Quello che si è perso

Io non mi sono mai neanche acceso una sigaretta – l’avevo promesso a mia nonna, e le promesse le mantengo. Visto però che leggo articoli esultanti perché una certa droga ora è di fatto legale, vi voglio raccontare qualcuna delle mie esperienze passate in merito.

Io ho perso, a causa della droga, almeno tre compagni di scuola. La prima era anche una mia vicina, ci conoscevamo dalle elementari. La vedevo sempre più nervosa, poi seppi perché – non potevo immaginare. Si buttò da un balcone. Un altro morì lontano, in un ospedale. Il terzo lo trovai io, su un pavimento di cemento sotto un cielo cupo. Era una notte fredda, ma lui era ancora più freddo. Me lo ricordo sorridente a dodici anni; l’avevo visto scendere sempre più in basso, sempre più violento.
Facevo servizio di ambulanza, allora. Un’altra persona che conoscevo la trovammo nel suo appartamento, inginocchiato con la faccia per terra, viola, morto da un giorno. I vicini si erano preoccupati per la radio a volume altissimo per tutta la notte.

Allora avevo già cominciato a riconoscere i segni distintivi di quella malattia volontaria. A colpo d’occhio. Ne avevo visti troppi. Mi ricordo di due che prendemmo da un certo prato vicino al fiume. Li portammo all’ospedale, facemmo un altro soccorso, poi ci richiamarono sullo stesso luogo di prima. Erano gli stessi due che, dimessi e svuotati dal Narcan, erano tornati a farsi.
Una volta ci mandarono in una piazzola di periferia dove trovammo un ragazzo riverso a terra. Aveva il colore di una melanzana, respirava appena, lo caricammo di corsa, riuscì a cavarsela. Telefonò il giorno dopo, voleva sapere se avevamo visto la sua auto, che era sparita. Amico, gli dissi, non ho avuto tempo di guardarmi intorno mente ti portavo di peso in ambulanza. Ti abbiamo preso per i capelli, cinque minuti dopo ed eri morto. Capì, non la finiva di ringraziare. Non so cosa ne sia stato. Spero gli sia servito.

Potrei narrarvi altro. Di racconti di canne nello spogliatoio, di gente dopo incidenti che manco sapevano dove fossero. Di persone che hanno cercato di fuggire dalla vita e se la sono distrutta. Il dolore che cerchi di scacciare, ma che ritorna, carico di violenza, di rabbia, di rancore. Soprattutto verso se stessi. E’ difficile uscirne, se non si ritrova un senso per ciò che si è. Un senso che quei simpatici assassini, entusiasti perché ora è legale friggersi il cervello, non possono dare.

In-Significati

significato
/si·gni·fi·cà·to/
sostantivo maschile
1.
Il contenuto della parola (o, più generic., di qualsiasi mezzo di comunicazione o di espressione), in quanto traducibile in concetti, nozioni, riferimenti.
In linguistica, l’entità del contenuto concettuale definita dalla corrispondenza con il segno linguistico ( significante ).
2.
Il valore di un fatto, in rapporto alle ragioni che lo hanno motivato o alle eventuali conseguenze.

Il significato è ciò che lega il segno linguistico al concetto. Come abbiamo discusso in precedenza, ad esempio qui e qui, c’è chi pensa che questo significato sia liberamente alterabile. Se non c’è legame tra il segno linguistico e l’oggetto che esso rappresenta, quest’ultimo non ha davvero un significato. La parola esprime quello che le voglio fare dire: ovvero, ciò che chi ha il potere vuole farle dire. Le etichette di un supermercato possono essere arbitrarie, possono essere decise senza che esse abbiano una corrispondenza con gli oggetti reali sugli scaffali. Perché mi fa comodo.
In altre parole: sono insignificanti.

Spesso dimentichiamo che, all’infuori del cristianesimo, tutto ciò che è piccolo e debole è insignificante.
In-significante vuol dire che non possiede significato; ovvero, che non ha valore. E’ in balia del più forte: si tratti di un bambino da abortire o abbandonare, un vecchio da dimenticare o sopprimere, un povero, una donna, una famiglia, un matrimonio, un popolo da distruggere. Così era; così è, dove il cristianesimo non c’è mai stato; così sarà, qualora esso venisse dimenticato.

Per il cristianesimo, invece, ogni cosa ha valore perché è voluta. Non è capriccio degli dei, non è materia senza scopo creata da leggi fisiche indifferenti, non è ciò che io voglio o penso. E’ lì perché è stata creata per uno scopo, è lì perché è amata. Amore vuol dire volere il bene, il meglio per l’oggetto di quell’amore. Ogni cosa, ogni persona, per quanto piccola e apparentemente inutile, esiste in quanto amata; è lì perché voluta.

Questo vuol dire che il suo significato non è in mano mia. Che il piccolo bambino spastico e terminale ha la mia stessa dignità, se non più grande. Non ho potere su di lui; non quello di dargli o togliergli significato. Io stesso ho significato: non sono quello che tu vuoi che io sia, ma sono libero, bello, vero.
E’ per questo che il cristianesimo è odiato da chi ha il potere, da chi pensa di potere usare delle cose a suo piacimento. Da chi inganna sul significato delle cose.
Perché dice che il solo modo di essere insignificanti è ostinarsi a negare quel legame di amore.

Attendendo la catastrofe

Un articolo che ho letto qualche giorno fa, da un sito americano, asserisce che i pazzoidi che si procurano armi da guerra, mettono da parte cibi in scatola e costruiscono rifugi blindati, per la statistica non sono poi così folli. Anzi. Dati alla mano, ci sono ampie possibilità che saranno loro che rideranno ultimi, dato che ci sono forti probabilità che nel corso del prossimo futuro esploda un qualche tipo di conflitto in cui queste cose torneranno molto utili. C’è una certa tendenza a sottostimarne i segni premonitori.

Non è un’ipotesi campata per aria. Se la storia è storia, le nazioni tendono a non prosperare in eterno. Sorgono, cadono. I governi, anche più spesso. Violentemente spesso. Dai disordini civili, alle guerre, alle invasioni, non c’è stato che ne sia rimasto immune. Nel nostro caso, i settant’anni trascorsi dall’ultimo grande disastro sono un tempo già lungo. Come per i terremoti, se il suolo sta fermo per molto tempo non significa che si sia fuori dalla zona sismica. Le rovine antiche stanno lì ad ammonirci.

Il fatto che chi ha i soldi, la conoscenza e il potere – in America, almeno – si stia zitto zitto attrezzando con sistemi di sopravvivenza potrebbe destare qualche allarme. Ma l’allarme non basta, specie chi considera l’uomo buono, e il maggior pericolo una catastrofe ambientale del tutto immaginaria.

Andate a vedere come si vive appena prima che la vera catastrofe colpisca. Normalmente, salvo pochissimi nessuno prevede che i tempi stiano per diventare tanto brutti così in fretta. Chiedetelo ai siriani, chiedetelo agli ucraini. Non ci si aspetta il peggio, come il tizio che sta precipitando dal grattacielo: decimo piano, tutto bene; nono piano, tutto bene…

Tornano in mente quei tesori trovati nei campi, i forzieri pieni di monete e gioielli antichi sepolti e dimenticati, riscoperti secoli dopo, che ho visto in alcuni musei. Anche i loro proprietari si erano preparati, ma è stato inutile. Non sono mai tornati.

Ci sono poche cose più struggenti che assistere agli ultimi momenti di vita di persone inconsapevoli che la loro esistenza stia per finire. I messaggi, i progetti per il futuro. Grandi menti o piccole, vite vissute pienamente o meno, finiscono. Ogni loro memoria, ogni esperienza, perduta.
Se non ci fosse un’altra vita. Intanto però, dell’attuale ne abbiamo una sola.

Oh, come cambia il nostro modo di vedere il tempo quando sappiamo che esso sta terminando. Quanto diventa più chiaro ciò che è superfluo e cosa no. Ma la nostra personale catastrofe finale non potremo evitarla né con le armi né con i rifugi.

E mi viene il dubbio. Attrezzarsi per sopravvivere, ma ci attrezziamo per vivere davvero?

Statisticamente improbabili

Un interessante articolo che ho appena letto mette in questione l’assunto che la vita intelligente sia un risultato pressoché certo del processo evolutivo.

Certo, noi uomini ci siamo. Ma il fatto che noi esistiamo non è poi così scontato. Se si presta fede alla teoria dell’evoluzione, noi siamo il risultato di successivi gradini, anelli di una catena che conduce a noi. Per riassumere quelli più critici, il sorgere della vita; l’organizzazione delle cellule; la fotosintesi; la riproduzione sessuale; animali complessi, lo scheletro… e l’intelligenza. Ognuno di questi salti evolutivi si basa su quello precedente, sarebbe impossibile altrimenti. E per quanto ne sappiamo, ognuno di loro è avvenuto una volta sola nel nostro passato. Quanto sia difficile che accadano ci è segnalato dal fatto che questi eventi sono distanti tra loro nel tempo centinaia e centinaia di milioni di anni. Il che li rende davvero parecchio improbabili.
Se diamo ad ognuno di essi una possibilità del 10% di realizzarsi, questo fornisce una probabilità di raggiungere l’intelligenza di uno su dieci milioni. Ma se consideriamo i centinaia, migliaia, milioni di passi intermedi altamente improbabili necessari a raggiungere ogni risultato – i fini aggiustamenti delle proteine, i delicati equilibri… le leggi della statistica dicono che la nostra esistenza non è come estrarre il biglietto vincente della lotteria cosmica, ma estrarlo ancora e ancora e ancora e ancora…

Insomma, la casualità come motore di cambiamento è decisamente poco efficiente. Ci si può consolare come fa l’articolista, con il pensiero di infinite scimmie che scrivono i sonetti di Shakespeare. Peccato che, statisticamente, per completarne anche uno solo non basti tutto il tempo dell’universo. Per quante scimmie ci riusciamo ad immaginare.

Certo, ci sarebbe una soluzione molto più efficiente: pensare che Qualcuno ci abbia voluti, e fatti. Ma non si può: quali sono le probabilità che esista Qualcuno così improbabile come Dio?
Più o meno che esista un essere così improbabile come l’uomo?

Parole

Nessuna parola può rendere vero il falso, o falsificare ciò che è vero.

Pensiamoci, noi che viviamo di parole.

 

Fermi al rosso

La politica è l’arte di cercare problemi, trovarli esistano oppure no, diagnosticarli incorrettamente, e applicare i rimedi sbagliati
Ernest Benn

Pare che i nuovi dispositivi installati a Torino che “pizzicano” coloro che passano con il rosso stiano facendo un lavoro egregio. In alcuni incroci beccano qualcuno praticamente ad ogni ciclo di semaforo.
Ora, è senza dubbio possibile che gli automobilisti indisciplinati siano in numero esorbitante. Però tutto ciò mi ricorda quei professori che, di fronte ad una classe tutta insufficiente, incolpano la scarsa intelligenza degli allievi o la loro mancanza di volontà. Anche questo è possibile. O forse pretendono troppo rispetto a ciò che spiegano.

Capitemi bene: se io passo con il rosso perché voglio fare prima, di prepotenza, me la sono cercata. Quel che faccio è pericoloso per me e per gli altri. Se poi vedo che non accade niente, e la faccio franca… Ben diverso se l’infrazione accade perché il giallo dura due secondi e l’incrocio è largo cento metri.
Un nodo stradale dove i trasgressori sono così frequenti è probabilmente regolato o progettato male. Allo stesso modo, certe infrazioni endemiche, certi disagi indicano un malessere che non può essere risolto solo citando la legge, o imponendola.

Quello che rende perplessi della politica, oggi, è che raramente parla delle cose importanti, cioè delle vere cause dei problemi che affliggono la nostra società. Ci sono imposti temi strumentali, del tutto inventati come il cambiamento climatico o che interessano una piccola minoranza eretta a paradigma.
Forse ciò che guida il dibattito è un’agenda nascosta fatta di opportunismo, brama, ideologia. Forse semplicemente si mira a far dimenticare ciò che è davvero importante. In fondo importa poco. Se la politica è confronto su ciò che fa andare avanti la società, adesso si sta discutendo d’altro.

Si fa in fretta a dire populista. Il popolo ha ragione a domandare che gli sia dato ascolto. Se ciò non accade, se nel salotto buono per lui non c’è posto, ha tutte le ragioni di chiedere, esigere che le cose cambino.
Il guaio è che in una società come la nostra chi fa della politica la propria professione o ha una forta spinta ideale, o è spinto da tutt’altro. Per cui abbiamo gente per cui è più comodo attrezzare trappole attorno ad un semaforo mal gestito per fare cassa piuttosto che trovare il modo di farlo funzionare bene. Ovvero: gente a cui non importa davvero di te.

Non sono così ingenuo da pensare che questo o quel partito possano fare la differenza, se non entra in gioco quell’ideale di cui parlavo prima. Qualcuno che abbia a cuore il bene di tutti.
Se non perché ama il bene, almeno cinicamente perché è il modo di conquistare e mantenere il potere.

Pericolosa follia

Sono capitato per caso su alcuni versi del Macbeth di Shakespeare.

Consigliano a Lady Macduff, dopo che suo marito è costretto all’esilio, di fuggire. Ma perché dovrei fuggire, si domanda lei, non ho fatto niente.
“But I remember now
I am in this earthly world; where to do harm
Is often laudable, to do good sometime
Accounted dangerous folly.”
“Ma ora ricordo
Sono in questo mondo terreno;  dove causare danno
E’ spesso lodevole, fare il bene talvolta
Considerato pericolosa follia.”

Di lì a poco la signora sarà uccisa con tutti i suoi bambini.
Riflettevo come la distruzione dell’innocente da parte di chi vuole il bene per se stesso, cioè il male, è una costante di tutte le epoche; l’anno mille della tragedia, il milleseicento del poeta, oggi.
Eppure continuiamo a fare quel bene, quella pericolosa follia, a cercarlo, a desiderarlo.
Ma se quel bene non esiste, e non c’è una Giustizia più alta che compensi lui e quel male, cosa desideriamo?

Che folli siamo, che meravigliosa pazzia è la nostra.

Ragioni

E’ quando siamo nel giusto che più dobbiamo temere.

Il demonio per tentarci si serve, più che dei nostri torti, delle nostre ragioni.

Misure

Nell’epoca moderna, (…) l’uomo considerandosi misura di tutte le cose, ci appare condannato a dibattersi tra una duplice alternativa: la presunzione o il cinismo
Luigi Giussani

 

Come ingegnere mi hanno insegnato a misurare. Occorre prima capire qual è l’oggetto della nostra ricerca, comprendendo le grandezze fisiche coinvolte; stabilire le unità di misura da usare. Quindi dobbiamo trovare il modo di ottenere la loro grandezza, confrontandola con un campione noto, così che da relative possano diventare assolute.  Si ricerca quali siano gli strumenti adatti allo scopo. Li si assembla, li si prova, si verificano i risultati ottenuti. Poi occorre quantificare l’errore ineliminabile insito nei nostri procedimenti, di quanto ci possiamo sbagliare, se quanto troviamo sia attendibile o meno. Fatte queste premesse, si può misurare.

Detto questo…

L’uomo che si concepisce misura di tutte le cose, con che metro misura il suo stesso cuore?

 

Nel bisogno

Discutevamo qualche giorno fa di come l’autorità vera sia quella che ti aiuta a riconoscere la verità. Ovvero qualcuno è autorità per te quando ti spinge a cercare la corrispondenza tra il tuo cuore, la tua mente, e la realtà. Una persona che non limita la tua libertà, ma la dilata, la fa esplodere.

Ieri ho udito questa frase: “Quanto più siamo bisognosi tanto più riconosciamo l’autorità
Anche questo è innegabile. Noialtri esseri umani, normalmente, tendiamo a fare a meno di qualcuno che ci indichi la strada, perché non riconosciamo la nostra limitatezza. Fino a quando non ci sbattiamo contro. Se penso ai miei figli, quando la normale insofferenza adolescenziale verso di me si attenua? Quando hanno qualche bisogno a cui non sono in grado di provvedere da soli, ad esempio qualcuno che li scarrozzi per la città a tarda notte.

Qui però mi sorge il dubbio. Non c’è il rischio che il mio riconoscere l’autorità diventi solo la conseguenza di una pretesa? La rifiuto quando non mi dà quello che chiedo, non mi concede il desiderio, non si adegua a ciò che penso. Mentre quando liscia le mie penne va tutto bene.

E’ chiaro che una autorità del genere non è il meglio per me. Mi concede sì ciò che desidero, ma non ciò che è vero. Come faccio però io a distinguere l’uno e l’altro? Come riesco a separare la vera autorità da quella falsa, se sono le stesse mie idee di vero e falso che mi conducono a quella scelta? L’eventuale suo rifiuto arriva dalla ragione o dal risentimento?
La domanda può essere anche più radicale: esiste un vero oggettivo, un bene oggettivo per me? Oppure è tutto legato alla soddisfazione del momento?

Ci sono molti, oggi come ieri, che sostengono la seconda ipotesi. Quel carpe diem che spesso è più simile all’istintiva immediatezza degl animali. Ma anche gli animali provvedono alle provviste per l’inveno, alla preparazione del nido e a fare rotta per paesi più caldi; salvo quelli dalla vita troppo breve ed effimera per curarsi del futuro.

Il punto nodale è capire cosa sia, dove stia realmente il mio bene. Come si possa fare a disincrostare il cuore in modo da distinguere ciò che davvero esso nel profondo desidera, e non un travestimento..

Credo che questo sia lo scopo del tempo. Il tempo che si condensa nell’esperienza, il decantare dei momenti che separa ciò che davvero importa dalle scorie dei nostri pensieri.
Il tempo è una strada, e un cammino. Un cammino, e qualcuno che ti aiuta a camminare, con la sua compagnia, qualcuno che magari riesca a vedere più lontano di te, oltre le curve e il bosco. Una autorità.

Occhio all’etichetta

Visto che oggi è “Black Friday”, e ho già risparmiato 200 euro con il non comprare niente, offro alla vostra meditazione un esempio in tema.
Andate nel vostro negozio preferito e cercate le offerte. Ma vi accorgete che c’è qualcosa di strano. Volete comprare una bicicletta, però la didascalia sotto il modello che avete scelto riporta “frullatore”. Guardate un paio di calze, e l’etichetta recita “salsa di noci”. Presto vi rendete conto che nessun nome o prezzo sui cartellini corrisponde a quanto vedete.

Qual è il risultato, se non una grande confusione, un inganno? Ve ne andate, seccati.

Avete compreso? Un nome non è qualcosa di completamente slegato. Ha un legame profondo con ciò che indica. Il suono, la grafia che lo esprime possono cambiare, “mela” o “apple”, ma la realtà al di sotto permane immutata.

Provate altrove, dove le etichette sono più attendibili. Lo stesso appendiabiti ha descrizioni lievemente differenti, prezzi che cambiano a seconda che sia in offerta o meno. Ma ciò non toglie che rimanga un appendiabiti e non un ciclomotore.

I confini tra gli stati possono variare, arbitrariamente scelti, ma rimangono confini e non matite. La distinzione tra pianeti e planetoidi è in qualche maniera confusa, ma quei concetti descrivono tutti corpi celesti e non bicchieri. Un fringuello resta tale anche se ha il becco di dimensioni differenti, però non è una balenottera. In altre parole: non mi è dato cambiare, ridefinire la realtà a mio piacimento. Posso solo agire “quantitativamente”, non “qualitativamente”.

Un altro esempio? Il matrimonio è sempre stato inteso tra un uomo e una donna: se io dico che due persone dello stesso sesso si possono sposare tra loro io cambio la definizione di matrimonio. E’ macroevoluzione, non microevoluzione, è un mutamento di paradigma, una riscrittura del cartellino. Che, non essendo io padrone della realtà, non sono autorizzato a fare. Un gatto rimarrebbe tale anche se imparasse ad abbaiare. Io non posso dire che sono Presidente del Mondo e promulgare leggi vincolanti, anche se sono convinto di esserlo.

In altre parole: non mi è lecito mischiare le etichette, perché esse non sono arbitrarie.
Se lo faccio, potrei ritrovarmi a pedalare su un frullatore.

 

Definizioni

Ho appena finito di leggere un post molto interessante di un antico amico e commentatore di questo blog. In esso pone come esempio il caso di due conoscenti che vedono un cane in lontananza ma uno, essendo miope, lo scambia per un gatto. Segue una bella discussione su cosa sia il vero. Mentre lo scorrevo mi ha colpito un certo passaggio, questo:

non può esserci nessuna incertezza sul fatto che se è un cane allora non è un gatto e viceversa.

Mi sono detto: magari fosse così. Viviamo in un tempo in cui la certezza condivisa semplicemente ha cessato di esistere. Nel mondo odierno sarebbe più probabile che il secondo dei due personaggi continuasse a sostenere che, anche da vicino, quello che al primo amico pare un cane sia proprio un gatto. Se il primo continuasse a negarlo, il secondo minaccerebbe la denuncia, lo insulterebbe, gli sarebbe del retrogrado e del fascista. Quelle che un tempo erano evidenze hanno cessate di essere tali – non perché la realtà sia cambiata, ma perché ci sono persone che hanno smesso di considerare vera la realtà.

Vi sembro esagerato? Se una ostetrica esperta perde il posto perché sostiene che solo le donne possono partorire, e giudici e politici e intellettuali sono d’accordo che basta affermare di essere una femmina per esserlo, cosa può stupire ancora? Il sesso è scritto nel DNA di ogni nostra cellula, oltre che in evidenti organi, eppure a quei personaggi non basta. Pochi anni fa sarebbe sembrato del tutto assurdo che una simile evidenza potesse essere messa in dubbio: oggi ci siamo abituati. Qual è la realtà che ancora non si è negata?

Si potrebbe obiettare che qui è una questione di definizioni. Che alle parole si dà un senso differente. Ma è proprio questo il punto: la definizione della realtà è ciò che ci consente di capire, di viverla, di affrontarla. La verità è adaequatio rei et intellectus: invece di esser l’intellectus, la mente, che si adatta, pretendiamo sia la realtà ad essere ridefinita da quello che ci viene in testa.

Mi consola pensare che se Tommaso d’Aquino doveva ribadire che una mela era una mela prima di cominciare le lezioni, forse questa pazzia è più antica di quanto si possa pensare. Forse è connaturata all’esser uomini: c’è chi sta nella realtà, e chi no.
Credo sarà la realtà a ridere per ultima.

Il vestito della festa

Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. (…) Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
Matteo, 22

Sì, sono io quello di cui parlano. I bastardi. Neanche uno che mi abbia difeso, mentre subivo l’ingiustizia. Perché, è chiaro, quella verso di me è stata un’ingiustizia. Forse che quegli idioti addobbati a festa avevano più diritto di me a stare là? No, vi dico. Tutti profittatori, tirati dentro senza sapere neanche perché, senza merito. Tutti bellini con il loro vestito nuziale, gli opportunisti. Ed io, solo per questo piccolo particolare, legato e buttato fuori. Una questione formale, insignificante, e quel maniaco dal cuore duro mi ha umiliato facendomi brutalizzare e mettere alla porta. E pure amico mi chiamava.
Pura violenza. Sapete, quel prepotente mi ricorda proprio le mie ex mogli. Anche loro sempre a lamentarsi di me, che ero disordinato, che non mi lavavo, che non tenevo a loro, che pretendevo solo. Hey, io sono così, che volete da me? Invece no, a frignare che vedevo anche altre donne, le piagnone. Ma quante storie, è nella natura dell’uomo. Non sono per i formalismi, se desideri stare con me devi adeguarti.
Ecco, quel re è esattamente come loro: non si accontenta, non è comprensivo. Con la scusa che offre ti obbliga a fare come vuole lui.
Pretende: ecco, pretende.
Ma chi me lo fa fare, che si tenga la sua festa. Io ragiono di testa mia. Sono libero, io, sono un adulto, ho i miei diritti, nessuno mi può dire come devo vestirmi.
Certo che è buio, qui fuori.

Credibili

Occasionalmente, ho udito il sacerdote a Messa pregare dicendo “rendi la Tua Chiesa testimone credibile”.

E’ un’espressione che mi ha messo sempre un po’ a disagio. Mi ha confortato apprendere che non sono il solo. Così scriveva il Cardinale Giacomo Biffi:

«“La Chiesa deve diventare credibile”? Così come suona, il concetto è mal formulato e inaccettabile, perché fa delle esigenze e delle persuasioni degli uomini il metro per giudicare l’azione e la realtà dei cristiani, mentre l’unico metro resta il Signore Gesù e la sua verità. La Chiesa deve sforzarsi di essere sempre più credente; in tal modo diventerà sempre più credibile agli occhi dei non credenti ben disposti, che ricercano la verità, e sempre più incredibile agli occhi dei non credenti che non hanno nessuna voglia di credere».

Quando un testimone è credibile? Quando appare certo di quello che dice. Quando può portare prove delle sue affermazioni. Quando non ha dubbi su quale sia la verità. C’era.

Chi si fida di colui che è dubbioso sui fatti? Scommettereste la vostra vita su qualcuno incerto, che si tira indietro, che avete sorpreso a mentire?
Un testimone che si contraddice è utile solo a rafforzare l’incredulità. Come giudicare ciò che è degno senza un metro affidabile?

Posso testimoniare ciò che ho veduto, che ho vissuto. Allora l’invocazione dovrebbe essere, Signore, fammi vedere la Tua bellezza, rendimi visibile la Tua verità.
Poi rendimi capace di mostrarla a quanti mi vorranno ascoltare.

Attenti all’innesco

C’è una espressione di lingua inglese difficilmente traducibile: “Trigger warning”.

Letteralmente, è “avviso di innesco”: trigger significa qualcosa pronto a scattare, come un grilletto. I trigger warning sono gli avvertimenti che si trovano prima di quelli che, in italiano, si usa definire “contenuti sensibili”: violenza, sesso, dolore… Tutto ciò che potrebbe recare sconforto ad una certa sensibilità. Vengono inseriti soprattutto in siti, articoli, video americani: laggiù, a non informare l’utente si rischia la denuncia. E pagare danni immensi.

Così ci si tutela. Si avvisa: allontanatevi, se pensate vi potrebbe infastidire. Davvero sembra che questa generazione debba essere protetta da ogni cosa potenzialmente dannosa, pericolosa o semplicemente inquietante.
Il guaio è che ormai non ci si limita ad avvisare: tutto ciò che non è confortevole viene rimosso. Il mondo anglosassone, come spesso accade, è avanti su questa strada. Gli studenti universitari seguono corsi da cui sono attentamente espunte o edulcorate tutte le nozioni che potrebbero turbarli; anzi, i professori che osano portare tesi contrarie a quello che è il politicamente corretto vengono cortesemente invitati ad adeguarsi, quando non sono licenziati in tronco. I giovani apprendono una realtà monca, edulcorata: cioè una bugia.

A questi studenti viene inculcato che è un loro diritto non entrare in contatto con una realtà brutta e cattiva; e chi tenta di esporli ad essa è loro nemico. Va cacciato. La realtà brutta, cattiva, politicamente scorretta è tale quando è scomoda per il potere; quel potere radicale di massa e laicista che domina i media e non solo in tutto il mondo. Si manifesta, si scende in piazza non per libertà di parola, ma perché la parola non sia libera.

Non pensate che sia un fenomeno solo americano. Abbiamo papi e giornalisti ai quali è stato impedito di tenere conferenze, manifesti che annunciano evidenze e verità scientifiche che non si possono far vedere perché superano “i limiti della violenza semantica” e provocano uno “smodato impatto emotivo”.

Il cristianesimo è un avvenimento. E’ un Evangelo, un nuovo annuncio, una novità oggi come duemila anni fa. Un avvenimento è qualcosa che ad-viene, viene da fuori, non è limitato a ciò che già sappiamo. Le cose che già conosciamo non costituiscono il tutto; se vogliamo capire, se vogliamo imparare, dobbiamo essere pronti a confrontarci con ogni realtà.
Per questo gl avvenimenti sono odiati da chi ci vorrebbe schiavi delle paure e delle mode da lui ideate. Essi possono distruggere l’illusione. Quindi antepone loro un trigger warning, sperando di farci desistere.

Se la nostra sensibilità ci è d’ostacolo, meglio che ci rendiamo più forti. Non abbiamo paura di ciò che si può innescare. Quello scatto verso l’ignoto è ciò che ci rende umani.

 

Spontaneità

La spontaneità riesce meglio se è perfettamente organizzata.

Completi

Non capita anche a voi di essere in attesa? Non vi succede che il tempo vi sembri sempre non concluso, di sentirvi perennemente sull’orlo di qualcosa di grande e indefinito?
Sono come passi sulle scale, come un appuntamento non sapreste dire dove o con chi, ma che siete certi vi cambierà la vita.
Come se dovesse entrare il re dalla porta; come se tutto stesse per essere svelato, e si potesse finalmente riposare, e dormire, tranquilli come gattini accoccolati sopra una coperta calda.
Come se tra poco doveste cominciare davvero a vivere, e tutti i giorni passati non fossero che l’aperitivo, una preparazione, una pallida ombra di quello che sarà.

Ecco, a me accade. La nostalgia di qualcosa di non vissuto, il presentimento di una grandezza profetizzata.
Una speranza, meglio, una certezza di ciò che verrà.
Essere insomma, finalmente, completi.

Roba buona

Dario si guardò attorno, mi prese per il braccio e mi sussurrò: “Allora, ci stai?”
Io non dissi niente. “Oh”, fece Dario, “mica ti starai tirando indietro? Non dirmi che hai paura.”
Io fui punto sul vivo. “No che non ho paura. Andiamo.”
Parcheggiammo lontano. La zona era squallida, e deserta.  Salvo per poche persone che camminavano rasente i muri, come noi. Arrivammo al posto, una vecchia officina abbandonata. C’era un buttafuori alla porta, ma Dario aveva l’app giusta. Entrammo.
L’odore era fortissimo. C’erano forse una ventina di banchetti improvvisati, la mercanzia in mostra.
Il primo vendeva cani. C’era un grosso alano, scuoiato, che penzolava appeso ad un gancio. Due volpini giravano su uno spiedo. “Gatto, gatto fresco” ci disse sorridente il venditore di fronte. In una gabbia una ventina di felini di tutte le taglie miagolavano penosamente.
“Vieni via”, mi disse Dario prendendomi per il gomito. “Quello che ci interessa è più avanti”.
Ero perplesso. “Mi aspettavo maiali, vacche, polli…”
Lui rise, con quella sua risata forzata. “Sei matto? Da quando hanno vietato la carne, sono introvabili. Chi tiene una mucca in casa? I maiali sono quasi estinti. Per i cani, i gatti, anche i conigli è diverso. Li puoi far passare per animali di compagnia. Certo che se ti beccano a mangiarli… ti danno minimo cinque anni, se non ti prendi anche l’aggravante del fascismo e del terrorismo ambientale. Lì vai di rieducazione, e non sai quando ne esci.”
Gli altri avventori del mercato clandestino erano di tutte le età. Anziani, giovani… tutti con quello sguardo particolare. Fame. E rivolta.
“Non puoi vivere in eterno di soia e verdure bollite”, mormorai. C’erano rischi che bisognava correre.
Superammo la zona dei conigli e dei canarini. Uno vendeva cartocci di tartarughine. “Di qua”, mi disse Dario. C’era una porta in fondo.
Il locale era semibuio. Mi avvicinai ad un alto contenitore cilindrico trasparente. All’interno galleggiavano una trentina di feti della dimensione di un pugno.
“Buoni in umido e fritti” ci incoraggiò il mercante. “Freschissmi, la produzione migliore”. Sul tavolo erano allineate una mezza dozzina di braccia umane, ce n’erano di bambini e di donne. Le gambe erano dietro.
“Non c’è da fidarsi”, mi disse Dario. “bisogna conoscere da chi compri”.
“Ti può tradire?” Chiesi, ingenuo.
“Macché! Questa è quasi tutta roba che arriva da ospedali e dalle pompe funebri. Se non si fa attenzione rischi di beccarti qualcosa di decomposto o malato, e lì sono cazzi.” Ammiccò. “Non è roba per noi. Noi andiamo sul fresco.”
Addossati al muro c’erano una ventina di persone, la maggior parte vecchi.
“E’ quello”, mi indicò Dario.
L’anziano aveva i piedi fasciati. Tirò su la testa. “Venite, venite. Sono le ultime tre. Una per trentamila, due per cinquantamila.” Alzò la mano destra. Gli rimanevano pollice, indice e anulare. “Comprate, comprate, roba buona”.
Fissai affascinato quei moncherini. Fui scosso da un brivido, feci due passi indietro. Dario mi trattenne. “Di che hai paura? Qui è tutto legale. Se ti beccano con carne di gatto ti danno cinque anni, ma la carne umana non è protetta dalla legge. Al limite rischiano i fornitori, se si scopre da dove l’hanno presa. Ma uno che si vende i pezzi…”
“Ma come fa ad essere legale?”, protestai.
Lu rise ancora. “Se è legale farsi ammazzare perché si è stufi di vivere, perché non dovrebbe essere possibile ammazzarsi un pezzo per volta? Quel vecchio si fa un bel gruzzoletto e vivrà come un pascià per qualche mese. E poi la mutua passa gli arti artificiali.”
“E quelle?” Domandai, indicando alcune donne.
“Quelle vendono bambini. Si fanno mettere incinte, e poi abortiscono il giorno prima del parto. Pare che mangiare il feto ancora caldo sia una vera prelibatezza. E’ vero, costa uno sproposito. Se però fossi interessato…”
“No, figurati”, replicai. “Già mi posso permettere a malapena un dito.”
Il vecchio aveva sentito, e ci sorrise. Mise la mano su di un tagliere, accanto alla quale c’era una piccola mannaia.
“Gradite l’indice?”

 

Un discorso persuasivo

Bisogna avere il coraggio di portare avanti il cambiamento. Occorre che i popoli si uniscano tra di loro, cancellando le differenze e le diffidenze reciproche. Facciamo parte di una sola grande comunità: abbattiamo i muri, aboliamo i confini, mettiamo in comune i nostri tesori! Nel nome della multiculturalità dobbiamo fare sì che le usanze delle altre nazioni trovino ospitalità anche presso di noi, senza ostilità preconcette. Non bisogna aggrapparsi alle tradizioni, ma abbandonare riti e consuetudini antimoderne e abbracciare i nostri fratelli.

A parlare così non è un massone contemporaneo o un qualche prelato. E’ – parafrasato – Antioco Epifane, uno dei re successori di Alessandro Magno.
Aggiunge il sovrano: e chi non si adegua verrà torturato e ucciso.

Dal primo libro dei Maccabei:
In quei giorni sorsero da Israele figli empi che persuasero molti dicendo: «Andiamo e facciamo lega con le nazioni che ci stanno attorno, perché da quando ci siamo separati da loro, ci sono capitati molti mali». Parve ottimo ai loro occhi questo ragionamento; alcuni del popolo presero l’iniziativa e andarono dal re, che diede loro facoltà di introdurre le istituzioni dei pagani. Essi costruirono una palestra in Gerusalemme secondo le usanze dei pagani e cancellarono i segni della circoncisione e si allontanarono dalla santa alleanza; si unirono alle nazioni pagane e si vendettero per fare il male.

(…) Poi il re prescrisse con decreto a tutto il suo regno, che tutti formassero un sol popolo e ciascuno abbandonasse le proprie leggi. Tutti i popoli consentirono a fare secondo gli ordini del re. Anche molti Israeliti accettarono di servirlo e sacrificarono agli idoli e profanarono il sabato. Il re spedì ancora decreti per mezzo di messaggeri a Gerusalemme e alle città di Giuda, ordinando di seguire usanze straniere al loro paese, di far cessare nel tempio gli olocausti, i sacrifici e le libazioni, di profanare i sabati e le feste e di contaminare il santuario e i fedeli, di innalzare altari, templi ed edicole e sacrificare carni suine e animali immondi, di lasciare che i propri figli, non circoncisi, si contaminassero con ogni impurità e profanazione, così da dimenticare la legge e mutare ogni istituzione, pena la morte a chiunque non avesse agito secondo gli ordini del re. Secondo questi ordini scrisse a tutto il regno, stabilì ispettori su tutto il popolo e intimò alle città di Giuda di sacrificare città per città. Anche molti del popolo si unirono a loro, tutti i traditori della legge, e commisero il male nella regione e ridussero Israele a nascondersi in ogni possibile rifugio.

Il re saccheggia il Tempio e si impadronisce del tesoro, quindi impone questo amichevole regime di terrore. Non piace al potere chi non obbedisce alla legge terrena, ma ad altro; il potere odia chi non è disposto a transigere, non accetta di mimetizzarsi o far finta di piegarsi, non ha insomma quella tolleranza e apertura mentale che sono appannaggio di paurosi e ipocriti. E non accetta di sacrificare agli idoli.
La Bibbia, specie nel secondo libro dei Maccabei, si dilunga ad elencare le torture ed i supplizi riservati a quegli israeliti che non si sono voluti adeguare, donne, vecchi e bambini compresi. E mi veniva in mente che il mondo non è poi così cambiato, in ventuno secoli.

L’incoscienza

Tutti quanti in prigione
E che vi serva da lezione!
E.Bennato, “In prigione in prigione

Facciamo un’ipotesi.
Pensiamo ad una organizzazione che si occupi degli anziani soli.
I vostri bisnonni non sono più in grado di badare a loro stessi? Se li prendono loro, firmate una liberatoria e non dovrete mai più preoccuparvene.
Questa organizzazione, che potremmo chiamare “Vecchiaia Felice”, riceve ingentissimi finanziamenti statali per questa sua attività meritoria. E’ diritto di tutti non avere anziani tra i piedi, è meglio anche per gli anziani stessi – dice la pubblicità. E’ un affare di miliardi.

Supponiamo che cominciate a nutrire dei sospetti su alcuni aspetti del business. Provate ad indagare, ma è un muro di gomma: “Vecchiaia felice” gode di appoggi politici importantissimi, le massime cariche del Governo la sponsorizzano e sono a loro volta sponsorizzate da essa. Non si trova un giornale che voglia davvero investigare: sanno che i loro padroni non gradiscono. Gente che si può permettere non solo i migliori avvocati, ma i migliori giudici.
Così voi ragionate: se esponiamo i fatti, se troviamo le prove, non potranno far finta di non vedere.
Ci vuole incoscienza a far questo; o forse avercela davvero, la coscienza.

Così vi infiltrate, facendo finta di essere degli imprenditori. E scoprite che, dietro lauto compenso, “Vecchiaia Felice” è disposta a vendervi i nonni. A quanto pare gli anziani che nessuno vuole sono molto richiesti. C’è chi fabbrica particolari tappeti con i capelli, chi detersivi e saponi da varie parti del corpo, chi li usa come cavie. Non parliamo di denti d’oro e anelli. Capite, soldi a palate. Quei vecchi sono sgraditi come persone. Usarli per fabbricare pezzi di ricambio o per esperimenti è un’altra questione, molto più redditizia.
I dirigenti di “Vecchiaia felice”, senza sapere chi siete, discutono con voi delle tariffe, di come fare sì che gli anziani siano impacchettati nello stato migliore possibile per ottenere il più alto guadagno. Voi registrate tutto. Quando avete materiale a sufficienza, pubblicate e denunciate.

La reazione non si fa attendere. “Vecchiaia Felice” dapprima nega poi, dato che il loro è un servizio socialmente utile, contrattacca.
Vi accusa di ogni possibile meschinità e falsità. Impone il ritiro delle vostre registrazioni. Asserisce che avete ottenuto illegalmente conversazioni private, e vi denuncia.
Stranamente, il fatto che le attività dell’organizzazione siano pesantemente illegali e moralmente ripugnanti non sembra preoccupare più di tanto i media, che si limitano a trafiletti, e i politici, che perlopiù ignorano la vicenda. “Parlateci di Vecchiaia Felice”, invocate, ma l’appello cade nel vuoto. Gli anziani non sono priorità, sono un argomento spiacevole e poco interessante. E occuparsene significa finire sulla lista di proscrizione.

Così parte il processo, non contro l’organizzazione, ma contro di voi che avete osato rivelarne le mostruosità. Pensavate che cose del genere avvenissero solo nelle peggiori dittature? Illusi: Cassandra è sempre stata persona sgradita quanto la verità che enuncia.
Il giudice che vi giudica occupa la sua posizione grazie ai sostenitori di “Vecchiaia Felice”; anzi, lui stesso ha lavorato per essa. Il dibattimento è a senso unico, ai vostri avvocati viene negata ogni opzione. Verdetto: siete colpevole di avere violato la privacy dell’organizzazione, venite condannato a pagare un milione e più. Come se il ladro si rivalesse sul cittadino che ha dato l’allarme mentre rubava, perché ha infranto il suo diritto a scassinare silenziosamente.

Voi pensereste: è stata fatta giustizia?

Se non lo pensate, se siete dell’opinione che un caso del genere mette in luce la profonda corruzione e l’inganno del potere, vi debbo avvertire che non si tratta di uno scenario che ho inventato di sana pianta.

In realtà la questione non riguarda gli anziani, ma i bambini. Quelli non nati, abortiti, che l’organizzazione “Planned Parenthood” (“Genitorialità pianificata”) vendeva, a pezzi o interi, a laboratori e case farmaceutiche. Sì, commercio di pezzi di bambino. Un cervello intero vale parecchio, quindi bisogna fare attenzione mentre si ammazza il piccolino.
Tutto questo è stato esposto in una serie di video pubblicati qualche tempo fa. Chi li ha girati è stato condannato per i motivi che ho esposto sopra da un giudice immanicato con gli Obama, grandi sponsor di Planet Parenthood, e a quanto sembra in passato ha anche collaborato all’apertura di una loro clinica.

Non illudetevi, gente. Vi dicono che si tratta di diritti, di scelte responsabili. Mentono. Per loro siete solo mezzi di guadagno e di potere.
E i bambini, carne da macelleria.

 

Oltre il muro

La vita di ognuno di noi scivola, ora dopo ora, nella stanca dimenticanza della bellezza e della verità che altri giorni avevano promesso.
Com’è doloroso pensarsi giganti e scoprirsi incapaci di guardare oltre l’orlo troppo alto del nostro orgoglio.

Davvero occorre qualcuno che afferri il nostro povero petto disperato e ci sollevi, come viene alzato il bambino per mostrargli il mondo oltre il muro.

Fantasmi e demoni

Stiamo attenti a che i fantasmi del passato non ci distraggano dai demoni del presente.

Dimostrate conseguenze

Una verità non cambia nel tempo.
Il tempo fa solo dimenticare le dimostrate conseguenze del negarla.