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Piovono stelle

Era un angelo molto lento.
Gli angeli sono creature molto differenti da quanto potremmo immaginare. Sono la Parola di Dio che si rapprende quando viene a contatto con lo spazio ed il tempo, come il fiato in una mattina fredda.
Ci sono gli angeli molto veloci, guizzanti come le particelle subatomiche a cui sovrintendono. Ci sono angeli per le vite dei viventi, oh, così rapidi anch’essi, e angeli a cui è affidato un fiume o un monte, per i quali il tempo non scorre così impetuosamente. Quando il loro compito è terminato rifluiscono dentro il loro Creatore, la sola vera eternità. Gli Angeli portano la Parola, cioè il significato di ogni cosa, come i fotoni portano la luce, sono la luce.
Poi ci sono quegli angeli che reggono sulle loro spalle enormi vastità. Quelli che sono responsabili delle leggi fisiche, esse stesse Parola; e coloro che tengono insieme quello che si può chiamare Universo, esseri di una immensità tale che nessuna mente umana può comprendere.

Lui era un angelo di quel tipo. Era lì quando il nulla divenne qualcosa, e il tempo iniziò. Fu spettatore affascinato del veloce formarsi di stelle di sfolgorante grandezza, così enormi da esplodere in brevi attimi con splendore accecante, lanciando materia a distanze inimmaginabili che ancora ricadeva su se stessa, si univa e ancora esplodeva e ancora e ancora, fino a quando la frenesia rallentò in una danza di spirali luminose in un vuoto fremente.
Di lui non vi ho detto il nome, perché il nome di un angelo è lui stesso. Ma per capirci, d’ora in poi lo indicheremo con Xo.

Erano passati centinaia e centinaia di milioni di anni dall’alba della creazione, ma per Xo erano state come le ore di una mattina. Ve l’ho detto: era un angelo molto lento. Devi esserlo, se vuoi vedere le stelle danzare. E, come tutti gli angeli, era costantemente stupito dalla bellezza di quanto vedeva.
Aveva in custodia una galassia tra le tante; in una certa maniera, lui era la galassia, per quanto la mente dell’uomo possa comprendere un concetto così estraneo. Si può forse dire che lui era la galassia come pigreco è una ruota. Se pigreco amasse la ruota, la similitudine sarebbe ancora migliore (ma sapete, pigreco ama la ruota, perché anche lui è un angelo, e gli angeli amano davvero).

Xo guardava vorticare le grandi nubi di idrogeno, filamenti e globi che si condensavano in densi grumi che, improvvisamente, si mettevano ad ardere. Era uno scoppiettio continuo, quelle protostelle che si accendevano una dopo l’altra, a distanza di poche decine di migliaia di anni, e il caldo vento che emanavano stracciava e dissipava le altre nuvole attorno. C’erano sempre rimasugli fastidiosi; piccoli detriti, così piccoli da non riuscire a bruciare. L’angelo era un poco seccato da queste scorie che turbavano la bellezza delle fiamme, ma ad essere sinceri non è che ci badasse poi molto. Aveva avuto un miliardo di anni molto impegnato.

Talvolta parlava con gli angeli che badavano ai soli. Non era sicuro di capirli del tutto. Non erano lenti quanto lui, e comunque rispetto alla sua antichità erano giovani. Il loro era un costante cicaleccio, le cui esclamazioni erano lunghe secoli. Tutti quegli angeli danzavano, danzavano attorno a lui, e lui era la musica e la sala da ballo. Certo, sarebbe stato ancora più bello senza tutto quello sporco, quella materia oscura, quel fastidioso residuo. Attorno alle stelle appena accese i rifiuti della loro nascita orbitavano, opachi e smorti.

Una nuvola di gas particolarmente grande si andava radunando. Già ai suoi margini uno dopo l’altro gli astri nascevano e sfrecciavano via per unirsi al lungo ballo circolare. Xo si accostò ad una di quelle radianze neonate. Aveva perduto da poco il bozzolo della nascita; ma uno sciame di detriti freddi ancora circondava il fulgore della stella.
Xo chiamò l’angelo di quel sistema stellare. “Non ti danno fastidio quei corpi inutili e opachi?”, gli domandò.
L’angelo del sistema bofonchiò. “In effetti, non so proprio che farmene. Però immagino che ci sarà un motivo se esistono.”
Xo era dubbioso. “Non so quale possa essere. Si limitano a riflettere la tua luce di stella, e non lo fanno neanche così bene”, disse.
“Perché non chiedi al loro angelo?” Suggerì l’angelo astrale. “Magari lui lo saprà”.

Il detrito opaco era una piccola sfera, insignificante rispetto al suo sole. Ruotava rapido, ed era pieno di chiazze. Altra piccola sporcizia vagava sulla sua superficie rugosa. L’angelo preposto al pianeta salutò Co con grande rispetto, come si addice ai superiori. Era un angelo giovane, e per di più relegato ad un compito così insignificante come badare a quella palla spenta. Secondo i canoni umani l’angelo del pianeta era ancora parecchio lento, ma per Xo risultava così vivace da essere quasi insopportabile.
“Dimmi, custode”, disse Xo, “Sai dirmi a cosa serva questa tua sfera di sporcizia?”
“Pianeta, si chiama pianeta” replicò sorridendo l’angelo.
“Va bene, pianeta. Ma quale può essere il suo scopo nel Grande Disegno? Non emette né luce né calore, si limita a girare intorno al suo sole. E’ una roccia senza bellezza, e non capisco come il Nostro Creatore abbia potuto creare una cosa così inutile.”
“Senza bellezza? Scusa, Grande Angelo, ma non ti seguo” replicò il piccolo angelo del pianeta. “Ciò che custodisco è realmente bello”.
Xo considerò quella risposta, mentre il pianeta vorticava ancora e ancora attorno alla sua stella.
“Fammi vedere”, chiese.
L’angelo del pianeta portò Xo su di esso. “Devi essere più veloce, se vuoi vedere meglio”, gli disse. Xo accelerò. Il colore grigio divenne uno sfarfallio, e poi giorni e notti. Il pianeta vibrava, così rapido che Xo non l’aveva colto prima. Sulla superficie soffiava il vento. “E’ lo stesso vento che soffia attraverso la mia galassia”, si disse Xo, “ma più piccolo e veloce e denso”. Anche in questo cielo vorticavano nubi, minuscole rispetto a quelle immense dei suoi cieli galattici. Ma pure attraverso di esse filtrava la luce, e anche queste si condensavano, e diventavano minuscole goccioline che non erano stelle, ma un liquido trasparente. “Pioggia, si chiama”, disse l’angelo del pianeta. E gli fece vedere come la pioggia diventava fiume e mare, e scavava la roccia, e modellava la terra. E poi il fuoco – anche quel pianeta aveva una luce, nascosta al suo interno – e abissi e vette.”
“Sai”, disse l’angelo a Xo, “Quando guardo le tue nubi di idrogeno dove si formano i soli mi pare di vedere le nuvole di questa mia terra”
Xo considerò quanto lo circondava, e disse all’angelo. “Non credevo che anche qui ci fosse tanta bellezza. E’ una bellezza piccola e rapida, io ero troppo grande e lento per apprezzarla. Ancora non so il senso di questo tuo pezzo di universo senza luce, che vive di riflesso dei miei soli, ma adesso capisco che non è uno sbaglio, un rifiuto, qualcosa di avanzato. Chissà che il Creatore non abbia pensato anche per esso uno scopo.”
Si salutarono, e Xo riprese il suo posto – era stato via per meno del tempo che di solito passava tra due suoi pensieri. Ripensò alla sua esperienza su quella piccola roccia. Guardando le sue nubi galattiche vorticare condensandosi in mille e mille astri pensò, “piovono stelle”.

Si va per tentativi

Come vi ho già raccontato, la mia fantasia tende a straboccare, sia con i disegni che con le parole; un po’ come ciò che esce da un recipiente in ebollizione. Qualcuno direbbe che forse ho la testa troppo piccola per contenere tutti i miei pensieri, e non avrebbe così tanto torto. Dubito che esista un contenitore adeguato.

Il problema è che quelle idee, quando si coagulano sulla carta o su uno schermo, raramente sono all’altezza del loro sfolgorante concepimento. Per ovviare ai tratti incerti, ai colori spenti, alle frasi che non rendono l’idea occorre un gran lavoro. Fatica. Impegno. Tempo.

Il mio primo romanzo l’ho cominciato trent’anni fa. E’ ancora al terzo capitolo. Anche perché alcune delle idee migliori, nel frattempo, sono state utilizzate da film e libri altrui. Un po’ viene il nervoso. Quando utilizzano il nodo centrale della tua trama, non è che puoi andare a dire “Hey, questa l’avevo pensata io tre anni fa in un racconto non finito” e pretendere i diritti d’autore. Se continui e la usi, poi, ti pigliano per plagiario…

Il secondo tentativo di romanzo arrivò al quarto capitolo. Ho la trama ancora in testa, molto originale, ma in qualche maniera aveva troppi nodi da sciogliere. Chissà, forse un giorno.

Il terzo tentativo… oh, ci ha impiegato anni a concretizzarsi. Letteralmente. Anche qui, le prime pagine sono state buttate giù di getto. E poi, lunghi mesi di nulla. Mancanza di ispirazione, chiamiamola. O di tempo. Ci lavoravo nelle brevi notti di vacanza in montagna. Ma di tanto in tanto un’idea spuntava; una frase, una situazione. Un personaggio. Quando accadeva, scrivevo una pagina, e poi tornavo a vivere la vita.
Un tempo non riuscivo a capire come si potesse scrivere un libro senza avere in testa fino all’ultimo particolare. Tolkien, fermo per mesi e mesi a Moria, senza riuscire ad andare avanti… inconcepibile.
Finché non è successo a me.
Poi, un’estate, all’improvviso, ho capito che potevo terminarlo. Ho scritto di più in tre mesi che in tre anni. E poi il lento lavoro di rifinitura, di arricchimento, di revisione. Tu pensi di avere finito quando hai scritto l’ultima parola: beh, sappi che non è l’ultima,. ci saranno capitoli da aggiungere e altri da accorciare, punti da chiarire, dubbi da definire. L’aiuto degli amici e dei revisori è fondamentale.

E poi… poi cerchi l’editore. (non ti aspettare che quando l’hai trovato sia tutto a posto eh; ma di questo parleremo poi).

PS: il romanzo “Il tempo degli dei” è stato per tutta la settimana al secondo posto nella lista Bestseller – fantasy italiano di IBS. Non so se questo sia indizio che sta piacendo o che il panorama editoriale nostrano sia carente nel settore, comunque ringrazio chi si è fidato.

Anime pixellate

Sarà capitato anche a voi di vedere delle immagini in cui certi particolari sono resi sfocati, poco nitidi; coperti con pallini, “pixellati” in modo da fare intravedere solo la sagoma di ciò che si vuole nascondere. E’ l’analogo moderno del velo, della maschera, dei braghettoni.
Se sia fatto per privacy o censura, l’effetto è che è difficile capire cosa sia nascosto al di sotto. Lo si può intuire, con un po’ di immaginazione. Ma la decenza o la discrezione sono salve, almeno nelle intenzioni dell’artefice.

La mia impressione è che sempre più spesso ad essere pixellate siano le nostre anime. E’ sempre più difficile capire la realtà profonda che si nasconde dietro la nostra apparenza; sempre meno si mostra il nostro vero io. Lo si fa per salvarsi la faccia, o per non scandalizzare, o perché riteniamo, a torto o ragione, che quello che potremmo far vedere agli altri potrebbe impressionarli negativamente.

Così si tace; ci si nasconde; ci si rendi innocui, ci si limita. Quando siamo noi stessi a imprigionare la nostra libertà vuol dire che il potere ci ha davvero conquistati. Ci ha messo in corpo la paura; perché solo la paura di qualcosa, o per qualcosa, ci fa rendere così poco nitido il nostro stesso esistere.
Ci può far sfumare quello in cui crediamo; sempre che realmente crediamo in qualcosa, e non sia la struttura stessa della nostra anima ad essere così pixellata da essere irriconoscibile, un’immagine resa amorfa e anonima di quello che potremmo essere e non siamo.

C’è massacro e massacro

Oggi è il cinque maggio. Come la maggior parte degli italiani che abbiano frequentato una scuola sappiamo cosa avvenne in questa data, giusto duecento anni fa; morì un personaggio che tentò di conquistare il mondo intero. Napoleone Bonaparte, proprio lui.

A differenza del suo emulo di un secolo e passa posteriore, però, la sua memoria non è oggi dannata. Anzi. Ancora è esaltato. Eppure l’esportazione degli ideali della Rivoluzione andò di pari passo con l’importazione dei beni rubati e l’eliminazione fisica di chi quella liberté non l’appezzava tanto. Le sue soldataglie non ci andarono certo per il sottile in quanto a stermini e ruberie.

Ben pochi, ad esempio, rammentano l’eccidio di Isola Liri; il 12 maggio 1799 i francesi che arrivavano dall’avere saccheggiato Aquino, Montecassino, Arce, massacrarono quasi tutti gli abitanti della cittadina, più di cinquecento, stuprando donne e ragazzine e quindi depredando ogni cosa. Ricordiamo ancora con solenni cerimonie fatti analoghi di otto decenni fa; forse questi sono troppo remoti, ormai.

il giorno dopo quella strage una ventina di soldati penetrarono nel convento di Casamari, lo profanarono e ne uccisero sei monaci, per puro odio alla fede.

Quei sei sono stati recentemente dichiarati beati. Napoleone è morto; gli ideali che rappresentava erano già stati traditi da lui stesso. Ciò che difendevano quei monaci vive ancora.

Selettivi

Si chiama ideologia ciò che è selettivamente realista

La testa sulla picca

L’uomo è un essere crudele. Una notevole percentuale dei resti umani che ci arrivano dal passato più remoto mostra segni di morte violenta. La maggior parte delle culture che sono sorte nel mondo sono culture guerriere, che hanno raggiunto la supremazia camminando letteralmente sui cadaveri dei nemici.

Questo genere di società si basa sul terrore per impaurire e tenere sottomessi i conquistati, e sulla glorificazione delle proprie doti combattive come spinta all’ego.
Un tempo ciò avveniva inalberando a vessillo i propri massacri. Teste mozzate, scalpi, orecchie tagliate, oppure una qualsiasi altra parte umana che si possa innalzare o cucire su un drappo: non c’è che l’imbarazzo della scelta dei popoli o nazioni che le hanno utilizzate in passato, o che ancora lo fanno.

Gli aztechi avevano i loro muri di teschi; la Colonna Traiana è finemente scolpita di nemici calpestati; i rivoluzionari francesi innalzavano le teste sulle picche. Ancora oggi le stazioni parigine portano nomi di battaglie vittoriose.

Che io sappia una sola cultura, se così si può chiamare, innalza non il nemico ucciso ma il proprio fondatore ammazzato, lo strumento su cui ha trovato la sua morte umiliante. Non come segno di vendetta, ma come simbolo di vittoria. Inconcepibile scandalo per chi rifiuta il nome cristiano, e paradosso per tanti cristiani di nome ma non di cuore.

Sì, la croce è la paradossale memoria e rassicurazione che ogni cosa, anche il male più assoluto, la bruttezza e la repulsione più profonde, la maggiore ingiustizia immaginabile possono essere redente, e diventare ciò che salva, la somma di ogni bene; come orrende dissonanze che, una volta messe insieme, producono una magnifica sinfonia.

Chissà domani

Alcuni paventano che il previsto avvento del ddl Zan possa diventare un modo per proibire opinioni differenti dalla linea che oggi sembra ovunque vincente; quella dei persecutori atteggiati a perseguitati.

Ma figurarsi! Come potrebbe mai Avvenire qualcosa del genere? Da noi non potrebbero mai accadere cose come quelle della perfida Albione, dove si viene arrestati perché si dice che il matrimonio è tra uomo e donna. E certamente è da escludere che qui da noi succeda come in Finlandia, dove una ex ministro dell’Interno è sotto processo per avere sostenuto la stessa cosa. Da noi sarebbe impensabile, dato l’equilibrio e la moderazione che la magistratura ha sempre manifestato nel confrontarsi con gli oppositori ideologici.

Meno male che ci sono i social che vigilano sulla purezza dell’informazione, escludendo quei pravi che deragliano dalla linea, qualunque essa sia; come ad esempio coloro che raccontano fatti imbarazzanti riguardo a certe linee curative. Su esempio e sollecitazione di questi vigilanti censori presto anche noi diventeremo una democrazia matura come la Cina, dove saremo finalmente liberi di parlare purché diciamo quello che loro vogliono sentire.

Non c’è discussione, lo affermano anche gli antifassisti: con questi che vogliono avere un’opinione differente, l’unica è usare i metodi fassisti, che evidentemente sono il meglio, funzionano (lo dicono loro, eh).

E se qualcuno dicesse, cosa vuoi che siano tre fatterelli buttati lì, io rispondo, beh, queste sono solo le notizie che ho appreso oggi.
Chissà domani.

Quello che permise il male

Per alcuni fu pavidità.
Altri erano stati indottrinati dal male. Alcuni ci erano semplicemente cascati, perché il male è per definizione menzogna ingannevole. Altri avevano piena comprensione, ed amavano la menzogna.

Molti non capivano. Non avevano letto abbastanza, non avevano visto abbastanza. Non avevano voluto vedere. Accade, quando onestamente pensi che il male non esista, o che accada solo altrove, ad altri. Ignari. Ignavi.

Perché è sempre così che il male si diffonde nel mondo. Non tutti sono cattivi. La maggior parte del tempo.
Ma tutti questi una cosa l’avevano in comune.

L’avrebbero pagata cara.

Non nel senso che qualcuno gliel’avrebbe fatta pagare. Ma nel senso che nessun male è senza conseguenze.
E quando queste arrivano, i ciechi vedono, i sordi odono, i pavidi si lamentano, gli idioti comprendono. Talvolta. I malvagi gioiscono, come si gioisce del male. Anche per loro c’è un prezzo. Un prezzo infinito, che può essere ripagato solo con una moneta eterna. Un soldo che non possiedono, di cui non vedrebbero necessità o senso, se non fosse stato per il male che ha permesso di svelarlo.
Tutti costoro, quando ogni cosa sarà evidente, comprenderanno.

Quello che permise il male siamo noi.

Produrre armonia

la radice ar- in sanscrito significa andare verso e, in senso traslato, adattare, fare, produrre. Pare che da qui derivi la parola arte. Anticamente quindi la parola arte significava abilità, pratica o spirituale, di fare qualcosa armonicamente, in maniera adatta.

L’essere umano ha una aspirazione naturale al bello e al vero. La bellezza è il riverbero dell’infinito nelle cose sensibili; il vero è quando esse sono concordi con il loro significato ultimo. L’ar-monia è quando tutto concorre a produrre un risultato che tende al bello, che tende al vero. L’ar-tista e l’ar-tigiano condividono il compito di fare le cose, e se il loro fare è diretto al bello e al vero chi ne gode è maggiormente felice, perché asseconda il temperamento naturale dell’uomo.

Chi disegna, chi scolpisce; chi fa il pane o chi programma; chi prega o chi guida… se la matita è diretta al bello e al vero, se la parola scritta è diretta al bello e al vero, se il pane, il programma, la preghiera e la guida hanno questo fine ogni persona può essere artista, artigiano, rendere il mondo un posto più bello, più vero. Per sé, per gli altri. Per ogni vita.

Produrre armonia.

Una penna mai ferma

Quand’ero a scuola, disegnavo.
Non intendo dire che seguivo corsi di disegno. Io disegnavo durante le lezioni, su qualunque cosa.
Fogli. Quaderni. Libri. In seconda media, mi presi una nota perché avevo letteralmente ricoperto il mio banco di illustrazioni. Punizione esagerata: le avrei cancellate, come facevo sempre. In modo da poter ricominciare.
Avevo una mano notevole, lasciatemelo dire. Certi miei antichi compagni di classe mi hanno chiesto come mai non abbia seguito la carriera artistica; forse perché per me il disegno era una distrazione più che una professione. Era il coagularsi della mia immaginazione in forma di tratto di matita o di penna, in mostri e fanciulle, ritratti e astronavi.

Alle superiori, scoprii i maestri del fumetto e dell’illustrazione. Io penso che, tra duecent’anni, la nostra era nei musei non sarà rappresentata da quella immondizia contemporanea che impropriamente alcuni chiamano arte, ma da fumetti e graphic novel. Con il loro esempio il mio tratto e i miei temi segnarono una decisa evoluzione.
Il mio libro di storia aveva all’inizio di ogni capitolo un’opera a china minuziosamente eseguita che teneva tutta una pagina – ad esempio, parlando della rivoluzione francese disegnai un robot decapitato. Peggio toccò al volume di religione, su cui scrissi ed illustrai un’intera storia di fantascienza nei margini delle pagine. Teneva pressoché dal primo foglio all’ultimo.

Lavorando al computer, la mia mania degli schizzi ha subito un arresto. E’ difficile battere sulla tastiera impugnando una matita. Ma accanto al mouse c’è ancora un foglio, e sul foglio…

L’immagine qui sotto non è di un mio libro, anche se potrebbe esserlo. Quei disegni sono di Chesterton, con cui a quanto pare condivido almeno un tratto: una penna mai ferma.

Tanto di cappello

Serata cinema per me e mia moglie.
La serata cinema, di questi tempi, consiste nel vedere un bel film sdraiati sul divano, mentre mia moglie si fa massaggiare i piedi.
La richiesta questa sera è: “Qualcosa di leggero, che non duri tanto”. E’ difficile trovare qualcosa di più leggero e agile di Fred Astaire che balla; così, la pellicola che abbiamo visto è “Cappello a cilindro”, gran successo del 1935.

Si tratta, per chi non l’avesse mai veduta, di una commedia degli equivoci ambientata tra una Londra e una Venezia assolutamente improbabili e posticci. Grandi numeri musicali, grandi canzoni – la più famosa è “Dancing cheek to cheek” – ovviamente grandi numeri di danza tra Fred Astaire e Ginger Rogers. Nel cast svetta anche un Edward Everett Horton in stato di grazia.

Guardando l’opulenza hollywoodiana delle scene, mia moglie ad un certo punto ha esclamato: “Ma questi erano più avanti di noi!”
In effetti è difficile non paragonare quella grandiosità ostentata con ciò a cui oramai siamo abituati. Al confronto la realtà moderna appare ristretta, dimessa, povera, slavata, triste. Viene da domandarsi dove sia finita quell’epoca che cent’anni dopo, fatta salva la tecnica, appare più avanzata, elegante e felice della nostra.

Qualcosa è cambiato nelle teste, qualcosa è cambiato nei cuori. Oggi le avance di Fred a Ginger lo farebbero finire in tribunale per stalking; e a cosa abbia condotto quel disinvolto modo di considerare il matrimonio lo vediamo bene.
I ballerini danzano su un palcoscenico irriproducibile, Il fantasma di un altro secolo, di un’altra era li accompagna.

I nuovi dei

Non so se avete letto il romanzo di Neil Gaiman, forse il suo più famoso, “American Gods”. Ne stanno facendo una serie televisiva, quindi magari qualcosa avete orecchiato. Bene, questo romanzo parte dall’ipotesi che la fede sia in grado di creare letteralmente le divinità. Gli dei americani di cui parla il titolo sono il coagulo in forma umana – o quasi – delle credenze di tutti gli immigrati nel Nuovo Mondo. In generale sono degli spostati che vivono una vita misera; con qualche eccezione, quella dei nuovi dei. Il Mondo, la Televisione… se i nuovi dei sono in città, quelli vecchi se la vedono brutta.

Una cosa del genere sta succedendo a Richard Dawkins. Forse avete presente chi sia: intellettuale ateo molto famoso, evouzionista, scientista, ha coniato la parola “meme” (che poi si è evoluta in qualcosa di ben diverso da ciò a cui aveva pensato). Ha dedicato la vita a combattere Dio, sfornando libri con titoli tipo “L’orologiaio cieco”, “L’illusione di Dio”, “Diventare più grandi di Dio”, e come spesso accade è stato per questo esaltato. Per farvi un’idea, ecco un suo tweet:

Che si traduce: “Ai Cattolici Romani è richiesto di credere che il vino di comunione è letteralmente il sangue di Cristo, e l’ostia letteralmente il suo corpo. Non simbolicamente ma letteralmente, Non una metafora ma letteralmente. Su questa strada giace la follia. Al peggio è un abuso pernicioso di linguaggio

Se siete cattolici e vi stupisce che dopo duemila anni si possa ancora scrivere questo, avreste dovuto leggere le reazioni. Tra lo stupito e l’oltraggiato: “Ma come! il mio parroco non ne ha mai parlato!” “Ma va’, non ho mai incontrato un cristiano che ci credesse“… in mezzo alla congrega, lui che spiegava che era proprio così sembrava quasi un seminarista.

Sta di fatto che il “nuovo ateismo” – non poi così differente da quello vecchio – si sta velocemente disgregando sotto la pressione dei nuovi dei. Già negli anni scorsi aveva destato scandalo la posizione nei confronti delle donne di alcuni esponenti di questo “non-credo”, tra cui lo stesso Dawkins; in tempi di me-too la notizia che i convegni ateistici non erano proprio raduni di educande ha avuto una certa risonanza. Che poi l’evoluzionismo sia legato a filo doppio con il razzismo può meravigliare solo chi non ne conosce la storia.

Adesso sembra che il nostro cantore di orologiai ciechi sia incappato in una tegola ancora peggiore. E’ infatti accusato di leso gender: per questo misfatto, gli è stato tolto il premio di “umanista dell’anno” assegnatogli un quarto di secolo fa. Avrebbe offeso, in un tweet, i trans. Vero o no, di questi tempi anche solo l’ombra di un sospetto è abbastanza per i seguaci dei nuovi dei per chiedere il cuore pulsante dell’accusato.

Nei tribunali dell’Inquisizione, l’imputato aveva diritto a difensori e poteva sempre pentirsi; queste divinità avventizie non sono così generose, non conoscono misericordia.

Chissà se Dawkins, che è arrogante ma anche intelligente, sta cominciando a comprendere che il suo sforzo di distruggere la religione vera ha condotto solo all’ascesa di nuovi falsi dei, a riempire un cielo che nessuno può credere vuoto.

Storie

Quando ero ragazzo, ed inventavo dieci storie diverse ogni giorno, non avrei mai pensato che sarebbe stato così complicato scrivere un romanzo.

Allora ero una fucina di idee. Nuove trame si accavallavano scalpitanti nella mia mente. Fighissimi eroi affrontavano turpi minacce. Biblioteche e televisione nutrivano teogonie segrete e saghe leggendarie.
Ho ancora da qualche parte parecchi bloc-notes con una dettagliata storia della Galassia nel prossimo millennio, completa di illustrazioni. Secondo le mie cronache questo doveva essere l’anno in cui si scopriva il balzo interstellare: che delusione, manco siamo stati su Marte.
E se mai vi mancassero le soluzioni per una campagna di gioco di ruolo fantasy, nel mio ripostiglio attendono cartine dettagliate di un intero continente da attraversare con avventure su ogni strada e in ogni città.

Così, cosa volete che sia scrivere un romanzo? E’ solo una questione di mettere giù quelle storie in parole.
Più o meno.

La tua trama deve essere bilanciata, senza punti morti, ed avvincente; i personaggi unici, affascinanti, ognuno con il suo carattere, i suoi modi di dire, di comportarsi. Non possono essere tuoi cloni: devi immedesimarti in loro, e per ogni scelta domandarti: come mi comporterei io, se fossi nei loro panni? La risposta non è sempre quella che tu vorresti. Non si può farli comportare da stupidi o in modo inconsistente solo per esigenze di sceneggiatura. E allora devi trovare le motivazioni per mandare avanti la narrazione, giustificare ogni avvenimento. Un po’ come ricostruire un rompicapo, ogni pezzo deve combaciare perfettamente.

Se poi non ti limiti ad una vicenda di pura avventura, le cose si complicano ancora. Ci vuole un ordito segreto che possa essere compreso da chi è interessato, ma senza togliere il ritmo. Non c’è bisogno di predicare, se le azioni parlano. Magari chi le legge potrà non notarlo subito, o non accorgersene per niente, ma sono come il sale, senza di lui un piatto non sa di niente.

In un quadro c’è un sfondo che rende più nitido il primo piano; un mondo per diventare vivo ha bisogno di piccoli particolari, di aggettivi, del chiaroscuro su una tenda, del colore di un fiore, di un gatto di passaggio. Intessere queste cose nello scritto è un po’ come ricamare un vestito.

Infine, lo stile. Oh, leggendo i grandi mi viene da disperare. Quella facilità di fraseggio, quei dialoghi, quel ritmo… Già, il ritmo. Frasi brevi per i momenti concitati, più lunghe e articolate quando il momento è descrittivo; l’incalzare degli avverbi, il sincopato contrappunto della punteggiatura… il colpo di scena.

Ma il punto forse più delicato è che, a differenza di un video, in un libro l’azione si svolge nella testa del lettore. E’ lui a dare il volto e l’aspetto ai personaggi; il mondo in cui si muovono è una proiezione delle parole filtrata dalla loro mente. Troppo poche, e sarà tutto anonimo e grigio; troppe, e l’immaginazione non farà il suo lavoro. Perché è la nostra fantasia che rende davvero indimenticabile e vitale una storia.

Questi sono gli ingredienti principali. Poi, come ogni cuoco sa, c’è la rifinitura, la correzione, la presentazione…
Oh, scrivere è un romanzo.



Santa Giustizia

Caro Maximilien,
ti ricordi quanto tu e Georges e io stavamo a discutere ore su cosa avremmo fatto se avessimo avuto il potere.
Saremmo stati giusti, a differenza di quelli che allora comandavano.
Infine lo capimmo: il modo più veloce per arrivare in alto è proprio chiedere giustizia. Santa Giustizia, la chiamavi, prendendo in giro il mio nome. Dicevi che uno con un nome così non può seguire altra strada. Diventare un arcangelo giustiziere.

Tutti gli uomini vogliono la giustizia. Tutti sappiamo cosa vuol dire essere giusti. Se tu puoi assicurare di punire i malvagi farai strada.
Di strada ne facemmo tanta, perché i malvagi erano tanti davvero. Quando sembravano diminuire ci toccava trovarne altri; ci riuscivamo senza difficoltà. E punirli era troppo poco: occorreva eliminarli del tutto, così ci sarebbe stata la perfezione della pace. Oh, quanto li odiavamo.

Tu sapevi parlare proprio bene: avevi passione per il tribunale, e anche la più piccola trasgressione nei tuoi discorsi poteva diventare un crimine orrendo. E diventava tale per la folla, il supremo giudice.

Così fummo al potere, e diventammo inflessibili. La ghigliottina tu non la volesti mai vedere, ma da lontano udivamo il suo macabro rumore di folla esultante.
Fu allora che comprendemmo che non c’è ingiustizia più grande della giustizia esercitata senza misericordia. Ma era ormai tardi, non ci potevamo più fermare. Facemmo compromessi, e fummo spietati; “Tutto ciò che sta succedendo è orribile, ma necessario”, dicevi. Giustificammo l’ingiustificabile: che ironia per il mio nome. Nessuna sopraffazione di quelle che un tempo condannavamo era lontanamente paragonabile a quelle che noi compimmo nel nome della Giustizia e della ragione. Distruggemmo ciò che non avevamo costruito; rimasero solo rovine, perché costruire non sapevamo. La giustizia che giungemmo a praticare non era una santa, ma una dea sterminatrice lucida e spietata. E io il suo arcangelo della morte.

Fu proprio appena prima della fine, là sulla piazza tra la folla, che capimmo.
Aveva ragione quel profeta nazareno pazzo. Non giudicare se non vuoi essere giudicato. Si troverà sempre qualcuno che vorrà fare giustizia di te e dei tuoi crimini.
Perché la verità è che, davanti al tribunale finale, eravamo e siamo tutti malvagi.

Il senso negato

Ci sono domande che accomunano ogni uomo. Perché si vive? Qual è il mio destino? Che senso ha l’Universo?
Non esiste persona che, in una maniera o nell’altra, non le esprima.
Poi c’è chi tenta di cancellarle. Di eluderle. Chi le qualifica come sciocchezze. Eppure neanche la bestia umana più incallita, il più gelido intellettuale alla moda può evitare un brivido quando soffia il vento dell’eterno.

C’è chi ha chiamato questa predisposizione umana “senso religioso”. La certezza intima di essere di fronte a qualcosa che non riusciamo a comprendere, ad afferrare; quella perenne incompiutezza che esige risposte definitive e sembra destinata a non averle mai. La richiesta che la vita abbia un senso.

Due terzi dell’umanità vive in paesi dove questa richiesta di senso è soppressa, o minacciata. Luoghi dove non è ammesso credere in niente che non sia la sapienza dello Stato, o un credo omicida; dove il cercare una risposta alla domanda che non sia preconfezionata è punito anche con la morte.
Due persone su tre possono perdere il lavoro, la salute, la libertà, la vita, solo per avere inseguito quella domanda.
Non è una questione ipotetica. Succede. Sta succedendo ora.

Come da duemila anni, i cristiani sono i più perseguitati. Niente da stupirsi: il simbolo stesso della religione cristiana è lo strumento di tortura su sui è morto il suo fondatore. Proprio oggi nelle chiese si leggeva del martirio di S.Stefano. Quanti Stefano, ogni giorno.
Leggete il rapporto annuale sulla libertà religiosa nel mondo. Confrontate i dati. Apprendete quanto avviene nel silenzio pressoché totale dei nostri media.
Perché se altrove si è fisicamente minacciati, qui in occidente la persecuzione è più subdola.
Ma sta peggiorando. Qui come altrove.

Nei sogni di tanti maestri del pensiero, personaggi famosi o quasi, politici, scrittori, magistrati, c’è il giorno in cui finalmente si riuscirà a tacitare del tutto quella voce che dice che c’è qualcosa di più alto del consumare, divertirsi, obbedire. In cui si riuscirà a sopprimere del tutto quella voce che chiede un senso all’eternità.
Ma in fondo anche questa è la domanda di un destino.

San Randazio e i due prigionieri

San Randazio bussò al pesante portone. Una finestrella dalle spesse sbarre si aprì per un istante, e nell’ombra un paio d’occhi infossati guardarono il religioso. “Chi è?” udì pronunciare da una voce distante dietro il portone. “E’ quel frate”, sentì rispondere.
Attimi di silenzio, bassi borbottii, poi il portone cigolando si aprì di uno spiraglio. Randazio vi si infilò.
Un ufficiale barbuto lo squadrò. “Ha un bel coraggio a venire qui. Potrei anche decidere di tenerla dentro.”
Randazio lo guardò sorridendo. “Suvvia, capitano. Se i suoi superiori mi avessero voluto arrestare l’avrebbero certamente già fatto. Invece mi hanno dato questo lasciapassare”, disse, sventolando un foglio arrotolato e sigillato “Per poter far visita ai miei poveri fratelli in carcere.”
L’ufficiale si massaggiò la barba. “Glielo ripeto, avrebbe fatto meglio a scappare come gli altri. Ma voi preti siete matti del vostro. I veri preti, cioè.”
Accennò ad una porta sbarrata che conduceva nelle viscere della fortezza. “Ce ne sono tre dentro, ora come ora. La guardia la scorterà dal suo.”
Randazio lo guardò in volto. “Sarebbe possibile visitare anche gli altri due?”, chiese.
Il capitano lo guardò con aria perplessa. “E perché? Mica li conosce gli altri. Sono delinquenti.”
“Ragione di più. Chissà che si ravvedano”.
Il capitano sbuffò, a metà tra la noia e il riso. “Soldato, scorta questo frate nelle tre celle e stai di fuori di guardia alle porte. Frate, tra mezz’ora ti voglio fuori”.

Il corridoio era scuro e umido, appena sotto il piano del cortile. La prima cella era un buco di forse tre metri per parete, con un pertugio di finestrella in alto. Tanfava di muffa e orina.
“Hai visite”, disse la guardia al prigioniero incatenato al muro. Questi si voltò a guardare Randazio per un attimo, poi tornò a fissare con sguardo torvo la finestrella, come potesse svellere a forza d’occhiate le sbarre.
“La pace sia con te”, disse Randazio.
“Ma vaffanculo, monaco”, fu la risposta.
Randazio sospirò. “Sono in visita. Posso fare qualcosa per te?”
“Sì, sparisci. Anzi, meglio, frega la spada alla guardia e porgimela”.
“E cosa ne vuoi fare?”
“Spezzo le catene, poi sbudello te e tutte le guardie”.
“Programma interessante. Temo però di non poterlo fare.”
“Allora sei inutile, barba. Vattene prima che ti metta al collo queste catene e ti ci strozzi. Non sai chi sono io?”
“Non ho il piacere.”
“Sono il bandito Lentizzi. Vuoi parlare ancora con me?”
“Certo. Se non volessi parlare con chi ha peccato avrei fatto voto di silenzio perpetuo. Tutti facciamo il male, ma per Nostro Signore tutti possiamo essere perdonati per tutto. Basta esserne pentiti.”
“Io ho ammazzato”.
Randazio lo guardò per un lungo istante. Poi “Quante volte?” chiese.
Lentizzi scattò in piedi, in un tintinnar di catene. “Che te ne frega? Che me ne frega di quelli? Io faccio quello che voglio. Credi di poter fare il furbo perché io sono incatenato e tu no? Questa prigione non mi può tenere. Presto sarò di nuovo libero, e ti verrò a cercare, prete.”
Randazio si limitò a guardarlo. “Ci sono catene che si possono spezzare e sbarre che si possono piegare, ma ce ne sono altre che ci tengono prigionieri da cui non ci si può liberare così. Io ti offro la liberazione da questo tipo di prigione; e ti assicuro che è la peggiore. Se mi cercherai, mi farò trovare.”
Il prigioniero ringhiò. “Guardia, portamelo via di qua”.

“Non molto successo, eh, padre? Quello è una bestia.” gli sussurrò la guardia richiudendo la porta della cella.
“Siamo tutti bestie, prima di diventare uomini”, disse Randazio. “Chi è il secondo?”
“Un funzionario accusato di avere rubato”
“Capisco, mi faccia entrare”.

La seconda cella era del tutto simile alla prima, ma la persona incarcerata molto differente. Lentizzi era massiccio quanto questo era magro. Ambedue avevano in comune la sporcizia e l’odore.
“Che significa questa visita? Che volete?” domandò il prigioniero allarmato.
“La pace sia con te. Son venuto a trovarti”, disse Randazio.
“Perde tempo con me, frate. Vede, io sono innocente, non ho fatto niente. Se sono qui è solo colpa della sfortuna. Tra poco tutto sarà chiarito e io sarò liberato. Quindi non ho bisogno di un prete”.
Randazio si grattò la testa. “Non so dire dei crimini di cui lei è accusato, ma nessuno può dirsi davvero innocente. Se posso…”
“Ho già detto che non ho bisogno di niente. Lo so che vorrebbe approfittarsi di me, come fate sempre voi preti quando vedete qualcuno in difficoltà, ma questa situazione finirà presto. E’ temporanea.” Tacque, poi lo squadrò con sguardo improvvisamente calcolatore.
“Però, se è riuscito ad arrivare fin qui vuol dire che conosce gente importante. Se volesse adoperarsi per farmi liberare, io potrei essere molto generoso una volta fuori, mi sono spiegato?”
“Si è spiegato benissimo”, rispose Randazio, “Ma sfortunatamente non sono neanch’io molto ben visto, come del resto tutti quelli della mia Chiesa, in questo momento. Come forse sa, il Re è stato scomunicato e nella cella di fianco alla sua c’è il mio vescovo”.
Il carcerato si allarmò. “E viene a parlare con me, con il rischio di compromettermi? Non ha pensato alla mia sicurezza? Vada subito fuori!”
“Ma io…” provò Randazio.
“Fuori! Guardia! Guardia! Quest’uomo mi minaccia!”

“Neanche qui molta fortuna, eh?” Gli sussurrò la guardia mentre richiudeva anche la seconda cella. Randazio scosse la testa. “Io posso offrire, ma sta alla loro libertà accettare”.

La terza cella non era meno angusta delle altre, anzi. Il volto del prigioniero incatenato al muro quando vide Ranzazio si aprì in un sorriso.
“Randazio! Quale gioia! Vieni, entra nella mia umile cella. Accomodati. Purtroppo non ho da farti sedere.”
Il frate si inginocchiò. “Eccellenza, è bello anche per me. Come sta?”
“Bene, bene. Non mi posso lamentare. Il nostro sovrano ha pensato di premiare la mia fedeltà alla corona favorendo la mia umiltà e la mia penitenza. Mi ha offerto questa cella, e gliene sono grato. Finalmente posso pregare senza le preoccupazioni mondane e le distrazioni. E tu? Ti vedo bene.”
Randazio allargò le mani. “Ancora non mi hanno mandato a farle compagnia. Ci stanno pensando, ma non si decidono”.
Il vescovo rise. “Non so se è perché ti ritengono meno importante di me, o di più. Che pericolo per me, l’invidia!” abbassò ancora la voce “Ma se puoi, non provocarli. Basto io qui. Anzi, come tuo vescovo ti chiedo di lasciare pure tu il paese.”
Randazio scosse la testa. “Sa quanto io sia disubbidiente”. “Lo so, lo so…” il vescovo si chinò in avanti per quanto lo permettevano le catene. “Spero che tu abbia portato il pane e il vino…” “Ce li ho”. “Bene, bene. Allora se vorrai prima udire i miei peccati…”
Qualche minuto dopo, il carceriere bussò alla porta per richiamare Randazio. “Non posso trattenermi oltre”, disse il frate al vescovo. “Tornerò presto, anche se mi fa male vedervi prigioniero.”
Il vescovo rise. “Prigioniero? Io sono libero. Essere rinchiusi tra quattro mura non vuol dire essere prigionieri, solo impossibilitati ad andare altrove. C’è differenza.”

La guardia richiuse la porta della cella. “Tornerò tra qualche giorno a vederli”, gli disse Randazio.
Il carceriere scosse la testa. “Si risparmi il viaggio. Qui non troverà più nessuno. Li impiccano tutti domani all’alba”, gli sussurrò.
Randazio si bloccò, come fulminato, poi lentamente si avviò per risalire alla luce.
Mentre stavano per uscire, una serie di violenti colpi dalla prima cella richiamò la loro attenzione. “Guardia, guardia!” si sentì urlare.
“Che c’è, Lentizzi?”
“E’ ancora lì quel frate? Rimandamelo un attimo”.
La guardia fece per rispondere male, ma Randazio gli mise una mano sulla spalla. “Faccia questa grazia. Tanto, domani…”
Il carceriere esitò un attimo, poi riaprì la cella.

Il bandito guardò Randazio entrare. “Frate, prima hai detto che ti saresti fatto trovare”, Esitò. “Non so se mi dispiace davvero di tutto quello che ho fatto.” “Ma ti dispiace di non dispiacerti?” chiese piano Randazio. Lentizzi, lentamente, annuì.
Un quarto d’ora dopo, Randazio uscì dai cancelli del carcere. “Allora, ha parlato con i nostri tre prigionieri?” chiese il capitano.
Randazio alzò il capo e lo guardò con un sorriso dolce che fece indietreggiare stupito l’ufficiale. “Tre? Già ne avevate solo due; adesso solo uno ne rimane. Ma non è ancora l’alba.” E se ne andò nella sera che cominciava a tingersi di notte.

L’abisso del male

Tutto questo era compito.
Ma lo reggevi tu? Così sempre distratto d’attesa,
come se tutto t’annunciasse un’amata?
Rilke, Prima elegia

Mi stupiscono sempre le maniere in cui negano le evidenze, ci si contraddice pur di non dare ragione, si legge e si sente ciò che si pensa che venga scritto e detto invece di ciò che é. Che guazzabuglio e che paradosso è l’uomo. In fondo è esattamente questo il male: scegliere la propria misura invece di ciò che è reale. Scegliere il nulla, quando tutto in noi grida di esistere.

E da questo abisso scavato dalle proprie mani l’essere umano non si riesce a levare da solo. Quante volte ci abbiamo riprovato; quante volte ricadiamo. Perché il male non è niente altro che il negare ciò che siamo, cioè quello che davvero ci costituisce. Questo impeto verso l’assoluto, verso il bene, che sempre ci attira e ci muove e che in continuazione tradiamo.

Non ci riusciamo da soli perché il male è ciò che non ci fa essere uomini, e occorre essere pienamente uomini per fuggirlo.
Eppure è proprio quel male che ci fa desiderare di essere di più. Che non ci fa stare tranquilli. Nonostante tutti i nostri sforzi per negare la speranza, per svuotare di senso la vita. Perché ci dà dolore vedere le pareti dell’abisso in cui siamo; e quindi neghiamo che esista, come se non pensarci potesse risolvere qualcosa. Non facciamo che fuggire da noi stessi, e allontandoci tutto diventa estraneo.

E’ questo l’annuncio del cristianesimo: che non abbiamo bisogno di fuggire. Di inventarci sistemi perfetti per non avere bisogno di amare, o di essere amati (perché amare è una ferita). Esiste qualcuno che ci viene a prendere così come siamo, mortali come siamo, sciocchi come siamo, paurosi come siamo, feriti come siamo. Perché ci ama.
Questo è l’annuncio, non altro. Che l’attesa è finita.

L’ombra del male

Nos péchés sont têtus, nos repentirs sont lâches;
Nous nous faisons payer grassement nos aveux,
Et nous rentrons gaiement dans le chemin bourbeux,
Croyant par de vils pleurs laver toutes nos taches.

I nostri peccati testardi, i nostri pentimenti vigliacchi;
Le confessioni nostre profumatamente ci facciam pagare
E sul fangoso sentiero allegramente torniamo a camminare
Credendo che vili pianti lavino tutte le nostre macchie

Baudelaire, “Al lettore”

Chi pensa che credere in qualcosa lo giustifichi moralmente sbaglia altrettanto gravemente di coloro che pensano che non credere in niente abbia solo conseguenze positive. Prima di tutto, perché è impossibile credere a niente.

Anche se non credi ad un dio, crederai in una filosofia; in una etica; in qualche definizione di giusto o sbagliato, per quanto lasca possa essere. Perché o le nostre azioni sono completamente casuali – ma in tal caso non vivremmo un giorno – o devono avere un qualche tipo di senso. Dobbiamo fornire qualche tipo di giustificazione ad esse. Se no cesseremmo di essere umani.

La differenza sta appunto in cosa crediamo.

Se crediamo nella nostra forza, sarà la nostra forza a giustificarci; fino a che saremo mangiati da qualcuno di più grosso. Ugualmente l’intelligenza; la cultura; la razza; la politica; i soldi; il piacere. Sono tutte cose umane; non ci salvano da altri umani. Nessuna di loro può salvarci.
Se cosa sia il bene non è garantito da qualcosa di più alto di noi, il bene è solo ciò che uno immagina. Se non c’è un Dio, non esiste neanche il libero arbitrio; il santo e l’assassino non sono responsabili delle loro azioni, ed etica è una parola senza senso. Come tutta l’esistenza e ogni nostra azione.

Eppure, anche quando ridiamo facendo il male, sappiamo di fare il male. Sappiamo di non essere automi, di avere una scelta. Possiamo giustificarci quanto vogliamo, ma lo sappiamo.

Solo il credere in Qualcuno che non abbia neanche un’ombra di male, sia tutto Bene, quel bene che coincide con ciò che sappiamo del bene nel nostro profondo, può dissipare l’ombra che la nostra fede sia una giustificazione delle nostre voglie.

Ma cosa vuol dire “credere”? Vuol dire desiderare con tutto noi stessi di essere degni di ciò in cui crediamo. Non si può credere nel puro Bene e giustificare il proprio male, così come non si può amare qualcuno e tradirlo; da qualche parte si annida la menzogna.

E questo lo sai bene, mio lettore, mio simile, fratello mio.

La misura del male

(…) Non parlo più di male radicale, ora credo che il male non sia mai “radicale”, ma che sia solamente estremo e che non possieda né profondità né spessore demoniaco.

Hannah Arendt

Oh, la banalità del male. Non venite a contarmela. So di Hannah Arendt e di Eichmann. Embè? Perché la mediocrità di un burocrate nazista dovrebbe essere un paradigma per negare che il male esista davvero? Perché asserire che esso è relativo, come il bene, quando è evidente che non è così?
E’ chiaro: perché vi è scomodo chiamarlo peccato. La vostra filosofia appesa a nessun dio ha bisogno di negare l’evidenza per non vedersi sospesa nel vuoto, per illudersi di essere credibile. Se non c’è nessun cielo non c’è neanche nessun inferno ad attendere chi spara nella nuca ad un ragazzo solo perché può farlo.

Siete anche voi degli scialbi burocrati del male, forse, ma il male di per sé non è mai scialbo. Per voi può essere solo questione di opinioni, ma è esattamente lo stesso tipo di non-ragionamento che fa sgozzare ridendo una donna dopo averla violentata, che induce a fare a pezzi bambini non nati e sghignazzare pestando un vecchio. Che fa usare ed abusare di sé e degli altri, che fa tradire e mentire.
Perché si può fare. Perché è comodo farlo. Eccitante. Glorioso. E si deve pur poter giustificare il gusto che si prova, inventandosi acrobazie mentali per potere negare che il male sia male.
Per potere negare che i demoni esistano, e che ci accompagnino. Nel massacro, o nella parola cattiva lasciata cadere in un commento sperando di fare del male, poveretti vacui d’umano, o forse pieni solo di quello.

E come lo misuro, il male? Lo si può solamente fare pesando quanto bene manca.

Sgrammaticati

Pare che la Hull University – un’università dello Yorkshire con poco meno di un secolo di vita – abbia deciso di chiedere ai suoi tutori di non correggere gli errori di grammatica di alcuni soggetti perché un buon inglese sarebbe un tratto “nordeuropeo, bianco, maschio, elite”. Insomma qualcosa di maledetto da evitarsi a tutti i costi se si vuole essere inclusivi.

E’ un antico pallino di una certa sinistra di cui anche qui in Italia siamo stati e siamo succubi. Il sei – o diciotto – politico appartiene all’identica mentalità. Ancora subiamo i danni immensi che fece il sessantotto, che mise i suoi ignoranti al potere; oggi dominano i loro allievi.

Io fossi uno studente sud europeo (o non europeo), o non-bianco, o una donna, o banalmente di famiglia comune mi incazzerei come una biscia con questi fessi. Quei tizi stanno dicendo che non sono abbastanza in gamba per sapere bene l’inglese, sono un minus habens, un poveretto che non ce la può fare. Quindi occorre abbassare lo standard, in modo che io possa procurarmi un pezzo di carta che, come conseguenza di detto abbassamento, potrò solo utilizzare per scopi men che nobili.
Ovviamente chi può permetterselo, i veri privilegiati, andranno in posti prestigiosi che non si sognano simili sciocchezze, oppure dove i soldi possono comprare qualsiasi cosa a prescindere da impegno e doti.

Gli autentici razzisti misogini sono proprio gli egalitari da strapazzo che pensano simili cose; gente che non ama ciò che dovrebbe insegnare, e quindi nasconde la sua ignoranza con l’ideologia. Un tempo chi era povero ed emarginato sognava di poter imparare a leggere e scrivere per innalzarsi.
Quello che questa gente va dicendo è “non importa; stai bene così”.

Il dolce profumo dei giarilli

“There are two lines of old yew hedge, twelve feet high and impenetrable”
A.Conan Doyle, “The Hound of the Baskervilles”

Quando ero alle superiori, il nostro professore di inglese ci fece leggere in lingua originale un brano da “Il mastino dei Baskerville”, una delle avventure di Sherlock Holmes.
La scena avveniva in un viale contornato da alte siepi di “old yew”. Terminato di leggere il pezzo, chiese se ci fossero domande.
Uno dei miei compagni alzò la mano. “Professore, cos’è ‘yew'”?
“E’ la pianta di tasso”, rispose lui. “Tutto chiaro?” Annuimmo.
“Benissimo”, riprese il professore. “Chi di voi mi sa dire com’è fatta una pianta di tasso?”
Ci guardammo tra di noi. No, nessuno sapeva che aspetto avesse quell’accidente di albero.
“Vedete”, proseguì il professore, “Voi non sapete cos’è un cespuglio di tasso nella stessa maniera in cui non sapete cos’è una siepe di ‘old yew'”. Che io vi abbia detto la traduzione di quel nome non vi cambia assolutamente niente. Cosa sia, l’avete capito anche senza conoscerlo davvero”. Oh, era in gamba quel docente.

E’ una lezione che mi è rimasta in mente. Quante delle cose che sappiamo le abbiamo imparate leggendo una definizione, e quante invece deducendole dal contesto, incasellandole in frasi e suoni conosciuti?

Nel mio libro, “il tempo degli dei” c’è una frase che suona “ai balconi vi erano fioriere con giarilli blu e rossi“. Un lettore mi ha chiesto cosa siano questi giarilli, e io ho risposto “Fiori colorati che di solito adornano i balconi delle case. Hanno un profumo persistente e dolce che tiene lontani gli insetti“.
Era davvero necessaria la mia spiegazione? In realtà no: che fossero dei fiori si capiva anche senza sapere del loro profumo. No, non sono gerani: i giarilli hanno fiori più piccoli e precoci, e un odore più dolce. Potrei scrivere trattati su di loro, del tutto inventati; così potete fare voi, con l’occhio della fantasia. E’ giusto, è normale chiedere quando non si sa qualcosa. Ma ci fermiamo mai a capire se sappiamo, o pensiamo solo di sapere?
Avessi detto che i giarilli erano una varietà di lobelia, quanti di voi sanno senza controllare se quest’ultimo fiore esista davvero nel nostro universo oppure no?
L’unica cosa che ci interessa sapere di quelle piante è che decorano i balconi di rosso e di blu, e il mondo in cui esistono è più bello grazie alla loro presenza.

L’urlo della kijnna selvatica, com’è? Che tipo di animale sarà? Non lo sappiamo, ma il suo suono è molto acuto e stridente. Che cosa sono i Sogni che talvolta si possono vedere, specie in estate, al largo di Perides? Com’è fatto il Guardiano chiamato “Gorilla Cieco” che infesta le Montagne della Follia?
Sono tutte domande alle quali la nostra fantasia non ha bisogno di rispondere con una noiosa e pedante definizione. Non dimorano tra le cose che conosciamo, ma le possiamo vedere anche meglio così. In fondo non c’è donna più bella della sconosciuta che non riusciamo a scorgere in volto.

Le spiegazioni non servono, sono superflue, come sapere in che modo sia fatto il tasso per i lettori di Sherlock Holmes. I nomi sono come finestre aperte su quanto non conosciamo e non potremo conoscere. Quanti di voi hanno davvero osservato, fino a coglierne ogni aspetto, una pianta di gerani?
E una di giarilli?

Cambio di prospettiva

La settimana scorsa, Venerdì Santo. La giornata era iniziata male, come talvolta capita. Ero tutto incavolato per banalissime questioni familiari; mi sentivo trascurato, quasi fossi l’ultima ruota del carro. Borbottavo e rimuginavo sull’ingiustizia della vita, come davanti ad un torto imperdonabile.

Poi ho seguito le meditazioni del Venerdì Santo. In mezzo c’era la preghiera di padre DeGrandmaison:

Santa Maria, madre di Dio,
conservami un cuore di fanciullo,
puro e limpido come acqua di sorgente.
Ottienimi un cuore semplice,
che non si ripieghi ad assaporare le proprie tristezze;
un cuore magnanimo nel donarsi,
facile alla compassione; un cuore fedele e generoso,
che non dimentichi alcun bene
e non serbi rancore di alcun male.
Formami un cuore dolce e umile
che ami senza esigere di essere riamato,
contento di scomparire in altri cuori,
sacrificandosi davanti al tuo Divin Figlio;
un cuore grande e indomabile,
così che nessuna ingratitudine lo possa chiudere
e nessuna indifferenza lo possa stancare;
un cuore tormentato dalla gloria di Cristo,
ferito dal suo amore,
con una piaga
che non si rimargini se non in cielo.

E improvvisamente ho capito di non avere capito niente, e la giornata mi è stata ribaltata. “Ami senza esigere di essere riamato…”
Che le nostre giornate siano sempre ribaltate da qualcosa di più grande della nostra misera misura.

Possiamo noi mendicanti capire?

Se siete stati attenti al post di ieri, avrete potuto apprezzare la citazione iniziale e il video finale. Appartengono alla stessa band, i Dirt Poor Robins; che poi sarebbero un duo, marito e moglie. Mi sono stati fatti conoscere da un amico, e devo dire che per quel poco che li ho potuti ascoltare quell’amico lo devo proprio ringraziare. Belle musiche, belle voci, e splendidi testi.

Al fondo vi inserisco il video completo del loro “concept album” Deadhorse.
In esso potrete trovare piccoli capolavori come Kings and Queens, Saints, Scarecrows, ma soprattutto le mie tre preferite.

Gustate degli estratti dai loro testi; è poesia

After all this is who we are
Made of dirt and fed by stars
In a blink of an eye we’ll be undermined
when they bury our grains in the sands of time

Dopo tutto è chi noi siamo
Fatti di terra e nutriti di stelle
In un battito di ciglia saremo scalzati
quando seppelliscono i nostri granelli nelle sabbie del tempo

Dirt Poor Robins – All There Is

Ecco But never a key, (ispirata da quel magnifico struggente libro che è Fiori per Algernon)

Lo
That’s the way that it goes
I’m sorry you’ll never be free
If all that you see is the danger the cage will relieve
Oh no
That’s the path that you chose
A true hedonist indeed
So don’t lift a finger, your warden provides all you’ll need
But never a key


Guarda
Questo è il modo in cui va
Mi spiace non sarai mai libero
Se tutto ciò che vedi è il pericolo che la gabbia risparmierà.
Oh no
Questo è la strada che hai scelto
Proprio un vero edonista
Così non alzare un dito, il tuo guardiano ti dà tutto ciò di cui avrai bisogno
Ma mai una chiave


Dirt Poor Robins – But never a key

E infine

For us there was no land
No land beyond the edges of our outstretched hands
Can we beggars understand
More than our appetite demands?

Per noi non c’era terra
Nessuna terra oltre l’orlo delle nostre mani tese
Possiamo noi mendicanti capire
Più di quello che i nostri appetiti domandano?


Dirt Poor Robin – No land beyond

Non è facile trovare immagini tanto potenti nelle abituali canzonette. Ma cosa domandano i nostri appetiti?