Finalmente…

Il blog da oggi va in modalità estiva e si aggiorna quando riesce…

Vorrei foste qui

Sera di lavori e di partenze, la televisione è sintonizzata su uno dei soliti festival estivi della canzone. Ascolto distrattamente mentre finisco i doveri. No, la televisione non la guardo più, ma talvolta mi capita di trovarmi nella stessa sua stanza.
I presentatori pompano il prossimo cantante in lista. Dieci dischi di platino, non sbaglia un colpo, dicono. Il nome non mi dice niente. L’aspetto è di qualcuno che sia sceso a buttare la spazzatura. La canzone…
La canzone sono una dozzina di note ripetute all’infinito da qualcosa di elettronico. La voce è nasale, monotona, il testo banalotto. Ma davvero c’è qualcuno che si entusiasma per questa roba?
Quattro chiacchere, l’annuncio di un tour, il cantante successivo. Che farà pure canzonette, ma è elegante, una voce che levati, una bestia da palco nonostante l’età non verdissima. Al confronto di quello di prima sembra Mozart.

Finisco ciò che devo, posso allontanarmi. Accendo il computer, e d’impulso ricerco un vecchio concerto dei Pink Floyd. Bastano poche battute per capirlo, è musica vera. E poi

Ti hanno fatto barattare
i tuoi eroi per dei fantasmi?
Ceneri calde per alberi?
Aria calda per una brezza fresca?
Fredda comodità per cambiamento?
Hai scambiato
Una parte di comparsa nella guerra
Per un ruolo di protagonista in una gabbia?

da “I whish you were here”

Oh, brividi.
Ed è strano come ci accontentiamo sempre di un di meno, scambiando l’inferno per un paradiso, dimenticando quanto potremmo essere grandi; o forse non lo sappiamo, perché nessuno ce lo ha mai detto, ce l’ha mai cantato.

Did they get you to trade
Your heroes for ghosts?
Hot ashes for trees?
Hot air for a cool breeze?
Cold comfort for change?
Did you exchange
A walk-on part in the war
For a leading role in a cage?

Vivere pericolosamente

La foto che vedete qui sopra è del 28 giugno 1965. Qualche mese prima della mia nascita.
La didascalia che la accompagna su Twitter è “Lo standard di sicurezza del 1965”.
Le cinture di sicurezza erano lì da venire, sull’Enterprise come sulle auto. Non ci si faceva problemi più di tanto.

Nel vederla, un pensiero mi ha colpito. Si dice che la nostra società abbia smarrito tutte le antiche certezze. Il risultato non è una maggiore apertura, ma una chiusura. Il rintanarsi dietro barriere e mascherine; il legarsi a cinture e imbottiture; è diventato quasi inconcepibile rischiare, fosse anche solo di poco. Mandare un bambino da solo, concepire un figlio, respirare.
Vogliamo la sicurezza; e perciò scappiamo da ciò che non è sicuro. Il problema è che, nel nostro bel nuovo mondo, di sicuro non c’è niente. Quindi fuggiamo da tutto.

L’incertezza ha sostituito la certezza, e la paura ha sostituito la fede. Era coraggio, un tempo, o incoscienza? Oggi stiamo meglio, nel nostro castello iperprotetto da ogni cosa, terrorizzati da tutto ciò che potrebbe farci cambiare abitudini, dal clima a una relazione vera, portata fino in fondo?
O forse, sottilmente, non guardiamo con gli occhi lucidi e nostalgia i tempi (per chi se li ricorda) in cui si poteva semplicemente vivere?



Mani rugose

Ecco, in questo istante sono venticinque anni.
Qualcuno su Twitter oggi chiedeva: “ma voi, di molto sopra i 40, all’amore ci credete ancora?”
Oh, sì. Come tutto, anche l’amore si trasforma.
Il mio corpo non è più quello di un quarto di secolo fa: meno impaziente, con il fiato più corto. I miei bordi si sono smussati, non vedo chiaramente né da lontano né da vicino; il colore dei capelli ora è argenteo. Le mani hanno macchie, e non sono più così lisce; ci sono solchi che qualcuno potrebbe chiamare rughe.
Eppure, chiaramente, sono ancora io. Dentro sono ancora io, il mio nucleo è il medesimo. Sono cambiato senza cambiare.
Se mi chiedeste se il mio amore è lo stesso di venticinque anni fa, no, direi di no. Non puoi vivere tanto tempo con una persona senza imparare; senza che il flusso dei giorni lavi via tutto ciò che c’era di ambiguo, di illusorio, di superfluo. Quindi no, non è lo stesso, come il mio corpo non è lo stesso, come il cristallo che estrai grezzo dalla roccia non è lo stesso di quando il gioielliere avrà finito di occuparsene.
Io credo ancora nell’amore perché non penso che l’amore sia qualcosa di immediato, una sensazione, che oggi c’è e domani no. Quello è ciò che viene asportato dal tempo, perché non è amore, ma la sua apparenza, il suo aspetto sfolgorante, lo strato superficiale. C’è una permanenza, che ho scelto un quarto di secolo fa per me, per lei, per i figli, per il mondo e di cui non mi pento. Ciò che sta sotto, ciò che è eterno, ciò che non ti puoi dare e forse neanche capire, ma a cui solo ti puoi appigliare quando la tempesta infuria, le luci si spengono, il male ti insidia; quello a cui hai promesso la tua fedeltà, venticinque anni fa, incidentalmente nella persona di una donna, a quello credo. Ancora, e sempre. Non l’abbandono. Non mi abbandonerà.

Disperazione

La disperazione è, in un certo senso, il peccato originale secondo un’altra prospettiva: credere che esistano le sole possibilità che possiamo pensare noi stessi.
Dio ha più fantasia.

Il grande caldo

A Roma fa così caldo che si sono sciolte pure le Camere.
Quest’estate a quanto pare non avremo il solito dilagare di notizie spiaggiaiole e inconsistenti, ma saremo ossessionati dall’alta politica e dalle promesse elettorali. Peccato, le prime erano più attendibili.
Dalle teche RAI non usciranno gli sketch di Tognazzi ma i comizi di Berlinguer.

Grande sconcerto tra i professionisti dell’informazione. Ma il governo non era coeso? Non aveva ricevuto la fiducia millemila volte, pure su autentiche schifezze e atrocità? Il banchiere più grande di tutti non dominava incontrastato con la sua saggezza narrata da profeti e aedi? Extra Draghi nulla salus, ci ripetevano. C’è da fidarsi, anche quando spara balle evidenti. Però, rifletteteci: chi si fida del proprio banchiere?

Sarà interessante seguire lo svelto riposizionarsi di commentatori e giornalisti, le abbuffate di coloro che si rimangeranno le balle giuringiurate fino a pochi giorni prima per meglio rifluire nel prossimo contenitore termico che li tenga al caldo e non al fresco.
Ci saranno invocazioni ai valori e trasferimento di valori, in attesa del ricambio di favori. Che ne sarà delle grandi battaglie? Sicuramente i grandi strateghi le combatteranno, mentre gli umili soldati e i passanti cercheranno il modo di sopravvivere.

Ho il sospetto che le grandi manovre estive scivoleranno sul corpo degli italiani come la sabbia nei sandali, o il sudore dalla fronte. Sì, perché la gente in fondo sa che, se siamo sopravvissuti a questo governo più letale di una medusa e più contaballe di un venditore abusivo sulla spiaggia davvero niente può farci più del male, qualsiasi abominio lo possa seguire.
Sarebbe bello un governo che governi e non si faccia governare, ma in fondo sappiamo che sono come le speranze di un adolescente imbranato che arriva al mare sperando di incontrare ragazze disponibili, e finisce a giocare a carte con la nonna al bar. E la vecchia bara.

Gli ultimi frutti

I tempi passano
il nostro frutto avvizzisce
la buccia è raggrinzita,
il marcio, la muffa
divorano l’antica polpa
che sussurra di estati passate.
Solo il seme, all’interno,
nel centro segreto mantiene
la sua giovinezza.

Ragioni

Le ragioni hanno bisogno della carne per potere essere capite.

I pini curvi

Spesso, andando in montagna, ci si imbatte in pini il cui tronco è storto.
Accade alle alte quote, soprattutto quando sono isolati. Da piccoli neve e vento li spingono verso terra; crescendo si raddrizzano, ma rimarranno sempre un poco curvi.

Talvolta succede lo stesso alle persone. Piegate dalla vita, hanno saputo da un certo punto in poi continuare dritti verso il cielo.

Avanti il prossimo

“Zaccaria, ma cosa ti è successo? Sei pieno di lividi”.
“Lascia stare, stavo scendendo da Gerusalemme a Gerico quando mi hanno beccato i briganti. Si sono portati via tutto quello che avevo e mi hanno pestato a sangue”.
“Davvero? Che sfortuna che hai avuto…”
“Guarda, lì vicino c’era uno di quei samaritani, sembrava anche gentile, mi ha perfino aiutato un po’…”
“E tu l’hai lasciato fare? Non ti ha fatto schifo?”
“Eh, ero mezzo morto. Comunque per me è lui che mi ha portato sfiga”.

Il segno

L’altro giorno camminavo verso la vetta, e ogni cosa era uno spettacolo; i fiori, il cielo, le montagne tutt’attorno.
Com’è che siamo fatti per la meraviglia? Come mai esiste la bellezza? Che scopo ha lo stupirsi per un fiore, per un’alta cima, per il muschio sugli alberi?

Tutto è segno, dicono. Ma dove, cosa, chi indica questo segno?

Avviso. Il blog si prende una settimana di vacanza…

La storia più antica

Stasera si discuteva di come il fantasy sia in fondo ben più antico di quella che oggi è considerata la letteratura “normale”. L’Odissea? Fantasy. Gilgamesh? Fantasy. Potremmo metterci dentro anche Dante, e che sono gli ippogrifi se non fantasy?

Poi, qualcuno, un paio di secoli fa, ha deciso che l’unica letteratura che vale è quella che non vola di fantasia. Ariosto e Omero, ad un concorso letterario odierno, sarebbero sbertucciati: roba da ragazzi.
Se guardiamo bene, questo rifiuto coincide con la pretesa della ragione di cancellare il Mistero. Ovvero tutto quello che non sappiamo, perché oltre. Perché più grande di noi. Tutto ciò che è troppo alto per poterci arrivare stando sulla punta dei piedi, e troppo profondo perché lo possiamo toccare chinandoci.

Il punto più alto della ragione, per, me, è riconoscere che c’è qualcosa oltre se stessa. A cui noi, esseri finiti, mai potremo accedere, perché l’Universo è troppo grande e non entra nella nostra testolina.
A cui si può accedere in una sola maniera: attraverso lo stupore.
Per cui, leggo e scrivo fantasy.

Titivillus

C’è un raspio nella cassa vicino ai miei piedi, da qualche minuto. Sto cercando di concentrarmi per scrivere il post, e mi dà parecchio fastidio. Cosa sarà? Una cimice? una mosca? Un topo? Mi chino piano, e alzo di scatto il coperchio.

Non è un insetto, e neanche un roditore. Semisepolto sotto una pila di libri c’è un esserino minuto, che ricorda una piccola scimmia, coperto di un fitto pelo color ruggine, con due alucce nerastre e un paio di corna appuntite. Solleva la testa con aria colpevole, e si accorge che lo sto fissando. Io lo guardo, lui mi guarda. I suoi occhi sono lievemente strabici. “Ehm”, fa lui.
“Che stai facendo?”, chiedo.
“Non dovresti essere in grado di vedermi”, ribatte lui con voce accusatoria.
“Ho degli accordi con Lassù”, gli comunico severo. “Dispensa professionale speciale. Allora, che stai facendo?”
“Metto a posto questi ***** di libri, non vedi?” replica stizzito.
“Mi sembra più che ti abbiano travolto”, gli faccio notare.
Lui ringhia. “Oh, bravo *******. Potresti darmi una mano, invece di ridacchiare, ******?”
Sposto i libri, e l’esserino salta in piedi, massaggiandosi una spalla. Come c’era d’attendersi, sfoggia anche una lunga coda filiforme simile a quella di un topo. “Era ora”, bofonchia. “Sei un po’ lento, vero, *******?”.
“Dire grazie invece di insultare, no?” gli rispondo.
“E perché dovrei? Quelli erano tuoi libri”.
“E cosa ci facevi in messo ai miei libri, se è lecito?”
“I ***** miei, *****”.
“Ben gentile. E tu saresti…?”
“Titivillus, è ovvio. Sono stupito che tu non mi conosca”.
“Non credo di avere avuto il dispiacere, prima d’adesso”.
“Perché sei *****. Sono anni e anni che ti giro attorno, *******”.
“Immagino tu sia un, ehm, demone”, dico senza raccoglier la provocazione.
“Acuto spirito d’osservazione. Bravo. Cosa mi ha tradito?”
“Le ali e le corna?”
Sbuffa. “Era ironico, ******. Non ti fare ingannare da quest’aspetto minuto, io sono un demone maggiore, alle dirette dipendenze di Belfagor”.
“E il tuo ruolo, se è lecito?”
Sogghigna compiaciuto. “Far sbagliare scrittori e copisti. Sono il demone protettore degli scribi. Ai tempi degli amanuensi ero un vero flagello, *******. Ogni volta che c’era un errore, indovina di chi era la colpa?” Sogghigna. “Sono anche preposto alle chiacchere inutili durante le funzioni religiose”.
“Uhm”, sbofonchio io.
Fa l’offeso. “Guarda che ho ricevuto anche il premio tentatore dell’anno per sei edizioni consecutive, grazie ai miei successi, *** *****! Oggigiorno fai fatica a trovare una funzione dove non ci siano chiacchere inutili, o sbaglio?”
Mi gratto la testa. “Devo ammettere…”
“Hey, sono bravo. Lo sai che l’Oxford English Dictionary, nella voce che mi riguarda, ha ospitato per mezzo secolo una nota scorretta? Sono potente, ******”, dice gonfiando il petto peloso.

Devo ammettere di essere impressionato. “Perdona…”
“No”.
“Volevo farti una domanda”, proseguo comunque. “Cosa sono quei *****?”
“Quelli”, gongola, “sono un altro segno della mia potenza. Se suggerisco insulti o bestemmie me li sostituiscono così, da Lassù”. Abbassa la voce con tono cospiratorio. “Per evitare un sovraccarico, sai. Non sono molto sportivi, quei ******* di angeli”. Solleva la testa, si guarda attorno. “*******, è già tardi. Devo proprio scappare…”
Annuisco. “E va bene. Un’ultima domanda. Perché sei qui?”
Lui ride. “Non l’hai ancora capito? Eri ispiratissimo, stasera, e stavi per scrivere il tuo articolo capolavoro. Sarebbe stato ripreso da mille siti e social, condiviso, riempito di like e commenti. Non hai idea di quanto bene avresti fatto. Ma io ti ho distratto, e tu l’hai completamente dimenticato. Non è vero?”
Sbatto le palpebre. E’ vero. Avevo un post in mente, ma ora non riesco assolutamente a ricordare di cosa avrebbe dovuto parlare. Non ho messo giù neanche una nota…
Sghignazza. “Ancora una volta, missione compiuta. Alla prossima, **********!”, e sparisce con un pof! e una nuvoletta di fumo pestilenziale.

Errori, sbagli e distrazioni, eh? Adesso che lo so, non avrai vita facile con me, non sperare di prendermi più alla sprovvista. Visto che mi prendi di mira, ricontrollerò ogni cosa che scrivo venti volte.
Mi gratto la nuca. Accidenti, e ora, su cosa faccio il post? E’ già tardissimo.
L’occhio mi cade sulla cassa che aveva contenuto Titivillus. Un’attimo…

Mi manca la parola

“Dove portano tutte queste autostrade, ora che siamo liberi?”
L. Cohen, “Stories of the Street”

Non è tristezza; non so se esista una parola nella nostra lingua che corrisponda. E’ il sentimento che ti prende quando vedi sogni che sai che sfioriranno, che piano piano si spegneranno e moriranno, perché già in partenza errati; la malinconia per un’energia malriposta, per il tempo speso dietro ciò che non lo merita; e non ti riesce di dirglielo, non ti riesce di avvertirli. Sai che se anche lo facessi non servirebbe; se la prenderebbero con te, ti insulterebbero e deriderebbero – esiti scontati, non sia imputato loro.

Non sai come salvarli, quei poveri spiriti dispersi, da chi li illude e da loro stessi. Perché ognuno apprende dai suoi stessi errori, non da quelli degli altri, non da quelli che hai commesso tu stesso. Ognuno porta in tasca la sua moneta.
Non puoi salvarli, e forse neanche devi, perché quello è il modo di imparare. Ogni volta ricominciare, sempre.

E però c’è questo sentimento, questa amarezza che non sai dire.

Arretrati

“Non vieni alla manifestazione contro il cambiamento climatico?”, chiese la ragazza con le trecce.
Gor alzò gli occhi al cielo. “Ehm, no. Avrei altro da fare, grazie”. Sapeva che era un errore tattico, ma non ne poteva più.
Le sue peggiori paure furono confermate. La voce della ragazza assunse toni isterici.
“Come? Non tieni al tuo pianeta? Non lo sai che i ghiacciai stanno arretrando e si stanno sciogliendo, e presto la neve potrebbe sparire del tutto?”
Gor scosse la testa. “Sparire i ghiacciai? Prima è, meglio è. Quelle robe sono pericolose. Quanto alla neve, preferisco il sole, grazie”.
“Le specie animali stanno scomparendo! Ci saranno estinzioni di massa, e la colpa è nostra!”
“Guarda…”
“Il livello del mare si sta alzando! Presto sommergerà le nostre case!”
“A questo proposito…”
“Dobbiamo smetterla di tagliare e bruciare alberi, e coltivare la terra! Dobbiamo tornare alla natura, solo così potremo cambiare la catastrofe ambientale dietro l’angolo! Gli esperti dicono che ci rimangono meno di dieci anni!”
Gor lasciò cadere l’ascia con cui stava fabbricando giavellotti e si alzò in piedi. “Senti, ascoltami bene. Ai tempi dei miei bisnonni questa valle era piena di neve fin quassù. Adesso ci sono i fiori, e ci possiamo abitare. Combattevamo i lupi giganti e gli orsi delle caverne e adesso non se ne vedono più in giro. Estinti per colpa nostra? Mano male! Anche i mammut stanno sparendo, embè? Ci sono i daini, e ti assicuro che sono parecchio più facili da cacciare. Se il livello del mare si sta alzando vuol dire che ci alzeremo anche noi e andremo un po’ più in alto, ormai non fa freddo come prima. E se vuoi dimenticare come si accende un fuoco, smettere di coltivare e ricominciare a raccogliere bacche come quando vivevamo nelle caverne, accomodati… ma il progresso vuol dire che adesso con un campo ci sfamo una famiglia, te compresa. Io vorrei un mondo in cui non nevicasse d’estate, dieci o diecimila anni che ci vogliano. Me ne frego di cosa dice lo stregone: a me sta bene così. Chiaro?”
“Sì, papà”.
“E stai lontano di lì. So come va a finire, pretenderanno qualche vergine da sacrificare per arrestare il cambiamento climatico. Succede sempre così, fanno ricadere i costi delle loro idee su qualcun altro”.
“Ma papà, i sacrifici sono necessari per salvare il pianeta!”
Gor si strofinò le folte sopracciglia sporgenti. Sentiva che gli stava arrivando il mal di testa. “Basta, ho detto! Ci sono cose che mi preoccupano di più. Per esempio l’immigrazione clandestina, tutti quei tizi alti, smilzi e senza peli che arrivano dal sud. Finiranno per sostituirci, lo so”.
La ragazzina sbuffò. “Papi, ma quanto sei primitivo!”

I miei primi quarant’anni

Quando ero un poco più giovane di adesso, venni invitato ad una vacanza in montagna. Ero riluttante. Ci andai, aspettandomi di tutto tranne che incontrare qualcosa che mi avrebbe ribaltato la vita.

L’ultimo giorno, mi ricordo perfettamente, dissi: “Io non riesco mai a portare fino in fondo niente. Questa cosa che ho incontrato è troppo grande e bella. Un anno; proverò a starci a un anno”.

Ne sono appena passati quaranta. E ancora ci sto.

Qualcuno da seguire

Non mi interessa il potere, è un demone che ho congedato da un pezzo. Tutti quei giochini mi piacciono molto poco. Ciò a cui tengo è la verità, quella che rende liberi.

Perciò datemi qualcuno che spieghi il vero, che mi faccia crescere, che mi prenda in contropiede, che mi stupisca, che mi obblighi a pensare e ripensare me stesso. Datemi qualcuno che mi affascini per ciò che indica; datemi qualcuno da seguire.

E io, se so cosa mi conviene, lo seguirò.

Chicchi

Stavo raccogliendo le idee per il post di stasera quando ho notato il rombo. Un rumore cupo, continuo, proveniente dall’esterno.
Il suono di tuoni in rapida successione, quasi indistinguibili l’uno dall’altro. Da qualche parte sta venendo giù di tutto, mi sono detto.
Il rombo aumentava d’intensità. L’orizzonte era illuminato da una successione rapida di lampi. Il vento ha cominciato a fischiare.

Ho chiuso le finestre, aperte per sfuggire all’afa, poi sono sceso per ispezionare la cantina.
La gatta voleva uscire. “Meglio per te se rimani dentro”, le ho detto. Ha miagolato, avvicinandosi all’ingresso da cui ora proveniva un suono lamentoso. Il vento stava rapidamente salendo d’intensità.
Ho aperto la porta, sono uscito. Tutto era illuminato dai fulmini. L’acqua vaporizzata cadeva a raffiche quasi orizzontali, per fortuna provenienti dalla direzione da cui siamo più riparati. Poi sono cominciati i botti. Pom! Pam! Fortissimi. Ecco che comincia la grandine, mi sono detto. E non è piccola. La gatta, saggiamente, è rientrata in casa.

Non avevo gli occhiali, ma vedevo chiaramente chicchi enormi cadere, spaccarsi, rimbalzare a venti metri di distanza, sulle strade, sui tetti, con un rumore come di martelli che colpissero impetuosi la pietra e l’acciaio. In pochi secondi la tempesta è diventata talmente fitta che si faceva difficoltà a vedere al di là della strada e, pur essendo riparato all’interno di due o tre metri, mi sono rapidamente bagnato per la pioggia nebulizzata.

Sono rientrato, sono sceso in cantina e ho infilato gli stivali. Appena in tempo per cominciare a spalare l’acqua che scendeva dalla rampa, così copiosa che la pompa non riusciva a smaltirla. Mista ad essa rami, foglie, ghiaccio, oggetti portati via dal vento.
Il nubifragio è durato cinque minuti, poi piano piano è cessato. Mentre toglievo secchiate d’acqua è rientrata mia moglie, che era fuori a cena con delle amiche. Sulla schiena ha due ematomi dove l’ha colpita la grandine. Un’amica ha avuto la macchina bollata, il parabrezza rotto.

Le prugne erano quasi mature, avrei dovuto raccogliere i fichi. Chissà se è rimasto qualcosa di mele e pere. Vedrò domattina, con il sole.
Non è la grandinata peggiore che abbia mai visto, ma è buona terza in classifica. Ce la siamo ancora cavata con poco.
Non siamo noi che decidiamo la realtà. Come una grandinata, è qualcosa che accade, e non possiamo far altro che guardare i chicchi cadere.

Si era già un poco sciolta…

Lo sguardo all’essenziale

La realtà ci circonda. Come la conosciamo? Attraverso i nostri sensi. Di questi, forse il più importante è la vista.
Teniamolo ben presente: il punto d’ingresso privilegiato che ha il mondo per entrare in noi, sono gli occhi. La nostra consapevolezza si nutre di immagini.

Ciò che vediamo dà forma, fatalmente, alla nostra idea sulle cose e sulle persone. Un impatto visivo positivo o negativo può avere conseguenze enormi sulla nostra percezione.
Chi vuole manipolare le altre persone lo sa; e non facciamoci illusioni, noi tutti manipoliamo.

Ci vestiamo bene per fare una buona impressione. Ci radiamo, ci pettiniamo. I particolari di cosa indossiamo sono pensati per trasmettere un messaggio: io sono così.
Così il leader che si vuole mostrare serio e affidabile si mostra in giacca e cravatta. Quello che desidera annunciare la sua volontà di combattere, una maglietta verde militare. Non importa che l’uno o l’altro davvero siano così, che tengano a chi governano, oppure non siano piuttosto disposti a sacrificare innocenti in nome di un interesse personale o una scelta ideologica; l’impressione che forniscono li aiuta a mantenere la maschera che indossano credibile.
E’ una sorta di mimetismo. Di gioco d’illusione.

Ciò che può penetrare il trucco è l’occhio della mente, la ragione che giudica e capisce. Aprire gli occhi sulla verità delle cose, vedere oltre le apparenze.
Quant’è difficile imparare quello sguardo.

L’America che odia le donne*

“Ciao, donna americana”
“Ciao. Ci conosciamo?”
“Sono il tuo datore di lavoro”.
“Davvero?”
“Potrei esserlo. Se tu non fossi incinta”.
“Oh. E’ un problema per te?”
“No, è un problema per te! Come farai a fare carriera ed essere felice, se non lavori?”
“Bella domanda”.
“Ma non ti preoccupare, ho la soluzione. Certamente avrai sentito che i giudici della Corte Suprema, servi degli oligarchi capitalisti, hanno tolto il diritto all’aborto dalla nostra bella Costituzione a stelle e strisce…”
“Per la verità, loro sostengono che non c’è mai stato”.
“Ah, sei informata! Ma informata male; evidentemente non leggi attentamente i miei giornali o non guardi le mie televisioni con la dovuta attenzione. Come ho spiegato più volte, quello di abortire è un diritto innato delle donne. A dirla tutta, spesso le leggi sono fin troppo arretrate e limitative: una donna dovrebbe potersi liberare del suo fardello fino al momento della nascita, e magari anche subito dopo. E’ sempre un grumo di cellule senza diritti: in fin dei conti, che differenza c’è tra la quindicesima settimana e il nono mese?”
“E’ quello che chiedono anche coloro che non vogliono l’aborto”.
“Oh, ma loro si sbagliano. I diritti è lo stato che li dà, e li dà alla nascita”.
“Scusa, ma non mi è chiaro: se i diritti li dà lo stato, allora il diritto di abortire di cui dicevi…”
“E’ diverso, non ti confondere. La decisione della Corte Suprema è illegittima”.
“E perché?”
“Perché dice il contrario di quello che affermo io. E’ per questo che bisognerebbe abolirla”.
“Ah”.
“Ma torniamo a noi. Come dicevo, ci sono, per tua e mia fortuna, diversi Stati in cui l’aborto come piace a noi è legge. Io, come tuo possibile datore di lavoro, mi offro di pagarti viaggio e cure fin laggiù”.
“E perché questa generosità?”
“Perché tengo alle donne, è chiaro. Io sono per tutti i diritti delle minoranze”.
“Mio figlio potrebbe essere down”.
“Ragione di più per abortirlo”
“Ma non proteggevi le minoranze?”
“Oh, c’è minoranza e minoranza, credo che ci capiamo”.
“Cosa significa quell’occhiolino?”
“Cosa, oh, niente, un tic nervoso. Come dicevo, ci tengo alla libertà delle minoranze. Combatto perché uomini e donne possano abortire”.
“Ma gli uomini non…”
“Oh, non sarai bigotta? Se gli uomini possono restare incinti, possono anche abortire, è chiaro”.
“Chiarissimo, certo. Come ho fatto a non pensarci”.
“Dalla tua reazione, però, capisco che hai ricevuto un’educazione oppressiva. Ti tranquillizzo subito: mi sto battendo anche perché i bambini, fin dall’asilo, possano accedere ad anticoncezionali, apprendere tutto del sesso da professionisti per poter sperimentare e formarsi una mentalità aperta”.
“I bambini dell’asilo?”
“Sì, certo. Se esistono è perché sono nati in famiglie oppressive che non li hanno abortiti, quindi occorre educarli. Ma non ti devi preoccupare, perché se ascolterai i miei consigli queste cose non ti riguarderanno”.
“Ancora non mi è chiaro però. Tu mi stai offrendo…”
“Un viaggetto tutto spesato in uno Stato dove i medici non possono rifiutarti l’aborto. Hai tempo di decidere fino alla nascita, e magari anche un poco dopo”.
“Non ho capito quel dopo… Hai ancora quel tic all’occhio”.
“Nel senso che chi è inutile e non può provvedere a se stesso dovrebbe essere soppresso, per il suo stesso bene e quello della società tutta. Non sei d’accordo?”
“Uhm… e chi sarebbe inutile?”
“I bambini indesiderati, i vecchi, e anche chi si rifiuta di collaborare alla costruzione del nuovo meraviglioso mondo del progresso”.
“Ma cosa ci guadagni, tu?”
“La consapevolezza di avere fatto la cosa giusta e avere difeso la libertà; inoltre, un’impiegata a cui non devo pagare il congedo di maternità e che sarà in seguito completamente dedicata non a dei figli, ma al suo lavoro e al suo cane. E’ qualcosa a cui le nostre grandi aziende, cioè quasi tutte le maggiori corporazioni, tengono molto”.
“Scusa, prima non avevi detto che gli oligarchi capitalisti erano contro l’aborto?”
“Infatti non siamo oligarchi, siamo filantropi liberali. I cattivi sono gli altri. Se non vogliono l’aborto, sono certamente cattivi”.
“Avevi anche detto che lo facevi per le donne”.
“E certo. Chi le vorrebbe, con i pargoli al seguito? Offriamo loro un vantaggio. E’ win-win. Senza lavoro non potrai mantenere la famiglia”.
“Ma se abortisco non avrò una famiglia da mantenere”.
“Vedi? Ancora più conveniente”.
“Sono incinta di una femmina. Vuoi eliminare una donna?”
“Ecco che ricompare la bigotta. Non puoi dire che sia femmina. Di che genere sarà lo deciderà lei, all’asilo o più tardi. Dopo essere stata adeguatamente istruita”.
“Sai, credo che alla fine questa figlia la farò nascere. Rifiuto l’offerta”.
“Sei un essere indegno, il putridume della terra. Spero tu perda la bambina e sia costretta a prostituirti per nutrirti”.
“Oh, l’hai chiamata bambina…”

*”L’America che odia le donne”, titolo de “La Stampa” del 25 giugno

Gli utenti di Glastonbury

Sono incappato, spigolando su Twitter, su diversi tweet che parlavano del festival di Glanstonbury.
A quanto pare si tratta di un evento per gente “sveglia” (woke), che si può permettere di spendere 280 sterline per ascoltare dei milionari che ti dicono che il capitalismo ha fallito, bisogna fermare il cambiamento climatico e naturalmente armare l’Ucraina e odiare i russi (Zelenski ha fatto una comparsata pure lì).

Un tweet mostrava un immagine del dopo festival: il campo ingombro di ogni genere di rifiuto. Non è proprio quello che ci si aspetterebbe dopo avere ascoltato persone che hanno fatto la fatica di percorrere migliaia di chilometri con il loro jet personale per incoraggiarti a sacrificare tutto per l’ambiente .
Prontamente qualcuno ha ribattuto che era un’immagine vecchia (ma sembrerebbe che dall’epoca niente sia davvero cambiato) e che tutto sarebbe stato prontamente ripulito, gli spazzini erano compresi nel prezzo del biglietto.

Ecco, è stata proprio quest’ultima tesi, sostenuta seriamente da parecchie persone, che mi ha dato da pensare.
Olalà, è vero, sporco, ma tanto ci pensa il mio cameriere a ripulire, lo pago per questo. Posso fare tutte le porcherie che voglio, basta che scucia denaro per metterle a posto.
Se vogliamo, è l’identica mentalità che sta talvolta dietro all’aborto. Ok, mi sono divertito, tanto poi basta pagare per eliminare l’immondizia che ho prodotto. Anche se assomiglia stranamente a un bambino.

E’ qualcosa di simile a quanto avveniva nelle religioni pagane. Sono pio quando porto rispetto formale al dio, faccio le mie offerte; pago, quindi il dio mi deve dare fortuna, onori e proteggermi dai problemi. Togliete dio, metteteci “Stato” al posto: avrete la mentalità della sinistra odierna, che non a caso è quella preferita da chi ha il potere. Da qualche parte le offerte le devi pure comprare; se poi sei anche chi le riceve, il cerchio si chiude magnificamente.

Il cristianesimo è leggermente diverso. Ti dice che le tue porcherie, le tue malvagità, le tue ipocrisie se vuoi puoi darle a qualcun altro da portare. Non al tuo maggiordomo, non all’impresa di pulizie o al chirurgo. A Cristo stesso. Che non ti chiederà niente in cambio, a parte amarlo.
Perché, vedi, magari di quello che ripulisce non ti importa niente, in fondo l’hai pagato. Ma se è una persona che ami, ti si stringe il cuore a vederla faticare per qualcosa che tu hai causato. E magari la prossima volta tutta quella sporcizia la eviti. Perché tieni a lei.

Ecco la differenza tra quelli di Glanstonbury (per dire). Loro non amano; in fondo, sono utenti.
E niente cambierà di quanto dicono di desiderare.

Un’altra vita

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che il diritto all’aborto, sancito dalla sentenza Roe vs Wade del 1973, è sostanzialmente un’invenzione che non trova posto né nella Costituzione americana né nelle sue leggi. Che fosse tale si sapeva da un pezzo; ma finora era sempre mancata una maggioranza di giudici che lo confermasse. Adesso si è trovata.

Abbiamo assistito, da quando è trapelata la notizia che ciò sarebbe forse successo, ad un crescendo di attacchi isterici e violenti contro chi vorrebbe proteggere il nascituro. Centri per la vita vandalizzati, pestaggi, minacce, c’è stato anche chi ha tentato di uccidere i giudici. Il tutto non solo non ostacolato da chi comanda, ma in qualche modo incoraggiato dal potere. Seppellendo una volta per tutte, se uno volesse guardare ai fatti con onestà, la leggenda che il punto è la libertà. Se non si ha a cuore la vita di bambini indifesi, è chiaro che nessuna vita o opinione è al sicuro.

Quella che decade è solo la protezione federale contro la vita. Coloro che si arricchiscono sulla morte, che dell’ammazzare bambini hanno fatto il loro sacramento, non si fermeranno certamente. Hanno soldi, hanno potere e visibilità. Però, chissà. Forse un certo castello di menzogne costruito nell’ultimo mezzo secolo comincia a fare vedere qualche crepa. Ma anche dovesse crollare del tutto, sappiamo bene che il combattimento non sarà mai finito, perché il male non è sconfitto né dalle leggi né dalla buona volontà. Finché ci sarà libertà, non potremo fare a meno di scegliere.

Cenni di fisica divina

Dio è un campo.
No, non di quelli che puoi coltivare. Un campo come in campo elettrico, campo gravitazionale. In fisica, il campo è un’entità che esprime una grandezza come funzione della posizione nello spazio e nel tempo.
Qual è la grandezza che esprime il campo di cui parlo? E’ la bellezza. La verità. La giustizia. Per usare un’unica parola, potremmo dire il bene – il senso della nostra esistenza.

In prossimità di Dio, il valore del bene diventa asintotico, tende ad infinito. Smette di essere misurabile, o raggiungibile. Noi esseri finiti non lo raggiungeremo mai – salvo “cadere” dentro la divinità.

La differenza di bene tra un punto e l’altro è quello che ci fa muovere. Siamo attirati verso il bene maggiore. Spesso ci capita di procedere nella direzione sbagliata, dando retta a bussole malfunzionanti. Ciò si chiama male. Il male non ha una sua realtà indipendente. E’ un vettore che punta nella direzione opposta a Dio.
L’inferno è assenza di campo.