perché, oltre a sentire il dolore del corpo che si disfa, il mortale prova l’abbandono da parte dei suoi simili. Mio zio dice che le anime di coloro che hanno fatto morire di sete qualcuno, che hanno proibito di dissetare il bisognoso, hanno un sapore particolare di crudeltà che è tra i più dolci da succhiare.
Perché anche noi abbiamo sete, una sete eterna ed inestinguibile. Aiutateci a mitigarla un poco: non date da bere agli assetati.

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Questi inviti a tutti gli aspiranti dannati a non praticare le opere di misericordia corporali possono essere lette in anticipo su la Croce

I nuovissimi vestiti dell’Imperatore

Come credo sappiate tutti, la favola “I vestiti nuovi dell’Imperatore” di Andersen narra di un Imperatore vanitoso e di due truffatori che gli vendono inesistenti abiti invisibili agli stupidi. Il trucco è rivelato da un bambino innocente, che durante il corteo proclama che l’imperatore è nudo.
Ma non pensate anche voi che sia irrealistica, persino come fiaba? Ecco la sua reale conclusione.

«Sì, anch’io sono pronto» rispose l’imperatore. «Mi sta proprio bene, vero?» E si rigirò ancora una volta davanti allo specchio, come se contemplasse la sua tenuta.

I ciambellani che dovevano reggere lo strascico finsero di afferrarlo da terra e si avviarono tenendo l’aria, dato che non potevano far capire che non vedevano niente.

E così l’imperatore aprì il corteo sotto il bel baldacchino e la gente che era per strada o alla finestra diceva: «Che meraviglia i nuovi vestiti dell’imperatore! Che splendido strascico porta! Come gli stanno bene!». Nessuno voleva far capire che non vedeva niente, perché altrimenti avrebbe dimostrato di essere stupido o di non essere all’altezza del suo incarico. Nessuno dei vestiti dell’imperatore aveva mai avuto una tale successo.
«Ma non ha niente addosso!» disse un bambino. Nessuno parve avere sentito. «Non ha niente addosso!», insistette, strattonando il padre che gli lanciò un’occhiataccia infastidita. «NON HA NIENTE ADDOSSO!» urlò il bimbo. Le persone vicine scossero la testa. «Che maleducato!» disse qualcuno. «Ma non insegnano niente a scuola?» Si chiese un altro. Il resto della folla non diede alle parole del piccolo la benché minima attenzione.
Il padre prese per mano il bambino e lo condusse via. «Che figura! A casa facciamo i conti!»

Padre e figlio, all’uscita della piazza, trovarono il capo delle guardie ad attenderli : «Le dispiace seguirci al comando? C’è un giudice che vorrebbe parlarle».
Nessuno fece più osservazioni sui vestiti nuovi dell’Imperatore.

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Umiliazioni quotidiane

L’umiliazione quotidiana non è tanto il non essere all’altezza di quello che vorremmo essere, quanto il non essere all’altezza di quello che siamo. tumblr_n4r9ha6AFP1r0tu9vo1_500

Come il sorbetto in pizzeria

Le cose belle della vita sono talvolta come il sorbetto in pizzeria. Passa il cameriere che chiede se qualcuno vuole il dolce, e tu dici di no. Ma quando vedi arrivare il sorbetto capisci che ti manca qualcosa, osservi che chi l’ha preso sembra soddisfatto, e lo chiedi anche tu. Dopo avere visto, hai capito di avere un’esigenza che non pensavi di possedere.

Non lo sapevi perché non avevi visto; ora hai visto, e sarebbe stupido far finta che non sia accaduto niente.
C’è una responsabilità, nei confronti dei dolci in pizzeria e della vita.

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Umilmente beato

E’ quasi come fosse una faccenda tra pochi intimi. Di Fratel Bordino non sanno in molti, anche in questa città di Torino che è stata la sua per lunghi anni. Chissà cosa avranno pensato i passanti nel parco, i giovani immigrati che giocavano a calcio nei campetti, le coppiette venute a godersi il sole primaverile sulle sponde del fiume. Poche migliaia di suore e alpini, e sul soppalco strani personaggi vestiti con abiti dorati. Che mai staranno facendo, si saranno domandati.

Non è una cosa da social network. Non riguarda celebrità da giornali, dove si poteva trovare a stento un trafiletto il giorno dopo. Non è cosa da scomodare il sindaco, le prime pagine o i grandi intellettuali.
Eppure il Piemonte ha un nuovo beato. Da altre parti fanno feste nazionali per cose del genere, mentre da noi è quasi come se non importasse. Se non fosse eccezionale. Se non fosse un esempio da indicare, quell’oscuro campagnolo che non è mai stato qualcuno.

Perché per far notizia occorre essere qualcuno. Avere glamour. Occorre essere discreti verso ciò che non va di moda. Ad esempio, essere stato soldato ed avere fatta la campagna di Russia può essere visto come disdicevole. Essere stato ospite sgradito dei campi di concentramento sovietici è anche più inadatto per chi vuole figurare in società. Se fosse stato un moderno e non un contadinotto cuneese il nostro, alle prese con le disumanità siberiane e kazake, avrebbe potuto maledire Dio e forse sarebbe risultato più interessante. Invece assistette i suoi commilitoni morenti e, tornato, decise di dedicarsi completamente a quel Dio che per qualcuno avrebbe dovuto solo bestemmiare.
Capite, una persona del genere non è un divo. Se assisti i rifiuti del mondo per decenni, là in quel “Cottolengo” che è persino disdicevole nominare, e non fai mai neanche una comparsata televisiva, una serata da opinionista, a chi puoi interessare?
Non sei un luminare, non sei un politico e nemmeno un attore. Ti limiti a spostare malati, assisterli, accudirli come fossero tanti cristi. E non hai neanche la decenza di morire in modo spettacolare, ma stroncato da una banale leucemia, tutto sommato ancora giovane, dicendo “Deo gratias”. Chi ti credi di essere? A chi vuoi interessare?

Eppure questo umile in mezzo agli umili è tra santi e beati, ed il suo nome non sparirà. Sarà ricordato molto tempo dopo che ogni giornale stampato oggi sarà ammuffito, ogni smartphone oggi funzionante sarà diventato un inutile rottame. E il suo esempio e il dono di se stesso, in una città ignara ed indifferente, è qualcosa che brillerà eternamente, là dove le luci artificiali non arrivano mai.

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Nessuna misericordia – 1 – Non dare da mangiare agli affamati

Buongiorno, vorrei presentarmi. Mi chiamo Malacoda, e sono demone tentatore di terza classe aggiunto.

So che vi aspettavate Berlicche, ma sfortunatamente oggi non poteva essere presente. Mi ha quindi mandato qui per sostituirlo e presenziare a questa sessione di lavoro che riguarda…lasciatemi consultare gli appunti…le opere di misericordia corporale.

Mio zio…cioè l’illustrissimo arcidiavolo Berlicche, mi ha fornito il testo di ciò che dovrò dire. Cominceremo quindi proprio con il definire queste opere. Di misericordia. Corporale.

Si chiamano corporali perché, leggo qui, riguardano il corpo. Il che è strano, vero? Cioè. Il Nemico-che-sta-lassù lo sappiamo bene quanto tiene ai corpi, anche se non si capisce il perché. Voglio dire, noi demoni siamo esseri spirituali, giusto? E quindi ci fa parecchio godere tormentare la materia. Almeno, a me piace. Mio zio dice sempre che non capisco niente, che far soffrire la parte fisica serve solo per impadronirci meglio delle anime. Che il Nemico ha unito corpi e anime così strettamente che…

Ma torniamo al nostro argomento. Allora. La prima delle opere di cui vi ho detto è…vediamo…dare da mangiare agli affamati. Ecco, questo è strano. Voglio dire, il vecchio…il Nemicochestalassù ha fatto tutto questo mondo, no? E l’ha riempito di ogni cosa. Ma allora perché non poteva fare sì che gli umani prendessero il cibo che so, dall’aria? Ha fatto quella cosa lì, la manna, e poi ha moltiplicato pani e pesci. Che gli costava? Stiamo parlando del Nemico, mica di…va bene, lasciamo perdere. Però poteva escogitare un sistema migliore per fare le cose, no? Così tutti avrebbero mangiato, e più nessuno avrebbe avuto bisogno di essere buono. Sempre così perfettino, perché non stavolta?

Ecco, qui mio zio mi ha lasciato un appunto: “per fare sì che usino la misericordia”. Non lo capisco bene. Cioè, è un po’ come se il Nemico volesse che gli umani provassero a fare questa cosa al posto suo. E che è, stanchino? E anche egoista, un po’ come quando mio zio pretende che sia io a capire come dannare gli umani. Se lui lo sa, perché non lo fa al posto mio? Perché devo essere io a faticare?
Comunque, il fatto che permetta la fame e pretenda che siano gli altri umani a pensarci, lascia a noi diavoli un sacco di opportunità. Soprattutto visto che lega proprio a questo sfamare l’ingresso al suo regno.

Naturalmente la prima cosa è fare sì che questa opera di misericordia non ci sia.

Come? Facendo dire agli uomini “Questa roba è mia, perché dovrei darla ad un altro che manco conosco?”
In ciò ce la caviamo benissimo. Il trucco è che dell’affamato all’umano non importi niente. Che sia lontano, che sia diverso, che sia straniero, magari nemico…dobbiamo suggerire una qualsiasi scusa che lo lasci rimanere indifferente e a posto con la coscienza. Dovevo intervenire? No, è uno di quelli che ruba. Dovevo dargli qualcosa? Ma no, fa finta. Ci pensa lo Stato. Ci pensa la Chiesa. E poi è sporco. Se gli do dei soldi poi si droga, o se li fuma, macché mangiare.

Insomma, mi avete compreso. Mio zio dice sempre che se arrivano a domandarsi se devono dare qualcosa significa che ho fatto male il mio mestiere. Cioè. Capite, manco devono chiederselo.

Un altro metodo è suggerire che ci siano modi migliori per nutrire. Avete presente? Quella roba che se dai un pesce ad uno lo sfami per un giorno, ma se gli insegni a pescare lo sfami per tutta la vita. Mio zio dice che è uno degli slogan che gli sono venuti meglio. Racconta sempre di quella volta che hanno mandato diecimila canne da pesca a dei tizi che morivano di fame nel deserto. Cioè, avete presente, no, nel deserto!

Mio zio dice che quelli che ci credono non hanno mai provato ad avere fame. Che credono, che se ci fosse un pesce a disposizione gli affamati non cercherebbero di prenderlo prima di morire? Che poi ad insegnare a pescare è sempre qualcun altro, perché loro di pesci non ne hanno mai catturato uno. E’ tutto nella loro testa, ed è questo l’importante.

Perché è quello che mi raccomanda sempre mio zio: non devono mai pensare davvero alla persona che muore di fame. Lì rischiano di capire. Se però avremo indurito abbastanza il loro cuore, anche di fronte ad un bambino scheletrico non gliene fregherà assolutamente niente, sarà per loro trasparente. Al massimo invocheranno l’ingiustizia del mondo.

Se gli affamati per loro sono nulla, possiamo farli usare. Per arricchirsi. Per ottenere la vittoria politica. Sfruttarli, vivi o morti. Chi crepa di fame farà di tutto per mangiare, e chi possiede il cibo ha potere su loro. Vittime o aguzzini, diventeranno ciò che abbiamo scelto siano. Avete idea quanto odio si riesce a produrre in questa maniera? Il cibo dovrebbe dare vita e dà morte. Bello!

Noi odiamo la vita. Nutrirsi di materia, che ribrezzo: viva l’anoressia. Davvero, ci fanno proprio schifo questi mortali. Sarebbe magnifico il mondo senza di loro.

A forza di ripeterlo agli umani anche alcuni di loro adesso la vedono come noi.

Mio zio dice che una delle migliori campagne mai realizzate dal suo dipartimento è la finta carità di quelli che dicono “Siete in troppi sulla Terra. Non possiamo nutrire tutti, se volete che vi aiutiamo dovete fare meno figli”, che fa meno impressione che seppellirli.
Invece di produrre più cibo, produrre meno uomini.

Ammazzare i bambini, prima o dopo che sono nati. Evitare che siano concepiti. Togliere loro il posto dove potrebbero essere amati, la famiglia. Suscitare dissidi tra coloro che potrebbero metterli al mondo. Convincere i poveracci che possono fare di tutto, ma generare altre bocche da sfamare no. A noi piace infecondo.
E questo odio per l’umanità, per ciò che è vivo, mascherarlo da diritto e da pietà. La pietà dell’avvoltoio, la chiama mio zio ridendo.

Tutto ciò che può evitare agli uomini di avere misericordia è benemerito. Per noi.

Sempre affamati di anime. Dateci anche la vostra da spolpare.

Biafra, Nov. 1969 Medical clinic in Mabaitoti - Owerri.
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La verità sulla strada

(…)”Non so se è la verità.” Quindi, ” ‘E che cos’è la verità?’ disse Pilato scherzando.” (…)
Io ci pensai sopra. “Qualche volta penso che la verità sia un luogo. Nella mia mente, è come una città: ci possono essere un centinaio di strade, un migliaio di sentieri, che tutti ti porteranno, alla fine, nello stesso posto. Non importa da dove arrivi. Se cammini verso la verità, la raggiungerai, qualunque percorso tu prenda.”
Calum McInnes abbassò lo sguardo su di me e non disse niente. Quindi, “Ti stai sbagliando. La verità è una caverna nella montagne nere. C’è una strada per arrivarci, e soltanto una, e quella strada è dura e traditrice, e se scegli il percorso sbagliato tu morirai da solo, sul fianco della montagna.”

Neil Gaiman, “The truth is a cave in the black mountains

Questo brano di un bel racconto di Neil Gaiman coglie nel segno. Il nostro modo di affrontare la vita dipende tutto da cosa pensiamo sia la verità. Se sia una meta alla quale possiamo arrivare senza eccessiva fatica, o se per giungervi ci sia solo una strada molto dura e non priva di insidie. Qual è la verità sulla strada?
Sempre che ci vogliamo arrivare, a quella verità. Perché se ci accontentiamo di consapevoli bugie allora siamo già persi senza neanche camminare. Caverna o città, non giungeremo mai da nessuna parte. Morendo senza aver vissuto; ancora soli, e senza nemmeno il panorama a confortarci.

Ma un cammino c’è.

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L’altro lato della malinconia

Ci affezioniamo alle persone, agli animali, alle cose. Perfino le macchine inanimate sembrano, con il tempo, acquistare una sorta di vita, di personalità.

Ma tutte le cose finiscono. Viene il giorno che si sa essere l’ultimo. Non si torna indietro, quello che adesso è diventerà passato, poi ricordo, poi svanirà dalla memoria scolorandosi piano.

E prende una sorta di malinconia, di tristezza, perché è parte dell’essere uomini la riluttanza a lasciare andare le cose. Vorremmo tenercele tutte strette, per sempre, anche se non è possibile.

Se solo riflettessimo, sapremmo che ogni atto, ogni azione è la fine di qualcosa. E’ un atto irripetibile, unico, e non tornerà. Il suo attimo è speso per sempre. Ogni istante, ogni cosa finisce.

Ma voltiamoci dall’altra a guardare. Ogni cosa, ogni istante, inizia.

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Mi sta bene

La globalizzazione ci sta bene finché non arrivano i reietti globalizzati.

La comunità ci sta bene finché abbiamo il nostro vantaggio nel condividere.

I diritti ci stanno bene finché non arrivano quelli che li reclamano.

Che uno parli ci sta bene finché dice quello che vorremmo sentire.

Ma dove sta il bene nella profondità del nostro cuore chiuso e buio?
Chi lo porterà?

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Dannate virtù – VII – Uomini caritatevoli

Cari compari diavoli, siamo giunti oggi al nostro ultimo appuntamento con le virtù intese come mezzo di perdizione di massa. Oggi affronteremo quella che tra tutte è forse la più difficile per noi da piegare ai nostri scopi.

Parliamo naturalmente della

7- Carità

Siete avvisati: prima di usarla attivamente nelle vostre tentazioni cercate il consiglio di un demone esperto. Per il tentatore dilettante giocare con una materia così pericolosa può risolversi in un fallimento spettacolare, e sapete quaggiù i fallimenti come sono considerati.

Infatti la sostanza della quale è composta è la stessa della quale è fatto il Nemico-che-sta-lassù: quell’amore che noi demoni possiamo toccare solo con spessi guanti isolanti, e il cui disgustoso aroma ci provoca conati.

Ancora non ci è chiaro del tutto cosa sia veramente questa carità, e come si possa davvero pensare che si possa amare qualcuno oltre se stessi. Ci è incomprensibile come si possa sacrificare qualcosa per chi ti è ostile e ti odia; eppure il Nemico per essa è giunto persino a incarnarsi in un uomo (un brivido di orrore mi percorre mentre lo dico).

Se non capiamo bene cosa effettivamente sia, una cosa ci è chiara: non la vogliamo.

Le anime che trasudano carità sono quanto di più tossico ci possa essere per il nostro organismo: è per questo che vanno usate tutte le precauzioni nel trattarle. Prima di potercene nutrire devono essere adeguatamente corrotte e ogni traccia d’amore accuratamente rimossa. Non è semplice, ma grazie a Nostro-Padre-che-sta-Quaggiù le moderne tecniche di corruzione possono ridurre qualsiasi mortale caritatevole ad un piatto commestibile ai nostri palati. Adesso vi spiego come.

Nel corso dei secoli è stato fatto un paziente lavoro di riconversione per consentire agli uomini caritatevoli di smettere di amare. Oggi possiamo affermare con legittimo orgoglio che è possibile esercitare attivamente la carità senza possedere un briciolo non dico di amore, ma persino di affetto o stima per coloro che dovrebbero esserne i beneficiari. Carità è ormai diventato sinonimo di elemosina, quando non è una sorta di tangente che si paga verso coloro che si disprezza.

Non è più questione del perché si fa una cosa, ma solo di cosa si fa. L’umano che dà una monetina al parcheggiatore o passa qualche ora in un’associazione di volontariato si sentirà estremamente caritatevole, anche se nel suo cuore ama molto di più la sua automobile o la sensazione di sentirsi in qualche maniera utile.
Se riusciamo a convincerli che carità sia partecipare attivamente ad un comitato per ridurre la fame nel mondo, o per la salvaguardia dei gattini abbandonati, bene, è fatta. Avremo esseri umani orgogliosi della loro carità, ma che con la carità autentica non hanno assolutamente niente a che fare. Sarà rimasto solo il nome, involucro svuotato e completamente inutile.

Naturalmente, come ho detto, occorre prendere ogni precauzione. Mai e poi mai i mortali in nostra custodia devono domandarsi se quello che fanno sia davvero il bene di chi aiutano. Se ciò che danno loro sia quello di cui hanno sul serio bisogno; e, soprattutto, guai a permettere che si interroghino sulle motivazioni che li spingono ad agire. Un sano disprezzo, un evidente orgoglio, una tracotante sicurezza nei propri meriti e nelle proprie azioni sono gli indicatori sicuri che il tentatore sta facendo un buon lavoro.
Il povero, il bisognoso, la persona in difficoltà devono essere visti solo come oggetti, manichini da esercitazione, incapaci mal sopportati che dovrebbero solo ringraziare di avere incontrato chi li aiuta.

Oggetti che magari si possono sfruttare per provare le proprie teorie sul mondo. Pochi esseri umani ci sono così d’aiuto nei nostri piani come quelli che, in nome della carità come l’intendono loro, impongono ideologie distruttive su coloro che si sono messi in testa di aiutare. Hanno i loro bei piani su come il mondo dovrebbe essere: provvedono a realizzarli, con la massima carità, schiacciando coloro che non li capiscono o che non si conformano.
Per queste anime belle (belle per noi, s’intende) la carità si identifica con l’eliminazione del fastidio. Una cosa infastidisce, non rientra nel progetto? Per il tuo bene, sia distrutta.

Vecchietto, ti faccio la carità, e provvedo a terminare la tua inutile esistenza, con il minimo di dolore s’intende.
Ragazza, la vita che porti dentro sarà un peso per te e per noi: caritatevolmente facciamo in modo che sparisca.
Sarebbe certamente poco caritatevole permettere che nasca un bambino meno che perfetto: sai la sofferenza che potrebbe avere? Meglio per te, bambino, risparmiartelo.
E dare qualche soldo ad una povera donna di qualche paese in via di sviluppo perché porti un figlio che è diritto nostro, non è carità?

Spero apprezziate l’ironia. Ci sono persone persuase di essere davvero virtuose e che invece sono guidate da un odio insanabile per la vita e per chi li circonda. Tutto quello che dobbiamo fare per mantenerle in questo stato è evitare che comprendano davvero la categoria di prossimo. Non qualcuno composto della loro stessa sostanza, che il Nemico ama come ama loro, ma “l’altro”.

Chiamiamolo altruismo, chiamiamola filantropia, da delegare alla propria banca o da praticare usando guanti usa e getta; beneficienza, aiuto umanitario, volontariato. Lasciamo pure credere a questi ipocriti che quella che praticano sia la vera, l’unica maniera di esercitare l’antica virtù della carità, distogliendo lo sguardo dal volto di chi sta loro accanto.

Finché questi uomini caritatevoli aiuteranno “l’altro”, badando che rimanga tale; finché la carità rimarrà per loro qualcosa che si può contare, misurare, contabilizzare; fino a quando si identificherà con qualcosa di remoto e sgradevole che occorre fare per sentirsi meglio, non ci saranno problemi per noi ad ospitarli nelle nostre sale una volta che sarà terminata la loro esistenza terrena.
Faremo loro questa carità: chissà se l’apprezzeranno?

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Questo articolo, come i precedenti, è stato pubblicato su la Croce

I ragazzi nell’era della velocità

Erano anni in cui ero un ragazzino e vivevo nella periferia di un paese, là dove l’asfalto diventava sterrato e in primavera l’aria trasuda odore di fiori e concime. Erano i tempi in cui si costruivano strade veloci.
Una strada era, nel concetto di tutti, il metodo per andare da un luogo all’altro. Direttamente. In fretta. Prendevi l’automobile, e sfrecciavi verso la destinazione. Anche a cento all’ora. Si lavorava per togliere le curve, rendere l’asfalto liscio, perché i guidatori viaggiassero forte.
Noi ragazzini si giocava per strada. Con le buche le auto andavano piano, e non erano poi molte. Non c’era pericolo.
Ma le macchine iniziarono a correre più veloci, e in numero sempre maggiore. Giocare a pallone per la strada era diventato rischioso. Persino camminare, perché c’era chi sfrecciava a velocità folli. Poveri i gatti che prendevano la strada per l’estensione del giardino.

Confesso che la prima volta che ho visto dei dissuasori non potevo credere ai miei occhi. Delle strutture fatte apposta per far rallentare? Mi sembrava un’eresia. A quale scopo studiare forme sempre più aerodinamiche, se non potevi andare più veloce di una bici? Si è lavorato per togliere i dossi, e adesso li si rimettono?

Ma il tempo e l’esperienza possono rendere saggi. Puoi imparare a giudicare non solo sulla base del tuo impulso, della tua voglia di correre correre correre, del tuo desiderio di lasciarti alle spalle le vecchie vie. Cominci a capire che la lentezza qualche volta è  tua amica, perché lascia il tempo di guardarti attorno e capire che stai facendo una cavolata. Ci sono certi atti che si pagano molto cari, dopo. Il tempo non torna indietro, ciò che si è rotto difficilmente si unisce ancora.

Così noi siamo adulti nell’era in cui si rallentano le macchine e si accelerano i divorzi, perché non si è ancora capito quanto male possa fare la troppa velocità. Viviamo in un’era schizofrenica, che invita alla responsabilità e poi inneggia all’usa e getta, ma solo se riguarda le persone. Che protegge i ragazzi dai guidatori troppo veloci ma accelera chi vuole travolgere le loro vite. Pensate a cosa si oppone a stabile, a duraturo, a consapevole. A cosa sia l’opposto di pensarci bene, di concedere tempo.

Oggi il divorzio è diventato veloce, domani forse sarà velocissimo, perché alcuni hanno fretta di arrivare. Dove, occorrerebbe chiedere: ma forse questo lo sappiamo tutti già.

Cartello stradale