I malanni di Malacoda – Smartworking

Il demone Libicocco si fermò all’ingresso della fumarola. “Malacoda, ehi, Malacoda? Sei in casa? Oggi qui nella bolgia c’è un tempo disgustoso, vieni con me ai laghi di pece a pescare un po’ di dannati?”
Da dietro il vapore bollente si udì un grugnito. “Per briffare avresti dovuto schedularmi l’agenda. Perché non mi hai mandato un outlook asap per bloccare lo slot?”
Libicocco parlava mille linguaggi umani, ma questo gli era ignoto. “Eh?”
“Avresti dovuto dirmelo prima! Non posso! Devo lavorare!”
Libicocco posò la canna da pesca con gli uncini. “Lavorare? Vuoi dire che devi andare dall’anima che stai cercando di dannare su nel mondo degli uomini?”
Malacoda sporse la testa da sopra le nuvole di zolfo. “No. Ora lavoro da casa. Gli arcidemoni hanno approvato l’iniziativa in via sperimentale, sai, per tagliare i costi di trasferta. Lo chiamano smartworking.”
Libicocco si occupava della manutenzione dei pozzi bollenti nell’ottavo cerchio, e si mostrò stupito. “E come fai? Il tuo compito non è dannare gli esseri umani? Suscitare vizi, suggerire peccati e via tentando?”
Malacoda agitò la coda. “Infatti. E’ ancora così, ma adesso opero via internet.”
“Che io sia beato!” Esclamò il diavolo. “Sono curioso di sapere come.”
“Guarda, ho appena finito di postare su ottomila gruppi Uattsapp. Filmati di gattini da cinquanta mega con su scritto ‘da vedere assolutamente’, massime mistiche pseudoorientaleggianti, immagini porno, vecchi meme blasfemi… l’importante non è cosa, ma che facciano diventare più idioti oppure perdere la pazienza.”
“Geniale! Ma non ti sgamano?”
“No, io sono sempre il partecipante di cui non ti ricordi il nome, quello che compare solo con il numero di telefono”.
Libicocco ripensò ad alcun gruppi di cui faceva parte, e capì molte cose.
“Ma questa è solo una delle attività”, proseguì Malacoda. “Faccio laggare o cadere il collegamento nei videogame online, il che mi procura sempre una buona messe di bestemmioni. Mando catene di zantantonio e promozioni farlocche. Faccio in modo che i popup pubblicitari siano i più inopportuni possibile, che so, siti di appuntamenti sui blog di suore di clausura e crociere gay sulle pagine degli arcivescovadi. Faccio anche un bel po’ di trollaggio nei siti cattolici, ma i colleghi umani nelle chat mi rimproverano che sono troppo buono.”
“Molto interessante. Deve essere divertente mandare fuori dai gangheri tutti quei santarellini.”
“Oh, dopo un poco ti ci abitui. Ho un sacco da fare. Spezzare link negli help della Microzoft, mandare in giro programmi malfunzionanti con errori incomprensibili… c’è anche da dire che non mi manca l’assistenza tecnica, qui sotto è pieno di programmatori dannati che farebbero qualsiasi cosa pur di mettere ancora le mani su una tastiera. Il bello è che gli umani hanno bisogno di pochissimo incoraggiamento per dare il peggio di loro. E’ come se quello che è virtuale non sporcasse l’anima come il reale”. Ridacchiò. “Sapessero quanto si sbagliano!”
Libicocco sospirò. “Un poco ti invidio, e mi sento già meglio per questo. Però, scusa, non riesci a staccare neanche un attimo? ti vedo abbastanza stressato…”
Malacoda digrignò le zanne. “E’ per colpa del wi-fi. Continua a scollegarsi. E’ mai possibile che in quest’inferno non si riesca ad avere una connessione decente?”

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Mondi simulati

Oggi impariamo una nuova parola giapponese: Isekai.

Con isekai si intende quel sottogenere della fantascienza o del fantasy in cui il protagonista viene sbalzato in un mondo parallelo. I mondi paralleli sono realtà alternative dove le cose sono diverse rispetto a qui. La Germania ha vinto la seconda guerra mondiale, tanto per dire, o quel conflitto non c’è mai stato; rientrano nella definizione anche gran parte dei mondi fantasy, dalla Terra di Mezzo a Westeros passando per Dungeons and Dragons. Da non confondere con il viaggio nel tempo:  quando attraversate la porta dell’armadio e vi trovate in un posto mai visto prima, se vedete dimosauri passeggiare avete fatto un salto nel tempo, se vedete una ragazza con al guinzaglio un dinosauro, e nessuno a parte voi sembra stupirsene, il vostro è un mondo parallelo.

Tra gli anime, i cartoni animati giapponesi, l’isekai ha sempre goduto di una certa popolarità; popolarità che negli ultimi anni sembra aumentata con la realizzazione di parecchi serie anche molto interessanti, spesso tratte da libri. Da Sword art Online, dove i protagonisti si trovano bloccati in un videogioco mortale, a “Re:Zero – Starting Life in Another World” in cui l’eroe se muore ritorna al punto di partenza, una caratteristica che sembra accomunare queste opere è che i loro mondi alternativi hanno tutte le caratteristiche di una simulazione al computer.

Più esplicito, meno esplicito, è un elemento comune: in “Vita da slime“(That time I got reincarnate in a slime), dove la figura principale si reincarna in un blob gelatinoso, c’è una sorta di interfaccia grafica che illustra i poteri speciali da lui acquisiti; una cosa del tutto analoga avviene per lo scudo magico di “Il sorgere dell’Eroe dello Scudo” (Rising of the Shield Hero), tradendo la natura artificiale della terra in cui si trovano a vivere le loro avventure.

Il messaggio è evidente: se quella in cui i protagonisti si trovano sbalzati è una simulazione di qualche entità superiore, dio o chi per esso, allora anche la realtà in cui ci troviamo è a sua volta una simulazione.

A dirla tutta, non è una visione così lontana dalla nostra tradizione. Personalmente credo che noi siamo i pensieri di Dio, la forma che essi assumono. Esistiamo perchè siamo da lui pensati.

Quando mi diverto con quelche videogioco, mi affeziono ai personaggi, e se qualcuno di loro muore per mia distrazione o errore ricomincio l’avventura, per tentare di salvarlo. Si potrebbe dire, ma cosa te ne importa di un pochino di memoria in un computer? Fregatene, tira innanzi. Ma io sono fatto così. E mi auguro che anche Dio, che fa questo mondo, abbia lo stesso temperamento, e ami noi, piccoli pensieri della sua immensa mente.

Vissuto

Le prime immagini generate dal computer – ritratti, paesaggi, semplici oggetti – erano semplici da distinguere dalle immagini reali. Erano troppo nitide, semplificate, lucide; mancavano di tutte quelle minuscole imperfezioni ed errori che si ritrovano in ciò che esiste nel nostro mondo fisico. I programmatori, i grafici, hanno lavorato duramente per immettere nei loro prodotti lo sporco, il macchiato, l’asimmetrico. Tutta l’imperfezione che la nostra percezione trova abitualmente attorno a sé, e in mancanza del quale identifica l’immagine come un prodotto artificiale, alieno.

Di qualcosa di rugoso e logoro diciamo che è vissuto: la vita implica un disordine, il mettere alla prova ogni centimetro quadro di materia. Solo l’immaginario non ha difetti.

Questo mi veniva in mente pensando a coloro che passano l’esistenza a incasellare, semplificare, ordinare; che pretendono di fare rientrare ogni cosa in categorie ben definite. Sono la controparte di coloro che vorrebbero far consistere ogni cosa solo dei suoi difetti; ma in tal caso non rimarrebbe niente da riconoscere, le cose perderebbero il loro nome e la loro definizione. La perfezione è irreale, ma un’immagine tutta rumore bianco, caos, disturbo ha perso il suo significato. Quando il difetto prende il controllo, l’oggetto è distrutto.

La realtà è riconoscibile perché è ordinata, perché la nostra ragione ne afferra le categorie. E tuttavia nel profondo sappiamo che l’attrito, l’usura, la macchia non sono evitabili. Fanno parte del mondo in cui viviamo. In qualche maniera sono attesi, accolti. Ce li attendiamo. Tanto più abbiamo vissuto.

Le storie di San Randazio: la ragazza senza amore

La canonica era fredda, in quel marzo così bizzoso. Fra’ Randazio aveva terminato di celebrare la Messa e si stava togliendo i paramenti, quando adocchiò il naso rincagnato della Sereni. E se c’era la Sereni, non poteva non esserci un qualche guaio con la piccola Elisabetta, di cui il donnone era la balia.
Fece un cenno alla donna per far vedere che aveva capito. Randazio richiuse il massiccio armadio, sospirò e si apprestò a rientrare in chiesa.
Come aveva previsto, accanto alla sagoma ursina della Sereni c’era la molto più esile Elisabetta Degli Ardenti. Il frate non poteva fare a meno di pensare che il carattere incendiario della ragazza l’avesse ereditato con il cognome. Una bella anima, ma non certo delle più tranquille.

Le due donne l’accolsero con un inchino. “Non me lo dire: il tuo padrone vuole che mi adoperi ancora una volta nella direzione spirituale per la sua figliuola” disse Randazio avvicinandosi alla coppia.
“Lei è proprio sveglio, Padre” replicò la Sereni. “Questa matta qui ha avuto ancora da dire con il babbo suo. E’ la disperazione della sua famiglia”.
Randazio ridacchiò. “Meglio una testa in ebollizione che nessuna testa”. Agitò la mano. “Via, al fondo della chiesa, o fatti un giro: te la mando quando abbiamo finito di parlare.”
Attese che la matrona si fosse allontanata, poi fece segno alla ragazza di sedersi. Due occhi verdi e vivi, un ciuffo di capelli che sfuggiva alla fascia e attraversava il viso come la banda di un capitano di ventura. “Allora, cosa è successo stavolta?”
“Padre, non ce la faccio più. Proprio in questa famiglia dovevo nascere? Mi sento prigioniera. Lei dice sempre che siamo liberi, ma per me non è vero. Non sono libera. E ho paura, paura di sprecare la mia vita. Vengo continuamente sgridata: dai miei istitutori, dalla mia balia, dai miei genitori, dalle mie amiche. Tutte dicono come dovrei comportarmi, e mi prendono in giro. Alcune sono anche crudeli. Ma io non sono fatta come loro vorrebbero che fossi. Mi dica, Padre, sono sbagliata? Devo smettere di desiderare e fare come tutte loro?” Parlava con passione, e aveva gli occhi umidi. “Mi dica lei, mi dica lei, che ha scelto di seguire una regola così stretta eppure sembra felice… come si fa a smettere di desiderare?”
Randazio la guardò, commosso. “No, non sei sbagliata. Ma stai sbagliando quando chiedi come si fa a smettere di desiderare. Piuttosto, l’opposto: tu desideri troppo poco.”
Elisabetta lo guardò stupita. “Come, poco? Ma se non fanno che rimproverarmi che ho la testa tra le nuvole!”
“Esattamente! Nelle nubi non si vede niente. Tu ti fermi alle nuvole, ma la tua testa dovrebbe stare ancora più su, nel cielo. Tu dici che hai paura: ma hai paura perché non sei libera e non sei libera perché hai paura. Ascolta, ti racconto una storia, così magari mi faccio capire meglio.”
Randazio raccolse le idee, e cominciò.
“Immaginati una ragazza, diciamo della tua età. Vede le sue amiche ciarlare contente, perché vanno a maritarsi, e sente pena per loro. Sente pena perché le conosce: ci sono quelle il cui sposo lo ha deciso la famiglia, per la sua ricchezza e la sua posizione; ci sono quelle che il marito se lo sono scelto, ma per lussuria o per gioco, il primo che si è loro proposto, e domani si daranno ad un altro.” Un certo rossore soffuse le guance della ragazza, e Randazio soggiunse ” E non mi dire che non sono cotali i discorsi usuali che si fanno tra voi fanciulle, perché di confessioni ne ho ascoltate anche troppe”.
Il frate proseguì. “Questa ragazza si sente triste e angosciata, perché vede che tutti quegli sposi non sono degni. Ma sente non degni gli altri poiché lei stessa si sa non degna.”
“Perché non è degna?” Domandò Elisabetta.
“Perché usa bene la ragione” Rispose Randazio.
“Ma come? Chi usa bene la ragione non è persona degna?”
“No, chi usa bene la ragione sa di non essere degna; chi la usa male si illude di esserlo, o non ne vede problema.”
Isabella si quietò, perplessa. Randazio continuò.
“Questa donnina si sente sempre più esclusa, sempre più sola, sempre meno libera. Vorrebbe fuggire. Un giorno va ad una festa importante, data dal Signore della sua città. Si annoia perché vede solo persone vuote; eppure c’è qualcuno che le piace, il figlio stesso del Signore. E’ un bel giovane, ardimentoso, intelligente e sensibile, e tutte le sue amiche lo sospirano. Lei, che non si sente bella come loro, come può sperare di competere con queste? E così si ritira sul balcone. Ma ecco che la porta si apre, ed è proprio il figlio del Signore, che le si avvicina e le dice “Senti, tu non mi conosci, ma è tanto che ti osservo. Questa festa l’ho data per poterti incontrare. Tu non sei come le altre. Mi hai colpito il cuore. Vorresti fidanzarti con me?”
“Oh”, disse Isabella.
“Proprio quello che dice la ragazza. Messere, risponde, vi mi fate onore, ma non sono una vostra pari. Come posso meritarvi? E lui replica, non occorre che mi meritiate, perché io vi voglio così come siete; e non preoccupatevi se non siete mia pari, perché io vi faccio tale, e sfiderò chiunque si opponga; perché per il vostro amore sono disposto anche a morire.”
Randazio si chinò verso Isabella, quasi bisbigliando. “Come pensate che tornerà a casa quella ragazza, quella sera? Con che spirito pensate che ascolterà i rimproveri e i rimbrotti di coloro che le stanno attorno? Con che viso affronterà le malelingue delle sua amiche? Dirà loro, parlate, parlate, ma niente mi può toccare, niente mi può far male; non mi importa di quello che dite, sono libera da tutto, perché lui mi ama. E come affronterà poi i compiti di ogni giorno, come si comporterà in pubblico, come prenderà i suoi doveri? Cercherà di farli al meglio, cercherà di essere migliore, perfetta, per essere degna di lui; anche se lui non lo richiede, lei vuole esserlo.”
Il frate si rilassò sul sedile. “Allora Isabella, cosa è che rende libera quella ragazza?”
“Un amore”, lei rispose. “Un amore così grande che non se lo aspettava”.
“Bravissima. Non è cambiato il mondo attorno a lei, ma è cambiata lei, perché c’è qualcuno che le vuole bene in modo totale.”
Randazio aggiunse, a bassa voce: “Capisci adesso perché sono felice, perché la mia regola non mi pesa, anzi? Perché sono libero. Perché la Verità mi ama. E ama anche te.”

La Sereni, accompagnando Isabella verso casa, non poté fare a meno di notare come la fanciulla fosse ora obbediente, cortese, il viso disteso e sorridente, trasformata rispetto a poco prima. Con queste ragazzine non puoi mai sapere, si disse, cambiano di umore come questo marzo pazzerello. Guarda come pare libera e felice, ora. Sembra innamorata.

Le acque dentro il buio

KAWAAKARI: in giapponese, lo scintillio di un fiume al crepuscolo, o durante il buio.

Vi sarà capitato, forse, di passare accanto ad un fiume nell’oscurità. Non riuscite a vederlo, ma riuscite a sentirlo: onda che si muove, come il fruscio di una grande bestia, di un indicibile animale che si snoda nel buio. C’è odore d’acqua: e di tanto in tanto un riflesso, come la scaglia di un serpente.

Il fiume scorre anche se non lo vediamo. C’è. Non si ferma, non si arresta. Tutto quello che possiamo cogliere è questo scintillio. Le stelle gli brillano dentro, il loro riflesso trascinato dalla corrente. Un’istante, è andato.
Giungerà l’alba: quello che ora è solo intuito riapparirà con la prima luce dell’aurora. E capiremo quanto il fiume è profondo.

Rinuncia

C’è pochissima differenza tra un uomo che sceglie una donna* per tutta la vita e chi non ne sceglie nessuna. Il secondo rinuncia a tutte le donne, il primo a tutte le donne tranne una. Uno rinuncia a 3.000.000.000 di donne, l’altro a 3.000.000.001. Una su tre miliardi, quella che si potrebbe chiamare una “quantità trascurabile”.

Ciò che forse non si capisce oggi è quel concetto, rinuncia. Perché mai uno dovrebbe rinunciare a qualcosa, qualcosa di così bello e appetibile? Diciamo anche solo a tre milioni di persone dell’altro sesso, alla donna, alla ragazza più bella tra mille. Non provi neanche a farla tua, a consumare un rapporto. Incomprensibile, in un mondo dove il consumo è l’ultima parola, dove la regola è lo sbeffeggiare le regole.

E’ come il viaggiatore che non percorre tutte le strade, solo quella che porta a destinazione. Rinuncia a tutte le altre per arrivare da qualche parte. A ciò che davvero gli interessa.

Ciò che davvero interessa. Forse è questo il perno della vicenda: indecisi, viziati, non capiamo cosa ci interessa davvero. Cosa è meglio per noi. Vogliamo tutto, senza renderci conto che tutto è come nulla. Vogliamo cosa abbiamo davanti agli occhi, senza accorgerci che non è ciò che vogliamo.

Esercizio: capire cosa vogliamo veramente, senza frasi fatte, maschere, infingimenti. Provate a scriverlo, adesso, proprio adesso, per non dimenticare. Fatto?

Ed ora, a cosa sareste disposti a rinunciare per ottenerlo?
Se c’è qualcosa a cui non potreste rinunciare, allora avete scritto una menzogna.


* e viceversa per le donne, ovviamente

Fuori dal cinema

Mi ricordo che avevo aspettato con impazienza i miei quattordici anni. Sarei potuto finalmente andare al cinema a vedere tutte quelle pellicole che prima mi erano vietate!
Non pensate subito male: non mi interessava niente di scollacciato. O meglio, diciamo che non era il mio genere. A quei tempi  bastava poco per proibire un film ai minori di anni quattordici, tivù private e internet erano là da venire.

Tentai di inaugurare la mia raggiunta “un po’ maggiore” età con “Zombi 2” (se non ricordo male, comunque c’erano zombie), ma il cinema del mio paese per qualche motivo annullò quella proiezione senza neanche avvisare. Sul posto incontrai una mia coetanea, che aveva avuto per me in passato una certa simpatia e che ora sapevo girare con gente maggiorenne. Mi confidò che questi suoi amici talvolta la facevano intrufolare in sala per pellicole decisamente più adulte, quelle che allora si chiamavano “a luci rosse” e di cui per essere onesto non avevo un’idea ben chiara.

Altri tempi, è chiaro. Tutte le ragazze della mia età, o almeno le migliori, uscivano con gente più adulta. Cominciavo allora a capire come il tempo potesse essere una sottile forma di ingiustizia, e che non erano tanto gli anni a contare ma quanto questi ti avevano fatto comprendere del mondo. Io, che certe cose non le ho mai volute davvero comprendere, allora come oggi sono in un certo senso condannato a rimanere fuori dal cinema. Quantomeno dalle sale di un certo tipo, e da certe per così dire amicizie.

Oggi è questo blog che compie quattordici anni. Non lo troverete molto mutato da allora a qui. Sono conscio di essere fuori moda, che non avere inseguito le ascese e le discese dei vari social mi è costato parecchio in termini di visibilità. Non ho mai voluto cavalcare certe facili onde, limitandomi nei temi e nei toni; non ho cercato spinte o scorciatoie, non sono mai entrato in certi cinema.

E, sapete, mi va bene così. Non voglio crescere più di quello che sono, per cessare di essere quello che sono. La mia è una ricerca per capire ciò che vale, che senso avrebbe inseguire il vano?
Grazie a voi, miei cari lettori. Anche voi siete rimasti più o meno gli stessi, mai troppo pochi o troppo numerosi. Spero di avervi dato qualcosa, perché voi cose me ne avete date.

Comunque, quel cinema di lì a poco cominciò a programmare solo pellicole vietate ai diciotto e poi chiuse, quella mia conoscenza non l’ho più reincontrata. E quel film di zombie, non credo di averlo mai veduto.

Legami d’amore

Ci sono certe persone che hanno una marcia in più, è inutile negarlo. Contengono più spunti interessanti e pensieri originali poche loro righe che interi volumi di presunti intellettuali buoni solo a riciclare aria fritta.
Uno di questi geni è sicuramente Remi Brague. Basta ascoltarlo una volta per rendersi conto che si trova ad un altro livello. Ad esempio, il testo della conferenza “Dio inteso come gentiluomo”, che trovate pubblicato qui da “First Things”, è una miniera di riflessioni su cui sarebbe bello dialogare.

Ne accenno solo una. Brague sviluppa il concetto che il cristianesimo non sia la distruzione del principio aristocratico, ma la sua generalizzazione, e afferma:
“La gente nobile non si lascia trascinare via dai propri capricci. Questa presunta libertà di fare ciò che piace si trova piuttosto tra gli schiavi, che fanno ciò che vogliono non appena l’occhio del padrone non è su di loro. Il paradosso è già indicato nella Metafisica di Aristotele. In una casa di famiglia, la gente libera è più legata che sciolta.”

Il paradosso è proprio questo: la legge apparentemente costringe a fare qualcosa, diminuisce la libertà; ma in realtà è liberante perché allontana il male, che rende prigionieri. Il profeta Osea lo ricorda:

Ad Efraim io insegnavo a camminare
tenendolo per mano,
ma essi non compresero
che avevo cura di loro.
Io li traevo con legami di bontà,
con vincoli d’amore;
ero per loro
come chi solleva un bimbo alla sua guancia;
mi chinavo su di lui
per dargli da mangiare.

E’ una schiavitù nutrire, curare chi si ama? Chi è così amato, è schiavo?
Il legame di amore è come l’imbragatura di un alpinista, che limita i tuoi movimenti, ma per impedire che tu precipiti. Rifiutarlo è porsi in balia del male stesso e quindi perdere quella stessa libertà a cui si mirava. E’ fuggire da se stessi, dal posto che ci è assegnato.

L’aristocratico, il gentiluomo, secondo Brague, è colui che riconosce di avere degli obblighi che gli derivano dalla sua posizione, e vi si sottomette liberamente. Per continuare il paragone della famiglia, chi non ottempera ai propri compiti dentro di essa finisce per lasciarla o distruggerla. Il cristiano è colui che riconosce come sua famiglia il mondo intero, ogni uomo.

Lo schiavo assolve i suoi compiti per paura e per obbligo, l’uomo libero, il figlio per definizione, per amore. Sa che ciò che gli è chiesto è perché chi lui ama possa stare bene. Cristo ci ha liberato dagli obblighi, dalla loro schiavitù, ci ha fatti re. Essere cristiani è sottomettersi alla verità di noi stessi; e la verità ci renderà liberi.

La strada giusta

Le strade non sono tutte uguali. Il viaggiatore che si dirige verso una destinazione, conosciuta o sconosciuta che sia, ne percorre una sola. La sua intenzione è arrivare; se di strade ne percorre mille, vuol dire che non è un viaggiatore ma un vagabondo. O che si è perso.

Il quarto mago

Il sacerdote chiuse la porta della chiesa. La messa dell’Epifania era appena terminata, e i pochi fedeli erano già scomparsi diretti verso le loro case. “Sempre meno gente”, borbottò.
Un’ombra si mosse dietro il pesante portale, e lui ebbe un sussulto. Forse uno degli zingari che stazionavano all’ingresso che si attardava per estorcere l’usuale obolo? No, invece: un anziano ben vestito, il viso percorso da una fitta rete di rughe. Un parrocchiano? Il volto non gli era noto. “Buonasera”, salutò.
Il vecchio fece un passo avanti. “Buonasera. Buona Santa Epifania del Signore”, rispose.
Ah, uno di quelli, si disse il prete.
L’anziano riprese, con una voce che sembrava più giovane dei suoi anni: “Vorrei un chiarimento sull’omelia di stasera”. Fece una pausa, come raccogliendo le idee. “Se ho capito bene, lei sostiene che l’episodio dei Magi non è accaduto davvero ma è mitico, dato che lo racconta un solo Vangelo; che in realtà non erano in tre ma probabilmente una carovana di migranti in cerca di opportunità; che il termine esatto non è magi ma maghi, che la parola indicava dei ciarlatani, e che erano comunque degli sprovveduti perché persero la stella e sbagliarono andando a Gerusalemme da un assassino, Erode, anziché a Betlemme. Ho riassunto bene il suo pensiero?”
“Beh, direi che ha ascoltato l’omelia”, replicò il sacerdote, cautamente.
Il vecchio si fermò ancora, come raccogliendo le idee. Poi continuò. “Il termine può indicare anche ciarlatani nel senso in cui anche oggi un mago lo può essere. In realtà significava astrologi, una professione rispettata in quel tempo in cui conoscere il movimento dei pianeti e delle costellazioni era gran parte dell’astronomia. Quei nobili sapienti, perché lo erano, videro nei cieli due particolari congiunzioni a distanza di poco tempo, molto rare, le quali indicavano la nascita di un grande re in Giudea. Un segno potente e inequivocabile. Non dovevano credere a quello che era tutta la loro scienza? Si consultarono e si scambiarono pareri per lettera dai loro paesi, e infine decisero di trovarsi insieme per andare ad omaggiare quel re che le stelle predicevano. Non conoscevano le Scritture ebraiche, allora, se no si sarebbero recati subito a Betlemme; pensavano, come tutti, che un re non potesse nascere che in una famiglia regale, un loro pari.”
Fece una pausa. “Ma si sbagliavano. Quando videro il bambino, la piccola casa, quella famiglia di artigiani, dapprima pensarono di essersi ingannati. Ma poi… credettero. Capirono. Quasi tutti.”
Fissò il sacerdote. “Su una sola cosa non si è sbagliato. Non erano in tre, quegli antichi sapienti. Erano quattro. il quarto mago – sa, era anche lui un re, a suo modo – era molto più sapiente degli altri. Aveva particolari conoscenze segrete, e queste lo avevano reso troppo orgoglioso. Fu lui a consigliare gli altri di cercare Erode. Ma, arrivato a Betlemme, non poté credere che quel bambino fosse più di quello che sembrava, un uomo. Si rifiutò di dargli i regali che aveva preparato. E se ne andò via.” Strofinò i piedi per terra, come assorto in distanti ricordi. “I doni degli altri servirono per finanziare la fuga di quella famiglia fino in Egitto. I suoi se li tenne. Era venuto per conquistarsi i favori di un dominatore della Terra, che senso avrebbe avuto sprecarli così? Così adesso è ancora lì che cerca, che aspetta il ritorno di quel bambino, per potere correggere l’errore di allora. Per dargli quello che gli era dovuto.” Le mani nelle tasche del cappotto rovistarono un attimo, come per sincerarsi della presenza di qualcosa. Guardò direttamente negli occhi il sacerdote, che era rimasto immobile, stupito. “Sa qual è il suo problema? Quei re, quei magi videro un segno reale, e si mossero per cercare un sovrano reale per fede in quel segno. Lei pensa che la loro sia una solo una storia, si immagina che le cose accadano secondo il suo pensiero. E quindi non si muove verso quel bambino, a cui non crede davvero. Come quel quarto mago, lei pensa di sapere, e si perde ciò che è vero e che avrebbe solo bisogno di essere guardato per essere capito.”
Il prete a quelle parole si incupì, si riscosse. “Ma che dice? Si può sapere che vuole? Chi è lei?”
Ma il vecchio si era già voltato e si allontanava nell’oscurità. Alzò solo un attimo la testa verso le stelle che cominciavano a brillare nella notte limpida, come cercando qualcosa, sembrò averlo trovato, poi sospirò, voltò l’angolo e scomparve.
Anche il prete guardò verso le stelle, ma non vide niente.

Quello che chiamano anima

E’ umido, dentro il piccolo cimitero. Sembra fare molto più freddo che fuori dalle sue mura, dove il sole nel cielo pallido si riflette sulle nevi delle montagne. Guardo le lapidi e scopro i cognomi dei miei nonni, dei miei bisnonni, di tanti che conosco. Non siamo così lontani dal mio paese. Chissà le storie che mi legano ad ognuno di loro, che mai saprò. Essere qui è come stare in famiglia, per così dire, renderti conto che sei parte di un racconto che si snoda per secoli e generazioni, dove quella precedente va a poco a poco svanendo, e la tua si dirada, si sfrangia agli orli. Penso ai nomi dei miei compagni di classe, a un appello di tanto tempo fa, a coloro che tra loro certo non rivedrò più sotto questo cielo. Il bullo della scuola, la ragazza silenziosa, l’amico andato lontano. Fili di memoria che invisibili mi legano.
Tutto sembra cambiare, si trascolora, muta, invecchia, ma conserva al centro qualcosa di solido, di immutabile, che ce lo fa riconoscere, che ce lo fa amare, ricordare, portare dentro. Chissà se è questo quello che chiamano anima.

Un bambino

Un bambino è nato.

Una nascita. Un bambino. C’è stato chi ha cercato di strumentalizzarlo politicamente; chi ha tracciato schemi, progetti. Chi lo ha veduto come un intralcio e ha cercato subito di eliminare quella nascita, quel bambino.

Quella nascita. Non è certo la politica che la definisce. Coloro che hanno cercato di buttarla in quel senso si sono trovati con niente in mano. Il Signore li ha dispersi nei pensieri del loro cuore, direbbe qualcuno.

E’ proprio dell’uomo cercare di schematizzare ciò che accade a proprio vantaggio. Pro o contro questo o quello. Incasellare. Usare.

Ma un bambino è nato. Lui è un bambino, ma è molto più grande di così. Guardatelo, e provate ad immaginare se tutte le vostre discussioni, tutte le vostre beghe, tutti i vostri furori pro o contro questo, pro o contro quello fossero niente. NIENTE.

Niente in confonto a quel singolo, unico fatto. Un bambino è nato. Quel bambino. Tutto il senso del mondo, tutta la misericordia del mondo, lì. Accettarlo, o rifiutarlo.

Potete continuare a cercare di incasellarlo, di utilizzalo per il vostro disegno, qualunque esso sia, che magari per voi è bene, ma è un vostro disegno. E voi siete polvere.

Oppure dire sì a quel bambino, ed amarlo, e cambiare, almeno per un minuto. Farsi cambiare. Prenderlo in braccio.

Così che Lui possa prendere in braccio voi.

Buon Natale.

I pensieri del loro cuore

“Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore”. Così parla il “Magnificat“, il cantico che i Vangeli dicono Maria incinta di Gesù abbia pronunciato quando ha incontrato sua cugina Elisabetta, e che fa parte della liturgia dell’Avvento.

Mi sono domandato spesso che significato abbia questa frase. Guardando all’esperienza, sono giunto alla conclusione che quando uno è superbo, quando pensa che tutto gli sia dovuto, è convinto di possedere la verità, si dis-perde. Non sa più dove si trovi realmente, vive in uno mondo suo dove è l’unico re-dio. Quel mondo sono le sue convinzioni, le sue architetture mentali, le città e i palazzi di un cuore che non ascolta altro che se stesso.

I superbi non vanno lontano: sono prigionieri di quello che sono, perduti e smarriti anche quando sembrano invincibili, fanno carriera, hanno successo. E’ un triste regno il loro.

Cos’è l’opposto della superbia? L’umiltà. Il cuore che ascolta. Il cuore di una ragazza di Nazareth che, poco più di venti secoli fa, ha scelto di essere serva, e ora è davvero Regina.

 

 

Accidenti

Ecco un’altra parola di cui si è persa traccia. “Accidenti”.

No, non l’esclamazione, ma il termine filosofico di aristotelica memoria che indica ciò che, di un oggetto, non è strettamente connesso con la sua “sostanza”. Concetto quest’ultimo affine a ciò che in un precedente post abbiamo indicato con “natura”. Ad esempio, la sostanza di un pallone da calcio è di essere tondo, la sua natura rotolare; il fatto che sia bianco e nero è un accidente, perché non è necessario che esso lo sia.

E’ una distinzione che sembra confondere qualcuno. Sì, è vero, c’è chi asserisce che non ci sono accidenti perché anche gli accidenti sono sostanza, ed altri che, all’opposto, sostengono che tutte le sostanze sono accidenti – ovvero, non esiste una legge per l’Universo. Ma non intendo costoro, quanto chi sembra non ne avere compreso appieno il significato.

Se io invece del classico pallone bianco e nero ne utilizzo uno rosso e blu, non vado”contro natura”. Non cambio la sostanza dell’oggetto, ma solo i suoi “opzionali”. Un certo modello di automobile rimane lo stesso qualsiasi pneumatico gli venga montato. Se il pallone però lo faccio cubico contraddico la sua natura, rifiuto il suo fine, altero la sua sostanza.

Così le piume di un pettirosso o di un pinguino servono sia per proteggersi che per volare o nuotare; ci sono diversi fini che riguardano lo stesso oggetto (la piuma) che non sono in contraddizione tra loro; i loro colori, nero o rosso, sono accidenti, e non sono quindi davvero importanti per quel fine; possono esserlo sotto altri aspetti – riconoscimento reciproco, mimetismo –  ma non per la piuma in sé. Sarebbe come dire che è necessario per una certa persona avere un determinato naso.

Per fare un esempio su noi stessi, l’evacuazione delle feci ha come accidente un certo grado di piacere; la fisiologia umana adotta questo espediente per ottenere che l’andare di corpo, attività in una certa maniera di per sé spiacevole, avvenga regolarmente. Il piacere non è sostanza, perché non incide sull’atto stesso – espellere materia fecale. Chi cercasse solo l’accidente andando contro la natura della parte in questione – ad esempio introducendo materiale invece di espellerlo – ne soffrirebbe le conseguenze anche serie che ogni buon proctologo vi può illustrare.

C’è chi usa il termine di Natura non nella accezione di “carattere fondamentale“, ma volendo indicare “tutto ciò che esiste”, asserendo che se troviamo qualcosa in essa allora non può che essere buono. Magari sono gli stessi che non credono in Dio perché ci sono le guerre e gli uragani. Signori, il male c’è o no? Nell’istante in cui lo indicate il vostro ragionamento crolla.

Erigere l’accidente ad assoluto, non essere consapevoli della natura delle cose, pretendere di avere dominio sopra di esse negandone contemporaneamente la verità è andare contro la natura stessa della realtà, il “contro natura” più perfetto pensabile. Perché l’uomo cerca la verità, esige la ragione, vuole la giustizia. La giustizia non può esistere senza una legge, che deve essere vera e a cui si deve giungere ragionevolmente.

E’ per questo che il mondo è imperfetto: perché ricerchiamo quella perfezione, quell’andare delle cose secondo la loro natura. Perché questa è la nostra natura.

 

Serietà

Il sesso è roba troppo seria per lasciarla agli amanti del genere.

Un bimbo ci è stato dato

un bambino è nato per noi,
ci è stato dato un figlio.

Isaia 9,5

Un bambino.
Cosa c’è di più nuovo, cosa porta più  cambiamento? I padri, le madri lo sanno. La vita non sarà mai più la stessa, nella gioia, nell’affanno. È il compiersi di una profezia sulla nostra stessa esistenza; è un punto di arrivo ed insieme un punto di partenza.

Un bambino ti ruba il sonno, l’energia; devi essere presente, proteggerlo, perché da solo non può combinare niente. Si affida tutto a te, ed è per questo che tu accetti quel sacrificio. Magari borbottando, dolendoti per la vita di prima che non tornerà, mugugnando, ma se sei uomo, se sei essere umano, se la tua natura è di uomo, se la tua natura è di essere umano allora lo fai. Per quel bambino. Ci stai.

Perché quel bambino sei tu, quel bambino è il tuo futuro, e sai che se gli volti le spalle un domani non ce l’avrai. Perderesti il senso della vita, cioè ciò che ti fa essere uomo, perché un uomo senza scopo non è un uomo. Passeresti il resto della vita rimpiangendo ciò che hai perduto, a non vivere pur vivendo.

Ecco perché Dio ha scelto di essere un bambino in mezzo a noi. Perché tutto questo si realizzasse. Perché decidessimo di essere uomini. Adesso, non poi.

Contro natura

Quando si parla di “contro natura” spesso la reazione è un tapparsi le orecchie. Occorre domandarsi se ciò sia dovuto ad un rifiuto per così dire “filosofico” del concetto, o sempliemente perché non lo si è capito fino in fondo.

Per sgomberare il campo da questo sospetto andiamo a prendere la definizione di “natura” che ci interessa: secondo la Treccani è

“Con riferimento a uomini, animali o cose, condizione o modo di essere originario, primitivo, intrinseco e che costituisce carattere fondamentale e stabile di una collettività o di un determinato tipo.”

E’ chiaro? E’ ciò che costituisce la – appunto – natura profonda di qualcosa, ciò che lo caratterizza. “Contro natura” è quindi qualcosa che va contro questo carattere fondamentale: è il suo uso improprio, la sua contraddizione, il mancare di rispetto ad esso.

Quando parlo di “opposizione filosofica” mi riferisco al rifiuto di credere che un tale substrato profondo esista. Che ci sia cioè un livello dell’esistenza per cui le cose hanno uno scopo, sono fatte in quel particolare modo per un fine. Se non si crede questo, allora, saluti: è inutile andare avanti, perché se “natura” non ha significato, neanche “contro natura” ne ha.

Coloro che sostengono questa posizione, però, dovrebbero spiegare perché, ad esempio, un ombrello è fatto in quella maniera. Se non ci fosse un fine nelle cose, una natura che le definisce, un ombrello potrebbe essere fatto come una teiera, e noi ci ripareremmo dalla pioggia con un sandalo. Tutti questi oggetti sarebbero intercambiabili tra di loro. Ah, ma quelli sono oggetti inanimati, potrebbe dire qualcuno, non è così per i viventi, che possono decidere cosa essere. Può anche essere vero: un pinguino può decidere di essere un leone, e comportarsi di conseguenza.  Auguri per la savana. Oppure si potrebbero scambiare di posto mani e cistifellea; fatemi sapere quando, sono curioso di vedere. Forse qui ci sarebbe da fare una distinzione su decidere che una cosa sia e credere che una cosa sia.

Uno potrebbe anche sostenere che le mie sono ubbie da cattolico. D’accordo: ma se non sbaglio voi siete evoluzionisti, vero? E che cos’è “il più adatto” darwiniano se non il sostenere che ci sia una forma migliore, una natura migliore per fare le cose? La selezione naturale non si chiama così per niente.

Mettendo da parte il caso di coloro che rifiutano il concetto, lasciatemelo ribadire: quando si asseconda la natura di qualcosa, quella è al suo meglio; quando si cerca di piegarla a qualcosa che contrasta, quando si va contro natura, c’è un prezzo da pagare.

Lasciatemi fare un paio di esempi per spiegarmi meglio.
Assumiamo che la natura dell’ombrello sia riparare dalla pioggia: io lo posso usare per spaccare i sassi, ma cosa avviene? L’ombrello, oggetto fragile per natura, si rompe, e non è più in grado di svolgere quella che dovrebbe essere la sua funzione primaria. L’ho usato contro la sua natura: ne paga le conseguenze.

L’articolazione del nostro gomito è fatta per funzionare fino ad un certo angolo tra braccio ed avambraccio. Se mi metto in testa che sia solo una costruzione sociale, un retaggio medioevale di una società che ci vuole sottomessi e tento di superare quell’angolo limite piegando il gomito all’indietro, senza dubbio potrò dimostrare che quell’angolo può essere superato, ma nel farlo mi spezzerò i tendini e forse qualche osso. Sono andato contro la natura del mio corpo, del mio gomito. Ne pago le conseguenze.

Sì perché, vedete, ogni parte di noi si è sviluppata – o è stata progettata, se preferite – per uno scopo ben preciso, e la fisiologia del corpo mira a quel fine meglio che può.  Così certe funzioni fisiologiche sono associate al dolore, o al piacere, per fare sì che noi facciamo ciò che dobbiamo fare. Il fine detta la loro natura, e se anche certe parti di questo processo possono essere adibite ad altri scopi c’è da ricordarsi cosa accade quando uso impropriamente della natura di qualcosa.

C’è una conseguenza da pagare.

Sarebbe il caso forse di fare altri esempi, ma sono sicuro che, leggendo, un paio siano venuti in mente anche a voi.

 

Il solo ordine

Alcune considerazioni dopo il post di ieri.

Cosa è più importante, il regalo o la persona che te lo fa? Solo il superficiale, l’egoista, il cinico può dire il primo. Se trovi la tua casa ordinata vuol dire che qualcuno te l’ha messa a posto; apprezzi l’ordine, ma esso non ci sarebbe senza l’ordinatore. Che tu l’apprezzi vuol dire che condividete qualcosa che vi permette di capirvi vicendevolmente. Siete legati, e non è un legame che tu hai deciso, una definizione da te inventata. E’ un dato, cioè è data. Puoi mettere in ordine, ma non sei tu che fai l’ordine.

Cosa vuol dire “ordinare”? Vuol dire mettere le cose al proprio posto: presuppone le cose, e un posto, e che questo sia comprensibile, e che questo sia buono. Chi definisce l’ordine definisce anche ciò che ho elencato.
Non riusciamo a concepire il caos come entità a sé stante, ma solo come mancanza di qualcosa, perché noi siamo costituzionalmente fatti per un ordine, siamo intrinsecamente ordinati. Chi costituisce le cose, costituisce anche te, fa anche te, proprio perché anche tu fai parte di quell’ordine.

Un ordine buono. Perché senza l’ordine non potremmo capire niente del mondo. Oh, noi umani cerchiamo di metterci del nostro, ma di solito roviniamo tutto, Per questo quando si entra in contatto con l’ordine vero, quando si capisce quella luce cosa sia, non la si può più abbandonare. Non si può lasciare chi l’Ordinatore stesso ha mandato per mostrarcelo:

Un giovane ordinato.
(…)
Fino al giorno in cui aveva cominciato il disordine.
Introdotto il disordine.
Il più grande disordine che ci sia stato nel mondo.
Che ci sia mai stato nel mondo.
Il più grande ordine che ci sia stato nel mondo.
Il solo ordine.
Che ci sia mai stato nel mondo.

(Peguy, “Il mistero della carità di San Giovanna d’Arco”)

Perché? Perché quell’ordine è ciò che ti fa, quell’ordine è amore, e rinnegarlo vorrebbe dire rinnegare la stessa essenza di cui si è fatti, rinnegare noi stessi. Quant’è più grande rinnegare invece la nostra immagine di noi stessi, costruita di menzogna, di assenza di luce, di disordine, per arrivare al vero “io”. Questa la scelta, che un Dio amorevole pone alla nostra libertà.

Neanche a farlo apposta, ho trovato stamattina questo pezzo del grande Robert Spaemann, uno degli ultimi grandi filosofi cattolici del nostro tempo, appena passato al Padre.

Ecco alcuni passaggi:

“(…) O Dio c’è oppure l’autocomprensione dell’uomo in quanto essere di ragione, vale a dire in quanto persona, è un’illusione. (…)
Ragione, ratio, significa tanto ragione quanto fondamento. La visione scientista del mondo considera il mondo e dunque anche se stessa come priva di un fondamento. La fede in Dio è la fede in un fondamento del mondo, che lui stesso non è senza fondamento, dunque irrazionale, ma “luce”, trasparente a se stessa e così suo proprio fondamento. (…) La sottomissione incondizionata alla volontà di Dio, che si rivela in ciò che accade e in ciò che noi non possiamo modificare, è l’atteggiamento fondamentale di tutti coloro che credono in Dio. 

Ma che cosa significa sottomissione a ciò che noi non possiamo modificare? Non è forse più dignitoso almeno rifiutarci di accettarlo? Ma a chi interessa questo, se Dio non esiste, se il destino è cieco e l’universo indifferente all’accettazione così come al rifiuto o addirittura alla protesta? Quando Giobbe protesta davanti a Dio, questo accade perché egli pensa a Dio come ad un essere a cui appartiene il fatto di essere buono. Nella protesta si trova ancora il riconoscimento di Colui al quale noi rivolgiamo la protesta. Se noi lo considerassimo indifferente al dolore del mondo, non avrebbe alcun senso protestare […]. 

Il discorso sulla bontà di Dio, su Dio che è amore, smarrisce il suo punto sconvolgente, se passa sotto silenzio chi è colui di cui si dice che Egli è amore, se cioè passa sotto silenzio che Egli è la Potenza che guida la nostra esistenza e il mondo, che muove il sole e le altre stelle. Soltanto tale Potenza, infatti, può salvarci dalla morte. L’idea di un amore assoluto, infinito, resta un’idea regolativa, se in essa non viene pensata l’unità di due assolutezze, quella del fattuale, del destino, e quella del bene […].

L’occhio che inesorabilmente dirige e che è allo stesso tempo inesorabilmente buono appartiene esso stesso all’essere, altrimenti l’essere non sarebbe tutto. Ma vale anche il contrario: se il bene fosse impotenza, allora non sarebbe il bene tout court. Poiché l’impotenza del bene non è bene. La fede nella potenza del bene è ciò che ci consente di abbandonarci attivamente alla realtà, senza dover temere che, in un mondo assurdo, anche ogni buona intenzione produce il contrario.”

Leggetelo tutto, perché spiega in maniera sublime ciò che io ho stentatamente cercato di comunicarvi. Quella Lux Aeterna, mandata per salvarci: luce da luce, Dio vero da Dio vero.

L’ordine della luce

Dicono che per vedere qualcosa occorrono due elementi, gli occhi e la luce. In realtà noi però non vediamo “qualcosa”, vediamo proprio la luce.
Non è vero che senza la luce che illumina non riusciremmo a vedere: tutta l’informazione è portata proprio da quei fotoni che ci raggiungono. Non sono i servi del messaggio, il messaggio sono loro.
Guardo un panorama sul mio computer:  ma non c’è nessuna valle, nessuna catena di montagne all’interno dello schermo, solo qualcosa che genera un dato che le mie pupille recepiscono. Il monitor, una televisione, uno schermo cinematografico sono generatori di luce, non di oggetti.

La luce ha quindi dentro di sé un senso, che interpretiamo. Questa interpretazione è tutto quello che conosciamo: ma come distinguere se l’informazione è autentica o simulata? Se esiste davvero qualcosa di corrispondente a ciò che l’esterno ci comunica?

Anche se quella immagine fosse falsa, la sua stessa esistenza ci dice che c’è qualcosa fuori di noi, che comunica con noi. Passivamente con il solo esistere, o attivamente generando quella luce modulata che ci arriva. Una testimonianza di un ordine che ci trascende, più grande di noi, perché quel flusso noi non lo controlliamo anche se sappiamo interpretarlo. Lo state sperimentando ora, in questo stesso istante: leggete, capite. Il fatto che la visione sia intelleggibile significa che abbiamo la chiave per comprenderla, per comprendere ciò che ci circonda. Quella facoltà che, nella sua accezione più alta, si chiama ragione.

Oggi è Santa Lucia. Quella ragazza di Siracusa di diciassette secoli fa rinunciò agli occhi e alla vita per non negare quello che aveva capito. Cioè che l’ordine della luce non è casuale, non è semplicemente un fatto da dare per scontato. Facendosi togliere la capacità di vedere vedeva più lontano di tutti i suoi torturatori, perché lo sguardo del cuore arriva più lontano degli occhi.

 

Mi tradisco

Come faccio a rimanere fedele a me stesso, se sono un idiota traditore che non mi capisce?

Hacker russi

Scorro distratto la posta. Uno strano avviso mi salta all’occhio: “Qualcuno ha appena utilizzato la tua password per tentare di accedere al tuo account.”
Sbatto le palpebre. Eh?

Google, bontà sua, mi sta avvertendo che una manciata di minuti fa, mentre stravo guidando, qualcuno ha fatto accesso ai miei dati. Da un dispositivo diverso dal solito. Da Oblast’ di Astrachan’, Russia.

Acc. Mi hanno craccato l’account. O, più probabile, hanno rubato la mia password in qualche maniera.

Naturalmente la cambio immediatamente. Controllo Gmail, Twitter, tutto ciò che da quella parola chiave dipende. Non sembra che abbiano usato la mia posta per cercare di influenzare le elezioni americane, o abbiano twittato a nome mio pubblicizzando farmaci miracolosi. Apparentemente, sembra tutto in ordine. Nessuna criticità.

Eppure non riesco a togliermi di dosso un senso di disagio. Non è che ci siano segreti, nelle mie mail; ma è come se qualcuno mi avesse frugato nel cassetto dei calzini. Siamo abituati ad avere un nostro mondo privato, e chiunque, chiunque, deve starne fuori. Roba mia.

Penso a come sarebbe se ogni nostro segreto fosse pubblico. Se ogni nostro pensiero più riposto fosse conosciuto da tutti, Se non si potesse nascondere niente, né a se stessi né a quanti ci circondano. Basta inganni, bugie, mezze verità. Nessuno sotterfugio possibile.
E mi domando se, forse, non si vivrebbe meglio. Molte meno preoccupazioni. Perché affannarsi, tutti saprebbero come siamo, E noi sapremmo di loro.

Rido tra me. Davvero smetteremmo di ingannare noi stessi? E poi, immagina cosa accaderebbe se non potessimo celare la nostra parte più oscura. Quanta gente morirebbe, uccisa da chi gli sta accanto.
Davvero ci interesserebbe sapere tutto degli altri? Curiosità morbosa forse all’inizio, ma presto diventerebbe una noia mortale. Pur potendo diremmo no, grazie, tienteli pure i tuoi pensieri. Il mio hacker russo scorrendo la mia posta deve essersi soffocato a sbadigli.

E mi viene un pensiero maligno: e se non fosse vero? Se fosse un trucco di Google per spaventarmi e farmi accettare tutte quei “miglioramenti” invasivi di sicurezza che ho continuato ostinatamente a rifiutare? Cosa meglio di un hacker russo per mettere paura alle persone?
Bah.
In fondo, chissenefrega.
C’è uno solo di cui dovrebbe importarmi, e Lui sa già tutto di me. Lui conosce ogni password perché è proprio Lui che tiene su il grande spettacolo del mondo.

 

Il padre perfetto

L’altro giorno una persona paragonava l’amore per Dio a quello per la persona amata, per il proprio sposo o sposa.
A mio parere il paragone non è del tutto corretto. E’ molto più pertinente la similitudine che Gesù stesso ci suggerisce: quella filiale. L”amore della propria vita” uno se lo sceglie, in una certa maniera; con lei, con lui, può capitare di litigare, di lasciarsi, e si diventa come estranei, o peggio. Il padre o la madre, invece, uno non se li sceglie: sono dati, sono inevitabili, è un legame che anche nella rabbia e nell’aspro confronto non si può mai spezzare. Esisterà sempre, sarà sempre possibile un ritorno.
Per i figli il padre dopo una giornata di duro lavoro prende e va, la madre si consuma a stare loro dietro. Di fronte all’irriconoscenza (“che schifo c’è per cena?”) il genitore si arrabbia, ma il giorno dopo sarà ancora lì per loro.

Che pazienza ha con noi il Padre perfetto.

Sua

Ognuno ha la sua verità, che spesso è falsa.