Sull’onda

Un pezzo di legno non è una barca.
Va dove lo spingono le correnti,
Si arena su spiagge straniere.
La differenza sta nel timone,
nella volontà di navigare.

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Il seme di un popolo

Ieri affermavo che “Poche persone in preghiera non fanno una cattedrale. Quella la fa un popolo“.

Cerco di spiegare meglio quella frase.
I dodici apostoli non erano un popolo, erano il seme di un popolo; tant’è che non hanno costruito cattedrali. Mentre la cattedrale è, per così dire, il paradigma di una nazione cristiana: quando finisce l’apostolato e si afferma che su tutto domina Cristo. Quando il popolo, gran parte del popolo, sa a cosa crede. La cattedrale è il tentativo di dare forma visibile, stabile, architettonica alla bellezza che sprigiona il cristianesimo.

Quando uno è giovane, e vuole mettere su casa, dapprima si accontenta. Una stanza in affitto, un letto. L’urgenza è insomma un tetto sulla testa. Poi comincia a farsi una famiglia, e la stanza non basta più. Si guadagna, si mette da parte, e alla fine si può arrivare alla casa dei propri sogni, dove c’è posto non solo per la praticità ma anche per la bellezza, per esprimere quell’amore che nasce dalla famiglia che la abita. Si lavora per quello.

Così la cattedrale appare quando c’è qualcosa di solido, di compiuto. Perché le cattedrali non sono state solo una espressione di una elite, ma strutture che nascevano da un popolo che aveva una ben chiara fede comune.

Quando il cristianesimo cessa di essere ciò che unisce e forma il popolo, allora le cattedrali non si costruiscono più. Quelle che esistono diventano musei.
Il popolo senza fede ha altro a cui pensare. La partita, le tasse. Non ci sono soldi per glorificare Dio. Un potere ostile non vede di buon occhio le cattedrali, che sono un segno troppo visibile, un faro che smentisce ogni leggenda di oscurità.
Può accadere che la Chiesa stessa prenda le distanze dalla cattedrale, cessando di vederne l’utilità, perché insegue un suo progetto che può non essere la maggiore Gloria di Dio. Quando perde nesso tra il presente e l’eterno, quando perde l’eterno. La bruttezza delle chiese moderne ne è segno. Il fatto che siano vuote ne è conferma. Se così poche persone entrano nelle chiese, non vale la pena di costruirne una più grande.

Poi, la cattedrale brucia. Quel popolo disperso si raduna intorno alla fiamma. Sono falene, o sono gli apostoli sfiorati dalle fiamme divine della Pentecoste? Sui milioni di persone di Parigi certo sono una minoranza. Piccola, piccolissima minoranza. Come erano gli apostoli, in quella Settimana Santa, la prima Settimana Santa.

Gli alberi nascono, crescono; muoiono. Ciò che era nato da un piccolo seme potrebbe tornare a rifiorire da un altro piccolo seme. Non tutto è spento a Parigi.
Se arderà di nuovo, lo sa Dio, lo diranno i secoli.

Incendio lento

La cattedrale di Notre Dame, leggo, era l’icona simbolo della bellezza e della storia di Parigi.
Lo scrive uno dei quotidiani più laicisti e anticattolici al mondo, che giusto ieri usava “medioevo” come sinonimo di oscurità, arretratezza, chiusura mentale.
Quelle fiamme che tutti abbiamo visto uscivano da un luogo nato in quel periodo oscuro, da quella stessa fede tante volte irrisa.

Chi ricostrurà Notre Dame? Un popolo che più non crede in quello che essa era stata eretta per contenere? Non ne saranno in grado, anche dovessero replicarla con l’esattezza della tecnologia più avanzata. Forse la faranno come un museo, perché il turista porta soldi. Un buon investimento, anche a lungo termine.

Chissà. Ne ho viste di cattedrali nel deserto, in Francia. Solo che il deserto non era al di fuori, ma dentro. Vuote di fedeli, solo turisti annoiati a sbirciare distratti le vetrate. Gotici gusci.
Ben altro che una cattedrale è bruciata, in questi anni. La fede di un popolo si è consumata lentamente, è diventata fumo, cenere, e la cenere si è raffreddata. Una catastrofe silenziosa, una devastazione ignorata ma ben maggiore di qualsiasi incendio perché non ha colpito ciò che è stato fatto, ma chi faceva. Rovina desolante. Le fiamme che carbonizzavano Notre Dame non sono che pallidi bagliori rispetto all’inferno che consuma le anime.

Le cattedrali sono un segno. La bellezza è nesso tra il presente e l’eterno, per cui il presente è segno dell’eterno e inizio dell’eterno, e sua esperienza, da cui inizia il gusto della vita vera. Questa è la vera ragione per cui l’arte oggi è brutta e senza gusto: perché ha smarrito l’eternità.
Da questo si misura la fede di un popolo, la sua forza, la sua giovinezza: se costruiscano cattedrali. Fatte di pietre, suoni, immagini, parole o qualsiasi materiale reale o immaginario.
Capiremo se la Nostra Dama, la Nostra Signora, sarà ancora la Regina di Parigi, se ancora si chinerà a salvarla, se quella che verrà ricostuita sarà una cattedrale.
E non un museo.

Tengo famiglia

Quante volte facciamo, o non facciamo, per paura di perdere ciò che possediamo.

Stiamo zitti di fronte all’ingiustizia. Assistiamo a cattive pratiche, a crimini persino, ma ci guardiamo bene dall’intervenire. Perché sappiamo che potremmo subirne le conseguenze. Il male non ha remore a proteggersi con la violenza. Anche con la violenza silenziosa, quelle grane che ci fan venire il sangue amaro, che rovinano la vita.
Fossimo soli. Ma che accade quando siamo il sostentamento di una famiglia? Di persone che amiamo. Di piccoli innocenti, i primi ad andare di mezzo? Se il bene è difenderli, allora scambiamo il male per un bene. Per un buon fine, un fine onorevole.
Ma è pur sempre un male.

La carriera negata, addirittura perdere il lavoro. L’ostracismo dei pari. I pettegolezzi maligni, le falsità fatte apposta per screditare, o peggio. La falsa accusa.
Allora meglio tacere. Adeguarsi. Lasciar correre. Ridere alla battuta che dentro ti fa sanguinare. Magari la seconda volta un po’ meno, fino a che l’anima è tutta una cicatrice, indurita. Niente riesce più a fare male.

Accade sul lavoro. Accade in politica, dove chi non si adegua alla disciplina di partito – un altro modo per chiamare l’interesse del potente – si può sognare il posto in commissione, l’essere ricandidato. Se non si hanno altri guadagni, se della politica si è professionisti, impensabile. C’è una vita da mandare avanti. Una famiglia da mantenere.

I sacerdoti dovrebbero esser più liberi. Dovrebbero indicare il male, senza sconti. Sapendo che se hanno ucciso Cristo, con il bene fatto, per il bene fatto, chiunque può essere nel mirino.
Possono tenere botta, difendere l’ideale. Tra Cristo e il mondo, scegliere Cristo. Perché non sono ricattabili. Se importa loro più di una ipotetica carriera. Di un quieto vivere.
Eppure ancora sembra, talvolta, che il mondo per alcuni possa esigere il suo pizzo. Possa far tacere.
Pensate tenessero famiglia.

Impasto

Gli uomini sono quegli esseri che cercano il senso del loro esistere. Ma, allo stesso tempo, quando viviamo come non vi fosse, diciamo che è perché siamo solo uomini.

Essere uomini, allora, è cercare l’eterno, ciò che non muore, o la sua dimenticanza?

Uomini, impasto di terra e d’infinito.

Vulcano-di-fango

Abbandono

E’ l’umanità che ha abbandonato la Chiesa, o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?” Questa la domanda terribile che poneva T.S. Eliot ottantacinque anni fa nei suoi “Cori della Rocca”.
Perché terribile? Perché, qualunque sia la risposta, c’è stato un abbandono.

L’abbandono, quando significa lasciare qualcosa o qualcuno, è sempre terribile. Implica che prima c’era qualcosa di grande, un’unione, una sintonia, una convivenza; e che questa è cessata.
Algo se muere en el alma cuando un amigo se va“, canta la Sevillana dell’addio: qualcosa muore nell’anima quando un amico se ne va. E’ ancora più straziante quando si è più che amici, quando si è condiviso qualcosa che va oltre l’amicizia stessa. Ora, ognuno va per la sua strada. Una strada comunque triste, solitaria, definitiva.

Anche ci si dovesse ritrovare sarà passato del tempo, il tempo della separazione. Una ferita che non si sana; umanamente, non si sana.  Perché l’abbandono implica sempre una ferita: qualsiasi siano le sue ragioni,  buone o cattive, insulse o gravi. E’ una schiena che si allontana. “Non ti conosco”. “Non ti riconosco”. Chi ha lasciato chi?

“E’ l’umanità che ha abbandonato la Chiesa, o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?” Eliot nei suoi cori tracciava la storia dell’uomo e della Chiesa, rasentando la profezia.  Don Giussani, nel suo libro “La coscienza religiosa dell’uomo moderno” fa lo stesso, riproponendo l’identica domanda. Ambedue, è la risposta dolorosa di Giussani.

“Tutte e due, tutte e due, perché innanzitutto è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa, perché se io ho bisogno di una cosa, le corro dietro, se quella cosa va via. Nessuno correva dietro.
E la Chiesa quando ha abbandonato l’umanità?
La Chiesa ha cominciato ad abbandonare l’umanità secondo me, secondo noi, perché ha dimenticato chi era Cristo, non ha poggiato su… ha avuto vergogna di Cristo, di dire chi è Cristo.
.. ”
riprendeva il sacerdote nel 2004 in un’intervista televisiva.

Ambedue, dice Ratzinger nel documento appena pubblicato. La ragione ultima degli abusi, della profonda crisi della Chiesa e dell’uomo, è che non si crede più a Cristo. Non gli crede più la Chiesa, parte della Chiesa; non gli crede più l’umanià, parte dell’umanità. Il saggio di Benedetto XVI è quanto di più cristallino e illuminante abbia letto da un bel pezzo.
Il nostro non essere redenti poggia sull’incapacità di amare Dio“.  E questo vale sia per l’uomo che per la Chiesa. Chi può credere a qualcuno che non ha ragioni di amare?

L’umanità ha abbandonato la Chiesa, e la Chiesa ha abbandonato l’umanità. Perché hanno abbandonato Cristo.
Cristo, abbandonato in cima alla croce. Oltraggiato, percosso, inchiodato, alla fine ucciso. Tutti, o quasi, fuggiti. Come si può vincere il mondo? Come si può vincere il potere? Fuggire, nacondersi, o adeguarsi. “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”

E poi, quando tutto sembra finito, che rimanga solo il deserto dell’abbandono, è risurrezione. I figli tornano.

Niente sesso, siamo moderni

Sono sposato. Posso vestirmi in qualunque modo voglia.
Larry David

Negli ultimi tempi ho letto statistiche da differenti paesi che indicano come, oggi, si faccia parecchio meno sesso di ieri. A quanto pare le probabilità di essere andato a letto con qualcuno nel corso degli ultimi mesi erano decisamente più alte negli anni ’70 del secolo scorso rispetto ad adesso.

Ma come? Non siamo in un’epoca in cui non ci sono più tabù, ed in cui la morale corrente ha sdoganato qualsiasi tipo di rapporto? In cui, se si ha qualche curiosità, basta aprire internet e si può accedere ad ogni tipo di immagine che illustra graficamente non solo i rapporti per così dire convenzionali ma per persino quelle che, in altri tempi, erano chiamate devianze? Non come eravamo noi, tenuti nell’ignoranza da un moralismo repressivo.

Sì, appunto.

Alcuni commentatori affermano che le cause di questo calo sarebbero proprio il ripudio delle antiche tradizioni.
Ci si sposa molto, molto meno; i matrimoni finiscono spesso in divorzi; e, nonostante le convivenze siano vertiginosamente aumentate, il loro numero non compensa i matrimoni mancanti. Il numero di figli al di fuori da una convivenza stabile, in alcuni stati hanno superato quelli nati all’interno del vincolo coniugale.

Non ci si sposa perché si ha paura che non duri. Ma le statistiche sono impietose: chi convive ha una percentuale molto maggiore di fallimento rispetto a chi si sposa. Il risultato di queste unioni mancate è una povertà diffusa, perché i single hanno meno forza economica delle famiglie, specie quelli con figli; e, di conseguenza, anche di figli se ne fanno molti meno. Gli sposati, a parità di altri fattori, hanno anche una vita più lunga, più in salute, con più probabilità di migliorare socialmente.

Sapete cosa cala pure? La felicità. Chi è sposato è statisticamente più felice di chi non lo è, e fa sesso molto più spesso. E sì, c’è correlazione.
Secondo l’Università di Chicago, negli USA i giovani sposati hanno il 75% in più di probabilità di dire ce sono “molto felici” rispetto ai loro coetanei non sposati; ma la percentuale degli sposati è caduta dal 59% nel 1972 al 28% nel 2018.

Un’altra causa della situazione attuale è proprio il diffondersi di una pornografia che fornisce all’immaginario modelli fasulli e irraggiungibili. La realtà non potrà che essere deludente, e l’infelicità aumentare.

In altre parole, la rivoluzione sessuale di cinquant’anni fa e i suoi mentori ci hanno propinato una montagna di menzogne. Abolendo l’antica morale ci avevano promesso più sesso, più felicità. E’ accaduto il contrario. Per usare un paragone chestertoniano, la morale cattolica era un muretto, ma che sorgeva sul ciglio di un precipizio. Adesso che è stato distrutto più nessuno ha il coraggio di avventurarsi vicino all’orlo.

Sapete cos’altro si è dimostrato una menzogna?
La stessa fonte di prima attesta che coloro che frequentano spesso funzioni religiose si dichiarano del 40% più felici di coloro che non sono religiosi per niente. Il calo della percentuale di devoti è parte del calo generale di felicità. Ma anche questo non si può dire.
Al cinema, alla televisione, su tutti i media continuiamo a vedere che il modello proposto è quello del singolo a-religioso sessualmente attivissimo e felice.
Ma si sa, quelle sono opere di fantasia. Lontanissime dalla realtà.

C’è da imparare

Mia moglie sta partendo per qualche giorno. Ci salutiamo. “Pensi tu, vero, a Birba?” mi dice, sogghignando.
Birba è una gatta. Con delle idee molto precise. Qualcuno le potrebbe chiamare vizi. Ad esempio, dormire fino alle tre e mezza di notte sul divano, stravaccata su una copertina, il ritratto angelico della tranquillità. Quindi alzarsi, stirarsi, recarsi dall’umano più vicino, che in quell’istante è addormentato nel suo letto in piena fase REM, ed attirare la sua attenzione.

Il metodo che la gatta usa per risvegliare il servo dormiente consiste nel farsi le unghie sul materasso. Al che l’umano si alza, cerca le ciabatte al buio a tentoni, non le trova, smoccola sottovoce, decide di camminare a piedi nudi sul pavimento gelido (prendendosi un malanno) e si dirige verso la porta che dà all’adiacente ufficio; la apre, getta un paio di croccantini di quelli buoni, fatti di caviale del Volga e cuori di fringuello (o qualcosa dal prezzo simile) al di là della soglia, aspetta che il felino con comodo si degni di varcarla, richiude la porta e torna a letto.
Mia moglie credo riesca a fare questo continuando a dormire. Io dopo mi rigiro fino all’alba.

Bisogna prendere esempio da Birba. Quando la pappa è finita si siede accanto al piatto vuoto e ti guarda. Poi, sempre scrutandoti fisso, allunga una zampa  verso i magneti appesi al vicino termosifone e con un colpo di zampa ne stacca uno, che cade al suolo. Ti guarda. Un altro colpo di zampa, altro magnete casca giù. E ti guarda ancora. Come a dire: quando finisco i magneti, sarà qualcosa d’altro a rotolare.

Se poi non la consideri per il suo quarto d’ora di coccole serale, magari perché stai facendo inglese con la figlia, è lei a decidere che si è studiato abbastanza. E si sdraia sui libri che stavi usando.

Tutte le volte che le nostre richieste vengono disattese, che i nostri appelli rimangono inascoltati, che non siamo considerati dal potere, penso che ci sia da imparare da quella gatta.
Tutto sta a trovare il materasso giusto su cui farsi le unghie.

Vive la difference

Un po’ di tempo fa, quando i cristiani cercavano di opporsi all’imposizione forzata delle teorie gender, non era raro che qualcuno, non si sa con che ignoranza o faccia tosta, sostenesse che erano tutta un’invenzione.
Al che viene da pensare: ma allora Simone de Beauvoir, quando diceva “Una persona non nasce, piuttosto diventa, donna“, cosa intendeva? Oppure la professoressa di Berkeley Judith Butler, che sosteneva che “maschio” e “femmina” sono solo dei costrutti sociali e che “Il genere non è un fatto, sono i vari atti gender che creano l’idea di gender, e senza questi atti non ci sarebbe gender del tutto” cosa intendeva? Per queste affermazioni ha vinto il Premio Mellon, un milione e mezzo di dollari (il Nobel sta a poco più di uno). E insegnava letteratura comparata, non neuroscienze. Questo più di trent’anni fa: ma ancora nel 2017, Cordelia Fine, professoressa di studi storici e filosofici a Melbourne, ha scritto un libro “Testosterone Rex: Unmaking the myths of our gendered minds” vincendo il premio della Royal Society per il miglior libro di scienza dell’anno. In esso si afferma che ogni pretesa che uomini e donne differiscano significativamente nel cervello o nel comportamento sono semplici miti diffusi dalla eteronormativa patriarcale.
Non è difficile incontrare affermazioni simili, in riviste divulgative o anche più specialistiche. Intere nazioni ci hanno fatto e ci fanno politiche sopra.

Peccato che la scienza, quella vera, quella sperimentale, dica altrimenti.

Se quello che le suddette pluripremiate e celebrate autrici fosse vero, e la differenza tra maschio e femmina fosse un ruolo imposto dalla società, ci si aspetterebbe che quando l’imposizione viene a mancare tra i due cervelli fisicamente non ci sia alcuna differenza. Ma non è così. Intanto i cervelli, fisicamente, nei tempi e modi di maturazione e nelle caratteristiche sono profondamente diversi tra maschi e femmine durante l’infanzia e l’adolescenza. Non solo: alcune di queste differenze, ad esempio nella trascrizione dei geni o nelle connessione corticali, sono ancora più marcate prima della nascita dove non si comprende come l’educazione potrebbe influire.
Le femmine sviluppano, mentre sono ancora in utero, maggiori dimensioni della corteccia prefrontale e un gran numero di connessioni tra diverse parti del cervello. In effetti, noi maschietti abbiamo un modo di ragionare seriale mentre le donne sono capaci di pensare in parallelo. Adesso sappiamo anche perché.

Se questo non bastasse, abbiamo altri esperimenti che mostrano come le femmine siano meno prone al rischio dei maschi. Non stiamo parlando di umani, ma di topi. Certo, c’è la possibilità che la società patriarcale dei sorci possa influire sui risultati…

A suo tempo, Galileo Galilei fu inquisito per delle affermazioni di cui non poteva fornire le prove, e ancora ce la menano. Oggi abbiamo persone inquisite per ciò che è provato al di là di ogni dubbio, tipo il professore dell’università di Lund in Svezia denunciato dai suoi stessi studenti perché ha affermato che maschi e femmine sono diversi, e tutto tace.

Uno si può domandare come proposizioni così antitetiche rispetto all’esperienza e ora negate pure dalla scienza possano continuare ad essere credute ed imposte. A chi convenga. Se parliamo di ingiustizia, cosa è più ingiusto: dire che due cose uguali sono differenti, o che due cose differenti sono uguali? Da parte mia, quella differenza che si vuole inesistente è una delle meraviglie della vita, una delle ragioni per cui vale la pena viverla.
Vive la difference!

Impavidi

Essere impavidi non vuol dire “non avere paura”. Vuol dire non farsi vincere dalla paura, come invece accade al pavido.
Perché tutti abbiamo paura. La vita ci insegna presto che occorre averne, se si vuole sopravvivere. La paura non è di per sé male, perché è legata al concetto di prudenza. Chi non conosce la paura è incosciente. L’incosciente non è impavido, è solo folle.
Quando però la paura ci domina, quando ci costringe all’inazione o, peggio, a cedere davanti al forte, al pre-potente, allora diventa male. Diventa qualcosa che ci fa essere meno uomini.

Essere impavidi vuol dire quindi essere davvero uomini. Si può dire che è una virtù virile: occorre un coraggio non comune per essere disposti a morire (in trincea o sul pulpito) per ordini superiori.
Morire in piedi, eroismo meno difficile in assenza di mogli e figli che possano suscitare la paura della perdita. Mentre, all’opposto, la donna diventa impavida e temibile guerriera quando difende casa sua, i suoi figli. Ruoli differenti, attacco e difesa, ognuno necessario.

Si capisce allora che un nemico che voglia conquistare, che voglia debellare la resistenza, tenterà di rendere gli uomini pavidi, proverà a togliere le donne da quella casa che dovrebbero difendere. Ci si batte male su un terreno che non si conosce, per il quale non si è fatti.  O non ci si batte per niente, resi pavidi dalla propria finitezza, dalla mancanza di un motivo valido per compiere l’impresa.

C’è una canzone che dice “cammina l’uomo, quando sa bene dove andare”. L’impavido è tale perché sa dove sta andando, vince la paura del cammino perché ha qualcosa di più grande da fare. Se viene meno il motivo, la coscienza, allora la paura prevale. Se il dubbio e l’incertezza dominano, non si cammina, ci si arresta. O si torna indietro. Chi ce lo fa fare.

Se vogliamo essere davvero impavidi allora dobbiamo scoprire perché esserlo, per cosa esserlo, per chi esserlo. Stringerci in compagnie di amici, che possano sostenersi vicendevolmente quando l’ora si fa buia.
Perché il nemico arriva.

Riempire i vuoti

La ragione è coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori, così come la cogliamo nell’esperienza. Ma proprio questa definizione ci fa rendere conto del nostro limite, e dell’arroganza di usarla come potesse spiegare ogni cosa. Siamo esseri umani, e per quanto intelligenti, per quanto saggi, grandi quanto vogliamo, siamo esseri finiti. Anche i migliori tra noi.

Permettetemi un paragone. Guardatevi attorno. Adesso pensate la stessa scena vista attraverso una telecamera, l’obbiettivo di una macchina fotografica. Una piccola immagine conterrà pochi dettagli; ingrandendola la vedrete sgranata, i particolari più fini si perderanno. Aumentiamo la risoluzione, 600×800, 1200×16000, un milione per due milioni… una risoluzione sufficientemente grande ci può dare l’illusione del reale ma, avvicinandoci ad un dato momento vedremo comunque i pixel. La risoluzione di una immagine è data dal numero complessivo dei suoi punti. Per quanto grande, la memoria delle macchine ha un limite, è finita. Come anche la nostra visione. La nostra memoria ha pure un limite, il numero dei nostri neuroni. Ci sarà sempre un particolare minuto che ci sfuggirà, che andrà oltre la nostra soglia di percezione. C’è molta più realtà di quanto possiamo pensare.

Se la fotografia è sgranata, ci sono delle tecniche di interpolazione che consentono di dare l’illusione della continuità. Assegnano valori arbitrari a ciò che non posseggono basandosi su ciò che sta intorno. E’ un trucco, un’illusione. E’ un ragionamento: dove non arrivano i dati, esso cerca di desumere ciò che dovrebbe essere da ciò che sa. Qual è il rischio? La presunzione. Pre-sumere: assumere in anticipo. Non posso sapere ciò che non so, ciò che già non rientra nella mia visione. Se io sono qualcosa di limitato in un mondo che non lo è, ci saranno infiniti punti che io non comprenderò. E’ matematica.

Chesterton dice che il pazzo non è chi ha perso la ragione, ma chi ha perso tutto tranne la ragione. Cioè chi ha lasciato da parte la realtà e l’esperienza e si basa unicamente sul proprio ragionamento, interpolando quanto conosce fino ad elaborare finzioni per ogni cosa. Ad avere un’immagine finta del mondo e di se stesso.
Non possiamo fare a meno di interpolare i dati. Di riempire gli spazi incogniti con ciò che sappiamo di quanto esiste. Siamo uomini, e gli uomini tentano sempre di riempire il vuoto, dentro e fuori di loro. Cercando di raggiungere ciò che è Tutto.
Chi pensa il tutto, senza interpolazioni, per come realmente è, è per definizione infinito.
Il reale in noi è solo un’immagine che sfoca in lontananza. In lontananza, eppure così vicino, com’è Dio.

Cosa è gettato

Permettetemi, a suggello di quanto abbiamo detto finora sugli avvenimenti dei giorni scorsi, di proporvi una pagina di Ortodossia di Chesterton. Come al solito, ci si domanda come più di cent’anni fa avesse potuto inquadrare con tanta precisione il momento presente. E la risposta non può essere che una sola. L’uomo di ogni tempo è sempre lo stesso.

“Questa si può definire l’essenza dell’antica ortodossia (…). Il suo vantaggio fondamentale è essere la più avventurosa e virile di tutte le teologie. Il suo svantaggio fondamentale è di essere semplicemente una teologia. Si può sempre affermare contro di essa che, per sua natura, sia arbitraria e campata in aria. Ma non è così in alto da impedire ai più grandi arcieri di trascorrere la vita intera a cercare di colpirla con le loro frecce, le loro ultime frecce; ci sono uomini che si rovineranno e rovineranno la loro civiltà se potranno rovinare anche questo vecchio fantastico racconto.
L’ultimo e più sorprendente fatto di tale religione è questo: i suoi nemici useranno ogni arma contro di essa, spade con cui si taglieranno le dita e torce infuocate con cui incendieranno le proprie case. Gli uomini che iniziano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell’umanità finiscono per gettare via la libertà e l’umanità pur di combattere la Chiesa. Questa non è un’esagerazione. Potrei riempire un libro con gli esempi che Blatchford ha addotto, alla stregua di un qualsiasi detrattore della Bibbia, per provare che Adamo non era colpevole del peccato contro Dio. Per  sostenere tale assunto ha affermato, come una semplice questione marginale, che tutti i tiranni, da Nerone a re Leopoldo, non si sono macchiati di alcun peccato contro l’umanità. Conosco un uomo che ripone così tanta passione nel voler dimostrare che non vi è alcuna esistenza dopo la morte da arrivare a rifiutare la sua esistenza attuale. Costui invoca il buddhismo e dice che tutte le anime si annullano una nell’altra; allo scopo di dimostrare che non può andare in paradiso, dimostra che non può andare nemmeno a Hartlepool. Ho conosciuto persone che hanno protestato contro l’istruzione religiosa sollevando argomentazioni valide contro qualsiasi istruzione, dicendo che la mente dei bambini deve crescere liberamente o che gli anziani non devono insegnare ai giovani. Ho conosciuto persone che hanno dimostrato che non può esistere alcun giudizio divino dimostrando che non può esistere alcun giudizio umano, anche per fini pratici. Costoro hanno bruciato il loro grano per incendiare la Chiesa, hanno distrutto i loro strumenti per demolirla: qualsiasi bastone andava bene per menare fendenti, anche se era l’ultimo pezzo rimasto dei loro mobili sfasciati. Non stimiamo affatto, e difficilmente giustifichiamo, il fanatico che distrugge questo mondo per amore dell’altro. Ma che cosa dobbiamo dire del fanatico che distrugge questo mondo per l’odio che nutre nei confronti dell’altro? Sacrifica tutta l’esistenza dell’umanità alla non esistenza di Dio. Non immola le sue vittime su un altare, ma le offre solo per affermare l’inutilità dell’altare e il trono vuoto. È pronto ad annientare persino l’etica primaria per cui tutte le cose vivono, per la sua strana ed eterna sete di vendetta su qualcuno che non ha vissuto affatto.
Eppure, la cosa rimane sospesa nei cieli, intatta. I suoi detrattori riescono soltanto a distruggere tutto ciò che essi stessi avevano di più caro. Non distruggono l’ortodossia, distruggono solo il coraggio politico e quello del buonsenso. Non dimostrano affatto che Adamo non era responsabile davanti a Dio, come farebbero a provarlo? Costoro dimostrano soltanto (in base ai
loro pregiudizi) che lo zar non è responsabile verso la Russia. Non dimostrano che Adamo non avrebbe dovuto essere punito da Dio; provano soltanto che lo sfruttatore di loro conoscenza non dovrebbe essere punito dagli uomini. Con i loro dubbi orientali sull’individualità, non offrono alcuna certezza del fatto che non avremo una vita individuale nell’aldilà; l’unica
certezza che offrono è che non avremo una vita molto felice o completa in questo mondo. Con le loro allusioni spiacevoli secondo le quali tutte le conclusioni sono sbagliate, costoro non stracciano il grande libro delle buone e delle cattive azioni; rendono solo più difficile tenere i libri contabili di Marshall Snelgrove. La fede è la madre di tutte le energie del mondo, ma i
suoi nemici sono i padri di tutta la confusione che regna nel mondo. I laicisti non hanno distrutto le cose divine, ma hanno distrutto le cose laiche, se questo li può consolare. I Titani non hanno scalato il paradiso, ma hanno devastato il mondo.”

G. K. Chesterton, “Ortodossia”, ed. Lindau

Le parole di Chesterton sono realtà pratica, verificabile. Oggi lo sfacelo è molto più chiaro di ieri. Eppure pare che la verità sia diventata indicibile. In nome della libertà di seguire una menzogna si nega la libertà di dire la verità. Se il desiderio è la sola guida dell’esistenza, tutta la vita non è che sogno. Però un sogno da cui non ci si può svegliare si chiama incubo.
Le leggi di oggi sono l’impensabile di ieri e saranno l’assurdo di domani. Ma la famiglia, il matrimonio, la vita non sono tali perché una legge li fa o li disfa. Le leggi degli uomini non sono altro che note in calce al gran libro del mondo.

Noi che brancoliamo

L’amico che mi ha scritto ieri mi ha mandato un’altra lettera.

***

Caro Berlicche,

ieri sera rileggendo quanto ho scritto, mi sono reso conto di quanto fossero stridenti le mie parole nelle pagine del tuo blog. Quanta impressione mi ha fatto rileggere la mia rabbia. Ho riso amaramente della mia pochezza e delle mie miserie, eppure quello era il mio grido di dolore, il mio salmo imprecatorio, così come mi è uscito dalla penna. Devo ripromettermi di rileggere quella pagina, ogni volta che mi arrabbio.

Passata la notte, sbollite le emozioni, a cuore docile, cosa rimane delle vicende di domenica ad un povero padre di famiglia? In primo luogo la difficoltà ad accettare le differenti posizioni nella Chiesa ed i diversi approcci agli stessi problemi. Nella speranza di non essere completamente in errore, ma non potendone avere umanamente certezza, mi ritrovo semplicemente nella posizione di non capire. Cioè nella stessa situazione che si è proposta a chissà quanti fratelli nella fede nel corso dei secoli e già agli arbori del cristianesimo, a Giuseppe e Maria. Nell’impossibilità di comprendere i disegni dell’Eterno sui piani degli uomini , la mia prima preoccupazione deve essere consolidare il dominio di Cristo nel mio cuore. Poi, assolti i doveri di marito e padre, preoccuparmi di qualche battaglia di retroguardia. E sicuramente ad imparare da Giuseppe, che deve essere il mio modello, a pregare di più e a mordermi la lingua, anche quando il mio cuore è confuso ed il mio peccato mi lega.

Ecco, cosa mi direbbe Giuseppe, protettore della mia amata Chiesa, a proposito dei miei dubbi? Che devo fidarmi di Cristo e della sua promessa – non praevalebunt – soprattutto nei momenti di prova, e che la mia prima preoccupazione deve essere che le forze del male non prevalgano su di me.

Oh, mi stavo dimenticando del “benedetto” prete e della sua bizzarrie liturgiche ed esegetiche. Mi ricorda un po’ la mia giovinezza, prima che l’Eterno mi “ammorbidisse”. Devo pregare anche per lui, e per i suoi fedeli. Talvolta mi dimentico che non tutti hanno avuto la mia fortuna, di avere pregustato la promessa dell’Onnipotente. E spesso dimentico anche che quella invece è una promessa condizionata, e sta a me rispettare le condizioni.

***

Io gli ho risposto che qui si brancola tutti, facendo errori su errori. Ma chi brancola vuol dire che sta cercando, e ci è stato promesso “Cercate e troverete”.

Ancora una parola a proposito delle battaglie di retroguardia, giusto per togliere l’equivoco di qualcuno. A cosa servono le battaglie di retroguardia? Non per vincere la guerra, è chiaro, ma per evitare che le parti più vulnerabili del proprio esercito, o ciò che proteggono, siano massacrate. Se avete presente “Il Signore degli Anelli”, Il Fosso di Helm, anche la battaglia attorno a Minas Tirith lo sono state. Si sarebbe dunque dovuto stare a guardare, instaurare un proficuo dialogo con gli orchi, evitare di scendere in campo perché Denethor ci stava antipatico?

Si può credere, o non credere. Per me che credo famiglia, matrimonio, vita fanno parte di un progetto divino, ma chiunque può capire che hanno un loro valore. La famiglia e il matrimonio non sono tali perché una legge li fa o li disfa. Le leggi degli uomini non sono altro che note in calce al gran libro del mondo. Anche chi non crede può vedere, verificare ciò che è vero, ciò che appartiene all’uomo e cosa al calcolo teorico e vuoto di poveri intellettuali egocentrici.
Ma noi che crediamo che un progetto esista: ogni cosa che facciamo, che ci schieriamo o no, che andiamo o rimaniamo, è davvero a maggior Sua gloria?

 

Dove eravate?

Oggi vi sottopongo quello che mi ha scritto un amico.

“Ieri con moglie e figlia ho partecipato alla marcia del congresso mondiale delle famiglie. Eravamo decine di migliaia, mentre l’argomento avrebbe richiesto la guerra civile e le barricate nelle strade. Gli organizzatori cantano vittoria, e forse hanno ragione ad esultare, vista l’esiguità delle sigle che hanno aderito. La lista dei non pervenuti, invece, sembra essere infinita. Esito vero del congresso: le gerarchie hanno fatto ostruzionismo, la maggior parte dei sacerdoti ha invitato alla defezione (ho preso Messa in Veneto, ho udito l’invito del sacerdote con le mie incredule orecchie), il forum delle famiglie si è defilato, i principali movimenti cattolici hanno voltano le spalle, i cattocomunisti hanno remato contro.

In termini militari, truppe non regolari hanno dispiegato le forze senza avvisare lo stato maggiore. I generali non hanno potuto evitare lo schieramento e non hanno fornito alcun appoggio per non provocare l’esercito nemico. Anzi, hanno invitato alla diserzione. Le truppe regolari sono rimaste ferme ad osservare, quando non hanno dato man forte all’avversario. Il tutto sotto il più impressionante fuoco di sbarramento mai visto negli ultimi tempi.

Perché tutto questo? Perché ora la parola d’ordine è il dialogo. Si ha paura a dire la verità. In termini militari, la resa condizionata. Non è una resa onorevole. E’ un disimpegno in cambio di agevolazioni e quieto vivere.

Ora, non portiamo più la verità ai nostri figli, nelle parrocchie, dai pulpiti, nel lavoro, nelle amicizie, nei movimenti. Si capisce che sono un po’ arrabbiato?

Aggiungo che sono stufo – ma proprio stufo, per usare un eufemismo- di spendere tempo, soldi ed energie per partecipare ad eventi dove mi aspetterei di avere la gerarchia in prima linea a mostrare il crocefisso, invece mi dicono che il merito – sì, quello va bene – ma il metodo no. Pastori, non volete più i vescovi pilota? Bene, se abdicate al vostro ruolo, almeno non rompetemi gli zebedei.

Ma quel maledetto prete, pieno di boria, che Domenica mattina con sufficienza ha ironizzato sul congresso, (e io lì, che avevo guidato di notte, e l’ora legale mi aveva dato il colpo di grazia); lui, serissimo, a pontificare sulla nuova accoglienza (ed io lì, con il pensiero di una consegna urgente per un cliente che ho dovuto rimandare alla notte successiva) e il suo rifiuto di recitare il Credo in favore della nostra proiezione di Dio (ed io lì, a rodermi con una figlia sola a casa a studiare, i miei vecchi malandati da spedire in Toscana per la radioterapia di mia madre); beh, giuro che gli avrei spolverato la schiena con una panca della Chiesa.

Ecco, scrivo velocemente e confusamente queste righe ed ho paura, tanta paura, perché quando il sale perde sapore…”

***

Fin qui ciò che mi ha scritto. Io aggiungo solo un paio di considerazioni mie.
E’ da un pezzo che sostengo che la guerra vera è altrove, e che certe battaglie sono di retroguardia. Ma ciò non esime dal combattere. Ciò non esime dal mettersi comunque in gioco. Aiutare chi si batte, se non altro non ostacolarlo.  Non piace il metodo? Almeno si è fatto qualcosa. Non c’era la “società civile”, mancava un altro punto di vista, era politicizzato univocamente? Beh, perché non eravate lì a sostenere la vostra posizione? A dire cosa è importante? La furiosa reazione nemica – sì, parlo di nemici – dice che si è colpito un nervo scoperto. Si è ottenuto qualcosa? Se non altro di parlarne, di dare l’occasione per un giudizio.

Disertori, traditori, pacifinti e opportunisti vari, che hanno fatto? E voi che leggete, cosa state facendo?

Indiscutibile

Ho appena ascoltato un politico, alla radio, affermare pubblicamente perché si oppone al Congresso di Verona sulla Famiglia.

Perché oggi, 2019, è impensabile che una donna possa stare a casa a fare la casalinga come, asserisce, “quelli lì” vorrebbero. Deve andare a lavorare, deve produrre, deve fare PIL. Esplicito.

Dubito che il personaggio in questione abbia davvero compreso il senso dietro le sue parole. Pare che non gli passi neanche per la testa che la donna possa dopotutto voler stare a casa, che lo possa scegliere liberamente. In fondo, della donna non gli importa davvero niente: nella concezione espressa ella è solo un essere funzionale all’economia, una vita per i soldi, guadagnare – uno si potrebbe domandare chi davvero guadagna da tutto questo lavoro, da tutta questa manodopera in più.
Così, sì ad asili per permettere alle lavoratrici di mollare a qualcun altro il fardello appena possibile e tornare a guadagnare; sì all’educazione statale, alla formazione di nuovi cittadini che possano a loro volta produrre, produrre, produrre. La famiglia è un ostacolo a questo progetto: la persona sola deve lavorare, lavorare, lavorare per mantenersi. Meno ce ne sono di quei piccoli affari, i figli, a distrarre, meglio è.
Forse sarò medioevale, ma questo “diritto” delle donne mi pare proprio un diritto ad essere sfruttate. Forse sarò retrogrado, ma della persona e della vita non riesco a vedere solo il lato economico. Ci credo che poi cercano di silenziare il convegno.

La famiglia per loro è questione di soldi, e quindi troppo importante per essere discussa.

Senza pietà

Marianna tentò di alzarsi da sola. Le gambe non le reggevano. Ma Sonia era già al suo fianco, premurosa. “Lascia che ti aiuti. Dove vuoi andare?”
“Sul balcone, grazie. Sembra ci sia il sole”.
“Aspetta, c’è un po’ di vento. Ti prendo la sciarpa.”
Sonia allungò il braccio telescopico e colse la sciarpa dall’appendiabiti. “Ecco fatto”, disse, legandola attorno al collo dell’anziana. “Possiamo uscire, adesso.”
La giornata era indubbiamente bella. Il panorama non era gran che, ma non potevi certo dare la colpa al tempo. Almeno c’era del verde. Alberelli crescevano ovunque, nei giardini e nei cortili delle case abbandonate del vicinato, coperti di rovi. Erano in pochi a non essersene andati, “o non essere morti”, si disse Marianna con amarezza.
Socchiuse gli occhi ai raggi del luminoso sole primaverile. Non si sentivano quasi rumori. “Mi manca il rumore dei motori di quand’ero giovane”, disse a Sonia. “Erano fastidiosi, ma in un certo modo tenevano compagnia. Le auto di oggi, così silenziose…”
“E’ un bene che non fabbrichino più quei vecchi motori. Il fumo che emettevano era terribile”, ribatté Sonia.
Marianna non poté fare a meno di sorridere. Come se Sonia ne sapesse qualcosa.
Ci ripensò, si corresse. Sonia in realtà probabilmente sapeva sull’argomento molto più di lei. Probabilmente poteva citare il numero esatto di decibel di un motore diesel. Ma erano solo dati, non vera conoscenza. Non era esperienza, come la sua. E poi si corresse ancora: cos’è mai l’esperienza, in fondo?
Con Sonia poteva parlare per ore dei vecchi spettacoli televisivi della sua giovinezza. Era una miniera apparentemente inesauribile di aneddoti. Ma ricordava bene quando aveva visto oltre la maschera.
Stavano parlando di “Lost”. Sonia aveva appena sostenuto che la terza stagione era inferiore alle precedenti, quando Marianna le aveva chiesto “Ma tu, quando l’hai visto Lost?”
Per qualche breve secondo il volto di Sonia si era congelato, mentre gli algoritmi che lo gestivano si erano improvvisamente trovati su un terreno diverso dal predefinito. Marianna si era quasi visualizzata la connessione online, la richiesta d’aiuto a gestire la questione imprevista, l’affrettato intervento di una Intelligenza Artificiale di più alto livello per trovare nel database una risposta accettabile alla domanda inconsueta.
“Beh, chi è che non ha visto Lost?” Aveva replicato con una risata Sonia, qualche secondo dopo, cambiando poi discorso. Ma ormai l’illusione era spezzata.
Sonia non poteva avere visto Lost, perché era solo una macchina, e anche se l’avesse visto non l’avrebbe capito. La conversazione brillante non era nient’altro che una pagina di enciclopedia interattiva, studiata per dare l’illusione della vita. Sonia poteva trattare di Lost e alla stessa maniera della riproduzione dei canguri, senza che le sue frasi avessero per lei un minimo significato. Parole, solo parole.
Certo, teneva compagnia. Una volta Marianna aveva un gatto, ma un gatto non può badare ad un’anziana centenaria. Sonia era una badante di ultima generazione, che suo figlio le aveva regalato quando lei si era opposta ad essere internata in quelle orribili strutture per anziani che erano sorte ovunque. Costosetta, ma nel lungo periodo infinitamente meno di una persona vera, e molto più affidabile. I suoi processori potevano rispondere a tutte le emergenze e le necessità. Sonia non aveva desideri, non chiedeva permessi, non aveva malattie; era sempre connessa, pronta, disponibile, con l’accesso ad ogni pagina dello scibile umano per simulare qualsiasi tipo di conversazione. Qualsiasi tipo di compagnia. Quasi.

Marianna non usciva più di casa. I droni le portavano tutto quello di cui aveva bisogno, e all’occorrenza Sonia poteva persino cucinare. A volte l’anziana si collegava sui canali social dei suoi figli, o dei suoi nipoti e bisnipoti, e li seguiva nella loro vita quotidiana. Alcuni di loro non li aveva mai neanche visti di persona, e dubitava sapessero della sua esistenza. Chissà se a volte si domandavano chi era quella sconosciuta che sbirciava nei loro account; o forse no. Il suo account non riceveva una visita da mesi, nessuno che si interessasse a ciò che faceva. Non che avesse molta vita.

Adesso che ci pensava, da quanto suo figlio non passava di persona? Da anni, oramai. Da quando c’era Sonia.
“Torniamo dentro”, disse alla sua badante artificiale. Poi sentì la fitta.
E’ diversa, si disse, mentre il fiato le mancava. Stavolta è diversa. “Chiama aiuto”, disse a Sonia.
“Ecco, signora, si metta comoda” disse la badante inclinandole lo schienale. Non disse “Sto chiamando, ho chiamato i soccorsi”. Non disse “Andrà tutto bene”. Marianna capì.
Sonia aveva accesso in tempo reale a tutti suoi dati biometrici. Sapeva cosa le stava accadendo. Sapeva anche che la medicina, oggi, ormai non interveniva più in alcuni casi. Quando sei molto vecchia, quando non sei speciale. Inutile chiamare chi non ti darà aiuto. Inutile, quando sei fuori dal programma.

Marianna guardò Sonia, il suo viso così umano e così inespressivo. “Stringimi la mano”, le disse. Fu un errore. La mano della badante era fredda e liscia come la plastica. Le ricordò che Sonia non era viva, e quindi non sapeva cosa fosse la morte. Le ricordò che invece lei stava morendo, da sola, sotto il cielo di una primavera che non avrebbe visto.
Una intelligenza artificiale lo sa, fa sempre la cosa giusta. Una intelligenza artificiale non sa cosa sia la pietà, anche se te ne sa dare la definizione esatta. Anche se può simularla.
Ma quella mano era tutto quello che poteva stringere, quel viso come sempre sorridente, perfino ora, era tutto quello che poteva guardare. Quella mano, quel bel viso senza pietà.

Un’età oscura

Nei giorni scorsi abbiamo assistito vari personaggi asserire, con disgustato orrore, “non siamo più nel Medioevo”. Vanno a braccetto con il presidente messicano che ha chiesto le scuse delle Chiesa per aver distrutto i templi aztechi. Quest’ultimo probabilmente è un fervente sostenitore dei sacrifici umani che si svolgevano in quei templi circondati da tzompantli; così come i detrattori nostrani sono probabilmente nostalgici dei tempi precedenti al medioevo stesso, quando le donne erano confinate nel gineceo e i figli indesiderati o malformati lasciati morire tra i rifiuti.

Ma, povere stelle, non si può neanche dire che sia tutta colpa loro. Non quando, dopo decenni di storiografia che quell’età “oscura” ha rivalutato, ci sono libri scolastici che espongono tesi tipo quelle del libro di testo di inglese di mia figlia.
La pagina è quella del Rinascimento britannico. Dopo qualche asserzione discutibile ma accettabile, il libro se ne esce con queste parole:

“Questa cultura (greca e romana) era stata in parte soppressa dalla Chiesa Cattolica durante il Medioevo per il suo supposto paganesimo e spirito di libera indagine. Per questa ragione, molti dei risultati dei Greci in scienza, matematica, filosofia e storia naturale sono rimasti sepolti per secoli”.

Eh?

Capisco che probabilmente chi ha scritto queste righe è più un letterato che uno storico, ma mi domando se abbia mai letto Dante. L’Alighieri è uomo medioevale, eppure chi scorre la sua Commedia la trova infarcita di citazioni mitologiche classiche. Detti classici si insegnavano nelle università, che la Chiesa stessa aveva stabilito e sponsorizzava; gli umanisti sono tutti cattolici, qualcuno anche ecclesiastico; un (san) Tommaso d’Aquino, che cita Aristotele ogni tre per due, è condizionato dal paganesimo e dal rifuggire lo spirito di libera indagine? E quei testi, chi li ha salvati dalle distruzioni barbariche e dal tempo se non gli amanuensi nei conventi?
Potrei dilungarmi, ma spero abbiate colto il punto: quel testo scolastico racconta inescusabili  balle, che ahimè gli allievi devono ripetere durante le interrogazioni. Senza, spesso, nessuno che provi a mettere in dubbio la veridicità di quelle affermazioni.

Ce ne sono altre: ad esempio, più avanti si dice
“In qualche modo, il Rinascimento fu un’era di contrapposizioni, dove vecchie credenze e pratiche medioevali coesistevano con nuove idee progressiste che si potevano trovare in scienza e filosofia. Non c’è dubbio, comunque, che molti preconcetti della mente medioevale – l’idea di un destino fissato e l’idea dell’influenza benigna o maligna di stelle e pianeti, per esempio – erano reinterpretati in modi che promuovevano una nuova visione dell’uomo come un essere potenzialmente autonomo dotato di libero arbitrio, come operatore e signore della natura.”

Non potrà sfuggire a chi possegga un minimo di cultura che l’uomo medioevale senza dubbio quei preconcetti non li aveva. Quello cristiano, almeno: che l’uomo sia dotato di libero arbitrio e che non abbia un destino fissato sono dogmi cattolici, e quindi medioevali, in contrapposizione al paganesimo precedente; e gli astrologi con i loro oroscopi sono sempre stati condannati dalla Chiesa. E’ Lutero, piuttosto, che parla di predestinazione. Ma dal Medioevo siamo fuori.

Capite che disastro? E poi ci si ritrova, da adulti, a imprecare su quei retrogradi che vogliono riportare indietro il Medioevo. Magari mentre si sta davanti al campanile di Giotto, al duomo di  Orvieto o ad un altro dei tanti capolavori che quell’epoca buia ci ha lasciato e che oggi non sapremmo più replicare.

La felicità promessa

Mi scrive un lettore:

“Segnalo una profonda riflessione trovata nel libro di italiano adottato nella scuola dove insegno, allegando relativa fotografia.
Premetto che ho molta stima di messer Boccaccio, che oltre ad essere un genio della letteratura considero anche una frequentazione interessante e positiva per i ragazzi. Non certo quanto Dante, ma più del triste e malinconico Petrarca.
Tuttavia, senza sentirmi puritano, ho sempre pensato che molte sue novelle non andassero prese come modelli di vita, dato che lui stesso raccomandava di non prenderle troppo sul serio.
Perciò sono rimasto sorpreso scoprendo una pagina di approfondimento sul Decameron che il libro di testo in adozione ci offre. Ho infatti appreso che cosa davvero dovrei insegnare agli studenti.
Per ogni autore questo libro offre una scheda di approfondimento intitolata “che cosa ci dicono ancora oggi i classici“. Ottima iniziativa: i classici sono tali perché continuano a parlare a tutta l’umanità travalicando il loro tempo.
Ci sono quindi una serie di paragrafi molto ben scritti che potrei sottoscrivere senza problemi, ad esempio sulla forza della parola (“il Decameron è anche una celebrazione della parola pronta, precisa, elegante ed efficace… oggi il linguaggio quotidiano appare sempre più stereotipato…. ecc”).
Poi ad un certo punto  compare il paragrafo sull’Eros. Ancora, la cosa non mi scandalizza, è un aspetto importante dell’opera. Solo, mi ha lasciato un  po’ perplesso l’insegnamento che l’autore ne ricava:
Oggi che i mutamenti del costume hanno fatto cadere molti tabù, un simile visione può apparire in sintonia con la nostra.”
Giusto, pensavo, ora dirà che i problema di oggi è un altro, l’eccessiva mercificazione del corpo, l’uso della sessualità nei mass media ecc… Invece trovo scritto così:
In realtà dietro un’apparente permissività e tolleranza, si celano ancora pregiudizi, oscuri sensi di colpa, distorsioni morbose, e pertanto dalla lettura delle novelle boccacciane possiamo ricavare numerosi spunti per assumere un atteggiamento più spontaneo nei confronti del sesso
Ecco, mi ero sbagliato. Il problema degli adolescenti di oggi è che hanno troppi pregiudizi verso il sesso e dovrebbero affrontarlo con più spontaneità. Dovrò spiegarlo a lezione, e se qualche genitore venisse a protestare dirò che è un invito presente nel libro di testo.”

***

Quando ho ricevuto questa lettera stavo proprio pensando a ciò. Cosa rimane ancora da liberare? Quale morale da distruggere? Cosa è ancora proibito dire?
Niente.
Ma se è così, dov’è quella felicità che ci è stata promessa?
Mi scrive ancora lo stesso lettore:

“(…) Così sembra che faccia la nostra società: non potendo/volendo ammettere che la libertà sessuale assoluta crea dei disagi gravi, invece di fare una seria autocritica si attribuisce la responsabilità di ogni infelicità a quei pochi contesti o persone che credono nei limiti.
Gli omosessuali si sentono infelici? Non è certo colpa dello stile di vita che li circonda, ma di quei quattro gatti che lo criticano. E se non lo criticano, la colpa è della società che non permette loro di sposarsi. E se permette loro di sposarsi la responsabilità è di quelli che non permettono loro di crescere bambini…
Ormai una metà della popolazione soffre per un divorzio, subito come bambini o compiuto come adulti. Ma il loro rancore, spesso, è tutto contro chi difende il valore della famiglia.
L’aborto ha lasciato in una donna una ferita profonda? Il suo odio per se stessa si trasferisce su chi nella società ancora critica l’aborto.”

Scriveva Chesterton in “Ortodossia”, più di cent’anni fa:
“Ciò è quanto rende così futili gli avvertimenti degli ortodossi e le vanterie dei progressisti sulla pericolosa giovinezza del libero pensiero. Cosa stiamo guardando non è la giovinezza del libero pensiero; è la vecchiaia e dissoluzione finale del libero pensiero. E’ vano per vescovi e pii parrucconi discutere le cose terribili che avverranno se lo scetticismo selvaggio farà il suo corso. Ha fatto il suo corso. E’ vano per l’ateo eloquente parlare delle grandi verità che saranno rivelate una volta che vedremo il libero pensiero cominciare. L’abbiamo visto finire. Non ha più questioni da discutere: ha messo in discussione se stesso.”

Forse occorrerebbe guardare in faccia la realtà e constatare l’inganno. Ciò che ci è stato venduto come la ricetta della felicità in realtà è ciò che la toglie. La medicina si è rivelata veleno.
E chi continua a vendercela spesso è solo il servo sciocco di chi vuole il nostro male.
Aprite gli occhi, e guardate davvero.

Ricchi, potenti, sapienti

Mi diceva un mio amico che è appena stato in Terra Santa che Nazaret era un buco di villaggio, peggio di quelli arroccati in cima alle nostre vallate. Quale fosse la casa di Maria lo sappiamo quasi per certo. Quello che è certo è dove fosse il pozzo al quale lei andava a prendere l’acqua: c’è solo quello, lassù.
La dice lunga sui metodi di Dio che il Salvatore del mondo, Suo figlio, dovesse venire proprio da questo luogo dimenticato da tutti ma non da Lui. Ci dice che Dio ha un suo senso dell’umorismo, e una certa predisposizione a scommettere su tutto ciò che è dimenticato e rifiutato dai ricchi, potenti e sapienti.
Essendo Dio stesso che non solo mischia le carte e le distribuisce, ma le fabbrica, probabilmente dovremmo tenerne conto.

Noi spesso diamo per scontato che la nostra missione nel mondo sia appunto diventare ricchi, potenti, acculturati; affermarsi.
Eppure se c’è una cosa che il cristianesimo ha sempre messo bene in evidenza è che quelle sono esattamente le categorie delle quali sarebbe bene NON far parte.
I potenti hanno una certa predisposizione ad esser buttati giù dai loro troni; ai sapienti vengono tenute nascoste le cose davvero importanti e, quanto ai ricchi, c’è un certo detto a base di cammelli che non passano per la cruna degli aghi di cui occorrerebbe tenere conto.

Non sarebbe però corretto affermare che il Vangelo sia antioligarchico. Nostro Signore fa chiaramente preferenze: ne sceglie dodici, e anche tra quelli distingue. Sono i criteri ad essere differenti. E il criterio è: è Lui che fa, fa capire il Signore. Solo chi si affida al banco vince.
Così, alla faccia dell’autoaffermazione, è una ragazzina sconosciuta senza soldi e senza potere proveniente da un luogo sperduto ad essere la donna più importante del mondo. Storicamente, nessun’altra come lei: per un sì. Un sì che è esattamente il contrario dell’autoaffermazione. E’ il dire, avvenga di me cosa Tu vuoi.
Qui ci sarebbe una lezione da imparare, se non fossimo troppo ricchi, potenti, sapienti.

Un altro amore

Oh, amore, amore. Quanto si parla di amore, come se fosse qualcosa di bello. Di sempre bello. Di sempre vero, di giusto sempre, sempre da seguire.

Ma..

Tra i canti della Settimana Santa che preferisco c’è sicuramente questo, di Fra Marc’Antonio da San Germano (sec XVI):

CRISTO AL MORIR TENDEA

Cristo al morir tendea
Et a più cari suoi Maria dicea:
“Hor, se per trarvi al ciel dà l’alma e ‘l core,
Lascieretelo voi per altro amore?”

“Ben sa che fuggirete
Di gran timor’ e alfin vi nascondrete:
Et ei, pur come Agnel che tace e more,
Svenerassi per voi d’immenso amore”.

“Dunque, diletti miei,
S’a dura croce, in man d’iniqui e rei,
Dà per salvarvi ‘l sangue e l’alma e ‘l core
Lascieretelo voi per altro amore?”

Una delle cose che mi hanno sempre colpito è l’ultimo verso della prima e terza strofa. Maria chiede ai discepoli se lasceranno Cristo per un altro amore.

Capite, non per qualcosa di immediatamente brutto, disprezzabile. Non per malvagità o vizio. Un altro amore.
La grande maggioranza dei peccati che facciamo, delle decisioni sbagliate che prendiamo avvengono perché stiamo inseguendo un altro amore. Che ci sembra più grande, più bello, più immediatamente confacente ai nostri gusti.

Lascio mia moglie e i miei figli per quella donna appena conosciuta? Ma va bene, perché la amo. E’ un altro amore.
Butto tutto il mio tempo e i miei soldi in quella cosa lì? E’ una mia passione, il resto può sparire, perché io la amo. E’ un altro amore.
E questo altro amore mi consuma, come fanno tutti gli altri amori. Perché gli altri amori sono piccoli, sono limitati, e finiscono. Arrivano al loro limite. Ed esplodono.
Quando l’altro amore finisce, perché finisce, non lascia che cenere.
Posso saltare di altro amore in altro amore. Lascerò una scia di delusione, una traccia di cenere. E’ quello che di solito accade nelle nostre vite.

No, l’amore non è sempre qualcosa di buono, se è un chiudersi, il lasciare il più grande per il più piccolo. Che è la definizione esatta di peccato. Anche quando si tratta d’amore, quando non si tratta di null’altro che amore.
Ma come si fa a capire se un amore, l’amore, è quello grande?
Se è disposto a morire per noi.

E noi, per lui?

 

Società di orfani

Impressiona il livello – basso, per non dire di peggio – delle critiche al convegno di Verona sulla famiglia. Ci si domanda dove certa gente sia cresciuta. Si ha quasi l’impressione che abbiano subito un forte trauma infantile, orfani per abbandono. Potrebbe essere: accade quando i genitori smettono di educare. Quando dicono, fai le tue esperienze, tanto è lo stesso, non scelgo per te. Quando sono assenti, fisicamente e no. E il figlio si trova da solo in un mondo troppo grande.
Mentre il ruolo dei genitori è proprio dare loro una strada sicura da seguire, fino al giorno in cui sapranno sceglierla da soli.

Poi arriva il momento in cui il figlio si rende consapevolmente orfano, compie il parricidio, il matricidio virtuale: la crisi dell’adolescenza. E’ il momento del distacco, il momento in cui la famiglia è rifiutata perché l’adolescente deve imparare come costruire la sua famiglia. Rigetta gli insegnamenti ricevuti per poterli capire, e farli suoi. Il comprendere cosa sia davvero la famiglia coincide con l’età adulta. E’ una questione di esperienza.

Ma che accade quando questa esperienza non giunge? Quando l’adolescenza è insegnata, perpetuata, voluta, e diventa ebbrezza di potere, vizio, decisione? Se gli adolescenti sono al potere maledire la famiglia non è più ribellione, è conformismo. Il linguaggio e i modi dei “critici” di cui sopra ricordano troppo quello dei bulletti perché ciò sia casuale.
Per questa generazione è giunto il momento di crescere. Ma da quale padre possono ritornare?

Questa è l’ora

Quando ero piccolo c’era l’orologio di Topolino, dove il personaggio disneyano segnava l’ora con le manine. Adesso pare che un certo vescovo abbia permesso che di una statua di Cristo sia fatto un orologio, secondo lo stesso concetto. Montandolo in una sua chiesa. L’artista di questa installazione l’ha intitolata “Your personal Jesus“, dal titolo di una vecchia canzone. Il vescovo, che lo conosce, sul sito della diocesi sostiene cheLa croce non è né una decorazione arbitraria né un simbolo di potere. Deve essere rivista e sviluppata“. Il vicario episcopale, parroco della chiesa dove è stato montato l’orologio, ribadisce: “Vogliamo stabilire la chiesa come un luogo in cui la fede può essere vissuta in un modo nuovo e sorprendente“.
A parte l’orrendo kitsch, e che il crocefisso rovesciato è un simbolo in odore di zolfo, mi domando come reagirebbero detti ecclesiastici se al posto di Gesù ad indicare l’ora ci fosse un’effige di loro padre, o loro madre, o di loro stessi.
Forse capirebbero la differenza tra persona ed oggetto: rendere oggetto una persona è sempre un errore, perché le toglie la dignità. Lo capiamo bene se quella persona la amiamo: ci è insopportabile. Se non la amiamo, o non la consideriamo una persona, allora non vediamo neanche il problema.
Temo questo sia il caso di quei prelati. Dio si è fatto uomo, non orologio. Dato che il cristianesimo è amore per la persona di Cristo vivente, suggerirei loro una carriera in un contesto diverso.
Che so, appunto l’arte contemporanea. Almeno lì quell’opera non sembrerebbe così irrimediabilmente blasfema, ma solo una incredula idiozia.

Il seminatore

Un padre è realmente come un seminatore, come il seminatore di quell’altra parabola. Non sa dove quello che sparge finirà, non sa se germoglierà, fiorirà, darà frutto. Quello non dipende, non dipende più da lui.
Tutto quello che sa è che deve seminare, il meglio che può, perché senza qualcuno che getti il seme, qualcuno che ami la terra, non ci saranno che spini, e male erbe.