San Randazio e i due prigionieri

San Randazio bussò al pesante portone. Una finestrella dalle spesse sbarre si aprì per un istante, e nell’ombra un paio d’occhi infossati guardarono il religioso. “Chi è?” udì pronunciare da una voce distante dietro il portone. “E’ quel frate”, sentì rispondere.
Attimi di silenzio, bassi borbottii, poi il portone cigolando si aprì di uno spiraglio. Randazio vi si infilò.
Un ufficiale barbuto lo squadrò. “Ha un bel coraggio a venire qui. Potrei anche decidere di tenerla dentro.”
Randazio lo guardò sorridendo. “Suvvia, capitano. Se i suoi superiori mi avessero voluto arrestare l’avrebbero certamente già fatto. Invece mi hanno dato questo lasciapassare”, disse, sventolando un foglio arrotolato e sigillato “Per poter far visita ai miei poveri fratelli in carcere.”
L’ufficiale si massaggiò la barba. “Glielo ripeto, avrebbe fatto meglio a scappare come gli altri. Ma voi preti siete matti del vostro. I veri preti, cioè.”
Accennò ad una porta sbarrata che conduceva nelle viscere della fortezza. “Ce ne sono tre dentro, ora come ora. La guardia la scorterà dal suo.”
Randazio lo guardò in volto. “Sarebbe possibile visitare anche gli altri due?”, chiese.
Il capitano lo guardò con aria perplessa. “E perché? Mica li conosce gli altri. Sono delinquenti.”
“Ragione di più. Chissà che si ravvedano”.
Il capitano sbuffò, a metà tra la noia e il riso. “Soldato, scorta questo frate nelle tre celle e stai di fuori di guardia alle porte. Frate, tra mezz’ora ti voglio fuori”.

Il corridoio era scuro e umido, appena sotto il piano del cortile. La prima cella era un buco di forse tre metri per parete, con un pertugio di finestrella in alto. Tanfava di muffa e orina.
“Hai visite”, disse la guardia al prigioniero incatenato al muro. Questi si voltò a guardare Randazio per un attimo, poi tornò a fissare con sguardo torvo la finestrella, come potesse svellere a forza d’occhiate le sbarre.
“La pace sia con te”, disse Randazio.
“Ma vaffanculo, monaco”, fu la risposta.
Randazio sospirò. “Sono in visita. Posso fare qualcosa per te?”
“Sì, sparisci. Anzi, meglio, frega la spada alla guardia e porgimela”.
“E cosa ne vuoi fare?”
“Spezzo le catene, poi sbudello te e tutte le guardie”.
“Programma interessante. Temo però di non poterlo fare.”
“Allora sei inutile, barba. Vattene prima che ti metta al collo queste catene e ti ci strozzi. Non sai chi sono io?”
“Non ho il piacere.”
“Sono il bandito Lentizzi. Vuoi parlare ancora con me?”
“Certo. Se non volessi parlare con chi ha peccato avrei fatto voto di silenzio perpetuo. Tutti facciamo il male, ma per Nostro Signore tutti possiamo essere perdonati per tutto. Basta esserne pentiti.”
“Io ho ammazzato”.
Randazio lo guardò per un lungo istante. Poi “Quante volte?” chiese.
Lentizzi scattò in piedi, in un tintinnar di catene. “Che te ne frega? Che me ne frega di quelli? Io faccio quello che voglio. Credi di poter fare il furbo perché io sono incatenato e tu no? Questa prigione non mi può tenere. Presto sarò di nuovo libero, e ti verrò a cercare, prete.”
Randazio si limitò a guardarlo. “Ci sono catene che si possono spezzare e sbarre che si possono piegare, ma ce ne sono altre che ci tengono prigionieri da cui non ci si può liberare così. Io ti offro la liberazione da questo tipo di prigione; e ti assicuro che è la peggiore. Se mi cercherai, mi farò trovare.”
Il prigioniero ringhiò. “Guardia, portamelo via di qua”.

“Non molto successo, eh, padre? Quello è una bestia.” gli sussurrò la guardia richiudendo la porta della cella.
“Siamo tutti bestie, prima di diventare uomini”, disse Randazio. “Chi è il secondo?”
“Un funzionario accusato di avere rubato”
“Capisco, mi faccia entrare”.

La seconda cella era del tutto simile alla prima, ma la persona incarcerata molto differente. Lentizzi era massiccio quanto questo era magro. Ambedue avevano in comune la sporcizia e l’odore.
“Che significa questa visita? Che volete?” domandò il prigioniero allarmato.
“La pace sia con te. Son venuto a trovarti”, disse Randazio.
“Perde tempo con me, frate. Vede, io sono innocente, non ho fatto niente. Se sono qui è solo colpa della sfortuna. Tra poco tutto sarà chiarito e io sarò liberato. Quindi non ho bisogno di un prete”.
Randazio si grattò la testa. “Non so dire dei crimini di cui lei è accusato, ma nessuno può dirsi davvero innocente. Se posso…”
“Ho già detto che non ho bisogno di niente. Lo so che vorrebbe approfittarsi di me, come fate sempre voi preti quando vedete qualcuno in difficoltà, ma questa situazione finirà presto. E’ temporanea.” Tacque, poi lo squadrò con sguardo improvvisamente calcolatore.
“Però, se è riuscito ad arrivare fin qui vuol dire che conosce gente importante. Se volesse adoperarsi per farmi liberare, io potrei essere molto generoso una volta fuori, mi sono spiegato?”
“Si è spiegato benissimo”, rispose Randazio, “Ma sfortunatamente non sono neanch’io molto ben visto, come del resto tutti quelli della mia Chiesa, in questo momento. Come forse sa, il Re è stato scomunicato e nella cella di fianco alla sua c’è il mio vescovo”.
Il carcerato si allarmò. “E viene a parlare con me, con il rischio di compromettermi? Non ha pensato alla mia sicurezza? Vada subito fuori!”
“Ma io…” provò Randazio.
“Fuori! Guardia! Guardia! Quest’uomo mi minaccia!”

“Neanche qui molta fortuna, eh?” Gli sussurrò la guardia mentre richiudeva anche la seconda cella. Randazio scosse la testa. “Io posso offrire, ma sta alla loro libertà accettare”.

La terza cella non era meno angusta delle altre, anzi. Il volto del prigioniero incatenato al muro quando vide Ranzazio si aprì in un sorriso.
“Randazio! Quale gioia! Vieni, entra nella mia umile cella. Accomodati. Purtroppo non ho da farti sedere.”
Il frate si inginocchiò. “Eccellenza, è bello anche per me. Come sta?”
“Bene, bene. Non mi posso lamentare. Il nostro sovrano ha pensato di premiare la mia fedeltà alla corona favorendo la mia umiltà e la mia penitenza. Mi ha offerto questa cella, e gliene sono grato. Finalmente posso pregare senza le preoccupazioni mondane e le distrazioni. E tu? Ti vedo bene.”
Randazio allargò le mani. “Ancora non mi hanno mandato a farle compagnia. Ci stanno pensando, ma non si decidono”.
Il vescovo rise. “Non so se è perché ti ritengono meno importante di me, o di più. Che pericolo per me, l’invidia!” abbassò ancora la voce “Ma se puoi, non provocarli. Basto io qui. Anzi, come tuo vescovo ti chiedo di lasciare pure tu il paese.”
Randazio scosse la testa. “Sa quanto io sia disubbidiente”. “Lo so, lo so…” il vescovo si chinò in avanti per quanto lo permettevano le catene. “Spero che tu abbia portato il pane e il vino…” “Ce li ho”. “Bene, bene. Allora se vorrai prima udire i miei peccati…”
Qualche minuto dopo, il carceriere bussò alla porta per richiamare Randazio. “Non posso trattenermi oltre”, disse il frate al vescovo. “Tornerò presto, anche se mi fa male vedervi prigioniero.”
Il vescovo rise. “Prigioniero? Io sono libero. Essere rinchiusi tra quattro mura non vuol dire essere prigionieri, solo impossibilitati ad andare altrove. C’è differenza.”

La guardia richiuse la porta della cella. “Tornerò tra qualche giorno a vederli”, gli disse Randazio.
Il carceriere scosse la testa. “Si risparmi il viaggio. Qui non troverà più nessuno. Li impiccano tutti domani all’alba”, gli sussurrò.
Randazio si bloccò, come fulminato, poi lentamente si avviò per risalire alla luce.
Mentre stavano per uscire, una serie di violenti colpi dalla prima cella richiamò la loro attenzione. “Guardia, guardia!” si sentì urlare.
“Che c’è, Lentizzi?”
“E’ ancora lì quel frate? Rimandamelo un attimo”.
La guardia fece per rispondere male, ma Randazio gli mise una mano sulla spalla. “Faccia questa grazia. Tanto, domani…”
Il carceriere esitò un attimo, poi riaprì la cella.

Il bandito guardò Randazio entrare. “Frate, prima hai detto che ti saresti fatto trovare”, Esitò. “Non so se mi dispiace davvero di tutto quello che ho fatto.” “Ma ti dispiace di non dispiacerti?” chiese piano Randazio. Lentizzi, lentamente, annuì.
Un quarto d’ora dopo, Randazio uscì dai cancelli del carcere. “Allora, ha parlato con i nostri tre prigionieri?” chiese il capitano.
Randazio alzò il capo e lo guardò con un sorriso dolce che fece indietreggiare stupito l’ufficiale. “Tre? Già ne avevate solo due; adesso solo uno ne rimane. Ma non è ancora l’alba.” E se ne andò nella sera che cominciava a tingersi di notte.

L’abisso del male

Tutto questo era compito.
Ma lo reggevi tu? Così sempre distratto d’attesa,
come se tutto t’annunciasse un’amata?
Rilke, Prima elegia

Mi stupiscono sempre le maniere in cui negano le evidenze, ci si contraddice pur di non dare ragione, si legge e si sente ciò che si pensa che venga scritto e detto invece di ciò che é. Che guazzabuglio e che paradosso è l’uomo. In fondo è esattamente questo il male: scegliere la propria misura invece di ciò che è reale. Scegliere il nulla, quando tutto in noi grida di esistere.

E da questo abisso scavato dalle proprie mani l’essere umano non si riesce a levare da solo. Quante volte ci abbiamo riprovato; quante volte ricadiamo. Perché il male non è niente altro che il negare ciò che siamo, cioè quello che davvero ci costituisce. Questo impeto verso l’assoluto, verso il bene, che sempre ci attira e ci muove e che in continuazione tradiamo.

Non ci riusciamo da soli perché il male è ciò che non ci fa essere uomini, e occorre essere pienamente uomini per fuggirlo.
Eppure è proprio quel male che ci fa desiderare di essere di più. Che non ci fa stare tranquilli. Nonostante tutti i nostri sforzi per negare la speranza, per svuotare di senso la vita. Perché ci dà dolore vedere le pareti dell’abisso in cui siamo; e quindi neghiamo che esista, come se non pensarci potesse risolvere qualcosa. Non facciamo che fuggire da noi stessi, e allontandoci tutto diventa estraneo.

E’ questo l’annuncio del cristianesimo: che non abbiamo bisogno di fuggire. Di inventarci sistemi perfetti per non avere bisogno di amare, o di essere amati (perché amare è una ferita). Esiste qualcuno che ci viene a prendere così come siamo, mortali come siamo, sciocchi come siamo, paurosi come siamo, feriti come siamo. Perché ci ama.
Questo è l’annuncio, non altro. Che l’attesa è finita.

L’ombra del male

Nos péchés sont têtus, nos repentirs sont lâches;
Nous nous faisons payer grassement nos aveux,
Et nous rentrons gaiement dans le chemin bourbeux,
Croyant par de vils pleurs laver toutes nos taches.

I nostri peccati testardi, i nostri pentimenti vigliacchi;
Le confessioni nostre profumatamente ci facciam pagare
E sul fangoso sentiero allegramente torniamo a camminare
Credendo che vili pianti lavino tutte le nostre macchie

Baudelaire, “Al lettore”

Chi pensa che credere in qualcosa lo giustifichi moralmente sbaglia altrettanto gravemente di coloro che pensano che non credere in niente abbia solo conseguenze positive. Prima di tutto, perché è impossibile credere a niente.

Anche se non credi ad un dio, crederai in una filosofia; in una etica; in qualche definizione di giusto o sbagliato, per quanto lasca possa essere. Perché o le nostre azioni sono completamente casuali – ma in tal caso non vivremmo un giorno – o devono avere un qualche tipo di senso. Dobbiamo fornire qualche tipo di giustificazione ad esse. Se no cesseremmo di essere umani.

La differenza sta appunto in cosa crediamo.

Se crediamo nella nostra forza, sarà la nostra forza a giustificarci; fino a che saremo mangiati da qualcuno di più grosso. Ugualmente l’intelligenza; la cultura; la razza; la politica; i soldi; il piacere. Sono tutte cose umane; non ci salvano da altri umani. Nessuna di loro può salvarci.
Se cosa sia il bene non è garantito da qualcosa di più alto di noi, il bene è solo ciò che uno immagina. Se non c’è un Dio, non esiste neanche il libero arbitrio; il santo e l’assassino non sono responsabili delle loro azioni, ed etica è una parola senza senso. Come tutta l’esistenza e ogni nostra azione.

Eppure, anche quando ridiamo facendo il male, sappiamo di fare il male. Sappiamo di non essere automi, di avere una scelta. Possiamo giustificarci quanto vogliamo, ma lo sappiamo.

Solo il credere in Qualcuno che non abbia neanche un’ombra di male, sia tutto Bene, quel bene che coincide con ciò che sappiamo del bene nel nostro profondo, può dissipare l’ombra che la nostra fede sia una giustificazione delle nostre voglie.

Ma cosa vuol dire “credere”? Vuol dire desiderare con tutto noi stessi di essere degni di ciò in cui crediamo. Non si può credere nel puro Bene e giustificare il proprio male, così come non si può amare qualcuno e tradirlo; da qualche parte si annida la menzogna.

E questo lo sai bene, mio lettore, mio simile, fratello mio.

La misura del male

(…) Non parlo più di male radicale, ora credo che il male non sia mai “radicale”, ma che sia solamente estremo e che non possieda né profondità né spessore demoniaco.

Hannah Arendt

Oh, la banalità del male. Non venite a contarmela. So di Hannah Arendt e di Eichmann. Embè? Perché la mediocrità di un burocrate nazista dovrebbe essere un paradigma per negare che il male esista davvero? Perché asserire che esso è relativo, come il bene, quando è evidente che non è così?
E’ chiaro: perché vi è scomodo chiamarlo peccato. La vostra filosofia appesa a nessun dio ha bisogno di negare l’evidenza per non vedersi sospesa nel vuoto, per illudersi di essere credibile. Se non c’è nessun cielo non c’è neanche nessun inferno ad attendere chi spara nella nuca ad un ragazzo solo perché può farlo.

Siete anche voi degli scialbi burocrati del male, forse, ma il male di per sé non è mai scialbo. Per voi può essere solo questione di opinioni, ma è esattamente lo stesso tipo di non-ragionamento che fa sgozzare ridendo una donna dopo averla violentata, che induce a fare a pezzi bambini non nati e sghignazzare pestando un vecchio. Che fa usare ed abusare di sé e degli altri, che fa tradire e mentire.
Perché si può fare. Perché è comodo farlo. Eccitante. Glorioso. E si deve pur poter giustificare il gusto che si prova, inventandosi acrobazie mentali per potere negare che il male sia male.
Per potere negare che i demoni esistano, e che ci accompagnino. Nel massacro, o nella parola cattiva lasciata cadere in un commento sperando di fare del male, poveretti vacui d’umano, o forse pieni solo di quello.

E come lo misuro, il male? Lo si può solamente fare pesando quanto bene manca.

Sgrammaticati

Pare che la Hull University – un’università dello Yorkshire con poco meno di un secolo di vita – abbia deciso di chiedere ai suoi tutori di non correggere gli errori di grammatica di alcuni soggetti perché un buon inglese sarebbe un tratto “nordeuropeo, bianco, maschio, elite”. Insomma qualcosa di maledetto da evitarsi a tutti i costi se si vuole essere inclusivi.

E’ un antico pallino di una certa sinistra di cui anche qui in Italia siamo stati e siamo succubi. Il sei – o diciotto – politico appartiene all’identica mentalità. Ancora subiamo i danni immensi che fece il sessantotto, che mise i suoi ignoranti al potere; oggi dominano i loro allievi.

Io fossi uno studente sud europeo (o non europeo), o non-bianco, o una donna, o banalmente di famiglia comune mi incazzerei come una biscia con questi fessi. Quei tizi stanno dicendo che non sono abbastanza in gamba per sapere bene l’inglese, sono un minus habens, un poveretto che non ce la può fare. Quindi occorre abbassare lo standard, in modo che io possa procurarmi un pezzo di carta che, come conseguenza di detto abbassamento, potrò solo utilizzare per scopi men che nobili.
Ovviamente chi può permetterselo, i veri privilegiati, andranno in posti prestigiosi che non si sognano simili sciocchezze, oppure dove i soldi possono comprare qualsiasi cosa a prescindere da impegno e doti.

Gli autentici razzisti misogini sono proprio gli egalitari da strapazzo che pensano simili cose; gente che non ama ciò che dovrebbe insegnare, e quindi nasconde la sua ignoranza con l’ideologia. Un tempo chi era povero ed emarginato sognava di poter imparare a leggere e scrivere per innalzarsi.
Quello che questa gente va dicendo è “non importa; stai bene così”.

Il dolce profumo dei giarilli

“There are two lines of old yew hedge, twelve feet high and impenetrable”
A.Conan Doyle, “The Hound of the Baskervilles”

Quando ero alle superiori, il nostro professore di inglese ci fece leggere in lingua originale un brano da “Il mastino dei Baskerville”, una delle avventure di Sherlock Holmes.
La scena avveniva in un viale contornato da alte siepi di “old yew”. Terminato di leggere il pezzo, chiese se ci fossero domande.
Uno dei miei compagni alzò la mano. “Professore, cos’è ‘yew'”?
“E’ la pianta di tasso”, rispose lui. “Tutto chiaro?” Annuimmo.
“Benissimo”, riprese il professore. “Chi di voi mi sa dire com’è fatta una pianta di tasso?”
Ci guardammo tra di noi. No, nessuno sapeva che aspetto avesse quell’accidente di albero.
“Vedete”, proseguì il professore, “Voi non sapete cos’è un cespuglio di tasso nella stessa maniera in cui non sapete cos’è una siepe di ‘old yew'”. Che io vi abbia detto la traduzione di quel nome non vi cambia assolutamente niente. Cosa sia, l’avete capito anche senza conoscerlo davvero”. Oh, era in gamba quel docente.

E’ una lezione che mi è rimasta in mente. Quante delle cose che sappiamo le abbiamo imparate leggendo una definizione, e quante invece deducendole dal contesto, incasellandole in frasi e suoni conosciuti?

Nel mio libro, “il tempo degli dei” c’è una frase che suona “ai balconi vi erano fioriere con giarilli blu e rossi“. Un lettore mi ha chiesto cosa siano questi giarilli, e io ho risposto “Fiori colorati che di solito adornano i balconi delle case. Hanno un profumo persistente e dolce che tiene lontani gli insetti“.
Era davvero necessaria la mia spiegazione? In realtà no: che fossero dei fiori si capiva anche senza sapere del loro profumo. No, non sono gerani: i giarilli hanno fiori più piccoli e precoci, e un odore più dolce. Potrei scrivere trattati su di loro, del tutto inventati; così potete fare voi, con l’occhio della fantasia. E’ giusto, è normale chiedere quando non si sa qualcosa. Ma ci fermiamo mai a capire se sappiamo, o pensiamo solo di sapere?
Avessi detto che i giarilli erano una varietà di lobelia, quanti di voi sanno senza controllare se quest’ultimo fiore esista davvero nel nostro universo oppure no?
L’unica cosa che ci interessa sapere di quelle piante è che decorano i balconi di rosso e di blu, e il mondo in cui esistono è più bello grazie alla loro presenza.

L’urlo della kijnna selvatica, com’è? Che tipo di animale sarà? Non lo sappiamo, ma il suo suono è molto acuto e stridente. Che cosa sono i Sogni che talvolta si possono vedere, specie in estate, al largo di Perides? Com’è fatto il Guardiano chiamato “Gorilla Cieco” che infesta le Montagne della Follia?
Sono tutte domande alle quali la nostra fantasia non ha bisogno di rispondere con una noiosa e pedante definizione. Non dimorano tra le cose che conosciamo, ma le possiamo vedere anche meglio così. In fondo non c’è donna più bella della sconosciuta che non riusciamo a scorgere in volto.

Le spiegazioni non servono, sono superflue, come sapere in che modo sia fatto il tasso per i lettori di Sherlock Holmes. I nomi sono come finestre aperte su quanto non conosciamo e non potremo conoscere. Quanti di voi hanno davvero osservato, fino a coglierne ogni aspetto, una pianta di gerani?
E una di giarilli?

Cambio di prospettiva

La settimana scorsa, Venerdì Santo. La giornata era iniziata male, come talvolta capita. Ero tutto incavolato per banalissime questioni familiari; mi sentivo trascurato, quasi fossi l’ultima ruota del carro. Borbottavo e rimuginavo sull’ingiustizia della vita, come davanti ad un torto imperdonabile.

Poi ho seguito le meditazioni del Venerdì Santo. In mezzo c’era la preghiera di padre DeGrandmaison:

Santa Maria, madre di Dio,
conservami un cuore di fanciullo,
puro e limpido come acqua di sorgente.
Ottienimi un cuore semplice,
che non si ripieghi ad assaporare le proprie tristezze;
un cuore magnanimo nel donarsi,
facile alla compassione; un cuore fedele e generoso,
che non dimentichi alcun bene
e non serbi rancore di alcun male.
Formami un cuore dolce e umile
che ami senza esigere di essere riamato,
contento di scomparire in altri cuori,
sacrificandosi davanti al tuo Divin Figlio;
un cuore grande e indomabile,
così che nessuna ingratitudine lo possa chiudere
e nessuna indifferenza lo possa stancare;
un cuore tormentato dalla gloria di Cristo,
ferito dal suo amore,
con una piaga
che non si rimargini se non in cielo.

E improvvisamente ho capito di non avere capito niente, e la giornata mi è stata ribaltata. “Ami senza esigere di essere riamato…”
Che le nostre giornate siano sempre ribaltate da qualcosa di più grande della nostra misera misura.

Possiamo noi mendicanti capire?

Se siete stati attenti al post di ieri, avrete potuto apprezzare la citazione iniziale e il video finale. Appartengono alla stessa band, i Dirt Poor Robins; che poi sarebbero un duo, marito e moglie. Mi sono stati fatti conoscere da un amico, e devo dire che per quel poco che li ho potuti ascoltare quell’amico lo devo proprio ringraziare. Belle musiche, belle voci, e splendidi testi.

Al fondo vi inserisco il video completo del loro “concept album” Deadhorse.
In esso potrete trovare piccoli capolavori come Kings and Queens, Saints, Scarecrows, ma soprattutto le mie tre preferite.

Gustate degli estratti dai loro testi; è poesia

After all this is who we are
Made of dirt and fed by stars
In a blink of an eye we’ll be undermined
when they bury our grains in the sands of time

Dopo tutto è chi noi siamo
Fatti di terra e nutriti di stelle
In un battito di ciglia saremo scalzati
quando seppelliscono i nostri granelli nelle sabbie del tempo

Dirt Poor Robins – All There Is

Ecco But never a key, (ispirata da quel magnifico struggente libro che è Fiori per Algernon)

Lo
That’s the way that it goes
I’m sorry you’ll never be free
If all that you see is the danger the cage will relieve
Oh no
That’s the path that you chose
A true hedonist indeed
So don’t lift a finger, your warden provides all you’ll need
But never a key


Guarda
Questo è il modo in cui va
Mi spiace non sarai mai libero
Se tutto ciò che vedi è il pericolo che la gabbia risparmierà.
Oh no
Questo è la strada che hai scelto
Proprio un vero edonista
Così non alzare un dito, il tuo guardiano ti dà tutto ciò di cui avrai bisogno
Ma mai una chiave


Dirt Poor Robins – But never a key

E infine

For us there was no land
No land beyond the edges of our outstretched hands
Can we beggars understand
More than our appetite demands?

Per noi non c’era terra
Nessuna terra oltre l’orlo delle nostre mani tese
Possiamo noi mendicanti capire
Più di quello che i nostri appetiti domandano?


Dirt Poor Robin – No land beyond

Non è facile trovare immagini tanto potenti nelle abituali canzonette. Ma cosa domandano i nostri appetiti?

Il complotto

How crooked my hands, How twisted my thoughts.
How can I take the stand? I’m a fraud who’ll be caught

Quanto storte le mie mani, quanto contorti i miei pensieri.

Come posso testimoniare? Sono un inganno che verrà scoperto.

Dirt Poor Robins, “Woe to me”


C’è un disegno profondo dietro ogni cosa.
Da un pezzo abbiamo chiaro che esiste un complotto globale, più vasto di quello che ritenevamo possibile. Solo un cieco non lo vedrebbe. I drammatici avvenimenti di questi giorni lo certificano oltre ogni dubbio.

Già da tempo sapevamo che i vari governi hanno la loro agenda segreta e collaborano tra loro. Che i loro agenti ci stessero alle calcagna era evidente, ma forse siamo stati troppo ingenui; non pensavamo che ci avrebbero infiltrati, e che saremmo stati traditi. Davvero eravamo convinti che il popolo ci avrebbe seguito e avrebbe rovesciato il potere corrotto? Che avremmo fatto la rivoluzione? L’abbiamo visto, cosa è successo. Il popolo, in cui confidavamo, è rincretinito da quello che gli fanno credere, da tutte le menzogne che gli raccontano. Ci si è rivoltato contro, e la repressione è stata dura e immediata. L’esercito, i giudici… tutti contro di noi, tutti al servizio del potere. I potenti si sono scambiati cortesie sorridendo e scherzando mentre ci facevano fuori.

C’era Lui, il nostro leader. Un grande. Lo seguivamo da un pezzo, in tanti. Lui ci avrebbe salvato, avrebbe preso il comando, e finalmente avrebbe ristabilito quel dominio che da troppo tempo abbiamo delegato agli stranieri e a dittatori sanguinari. Avremmo comandato, e loro l’avrebbero pagata cara.

Invece l’hanno preso, l’hanno processato – un giudizio veloce e illegale – e l’hanno condannato a morte. L’hanno ammazzato. E con lui le nostre speranze.

Credevamo di avere capito tutto, noi. Eravamo certi che la conoscenza ci avrebbe salvato. Avrebbe fatto la differenza. Noi eravamo quelli che hanno visto. Noi siamo quelli che c’erano.

E ci dicevamo…
Abbiamo contro il loro odio, ma non ci facciamo spaventare. Noi sappiamo.
Abbiamo contro la loro forza, ma come può la loro forza vincere contro la nostra verità?
Abbiamo contro tutti. Loro. Gli altri. Ma non c’è problema. Possiamo farcela. Dicevamo.
Ma non ce l’abbiamo fatta contro il nemico peggiore che abbiamo contro. Noi stessi.

Sapevamo tutto ma non ci è bastato. Quando è arrivata la polizia, quando sono arrivate le guardie, siamo scappati. Siamo stati ben lontani dalle aule dove veniva giudicato. Quando è stato condannato non c’eravamo. E a vederlo morire… non eravamo lì. Eravamo nascosti.
Avevamo messo la nostra speranza su qualcuno di sbagliato. Avevamo messo la nostra speranza su di noi. Abbiamo fallito, siamo caduti. Pensavamo di essere sentinelle, eravamo spaventapasseri, falsi uomini, vestiti vuoti appesi ad un palo.

Così siamo venuti via. Ci siamo detti: non crederemo più a niente. Non alle scuse di chi è fuggito, non alle allucinazioni di donne isteriche. Se quello che sappiamo e quello che abbiamo veduto non è bastato, cosa potrà essere sufficiente?

Il tipo che abbiamo incontrato camminando avrebbe potuto essere uno di noi, ma non lo conoscevamo. Anche se una domanda ci aleggiava nella testa, questo dove l’abbiamo già visto?
Ci ha parlato. Ci ha tenuto compagnia lungo la strada – due orette di cammino attraverso la campagna in pieno rigoglio, con svelte nuvole nel cielo che già si arrossava. E più parlava e più quello che diceva aveva un senso. Era un complotto, sì, ma infinitamente più profondo di quanto avessimo mai potuto pensare. Quello che ci stava dicendo quell’uomo è che era all’opera un disegno molto più antico, con un fine del tutto diverso da quello che potevamo avere intuito. Ci ha mostrato che persino il male, tutto il male che avevamo veduto, il male che avevamo addosso era in qualche maniera accolto. Che anche noi, con il nostro non essere abbastanza, eravamo in qualche maniera accolti.

E quando si è fermato a mangiare con noi, nella nostra casetta di Emmaus, abbiamo capito chi era. Ma Lui se ne era già andato.
No, non è corretto, Non se ne è andato. Non potrà andarsene mai più. Perché ci ha fatto capire che il punto non era la nostra sapienza, o il nostro coraggio, o il nostro essere retti o morali, ma la sua presenza, senza la quale eravamo niente, niente. Senza la quale siamo niente.

Oh, sì. C’è un disegno profondo dietro ogni cosa.

Strane emozioni

Venerdì pomeriggio sono arrivati i pacchi con i miei libri per lo “smercio personale”. E’ stata una strana emozione.

Ho la quasi certezza che questo romanzo, per quanto possa piacere o vendersi, non mi darà né la notorietà né la ricchezza. Non mi importa molto né dell’una né dell’altra. Siamo di passaggio sulla Terra, e non sono cinque minuti di celebrità a fare la differenza. Quanto ai soldi, non è che mi facciano schifo, ma ho già tutto quello di cui ho bisogno.

In ogni caso non penso proprio che ci sia pericolo al riguardo. Non sarà certo un libro stampato da un piccolo editore, che non raggiungerà mai la grande distribuzione nei supermercati né verrà recensito in televisione, a poter scalare la classifica dei best-seller, fosse pure da premio Hugo (voi che lo leggete, però, magari parlatene agli amici – fine della autopromozione smodata).

Questa emozione di cui vi narravo è su un altro livello. Credo che sia ciò che prende quando vedi concretizzarsi un lungo lavoro, un assiduo impegno. Prendi coscienza come questo frutto sia e non sia tuo. In un certo senso è come un figlio: ti accorgi in fretta che è altro da te, che magari sarai stato tu a dare il via a quelle gambette, a quella testolina, ma esse ora sgambettano e pensano autonomamente. Così anche ciò che hai scritto tu stesso è come assumesse vita propria, sganciata da te. Va per la sua strada, è in un certo senso la conclusione di un’avventura.

La mia avventura; come un figlio farà cose che il padre non può immaginare, così forse il mio libro colpirà e cambierà lettori che io non conosco, rivelerà segreti e infiammerà cuori – chissà. Uno spera e vorrebbe per il suo bambino sempre il meglio.
Miei quattro lettori, prendete a cuore il mio piccolino.

Uomini senza misericordia

Popule meus, quid feci tibi? aut in quo contristavi te? responde mihi.
Michea 6,3 – Liturgia del Venerdì Santo

“Popolo mio, che ti ho fatto? O in che cosa ti ho stancato? Rispondimi.”
E’ Dio che parla. Un Dio un po’ stufo di noi. Delle nostre scuse. Dei nostri tradimenti. Del nostro volere seguire la strada che ci immaginiamo migliore, invece di quella che Lui traccia per noi.
Tante volte pensiamo “Non è colpa mia se non credo. Che ha fatto Dio per me? Se vedessi, se si facesse vedere, allora…”
No, non è così.

Gesù ha girato la Palestina per tre anni. Ha compiuto miracoli immensi. Era Cristo, non credo proprio dicesse cose banali, in modo trito o poco convincente. Quanti erano sotto la sua croce, alla fine?
Quanti, da Cafarnao? Quanti, da Nazareth, da Korazim? Quanti da Gerusalemme?

Certo, direte, ma era pericoloso. Il potere voleva cancellarlo, “Eradamus eum de terra viventium“, raschiamolo dalla terra dei viventi; aveva contro “Viri absque misericordia“, uomini senza misericordia. Quando si innalzano la croci meglio evitare di finirci sopra, meglio scappare.

Ma non è il potere. Il potere non può piegarci se noi non vogliamo farci piegare. Siamo noi, siamo noi a decidere. La nostra libertà.

Il Venerdì Santo è il trionfo della cattiveria umana. E’ la fine di ogni speranza. E’ un susseguirsi di tradimenti. Chi tradisce il proprio Maestro, chi il proprio ufficio, chi se stesso. La morte sembra farla da padrona.

Ma è un’illusione. La Pasqua svelerà quell’illusione. C’è un perdono che è più forte della morte. Di tutti i nostri tradimenti. Di tutte le nostre incredulità. Del nostro essere uomini senza misericordia. Perché quella misericordia che non abbiamo ci è stata offerta, liberamente, da una croce.
Tutto sta ad accettarla.

La strada per il luogo dei desideri

Spero che abbiate letto la graphic novel che vi ho consigliato ieri. Anche se così non fosse, partiamo da una sua pagina: questa.

Le vignette dicono: “Noi reali cristiani abbiamo sempre saputo che la vecchia Bibbia aveva problemi bisognosi di aggiornamento”
“Come dire che Gesù e la sola via a Dio! Com’è non inclusivo! Come se altra spiritualità non fosse valida!”
“Così, per esempio, abbiamo cambiato Gesù che diceva ‘Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me’ in ‘Io sono UNA via, la MIA verità e uno STILE di vita. Alcuni vengono al Padre/Madre/Universo per mezzo di me, ma tutte le altre strade portano anche loro lì’. Meglio, sì?”

Non c’è molto da ridere. E’ esattamente quello che vogliono farci credere. Però, per farlo, devono cambiare ciò che è reale.
Devono prendere ciò che ha detto realmente Cristo, e buttarlo via, sostituendolo con qualcosa di diverso.
Devono prendere letteralmente la realtà e sostituirla con qualcosa di diverso.
Perché la realtà non segue quello che penso io. La realtà non è inclusiva. La realtà ti pone davanti a delle scelte. La realtà è dannatamente esclusiva. A ben guardare, anche quelli che fanno gli inclusivi lo sono; escludono il reale, e chi non la pensa come loro.

Quelle parole Gesù le ha pronunciate durante l’Ultima Cena, che si ricorda oggi, Giovedì Santo. Ha appena lavato i piedi ai discepoli, per fare loro capire che non è una questione di potere. Mangerà con loro, istituirà l’Eucarestia per portare la Sua memoria e la Sua presenza nei secoli. E poi andrà a morire.
O è stata finzione di pazzo, o quello che ha detto occorre prenderlo davvero sul serio. Senza cercare di adattarlo alle nostre paranoie di viziati pieni di ideologia.

Tutti, penso, vorremmo arrivare nel luogo dove ogni vero desiderio è realizzato. Dove è ciò che ci fa, che ci costituisce, che ci abbraccia e ci ama: quello che Cristo chiama Padre.
La via che Gesù propone è se stesso. E’ un sentiero in mezzo al nulla, una sottile strada vertiginosamente sospesa sopra un abisso nebbioso. Le altre vie portano al fondo di quell’abisso, perché sono fatte da fantasie umane. Anche le migliori si interrompono ben prima di arrivare.
La via di Gesù ha la forma di una croce, che vorremmo evitare, o dimenticare. O cambiare.
Possiamo farlo. Ma non stupiamoci se poi quel desiderio ci porta in un altro posto, dove non c’è Cristo. E, come ho già detto, il luogo dove non c’è Cristo si chiama Inferno.

Gente amabile

Il post di oggi sono dei conigli di lettura.
E anche un consiglio di lettura. Pensavate ad un errore di battitura?
No, sui tratta di un breve racconto a fumetti in cui mi sono imbattuto oggi. Vale assolutamente la pena leggerlo; ahimè, è in inglese. Mi dispiace.

Il racconto si intitola “Lovely people”, “Gente amabile”. Sì, i personaggi sono carinissimi conigli. E sì, è decisamente serio.
Leggetelo adesso, poi tornate qui.
Per quelli che non l’han fatto, riassumo la trama.
***
Tre amiche si trovano al tavolo di un locale. Il Concilio Mondiale ha appena svelato cosa si deve fare per far salire il punteggio sul Sistema di Credito Sociale. Il Sistema di Credito Sociale è bellissssimo! Serve per migliorare se stessi e il mondo! Ti dà punti se lodi sul social, ma di cuore, il Concilio Mondiale. Ti dà dei punti se fai del bene. Ti dà dei punti se compri i prodotti giusti da Alizongle, e li promuovi con i tuoi amici. E con i punti puoi ottenere sconti, viaggiare, entrare nei posti Vip! Una delle tre amiche è rampante sul Sistema, praticamente una influencer, e insegna alle altre cosa si deve o non deve fare.
Ma attenzione; se fai le azioni sbagliate perdi punti. Se critichi il governo. Se fai commenti negativi sul Sistema. Se frequenti persone dal punteggio basso. Non permettere che i tuoi amici e conoscenti calino di punteggio! Potrebbero non poter più comprare determinati oggetti, persino il cibo; viaggiare sui mezzi pubblici, circolare di notte… convincili ad adeguarsi. Se i punti si dovessero azzerare, dovrebbero essere riabilitati in apposite strutture.

Man mano che la storia progredisce, le richieste del Sistema di Credito Sociale diventano sempre più stringenti. Perdi punti se leggi i libri sbagliati. Ad esempio la Bibbia, a meno che tu non l’abbia upgradata alla versione 2.0, che sostiene che l’importante è essere a posto con se stessi. Il tuo punteggio cala rapidamente se non smetti del tutto di frequentare le persone pericolose, fossero pure parenti. Ci si trova davanti ad una scelta: che accade se qualcuno che ami decide che non vuole più stare al gioco,e decide di uscirne? Lo seguirai, verso un posto dove si dice si possa ancora vivere senza il Sistema, o preferirai stare con i tuoi “amici” VIP, a sorseggiare aperitivi nella terrazza superlusso?
Se fosse tua figlia? Se fosse tuo marito? Se fossero le tue migliori amiche? Le abbandonerai?


***
Questo il racconto a fumetti. Non stateci troppo a pensare; che qualcosa del genere stia già accadendo in Cina non deve allarmarvi. E neanche che già ora, nella nostra società occidentale, si censurino, licenzino, cancellino le persone che esprimono opinioni differenti da quello che il Governo – uno o l’altro è lo stesso – dice che devi credere. Se la pensi differentemente su argomenti secondari quali politica, religione, salute, sesso, educazione, bene, non lamentarti se d’un colpo ti troverai fuori da tutto. Ancora non c’è l’app, o il certificato, ma probabilmente non manca molto.

Quando ci sarà, sarà molto più facile capire che pensare.

Il problema dei desideri

Parlavo l’altro giorno di desideri realizzati. Il desiderio è quello che ci fa muovere, ci spinge, ci cambia.
Il problema dei desideri è che spesso sono astratti, come i nostri pensieri. Sovente sono solidi al centro ma sfumati ai bordi. come il soffione; non contemplano le conseguenze, si arrestano all’immediato.

Poniamo che il nostro desiderio sia possedere una locomotiva, e per qualche magia un genio della lampada ce la faccia trovare sotto casa. Adesso siamo proprietari di decine di tonnellate di locomotore, senza binari, senza combustibile, parcheggiato in zona blu.
C’era un proverbio che diceva “Hai voluto la bicicletta? E adesso pedala”. Un detto saggio. Com’è noto, i desideri che vengono esauditi dai geni o dalle zampe di scimmia non conducono a nulla di buono.

Ciò che va storto è tutto contenuto nella distanza tra il cuore del nostro desiderio e la realtà. Tra quel centro solido e il vero. Noi uomini di piccolo spirito, dalla ragione rattrappita, raramente inseriamo la verità nei nostri sogni. Pensiamo in astratto, e la vita ci frega.
Per noi cristiani la verità coincide con Cristo. Anche questa parola, “Cristo”, può essere un’astrazione. Spesso lo è. Se fossimo consapevoli, minimamente consapevoli, sapremmo che con essa si indica ciò che lega cielo e terra. Ciò che si dovrebbe amare. La somma di ogni speranza, bellezza, carità, perdono. Se riuscissimo a solidificare il nostro desiderio attorno a quella parola non ci si potrebbe sbagliare; non ci sarebbe più astrazione.

Invece siamo qui che ci ostiniamo a fare i nostri progetti senza Cristo, perché ci pensiamo più furbi, e davvero non abbiamo capito, abbiamo già dimenticato chi Lui sia. Quindi le cose vanno storte. Perché il luogo dove Cristo non c’è si chiama Inferno, e tale diventano i nostri desideri.
Un desiderio può anche essere scendere dalla croce; non salirvi nemmeno. Ma quando è contrario al vero anche il desiderio migliore si tramuta in menzogna.
Occorre domare il nostro cuore, addestrarlo a cercare il vero in ciò che desideriamo; distillare ciò che davvero c’è in quel centro a cui tutto il nostro io aspira.

La formica di un Altro formicaio

Molti di noi hanno o hanno avuto degli animali domestici. Talvolta questi ci sorprendono: “Oh, com’è intelligente”, di fronte al felino che apre le porte, al cane che riporta l’oggetto voluto.

Qualcuno potrebbe dire “sono quasi umani”. Oppure che anche noi non siamo che animali.
Non è proprio così.
Provate a spiegare al vostro gatto che andare dal veterinario è per il suo bene. Convincete il vostro cane che fare il bagno non è letale. Discorrete con loro della bellezza della Divina Commedia, della filosofia ottocentesca o delle leggi dell’elettromagnetismo.

Tra noi e loro c’è un abisso. Di intelligenza, e anche di qualcosa di più dell’intelligenza. C’è una incomunicabilità di base perché siamo fatti in modo differente. E’ per questo che siamo sorpresi e deliziati quando, in apparenza, condividono qualche processo mentale con noi; quando sembrano capirci.

Vogliamo spingerci un poco più in là? Proviamo a comunicare con un formicaio. Cerchiamo di insegnare qualcosa, qualunque cosa, ad una formica. Possiamo stare là tutta la vita, non ci riusciremo. Perché siamo totalmente differenti: differente la nostra fisiologia, la nostra organizzazione mentale, la nostra società, i nostri sensi. Non abbiamo niente in comune. La sola comunicazione che possiamo avere con la nostra formica è darle un colpo per farle cambiare strada; e difficilmente ci ascolterà.

Ora, facciamo un’ipotesi. Che esista un essere che sta a noi come noi stiamo ai cani o ai gatti. Alle formiche. Alle amebe. Probabilmente non riusciamo ad immaginarlo; certamente non riusciamo ad immaginarlo, così come anche il più intelligente dei nostri amici felini non ha idea del significato di gran parte di quello che facciamo. Per una formica siamo del tutto incomprensibili.

Come potrebbe fare questo Essere a comunicare con noi? Se fosse ben disposto nei nostri confronti, e volesse insegnarci a vivere meglio, noi povere creature così limitate rispetto a Lui? Come faremmo a capirlo?

Ci sarebbe una via. Noi non possiamo farci cane, gatto, topo, formica. Forse Lui potrebbe; comprimere la sua grandezza, almeno temporaneamente, in un involucro che potesse condividere con noi uomini una maniera di vedere il mondo, un linguaggio, così da rendersi comprensibile.
Certo, impresa non esente da rischi. Un cane che agisse da uomo durerebbe poco in mezzo ad un branco di suoi simili; e sappiamo che fine fanno le formiche di un altro formicaio. Cosa succederebbe a questo uomo che cercasse di farci capire un livello dell’esistenza che potremmo definire divino, quando tante volte non ci comprendiamo neanche tra noi uomini?

Sogni di carta

Noi tutti viviamo di desideri e ci nutriamo di sogni. Quello che sognavamo da bambini, e poi da ragazzi, spesso l’abbiamo dimenticato nell’età adulta. Si sa, crescendo ti rendi conto che tanto di ciò che bramavi non è poi così importante. O facilmente raggiungibile. Quando non impossibile.

Eppure, sotto sotto, il fuoco continua a bruciare. L’anima può ardere a lungo, nascosta, senza fumo.

Uno dei miei sogni da ragazzo era pubblicare un libro. Oh, di parole ne ho scritte tante, bastanti per una dozzina di volumi e anche più. Ma il primo, beh, doveva essere un romanzo; e doveva essere fantascienza. Quante assurdità si hanno in testa da giovani.

Eppure, oggi mi hanno avvisato: “il tuo libro è arrivato”.

Ce ne ho messo per scriverlo. L’ho riletto e rifinito non so quante volte, e poi editato e rieditato e corretto e ricorretto. Non è un libro noioso, non indulge in moralismi, c’è parecchia azione e non pochi colpi di scena. E’ avventura. E’ ciò che mi piace leggere.

Ci ho posto dentro personaggi che spero non si dimentichino facilmente. Per una volta, non ho poche righe per tratteggiarli come nei miei racconti brevi, ma pagine per farli diventare vivi nei vostri occhi. La storia è a metà tra fantascienza e fantasy; anche se non vi piacciono i generi, datele una possibilità. Non ve ne pentirete.

“Il tempo degli dei”. Lo potete acquistare dal sito dell’editore, oppure ordinarlo in libreria. Vi fornisco anche il link Ibs.

Era il mio sogno, mi auguro diventi il vostro.

Capire tu non puoi

Un amico mi manda un link a un articolo e commenta: “Il mondo assomiglia sempre di più ad uno dei tuoi racconti…”.
Il che mi ha costretto a ripensare alle storie che scrivo. In effetti, una discreta percentuale sono distopie abbastanza nere, esercizi letterari alla “cosa accadrebbe se…”, ottenuti spingendo certe idee fino alle estreme, e logiche, conseguenze.

Dicono che se ti fanno il necrologio ti allungano la vita, io costruisco quei racconti sperando che possano contribuire a non fare mai realizzare quel futuro.
Devo dire che neanch’io certe follie attuali avrei potuto immaginarle. Tendo a dare ai miei personaggi un minimo di raziocinio, la stupidità di certe posizioni è così assurda che nessun racconto avrebbe potuto descriverla senza sembrare incredibile. Che persone razionali possano credere, o far finta di credere, alle idiozie autolesionistiche e demenziali che oggi vanno per la maggiore è più difficile da digerire dell’esistenza di unicorni volanti viola che sparano laser dagli occhi.

Nell’articolo citato all’inizio si paventa l’avvento di lettori di espressioni per comprendere i veri sentimenti delle persone, in modo da intervenire in caso di allontanamento da una supposta normalità. Nel caso non fossimo sempre entusiasti di ciò che ci viene proposto, tanto per dire.
Tu chiamale se vuoi, emozioni… ma capirle non puoi. Battisti aveva ragione. Cosa ne sai, se nella mente tua non c’è.

Sembra follia completa. Chi vorrebbe introdurre una tecnologia che potrebbe essere usata anche contro se stessi? Beh, degli idioti. Ne sono piene le cronache e la storia. Predatori che non pensano di divenire mai prede.

Meno male che la caratteristica degli esseri viventi è adattarsi ai predatori. E nell’uomo questa caratteristica è al top; non per niente abbiamo conquistato la Terra. Di fronte all’oppressione, alla stupidità, all’arroganza di un potere pieno di sé svilupperemo nuove strategie. Oh, sì, magari dovremo tenere la testa bassa, fare finta di adattarci. Aspettare che la follia si autodistrugga, come sempre accade.
Magari dovremo, per la nostra sopravvivenza di fronte ai lettori di emozioni, sviluppare al massimo la nostra faccia da poker

Giudizio di cancellazione

Arquattro era in piedi nell’aula. Era il primo imputato del giorno, aveva detto il Procuratore. Non avrebbe saputo dire se si trovasse davvero in un’aula fisica, se il giudice fosse reale, se avvocati e accusatori fossero presenti, se ci fosse sul serio un pubblico. Era molto difficile, pressoché impossibile capirlo. Quando la tua intera memoria e le percezioni sono virtuali, impulsi schiaffati nel cervello da protesi sensoriali gestite centralmente, non c’è modo di comprenderlo.

Avere i tuoi ricordi non più costretti e confinati dai neuroni del tuo cervello ma in banche di memoria capaci di ospitarne una quantità pressoché infinita aveva i suoi vantaggi. Vivere in un ambiente del tutto virtuale che ti rende in grado di essere presente in qualunque parte del mondo, dialogare con chiunque, all’istante, condividere ogni esperienza, era magnifico. Purché coloro che governavano le reti, le banche di memoria non trovassero da ridire sul loro contenuto.

Poteva ragionevolmente supporre che il suo corpo fosse effettivamente in piedi da qualche parte, e che le guardie che avevano picchiato il suo corpo fisico qualche minuto prima fossero anch’esse presenti in carne e ossa assieme a lui. Ma guardandosi non trovava traccia di quel brutale pestaggio; le cose che lui e chiunque altro percepivano con i sensi venivano accuratamente filtrate e manipolate da programmi in tempo reale prima di essere mandate agli apparati sensoriali degli osservatori. Una persona fisicamente presente avrebbe potuto di tanto in tanto cogliere una scoloritura, un graffio, uno strappo nell’apparenza sfuggito alle intelligenze artificiali sovrapposto a ciò che le estensioni oculari dicevano. Tutti gli altri, collegati dalla rete ma con il corpo effettivamente in altre parti del mondo, non potevano accorgersi di niente. Come distingui il falso dal vero, quando il falso sembra più vero del vero?
Arquattro però si sentiva nelle ossa il dolore, e il sapore di sangue e denti spezzati nella bocca. Aveva anche la memoria delle botte; per qualche motivo, avevano voluto lasciargliela.

Il Procuratore aveva finito di leggere le accuse.
L’immagine del Giudice perse la sua immobilità. Si sporse verso Arquattro.
“Non ho mai udito in vita mia idee più odiose e pericolose”, disse il Giudice.
Arquattro provò a replicare, ma era ovvio che nessuno lo sentiva. Sapeva quello che gli altri stavano vedendo: lui, in piedi, zitto, a capo chino.
Non ci poteva esser disordine, in aula.
“E’ ovvio che un simile oltraggio non possa essere tollerato da una società libera e aperta come la nostra. Imputato Arquattro, ti condanno al massimo della pena, con effetto immediato.”
Arquattrò urlò, mentre nel silenzio il Giudice continuava il suo discorso con un sorriso ispirato sulle labbra.
“Imputato, sia riconoscente per il Progresso. In altri tempi sarebbe stato bruciato, impiccato o fucilato. Oggi, grazie alla Scienza e al Governo, il suo corpo fisico continuerà ad esistere, solo il suo pensiero illegale e mostruoso sarà cancellato. La massima pena prevista nel codice per i reati di pensiero è infatti la rimozione completa sua e della sua memoria.”
Si abbandonò sulla poltrona con aria sognante. “Ogni riferimento a lei sarà estirpato dalla Rete e dalle memorie dello Stato e di coloro che ora la conoscono. Lei non sarà mai nato; i suoi genitori non ricorderanno di averla mai allevata e generata; nessuno amico dell’infanzia saprà di averla conosciuta. Ogni atto da lei fatto risulterà rimosso o compiuto da altri. Ogni persona che ha amato o che l’ha amata non saprà più niente della sua esistenza. I ricordi di migliaia di vite saranno alterati centralmente. La sua stessa memoria, la sua mente che oggi risiede come tutte le altre negli archivi del Governo verrà cancellata e sostituita con un’altra, quella di un fedele servitore dello stato che ha perso il corpo fisico…”
Arquattro si lanciò in avanti. Non c’era niente, davanti a lui, ma il suo corpo si arrestò di colpo. Sentì un breve lampo di dolore prima che i messaggi dei nervi venissero riscritti dall’interfaccia. Cosa aveva davvero di fronte? Un muro? Non si fermò, si lanciò in avanti, ancora, e ancora, e ancora. Si sentiva sempre più debole, il retrogusto di sangue era sempre più forte, e sprazzi di sofferenza filtravano su, su, su. Poi, d’improvviso, tutto divenne grigio, e bianco, e nero, di un nero senza fine.

Il giudice continuava il suo sermone rivolto alla figura immobile in piedi davanti a lui. “…e quindi mi auguro che il suo ultimo atto prima che la sua vita venga riscritta sia un elogio della nostra…” Improvvisamente si arrestò. “Come?” domandò, rivolto ad una voce invisibile. Ascoltò. “Ah, capisco. Neanche il corpo fisico”. Borbottò. “E va bene, procediamo comunque alla cancellazione del ricordo. Sentenza eseguita…adesso.”
Il Giudice alzò la testa. Non c’era nessuno davanti a lui. “Allora, cominciamo la prima udienza di oggi”, sbottò impaziente. L’imputato comparve. Il Procuratore lesse le accuse. “Non ho mai udito in vita mia idee più odiose e pericolose”, disse il Giudice.

Esserci

In giornate come questa, dove raramente vedo la luce del sole – emergenze, problemi, e l’oppressiva cappa fantasmatica del virus – può essere utile una citazione che aiuti a raddrizzare la vita.

“…Il solo appropriato stato del cuore è gioia. Il cielo che ora vedi, non l’hai mai visto prima. Il momento perfetto è adesso. Sii felice di esso”.
Terry Pratchett

E sì, vale anche in una stanza con le serrande chiuse. Perché ogni momento che viviamo ci è donato. Non abbiamo fatto niente per averlo.
E davvero prezioso, perché noi non possediamo davvero delle cose di questa terra, ma solo questo unico, imperdibile, gratuito attimo.
E’ tutto nostro, la sola cosa che davvero ci appartiene perché noi siamo totalmente definiti da esso. Non ci saremmo senza di lui, lui non avrebbe senso senza di noi.

Oh, che grande cosa esserci.

Le lettere a Berlicche – I – Il vaccino d’oro

Nota della redazione: apre oggi la nuova rubrica “Lettere a Berlicche”. Siete un diavolo con un problema? Scrivete all’affermato ed esperto Arcidemone Berlicche; vi risponderà, fatevi tentare!


***


Caro Zio Berlicche,
Siamo un gruppo di demoni tentatori che hanno dei dubbi sui vaccini. Conosciamo tutti le disposizioni a riguardo emesse dal Comitato Pestilenze. Ma la domanda è: dato che salvano delle vite, non saranno pericolosi?


Risponde l’Arcidemone Berlicche:
Cari Tentatori, non fatevi traviare dalla nostra stessa propaganda. Tenete sempre a mente che a noi non interessa la morte degli esseri umani. Presto o tardi loro ci giungeranno tutti. A noi interessa farceli arrivare nel modo peggiore possibile. Che serve accopparli se poi non li trasciniamo giù con noi? Ci sta bene tutto ciò che allontana le anime dal Nemico-che-sta-lassù.

Il vaccino è un’occasione ghiotta ed irripetibile, al di là del fatto che funzioni o meno. Un’occasione che stiamo sfruttando al meglio.
Voi sapete bene come la maniera migliore per distaccare da lassù un mortale sia fargli adorare un idolo. Un idolo, per funzionare bene, deve essere desiderato e misterioso; deve essere vicino ed irraggiungibile, deve intimorire ed entusiasmare.

Il desiderio è creato dalla paura della morte, della malattia; dall’esasperata chiusura e distanziamento, fino al disastro economico; dalla solitudine. Di fronte a questo, un mortale cercherà un idolo che lo possa salvare; e noi abbiamo dato loro i vaccini. La scienza li rende misteriosi; sono ovunque, ma per accedervi devi chinare il capo e fare atto di fede in essi, senza sperare di comprenderli fino in fondo. Danno allo stesso tempo timore e speranza; e i loro sacerdoti celebrano i riti propiziatori della salvezza materiale.

I fabbricanti e i venditori di idoli conoscono bene il valore di denaro e potere, che adorano; hanno presto compreso che per ottenerli devono accendere la cupidigia per ciò che vendono, manipolando le informazione e le opinioni. I potenti sono tali perché sanno manovrare gli idoli; e gli idoli li rendono ancora più potenti.

I mortali, di fronte a ciò che non possono controllare, sempre cercano un idolo che lo possa salvare; e noi abbiamo dato loro i vaccini. Li abbiamo esaltati e invocati fino a creare una religione; una religione che smonteremo pezzo a pezzo per convincere gli uomini che tutte le religioni sono false. Non c’è niente di meglio delle caduta di un falso dio per allontanare da ogni divinità. E’ questo il bello del nostro mestiere: traiamo il meglio sia da chi appoggia i nostri metodi sia da chi li combatte, perché per combattere qualcosa bisogna concentrarsi su di essa, e quindi distrarsi da ciò che davvero conta. Combattere il male non vuol dire affermare il bene, ricordatelo. Anche la speranza di abbatterci può essere un idolo.

Oh, sì. c’è il rischio che possano riaprirsi le chiese, che tornino le comunità, che si possa riabbracciare chi è caro e cessare la tortura dell’isolamento. Ma è inevitabile; anche gli inganni meglio riusciti perdono d’efficacia se trascinati troppo a lungo, e rischiano di creare un contraccolpo che cancelli tutti i vantaggi accumulati. Non preoccupatevi troppo per il buono che possono portare i vaccini; ricordate chi ha orchestrato la loro propaganda. Pensate piuttosto a fare in maniera che quei vantaggi si tramutino in nostri vantaggi.
C’è tanta rabbia, paura, delusione da incanalare; fate in maniera che diventino un fiume che trascini con sé il maggior numero di mortali possibile. Noi siamo qui ad attenderli

Lo zio Berlicche

L’ignoranza dell’esperto

Tanto si sente parlare del fatto che bisognerebbe lasciar parlare gli esperti; che la scienza sono gli scienziati.
Bene, uno dei più grandi scienziati degli ultimi anni, il professor Feynman, era di opinione radicalmente differente.

Sentite cosa scrive:

“Imparate dalla scienza che voi dovete dubitare degli esperti. Come dato di fatto, io potrei definire la scienza in un altro modo: la Scienza è credere nell’ignoranza degli esperti.

Quando qualcuno dice che la scienza insegna questo e quest’altro, sta usando la parola in modo non corretto. La Scienza non l’insegna; l’esperienza l’insegna. Se vi dicono che la scienza ha mostrato questo e quest’altro, voi potreste chiedere: “Come la scienza l’ha mostrato – come l’hanno scoperto gli scienziati – come, cosa, dove?”. Non la scienza ha mostrato, ma questo esperimento, questo effetto, ha mostrato. E voi avete tanto diritto quanto chiunque altro, dopo avere sentito degli esperimenti (ma dobbiamo prestare ascolto a tutte le prove), di giudicare se si è giunti ad una conclusione riutilizzabile.”

E’ chiaro? Le grandi scoperte sono state fatte quando qualcuno ha messo in dubbio ciò che gli esperti dicevano, quando è stato fatto ciò che i sapienti reputavano impossibile. E’ proprio questa la grandezza della scienza, quella vera: fare vincere la realtà sulle opinioni intellettuali.
Il sapere che gli esperti sono ignoranti. Qualunque cosa vogliano farvi credere.

Ragionevole speranza

E così era proprio lei, Grazia Maria, la figlia di Alberto e Paola, che il sacerdote ha ricordato l’altro giorno nella messa mattutina. Io e mia moglie ce la rammentiamo bambina, e sembra impossibile che ormai fosse più che maggiorenne. Da tempo non li vedevamo, si erano trasferiti in Lombardia. Lei, Grazia Maria, non parlava, non camminava. Suo padre, in una lettera per i suoi vent’anni, chiama il suo sguardo “abisso di mistero, convocazione universale,
evocazione senza fondo, abbraccio sconfinato; interrogazione enigmatica, a volte, angoscia partecipe altre, e, nei giorni senza tempesta, fonte di un sorriso avvolgente come una stretta vitale a chi ti sta davanti
“.

Grazia Maria fisicamente non c’è più. Di seguito trascrivo la preghiera dei genitori per il funerale. Credo che, leggendola, tutti dovrebbero davvero domandarsi cosa possa significare “ragionevole speranza” di fronte a circostanze così dolorose. O è pazzia, o qui c’è davvero molto, molto di più di quello che il mondo, questo povero mondo che fugge la croce, possa comprendere.

Signore Gesù Cristo, in Te è la nostra forza, in Te è la nostra ragionevole speranza.

In Te ci è stata data la carissima Grazia Maria: ci è stata data, non ci era dovuta. Da subito l’abbiamo accolta come un dono prezioso. Da subito abbiamo anche dovuto accompagnarla in un percorso doloroso; lo abbiamo fatto, soprattutto sua madre, Paola, riconoscendo in lei i segni della Tua passione per noi. Non c’è stato giorno in cui Grazia Maria non abbia sofferto per la sua condizione; ma non c’è stato giorno in cui non ci siamo stupiti della sua bellezza, della sua pazienza, della sua docilità a farsi fare tutto come un’offerta vivente continua. Soprattutto abbiamo imparato a scoprire la mitezza – che è un oceano di amore discreto – e a ricordarci sempre più che Tu, Signore e Dio, ti sei fatto umile servo nostro.

In questi anni Grazia Maria, il mistero in casa mia, è stata il nostro baluardo, il nostro vessillo, il nostro segno di riconoscimento, il nostro pass permanente per arrivare subito all’essenziale delle circostanze.

Quanta gente incontrandola ha dovuto scoprire l’autorevolezza buona e dolce del suo sguardo.

Grazie Signore: attraverso questo mistero luminoso tu ci hai attratti e consolati.

Ora è ancora lei che ci guida all’essenziale, alla verità di tutto: e noi di nuovo torniamo ad offrirtela, torniamo a ripeterti il nostro sì, con il cuore spezzato e la gioia profonda per la Tua presenza e la Tua preferenza alla nostra vita.

(…)

Grazia Maria, come hai fatto in questi anni, ora che sei nella vita piena, in Paradiso, accanto alla Madre di Cristo, “sicurezza della nostra speranza”, a don Giussani, ai nostri cari, continua ad accompagnaci nei nostri giorni, perché diventiamo sempre più degni della chiamata di Cristo, e camminiamo operosi, lieti e ardenti, finché ti rivedremo felice e radiosa nella casa del Padre buono.

Obsoleto

Agh. Mi viene voglia di mordere.
WordPress, il sito dove è ospitato questo blog, ha cambiato editor. O meglio, ha reso impossibile continuare ad usare il vecchio editor per scrivere i post.
Inutile dire che trovo il nuovo editor uno schifo.

Forse sono solo io che sono fatto alla vecchia maniera; in fin dei conti, arrivo da un’era in cui le interfacce dei computer non erano le leziose schifezze colorate di oggi. Allora i comandi dovevi guadagnarteli. Ragazzi, io programmavo in assembler. E’ l’equivalente informatico di scheggiarsi le proprie selci ed andare nella prateria a far fuori qualche bisonte.
Fatto sta prima sapevo dove stava tutta la roba che mi interessava. Accidenti, si capiva dov’era. Adesso appare e scompare. Ehi, i bordi servono a qualcosa, designer dei miei stivali.
Sono sparite un sacco di cose, ne sono comparse altre del tutto inutili. Mi ricorda l’involuzione di Office di Microsoft; ogni versione di questo secolo ha peggiorato la precedente. NO, non ho bisogno di un pulsante gigante per inserire una “sensibility label”.

Capisco che il vostro dipartimento di sviluppo debba avere una ragione di esistere. Capisco che probabilmente le nuove feature siano decise da gente che non ha mai usato lo strumento, che quasi certamente non sa neanche programmare e che deve dimostrare di avere idee nuove per quel maledetto bonus, tanto non ci sarà nessuno che dirà loro che quelle idee saranno anche nuove ma sono pessime. Capisco bene; l’ho visto accadere. E so anche che probabilmente saranno sviluppate da novellini sottopagati, testate per finta, buttate sul mercato perché c’è la scadenza. Tanto ci sono le patch.
Però di tanto in tanto farebbe piacere a noi vecchi dinosauri riavere un po’ della vecchia roba, quella senza fronzoli, che funzionava – o almeno conoscevi i suoi bachi. Chissà, magari farebbe bene anche a questi giovanotti che manco sanno cosa sia un floppy disk, e si saranno magari chiesti cosa sia quella curiosa icona quadrata sul tasto “salva”.
E tra poco manco sapranno più cos’è un computer. Come i bufali, la crema per mustacchi, e i cinema.