La fine del Ratto

Va che roba. Pazzesco.
L’ultimo numero di Ratman. Nel senso dell’ultimo. Non nel senso che tra due mesi torni in edicola e c’è un altro ultimo numero. Ma nel senso di ultimo-ultimo, che tipo vai in edicola e trovi l’edicolante che piange.
E così poi piangi anche tu.
Ma per adesso mi faccio forza, perché questo ultimo numero del fumetto è tutto quello che ci si può aspettare. E da queste parti la barra ce l’abbiamo altina, neh.
Ci si può aspettare non nel senso che sia tutto scontato, senza colpi di scena, quelli ci sono eccome; intendevo che se era tanto diverso andavo sotto casa Ortolani, l’autore, e gli spaccavo le finestre a sassate. Si fa per dire, Leo, eh.

E succede che mentre leggi l’ultimo numero, ultimo-ultimo, all’improvviso capisci la diversità dalle altre storie di supereroi. Gli altri supereroi sono eroi fisici. Superforza, supermente, rompono tutto, cattivi compresi, e trionfano. Ma Ratman è metodicamente pestato da chiunque, vecchiette e bambini inclusi, e come potenza mentale si colloca circa tra “escremento” e “forchetta”. Il lato fisico è inapplicabile, salvo in gag più o meno scurrili. Deve essere differente. Quindi o la butta tutto sul comico, o sale di livello. E’ salito di livello. Tutte le ultime storie, ciclo finale compreso, sono storie metafisiche.

Che detto così sembra una parolaccia, o una sostanza di quelle che se ti beccano ti danno sei mesi con la condizionale. Invece vuole dire che le sue avventure non si accontentano di raccontare la realtà, cercano di comprenderla. Capire su cosa si fondi; cosa sia un supereroe, o un eroe, il bene, il male, la verità. Cose che i filosofi ormai hanno stabilito essere domande inutili, per bambini.

Come i fumetti.

Così ci vuole Ratman per farci ridire di che cosa è fatta l’Ombra, che è anche un altro nome per il male.
Che appare inarrestabile, impossibile da sconfiggere, perché troppo potente e fisicamente sovrasta gli ultimi difensori votati al massacro. Senza scampo.
E qui mi fermo, perché non voglio spoilerare, che poi venite sotto casa mia e mi rompete le finestre a sassate.

Oh, se ci mancherà, Ratman. Il più imbarazzante dei supereroi. Che, come fanno i buffoni migliori, ci ha aiutati a capire meglio il mondo. A capire cosa occorre per farne un posto migliore.
Fletto i muscoli e sono nel vuoto.

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La panchina

I due si trovarono come per caso accanto a quella panchina in riva al fiume, in quella giornata dall’odore d’autunno dove i riflessi delle foglie nell’acqua sembravano fiamme. Provenivano da opposte direzioni, e non avrebbero potuto essere più diversi.
Uno indossava un abito bianco di ricercata eleganza, immacolato, quasi a simboleggiare il distacco da tutti i problemi terreni, dal volgare mondo materiale; l’altro vestiva un nero usurato, nelle cui sfumature si indovinavano macchie di terra, di grasso e di cibo. Rammentavano quasi certe coppie comiche del cinema, gli archetipi di diverse concezioni di vita. Ed era una vita che si conoscevano, e si trovavano come per caso su quella panchina.

Si fermarono; quello vestito di nero aveva un aria pensierosa, la sua controparte vestita di bianco un’aria sorniona e vagamente compiaciuta. Come ad un segnale invisibile si sedettero contemporaneamente. Per un po’ rimasero lì, a guardare scorrere l’acqua macchiata di cielo, senza parlare. Poi quello vestito di bianco si schiarì la voce e prese la parola.
“Non ti va mica tanto bene, ultimamente, mi sembra.”
L’altro si girò leggermente, alzando un sopracciglio. “Cosa intendi, esattamente?”
Il primo ridacchiò. “Dai, che hai capito. C’è parecchia confusione dalle tue parti. Non mi sembra che la tua barchetta preferita se la cavi molto bene.”
Quello vestito di nero si drizzò leggermente. “Oh, non è la prima volta. La storia è piena di momenti in cui sembrava che la mia barchetta, come la chiami tu, si stesse per rovesciare. Spesso per colpa dei tuoi amichetti…”
Il suo interlocutore finse indignazione. “Oh, ma quando mai? Noi facciamo la nostra strada: non è colpa nostra se i vostri capitani pretendono di sapere ogni cosa. Ciò dà molto fastidio a noi che effettivamente sappiamo.”
“Credo tu ti stia sbagliando. Non è che dalle mie parti si sia mai preteso di possedere la verità; è che pensiamo che la verità ci sia e sia venuta a trovarci…”
“Direi che su quest’ultimo punto tra i vostri marinai ci sia un certo dissenso, ultimamente”.
L’uomo in nero fece un gesto con la mano, come a scacciare le mosche. “Confusione, la chiamerei. Ma non credo che la vittoria della tua parte sia così inevitabile, checché ne dicano alla televisione…”
“La gente che guarda la televisione merita che gli si menta. Non vedo però come si possa sperare di riuscire a fermare la nostra avanzata vittoriosa.”
“Avanzata? E’ un fenomeno passeggero. Quando in passato è capitato, e le cose sembravano irrimediabili, il nostro ammiraglio, per così dire, ha sempre tirato fuori dal cappello una sorpresa. Qualcosa di inatteso, che ha rimesso in sesto la sua nave. Ho confidenza..”
“Confidenza. E’ quella che si ha prima di capire il problema.”
“Oh, ma io non confido negli uomini.”
L’uomo in bianco ridacchiò. “Davvero? A me sembra che il tuo ammiraglio ultimamente stia facendo fuori tutti i suoi ufficiali di rotta, altro che fabbricare conigli. Forse ha deciso che la situazione ormai è irrimediabile, ha tirato i remi in barca e mette al riparo i suoi più fidi lasciando gli altri al loro destino.”
“O forse vuole toglierci dalle nostre facili certezze, metterci alla prova.”
“Sia come sia, senza ufficiali e senza quel coniglio dubito che ve la possiate cavare. Mi è venuta voglia di lepre in salmì… E, sentiamo, cosa potrebbe mai essere questo coniglio?”
Il secondo si strinse le spalle. “E che ne so?” Pensò un attimo. “Potrebbe essere chiunque. Per quanto ne so, potrei essere anch’io.”
“Ah, proprio quello di cui ha bisogno il mondo: dei geni con la dote dell’umiltà. Siamo rimasti così in pochi, ormai.” Ribatté sardonico l’altro.
“Geni? No, non direi proprio. In una certa maniera il contrario. Il genio è colui che pensa di potere e sapere tutto; il santo è colui che sa che non è niente e lascia fare tutto a Dio. E’ di santi che il mondo ha bisogno.”
L’uomo in bianco sbuffò. “E quindi tu ti consideri un santo?”
“Io? No di certo. Ma se il Signore volesse potrebbe utilizzare anche uno come me. Non farebbe che esaltare la Sua potenza, misero come sono. Anzi, forse lo fa già.”
L’uomo in bianco lo guardò pensieroso. “Sia come sia, mi attendono tempi esaltanti. Forse per te un po’ meno.”
L’uomo in nero ricambiò tranquillamente lo sguardo. “Anche ottenessi tutto quello che vuoi, compreso l’affondamento della mia barca, credi che saresti felice? A ben guardarlo, il tuo mondo nuovo non mi sembra così bello. Anzi, più cresce secondo il tuo desiderio più diventa brutto e cupo e disperato, un posto da non viverci.”
Il suo antagonista fu preso in contropiede. “Siete voi a renderlo tale!”
“Davvero? E come mai, allora, mano a mano che sembrate vincere e noi diminuire, peggiora?”
L’uomo in bianco si alzò di scatto. “Adesso devo proprio andare.” E si allontanò. Fatto cinque passi, si voltò. “Se la tua barca dovesse naufragare e tu con essa, l’unica cosa che mi dispiacerebbe saresti tu e questa panchina. L’unica.” E continuò per la sua strada.
L’uomo in nero lo seguì con lo sguardo. “Già. Ma chissà se, proprio per questa panchina, un giorno ci ritroveremo.” E anche lui si voltò e riprese a camminare sulla strada che doveva percorrere.

Superato

La piccola utilitaria filava a quaranta all’ora. La strada era larga, a due corsie, con una doppia striscia in mezzo, e pareva fatta apposta per correre. L’ometto vestito di bianco al volante non se ne curava;  viaggiava contento verso la sua destinazione, nella bella giornata assolata che invitava a tenere i finestrini aperti.
Evidentemente però  il guidatore dell’auto che lo seguiva non era della stessa opinione. Arrivò sparato, facendo i fari; poi inchiodò quasi, e fece partire un sonoro colpo di clacson. Il guidatore dell’utilitaria lo guardò nello specchietto: uno di quei tipi alla moda, con occhiali scuri e auto sportiva, sempre di fretta. Gli sorrise.
La macchina sportiva, sgommando, superò la striscia di mezzeria e l’utilitaria e accelerò facendo rombare il motore. “Imbranato! Datti una mossa!” si udì dal finestrino aperto; magari non proprio con queste parole, ma il concetto era quello.

Il guidatore della piccola auto lenta sorrise ancora.

L’auto successiva arrivò pur’essa sparatissima; era un SUV nero con due tipe eleganti a bordo e alcuni cagnolini dagli occhi a palla  incollati ai finestrini posteriori. Rallentò per un attimo, poi mise decisamente la freccia e oltrepassò la vettura più piccola mentre le due donne ridevano tra di loro. “…superato”, fu la sola parola che si riuscì ad udire.

Anche la terza macchina era un macchinone, di quelli costosi, di gran marca. Superò a gran velocità senza accennare neanche a frenare. A bordo due uomini, almeno uno sembrava un prete, chissà poi  se lo era; comunque si limitarono a lanciare uno sguardo di compatimento e, forse, qualche labiale di disprezzo verso quella inutile lentezza di auto.

Il cui autista continuava, mite, a sorridere.

Di fianco a lui c’era seduta una donnina minuta, che aveva guardato un po’ addolorata la successione di sorpassi. “Ma non ti dà fastidio essere superato?” Chiese al suo vicino di sedile.

“Oh, no, per niente”, rispose lui tenendo gli occhi fissi sulla via. “Ci sono buoni motivi perché il limite di velocità di questa strada sia così basso. Anche se non sembra, è parecchio pericolosa, la conosco bene. E quanto a quelli che mi hanno superato, li perdono perché non sanno quello che fanno. E presto se ne pentiranno”.

“Sì? E quando?”
“Oh, quando vedranno la pattuglia appostata là in fondo con l’autovelox…”

All’altezza

Ci vuole una grande grazia per essere all’altezza di quello che siamo.

Quattro sembrano pochi

Come forse sapete, o più probabilmente non sapete, in Australia sta per tenersi una consultazione popolare sul “matrimonio” tra persone dello stesso sesso. Ma non vi parlerò dell’Australia. Vi parlerò dell’Inghilterra.
Sono infatti incappato in un articolo di un giornalista inglese per un giornale australiano che prende in esame cosa è successo negli ultimi quattro anni, da quando nel Regno Unito il Parlamento ha deciso di promulgare una legge in quel senso. Evidenziando come quella legge ha toccato sfere che sembravano in apparenza non connesse.

C’è la proposta di “cambiare sesso” senza neanche un consulto medico, facile come cambiare nome. E mentre i trasporti londinesi proibiscono l’uso di “Lady” e “Gentleman”, le università parlano di punire quei disgraziati studenti che usano ancora “he” o “she” invece di “ze”. Qualcuno lo dica i nostri professori di lingua.  Le associazioni LGBTeccetera propagandano in proposito una “accettazione senza eccezioni“, con un accento che ha un che di orwelliano. Infatti chi dissente si trova i bambini minacciati, la merda sulla porta di casa e il nome ed indirizzo pubblicato a mo’ di gogna mediatica. Per non parlare di quanti sono stati costretti a dimettersi o hanno perso il lavoro. I piccoli esercenti devono adeguarsi al verbo omosessuale, senza rispetto per le loro convinzioni pregresse: altrimenti scatta la denuncia. E chi non sfoggia la coccarda arcobaleno è meglio non si faccia vedere in giro fino a quando non avrà cambiato idea.

Anche la “sex education” per i giovanissimi (da tre anni in su…) è cambiata, ed inneggia alla fluidità di genere. Ai genitori è proibito cercare di sottrarre il figlio a questa “educazione”, e così i bimbi apprendono tutto sulle posizioni per il coito, la pornografia come mezzo di soddisfazione personale e la masturbazione. Le preoccupazioni per la promiscuità e le malattie della sfera sessuale sono derise come fuori moda.

Come dice un officiale governativo, il momento non è ok per le scuole cattoliche di essere omofobiche ed opporsi al matrimonio omosessuale. Sono diventati “valori britannici fondamentali”: chi li osteggia rischia la chiusura.

Mentre si discuteva la legge, molto è stato fatto su supposte esenzioni che avrebbero permesso ai credenti di esercitare le loro convinzioni. Quattro anni dopo, coloro che avevano fatto”promesse di cuore” sono gli stessi che cercano senza sosta di eliminarle. Il “ministro per l’eguaglianza” ha detto che le chiese devono adeguarsi alle moderne attitudini; lo speaker della House of Commons, che dovrebbe essere una figura politicamente neutrale, ha affermato che “Avremo il vero matrimonio egalitario quando ti potrai dannatemente sposare in una chiesa se vuoi farlo senza dovere combattere la chiesa per l’eguaglianza che dovrebbe essere un tuo diritto.”

Persino coloro che hanno votato per le leggi pro-omosessuali ma continuano a dichiararsi cristiani, come Tim Farron, sono stati costretti a dimettersi. “E’ impossibile”, ha affermato questi, “per un credente cristiano avere una posizione prominente nella politica britannica”. Come del resto anche per una coppia cristiana adottare bambini. Il celebrare l’eguaglianza degli orientamenti sessuali ha la meglio su qualunque altra cosa.

Si realizza così quello che io avevo predetto su questo blog già diversi anni fa: tutta la questione non è che un paravento per potere colpire l’identità religiosa dell’uomo, la sola che si può opporre al potere perché conta su qualcosa che il potere non domina. Ho notato che ormai è parecchio che nessuno dice più in proposito “ma in fondo cosa ti importa, mica ti danno fastidio”. Proprio perché come ha detto  Ben Harris-Quinney, ‘Il matrimonio omosessuale è stato propagandato nel Regno Unito come portatore di uguaglianza e tolleranza. Quello che abbiamo visto è il più ineguale e intollerante risultato di ogni decisione politica nella storia recente”.

Forse l’esperienza reale dovrebbe essere di ammonimento anche qui da noi. Sempre che si scelga di guardare alla realtà: cosa che, come dobbiamo ricordare, non è per niente scontata.

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Non-ordine

Sono sempre esistiti, quelli a cui non va bene niente. Che vorrebbero eliminare l’attuale società capitalistica, patriarcale, cristiana. Oh, non crediate che i vari gruppi più o meno violenti siano una novità di questi tempi. Ci sono sempre stati, da che storia è storia. Talvolta hanno preso il potere, e la conseguenza sono state sempre massacri e distruzioni.

Sì, perché questi rivoluzionari contestano in prima battuta la realtà. Se vogliamo possiamo chiamarli Gnostici: sono convinti che siamo tutti tenuti in ostaggio da una divinità oscura e malvagia attraverso quello che chiamiamo cultura, istituzioni, sistema. Gli illuminati, i pochi “svegli“, possono vedere oltre questo sistema oppressivo e combatterlo. L’esistenza normale è una prigione ed è dovere cercare di scappare, anche con la violenza. Questo implica la distruzione del linguaggio, le sbarre di questa cella, delle leggi e di ogni altra struttura ordinata.

Lo gnosticismo, in altre parole, non ha posto per la logica e la razionalità. Non ha rispetto per le spiegazioni: il linguaggio trasmette solo informazioni su un ordine corrotto. Il principio di non contraddizione per gli gnostici è una falsità. So che è una contraddizione in termini, ma che ci volete fare: se foste illuminati potreste capirlo, o almeno fare finta.

Questa è la ragione per cui cercare di ragionare con personaggi che aderiscono a questo tipo di ideologia è spesso del tutto inutile. Non si preoccupano di contraddirsi continuamente, perché la contraddizione stessa è segno di liberazione da quelli che Jung chiamerebbe archetipi. Che le loro pretese siano inconsistenti con il reale non li preoccupa minimamente, perché il reale non interessa loro: l’immaginazione al potere, e l’immaginato se ne frega della concretezza. Non è che si vuole il disordine: è la nozione stessa di ordine che si vuole abolire.

Tutto il corrente tentativo del “gender”, ad esempio, rientra in questo contesto. E’ così palesemente assurdo, per chi voglia vedere ciò che esiste, che ci si trova in difficoltà a contestarlo. Come fare riconoscere una completa menzogna a chi asserisce che ciò che è evidente è sbagliato, anzi, che non riconosce neanche il concetto di menzogna?

Questa contestazione radicale di ciò che è ha sempre prosperato sulla carne da cannone degli adolescenti, opposti ad ogni tipo di padre, la cui energia è spesso usata e incanalata da altri, in cui questa lotta contro il principio di realtà è più strutturata. In cui la ribellione a chi fa il mondo come tale ha radici che non voglio nominare.

Ma la struttura dell’universo alla fine trionferà sempre. Occorrerebbe distruggerne il tessuto stesso, compresi noi che ne facciamo parte, per evitarlo. Non che non ci tentino, questi poveri gnostici colmi di odio per l’amore che li fa esistere.

 

Crescere

Io che telefono e dico “Dopo il lavoro passo dai miei”, e mia moglie “Magari è meglio se vieni a casa”.
Poi la corsa nella sera, no, non è un falso allarme; l’attesa. Io e quel libro, i fratelli Karamazov, finché non mi hanno chiamato e ho visto venire al mondo quella specie di vermone viola. Dostoevskij è fermo da diciott’anni in quel punto.

Poi il vermone cambia il suo colore e aumenta di dimensioni. Ti accorgi che un figlio non è una tua piccola copia. Non segue i tuoi progetti, le tue speranze, i tuoi sogni. E’ diverso da te. Non è te. E’ lui. La più grande delusione dell’essere padre; la più grande grazia dell’essere padre.
Gli anni pazienti del crescere, dell’inseguire quel coso esagitato ed esigente; l’orgoglio per com’è, la sofferenza per com’è. Impari che l’educazione non è qualcosa di dato per sempre, e che non basta dire perché si possa comprendere. Lo guardi imboccare strade che sono vicoli ciechi, e sai che non ti ascolterà quando glielo dici. E’ la fatica del crescere, il tuo come il suo.

E gli errori fatti, i miei e i suoi; i passi falsi, le arrabbiature, e sai cosa dire sempre e solo dopo. “Io non sono così”, ti ripeti attonito, mentre capisci di avere sbagliato. E speri solo che il tempo riannodi ciò che è sciolto.
Perché il tempo passa, veloce, più veloce di quanto mai ti saresti aspettato.
Da oggi lui non è più tua responsabilità legale, è adulto, alto più di te, ma con la testa piena di tutte le fesserie che si hanno in testa a quell’età. Oh, quanto simili alle tue.
E gli vorresti dire che gli vuoi bene, che metà del tempo lo ammazzeresti ma va bene così, va bene così.
Non glielo dirai, perché siete entrambi uomini. Ma in fondo lo sa già.

Uno sguardo sull’oblio

Mentre ero a Barcellona, riflettevo che la fortuna della città sono stati i suoi architetti e urbanisti.
Gli architetti che hanno progettato le sue magnifiche chiese e i palazzi gotici e liberty, quelli che hanno ridisegnato la città con le sue ramblas, sicuramente Gaudì, genio assoluto, e aggiungerei anche coloro che hanno pensato l’ultimo restyling olimpico.
Barcellona è una città molto bella perché ha una forma molto bella. Originale, vivibile, che appaga l’occhio.

Quest’occhio che stamattina è incappato in un tweet che rilanciava il testo seguente:

Ora, si può non essere d’accordo con le convinzioni del suo estensore o con la polemica politica, ma quando l’ho letto mi ha fatto sobbalzare: è vero, mi sono detto. Ha ragione.
Se faccio mente locale, se ci penso, cosa è stato realizzato in Italia che valga la pena di una visita, nell’ultimo mezzo secolo o giù di lì? Vi giuro, è mezz’ora che ci rifletto, ma non mi viene in mente niente.
Qualche autostrada. Uno stadio o due, se piacciono queste cose. Fine. Il resto è mantenimento dell’esistente, o palazzi così orrendi che ne faresti a meno.

Non è un caso. Sono profondamente convinto che il bello sia legato a filo doppio con il cielo. Non si produce bellezza, non si costruiscono opere grandi – concetto differente da grandi opere – se non c’è un desiderio di infinito. Se questo desiderio è spento, se non si guarda il cielo allora si vivacchia. Si costruicchia.
Più si vivacchia meno si vive, e meno diventa vivibile l’ambiente in cui ci si trova. L’incuria e il degrado non sono conseguenze di mancanza di fondi, ma di una mancanza di volontà. E di una precisa scelta ideologica. Che valorizza le masse e disprezza la persona, che innalza l’individuo e gli rende irrespirabile l’aria intorno perché lo priva di una connessione con il tutto. L’individuo solitario ed egoista, colmo di diritti e privo di doveri, buono per definizione anche quando fa il male, questo tipo di uomo non realizzerà mai cattedrali.

Solo se si desidera di più si realizzerà il bello. Solo se desideriamo l’infinito saremo in grado di creare un capolavoro.
Solo se creeremo capolavori non saremo solo custodi part-time di un museo che cade progressivamente a pezzi, turisti ignoranti della grandezza dei nostri avi che noi non siamo più in grado né di imitare né di capire.
Non saremo gente vissuta senza un motivo, di cui nessuno sentirà la mancanza, perché nessuno ricorderà.

Bel fico

Caio e Sempronio ciondolavano al sole del meriggio, guardando la strada seduti nel portico. Accanto alla casa un gruppo di ragazzini chiassava e rideva, prorompendo in sonore bestemmie, ad ognuna delle quali le risate scoppivano più alte e sonore.
“Beh, sono ragazzini”, disse Caio che, al contrario del suo amico, di fede ne aveva pochina. “Non sanno che non è educazione. E poi è un’opinione, no?”.
Ad un tratto uno richiamò gli altri. Al riparo di una piccola tettoia ombreggiata da un fico aveva scoperto una gatta con i suoi micini. Il gruppo si mosse. Qualcuno, seguito da tutti gli altri, cominciò a tormentare i gattini con dei rametti.
“Oh, non sono cattivi, vogliono solo giocare”, disse Caio. “E’ nella loro cultura, è della loro età sperimentare con le cose. Mi ricordo che anch’io, una volta…”.
I ragazzini cominciarono a prendere a calci e calpestare i cuccioli, incoraggiandosi l’uno con l’altro, fino a ridurli in poltiglia.
“Certo, può sembrare eccessivo”, disse Caio, “Ma considera che forse è meglio per tutti. Così ci sono meno randagi in giro. Sono solo un fastidio, meno male che ce ne hanno liberati. Dovremmo ringraziarli”.
La gatta miagolava e soffiava orribilmente, giuardando il massacro dei suoi piccoli. I ragazzacci raccolsero frutti marci dalla piante dei fichi e cominciarono a tirarli all’animale.
“Bel lancio quel fico” Caio sogghignò, poi aggrottò le ciglia. “Ehi, se fanno così sporcheranno il muro!” Disse Caio. “Quella è casa mia!”
“Basta, smettetela”, urlò l’uomo. I teppisti, per tutta risposta, cominciarono a lanciare anche contro di lui i proiettili vegetali e poi, terminate le munizioni a portata di mano, insultando, bestemmiando e ridendo corsero via.
“Maledetti bastardi!” Ringhiò Caio “mi hanno macchiato tutto!”
Sempronio scosse la testa. “Il fico non è poi così attraente quando sei tu il suo bersaglio, vero?”

Morte agli idioti

Ieri ho scritto di un racconto di fantascienza, “Gli idioti in marcia”, che immagina un modo futuro popolato da prolifici idioti accuditi da poche menti superiori. Ne ho fatto notare l’ambiguità e la falsità delle premesse. Oggi vorrei accennare qualcosa sulle sue conclusioni.
Chiedo scusa in anticipo a quelli che non l’hanno letto; ieri ne ho linkato il testo, siete ancora in tempo prima di proseguire, ma ora dovrò fare qualche spoiler.

Il perno del racconto è la volontà di quei pochi intelligenti rimasti sul pianeta di eliminare i miliardi di imbecilli che lo popolano. Ora, ditemi, onestamente: quanti di voi si sono sentiti scandalizzati alla prospettiva di uccidere tutti quegli idioti?
Non avete forse detto, in cuor vostro: “Sono cretini, è quello che si meritano, scomparire”? Non avete sentito simpatia per quella povera elite di acculturati geni costretti sotto il tallone degli incompetenti, fino a giustificarli per la loro soluzione finale? Non vi siete detti “E’ per il bene dell’umanità”?

Neanche un fremito di orrore al pensiero di mettere a morte orribilmente cinque miliardi di persone?
Oh, sì, persone. Idioti quanto volete, ma persone. Che mangiano, bevono, dormono, sono felici.
Se quel fremito non l’avete avuto, l’eugenetica imperante con voi l’ha avuta vinta.
Scommetto che anche voi conoscete dei fessi. Magari ne siete infastiditi. Ucciderli tutti? Anche se sono donne, uomini, bambini?
A ben pensarci, visualizzatevi i pochi milioni di sopravvissuti del racconto. Ci saranno, tra di loro, coloro che sono più intelligenti degli altri. Visto che probabilmente i meno geni per loro sono un fastidio, ed hanno già massacrato miliardi di persone, cosa impedisce loro di fare ulteriore pulizia tra quelli di minore furbizia? E così via, continuando il processo, fino ad un unico supergenio solitario con il sangue di ogni altro uomo sulle mani. Sì, certe volte i più intelligenti sono gli altri. Tutti noi siamo i fessi di qualcuno. Chissa in quale fascia di imbecilli massacrati saremmo, tra i primi o più in là.

Questi superintelligenti individui praticano la loro selezione eugenetica, ammazzando senza rimorso coloro che non ritengono degni della specie umana. Io ho un’opinione diversa: quello che ci distingue dalle bestie è proprio il renderci conto che ogni uomo fa parte della specie umana, che condividiamo un destino di fratelli. Questo ci distingue dagli animali: il riuscire a vedere una comunione tra noi che trascende l’utile egoistico. Un solo Padre.
Chi uccide il proprio fratello perché lo considera non umano si sta mettendo fuori dall’umanità, perché non condivide questa familiarità, questa appartenenza comune. Non è che una bestia intelligente.

Quindi, ditemi, adesso non provate un briciolo di orrore nel pensare a tutte quelle morti del racconto, alla gelida indifferenza di quegli intelligentissimi inumani?
E voi, proseguendo il loro ragionamento, ammazzereste l”idiota” qui sotto?

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La marcia degli idioti

Adesso sembra quasi impossibile, ma quando ero parecchio più giovane non era così facile per me procurarmi fantascienza da leggere.
Allora non c’era internet. C’era Urania, che pubblicava un romanzo ogni due settimane che io compravo usati, e occasionalmente libri più costosi che erano al di fuori della mia portata economica. La biblioteca l’avevo saccheggiata da tempo.
E poi, occasionalmente, altre fonti. La Stampa, il giornale di Torino, pubblicava racconti di fantascienza a puntate. Io li ritagliavo e li mettevo dentro una cartellina. Chissà che fine hanno fatto quei frammenti ormai ingialliti.
Uno dei racconti che furono pubblicati in questa maniera era “Gli idioti in marcia”, “The Marching Morons”, di Cyril M. Kornbluth. E’ un pezzo abbastanza famoso, vecchio ormai di settantacinque anni. Si immagina un futuro dove le persone intelligenti hanno fatto pochi figli e quindi, visto che invece gli idioti hanno continuato a figliare come conigli, il mondo è popolato quasi esclusivamente da fessi completi ai quali i pochi furbi rimasti, l’elite, badano. Tramite la pubblicità, riescono a convincerli a fare qualsiasi cosa… Non vi dico altro, se volete leggerlo ormai si trova facilmente in rete. Io rivedo distintamente nella mia memoria le sue righe, incolonnate su quel giornale di moltissimi anni fa.

All’epoca quel racconto suscitò molte polemiche, anche all’interno dell’ambiente fantascientifico americano. Io, ragazzino, imbevuto di tutta la cultura intellettualoide dell’epoca, naturalmente riconobbi che l’autore segnalava un problema reale. Tutti quei cretini che un giorno avrebbero sovrappopolato il mondo.
Fu solamente parecchio tempo dopo, quando cominciai a capire che non tutto quello che leggevo era così attendibile, o vero, che cominciai a mettere in dubbio quel tipo di visione.
Adesso che sono adulto, ho ormai imparato a guardare ai fatti più che alle teorie. Uno dei fatti con cui fare i conti è che le famiglie numerose che conosco sono praticamente tutte composte di persone intelligenti, responsabili, molto molto lontane da quegli idioti creduloni descritti nel racconto.

Alla stessa maniera spesso coloro che non hanno voluto figli, o molti figli, sono degli egoisti, irresponsabili, che si bevono ciò che viene propinato loro. Oh, non certo tutti. Ci sono molti fattori che concorrono. Ma la corrispondenza causale sembra in qualche modo essere rovesciata rispetto a quanto quel racconto supponeva.
Perché sono decenni e decenni che la pubblicità e i giornali e la televisione ci martellano che occorre fare meno figli, che le leggi e le tasse e i potenti obbligano a fare meno figli, che gli intellettualoidi dicono che per la salvezza del mondo e per i propri comodi, se si è intelligenti, bisogna fare meno figli.
Ovviamente, gli idioti ci hanno creduto.

Fa o non fa

Sono sempre un po’ perplesso quando sento parlare, oggi, di fascismo e antifascismo. Sono rimasti ben pochi al presente quelli che possono dire di avere vissuto il primo. Il secondo continua ad essere una specie di necessaria patente per certi ambienti, dove il passato viene ossessivamente riproposto secondo stanchissimi cliché. Personalmente sarei stupito se più di una infima percentuale di quei fieri combattenti culturali sapesse cosa sia stato davvero il fascismo – da una parte come dall’altra. E quindi, opporsi a cosa? Temo che anche di questo ci sia solo un’idea vaga, un contenitore buono per invocare la lotta contro chiunque non si adegui a certe parole d’ordine e quindi venga etichettato con l’odioso aggettivo. Già era così cinquant’anni fa, figuriamoci oggi.
Da parte mia credo che ormai quelle categorie siano significative come essere pro o contro Napoleone. Un comodo mezzo per non pensare, per non guardare in faccia alle cose. Forse sarebbe ora di giudicare la realtà dandole nomi nuovi, nomi suoi, senza rivangare passati ormai sepolti, senza reazioni pavloviane, ma con ben chiaro che a certe azioni corrispondono determinate conseguenze, qualunque etichetta porti chi le compie.
Capisco che possa comportare fatica. Quella di non potere più contare su risposte automatiche, ma cominciare ad usare occhi, testa e cuore.

Se sparisce il cielo

Ci faceva notare la nostra guida alla bellissima mostra del Meeting di Rimini dedicata alla rivoluzione russa come, ad un certo punto, dalle raffigurazioni artistiche sovietiche sparisca il cielo. Deve scomparire, perché l’unica cosa che importa è la lotta di classe. Così tutto quello che può far riflettere l’uomo sull’assurdità di una concezione del genere deve essere distrutto. La religione, o la famiglia. Il 16 dicembre 1917 uno dei primi atti del nuovo potere è l’emanazione del decreto sul matrimonio civile, con il quale il governo intende riorganizzare la famiglia secondo la concezione marxista, sostituendo, come spiega Lenin, “alla gestione privata della singola famiglia la gestione collettiva di grandi gruppi familiari”.
Il soddisfare la pulsione sessuale diventa facile “come bere un bicchier d’acqua”, la morale tradizionale è completamente scardinata, quasi resa impossibile. Non si tratta di misura tecnica, ma di esplicito atto antireligioso. Con conseguenze così tragiche che il partito dovrà fare marcia indietro negli anni successivi, e per fare fronte alle bande di bambini di strada abbandonati Stalin imporrà l’abbassamento della pena di morte a dodici anni.

Mi sono domandato spesso se il tentativo attuale di riprodurre quelle leggi letali nella nostra società sia dovuto ad ignoranza della storia, da sottovalutazione della stessa o da un preciso calcolo. Nel nostro secolo la contraccezione ha impedito il formarsi di una massa di giovani allo sbando paragonabile a quella russa di quel tempo, e se anche il tessuto sociale è devastato i suoi effetti più nefasti non si sono ancora resi visibili appieno. O forse sì, ci siamo dentro, ma ancora non li abbiamo chiari: ci siamo abituati al peggio, perché il bene è scomparso a poco a poco, illudendoci.

Se anche il mondo è profondamente cambiato, quello che non è differente è l’aspirazione del cuore umano verso l’infinito. Ciò che può rendere felici; e che non risiede certo nel trionfo della lotta di classe , in ogni tipo di anti-qualcosa o di amore carnale. Come lo chiamiamo questo infinito, questa promessa di felicità totale che a tanti sembra impossibile? Dio.
“La dove Dio è negato non viene costruita la libertà, ma le viene sottratto il suo fondamento e pertanto essa viene stravolta (…) Solo la verità rende liberi”. (J. Ratzinger)

Se sparisce il cielo, quello che resta è inferno.

 

Senza giudizio

Probabilmente non lo sapete, non è il genere di notizia che si possa leggere sui nostri giornali o vedere alla televisione, ma alcuni giorni fa molti leader protestanti evangelici hanno firmato il cosiddetto “Nashville Statement“, la Dichiarazione di Nashville.
Di cosa si tratta? Di una forte riaffermazione che il piano di Dio preveda maschi e femmine, e che questa differenza non sia a discrezione dell’individuo. In quattordici articoli si parla di matrimonio, di castità, di ciò che compone la sessualità umana; negando ciò che su di esse dice il mondo in contrapposizione alle Scritture. Sebbene siano redatti da evangelici per evangelici, e si veda chiaramente, questi articoli potrebbero essere sottoscritti senza problemi anche da un cattolico. Di quelli “vecchio stampo”, intendo, un po’ come me.

Naturalmente una così forte e ampia presa di posizione contro gender e transessualismo rampanti non poteva non suscitare reazioni e contrapposizioni. Non starò lì ad elencarle, chi è interessato potrà approfondire per conto suo. Mi limiterò ad una nota he ho trovato in un post di un noto teologo: cioè che, almeno in ambito cattolico, quello che è inerente alla sessualità non trovi quasi mai posto in omelie e dichiarazioni. Non l’omosessualità, ma la sessualità per così dire normale. Quella della stragrande maggioranza della gente.

Quella è America, ma devo dire che anche da queste parti è così. Personalmente non ho mai sentito predicare, se non in ambiti decisamente ristretti o dedicati, quale sia la visione cristiana sull’argomento. Perché si debbano evitare i rapporti prematrimoniali, i mali del divorzio o dell’aborto. Ho seri dubbi che siano argomenti affrontati in qualsivoglia luogo nel catechismo per i bambini, dato che questo è rivolto a un’audience di un’età ancora disinteressata. E dopo, dove si può sentire? Così temo molto che, al di fuori di quegli ambiti di cui parlavo prima, i giovani cattolici crescano completamente ignoranti della visione della loro chiesa sull’argomento, e soprattutto dei perché di questa visione. E’ come se si fosse rinunciato ad avere un punto di vista diverso da quella del mondo, forse perché si considera il mondo come stravincente. Come stupirsi poi dei risultati?

Ho letto che, se un matrimonio su tre finisce in divorzio, tra coloro che vanno a Messa la percentuale cala a uno su cinquanta, e uno su millecento per sposi che pregano insieme. Ma, a Messa, queste cose non vengono dette. Mi confidava un sacerdote qualche anno fa che praticamente tutti i frequentatori dell’oratorio avevano avuto le loro esperienze. Il guaio è trovarlo normale. Per poi stupirsi dei disastri della vita personale che attendono nel corso degli anni. Dell’infelicità.
Si ha quel che si semina. Se non si semina, non è lecito attendersi un raccolto.

Sembra che per certi uomini di chiesa si debba parlare di sessualità solo per dire “non bisogna giudicare, non bisogna condannare”. Come se il peccato non esistesse. Come se il peccato non avesse le sue conseguenze, in terra come pure in cielo. Come si fa a condannare la pratica omosessuale se non si condanna la pratica eterosessuale fuori dal matrimonio? Se non si dice che cosa sia il matrimonio, dove sta la sua bellezza e la sua convenienza, come attendersi che i giovani lo desiderino? Per quale scopo attendere, se non viene fornito uno scopo?
Come si può giudicare non le persone, ma gli atti, se non si è più neanche certi di cosa sia bene e cosa sia male? Non si ha più giudizio non solo sugli altri, ma anche sulle nostre stesse azioni. “E’ senza giudizio”, diceva mia nonna per indicare una persona che non sapeva quello che faceva.

Parte della Chiesa sembra avere abbandonato l’umanità perché incapace di dire le cose chiaramente. Per paura, per convenienza; o meglio per mancanza di fede, di speranza, di carità. Come se non fosse più vero ciò che diceva Gesù, ciò che si credeva in faccia al mondo solo l’altro ieri. Se non sono i sacerdoti a parlare chiaro, chi dovrà essere? Se nessuno li educa al vero, come faranno i nostri figli a crescere bene?

Gli evangelici hanno la Dichiarazione di Nashville, noi cattolici documenti magistrali a iosa. Ma se quelle parole, quelle realtà non ricominciano a essere dette dove possono essere sentite, cosa accadrà di noi?
Rimarremo anche noi senza giudizio, in attesa del Giudizio vero?

 

 

Ciò che non siamo

Vorrei riprendere quella definizione di libertà di Chesterton: la facoltà di essere se stessi.

Ci potrebbe essere la tentazione di dire: la libertà è quindi fare quello che uno si sente di fare.
Errore. Qui si sta parlando di ciò che si è, non di quello che ci si immagina di essere. O di quello che si vorrebbe essere. Non siamo nel reame della volontà, siamo nel molto più concreto territorio di quello che è la realtà.

In effetti, pensare che la libertà sia fare tutto quello che uno vuole è esattamente il contrario di questa definizione.

Una gazzella ha la libertà di potere essere una balena? No; perché il potere essere una balena è al di fuori delle sue possibilità. La gazzella è una gazzella, anche se volesse con tutto il cuore essere una balena, si immaginasse balena, si vedesse balena. La verità di se stessa è essere gazzella; qualora tentasse sul serio di essere balena annegherebbe, vivrebbe un’esistenza sbagliata e sarebbe ultimamente infelice, perché una gazzella non è fatta per vivere la vita di una balena. Anche se tutti i giornali e i politici e i giudici e gli opinionisti dicessero che non c’è niente di male.  Ciò che siamo, la nostra essenza, non è a disposizione. Quando lo dimentichiamo, perdiamo la nostra libertà, diventiamo prigionieri di una finzione.

Per rovesciare nel suo corollario la definizione chestertoniana, non abbiamo la libertà di essere ciò che non siamo.  Ho la libertà di essere il Presidente degli Stati Uniti? O Napoleone? No, perché non lo sono. Affermare di esserlo sarebbe solo una perniciosa illusione. Una pazzia.

Altro corollario, non sono libero quando non sono me stesso, o mi viene impedito di essere me stesso. Non la mia immagine di me; ma proprio ciò che sono. Ma chi sono io? Io sono la verità di me. Sono libero quando l’immagine che ho di me coincide con quello che sono davvero. Per un cristiano, questo accade quando ogni parte di me, corpo, intelligenza, spirito, concordano con ciò che debbo essere, con il loro scopo ultimo. Per questo si dice nei Vangeli che se seguiamo la verità, questa ci renderà liberi.

Perché, deponendo ogni incrostazione di pensiero, guardiamo al progetto per cui siamo stati fatti. E lo seguiamo.
Trovando la vera libertà.

Essere se stessi

Liberty is the power of a thing to be itself

G.K Chesterton

Quando fa troppo caldo, oppure il cielo promette ed esegue sfracelli, e magari la connessione dati è ballerina come neanche Ginger Rogers, cosa resta al vacanziero conficcato in un locale  duepertre? Leggere.

Non è che la cosa mi dispiaccia, chiaro. Ai vecchi tempi fagocitavo un libro al giorno. E ci sono letteralmente migliaia di volumi in lista di attesa, neanche avessi dieci vite li potrei finire tutti. Così provo a ridurre la pila di qualche centimetro; centellino un paio di libri della Bujold, assorbo il ciclo di Miss Peregrine (un po’ una delusione), un buon romanzo storico di De Wohl, e poi… Chesterton.

Ecco, Chesterton è sempre una sorpresa. Uno pensa sempre a Padre Brown, o ai suoi saggi più noti. Ma quell’uomo era semplicemente geniale. Oltre al celebre prete la sua penna ha creato una galleria di altri incredibili investigatori. Quello del volume “Il poeta e i lunatici”, Gabriel Gale, è uno dei meglio riusciti. Non tanto perché i suoi casi siano così geniali, ma perché essi non sono in fondo che il pretesto per far capire cosa sia la realtà.
Se ci pensate, è la stessa differenza che c’è tra una torta di pasticceria  è una torta di compleanno. Potranno essere buone uguale, ma una è solo qualcosa da mangiare, l’altra significa qualcosa.

Così, abbiamo un investigatore che non è tale, ma un artista e un poeta che risolve i problemi quasi per caso; solo perché, a differenza degli altri, guarda e vede. Un uccello giallo è ciò che gli fa capire che una persona è pericolosamente pazza, una tazza che un’altra non lo è. Il matto non è lui che si mette a testa in giù per vedere realmente il mondo, sono tutti gli altri che non lo fanno. Il suo Gabriel Gale è un uomo completamente libero perché, secondo la magnifica ed irreprensibile definizione data in queste pagine, libertà è essere ciò che uno è.
Così i “cattivi” dei suoi racconti non sono i lunatici, coloro che vedono altro oltre la realtà, ma quelli che nella realtà non riescono a vedere altro. Senza questo “oltre” che tutto sottintende è possibile ogni male nei confronti del prossimo, perché non lo si riconosce come prossimo, e non si riconosce  che è male. Che è la vera pazzia.

Il pazzo non è l’uomo che ha perso la ragione. Il pazzo è l’uomo che ha perso tutto tranne la ragione”, scrive l’autore in “Ortodossia”. In questi racconti è bene esemplificato cosa intendesse dire.

Oh, come vorrei la pazzia di quel poeta.

Non è Vangelo – XXXIII – I Nuovi Vangeli

Cari collaboratori nella nostra impresa di rendere i Vangeli meno antichi, meno assoluti, meno fondamentalisti, insomma, meno, non vorrei che abbiate frainteso le ragioni per cui noi abbiamo intrapreso questo importantissimo compito.

Il nostro scopo non è, come qualcuno degli amichetti del Nemico che sta Lassù vorrebbe farvi credere, quello di sostituirci a lui al comando dell’Universo: e chi lo vuole, quel posto? Troppe grane: a noi non piace lavorare, tanto meno compiere lavori inutili, figurarsi assumere la gestione del Cosmo stesso. Troppo grande e dispendioso. Fosse per noi, un colpo di spugna e via.

E neanche lo scopo è la corruzione dell’Uomo. Chi se lo fila, l’Uomo? Il nostro è un passatempo, un modo per ammazzare l’eternità in modo piacevole piluccando i bocconcini che di lassù il Nemico ci ha messo gentilmente a disposizione. Perché preoccuparsene? Il mondo è già nostro;  l’umanità ha il destino segnato e non manca molto al momento in cui si consegnerà per intero al nostro trastullo. Presto cesserà una volta per tutta di divincolarsi.

No, in realtà la nostra impresa è dettata dalla nostra continua ricerca di perfezione, dall’odio insanabile per tutto ciò che si discosta dalla nostra magnifica ed esatta visione di come dovrebbero essere questo garbuglio di spazio e di tempo ed i suoi abitanti.
Non sopportiamo l’approssimazione con cui è stato gestito: ed il Vangelo stesso è l’esempio più concreto ed immediato di questa faciloneria nel fare le cose, caratteristica del Nemico e dei suoi incapaci lacchè.

Perché non poteva essere G stesso, il falegname palestinese, a dettarlo? Che bisogno c’era di chiamare un nugolo di scrittorucoli dalla prosa pessima e dal vocabolario scarso a narrare il proprio punto di vista? Avrebbe potuto assumere le migliori penne dell’epoca, avrebbe potuto evocarle dai sassi! E, se guardiamo bene, perché delegare? Avrebbe potuto mettere per iscritto lui stesso quanto voleva rendere eterno, invece di costringere quei poveretti a fare l’impossibile con tavole di cera e stili. Quantomeno, in nome della pietà, dotarli di matite o di computer.

Avrebbe potuto fare ancora di meglio. Credete che lassù manchino le stampanti? Se quello di cui c’era bisogno fosse stato un compendio della dottrina, avrebbe potuto comodamente farne una copia per ogni individuo della terra e recapitarglielo la mattina, appena alzato, di fianco al letto. Avrebbe potuto scolpirlo sulla luna, accanto alla sua faccia, in maniera che sarebbe bastato alzare lo sguardo per avercelo davanti, a ricordare che è vietato sbagliare.

Invece no. Quel bischero di falegname non scrive neanche una riga. Preferisce incontrare le persone una per una, come un venditore porta a porta qualunque, e lascia che lo prendano in giro e ridano di lui. Oh, noi non l‘avremmo mai permesso. Li avremmo annientati molto prima.

Il suo metodo, quindi, non è gestire le folle tramite un libro sul quale ci sia scritto ogni cosa. E’ incontrare gli essere umani singolarmente, se non personalmente, allora tramite i discepoli.

E’ per questo che noi facciamo di tutto per far passare l’idea che lui ha fondato una religione del libro, come altre ce ne sono. Perché in questo modo tagliamo le gambe alla sua idea, al suo disordine. Rendiamo inutile averlo incontrato.
E’ per questo che noi dobbiamo abbassare i Vangeli. Perché la necessità di quell’incontro sia cancellata anche da quelle pagine, e i sacerdoti del Nemico non diventino altro che i guardiani di una serie di regole.

Regole che, staccate dalla presenza della loro fonte, possiamo allargare o stringere, alzare od abbassare a nostro piacimento, proprio come fossero i fili di una marionetta a cui si fa interpretare la parte che si desidera.

Perché è importante quindi questa nostra attività, far fuori il libro? Perché è molto più semplice far dire quello che vogliamo ad una pagina scritta che ad un testimone di ciò che è vero. Perché se ai seguaci del falegname G che si credono seguaci di un libro noi togliamo quel libro, essi diventeranno seguaci del nulla, cioè di noi.
Oh, mica se ne accorgeranno subito. Riempiremo della nostra retorica superiore quelle pagine ora vergate con uno stile così pedestre. Gli episodietti edificanti, le figure strappalacrime – il cieco, la ragazzina morta, la prostituta piagnona – cesseranno di essere persone reali per diventare prima esempi e poi simboli, irreali per definizione. Ne inventeremo di nuovi: faremo incontrare a G questo o quello, inventandoci la sua reazione, facendogli dire e fare quello che mai avrebbe acconsentito in vita. Perché è questo il potere della scrittura: è morta, è un oggetto, e un oggetto morto non protesta quando lo manipoli.
Così la gente leggerà il nostro nuovo vangelo credendo che sia come quello vecchio, o quantomeno vi assomigli.

Poi, poco a poco, lo renderemo sempre più distante, modificandolo appena infinite volte, fino a quando gli faremo dire l’esatto opposto. Pensate che se ne renderanno conto? Oh, no, anzi: dovessero capitare per errore su quanto ha veramente detto G o i suoi più stretti discepoli lo rigetterebbero con orrore, perché sarebbe così diverso da quanto abbiamo fatto imparare loro che non potrebbero accettarlo.

Perciò, andate in tutto il mondo e predicate il nostro nuovo vangelo. Vi diamo ampi fondi per farlo, i finanziamenti non ci mancano. Predicherete che la felicità passa per la libertà assoluta, che nessun sacrificio è necessario perché tutto è dovuto e vi sarà dato, che la verità non esiste ed è un’invenzione del demonio che sta lassù. Asserirete che è G che ha detto così, e se qualcuno vi chiede “dove”, presenterete le omelie dei nostri cappellani. Se dovessero osservarvi che non sono parole sue, obietterete che però avrebbe potuto dirle; non fossero ancora convinti, insultateli e colpiteli prima che contagino con i loro dubbi la brava gente che crede in noi.

E’ una tattica vincente; e non preoccupatevi per il futuro, perché quando la religione di G sarà indistinguibile da quella che il mondo predica, esse diventeranno una cosa sola. Allora anche i Nuovi Vangeli diverranno inutili. Nessuno li leggerà, perché la sola legge sarà la nostra. Preparatevi.
Ci siamo quasi.

Morte al passato

Come forse saprete, in questo momento in USA c’è un po’ di gente che vorrebbe far fuori le statue di personaggi a loro dire esecrabili. Tipo generali e soldati sudisti, santi missionari cattolici e Cristoforo Colombo.
La colpa di questi individui storici è avere fatto ciò che oggi è assolutamente improponibile. Tipo combattere per il proprio paese in una guerra perdente, cercare di recare un po’della luce del Vangelo nella miseria umana dei popoli, scoprire continenti permettendo a un sacco di individui senza scrupoli di portarvi prevaricazioni colonialistiche come gli ospedali o la ruota.

Sarebbe troppo facile dire che si tratta di gente ignorante di storia la cui ideologia ha rotto tutti i ponti con la ragione. Cosa peraltro vera.
Vorrei solo fare notare che in realtà il loro sarebbe un atto estremamente intelligente, se lo scopo fosse creare una nazione di schiavi ubbidienti. Che cosa può infatti spingere un uomo a levarsi contro l’omologazione, a pensare con la propria testa? Due cose: il proteggere chi gli è caro e l’esempio di chi ha combattuto alla stessa maniera, contro mille difficoltà, per realizzare qualcosa di duraturo.

Non è un caso che chi si batte per la distruzione della famiglia e delle statue siano le stesse persone. Sono l’esercito di chi ha smarrito la propria identità, e quindi vive di parole d’ordine altrui. Sono le guardie rosse di Mao impegnate a bruciare i libri e rieducare i borghesi nella Rivoluzione Culturale, sono i citoyen con le picche che distruggono Cluny e cercano teste da innalzare, sono i bolscevichi che saccheggiano i palazzi dello zar e fucilano i nemici del popolo. Sono coloro che odiano il passato perché gli è stato detto che loro sono nuovi, che sono il progresso, che sono il futuro. Odiano ciò che non conoscono, che non capiscono. Distruggono perché non sanno costruire.

Costruire è un concetto alieno per chi si è trovato con la pappa fatta. Incapaci di cambiare il presente, non resta loro che seguire chi dice loro che si può cambiare il passato. Ritornando ad una età dell’oro ancora precedente, senza uomini bianchi e schiavi ma solo bufali. A questi nostalgici di qualcosa mai esistito non resta altro che restituire le loro case e i loro terreni ai discendenti degli indigeni, e tornarsene a casa loro. In Europa, e magari anche più in là, dato che molti sono progenie di sassoni e altri barbari invasori…
Il passo successivo è, ovviamente, legalizzare di nuovo i sacrifici umani. Come ai bei vecchi tempi.

Chi ha estirpato gli indiani d’America non è stato Colombo, ma i loro antenati dei secoli successivi. Che erano il nuovo, i pellerossa il vecchio che doveva scomparire. I potenti di ogni tipo e colore hanno sempre usato queste categorie per acquistare il potere o conservarlo. Un uomo senza passato e senza affetti è il soldato perfetto, perché non si chiederà cosa sia umano, cosa gli convenga. Sarà un uomo senza nome, un milite ignoto per la causa di un altro.
A differenza di quegli altri, quelli delle statue. Che hanno costruito, hanno agito, e hanno plasmato il futuro che è il nostro presente.
Magari anche sbagliando. Ma con il senno di poi.

Darwin e la mela

La guida ripete un po’ stancamente il contenuto dei pannelli che illustrano l’evoluzione delle coltivazioni nel corso dei secoli. La mostra permanente è ospitata in una struttura appena inaugurata nel più grande Parco Naturale italiano.

E’ fatta bene, questa mostra, anche se non posso fare a meno di notare alcuni refusi ideologici. Le temperature medie durante gli optimi climatici medioevali e del tempo dei romani sono volutamente abbassati; si citano fantomatiche carestie settecentesche dovute alla sovrappopolazione, quando, se ci furono, furono dovute alle guerre e alla Piccola Era Glaciale. Ovviamente Darwin è incensato ed esaltato, e mai che si dica che Mendel era un religioso. Vabbé. Gli ultimi pannelli sono un inno alla biodiversità, al ruolo dell’uomo nel proteggere le varietà in pericolo di sparizione, un peana contro la diffusione delle specie estere…

Io amo il pericolo e sono per sfortuna mia e altrui incapace di resistere quando vedo una contraddizione. “C’è qualcosa che non mi torna”, sbotto, rivolto alla guida. Indico un punto a metà mostra. “Lì si esalta in lungo e in largo la selezione naturale come legge fondamentale della natura. Però sembra che quando questa entra in gioco con l’estinzione di una varietà o di una specie, o con la diffusione di una specie originaria di un altro luogo, questa diventi un male assoluto a cui bisogna rimediare…”

Evidentemente l’obiezione non è gradita. “Sì, ma quella è una cosa fatta dall’uomo…”

Ecché, l’uomo non fa parte della natura? Ecco una cosa che proprio non capisco. Da una parte si dice che l’uomo non è che un animale, e anzi si vuole dare a certi animali i diritti degli esseri umani; dall’altra quando fa qualcosa di non politicamente corretto diventa improvvisamente una bestia così differente da un animale da non essergli minimamente assimilabile. O forse è proprio questa la caratteristica dell’uomo, compiere l’inatteso?

Discutiamo pacatamente per qualche minuto. Il DDT causa il buco nell’ozono e i cambiamenti climatici? Ognuno ha diritto alla sua opinione, personalmente non lo credo tanto.  Lo scoiattolo grigio americano sta facendo fuori i nostri scoiattoli rossi? Si vede che è più adatto di loro, e se la selezione naturale decreta che il rosso nostrano debba scomparire, tanto peggio per la sua specie, asserisco, conscio di scandalizzare. Quella varietà di mela dei bisnonni, piccola e aspra, va estinguendosi? Tanti saluti: inadatta al mondo moderno, provoco.

Arrivano altri visitatori e la guida mi congeda, immagino con sollievo. Io, bestemmiatore del credo corrente e rompiballe, esco dalla struttura. Sulle rive del fiume lì vicino cespugli di fiori violetti spargono il loro dolce profumo. Dalla mostra ho appreso che sono piante di altro continente, che evidentemente gradiscono assai questo terreno e questo clima: se ne vedono ovunque. Belle straniere, più forti delle piante locali.

Caro fiore dei nostri campi, anche tu forse arrivato qui con i goti o chissà quale bestia preistorica, dovrai essere forte per resistere all’invasore. Non ci sarà sempre chi ti protegge, chi si ricorda di te. Datti da fare; o rimarrai solo un’illustrazione in un pannello di una mostra.

Sagrada

Come avrete capito, nei giorni scorsi sono stato a Barcellona, giusto due settimane prima che l’odio ancora una volta si scatenasse.
Permettetemi di tornare ancora sulla Sagrada Familia. Il fatto che i terroristi, come sembra, la volessero colpire, non è casuale. Se cerchi di fare esplodere una chiesa qualsiasi, è perché miri alle persone che ci vanno. Se invece vuoi fare saltare in aria una chiesa come la Sagrada è perché ti rendi conto che è qualcosa di più di un contenitore per cristiani. E’ qualcosa che vedi e dici, se non sei morto, Oh, wow. Prima ancora di capire che ogni suo particolare ha un senso. E’, come accennavo, un segno.

Un segno, non un simbolo. Con i simboli ci fai ai limiti i discorsi intellettuali, se hai del tempo da perdere. Un segno è qualcosa che invece ti costringe a prendere una posizione. La Sagrada Familia ti obbliga a fare i conti con l’esistenza di un Dio, e quindi è odiosa ed odiata da coloro che di quel Dio vorrebbero fare a meno. Ottant’anni fa c’era chi ne devastò il cantiere, e a tante altre chiese di Spagna altrettanto belle si cercò di dare fuoco. Allora era gente che siccome non credeva in Dio voleva che nessuno potesse vederlo. Oggi sono coloro che pensano che Dio ci sia, ma che non si debba vedere e toccare. Anche per loro i segni non debbono esistere.

Tutt’e due questi atteggiamenti cercano di avere ragione eliminando ciò che dà loro torto. Se non le pietre, le persone.
E’ il mistero del male; dove l’uomo rifiuta se stesso e quanto lo costituisce credendo di averne vantaggio. Finendo con il distruggersi.
Ma la luce non smette di fluire, il cielo di cospargersi di nuvole e stelle, la gente di nascere. Tutti segni. Tutte cose sacre. E il sacro, il riconoscere che non siamo a noi a fare le cose, sarà l’ultima parola.

Teologia di luce

Tutti gli architetti, i progettisti, i geometri,  i priori, vescovi, monsignori ed arcipreti che pensano che la chiesa ideale sia un garage il più possibile squallido e vuoto dovrebbero essere obbligati a fare un giro a Barcellona, e ad entrare nella Sagrada Familia in una mattina di sole.

Lì, magari in ginocchio, dovrebbero guardarsi intorno. Vedere i colori, la luce, le forme. Le facce di quelli che varcano la soglia. Potrebbero allora apprendere che l’uomo segue i segni. Segue ciò che va oltre il quotidiano, si stacca dal bestiale buio interiore. Solo qualcosa che sia più grande del proprio sé può davvero muovere un essere umano.

I segni sono la maniera in cui quello che c’è di più grande si manifesta. Un ordine che prima non c’era, una bellezza che prima non c’era, una speranza che prima non c’era. Questa è la fede: da quei segni dedurre che non è tutto finitezza, che c’è altro, oltre. E dentro.

Questo ordine si riflette nei fiori di campo, nei gusci delle chiocciole, nella loro matematica semplice ed infinitamente complessa; si cristallizza nelle guglie della basilica. Ogni particolare è teologia di pietra e luce, è amore per questo mondo e chi l’ha fatto, che dimostra con efficacia come la trascuratezza e la bruttezza di tante cosiddette chiese nostrane non siano altro che, appunto, trascuratezza e bruttezza.

Una persona che fosse trascurata e trasandata, di cosa sarebbe segno? Di mancanza di amore.

E’ per questo che quei personaggi che citavo all’inizio dovrebbero andare là. Per provare ad innamorarsi ancora.

Guarda dove vai

Verso mezzogiorno, mentre andavo a prendere un pomodoro nell’orto, mi sono trovato a terra con la testa sanguinante. Ero distratto, guardavo altrove, e mi sono preso un ramo basso di mela cotogna in mezzo alla fronte.
Voi direte: ben ti sta, così impari a fare attenzione. Infatti.
Quando i pensieri vagano altrove, magari perché si è finalmente in ferie, e non si guarda dove si sta andando, una craniata è sempre possibile. Non posso dare la colpa all’albero: lui se ne stava lì da un pezzo. Non è la società, non è la politica, i tempi moderni o il riscaldamento globale. Non mi sono accorto di ciò che avevo davanti agli occhi. Perché il cervello non era attaccato agli occhi.

In questi giorni di caldo e temporali, sia che dobbiamo lavorare che oziare, partire o rimanere, può capitare che perdiamo di vista le cose importanti. Così come è capitatato a me. Io ho rimediato qualche crosta, ma può capitare di peggio. Certe distrazioni possono essere ben più letali che un po’ di legno. Lo piglierò come un avvertimento, come una sorta di randellata preventiva.
Che non perda di vista la strada su cui occorre camminare.

Come avrete capito, è iniziato il periodo estivo. Da domani i post passano da giornalieri a quando-si-può. Grazie alle gioie della tecnologia resterò quasi sempre connesso, ma la precedenza va altrove. Anche questa è la strada, no?

Verrà il giorno

Verrà il giorno, ed è questo, in cui ci uccideranno con il sorriso sulle labbra, come si sorride all’animale macellato; e, come l’animale, non capiremo perché.

 

(Rassicuratevi: per loro, dopo, verrà la noia)