Chiedo perdono

Caro lettore che non perdi occasione per definire me e i cristiani in generale con parole spesso più che affettuose, mi scuso con te.
Chiedo il tuo perdono. Avrei dovuto stimolarti con domande, ripetertele fino a penetrare le tue difese. Avrei dovuto essere di esempio, perché io ai tuoi occhi ho l’obbligo di essere perfetto, ma non lo sono e non lo sono stato. Mi scuso anche di averti predicato invece che lodarti per le tue coraggiose critiche, per le tue pertinenti osservazioni.

Mi scuso come dovrebbero fare tutti i cristiani per avere difeso il matrimonio, per avere preteso che i figli nascano solo da padri e madri, per la schiavitù femminile e quella maschile che combattono e, già che ci siamo, per le infibulazioni che non praticano e per tutte le usanze tribali altrettanto feroci che hanno cancellato portando la loro fede, facendo piangere gli antropologi e gli antropofagi per la loro inescusabile incomprensione della cultura altrui.

La colpa è sicuramente nostra, per avere suggerito che il sesso serve per la riproduzione mentre, come si sa, è solo per il piacere. Quello che sostengono i cristiani sarebbe come dire che si mangia per nutrirsi, mentre è noto che lo si fa solo per gustare i manicaretti degli chef. Per chi se lo può permettere, e anche di questo i cristiani si scusano.
Ci scusiamo soprattutto di avere preteso che la vita sia fatta di realtà che si compenetrano e si sostengono a vicenda, come la riproduzione e il piacere, genitori e figli e, perché no, uomo e donna, e quando una delle due esclude l’altra e si separa dall’altra, prevarica l’altra, sono sempre grossi disastri ed infelicità.

Perdono per avere preteso che questo fosse la natura umana, e quindi decisa da qualcuno che non è un povero umano o uno scribacchino da strapazzo, ma l’autore stesso della vita. Di averlo chiamato destino: qualcosa a cui tendiamo, consapevoli o no.
Noi cristiani ci scusiamo di non essere stati abbastanza convincenti nel presentare il caso vero, di averti lasciato vagolare nell’errore che causa la tua infelicità presente e la tua futura estinzione. Abbiamo una scusante; crediamo nella libertà e in una Grazia che non è nostra, e tu nelle leggi che anche ora ci imponi.
O forse non credi neanche a quelle, come per tutto il resto.

E, allora, scusaci. Siamo piccoli e fragili, anche se talvolta non ce ne rendiamo conto e ci sembra di potere fare da noi. E per questo veniamo puniti. Perché possiamo capire. Per questo chiediamo perdono. Per dire che lo abbiamo compreso, anche se forse non del tutto.
Perdonami perché, anche nei miei momenti migliori, sono solo un uomo che cerca di mostrare la bellezza del vero con la mia bruttura, senza riuscire a spiegarsi.
Anche se temo che non lo farai.

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Nascondino

Non ho chiesto io di essere qui. Non ho chiesto io di essere come sono. Il fatto di essere qui, di fare quello che faccio – scrivere queste parole, ad esempio – è semplicemente qualcosa che è successo.
Ho usato molte parole, finora, per difendere la verità. Adesso sono un poco stanco. E non sono convinto che sia stato così utile.
Vedo continuamente gente che mente, consapevolmente, agli altri e forse anche a se stessa. Che le parole le scollega dalla realtà.
Le parole senza realtà muoiono. Perdono sostanza, diventano suoni. Coloro che se ne nutrono muoiono una morte orrenda, disseccati, e non se ne accorgono.

Non ho chiesto io di essere qui. Ma io riconosco che ci sono, e devo prendere atto di tutto quello che c’è con me. Prendere atto. Le parole sono finite, non servono. Una parola in più sarebbe un inganno.
La verità va accettata, e basta. Si possono ingannare le persone, mentire a tutti, magari mentire anche a se stessi.
Ma la realtà non cambia. Non si altera se tu la distorci, se ne fai menzogna.
La verità non si sporca, perché niente di quello che dici la cambierà. Anche dovessero crederti tutti. Anche se tu dovessi credere a te stesso, poveretto.

Quindi, basta parole. E’ tempo di agire secondo la verità, o contro la verità.
Perché sei libero. Libero di non essere vero. Di sfuggire alla verità. Di non essere qui.
Ma da qualche parte sarai. E, sai una cosa della verità?
Alla fine ti trova.

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Qualcosa dentro

C’è qualcosa che vi scalcia dentro.
Potrebbe essere un bambino. Oppure la vostra coscienza.
Se i bambini si possono comprare, cosa mi dite della vostra coscienza?

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Anche senza l’articolo sulla stepchild adoption equiparare le unioni civili al matrimono dà lo stesso risultato finale, passando per gli abituali giudici schierati. Non cadiamo nelle trappole e negli inganni preparati con consapevole astuzia. Soprattutto, non consapevolmente.

Una storia seria

Ti piaccio?
Io ti farò tutto quello che ti fa tua moglie, ti darò tutto quello che ti dà tua moglie, ma da te non pretendo niente. Possiamo metterci assieme e separarci come vogliamo, una firmetta e via. Niente divorzi costosi se ti stufi di me, o se io mi stufo di te. Tra di noi non è una cosa seria. Lo Stato farà finta di sì. Ma, meglio, no?

Se tu puoi avere me, perché dovresti pensare a sposarti? Perché dovresti volere qualcuno per tutta la vita? Chi te lo fa fare? Doveri, responsabilità, stabilità…davvero li desideri così tanto? Davvero non vorresti restare per sempre bambino, soddisfare i tuoi capricci, senza che nessuno ti possa rimproverare? Pensa a tutti i vantaggi. Figli? Oh, c’è tempo, possiamo spassarcela, prima. Basta mettersi d’accordo tra noi. E oggi ci sono tecniche che non crederesti, se non ci riesci, o sei troppo vecchio. Oppure se ti viene la voglia.

Sul serio, ma perché qualcuno dovrebbe ancora pensare a sposarsi? Mettere su una famiglia che duri nel tempo? Fare una promessa per l’eternità? Quando ci sono io.
I ragazzi mi vedranno, e sogneranno la loro storia di una notte. La loro settimana o due di folle amore. Il loro contratto pronto alla revoca. Ti amo, anzi no, ti desidero, per adesso.

Tutto quanto legale. Non pensare al futuro, il presente è così eccitante! Nessun limite.

Chiamami quando vuoi. Chiamami Unione.

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Insopprimibili verità

Non stiamo discutendo se un omosessuale possa essere un buon genitore, ma se una coppia dello stesso sesso possano essere genitori adeguati.

Adeguati a che? La domanda è fondamentale. A mio parere c’è solo una risposta: adeguati al bambino.

Quando coltiviamo una pianta, dobbiamo stare attenti alle esigenze della pianta stessa. Non bastano acqua, terra, sole. Troppa acqua e la pianta marcisce, poca e secca; se gradisce l’ombra guai a metterla troppo esposta. Magari potrebbe venire qualcuno a chiederci: hai bagnato il tuo vaso? Noi rispondiamo sì, e quello va via considerandoci buoni agricoltori. Ma, nel frattempo, la nostra pianta è morta. Forse non sappiamo neanche perché.
Se così è per una pianta, figurarsi per un bambino. Che, in più del vegetale, ha una consapevolezza, ha un cervello che è un vulcano in ebollizione. Gli hai dato da bere? Sì. Gli hai dato da mangiare? Sì. Gli hai dato amore? Sì. Ah, allora va bene.

Ma era quello giusto?

C’è chi sostiene che la scienza afferma con certezza che essere allevati da una coppia omosessuale o eterosessuale sia lo stesso. Possiamo affidarci alla scienza, certo. Ma, per giudicare, abbiamo in questo caso anche qualcosa in più: l’esperienza.
Noi tutti siamo figli. In alcuni casi siamo anche padri, e madri.

Tra nostro padre e nostra madre c’era differenza, vero? A nostra volta noi siamo diversi da nostra moglie, nostro marito.
Sarebbe stato molto diverso se, invece di mio padre, avessi avuto due volte mia madre. O viceversa. Mi sarebbe mancato qualcosa: la forza, o la dolcezza. Il coraggio o la perseveranza. La pazienza o la tenacia. Come esempi, come insegnamento, ma non perché uno dei miei genitori fosse inadeguato, ma perché erano complementari. Complementari perché erano e sono un maschio e una femmina. C’è differenza. Voi sapete che c’è.

Un diritto che si invoca non può prescindere dalla realtà. Dire “è lo stesso” fa a pugni con la MIA esperienza.
Considerate adesso la vostra, di esperienza: è differente? No, non rispondete ideologicamente, subito.
Prendetevi un minuto.
Ricordate, pensate.

L’importante è che voi, proprio voi e nessun altro per voi, giudichiate in base a quello che è stato, quello che è reale.

E se anche per voi fosse o fosse stato differente, riflettete su questo: io e tanti altri abbiamo verificato, vissuto qualcos’altro. Chiunque lo neghi deve fare i conti con questa realtà; e la mia testimonianza, quella di tutti quelli che conosco invalida ogni perentorio giudizio ideologico che si possa avere. Perché noi ci siamo, esistiamo, occorre fare i conti con quello che diciamo. Ciò che nega l’esistente per affermarsi non può che essere una menzogna. (No, non è un ragionamento confessionale. Pensateci bene: niente di quello che ho detto lo è)

Non fatevi lavare il cervello da menzogne strumentali, da una finta scienza che alle prove dei fatti è una bugia. Pensateci bene, se non stiate avallando il falso.
Se lo è, chi ve lo fa fare?

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Quanto fa due più due?

⊗ Due e due fa quattro

⊗ Due e due fa cinque

⊗ Due e due potrebbe fare quattro

⊗ Due e due fa quattro, ma chi dice che fa cinque ha tutto il nostro rispetto

⊗ Due e due fa cinque, chi dice che fa quattro ci vuole riportare al medioevo

⊗ Due e due fa cinque, è nostro diritto

⊗ Due e due fa quattro perché tradizionalmente ha sempre fatto quattro

⊗ Due e due fa quattro, cinque, ottantasei…chi può dirlo?

⊗ Due e due: troviamo un compromesso, quattro e mezzo?

⊗ Due e…cosa?

⊗ Due e due è indeterminato.

⊗ Non esiste una cosa come il due, è un concetto antropologico

⊗ Due e due fa cinque a patto che non cambi niente

⊗ Acconsentiamo a dire che due e due fa cinque, ma poi faremo un referendum

⊗ Non ho capito la domanda.

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La memoria dell’idiota

Ce ne ricorderemo.

Non è una minaccia, è una promessa. Certo, che noi ricordiamo può seccare alcuni. Può farli arrabbiare. Al potere piace l’uomo che non si ricorda chi è, perché un uomo del genere si può sempre utilmente idiotare.

Con idiota nel mondo antico si indicava chi pensava solo a se stesso.  Allo smemorato, che non conosce il suo passato, si può imporre l’identità che si vuole, istruirlo a dire e fare ciò che conviene di più al potente.

Questa mancanza di memoria può essere anche volontaria: e in tal caso l’idiozia è doppia. Infatti questo particolare tipo di idiota in cambio di un effimero presente non si priva solo del suo passato, ma anche del suo futuro.

Perché chi vorrebbe condividere il suo futuro con un idiota?

Chiaramente, non quelli che si ricordano quanto idiota, o smemorato, sia stato.

Per questo, mi dispiace per voi, ma noi ci ricorderemo. Perché sappiamo chi siamo. E perché non siamo idioti.

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Circo minimo

Scusate, signori miei, spiegatemi bene.
Aspettavate di vedere se si riempiva il Circo Massimo? Bene, è stato riempito. Fino all’orlo, e io lo so perché ero sull’orlo. Ne aspettavate di più? Io francamente no. Anche perché non ci sarebbero stati. Mi dicono che già così ne sono rimasti fuori un sacco. Quando sono entrato io, verso mezzogiorno, mancavano due ore ma era già praticamente pieno, dopo ci si è accicciati un po’ di più. Io ho provato a contare, ma è difficile con così tante teste. So solo che nelle code ai cessi chimici c’era più gente che alla svegliaitalia della settimana scorsa.

Ripeto, volevate più gente? All’arrivo a Stazione Termini siamo stati accolti da un nugolo di fotografi che manco le rockstar. Un tizio con una reflex esagerata e la faccia di furetto ci ha chiesto “E i bambini? Dove sono i bambini?” Avrei voluto dire: ma sai quanto costa un viaggio andata e ritorno da Torino? Se la famiglia, quella vera, fosse un poco favorita, magari ce lo saremmo potuti anche permettere di venire tutti. Ma non se voglio fare le vacanze, comprare un regalo, mangiare. Ci sono qui io, in rappresentanza di tutti.
Ed ecco il secondo punto. Alle manifestazioni in generale uno conta uno. Stavolta per ognuno di quelli che sono venuti ce ne sono tre, quattro, dieci che sono rimasti a casa. Me lo hanno detto, volevamo venire, ma non ci riusciamo. Perché non è che tutti, in una settimana, riescono a sganciarsi. A noi il viaggio non lo pagano i sindacati, o il partito. Eravamo “solo” trecentomila? Cinquecentomila? Allora eravamo realmente uno, due, cinque milioni. Uominidonnebambini. Gioiosi. Lieti. Lietamente arrabbiati, ma di quell’arrabiatura che non è cattiva, di quella che ti fa dire, bene, facciamo qualcosa. Persino quel gruppetto vestito di nero e capelli un po’ corti, che quando erano entrati avevano volti tesi che facevano un po’ timore. Li ho rivisti verso la fine, ce n’era uno che sembrava un armadio a due ante, braccia tatuate grosse come le mie cosce, che agitava una bandiera con una faccia da bambino, e non faceva più paura. E mi dicevo, guarda cosa ci vuole per battere la violenza e far battere il cuore. Un po’ di piccoli, un po’ di gioia, parole vere.

Per cui non si è mandato nessuno al’inferno, o affan, come in altre piazze. Nessuno, nemmeno chi ci vuole male, e a leggere i giornali sono tanti. Tanti che minimizzano, o cercano di far dire altro a chi ha parlato. Signori miei, noi c’eravamo, e se scrivete cose false la conseguenza sarà che non vi crederemo più. Credere ha la stessa radice di credito. Non si darà più credito a chi ha dimostrato di non meritarlo. Chi sono coloro che ci stanno aiutando e coloro che ci oscurano, come dice Gandolfini nel video completo, qui sotto, al minuto 1:58:30 circa. Perché noi c’eravamo.

C’eravamo. Siamo venuti, avvisati all’ultimo, di tasca nostra, senza un partito, un sindacato, un’organizzazione, un movimento, una Chiesa che ci abbia sponsorizzato. Tantissimi. Più di quanti potesse contenerne quel Circo Massimo che ora, solo per noi, minimizzate.
Vi dico, meglio il nostro Circo Massimo del vostro circo minimo di pagliacci, prestigiatori e funamboli scadenti. Siete pochi, siete scalcagnati. Avete sponsor potenti, e i soldi e il potere possono molto, è vero. Ma le bugie non durano, specie quelle che si vivono.
Quella di ieri non è stata una bugia. E’ stata giornata molto bella. Non è troppo tardi per lasciare il vostro circo e unirsi al nostro, senza più fingere. Ritrovare la gioia.

Una gita di famiglia

E’ un tentativo. Un post itinerante, che cresce. Un po’ come una famiglia. Perché è di questo che stiamo parlando, no? Di famiglia. Anche se il resto della mia è rimasto a casa a dormire. Chissà se qualcuno si è già svegliato, a quest’ora? Abbiamo fatto tardi, ieri. A mezzanotte ero ancora in piedi. Alle quattro la mia sveglia interna ha squillato, due minuti prima di quella vera. Ottimo lavoro. Mi sono preparato il panino, e via.

Le persone alle cinque di mattina sono lente. Io ho la partenza rapida, so già che pagherò dopo. Parcheggio, via a piedi alla stazione. Sono in perfetto orario. Facce conosciute, accoglienti. Siamo molti, qui a partire per il Family Day. Roma non è poi così lontana.

Frecciarossa. Cerchiamo di capire quali sono i nostri posti. Si parte, veloci. Milano dista meno di un’ora. Molti dormono, si parla. C’è il wifi, ma il portale di trenitalia è tremendo. Alla  fine uso la linea telefonica, per scrivere questo post. E cominciare a dire di noi.

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Il tempo è coperto e nebbioso, qui tra le colline toscane. Un’antica cascina pallida e solitaria mi guarda da in mezzo ai campi rasi, ombreggiata da enormi pini marittimi. E’ abbandonata, in rovina. Mi chiedo perché, e se dal treno chi un tempo vi dimorava guarda talvolta ad essa con il rimpianto di chi si lascia le cose belle alle spalle. Ma già è sparita in lontananza, mentre corriamo veloci verso Roma.

E a Roma siamo. Sbarramento di fotografi all’uscita della stazione, neanche le rockstar. Ci avviamo a piedi, in mezzo alle rovine di una civiltà. Facciamo sosta a s.Nicola in carcere per la Messa. Rivedo facce note, ci si saluta. E poi via al Circo Massimo.

Per strada qualche politico. E poi famiglie, gente allegra. Il cielo per converso appare cupo, grigio di nuvolaglie. Il catino del Circo è già mezzo pieno. Ci mettiamo sugli spalti, proprio dietro la telecamera.

E si attende che tutto inizi, o forse è già iniziato.

Il mio tentativo di fare un post itinerante è fallito di fronte al milione di telefonini che cercavano di  connettersi contemporaneamente. Non vi voglio descrivere adesso la bellezza di quella piazza. Non adesso: più tardi, quando riuscirò a scrivere senza perdere il testo due volte su tre.

Nel frattempo, solo questo vi dico: chi pensa che un certo popolo non esista più, che il destino ineluttabile sia un mondo di solitari cercatori di piacere alla ricerca di qualcuno che li accontenti in ogni capriccio, si sbaglia.  C’è qualcuno che non solo non si rassegna a questo, ma è già andato avanti. Verso un futuro che è negato a chi si nega un futuro.

E con questo chiudo il post. Al prossimo, che vi racconterà cosa ho visto.

Ciò che non si vede

Le due figure stavano sedute in alto, nel tramonto sulla città, ma sembravano del tutto indifferenti alla bellezza del panorama attorno a loro. Sembravano piuttosto concentrate su quanto avveniva nella strada al di sotto, attorno ad un portone dal quale entravano ed uscivano in continuazione persone.
La sagoma più grande era quasi immobile, mentre la più piccola si agitava e contorceva, così che di tanto in tanto pareva quasi un verme, o un tarlo biancastro estratto dal proprio foro. Appollaiato sul medesimo cornicione un piccione solitario ruotava la testa curiosa a destra e sinistra come se percepisse qualcosa ma non riuscisse a vederlo. Si sa: i piccioni non sono molto intelligenti.

La figura più minuta per un attimo guardò a sua volta l’uccello, poi riportò l’attenzione su quanto avveniva sotto di loro nella strada. “Zio,” sussurrò, “non capisco”.
Il suo compagno sospirò, o sembrò farlo. “Cosa non capisci questa volta, nipote disgraziato?”
“Questi umani. Questa cosa del sesso.”
L’altro si girò come una fiamma oscura ad un soffio di vento e lo fissò severamente. La creatura più piccola continuò.

“E’ un comportamento assurdo. Cercano l’amore, vedono che quelli che sono soli sono infelici, eppure non fanno altro che andare contro questa natura. Ci sono studi, e statistiche che dicono che è un gran disastro, e basterebbe guardarsi attorno, ma sembra non gliene importi niente. Pensano che separare l’amore dal sesso, dalle larve…”

“Figli. Il termine tecnico è ‘figli’. O , al limite, ‘piccoli’.”
“Sì, quelli…dicevo, pensano che separare amore e sesso sia meglio, e istruiscono anche le loro lar…i loro piccoli così. Addirittura fanno leggi, come ora, per dire che è meglio, e non si accorgono che…uh…”

Colui che parlava alla fine si accorse dello sguardo del suo interlocutore e abbassò la voce fino a farfugliare. Poi la figura più imponente rispose, e c’era del gelido fuoco nella sua voce.
“Per prima cosa: hai letto di nuovo delle statistiche? Mi sembrava di averti già spiegato che o le inventiamo noi, e in tal caso non c’è niente da imparare da esse, o sono reali e veritiere, e quindi non vogliamo avere niente a che fare con esse.“

“Ca-capito.” Farfugliò l’essere più piccolo. Ma l’altro non aveva finito.

“E allora dimmi: chi insegna che tutto è apparenza e niente è vero, conta solo il proprio diritto e il vederlo riconosciuto? Chi è che consiglia di fregarsene quindi del matrimonio e spinge per le unioni libere, educando a questo i ragazzi, per poi vendere loro preservativi per mettere in atto quegli insegnamenti? Chi offrirà loro gli aborti per rimediare alle gravidanze indesiderate che di solito seguono a pratiche così insicure? Chi è che procurerà loro, in seguito, sperma, ovuli e uteri per ottenere quei figli che non riusciranno più ad avere normalmente? Chi sfrutta le voglie delle persone per vendere loro quello che li spinge a desiderare, e poi vende il rimedio per i danni causati da quello che ha loro venduto? Chi ci guadagna ad ogni anello della catena, preparandosi ad ogni passo il terreno per il passo successivo?”

“I-io non…”
Man mano che l’uno parlava sembrava crescere, e quello più piccolo farsi più minuto ancora.

“Perché sai, sono gli stessi. Ti era sfuggita la connessione? Gli stessi che invece di passare a un capofamiglia lo stipendio per mantenerla, eliminando la famiglia pagano ad ogni individuo quanto appena è sufficiente per lui solo: il lavoro di due al prezzo di uno. Vedi, quelli di cui parlo hanno tutto l’interesse a che quella famiglia non esista, non possa essere né pensata né desiderata, e perciò la umiliano, insultano, snaturano con ogni mezzo immaginabile. Per loro il matrimonio è una perdita secca, l’amore eterno una malattia, i figli una patologia a cui rimediare. Per questi di cui parlo gli esseri umani sono solo mezzi utili ai loro scopi. Il loro scopo è creare una società senza amore, di gente che si usa a vicenda per il proprio piacere, di cui loro sono i tenutari. E sai a chi mi riferisco?”
La figura ormai piccolissima rispose, con vocina flebile “N…no…”
“SIAMO NOI, INUTILE VERME!” Ruggì l’altro, ormai alto come un palazzo eppure inconsistente più di qualsiasi fumo. “NOI, e i nostri agenti. Stiamo parlando dell’ABC della tentazione, che tu continui ad ignorare!” Sembrò farsi più alto e minaccioso ancora. “Non ti è saltato in mente che tutto ciò non è un caso, ma il frutto del nostro lavoro? O meglio”, si corresse, “del lavoro di autentici demoni e non di loro pallide e ridicole imitazioni?”

Si riaccomodò sul cornicione, riassumendo proporzioni quasi umane. Il piccione, percependo qualcosa che non riusciva a comprendere, prese a tubare.
“Per questo siamo qui. Per un altro passo in questa direzione. La vedi quella gente laggiù? Tra non molto decideranno se permettere e favorire alcune delle pratiche di cui ti ho parlato. E’ una questione di libertà: se fare e farsi un poco più di male. Oh, non è che già non lo compiano, nel cuore loro: diciamo che una legge sarebbe un…incoraggiamento.”
Rivolse lo sguardo verso il verme biancastro che si dibatteva accanto a lui. “Capito meglio, ora? Adesso vai, e svolgi il tuo compito. Entra in quelle orecchie e sussurra non cosa è bene che sentano, ma cosa devono sentire.” Con lo zoccolo diede un calcio alla larva, che precipitò verso il basso.
Guardò la caduta con una sorta di sorriso. Poi spiegò un paio di ali nere, nere come una notte non di questo mondo, e si gettò a sua volta giù, giù.

Il piccione percepì che qualcosa era cambiato, ma non riuscì a stabilire cosa. E quindi continuò a guardarsi intorno, nella luce declinante, all’erta per qualsiasi cosa che potesse vedere.

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Ogni giorno è il Family Day

Il male vince sempre grazie agli uomini dabbene che trae in inganno; e in ogni età si è avuta un’alleanza disastrosa tra abnorme ingenuità e abnorme peccato.
(da “Eugenetica e altri malanni”)

La cosa più saggia del mondo è gridare prima del danno. Gridare dopo che il danno è avvenuto non serve a nulla, specie se il danno è una ferita mortale.
(da “Eugenetica e altri malanni”)

Si va a Roma. Si è andati a Roma, se leggerete queste parole dopo il 30 gennaio 2016. Si va a Roma per due ragioni, che sono quelle che le due citazioni di Chesterton che aprono questo post dicono con tanta chiarezza e acume.

Si va a Roma perché ci sono tanti uomini per bene, tanti ragazzini imbottiti di youtube e slogan fessi, tante tante persone che non hanno mai riflettuto seriamente su chi sono veramente, e cosa vogliono. Non hanno mai pensato cosa voglia dire crescere senza padre o senza madre, o se sia davvero una condizione così desiderabile. Non hanno mai capito davvero cosa sia il matrimonio, che no, non è due che stanno insieme dato che si vogliono tanto tanto bene, un contratto, una formalità. Tanta gente – ma poi così tanta? – che chiede una legge che in fondo vuole solo tre cose: la reversibilità della pensione per gli omosessuali, la possibilità di andarsi a ordinare e acquistare un figlio, la distruzione del concetto stesso di matrimonio. Perché tutto il resto, tutti i diritti individuali, in una maniera o l’altra già ci sono. Leggi e sentenze alla mano.

Allora andare a Roma tutti quanti può essere un modo per farli pensare. Un poco. Alcuni. Perché la stragrande maggioranza se ne frega di questa legge, omosessuali compresi. Se davvero gli omosessuali tutti volessero questa legge allora l’imbarazzante manifestazione svegliaitalia a favore della Cirinnà non sarebbe andata quasi deserta. Altro che un milione, come gente senza misura né pudore ha sostenuto esserci .

Andare a Roma può essere un modo per risvegliare anche certi politici che là abitano o vorrebbero abitare. Per ricordare loro che essere banderuola può servire durante le legislature, ma difficilmente quando è ora del voto. Quando in genere si sceglie di votare gente che sa cosa vuole e fa quel che dice di volere. E quel che vuole è ciò che vogliono pure i loro elettori.

A questo potrà servire il family day. Per quanto ci saranno tentativi usando ogni trucco e menzogna di minimizzare quanto succederà al Circo Massimo, dopo ci sarà sicuramente un’ingenuità meno abnorme. Il peccato, quello rimane. Finché non è chiesto perdono.

E il grido lo si deve lanciare adesso. Non dopo, quando diventa pianto e rimpianto.

Ma c’è una terza ragione per andare.

Non basta opporsi. Non basta reagire. Se no combattiamo sempre una battaglia di retroguardia, sempre in ritirata, sempre in fuga. Quando siamo noi ad avere la bellezza, il senso, la gioia. Quando invece potremmo sbaragliare i fantasmi e le nebbie della menzogna in ogni momento.

Non dobbiamo aspettare Roma. Roma non c’è ogni giorno. Ma ogni giorno può essere un family day, se lo diciamo, se lo annunciamo, se facciamo vedere che la realtà vera siamo noi. Noi, da sempre, dai millenni che sono stati a quelli che verranno.

C’è chi ha perso la speranza, chi dà per scontata una sconfitta. Saremo sconfitti solo se smetteremo di combattere, e combattere nel nostro caso vuol dire semplicemente far vedere che il vero c’è, la bellezza c’è, la realtà c’è. Dirlo. Non avere paura di chi mente, perché sono loro ad essere già sconfitti, dentro. Morti senza saperlo.

E’ tempo di alzare la testa, e dire che ogni giorno è un giorno della famiglia, perché la famiglia è quella che c’è ogni giorno, da che giorno è giorno e il sole sorge e tramonta sull’uomo e su questa terra.

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Il compromesso

Signor Direttore, se mi permette, sono molto onorato della Sua richiesta di conoscere carnalmente mia moglie. Devo premettere che io in genere disapprovo per profonda convinzione personale questo genere di pratiche al di fuori di un  contesto matrimoniale, e anche che io amo teneramente la mia consorte.

Manifesto tuttavia la mia profonda comprensione per le Sue esigenze di uomo, che sono sicuro il mio coniuge potrebbe almeno in parte soddisfare. Sono conscio che da Lei dipende il mio posto di lavoro e la mia carriera, e capisco che non posso offenderLa con un netto rifiuto, proprio in forza della mia consapevolezza delle Sue necessità fisiche.

Mi spingo quindi a suggerirLe un compromesso: pur contrario, permetterò il Suo congiungimento con mia moglie, ma mi riservo tra qualche tempo di domandarle con decisione se le sia piaciuto o meno, e a risposta negativa studiare altre soluzioni. Le sembra accettabile?

Le basi biologiche dell’amore

Il biologo si tolse gli occhiali e si stropicciò gli occhi. Lo schermo del computer illuminava fiocamente la camera, dove sedie giocattoli e lettini sembravano monti e valli di un paesaggio lunare. Sua figlia si rigirò nel sonno. Il padre che lavorava silenziosamente a pochi metri da lei, nella notte, non la disturbava più di tanto. Suo fratello, poco più in là, dormiva immobile.
Il biologo desiderò ancora una volta potersi permettere un’altra stanza, uno studio vero. Ma occorreva stare alla realtà. Doveva assolutamente terminare di scrivere l’articolo per l’indomani, e questo voleva dire attraversare le ore del buio seduto alla tastiera.
Sospirò. Guardando quelle figure sommerse dalle coperte respirare piano si sentì ancora una volta colmo di affetto e di speranza. Piccole creature, che ne sarà di voi? Così simili e così diversi da me, non posso fare altro che proteggervi e insegnarvi quello che so di bene, il resto dovrete farlo tutto voi.

Fu colpito da un pensiero. In fondo quella cosa che noi chiamiamo amore per i propri figli non era nient’altro che un complesso schema fatto apposta per portare a maturità la propria stirpe. Un bambino che sia amato avrà molte più probabilità non solo di sopravvivere, ma di vivere meglio di uno abbandonato a se stesso. Questo voleva anche dire che il vero amore non significava solo desiderare un figlio, e poi crescerlo, ma volere per lui, proprio per lui, il massimo. Non come realizzazione del padre, o della madre, ma del figlio, solo del figlio. Al di là di ogni illusione e sogno. Perché fosse completo e indipendente, altro dai suoi genitori. Pensò con un brivido a tutti quei bambini visti come oggetto, non veramente amati come persone uniche e irripetibili.

L’amore, dunque, come meccanismo biologico? Provò ad estendere il ragionamento all’altro amore, quello tra uomo e donna; a sua moglie, nella stanza accanto, di cui poteva sentire il respiro che si alzava e si abbassava, il lieve fruscio di lenzuola. Se anche quell’amore ha una base biologica, è originato da un preciso scopo biologico, quale senso ha? Il suo scopo non può essere altro che rendere il più probabile possibile, il più grande possibile, la possibilità di sopravvivenza della propria discendenza. Se una coppia è unita, affiatata, stabile, innamorata, quella coppia avrà la maggiore probabilità di generare figli e di allevarli bene.

Il biologo si appoggiò indietro sulla spalliera della sedia, inseguendo le proprie intuzioni. Se era così allora l’amore era molto diverso dal sesso, dal piacere sessuale i cui intrecci di ormoni, ghiandole e terminazioni nervose conosceva molto bene. Meccanismi separati, uniti in un punto, la generazione, ma per il resto di ordini differenti. Se quello che pensava era corretto, allora tutti quelle unioni che esulavano da quei semplici fini di sviluppo di nuove generazioni erano male orientati, impulsi errati che confondevano e soffocavano il vero scopo. Stravolgendolo completamente, confusi da ricerche di piaceri e false immagini mentali.
Disgiungere il sesso dal generare, dalla famiglia era come cancellare la biochimica umana. Avvelenare la sua stessa natura fisica.

Fu scosso da un brivido. Dunque era quello il tanto conclamato sentimento amore? Un trucco biologico ancestrale per rendere il più possibile probabile una discendenza felice? Una sequenza di impulsi che valutavano la migliore madre, il padre più desiderabile per i propri figli, e stabilivano con esso un legame il più possibile indissolubile a questo fine?
Ecco. Niente di così misterioso, così romantico, solo un complesso gioco chimico teso ad ottenere il miglior risultato possibile.

Se anche lo era, lui era fatto per questo. Era ciò che lo rendeva felice. La felicità è il premio quando facciamo qualcosa che va bene, pensò. Lo zuccherino biologico per un lavoro ben fatto. Che non può essere ottenuto altrimenti se non assecondando completamente quella natura scolpita nelle profondità delle nostre ossa, in ogni mitocondrio di ogni nostra cellula.

Allora anche gli altri amori, per gli amici, per le cose, sono metodi del gioco della sopravvivenza. Amo ciò che è mio, perché più posseggo più ho probabilità di sopravvivere. Amo gli amici, perché fanno parte della mia specie, mi possono favorire.
E Dio? Pensò. Se Dio esiste, se Dio ci ama, perché lo fa? Guardò ancora, istintivamente, verso quei lettini. L’amore di un padre è un amore gratuito, perché è rivolto verso qualcuno che non è se stesso. Fu allora che capì davvero cosa si intende che Dio è padre. Perché il suo amore era questo.
Fu tentato di andare a rimboccare loro le coperte, sfiorare con un bacio di padre quelle testoline piene di domani. Ma in quel’istante lo schermo del computer andò in standby, gettando la stanza nell’oscurità. No, c’era ancora tanto da lavorare, per aiutare il futuro dei suoi bimbi, qualunque fosse. Chissà se la mattina dopo si sarebbe ricordato di quei pensieri notturni, di quello sguardo sulle basi biologiche dell’amore che l’aveva aiutato a capire meglio lo sguardo da avere sulla vita.
Mosse il mouse, per fare tornare la luce.

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Palloncini

A gennaio, al buio, ci fanno fare le sentinelle. D’altra parte il nemico quando arriva, arriva. Meno male che fa freddo sì, ma non così tanto. Questa volta ci hanno imboscati in una piazzetta fuori mano, vicino alla stazione, e il sole che ha scaldato il pomeriggio non c’è già più. Bisognava far posto all’altra manifestazione, al “Pride” delle sveglie, al fondo della stessa via. Magari dando la possibilità agli interessati di “partecipare” ad entrambe.

Mentre mi dirigo alla “mia” piazza, decido di dare un’occhiata a quella degli avversari. Piazza Carignano, che noi avevamo riempito a suo tempo. E’ centrale ma piccolina, e dato il forte battage propagandistico – manifesti da ricca campagna pubblicitaria, volantini, sindaci e politici assortiti che intervengono – mi aspetto con un po’ di tremore di trovarla traboccante.
Una volta arrivato ci metto qualche istante a orientarmi. E’ semivuota. Qualcuno sta gracchiando al microfono. Da un lato un padiglione colmo di bandiere e gadget, in fondo un palco, e sotto i manifestanti con bandierine e palloncini, assiepati in non più di un quarto della piazza. Faccio i calcoli a mente: occuperanno forse venti per trenta metri, diciamo mille persone al massimo. Viste le premesse, è un flop. La sera poi leggerò che Repubblica e la Stampa attribuiscono alla manifestazione ottomila, diecimila partecipanti facendo della povera piazza il luogo più affollato del pianeta, densità da quindici persone per metro quadro. Diecimila, sì, come no, includendo tutti i passanti del centro. Devo fare i miei complimenti ai fotografi, anch’io guardando le loro immagini sono rimasto perplesso finché non mi sono accorto che il monumento che sembra distante un chilometro è in realtà a trenta metri dall’obbiettivo. Lo sprezzo dei numeri è anche maggiore per gli organizzatori nazionali, che millantano un milione di presenze, dato che non si avvicina neanche lontanamente alla somma delle cifre già gonfiate. Ma a quanto pare la sincerità non abita da quelle parti. O la matematica.

I numeri, nella nostra piazza Lagrange, sono certamente minori. D’altra parte ci vuole un pochetto più di gambe e di coraggio a stare fermi un’ora, al freddo, in silenzio, a subire insulti rispetto allo sventolare bandierine rosa. La nostra piazza la riempiamo tutta, anche se con la caratteristica bassa densità. Saremo forse centocinquanta, duecento, dietro l’usuale sbarramento di cortese e professionale polizia, che ci frutterà l’abituale insulto di conigli vigliacchi. Già, perché finita la “loro” manifestazione i tollerantissimi cirinnisti sono venuti da noi per il solito sbeffeggiamento. A dire la verità più fiacco del solito, stavolta non provano neanche a fare irruzione, e tra chi ci guarda con coccarde arcobalenate colgo visi scuri e lunghi. Suonano campanelli, e talvolta accennano a qualche coretto abbastanza stonato. “Com’è bello far l’amore da Trieste in giù”, sulle note della Carrà: e mi verrebbe voglia di chiedere loro cosa c’entra il sesso ostentato con l’amore, quello vero, o con le unioni civili o i bambini. Improvvisano anche “l’alleluja delle lampadine”, che talvolta si canta a Messa, e mi domando con un brivido questi che l’intonano da dove arrivino e come mai sian finiti qui. Ma un Alleluja è sempre un Alleluja, e anche se qualcuno ci urla “Gesù vi odia” (aggiungendo “se esistesse”, come ripensamento tardivo) in un certo senso è come un sorriso dall’alto. Ad un certo punto gridano”Medioevo, medioevo!” Mi viene voglia di urlarlo anch’io, dire: condivido, magari. Meglio il tempo di Dante di quello precedente, di Nerone. O posteriore, delle ghigliottine e delle picche con in cima le teste. Anche il ritornello “Vergogna, vergogna” mi dà da pensare: sì, noi sappiamo ancora cosa sia la vergogna, riteniamo che ci sia qualcosa di cui ci si possa vergognare. Proprio questa è l’accusa che ci fanno.

La veglia prosegue come usuale, con il freddo che mi costringe ad alternare le mani che reggono il libro. Ci è stato fornito un lumino a testa, di quelli a cera, che ogni refolo di vento rischia di spegnere. Così il mio lo tengo protetto, tra i piedi, custodendo la fiamma come una piccola creatura. Leggo Testori, il grande drammaturgo milanese, che confessa la sua vita e le illusioni che la morte imminente ripulisce. Un passaggio in particolare mi colpisce:
“Figlio ero;
E di che altro avevo più bisogno?”
La sua omosessualità non gli ha impedito di vedere il vero, e implorarlo.

Ma ormai è buio, la notte è scesa, fortunato io che sotto il lampione distinguo ancora le parole sulle pagine. La veglia finisce, usciamo dal recinto per le strade inconsapevoli. Sono affollate di gente che guarda le vetrine e fa shopping. Gente che magari neanche sa perché siamo stati lì, a vegliare in silenzio, o poco gliene importa. Ma va bene così. E’ questo il ruolo della sentinella, vegliare perché gli altri possano riposare tranquilli, invece che svegliati a forza e portati dove non sanno.
Passa una che ha in mano il palloncino a forma di cuore che distribuivano al “Pride” della piazza accanto. Ma è già sgonfio.

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Non è sopra

Vi racconto di un fatto storico di cui forse avete già sentito parlare. Siamo nel 385, a Milano. Ambrogio, sant’Ambrogio, è vescovo. Ma a Milano c’è anche Valentiniano II, imperatore tredicenne; e soprattutto la di lui madre, Giustina.
Giustina è una donna forte, molto forte. E’ di fede, se così si può dire, ariana, l’eresia cristiana più in voga all’epoca. Gli ariani sono decisamente meglio disposti verso il potere dei cattolici, ma non godono dell’appoggio popolare. Quantomeno a Milano, sicuramente a Milano.

In quel momento nella città ci sono tre basiliche cattoliche. L’Imperatore ne chiede una, la maggiore, per il vescovo ariano sua creatura. Gli imperatori non domandano per favore, ordinano. Ambrogio, i cui rapporti con la coppia imperiale sono quantomeno tesi, si reca subito a corte per chiedere spiegazioni. Con fondato timore il popolo, saputolo, prende d’assalto il palazzo. Si sfiora il massacro: le truppe vengono schierate per scacciare i dimostranti, ma Ambrogio interviene e riesce a sedare gli animi. Gli è stato promesso che le basiliche non verranno toccate, ma Ambrogio sa che si tratta solo di un espediente per guadagnare tempo.

Giustina è infuriata. Fa assegnare d’ufficio agli ariani la basilica Portiana fuori le mura, ma il vescovo l’ha previsto. Con i fedeli occupa preventivamente le chiese, ne sbarra le porte, resiste quando l’esercito in assetto da battaglia le circonda. Da dentro, Ambrogio incoraggia i suoi: uomini e donne, vecchi e giovani, determinati a resistere all’imposizione del potere. E’ in questo frangente che, per incoraggiare i resistenti, introduce la pratica di quei canti antifonati e quegli inni che ancora oggi si sentono risuonare talvolta nelle nostre chiese. L’assedio dura alcuni giorni. L’imperatore sa che se tentasse di occuparle con la forza si rischia un bagno di sangue. E’ consapevole di quanto sia traballante la sua posizione. E desiste. Le truppe si ritirano. Giustina, furibonda, lascia Milano per Aquileia.

Per tutto l’anno successivo Ambrogio è seguito a vista dalla polizia, deve combattere contro tentativi di mandarlo in esilio, esautorarlo e assassinarlo. Alla primavera seguente l’assedio delle basiliche si replica nuovamente: ma le truppe imperiali sono messe ancora sotto scacco dai fedeli. L’occupazione inizia venerdì 27 marzo; il 29, domenica delle Palme, nella basilica Portiana il vescovo pronuncia il sermone contro il vescovo ariano rivale Aussenzio, nel quale si trova la celebre frase “Imperator enim intra Ecclesiam, non supra Ecclesiam est” (“L’imperatore infatti è nella Chiesa, non sopra la Chiesa”). La resistenza si protrae fino a giovedì 2 aprile, poi Giustina demorde e decide di andare a festeggiare la Pasqua nella più obbediente Aquileia.

Le fortune di Valentiniano II sono però al termine. L’anno seguente verrà buttato da Massimo fuori dall’Italia, si convertirà probabilmente per opportunismo alla fede cattolica mentre Giustina muore in esilio. Sarà proprio Ambrogio a celebrare il funerale di Valentiniano quando, quattro anni più tardi, anch’egli muore a vent’anni probabilmente assassinato dal suo tutore.

Milano è rimasta cattolica, un popolo di fedeli guidati da un grande santo ha resistito alle pretese e alle imposizioni di un potere violento che le ha provate un po’ tutte, ma non ha prevalso.
Milleseicento anni, son passati, e sembra oggi.

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Dalle oscurità e dalle apparenze

Una delle lezioni di don Giussani che, a forza di leggerla, più mi si è conficcata in testa, è la prima premessa del suo libro sul Senso Religioso. Vale a dire, realismo: “il metodo è imposto dall’oggetto”.

Vuol dire che, se sto discutendo di qualcosa, se lo sto esaminando, non posso essere io a dettarne i termini, ma questi devono essere adeguati a ciò che voglio conoscere.
Se sto giudicando la bontà di un piatto non studierò la storia della cucina. L’assaggerò, innanzi tutto. Oppure, se voglio progettare un aereo che voli, non approfondirò i gusti culinari dei possibili passeggeri, ma l’aerodinamica.
Allo stesso modo, se si prospetta una determinata legge, posso certo pensare che sia stata proposta per assecondare aspirazioni e desideri di alcune persone: ogni azione avviene proprio perché qualcuno persegue un certo fine. Ma il realismo mi impone di capire prima di tutto se questa legge sia davvero una buona legge, se debba essere ostacolata o approvata, al di là di quanto chi la sostiene vorrebbe. L’oggetto è la legge e il suo effetto sul nostro vivere. Se possiamo dire, con ragionevole certezza, che il provvedimento non solo non risolve le aspirazioni dei suoi sostenitori ma peggiora l’esistenza delle persone perché propone qualcosa di ingiusto, di falso, di contrario al bene comune, allora di conseguenza possiamo arrivare ad un giudizio. E dal giudizio passare all’azione.

E’ questo il motivo per cui, per certe leggi, per certi atti di in-giustizia, non solo è utile, ma necessario muoversi. Sacrificare il proprio tempo, o anche di più. Non per odio, per partito preso, o perché così ci è stato detto. Ma perché ci siamo formati un giudizio. Con realismo, ragione, cuore.

Ad un amico, quando sbaglia, mettiamo la mano sulla spalla e cerchiamo di convincerlo a desistere dai suoi propositi dannosi; perché gli vogliamo bene, non per altro. Non ci importasse niente di lui, lo disprezzassimo, lo lasceremmo fare.
Ma in caso di vero pericolo, se teniamo a lui tentiamo di fermarlo in ogni maniera. Alle volte non basta non dirsi d’accordo. Specie quando c’è in ballo un inganno, una menzogna, vogliamo dirla tutta? Il male.

E’ solo accorgersi di un sacrificio fatto per amore che può fare cambiare idea a quel nostro amico con la testa piena di oscurità e apparenze.
Che cosa, se non questo?

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O Dio, che hai condotto il Beato Giovanni Enrico, sacerdote,
a trovare la pace nella tua Chiesa seguendo la tua luce benigna,
concedi propizio che, attraverso la sua intercessione e il suo esempio,
possiamo giungere, dall’oscurità e dalle apparenze,
alla pienezza della verità.

(Preghiera colletta della memoria di J.H. Newman)

 

 

Mi perdono

Se non si hanno sensi di colpa, vuol dire che o non ci sono colpe o non c’è il senso.
Direi che la prima non è realistica. E’ decisamente più probabile la seconda.
C’è gente che discetta sull’importanza di perdonarsi. Per lungo tempo l’uomo ha supposto ci volesse Dio per perdonare i peccati. A farlo da soli, chi pensiamo di essere? Problema già visto, vedi all’etichetta “peccato originale”.

Qualcuno potrà dire: beh, tanto Dio ci perdona tutto. E no, eh. Dio ci perdona se ci pentiamo e lo chiediamo, questo perdono. Se pensiamo di essere già a posto, col cavolo.
E’ per questo genere di autoassoluzioni che i confessionali  sono vuoti come le chiese che li ospitano. Se credo di essere automaticamente a posto qualsiasi cosa io faccia, che ho ancora da andare a sentire qualche prete?

Ma se non ci si perdona da soli non si rimane angosciati e prigionieri dei nostri sbagli? No, se crediamo che Dio ci salva. Però il farlo è qualcosa che spetta a Lui, non a noi. Non giudicare significa anche evitare di assolvere se stessi, magari ancora prima dell’udienza.

Il senso di colpa è un bene come il dolore di una ferita, perché ci dice che abbiamo fatto del male. Come il paralitico della vicenda evangelica sì, dobbiamo prendere su il nostro lettuccio e tornare a casa. Ma col cavolo che ci riusciamo da soli, se non è Cristo a dircelo.
E col cavolo che ce lo dice, se non andiamo da Lui.

paralitico

In piedi là, vedi?

Fino da quando ho sentito della manifestazione del prossimo trenta gennaio, ho capito che avrei dovuto andarci. E’ lontano, è scomodo, è costoso. Ma quando mi hanno proposto il viaggio, ho detto sì. Subito. Senza dubbi, senza ripensamenti.

Non si può restare fuori, questa volta. Ci conteranno. Se saremo pochi, timidi, esitanti, divisi, allora capiranno che possono averla vinta. Non solo su questo. Su tutto. E non si fermeranno prima di avere smontato una per una tutte le cose strappate al buio negli ultimi duemila anni. Prima di averci riportato prima di Cristo, senza Cristo. Come sta accadendo altrove, passo dopo passo. Perché se si nega questa evidenza, che può restare di salvo?

Così ognuno di noi sarà importante. Sarà importante esserci, perché così potremo vedere con i nostri occhi, e non credere alle inevitabile menzogne, alle certe meschinità, alle sicure minimizzazioni. Potremo dire, ma che vaneggi? Io c’ero.

E’ per questo che occorre andare. Da umili, per non essere umiliati; pieni solo di verità, perché la verità si può negare ma non distruggere. Non a dire no, ma a dire sì a ciò che è vero. A indicare ciò che c’è, l’evidenza della realtà. Se non ci si muove per questo, per cosa ci si dovrebbe muovere?

Anche se la menzogna passasse, anche se il falso nascondesse e facesse dimenticare ogni cosa, come proverà a fare, noi saremo stati là. E sì, potremo dirlo. In piedi là, vedi? Non sono restato a casa, non sono stato zitto. C’ero anch’io.

Non avrò rimpianti. Farò quanto posso, farò quanto devo.

papà

Sdraiarsi o camminare?

Esistono dei momenti, nella vita di una persona, in cui deve decidere se camminare o sdraiarsi.

Se ti sdrai ti camminano sopra, è chiaro. Ti calpestano. Mentre camminare è un po’ combattere: se cammini ti vai a cacciare nei guai, ma a questi puoi opporti e porre loro fine.

Sdraiarsi non richiede sforzo. Non ti fa affannare, non ti fa dolere il cuore. Sdraiarsi è un po’ come dormire, è un po’ come morire: dopo un poco smetti di soffrire. Forse. Lasci che le cose accadano. E magari puoi anche sognare. Chissà che sogni si possono fare. Forse che non ci si è sdraiati, che non si ha ceduto, ma che si è combattuto.
Questo è l’ostacolo che non ci lascia riposare: il pensare che si sarebbe potuto fare qualcosa di diverso.

Perché è chiaro, chi si leverebbe contro gli scherni dei tempi, il torto dell’oppressore, l’insulto dei superbi, il disprezzo dell’amore, la legge ingiusta, l’insolenza del potente, l’oltraggio degli indegni, quando bastasse sdraiarsi? Chi camminerebbe grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa, se non fosse per la speranza di qualcosa di migliore, un paese inesplorato nel quale avventurarsi?

Così la voglia di tranquillità, di quieto vivere ci rende tutti codardi, il colore naturale della nostra risolutezza si tinge del malsano pallore di chi calcola troppo, e le grandi imprese che sognavamo deviano dal loro corso, si fermano e in esse non resta più alcuna azione nè movimento.
Camminare, o sdraiarsi?

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Nemico Nostro – 7 – I nostri debiti e i tuoi debitori

Tutto a posto, demonucci miei?
Avete consegnato tutti i vostri regali? Vi siete scatenati, l’ultimo dell’anno, gettando via tutte le inibizioni degli umani? Avete rimosso con cura ogni pensiero che la vita abbia un destino oppure uno scopo ?
Spero di sì, che vi siate divertiti, che vi siate presi quanto più è possibile da ciò che il Nemico-che-sta-lassù offre. Agli altri.

Ebbene sì, è questo il nostro lavoro quotidiano. Prelevare la gioia altrui per farla nostra. Riequilibrare l’ingiustizia perpetrata nei nostri confronti.
Perché di un’ingiustizia si tratta. Gravissima, inescusabile. Oltretutto da parte proprio di chi asserisce di essere la Giustizia stessa.
Eppure, nonostante questa pretesa, il Nemico ormai da tempo nega a noi diavoli quel sostentamento che invece concede a piene mani agli esseri mortali. Ci impedisce la gioia e la letizia. Agli uomini, da lassù, si permette tutto: a noi, invece, per una piccola incomprensione, ostinatamente si rifiuta il diritto ad essere quello che siamo.
E con che faccia tosta, poi. Asserendo che è tutta colpa nostra. Sostenendo che se accettassimo di adeguarsi al suo modello, alle sue idee, allora tutto tornerebbe a posto.
Che ricattatore. Vorrebbe che noi cambiassimo, che smettessimo di fare quello che ci piace. Ma noi non abbiamo nessuna intenzione di dargliela vinta. Mai! Noi siamo molto più forti e pazienti di lui.

Adesso veniamo alla faccenda dei debiti. Voi credevate che non volesse niente in cambio, forse, per quello che concede? Manco per idea. Si aspetta di essere ripagato.
E’ questa la fonte principale della nostra incomprensione. Quando ci ha dato il mondo materiale, quando ci ha dato la possibilità di giocare con esso, aveva forse specificato come avremmo dovuto trattarlo, o che avremmo dovuto restituirlo? Quando tu doni qualcosa, non è che poi ti puoi lamentare se il tuo regalo viene buttato via, o rimane inutilizzato. Devi pensarci prima.

Invece ha consegnato il cosmo nelle mani di noialtri demoni e poi ci ha chiesto: cosa si dice al tuo creatore che ti ha dato questo bell’universo? E noi: daccene un altro, e subito.
Non capiamo perché si sia offeso. Credeva che noi fossimo in debito con lui solo perché ha fatto quanto doveva, vale a dire consegnarci ogni cosa. Come se il fornitore si potesse permettere di alzare la voce con il suo cliente.
E’ questa sua mancanza di consapevolezza la fonte di tutti i nostri dissidi. Crede di essere lui a comandare.

Succede lo stesso con gli uomini. Il Nemico si aspetta che gli siano grati per quello che concede loro. Ridicolo. Perché un essere umano dovrebbe dimostrare gratitudine per il solo fatto di esistere? Perché poi si dovrebbe essere debitore di qualcun altro, se ci si impossessa di qualcosa che gli appartiene? Era tuo, adesso è mio, fine del discorso. Si vive il presente.
Certo che il Nemico, per essere uno che ha scritto le leggi del mondo, non le ha capite per niente. Le cose sono di chi se le prende, perché la forza che regola l’universo è proprio la forza. Le vite dei deboli non sono degne di essere vissute, sono utili solo per essere sfruttate da chi sa farlo meglio. Gli uomini forti predano gli uomini deboli. E noi prediamo a nostra volta gli uomini forti, dato che il demone più debole è molto più forte di qualsiasi uomo. Per questo coltiviamo i forti: danno il raccolto migliore.
Il Nemico pretenderebbe che le sue creature donassero quello che lui concede. Asserisce che è il modo per ripagare il debito verso di lui, e che è così i doni si moltiplicano. Vi rendete conto? Non scherzo, lo dice seriamente! Si aspetta davvero che lo facciano!

Io ora vi chiedo: perché dovremmo dare quello che possediamo ad un altro? O aspettare che qualcuno ci dia ciò che ci manca? Questo sarebbe essere deboli. Occorre essere proattivi: quello che non ci viene dato, occorre prenderselo.
Domandatevi: ma cosa cambia in fondo, a lui? Preso o dato, in fondo è lo stesso. Perso per perso, sprecato per sprecato, dovrebbe essere contento che le sue elargizioni vadano a qualcuno che le sa utilizzare davvero.

Ci sono tanti che non meritano i doni del Nemico, eppure li ricevono comunque. E ci sono tanti a cui quello che hanno non basta, e che non si sognano nemmeno di fare come il Nemico suggerisce. Non hanno forse ragione a lamentarsi, a darsi da fare?
Tutta questa storia dei debiti non ha nessun senso. Se seguissimo i suoi consigli, rimarremmo tutti impantanati in una rete di debiti reciproci, uniti gli uni agli altri. Come si potrebbe allora dominare? Che senso avrebbe lo sfruttare? Come si potrebbe pretendere dai sottomessi qualsiasi cosa? Vedete bene: verrebbe a cadere tutta la struttura delle relazioni tra padrone e schiavo, tra i potenti e chi non è niente. Irrealizzabile.
Invece, così, tutto funziona alla perfezione. I mortali che scelgono di non ripagare il debito che hanno con il Nemico fanno ciò che i debitori hanno sempre fatto: sfuggono ai loro creditori. Ne stanno il più lontano possibile. E qual è il punto più lontano possibile da lassù? Esatto. Quaggiù. Qui da noi. I nostri gironi e le nostre bolge sono il posto ideale per nascondersi.

Quando il Nemico-che-sta-lassù sospende ai mortali la loro linea di credito e reclama indietro il suo prestito, noi siamo i loro curatori fallimentari. Incassiamo tutto ciò che avevano rifiutato di restituire al cielo, credendo di poterselo tenere per sempre.
Caro il mio debitore, niente è per sempre. Puoi chiamarlo debitore e creditore, o preda e predatore, ma alla fine quello che pensavi tuo sarà nostro. Non ti preoccupare: a cavartelo ci prenderemo tutto il tempo, letteralmente. Impiegheremo un’eternità.
E nel farlo intoneremo a squarciagola la nostra preghiera. Cari uomini, fregate, rubate, sottraete finché potete, accumulate quanto è possibile perché la vostra vita è breve. Non ripagate i vostri debiti. Fate come noi, che urliamo al Nemico che schifiamo i suoi doni quotidiani e ci teniamo i nostri debiti. E anche i suoi debitori.

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Prima e dopo

I sostenitori dell’eutanasia dicono di poter portare molte testimonianze di persone favorevoli a provarla su se stessi. Prima che lo facciano davvero. Ma non ne possono portare nessuna dopo.

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Davvero unico

La mia attenzione, stamattina, è stata attirata da una pubblicità su twitter, quella che vedete qui sotto

proposta da sogno
“Non chiederle solo di sposarti, rendi davvero unico quel giorno.”

Mi ci è andato qualche secondo per capire cosa mi suonasse strano. Poi ho capito. “Solo”? “Davvero unico”?
Ed ho avuto una botta di nostalgia. Per i tempi in chiedere ad una donna di sposarti era davvero una cosa unica nella vita.
Perché voleva dire desiderare un amore eterno; voleva dire un vincolo indissolubile; voleva dire non riuscire neanche a concepire che ci potesse essere una seconda, una terza, una quarta occasione di fare quella domanda a qualcuno…

Forse sono troppo all’antica, ma non riesco che a pensare male di chi ritiene a priori che una tale occasione sia tutto meno che unica. Dare quasi per scontata la ripetizione. La mancanza di certezza su chi ti sta davanti. Anzi, la mancanza di convinzione come sola certezza. Ti amo finché dura.
Sono all’antica, sì: credo ancora che l’amore – per chi sposi, per i figli – non sia un diritto, non voglia dire possesso, ma qualcosa di più profondo, davvero unico e irripetibile.

Vediamo il bicchiere mezzo pieno: si sta comunque parlando di matrimonio. E’ raro, di questi tempi. Quasi unico.

Tempi oscuri

Viviamo in tempi oscuri, ma non possiamo sentirci a posto se ci limitiamo a non partecipare a questo buio. C’è bisogno di torce, di fiaccole, di fari che illuminino la notte e mostrino la strada anche a chi non sa brillare. La luce non è nostra, ma qualcuno deve pur portarla.

Non possiamo dirci giusti solo perché non siamo sbagliati.
Non siamo liberi solo perché non siamo prigionieri.
Non siamo veri solo perché non siamo falsi.
Saremo solo se saremo quello che dobbiamo essere.

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