Archivio dell'autore: Berlicche

Roma rivendicata ai suoi liberatori

Su una parete dello studio di mio suocero ci sono due cornici. Dentro la prima c’è il “Congedo illimitato e assoluto” di Luigi Benedetto, classe 1847. Estrasse a sorte il numero ventinove del suo mandamento, e partì militare nel 1869. Era un soldato semplice; nel documento è scritto che poté fregiarsi di due decorazioni per l’occupazione di Roma.

Quelle decorazioni sono nella seconda cornice, appese a un rettangolo di seta stinta ricamato a mano. Su di una c’è l’effigie del re Vittorio Emanuele II; sull’altra, di bronzo, legata ad un nastrino bicolore, la scritta incorniciata da fronde di quercia “Roma rivendicata ai suoi liberatori”.

Sono, a ieri, centocinquant’anni.

I Savoia rivendicavano Roma, che mai era stata loro; la loro invasione fu un’invasione brutale e immotivata, contraria a tutte le norme di diritto internazionale, sulla falsariga dell’invasione nazista della Polonia o del Kuwait da parte di Saddam Hussein. Una presa di possesso che andava ad eliminare il più antico stato del continente, per mezzo di un esercito esageratamente sovradimensionato contro un difensore che scelse una resistenza solo simbolica; i liberatori non faticarono più di tanto ad impossessarsi della città. Libertà, ma da che? I violenti avevano vinto.

La conquista aveva sponsor importanti, primi tra tutti i massoni inglesi, che avevano nella distruzione del papato un loro obiettivo primario. I Savoia ottennero il loro regno, ma distrussero la loro nazione. Il costo di quelle armate mandò in bancarotta il paese; è l’origine del debito pubblico italiano che ancora oggi paghiamo, e la causa prima della povertà della penisola che causò le migrazioni di massa degli anni successivi. Quell’esercito fu usato principalmente per uccidere italiani, nella spietata repressione delle rivolte che seguirono quegli avvenimenti.

Chissà se l’antenato fu davvero contento di avere fatto parte della armate che “liberarono” Roma. O se in cuor suo, povero soldato analfabeta della campagna piemontese, sentiva che era solo una pedina di un gioco violento, fatto di sopraffazione e odio, di ricerca del potere ammantata di belle parole, buoni sentimenti e medaglie ricordo. Passano i secoli, e l’uomo continua  a cercare di distruggere ciò che solo lo può salvare.

Abuso virtuale

Benedetto entrò nervosamente nella stanza, spinto dalla guardia. Il funzionario sedeva alla sua scrivania, e non alzò nemmeno gli occhi quando lui entrò. Esaminava sui suoi schermi chissà che cosa; forse il suo caso, pensò Benedetto. Ma il ragazzo non sapeva neanche quale fosse, il suo caso.

Le automobili scure erano arrivate a casa sua alle otto di sera. Si erano presentati alla porta e avevano chiesto di lui. Non appena si era fatto avanti, l’avevano preso per le braccia e portato fuori. Nessuno aveva detto una parola, neanche i suoi zii.

Il funzionario aveva un viso sottile, radi capelli biondastri e una giacca grigio chiaro con risvolti fucsia. Vorticava tra le dita un legnetto, o qualcosa di simile. Non sorrideva.
Finalmente alzò lo sguardo sul ragazzo. “Che schifo di nome è Benedetto?”
Benedetto non si aspettava una domanda come quella. “E’ tradizionale”, spiegò, “nella mia famiglia. Mio nonno si chiamava così”.
“Ah”. Il funzionario sembrò perdere interesse alla cosa. Mosse oziosamente la mano su uno dei suoi schermi. “Abitate veramente imbucati, voialtri. Ci hanno messo quasi due ore per arrivare”.
“Era la casa di mio nonno. Ci vivo con i miei zii.”
“Di chi sono i libri?”
“Come, prego?”
“I libri. Tu hai letto dei libri. Di chi sono?”
“Di mio nonno. Erano di mio nonno.”
“Ah”.
Il funzionario sbuffò, come profondamente annoiato. “Tu, oggi pomeriggio, alle 14,43, hai pubblicato su una Omnichat Esperienziale un racconto” sussurrò, muovendo appena le strette labbra violacee.
Vi fu qualche secondo di silenzio, finché Benedetto comprese che era attesa una sua risposta. “Sì, è vero, l’ho scritto io”.
“L’hai inventato tutto tu?”
“Sì, tutto da solo” confermò il ragazzo.
“E perché l’hai fatto?” domandò il funzionario
Benedetto annaspò, cercando le parole. “Bene, tutti scrivevano raccontini, storie, ma erano… come dire… vuoti. Ho pensato che avrei potuto fare di meglio.”
“E perché li trovavi vuoti?”
“Perché non davano nessun senso… non erano realistici, non dicevano niente. I protagonisti erano piatti. Erano tutti ho fatto questo, ho fatto quest’altro, wow, pow, ma non c’era nessuna emozione. Non erano come i libri che leggevo”.
“Come mai leggevi?”
“Beh, la casa degli zii è isolata, e c’erano tutti questi libri in soffitta, e così ho cominciato a leggerne qualcuno.”
“E quanti ne hai letti?”
“Non so… duecento, trecento…”
“E i tuoi zii lo sapevano?”
“No, non credo… non lo so, non si sono mai interessati molto a me.”
“Credo che tu abbia visto questi”, disse il funzionario, e buttò sul tavolo davanti a lui una manciata di libretti. Avevano copertine scure, su cui campeggiavano scritte del tipo “Leggere fa male alla salute”, “Non leggere, vivi!” e “Niente all’interno di questo libro è reale”.
“I miei libri non avevano queste copertine.”
“Libri molto vecchi, quindi. E a scuola non ti hanno imparato i pericoli della lettura?”
Benedetto scosse la testa. Se l’avevano fatto, era andato perso in mezzo a tutte le altre informazioni che aveva preferito ignorare.
Il funzionario lo squadrò, senza sorridere ancora. “Tu capisci perché sei qui?”
Benedetto scosse ancora la testa.
“Cosa è successo quando hai postato il racconto?”
Benedetto biascicò qualcosa.
“Allora?”
“Mi hanno insultato. Mi hanno chiesto che merda era quella. Hanno detto che ero pazzo a scrivere roba simile, che potevo fare del male alla gente. E poi il post è stato rimosso da qualche controllore.”
“Hai capito cosa hai fatto?”
Benedetto scosse ancora la testa.
Il funzionario sferrò un pugno sul tavolo, facendo sobbalzare Benedetto. La sua voce strillò in tonalità falsetto. “Hai dato dei sentimenti a delle persone virtuali! Hai scritto di delusioni e problemi! Gli hai fatto fare degli errori! Sappi quanto questo può averli danneggiati?”
“Prego?” Benedetto lo guardò senza capire.
“I personaggi del tuo racconto. Gli hai fatto fare cose che non possono sopportare. Li hai fatti soffrire senza motivo. Sei stato cazzone e bastardo verso di loro.” Il funzionario adesso lo guardava con palese disgusto.
“Ma… sono personaggi inventati. Non esistono!”
“E questa ti sembra una buona ragione per farli soffrire? Non ti sei chiesto perché nessuno mai fa fare ai suoi personaggi le cose che tu gli hai imposto? Perché non sono coglioni come te. A quanto pare sei un capital-fascista, che non si cura dei sentimenti dei suoi stessi personaggi e neanche di quelli che potrebbero leggerli per caso. Tu sei pericoloso, sei marcio, sei un rifiuto della società, un parassita.”
“Ma io non.. sapevo…”
“Non sapevi, e ti sembra una scusa? Ma che razza di scuole hai fatto, che ti hanno lasciato il tempo e la voglia di leggere? Manco sai che ci sono un fottio di leggi che proteggono le persone virtuali dagli abusivi come te. Basta, mi fai schifo. Siccome sei giovane, magari ti si recupera. Farai sei mesi di rieducazione. Forse così ti passerà la voglia di leggere e di scrivere. Via, adesso”
Due poliziotti entrarono, afferrarono Benedetto per le braccia e lo portarono via prima che si potesse riprendere. Il funzionario si ricompose. Luridi ragazzini. E pure lettore era.
Meno male che ce n’erano sempre di meno.

L’Crist cun le ragnà

il sentiero del Nivolastro è ancora chiuso. Non perché ci sia qualche disposizione in merito, ma perché è ricoperto di alberi secolari caduti. E’ trascorso un anno e mezzo dalla tromba d’aria, il cartello che ne indicava l’inagibilità non si vede più; ed io, pieno di speranza e di vigore, mi sono incaponito a superare gli ostacoli.

I tracciati di addestramento dei marines sono niente, al paragone, e Indiana Jones era statico ed imbranato al mio confronto. Ma ogni abete di traverso sul sentiero sembra più grosso del precedente. Sono arrivato al punto in cui mi sono detto “ma chi me l’ha fatto fare”, e sarei tornato indietro se non mi fosse pigliato male al pensiero di ripercorrere a ritroso quel percorso ad ostacoli irto di macigni pericolanti, rovi, profonde buche e legno scheggiato.
Avete presente quando l’eroe scavalca il burrone correndo sul tronco d’albero opportunamente caduto tra le due sponde? Beh, domandatevi: dove sono i rami? La risposta è: li ha tolti l’aiuto regista. Nel mio caso, quel menefreghista era assente. Alla fine ho dovuto rinunciare. In un punto di passaggio obbligato, una stretta gola, erano venuti giù una decina di abeti giganteschi uno sull’altro: assolutamente intransitabile. Sono stato costretto a tornare, battuto.

Al rientro in paese mi sono seduto un attimo ai piedi di una croce di legno, posta alla partenza del sentiero in tempi in cui era molto più praticato. Un ragno aveva tessuto la sua tela proprio sopra la testa di Gesù.
Eh, così è di questi tempi ho pensato; Cristo con le ragnatele, e la strada che dovrebbe arrivare in cima, la via di cui lui è l’inizio, è franata e impraticabile. Come deve fare chi vuole salire?
Ho lasciato lì quei fili che sembravano una sorta di aureola. Le ragnatele durano poco; domani cercherò un altro sentiero per giungere dove è mio desiderio andare.

Scritti politti: solamente

Per la serie Scritti politti, ecco un nuovo motto, appeso su una baita contornata anche da altre insegne di simile tenore e bandierine arcobaleno, buddiste e pirata.

“Per realizzare ogni buona cosa serve solamente che ciascuno faccia per bene il proprio dovere”,
il nostro amico Guido Sartori

Certamente è molto importante fare il proprio dovere. Secondo Sartori, un medico ayurvedico, sarebbe anzi la insopprimibile condizione per realizzare tutto ciò che c’è di buono.

Erano certamente d’accordo con lui i nazisti che, al processo di Norimberga, si giustificarono per il massacro di tante persone proprio asserendo di non avere compiuto altro che il proprio dovere, ubbidendo agli ordini. Forse la gente dei campi di concentramento non lo sarebbe stata altrettanto, quantomeno per ciò che riguarda la bontà del risultato.

Potrebbe sembrare che il punto stia nel capire quale sia il proprio vero dovere. Perché se il proprio dovere è fare qualcosa di male, allora a starci dietro molto difficilmente si riesce a sortire del buono. Il dovere verso chi: verso lo Stato? La Patria? Il Partito? Verso il Re, il Presidente, il Papa? La ditta? L’ambiente? Verso se stessi? Verso Dio? Parrebbe che ci siano tante definizioni di dovere, tra cui scegliere, spesso contrastanti. Per cui se le cose vanno storte si può sempre dire: “Hey, pistola, hai scelto il dovere sbagliato. In realtà dovevi fare questo e quell’altro”. Tutti saggi, a posteriori.

Ma sapete qual è il punto autentico? Che anche così, non è vero. E’ una stronzata. Perché le cose buone non si ottengono solamente con la forza di volontà, con il nostro sforzo, per quanto ben diretto e titanico sia. Quando anche diamo tutto noi stessi alla causa giusta, il risultato è che ogni cosa si sfalda nelle nostre mani.

La Bibbia ammonisce:
Maledetto l’uomo che confida nell’uomo,
che pone nella carne il suo sostegno
e dal Signore si allontana il suo cuore.
Egli sarà come un tamerisco nella steppa,
quando viene il bene non lo vede;
dimorerà in luoghi aridi nel deserto,
in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere.

Questo vale anche se l’uomo in cui confidiamo siamo noi stessi. Non illudiamoci di esser dei, di saperci dare ciò che è buono. Anche quando questo fosse il nostro dovere. Tutto andrà storto, quante volte l’abbiamo provato?
Possiamo prendere atto che il buono arriva da un altro luogo, è dato, e noi non possiamo pretenderlo ma solo cercarlo. Oppure possiamo sempre accusare qualcuno che non ha fatto il proprio dovere.

Mosche

Senza resurrezione non siamo che mosche dalla vita breve che si affollano attorno al cadavere di Dio.

Coincidenze improbabili

So da sempre che la realtà è più complessa di quanto un certo materialismo possa immaginare. Mi sono capitate troppe coincidenze, chiamiamole così, perché io riesca a liquidarle come tali.
Oh, certo, si può comunque. Come il protagonista del racconto “Piece” di Ian M. Banks, contenuto nella raccolta “The State of Art“: reagisce con impeto alla pretesa che ci siano realtà nascoste, dileggiando le religioni, solo per incappare in una coincidenza mostruosamene improbabile. Pezzo ambiguo: il guizzo del fato che descrive è solo l’esempio di un destino casuale e senza scopo o il contrappasso per avere dubitato di un cosmo più complesso della sua immaginazione?
E’ quello che mi domandavo ieri, leggendolo. Ho ripensato alle mie tante piccole profezie, e mi son detto: chissà quando ne arriverà un’altra? Ho messo il libro da parte e sono sceso a tagliare l’erba in giardino.

Spingendo la falciatrice mi sono venuti alla mente i trattori e un certo personaggio televisivo: Purdey, la protagonista femminile della serie “Gli infallibili tre” interpretata da Joanna Lumley, che in una puntata veniva insignita della decorazione di “guidatrice di trattori dell’Unione Sovietica”. Puntata che avrò visto circa quarant’anni fa per l’ultima volta. Uno degli altri protagonisti di quel telefilm era quello Steed che, con l’iconica bombetta, era stato il mattatore della serie “Agente Speciale“, “The Avengers” in originale. La partner più famosa di Steed si chiamava Emma Peel, al secolo Diana Riggs.
Oggi ho saputo che Diana Riggs è morta. Comunicandolo ad un amico, mi ha confessato che comunque preferiva Purdey…

Va bene, va bene. E’ solo una coincidenza. Come si può sostenere diversamente senza ammettere che l’Universo e il tempo siano strutturati in maniera decisamente curiosa, e che talvolta senza che io sappia perché mi capiti di sbirciare, per così dire, sotto la loro gonna?
E poi, per coincidenza, avevo proprio bisogno di un argomento per il post.

Non sono mostri

Non mi ricordo più dove ho letto un aneddoto riguardante Tinto Brass. Due persone si erano recate dal regista, ancora non famoso, e questo aveva offerto loro una tirata moralistica contro certe lercie pubblicazioni che si potevano trovare nelle edicole. Uno dei due aveva detto all’altro, uscendo: “Oh, ma hai notato? Dietro, ne aveva la libreria piena.”

Mi è tornato in mente quando ho saputo della programmazione presso un noto canale a pagamento di quello che appare a tutta prima come una parata di esibizioni per pedofili. Oh, sì, un film nominalmente fatto con lo scopo di criticare la sessualizzazione dei minori ad opera del porno online e della solitudine esistenziale; critica ottenuta mostrando ragazzine preadolescenti esibirsi con le movenze e la consapevolezza di consumate puttane. Ho guardato solo un minuto di filmato postato su Twitter (no, non lo linko) e devo dire che mi è bastato. Non avevo mai veduto neanche adulti mimare pose così lascive.
C’è chi sostiene che non sia che il prossimo passo logico per la normalizzazione della pedofilia, secondo il copione già veduto per omosessualità, trans e via andare. Pubblicità positiva, in fondo è solo una tendenza, non fanno poi niente di male, i cattivi siete voi che li colpevolizzate, pedofobi! Se vi pare incredibile, considerate quanto poco ci si è messo per ribaltare completamente la morale cristiana sul matrimonio prima e sul sesso poi. Pensate se trent’anni fa vi sarebbe sembrato possibile l’oggi. Ricordo che discutevo di queste cose all’inizio del blog, e mi dicevano, no, la pedofilia non sarà mai sdoganata. Ah.

C’è chi dice che essa sia solo un’altra variante della sessualità umana. Ci sono da fare due chiose in proposito.
La prima, è che solo l’amore tra uomo e donna adulti a fini riproduttivi è davvero sesso. Il resto è usare degli organi sessuali (e non) per il proprio piacere (e non). Una volta che ciò è negato, non si vede perché fermarsi ai rapporti intimi con il proprio stesso sesso, o con i bambini, quando ci sono anche animali e cadaveri.

La seconda: è vero che i pedofili non sono dei mostri. Sono persone come le altre, come me, come te; che abbiamo talvolta l’impulso di rubare, di uccidere il nostro vicino, di prendere di forza quella bella ragazza che ci passa accanto. Che io non provi attrazione per i bambini o per gli altri maschi non mi impedisce di riconoscere che potrei. Sono umano. So che certi comportamenti potrebbero darmi piacere. Desideri oscuri? Chi non ne ha? Se scelgo di non inseguirli è perché sono più di un ammasso di sensazioni, di impulsi, di desideri. Non è mio diritto avere tutto quello che voglio. Sono un uomo, e quindi riconosco che c’è qualcosa di più grande di me, che non mi basto, che non mi faccio da solo. Ci sono leggi che l’uomo non decide da sé. Ma se l’unico orizzonte dell’uomo è se stesso, tutto è permesso.

Non penso che la pedofilia sia male perché i pedofili sono mostri, esattamente il contrario. Ci sono cose che devono essere proibite proprio perché non sono fatte da mostri, ma esseri umani. Quelle cose che non sono degne degli uomini.

Le ingiurie del tempo

Quando ricordiamo una persona, raramente ci serviamo delle sue apparenze più recenti. Ci rammentiamo di lei come era in una stagione particolare, in quei momenti dell’esistenza che l’hanno scolpita nel nostro animo. Il suo volto nella nostra memoria è quello che possedeva prima delle ingiurie del tempo, forse anche lievemente stinto come nelle antiche fotografie; quelle che la luce e gli anni hanno soffuso di passato.

Chissà, forse sarà quello il volto che vedremo quando ci ritroveremo, il giorno dell’eternità.

Sull’orlo dell’abisso

il gruppetto si fermò sull’orlo dell’abisso.
Il terreno lì era smosso e la pavimentazione sbrecciata, lievemente in discesa verso il baratro che si spalancava verso il basso. Tutt’attorno si potevano intravedere, affastellati uno sull’altro, resti di colonne marmoree, di porte e di muri che un tempo dovevano essere stati maestosi e che, sebbene in rovina, ancora infondevano un senso di solidità che svaniva quanto più ci si avvicinava al bordo. A Giuseppe tutto dava l’impressione di pericolo, come se da un attimo all’altro ciò su cui poggiava i piedi potesse franare nel vuoto.

Si sporse cautamente. La luce svaniva, scendendo, e il buio era tutto quello che si poteva vedere.
Si voltò verso gli altri. “Spiegatemelo ancora, perché non ho capito. Perché è stato tolto il parapetto?”
Sospiri. “Perché non era a norma. Se l’avessimo lasciato avremmo potuto incorrere anche in multe e contravvenzioni.
“Ma così si rischia di cadere”, obiettò Giuseppe.
Smorfie. “L’importante è essere a posto con la legge”.
Giuseppe si guardò attorno. “Non andrebbe messo almeno un cartello, un avviso, qualcuno che fermi le persone prima che ci cadano dentro?”
“Sono abbastanza sicuro che ci sia un avviso di pericolo. Sul sito”, azzardò qualcuno.
“Sul sito”, ripeté Giuseppe incredulo.
“Oggi si fa tutto via internet”
“Quindi si dovrebbe consultare internet per evitare di cadere nella voragine?”
Mormorio imbarazzato. Si poteva udire il ronzio di qualche insetto, uno sgocciolare d’acqua, l’inquieto strofinare di piedi; ma dall’abisso non saliva niente, se non un silenzio profondo quanto esso.
“Quindi dite che si sta allargando”, azzardò Giuseppe per interrompere quell’assenza di parole.
“E’ molto più grosso di prima, sì”
“Quanto velocemente?”
“Eh, abbastanza”.
“Abbastanza. E avete provato a fermarlo?”
Altri mormorii. “Non credo che sia possibile fermarlo. Sta accadendo e basta. Possiamo solo dire di stare attenti e non caderci dentro”.
“Ma lo state dicendo?”
“Ecco, no. Ma in fondo è un fenomeno naturale.”
Giuseppe li guardò.”Quindi siete convinti che non ci sia niente da fare e non avete neanche tentato di porre un rimedio”.
Negazioni, scuse. “Non è vero, abbiamo scritto documenti. Ammonito. Quando ancora non era così grande, certo. Qualcuno ha anche tentato di chiuderlo…” “Già, è vero” “… ma era inutile. Adesso se ne sono resi conto tutti. Ormai l’abbiamo accettato, stiamo molto meglio”.
Giuseppe li guardò in volto. “Allora siete rassegnati? Franerà tutto dentro quel precipizio buio?”
“Eh, ma non succederà tanto presto… abbiamo tempo” “Sarà molto più semplice quando ci sarà meno a cui badare, potremo occuparci di ciò che è importante” “Dobbiamo rassicurare la gente. In fondo è solo un buco”.
“E’ vero che qualcuno c’è già finito dentro?” domandò Giuseppe, con voce dura.
Ancora silenzio. “Preferiamo non parlarne. Potrebbe dare cattiva impressione”, azzardò qualcuno.
“Quanti?”
“Eh… dicono parecchi.” “Comunque nessuno di significativo”
“Pensate di fare qualcosa a riguardo?”
Sguardi terrorizzati “Certo, pensiamo di prendere provvedimenti. Postare altre pagine web. Forse mettere cartelli. Cose del genere, ma non vogliamo che la voce si diffonda troppo. Cattiva pubblicità”.
“Lo sapete che voi dovreste mandare avanti questo luogo, vero? Ricostruirlo. Metterlo a posto. Se no, quando tornerà…”
Silenzio.
“Perché tornerà”.
Ancora silenzio.
Giuseppe si sporse di nuovo sull’abisso. “Ma quanto è profondo? Almeno questo, lo sapete?”
Sussurri imbarazzati. “A dire la verità, non ne siamo certi”.
“Avete usato uno scandaglio?”
“Non ha dato risultati. Non è bastato.”
“Passatemi quella torcia”.
Gli fu data. Giuseppe la lasciò cadere oltre l’orlo.
“Così almeno illuminerà il precipizio, andando giù. Un po’ di luce.”
La fiamma rimpicciolì rapidamente, in distanza, rischiarando il baratro mentre scendeva. Giuseppe intravide qualcosa che si muoveva, sulle pareti, ma le tenebre erano già tornate. Forse era stata un’illusione.  La torcia divenne un puntolino, fino a svanire dalla vista.
“Sta ancora cadendo” disse qualcuno.
“Questo abisso che ci vuole ingoiare è molto più profondo di quanto potessimo pensare.”
Un frammento di pavimento si staccò, precipitando con rumori di sassi smossi che diventarono presto echi lontani.

Il mistero degli orchi

Gli orchi esistono. Coloro per cui il male è bene, e viceversa. Non lasciatevi ammaliare da chi vi racconta della bontà dell’uomo, del fatto che ognuno va compreso, eccetera eccetera. Perché il problema è che gli orchi non stanno ad ascoltare le vostre motivazioni, le vostre spiegazioni. Per quanto vere, giuste, corrette. Non gliene importa niente. Non gliene può fregare di meno. La sola cosa che interessa all’orco è, per dirla tutta, l’interesse dell’orco. Non solo vi può calpestare: vi vuole calpestare. Fare del male. Il più male possibile.
Potete dirmi che è questione di educazione, o della società, ma in fondo sapete che non è del tutto vero. Gli orchi sono ovunque, comunque. Tra i ricchi e tra i poveri. Di qui e di là. Sì, ci sono situazioni in cui è più semplice diventarlo. Luoghi che sembrano attirarli. Ma non basta a spiegare il mistero degli orchi. La stessa esistenza degli orchi.
Gli orchi che appaiono prosperare nella loro putrida palude, che disprezzano ciò che è bello, che godono della sofferenza altrui possono sembrare oltre ogni possibile salvezza. Non è così. L’orco può sempre accorgersi di cos’è, e cambiare. Non è facile, perché l’orco rifiuta tutto ciò che può suggerire il bene. Ma può accadere. Però non illudiamoci, noi cristiani: non tutti si salveranno. Ci sono state promesse persecuzioni, e una croce.
Noi forse dovremo portarla; ma qualcuno dovrà pure innalzarla. Ci sarà chi ci inchioderà ad essa, e si farà beffe di noi.
Forse è vero che non sanno quello che fanno, almeno in alcuni casi. Ma ci provano gusto. Sono orchi.

Il bisturi e l’insalata

Mi ha molto colpito il necrologio di Padre Paul Mankowski, un gesuita del tipo di quelli che qualche secolo fa erano il terrore degli anticattolici: grande cultura, enorme fede. I pochi articoli suoi che ho letto sono a dir poco brillanti. Riusciva ad essere estremamente chiaro, diretto ed incisivo, senza peli sulla lingua. Nel post che ho citato viene riportato un suo frammento del 2003, di cui traduco l’inizio:

Tra i cattolici ortodossi che sono interessati alla riforma si possono identificare principalmente due approcci a tale compito: nutrizione e chirurgia.
I Nutrizionisti credono che i mali della Chiesa possano essere curati dall’aria fresca, esercizio moderato e foglie di verdura. I Chirurghi pensano che il paziente abbia un cancro aggressivo che richiede tagli e cauterizzazioni – prima è, meglio è. 

Padre Paul argomenta che così è sempre stato; storicamente, talvolta hanno ragione gli uni, talvolta gli altri, ma questo lo si capisce con chiarezza solo dopo. Ambedue le compagini hanno cara la Chiesa, pur divergendo nelle opinioni e magari suonandosele tra di loro. Sebbene si schieri con i Chirurghi, il nostro gesuita nota che, come tutti loro, il suo più ardente desiderio è di avere torto.

In una sua relazione del 2003, “Cosa è andato storto“, il nostro identifica chiamandoli con il loro nome i mali attuali del cattolicesimo. Articolo a mio parere assolutamente da leggere, perché di chiarezza cristallina. Ne riporto qui le conclusioni:

Lasciatemi tirare le somme. La crisi degli abusi sessuali non rappresenta un fenomeno isolato e nessun nuovo fallimento, ma piuttosto illustra uno stato di corruzione clericale ed episcopale in lento peggioramento che ha le sue radici negli anni ’40. I suoi principali tributari includono una massa critica di clero moralmente depravato e difettoso psicologicamente che è entrato a servizio della Chiesa cercando emolumenti e vantaggi non correlati alla sua missione spirituale, in aggiunta a capi costituzionalmente inadatti all’esercizio della fortezza e veridicità. I vizi vecchio stile di lussuria, orgoglio e accidia hanno eretto un apparato amministrativo effettivo nel trasmettere le consolazioni della Fede ma senza potere nella correzione e nella soluzione di problemi. Il risultato è una situazione non suscettibile di riforma, dove i capi continuano a proiettare un positivo e ottimistico messaggio di salute ecclesiale a un laicato in grande maggioranza di buona volontà, un messaggio che sia chi parla sia chi ascolta trovano più gratificante che convincente. Io credo che la Crisi diventerà più profonda, sebbene non in maniera drammatica, nel futuro prossimo; io credo che le politiche suggerite per porre rimedio alla situazione saranno d’aiuto solo tangenzialmente, e che l’intera idea di un approccio amministrativo programmatico – una soluzione software, se così posso dire – è un esempio della malattia per la quale pretende di essere la cura. Io credo che la riforma verrà, sebbene in una generazione futura, e che i riformatori che Dio susciterà verseranno il loro sangue in imitazione di Cristo. In breve, per rubare un detto di Wilfrid Sheed, io trovo che non ci sia assolutamente spazio per l’ottimismo, e posseggo ogni ragione per sperare.

Di tutto questo pezzo, di cui consiglio caldamente la lettura completa, trovo una sola cosa sia errata: quel “non in maniera drammatica”.
Appare ormai chiaro che le foglie d’insalata, stavolta, non basteranno.

Segui il tuo sogno

Chi ti dice “segui i tuoi sogni” spesso è qualcuno che quei sogni sa farli andare dove vuole, o li vende.

 

Anestesia totale

Mi hanno raccontato di una donna intelligente, di cultura, che due anni dopo un aborto si è rivolta sconvolta ad uno psicologo dicendo “Nessuno mi ha mai detto che stavo uccidendo un essere umano”.

Chi me lo ha narrato parla di “anestesia totale dei sentimenti a seguito di una rimozione della realtà”. A noi può sembrare impossibile che una donna non si renda conto di stare ammazzando suo figlio, e non un grumo di cellule. Eppure, da chi apprenderlo se nessuno, nessuno, dai giornali femminili ai medici, alle amiche, lo dice?
Se anche la Chiesa smette di parlarne, se il catechismo e le prediche a Messa tacciono, per quei pochi che ancora ascoltano, chi può fare chiarezza? A parte noi?

Si prende una pillola, e poi qualche giorno tra i dolori si scopre nel water un esserino con gambe braccia testa e un cuore che non batte più. E l’anestesia finisce.

Scritti Politti: Ultimo posto

Iniziamo oggi una nuova rubrica, “Scritti Politti”.
A tutti sarà capitato di leggere una targa, un manifesto, una scritta appesa ad un muro o dipinta con lo spray che a tutta prima sembra avere senso, essere magari anche profonda; ma che poi, ragionandoci su, ci rendiamo conto essere completamente imbecille, assurda o deleteria. Questi post si prefiggono di mostrare alcuni esempi di tali orrori. Invito i lettori a farmi avere eventuali esempi che potessero avere incontrato nel loro peregrinare.
Il nome “Scritti Politti” è quella di una famosa band del secolo scorso, che deriva dal titolo di una raccolta di opere di Antonio Gramsci, Scritti Politici, storpiato per farlo suonare come il titolo del brano Tutti Frutti di Little Richard.
Mi sembrava adeguato.

***
Trovato inchiodato ad una roccia in un sentiero di alta montagna, scritto a mano:

“Finché l’uomo non si metterà all’ultimo posto fra le creature sulla Terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza”, Gandhi.

Oh, wow. Profondo, vero. Però, aspetta un attimo…
Cosa significa “mettersi all’ultimo posto”? Che devo considerarmi meno della faina, della mosca e della formica? Che devo dare loro la precedenza, quindi non potrò più costruire case o tracciare sentieri, come quello su cui è inchiodato questo cartello, per non distruggere nidi e formicai, e meno che mai nutrirmi di qualsiasi cosa di vivente? E poi, creature, salvezza… salvezza da che? Gandhi era un attivista politico indù, e quelli sono termini cristiani. Va bene che mischiava alquanto le cose, ma la citazione sembra alquanto sospetta – non sono riuscito a rintracciarne la fonte.
Ma, anche ammesso che sia autentica, formulata in quella maniera è una solenne castroneria. L’uomo è uomo perché è sopra a tutte le creature della terra: ha la ragione, sa comprendere ciò che un animale non può. Che esiste un ordine di valori superiore che non quello materiale, senza il quale anche la citazione non avrebbe alcun senso.
L’uomo può, e deve, custodire le altre creature. Ma dal primo posto, il suo, non dall’ultimo.
Che poi possa salvarsi con le proprie mani, lascio al lettore intelligente il giudicarlo. Provate, provate a mettervi all’ultimo posto: poi mi dite.

Presente e imperfetto

Desiderare la perfezione è diverso dal pretenderla. Diceva Chesterton che quando vale la pena fare qualcosa, vale la pena farla male. Perseguire il perfetto a tutti i costi, rifiutando con sdegno tutto ciò che non lo è, è arroganza diabolica. Il solo perfetto è Dio; tutti noi mortali, e tutte le cose create, perfette non sono. Attendersi di riuscire a raggiungere questa perfezione, o credere di esserci, vuol dire ricadere in quel peccato originale che ci fece cacciare dall’Eden: cercare di essere Lui.
Cerchiamo il meglio, rifiutiamo ciò che bene non è; ma non rifiutiamo un bene presente e imperfetto per inseguire il sogno, l
‘illusione di una perfezione che non possiamo darci da noi.


Che fatica

Chissà se qualcun altro oltre a me si è domandato come facessero gli uomini delle passate generazioni a credere certe cose palesemente assurde, anche di fronte all’evidenza. Tanto per dirne una, tutta la fisica aristotelica non sta minimamente in piedi neanche ad un esame anche superficiale. I salassi, l’etere… La risposta standard è che non avevano la Scienza odierna. Ah, le età oscure.

Facciamoci però una domanda. Non è che questa risposta standard è un’altra di quelle assurdità che, se considerassimo la realtà, dovremmo smettere di credere?
Perché i fatti dicono diversamente. Basterebbe essersi guardati attorno negli ultimi mesi, dove quasi ogni frase che iniziava con “gli esperti dicono che” o “gli scienziati affermano” è stata poco dopo smentita. Ma dove sta il problema, nella Scienza? In un certo senso sì: sta nel concetto che si ha di Scienza.

Credo che l’essere umano abbia una certa tendenza a costruirsi idoli. Un idolo è qualcosa di meraviglioso: evita la fatica di pensare, di coinvolgersi. Fa risparmiare un sacco di tempo e di energie. Il bello è che funziona: se un numero sufficiente di persone crede a quell’idolo, ci si sente rassicurati, più sereni, certi di essere nel giusto. Logica di gruppo, o di gregge: tutti fanno così, quindi deve essere vero.
Anche se poi non è vero. Ma mettersi contro la convinzione comune richiede tanta energia e fatica. Pensare consuma e stressa.
Così la Scienza diventa un idolo, una divinità infallibile.

Ma cos’è la Scienza? Quella cosa che fanno gli scienziati. E chi sono gli scienziati? Senza eccezioni, dei poveretti proni all’illusione e all’inganno, come noi. Uomini, pure loro.

I procedimenti metodici e rigorosi che dovrebbero stare alla base? Tirati via, o basati a loro volta su fallacie. La sperimentazione? Rarissima, spesso viziata da errori formali o di concetto o statisticamente inaffidabile. Ragionamento logico? E’ più forte il “vorrei fosse così, quindi questo è”. Ci sono statistiche che dicono che la maggioranza degli articoli pubblicati su riviste specializzate (e quindi già sottoposti a vaglio, la mitica peer review) sono irriproducibili. Qualcuno si spinge ad affermare che otto ricerche su dieci siano in qualche modo errate.

Quindi, cosa crediamo? A cosa ci affidiamo davvero?

Facciamo un esempio pratico. Questo post ipotizza, citando un gran numero di ricerche, che la mascherina ospedaliera durante le operazioni non solo non sia necessaria, ma probabilmente dannosa. Figuriamoci in altri contesti. Cosa devo credere, quindi? Che la mascherina sia come il rametto di corallo medioevale, che indossato proteggeva dai malanni, o che tutte quelle ricerche siano sballate? Devo vestire la mascherina ovunque e comunque, persino da solo nel deserto, oppure è inutile e controproducente anche in mezzo ad una folla?

In altre parole: come so quello che so? Sono davvero così sicuro che i miei atti, quelli di un scientificissimo civilizzato abitante dell’industrializzato XXI secolo, siano poi così diversi da quelli di un qualsiasi selvaggio sperso nella giungla che fa così perché l’ha detto lo stregone, il capotribù o l’antenato? Come si fa a credere a cose come la catastrofe climatica, il gender, o che il bambino abortito non sia un essere umano, quando l’evidenza dice il contrario?
Sapete signori, rispondere a queste domande richiede energia e tempo. Occorre mettere e mettersi in discussione. Pensare.
Essere uomini, che fatica.

Lo spostamento verso il rosso

Forse l’avete studiato a scuola, ma se non lo sapete ve lo dico. L’universo si espande.
Quando guardiamo ad oggetti molto, molto distanti, così distanti che la loro immagine per raggiungerci ha impiegato una frazione significativa dell’età dell’universo, vediamo che la loro luce è tanto più arrossata quanto più sono lontani. Ciò è causato da un fenomeno fisico chiamato effetto Doppler; lo stesso che fa sì che i fischi dei treni e le sirene delle ambulanze calino di tono quando si allontanano da noi. Indica che stanno fuggendo tanto più velocemente più sono vecchi e distanti.
E’ un fenomeno noto come spostamento verso il rosso, uno degli indizi del Big Bang, l’esplosione cosmica che una quindicina di miliardi di anni fa ha dato inizio a tutto quanto. Ogni oggetto celeste è scagliato via dai suoi vicini, come i detriti di uno scoppio.

Tutto questo non è limitato alle stelle. Succede anche alle persone.

I figli, tanto più crescono, tanto più passano gli anni, più si allontanano da noi. Se ne vanno. Cominciano alla nascita, il punto di maggiore vicinanza; poi piano piano cominciano a muoversi, a sgambettare, e poi all’improvviso se ne vanno in giro da soli, oltre l’orizzonte che puoi scorgere.
Passano gli anni, e si muovono sempre più rapidamente. Prima orbitavano attorno a te, adesso sono lanciati nell’infinito. Non riescono a trattenerli le vacanze di famiglia, le chiamate sono sempre più a lunga distanza. Danno sempre meno notizie di loro, come sonde scagliate verso destinazioni sconosciute. E accelerano.

Oggi la mia figlia minore diventa maggiorenne. Già vedo i segni che presto lascerà questo sistema solare, verso altri mondi. E’ ciò che accade, è ciò che deve accadere; l’universo è fatto così, e sicuramente c’è una ragione, perché tutto è fatto per il bene.

Chissà se le galassie si domandano dove sono finiti tutti quegli anni, guardando le loro stelle adulte sfrecciare lontano.

L’età del silenzio

La ragione per cui quest’estate ho chiuso un pochino più presto del solito il blog è perché nelle ultime settimane sono stato occupato in casa nei preparativi per accogliere una certa Signora. Ognuno di noi l’incontra di persona una volta sola, ma quando viene vicino in visita c’è comunque da fare. Lei è passata ieri, compiendo il suo mestiere con la maggiore delicatezza possibile; è stata l’attesa la parte di gran lunga più dura.
Non mi dilungherò, e non fornirò particolari alla curiosità. Morire di questi tempi è una occupazione impegnativa, ci sono ancora molte cose a cui pensare prima di domani, e dopo ancora.
Per coloro di voi che ancora credono in un Paradiso e in una vita eterna, una preghiera sarà gradita. Voi che non credete, ripensateci. Comprendo che possa essere difficile da comprendere; per esempio, anch’io non capivo appieno quando scrissi questo per mio nonno, una vigilia di Natale di più di trent’anni fa:

Improvvisa l’età del silenzio
è caduta dentro la stanza
inquieta, senza misericordia
come suo uso. Maschera
di cera umida è scesa
a nascondere gli insulti
di tempi affannosi, calli
su antiche mani d’operaio.
Non tornano le ombre indietro,
solo vive ora l’assenza.

Quella, allora come ora, era l’apparenza, la superficie. C’è altro. Da allora ho visto molto, compreso di più; ancora non tutto, perché ci sono misteri la cui chiave possederemo davvero solo quando anche noi avremo varcato quella soglia. Ma c’è ancora tempo prima di allora; ci sarà tempo dopo.

Tempo di cambiamenti

Questa è un’annata strana, anomala, inconsueta. O forse ci eravamo abituati bene, eravamo divenuti abitudinari.
Se la natura e la storia insegnano qualcosa, è che l’abitudine è il passo prima dell’estinzione, del crollo. Ripeti sempre le stesse mosse, poi un giorno ti volti e il tuo mondo non è più lì. E non sai che fare. Ciò che è vivo, ciò che resta vivo, adatta ciò che lo rende forte alle nuove sfide, per diventare ancora più forte. Perché quello che hai non basta mai. Ciò che ieri andava benissimo oggi fa fatica, e domani sarà la tua rovina.
Questo è un momento di cambiamenti. Ma anche se tutto sembra mutare, la verità non muta. Come ogni cosa, se la guardi da differenti posizioni può apparirti diversa. E’ un problema di prospettiva. Anche noi dobbiamo imparare a guardarci da punti di vista differenti, senza paura. La cosa che non cambia è ciò per cui siamo fatti, Anche se ci perdessimo, possiamo ritrovarci se ci ricordiamo che non c’è da cercare lontano noi stessi. Noi siamo dove sempre siamo stati: esattamente qui.

Essendoci un vento di cambiamenti, quest’anno il blog va in vacanza leggermente prima. Spero di poter aggiungere presto anche l’usuale disegno di fine anno. Io non vado lontano.

Ciò che dovremmo essere

Parlavamo l’altro giorno di santi ed eroi. Ma forse la nostra immaginazione ci tradisce.
Gl eroi non sono tutti belli. I santi non sono tutti come nelle immaginette. In generale, quel nome lo si conquista dopo sofferenze particolarmente dolorose, dopo fatiche insopportabili, dopo fini atroci. Leggete le loro storie, non troverete vite, o morti, facili.

Se anche sognassimo di diventare eroi, o forse santi, la prima difficoltà è comprendere che ci è chiesto qualcosa in più. Ci viene domandato uno sforzo che non solo è al limite delle nostre capacità, ma spesso va oltre. A noi, proprio a noi, che manchiamo di coraggio nel sostenere la verità davanti al nostro vicino, al capo, al collega. Che stiamo zitti e battiamo in ritirata. Per prudenza e rispetto, come pretendiamo nel tentativo di giustificarci; per viltà e per mancanza di convinzione, potremmo dirci se fossimo onesti con noi stessi.

Forse ci hanno rovinato film e fumetti; forse il nostro rifuggire ogni cosa sgradevole, o quel nichilismo a cui ho accennato in precedenza: la mancanza di qualcosa o qualcuno per cui sacrificarsi.
Sacrificarsi: fare di sé qualcosa di sacro, di più alto, di separato dalle cose ordinarie. Se non esiste che l’ordinario, non esiste neanche sacrificio.

Così rimaniamo qui, immaginandoci una grande occasione in cui dimostrare quanto valiamo, e fallendo ogni piccola occasione.
Forse non ci sarà mai chiesto di versare il sangue, ma solo di essere fino in fondo quello che dovremmo essere. E’ già tanto difficile così da sembrare quasi impossibile. E’ per questo che c’è bisogno di qualcosa in più della nostra misera volontà per arrivarci. E’ per questo che senza qualcosa o Qualcuno di più alto, che ci dia una mano dove noi cadiamo, nessuno di noi ci può riuscire.
Perché non basta il desiderio, o la buona volontà, per poter essere ciò che dovremmo essere.

L’attesa della notte

In quest’era di poche guerre e tante medicine, le nostre esistenze spesso finiscono come sono cominciate: muscoli troppo deboli e teste che non comprendono.
Siamo in tanti, della mia età, a seguire coloro che ci hanno preceduto come a suo tempo siamo stati dietro a coloro che ci seguiranno. Abbiamo finito da poco di dedicare la vita ai nostri figli, e ora dobbiamo dedicarla come figli.
Coloro che quella vita hanno voluto conservarsela, e non hanno generato, scopriranno cosa significa essere accuditi da mani mercenarie. Non potranno riprendersi cosa non hanno dato; su di loro solo sguardi estranei, in attesa che faccia notte.

Gente che si stupisce

Oggi la cometa Neowise, l’oggetto di quel tipo più luminoso da un bel pezzo, è nel suo punto più vicino alla Terra. Vicino si fa per dire, sono cento milioni di chilometri, duecentosessanta volte la distanza tra noi e la Luna. Ha fatto una visitina a Mercurio, a due passi dal Sole, e ora si sta rituffando in quegli abissi gelidi e remoti che sono la sua casa. Ripasserà tra poco meno di settemila anni. Oggi piove; tra settanta secoli non credo che ci sarò.

Posso ritenermi fortunato, comunque. Anche se, annegata nell’afa e nelle luci eccessivamente splendenti dei supermercati l’altra sera era quasi invisibile, ho pututo ammirarla in montagna e pure attraverso un grande telescopio.

Adesso non aspettatevi però che cominci a decantarne la bellezza. E’ solo una palla di detriti e gas congelato, un fiocco di polvere largo cinque chilometri che rotola attraverso la nostra stanza. Non aspettatevi da me un afflato poetico per qualche ione, per un po’ di ghiaia. Se ce l’avessi per lei, allora dovrei cantare anche del fango sotto le suole, del ghiaccio dei frigoriferi che sbuffa in brina nella calda aria estiva.
Non è qualcosa di particolarmente originale; comete ce ne sono tutti i momenti. E se pure i sassolini che perde per strada diventeranno brillanti meteore – improbabile, visto quanto è passata distante dalla nostra orbita – anche quelle strisce luminose nel cielo in fondo non sono altro che vampate di gas incandescente, la breve fiamma di un accendino cosmico. Non c’è da fare tante storie sugli accendini.

E’ solo un fenomeno fisico transitorio, come l’arcobaleno o un’eclissi. E’ la novità che ci eccita, fossero più frequenti non susciterebbero altro che uno sbadiglio. Per trovare certi eventi interessanti bisogna essere particolarmente ingenui, appartenere alla razza di chi rimane affascinato dalla danza della polvere in un raggio di sole, una ciocca di capelli, un fiore, un sorriso. Uno di quei tipi lì, insomma, quelli che cercano e magari trovano la bellezza in ogni cosa. Gente che si stupisce; poco scientifica, ignoranti, sempliciotti.

Ahimé, sono uno di loro. Mi trovrete con il naso all’aria; non badate a me.

Cos’è il male

Il male sono io, e nient’altro