L’inconfessabile desiderio

Ci siamo tanto rassegnati alla menzogna sistematica come mezzo di comunicazione che pensare che qualcuno scelga di dire comunque il vero è diventato solo un inconfessabile desiderio.

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XXII – Non Credo… che sia Cattolica

“Credo nella Chiesa…cattolica…”

Così la ridicola formuletta che vi stiamo insegnando a smontare pezzo per pezzo, cari amici demoni. Vogliate notare come qui quel “cattolica” non voglia essere un nome proprio, ma un aggettivo. Vuol dire “davvero universale, di tutti quanti”. Quegli ipocriti sostengono che proprio tutti potrebbero farvi parte.

Non è vero. Noi demoni no. Vorremmo, ma non ce lo permettono. Pensate che noi, se potessimo, non parteciperemmo a qualcosa che dicono meraviglioso? Eppure non ci lasciano. Dicono che dovremmo abbandonare le nostre convinzioni e le nostre idee. Pretendono il nostro cambiamento, imponendoci il loro modo di vedere e pensare. Solo perché ci piace quello che loro definiscono il male, dovremmo essere esclusi? E perché?

Mi sembra estremamente ingiusto. Il Nemico-che-sta-lassù pretende che ci adeguiamo alla sua mentalità, vuole dettarci i criteri di esclusione e inclusione. E il multiculturalismo? L’essere aperti ad altre mentalità e ad altre posizioni? Noi siamo portatori di nuove idee, di un nuovo tipo di approccio al mondo. Siamo i profeti della modernità, anzi, la modernità stessa è opera nostra. Tutta questa storia dello svecchiare, di essere giovani e trasgressivi, da chi credete prenda origine? Siamo noi ad averla inventata. Noi siamo fantasiosi, intelligenti, propositivi. Proattivi, come dice qualcuno. Noi smontiamo i luoghi comuni e li riassembliamo perché ci siano utili.
Quindi perché, se volessimo, non potremmo stare nella Chiesa con tutti i nostri peccati di cui siamo assolutamente orgogliosi? Perché non ci possiamo entrare con tutto il nostro odio per il Nemico? Perché non potremmo impossessarci di essa e riplasmarla secondo i nostri gusti? Se veramente si dice cattolica dovrebbe permettercelo. Incoraggiarci, persino. Noi siamo le pecorelle che vogliono abolire il pastore, gli autentici rivoluzionari, i futuri padroni del gregge. Noi siamo parte del popolo, anzi, noi siamo il popolo, nella sua più alta accezione, i suoi più veri rappresentanti, quello che lo capiscono meglio di tutti. Abbiamo lavorato con gli umani e sugli umani fin dalla loro creazione, come li conosciamo noi non li conosce nessuno. Siamo noi che suggeriamo loro cosa credere, cosa desiderare…se la Chiesa è fatta per tutti gli uomini, chi meglio di noi per esserne i capi?

Eppure veniamo tenuti fuori con scuse banali. Come pretendere che ci sia, prima, la verità.
E quando educatamente osiamo proporre la nostra opinione, il nostro punto di vista differente, subito fanno un esorcismo per scacciarci. Cattolica? Bah!

Stando così le cose, se non possiamo entrare in essa e renderla nostra, dobbiamo distruggerla. Sconfessare quelle riga del Credo che la chiama aperta a tutti. Lavorare per renderla esclusiva, un club riservato a pochi scelti. Pochi e sempre meno, fino a  scomparire come merita. Noi non possiamo entrarci? Che non ci entri più nessuno.

Amici tentatori, assecondate la naturale tendenza delle bestioline umane a sentirsi superiori! A fare gruppo! Escludere antipatici e indesiderati non sarà difficile.

Per prima cosa fuori i peccatori, naturalmente. Tutti quelli che hanno difetti, problemi, colpe non possono entrare in un consesso così puro. Li si escluda. Politici? Fuori. Ladri? Fuori. Corrotti? Fuori. Mafiosi? Fuori. Razzisti? Fuori. Fuori chi ha un comportamento sessuale non corretto. Fuori chi ha peccato contro qualsiasi comandamento. Dentro ci rimangano solo i puri. Avremo compiuto così la nostra vendetta verso quelli che ci hanno seguito ed hanno pensato di potere abbandonare la nostra Chiesa, quella di Nostro Padre che sta Quaggiù. Eh no, amici dannati, qui all’Inferno il nostro programma è raccogliere, puoi chiamarti fuori ma non potrai mai lasciarci. Raccogliamo tutti, accogliamo nessuno.

Cari umani, scegliete il vostro criterio preferito per discriminare e applicatelo. Bianchi, neri, di destra, di sinistra, ricchi o poveri, di questo o quel popolo, di questa o quella nazione. Avete tutte le scuse per mandare via chi non sopportate. Fatevi la vostra Chiesa esclusiva, che sarà sicuramente migliore della vecchia. Garantiamo la nostra assistenza.

Sarebbe però sbagliato limitarsi a lavorare dal solo lato dell’istituzione. L’esclusione più forte è l’autoesclusione. Basta convincere il mortale che non potrà mai fare parte del club perché non pensi neanche di farvi domanda di ammissione, e cominci a guardarlo con odio. Gli esseri umani odiano sempre ciò dal quale si sentono esclusi.
Esclusi, perché? Perché si è commessa una colpa così grave che non si pensa possa essere perdonata.

Fate confondere loro chi pensa al bene con i  benpensanti. Che la consapevolezza del loro peccato li tenga lontani. Si pensino indegni. Non devono neanche considerare di poter essere perdonati. Non devono rendersi conto che la Chiesa è lì proprio per loro. Devono aver vergogna a parlare al dottore del loro male, pensare di poter essere guariti da esso. La vergogna, o l’esservi così affezionati da non poter pensare di abbandonarlo.

Poi ci sono gli autoesclusi di segno opposto. Coloro che non vorrebbero mai fare parte di un’organizzazione che accolga quelli come loro. Se la Chiesa è veramente per tutti allora prego, che ci vadano pure. Io non sono come la massa, dice il mortale: io mi chiamo fuori, questi hanno rovinato tutto. Se vogliono accogliere ogni persona, anche le peggiori, allora non possono essere nel giusto.

Nell’uno o nell’altro modo, questi umani cessano di essere universali. Cosa non è universale è particolare, e si sa che il diavolo è nei particolari.

Mi sono spiegato? I servi del Nemico sono così convinti che ciascuno possa trovare il suo posto nella loro organizzazione che così si fanno chiamare: cattolici. Mentre la nostra idea di universalità è che non debba esistere niente al di fuori di ciò che ci è utile e che possiamo controllare. Cosa non riusciamo a possedere deve smettere di esistere. Diventare nulla: e, si sa, il Nulla contiene il Tutto. Il Nulla siamo noi.

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A Marte!

Non so se l’abbiate saputo, ma ieri Elon Musk, proprietario della compagnia SpaceX – fabbrica razzi spaziali, per intenderci – ha annunciato il suo piano per colonizzare Marte.
Voi direte: ma con tutti i problemi che abbiamo qui sulla Terra…?
Appunto. Il nostro personaggio dice: presto o tardi qui avverrà il disatro, quindi meglio non tenere tutte le uova nello stesso paniere, se vogliamo sopravvivere come umanità.

Quando ero ragazzo riempivo grossi bloc-notes della mia versione dei prossimi mille anni di storia. Avevo previsto che l’uomo avrebbe messo per la prima volta il piede sul pianeta di un altra stella nel 2021. Nei tardi anni ’70 sembrava una data lontana ma plausibile, per la velocità alla quale stavamo viaggiando. Sembravamo diretti verso lo spazio senza sbagliare, entro una decina d’anni avremmo colonizzato la Luna, poi il Sistema Solare…
Ovviamente siamo in netto ritardo. Nonostante la tecnologia di oggi faccia sembrare le missioni Apollo dei giochi da bambini non siamo andati da nessuna parte. Perché non siamo voluti andare da nessuna parte.
E non perché ci siamo dedicati a risolvere i problemi della Terra, come ad un certo punto tanti hanno cominciato a chiedere a gran voce. In un certo senso, l’opposto.

Mi pare che il ritrarsi dallo spazio, dalla frontiera, non sia che lo specchio del ritrarsi dell’uomo dentro se stesso. Del suo progressivo disinteressarsi di ogni cosa che non sia il proprio ombelico. La perdita dell’ideale. La perdita delle stelle.

I maestri dell’epoca d’oro della fantascienza, gli anni ’30 del secolo scorso, non avevano mai pensato che sarebbe stata lo Stato a esplorare lo spazio. Nei loro romanzi era il genio matto, il grande industriale a fabbricare il razzo, magari nel sottoscala. Ma i capitani di industria, oggi, sembrano più propensi ad investire in borsa che in sogni. Fino ad ora, almeno. Quel piano che Musk ha proposto per colonizzare Marte è allo stesso tempo apparentemente fattibile e tremendamente ardito.

Ci riuscirà? Magari tecnicamente potrebbe: temo che sarà la politica a fermarlo.
Forse sono solo diventato troppo cinico, ma temo che un’umanità senza sogni e senza sbocchi sia l’obbiettivo di troppa gente che conta. Il sognare di nuovo le stelle potrebbe innalzare troppo il pensiero a ciò che alle stelle sta dietro.

Anche se riuscisse a fare quello che propone, Marte non sarà l’Eden. Perché l’uomo rimane sempre lo stesso, su questo mondo come lassù. Ma se accettassero i vecchi sognatori come me, io la mia firma ce la metterei per andare. Sì, perché amo la Terra, ma il cielo è sempre stata la mia destinazione. In un modo o nell’altro.

Non c’è più

Non c’è più. Sono salito per la strada devastata dal cantiere, nella valle stretta e silenziosa, temendo il peggio. Quando sono arrivato lì, ho subito compreso.

C’era un laghetto, sotto la cascata, le dimensioni di una stanza, le acque trasparenti e verdi sempre mosse. Tutt’intorno erano gli alberi; dovevi superare i cespugli di lamponi e poi saltare tra le rocce, per arrivarvi.

Era bello stare lì, con il sole che traspariva dal fogliame, il fresco degli spruzzi trascinati dal vento, la danza delle libellule. Era uno dei miei posti segreti, dove rilassarsi, dove pensare.

Hanno costruito la vasca dell’acquedotto. Uno scolmatore in cemento armato adesso occupa quello del laghetto era il confine; hanno accumulato massi e sabbia per fare arrivare la strada, le crudeli ruspe.

Non so che bisogno ce ne fosse; non mi interessa neanche saperlo, in fondo. Il vedere quella devastazione di qualcosa che avevo caro mi ha fatto pensare a tutta la bellezza che non vedremo più, perché ci abbiamo costruito sopra.

Chissà le nostre case, cosa c’è sotto. Quali splendidi prati, foreste silenziose, luoghi perduti nell’avanzare di quello che chiamiamo progresso, di quella che è la nostra vita.

Io non avrei il coraggio di essere architetto, o ingegnere edile. Mi mancherebbe il cuore di distruggere, fosse pure per costruire. Sono troppo morbido. Forse troppo bene abituato.

Abbandono il mio laghetto, che non c’è più. E ripenso alle foto della valle di qualche decennio fa, a quei prati dove ora ci sono solo alberi, paesi ora solo rovine, pietre ammonticchiate che tra pochi anni spariranno del tutto.
C’era l’uomo, adesso non c’è più. Neanche il cemento è eterno; eterno è altro, e non si può cancellare.

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Ragnatele

La ragnatela viene tessuta dove tutte le mosche passano

Appare sempre più evidente, ogni giorno che passa, che internet non è poi così libera. Ci sono controllori che decidono chi favorire, chi condannare all’oblio.
Davvero ci potevamo illudere che i proprietari dei social network, i concessionari del servizio di rete, i gestori delle informazioni si sarebbero limitati a fornire una piattaforma neutrale, senza sfruttare il potere che si sono presi, che gli abbiamo dato? Andiamo. Siamo in presenza di monopolisti, con un controllo che neanche ci immaginiamo su quanto pensiamo sicuro, personale. Ritenete che basti una password a proteggere la vostra privacy? Loro sono i custodi delle vostre password. Hanno le serrature, e pure le chiavi. Sono loro che le fabbricano.

Oh, quant’è stato comodo dare tutto in mano loro. I nostri dati, i nostri soldi, ogni particolare della vita. Per farglieli gestire, per toglierci la preoccupazioni. Per la nostra sicurezza.

Quando i padroni di internet, uno dopo l’altro, hanno cominciato a schierarsi in modo graduale su una posizione comune dentro di me non ho avuto dubbi: è cominciato. O meglio, è finito: credo che tra pochi anni ci ricorderemo con nostalgia di quando potevamo scrivere quello che volevamo ovunque in rete.
Se i media che tutti usano ti censurano, puoi dire quello che vuoi, ma nessuno ti ascolterà. Forse i blog, relitti di un altro tempo, potranno rimanere attivi ancora per un po’; lì ci sarà bisogno di leggi apposta che qualcuno sta già scrivendo.
Salvatevi questa pagina da qualche parte mentre esiste ancora. O meglio, no: potrebbe costituire prova a carico, in un domani che forse sarà.

Mi ha sempre colpito il termine web, ragnatela. Le ragnatele non le vedi quasi, sembrano trasparenti, ma ci sono.
E appiccicano. E’ difficile tirarsene fuori.

Ci hanno fatto entrare nel web dicendoci che era la libertà.
Ora si scopre che loro sono i ragni.

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XXI – Non Credo… che sia Santa

Gli esseri umani mica l’hanno capito cosa vuol dire santa. Va bene, dobbiamo ammetterlo: un pochino di quella confusione è anche merito nostro.

Prima di insegnarvi come abbattere la pretesa che la Chiesa del Nemico-che-sta-lassù sia santa dobbiamo almeno noi comprendere che significa. Il senso originale di “santo” è qualcosa o qualcuno di separato, distinto, che non si mischia con l’ordinario. Che non può essere sporcato, che è inviolabile per definizione. Che è saldo, sicuro. Insomma questi nel Credo sostengono che non solo i peccati e le brutture ordinarie non hanno presa sulla Chiesa, ma che neanche noi demoni, con tutta la nostra potenza, saremmo in grado di farne quello che vogliamo.

Questo, lo capite bene, è ridicolo. Se volessimo potremmo impadronirci in ogni momento della fortezza del Nemico. E’ solo per sfizio che ci limitiamo a violarla, a rovinarla, a oltraggiarla. Già solo questo basterebbe a bocciare come del tutto sballata la sua pretesa di santità.

Credete che noi non siamo in Vaticano o in ogni parrocchia? Ci siamo, eccome. Non ci credereste a quanti ne abbiamo sul libro paga, dei suoi presunti servi, quanti sono nostri utili idioti o anche solo conoscenze interessate.

Pensate che i preti, i vescovi, i cardinali siano immuni al nostro consiglio? Ci sono tra voi parecchi diavoli che ad un concetto come questo si faranno grasse risate. Non solo non sono immuni, ma spesso ci cercano; anzi, credono di fare il loro mestiere tanto meglio quanto più ci danno ascolto.

Sono tantissimi i sacerdoti che non credono più. Magari sono entrati nella Chiesa perché avevano una fede vera, ed una volta lì hanno scoperto con raccapriccio quanta corruzione, quanto male conteneva. Sono rimasti orripilati da pessimi sacerdoti e da meschinità ; la fede l’hanno perduta, e adesso credono solo al loro tornaconto. Di tanto in tanto qualcuno di loro si rende conto che è diventato esattamente come chi gli ha fatto smarrire l’idea del bene: in tal caso, puniamo severamente il suo demone tentatore per avergli permesso di accorgersene.

Ma questo è ancora niente. Non c’è solo gente che inganniamo; ci sono anche quelli che sanno perfettamente con chi hanno a che fare, quando parlano con noi. Non solo non gliene importa, ma ne sono contenti: credono che ciò li aiuterà ad avere successo. A fare i loro interessi. Il Nemico ormai lo considerano, giustamente, un perdente. E’ incredibile come proprio chi dovrebbe avere un’idea chiara di quelli che sono i nostri poteri e i nostri fini finisca per sottovalutarci e dimenticare cosa l’attende. L’illusione e l’orgoglio degli umani sono la nostra più grande forza.

Un sacerdote che non sia santo non solo è inutile alla Chiesa, è utile a noi. Purtroppo, però, la mancanza di santità di tanti non basta a cancellare la santità della Chiesa stessa. L’ha costruita bene, il Nemico; è lui che garantisce la sua inviolabilità. Per quanto traditori siano gli armigeri sulle mura e talvolta persino i comandanti delle truppe, il castello continua a non cadere. E’ proprio il suo non mollare la presa che ci impedisce di abbatterne le torri.

Finché non riusciremo ad interrompere il collegamento della Chiesa con lassù non l’avremo vinta. Non facciamo a nostra volta l’errore di sottovalutare il Nemico: la sua Grazia è un’arma potente e sleale, che ci costringe ad arretrare. Non cesserà di concederla fino a quando ci sarà anche un solo uomo che sia santo, che conservi quel rapporto con lui, o anche solo il desiderio di quel rapporto. Fino a quel giorno la fortezza non crollerà.

I santi, malgrado tutti i nostri sforzi, sono più numerosi di quanto ci augureremmo. Non lasciamoci ingannare dalla nostra stessa propaganda, ci sono ancora troppi esseri umani, troppi preti e laici che insistono a fidarsi del Nemico, a confidare in lui. Le nostre piccole vittorie, le loro piccole cadute troppo spesso non bastano a fare capitombolare il mortale nei nostri calderoni, specie se questi sa bene che esistono e provvede a riprendersi dopo ogni scivolone. E’ proprio quella Chiesa non dannata che li aiuta. La santità degli uomini non è un muro che noi possiamo infrangere una volta per tutte, è una strada da cui possiamo tentare di sviarli ma su cui possono sempre tornare.

E’ sul cancellare quella strada, o fare sì che porti da tutt’altra parte,  che dobbiamo concentrarci.
La fortezza può anche continuare a stare dritta, per quello che ci importa, e può anche darsi che le nostre porte non prevarranno mai su di essa: ma se nessuno vorrà più entrarci il nostro lavoro sarà compiuto. Ogni volta che un credente dimentica il suo catechismo la Rocca diventa un luogo più remoto. Ogni volta che un prete racconta la sua idea di Chiesa invece di quello che la Chiesa è, sempre più gente si perde, cercando quello di cui avrebbe bisogno e non trovandolo. Ogni volta che un vescovo ascolta noi, le nostre idee, i nostri schemi piuttosto che la voce dei suoi predecessori, le sue pecorelle si domandano per quale motivo dovrebbero ancora cercarla, quella Rocca, quando evidentemente si sta assai meglio a casa nostra.

E’ una questione di marketing: se i venditori non sono convinti del loro prodotto e sotto sotto consigliano quello della concorrenza, quella santità che tanto ci disturba smetterà di esistere. Perché nessuno la vedrà più. Diventerà invisibile e invivibile.

Se la santità è differenza dal mondo, una volta che la Chiesa e il mondo coincidono non è che non ci sarà più il mondo, non ci sarà più la Chiesa. Nessuna santa separazione; nessun pastore, solo pecore smarrite e noi lupi affamati. Salvare vuol dire mette al sicuro; una volta che si è perduto quel luogo protetto, quel riparo dal pericolo, nessuno può essere salvato. Se il santuario è smarrito, non c’è più un luogo al quale tornare. Se lo si pensa una minaccia invece che un aiuto, non lo si cercherà, lo si eviterà con cura.

Nessuno si salva. Tutto diventa nostro, ed è inutile che scappiate, mortalucci: dove andrete, senza un luogo santo in cui rifugiarvi?

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Correggiamoci

Discutevo in questi giorni con gli amici di libertà e verità. Di che altro vale la pena di discutere?

Da quello che mi sembra di avere capito nella vita, la Verità viene prima della Libertà. Sì, la libertà è importante; ma la vera libertà è aderire a ciò che è vero, perché altrimenti si ficca in un vicolo cieco e diventa meno libertà.
Mi facevano notare però che il rischio che si corre con la verità è di assolutizzarla cioè, come diceva il Papa qualche tempo fa, di dimenticare che è relazione. Una definizione di verità è che essa c’è quando le cose sono come credo; senza le cose con cui relazionarsi rimane solamente un intelletto slegato e la definizione non si compie.
Da bravo cattolico, so che la Verità è Gesù Cristo – Dio fatto persona incontrabile, via, vita. Quindi ho il vero quando incontro, mi relaziono con le cose, le persone usando il criterio di Cristo e non il mio progetto di su esse.

Se la verità è un uomo, io non potrò mai possederla: sarebbe come  schiavismo nel significato più deteriore. E posso conoscerla come conosco un uomo, come conosce un uomo – pensate alla persona con cui avete più confidenza, e a quanto vi manca per comprenderla davvero. Ma bisogna conoscersi per comprendersi, bisogna stare assieme e farsi compagnia: cum-panis, mangiare il pane assieme, condividere la vita, perché da soli sappiamo bene quanto ci si può fissare sui propri errori. Cor-reggendoci, reggendoci a vicenda per non cadere, per cercare meglio questa relazione, questa verità.
Essendo piccolino, in questa mia ricerca posso sbagliare, e l’altro può sorprendermi con strade a cui non avevo pensato o non avevo considerato. Allora nella mia ricerca della verità devo formarmi un giudizio: qui sta la mia libertà.

Quindi posso dire a qualcuno “amico, amica, stai sbagliando”; ma con timore e tremore, conscio che potrebbe essere mio il giudizio ingiusto, e che sarò giudicato con lo stesso metro da me usato.

Amici, cerchiamo di non sbagliare, ma questo non è possibile; allora, cerchiamo di correggerci.

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La vera causa del terrorismo, scoperta

In America, i presunti atti intenzionali di matrice sconosciuta senza legami credibili con il terrorismo – avrebbero potuto anche essere semplici casalinghe che avevano dimenticato l’esplosivo nella pentola a pressione – si sono improvvisamente solidificati in un afgano barbuto parecchio sovrappeso.
E la motivazione degli attentati? Ora è evidente, ce l’hanno ripetuto alla nausea. Odia i gay.
E’ chiaro: se uno mette bombe sui binari del treno o al passaggio di una corsa la motivazione non può che essere quella. Islamico? Naah, non vale neanche di pena di dirlo – e infatti non viene detto. Odia i gay, basta e avanza. Come si sappia non lo so, apparentemente odia anche la matrigna ma forse questo non basta per fabbricare bombe.

Quindi, voi tutti che frequentate luoghi a rischio, sappiate che non dovete guardarvi attorno per tizi barbuti o donne con il burqa stranamente rigonfio, ma stare attenti ai pericolosi odiatori di gay. Già rifiutare il matrimonio omosessuale è sospetto, come fosse il primo passo per il massacro. Dicono che loro i gay non li odiano, ma come fidarsi di gente così? Che uno comincia con il sostenere che la vera famiglia sono uomo e donna e poi finisce a sgozzare bambini. Bisognerebbe internarli fin da subito, quei pericolosi omofobi, che da un momento all’altro potrebbero farsi esplodere. Sono repressi, certo che esplodono. Carcere preventivo non appena manifestano l’opinione, sono una minaccia alla sicurezza. Peccato non poterli bombardare.

Giornali, telegiornali, social e quanti altri: aiutateci a denunciare anche più di quanto già facciate questi omofobi che minano la nostra civiltà dell’ammore, anche se magari si mimetizzano tagliandosi la barba e dimagrendo. Senza demonizzare nessuno, eh, che potrebbero esserci anche dei musulmani di mezzo.

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Vicolo cieco

La vita si diffonde generando altra vita. E’ la maniera in cui va avanti l’Universo, non la turba di un cattolico integralista. Ogni essere cerca di fare sì che la propria prole sia numerosa, forte, pronta ad affrontare le sfide e la competizione. Esiste un solo tipo di vivente che invece si esalta per la morte, e talvolta è convinto che il massimo dell’esistenza sia l’infecondità dell’unione.
E’ l’uomo: non tutto, ma una parte di esso, alcuni suoi esponenti. Che fanno di tutto per escogitare maniere per togliersi di mezzo, se non come persone come stirpe.

Insomma, sono contro la vita: e mi domando se questo non sia perché non si sentano inadatti a viverla, si pensino vicolo cieco che debba essere rimosso il più in fretta possibile dallo schema delle cose. Magari non consciamente; forse è la maniera in cui il mondo è fatto che li spinge a ciò, per cui ogni cosa che non dà frutto inaridisce e muore. Come una pellicina, un capello secco che cade. Il loro disseccamento volontario è l’anticorpo della natura stessa.

Perché realizzino il loro programma autodistruttivo sicuramente ci vorrà del tempo. Il tempo che la natura concede per ripensarci, per cambiare visione delle cose, per capire meglio chi si è, la bellezza e il senso del vivere. Poi, il tempo finisce.

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Disparitarie

Qualcuno si compre il macchinone, qualcuno va tutti gli anni a fare ferie in posti esotici, qualcuno si piglia tutto all’ultima moda. La nostra famiglia ha deciso di investire sull’educazione. I nostri figli fanno un liceo paritario. Quest’anno l’inizio è stato un po’ traumatico. Il primo giorno due professoresse si sono presentate nella classe di mia figlia. “Noi faremo italiano, faremo latino”. Sono state con lei e i suoi compagni tutta la mattina. Quelle insegnanti non le hanno più viste. Le ha chiamate lo Stato, ad anno scolastico ormai iniziato, a ricoprire dei ruoli nella scuola pubblica. Le ultime defezioni, per ora,  sono state venerdì. Persone convocate per il giorno seguente in scuole in altre province, all’improvviso. Che dovevano fare? Hanno accettato di andare. La scuola pubblica può permettersi di pagare di più, perché la paritaria è così tar-tassata che altrimenti le rette sarebbero più onerose di quello che già sono, troppo. Il posto statale è una garanzia; le paritarie devono sperare di avere abbastanza allievi, di non ricevere mazzate in tasse ulteriori, blocchi di fondi o problemi edilizi. E i punteggi in graduatoria? Per quanto affezionati, uno si fa i conti in tasca. Eh sì, uno a guardarla così direbbe che lo Stato stia facendo di tutto per strangolare l’educazione non centralista e indipendente.
Così si può permettere di rubare fuori tempo massimo la metà dei docenti altrui. Buona scuola? Forse: intanto, quello che si vede è pessima organizzazione.
Non mi sento di dare torto a quei professori che hanno messo in seria difficoltà le loro scuole di provenienza con le loro defezioni. Ma qualcuno al ministero dovrebbe rimetterci la testa, per questo disservizio. Cioè, se fossimo in un paese serio, invece di dargli la promozione.
Una massima afferma che non bisogna attribuire a malizia ciò che è ascrivibile alla sola stupidità; però un’altra dice che a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

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XX – Non credo… in Una Chiesa

Ah. Una, una sola Chiesa. In questo dovrebbero credere gli uomini? Ma non fatemi ridere!

Noi gli esseri umani li conosciamo bene. Siamo da millenni in questo business. Non per niente ci siamo meritati questo soprannome “diavoli”, quelli che dividono. A me, piace molto. Mi sento capito, rappresentato. E’ il nostro mestiere, ci piace farlo e lo facciamo bene. Il Nemico-che-sta-lassù, al contrario, ha il pallino dell’unità. Li vorrebbe tutti uniti stretti-stretti, i suoi cocchini. Ma se lo può scordare. Facciamo molto più in fretta noi a separare che lui a rimettere insieme.

Come al solito, però, la colpa è sua. Noi l’avevamo raccomandato: che bisogno c’è di farli diversi l’uno dall’altro? E’ molto più semplice ed economico stamparli in serie. Tutti uguali. Ti levi un sacco di problemi.
Il Nemico, lui no. Vuole fare le cose a modo suo, lui. Così ogni animuccia ha il suo ragionamentino, ha il suo parerino, ha la sua sciocca libertà. E poi si lamenta che si dividono. Per forza, la divisione è nella loro struttura. Noi, noi stessi siamo nella loro struttura. C’è un diavolo in loro.

A cose fatte, dopo essersi reso conto del disastro compiuto, il Nemico afferma che gli va comunque bene così. Che l’unità che desidera per loro deve essere scelta, non imposta. Anzi, che proprio dal fatto che restano uniti si possono riconoscere come suoi.
Che faccia tosta. Pur di non ammettere un errore di progetto, guarda che riesce a tirare fuori. Se ne è reso ben conto anche lui, come fossero, quando era il falegname di Nazareth: persino tra gli apostoli che si è scelto non ce n’erano due che volessero la medesima cosa. Altro che unità, sono tutti fuggiti ognuno in direzione diversa. Se non interveniva lui stesso a rimettere ordine, se non mandava il colombaccio a tirare loro in testa lingue di fiamma, di chiese diverse ne avremmo avuto una dozzina. Pazienza: ci abbiamo pensato noi dopo a rettificare la situazione.

Se desiderassero solo il Nemico, certo che sarebbero uniti. Il Nemico è Uno. Ma i desideri possibili sono tanti e diversi, e cozzano tra loro. Finché ci sarà desiderio di potere, finché vorranno dominare, l’unità se la possono scordare. Ma le beghe di potere sono niente rispetto alle divisioni che suscitiamo sulla verità.
Ci sono tanti che considerano la verità affare loro, e non qualcosa a cui aderire. Ci sono tanti che ritengono la giustizia come loro dominio, e non una cosa da ricercare. E moltissimi ritengono che la loro idea di bellezza sia l’unica che valga la pena perseguire. Avete idea di cosa succede quando queste idee vengono a contatto con altri che possiedono le stesse identiche convinzioni ma punti di vista differenti? Quanto più saranno convinti di essere nel vero  e nel giusto tanto più saranno divisi, e tra loro scoppieranno battaglie e guerre senza fine.

A noi queste guerre stanno benissimo. Anche se una parte finisse per vincere, non sarebbe comunque la verità a prevalere, ma la forza usata per sostenerla. Se la forza vince, noi vinciamo. La forza siamo noi, la guerra siamo noi. E quanto ci piace che a farla siano coloro che pensano di adorare per questo il Nemico. Ogni morte di innocente è un urlo di sofferenza. Quello del suo uccisore, dopo la morte, nel nostro inferno. La dannazione di chi si ritiene giusto è il nostro più grande risultato.

Occorre però fare attenzione, perché il confine è sottile.
Il rischio è che questi combattenti siano tanto innamorati della verità che finiscano per vederla. E’ per questo che è nostro compito esacerbare gli animi, in modo che la verità divenga scusa, così che l’avversario sia considerato come un nemico e non come un fratello che cerca la loro medesima cosa. Non cerca chi pensa già di aver trovato, ricordate?

Quando sono insieme, i seguaci del Nemico sono una forza inarrestabile. Ma questo, grazie a noi, non avviene. Troviamo sempre una quisquilia, una carabattola, un malinteso o una verità su cui dividerli.

L’argomento più forte è il loro peccato. Quanto sbagliano, ma quanto amano rinfacciare agli altri di aver sbagliato. Dovrei essere una sola cosa con uno con la faccia così?, si chiede il nostro uomo mortale. Una sola cosa con qualcuno di così stupido, gretto, orgoglioso, antipatico, ladro e omicida, bestemmiatore e bugiardo. Mai! E non si accorgono che si stanno guardando allo specchio.

Naturalmente è una lotta dura. Il Nemico ha quel suo maledetto vicario che per quanto noi possiamo corromperlo, imprigionarlo, umiliarlo e sbeffeggiarlo è come un capitano che non permette alla barca di affondare. Ha quel suo popolo che è come un nocchiero che non perde la rotta. E tra i marinai fa sorgere spesso quei santi maledetti su cui le nostre arti più infami sembrano scivolare via.

Se vogliamo dividere la sua Chiesa dobbiamo separare tra loro questi suoi punti di forza. Dobbiamo porre il sacerdoti contro il papa, il papa contro il popolo, il popolo contro i sacerdoti. Non dobbiamo tralasciare nessun sotterfugio, usare le tattiche più estreme. Se il popolo si disgusterà della Chiesa, dei suoi sacerdoti infami e peccatori, e la Chiesa del popolo, gregge ignorante e riluttante, la loro unità si dissolverà come neve al sole. Poche tentazioni ben mirate alle persone giuste, i nostri usuali servi a insinuare e calunniare, e vedrete che anche al fedele più ostinato verrà il dubbio che si stia meglio da soli.

Ad ogni uomo la sua fede, ad ogni fede la sua Chiesa. Differente. Nel proprio orticello l’uomo sia re e papa, con i suoi dogmi e le sue liturgie, illudendosi di farlo per illuminazione divina. Quanto più semplice è guidare invece che seguire. Guidare per dove? Lo sappiamo noi.

Sì, amici demoni. Dovete incoraggiare i fedeli a pregare. Purché lo facciano da soli, non come parte di una Chiesa ormai troppo stretta per loro. Che ognuno preghi la sua divinità: basta che con il Nemico abbia poco a che fare. Che sia la sua immagine sbiadita e deforme, la sua scimmiottatura. Vedrete che poco per volta assomiglierà sempre più a Nostro Padre che sta Laggiù.

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Quando si apre

C’è un momento durante la salita ad una vetta che mi piace particolarmente.

E’ quando sei molto in alto, nei pressi della cima, e d’improvviso cominciano a svelarsi le montagne intorno.

Mentre cammini salendo sei in una valle, e lo sguardo non può spingersi lontano; salvo che verso il fondo,in basso, verso il luogo da dove sei partito; ti volti, e vedi quelli che ti erano parsi ostacoli giganteschi come nient’altro che gobbe del paesaggio. Poi, a poca distanza dalla vetta, lo sguardo comincia a riversarsi fuori, oltre i confini che ti hanno limitato finora, e oltre i crinali più bassi si rivelano le montagne vicine. Poco a poco il limite dell’orizzonte si estende, finché non arrivi sulla cresta, e vedi.

Tutto intorno a te cime che si tingono d’azzurro in lontananza, nevi eterne, e percepisci di essere un puntolino che arranca sulla crosta di un pianeta enorme, ma non così grande. Come le stelle in cielo, il panorama ci ricorda la nostra finitezza, la nostra incommensurabilità. E parla d’infinito.

Quando si apre l’orizzonte, si apre il cuore.

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Con gli interessi

L’ambasciatore USA si schiera per il sì al referendum, evocando peste e cavallette in caso di vittoria avversa? Non ci vedo nulla di strano. Le potenze, grandi e piccole, si sono sempre immischiate negli interessi degli altri per fare i propri interessi.
Il nostro presidente del Consiglio non va forse a fare marchetta da Obama pestificando Trump? E allora? Sono amici, e si sa che gli amici si lavano le mani e forse anche i panni tra di loro. Amici in senso lato, certo: più che amore reciproco – love is love, but power is better – hanno interessi comuni. Forse anche progetti comuni. In cui la gente comune probabilmente entra solo come lana da pettinare.

Quindi, perché scandalizzarsi? Piuttosto domandiamoci se i loro interessi coincidano poi così tanto con i nostri…

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Essere lui

Avremmo tanto bisogno di persone – sacerdoti, educatori, politici, magari anche amici e parenti – che ci aiutino a guardare in alto e non verso il basso della propria lagna.

Ragion per cui smetto di lagnarmi, e quello cerco di essere io.

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Semi d’acero

E così sono il padre di un paio di liceali.
Stamattina li portavo verso il loro primo giorno di scuola.
“Mi ci vorrà almeno un mese per riprendermi”, borbottava il maggiore, la luna che più storta non si può. “Emozionata?” chiedevo alla minore, debuttante: “Non so”, la risposta.
Mi rivedevo alla loro età, la testa piena di sciocchezze, e allo stesso tempo di cose grandi e uniche. Inquieto per l’arrivo di un futuro sconosciuto e minaccioso, sconcertato per la perdita di quella libertà che la mancanza di responsabilità concede, per l’ebbrezza di quella libertà che si ottiene con la responsabilità. I miei sogni impercettibilmente mutavano, e mi sembrava di avere perso la magia della giovinezza. Di essere in un’era grigia, senza splendore, cieco di quanto avevo, di quanto avrei potuto avere.

Mi torna in mente la strofa conclusiva di una poesia che scrissi, più o meno alla loro età:

Percorrere di nuovo le sale
Salire ancora i gradini
La chiave l’avevo, è smarrita
E ora il tempo ha confini

Non so se i miei figli si sentano così. L’adolescenza è come l’elica del seme d’acero, fatta apposta per portare lontano dai genitori. I loro pensieri camminano lontano dai miei. Ma se così fosse vorrei che sapessero che quella chiave è appesa dove è sempre stata: in un posto che io non so, e che loro devono riscoprire.

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XIX – Non Credo…nella Chiesa

Credere nella Chiesa? Assolutamente no. Aggiungerò: chiunque possa credere in un’accozzaglia di esseri umani quale è la Chiesa del Nemico è un folle e uno stupido. E noi demoni siamo tutto meno che folli e stupidi.

In un certo senso i mortali possono anche essere tollerati se credono nel Nemico-che-sta-lassù. Sbagliano, certo, però in fondo anche noi diavoli un tempo ci credevamo, prima che Nostro Padre Infernale ci aprisse gli occhi. Ma seguire altri uomini? Degli esseri limitati ed idioti? Bisogna davvero essere dei fessi. E gli uomini lo sono.

Eppure è proprio quello il metodo che il nostro vecchio datore di lavoro ha escogitato per toglierci le anime dai denti. Una comunità di idioti che credono in lui. Che si ricordano l’uno con l’altro che devono evitarci (la memoria umana è corta). E, maledetti, funziona.
Se un umano pensa di fare da sé allora è probabile che l’eternità la passerà dalle nostre parti. Sì, perché preso da solo il mortale è un bocconcino facile per dei diavoli come noi. Come fa un essere di intelligenza ed astuzia limitate come l’uomo medio a sperare di batterci, noi che c’eravamo quando il sole ha cominciato a brillare? Non ha alcuna possibilità.

Se nessuno gli spiega perché resistere alle tentazioni non ci proverà nemmeno.
Se nessuno lo incoraggia ad avere speranza, cederà alla disperazione.
Se nessuno lo perdona, sarà schiacciato dal peso della colpa. O stabilirà di non avere nessuna colpa: il genere di mortale che ci piace di più, perché non si pone limiti nel dare dispiaceri al suo creatore.
L’essere umano con religione fai-da-te può sperare al limite di essere giusto; ma la giustizia che adopererà sarà la sua giustizia. Una giustizia alta come lui. Se è anche onesto, farà onestamente il male di cui è capace. Di tanto in tanto anche un po’ di bene, ma farà fatica a distinguerlo.

Sì, perché generalmente gli uomini sono convinti di essere il fratello maggiore.
Ve lo ricordate il fratello maggiore, nella parabola che gli umani chiamano “del Figliol Prodigo”? Dovreste averla studiata ai corsi di “conosci il tuo Nemico”. Il fratello maggiore è quello che sta a casa, onesto, giusto, e che si incavola perché suo padre perdona tutto a suo fratello lo scapestrato. Quasi nessuno si identifica con il ragazzo sciagurato, quello con le mani e il cuore bucato. Cosa che ci rende felici.
Pensano di non essere così. Di essere onesti e giusti. Che non fanno niente di male, loro. Ovviamente si sbagliano: se no, cosa staremmo a fare, noi?

Che grande coscienza dovrebbe possedere l’umano per comprendere quanti doni del Nemico, quale parte di eredità butta via ogni momento. Se sapesse la quantità di Grazia che gli viene riversata addosso durante ogni giorno che vive, ogni minuto! Ah, le volte che rimaniamo lì, a digrignare i denti perché il suo angelo custode si batte all’ultima piuma! Certo, questo tipo d’uomo non va in una città lontana a spendere i soldi paterni, si limita a sprecare i doni del cielo andando al lavoro e scordandosi della bellezza che gli è stata regalata. Quanti ne abbiamo dannati, tra la scrivania e la macchinetta del caffè! E a casa, in famiglia, nel tempo libero, credete sia diverso? Quanti anni scialacquati vivendo senza vivere, in attesa di noi!

La Chiesa, nel progetto del Nemico, dovrebbe essere quella casa a cui tornare. In cui c’è un padre che ti accoglie e che ti sfama con cose che nutrono. Se però l’umano è convinto di essere il fratello maggiore, penserà di essere già a casa. Quando uno si sente a casa, perché e dove dovrebbe tornare?

Proprio questo è il metodo principale per neutralizzare quel “Credo nella Chiesa”: convincere i mortali di non averne bisogno. Non ha senso cercare qualcosa di cui non si capisce la necessità, di cui si ignora persino l’esistenza. Così sussurriamo agli umani quanto sono bravi, belli e buoni; quanto sono giusti, quanto hanno ragione, sempre. Questo vale tanto di più se il mortale fa già parte della Chiesa. In fin dei conti, anche il fratello maggiore della parabola sbagliava stando a casa sua, no?

Uno che si crede migliore di tutti gli altri non ascolterà i consigli di nessuno. Peggiore l’opinione che ha degli altri, più alta quella di se stesso.
I fedeli devono sembrargli un’accozzaglia di vermi. Ogni caduta di un credente deve essere presa ad esempio per mostrare quanto sia poco affidabile una Chiesa così. Quando sono disprezzabili coloro che ne fanno parte! Non sono giusti, non sono bravi, commettono errori, non sono perfetti. Sì, non fategli desiderare niente di meno della perfezione. Non deve riflettere che la Chiesa è fatta apposta per i peccatori, e lui è uno di essi; che se fosse perfetta, non ci sarebbe posto per quelli come lui.
“Credo in una idea divina, ma non nella Chiesa”, occorre fargli dire. Così che dimentichi la realtà per un’idea.

Se poi riusciamo a sbaraccare del tutto la Chiesa, tanto meglio. Secondo le nostre previsioni non manca molto. In casa loro siamo riusciti a fare parecchia confusione. C’è chi è convinto che i figli cattivi vadano cacciati di casa; chi li vorrebbe seguire nei postriboli, per far vedere di essere moderni; chi vorrebbe trasformare la casa stessa in un casino. Quelli che hanno ancora lo spirito dei padri e di padri sono ormai molto pochi: quella stessa parola, padre, manca poco che sia messa fuorilegge.

Non facciamo troppe illusioni, però. Il Nemico gioca sporco: quante volte ci sembrava di averli sradicati per rivederli poi spuntare? E’ per questo che occorre spargere veleno a piene mani, in maniera che chi vorrebbe tornare veda una dissoluzione peggiore di quella che lascia e cambi idea. La Chiesa deve abbandonare l’umanità, come l’umanità deve abbandonare la Chiesa. Senza la Chiesa nessuno ricorderà chi sia il Nemico; senza l’umanità, la Chiesa non ha scopo. I fedeli del Nemico andranno combattendo tra loro ognuno per la propria strada, che si separerà sempre più da quella degli altri. Ma tutte le strade conducono nel buio, ai nostri fuochi senza luce.

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Non sono diversi

Una nota a margine del quasi unanime massacro mediatico dei CinqueStelle di questi giorni.
A parte che al resto dell’Italia cosa succede in comune a Roma può non importare così tanto, mentre la copertura che i media vi dedicano supera quella riservata al terremoto; mi sembra che tutti facciano a gara a dire una sola cosa: “Visto? Non sono diversi”.

Vi dirò cosa trovo davvero drammatico. Ok, come da previsioni non sono diversi. Ma, riflettiamo: da chi?

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Lacost

“Ho comprato una Lacoste al mercato”, mi disse mia madre “e l’ho pagata pochissimo”.

Erano molti molti anni fa. Non si era scafati come adesso. Guardai la maglietta. “Mamma”, le dissi, “non hai comprato una Lacoste, hai comprato una Lacost. Non è roba autentica.”

“Come no”, mi ribatté, “ha persino il coccodrillino!”

“Si, mamma, ma se noti questo qui ha la coda diritta, mentre in quelle autentiche è ripiegata. Inoltre è cucito praticamente sull’ascella.”

La qualità di quella maglietta era veramente pessima, e fu prontamente adibita a maglia di casa.

Comunque fu un insegnamento prezioso. Cioè che occorre stare attenti a ciò che finge di essere ciò che non è, lascia credere di avere qualità che non possiede, magari ostentando un nome che suona bene. La realtà rivela l’inganno. E poveretti quelli che, credendoci, se lo sono pigliato.

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Qualcosa da vivere

La mamma spinge il passeggino su per la rampa. Ce ne sono tanti di bambini a questo breve pellegrinaggio, quasi una passeggiata nei boschi, al bel santuario dedicato alla Madonna qui al fondo della val Grande di Lanzo. Tantissimi, e allegri.
Li guardi e capisci cosa vuol dire fecondità: qualcosa che nasce, che cresce; e non per niente la parola ha la stessa radice di felice.
Fecondo come questi monti, come questa vita. Che produce un incessante flusso di gioia, nonostante le tante brutte vicende dei nostri giorni, dei giorni di ognuno di noi.
Mi è chiaro, come non mai, che sta proprio qui la differenza: amare la vita, tutta la vita, o non amarla; amare l’eternità che quella vita chiede, o non amarla.

Non è un pensiero, un concetto; non è un giudizio politico, una fissa clericale.
E’ qualcosa da vedere. Meglio: è qualcosa da vivere.

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Verità vo cercando

Molti cercano la soluzioni dei loro problemi in ideologie di morte. Queste ideologie sono tanto più deleterie tanto più sono accoglienti dell’errore, tanto più partono da un errore.

Molte sono le idee umane. Alcune più piccole, altre più grandi.Tutte le idee hanno un fondo di vero,altrimenti non potrebbero nascere e crescere. Ma l’idea che pensa di essere la completa realtà è un’idea deforme, che si è deformata fino ad essere irriconoscibile; un’idea egoista e cieca. Nessuna idea può essere tale, perché esclude ogni idea che non è stata ancora pensata.

Una religione è la più pericolosa delle idee, in quanto per definizione vuole dare una risposta umana alla realtà intera. Non esiste maggiore disgrazia di una religione che ha perso l’idea del vero per limitarsi a contemplare se stessa allo specchio. Guarda solo il suo riflesso e diviene incapace di vedere ciò che dovrebbe – tutto il resto. Diventa una risposta senza domanda. Una risposta senza domanda distruggerà qualsiasi cosa che non sia se stessa, ciò che la mette in discussione: tutte le altre domande, e chi le pone. Il soggetto della religione non necessariamente è un dio; può essere anche il denaro, il progresso, il futuro, l’ecologia, il cibo, persino il nulla, non importa. Perché in ultima analisi tutte queste cose divengono lo specchio per il sommo egoismo, per se stessi: chi pensa di essere la risposta.

L’Islam sicuramente ha al suo interno il germe del massacro perché, se da un lato parte dalla necessità di una spiegazione per ciò che esiste, dall’altro la risposta che dà è quella del totale asservimento della realtà ad un dio che, poiché è muto, non può parlare che attraverso uomini. Niente eguaglia la ferocia degli uomini. L’Islam è quindi intrinsecamente feroce, se preso alla sua fonte. Per questo ha tanto successo: è dominio di uomini sugli uomini, tramite una risposta che ha perso la sua domanda vera.
Ma non crediamo che il cristianesimo sia immune da questa lebbra. Ho visto troppe volte elevare il particolare all’universale, scegliere un aspetto per giudicare il tutto. Ho sentito talvolta su di me il giudizio di colui che si ritiene giusto; e magari lo è, per il piccolo perimetro di quanto vede. Qualcuno lo chiama fondamentalismo, ma è diverso; la chiamerò ideologia. E’ ancora una volta il particolare che parla, la giustizia delle piccole cose; la famiglia e la libertà, la misericordia e l’accoglienza. Tutte verità che, nell’istante in cui pretendono di essere la sola verità, cessano di essere tali. Quant’è facile cadere; quant’è facile presumere.

Allora io vado cercando la Verità che comprenda tutto, che non mi faccia lasciare indietro niente, che non sia ideologia. Non può essere niente che arrivi da me, quindi.

Da cosa riconoscerò che è vera? Dal fatto che non una singola cosa vera va persa.

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XVIII – Non Credo…nei profeti

…e ha parlato per mezzo dei profeti???

I profeti sono sempre stati un problema, per noi. Gente fastidiosa, di cui non c’è da fidarsi. Dicono la verità che è e la verità che sarà, e questo è indisponente. Della verità possiamo fare benissimo a meno. E questo vale anche per i mortali.

Gli umani non vogliono sentire il vero. Anche se sostengono di desiderarlo, soprattutto quando sostengono di desiderarlo. Sono una massa di mentitori: come potrebbero volere qualcosa così lontano dalle loro abitudini? Pensate un attimo a quelli che avete in custodia. Con quanta accuratezza evitano gli imbarazzi usando mezze frasi o complete falsità. “Come stai? Tutto bene? Sei felice? Mi ami?” Volessero una risposta sincera, non farebbero domande del genere. Che dire della maniera in cui si autoingannano sulla vita, sugli avvenimenti che accadono loro? Se ascoltassero il vero di accorgerebbero di vivere un’esistenza insopportabile, ed ammattirebbero. Noi rendiamo un servizio preziosissimo, suggerendo di ammantare di menzogna ogni pensiero. Di lasciare perdere quanto è autentico per far finta di vivere il sogno. Possono almeno illudersi di essere passabilmente contenti con la miserevole vita che il Nemico-che-sta-Lassù concede loro.
Sì, la menzogna è invenzione nostra, e ne siamo fieri. Pensate che squallore senza di essa. Ogni cosa sarebbe come il Nemico vuole, mancherebbero del tutto il guizzo di ribellione, la libertà, la fantasia che ci caratterizzano. I mortali? Ne sono entusiasti, gli idioti.

No, non vogliono la verità: se fossero sinceri lo ammetterebbero. Ma guardateli: tifano per sportivi prezzolati a cui non importa niente di loro, pronti a vendersi al miglior offerente; votano politici di cui già sanno la completa cattiva fede, ma che scelgono per partito preso; si rifiutano di guardare fino in fondo la loro ideologia, di portarla alle sue ultime conseguenze, perché se no ne sarebbero così schifati che si rinchiuderebbero in casa a vomitare.
Vivono nel loro mondo immaginario, incapaci di sincerità, finché un giorno muoiono e si accorgono con raccapriccio di non avere mai vissuto. A questo punto interveniamo noi a rassicurarli: tranquilli, da ora in poi ci pensiamo noi a voi. Quello che avete vissuto era solo il prologo; ora vi aspetta l’eternità, quaggiù all’inferno.

Tutto bene, se non fosse per questi profeti. Saltano fuori all’improvviso, pieni di disgustosa grazia, e indicano la menzogna. Non la nascondono, come tutti gli altri; la portano anzi in piena luce, in modo che tutti si possano accorgere di cosa sia. Capite? Noi fatichiamo nell’ombra per anni, a volte per decenni o per secoli, al fine di tessere una rete di bugie che possa soddisfare la sete di falso dell’umanità; arrivano loro e in quattro e quattr’otto la smantellano, aprono in essa buchi tanto grandi che tutti i pesci fuggono. Giudicano il mondo corrente e preannunciano quello futuro: portano speranza, quell’orrendo veleno, nel cuore di chi li ascolta.

Capite bene allora che occorre salvare le nostre pecorelle dalla luce malata del vero, prima che si guardino attorno e capiscano dove li stiamo portando. Di questi figuri occorre sbarazzarsi il prima possibile, con le buone o le cattive.
Per quanto riguarda le cattive non credo che ci sia bisogno di grandi indicazioni.
Per quanto riguarda le buone…
Quei profeti di cui si parla nel Credo devono rimanere confinati in un passato morto e sepolto. Devono restare figure arcaiche, vecchi barbogi dalla lunga barba bianca che non hanno niente a che fare con l’oggi. Non deve neanche balenare alla mente che possano essere contemporanei, che vivano una vita comune, che stiano parlando in questo momento, che possano indicare proprio adesso la strada giusta per la felicità.

Che il tizio che dice cose scomode e vere possa essere un profeta ai mortali non deve venire mai in mente. Che lo Spirito possa ispirarlo…ma quando mai! Più lontano pensano il Nemico dalle cose di ogni giorno, meglio è per noi. Al loro sguardo il profeta contemporaneo deve apparire uno strambo, un contaballe, un pazzo, un prezzolato da chissà quale organizzazione. Alternativamente un arretrato, uno fuori dal tempo, che non capisce la modernità; oppure troppo avanti, un visionario, che non coglie la necessità di ogni giorno. Se predice il futuro – che gli sia suggerito dal colombaccio, o che ci arrivi applicando la logica alle situazioni – basta contrapporre alle sue previsioni cupe un futuro radioso, il nostro.

Dobbiamo rendere impossibile credergli. Ostacolarlo in ogni maniera.
Non è difficile, perché il profeta per sua natura si mette nei guai. E’ scomodo perché parla delle cose del Nemico, va contro il Potere, perché il Potere siamo noi. Abbiamo un sacco di servi che non sopportano la scomodità, e pensano di saperne di più di chiunque altro. Non è difficile: siamo noi che diciamo alla gente come pensare.

Il profeta avrà i giornali contro, i politici contro, la gente contro. Si faranno beffe di lui, perderà il lavoro, eventualmente sarà imprigionato. Anche il profeta è un uomo. Anche lui può cedere.
Quanti ne abbiamo fatti fuori così!

Per squalificare i restanti la tecnica abituale è creare falsi profeti che soverchino quelli veri.

I nostri profeti hanno l’aspetto da profeti, parlano da profeti, si comportano da profeti. Tutte le televisioni e i salotti li esaltano come vati di questo tempo. I loro no. Sembrano persone del tutto comuni, persino troppo comuni, donnette, omacci, professori o sempliciotti che siano.
Come potrebbero credere a loro e non a noi? Eppure posseggono un alone di verità che non riusciamo a cancellare neanche sporcandolo con le nostre peggiori menzogne.

Il Nemico parla per mezzo loro, e noi non riusciamo a farli stare zitti. Più facciamo loro la festa, moralmente o fisicamente, più ne rispuntano. Sono infestanti, e non riusciamo a sradicarli.

Non sappiamo quando o dove sorgerà il prossimo, perciò dobbiamo stare attenti. Sono loro la bocca del Nemico, e si possono incontrare ovunque. Come riconoscerli? Portano la speranza e la verità.

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Fertilità

L’agronomo disse, “Maestà, il nostro popolo soffre la fame. Troppi contadini hanno lasciato le campagne a causa delle alte tasse sul raccolto, e i nostri campi un tempo fertili sono deserti. Già ora siamo costretti a importare grano dall’estero: se continua così, sarà carestia. Bisogna incoraggiare i giovani a riprendere l’aratro in mano.”

Si alzò il Grande Esperto, e fulminò l’agronomo con uno sguardo di disprezzo. Il Grande Esperto era un famoso generale che non aveva mai combattuto una guerra, un noto economista che non aveva mai amministrato niente, e naturalmente era altrettanto esperto di agricoltura.
“Quante storie!” Disse il Grande Esperto. “Ditemi voi se ha senso incoraggiare i giovani a coltivare, quando non sanno se pioverà o no, se potranno o no mantenere la fattoria. Invece di spingere a coltivare campi fertili, come nel medioevo, bisognerebbe dare fondi e contributi per coltivare Pesche del Gibuti e Fragole amazzoniche nelle rocce delle colline, dove adesso non cresce niente.”
Una scarica di applausi si levò dal pubblico che attendeva al consiglio, laddove sedevano i grandi industriali di quel Regno e i loro servi.

Il re era perplesso. “Chiediamo a quel popolano che vedo là”, disse il re. “Tu, giovane, che dici?”
“Ma come,” disse il giovane, “prima ci avete detto che eravamo troppi a coltivare la terra, che l’uomo realizzato è l’operaio in azienda, chi fa carriera, colui che cambia spesso lavoro, il cittadino, vi abbiamo creduto e abbiamo abbandonato le nostre fertili zolle; e ora ci dite il contrario?” Scosse la testa. “E sapete come avete fatto a convincerci a venire in città? Avete tassato tre volte i raccolti, indebitandoci, ci avete obbligati a cederli a voi e voi li avete lasciati ammuffire.” Il re sussultò.
“Abbiamo venduto la nostra fattoria alle banche per venire nelle fabbriche perché ci avete raccontato che era meglio, ma era una falsa promessa. Chi ce le renderà? Ci avete raccontato che non bisogna seminare se non si è certi di un ottimo raccolto, ma da sempre chi semina non sa se raccoglierà. I nostri padri e i padri dei nostri padri seminavano e pregavano, e noi siamo qui. Non non semineremo per paura del domani, e domani non ci saranno raccolti e nessuno per seminare ancora. Salvo chi ha confidato nella fertile zolla.”

Si girò verso il Grande Esperto. “Siamo un popolo senza più terra, ma senza terra e senza casa siamo alla mercé dei potenti. Di coloro che ci usano, pagandoci poco o niente. Non abbiamo niente per cui sperare davvero, per impegnarci. Se il denaro speso per coltivare le amare Pesche del Gibuti sulle rocce aride venisse usato per aiutare chi fa crescere il grano, la gente forse tornerebbe a farlo. Se si togliessero le tasse sul seme, sul raccolto, sulla macinazione, si tornerebbe. Se si aiutasse chi non riesce ad irrigare, si tornerebbe. Se si dicesse che la vecchia fattoria, con tutti i suoi difetti, dopotutto è meglio della stamberga in affitto nella periferia, se si raccontasse la gioia di coltivare invece che solo le sue difficoltà forse si tornerebbe. E si seminerebbe, e si ricomincerebbe a crescere e far crescere.”

Il re ci pensò su, e disse “Va bene, mi avete convinto. Suvvia, si finanzi un banditore che esalti la fertilità delle nostre terre”.
Chiese l’agronomo: “E il resto che è stato chiesto?”,
Il re fece spallucce. “Ho appena finanziato un progetto innovativo consigliatomi dall’Associazione Amici dei Buchi per coltivare i ciclamini nelle miniere. E’ molto costoso, ma è doveroso: pensate a tutti i poveri minatori tristi perché in galleria non hanno fiori. Il grano attenderà, è il progresso che conta.”

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I costumi sulle spiagge

Il loro burkini è colorato in modo vivace, lascia scoperto l’ovale del volto, le mani. La madre scorta il bambino che sguazza con il salvagente, come fanno tante altre madri molto meno vestite lungo tutto il litorale. Il gruppo che gioca a tirarsi il pallone tra le onde quiete è allegro, sembrano tante farfalle policrome. Sono giovani. Maschi pochi, ma non si distinguono, loro. L’abbronzatura da spiaggia livella le differenze di carnagione, i tratti somatici non sono poi così distanti. “Sarà un harem?” chiedo, per scherzo ma neanche poi tanto, a mia moglie. La gente che passa lancia occhiate furtive, non è educato fissare.

Se io in spiaggia metto il costume, se non vedo l’ora di togliermi maglietta e pantaloncini è per il sole, per il mare. Ci sono delle ragioni pratiche per spogliarsi, per indossarlo. Credo che lo terrei addosso anche su una spiaggia di nudisti, evita un sacco di problemi. Posso comprendere anche i mutandoni dei trisnonni, attinenti con il pudore. Spesso il costume oggi è un esporre spudoratamente la mercanzia, esibizione più che comodità. Anche se spesso l’unica cosa esibita è la nostra imperfezione di esseri carnali. Personalmente trovo che faccia risaltare molto più la bellezza un indumento che copre, piuttosto di quello che lascia scoperto. Nessuna donna è bella come quella che vedi di spalle, immaginata. Nell’era del consumo immediato, dell’amore – chiamiamolo così –  senza futuro forse questo non vale più. Sono di un’altra epoca, lo so.

Ma quel costume integrale, quel burkini, è altro. Lo vedi che è altro. Sono proprio i colori che danno da pensare. I colori sono una piccola ribellione dentro la sottomissione.
Una ragazza che lo indossa corre nell’acqua. Sembra felice, tra le onde. Spero che lo sia: che abbia deciso lei, di metterselo, lo abbia scelto tra tanti. Spero che sia libera di scegliere di toglierselo, un giorno; che capirà questa civiltà plasmata dalla libertà e comprenderà pure, anche se tanti sembrano dimenticarsela, la verità che ha generato quella libertà. Persino la libertà di far vedere troppa pelle. O troppo poca.

Sulla spiaggia, in tanti giorni, ho visto solo un topless. La donna che mostrava le tette al vento era stata probabilmente una sessantottina, una libertaria, a suo tempo. In quel periodo ormai remoto, quando era sicuramente già adulta e matura, quei seni erano una vista notevole; ma siamo cinquant’anni dopo. A suo modo, anche quella è una sorta d’uniforme. Perdonate il mio cuore d’esteta: di fronte a quelle rovine mi sono trovato a desiderare un burkini.

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