Il più grave peccato

Il più grande peccato non è peccare. E’ condurre gli altri al peccato, perché si somma peccato a peccato. Si distrugge la vita propria e l’altrui.
Ma c’è di peggio. Ed è condurre al peccato asserendo che non ha bisogno di redenzione.
Perché il peccato della carne è una cosa, quello dello Spirito è ben più grave.

Quale misericordia per chi dovesse commetterlo, davanti al Giudice? Le anime dei perduti parleranno contro di lui.

Badate al giudizio, perché sarà giusto.

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Qualcosa in cui credere

E’ passata in ovattato silenzio la nascita della “Dichiarazione di Parigi“, un manifesto per un cambio di rotta dell’Europa firmato da alcuni tra i pensatori europei che ammiro di più. Gente del calibro di Robert Spaemann, Remi Brague, Roger Scruton, tanto per citare alcuni tra i più noti. Persone che ogni loro libro o articolo è uno spettacolo, parole che aprono la mente.

Sarà per questo che se ne è parlato poco o niente. Persino io l’ho saputo quasi per caso, da una citazione incidentale che mi ha fatto nascere il sospetto che mi stessi perdendo qualcosa.
La dichiarazione stessa è un atto di accusa spettacolare contro l’Europa come è diventata, e un appello a recuperare quelle radici che l’hanno costituita e che troppo spesso sono negate.
Contro gli intellettualismi e le ideologie che ne stanno causando il disfacimento, e per, come dice il sottotitolo della dichiarazione, un’Europa in cui possiamo credere.

Il testo termina così:

In questo momento, chiediamo a tutti gli europei di unirsi a noi per respingere le fantasie utopistiche di un mondo multiculturale senza frontiere. Amiamo a buon diritto le nostre patrie e cerchiamo di trasmettere ai nostri figli ogni elemento nobile che noi stessi abbiamo ricevuto in dote. Da europei, condividiamo anche una eredità comune e questa eredità ci chiede di vivere assieme in pace in una Europa delle nazioni. Ripristiniamo la sovranità nazionale e ricuperiamo la dignità di una responsabilità politica condivisa per il futuro dell’Europa.

Devo dire che approvo e mi riconosco quasi del tutto con questa dichiarazione (leggetela! Qui un sunto). Ma… c’è un ma.
Mi mette un po’ a disagio. E questo perché per me, cattolico, quanto prospettato non rappresenta una soluzione, ma un tentativo che soffre dello stesso male di ciò che vorrebbe curare. Si chiama a recuperare una cultura vista solo come conseguenza e non ciò che è la fonte di quella cultura, se non genericamente. Si vuole l’albero verdeggiante, ma si danno per scontate le radici. Dalle radici può rifiorire l’albero, ma senza ciò che la sostiene e le dà nutrimento anche la pianta più vigorosa dopo poco muore.

In fondo anche questa dichiarazione si stacca dalle radici come ciò che critica; meno lontano dal nucleo vitale, ma stacca comunque.

Apprezzo, batto le mani all’iniziativa, l’appoggio; ma io continuerò ad innaffiare la terra, perché fiorisca.

 

 

 

 

Incidente di percorso

Don Letizio fissò il foro tondo della canna della pistola, e cadde in ginocchio.

“Ti prego, Alfonso, non uccidermi! Pensa al percorso di redenzione che stai facendo, dopo la galera! Eri a messa l’altro giorno, hai preso la comunione! Pensa alla salvezza della tua anima! Finirai in peccato mortale!”

Alfonso scosse la testa. “A’ don, ma che peccato mortale? Peccato veniale è.”

“Ma che dici!” Fu la risposta disperata. “Tu m’accidi! Materia grave!”

“Naa. Vede, io so’ in percorso de redenzione, proprio come m’aveva detto. Quando sono entrato nell’organizzazione non capivo bene che era peccato, mica è colpa mia, è la società. Adesso so che è male ammazzare, ma tengo le attenuanti. Io cerco di smettere, vorrei, lo giuro. Ma non è che posso mettere in pericolo la mia famiglia per disobbedire agli ordini del capo. Pensate a mia moglie, ai piccolini! Devo mantenerli, sono abituati bene, cosa penserebbero di me altrimenti? Don, la vorrei proprio risparmiare, le giuro, ma non posso smettere adesso.”

Fece fuoco due volte. Guardò il corpo immobile e si strinse le spalle. “Aho, speriamo che il prossimo confessore non sia uno di quei tradizionalisti…”

Passando per la scienza

Su consiglio di un amico, mi sono letto “There is a God“, “C’è un Dio”, un libro di una decina di anni fa che ha come sottotitolo “Come l’ateo più famoso del mondo ha cambiato idea”.

L’ex-ateo in questione è Antony Flew. Sebbene sia opinabile se fosse o meno il più famoso, non c’è dubbio che fosse il lizza per il titolo, per carisma e importanza nella filosofia. Flew, chiaramente un’ottima penna, dimostrando una invidiabile onestà intellettuale racconta come è giunto a rovesciare le sue convinzioni di una vita sull’esistenza di un essere supremo creatore. Lo fa attraverso una breve autobiografia. Da questa apprendiamo che la sua è stata una conversione per così dire intellettuale.

In altre parole l’autore ha riconosciuto che ragionevolemente e logicamente le spiegazioni che gli atei davano per alcune delle questioni fondamentali della scienza e della filosofia non stavano in piedi.
Non quindi una rivelazione, una caduta sulla strada di Damasco, ma piuttosto una presa di coscienza intellettuale e filosofica. La divinità del filosofo è una Mente; non è il Dio cristiano né alcun altro dio, ma la risposta più convincente. Al contrario di altri personaggi Flew sostiene che è proprio stato l’avanzare della scienza a rendere evidente che certe soluzioni positiviste all’enigma dell’esistenza erano errate o quantomeno insufficienti.

Ad esempio, se fino a un centinaio di anni fa era possibile ipotizzare un universo eterno e stazionario, oggi non è più così. Abbiamo un big-bang, un punto d’inizio, stranamente simile alla creazione delle teologie. Niente si origina dal nulla, e qui si ripropone l’argomento della causa prima, l’origine ultima di tutti gli effetti.
Il fatto che poi questo universo abbia leggi  esattamente calibrate per sostenere la vita e noi è inspiegabile, a meno di ipotizzare una serie infinita di universi. Il che filosoficamente non sposta il problema: chi ha scritto queste leggi?

Il libro passa poi ad esaminare l’origine della vita, sia da un punto di vista filosofico che scientifico. Racconta un episodio simpatico: ricordate la pretesa che un branco di scimmie con delle tastiere possono, dato il tempo, scrivere tutte le opere di Shakespeare? Bene, qualcuno ci ha provato: ha chiuso per un mese sei scimmie e una tastiera in una gabbia. Alla fine non solo non è venuta fuori nessuna opera del poeta inglese, ma neanche una singola parola di senso compiuto. comprese quelle di una sola lettera. In effetti, la probabilità di comporre battendo lettere a caso anche solo un sonetto di Shakespeare, 488 lettere, eccede di gran lunga il numero totale di particelle dell’universo. In altre parole, abbiamo più probabilità che prendendo un cucchiaio di materia in qualsivoglia punto del cosmo troviamo un singolo atomo precedentemetne designato piuttosto che scrivere quella poesia pestando tasti a casaccio per milioni di anni.

I viventi più semplici, entità in grado di riprodursi e passare la propria impronta genetica ad un discendente, sono molto più complessi ed improbabili di un sonetto. E’ per questo che la spiegazione più semplice è una Mente creatrice.
“I leader della scienza dell’ultimo centinaio di anni, insieme con alcuni dei più influenti scienziati odierni, hanno costruito un’avvincente visione di un universo razionale che sorge da una Mente divina. Come accade, questa è la particolare visione del mondo che trovo essere la più solida spiegazione fiilosofica di una moltitudine di fenomeni incontrati da scienziati e non.”

L’autore intreccia scienza e filosofia in maniera affascinante e divertente. Si possono discutere le sue affermazioni, ma non si può negargli il fatto di essere persuasivo.
Il libro termina con l’ammissione che l’autore è ancora lontano dal credere in cose come un’esistenza dopo la morte; ma che rimane aperto all’onnipotenza, e

“Come ho detto più  di una volta, nessuna religione possiede qualcosa come la combinazione di una figura carismatica come Gesù e un intellettuale di prima classe come S.Paolo. Se desideri che l’onnipotenza metta in piedi una religione, mi sembra sia questa il concorrente da battere!”

Flew è morto nel 2007. Ormai avrà toccato con mano quanto i suoi ragionamenti filosofici fossero azzeccati, e cosa sia davvero l’onnipotenza.

Via dall’inferno

“Zio, sono preoccupato”.
Berlicche, l’arcidemone, abbassò gli occhi verso l’abisso.
“Dimmi, Malacoda, perché questa preoccupazione? Ti devo ricordare che dovresti esser tu a far preoccupare, non viceversa.”
“Ho sentito che vogliono sfrattarci”, ansimò il diavolo.
L’anziano tentatore si grattò il corno. “E dove avresti sentito questa novità?”
“Pare che gli umani non credano più all’inferno”.
Berlicche rise. “Ma è sempre stato così! Una gran parte delle anime che giungono sulle nostre tavole è composta da gente che non credeva all’inferno, e quindi che non ci fosse nessun bisogno di pentirsi o convertirsi. Osservare la loro faccia quando si accorgono di essersi sbagliati è uno dei miei più grandi divertimenti.”
“Ma stavolta è diverso! Pare non siano solo più i nostri dannati che lo affermano, ma addirittura pezzi grossi della Chiesa stessa!”
L’arcidemone sbuffò. “Che sciocchezza. Il Figlio del Nemico ne ha parlato chiaramente più volte. Non penso proprio che…”
“Ti dico che è così! Negano che ci si possa dannare, e asseriscono che tutti saranno salvati, compresi quelli che non si sono mai minimamente pentiti! Oh, che facciamo, che facciamo? Se lo dicono loro, da un momento all’altro qui viene giù tutto! Resteremo senza cibo e senza divertimento!”
Berlicche diede un calcio al suo sottoposto con lo zoccolo puntuto. “Ma sei idiota? Lavoriamo a cancellare la consapevolezza del male da millenni, ed ora che finalmente abbiamo raggiunto quell’obbiettivo tu hai paura? Guarda fuori: ti pare che sia calato il flusso di immigrati nelle nostre bolge? Neanche per sogno! Abbiamo dovuto dare in appalto il trasbordo delle anime perché la barca di Caronte non basta, e lavorano a triplo turno”. Berlicche stette un attimo a contemplare i fuochi dove le anime si consumavano. “Tutto questo è eterno. Non dimenticare che ognuno di quelli che arriva ha scelto di essere qui. Ha liberamente rifiutato il Nemico, e il Nemico, per quella che chiama giustizia, gli ha permesso di andare dove voleva.”
Afferrò Malacoda per l’orecchio scaglioso e lo condusse fuori. “Se anche questo luogo dovesse svuotarsi, e non vedo come sia possibile, dove pensi che andremmo noi? Eh?”
“No-non…”
“E dove se no? Sulla Terra, è ovvio! Se ogni sacrificio è inutile, se non serve credere nel Nemico, se fare quello che suggerisce la sua Chiesa è opzionale, a che pro i mortali dovrebbero impegnarsi a seguire il bene? Quella diventerebbe la nostra nuova casa, perché non esisterebbero più né giustizia né verità”. Allargò le braccia, sorridendo, e il suo sorriso era pieno di denti. “E dove Giustizia non è possibile, quella è casa nostra!”

 

 

Dappertutto

“Le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive vanno dappertutto”.

Forse ricorderete questa frase ad effetto di qualche anno fa. In effetti ha un fondo di verità.
Le cattive ragazze vanno dappertutto. E anche i cattivi ragazzi: sovente nello stesso posto. Lì le cattive ragazze apprendono una triste verità: i cattivi ragazzi sono molto spesso cattivi.
Coloro che sono convinti che l’uomo sia buono si stracciano le vesti quando qualcuno di segno opposto osa dire “se l’è cercata”. “Non è che una vittima”, sostengono.

Sono d’accordo. E’ una vittima. Ma da ben prima dell’evento fatale.
Innanzi tutto di coloro che, convinti che l’uomo sia buono, non l’hanno preparata ad  incontrare chi buono non è.

E’ vittima di coloro che dicono che il male non esiste, tutto è relativo, fino a quando una ragazzina viene stuprata e magari ammazzata. A quel punto danno la colpa alla società.

E’ vittima di coloro che hanno coniato la frase che ho scritto all’inizio, che suggerisce che essere cattivi, disobbedienti, trasgressivi  è meglio. Balle.
Il paradiso è per definizione tutto ciò che è bello, desiderabile, buono. Il completamento di ogni desiderio. Gli altri posti hanno il resto. Quel dappertutto si riduce quasi sempre ad un fosso, ad una cella, il bordo di una strada, il letto di un ospedale, una tomba.

E’ vittima di chi ha condotto i cattivi in quel posto, consapevoli od inconsapevoli. Il male genera male.
Siamo tutti cattivi. Il punto è se vogliamo rimanere tali.

Ci sono vittime innocenti. Ci sono vittime che hanno cercato il pericolo, consciamente o inconciamente, e l’hanno trovato. Ma tutte le vittime sono tali perché il male esiste davvero. Vittime di una libertà senza verità.
All’inferno si finisce perché lo si lo si desidera. Perché raccontano che non è necessario pentirsi, tutto è concesso, ogni cosa è un diritto. Allora si può fare quello che si vuole, senza conseguenze. E questo è l’inferno, il posto lontano da Dio. E non è vuoto.

E’ pieno di cattivi ragazzi, di cattive ragazze che hanno scelto di essere tali. E di chi li ha applauditi.

 

Da “Le storie di San Randazio” – Casa pulita

Una volta il santo monaco Randazio si trovò a narrare una storia agli abitanti di un borgo che si dovevano da lui confessare.

“In un paese qui vicino c’era un ragazzo molto bello, umile e onesto. Questo ragazzo non era ancora sposato. Un giorno fu accostato sulla via da una signorinetta in età da marito, che fissandolo gli disse “Ma quanto sei bello! Vieni a casa mia, domani, che ti voglio parlare”.

Il nostro rimase perplesso dalla subitaneità della proposta, però sapeva che la ragazza era di buona famiglia e quindi non ritenne fuori luogo accettare l’invito, se non altro per capire cosa si volesse da lui.
Giunto che fu alla di lei magione, fu colpito dalla sporcizia che vi regnava. Pattume si riversava dalla soglia sulla strada, e con tutta evidenza nessuno aveva ramazzato i pavimenti né messo ordine da un bel pezzo. Un vociare pervadeva l’ambiente, perché parecchie persone oziavano o chiaccheravano in ogni stanza. La signorina che l’aveva invitato si stava intrattenendo con un gentiluomo, con cui era evidentemente in intima confidenza. Alzato lo sguardo e veduto il nostro in attesa, non si diede peso di interrompere le sue effusioni, ma continuò fino a che volle; quindi, congedato il filarino, finalmente si dedicò al suo ospite.

“Ah! Sei giunto!” Gli disse.

“Mi hai chiamato”, quello rispose. “Io giungo sempre se invitato. Ma pare che tu non ti sia data molta pena dal prepararmi accoglienza.”
“E che, tu mi giudichi?” Rispose la donna “Io faccio quel che mi pare in casa mia. Ma veniamo a noi: tu mi aggradi ed hai buona fama, vuoi unirti a me?” Chiese, carezzando il suo interlocutore. “Ci guadagneremmo entrambi: tu mi avrai, dacché so che mi brami, ed io diventerò così una donna onesta.”

Questo si stupì. “Ma come, tu non sembri conoscermi affatto, eppure dici che mi desideri. Ma come la mettiamo con quell’uomo con cui ti vidi amoreggiare quando giunsi?”
“Oh, quello?” Fece la giovane “Non ti preoccupare per lui. Non c’è problema.”
“Nel senso che l’abbandonerai?”
“No, perché dovrei? Mi è caro e mi conviene. Né lui né gli altri come lui ti devono però interessare, non penserai che io debba cambiare la mia vita per venirti incontro?”
Il ragazzo era stupito ed amareggiato. “Ma come puoi pensare ciò? Se tu davvero mi volessi, e non fossi un capriccio, rinunceresti a tutto per unirti a me. Se non sei disposta, qualunque scusa tu ponga innanzi, vuol dire che stimi ciò da cui non demordi più di me.”
“Tu devi capirmi”, disse la donna, “se davvero mi volessi bene saresti anche disposto a permettermi qualche svago”.

Randazio si interruppe  e scrutò i presenti. “Ditemi, fratelli cari”, domandò, “voi cosa avreste fatto? Sareste rimasti nonostante tutto con quella donna?”
“Sarebbe da matti” sbottò uno dei presenti “Una che ti stima così poco meglio perderla che trovarla. Ti userebbe e ti butterebbe via, perché ha altri amori.”

“Ed è proprio quello che fece il nostro giovane”, disse Randazio. “Scappò a gambe levate da quel luogo dove non era certo desiderato. Perché per dare tutto se stessi bisogna che ci sia qualcuno in grado di accogliere quel tutto.”

Alcuni dei presenti però mormoravano e si scambiavano risa maliziose e lo santo monaco disse “Così è per la parola che vi ho detto riguardo a Cristo. Se rienete altro più interessante, e non ritenete neanche di ripulire la vostra casa prima di accoglierlo, allora non ne siete degni. Quale uomo che deve ricevere un re o un uomo illustre a casa sua non la pulisce da cima a fondo, e lo onora con il primo posto? Io vi dico: se non farà così, quello ne sarà oltraggiato. Badate di non perdere il vostro tempo con chi non vi ama.”

Glicofilusa

Quante volte confondiamo la fede con un obbligo, la libertà con la licenza, la verità con la legge.

Quando tutte e tre non sono che amore.

(il guaio è che manco sappiamo più cosa sia davvero l’amore)

Abbandonati

Una mia amica nei suoi ultimi istanti chiedeva la grazia di abbandonarsi al destino.
Che, in una certa maniera, è l’opposto di come talvolta si concepisce la libertà: cioè la scelta di fare di testa propria, di seguire la propria idea. Idea che spesso va contro la verità di se stessi per andare dietro alla menzogna, alla soddisfazione di corta durata, all’istinto più bestiale, cioè non degno di un uomo.

Lo dico più chiaramente ancora: libertà è intesa da alcuni solo come possibilità di fare il male per se stessi e per gli altri. Fare il male, ovvero non fare il bene di sé, non seguire la verità di quello che si è. Peccare.

Ma è la verità che fa veramente liberi, perché ti permette di vedere l’illusione. Così la più grande misericordia è volere il bene ultimo, vero, supremo di una persona. Di colui al quale vogliamo bene, del quale vogliamo il bene, perciò anche del nostro nemico.
Favorirlo nella falsità è il suo contrario: l’indifferenza al suo destino ultimo, abbandonarlo nel peccato.

La libertà più grande, anzi, l’unica autentica libertà è abbandonarsi nell’abbraccio di un Altro, e non lasciare che la menzogna ci illuda.

Le terre ballerine

Sono stato, un paio di giorni fa, in un luogo chiamato “le terre ballerine“.
E’ una valletta circolare, circondata dai boschi. Appena sotto la superficie, sigillata dalla torba, c’è l’acqua, residuo di un antico lago ormai scomparso. L’effetto per chi vi si avventura è quello di camminare sopra un enorme materasso elastico.

E’ una sensazione strana, passeggiare dentro quello che sembra un normalissimo bosco ed accorgersi che i passi rimbalzano, e alberi e cespugli nel raggio di una decina di metri ondeggiano al ritmo dei propri saltelli.

Normalmente la terra è sinonimo di solidità. Non si muove sotto i nostri piedi, salvo eventi rari e brevissimi come i terremoti. Invece qui sembra di camminare su un liquido profondo ed ingannevole,  e si è colti da un senso come di nausea. Il mal di mare sul suolo asciutto.

Oh, può anche essere divertente e istruttivo balzare su e giù come bambini facendo oscillare alti alberi alla maniera di fuscelli. Ma, se dovessi costruire, preferirei senza dubbio ciò che non si muove, ciò su cui posso contare, l’immutabile roccia.

Non sorgono case, non abita gente, nelle terre ballerine.

Passeggiando tra i lupi

Mi pare alcuni, nella Chiesa di oggi come in quella di ieri, non solo non abbiano più fiducia in Dio, ma neanche nell’essere umano.
Forse lo si considera troppo stupido, o troppo indaffarato, o troppo arrapato, o troppo cattivo per avere voglia di amare davvero la propria moglie o marito, per capire cosa sia il meglio della propria vita, dove sia il bello, come si debba fare il bene.
Voi lo sapete, io penso che l’uomo sia cattivo. Ma anche chi è cattivo, o stupido, o indaffarato capisce dove sta il suo bene. Magari poi non lo fa; ma capirlo sì.

Persino le pecore lo capiscono. La pecora abbandonata a se stessa bela, invocando aiuto. E una pecora è parecchio meno intelligente di un essere umano.

Questa parte della Chiesa pensa che il pastore dovrebbe dare alle pecore il permesso di fare quello che vogliono, sicure che qualcuno le salverà comunque. O meglio, che si salveranno da sole. Il che è un paradosso, dato che le si considera troppo deboli per comprendere ciò che è male. Paradosso risolvibile in un solo modo, dicendo che il male non è poi così male.

Davvero una pecora può sentirsi realizzata a ficcarsi in un burrone, o a passeggiare tra i lupi? Persino le pecore capiscono che è meglio seguire un pastore che si occupa di loro, togliendole dai pericoli. E’ selezione naturale: quelle che non l’hanno capito muoiono. Se il pastore non fa questo, salvare le pecore, non è un pastore. Cosa sia esattamente non lo so.

Qualcuno pensa che il modo migliore per fare felice l’uomo sia dargli il permesso di fare cosa vuole, senza capire che ha già il permesso di fare cosa vuole: si chiama libero arbitrio, si chiama libertà.
Ma quel “cosa si vuole”, senza bene, conduce alla morte e alla rovina. L’uomo è in grado di capire dove stia il suo bene: ma se non gli viene indicato, se gli viene nascosto, se gli viene detto “tanto è lo stesso” lo troverà molto più difficile; sulla sua pelle.
L’uomo può fare il bene, anche se cattivo. Altrimenti non avrebbe senso una Chiesa.
Una Chiesa che considerasse impossibile il bene per l’uomo dovrebbe pensarlo anche per se stessa. Si definirebbe incapace, e inutile. Che me ne faccio di una Chiesa così?
Per nostra fortuna, la Chiesa è altro. Non la salvezza, ma chi indica la via per la salvezza. Salvezza da che? Dai lupi, dai burroni, da noi stessi.

Talvolta anche gli uomini buoni prendono una sbandata. Figuriamoci quelli cattivi. Ma l’importante è riprendersi; è vedere l’errore; è ricominciare ad essere ciò che si deve essere. Chiedere perdono: sicuri che, di lassù, una mano arriverà.

Cose che non sono lì

Ho appena terminato di vedere un documentario coreano sull’intelligenza artificiale.

Iniziava con una affermazione: la ragione per cui i nostri antenati di 70000 anni fa sono riusciti a battere la concorrenza dell’uomo di Neanderthal, a detta loro migliore fisicamente, risiede nel fatto che l’Homo Sapiens era in grado di vedere cose che non c’erano.

Veniva mostrata come esempio una statuina preistorica antropomorfa con testa felina. Ecco l’arte, ecco la religione, mi sono detto. Ecco i santi, che hanno costruito tutta la loro vita su ciò che non si vede, perché lo si possa guardare attraverso di loro. Ma il filmato non ha dettagliato: è passato al futuro, asserendo che siamo forse sull’orlo di un cambiamento epocale. L’avvento di una intelligenza artificiale in un corpo artificiale. Il documentario, per quasi un’ora, fa una carrellata di vari centri di ricerca dove si insegna a robot umanoidi a riconoscere oggetti e linguaggio, a manipolare e a rispondere in maniera apparentemente sensata agli stimoli.

Certo, impressionanti i risultati. Ma cosa abbiamo in realtà?
Una macchina che impara perché un programma gli dice di imparare, e apprende solo quello che gli viene sottoposto. E’ una simulazione di pensiero; infinitamente distante, ancora, dal nostro hardware dedicato fatto di neuroni. Il cervello, che un programmatore molto più raffinato ha predisposto.

In un certo senso le conclusioni contraddicono le premesse: si dice che verremo superati da qualcosa che non è in grado di vedere oltre la realtà. Oh, magari quanto riesce a vedere questa intelligenza del futuro lo analizzerà più velocemente ed efficientemente di noi. Ma può bastare a battere una creatura come l’uomo che ha la speranza, che ha la fede?

L’Utero

Il mio professore di italiano delle superiori lo chiamava Martin l’Utero. Qualcuno ha sostenuto che a spingerlo alla sua famosa rottura siano stati le pulsioni sessuali; in effetti, sposare una ex-suora ed andare a vivere in un convento espropriato può apparire improprio. Con lui il matrimonio, cioè il sesso, diventa non più affare di Dio, ma dell’individuo, cioè del potere; si può essere anche poligami, basta che non si sappia troppo in giro.
Per cercare conferme o smentite a questa tesi in questi giorni ho letto di tutto. In generale chi lo difende dice che ha agito con in mente uno scopo più grande – come, che so, Stalin – e ponendo l’accento sui molti protestanti degni di rispetto. Forse perché, dal punto di vista storico, molto di quello che ha personalmente detto, scritto e fatto è oggettivamente disgustoso al nostro occhio attuale.
Certo, è politicamente scorretto affermarlo, come del resto lo sarebbe chiamare assassino pedofilo l’altro grande eretico, Maometto, solo perché sposava bambine di nove anni e massacrava chi gli dava fastidio.

Qualcuno sostiene che è merito suo se siamo entrati nella modernità. Vorrei rispondere con le parole di Chesterton, scritte quando ancora era su quella stessa sponda:

“Sono fermamente convinto che la Riforma del sedicesimo secolo sia vicina come può esserlo una cosa mortale al puro male. Persino le parti di essa che possono apparire plausibili ed illuminate da un punto di vista puramente secolare sono risultate marce e reazionarie, anche da un punto di vista puramente secolare. Sostituendo la Bibbia al sacramento ha creato una casta pedante di quelli che potevano leggere, identificati superstiziosamente con quelli che potevano pensare. Distruggendo i monaci, prese il lavoro sociale dai poveri filantropi che avevano scelto di negare se stessi per darlo ai ricchi filantropi che sceglievano di affermare se stessi. Predicando l’individualismo mentre preservava l’ineguaglianza, ha prodotto il moderno capitalismo. Distrusse la sola lega di nazioni che aveva qualche possibilità. Produsse la peggiore guerra di nazioni che sia mai esistita. Ha prodotto la più efficiente forma di Protestantesimo, che è la Prussia. E sta producendo la peggiore parte del paganesimo, che è la schiavitù.”
(New Witness, 20 Giugno 1919)

Sì, forse è anche merito del protestantesimo se si è sviluppato l’odierno mondo. Ma niente mi leva dalla testa che, se non ci fosse stato, avrebbe potuto svilupparsi un mondo migliore.

Preghiera per la pioggia

Dry bones can harm no one

La terra è secca come le ossa di un morto,
L’erba è paglia, il ramo nudo e desolato.

Manca l’acqua, arida è ogni cosa.
Il fuoco nasce da una piccola scintilla:
Incendio che devasta, divoratore di vita.

Qualcuno lo cerca. Gioisce della morte
si augura la cenere, vuole il grigio nulla.
Come stupirsi che il tuo monte bruci?

Fai piovere, Signore, sulla tua terra.
Senza pioggia inaridisce il ruscello,
l’ombra del bosco arso era rifugio.

Non lasciare disseccare la tua fonte
proteggici dal fuoco che non si estingue.

Il travestimento

Lo sapete, è una mia idea un po’ fissa. Cioè che tante di quelle battaglie che qualcuno chiama “di libertà”, o in nome di “diritti”, autodeterminazione e così via, nascondano in realtà la volontà di colpire un singolo obbiettivo, cioè la presenza reale di Dio nel mondo. Che siano, detto altrimenti, dei travestimenti per le zanne e gli artigli di un potere occulto e maligno. Come in un certo libro e ora film di successo, dove il male si traveste da clown che dona palloncini. Sfortunato, e imbecille, chi cade nella trappola.

Così, ad esempio, tutto il movimento iconoclasta che ha piede ora negli Stati Uniti. Credevate che si fermasse alle statue dei generali confederati, scrittori, esploratori come Colombo? No: il prossimo bersaglio sono le croci. Come quella che campeggia su un memoriale a soldati caduti nella prima guerra mondiale, che qualcuno vorrebbe abbattere in nome di una pretesa laicità; sostituendola, cioè, con il nulla di cui quel qualcuno è rappresentante. Un Nulla ben preciso, ovviamente.

C’è da dire che chi volesse difendere quella croce in nome di valori o tradizioni sbaglierebbe in maniera alrettanto decisiva; anzi, in fondo si schiererebbe con il nemico. La croce che campeggia su quelle lapidi, o su quelle tombe, non è una pia tradizione, un segno scaramantico, una bandiera da difendere; rappresenta la memoria di cosa è l’uomo, il senso stesso della sua vita e della sua morte. Senza di quella croce non ci sarebbe ragione di ricordare quei caduti, perché ci sarebbe solo il presente, un perenne istante fuggevole senza significato, in cui ci si sbrana vicendevolmente. Definirla valore o tradizione è averla già abbattuta nel proprio cuore.

La croce proclama che ogni vita vale qualcosa. Così anche le leggi come quelle sull’aborto o come quella sul fine vita attualmente in discussione al Parlamento non sono altro che tentativi di colpire la vita per distruggere la croce. Quando si obbligheranno anche gli ospedali cattolici e i medici ad ammazzare i pazienti, quella croce dovrà essere tolta dalle corsie e dai cuori, se non si vorrà perderla. E dopo scopriremo quanto quella libertà, quei diritti, quella autodeterminazione valgano davvero per chi si riempe di essi la bocca. Già lo potremmo, se volessimo.

Ma dovremmo volere vedere oltre il travestimento.

Varrebbe la pena

Varrebbe la pena seguire sempre noi stessi, ciò che già pensiamo, la nostra idea, se fossimo nel giusto.
Se avessimo la verità.
Se sapessimo descrivere perfettamente il mondo e l’esistenza.
Cioè avessimo davvero capito tutto.

Perché allora saremmo felici.

Ma non lo siamo.
Per cui, vale la pena cercare altro. Imparare. Ciò che è vero.

Fai da te

Egli era un uomo ispirato.
Era indignato da quello che vedeva: il commercio di ciò che avrebbe dovuto essere sacro, la corruzione diffusa, l’ignoranza… non poteva sopportare quel centralismo che pretendeva di dare norme valide per tutti. E così, un giorno fatale, andò con chiodi e martello e appese le sue tesi alla porta. Del grande magazzino che vendeva attrezzature per la casa e l’edilizia.

Quello che voleva era in fondo semplice. Perché affidarsi a idraulici, muratori, elettricisti per fare le cose? Ogni uomo doveva saper fare da sé, senza sottoporsi per forza a regolamenti e leggi. Era la casa stessa che avrebbe suggerito come agire: ogni suo mattone, ogni cavo, ogni tubo portavano con loro il necessario per comprenderne l’utilizzo. Bastava avere fede in loro: cosa avevano i cosiddetti esperti in più?
Quell’uomo voleva insomma ritrovare la purezza del bricolage originale nel costruire, e per fare questo si trovò  a demolire.

Di fronte al generale malcontento per le fatture esose dei professionisti il movimento di protesta prese piede rapidamente.

Gli esperti, gli artigiani, quelli che si guadagnavano da vivere in questa maniera furono maledetti; messi sotto accusa, giudicati e condannati. La rabbia, come quasi sempre accade, sfociò in violenza nei confronti di questi ladri, questi parassiti, questo male della società. Qualcuno tolse il disturbo, altri si tolsero la vita.

Ogni persona si riteneva ispirata a trovare la propria soluzione ai problemi della casa. Si comprava gli attrezzi e cominciava a martellare, allacciare, svitare. I potenti del commercio fiutarono il vento, e aderirono entusiasticamente pure loro. I negozi dedicati sorsero come funghi; ognuno rifuggiva le procedure standardizzate per elaborare la propria soluzione che sosteneva migliore delle altre.

Ogni produttore cominciò a creare la sua misura di condotte, la sua tipologia di cavi, la sua dimensione di mattoni. Ogni tentativo di imporre una norma comune era visto come una ingerenza inaccettabile nella libertà altrui. Però in tale maniera chi faceva da sé finiva per ritrovarsi legato mani e piedi a colui che aveva prodotto la versione particolare di componente utilizzata.

L’inesperienza provocò incidenti e malfunzionamenti di ogni tipo; le persone normali, con poco tempo per imparare a fare le cose oppure senza attitudine, si ritrovarono allagate o fulminate; i crolli e gli incendi erano all’ordine del giorno, dato che i controlli erano rifiutati a priori e ognuno faceva come riteneva meglio.

A conti fatti ci si scoprì a pagare, tra acquisto di attrezzatura e fallimenti, molto più di prima. Anche perché si finiva per chiedere aiuto ai dilettanti più abili, che si ritrovarono ad essere professionisti quasi loro malgrado. La casta si riformò.

Il fai-da-te rimase vivo per coloro che sapevano costruirsi le cose, o quantomeno erano convinti di saperlo fare; poco per volta la mania passò e, salvo per i piccoli interventi più comuni, si ritornò ad impiegare professionisti che conoscevano il loro mestiere.

Coì finì il MacGyverismo. C’è ancora chi lo esalta, evitando con cura di conteggiare le amarezze e i morti che hanno lasciato sul campo le buone intenzioni.

Carnefici

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi. (Mt 5, 11-12)

Ci pensavo giusto oggi. Capita spesso di ricevere, dal viovo o nella pervasiva Rete che ci avvolge tutti, una dose di insulti. Ci sono persone che, apparentemente, provano piacere nel cercare di fare male al prossimo. Nello sparlare di lui, nell’augurargli ogni sofferenza, a lui, ai suoi cari, a tutto ciò a cui tiene. Ricercano, con ostinato metodo, tutto ciò che possa ferire, nelle piccole cose come nelle grandi. Si immaginano cosa potrebbe dispiacere di più alla loro vittima, e ne testano gli effetti. Il sale nella ferita, l’ago sulla pelle scoperta, con sadismo sottile oppure depravata grossolanità. Credo che noi tutti ne abbiamo viste, conosciamo esempi.

Che poveretti, che anime bruciate e nere. Sapete come la penso sul demonio: lì c’è la sua firma, il suo consiglio all’orecchio che è penetrato in fondo al cranio a devastare.

Che la causa sia opposizione ideologica, calcolo interessato, sadismo oppure semplicemente odio, in questi atti c’è qualcosa di inumano, e allo stesso tempo di profondamente umano: la caduta originale che non ci fa essere ciò che dovremmo. L’orgoglio sconfinato di chi vuole umiliare, forse per non pensare alla propria piccolezza.

Una vita a sopportare insulti mi ha ragionevolmente blindato contro questo tipo di attacchi, se sono portati verso di me. L’unico effetto che mi provocano è una gran pena per chi freneticamente cerca di ferirmi, senza capire che in realtà mi rassicura.
Quando quelle attenzioni sono rivolte ad altri, spesso mi aiutano a capire dove stia la ragione. Chi la possiede, chi ce l’ha dalla sua parte non ha bisogno di spargere menzogna. Chi sparge letame da bocca e dita vuol dire che ne è pieno.

Non sentiamoci immuni, pensando di non essere così. E’ fin troppo facile diventare torturatori e carnefici. La rabbia è cattiva consigliera, e la certezza di essere nel giusto non ci porti all’errore. Cercare il male per qualcuno, con atti o parole, lo è sempre, e la fonte del male non ha bisogno di presentazioni.

Ultima casa prima del mistero

La mia era l”ultima casa prima della campagna.

Oggi non si usa più che i ragazzini girino da soli. Io, bambino delle elementari, vagavo pomeriggi interi per i campi, fin dove mi portavano i piedi. Esploravo; raccoglievo le cartucce dei cacciatori, che utilizzavo come soldatini di improbabili battaglie; immaginavo mondi.
I gorghi sotto le pietre del ruscello diventavano la porta d’ingresso a strani mondi sotterranei. L’erba più alta della mia testa di certi campi abbandonati era quella di una savana in cui si intrecciavano misteriosi sentieri circolari; e c’era sempre un più in là, un segreto da scoprire. Forse risale ad allora questa mia curiosità indomabile, questo mio non accontentarmi di cose facili, ma volere capire, volere andare oltre.

In fondo al cuore sono sempre quel ragazzino sull’orlo di un mistero sconfinato.

Amore programmato

Prendo spunto ancora dal film “Blade Runner 2049” (seguono lievi spoiler, non vi rovinate a leggerli).

Come accennavo, questo sequel in qualche modo depotenzia le profonde domande religiose e filosofiche del suo predecessore. Il punto che sembra esplorare di più è quello dell’amore, del suo rapporto con la predestinazione e con il libero arbitrio.

Una delle protagoniste, Joi, è un programma, un’intelligenza artificiale che è una specie di tamagotchi in apparenza umana. Rappresenta la compagna perfetta: bella, disponibile, si materializza olograficamente con i vestiti adeguati all’umore del suo possessore, o senza di essi. Innamorata.
Ecco, innamorata. Amore, o simulazione di amore? E’ una intelligenza dotata di libero arbitrio, o è solo codice che si esprime in parole e atti adatti alla situazione?
Se la persona fosse reale il modo in cui agisce li definiremmo atti d’amore. Ma, dato che è un programma venduto in milioni di copie, cosa possiamo dire degli stessi atti e parole? Aggiungo io: in ogni caso pronunciati da un’attrice secondo un copione, quindi finzione.

Joi, ammesso che sia considerabile come un’entità, è predestinata ad innamorarsi del suo padrone, non può fare diversamente. O no?

Nel film è suggerito che forse anche Rachel – Sean Young, la protagonista del primo film, fosse stata programmata per innamorarsi di Deckard – Harrison Ford (e viceversa?). Se un programma è “incarnato” dentro un corpo, artificiale che sia, è differente da quando ha come interfaccia un ologramma? E noi umani, in che modo siamo differenti? Siamo forse anche noi predestinati ad amare? Che relazione c’è tra una predisposizione e il destino?

Il libero arbitrio comporta questo: che si può rifiutare ciò a cui siamo predestinati. In altre parole: ci si può rifiutare di amare. O si può amare qualcosa d’altro, qualcun altro. Errore, o possibilità?

Sorge una domanda: la felicità può risiedere nel rifiutare quell’amore che coincide con il nostro destino?
La sola risposta possibile è che dipende da chi ha predisposto, per così dire, quell’amore. Se si tratti di un essere onnisciente che ama le sue creature o di un imperfetto programmatore umano, che le considera un prodotto.
Possiamo scegliere di non essere ciò che dobbiamo essere. Ma ogni cosa ha una conseguenza: accadrà ciò che non avrebbe dovuto essere.

Le storie di San Randazio: il troll di Burgerio

Si narra che i viaggiatori che transitavano per il ponte di Burgerio fossero afflitti da un singolare personaggio. Era costui un ometto dalla pelle grigia e bitorzoluto, con un gran naso, Qualcuno diceva fosse una creatura demoniaca, o uno di quegli spiriti naturali che si odono nelle fiabe, qualcun altro che fosse solamente un folle solitario che si divertiva a tormentare la gente. Fatto sta che coloro che transitavano per il luogo erano apostrofati da detto individuo con epiteti scurrili e ripetute bestemmie. Il profluvio di parole malvagie era insopportabile, e financo i meno sensibili fuggivano dal molesto essere. Costui era particolarmente pernicioso nei confronti de’ religiosi, che derideva sostenendo che quanto loro credevano non fosse altro che un mucchio di bugie che presto sarebbe cessato.
Il tormentatore non si chetava facilmente; si teneva sugli alberi e sulle rocce, e se uno faceva tanto di inseguirlo svaniva per ricomparire più in là. Sebbene molti si fossero mossi per acchiapparlo, nessuno v’era riuscito ancora a motivo della sua agilità e della sua conoscenza dei luoghi che impervi erano assai.
L’unica maniera di farlo smettere era ignorarlo, come se non esistesse; allora dopo un poco di solito si seccava e desisteva. Ma se lo si affrontava con le parole, era capace di seguitare per ore colmando le orecchie di ragionamenti assurdi e senza capo né coda, come nutrendosi dell’ira altrui.

Gli abitanti del contado si risolsero alfine a rivolgersi al monaco Randazio, che aveva fama di santità. Randazio accettò di buon grado di confrontarsi con la creatura. Appena giunse al ponte, l’ometto grigio saltò fuori. Aveva un lungo crine sporco e vestiva di pelli; e si mise subito ad irridere Randazio. Sosteneva costì che gran spreco era vestire l’abito di frate, che tutto sarebbe terminato con la morte e quindi tanto valeva spassarsela e godersela. Lo monaco stette un poco a sentirlo, senza dar segno di accusare il colpo. Al che l’ometto, con aria furbastra, disse: “Eh! Ben ti seccano le mie proposizioni, che non favelli!”

Al che Randazio replicò con una gran risata. “Ometto, tu non m’infastidisci punto. Se tu hai ragione, e siamo solo cibo per li vermi, tu sei nulla, per me almeno. E come può il nulla infastidire? Ma se ho ragione io e un Signore esiste, tu mi fai solo una gran pena, perché irridi ciò che non conosci. Vedi bene”, proseguì il santo monaco, “in un caso o nell’altro tu non sei punto fastidioso, perché se’ niente. Mentre se tu volessi cambiare e riconoscere lo Signore tuo, allora saresti un fratello, e tutto.”

L’ometto tacque, quindi in silenzio disparve e più non si sentì di lui. Nessuno sa se andò altrove a seccare la gente o seguì il consiglio di Randazio e scelse vita migliore.

 

Ciò che è morto

C’era un grande albero, davanti a casa mia. Sovrastava la casa, e con le radici sollevava l’acciottolato e devastava i tubi sotterranei. Era una meraviglia, ma pericolosa. E’ stato quindi deciso di abbatterlo.
Anche se era probabilmente necessario, è stato un dolore vedere un tale albero morire.

Un artista del legno ne ha lavorato il ceppo ancora infisso nel terreno. Ne è uscita una strana scultura sui generis.
Bella a vedersi, sicuro. Ma un’opera del genere richiede manutenzione continua.
Ci sono gli agenti atmosferici, sole e pioggia, freddo e caldo. Ci sono i tarli. C’è l’umidità. I funghi, le muffe… Ciò che è morto si dissolve. Anche se lo vernicio due volte all’anno, uso i prodotti antitarlo e i veleni antifungo, piano piano, un pezzettino per volta, il legno cadrà via, marcirà, fino a quando sarà così compromesso che sarà inutile di cercare di salvarlo.
Ciò che non vive non sopravvive.

La vita, per definizione, reagisce. Risponde agli attacchi, cresce, si fortifica. Quello che è morto deve essere difeso, ma è una battaglia persa in partenza. È un prolungare nel tempo l’inevitabile.
I tarli scaveranno le loro gallerie, i funghi corroderanno e faranno marcire, le fessure si allargheranno per ospitare altri distruttori. Il legno diventerà fungo, diventerà tarlo, e poi più niente.
L’illusione di vita finirà.
Quanto vivo è il nostro albero?

Dov’è la tua vittoria

“Noi siamo per la vita, voi siete per la morte”, disse.

L’altro sbuffò. “Allora questo vuol dire che alla fine vinceremo noi”.

Il primo sorrise. “E’ tutto qui ciò in cui credo: che, malgrado le apparenze e quello che tu possa pensare, la vittoria è già nostra.”