Archivio dell'autore: Berlicche

Mancanza di comprensione

E’ assolutamente normale che chi non ha una speranza per il proprio futuro non possa capire la speranza delle altre persone; che chi non dà un senso alla propria vita non possa comprendere il senso della vita degli altri. Non fa che applicare la mancanza di comprensione su se stesso al resto del mondo.

Così si può capire il caso ieri di Charlie Gard, oggi Alfie Evans, e con loro tanti altri adulti, bambini, vecchi, le cui esistenze non sono ritenute meritorie di proseguire. In vista di un paradiso materiale immaginario in cui niente di ciò che rende umani potrebbe sopravvivere. Usando scuse che sanno di putrefazione.

E’ il paradosso più grande: che chi crede che la propria vita sia l’unica parentesi in un oceano di nulla sia così pronto a ridurre a nulla tutto il resto.
In fondo è proprio questa la più grande pena per costoro: quella disperazione da cui solo una tronfia distrazione può allontanare il pensiero.
Come può amare chi pensa che siamo un niente destinato al nulla eterno?

Annunci

La qualità del fare

Perché fare le cose?

Perchè si è obbligati. Perchè si viene pagati. Perchè ne ho un vantaggio.
Se queste sono le motivazioni, nell’istante in cui cessano – Sono libero! Mi pagano troppo poco! – allora cessa anche la nostra attività. Chi mi obbliga a fare le cose bene?

Perché voglio imparare. Perchè devo.
Si è passati a qualcosa di più alto del piano materiale. Quando però sentirò di avre migliorato abbastanza, quando il dovere mi verrà a noia, chi me lo farà fare di continuare ancora?

Perché questo lavoro è tutto per me. Io amo quello che faccio.
Ma prima o poi ci si accorge che quel che pensiamo tutto è solo una piccola parte; che in fin dei conti la vita è più grande, e quel nostro tesoro non la riempie, non le dà senso. Arriva la disillusione. Si smette di fare, o si continua per inerzia.

Quanto è differente, invece, chi fa le cose perché ama non (solo) la cosa che fa, ma Chi gli permette di fare. Lo spinge il desiderio di imitare Chi ha fatto tutte bene ogni cosa, lui stesso compreso, perché le ama tutte. E quindi vuole restituire un poco di quell’amore, cercando di imitare quella perfezione.

Una persona così non smetterà mai di cercare di migliorarsi, non accetterà di fare lavori approssimativi, non si accontenterà di una qualità minore, perché sa che solo la ricerca del bello e del vero, tramite il lavoro della sua testa e delle sue mani, è un compito adeguato alla statura di quello che è. Cioè un uomo, un figlio di Dio.
Non si accontenterà di niente di meno.
Cercate questo tipo d’uomo, voi che desiderate maestri, desiderate le cose fatte bene.

L’occhio indiscreto

E naturalmente c’è la domotica. La casa informatizzata.
Ormai quasi tutti gli elettrodomestici hanno la possibilità di connettersi in rete, ad internet. Il televisore, la sveglia, il tostapane, gli spazzolini da denti. Mi dicono anche certi giocattoli erotici (non chiedetemi come e perché: mi sono rifiutato di approfondire). Tutti questi oggetti possono essere controllati remotamente: accendere le luci mentre non ci siamo, far bollire l’acqua della pasta, far pulire al robottino un’altra stanza…

Tutto ciò che può essere controllato remotamente, beh, può essere controllato remotamente. Anche non da noi: dal costruttore, o da qualcuno che sappia come fare. Per non parlare del fatto che l’informazione viaggia nei due sensi: il vostro televisore intelligente comunica ai suoi fabbricatori che cosa avete guardato e per quanto tempo, e cosa ne facciano poi questi dell’informazione sta a voi pensarlo. Se ci voleste pensare.

Tracciando l’attivarsi della vostra sveglia connessa si può conoscere a che ora vi alzate, e la musica che preferite per tiravi su dal  letto. Il vostro allarme intelligente comunica quando non ci siete, il vostro frigorifero smart i vostri cibi preferiti. Non dimenticatevi eventuali telecamere, webcam e sensori. Incrociando questi dati innocenti con le vostre spese diligentemente annotate dalla vostra carta di credito, programmi sofisticati possono farsi della vostra vita un’idea abbastanza precisa. Che possono poi utilizzare per proporvi il nuovo prodotto che non vi può non piacere.

Probabilmente, tra qualche anno, ci saranno enti che riusciranno a tracciare di noi un profilo completo. Sapranno tutto, o quasi, deducendolo dai nostri atti. Ogni nostro illusorio segreto. Le aziende ci faranno causa se mai dovessimo prendere una decisione autonoma che sballa i loro algoritmi.
Certi comportamenti asociali si potranno prevedere, ed eventualmente essere soppressi. Tuttto sta a capire cosa sarà per “loro” un comportamento asociale.

Questo è in una certa misura già possibile oggi. Semplicemnte non esiste un soggetto abbastanza forte per sapere utilizzare queste informazioni o imporre in base ad esse un suo certo disegno. Ancora.
Il Grande Fratello, insomma, sembrerà un cugino di campagna. Anche perché a tutto questo ci sottoporremo volontariamente. Lo stiamo già facendo, visto che siamo su internet.

Il Creatore, che sa tutto di noi, ci ha lascito la nostra libertà. Chissà questo ipotetico burattinaio cosa vorrà farne di noi.

Male che vada, possiamo andare a vivere in una baita in montagna. Senza corrente elettrica e telefonino.
Almeno, finché ce lo lasceranno fare.

Il tempo del lupo

Leggete i segni dei tempi e pensate di averli capiti
suggerendo di tralasciare altari e preghiere,
stringerci la mano festanti e raccontare barzellette.
Non vedete che nessuno ride, nessuno alza il braccio
se non in segno di morte?

Leggete questo tempo, il tempo del lupo,
che è anche il tempo dell’agnello
massacrato in silenzio, ma quel che è peggio
dimenticato

come il piatto del giorno prima in frigo
che nessuno ha il cuore di mangiare.

La menzogna perfetta

A chi vuoi credere, a me o ai tuoi stessi occhi?
Chico Marx

Stiamo entrando nell’epoca della perfetta riproducibilità della menzogna. Ve ne siete accorti, spero.
E’ possibile ingannare un animale con uno specchio, facendogli credere di avere a che fare con un rivale, invece che con il suo riflesso. Gli spettatori fuggivano terrorizzati, davanti alla ripresa dei fratelli Lumiere di una locomotiva che si avventava su di loro. Oggi guardiamo film dove mostri, dei ed eroi combattono tra loro e non sono più comparse vestite con buffi costumi. Sembrano reali.

Già con la tecnologia odierna è possibile creare immagini o spezzoni audio fasulli, indistinguibili da quelli veri. Perfino con attrezzature quasi casalinghe. Basta il programma giusto. Con i fondi che si possono permettere i davvero ricchi, o uno Stato, non c’è niente che impedisca la realizzazione di qualsiasi tipo di prova audio o video virtualmente indistinguibile da una autentica.

Anche oggi possiamo essere ragionevolmente sicuri solo di ciò che si è visto e udito in pubblico, di fronte a testimoni. Si può prevedere che presto neanche questo sarà sufficiente. Chi ha il potere potrà creare qualsiasi illusione e farcela credere reale. Non guardate all’omino dietro la tenda.

Io credo però che la realtà, il vero, abbia una qualità che nessuna riproduzione potrà mai ottenere. Se non potremo più credere ai nostri occhi e alle nostre orecchie, rimane sempre il cuore: quell’organo che la sapienza sostiene sia in grado di discriminare tra ciò che è menzogna e cosa non lo è.
Impariamo ad usarlo.
Se i burattinai giocheranno con le ombre, badiamo a rimanere nella luce.

Non del tutto

Occorre essere appassionati di samizdat – la verità fatta passare per note clandestine, come fu nell’Unione Sovietica – per cogliere la tremenda cappa di propaganda, di oppressione mediatica, di falsità e disinformazione in cui siamo prigionieri.
Per afferrare quali sono le notizie che non circolano, mentre sulle nostre reti nazionali girano ossessivamente sempre le stesse facce che dicono sempre le stesse cose.
Voi l’avete saputo, che so, che Trump vuole togliere i fondi alle multinazionali abortiste; che Formigoni è stato prosciolto per tutte le accuse rivoltegli, il fatto non sussiste; chi davvero bombarda chi in Siria…?
Non penso, se ascoltate i notiziari alla radio o alla televisione; se leggete i “soliti” giornali.

Non parlare di ciò che non si adatta al tuo disegno: ignoralo, come non esistesse, e smetterà di esistere. Non sarà visibile, tranne a pochi fanatici nel samizdat.
Se non puoi ignorarlo, diffamalo.

Io non sono certo tifoso di certe parti politiche e sono all’opposto del loro modo di pensare, ma la tempesta diarroica in cui ogni giorno vengono sottoposti da anni me li rende in una certa maniera simpatici. E’ la simpatia per l’underdog, il perseguitato; quella che spinge a dire “Beh, se questi mentitori acclarati al potere continuano a sparlare contro qualcosa di falso ci deve pur essere!”; e alla fine magari votare per loro (non io). Come i democratici in USA contro Trump, le televisioni, le radio, i giornali di questo regime si stanno scavando la fossa con le loro menzogne, e non se ne rendono conto. Perché non conoscono ormai altro modo. Gli è andata bene per anni.

Forse perché alla fine sono sicuri che riusciranno a normalizzare anche loro. Vedi cosa è successo con tanti altri che parevano irriducibili. Ma non del tutto, non del tutto.

Il racconto di altri regimi, meno morbidi di questo, ci insegna che le verità non si possono seppellire etichettandole come fake news. Esse tendono a risorgere. E se anche i potenti e i loro servi trionferanno ancora e ancora alle elezioni, e si metteranno d’accordo tra loro, e ci toglieranno un altro po’ di quel bello e quel giusto per dipingerci sopra le loro tristissime pagliacciate multicolori, ci sarà sempre un popolo nascosto, un popolo che non crede perché crede. E loro non avranno vinto.

Non del tutto.

Ai piedi della collina

I combattimenti erano calati di intensità. Erano ormai settimane che non sentivamo più i proiettili fischiare sopra le nostre teste.
“Si saranno stufati”, mi diceva Marco strizzandomi l’occhio. Anche il martellio distante dei pezzi d’artiglieria era ridotto quasi a niente, un boato di tanto in tanto, come per ricordarci che eravamo pur sempre in guerra. Le mimetiche rossicce del nemico si intravedevano ancora, però: lassù, in cima alla collina che tante volte avevamo provato a conquistare.
“Credo che ci siano trattative in corso”, aveva asserito Marco. “E che trattative ci possono essere, con loro?” Avevo domandato. “Siamo cresciuti esaminando e discutendo i loro errori. Abbiamo giurato che mai e poi mai li avremmo seguiti. Che le loro menzogne imperialiste e terroriste su noi non avrebbero mai fatto presa…cosa c’è ancora da discutere? Oltretutto, stavamo vincendo.”
“Appunto per questo”, ci aveva spiegato pazientemente il Capitano. “Adesso che sono praticamente sconfitti è l’occasione buona per convincerli che stavano sbagliando tutto. Che siamo noi ad avere ragione.”
Sbuffai. “E credete che lo faranno? Sono anni che li combattiamo. Magari non la bassa truppa, ma i loro  comandanti devono sapere molto bene tutte le bugie che hanno detto. Ti sei dimenticato tutta la potenza che avevano alle spalle? Come spadroneggiavano, quando erano sicuri di sbaragliarci? Non sono solo in errore, sono anche falsi.”
Il capitano aveva tagliato corto: “Probabile. Però vale la pena di tentare, no? Per la pace, dopo tutto questo tempo.”
Era stata la settimana in cui avevano destituito il generale, quello dello scandalo. “E’ stato imprudente”, aveva suggerito Marco a mezza voce. “Lo hanno silurato”.
“E perché mai?” avevo chiesto io. Lui aveva alzato le spalle.
Le settimane seguenti era continuata la tranquillità. Un colpo di mortaio qui, uno lì. Stavamo diventando irrequieti. Passavamo il tempo a leggere il giornale. “Non capisco. Guarda qui: in questo comunicato il Quartier Generale sembra riconoscere il valore del nemico.”
“Non si può negare che abbiano combattuto…” era stata la risposta di Marco.
“D’accordo, ma sono quasi allo sbando! Leggi, leggi: in questo passaggio pare quasi che avessero ragione loro, sulla questione del ponte.”
Marco prese il foglio, corrugò la fronte. “Hai ragione. Sembra quasi il contrario di quello che ci dicevano una volta”. Mi ripassò la pagina. “Però non suona male.”
“Non suona male? A cosa devo credere, a chi ci ha portato fin qui, a ciò che abbiamo dibattuto e discusso infinite volte, a quanto sapevamo per certo che era vero, oppure a quello che leggo adesso…qui si afferma che è lo stesso, ma lo vedo bene che non è così!”
“La stai pigliando troppo sul personale. Dovresti mettere in discussione i tuoi preconcetti.”
“Lo sto facendo! Per questo sono così arrabbiato”.
La settimana seguente ci fecero muovere. “Rilocazione, il fronte si è spostato”. C’erano anche le nuove uniformi, al posto di quelle chiare, sull’azzurro, stinte e bucherellate, che avevamo vestito durante le ultime campagne.
“Non mi piacciono”, dissi al Capitano. “Danno troppo sul rosso. Così ci confonderemo con il nemico”
“Questo passa il comando”, aveva replicato.
Ci muovevamo di continuo. “Ci sono tensioni con gli alleati” mi aveva detto Marco a bassa voce.  C’era una grossa battaglia in corso, e invece di intervenire noi ci dirigevamo in direzione opposta. “Sembra che i giacimenti facciano gola a troppi.”
“Sinceramente non capisco cosa perdiamo tempo: pensa ai civili!”, avevo risposto io. “Non è chiaro dove sta il meglio per questa gente?” Ma Marco non ne aveva più voluto parlarne.
A quanto pare una nuova offensiva era finalmente imminente “Ci hanno trasferito tante volte che non so neanche dove siamo. Mi sento sperso” avevo confessato a Marco. “Spara al nemico che ti indicano, e basta” aveva replicato lui. C’era stato anche il discorso dei generali. Una volta tanto, mi aveva fatto arrabbiare. Avevano indicato come nostre più grandi vittorie non i paesi faticosamente strappati ai nostri avversari, o i sacrifici di tanti nostri eroi, ma quei colloqui di pace delle scorse settimane. Come esaltare il valore del nemico mi avrebbe fatto combattere meglio? Non riconoscevo più nessuno degli obbiettivi che mi indicavano per la nostra guerra.
Il giorno dopo ci condussero alle trincee.
Il rumore da tempo dimenticato dei proiettili, il rombo del cannone. Sbirciai dalla feritoia.
Laggiù, ai piedi della collina, con le loro uniformi azzurrine e stinte, si vedevano i nemici.

Ruote che girano

Mio figlio ha appena preso la patente. Siete avvertiti, voi tutti là fuori. Frequentate le strade a vostro rischio e pericolo. Sapete com’è, no? Un adolescente maschio neopatentato è, a meno di non possedere abilità innate, un concentrato letale di arroganza e ignoranza. Non ne sa abbastanza per sapere quanta paura deve davvero avere. Oh, ricordo bene la sensazione; fino a quando ho appreso, forunatamente senza grandi conseguenze, che quando una ruota perde aderenza non c’è molto che tu possa fare. Troppo veloce, curva stretta, ghiaietta, pioggia, gomme lisce… quante cose possono andare storte, che non consideriamo fino a quando è tardi. E allora avremmo tanto voluto che qualcuno ci avesse avvisato prima: o, più spesso, che avessimo ascoltato prima quel qualcuno.

Ha voluto comprare una macchina. Terza mano, centomila chilometri, tutti i suoi risparmi di anni. Temporaneamente alloggiata sul praticello davanti casa. E qui c’è un problema.
Perché per uscire da quel prato occorre andare in retromarcia  per una ventina di metri, lungo un percorso sinuoso che un serpente si spaccherebbe la schiena a seguirlo, contornato di alberi, pilastri di pietra, vasche, cordoli da restarci intrappolato, cespugli e stretto che l’automobile ci passa appena. Pure io, che sono vent’anni che lo faccio, se non sto attento rischio di rimanere incastrato o lasciare qualche bollo.
Figurarsi uno che non ha ancora capito con precisione da che parte girare le ruote.

Le prime volte lo abbiamo guidato. Gira il volante di lì, no, dall’altra, troppo, fermo, adesso avanti, ancora, vai. L’altra sera, voleva uscire; ma c’ero solo io, in casa, febbricitante per una brutta influenza.
Così ci ha provato. Per una ventina di minuti ho sentito il motore andare e venire, prima e retromarcia, retromarcia e prima e infine fermarsi. “Non ce la faccio più, non ci riesco”, mi ha urlato. Gli ho replicato di continuare, che poteva… Ma ormai aveva rinunciato.
Così mi sono ficcato il giaccone, sono uscito, mi sono messo al volante, e gli ho fatto vedere come non fosse distante che una sola manovra – mezzo metro avanti, le ruote girate nel senso giusto e poi indietro – dall’uscire dall’inghippo.
Mentre mi ringraziava e filava via, pensavo a quante volte ci capita. Siamo ad un passo dalla salvezza e non la vediamo, perché siamo troppo avvolti dalla disperazione, dalla certezza di non farcela. Di come possa bastare poco a trovare la giusta manovra in mezzo alla strada tortuosa. Un suggerimento, un esempio, la disponiblità a capire.

E poi andare, andare.

Come un sasso

La disgrazia delle ideologie –  comunismo, capitalismo – è che hanno avuto successo. Lo hanno avuto perché contengono una parte di verità (libertà! uguaglianza!); e un impulso sufficiente può far sì che quella parte di verità determini un temporaneo trionfo. Ma, presto o tardi, la falsità contenuta nei loro stessi presupposti prende il sopravvento, e conduce a rovina tutto, anche il bene e il bello che erano stati costruiti.

Come un sasso tirato in aria con forza sembra debba salire all’infinito, ma presto o tardi la gravità ineluttabile ha la meglio, e ricade con gran tonfo, e rovina.

Così di ogni cosa lanciata da mano d’uomo.

Cinquant’anni di vacanza

Ascoltando il testo de “Una vita in vacanza“, il tormentone di Sanremo di quest’anno, mi veniva da pensare che sono passati proprio cinquant’anni da quel ’68 in cui ci si augurava pure la fine del sistema sì, ma per quello che erano pur tuttavia alti ideali, talmente alti da essere confusi e inconcludenti.
Così includenti da non essere veri. Ormai l’hanno capito pure i nostalgici.
Non stupisce quindi che la critica al sistema sia diventata mezzo secolo più tardi, in mezzo agli applausi, un invito a farsi i ca**i proprii, ad andare in vacanza fregandosene di tutto. Insorgiamo contro l’oppressione, andando a fumarci uno spino su una spiaggia, e che non vengano a romperci i coglioni. Neanche con quegli alti ideali che si usavano un tempo.
Almeno finché dureranno i soldi di mammà.

Carne, e altro

Sono venticinque anni che sono fidanzato.
A volte mi chiedo come sarebbe stato se io e mia moglie non fossimo stati cattolici di quelli che prendono sul serio le encicliche tipo Humanae Vitae, capisciammé.

Data la mia carnalità che, nonostante sia più anziano di quella enciclica, non accenna a diminuire, penso sarebbe andata a finire male. Senza quel rispetto che nasce dall’attesa paziente dell’altro, dai suoi tempi, dei suoi desideri, è fin troppo facile rendere l’altra metà della coppia un oggetto per le proprie voglie; incattivendosi se non vengono prontamente esaudite, fino magari a cercare altrove quello che scioccamente pensiamo necessario.
Mentre invece è già tutto lì: ed è qualcosa che si scopre nel tempo, e si riscopre ancora e ancora e ancora. Amando e riamando la persona che il Destino ti ha messo accanto in quella sera brumosa di un quarto di secolo fa.

Il bello di essere cattolici è che la carnalità è il centro di quello in cui credi. Non un dio sperso in una nebbia indefinita, ma Uno che ha fatto della materia la propria casa. Carne, ma più che carne, perché l’uomo è più che carne.
Più vado avanti con gli anni più scopro che quello che la Chiesa ha sempre insegnato su quanto debba accadere tra uomo e donna è vero, vero in una maniera che non sognavo potesse essere possibile quando ero giovane, quando ero inesperto.
Attenti, voi che del desiderio siete schiavi, e pure voi che vorreste liberare tutti dal desiderio. In un modo o nell’altro riducete l’uomo a ciò che non è.

E dopo, come farà ad amare per davvero?

 

Vuoto a perdere

C’è un particolare episodio della Bibbia che mi ha fatto sempre pensare. E’ dal primo libro di Samuele. Si narra della guerra tra Israele e i filistei, avvenuta circa undici secoli prima di Cristo. Gli ebrei le stanno prendendo sonoramente dai loro nemici, e di fronte alla prospettiva della sconfitta si dicono: perché non facciamo venire l’Arca dell’Alleanza? Con quella abbiamo sconfitto gli egiziani: non possiamo perdere!
Così l’Arca arriva, tra le acclamazioni degli israeliti e il timore dei filistei; e ricomincia la battaglia.
Gli Ebrei vengono fatti a pezzi. I superstiti fuggono e l’Arca è catturata.

Certo, si è presi un po’ in contropiede. Ma come, quelli hanno il Signore, hanno l’Arca, e vengono massacrati? Allora Dio non esiste?
Il problema è che abbiamo visto un po’ troppi film di Spielberg. O meglio, ragioniamo alla stessa maniera di quei soldati di Israele di tremila anni fa. Ci aspettiamo che Dio sia una specie di talismano , un idolo, un simbolo da sfoggiare che ci rende imbattibili e invulnerabili. Pensiamo che basti portare il distintivo e i nemici saranno sconfitti, i nostri desideri realizzati. E sarà meglio che sia così, ringhiamo verso Dio, altrimenti…

Questo era diventato l’Arca: un comodo simbolo da sfruttare, per ottenere tributi o sconfiggere i nemici. I suoi custodi, i figli del sacerdote Eli, sono descritti come corrotti e approfittatori. Moriranno con gli altri in battaglia.
Non basta avere una carica, mostrare un simbolo – fosse anche una croce – per assicurarsi la vittoria. Dio non è ricattabile. La croce serve per salirci, non per essere usata come vessillo, neanche per un fine nobilissimo. Il Signore ha una maniera un po’ drastica di ricordarcelo.

Coloro che pensano che basti il simbolo, allora come oggi, vogliono un’Arca da cui sia stato tolto quel Dio così scomodo, sventolano una croce su cui non c’è Cristo. Un imballaggio senza contenuto, una scatola vuota, inutile contro i filistei di ieri e di oggi.
Vuoto a perdere, pronto ad essere buttato via.

 

La vita degli uomini

Avendo già oltrepassato da un pezzo la metà della mia vita, almeno statisticamente parlando, mi sono trovato a interrogarmi più volte su quel mistero che attende tutti noi. Grande Mistero davvero. La morte di un uomo è qualcosa di immenso e irrimediabile. Tutto ciò che ha visto, tutto ciò che ha imparato, tutto quello che ha fatto e che avrebbe potuto fare sono persi per il mondo in cui ha vissuto. La memoria di cose accadute svanirà, perché di tanti di esse era l’ultimo, l’unico testimone. Quante cose non si sapranno mai, quante non si potranno mai sapere; e, anche ne venissimo in qualche modo a conoscenza, anche questa nostra coscienza è destinata un giorno a svanire allo stesso modo.

Cosa ne sappiamo perciò della vita degli uomini? Quale ricchezza custodiscono, irripetibili, dentro la loro anima? Quali abissi di gioia, bellezza, e quali vuoti, quali terribili mancanze, quali mali innominabili? Non riusciamo a comprendere nemmeno noi stessi, tanto più persino le persone che ci sono più vicine e care: i nostri genitori, i nostri figli, i nostri sposi. Rimangono entità misteriose, che non conosciamo davvero e non conosceremo mai nella loro verità. Quanto, allora, i veri sconosciuti?

Se ogni momento del tempo non fosse consegnato all’eterno, se il tempo di ogni uomo andasse per sempre perduto, che sarebbe valso vivere? Che senso avrebbe l’istante, così fuggevole che è già svanito quando ci accorgiamo di esso? E ognuno di noi, che varrebbe?
Eppure ci siamo, esistiamo, non siamo nulla; e questo è il mistero più grande. Non andiamo sprecati, perché qualcuno ci ha voluti, ci ha desiderato, dal profondo del tempo.

Non siamo perduti. Non lo saremo.

 

Pastori

In questo mondo di lupi vale la pena farsi agnelli solo se si può contare su un pastore forte, che ci riporti a casa sull spalle dopo averci ritrovato.

Evidenza

Finché non comprendiamo che le cose potrebbero non essere non possiamo comprendere che le cose sono
GKC

Forse questo tempo in cui è messa in dubbio la verità delle cose più evidenti è la più grande grazia che possa toccarci.
Dopo avere vissuto un tempo che si traveste di falsi colori perché è grigio e desolato più di un deserto, un giorno alzando la testa non potremo non stupirci dell’abbagliante azzurro del cielo e del profondo blu del mare, e ogni foglia e ogni bambino sarà come un miracolo. Diventerà evidente cosa non possiamo pretendere: dare la vita, o la felicità. Perché tanti possono dire come le cose si trasformino, ma nessuno può immaginare come il niente diventi qualcosa.
Beati coloro che si accorgeranno della realtà e si stupiranno di ciò che c’è da sempre, perché avranno in dono la vita.
Bisogna perdere una cosa per comprendere di averla avuta, e non c’è mancanza più grande di ciò che davamo per scontato ed invece scopriamo necessario. Ogni boccata d’aria, ogni sorso d’acqua valgono tutti i tesori del mondo. Un milione di falsità non possono dare una sola verità.
La forza della vera fede è allora non la tradizione, ma la conversione: voltarsi verso ciò che c’è da sempre e vederlo di nuovo. Vederlo nuovo.
C’è un solo Dio adatto a ciò, uno che muore e poi risorge, ed è stato tanto saggio da mettere la primavera dopo l’inverno, per fare spuntare gemme da rami denudati e fiori dal fango gelato.
Perché potessimo credere.

 

Candelora

Mentre facevo la processione della Candelora, stasera, riflettevo come questa fosse immagine fedele di noi stessi. Piccole deboli fiammelle di candeline da quattro soldi, prone a scaldarsi troppo, facili a spegnersi, con una luce fioca ed incostante.

Ma è una luce che non brillerebbe se non fosse stata accesa da qualcuno. Se non ci fosse stata una fiamma originaria, passata poi di lumino in lumino fino a rischiarare tutta la navata con il suo sommesso chiarore.

Lo sfarfallio di ciascun fuoco non è così importante, se si è in molti, vicini, a splendere.
Splendere fiocamente, certo. Ma a sufficienza per capire dove si sta andando, e scacciare il buio.

Le storie di San Randazio: In compagnia dei lupi

Chi è che ha lasciato queste impronte fangose sul pavimento?, si chiese irritato Gervasio. “Vanno dritte nel mio studio”.
Salì i gradini, attento a non trascinare sullo sporco il lembo del suo prezioso vestito. Più tardi avrebbe dovuto recarsi dal duca, e non aveva voglia di cambiarsi.
Aprì la porta, e si trovò davanti la gocciolante fonte della scia di fango. Impiegò qualche istante a capire chi fosse.
Perché erano passati anni. Più massiccio, i capelli più grigi e radi sotto la tonsura. Ma il saio, e quegli occhi. Non ci si poteva sbagliare. L’irritazione passò istantaneamente.
“Randazio!” Il volto del monaco si aprì in uno di quei sorrisi che lo trasformavano tutto. Si abbracciarono, Gervasio dimentico del fango e del vestito. “Quanto tempo!” “Anni”.
“Vieni, siediti. Che sorpresa! Cosa ci fai da queste parti? L’ultima volta che ho saputo di te eri a Vallelunga.”
“Oh, Gervasio, viaggio parecchio. Uno non crederebbe mai dove si vanno ad infilare queste benedette pecore. Tu, piuttosto, ho saputo che hai fatto carriera. Sei balivo, adesso.”
Gervasio gonfiò il petto. “Da non credere, eh? Sono uno dei più fidati consiglieri del Duca. E spero che presto mi possa anche nominare… ma è presto, non parliamone ancora”, rise.
“Mi fa piacere, mi fa piacere” disse Randazio. “Mi ricordo di quando eri partito dal convento, così convinto della tua missione di cambiare il mondo. Renderò cristiano questo ducato, dicevi, convertirò tutti, lo renderò un’oasi di pace”.
Gervasio drizzò la testa. Aveva veramente detto così? Certo, erano anni che non ci pensava. “Sicuro. Quanto ero pieno di fede, eh?”
“Più che altro avevi fede che saresti riuscito a fare la differenza”, replicò Randazio.
“Beh, l’ho fatta. Guarda dove sono.”
“Lo vedo dove sei”, rispose Randazio. “Dimmi, come la prende il Duca quando gli rimproveri di avere lasciato la sua duchessa per quella biondina, come si chiama?”
“Malvinia” Rispose automaticamente Gervasio. Si morse il labbro, poi aggiunse lentamente “La duchessa era veramente una donna impossibile, e devi capire che il Duca è un uomo…deciso. Abbiamo bisogno di lui, non bisogna essere troppo duri per le sue, ah, preferenze, dato il bene che fa al suo paese.”
“Indubbiamente, il duca è deciso. Ed è un peccato che non ti abbia ascoltato quando ha assaltato Frugneto e ha fatto massacrare tutti quei poveretti. Perché tu hai cercato di dissuaderlo, vero?”.
Gervasio si accigliò. “E’ una questione politica. Il Duca non poteva lasciare passare quell’affronto impunito.”
“Però scommetto che ti sei fatto sentire quando ha mandato via i frati da San Belbo e si è preso il convento e tutte le loro terre. O quando ha alzato le tasse ai contadini per pagarsi la guerra.”
Gervasio tacque per un bel pezzo. Alla fine, quando parlò, le sue parole uscirono faticose dalla sua bocca, come se risalissero dal fondo di un pozzo.
“Capisco. Non è un caso che tu sia qui, vero?”
“No, non è un caso né una visita di cortesia. Sono venuto a cercarti. Oh, siete partiti in un bel gruppo, quella volta. Ti ricordi degli altri, dei tuoi amici, vero? Avevate l’idea di cambiare il mondo, ma il mondo ha cambiato voi.” Randazio fissò negli occhi l’antico amico. “Sai, è pericoloso credersi più forte del male. Non si gioca con il male. Non ci si trastulla con le tentazioni. Non si pensa di essere più forti del demonio. Non lo si è. Pensi di portare Dio nel mondo, e il mondo ti dà dio. Il suo dio, che Dio non è ma un oscuro emulo.”
Il monaco posò la grossa mano sulla spalla di Gervasio. “All’inizio lasci passare cose insignificanti, per evitare di sembrare troppo rigido, per farti ascoltare. Piccoli cedimenti, dai quali ti dici che ovviamente dopo rimedierai. Ma nel frattempo avrai perso la strada. Avrai smarrito il sentiero. Non riuscirai a ritrovare la via percorsa, perché quella via non esiste più.”
Prese fiato. “E’ questa la verità: senza il Signore che traccia la strada, illumina la via, è solo dirupi e rovi. Ci illudiamo di riuscire a tornare da soli. Ma se non è il pastore che viene, ci mette sulle sue spalle e ritorna, noi rimaniamo smarriti, in compagnia dei lupi.”
Gervasio era bianco come un cencio, gli occhi smarriti e vuoti. “Tu sei venuto a prendermi. A riportarmi indietro. A dirmi di lasciare” allargò le braccia, indicando lo studio , i libri, gli arazzi costosi “per cosa? Ancora il convento, il freddo, le preghiere che non combinano niente?”
Randazio si drizzò. “Esatto. E tu sai bene che tutto questo lusso, questi posti di responsabilità, non ti sono stati dati perché hai predicato Cristo, ma per il suo contrario. Per non averlo predicato. Per avere taciuto il male, e forse anche averlo favorito. Ma quanto vale tutto questo? Amico, non sei più giovane, come me. Presto dovrei ricordarti di Chi hai tralasciato di annunciare, perché lui non si scorda di te.”
Gli strinse le spalle. “Ricorda! Ricorda chi eri, quello che vedesti allora, ciò che ti fece partire. Ricorda chi sei. Non è tardi”.
Gervasio barcollò, quasi cadde, e Randazio lo abbracciò sostenendolo. Lacrime cadevano sulla mantella bagnata del frate.
“Mi riporti indietro tu?”, domandò. Randazio annuì. “Vieni, subito. Qui non c’è niente che ti trattenga.”
Scesero insieme le scale. Alla porta Gervasio si arrestò. “Aspetta. Non posso tornare vestito così” e indicò il pesante vestito di velluto ricamato di cui era rivestito. “Dammi qualche minuto. Mi cambio e arrivo. Aspettami qui.”
Passò quasi un’ora prima che Randazio si decidesse a cercare Gervasio. “Messer Gervasio?” gli rispose un servo alle stalle “E’ partito più di mezz’ora fa a cavallo per Mentara. Credo che il Duca lo abbia fatto chiamare.”
Randazio sospirò, fece dietrofront e si diresse al suo ciuco, che masticava pazientemente del fieno appena fuori dal portone. Pioveva ancora.
“Se torna Messer Gervasio, devo dire qualcosa?” Chiese il servo, parlando forte per farsi sentire al di sopra dello scroscio incessante.
“Non occorre” rispose Randazio. “Lo sto seguendo a Mentara”. Rise, e le gocce violente sul capo sembravano quasi disegnare un’aureola di spruzzi. “Quando mai il pastore rinuncia a inseguire le sue pecore riluttanti, e a portarle via dai lupi?”

Completezza

La differenza tra il bene e il male è che il male usa se stesso, il male dentro noi e dentro gli altri, per allontanarci da ciò che è vero.
Il bene invece usa il male dentro di noi e dentro gli altri, quella mancanza di cui niente è più insopportabile, per attirarci a Lui.

Ecco la nostra scelta: maledire ciò che manca alla perfezione, o desiderare la completezza.

La giusta battaglia

La giusta battaglia andrebbe combattuta non perché è una battaglia, o perché è giusta, ma per amore al vero.
Se anche poi la vincessimo, rischieremmo di scoprire che è perché siamo diventati come il nemico. E non esiste sconfitta più definitiva.

 

 

Avvelenati

Chesterton, nella sua biografia di S.Tommaso d’Aquino, scrive che “il santo è un farmaco perché è un antidoto. Ne consegue che il paradosso della storia è che ciascuna generazione viene convertita dal santo che le si contrappone più nettamente“.

Oltre che ad essere storicamente verificabile, l’osservazione ha senso. La conversione è abbandonare la vecchia, cattiva strada per imboccarne una nuova, migliore. Ma se quel pessimo sentiero viene giustificato, lodato come segno dei tempi e definito inevitabile, chi può volerlo lasciare? Occorre la speranza che ci sia una via differente, che non attraversi terre tossiche, mortali. Occorre mostrare una via differente, come fa l’esploratore con una nuova pista. L’antidoto.

Questo fa il santo: legge la storia e il presente e apre ciò che sembrava chiuso, impossibile. Il male cessa di essere un’obiezione, ci si trova a camminare con passo leggero su sentieri antichi e sempre nuovi.
Per questo non troverete santi impegnati ad accarezzare il mondo. La schiena del mostro è piena di tossina appiccicosa. Si rischia di non riuscire più a togliere la mano e fuggire.
E rimanere lì, avvelenati, a disseccarsi piano.

 

Respiri

Cielo grigio, raffiche fredde, pioggia. Oh, sarebbe bello se ci fosse sempre il cielo azzurro e un sole caldo, invece di questo tempo cupo.

O no?

L’abbiamo visto nei mesi scorsi, quando la siccità ha bruciato la nostra terra. Avremmo volentieri scambiato quel blu lassù in alto con qualche nuvola di tempesta.
Tutto ciò che è liscio, uniforme, può apparire forse desiderabile all’inizio, ma presto ci riempie di un terrore innominabile. Avete presente le prime animazioni al computer? Le si guardava e si capiva subito che erano false. Non c’erano sfumature, macchie, varianti. Non erano vive.

Confondiamo realtà e desiderio. Abbiamo un’idea di perfezione troppo limitata. Asettica, mancante dell’alito di vita. La vita, cioè noi, è sempre un po’ sghemba. Irregolare. Complessa.
Come una nube temporalesca, che turbina di acqua, di lampi, che respira di futuro.

I signori sono serviti

Berto girò il cartello sulla porta del suo ristorante in modo che “Aperto” potesse essere letto da fuori, e si preparò spiritualmente per la serata. Cominciava la battaglia quotidiana. Gettò un’occhiata all’avviso appeso davanti all’ingresso, in maniera che coloro che entravano non potessero non vederlo. Sarebbe servito?

Cominciarono ad arrivare gli avventori. Il suo locale aveva una certa notorietà, quindi non erano pochi. Nella stragrande maggioranza erano persone normali, a tratti piacevoli. Ma alcuni…
Individuò il primo che si era già seduto. Aveva messo i piedi sul tavolo e si dondolava sulla sedia. “Scusi, signore, potrebbe cortesemente togliere i piedi dal tavolo?” gli chiese Berto.
“E chi cazzo sei tu?” fu la risposta.
“Sono il proprietario, signore. Se poi volesse ordinare…”
Il tizio sbuffò. “Che locale di merda. Portami un bicchiere d’acqua, svelto”.
Berto fece un cenno al cameriere più vicino. Nel frattempo uno scambio ad alta voce al tavolo accanto attrasse la sua attenzione.
“E’ una vergogna! Questo posto fa schifo.”
Berto intervenne. “Scusi, signore, qual è il problema?”
“Ho chiesto un hamburger di soia, e non me lo vogliono portare!” fu la risposta.
Berto sospirò. “Non abbiamo hamburger di soia nel menù, mi dispiace. In questo ristorante si serve…”
“Non me ne frega niente di quello che si serve qui! Io esigo un hamburger di soia. E un pinzimonio di rape e zucca.”
Berto si sforzò di sorridere. “Come le stavo dicendo, non ne abbiamo disponibilità. Se volesse consultare…”
“Niente affatto! Io rimango qui e ogni minuto chiederò quello che voglio fino a che me lo porterete. Nel frattempo vi spiegherò perché ho ragione.”
Lo scambio fu interrotto da un rumore di vetro infranto. Si voltò: l’avventore di prima aveva gettato per terra il bicchiere d’acqua che gli era stato portato.
Quello gli sorrise, e rimise i piedi sulla tavola. “Non mi piaceva il bicchiere. Anche quello di merda. Un altro, subito. Diverso.”
Berto gli stava per replicare quando la porta si aprì ed entrò qualcun altro. Tutti si voltarono. Il nuovo arrivato era in costume da bagno – non un bel vedere, dato che aveva il fisico di una botte – e portava al guinzaglio due grossi rottweiler, che si misero immediatamente a ringhiare contro i presenti.
Berto si avvicinò. “Mi scusi, ma c’è un cartello sulla porta che dice ‘niente cani'”
Il tizio con gli animali alzò le spalle. “Ohi, bello, sei tu il padrone”, e si avviò ad un tavolo libero.
Nel frattempo il cliente dell’hamburger di soia si era messo in piedi sulla sedia a declamare le virtù della sua scelta. “L’hamburger di soia è insostituibile! Gualtiero Marchesi l’indica come il cibo degli dei e sulla rivista Nature, un articolo…”
Un nuovo rumore di bicchiere infranto attirò l’attenzione di Berto. “Neanche questo mi piaceva, coglione” disse l’avventore con i piedi sulla tavola. Colse l’occhiata del cliente di un altro tavolo. “E tu, che hai da guardare, cretino? E’ la mia opinione, e sono libero di esprimerla come mi pare. Se tu ti accontenti dei bicchieri schifosi che ti passa questo deficiente sei proprio uno stupido”.
“Le dispiacerebbe togliere i piedi dalla tavola e ordinare?” gli ripetè Berto.
“Ma che locale di merda, non sapete neanche portarmi un bicchiere decente e dovrei ordinare?” replicò quello senza muoversi.
Nel frattempo l’amante della soia continuava ininterrottamente a pontificare. Berto gli si avvicinò. “Scusi, le abbiamo detto che non abbiamo hamburger di soia. Le dispiacerebbe sedersi e ordinare altro?”
“Lei non capisce! La soia è…”
“Certo, certo. Non ha quindi intenzione di ordinare qualcosa dal menu, o almeno sedersi?”
“No! Non capisce che l’hamburger…”
Berto fece un grosso respiro, poi disse “Adesso basta. Esca dal locale, per favore.”
“E’ un sopruso! Non capisce! Marchesi ha detto…”
“Sì, certo, come no.”
Chiuse la porta alle spalle del maniaco della soia. I cani del tipo in costume da bagno stavano abbaiando ai commensali di un tavolo vicino. “Scusi, le avevo detto che i rottweiler non sono ammessi in questo locale”
“Sì, l’ho capito. Ma perché odi i cani, fratello? Io ho pure un ristorante, da decine d’anni, sono un esperto, e da me gli animali sono bene accolti. Non hai l’intelligenza, non voglio seguire le tue illusioni. Tu odi ogni essere vivente, dillo”.
Nel frattempo era entrato un altro avventore, in qualche maniera familiare. “Buongiorno. Mi può portare un hamburger di soia, per favore?”
Berto lo squadrò. “Lei è quello che ho appena accompagnato fuori”, disse.
“Ma neanche per idea! Sono qualcun altro. Sono pettinato diversamente, tanto per cominciare. Come ha detto Gualtiero Marchesi, la soia…”
“Esca subito.”
Tornò dall’uomo con i cani. “Per favore, può portare fuori i suoi animali?”
“Sei tu il padrone, capo.” rispose l’altro senza muoversi. “Ma la tua avversione per i cani fa di te una persona opaca, non un vero ristoratore come sono io”.
Berto lo guardò meglio. “Ma tu non sei quello che vendeva cocco sulla spiaggia?”
“Ehm…ciò fa di me un ristoratore, giusto?”
“Fuori anche tu, con le tue bestie.”
“Ci cacci perché sei antidemocratico, perché io porto verità scomode!”
“Vi faccio uscire perché disturbate. Adesso fuori.”
L’uomo uscì mentre un altro avventore entrava. Il volto non era sconosciuto. “Scusi, qui servite anche pasta?”
“Certo. Ma…”
“Allora vorrei un hamburgher di soia, il cibo che…”
“Fuori. Di nuovo, fuori.”
Il tizio con i piedi sul tavolo rise fragorosamente. “Che cretini tutti, e che locale di merda! Non capisco perché la gente viene qui.” Gettò il bicchiere per terra, ma quello non si ruppe. “Uh?”
“Infrangibile. E, adesso, anche lei, esca.”
L’altro si limitò a sorridere. “Voglio proprio vedere…”
“Randazio!”
Un giovane in divisa da cameriere, alto forse due metri, si fece avanti. “Randazio, vuoi accompagnare il signore all’esterno? Per stavolta non gli facciamo pagare il coperto e i bicchieri, ma che non si faccia vedere più da queste parti.”
Quando fu uscito, Berto lasciò andare un sospiro di sollievo. Domani sarebbe ricominciato tutto, ma almeno per stasera era finita? Guardò il cartello sul muro. Eppure era scritto chiaro. Se solo la gente leggesse…
Sul cartello c’era scritto:
“NON SI SERVONO TROLL”.

Surrogati

Discutevamo davanti alla macchinetta del caffé della mancanza, tra le scelte, del caffé corretto.
C’era chi obiettava che gli alcolici non vanno d’accordo con il lavoro, ma d’altra parte al giorno d’oggi ci sono aromi per ogni cosa. Non mi dite che il gelato al whisky ha visto del vero liquore.

Così si è tolto dai piaceri degli uomini ciò che fa male, lasciando solo l’involucro illusorio dell’autenticità. C’è il caffé decaffeinato, che non si comprende cosa serva dato che la caffeina è l’unica ragione per cui valga la pena berlo. Ci sono le birre senza alcool e le sigarette senza nicotina; e magari pure le donne che donne non sono. Così l’uomo non si riduce in cenere, ma non si capisce se per mancanza di vero fuoco o mancanza di vero uomo.

Fosse solo questo. Ma temo qualcuno stia cercando di sostituire ogni gioia pericolosa con un surrogato. Qualcosa che le somiglia, ma innocuo. Anche il cristianesimo si vuole correggere: vogliono togliere di mezzo la croce e lasciare solo l’amore.
Ma l’amore senza croce come potrà risorgere, e fare risorgere noi? Che gusto avrà la nostra esistenza, senza ciò che la insaporisce?

Volendo, la possiamo chiamare vita senza vita.