Morte à la carte

C’è gente che si ricorda della morte solo quando vuole darla agli altri.
Non equivocate. A loro quel che davvero preme non è la fine delle sofferenze di qualcuno. Non gliene potrebbe fregare di meno. Tant’è che persone di quel tipo le cercano e le usano. Se servisse al loro scopo volentieri moltiplicherebbero quella sofferenza, taglierebbero quelle gole. Loro sono adoratori del nulla, e non si fermeranno davanti a nulla perché è esattamente quello il loro scopo. Che tutti vadano al nulla.

Dicono che una certa vita non ha senso, ma non sanno dire quale sia il senso della vita.
Ingannano. Anche se parlano con le bocche mielate di giornalisti, attori, politici. Gente cioè la cui professione è far credere una certa versione delle cose.
Cercheranno di convincervi che il nulla è bello. Non li ascoltate.
No, la morte non è il nulla. Neanche la vita è il nulla.
Solo chi disprezza entrambe può gioire quando un’esistenza finisce.
La morte? Lei fa il suo lavoro.

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Di strada

Tanti anni fa, quando studiavo ancora, mi trovavo a Rimini per seguire degli esercizi spirituali. Mentre l’autobus attraversava la sera riminese mi colpirono certe donnine che sostavano all’angolo delle strade. Mi domandai: perché loro sono lì, e io qui sopra? Non siamo fatti diversamente. Probabilmente abbiamo lo stesso desiderio di bello, di vero, in fondo di amore.
Una parte della risposta sta nella storia di ognuno, ciò che abbiamo incontrato; ma anche nella libertà, sia in quella che possediamo sia quella che ci è negata.
Quello che era vero allora lo è ancora adesso. Molte, troppe di quelle persone a quegli angoli di strada, a Rimini come nella nostra città, non hanno una scelta. Noi invece l’abbiamo. Riporto quanto ricevo da un amico della Comunità Papa Giovanni XXIII:

Nel mondo del 2017 esistono ancora gli schiavi. La tratta degli esseri umani non si è mai fermata ed oggi coinvolge 21 milioni di persone. Il 53% di questo traffico è a sfondo sessuale. Tra le donne coinvolte una su tre è minorenne. Sono le nostre figlie, le nostre bambine… portano nella carne il peso di 9 milioni di italiani clienti del supermercato del sesso.
La Comunità Papa Giovanni XXIII promuove la campagna “questo è il mio corpo” (http://www.questoeilmiocorpo.org) per far approvare la proposta di legge Bini circa l’introduzione di sanzioni per chi si avvale del prestazioni sessuali di soggetti che esercitano la prostituzione. Non si può affermare che chi va con le prostitute stia esercitando una libertà. Il cliente rappresenta la domanda in un mercato dove la merce è fatta da esseri umani.

“La merce è fatta di essere umani”. Dare un valore a ciò che è non è misurabile, ridurre l’infinito al finito, è la tentazione eterna dell’uomo. Pensare che si possa comprare o vendere una persona: un lavoratore, una donna, un bambino. Quante volte ci cadiamo anche noi, dandolo quasi per scontato. Senza ricordarsi che noi tutti percorriamo la medesima strada, che anche noi facciamo parte dell’umanità. Che se compriamo, possiamo anche essere venduti.

Quanto costa la vita di un fratello, di una sorella?
Che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?

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Non è Vangelo – XV – Allargate la via

Cari confratelli infernali e amici del peccato, nel nostro usuale appuntamento di oggi continueremo l’esame di quello che è conosciuto come “Discorso della montagna”: un assemblaggio di frasi sconnesse di “G”, il noto carpentiere disoccupato che in antico scorrazzava per la Palestina con i suoi amichetti.

Sarebbe demenziale, per il cristiano, prendere quel sermone del figlio del falegname e tentare di applicarlo alla vita moderna. Fermo restando che si tratta di elaborazioni successive di fatti mitici mai avvenuti, risulta evidente che chi lo ha pronunciato era in uno stato di esaltazione mistica, forse dovuta a consumo di alcolici o sostanze stupefacenti. Deve venire inteso come un idealismo spiritualista, non come un concreto modo di vivere la vita. E’ compito della Chiesa e dei suoi sacerdoti, che noi demoni non disdegniamo di consigliare di tanto in tanto, di spegnere i facili entusiasmi e ricondurre quelle parole azzardate ad un più sano realismo ecclesiale.

Sì, va bene essere la lucerna del mondo: ma con umiltà, senza esagerare. Ci sono tante persone più intelligenti: meglio lasciar parlare loro, evitando di sbagliare. La Legge e i profeti non sono aboliti, è chiaro, ma devono essere costantemente modificati perché siano al passo con i tempi. Cosa dice alle nuove generazioni il Vecchio Testamento o, se è per questo, il Nuovo? Niente. G ha dato ampio spazio ai suoi discepoli per reinterpretare quello che lui ha esposto, ammesso l’abbia fatto. Discernimento, ci vuole. Se una frase ci pare troppo dura è evidente che non può averla pronunciata davvero, e anche se fosse non riteniamola obbligante. Non si tratta di trasgredire la Legge, quanto di permettere a quelli che non fossero in grado di seguirla di considerarsi in piena comunione.  Sappiamo tutti, noi diavoli per primi, quanto sia pesante e insopportabile quella ideologia  che è nota come cristianesimo. Se poi uno ne ignora delle parti, come è giusto e auspicabile, non deve essere mai ritenuto in peccato. E’ ignorante, non può sapere che sbaglia. Lasciatelo stare così: vi assicuro che nell’ultimo giorno noi demoni avremo un occhio di riguardo sia per lui che per voi.

Perché correggere qualcuno spiegandogli che fa qualcosa di male, con il rischio che si rafforzi nell’errore? Non toglietelo dall’illusione, questi non hanno bisogno di redenzione. Se non può fare a meno di peccare non può, e basta. Dovrebbe scusarsi perché è fatto così?
Perché proclamare regole assurde, dicendo che chi insulta il proprio fratello commette peccato? Che chi lascia la moglie e si risposa fa adulterio? La psicologia si è aggiornata, non si può considerare una colpa quello di cui tutti i giornali alla moda dicono un gran bene.

Dovete amare i peccatori, e anche quello che li rende tali, il peccato. Chi invece pretende di indicare il giusto e lo sbagliato, di quelli nessuna misericordia. Se qualcuno ti da uno schiaffo, tu devi porgere l’altra guancia; non solo, ma devi accompagnare questo tuo fratello prendendo a tua volta tu stesso a schiaffi qualcun altro. Se ti si oppongono, per prova togli loro la tunica: se non ti danno anche il mantello non sono redenti e quindi puoi essere con loro duro quanto vuoi. Pregate sempre i vostri persecutori; se fate anche loro dei doni e vi adeguate alle loro richieste ancora meglio.
Per i cristiani bisogna amare i propri nemici: quindi, per essere amati, dovete perseguitare i cristiani. E’ scritto chiaramente,  volete andare contro le parole di G?
“Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini”: quindi evitate di praticarla e avrete la ricompensa. E anche l’elemosina, è detto “non sappia la tua sinistra quel che fa la tua destra”. Per evitare disguidi il modo migliore è non farla del tutto.
La preghiera va fatta nel segreto; non in pubblico. Chi prega in pubblico, in chiesa o altrove, va ripreso severamente. Che sia così segreta che voi per primi non vi accorgiate neanche di farla. Se ne doveste avere l‘impulso, sopprimetelo. Volete andare contro G, voi che ci credete?

Le ricchezze sulla terra sono soggetti a tignola e ruggine: a meno che non siano un conto bancario, preferibilmente segreto in maniera da non suscitare l‘invidia di coloro che sono meno abili di voi. Badate quindi a procurarvi un tesoro su nel paradiso fiscale. Là dov’è il vostro tesoro, là sarà il vostro cuore: e, diciamolo chiaramente, il vostro cuore non desidera spiagge tropicali sulle quali folleggiare?

Non preoccupatevi quindi di cosa mangiare e cosa vestire: affidate il tutto alle riviste di cucina e di moda, che dietro il giusto pagamento vi libereranno dell’affanno di pensarci voi stessi. La preoccupazione non può aggiungere una sola ora alla vostra vita, quindi non preoccupatevi di niente. Fatevi i fatti vostri, per dirla un po’ brutalmente: non immischiatevi nelle disgrazie altrui. Non cercate la pagliuzza nel loro occhio, lasciate pure che trovino la loro strada senza giudicarli.

Se vi troverete nel bisogno, bussate e troverete; nel caso quelli dentro non sentano, buttate giù la porta e prendete liberamente, è nel vostro diritto. Se non fossero in casa la colpa ricada su di loro. Tutto quello che volete gli uomini vi facciano, fatelo voi a loro: una mano lava l’altra, e c’è sempre bisogno di complici.

La via larga conduce alla perdizione, la via che conduce alla vita è stretta. E vi pare bello? Datevi quindi da fare per allargare quella via stretta, che diventi una comoda autostrada dove sia semplice passare. Lasciate perdere le porte anguste, inadatte ai volumi di peccatori del mondo contemporaneo, così i milioni di persone che si trovano nella colpa non avranno bisogno di cambiare e sforzarsi per accedervi.
Manco dovranno accorgersi di quella porticina,  se voi farete per bene il vostro lavoro. Se non sanno che esiste, se nessuno gliene parla, il loro flusso sarà enormemente facilitato.

E’ il momento di aggiornarsi, in maniera che il peccatore, non sentendosi giudicato, possa tornare in una Chiesa che non lo indica più come tale, ma lo accolga senza pretendere pentimenti.

Come quella Chiesa così rinnovata lo riceve, così anche noi, non più nemici ma collaboratori, lo ospiteremo in casa nostra. Per sempre.
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Mondo friabile

Stamattina, a messa, il sacerdote si è scagliato con una certa virulenza contro tutti quei cardinali, preti e fedeli che non capiscono la misericordia della nuova Chiesa e sono legati ad una struttura mummificata. Considerando che il suddetto sacerdote ha una certa rassomiglianza con il Boris Karloff del film “la Mummia” a me scappava da ridere. E’ un ex-missionario, che cambia abitualmente le frasi della messa in omaggio a una certa ideologia inclusiva di una cinquantina di anni fa. Mi domandavo se questo famoso nuovo non sia in effetti già un passato decrepito, come quella stagione, mentre l’antico a me pare eternamente giovane.

Ma sicuramente c’è confusione. Amici mi scrivono che il loro mondo si sta sgretolando sotto i loro occhi, “e al suo posto ne sta nascendo uno razionalmente incongruente, spiritualmente deprimente, emotivamente insostenibile”.
Un mondo friabile, dunque: ma mi domando piuttosto se ad essere friabile non siano le basi su cui questo nuovo mondo è costruito. C’è una certa parabola che ricorda che a costruire sulla sabbia, su ciò che non è solido e certo, ci sono certi rischi. Eppure è proprio ciò che, da talune parti, si chiede: il terreno solido appare troppo duro per certi gusti, occorre traslocare.

Un’altra cara amica mi ricorda che i giovani oggi manco sanno chi è Ponzio Pilato, figurarsi tale Amoris Letizia che con quel nome potrebbe anche essere una attricetta. Se solo due dei ragazzi della sua classe rammentano che Gesù è nato a Betlemme, è chiaro che il problema è un tantinello più profondo di improbabilissimi divorziati risposati dallo pseudo-coniuge intrattabile e figli bisognosi che pretendono l’eucarestia. Ma è invitandoli nella baracca sul greto del fiume che potranno trovare un posto sicuro contro le alluvioni della vita? Oltretutto se si dice loro “state pure fuori se avete altro da fare”?

Nel mezzo della tempesta, con il fiume che si ingrossa, se devo scegliere un riparo preferirò l’edificio costruito sulla roccia, più in alto. Il mio parroco ha detto che se lo Spirito Santo ci ha messo in questa situazione, lui saprà tirarci fuori. Non so se sia stato proprio lo Spirito Santo o la nostra libertà, comunque dietro c’è un disegno di cui noi ora vediamo solo i primi abbozzi. Di questo sono sicuro. Quante volte quelle che mi parevano disgrazie si sono rivelate la mano longa della Grazia in azione. Il nostro vedere è corto, nella migliore delle ipotesi.

Come dicevo a quei miei amici di prima, per il mondo friabile, tranquilli. I casi sono due: o è una prova per cui tra poco tutto si risolverà felicemente, o sono gli ultimi tempi.
Forse la seconda, mi hanno risposto, ormai siamo troppo oltre e non la si può più risolvere con risorse umane.
Potrebbero avere ragione. Se fossimo limitati alle risorse umane.

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Animali estinti e dove trovarli – Panda Buddhaci

Non tutte le razza di panda si sono salvate dall’estinzione. Si sono ormai perse le speranze di trovare altri Panda Buddhaci  – Ailurus Buddhaci – selvatici.
Questo animale assomigliava al suo cugino Panda gigante, da cui si distingueva per il colore del pelo, tendente al rossiccio, e la testa e la bocca di dimensioni maggiori. Un’altra differenza è che questo urside mangiava non solo bambù ma letteralmente di tutto. Di indole estremamente pacifica, non esitava ad abbracciare qualsiasi visitatore che si avvicinasse compresi, disgraziatamente, anche i cacciatori.

L’etologo Salvatore Messina, che lo studiò a lungo, descrive così la sua scomparsa:
“Fu un incidente orribile. Il loro numero era ridotto a causa dei bracconieri: quegli animali, al contrario di altre specie, non solo non li fuggivano ma li accoglievano e ospitavano nelle loro tane senza reagire neanche quando venivano uccisi, salvo che con mugolii di terrore. Nonostante questo, un sondaggio tra noi addetti ai lavori dava per certa la sua sopravvivenza in quanto specie protetta e per le sue abitudini alimentari molto meno sofisticate. Fu così che, confortati dal risultato, aprimmo al pubblico la loro riserva. Ci fu un’affluenza popolare straordinaria, ma incontrollata. Purtroppo i Buddaci erano abituati a mettersi in bocca quello su cui potevano mettere le zampe, così non si limitarono ad ingoiare il cibo ma anche la carta di giornale nel quale era avvolto, avvelenandosi, e persino le macchine fotografiche dei visitatori.” (“Panda where?”, 2008)

L’ultimo Panda buddaci morì tra dolori orribili con l’intestino perforato da una telecamera.

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Quasi vero

Vediamo tutti come sulla stragrande maggioranza dei media si stia dando contro il Presidente.
Ma che avete capito? No, non il nostro Presidente. Quell’altro, Trump. Brucia ancora, evidentemente, se ne parlano di più che dei disastri e scandali del nostro paese. La campagna stampa prosegue imperterrita, giorno dopo giorno. Poiché, è chiaro, Trump non avrebbe vinto senza le fake news. Quindi ogni giorno ne ascoltiamo di nuove sui media – se è stata una strategia vincente, avranno ragionato, perché non adottarla?
Questo articolo di “The Federalist” di qualche settimana fa elenca sedici-dico-sedici bufale che la stampa americana ha diffuso dopo l’elezione di Novembre. Cosa hanno in comune, a parte essere tutte bufale ed essere tutte contro il Presidente degli Stati Uniti? Che sono state tutte riprese dai nostri giornali più diffusi e dalla RAI. Tutte. Acriticamente. Ma mentre negli USA almeno le smentite sono un poco circolate, qui da noi manco l’ombra. E non è che il ritmo negli ultimi giorni sia calato: anche stamattina

Perciò, apprendendo come sia stata avanzata una proposta di legge per colpire con forza i diffusori di notizie false, o anche solo un pochetto esagerate, neh, non ho potuto fare a meno di pensare che se andasse in porto la sua approvazione i vertici RAI e delle nostre principali testate giornalistiche si troverebbero con più denunce che scissioni del loro partito. Ma non temete, cari lettori. Avranno la stampa dalla loro.

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Non è Vangelo – XIV – Un beato…

Colleghi demoni e simpatizzanti umani che condividete con me il progetto di mettere in luce, una volta per tutte, le incongruenze e le menzogne di quei libretti chiamati Vangeli, benvenuti ad una nuova tappa del nostro cammino.

Quest’oggi ci occuperemo di quell’episodio, ovviamente immaginario, della vita di G, il figlio disoccupato del falegname, chiamato il ‘Discorso della Montagna’.

Cosa viene raccontato in esso? Che G si imbatte in una folla di illusi e di falsi invalidi, che pretendono da lui guarigioni miracolose, autografi e cercano di avvicinarsi per farsi i selfie. Il carpentiere non si lascia sfuggire l’occasione: ammalato di protagonismo com’è, si siede su un sasso e comincia ad arringare i presenti.

E comincia a dire, beati questi, beati quelli.
Ora, ci potete credere? Qualcuno ha pensato che lo intendesse sul serio.
Vi rendete conto di quanto sono fessi i seguaci del Nemico-che-sta-Lassù? E’ ovvio che quello di G fosse un discorso retorico.
“Beati i poveri di spirito”. Cioè beati i deficienti. Beati quelli che non si fanno una loro idea del mondo, non sono pro-attivi e si lasciano mettere i piedi sulla testa. Ci siete caduti: stava chiaramente scherzando. Il mondo è dei furbi, di quelli che vi fregano la sedia da sotto il sedere.

Beato chi ha fame, beato chi piange? O uno è masochista – e data la propensione di G per farsi flagellare può anche darsi – o si capisce che essere beato così non conviene proprio. Quando mai se si piange si viene consolati? Allora bisogna evitare di frignare, anzi, darsi piuttosto da fare perché siano gli altri a piangere al posto nostro.

Beato chi cerca la giustizia? Da compatire, piuttosto! Se avete mai avuto a che fare con giudici ed avvocati, e non siete uno di noi, non avrete difficoltà a mandare a quel paese chiunque vi dicesse una cosa come questa.

Beati i miti? Solo se i forti li lasciano vivere. Per gli altri, è meglio se si procurano una buona arma.

Beati i puri di cuore? No, davvero, quando ne avete trovato uno ditemelo. Noi godiamo particolarmente a rendere loro la vita un inferno, a sporcarli, in modo che dopo all’inferno ci vengano volentieri.

Beati gli operatori di pace? Talvolta sì: posso nominare parecchi Nobel per la pace e altri pacificatori di professione che certamente se la passano bene. Abbiamo provveduto noi a questo, dopo esserci assicurati che la pace che intendevano fosse quella eterna dei loro oppositori. Ah, difficilmente troverete un manipolo di assassini guerrafondai peggiore di loro.

Che poi ai perseguitati appartenga il Regno dei Cieli, questa gliela possiamo concedere. Sulla nostra terra infatti gliene abbiamo fate passare di cotte e di crude. Che se lo tengano, il loro Regno: sarà nostra cura mandarli lì il prima possibile. Da quello al nostro dominio, e viceversa, abbiamo chiusa l’immigrazione.

Noi siamo assolutamente d’accordo nell’insultare, perseguitare, dire ogni falsità contro quei poveri imbecilli che si ostinano a credere alla favolette di G. Se lo meritano tutti! E’ loro la colpa, non la possono gettare su altri. Beati? Beati un… cavolo! Quello che il Nemico vuole è solo sofferenza insuperabile, inadatta all’uomo moderno.

Oggigiorno è assurdo il dover soffrire per qualcosa. Si chiama progresso, cari. Perché prendersela a cuore? Risparmiate e risparmiatevi guai e mal di pancia: evitate di chiedere cose impossibili.
Sarò più chiaro: quello che è tratteggiato nel discorso delle beatitudini forse poteva andare bene duemila anni fa, non certamente in una Chiesa moderna al passo con i tempi. La filosofia e la teologia hanno da molto superato la nozione che tutto quello che G diceva fosse da intendersi letteralmente. Ci sono le interpretazioni; ci sono i distinguo; è compito dei sapienti istruire il popolo. Seguirlo ti dà problemi? Ripensaci, mica vuoi fare il martire.

Designare oggi come “beate” certe categorie di persone è un’inaccettabile discriminazione verso chi non è in grado di raggiungere un simile ideale. Dovrebbe essere impedito ai fedeli, per il loro stesso bene, di perseguire vette irrealizzabili. Sarebbe irrispettoso verso i peccatori, che devono essere sempre accolti. A riguardo di questi, guai a insistere troppo che quello che fanno è male. Non si sa mai: potrebbero offendersi. E che accoglienza sarebbe?

La frase sul sale della terra, che se perde il sapore non vale niente, poteva andare forse duemila anni fa, quando non si conoscevano le spezie. Non siete sale? Embè, siate pepe, origano, finocchio! Il credente che si limita ad essere sale non sa cosa si perde.

G voleva dare compimento alla Legge: ma è chiaro che una Legge di così tanto tempo fa non ci vincola. I tempi sono cambiati, sarebbe ridicolo. Modernizziamoci. Le nuove leggi dei nostri illuminati statisti valgono molto di più di quegli antiquati relitti di un’era oscura.

Tipo “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio”. Non vedo perché ci sia da scandalizzarsi. La psicologia insegna che un po’ di adulterio è consigliabile, la legge lo permette. E’ ora che anche la Chiesa si adegui. O vorreste (ah!) giudicare?

Avrete capito ormai che G era un illuso, anche se a ben guardare qualche cosa giusta in quel discorso l’ha detta.
Non opponetevi al malvagio, è scritto, quindi non opponetevi a me, se lo fate siete poco evangelici.
Amate i vostri nemici, è scritto: se mi considerate nemico amatemi, dunque: non chiedo di meglio, io vi abbraccerò stretti stretti.

Se poi asserisce che quanto è di più di “sì sì, no no” viene dal Maligno, siamo d’accordo. Ma distinguiamo: siamo davvero sicuri che non esistano le sfumature, che il male sia sempre male e il bene sempre bene? Per ogni vostro impuntarvi su valori assoluti io posso tirarvi fuori eccezioni e contestazioni a profusione. Posso sommergervi di obiezioni, citare santi e lo stesso Vangelo. Sono io il maggior esperto di sacre scritture e di teologie. Non avrà un poco di ragione, questo benedetto Maligno che vi parla?
Non rispondete subito con un sì o con un no. Discutiamone.

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Astronomia per età oscure

Around the 6th century AD, Europe entered what’s known as the Dark Ages. This period of time from around 500 AD until to the 13th century witnessed the suppression of intellectual thought and scholarship around the continent because it was seen as a conflict to the religious views of the church.

Attorno al sesto secolo della nostra era, l’Europa entrò in quelle che sono conosciute come Età Oscure. Questo periodo di tempo tra circa il 500 DC. fino al 13esimo secolo vide la soppressione del pensiero intellettuale e degli studi nel continente perché era visto in conflitto con la visione religiosa della chiesa.

Quando ho letto questa frase sul sito Astronomy.com entro un articolo sugli studiosi di astronomia islamici (“Come gli studiosi islamici fecero nascere la moderna astronomia“) sono sobbalzato. Mi sono chiesto: ma davvero c’è ancora tanta ignoranza, specie da parte da chi vorrebbe scrivere articoli storici? Si ripropongono bufale smentite da un pezzo.
Perché quella frase che ho riportata è non solo inesatta, ma completamente errata. In effetti, avvenne proprio il contrario.

L’astronomia era una delle quattro “Arti liberali” del Quadrivio. Esse erano insegnate in tutte le scuole europee medievali a partire dal V secolo, quando furono codificate per la prima volta. Queste scuole erano quasi sempre sotto il patrocinio della Chiesa. La Chiesa infatti ha sempre incoraggiato apertamente lo studio delle stelle e dei pianeti, come mezzo per capire meglio il disegno di Dio e la sua Creazione. Monaci e anche santi, come San Ermanno lo Storpio, studiavano e copiavano trattati sulle meccaniche celesti e realizzavano strumenti astronomici. Papa Silvestro II (999-1003), Gerberto di Aurillac, era un astronomo al quale si deve tra l’altro la reintroduzione in Europa dell’astrolabio.

Se di fronte ai fatti ci fossero ancora dubbi basterà ricordare la Divina Commedia, infarcita di riferimenti astronomici in connessione con la divinità: “amor che muove il sole e l’altre stelle“. La Chiesa era così contraria agli studiosi che creò le università (no, quella di Fez era solo una madrassa)…

Non si può negare che, per larga parte del primo medioevo, i migliori astronomi fossero in territorio islamico. Ancora oggi i nomi di molte delle stelle più luminose sono arabi (Algol, Alcor, Altair…): la versione araba del greco da cui furono tradotte. L’eredità degli astronomi indiani e persiani conquistati nonché la disponibilità di testi classici perduti in occidente dava una netta superiorità agli studiosi di quelle terre rispetto agli omologhi europei, dove le conoscenze erano state spazzate via dalle successive ondate di invasioni.
Ma già nel 1200 una certa parità era stata raggiuunta, e nei secoli successivi il divario in favore dell’Europa divenne sempre maggiore. Quale il motivo?  Proprio la spinta della Chiesa, assente in Oriente, dove anzi gli studiosi vennero sempre più visti con sospetto se non con ostilità. Se nel cattolicesimo Dio ci incoraggia a conoscere il mondo perché esso è ragionevole, nell’Islam il mondo è soggetto al capriccio divino, e quindi imperscrutabile. Non molte possibilità di una vera scienza.

Quindi, onore agli astronomi islamici, ma se l’astronomia oggi è grande è per merito della Chiesa. Sì, anche Galileo era cattolico.

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Certezze

Tutti hanno certezze, ma pochi lo ammettono.

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Secondo coscienza

Le coperte lo opprimevano, si sentiva bruciare dalla febbre, aveva dolore anche a respirare. Le energie gli venivano meno. Chiuse gli occhi per un secondo.
Quando li riaprì, tutto sembrava buio e silenzio. Allungò la mano e accese la lampada del comodino. Spalancò gli occhi. Non era più nella sua stanza.

L’ambiente aveva un che di indistinto, come se la camera fosse colma di nebbia. Come fosse fatta di nebbia. Si mise a sedere sul letto. Si sentiva stranamente leggero…
“Il prossimo!” risuonò, assieme ad un colpo secco come di martello.
Si accorse di non essere solo.
Erano seduti uno accanto all’altro dietro un tavolo dall’aspetto austero. Erano in cinque. Sembrava in tutto e per tutto una commissione d’esame…
Era una commissione d’esame, capì. Era per lui.
Quello al centro era un uomo corpulento, dal viso flaccido. Scartabellò attraverso una pila di fogli fino ad estrarne uno. Lo scorse velocemente, ripetendo sotto voce quanto leggeva, quindi alzò la testa verso di lui.
“Bene arrivato. Secondo le nuove norme procedurali circa il decentramento delle pratiche soteriche lei compare davanti a questa commissione giudicatrice che deciderà in forma di inappellabile giudizio la sua idoneità al luogo noto come Paradiso o, in seconda battuta, Purgatorio, oppure la non idoneità. Se ha qualche obiezione lo dica adesso. Bene, nessuna obiezione, possiamo procedere.”
“Ehm.”
L’uomo corpulento si interruppe e gettò addosso al giudicato uno sguardo gelido come un secchio di ghiaccio. “Sì?”
“Ecco… se non vi dispiace, potrei chiedere come è composta questa commissione? Perché, insomma, credo di sapere il nome di alcuni di voi, ma mi chiedo come…”
Il capo dei giudici sbuffò. “Forse lei ha riconosciuto quelli tra noi più vicini al suo tempo. Ad esempio, dato che lo sta fissando, sì: l’uomo con i baffetti è proprio quell’Adolf noto per essere uno dei grandi organizzatori della nazione germanica del secolo antecedente il suo. Dall’altro lato, con i mustacchi, c’è Iosif Vissarionovic Džugašvili, anche lui con lunga esperienza nel giudicare milioni di persone…”
“Stalin”, sussurrò l’uomo sul letto.
“Era proprio noto con quel soprannome. Qui accanto a me può trovare un rappresentante di un secolo precedente, il marchese De Sade, noto scrittore. Alla mia sinistra Jane Toppan, il cui nome magari non conosce ma che si è distinta in vita per la sua compassione estrema nei confronti dei malati. Spero di avere soddisfatto la sua curiosità.”
Il poveretto era impallidito. “Mi scusi, signor…signor?”
“Lutero. Mi chiamo Lutero.” disse l’uomo corpulento.
Il suo interlocutore deglutì. “Ah. Posso chiedere a quale titolo dei dannati… ”
“Dannati? Come si permette? Qui in commissione non c’è nessun dannato. Siamo tutti abitanti del paradiso a pieno titolo, scelti per la loro competenza in fatto di peccato umano.”
“Eh?”
L’uomo corpulento sospirò. “Per andare all’inferno occorre peccare. Noi, qui presenti, potremmo anche avere avuto idee divergenti dalla Chiesa Cattolica su quanto sia vero oppure no, ma l’abbiamo fatto sempre con la convinzione di essere nel giusto.”
“Io sono stata anche assolta, per infermità mentale” puntualizzò Jane Toppan.
“Quindi”, proseguì Lutero, “essendo convinti in coscienza di avere operato il bene e il meglio, di fatto non abbiamo nessun peccato. Dopo l’ultima riorganizzazione siamo stati perciò assunti a pieno titolo tra tutti i santi. Ma”, e si sporse in avanti, “mi sembra di capire che lei disapprova.”
“Io? Io…” l’uomo sul letto si agitò a disagio “…ecco, trovo solo la cosa difficile da capire…”
“Ah.” Lutero scambiò una lunga occhiata con i suoi colleghi. “Questo è significativo. Signori, voi che ne dite?”
“Il soggetto sembra incapace di comprendere la categoria della misericordia”, disse la Toppen. “Non credo sia adatto.”
“E’ un papista,” disse De Sade, “ed evidentemente un tradizionalista. Cosa mai può venire di buono da essi? Incapaci di provare il piacere, non è adatto per gustare il Paradiso. Giù.”
“Non mi piace il suo naso, troppo adunco” disse Hitler. “E poi è un cattolico! Ci considera male! Non comprende il nuovo ordine! Ci è nemico! Che sia giudicato con lo stesso metro! Giù.”
“E’ un capitalista. Il paradiso è dei lavoratori. Giù.” Disse Stalin.
Lutero sospirò. “Certa gente sembra proprio predestinata all’Inferno. Non idoneo, quindi, all’unanimità.”
“Aspettate!” Urlò l’uomo sul letto. “Non ho mai commesso niente di grave! Mi sono confessato, sono stato assolto!” I membri della commissione ridacchiarono.
“Almeno il Purgatorio!” tentò disperatamente.
Ma sotto di lui si spalancò il nulla. Mentre cadeva verso un vago bagliore rossastro, gli parve di udire le ultime parole di Lutero: “Io, in coscienza, non ho mai creduto nel Purgatorio…”

Si svegliò, madido di sudore, e si sedette di scatto sul letto. Tutto intorno era buio e silenzio. Era stato un sogno, dunque? Tremava ancora tutto. Allungò la mano verso l’interruttore della luce…

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Balla scimmia

La scimmia si accorge di essere nuda e si copre; poi comincia a costruire, cercando il suo senso.
Perché adesso è uomo.

L’uomo non trova se stesso se semplicemente si abbandona alla sua inclinazione naturale. Per diventare davvero un uomo, deve opporsi a questa inclinazione; deve voltarsi dall’altra: anche le acque per loro natura non salgono verso l’alto di loro accordo.

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Non è Vangelo – XIII – Chi semina vento

Cari colleghi che seguite questo corso per diffamatori dei Vangeli, ovunque voi siate, nelle calde profondità di casa o sull’inospitale superficie del mondo degli umani, sappiate che vi penso e vi apprezzo per il vostro sforzo di superare la naturale ripugnanza che noi tutti abbiamo nel trattare materia così ributtante.

Non è da ogni demone riuscire a vincere l’orrore per il buono e per il bello. Immagino che anche voi come me qualche volta abbiate pensato di lasciar perdere tutto. Che diamine, se quei fessi degli esseri umani preferiscono la schiavitù del Nemico-che-sta-Lassù alla nostra libertà, ebbene, che se la tengano la loro Verità! Rimangano pure legati ad essa, invece di accettare la nostra ricchezza, il nostro piacere, il nostro potere! Eppure no, non possiamo estraniarci dalla lotta. Cosa mangeremmo, altrimenti? Quanto ci punirebbero i nostri superiori, il nostro Padre-che-sta-quaggiù? Come possiamo migliorare la nostra posizione, se non siamo disposti a qualsiasi cosa per essa?

Prendiamo G, il figlio disoccupato del falegname, il protagonista di quei libercoli che vorremmo cancellare dall’esistenza. Forse che si stancava di fare discorsi che quei pezzenti dei suoi paesani manco capivano? Si stufava di guarire quelle loro malattie ripugnanti? Aveva tedio a rovinare tutte le nostre rovine, a spossessarci dalle nostre possessioni? Certo che sì! Non era che un debole ometto. Quindi, ci lasceremo battere da un Figlio del Nemico qualsiasi?

Prendete quella volta che era a predicare vicino alle sponde del lago, e c’erano così tanti fessi che stavano ad ascoltarlo che rischiavano di schiacciarlo. Una persona normale, che avrebbe fatto? Certamente pagare il biglietto! Il fatto che non ci abbia pensato dimostra la sua incapacità a condurre un’attività di successo, e quindi a dare consigli. Non un professionista, ma un dilettante. Un ingenuo, un semplice ai limiti dell’idiozia, o forse dentro.
Invece di approfittare del favore del pubblico lui si limita a farsi imprestare una barca, per poter parlare senza tutti quei puzzolenti disturbatori addosso. Snob da parte sua: lanciare i suoi deliranti proclami da bordo di uno yacht. Fatto sta che, una volta terminato di urlare le sue farneticazioni piene di livore contro noi poveri diavoli, esige dai barcaioli di essere portato al largo.

Immaginiamoci lo stato d’animo di quei poveri pescatori di fronte a pretese del genere. Stanchi morti dopo una notte di lavoro devono eseguire gli ordini arroganti di un predicatore da strapazzo. Plagiati o troppo distrutti per reagire, acconsentono. E questi che fa? Dice loro di buttare le reti.

Vi rendete conto? E’ un carpentiere, vive in montagna, non è praticamente mai salito su una barca eppure si comporta come il padrone, e pretende di spiegare a dei lavoratori professionali come fare il loro mestiere.
Però è questo il modello che ci viene proposto dai Vangeli. E’ per questo che i presuli e i teologi sono  sempre a pontificare su argomenti che non conoscono sulla base della loro superiorità morale: seguono l’esempio del figlio del falegname.
Potrebbe capitare anche a loro la botta di culo che ha avuto G: per una combinazione fortuita quei pescatori acchiappano un banco di pesci che passava di lì. E’ certamente la fortuna del principiante.
Barcaioli creduloni: di fronte ad un fatto che solo agli sprovveduti potrebbe parere miracoloso rimangono impressionati. Ora, qualsiasi matematico di nostra conoscenza potrebbe fornirvi una statistica da cui risulti che una pesca del genere rientra nella curva di probabilità e che i dati sono sicuramente esagerati, trattandosi di pescatori. Non è difficile: questi scienziati riescono a prevedere qualunque cosa, si tratti di riscaldamento globale o di risultati elettorali. L’importante è non farsi distrarre da notizie false e finire per credere che ci sia qualcosa di soprannaturale nell’acchiappare tanti pesci.

Pensate poi al danno ambientale causato dal sottrarre al loro ambiente così tanti esemplari di fauna selvatica. Se oggi i nostri fiumi e i nostri mari sono inquinati e privi di vita la causa deve certo essere addossata a quella noncuranza con cui G se ne serve. Chiaramente Il figlio del falegname, abituato ad abbattere alberi innocenti per il suo lavoro, non ha una coscienza ecologica. Oltre che della deforestazione il cristianesimo deve anche rispondere  per l’estinzione di molte specie animali. Quei poveri pesciolini!

A G piacciono le crociere: infatti sono più di una le volte in cui si fa scarrozzare in barca dai suoi amichetti velisti. Eppure ci viene suggerito che poteva camminare sull’acqua. Se fosse vero, perché preferire la nave? Probabilmente per pigrizia. Lo si capisce dal modo in cui si è addormentato durante una di queste gite: Neanche una tempesta riesce a svegliarlo. L’imbarcazione rischia di affondare e i suoi schiavetti del remo sono giustamente incavolati: come si permette di ronfare, mentre loro rischiano la pelle per portarlo in giro? Da questo atteggiamento di G possiamo dedurre che il bravo cristiano deve essere sempre indifferente ai pericoli in cui il suo sonno getta coloro che lo circondano. In fondo, che cosa importa il mondo materiale?

Ma è quello che accade dopo che smaschera definitivamente la mancanza di rispetto per l’ambiente del cosiddetto messia. Si afferma infatti che sgrida il vento e la tempesta si calma.

Capite anche voi che il presunto profeta intervenendo sul tempo atmosferico crea un precedente drammatico per l’invadenza umana nella natura. L’inquinamento, gli incidenti nucleari, lo smog, il riscaldamento globale arrivano proprio da atti inconsulti come questo. Se G avesse avuto una vera coscienza ecologica non avrebbe ostacolato il libero esprimersi degli elementi.

Domandiamoci quindi: gli esseri umani del XXI secolo possono davvero seguire chi dimostra una simile indifferenza per le tematiche ambientali? Una così evidente trascuratezza dei sentimenti dei sottoposti? Una tale indolenza nel compiere il proprio dovere?
La risposta è no. L’uomo è solo un ospite su questo mondo.
Siamo noi, i suoi padroni, che ve lo ricordiamo.

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Sfruttamenti

A Sanremo niente vallette. A sfruttare il corpo femminile ci pensano già certi ospiti.

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Nel giardino dell’Eden

Mi hanno passato la lettera che segue. E’ di un trentenne friulano che si è ucciso, pubblicata per volontà dei genitori. Leggetela, poi ne parliamo.
* * *
 
Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.
Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
 
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.
 
A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.
Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.
Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.
Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.
Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.
P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.
MICHELE

****

Che tristezza.
Può sembrare indelicato nei confronti di chi si è tolta la vita, ma la sua lettera è un inno alla pretesa. Il mondo non è quello che vorrei, dice a chiare lettere, quindi non gioco più.

“Da questa realtà non si può pretendere niente”

Esattamente.

“Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato”

Doveva? Perché doveva?

Ma chi te l’ha detto che la realtà si debba conformare a te? Che non avresti avuto problemi, lotte, sfide da risolvere? Che non avresti dovuto soffrire? Nessuno ti ha insegnato… Sembrerebbe di no, purtroppo. Forse te l’hanno detto, ma non ci hai creduto.

La colpa non è di questo o quel ministro, del precariato, della società. La colpa ricade su chi ti ha illuso. Che ti ha detto che la felicità era garantita, dietro l’angolo, che non esiste il male, che non si deve soffrire, che è tuo diritto avere tutto. Su di loro, a cui hai creduto e di cui ora vedi la menzogna, ricada il tuo sangue. Su di loro ricada la morte di questa generazione.

Il cristianesimo invece ci dice che una volta eravamo nell’Eden, ma ne siamo usciti da un bel pezzo. Da quando abbiamo voluto conoscere il male, e il bene. Se c’è una cosa che ci è garantita è la sofferenza, e la croce. Ma anche la redenzione, se la vogliamo. Anche la salvezza. Nessun corriere ha sbagliato a recapitarci questo mondo. Nessun mondo ci può bastare, perché siamo uomini.

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Animali estinti e dove trovarli: Dendropicos Masochistus

Dendropicos Masochistus

Il Dendropicos Masochistus è stato per lungo tempo considerato una varietà del Dendropicos fuscenses, da cui però si distingueva per il colore della livrea adulta di un rosso talvolta virante al porpora negli esemplari più anziani, e per il caratteristico comportamento in fase di nidificazione. Oggi i biologi credono fosse una specie a sé, di cui ormai è quasi certa l’estinzione.

Questo picchio si nutriva andando a ricercare larve nella corteccia morta, che estraeva usando abilmente la lunga lingua vischiosa. Il picchiare insistito del becco era una forma di comunicazione in codice per gli altri esemplari. Per niente schivo, detto volatile si associava spesso a specie diverse, fattore che probabilmente ne ha affrettato la scomparsa vista la tendenza ad acquisire per imitazione comportamenti non proprii.

Il tratto che ha determinato il suo declino è da ricercarsi nelle abitudini nidificatorie. Il Dendropicos Masochistus infatti non occupava cavità degli alberi come i picchi tradizionali ma costruiva nidi sui rami in maniera analoga a tipi di uccelli differenti.  Quando veniva disturbato o si sentiva minacciato, però, questo picchio cominciava a martellare con il potente becco la base del ramo su cui era posato, fino a staccarlo del tutto. Sebbene forse fatto con intenti di protezione, una volta separato dal tronco il ramo precipitava assieme al nido ed eventuali uova. Di qui il progressivo calo numerico fino alla eventuale scomparsa.

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Non tutti i muri

Negli ultimi anni, e tantopiù recentemente, si è fatto un gran parlare di muri.
Ci sono muri e muri. Non tutti i muri sono da abbattere, non tutti sono dannosi.
Lo sapeva bene Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore di quei gesuiti ai quali appartiene anche il Papa. Prima di cambiare decisamente vita era un militare di professione. Furono proprio delle mura che furono la causa indiretta della sua conversione: quelle di Pamplona, che lui difendeva dall’assedio dei Francesi. Ferito gravemente ad una gamba, durante la convalescenza decise di cambiare vita.
Una sua frase sull’argomento è stata ripresa recentemente proprio da Francesco. “La povertà è madre e muro. La povertà genera, è madre, genera vita spirituale, vita di santità, vita apostolica. Ed è muro, difende. Quanti disastri ecclesiali sono cominciati per mancanza di povertà“.

Ci sono muri che dividono e muri che difendono. Magari la distinzione non è sempre facile da cogliere. Può aiutare il considerare che cosa si vuole tenere fuori, o cosa si desidera proteggere. Se si oppongano a chi vuole conquistarci o a ciò con cui non ci si vuole confrontare.
Ma quando il nemico incombe, occorre fortificare; come quando i musulmani saccheggiarono San Pietro e Papa Leone Magno fece costruire le mura che ancora oggi portano il suo nome; o come nella Bibbia è scritto da Neemia
“Le mura di Gerusalemme restano piene di brecce e le sue porte consumate dal fuoco”. Udite queste parole, mi sedetti e piansi”.

Ricordiamoci però che nessun muro può resistere, se non c’è chi è deciso a difenderlo. Se le guardie fuggono, se non sanno più perché dovrebbero viglilare, o cosa custodire, la città è persa.
Proviamo ad applicare ciò alla frase di S.Ignazio. E agli altri muri.

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La bocca della nonna

Una definizione che mi è sempre piaciuta di verità è “Adaequatio rei et intellectus“. Ovvero, traducendo dal latinorum, quando le cose corrispondono all’immagine che ho di loro in testa.

I guai cominciano quando questa corrispondenza non c’è.
Se me ne accorgo, posso decidere che non c’è niente da fare. Vivo in un mondo di mia immaginazione, e sono felice così.
Oppure cercare quale sia davvero la verità, ed operare per adeguare l’immagine che ho della realtà nella mia mente.
Da ultimo, posso cercare di cambiare la realtà.

Attenzione, qui non sto parlando di ideale, quando opero perché la realtà migliori. In questo caso la mia idea della realtà può essere quella corretta, anche se non mi piace. Qui parlo di quando non accetto che la realtà sia come è, quindi provo a sostituirla con una mia narrazione della realtà; con una favola. A differenza di quelle della nonna, però, non finisce se mi addomento. In questa ci vivo.

Facciamo un esempio. Se sono convinto che la storia dell’umanità sia progressiva ma constato che il progresso non sta andando dove a mio parere sarebbe dovuto andare, avrò una “dissonanza cognitiva”: quello che penso di sapere non collima con ciò che vedo. Come osano i fatti dissentire da me?
Il reale non è armonico, ferisce l’orecchio. Se sono assolutamente certo della mia convinzione mi dovrò inventare una storia che spieghi da dove arriva questa dissonanza. La colpa sarà del fascismo, del populismo, di questo o quel leader o religione. Non, ripeto non, del fatto che la realtà non è davvero progressiva, o comunque va altrove. Questo va negato assolutamente. Per cercare di ristabilire la mia idea di armonia quindi dovrò sabotare, bandire, distruggere l’ostacolo. Ammazzarlo, il cattivo, buttarlo in carcere, in manicomio, abortirlo, eutanasizzarlo. Spaccare tutto, incendiare, rivoltarmi. Non che serva sul serio: ma così potrò continuare ad abitare nella mia (non così) confortevole favola “corretta”.

Per fare un altro esempio, se sono convinto che ci sia un cambiamento climatico causato dall’uomo, non basterà né il molto caldo né il molto freddo né le alluvioni né le siccità, e nemmeno che le temperature non cambino da dieci anni o che i dati storici indichino altro per farmi cambiare idea: se a tutto quanto accade attribuisco come causa il cambiamento climatico, non c’è spazio per il dubbio. Voglio crederci. Ho già deciso: vivo nella favola.
Applicate la formula a quello che vi circonda. La teoria gender, il terrorismo… le notizie sui media diventano spesso il tessuto stesso della fiaba, una nonna fasulla che sussurra rassicurante: ignora la realtà, qui c’è chi ti protegge da tutte queste cose cattive.

Poi, un giorno, la favola finisce. Se si può giocare con la vita, la morte non inganna. Il tuo intelletto scopre come stanno le cose davvero. E ti accorgi di che grande bocca ha la nonna.

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Non è Vangelo – XII – Lebbroso chi legge

Sinceramente, come tutte le cose che faccio, quale demonio devo domandarmi come mai gli umani subiscano il fascino di G, il figlio disoccupato del falegname. Non è mai stato un bell’esempio: non ricco, non bello, non potente, non particolarmente simpatico; per certo non a noi diavoli, ma neanche a quegli uomini importanti, nostri amici, con cui ha avuto a che fare. Quello che bisogna ammettere, leggendo quelle operette da quattro soldi note come Vangeli, è che invece i disperati, i problematici, la gente che non vale niente accorreva a lui, forse riconoscendo di essergli simile.
Il fenomeno si può spiegare facilmente: non avevano di meglio da fare. Senza televisione e giornali a riempire la giornata, senza intellettuali a spiegare loro il mondo, senza attori e cantanti a proporre i loro video in streaming, come avrebbero potuto passare il tempo tutte queste persone in passato? Fortuna che ora abbiamo colmato la Terra di distrazioni, e quindi predicatori erranti come quell’antico palestinese sono diventati obsoleti ed inutili. Pensiamo noi, adesso, a insegnare come si vive e perché si vive, senza che il popolo debba più pensarci sopra o farsi domande alle quali, tanto, non può dare risposta. L’uomo è una bestia, dice sempre Nostro Padre Infernale; è solo un’anima da succhiare.

Un aiuto ad ammaliare gli ignoranti era dato a G dalla sua abilità nella pratica abusiva della professione medica. Dato che asseriva di esser Figlio del Nemico-che-sta-Lassù pretendeva di avere l’autorità su ogni cosa, ogni aspetto della realtà. Persino quella sulle malattie e le deformità, che sono sempre state cose nostre. Capite l’arroganza? Ditemi voi se non abbiamo tutte le ragioni per odiarlo. E’ stato lui a dichiararci guerra per primo, invadendo il nostro territorio e minando il nostro business.

Così, è raccontato, arriva questo lebbroso. Lebbroso… riuscite a pensare a qualcosa di più disgustoso? Se sì, vuol dire che non avete ben presente la lebbra. Le persone sensibili tengono a distanza gente così. E’ scritto anche nella Legge di quei cosi, gli ebrei, di cui G faceva parte. Sebbene la Legge sia un’idea del Nemico-che-sta-lassù, noi spesso prendiamo come punto di orgoglio che sia rispettata letteralmente. Non c’è niente che faccia rigettare la giustizia come una Legge feroce che si dimentica dello scopo per cui è scritta. Siamo specialisti, noi, in quel tipo di decreti. La nostra giustizia può essere un poco differente da quell’altra che arriva da lassù, ma in fondo che gusto c’è ad avere il potere se non lo si esercita? Tutto quello che facciamo è per il bene del popolo. In una certa maniera, noi siamo il popolo.

Ad ogni buon conto, c’è questo incontro. Il lebbroso che domanda di essere guarito e G che, disgraziatamente, acconsente.

Intanto, qui dobbiamo intenderci: è avvenuto o no questo episodio? Anche se G fosse davvero vissuto, cosa che non è, chi ce lo dice che quello fosse sul serio lebbroso? E chi assicura che poi, dopo, quel tizio fosse proprio risanato? Un po’ di sano dubbio è obbligatorio. In fin dei conti abbiamo solo la narrazione dei Vangeli; già il fatto che non si citi nessun certificato medico, nessun elenco di testimoni, nessun consulto di primari di fama internazionale ci fa capire che si tratta di una notizia esagerata, quasi sicuramente falsa. Non è che non ci fidiamo. Vorremmo; ma senza una ufficialità, senza il bollino dello Stato, senza una discussione e un timbro ministeriale non ci sembra possibile. Faremmo un cattivo servizio a informare i nostri lettori di questa supposta guarigione miracolosa, o di altri episodi simili: rischieremmo di creare scompiglio, e non si capirebbe più dove sia la verità. Che non esiste, è chiaro, e quindi va difesa da tutti coloro che saltano troppo velocemente alle conclusioni.

Voi adesso potreste pensare che siamo di parte. Invece no: è G stesso che corre in aiuto alla nostra tesi, perché ribadisce e ripete al presunto lebbroso guarito di non dire niente a nessuno. Lui stesso, evidentemente, pensava che un fatterello del genere non fosse da pubblicizzare. Per quale motivo? Non lo sapremo mai. Certo è che gli uomini di Chiesa dovrebbero imparare. Qualsiasi azione loro compiano di bene dovrebbe essere tenuta rigorosamente riservata; piuttosto di lamentarsi del fatto che i mezzi di comunicazione non danno loro il minimo rilievo, dovrebbero esserne grati fino a domandare loro stessi di non comparire affatto nelle cronache. Protestando, vanno contro il dettame evangelico; ed è doloroso che proprio loro non se ne rendano conto, pur con tutti gli sforzi che facciamo per aiutarli.

Anche dal lebbroso c’è da imparare. Sebbene gli fosse stata fatta una raccomandazione (Non dire niente! Presentati all’autorità!) questi non dimostra la minima gratitudine e provvede subito a fare il contrario di ciò che gli è stato richiesto. Non è un caso che questo episodio sia compreso nei Vangeli: essi vogliono insegnarci che non si devono ascoltare gli uomini di Chiesa. Dobbiamo trarre spunto ed esempio da questo episodio, perché ci insegna che qualsiasi cosa ci venga chiesta da quei signori deve essere rigorosamente ignorata o, ancora meglio, va fatto l’inverso. Usate la vostra testa, e fate quanto vi suggeriamo!

In questa maniera, come il presunto lebbroso, diventerete padroni del nostro destino e completamente autosufficienti. Guariti? E’ nel vostro diritto essere sani, e non è dovuta la minima gratitudine a chi provveda eventualmente a ristabilire questo stato. La vostra non può essere una preghiera, che riconoscerebbe il vostro dipendere. E’ una richiesta anzi, meglio, una pretesa. Se Il Nemico-che-sta-lassù è buono non può non ascoltarvi, dato che sapete meglio di lui di cosa avete bisogno. Deve quindi darvi quello che desiderate, senza che voi concediate niente. Se grazia, che miracolo sarebbe se voi doveste fare qualcosa per meritarvela? E allora guardatevene bene.
Meno male che noi demoni non siamo costretti a tanto. No, non siamo buoni, noi.

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Animali estinti, e dove trovarli: Bisons progressivus

Il Bisonte Progressivo (Bison progressivus (Linnarellus, 1789)), detto anche bisonte rosso per il colore del suo vello, era un mammifero artiodattilo della famiglia dei Bovidi. Alcuni biologi sostengono che non fosse che una varietà del bisonte europeo, sebbene la sua massima diffusione si sia avuta in Asia.

La caratteristica di questo animale era il suo procedere sempre in avanti in linea retta, senza nessun riguardo per il tipo di terreno o quanto avrebbe potuto trovare sulla strada. Se nel percorso incontrava un intoppo o un ostacolo che l’avrebbe obbligato a tornare indietro il bisons progressivus tentava di superarlo comunque come se non fosse esistito. Se non ci riusciva, si lasciava andare ad una furia devastatrice nel tentativo di abbatterlo; in caso anche ciò fosse fallito, il capobranco era incornato a morte e l’esemplare che ne prendeva il posto stabiliva una nuova direzione di marcia.

Secondo gli etologi, questo comportamento bizzarro era dovuto al fatto che la bestia era fisiologicamente incapace di sollevare lo sguardo per vedere quanto stava di fronte.  Non riuscendo ad alzare lo sguardo dalla zolla che gli era innanzi dava per scontato che andando avanti le sue  condizioni di vita sarebbero sempre migliorate.
L’espandersi della civiltà ha causato, come si può immaginare, l’estinzione della specie. L’ultimo bisonte progressivo morì nel 1989 fracassandosi il cranio in un muro.

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Ciò che libertà non è

Chi tiene in mano l’informazione italiana continua senza pudore a scopiazzare fake news dal New York Times per tenerci disinformati su quel che accade in America. Dello stato dell’Italia non si sente parlare molto. Certo, è molto meglio per chi ci governa – no, non sto parlando del Governo – che noi ci indigniamo per i poveri siriani, iracheni, libici in fuga a causa del crollo dell’ISIS che non potranno venire ospitati negli States, piuttosto che per i miliardi buttati nelle tasche di certi amici. Occhio non vede, cuore non duole, questo è il detto popolare. Se non ti accorgi che ti stanno rubando il portafoglio e la libertà, se nessuno ti fa notare che ti stanno rincoglionendo di vaccate, poi è tardi. I soldi involati, la libertà finita nello stesso posto in cui l’ha preceduta la verità.
Perché senza verità puoi chiamare libertà ciò che libertà non è.

Bene, abbiamo internet. Lo sapete qual è il guaio di internet? Che una fetta enorme di contenuti passa attraverso le mani di pochi. Pensateci un attimo: siete davvero convinti che chi ha il potere possa permettere che le chiavi dell’informazione siano fuori dal suo controllo? Se è solo una questione di soldi, che diamine, quelli per qualcuno non sono un problema. Per il resto, esistono i giudici.
I sistemi operativi, quelli che fanno funzionare il vostro computer, sono in mano ad un paio di persone. Cercate un sito, una notizia su internet? Anche qui è dominio di un paio di persone. Avete un account sui social? Chi credete che li possegga? Esatto, un paio di persone. In parecchi casi, le stesse persone.
Probabilmente, se non sei un addetto ai lavori, non ti rendi conto di quanto sia fragile la libertà della rete. Se questi potenti decidessero che quanto scrivi non deve più vedersi, allora ciao ninetta. Possono fare in modo che quanti erano “abbonati” alla tua pagina smettano di ricevere gli aggiornamenti. Possono bloccare il tuo account. Cancellarlo. Se hai un sito indipendente possono toglierti la pubblicità, su cui magari contate per vivere, ed eliminarti dai ranking in modo che ogni ricerca su di te non torni risultati. Capisci che se sei un giornalista indipendente non ti resta molto.

Perché ne parlo? Perché sta accadendo. Quel potere di cui dicevo si è accorto che le stava sparando troppo grosse, e molta gente non ci credeva più. Le persone avevano cominciato a rivolgersi ad altri canali, non controllati. Così sta correndo ai ripari. C’è una guerra civile in corso, e si combatte nell’informazione. O meglio nella disinformazione, che oggi ha raggiunto livelli parossistici proprio nei media ufficiali.
Un tempo c’erano i troll. Pensate fossero tutti solo dei cretini isolati con manie di protagonismo? Anime belle. Quello era il tempo della guerriglia, quando ancora questo campo di battaglia non era così importante. Ormai non bastano più. Adesso si usa l’artiglieria pesante.

Primo, convincere che in rete girano un sacco di balle. Secondo, che occorre fare qualcosa! E quindi incaricare “qualcuno” di individuare ed eliminare chi propaga notizie false.
Solo che, per un potere per cui la verità è relativa, non è falso tutto ciò che è falso, ma tutto ciò che lui dice sia falso.
Che accade, se chi è incaricato di fermare le notizie false è lo stesso che le mette in giro? Quis custodiet custodes?

Sta accadendo, ho detto. Certi siti scomodi risultano marcati come inaffidabili, si dice che ospitano virus informatici, risultano irraggiungibili, li si chiude. Sui social c’è una stretta sulle opinioni. Sono contento di non averci voluto entrare, mi si risparmia di uscire.
Siamo ad un bivio. Il potere ha già dimostrato di essere così accecato dalla sua arroganza da non rendersi conto di quanto poco ormai venga creduto. Può scegliere l'”all-in”: schiacciare i dissidenti, sperando che ciò basti a farli tacere. Censurarli e bandirli. Quantomeno, a fare sì che per la maggioranza cessano di esistere. Oppure continuare con una guerra di logoramento, senza affondare il colpo.

Esistono già, o esisteranno a breve, algoritmi abbastanza complessi in grado di individuare contenuti non allineati. Esistono già programmi in grado di leggere quello che si vuole su qualsiasi computer. O scrivere, dovessero servire false accuse.
Ma non ne esistono in grado di capire tutti i doppi sensi, i riferimenti indiretti, le parafrasi, le allegorie. L’esperienza dei paesi in cui vige la dittatura ci insegna che il vero è difficile da schiacciare. Se si andrà avanti, ci saranno altri siti dove diavoli di nome parlano dell’inferno di fatto, con un occhio al Paradiso. Cari censori, auguri a bloccarli tutti.

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Progresso

Cominciarono con il dire che non si doveva evidenziare il bene per rispetto a coloro che non l’avevano

Andarono avanti sostenendo che non si doveva indicare il bene perché il male è male ma va accolto

Continuarono con il dire che non si doveva proporre il bene perché anche il male ha i suoi diritti

Proseguirono dicendo il bene si deve tacere perché il male ha gli stessi diritti

Terminarono proibendo di parlare del bene perché il male ormai era maggioranza.

Il male? Oh, lui si fa molti meno problemi.

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Non è Vangelo – XI – E io pago

Cari cultori della dannazione, anche oggi esamineremo uno degli episodi dei Vangeli al fine di trarne ispirazione per il nostro lavoro di portare anime all’Inferno. Come vi ho già detto altre volte, non stupitevi se usiamo proprio i testi più sacri del Nemico-che-sta-Lassù a questo scopo. E’ la prova che non esiste niente che noi non possiamo pervertire, nessuno che non siamo in grado di portare dalla nostra parte con l’opportuna tentazione. Alcuni si considerano santi e perciò al sicuro. Illusi! Noi siamo stati in grado di far cadere persino i discepoli di G, il figlio del falegname di cui tanto si parla. Lui era con loro, eppure hanno ceduto lo stesso. Quindi, amici dell’Inferno, non perdete la speranza: qualsiasi bersaglio è nelle vostre possibilità. Tentate.

Oggi esamineremo quella storiella raccontata da G nota come “parabola del figliol prodigo”. Non si tratta dell’ennesimo episodio inventato della vita di quel predicatore populista ma di un raccontino moralistico a lui attribuito. Anche qui, però, si tratta di rettificare la solita predicazione demagogica con una versione nuova, sincera quanto noi.
Molti di voi la storia l’avranno già sentita. Un ragazzo dinamico, in cerca di libertà, decide di allargare i suoi orizzonti e fare nuove esperienze. Ottenuto da suo padre quanto era suo diritto in fatto di contante va con questo gruzzoletto in tasca a risiedere all’estero, in un ambiente meno oppressivo e illiberale della dimora paterna. E’ un cervello in fuga, simile a tanti giovani d’oggi.
A causa della crisi, però, ha delle difficoltà finanziarie e deve ripiegare su lavori a tempo determinato. Preda dello sfruttamento capitalistico, a questo punto decide di tornare a casa per superare il momento difficile. Qui è accolto come un trionfatore dal suo genitore.
Suo fratello, però, giustamente si risente per la disparità di trattamento a cui è sottoposto e litiga violentemente con il resto della famiglia, invocando il suo diritto all’eguaglianza. Il babbo abbozza, rimarcando però la giustezza della scelta del figlio minore di spendere i soldi in turismo sessuale e altri divertimenti.

Normalmente la vicenda è lo spunto per predicozzi moralistici sulla necessità di accogliere chi sbaglia. E’ una interpretazione riduttiva. Intanto, chi lo dice che il cosiddetto “fratello prodigo” abbia sbagliato? Non certo il testo, dove la sua scelta di seguire il sentimento in un paese diverso è guardata con simpatia. Il giovane infatti finanzia manodopera locale, incrementa i consumi, scopre nuove usanze e si rende prossimo a gente straniera. La sua è quella generosità, spregiudicatezza, libertà dalle convenzioni sociali che tanto deve essere lodata nella gioventù. Si fa le sue esperienze, distante dai dogmatismi della società. Cosa rimproverargli, dunque? La carestia? Andiamo. Quel giovane è un modello da imitare per tutti i ragazzi di oggi. Viene da pensare che, nel mondo contemporaneo dove esistono telefoni e banche, sarebbe bastato chiamare il padre per ottenere altri fondi e continuare la sua permanenza all’estero senza dover per forza ritornare.

Così non è stato: e se un rimprovero al “figliol prodigo” va fatto è quello di essersi arreso troppo presto, di avere rinunciato al suo sogno on the road di fronte alla difficoltà. Se veramente cercava l’indipendenza avrebbe dovuto ostinarsi a negare il ritorno a casa. Infatti non c’è niente di più vergognoso di chiedere perdono. Un vero adulto deve dimostrarsi orgoglioso di quello che è, e non cedere mai. Contestare piuttosto, lagnandosi della cattiveria dei tempi. Avrebbe potuto pretendere un sussidio statale, invece che andare via con la coda tra le gambe. Occupare un alloggio, espropriare cibo decente, fingersi rifugiato. Insomma, arrangiarsi.

Ma cosa fatta capo ha. Se il figlio si è dimostrato molle, è così anche il padre, che invece di cacciarlo via come avrebbe dovuto fare lo riaccoglie in casa, dimostrando in questa maniera di non essere che un debole. Possiamo pensare che il padre in realtà approvasse le scelte del figlio. Forse pure lui stesso avrebbe molto volentieri mollato tutto per andare a godersi i soldi in quel paese straniero. E’ sicuramente un cattivo educatore: gli è mancato il coraggio. Sia quello di seguire il figlio intraprendente come forse sarebbe stato suo desiderio, sia quello di sbarrargli la porta come avrebbe meritato quando ha mollato. Non sarebbe stato meglio se si fosse accodato a lui nei suoi viaggi, per consigliarlo, per sostenerlo, per condividerne la ricerca del piacere? Non avendolo fatto, non avrebbe forse dovuto essere coerente e negargli ogni possibile facile perdono?
E’ ovvio vedere come questa ambiguità, questo tirarsi indietro non sia che un riflesso di quel Nemico-che-sta-Lassù che si permette di fare le pulci al comportamento di noi demoni e degli umani e nel contempo ci permette di fare il male.

Quanto più dignitosa è invece la figura del fratello maggiore: che, ricordiamo, è colui che eredita.
E’ lui che è nel giusto: disprezza con tutto il cuore quel fratello che gli ruba quanto sarà di sua proprietà, e che ritorna quando sperava di essersene liberato una volta per tutte. “Va a lavorare, barbone!” sembra dire con tutto il suo comportamento. E’ lui il motore dell’economia e certamente si può permettere il risentimento verso chi mangia pane e vitello grasso a tradimento. Non bisogna essere teneri con chi approfitta delle sue stesse disgrazie per suscitare pietà. No, pietà non bisogna averne.
Il suo disprezzo è anche per quel padre che finanzia gli amorazzi del figlio ma non concede neanche una briciola per le sue esigenze. Possiamo dargli torto? Non sarebbe stato molto meglio per tutti che quel figliol prodigo fosse restato perduto, invece di essere ritrovato?

Capite bene che tutta la storia della misericordia non sta in piedi. Che siate il fratello maggiore o il minore, il punto è: bisogna spassarsela, e all’inferno tutto il resto. Il che a noi sta bene.
E io pago, dice il padre.
Detto tra noi demoni: se lui paga, io incasso.

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Dimmi il tuo nome

Mi dispiace per voi che non siete andati a vedere “Your name.” al cinema. Davvero. Io invece ci sono stato: con tre ore di sonno, lasciando indietro un sacco di cose da fare, trangugiando la cena, correndo ed arrivando a film appena iniziato.
Perché un film del genere, stratosferico campione di incassi in Giappone e con recensioni stellari ovunque, sia limitato a soli tre giorni di proiezione facendo strapagare il biglietto non lo capisco. Per il mio spettacolo la sala era zeppa. Così, se ve lo siete perso mi dispiace per voi. E’ una festa per gli occhi e per il cuore.

Indubbiamente è una pellicola realizzato in stato di grazia. I disegni ovviamente sono la prima cosa che colpisce: un realismo che diventa poesia. L’inquadratura di una gru, di palazzi, di un bosco diventano bellezza. Il quotidiano banale si trasfigura in fascino, tanto da lasciare a bocca aperta. I cieli, la pioggia, la neve, un passero sulla cima di un palo: i piccoli particolari ci parlano di una cura a tratti quasi leziosa nella ricerca di meraviglia. Chi sta attento potrà notare che i dettagliatissimi sfondi non si limitano a scorrere come usuale in animazioni di altri autori, ma persino ruotano in prospettiva.

Ma a questo l’autore, Makoto Shinkai, ci aveva già abituati con i suoi precedenti lavori, specie gli ultimi cortometraggi. I suoi lungometraggi precedenti avevano un duplice difetto: un tributo troppo pesante a Miyazaki che generava trame spesso troppo confuse e intricate per essere davvero piacevoli. Finalmente qui sembra essersi liberato della scomoda eredità e percorre una via davvero sua. La trama è (letteralmente) un intreccio, ricca di sfumature ma tutto sommato semplice da afferrare. Il ripetuto scambiarsi dei corpi per un giorno tra un ragazzo e una ragazza viene narrato con leggerezza e divertimento. Nessuno scadimento nelle tematiche gender: i rispettivi protagonisti conservano, pur in corpi di sesso differente, la loro identità di cui rimangono sempre consci. Se i tratti di carattere del sesso opposto aiuteranno i due ragazzi in alcuni loro problemi, sarà però la loro vera identità alla fine la sola in grado di risolvere le difficili situazioni in cui la trama li pone. Il racconto ci dice che le nostre vite sono intrecciate alle altre, ed esiste un destino verso il quale andiamo; un desiderio a cui a volte non sappiamo dare un nome, ma che dà sapore alla vita e che possiamo raggiungere, se mettiamo in esso la nostra volontà. Non ricordo il tuo nome, ma so che senza di te la mia vita non è completa.

La regia riesce a tratteggiare i caratteri dei vari protagonisti rendendoceli simpatetici e trimensionali. Il finale, essendo un film di Shinkai, non è per niente scontato, come sa chi ha visto sue opere precedenti come Voice of a distant star o 5 cm al secondo. Quando al termine del film alcune inquadrature citano esplicitamente quest’ultimo ho avuto la netta sensazione che alcuni del pubblico fossero pronti a tirare i sedili sullo schermo – chi li ha visti entrambi sa a cosa mi riferisco, e non dirò altro.

Le musiche sono belle, il doppiaggio adeguato. Si ride, si piange, ci si emoziona. Il film è un capolavoro. Cercatelo. Mi ringrazierete.