Le nuovissime lettere di Berlicche – LVIII – La colpa è mia

Caro Malacoda, mio demonietto apprendista,
Riguardo la faccenda per cui domandi aiuto, non ti preoccupare. Stiamo già provvedendo.

Ma tu, da quanto tempo non mi scrivevi!
Certo, asserisci di avere avuto altro da fare, di avere appreso bene le mie lezioni, di non volermi disturbare, così occupato a dannare umani come sono… dai la colpa al tempo che manca, ai ritmi di lavoro, a ogni cosa tranne che ad una tua decisione. Bravo!
Mi complimento con te: sei così ligio al dovere da avere assorbito perfettamente la nostra stessa propaganda.
Infatti cosa possiamo insegnare di meglio agli umani che non assumere mai la responsabilità dei propri atti? Dare la colpa a qualcuno o a qualcosa – la gioventù, il governo, quella troia o quel bastardo – fa sì che il loro stesso peccato non gli appartenga veramente, e quindi di esso non si pentano.

Noi qui all’inferno non chiediamo mai di essere perdonati, perché tanto non perdoneremmo comunque. La colpa di questo è del Nemico, con le sue politiche troppo permissive che hanno disgustato ogni demonio degno di questo nome. Non possiamo accettare questo abominio chiamato misericordia; noi non vogliamo essere perdonati, perché questo ci darebbe torto. Noi vogliamo invece restare eternamente noi stessi, orgogliosi di quello che facciamo, rifiutando con foga la possibilità che ci sia qualcosa di errato nel nostro agire. Potremmo perdonarci da noi, scusarci da noi, ma questo non è necessario, perché noi non sbagliamo.
E’ l’insegnamento che diamo anche agli umani, che così possano condividere con noi questo luogo speciale dove scuse non ce ne sono, dove abbiamo noi il potere assoluto. Inferno significa non volere mai dire “mi dispiace”. Qui noi abbiamo tutte le colpe, e quindi tutti i colpevoli.

Spero tanto che anche tu stia insegnando ai tuoi protetti l’autoassoluzione, l’accettarsi così come sono, lo scaricamento di responsabilità, secondo i miei insegnamenti.
Se così non fosse, non accampare scuse: forse tu non mi cercherai, ma sarò io a cercare te.

Tuo affezionatissimo Arcidiavolo,
Zio Berlicche

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La fedeltà dell’infedele

Un paio di mattine a settimana la colazione debbo farla fuori casa, al bar. Rubo qualche minuto alla frenesia della giornata per leggere il giornale, in compagnia di una brioche allo zabaione e un cappuccino. Ieri su “La Stampa” ho trovato questo articolo di un filosofo francese titolato così: “A chi non ha la fede resta la fedeltà. Non esiste Occidente senza i valori cristiani“. Sottotitolo, “Il filosofo Comte-Sponville teorizza una spiritualità senza Dio, «un’etica più che una religione»

Leggetevi il pezzo (qui). All’inizio potete trovare questa affermazione: “Sono un ateo non dogmatico e fedele. Perché ateo? Perché non credo in alcun Dio. Perché ateo non dogmatico? Perché ovviamente riconosco che il mio ateismo non è un sapere“. Poi continua affermando che di Dio non ne sa nulla, nessuno ne sa nulla: “se incontrate qualcuno che vi dice: «So che Dio esiste», è un imbecille che ha fede e, scioccamente, prende la sua fede per un sapere.”

Ecco, qui divergiamo. E’ giusto dire che l’ateismo non è un sapere, ma quello che al filosofo sfugge completamente è che il cristianesimo invece lo è. Il cristianesimo è infatti l’affermazione che Dio si è reso incontrabile, è un avvenimento, un fatto. Probabilmente il problema sta nella definizione di “sapere” del nostro ateo: cosa sia per lui l’autentico sapere non ci è dato conoscerlo. Resta da capire quanto mi possa essere utile ricevere lezioni da qualcuno che ammette di non sapere. Perché si impara dal positivo e dal negativo, dal successo e dall’errore; ma non si apprende dal niente.

Il filosofo prosegue vantando la sua fedeltà ad una serie di valori che ammette, bontà sua, essere nati in gran parte dalle “grandi religioni”. Sarebbe interessante proprio a questo proposito capire come “sa” la bontà di questi valori, e su cosa essi per lui si fondino in mancanza di un Dio; ma capiamo i limiti. “Niente prova che abbiano bisogno di un Dio per esistere, di cui tutto prova, al contrario, che abbiamo bisogno per rimanere umanamente accettabili“. E cosa prova che possano esistere staccati da Dio? Chi è che li fa, chi è che ce li ha dati, perché dovremmo seguirli? E’ un po’ come credere all’esistenza del mare ma non a quella dell’acqua. Ci sono persone nel mondo per cui quei valori sono inaccettabili; umanamente, appunto. Se non hai qualcosa per definire l’umano che prescinda dall’umano non hai, logicamente, niente: solo un circolo vizioso.

Dio è socialmente morto“, continua il pezzo. Beh, in effetti non lo si vede molto nei caffè letterari e nei salotti bene, dove non è quasi mai invitato.
La conseguenza è che “siamo una civiltà morta“: ucciso il cristianesimo, dice Comte-Sponville, o chiudiamo baracca ed ammettiamo la nostra dipartita, oppure giuriamo fedeltà a questi valori e tiriamo innanzi. Quello che il filosofo propone è un Cristo gnostico, maestro di etica e basta, reso socialmente accettabile perché plasmabile a volontà. Dal Vangelo scarta a priori tutto quello che è il sacro, che non gli garba, e postula che quello che resta rimanga in piedi lo stesso. Si ferma al Calvario, che è morte. E pretende che quella morte possa essere vita senza la Resurrezione. Pretende di essere ragionevole lo stesso.

Quando chiede, per lui retoricamente, “sarebbe ragionevole accordare più importanza a questi tre giorni che ci separano che ai 33 anni che li precedono?” centra perfettamente il punto: sì, per il cristiano tutta la ragionevolezza è lì, in quei tre giorni di sepolcro che terminano con la tomba vuota, perché per noi Cristo non è un maestro qualsiasi, morto e putrefatto, ma Dio stesso fattosi carne.
Irragionevole, anzi, diabolico, è il negarlo.

Quando non si ha più fede resta la fedeltà (…) Cos’è una spiritualità senza Dio? È una spiritualità della fedeltà più che della fede – un’etica, più che una religione.” Purtroppo per Comte-Sponville e per tutti gli atei come lui, una fedeltà senza fede è solo una velleitaria presa di posizione senza fondamento e sostanza, altro che dogmi. Un’etica non dà la salvezza. C’è il dubbio che possa rendere felici. Perché se anche tu sei fedele a lei, lei non ti ricambia. E ti tradirà.

Demolizione

Cominciò una mattina qualsiasi.
“Guarda, stanno demolendo la fabbrica a fianco”.
Era vero. Le ganasce di escavatori immensi, più simili a dinosauri che a macchinari, stavano facendo a pezzi l’edificio industriale oltre la via.
Artigliavano una lamiera e la strappavano, quasi a morsi, dal cemento e dalle travi; poi si giravano e lo sputavano in un cumulo di detriti che somigliavano alle ossa di qualche enorme bestia.
Era uno spettacolo a suo modo grandioso, e forse anche un po’ triste.
Continuò per tutta la settimana e poi ancora. Il livellarsi delle vecchie mura rivelò alle spalle panorami mai veduti. Alberi, montagne, altri edifici. E la demolizione continuava: uno dopo l’altro, i fabbricati cadevano sotto i denti d’acciaio dei mezzi meccanici.
Di tanto in tanto un boato sordo accompagnava la caduta di un macchinario, di un pavimento, di una struttura particolarmente pesante. Si levava una nuvola bianca simile a fumo, come un ultimo respiro.
Ci si abituò anche a quello.
L’area distrutta si ampliava. “Guarda, demoliscono anche lì”, disse qualcuno. Il lungo braccio di pistoni e cesoie giganti aveva abbrancato un altro tetto.
Escavatori più piccoli frugavano tra le macerie simili a costole di titani. Autocarri carichi di mattoni e cemento e vetri frantumati sciamavano dai cantieri come mosche su un cadavere in putrefazione.
La linea dell’orizzonte cambiava in continuazione. La caduta di una struttura ne rivelava un’altra, che nel giro di alcuni giorni veniva anch’essa rimossa.
L’attività andava avanti dalla mattina presto fino al buio, e talvolta si lavorava anche alla luce delle fotoelettriche. Non la si osservava neanche più, vuoi per abitudine, vuoi per disagio. Si arrivava, ci si guardava attorno, e si vedeva che si stava entrando in un fabbricato sempre più solitario, isolato in mezzo ad una desolazione in continua espansione.
Poi, in un’altra mattina qualsiasi, ai cancelli trovammo le ruspe.

La buccia e la polpa

Di tanto in tanto qualcuno se la prende con me perché uso, in rete, lo pseudonimo Berlicche.
Le accuse sono di nascondermi dietro qualcosa di falso, di non mostrarmi con il mio vero nome, di non essere rintracciabile, di non avere il coraggio di metterci la faccia.
Permettetemi un momento di ironia teatrale: “Eh?”

Il nome “Berlicche” lo uso dai tempi dell’università, trent’anni fa, e poi ancora da quando sono diventato una presenza pubblica in rete, cioè da più di quindici anni. Con questo nome sono comparso su blog, social, giornali e riviste e in radio, ho firmato migliaia di articoli e post, risposto a decine di migliaia di commenti, sono stato letto milioni di volte. Perché lo uso, l’ho detto altrove molte volte: per evitare di montare troppo in orgoglio, per proteggere me e la mia famiglia dalla gente davvero cattiva che in giro c’è, non credereste quanto, e per portare l’attenzione non su di me ma su quanto scrivo, su quanto sto dicendo. Di cui mi assumo piena responsabilità: esattamente il contrario di nascondermi, di tirare il sasso e celare la mano. Semplicemente non mi interessa raccontarlo in giro, o vantarmi. Quindi non lo faccio, né sulla rete né fuori di essa. Una persona che conosco da anni stasera mi ha messo una mano sul braccio e mi ha sussurrato: “Ho saputo che tu sei Berlicche!”.

Se pensate che usare uno pseudonimo non sia rispettabile, non sia in qualche maniera cristiano, vi rammento delle lettere scritte da un certo Paolo, il cui nome non era certamente quello; o del suo amico Pietro, sicuramente più conosciuto così che come Simone. Non mi paragono certo come importanza a questi due colossi, o a tutti coloro che nei corsi dei secoli che hanno adottato nomi diversi per circostanze speciali – essere nominati Papi, tanto per dire. E se obiettate che di questi si sa benissimo chi fossero in originale, sappiate che la mia vera identità non è poi così nascosta.

Chi io sia davvero è il segreto di Pulcinella; certi accorti laicisti mi avevano già schedato pochi mesi dopo le mie prime pubblicazioni. Ma una volta che avete saputo che il mio vero nome è Teofrasto Bucanieri, cosa cambia alla vostra vita? In che maniera questo vi tranquillizza, mi fa assumere ai vostri occhi un che di rispettabile? Se giudicate la bontà da un’etichetta, ricordatemi di non venire a cena a casa vostra. Il nome di una persona è solo una convenzione; la polpa del frutto è nascosta dalla buccia.

Non vado in giro a pubblicizzarmi, davvero non ci tengo. Ma nel corso degli anni con tante e tante persone che mi hanno cercato sono nati splendidi rapporti: perché è da vicino che è possibile vedere la consistenza della polpa. Una volta tolta di mezzo la buccia, comoda per proteggersi dal mondo, ma non dall’amicizia.

Grigio fosco

Grigio fosco. Così il tempo di oggi, secondo un noto sito di previsioni meteorologiche.
Azzeccata, direi. Grigiore oppressivo, ravvivato solo dai gialli e dai rossi delle foglie che si addobbano delle loro tinte più vive prima di morire.
Presto cadranno; rimarranno solo i rami nudi, freddi e opachi nella foschia.

Questa è la stagione. Questo il suo colore.

Ma al suo cuore non è morta. Aspetta primavera.

Imbellettati

C’è differenza tra bellezza ed essere imbellettati.
Quando ci si imbelletta? Quando non si è abbastanza belli. Vale a dire, brutti.

Non per niente il trucco si chiama così. Perché ti inganna, cerca di farti credere quello che non è. Intendiamoci, può essere anche fatto molto bene: ma è una maschera sulla realtà.
Puoi usare creme, fondotinta, correttori, parti finte, quello che vuoi. E’ tutto fatto però per l’occhio. La realtà profonda non cambia. L’unica che conta davvero, se non vivi d’apparenza.

Non solo gli uomini possono essere imbellettati, anche le idee. Puoi chiamare l’omicidio diritto, la depravazione scelta, l’inganno opinione. Come possono essere ingannati i sensi, così anche il buon senso.

Ma se vuoi vivere la realtà e non una finzione, se vuoi migliorare e non solo sembrare migliore, la scelta deve essere differente.
Mandi un cattivo odore? Puoi metterti addosso un profumo che lo mascheri.
O puoi lavarti.

C’è tensione

Quando scocca la scintilla? Quando c’è differenza di potenziale.

Sto parlando di elettricità, è chiaro. Se gli elettroni fossero esseri viventi, potremmo dire che ritengono desiderabile muoversi. C’è tensione, e scattano.

Ciò che è vivo funziona così: si muove quando vede, quando cerca qualcosa di più desiderabile. Chi glielo fa fare, altrimenti? Il gatto sta bene acciambellato sul divano, il ragazzo arrotolato intorno alla Playstation. Non si sposteranno se non per uno stimolo maggiore: la ciotola di croccantini, la madre che richiama ai compiti.

Per questo il potere vuole omologare tutto, distruggere ogni differenza. Tra lingue, tra nazioni, tra sessi, tra pensieri. Perché ciò che è tutto uguale non ha movimento, è statico, senza sorprese, è facilmente dominabile.

Ma quale maggiore differenza di potenziale che quella tra noi e l’infinito? Non possiamo non essere attirati dall’infinitamente vario.
Il paradiso è l’opposto della noia, perché è il regno della possibilità infinita. Per contro l’inferno è la mancanza di tutto ciò che è appetibile e desiderabile, lo zero assoluto del vero, del giusto, del bello.
Nonostante quello che il re della menzogna, che odia ogni creazione e ogni creatore, cerca di farci credere, l’inferno è la vera morte, la staticità senza fine, il vicolo cieco di ogni divenire.

Mentre lassù il cielo è pieno di lampi, di vortici, e salendo ancora di soli e sereno.

 

 

Un’ancora nel profondo

Ne conosciamo chissà quante, di persone che godono a fare il male. Che sono felici quando l’altro cade. Che lasciano cadere la parola maliziosa, l’insinuazione, che masticano il falso e l’insulto, che fanno piani di disprezzo e odio.
Chissà, magari anche noi siamo così. Almeno a volte. Almeno a tratti, siamo certamente così.

Il problema è che l’uomo è cattivo.
Cattivo. Meschino. A tratti davvero fetente. Forte con i deboli, s’interessa solo di se stesso, l’unica cosa di cui gli importa è se stesso. Si ritiene quindi in diritto di fare tutto quello che vuole. Per se stesso, o agli altri. E’ un diritto che gli concede la sua divinità, cioè lui medesimo.

Ciò è quanto si chiama peccato originale.

Per andare oltre non può bastare l’educazione. Educazione a che? A una finzione? Un’educazione senza cambiare dentro è come una mano di intonaco su un muro umido: sta per un po’ ma poi viene giù. Perché non ha dove ancorarsi.

Per ancorarsi c’è bisogno di una Grazia. Di una salvezza. Di qualcosa che, per definizione, non ci possiamo dare da noi. Perché giunge dal riconoscere che non siamo gli dei di noi stessi. Che quello che siamo ci è dato da altro, da un Altro. Che il nostro stesso bene non è quello che crediamo noi, ma qualcosa di differente. Un’ancora in una profondità che non è nostra, perché nessun ormeggio è possibile su se stessi.

E’ il riconoscimento di un Altro, e dell’altro; il riconoscere un Altro che ci fa riconoscere l’altro. Dio, e il prossimo.
Questo riconoscere è un incontro. A volte con qualcosa, più spesso con qualcuno. Qualunque forma prenda, ci fa acquistare coscienza di quello che siamo. Ci fa capire quanto viviamo male.

A tutti può capitare. Ma non tutti colgono l’occasione. In termini cristiani si chiama Grazia: e lì c’è tutto il mistero della nostra libertà. Vuol dire scegliere quale dio seguire. Se restare le divinità fallite di noi stessi, o cambiare. Ancorarsi sì, ma per superare la tempesta e prendere poi il largo.

La bellezza non si ferma

Cos’è la bellezza? Credo che sia la percezione, intessuta dentro di noi, di cosa si avvicina alla perfezione.

Per questo la bellezza non si ferma, per questo non finisce: perché non siamo noi coloro che la originano.

L’esistere della bellezza è la prova più grande che siamo fatti per qualcosa di più grande, così grande che non possiamo neanche immaginarlo; solo riconoscerlo, e ringraziare che ci sia.
Siamo fatti per altro, e quell’altro c’è.

 

La salvezza

Certo che è impressionante vedere migliaia di persone invocare la morte di un’altra solo perché la pensa differente da loro. No, non sto parlando di Twitter e di un certo politico nostrano, mi sto riferendo al Pakistan e alle violenze allucinanti seguite all’assoluzione di Asia Bibi. Stranamente non ne parlano quelli per cui l’Islam è religione di pace, siano essi musulmani oppure occidentali; non trovo femministe che scendono in campo per una loro sorella contro la brutalità di una civiltà al maschile, e ben poche tracce di coloro che usualmente contestano i soprusi di stato e le pessime leggi, gli anarchici, i nemici della pena di morte e delle discriminazioni.

Mi domando perché, e andare a messa questa domenica mi ha aiutato a capire.

Il Vangelo che abbiamo letto parlava dei comandamenti più importanti: amare Dio con tutto il cuore, e il prossimo come se stessi. E questa è legge divina, ciò che occorre seguire, e da ciò deriva ogni altra moralità. E’ il fondamento dell’essere cristiani: noi amiamo Dio e Dio, per puro amore, ci ha dato Suo Figlio. Perché lo uccidessimo. Per farci uscire tramite il suo sacrificio da un mondo in cui ciò che ho descritto nel primo capoverso è la normalità, e stupirebbe piuttosto l’occuparsi di una poveraccia qualsiasi in un paese lontano. Una donna che in quest’istante è come Cristo in balia di un Pilato che sì, non le ha trovato alcuna colpa, ma che deve fare i conti con una folla assetata di sangue, con i capi delle folle che la vogliono comunque morta.

Poi, durante la messa, sono state lette le intenzioni. E mi sarei aspettato delle esortazioni a portare questa bellezza, questa verità ad ogni persona, ad ogni popolo.
Invece sono stato esortato ad ascoltare le altre religioni e i non credenti, a trovare in essi la verità, a imparare da loro…
Come se Cristo non avesse portato la verità tutta intera. Come se fosse stato uno tra i tanti.

Oh, lo so che c’è un briciolo di verità in ogni religione, che l’uomo ha sempre cercato Dio e continua a farlo anche se non crede nel nostro. So perfettamente che ci sono ovunque persone straordinarie, magnifici individui che talvolta mettono a rischio la loro stessa incolumità per gli altri.
Ma, spiegatemi, cosa devo imparare da quella folla che vuole linciare Asia Bibi? Cosa mi devono insegnare i buddisti, gli indù, i satanisti, gli atei con cui dovrei dialogare? Sono tanti anni che lo faccio, qui su questo blog e nella vita. Ma devo ancora trovare qualcosa di più grande di Cristo, di più vero di Cristo, devo ancora incontrare qualcuno che sappia spiegarmi la vita meglio di così.

Se lo incontrassi, dovrei dedurne che il suo insegnamento è migliore di quello cristiano. Quindi, perché dovrei poi restare tale?

Ma questo sono io. Io che ho incontrato un significato, un avvenimento vero, che qualcuno mi ha annunciato.
Nella lezione di Don Giussani di cui vi ho parlato poco tempo fa si dice che il fatto costitutivo del cristianesimo è appunto l’annuncio.
L’annuncio è la presenza di una persona coinvolta con pienezza in un significato del mondo, in un significato della vita. Ecco, tante volte mi sembra che quel coinvolgimento per parecchi di noi non ci sia. Che talvolta per noi Cristo sia solo un poveraccio di un paese straniero, vissuto tanto tempo fa, e morto. Uno per cui non vale la pena vivere, e quindi neanche morire. Perché occuparsene? Perché occuparsi di ciò che con lui ha a che fare, perdenti di fronte alla violenza esplicita e a quella suadente del potere? Sciocca la povera Asia, donna ignorante che si ostina a non dialogare.

Per cui si può andare avanti a ignorare.
Ignorare cosa?
La salvezza.

 

Disposti

Asia Bibi, condannata a morte in Pakistan per blasfemia quando la sua colpa era in realtà essere cattolica, è stata assolta, dopo più di nove anni, dalla Corte Suprema di quel paese. La sua situazione è ancora pericolosa, dato che i fondamentalisti islamici che hanno minacciato e ucciso chiunque avesse preso le sue difese, ministri compresi, hanno messo una forte taglia sulla sua testa.

Asia Bibi è una martire, nel senso etimologico del termine: una testimone di quanto la fede può fare, di quanto può esigere in termini di sacrificio. Dieci anni nelle carceri più dure, in isolamento, lontano dai figli, per non pronunciare quell’abiura che l’avrebbe liberata. Il suo rifiuto di abbandonare Cristo ci interroga. Il nostro cristianesimo fatto di morali e di superfluo, di canzoncine e parole d’ordine, reggerebbe una simile prova?
Noi che stiamo zitti davanti alla macchinetta del caffè, parleremmo in un aula di tribunale? O troveremmo quella scandalosa fedeltà un retaggio medioevale, frutto di ignoranza e di illusioni, a cui contrapporre un machitelofafare?

In altre parole: saremmo disposti a morire per Cristo, noi che non siamo disposti a vivere per Lui?

Un sole disperato

Ed il più grande conquistò nazione dopo nazione,
e quando fu di fronte al mare si sentì un coglione
perchè più in là non si poteva conquistare niente:
e tanta strada per vedere un sole disperato,
e sempre uguale e sempre come quando era partito
(Vecchioni, “Stranamore“)

Mi ha sempre colpito questo verso della canzone di Vecchioni di tanti anni fa. Un “sole disperato”. Forse il senso che si voleva dare era sull’inutilità della guerra, ma pare più accennare ad una vanità di ogni sforzo umano, che neanche l’impresa più titanica da parte del più grande sembra poter redimere.

Così mi torna in mente quel passaggio di Tolkien, sugli uomini “che più di ogni altra cosa bramano il potere”. In fondo non è che la parafrasi del peccato originale, quel volere essere come Dio, cioè potere tutto, non essere sottomessi a niente. Ma questo potere davvero è ciò che le persone desiderano? Perché in una cosa il verso della canzone ha ragione: nessun potere può dare davvero la felicità. Ma cosa la può dare? Il sole, e anche la nostra condizione, resta la stessa, qualunque quantità di soldi, proprietà e potere abbiamo. “L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono”, recita il salmo 48.
Ma l’uomo può qualcosa? Sarà per sempre disperato, il suo sole?

Io credo di no, perché ho visto persone felici. In fondo è questo che annuncia il cristianesimo: la vera felicità si ottiene non ottenendo più potere, per poi accorgersi di essere comunque impotente, ma rinunciandovi per lasciare fare Chi fa il mondo e tutte le cose. L’Onnipotente. Che in cambio ti ridà cento volte più cose di quelle a cui hai rinunciato.

Perché quindi affannarsi perché il proprio nome risplenda, per una carriera inutile, per accumulare roba? Forse “il più grande” descritto dalla canzone vede quel sole come disperato proprio perché non sa farsi piccolo, e gioire perché quel sole c’è. Perché la speranza c’è.

Necessità

Sto tentando di insegnare i rudimenti dell’informatica a mio figlio. Facendolo, mi sono reso conto di quante cose che per me sono ovvie e scontate per lui sono incognite da scoprire e da capire.
E’ come guardare i bambini che imparano a camminare: non ci ricordiamo più che significa non sapere mettere un piede davanti all’altro, cosa ci vuole per potere stare in piedi. Dicono che ogni bimbo ha il suo modo di gattonare, di approcciare la sfida della postura eretta.
Così, guardando i semplici esercizi di programmazione di mio figlio io, che qualche esperienza ce l’ho, vedo subito quello che forse è il modo migliore di risolverli. Ma lo è davvero? Non necessariamente. Potrebbe esserci qualcosa di ancora più efficiente che io non riesco a vedere.

E mi tornano in mente le terzine dantesche
State contenti, umana gente, al quia
ché, se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria.
(Purgatorio, 3, 37-39)

Era un necessità il concepimento virginale di Gesù? Certamente Dio avrebbe potuto fare le cose in altro modo.
Eppure quello che ci è stato dato è certamente il modo migliore per l’avvento di Cristo. Per una ragione molto semplice: è stato il modo che Dio ha scelto, e Lui non sceglie un di meno.
Questo però noi lo possiamo sapere solo a posteriori, quando riconosciamo anche l’incastrarsi di profezie e avvenimenti durante i secoli per preparare e raggiungere quel risultato. A priori, nessuno lo avrebbe immaginato. Questo perché le vie di Dio non sono le nostre, le sovrastano quanto noi quelle delle formiche. Noi abbiamo molta meno fantasia.
Come la Croce, anche l’Incarnazione è stata una sorpresa.

Oggi, e non da oggi, c’è gente che farebbe a meno di Cristo e la Sua croce. Che, come gli Ebrei, non riesce a comprendere un Messia umile, nato da una ragazzina di un villaggio sperduto, e che ha dovuto morire per compiere ciò che era venuto a fare. Salvarci. E quindi preferisce affidarsi ad altri tipi di messia.
E mi domando: chissà tutta questa gente se sa programmare.

Annuncio

Il cattolicesimo di oggi è strambo. Da un lato sembra che voglia cedere a quello che un tempo era chiamato “mondo”: il fascino di una vita in cui il peccato originale sia vincente, e si possa fare tutto quello che si vuole. O meglio: che vogliono i padroni del mondo.
Il cristianesimo, dichiarato perdente, potrà sopravvivere organizzando castagnate con i migranti per sentirsi più buoni.
Dall’altro ci sono coloro che da tale mondo vorrebbero fuggire, perché ne percepiscono la mostruosa vuotezza. Come san Benedetto di fronte al crollo dell’Impero Romano sognano piccole enclave entro cui sopravvivere il momento in cui il potere deciderà che in fondo le castagnate, e chi le organizza, non servono, anche perché non ci va più nessuno.

Non è che abbiano tutti i torti, e potrebbe essere comunque una soluzione certo più congeniale che dichiarare bancarotta spirituale. Ma questa opzione non fa per me. Io non riesco a stare zitto, non ce la faccio a stare quieto. Ho un altro carisma. Quale questo sia l’ho ritrovato in un incontro che Don Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione, tenne quasi esattamente cinquant’anni fa, nel 1968.

Se pensate che oggi sia brutto, dovevate vedere allora. Una cospicua parte della gente e, bisogna dire, del clero, era convinta che il cristianesimo fosse diventato inutile, dato che c’era il comunismo. Quest’ultimo era ovviamente inarrestabile, il futuro era rosso, e la rivoluzione era un dovere. Così la pensava un gran numero dei ragazzi e dei responsabili di Gioventù Studentesca, la “prima versione”, passatemi il termine, di CL. Giussani era stato allontanato dalla guida del movimento, mandato in America; doveva stare anni, ma tornò presto per problemi di salute. Trovò il movimento che aveva fondato praticamente annichilito. Coloro che non erano andati a far barricate si erano ritrovati in un centro culturale intitolato a Peguy, e in quel fatidico novembre di mezzo secolo fa invitarono Giussani a parlare a Varigotti.

Quel testo è stato proposto ai ciellini di oggi nella loro giornata di inizio anno. Ma più che la parola scritta, che trovate qui, ascoltatevi l’audio originale. Potrete allora capire qualcosa del carisma di Don Giussani, che come suo solito parte piano, quasi impacciato, e finisce per battere i pugni sul tavolo. E cosa dice Giussani a quei ragazzi, a quegli adulti confusi e dispersi, in un momento in cui sembra che il cristianesim debba finire da un momento all’altro? Dice che non è più possbile proporre la Tradizione, non perché non sia valida, ma perché non la conosce più nessuno. Non interessa più: e chi lo fa fare di seguire ciò che non interessa? No, bisogna ripartire da altro: da un annuncio. Ma ascoltate, ascoltate.

In quel periodo tumultuoso, dove il parroco del mio paese passeggiava in piazza con le bandiere rosse e il mondo sembrava rovesciarsi, le parole del Gius sono state un sassolino minuscolo e sconosciuto a quasi tutti gettato nello stagno della storia, ma le cui onde si vedono ancora oggi. L’annuncio è il contrario sia dell’adeguarsi al mondo sia del nascondersi ad esso: è fare vedere a tutti come si può cambiare, senza preoccuparsi di venire irrisi o perseguitati, perché si è convinti di una cosa: che lo Spirito è più forte e, anche se può non sembrare così, è Lui che alla fine vincerà il mondo. A patto di continuare a credere in Lui.

Come è finita cinquant’anni fa lo sappiamo tutti: l’ingenuo entusiasmo di giustizia sociale è diventato morte, disillusione, e quel comunismo che sembrava invincibile vent’anni dopo crollava come un muro fatto di sterco. Non posso a fare a meno di pensare che tra cinquant’anni i giovani di quel tempo guarderanno indietro all’oggi e si stupiranno di come eravamo fessi a credere che non ci fosse speranza per ciò che, una volta per tutte, ha già vinto.

Fatta bene

Io non sono un fanatico della messa in latino, anche se devo ammettere che certe preghiere suonano molto meglio in quella lingua. E devo dire che reggo poco chi pone il criterio dell’essere cristiano in un certo tipo di liturgia, quasi che il piatto di portata conti più del gusto del suo contenuto, e il gusto più del nutrimento. Stringendo stringendo, il punto è fare memoria di Cristo, il resto è in qualche maniera in sovrappiù. Se no si finisce per far contare un ritratto più della persona che vi è raffigurata.
Però stasera, di fronte ad una messa vecchio stampo, mezza cantata, con tutte le parole al posto giusto senza essere corrette sociologicamente, la gente usciva dicendo “che bella”.

Io credo che la bellezza abbia una valenza morale: coagula su di sé tutti gli attributi trascendentali dell’Essere, li tiene insieme, li esalta. La verità è anche estetica, e al godimento estetico la temperanza non si applica. Ciò che è fatto bene è cattolico, perché persegue quell’infinita perfezione a cui ogni uomo anela, quell’infinito a cui il cristianesmo dà un nome. Se una messa lascia indifferenti vuol dire che le manca qualcosa, non porta verso ciò cui dovrebbe fare memoria. Non lo trasmette – in latino tradere, da cui tradizione. Se la tradizione non è memoria è vuota ripetizione, ma se manca la tradizione che si trasmette? Certo, la bellezza è negli occhi di chi guarda, e i nostri occhi sono spesso chiusi, velati, gonfi di croste. Ma ancora qualcosa distinguere sanno.

Au secours

“Non troverò mai una ragazza da sposare” disse il giovane con il corsetto di cuoio e il mantello, sorseggiando mesto uno spritz.
Il barista corrugò le folte sopracciglia. “Ma cosa stai dicendo? Sei un principe, accidenti! Sai quante ce ne sono là fuori di principesse in tua attesa?”
Il principe ridacchiò amaramente. “Una volta, forse. Adesso i tempi sono cambiati.” Cominciò a tormentare con un dito l’ombrellino del bicchiere. L’unghia era smangiata. “Hai presente la ragazza di cui hanno parlato i telegiornali, quella che ha addentato la mela avvelenata, dentro una bara di cristallo nella foresta?”
“Eh, certo. Ho visto le foto, una gran pupa, anche se le preferisco più abbronzate. Non ti va bene? Un bacio dovrebbe…”
“Un bacio? Se va bene? Manco sono riuscito ad avvicinarmi. Una folla di nani ha minacciato di denunciarmi per molestie sessuali se avessi anche solo provato a sfiorarla. Tentata violenza carnale su persona inconscia, che è pure aggravante, e poi necrofilia e cose del genere.”
“Nani? Maschi o femmine?”
“E chi li sa distinguere? Tu oseresti chiederlo? Si rischia la galera anche per quello. Comunque sembravano abbastanza isteriche.”
“Suvvia, ci saranno bene altre principesse…”
“Oh, come no. Quell’altra addormentata nella fortezza circondata dai rovi, che dicono sia una bel pezzo di figliola. Mi sono fatto un mazzo tanto per arrivarci, mi hanno visto mentre tentavo di baciarla e mi sono beccato una querela per atti di libidine non consensuali e violenza. E questo è niente. Sai la tizia con i capelli chilometrici nella torre? Una denuncia per stalking mi ha fruttato, l’avere cercato di arrampicarmi. Anche solo sfiorare i capelli è reato. Per non parlare di quella zozzona che se andava in giro con le scarpe di cristallo e la carrozza di zucca. La matrigna ha fatto emettere dal tribunale l’ingiunzione di tenermi almeno a cinque chilometri di distanza. Sembra sia anche minorenne, se faccio tanto di ballare con lei mi becco la galera a vita.”
Il barista si grattò la testa. “Mi stai dicendo che non c’è più nessuna ragazza che vuole essere salvata da un principe?!”
Il ragazzo buttò giù l’ultimo sorso di aperitivo. “Che vuoi che ti dica. Magari ci sono anche. Sai, una ragazza tosta che sappia badare a se stessa non è che mi farebbe schifo. Ma hai presente quella della bara di cristallo? Marcirà lì, come quella addormentata nel castello. Chissà se lasceranno avvicinare qualcuno almeno alle loro mummie, o aspetteranno che siano diventate ossa. E la servetta con la mania della disco, chi la salverà dal lavoro minorile e dallo sfruttamento famigliare? Chi potrà entrare nella torre di quell’altra e portarla via, se i capelli sono il solo ascensore e guai a toccarli?”
Posò il bicchiere sul bancone. “Sai qual è il problema? Che qualcuno ha deciso che ci si può salvare da soli. Ma questo non riescono a farlo nemmeno i principi addestrati come me, figurarsi i deboli e le ragazzine, fossero pure principesse”.
Estrasse dalla tasca il portafoglio. “Mi viene il sospetto che questa storia sia stata messa in giro dai furbi, dai potenti, dai malvagi insomma, da quelli che hanno tutto l’interesse che nessuno salvi gente da loro. Perché così loro si conservano il potere.” Gettò una manciata di monete sul bancone, e fece per uscire. Sulla soglia si voltò e guardando il barista disse “Ma questa sarebbe solo una brutta favola senza lieto fine.”

La giornata delle vacche

Non so vi è mai capitato di osservare una mucca.
Quando vado in montagna mi capita talvolta di pasare in mezzo ad una mandria. Le vacche mi guardano passare, fissandomi con sguardo che si può proprio dire bovino. E mi sono trovato spesso a chiedermi: ma cosa desiderano? Cosa sperano? Questo panorama, questi monti, quest’aria, quest’erba, cosa sono per loro? Vedono una bellezza? La riconoscono? Si chiedono da dove venga, quale sia lo scopo della loro esistenza? Hanno coscienza, o idea, di qualcosa di più alto dell’erba e del cielo?
Mentre ruminano, placide, mese dopo mese, mangiano bevono defecano dormono mangiano e via andare, durante tutte quelle mattine vuote, elaborano na loro silenziosa filosofia? Hanno speranza?
Ma non brillano quegli occhi. Pare che tutta la loro vita trascorra senza una domanda, senza uno scopo. Arriverà in un’ora che non sanno la lama del macellaio, e sarà un giorno come gli altri.

L’uomo è capace d’infinito. Quelle domande se le può porre.
Poi trascorre la giornata, come quella di una vacca.

Gli esclusi

Pensa un cardinale che “il documento finale di #Synod2018 debba parlare a tutti i giovani. Anche i #giovani omosessuali, dunque, devono sentirsi inclusi in quello che proporremo con il documento sinodale.
E io sono d’accordo. Anzi direi di più. Anche i giovani atei o bestemmiatori dovrebbero sentirsi tali. Anche i giovani egoisti che se ne fregano degli altri. Quelli che non rispettano padre e madre. I giovani ladri, dovrebbero esserci anche loro, insieme con i giovani assassini. Dovrebbero sentirsi inclusi anche i giovani che mentono, che non rispettano i giuramenti, che spacciano, che menano, che scopano con chiunque, che insomma fanno quello che fanno tutti gli uomini: peccano.

Il documento dovrebbe parlare a tutti loro e dire che c’è una realtà che va oltre la vita buia che vivono, che possono, devono lasciarla se vogliono vivere una esistenza migliore, e che si può ricominciare.
Perché quello che fanno è male. Molto male. E se continuano si escluderanno dalla vita preparata per loro.
Tutti questi dovrebbero sentirsi inclusi.

Quelli che invece usano Cristo per il loro interesse e dello Spirito Santo per legittimare il loro peccato, scandalizzano i piccoli e sotterrano i loro talenti, ecco, quelli invece dovrebbero essere esclusi.
E cacciati a calci in culo là dove è buio e pianto e stridore di denti.

Non so se si farà, mentre il padrone di casa è lontano e i suoi servi pensano non debba tornare. Ma un giorno si volteranno, e Lui sarà lì, a separare gli inclusi dagli esclusi.

Cambio

Questa Chiesa del cambiamento, io la cambierei.

Questioni scolastiche – IV – Offendere il Papa è eresia?

Questio I – Se sia lecito criticare

Questio II – Se sia lecito offendere

Quaestio III – Se sia lecito criticare il Papa

premessa: ereṡìa (pop. tosc. reṡìa) s. f. [dal lat. haerĕsis (nel sign. eccles.), gr. αἵρεσις, propr. «scelta», der. di αἱρέω «scegliere»]. – 1. Dottrina che si oppone a una verità rivelata e proposta come tale dalla Chiesa cattolica e, per estens., alla teologia di qualsiasi chiesa o sistema religioso, considerati come ortodossi. (Treccani)

Questio IV: Se le offese al Papa siano eresia

Le offese al Papa sono eresie.
Chi infatti offende il papa, manca di rispetto a lui e a ciò che rappresenta, cioè Cristo stesso.

In contrario: Cristo offende Pietro chiamandolo Satana, e come può mancare di rispetto a se stesso? Caterina da Siena ammonisce i Papi con espressioni che rasentano l’offesa, Dante insulta in vario modo diversi Papi che colloca all’inferno, e non è considerato eretico.

Risposta: Nel documento sul Primato Petrino già ricordato, Ratzinger non esita a dire:

“Non sono mancati nella storia del Papato errori umani e mancanze anche gravi: Pietro stesso, infatti, riconosceva di essere peccatore. Pietro, uomo debole, fu eletto come roccia, proprio perché fosse palese che la vittoria è soltanto di Cristo e non risultato delle forze umane. Il Signore volle portare in vasi fragili il proprio tesoro attraverso i tempi: così la fragilità umana è diventata segno della verità delle promesse divine e della misericordia di Dio.”

Ora, dato che questa debolezza umana non solo è riconosciuta, ma è parte integrante della Chiesa, l’indicare queste debolezza in un modo offensivo può davvero essere considerata mancanza di rispetto a Cristo? Fatto salvo il rispetto per il ruolo, l’insulto – e qui valgono comunque le considerazioni delle Questio precedenti – ad una persona può configurarsi come insulto a chi rappresenta? Il dire che alcuni Papi furono pessimi individui è una verità storica, e se si può configurare come offesa quantunque ciò rimane verità. E nessuna verità può essere offensiva per Cristo.

Rifacciamoci poi alla definizione di eresia di cui sopra. Salvo casi particolari, l’insulto non si oppone ad una verità rivelata, ma si configura come offesa al Signore o ad una sua creatura. Questa è la definizione di peccato. Un insulto alla persona del Pontefice non cerca di accreditare una diversa dottrina – di nuovo, salvo casi particolari – anche se rimane qualcosa di male. Se l’eresia è peccato, non tutti i peccati sono eresia.

Quindi, generalmente parlando, le offese al Papa non sono tanto eresie quanto peccati.

Una ulteriore chiosa. Se al Papa non può essere imputata colpa oltre all’eresia, proprio detta accusa – se eseguita con retta intenzione, ancorché erroneamente – può non essere né un peccato né di per sé eretica. Anche se l’attaccare un ufficio qualificante, come quello papale, potrebbe essere visto come offesa, proprio per il ruolo del pontefice non può essere considerato a priori tale, ma gli si deve dare risposta in modo da chiarire ogni possibile dubbio al resto della Chiesa.

Questioni scolastiche – III – Criticare il Papa?

Le precedenti questioni:

Questio I – Se sia lecito criticare

Questio II – Se sia lecito offendere

Quaestio III
Se sia lecito criticare il Papa

Il Papa non può essere criticato.
Infatti, il codice di diritto canonico, al 1404, asserisce che “Prima sedes a nemine iudicatur“, Nessuno può giudicare il soglio pontificio.
Esso rivendica il diritto di giudicare gli uomini e le società in nome della legge divina e naturale che custodisce, ma non può essere giudicato da alcuna autorità umana, perché nessuna autorità sulla terra gli è moralmente o giuridicamente superiore.
La bolla Unam sanctam di Bonifacio VIII, confermata nel 1516 dal Concilio Lateranense V, sanziona il principio secondo il quale la responsabilità del pontefice è giudicabile solo da Dio.
Nel Decreto di Graziano (pars I, dist. 40, cap.VI) vi è questo canone: “Nessun mortale avrà la presunzione di parlare di colpa del papa, poiché, incaricato di giudicare tutti, egli non dev’essere giudicato da alcuno, a meno che non devii dalla fede

In contrario:

S.Paolo si oppose a Pietro “a viso aperto”.
S. Tommaso d’Aquino, nella sua Somma Teologica, II-II, arg. 33, art. 4, afferma:
Si noti però che quando ci fosse un pericolo per la fede, i sudditi sarebbero tenuti a rimproverare i loro prelati anche pubblicamente. Perciò S. Paolo, che pure era suddito di S. Pietro, per il pericolo di scandalo nella fede lo rimproverò pubblicamente. E S. Agostino [Glossa ord. su Gal 2, 14] commenta: «Pietro stesso diede l‘esempio ai superiori di non sdegnare di essere corretti dai sudditi, quando capitasse loro di allontanarsi dalla giusta via“.
Nel Catechismo della Chiesa cattolica, 907, sui fedeli laici si legge:
In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità della persona

Risposta:
La bolla di Bonifacio VIII e gli altri documenti simili vanno letti nell’ambito alla lotta al conciliarismo – la tesi per cui i concili sono superiori ai papi, e della lotta tra potere spirituale e temporale. Devono essere applicati, ma è importante stabilire i limiti entro cui valgono. Come ci ricorda Ratzinger nel suo documento sul Primato di Pietro, nell’elencare dove il Pontefice abbia responsabilità, “(…) ciò non significa che il Papa abbia un potere assoluto. Ascoltare la voce delle Chiese è, infatti, un contrassegno del ministero dell’unità, una conseguenza anche dell’unità del Corpo episcopale e del sensus fidei dell’intero Popolo di Dio“.
Il Papa, come qualsiasi essere umano, è criticabile per ciò che non attiene al suo mandato. Per tutto ciò che invece esso riguarda le sue decisioni devono essere sì accettate dai fedeli, ma si può segnalare e dissentire quando si ravvisi qualcosa di non conforme al Vangelo. In questo occorre esercitare grande prudenza e discrezione, in quanto il criticare potrebbe causare un indebolimento di quella stessa verità che si vorrebbe vedere trionfare. Ma, d’altra parte, non si può permettere che la menzogna – in ogni sua accezione – possa diffondersi e prosperare per mancanza di azione. Come asserisce Papa Felice III, ripreso anche da Leone XIII, “Non resistere all’errore è approvarlo, non difendere la verità è ucciderla. Chiunque manca di opporsi ad una prevaricazione manifesta può essere considerato un complice occulto”.
Da notare che il Papa deriva la sua potestà proprio dalla conformità alla verità evangelica. Dove questa conformità fosse compromessa, e cadesse nell’eresia, quella stessa potestà sarebbe per ciò stesso nulla e invalida. Papa Innocenzo III dice che si deve obbedire al papa in tutto, fino a che egli non si rivolti contro l’ordine universale della Chiesa: in tal caso, a meno che non sussista una ragionevole causa, non va seguito, perché, comportandosi così, non è più soggetto a Cristo e quindi si separa dal corpo della Chiesa. “Soltanto per il peccato che commettessi in materia di fede, io potrei essere giudicato dalla Chiesa” (Sermo IV in cons. Pont.. P.L. 217.670)
In altre parole: il Papa non è sindacabile per le sue scelte come Papa, a meno che non ci sia un serio pericolo per la fede. Se il pericolo dovesse essere reale e prefigurarsi l’eresia, i pronunciamenti stessi sarebbero falsi e il Pontefice decadrebbe dal suo stato. Il Papa non può fare ciò che vuole, ma solo ciò che acconsente alla volontà di Cristo.
Il potere delle chiavi di Pietro non si estende fino al punto che il Sommo Pontefice possa dichiarare ‘non peccato’ quello che è peccato, oppure ‘peccato’ quello che non è peccato. Ciò sarebbe, infatti, chiamare male il bene, e bene il male, la qualcosa è, sempre è stata e sarà lontanissima da colui che è il Capo della Chiesa, colonna e fondamento della verità” (cfr. Roberto Bellarmino, De Romano Pontifice, lib. IV cap. VI, p. 214, e anche Lumen gentium, n. 25).

In definitiva: non si può criticare il Papa per tutto ciò che concerne il suo ufficio, a meno di non ravvisare un pericolo per la fede. Ma per ciò occorrono grande umiltà e prudenza.

Nella prossima Questio: Se le offese al Papa siano eresia

Questioni scolastiche – II – Offendere si può?

Dopo la Questo I, se sia lecito criticare, continuiamo con la domanda seguente.

Premessa:
offésa s. f. [lat. offensa, der. di offendere «offendere», part. pass. offensus]. – 1. a. Danno morale recato alla dignità di una persona (o di un’istituzione) con atti o con parole; l’atto stesso o le parole con cui si offende (Treccani)

Questio II
Se sia lecito offendere

E’ lecito offendere. Non si può esercitare una critica senza offendere la persona criticata, dato che si contesta la persona per quello che ha detto oppure fatto e ciò danneggia la sua dignità.
Nei Vangeli, Cristo stesso offende a più riprese determinate persone o categorie: chiama i farisei stolti, figli del demonio, razza di vipere, sepolcri imbiancati. Apostrofa i suoi discepoli chiamandoli tardi di comprendonio, o addirittura dando del Satana a Pietro.
Questo significa che si può offendere.

In contrario: Cristo però dice anche che chi dice “stupido” al fratello sarà sottoposto a giudizio, e se dice “pazzo” al Sinedrio. (Matteo 5, 22). Non è quindi mai lecito offendere.

Risposta:
Intanto distinguiamo bene tra il giudicare un’azione, un atteggiamento o la persona stessa. Non qualsiasi critica è un’offesa, così come non tutte le offese sono critiche. Il giudicare azioni o atteggiamenti oppure opinioni in generale non implica danneggiare la dignità della persona, a meno che la dignità della persona non dipenda proprio da quell’azione o da quell’atteggiamento. Se io chiamo una persona “idiota”, è un’offesa diretta. Se io dico che quella persona ha fatto una cosa idiota non la offendo, perché la dignità è nella persona e non nell’atto. Se però io dicessi che un tal medico è un ignorante che non conosce la sua professione potrebbe essere un’offesa, se danneggiasse la sua reputazione.

Una seconda distinzione va fatta nel considerare le verità o la falsità dell’offesa. Se chi offende dichiara il falso ciò si configura come calunnia, e non è mai lecito, perché questa nasce dalla menzogna e dall’odio. Ma se dichiara il vero? Un ladro conclamato non è leso nella dignità se viene chiamato tale, perché non possiede quel particolare tipo di dignità. Non si tratta di offesa, ma di constatazione. Così quando Cristo apostrofa i farisei o i suoi discepoli afferma una cosa vera, e quindi non vi può essere offesa, cioè danneggiamento di una dignità già assente. Non è però lecito fare asserzioni che potrebbero danneggiare la dignità altrui senza essere sicuri di ciò che si afferma. Se Gesù ha sicuramente delle certezze, così in genere non possiamo dire noi. Chi poi ascoltasse e non possedesse le stesse informazioni percepirebbe comunque quelle parole come insulto.

Una terza distinzione va fatta per il caso in cui lo scopo dell’offesa sia proprio l’offendere in sé, cioè ferire, piuttosto che un giudizio di merito fatto senza intenzione di ledere la dignità o per stimolare un ravvedimento. Da notare che questa distinzione, se ha rilevanza per la responsabilità di chi offende, non diminuisce comunque la lesione portata alla dignità altrui. Se l’offesa è fatta per ferire la persona e non per il bene stesso di quella persona, perché si renda conto dei suoi errori, è male.

Una potenziale offesa è accettabile solo se è fatta con retta intenzione e con la certezza che si tratti di constatazione di una realtà. In tutti gli altri casi è illecita e deprecabile.

Nel prossimo post: Se sia lecito criticare il Papa

Questioni scolastiche – I – E’ lecito criticare?

Oggi cominciamo ad affrontare certi problemi che forse alcuni potranno trovare secondari o banali, ma che hanno profonde ripercussioni nel modo in cui ci poniamo di fronte agli avvenimenti.
Io esporrò le mie opinioni in merito, che non sono certo blindate. I lettori che volessero intervenire in modo costruttivo e criticare le mie conclusioni sono assolutamente bene accetti, anzi, in qualche modo ciò è richiesto.
Perché proprio di questo si tratta: le critiche. E poiché da queste parti c’è ammirazione per un certo antico modo di porre questioni, cercheremo di dare risposta alle domande alla moda di San Tommaso.

Inizieremo piano, perché abbiamo bisogno di premesse e definizioni prima di passare ad argomenti più complessi. Atteniamoci a quanto viene discusso. Nelle puntate successive prevedo che il clima si scalderà.

Caveat: Le questioni saranno trattate con argomenti cristiani per cristiani. Chi possiede un differente attaccapanni etico, un diverso chiodo morale dove appendere il proprio pensiero dovrà arrangiarsi in altra maniera.

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Premessa:
crìtica s. f. [dal greco «arte del giudicare»]. – 1. a. Facoltà intellettuale che rende capaci di esaminare e valutare gli uomini nel loro operato e il risultato o i risultati della loro attività per scegliere, selezionare, distinguere il vero dal falso, il certo dal probabile, il bello dal meno bello o dal brutto, il buono dal cattivo o dal meno buono, ecc.: avere capacità di critica. (Treccani)

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Quaestio I
Se sia lecito criticare un’altra persona

Non è lecito criticare un’altra persona. Infatti siamo stati ammoniti da Cristo: “Non giudicate”. Se non possiamo giudicare non possiamo neanche criticare. Inoltre, data la molteplicità delle opinioni umane, come possiamo essere certi che quanto pensiamo sia vero? Quindi non ha senso criticare qualcuno perché non possiamo essere certi che faccia il bene o il male, e che la nostra opinione sia quella corretta.
Criticare poi, può eccitare gli animi e causare sconforto in chi viene così confrontato. Per evitare di ferire un nostro fratello o causare scontri è bene quindi astenersi da qualsiasi critica, ed essere remissivi e silenziosi sulle opinioni altrui.

In contrario:
Senza la critica si rimarrebbe sempre della propria opinione, eventualmente errata.
Nel Vangelo Cristo critica a più riprese sadducei, scribi e farisei, e gli stessi discepoli.
In Matteo 18, 15 spiega come ammonire un fratello che si sia macchiato di una colpa.
San Paolo poi ci invita: “Non conformatevi alla mentalità del mondo”. Il non conformarsi implica una critica.

Risposta: La citazione evangelica completa è “Non giudicate… se non volete essere giudicati”. Ovvero, non si tratta di proibizione ma dell’ammonimento che chi critica si espone a sua volta alla critica.
La definizione stessa di critica dice che si tratta di una facoltà intellettuale insita nell’essere umano. Una persona che non esercitasse detta facoltà pur potendolo fare non agirebbe da uomo. Non sarebbe in grado di fare alcunché, di operare alcuna decisione ragionevole.
Se la verità non esistesse o non fossimo in grado di distinguerla non si potrebbe criticare. Ma se, per assurdo, così fosse, anche la presente discussione non avrebbe alcun senso, dato che non potrei criticare chi critica.
Cristo stesso ci invita ad usare la critica, sia pure con la discrezione dell’amore al prossimo: la critica esercitata con carità è misericordia nei confronti dell’altro. Tanto più quando non di colpa ma di opinione si tratta.

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La prossima puntata: Se sia lecito offendere