Archivio dell'autore: Berlicche

La vendetta è un luogo asciutto

Mi scrive un amico, sconfortato. Le cose non stanno andando bene. Non so se voi vi ricordate ancora di quegli anni in cui questo si diceva fosse il paese della libertà; oggi abbiamo la conferma che la libertà è solo quella di conformarsi al nuovo verbo del potere.

Chi si oppone, paga. Comincia a pagare, almeno. Perché è evidente, a chi non sia del tutto cieco, che ciò che sta accadendo è un percorso preordinato e progettato verso il buio. Verrà anche la violenza, e la prevedibile reazione ad essa. Se non venisse, forse sarebbe anche peggio; vorrebbe dire che non c’è più neanche bisogno della menzogna, che l’opposizione è ritenuta irrilevante.

Di fronte a tutto ciò ci sono due tentazioni. La prima sarebbe, come mi scrive quell’amico, “consegnare il cuore all’odio ed al desiderio di vendetta, consumandomi in pensieri ed immagini di stragi possibili o anche solo di violenze personali (che mi piacerebbe applicare di volta in volta a questo o quello)“. La seconda è opposta e complementare: rinnegare ciò in cui abbiamo creduto, gettare le armi a terra, piegarsi a chi è troppo forte per essere vinto.

Eh, vendetta, gli ho risposto. Siamo arrivati alfine a quello che ci aspettavamo e temevamo, la persecuzione, e temo che siamo solo agli inizi.
Io credo che tutta la generosa mobilitazione di questi giorni non servirà a niente, perché abbiamo a che fare con un potere a cui ormai non frega niente della popolarità, dell’economia o del bene delle persone. Temo che se potessero ci schiaccerebbero tutti con i carrarmati; non è detto che non ci si arrivi. Ma ritengo più probabile che si limiteranno a confinarci nel silenzio, a toglierci i mezzi per sopravvivere se non ci pieghiamo. Almeno in prima battuta; una volta che sarà chiaro che non possiamo sconfiggerli con la determinazione, si stringerà una volta per tutte la morsa.

Questa, naturalmente, è la mia vena pessimista che salta fuori. Però credo che nel prossimo futuro dovremo valutare molto bene quali e quante battaglie combattere, dove sia la linea che non possiamo e vogliamo attraversare; senza confidare troppo in noi stessi, perché è comunque un Altro che ci salva.

Forse è proprio questo ciò che ci può insegnare questo tempo doloroso; che tutte le nostre forze non bastano a sconfiggere il male.
Forse l’unica vendetta sarà vedere i nostri persecutori perduti dalla loro stessa persecuzione che, non dubito, si ritorcerà loro contro. “Non fate le vostre vendette, cari miei, ma lasciate posto all’ira di Dio, perché sta scritto: ‘A me la vendetta, io renderò la retribuzione, dice il Signore‘.”

Le armi non vanno gettate a terra; vanno tenute al fianco, pronte per quel giorno. E se quel giorno tardasse e fossimo costretti a toglierle, vanno riposte con cura, in un posto asciutto. Se non saremo noi a riprenderle, qualcuno alla fine verrà.

Qualcosa da dire

Anche lunedì sono stato al Salone del Libro. Dovevo prendermi solo mezza giornata di ferie, ho finito per starci tutto il giorno. Nonostante il salto del pranzo, i piedi spellati, il caldo.

Non è che abbia fatto cose speciali. Ho guardato; ho parlato; ho imparato. C’erano lì dentro più storie di quanto un uomo possa contenere. Coloro che incroci in qualche modo non ti sono estranei: riconosci in loro dei fratelli, delle sorelle, la segreta condivisione di un amore.

Amore per la parola e le parole; che è, in fondo, un amore per la vita, perché le parole vivono, sono significato condensato; anche quando fossero mal scritte, sarebbero sempre il sudore di un’anima.

“Sei un autore? ma dai, anch’io” “Cos’hai scritto? Me lo racconti?”
C’è una strana solidarietà, una misteriosa comunanza tra coloro che scrivono. Scopri le stesse fatiche, lo stesso desiderio. Che è forse il bisogno di raccontare; di portare ad altri quanto si è appreso. Rendersi conto di avere qualcosa da dire, per sconfiggere il silenzio.
E’ un grido, leggimi. Conoscimi. Riconoscimi.

Oggi le parole sono diventate incorporee, pixel su uno schermo. Mi dichiaro colpevole anch’io di questo. Ma che bello quando diventano suono, diventano persona; quando si solidificano in una presenza; in un fratello. Sì, la parola deve farsi carne. E’ il metodo scelto da Dio; non si è sbagliato. Non si sbaglia mai.

Il prato dietro le case

Il prato dietro le case è abbandonato, come loro. L’eco dell’estate risuona nel cielo terso profumato d’autunno.
I soli suoni sono lo stridulo richiamo dell’aquila e il crepitio di foglie secche che il vento a brevi folate disperde.
Tutto sembra sospeso, come in attesa.
Ma in attesa di cosa?
Della neve, forse, del lungo gelo che renderà il silenzio ancora più profondo; o del sole che ancora guiderà verso la luce i germogli dorati.
O forse di nuovi passi, di un tempo diverso, del compimento di una speranza.

Andorina, 16/10/2021


Chiedi all’Imperatore

“Dove andate?”, chiese il vecchio.
“Dall’Imperatore”, rispose il ragazzo. “Gli chiederemo di togliere questa legge ingiusta e iniqua”.
L’anziano rise. “E quando mai gli Imperatori ascoltano questi consigli?”
Il ragazzo si arrabbiò. “Deve! Se ha a cuore il bene del suo popolo.”
“Appunto, se. E se non dovesse cambiare idea?”
“Sciopereremo! Manifesteremo! Protesteremo! Allora ci darà retta per forza.”
Il vecchio scosse la testa. “Giovanotto, gli Imperatori mandano al macello i loro eserciti per il potere e per la gloria. Riducono in povertà per la brama di conquista, e per ottenere ricchezze non esitano a imporre leggi come quella che tanto vi irrita. Una persona che lascia morire la sua gioventù, che vi racconta bugie per mantenervi buoni e getta in prigione chi lo critica, potrà mai ascoltarvi? Agisce per un motivo; è lui che siede sul trono, e finché avrà il sedere lì sopra farà quello che gli pare. Il paese potrebbe bruciare, lui avrà la sua legge. Puoi protestare quanto vuoi: a lui non importa niente.”
“Allora faremo la rivoluzione!”
L’anziano gli mise una mano sulla spalla. “Pensi sul serio che i tuoi concittadini si ribelleranno? Illuso. Sei tu quello che li indispone, perché li disturba nella loro indolenza. Tu sei colui che loro non vogliono essere, e non te lo perdoneranno facilmente. L’Imperatore dirà di te cose turpi, e loro ci crederanno. Non puoi vincere.”
Il vecchio sospirò. “Ci fosse anche la Rivoluzione, sarebbe perché un altro Imperatore ancora più terribile così ha deciso. Davvero pensi che a questo mondo ci sia la giustizia?”
“Cosa possiamo fare allora?”

Il vecchio ristette un attimo, poi disse: “Gli imperatori passano; la verità resta”.



Il domatore

“Il mio sistema è abbastanza semplice”, disse il domatore. “Comincio facendo fare loro cose normali. Camminare, aspettare, stare buoni, azioni facili. Se lo fanno do loro una ricompensa, se si rifiutano una punizione. Quando hanno imparato, passo a qualcosa di più impegnativo, ma non troppo. Faccio portare qualcosa, premere un grosso pulsante, robe così, e di nuovo sono ricompense e punizioni.”
“E poi passa ai compiti più impegnativi”, disse il giornalista.
“Esatto. Routine sempre più complicate, anche rischiose, cose che non farebbero mai da soli. Ormai però si sono abituati a obbedire, a venire premiati quando fanno quello che impongo loro e a venire puniti quando si rifiutano. Poco per volta, sempre aumentando le richieste, fino all’obbedienza completa. Il trucco è farlo gradualmente, in modo che non si accorgano che sto costringendoli.”
“Ma se si rifiutano?”
“Intanto, bisogna dire che in un gruppo che viene addestrato. se qualcuno non fa quello che chiedo. punisco specialmente chi si rifiuta, ma anche tutti quanti gli altri. Per questo sono spesso gli stessi compagni che spingono chi si ribella a obbedire, obbligandoli con la forza o escludendoli dal gruppo, capisci? Quindi chi si ostina è un caso raro. Intendiamoci, non è che comprendano quello che fanno, non sono così intelligenti, è che non vogliono perderci per quei pochi che si rifiutano. Non si pongono neanche il problema se le loro azioni abbiano un senso, o perché debbano fare quello che fanno. Ecco, non importa il senso, l’importante è che imparino ad ubbidire. Sei tu che sai perché devono fare così, mica loro. Questo significa addestrare. Poi, se ci fosse il caso di quello strano, del ribelle che si rifiuta proprio, allora prima lo punisci davanti a tutti, perché imparino la lezione, e poi via, prima che rovini gli altri”.
“Via?”
“Massì, mi ha capito.”
“E, mi dica, con quali bestie lavora abitualmente?”
“Bestie? Ma io parlavo di uomini.”

Parole di carta

Ve lo avevo annunciato; oggi sono stato al Salone del Libro.
Per un autore, a parte i pochi privilegiati sponsorizzatissimi, è un’esperienza un poco estraniante. Millemila libri, e probabilmente quasi tutti buoni. Non so quanti capolavori, ma in mezzo ce ne saranno di sicuro. Sperduti.

Ognuno di quei volumi cerca disperatamente di attirare lo sguardo, di ricevere attenzione, fosse pure per un attimo. I grandi editori hanno grandi firme e commessi; i piccoli persone che coccolano i volumi come si farebbe con dei figli. Si vede che li amano. Che vorrebbero per loro il migliore dei futuri.
Impresa difficile. Anche i grandi si perdono nel chiasso della folla di copertine.

Lo scrittore è, deve essere, prima di tutto lettore; se no sarebbe come un esploratore che non si muove di casa. La parola si nutre di parole, più gliene si dà più la sua pelliccia è lucente. Oh, vorrei averli tutti, quei meravigliosi volumi. Ma non posso. Il mio tempo è limitato, la mia mente anche. Le mie letture passate sfuggono e si disperdono nel flusso dei secondi. Quanto poco ne ricordo.

Accarezzo il volume che ho scritto, le parole scelte una ad una. Povere pagine mie, vi ho mandate nel mondo da sole. So quanto siete belle, so che non avete niente da invidiare a quelle che rilucono sotto il raggio dei riflettori. A parte i riflettori stessi. Ma anche quelli si spegneranno. Che ne sarà di voi, non so. Chi scrive nasconde sempre un poco di sé tra le righe, nella speranza che qualcuno lo scopra. Potenza della parola, che imprigiona le idee, la sostanza delle cose. E lentamente la rilascia, come il profumo di fiori secchi in una stanza antica.

Per chi volesse, lunedì prossimo sarò ancora lì, allo stand Echos, padiglione 3, alle 11.

Spacciatori

“La discesa all’inferno è facile, e coloro che cominciano adorando il potere presto adorano il male.”
C.S. Lewis, The Allegory of Love

Lo so bene, almeno teoricamente. Eppure mi deprime sempre vedere, ascoltare, leggere persone che per compiacere il potere* si prestano alla menzogna; la diffondono, la idolatrano persino, pur sapendo, o potendo sapere. La loro maschera in alcuni casi scivola, e cosa si vede al di sotto mette paura.
Forse deprimere non è la parola giusta; in effetti, per me che soffro di pressione bassa, è più efficace di qualsiasi pastiglia.

Se dovessi paragonare questi personaggi a qualcuno, mi verrebbe in mente solo uno spacciatore di droga. Uno che conosce perfettamente gli effetti di cosa sta vendendo; del fatto che sta condannando a morte, o a una vita miserabile, innumerevoli altri. Ma che non smette, non può e non vuole smettere; bisogna pur vivere, si giustifica con se stesso.

O forse neanche; per lui le altre persone sono solo un mezzo per il suo successo, se così si può chiamare. Gente che si merita quello che le accade. Sono loro che lo vogliono. Lo spacciatore è orgoglioso della propria merce.

Ma quello spacciatore lo capisco. Il Signore mi aiuti, lo capisco, perché è forte, a volte quasi invincibile, la tentazione di fare qualsiasi cosa per quello che si pensa sia il proprio bene. E’ questo il vero male, è questo il peccato, non altro. L’uomo è cattivo.

Quello che davvero mi deprime è chi, pur potendo vedere, pur potendo capire, sceglie di non farlo, e crede ai mercanti di morte. O quantomeno si adegua tacendo. Il male più grande che facciamo, noi uomini cattivi, è contro noi stessi.

*Una nota: quando parlo di potere, non intendo niente di mistico. Sono solo altri uomini, cattivi come tutti, che fanno il loro interesse; che spesso è il nostro male. Che ci sia ancora più in basso qualcosa, qualcuno a muovere i fili, uno strato di malvagità pura, come una falda di veleno in cui essi affondano le loro radici, è un’ipotesi che dopotutto non ci tocca. Quello è il profondo, noi viviamo in superfice. Spetta a noi scegliere.


Lo specchio dei cieli

Fu assolutamente un caso. Almeno così aveva pensato. Una coincidenza improbabile, più unica che rara.
Fabio studiava supernove. Astri che esplodevano così violentemente da eclissare con il loro breve splendore l’intera galassia di cui facevano parte. Quasi sempre stelle molto massicce, e perciò rare; ma con duecento miliardi di galassie conosciute, ognuna a sua volta con miliardi e miliardi di stelle, praticamente ogni giorno la luce di almeno uno di questi fenomeni raggiungeva la Terra.


L’evento che gli strumenti avevano registrato nelle ore precedenti era ancora più inconsueto del solito. La maggior parte delle supernove si somigliano; alcune però hanno un comportamento peculiare. Il lavoro di Fabio era collezionare queste stranezze, in modo da comprendere cosa poteva averle provocate.

la curva di luminosità di SN2026hz era sicuramente strana. Aveva raggiunto un primo picco molto rapidamente, aveva mostrato una leggera discesa per poi salire ancora; ora stava decrescendo, ma più lentamente del solito. Anche lo spettro, che indicava di quali elementi fosse composta la stella, mostrava strane anomalie: poco nickel, parecchio zinco…

Dove aveva già visto qualcosa del genere?

Fabio si ricordò. Certo. Quattro anni prima, un’altra supernova che aveva studiato in profondità. Un comportamento molto simile. Anche quella era stata una galassia parecchio distante, lontana due miliardi di anni luce. Fabio sorrise, rammentando. Una galassia dalla forma curiosa, deformata dall’incontro ravvicinato con un ammasso stellare, che l’aveva resa somigliante a un topo con tanto di muso. La supernova era stata periferica, sulla punta della nube di stelle che sembrava l’orecchio del sorcio. La supernova di Topolino, l’aveva ribattezzata.

Ancora sorridendo, L’astronomo richiamò sullo schermo le fotografie appena giunte dal telescopio spaziale. E si arrestò, interdetto.
La galassia che stava guardando era molto simile a quella di quattro anni prima. La forma era quasi identica, per come la ricordava. Anche la posizione della supernova, all’estremità di un braccio galattico denso e circolare, sembrava uguale. Possibile? Si trattava forse della stessa galassia? Di una supernova ricorrente?

Eppure no. La posizione della galassia nei cieli era tutt’altra, praticamente all’opposto rispetto alla prima…
Proprio così, confermò consultando gli appunti. E questo escludeva anche che potesse essere lo stesso oggetto duplicato da una lente gravitazionale.
Richiamò le fotografie del primo evento. No, le due galassie non erano del tutto uguali. Qui c’erano braccia a spirale, dall’altra delle nubi opache. E poi erano disposte specularmente…
Sentì salire una vampata di calore. Deglutì, la gola secca. Con mano tremante aprì un programma di modifica dell’immagine, rovesciò una delle fotografie, l’ingrandì leggermente, la sovrappose all’altra. Ora coincidevano; come coincidono il petto e la schiena di una persona.
Ecco cos’era che non andava. Era la stessa galassia. Ma vista dalla parte opposta.

Richiamò i dati dell’evento di quattro anni prima. Li confrontò con quelli appena arrivati. Erano perfettamente identici, al netto degli errori strumentali.  La testa gli girava. Se quello era uno scherzo, era molto ben riuscito.
Ma lo scherzo, pensò Fabio, non era di uno dei suoi colleghi.
Recuperò dalla tasca il telefono.

La sala riunioni era piena di gente. Due erano premi Nobel, con altri tre collegati in remoto. Fabio aveva la voce arrochita e le gambe molli, e si sedette. Le scorse settimane era state infernali. E ancora la notizia non era trapelata. Ma, dopo la relazione che aveva appena terminato di esporre, non avrebbe tardato a raggiungere le prime pagine.
“Domande?” chiese Carlo, il suo capo.
Si era aspettato una selva di mani, ma solo una si alzò, come se gli altri fossero troppo scossi per osare trarre le conclusioni da ciò che avevano appena sentito raccontare.
“Prego”
Era uno dei Nobel. “Se ho compreso bene, appare provato che stiamo vedendo uno stesso oggetto celeste molto distante in due posizioni praticamente opposte. Credo che la conclusione più ovvia da trarre sia…” la sua voce si spense.
“Che l’Universo è finito, e molto più piccolo di quanto pensavamo”. Fabio cercò di capire chi avesse parlato, poi si accorse con un sussulto di essere stato lui stesso.
“Ancora non ho capito come sia possibile”, disse una voce querula dal fondo. Come mai vediamo la stessa galassia due volte?”
Fabio si alzò e si avvicinò alla lavagna attaccata al muro. Disegnò un cerchio, e sul cerchio un punto. “Prendiamo questo cerchio. E’ un oggetto a una dimensione in un piano a due dimensioni. Se partendo dal punto percorriamo tutta la circonferenza, incontriamo di nuovo lo stesso punto, arrivando dalla parte opposta.” Accennò alla finestra. “Passiamo da una a due dimensioni. Se prendete l’aereo e volate in linea retta, ricapiterete di nuovo qui, una volta fatto il giro del mondo. La Terra è tridimensionale e di dimensioni conosciute, ma si può percorrere tutta la sua superficie senza incontrare un limite. Se il nostro pianeta avesse un campo gravitazionale abbastanza potente da incurvare la luce facendole fare tutto il giro e io la vista di un superuomo, guardando verso l’orizzonte potrei vedermi la nuca ad una circonferenza terrestre di distanza. La nostra ipotesi è che l’Universo sia un’ipersfera a quattro dimensioni in cui accade lo stesso fenomeno, per noi che siamo a tre dimensioni. Vediamo l’oggetto dalle due parti  perché la luce ha fatto tutto il giro. Abbiamo avuto la fortuna di trovare una galassia riconoscibile dall’altra parte dell’universo, e questo ci dà un’idea precisa del suo diametro. Circa due miliardi di anni luce.”
Un’altra voce. “Ma perché questo non è evidente? Dovremmo vedere strutture speculari a distanze uguali o superiori al diametro…”
“Non lo sappiamo ancora. Crediamo che ci sia un qualche tipo di anisotropia, ma il punto principale è che vediamo sì oggetti ripetuti, ma non ce ne accorgiamo. La luce che ci arriva da loro ha viaggiato per molti anni luce in più, e li vediamo come sono in momenti distanti tra loro milioni di anni. Un milione di anni di differenza possono mutare del tutto la fisionomia di una galassia, figurarsi dieci o cento milioni d’anni. Nel nostro caso, gli anni di differenza sono solo quattro, e la forma così peculiare da farcela riconoscere all’istante. Se la supernova fosse esplosa in una galassia più ordinaria avremmo pensato a due eventi distinti”. Prese fiato. “La galassia Topolino dista poco più di due miliardi di anni luce, e solo da poco siamo stati in grado di ottenere immagini soddisfacenti di oggetti così lontani. Tenete conto anche che l’Universo si espande, così è realmente complicato capire da dove venga la luce di un oggetto situato in uno spazio molto più piccolo del presente. E poi c’è la curvatura spaziotemporale e…” Fabio tacque per un attimo.
Approfittando del momento di silenzio arrivò un’altra domanda. “Avete cercato altre duplicazioni?”
Fabio annuì. “Sì. Riteniamo di avere identificato almeno altri due oggetti ripetuti con una certa sicurezza, e ci sono un’altra dozzina di candidati. E, ovviamente, ci sono le superstrutture: gli ammassi di galassie, i superammassi… una volta capito come funziona, si comprendono tante cose…”
“Le conseguenze cosmologiche sono… immense” sussurrò qualcuno.
Altro silenzio. “Ancora qualcosa non torna…”
“Non tornano un sacco di cose. Credo che tra cosmologi, fisici e matematici avremo il nostro daffare per i prossimi anni.”

La riunione era finita. Uscirono nella notte, bruciata di luci stradali. Alzarono gli occhi verso quel cielo grigio, quelle stelle invisibili. “Quante erano le probabilità che lo scoprissimo?” chiese Carlo.
Fabio scosse la testa. “Non ne ho idea. Ma dopotutto ci sono centinaia di miliardi di galassie.”
Carlo rise, seccamente. “Appunto. Calcola quante possibilità avevamo che ce ne fosse una così strana proprio sul confine esatto dell’Universo, che si specchiasse verso di noi. Che possibilità c’erano che tu, fra tutti gli uomini, fossi lì, l’unico in grado di capire. Capire quanto siamo piccoli. E grandi.”
Respirarono ancora un po’ di notte.

Giovedì 14 e Lunedì 18 alle ore 11 sarò al Salone del Libro di Torino, per promuovere “il tempo degli dei”. Ha studiato, se lo merita… Chi passasse da quelle parti mi venga a trovare al Padiglione 3 posto R84, editrice Echos.

Platinum end

Come ho già accennato in più di una occasione, mi piacciono i cartoni animati – anime – giapponesi. Generalmente le nuove serie vengono trasmesse in concomitanza con la stagione dell’anno corrente: sono appena iniziate quelle autunnali.

Di solito mi vedo la prima puntata di quelle che sembrano più interessanti, lasciando poi perdere quelle non all’altezza. Ieri ho guardato il primo episodio di una serie alquanto strana, almeno ai nostri occhi di occidentali: “Platinum end“.
Questa la sinopsi:

…Sentendosi svuotato, privo di uno scopo e di ragioni per vivere, Mirai si getta da un grattacielo per porre fine alla sua esistenza, ma l’intervento dell’Angelo Nasse evita la sua fine prematura. Nasse si presenta come “angelo custode” di Mirai e gli concede alcuni doni: la freccia cremisi grazie alla quale chiunque può innamorarsi di lui per trentatré giorni; la freccia bianca, ossia un artefatto che permette di uccidere chiunque all’istante; e le ali angeliche, che permettono di spostarsi istantaneamente in qualunque luogo sulla Terra. Mirai prova i doni e un barlume di speranza sembra accendersi nel suo cuore, tuttavia non sa che è si è involontariamente candidato a una misteriosa “selezione” per scegliere il nuovo Dio…

Al termine della visione, mi sono ritrovato davvero perplesso. L’angelo che interagisce con il protagonista non sembra possedere una morale se non quella del “fa’ ciò che vuoi”. Incoraggia a rubare, a soggiogare gli altri, ad uccidere senza la minima remora. Quando il protagonista le dice che sembra più un diavolo che un angelo, questa ribatte: “non esistono i diavoli; tutto il male viene da dentro l’uomo”. Cosa intenda con male, viste le premesse, è difficile da comprendere.

Quello che più mi ha fatto sobbalzare, però, è altro. Quando il protagonista, che ha visto la propria famiglia distrutta ed è stato allevato da zii che Harry Potter levati, invoca amore e libertà, questo angelo per soddisfarlo gli dà un paio di ali per potere andare dove vuole e una freccia mistica che rende chi colpisce schiavo d’amore per un mese.

Libertà davvero equivale ad andare dove si vuole? O sotto questo concetto c’è nella serie una profondità ancora non rivelata o è messa in mostra tutta la pochezza di una certa mentalità moderna. Il fatto stesso che una simile convinzione sia comunque proposta e apparentemente accettata qualcosa rivela del mondo in cui viviamo. Le definizione è in una certa maniera speculare di quella del chiamare amore l’annullamento della volontà dell’altra persona; è come se ci si accontentasse dell’apparenza, delle superficie di quei desideri senza comprenderli a fondo.

Essere liberi è qualcosa di più della libertà di movimento; si può esserlo anche nel fondo di una prigione. Uno schiavo, una persona con la mente prigioniera può viaggiare. Cos’è libertà? Quando però ci sentiamo liberi? Quando facciamo ciò che il nostro cuore vuole, il nostro desiderio brama; in definitiva, quando facciamo ciò per cui siamo fatti. Come esseri umani, siamo fatti per la verità: per questo è stato detto che la verità ci renderà liberi – mentre essere liberi non è garanzia di essere veri.

Gli autori della serie sono gli stessi di Death Note, un’opera giustamente famosa che presentava anch’essa intriganti dilemmi morali. Vedremo come si evolverà la vicenda; se varrà la pena di seguire la serie o, come sembra possibile, il mio limite di resistenza alla cazzate verrà superato.

Opinioni diverse

Gooogle e YourTube hanno annunciato, questo giovedì, una nuova politica che impedirà ai no-liberopensiero di monetizzare i loro contenuti sulle piattaforme del gruppo, sia mediante pubblicità che per quanto riguarda le richieste di contributi.

E’ una delle misure più aggressive che le maggiori piattaforme tecnologiche abbiano intrapreso per combattere la disinformazione sul libero pensiero e le posizioni antiscientifiche.

Gli inserzionisti e coloro che pubblicano su queste piattaforme non potranno trarre profitto da contenuti che contraddicano “il ben stabilito consenso scientifico sulla inesistenza di qualsiasi essere superiore o divinità”, ha annunciato la compagnia.

“Questo include contenuti che si riferiscano alle divinità come esseri reali che agiscono sul mondo, ad affermazioni che l’unica morale accettabile sia quella attribuita a queste ipotetiche entità superiori, e dichiarazioni che negano la nefasta influenza delle religioni sul mondo e sulla storia.”
Pubblicità e monetizzazioni saranno ancora permessi per argomenti correlati come discussioni filosofiche, dibattiti sugli impatti delle religioni sulla civiltà e nuove ricerche sul tema.

Gooogle afferma che ha deciso di implementare questi cambiamenti in risposta alle frustrazioni degli inserzionisti e dei creatori di contenuti che vedono i loro messaggi apparire insieme al negazionismo del libero pensiero.

“Gli inserzionisti non vogliono che quel tipo di annunci siano visti dal pubblico abbinati ai loro”, dice la compagnia. “Facciamo tutto questo per ridurre la disinformazione e assicurarci che chi nega il libero pensiero con la scusa di una morale divina non ottenga remunerazione per le sue attività.”

Il gigante tecnologico dice che valuterà puntualmente i contenuti rispetto alla nuova politica: “distingueremo accuratamente il contesto in cui quelle affermazioni sono fatte, differenziando tra contenuti che pongono false affermazioni come fatti rispetto a contenuti che invece mettono in discussione quelle affermazioni”.

La compagnia afferma che ha consultato esperti, come i rappresentanti del Comitato delle Nazioni Unite per la Regolazione delle Religioni, per creare questa politica. Il rapporto dice che c’è evidenza “inequivocabile” che non esiste nessun essere supremo di alcuna sorta. “Non esistono prove”, dicono gli studiosi.
Gooogle conferma che utilizzerà una combinazione di strumenti automatici e revisori umani per imporre la nuova politica.
Le compagnie Internet sono da tempo sotto pressione da parte degli attivisti antireligiosi perché facciano di più per contrastare la negazione del libero pensiero sulle loro piattaforme.

La politica sarà attiva dal prossimo mese.


Ops! Mi sono sbagliato. Nel tradurre l’articolo ho inavvertitamente sostituito “Religione” a “Cambiamento climatico”. Sono coloro che negano che ci sia un’emergenza climatica – che come l’araba fenice che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa – che verranno colpiti da questi indefessi rafforzatori del pensiero unico, il loro. Per la stretta sulla religione dovremo aspettare ancora qualche tempo; ma non credo così tanto.

Nel buco

Ed el mi disse: «Quel fu ‘l duro camo 
che dovria l’uom tener dentro a sua meta. 
Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo 
de l’antico avversaro a sé vi tira; 
e però poco val freno o richiamo. 
Chiamavi ‘l cielo e ‘ntorno vi si gira, 
mostrandovi le sue bellezze etterne, 
e l’occhio vostro pur a terra mira; 
onde vi batte chi tutto discerne».


Dante Alighieri, Purgatorio, Canto XIV


Chiamati a guardare in alto non sappiamo sollevare lo sguardo. Ogni generazione la storia si ripete.

“Avete affermato: «È inutile servire Dio: che vantaggio abbiamo ricevuto dall’aver osservato i suoi comandamenti o dall’aver camminato in lutto davanti al Signore degli eserciti? Dobbiamo invece proclamare beati i superbi che, pur facendo il male, si moltiplicano e, pur provocando Dio, restano impuniti». Così scriveva Malachia venticinque secoli fa.

Come una eterna caduta in un buco nero, sembra ogni volta che la fede sia lì lì per scomparire, inghiottita da una vita feroce. Siamo ciechi alle bellezze eterne di cui Dante parla, abbiamo cessato di domandarci da dove arrivino, perché ci siano, e fissiamo lo sguardo ostinati per terra, sul telefonino, verso la preoccupazione più impellente che ci cala addosso.

Ma ad ogni generazione qualcosa salva, qualcosa non si adegua. Un filo sottile persiste: come una corda, calata dentro quel buco di cui siamo prigionieri e artefici.
Per potersi arrampicare fuori.

Catastrofi

Credo di avere sottovalutato la cosa. Avevano ragione quelli che parlavano di cambiamento climatico, che alzavano l’allarme; colpa mia che non ho prestato attenzione. Adesso temo sia troppo tardi. L’evidenza non si può più negare.
Ho davanti agli occhi un albero. Non più tardi di un paio di settimane fa era tutto verde; ora le foglie stanno ingiallendo e cominciando a cadere, morte. Pensavo potesse essere una malattia ma no, lo stesso sta accadendo in tutto il vicinato. Mi chiedo: dovevamo aspettare che le cose arrivassero fino a questo punto per intervenire? Ho appreso che si stanzieranno miliardi e miliardi per porre un freno a questo disastro. Era ora; dobbiamo correre ai ripari. Sarebbe gravissimo che le generazioni future non potessero più vedere gli alberi a causa di questa catastrofe.
Gli scienziati affermano che, con gli opportuni investimenti, in qualche mese si dovrebbe trovare una soluzione. Speriamo.
Siamo ad ottobre. Chissà se riusciremo a salvare il mondo per Natale.

Bias

Non so quanti di voi conoscano il termina “bias”.
E’ una parola usata soprattutto in ambito scientifico che indica tendenza, inclinazione, distorsione. La troviamo in elettronica, la troviamo in statistica. Tutto quello che influenza è causa di bias. Ma praticamente ogni cosa tocca ciò che la circonda. Vale anche per gli esseri umani. Come diceva John Donne, nessun uomo è un’isola.

Un particolare tipo di bias è il bias cognitivo. Vale a dire tutte le alterazioni che operiamo, spesso nostro malgrado, su quanto la realtà ci presenta.
Molto spesso queste distorsioni sono assolutamente automatiche ed inconsce. Derivano dal fatto che siamo esseri limitati, incapaci di assorbire tutte le informazioni che ci arrivano dal reale e, anche quando potessimo, la necessità di capire, ricordare e catalogare quanto apprendiamo fa la sua parte. Troppe informazioni, scegliere cosa rammentare, il bisogno di agire rapidamente, dare un senso compiuto a quanto ci circonda; il tutto genera un’immagine interna alquanto differente di ciò che ci colpisce rispetto all’oggetto originario.

Facciamo un esempio. Andiamo in gita; vediamo un paesaggio che ci piace e scattiamo una foto. La foto non comprenderà tutto il panorama, ma solo quello che abbiamo inquadrato; mancheranno gli odori, la sensazione del vento; non ci saranno le informazioni del perché siamo lì, il nostro umore, la posizione esatta. I particolari più fini andranno persi; e la compressione dell’immagine per poterla salvare sul nostro telefonino la distorcerà irrimediabilmente. Eppure ciò che abbiamo fotografato rimane realtà.

Prendetevi qualche minuto per cliccare sull’immagine che inserisco al fondo di questo post, ed esaminate i diversi tipi di alterazioni a cui sottoponiamo la nostra esperienza. A volte fino a comprometterla.
Troverete il Riflesso di Semmelweis, l’effetto IKEA, l’Errore Fondamentale di Attribuzione, il fenomeno “Punta della lingua”. E molti molti altri.
E a nessuno di queste sorgenti di bias siamo del tutto immuni.

Come meravigliarsi se tante volte pensiamo di possedere la verità, mentre ne ospitiamo solo una pallida approssimazione? Eppure prima che venga distorto, piegato, ridotto perché possiamo ospitarlo nella nostra mente, ciò che esiste, esiste; la verità c’è, la realtà c’è. E’ quella che è.
E, tra i mille veli della nostra mente, un poco della sua luce, della sua bellezza, comunque ci raggiunge.

Rifugio del pellegrino

L’ospizio del Gran San Bernardo è stato fondato nel 1045, e non ha mai chiuso. Sorge sul passo che collega Svizzera e Italia, un tempo dedicato al dio Pennino, mutato poi in Giove dai romani: un luogo che, nell’anno mille, era estremamente pericoloso sia per l’asprezza dei luoghi, pendii impervi soggetti a valanghe e slavine improvvise, sia per i banditi che depredavano e decimavano i viaggiatori. La storia ci racconta che allora le Alpi erano percorse da bande di saccheggiatori musulmani, feroci con i pellegrini.

Quell’altissimo colle era un punto fondamentale sia per i commerci sia per i pellegrinaggi; la via che dall’Inghilterra arrivava a Roma passava di lì. Ai tempi dei romani, quando il clima era migliore e i boschi salivano molto più in su di adesso sui pendii dei monti, il passaggio era più agevole. Ma con l’inasprirsi del clima dopo il quinto secolo, per lunghi periodi il passo rimaneva ingombro di nevi anche in estate.

Di Bernardo di Mentone, Arcdiacono ad Aosta, non si sa molto. Si dice che fu molto colpito dalle sofferenze di chi attraversava quelle montagne, e volle provvedere. A lui è attribuita la fondazione dell’Ospizio, poco meno di mille anni fa, e la conversione di quei feroci predoni. La fama di santità si diffuse prestissimo.

Da allora, per secoli, i canonici dell’Ospizio hanno pattugliato i ripidi sentieri, in cerca di persone in difficoltà, mettendo spesso a rischio la loro stessa vita. Che il pericolo non fosse da sottovalutare lo testimonia l’obitorio – ora murato – nella quale rimanevano più di duecento salme di viaggiatori morti, uccisi da valanghe, cadute e gelo; i cadaveri non reclamati. I cani che negli ultimi secoli accompagnavano i canonici, allevati per la loro capacità di ritrovare la strada anche in mezzo alla tempesta – sì, proprio loro, i “San Bernardo” – non portavano al collo una botticella di grappa ma un collare antilupo.

I tempi cambiano; l’avvento del telegrafo e del telefono hanno permesso di sapere per tempo se dei pellegrini stessero salendo la montagna, evitando vane ricerche a vuoto. I motori, gli sci, gli indumenti termici; e poi infine il traforo. Se la strada del passo chiude da ottobre a giugno, il flusso incessante di veicoli oggi scorre al di sotto di quella montagna omicida.

Potreste dire che ormai l’ospizio è obsoleto; un museo, un negozio di souvenir, un allevamento di cani. Ma pensate questo: quale visione dell’uomo ha fatto sì che per un millennio un così gran numero di persone abbiano speso la loro vita a rischiare la morte, isolati nel gelo delle vette, per salvare quelli che per loro erano puri sconosciuti? Ospitandoli gratuitamente, sfamandoli, dissetandoli; persino quel Napoleone con i suoi quasi cinquantamila soldati che non era certo noto per essere tenero con la Chiesa. Se credete che quel modo di pensare, quella fede sia ormai cosa del passato, domandatevi cosa mai la potrà sostituire nel deserto di oggi, dove le insidie non sono più valanghe e predoni, ma tempeste molto più insidiose.

L’incompiuta

L’incompiuta. Forse è la più bella sinfonia di Schubert, probabilmente la più famosa a prescindere del fatto che ne esistono solo i primi due movimenti.

Non sappiamo perché non la terminò mai. Un mio antico maestro suggeriva che era perché era completa così: lo struggimento dell’uomo che come una foglia in autunno è afferrato dal vento e viene trascinato in mulinelli, in alto e in basso, fino a riposare al suolo. Difficile aggiungere qualcosa. Il suo compositore semplicemente non aveva trovato niente in grado di essere all’altezza di quanto aveva già scritto, e aveva rinunciato.

Ipotesi affascinante. E’ proprio così, la nostra vita; la sentiamo eternamente incompiuta, come sempre ci mancasse qualcosa. C’è un presagio che questa completezza esista; ma, anche quando troviamo, è un istante solo, poi si fa di nuovo inafferrabile, come la foglia che si posa per un istante e poi riprende a vorticare.

No, non lo portiamo in noi il nostro compimento. Il nostro volo nei venti del tempo terminerà solo quando il compositore terminerà la sua sinfonia.

La frontiera dentro

“La verità potrà essere là fuori, ma le menzogne sono dentro la vostra testa”
Terry Pratchett, “Hogfather”

E’ difficile, per me, entrare nella testa di chi dice una menzogna. Ho la fortuna, se così sì può chiamare, di avere deciso da molto tempo che mi interessava solo la verità, e avrei cercato di non dire mai bugie. No, non sono né un pazzo né un santo, e ho scoperto che è curiosamente semplice attenersi al vero; ti dà una tranquillità e una limpidezza di pensiero che sono straordinarie. Poi, sono un debole; va bene non mentire, ma il passo successivo, dire sempre il vero, non ho mai avuto il coraggio di compierlo. Sono bravo nei silenzi, nel cambiare discorso, nelle omissioni quando il cuore trema e le ginocchia non reggono. Purtroppo per me.

Mi è difficile entrare nella testa di chi dice una menzogna, dicevo; ma la mia anima razionale e la mia immaginazione riescono senza sforzo a elaborare le bugie più astute ed intricate. E’ come esaminare con il distacco di un entomologo un brulicare di bestie immonde sotto un sasso. Le saprei chiamare una ad una con il loro nome; ho ben presente il loro effetto, conosco tutti i trucchi. Come il candido Padre Brown, che sapeva enumerare crimini così orrendi da sconvolgere il più incallito delinquente. E’ tutto lì, dentro di me; un sottile filo, una invisibile frontiera che divide il bene e il male. Come diceva Solgenitsin,

Questa linea si sposta. Dentro di noi, oscilla con gli anni. E anche dentro cuori sopraffatti dal male, si conserva una piccola testa di ponte di bene. E anche nel migliore di tutti i cuori, rimane… un piccolo angolo di male che non si riesce a sradicare.

So che sono capace di male. Di un male nero come la notte, di una menzogna putrida come la fogna di un lazzaretto. Le guardie di frontiera stanno attente; ma spesso neanche loro sanno che forma prenderà la prossima invasione.

I bei giorni

Che bello che era quando partivamo perché sapevamo dove volevamo andare, ma non avevamo idea di come. Qualcosa s’inventava.
Adesso tutto è pianificato, sicuro, a norma, ma la destinazione è sconosciuta, e forse neanche più ci interessa andarci. Abbiamo visto troppo mondo, dimenticato troppi giorni belli.

Gli idioti e l’ombrello

Come abbiamo visto ieri, i nemici del buon senso sono parecchi. Eppure persino questi tremendi avversari, alle prese con la vita di ogni giorno, devono ammettere che le loro idee non hanno senso. Non con le parole, è chiaro: con gli atti.

E’ buon senso vestirsi quando fa freddo; è buon senso usare un coltello per tagliare la carne afferrandolo per il manico e non per la lama; è buon senso se si ha un ombrello usarlo per ripararsi quando piove. Se Gene Kelly, in “Cantando sotto la pioggia”, si permette di dimenticare il buon senso e danzare sotto il diluvio, è per farci capire che la felicità straboccante può anche far fare assurdità. Oltrepassa il limite, e questo ci dice che il limite esiste. Capiamo la sua gioia, ma bisogna essere un po’ matti, scordare la realtà per fare altrettanto. Il senso dell’ombrello è usarlo per ripararsi dalla pioggia; adoperarlo per tagliare la carne è male: la carne non si taglia, l’ombrello si rovina. Non è il bene tuo, né dell’ombrello. Oh, sei libero di esser folle, ma se lasci da parte il paracqua e ti infradici hai buone probabilità di beccarti una bronchite.

Anche colui che non crede che la vita abbia uno scopo, quando compie una delle azioni di buon senso di cui sopra, deve ammettere senza accorgersene che il coltello, il maglione, l’ombrello esistono e hanno un senso; che una certa cosa è preferibile ad un’altra, ovvero c’è un bene e un male; e che, agendo nello stesso modo di tutti gli altri uomini di buon senso, condivide con loro qualcosa di comune. In altre parole, la sua filosofia ha qualche problema di implementazione.
Se al nostro incredulo gli si rompe la macchina, come reagirà se il meccanico gli confida che è inutile ripararla, dato che niente nel mondo ha significato? Se il barista gli porta una grappa invece del caffè che ha ordinato, e con aria grave declama che le nostre scelte sono irrilevanti dato che il libero arbitrio non esiste, lo pagherà lo stesso? Controllerà prima di sedersi che ci sia una sedia sotto, o assumerà che siccome il mondo materiale è un’illusione, ciò non serva?

Solo i pazzi e gli idioti possono credere che la loro filosofia davvero possa eliminare il buon senso, cioè il vivere in modo aderente alla realtà. Perché non hanno il buon senso di guardare alle loro stesse azioni quotidiane e trattano gli oggetti, la storia o il proprio corpo come immaginati invece che reali. Occorre dire che la maggior parte di questi poveretti non sono neanche consapevoli di seguire un qualche tipo di ideologia; si limitano ad andare dietro ad una moda, vittime tanto di una soggettività dimentica del proprio fondamento, quanto dalle pressioni di un conformismo sociale e culturale.
Fanno dell’assurdo la loro bandiera, dimentichi del bene che è il realizzarsi della ragione d’essere delle cose. Succubi di un nulla di cui non comprendono l’estensione, né il disegno. Senza neanche divertirsi, come invece Gene Kelly.

Questione di buon senso

E’ buon senso; è senso comune. Tutti quanti abbiamo, almeno una volta nella vita, invocato questa clausola. Fare qualcosa che non sia di buon senso, possiamo concordare, conduce spesso al disastro; se il senso comune ci indica una strada scegliere diversamente potrebbe non essere così saggio.

Eppure mai come in quest’epoca il buon senso è dimenticato, ignorato, irriso. Senso comune? A conti fatti, pare che ognuno pensi diversamente, ma spesso in modo straordinariamente simile a quello che viene suggerito dai media.

Anche se “buon senso” può sembrare qualcosa che dovrebbe averci insegnato nostra nonna, in realtà esso si basa su un sistema filosofico ben definito.
Implica intanto che le cose esistano, e non siano un prodotto della nostra immaginazione; che sia possibile conoscerle e riconoscerle, ovvero abbiano una loro sostanza, una loro consistenza; che ci sia qualcosa che accomuna tutti gli uomini; che sia possibile prendere una decisione libera, che esista il libero arbitrio; e che ci sia un bene e un male, ovvero che sia possibile classificare le azioni in base a precisi criteri preesistenti.

Tutte posizioni che la filosofia degli ultimi tre secoli ha negato e ridicolizzato. Tutti approcci con quanto ci circonda diversi da quelli che si possono ascoltare e leggere per ogni dove, sponsorizzati dal potere corrente.
Se sei relativista, il buon senso non ha senso. Se sei un seguace dell’idealismo, non si capisce che cosa potrebbe insegnarti la realtà; se sei dell’opinione che siano le opinioni a contare, il senso comune non ti è comune. Meccanicismo, materialismo, scientismo… no, con loro niente buon senso. Se niente ha senso, come può il niente essere buono?

Capite allora perché tante decisioni che ci vengono imposte dall’alto sembrano del tutto assurde? Perché lo sono: sono il risultato di avere voluto demolire la realtà delle cose. E perché lo si è demolito? Perché, una volta che non è più la realtà ad indicare il bene di un’azione, è il potere a farlo; quello che grida più forte e, quando ha finito di gridare, il più forte.

Se ci sembrano assurde è perché un poco abbiamo conservato, nel nostro intimo, ciò che abbiamo imparato da bambini. Che una cosa non può insieme essere e non essere, il principio di non contraddizione; che il bene di qualcosa è ciò che realizza appieno la sua ragione d’essere; e che ogni cosa ha questa sua ragione d’essere, che occorre riconoscere. Non è che ce le abbiano insegnate dei filosofi: è stata l’esperienza a farci da maestra. Quando imponiamo la nostra idea di una cosa sulla cosa stessa ne facciamo il male, suo e nostro, e questo non è buon senso.

E’ ciò che tanti disastri causa e sta causando; e che sarà la nostra rovina se, come uno molto più autorevole di me ha suggerito, non riconquisteremo quell’innocenza nel vedere le cose come stanno; se non ritorneremo come bambini.

Il tema del lupo

Chi si ricorda di Pierino? No, non parlo del protagonista di barzellette sconce vecchie di oltre mezzo secolo, ma della favola che vede coprotagonista il lupo.
Non so quanto i ragazzini d’oggi la conoscano. Forse, ma ne dubito, hanno più presente Prokoviev, che ne aveva fatto un’opera per insegnare la musica, diventata anche un cartone animato della Disney; ma la storia lì è differente.

Nella fiaba originale il pastorello Pierino, che abita nei pressi di una foresta, si sganascia nel vedere correre affannati i suoi compagni quando grida “Al lupo! Al lupo!”. Ma l’arrivo della belva se l’è inventato lui. Alla terzo allarme a vuoto gli altri mangiano la foglia: “Lascia perdere, è solo Pierino che fa gli scherzi”. Ma stavolta il lupo c’è davvero.

Certe volte mi domando se gli allarmi puntualmente smentiti dai fatti che ci infliggono quotidianamente possano fare insorgere nelle nostre teste una sorta di reazione immunologica, come nei pastori di cui sopra. Catastrofi e apocalissi ci vengono riproposte ancora e ancora, insieme a profezie che assomigliano agli oroscopi di inizio anno; quelli che mai nessuno poi va a controllare se ci abbiano azzeccato o meno.

Un po’ di questa immunità alle balle mi sembra di averla acquisita; ma temo di essere un caso isolato. A differenza del disgraziato ragazzino che poteva contare solo sui suoi polmoni, qui a ribadire l’allarme c’è il martellare costante di professionisti dello spettacolo e profeti della scienza. La memoria storica sembra essere nella società iperconnessa di oggi molto più labile di quella dei rustici della favola.

Verrebbe da chiedersi cosa accadrebbe se davvero il lupo, o il drago, o qualunque nemesi globale ci possa cadere sulla testa dovesse spuntare davvero.

La mia ipotesi è che nessuno se la filerebbe. I nostri Pierino probabilmene non saprebbero riconoscerla.
Magari è già qua; e si sente in sottofondo il tema del lupo.

Pass dopo pass

D: Intervistiamo oggi il Presidente Perenne del Consiglio d’Emergenza.
Cominciamo proprio di qui. Eccellenza, quando finirà questa emergenza? Sono ormai trent’anni…

R: Proprio il fatto che duri da trent’anni deve renderci consapevoli della sua gravità. Non possiamo sapere quando avrà termine: gli scienziati sono molto cauti in proposito. Ci sono segnali che lasciano però ben sperare. Ma non possiamo abbassare la guardia, per questo la settimana prossima si approveranno nuovi provvedimenti per contrastare il Disastro Ambientale.

D: Cosa rischiamo se i provvedimenti non dovessero essere approvati a breve?
R: Che l’intero ecosistema del nostro paese possa collassare nel giro di dieci anni. I ghiacci coprirebbero le nostre città e le coltivazioni morirebbero, esponendoci alla carestia.

D: Sembra uno scenario apocalittico
R: Invece la maggioranza degli scienziati concordano su di esso. Ogni giorno escono decine di pubblicazioni sull’argomento. Pure le televisioni ne parlano continuamente, perciò non può che essere vero. La glaciazione è imminente.

D: Eppure in questi giorni fa molto caldo
R: Il caldo degli ultimi giorni è anch’esso provocato dallo scompenso climatico. So che ci sono alcuni che lo dubitano, i cosiddetti no-eco: sono degli irresponsabili, e la causa principale dei ritardi del nostro paese rispetto al resto del mondo.

D: A questo proposito, state per varare misure per il contrasto a questi ignoranti antiscienza.
R: Esatto. Con l’istituzione del Greener Pass, sarà certificato ogni cittadino che abbia addotato un comportamento ecologico attivo. Senza di esso non sarà possibile l’accesso a tutti i luoghi in cui la coscienza ecologica fa la differenza, ovvero il posto di lavoro, la scuola, i mezzi pubblici e i trasporti in genere.

D: Qualcuno ritiene che un provvedimento del genere sia illiberale
R: Assolutamente no. Lasciamo i cittadini liberi di decidere se vivere una vita responsabile, dedita al bene della comunità, contribuendo al benessere comune, oppure egoisticamente pensando solo a loro stessi. In quest’ultimo caso, per il loro stesso bene e quello di chi sta loro intorno, devono essere allontanati dall’ambiente produttivo. Il Greener Pass certifica che abbiamo compiuto il nostro dovere, assumendo comportamenti consoni alle direttive governative.

D: Quindi chi non ha il Greener Pass…
R: …Non potrà lavorare, frequentare lezioni, avere un conto in banca, spostarsi, usufruire di gas o luce elettrica. Ma, sia ben chiaro, è una scelta individuale assolutamente libera.

D: Qualcuno parla di dittatura, però.
R: Voglio i nomi.

D: Ehm, no, era una domanda generica
R: Ah-ah, certo. Come dicevo, ognuno può decidere in coscienza come comportarsi, però deve assumersene anche le conseguenze. C’è gente che è senza cibo da settimane per colpa di questi fantomatici no-eco, un pugno di fanatici eterodiretti senza nessun seguito. Nessuna rivista scientifica seria pubblicherebbe le loro menzogne, e ciò dimostra che hanno torto.

D: A sentire loro, il Disastro Ambientale non sarebbe altro che un trucco per dare soldi alle Grandi Industrie obbligando ad acquistare oggetti inutili, come i minigeneratori eolici da tasca o i ciclopattini solari…
R: Per che testata ha detto che è l’intervista?

D: Ehm…
R: Perché, se la sua testata accede ai fondi per lo Sviluppo della Verità, dovrebbe avere firmato un documento che la obbliga a non nominare queste menzogne, sotto pena di licenziamento.

D: Ma certo, ma non è la mia posizione, io parlavo di quello che i no-eco…
R: Ripetere quello che affermano i no-eco è quasi come essere uno di loro. Come giornalista, dovrebbe essere più prudente riguardo a cosa espone alla attenzione indifesa dei suoi concittadini. La gente comune può non comprendere il pericolo che corre ascoltando posizioni antiscientifiche.

D: Grazie della correzione, Eccellenza.
R: Doveroso. E’ compito di tutti noi evitare comportamenti a rischio che possano compromettere la salvezza della nazione, e segnalarli tempestivamente all’autorità.

D: Per concludere, vuole lasciare qualche pensiero per gli ascoltatori?
R: Il bene di noi tutti passa anche attraverso piccoli sacrifici. Il razionamento di energia, il doverci nutrire di insetti o il non poterci lavare sono niente in confronto al potere mettere fine al Disastro Climatico che sta conducendo i leoni all’estinzione. Chi non si adegua e critica la nostra politica fa una scelta legittima ma che non può avere posto in un consesso civile. Le misure che stiamo per prendere potranno ad alcuni sembrare dure, ma sono assolutamente necessarie. Noi tutti del governo Permanente d’Emergenza confidiamo nella vostra obbedienza.
…Ho finito, spenga pure. E ora, cosa diceva prima a proposto di trucchi?

L’inganno

Di tutte le religioni orribili la più orribile è l’adorazione del dio interiore
G.K.Chesterton

C’è stato, o così mi raccontano, un tempo in cui una mela era una mela; un uomo, un uomo. Anche se la notte era piena di spiriti, la gente sapeva che in qualche maniera quelle entità sovrannaturali seguivano anch’esse delle loro leggi immutabili. Se qualcosa sembrava violarle, si poteva trattare di magia, dotata a sua volta di leggi, o di inganno. Parlare di inganno presuppone che ci sia una realtà che possa essere alterata, un’illusione che la maschera, ma che in fondo ciò che è vero e reale rimanga: sono sempre e solo i nostri occhi o la nostra mente ad ingannarci, non la sostanza delle cose.

Tutto questo non fa molto comodo a un essere umano che sia convinto di essere simile a un dio. Accade a noi tutti, lo sappiamo. Ma finché riconosciamo una realtà, l’esistenza di una verità, i disastri sono limitati. I guai veri iniziano quando pretendiamo di ridefinire ciò che ci circonda, quando cessiamo di vedere il mondo e proviamo a resettarlo, a riscriverlo a nostra immagine, o immaginazione. Per questo tipo di uomo il Dio autentico deve smettere di esistere perché gli fa concorrenza. Come fa questo uomo sciocco a orgoglioso ad accettare che la realtà sia altro da lui, al di fuori della sua portata? Per lui è inaccettabile un Dio che faccia da garanzia a ciò che è bello, vero e giusto.

Ma se il reale è al di fuori della sua portata, non lo è la sua interpretazione. E’ questo il mezzo con cui questo finto dio tenta di riscrivere l’Universo. Esso proclama che cio che conta non è più ciò che è, ma ciò che si dice di ciò che è. Ogni cosa viene ridefinita dalla volontà e dall’opportunità. Tutto passa attraverso l’uomo, i suoi desideri, le sue paure, il suo folle orgoglio. Non potendosi fare padrone del Cosmo, il finto dio ha preso a dire che il Cosmo è ciò che lui afferma, e nient’altro. Se anticamente si pensava che il nome descrivesse la cosa, ora il nome riscrive la cosa. La neolingua orwelliana al confronto è un giochetto da dilettanti.

Il principio di non contraddizione viene a cadere; se il preteso dio afferma che due cose non sono contraddittorie allora deve essere vero, a prescindere che lo siano. Il falso dio non solo può contraddirsi, ma deve farlo: perché il suo potere è affermato proprio dal fatto che contraddice la realtà. Senza menzogna, il reale avrebbe il sopravvento. L’imperatore sa che è nudo, ma non è la paura di essere considerati stupidi, come nella favola, che fa sì che i cittadini lodino i suoi vestiti: è la paura dell’imperatore. Ogni bambina che osi affermare la nudità imperiale sarà dichiarata pazza e mandata in galera. Il guardaroba imperiale non è un’illusione, è una imposizione.

Questo tentativo di riscrittura della realtà ha un limite: che la realtà non si fa riscrivere. L’uomo che si illude di essere dio scoprirà sulla sua pelle che cosa significhi illusione, cosa voglia davvero dire inganno.

Non i coperchi

Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi.
Detto popolare

Qualcuno sostiene che la caotica situazione odierna, sempre più vicina ad una morbida iperdittatura mediatica, non sia che un complotto ideato e gestito dai potenti. Certo, è difficile scrollarsi di dosso l’impressione che ci sia una regia consapevole e decisa dietro tante vicende, e la tentazione di unire i puntini è forte.

Non credo si tratti di un complotto segreto: quello che stanno facendo è piuttosto evidente, e le loro intenzioni le dicono chiaramente. Si tratta di ideologia: una ideologia alla quale oggi manca una definizione univoca, frantumata com’è in cento incomplete denominazioni diverse, che hanno però una base comune riconoscibile. Forse ci penseranno gli storici del futuro, o i giornalisti se ce ne saranno, a darle un nome. In questo istante essa gode di un momentum, una spinta senza precedenti, con la quasi totalità dei media schierati a favore, e milioni di fedeli esecutori pronti a immolarsi e immolare per essa. Sì, questa ideologia ora appare invincibile.

Ma essa non è la verità. E l’esperienza dice che ciò che non è la verità, “adaequatio rei et intellectus“, prima o poi decade. Gambe corte, diceva Collodi. Non sappiamo né quando né come, ma tutto questo finirà; ne possiamo già in qualche maniera vedere i segni, come le nubi temporalesche che si ammassano minacciose all’orizzonte indicano tempesta. Quando la differenza tra ciò che è la realtà e ciò che viene raccontato sarà troppo grande si smetterà di crederci. Avvizzirà, come avvizziscono le erbe maligne quando arriva l’inverno. 

Non commettiamo l’errore di crederci immuni dagli inganni. Forse non ce ne rendiamo conto, ma l’oppositore intransigente e dogmatico è altrettanto utile a questa ideologia del servo che non domanda; così utile che fa di tutto per fabbricare ribelli quanto più estremi può. C’è chi crede a tutto quello che dice il potere, e c’è chi crede a tutto quello che dice chi dice di opporsi al potere. Spesso gli uni e gli altri sono parte del medesimo piano.
L’unica cosa che ci può davvero salvare è cercare la verità ed aderire ad essa. E’ faticoso grattare via le incrostazioni di quanto fuoriesce dal calderone; ma sotto, nascosto, ciò che è vero indubbiamente c’è.