Archivio dell'autore: Berlicche

Dietro le parole

Certe volte sento la nostalgia di quelli che parevano tempi più semplici.

Quando si sapeva dov’era il bene, e si sapeva dov’era il male; quando i nemici dichiaravano il loro intento, e l’esperienza di cose vedute era inequivocabile.

E poi penso che quel bene non è cambiato, quel male non è cambiato; i nemici si dichiarano, ancora più baldanzosi di un tempo, e l’esperienza niente riuscirà a dirmi che non è mai esistita.

Che confusione ancora potrei avere? Dietro le parole c’è ancora ciò che è reale.

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La dittatura della tata

Dimmi che l’amore non è vero
è solo qualcosa che facciamo
Madonna, Don’t tell me

La promessa della rivoluzione sessuale era che il sesso può essere senza significato. A dire il vero, deve essere senza significato per preservare la nostra autonomia. Se avesse un significato intrinseco, indipendente da quello che noi desidereremmo significasse, allora questo potrebbe voler dire che abbiamo doveri che hanno effetto sulla nostra autonomia.
Noelle Mering

Molta della libertà moderna è, alla sua radice, paura. Non è tanto che siamo troppo audaci per sopportare le regole; è piuttosto che siamo troppo timidi per sopportare le responsabilità.
G.K.Chesterton

Il trittico di citazioni che vi ho proposto individuano il fallimento della morale di questo nostro tempo. La lotta che si continua a portare avanti contro il matrimonio, contro la famiglia, contro la struttura stessa della sessualità e i ritmi della vita non sono altro che un gigantesco tentativo di togliere ogni senso di responsabilità alle nostre azioni.

Ci viene detto che possiamo scegliere ciò che vogliamo, perché non vi saranno conseguenze.
Questo è falso sotto tutti i punti di vista. Non possiamo scegliere ciò che vogliamo; e ogni nostra azione porta un significato eterno. E’ in atto una consapevole riduzione dell’adulto a bambino capriccioso, che strilla ogni volta che qualcosa di inconsueto lo tocca. La mancanza di persone con la mentalità da adulti vuol dire addossare ogni responsabilità a qualche soggetto che ben volentieri se ne fa carico, e provvede a calmare il pianto dei viziati dando loro caramelle. Una tata il cui scopo è mantenere il suo posto rendendo coloro che le sono affidati completamente dipendenti da lei.

Per ottenere questo, occorre prima distruggere il desiderio vero, quello che non si adegua. Lo si fa dando surrogati, e denigrando, accusando, condannando chi non si accontenta.
Sesso. Mille cose da comprare, mille spettacoli da vedere. Giochi. Cuccioli. E qualcuno da incolpare e calpestare. La tata farebbe qualsiasi cosa pur di non farti piangere.
Poi ti dice che non hai doveri, solo diritti. Quelli che vuole lei. La falsa libertà che illude di potere fare ciò che si vuole, mentre hai la libertà di fare solo quello che lei vuole.

Eppure basterebbe fermarsi e considerare ciò che davvero desidera il nostro cuore. Sembriamo incapaci di capirlo. Come se non sapessimo neppure più dove si trova. Tanta è la confusione e il rumore.
O forse anche questo ignorare chi siamo è un modo per evitare lo sforzo. Per non avere responsabilità. Di noi stessi. Tanto c’è la tata.
Che non tiene davvero a te. Chi tiene a te è un padre, una madre. La tata te li vuole far dimenticare. Come non ci fossero.
Responsabilità vuol dire dovere rispondere a qualcuno delle nostre azioni. Ma se quel qualcuno non c’è, che senso ha la parola? E cosa diventa, l’agire?

Un foro nel cielo

Dio che tutto puoi e tutto crei e tutto tieni, autore del cielo e della terra (…) se prima del cielo e della terra non esisteva tempo, perché chiedere cosa facevi allora? Non esisteva un allora dove non esisteva un tempo.
S. Agostino, Le Confessioni, XI, 13, 15.

Qualche giorno fa ci hanno mostrato un’immagine e ci hanno detto che quello era un buco nero. Beh, questa affermazione era falsa.
Un buco nero, per definizione, non si può vedere. E’ un foro nella struttura dell’universo, una trappola da cui la luce non può fuggire. E’ la luce che ci permette di vedere le cose. Quell’immagine, ottenuta con tecniche sofisticatissime, non mostra il buco nero stesso, ma il suo effetto.

Per intenderci, è come se prendessimo una foto di gruppo e ritagliassimo da essa una persona. Che all’interno dell’area rimossa ci sia qualcosa si capisce da quanto la circonda: mani su spalle che non esistono, ombre che nessuno proietta, la mancanza dello sfondo. Così è anche in questo caso: quello che scorgiamo è la materia che, come l’acqua nello scarico di un lavandino, si inabissa vorticando in quel foro nello spazio. In termini matematici, il buco nero è una singolarità: un luogo in cui le leggi che governano il mondo cessano di esistere perché i valori delle loro equazioni vanno ad infinito. Lo spazio è connesso con il tempo, indissolubilmente: quando la gravità del buco nero deforma il primo, anche il secondo si altera. Fino a smettere di esistere secondo i nostri criteri quotidiani.

Recentemente leggevo di come Sant’Agostino, milleseicento anni fa, asserisse che senza creazione, senza la materia, neanche il tempo esiste. Sono sobbalzato: questo è esattamente il concetto espresso dalla teoria della relatività. Questa condizione si realizza ancora all’interno del buco nero, dove la realtà si allontana vertiginosamente da ciò che possiamo comprendere in termini umani. Singolarità.

Se vogliamo, quella è anche la definizione di Dio. Dio è ciò che si ha quando ciò che è bello, giusto, vero, raggiunge un valore incommensurabile, irraggiungibile nel nostro spaziotempo ordinario. Dio, come il buco nero, trascende l’universo, è al di fuori di esso, pur essendo in qualche maniera al suo interno. E’ fuori dal tempo, pur agendo nel tempo. Dio non lo possiamo vedere direttamente, ma ne rileviamo gli effetti: in sua prossimità, quello che siamo abituati a considerare normalità cessa di essere tale.

I buchi neri hanno plasmato il nostro cosmo: sappiamo che ce n’è almeno uno al centro di ogni galassia, e le galassie sono numerose come granelli di sabbia. Il nostro sole gira attorno a quello nascosto tra le nubi di gas e polveri laggiù, nel Sagittario, a decine di migliaia di anni luce da noi. Ma ve ne sono tanti altri tra le stelle. Presenze invisibili che influenzano la nostra vita in modi di cui neppure ci rendiamo conto. Sono la prova pratica che l’infinito può essere tangibile. Che ciò che non si può vedere è al centro del nostro esistere, e neanche ce ne rendiamo conto.

Quel punto rosso

Io sono un ciellino, non dovrebbe essere una sorpresa per molti. Rileggevo l’altro giorno una lezione che Don Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione, tenne ai responsabili degli universitari nel 1986, quando io era già da qualche anno nel movimento.
Il titolo è “il punto rosso”. Qual è questo punto rosso? E’ il cuore dell’Icaro di Matisse, immagine scelta per il Volantone di Pasqua di quell’anno.
Il Volantone di Pasqua è un manifesto che viene distribuito per la Pasqua e che riporta un testo e un’immagine. Accompagnata a Matisse quell’anno c’era una frase dell’allora cardinale Ratzinger, che potete leggere di seguito:

Nella lezione, Giussani faceva la considerazione che, di fronte a questo testo, c’era stato come un ritrarsi, un ondeggiamento. Come se non si riuscisse a fare l’ultimo passo. E in cosa consiste, per Giussani, quell’ultimo passo? “Si tratta della sapienza della vita (…) di quel vantaggio ultimo per cui l’uomo ama se stesso e il mondo, per cui è pronto a dare la vita per tutto ciò che è bene, per cui, in questo amore, riesce realmente a cambiare il mondo intorno a sé, per cui diventa creatore; e l’uomo dimostra di essere creatore quando è capace di creare unità, di fare unità tra i suoi compagni di viaggio.” (p.70).
Quel punto rosso è il cuore dell’uomo che dipende da ciò che non è dentro sé, il simbolo di un rapporto. “Questo è l’Icaro di Matisse, esile fin quando volete, ma ha la percezione di appartenere a qualcosa d’altro”.
Ciò che definisce“, riprende Giussani (p.72), “l’identità, la forza e la letizia di un soggetto – o di una realtà – è la sua appartenenza, è ciò a cui appartiene.” L’immoralità nel senso più nefando, asserisce Giussani, è dubitare di quell’appartenenza a Cristo.

“Senza la coscienza di appartenenza un uomo non può essere presente, non può essere presenza. Essere presenza vuol dire che in noi, in noi stessi, portiamo qualcosa d’altro. Non si può essere presenza se non si è segno: segno, cioè rimando ad altro.” (p.73)
Di seguito, Giussani fa l’esempio di Citton, un ragazzo bravo, molto bravo, cosa che tutti riconoscevano e stimavano.
Ed io gli dicevo “Citton, tu non sei una presenza così” “Ma no, io do il buon esempio.” “Ma dai il buon esempio per te stesso, tu richiami gli altri a se stesso, non a qualcosa d’altro, non ad un’altra realtà: tu richiami la stima e fai onore a te stesso. Per essere veramente una presenza, tu devi richiamare un’altra realtà. Vedi, i quattro ragazzetti che si sono alzati la settimana scorsa all’assemblea a dire “Noi cattolici…”, quei quattro ragazzetti lì sono una presenza, che ha diviso la scuola, così come Cristo è venuto per dividere (come disse il vecchio Simeone, con buona pace di tutti i pacifisti e gli irenisti tra i vescovi e i teologi di oggi).”

Eh, ci va giù duro Giussani. Quella frase pronunciata dai quattro ragazzetti di cui sopra segna proprio l’inizio del movimento di CL, il punto di rottura rispetto a quella mentalità diffusa allora dove era tutto un parlare di valori e di morale, ma dove il riferimento a quella presenza sorgiva era sistematicamente lasciato indietro.
Fu proprio questo a distinguere Comunione e Liberazione in quegli anni da tutte le altre realtà pur cristiane che c’erano nella società: porre Cristo come centro, e dirlo. E per questo prendersi insulti e minacce e botte.
Non ci bastava fare i bravi ragazzi: quell’appartenenza generava un ethos, una personalità diversa.

L’unità che la civiltà può creare, continuava Giussani, è come quella delle presse che schiacciano le automobili e le riducono ad un cubo di ferraglia. Mentre l’unità che questo uomo diverso può creare viene dal di dentro ed è perciò una libertà, una letizia impensabili, ignote agli altri. “E tanto più siamo coscienti tanto più siamo liberi e lieti“.
Una cultura dell’appartenenza che cambia il modo di agire, che converte: la conversione implica il riconoscere l’appartenenza, come il bambino appartiene a sua madre. Questo riconoscere avviene nell’ambiente: non in un gruppo, non in una parrocchia, non in una associazione. Tramite una presenza che è odiata, perché il mondo vorrebbe ridurre il fatto di Cristo ad un fatto privato, in cui al limite ti lasciano gesticolare.

Fin qui Giussani. Perché vi ho descritto, o nel caso di alcuni vi ho ricordato, tutto questo? Perché mi sembra che, ora come allora, vi sia un tentativo di occultare questa presenza, Cristo, dietro uno sbarramento di valori, di amicizia sociale, di parole che tutti possono condividere ma che sono come la camomilla con cui si addormenta la nostra coscienza. Come se, dato che Cristo non lo conosce più nessuno, fosse inutile parlarne. O pericoloso.
Non è che abbia rimpianti delle aggressioni di un tempo, ma proprio quell’odio contro di noi ci confermava in quel che eravamo. Oggi, chi ci attacca ancora?

O quel punto rosso riprende a battere per ciò a cui appartiene, o confessiamo quel nome e non le idee, o finiremo come sono finiti tutti coloro che, negli anni, lo hanno dimenticato. Sotto altre bandiere; ma lieti, felici?

Occhi secchi

Alcune delle culture al meglio civilizzate e altamente organizzate, come Cartagine nel suo momento di massimo splendore, avevano il sacrificio umano al suo peggio.
La cultura, come la scienza, non offre protezione contro i demoni.

G.K.Chesterton

Mio nonno era stato colpito da un ictus. Ha vissuto per molti anni con noi che l’accudivamo. Sembrava non capire più niente, ma quando gli dicemmo che mia nonna, sua moglie, era morta, pianse.

Come sembra abbia pianto alla notizia della sua stessa sorte Vincent Lambert, il disabile a cui oggi toglieranno non le cure, come qualcuno ha scritto, ma il necessario per vivere: acqua e cibo.

Non facciamoci ingannare: è un sacrificio umano. Del genere peggiore. Come ne abbiamo visti altri, in questi anni.

Il guaio è che non siamo neanche più capaci di piangere.

Numeri

C’era un vecchio telefilm, “Il prigioniero“, in cui il protagonista, un agente segreto dimissionario, veniva imprigionato in un’isola in cui nessuno aveva un nome, ma solo un numero. “Io non sono un numero”, l’eroe ripeteva ad ogni tentativo di fuga.
Ai prigionieri – in un lager, in un penitenziario, viene assegnato un numero.

Un numero è utile. Un numero rende facile identificare. Un numero semplifica. Ve lo dice uno che lo fa per professione.
Ma il numero non coincide con ciò che è una cosa è. Serve come indice, ma il suo esistere non ha legame con ciò che indica. Un numero può anche fornire una quantità, ma non è qualcosa che realmente esista di per sé. Non c’è un oggetto chiamato “numero”; un numero è un attributo, qualcosa che non vive di vita propria. Due e due fa quattro, ma cos’è due, cos’è quattro? C’è una certa ironia nel fatto che ciò che è la base della scienza e in una certa maniera della realtà sia assolutamente irreale.

I calcolatori, i programmi, manipolano cifre. Il reale ridotto a numero, indicizzato, ricalcolato, scomposto, ricomposto, simulato. Le magnifiche immagini virtuali generate al calcolatore sono numeri, numeri, numeri. Come ciò che state leggendo ora.

“Digitalizzare” vuol dire proprio questo: ricondurre ogni cosa a cifra, “digit”. La musica. I colori. La forma delle cose. Che non sono numeri. Non sono numeri.
Ridurre il reale a numero vuol dire poterlo manipolare a piacimento, mentre per l’oggetto concreto ciò è possibile solo mediante un rapporto. Se utilizzare i numeri al posto di ciò che esiste davvero ha enormemente allargato la comprensione delle leggi dell’universo, in un certo senso ci ha allontanato dalla autentica sostanza delle cose.

Il numero non è la cosa. Se è usato al posto della cosa, la simula, la rende virtuale. La rende prigioniera. La nostra identità non è un numero, e può essere manipolata, rubata, distrutta solo se lo è.

Il numero non è la cosa. Noi non siamo numeri. Non permettiamo a nessuno di dimenticarlo.

La tazzina etica

Un uomo entra in un bar e chiede una tazzina di caffé. Il barista gliela sporge. L’uomo rovescia il caffé, sgranocchia la tazzina, lascia il manico sul piattino e se ne va. Il barista lo guarda sbaccalito: “Ma avete visto quello? Roba da pazzi!”
“Veramente”, replica un altro cliente, scuotendo la testa. “Mangiare la tazzina e lasciare il manico che è la parte più buona!”

Questa barzelletta mi ricorda ciò che ha fatto la modernità con il cristianesimo. Si autodefinisce in base ad una serie di idee rubate al cristianesimo stesso, e nello stesso tempo rifiuta ciò che rende quelle stesse idee intelleggibili. Il progresso, per esempio, non è che la Divina Provvidenza meno la parte divina. Ma senza Dio l’idea che l’uomo sia destinato ad avanzare moralmente è senza senso.
Il perdono senza un giudice superiore che possa dare assoluzione, che base ha? E se l’Universo ha un ordine razionale che la mente umana attraverso la scienza può scoprire, se questa stessa mente non è che il risultato esclusivo di forze il cui unico scopo è la sopravvivenza e non la razionalità, cosa veramente può capirne dell’Universo?

Si sente, in questi giorni, parlare tanto di moralità. Ma per qual motivo uno che rifiuta il concetto di giustizia suprema o verità immutabile dovrebbe comportarsi moralmente? Quando i suoi interessi dovessere collidere con quelli della società, perché favorire la società? Se il fratello ti è d’impiccio, cosa è la fraternità perché non te ne possa liberare? Perché uguaglianza, se siamo bestie in competizione? Non c’è una ragione. I valori sono comode cassettine intercambiabili, da usare fino a quando servono. La tentazione diventa ciò che si attende, non ciò che si fugge.
Quale libertà, se non c’è uno scopo nell’agire? L’indulgere nelle passioni è quanto di più meccanico ci sia. La libertà per il cristiano, invece, è volere ciò che si deve essere.

E quando anche questo uomo moderno dovesse garantire la sua etica, perché dovremmo credergli? O siamo creati da un bene in vista di un bene, o siamo animali che lottano per il dominio. Anche con le parole menzognere o illusorie. Perché l’etica atea non ha una ragione per essere migliore delle altre, dato che è la prima a negare il concetto di valore.

Il pensatore moderno butta via il caffé e si sgranocchia la tazzina. Il manico lo lascia perché non sa neanche lui cosa farsene: non ha un posto dove appenderlo.

C’è festa e festa

Va bene, il figliol prodigo torna lacrimando dal padre, e il padre l’accoglie.
Vorrei solo far notare che detto figliolo puttaniere e scialacquatore mica mette su la sua liason godereccia nella casa natia; no, anzi, se ne va il più lontano possibile.
Perché, dice il padre, caro figliolo, se tu torni pentito volentieri ti riaccolgo. Ma le porcherie in casa mia tu non le fai.

C’è festa e festa. La festa per un bene è tale, quella per il male è altro. Nella casa paterna c’è posto solo per il primo tipo. I due fratelli lo sanno: loro padre non è poi così accomodante come qualcuno vorrebbe dipingerlo.
Ma quelli erano altri tempi.
Oggi, forse, la casa di suo padre quel figlio l’avrebbe okkupata.

Le canzonette come mezzo di educazione sentimentale

Educazione è cosa ottieni quando leggi le parole stampate in piccolo; esperienza è cosa ottieni quando non le leggi
Pete Seeger

Molte volte la radio che ascolto duranti i miei trasferimenti mattutini mi dà da pensare.
La stazione su cui sono sintonizzato trasmette canzonette italiane, una dopo l’altra. In ognuna l’interprete esalta la bellezza di fare l’amore. Per impulso, per sfizio, perché è bello, perché piace. E no, non sono canzoni di oggi. Sono quelle di ieri e dell’altro ieri, quelle dei miei tempi. Le contemporanee sono anche peggio.

Non è per fare i moralisti. Sono brani che ho ascoltato mille volte, e non ci ho mai fatto caso. Ma non una, non una, che esalti la bellezza di una relazione stabile, di un matrimonio, uno sposo, una sposa. Provo a pensarci: di tal fatta me ne vengono in mente solo due o tre, e pure ambigue.

Può darsi che chi scrive abitualmente canzoni abbia una vita amorosa particolarmente esuberante, d’accordo. Ma il dubbio viene: dov’è che un ascoltatore distratto, un ragazzo, una ragazza, possono udire ciò che è vero e bello ed è comunque l’esperienza di tanti: mariti, mogli, famiglie? C’è una grossa fetta di vita che è taciuta. Un’educazione che è trascurata, perché ogni cosa che ascoltiamo ci educa, e gli effetti si vedono.

Forse la fedeltà non vende, forse non tira. E’ molto più pruriginoso l’ammiccare, o forse neanche, l’ormai esplicito sesso. Siamo stupidi così: potremmo dire che è il fascino del proibito, ma ormai proibito da chi? Tra poco manco la Chiesa lo chiamerà ancora peccato.
Forse si sono ascoltate troppe canzonette.

Deperibile

Prendo la paletta di plastica, la batto contro il muro per staccare i residui di terra. Si spezza.
La guardo. Non ci avevano raccontato che la plastica è praticamente eterna? Eppure pochi anni di sole, sbalzi di temperatura, umidità l’hanno resa fragile. Mi si sminuzza tra le dita.
Ripenso a certe case disabitate in cui talvolta sono entrato, agli oggetti abbandonati. Ruggine e tempo li hanno rosi. I sacchetti si mutano in polvere a sfiorarli. Ogni cosa si sfalda.

Le rocce sono molto dure. Eppure diventano ciottoli arrotondati, ghiaia, sabbia. Alcune di loro sono fatte con i gusci, le ossa di ciò che era vivo, ciò che esseri animati avevano di più resistente. Eppure è proprio ciò che è vivo che regge meglio al trascorrere del tempo. Perché si adatta, si ripara, cresce pur rimanendo se stesso. Mentre ciò che è scolpito nella pietra è eroso dalla goccia e dal vento.

Ci illudiamo che certi rapporti possano resistere costruendoci dei gusci attorno. Ma non funziona. Ciò che è all’interno del guscio, se non ha sole e aria, marcisce. Ma le persone cambiano, e il tempo non è più tenero con esse che con le palette di plastica. Se pensiamo che un matrimonio, un’amicizia, possano resistere immutatati stiamo pronti ad essere profondamente delusi. Ciò che non vive decade.

C’è qualcosa che è più duro della roccia, che è più indistruttibile della plastica e dei metalli e di ogni guscio o carapace, che è la verità che sta al centro delle cose. Ma solo se si veste di carne non muore nella sola maniera in cui una verità può morire: essere dimenticata.

I candidati

Una volta ho visto gli stambecchi lottare tra loro. In uno spiazzo sperso in mezzo alle pietraie si sfidavano a turno: si alzavano sulle zampe posteriori e scontravano le corna con un rumore che risuonava come uno sparo in tutta la valle. Lottavano per le femmine che, sdraiate da un lato, valutavano i contendenti ruminando piano.

E ho letto degli uccelli giardinieri. Sono piccoli uccelli passeriformi che, per impressionare le possibili compagne, creano dei nidi bellissimi e inutili. Le loro creazioni sono incredibili, uniscono frutta ad erbe piegate a sassi levigati disposti secondo geometrie misteriose.

Così, del presente momento non mi sorprendono affatto i lavori stradali per ogni dove, le ritinteggiature frettolose di edifici pubblici, gli asfalti nuovi; e manifestazioni e contromanifestazioni, grandi proclami, dibattiti e battibecchi, emergenze di ogni tipo, genere e specie, come se il mondo si fosse appena svegliato da un lunghissimo sonno. E’ periodo elettorale.

Come per l’accoppiamento di stambecchi e uccelli, il candidato ha bisogno di impressionare chi dovrà di lì a poco compiere una scelta; e se la natura ha dotato di corna maestose quelle capre delle rocce e di un senso estetico inarrivabile volatili con il cervello delle dimensioni di una nocciola, non vedo perché dovrei negare a dei politici l’opportunismo malizioso dei lavori dell’ultimo minuto.

Una cosa sola, a pensarci, mi inquieta di questo paragone: cosa accade, in natura, a chi ha operato la scelta, da parte dell’eletto, dopo che la decisione è stata presa.

Commedianti

Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti
P.Conte, Boogie

Abbiate pazienza con me se di tanto mi lascio andare alla nostalgia. Quando ero giovane io qui era tutti prati dove pascolavano i bufali; poi i bufali sono spariti e le bufale si sono date al giornalismo. Allora l’aria era pulita e il sesso sporco, e c’erano parole che non potevi dire di fronte ad una donna; adesso non puoi più dire “donna”.

Era l’epoca in cui il cellulare ce l’aveva solo la Polizia, la rete c’era solo di domenica pomeriggio e la si ascoltava con la radio. La posta la portava il postino: capite quanto tempo è passato.

Non è che l’oggi non mi piaccia: viviamo assieme, facciamo cose, ma in un certo senso lo preferivo quand’era ieri. E’ sempre lì che cerca di cambiarmi, e io gli dico: non sei più lo stesso. Lui mi replica: invece sì. Non sono gli attori o la commedia a mutare, è la scenografia.

Meno male

Meno male che non siamo più nell’anno mille, quando si pensava che il mondo sarebbe finito di lì a poco.
Meno male che adesso si è tutti democratici e tolleranti, grazie anche al fatto che a chi la pensa diversamente è impedito di parlare.
Meno male che ora non si bada più ai dogmi; coloro che si ostinano ad attenersi a convinzioni superate non hanno posto tra noi.
Meno male che non siamo più come quei poveretti che credevano a tutto ciò che veniva raccontato loro; noi siamo moderni, abbiamo la televisione, internet, i giornalisti, gli scienziati che ci informano senza sbagliare.
Men male che ora possiamo essere chi o cosa vogliamo, che non siamo più obbligati ad essere ciò che siamo.
Sì, meno male: l’uomo è cambiato, non crede più che esista una verità, e questo ci ha resi senza dubbio migliori. Più liberi. Dalla verità.

E schiavi della menzogna.

Lento

“Cosa sono i lenti?”
La domanda mi coglie di sprovvista. Sto accompagnando un paio di adolescenti ad uno spettacolo, e la radio della macchina sta trasmettendo il famoso tema del “Tempo delle mele“, “Reality”. “Driiims, ar mai realitiii… era uno dei lenti più belli di quando avevo la vostra età”, lascio cadere. E poi, l’incuriosita questione.

I balli lenti, momento cardine del rituale di corteggiamento dei giovani dei miei tempi. Arrivavano quando la festa era nel suo pieno, dopo che ci si era scatenati con le musiche veloci. Era il momento in cui finalmente potevi invitare la ragazza che ti piaceva. “Balli con me?”, e se la risposta era positiva, bene, voleva dire che quantomeno non ti disprezzava. Avevi una possibilità. Si danzava allacciati, al suono di canzoni fatte apposta per le luci abbassate e per quel sentimento, quel cuore che batteva per la vicinanza di un altro cuore.

Non si usano più, mi dicono. Quasi non ci posso credere. Chiedo conferma ad un ventenne. “Cos’è un lento?”, mi chiede anche lui. E poi “Ah, sì, ma non siamo più negli anni cinquanta”.
Sono andate fuori moda le pavane e il charleston, ma sinceramente credevo che quest’uso avrebbe resistito al tempo. Avrei dovuto pensarci meglio. Erano uno stratagemma per dire e non dire, per stare vicini ma non troppo, per anticipare un’intimità che forse non sarebbe mai arrivata. Il sospetto è che oggi si sia molto più diretti. Che sia andato perso quel velo di mistero, di attesa, di speranza.
No, non voglio saperlo, come si fa oggi. Preferisco non saperlo davvero. Come in quei lenti di una volta, c’è una stilla di tristezza e di nostalgia per quel tempo andato, perduto, che non ritorna.

Come quei versi di uno dei lenti più belli che abbia mai ballato, in un’altra era.

Addio amici miei (addio amore mio)
forse per sempre
Addio amici miei (chi sa quando ci incontreremo ancora)
Le stelle mi attendono
Chi sa quando ci incontreremo ancora
se mai accadrà
tranne il tempo
che continua a scorrere come un fiume (va e va)
verso il mare, verso il mare
fino a che è svanito per sempre
svanito per sempre
svanito in eterno

In fondo al pozzo

Il vecchio disse: “Bada, quando scenderai nel pozzo. Al fondo ti aspetta una cosa viva e tremenda, che non ha l’eguale. Non so dirti che forma assumerà. Potrebbe essere raccapricciante, o spaventosa, o incomprensibile. Tu bada a non distogliere lo sguardo. Non scappare, non nasconderti. Non rifiutarti di guardarla, perché non perdona a chi manca il coraggio o la volontà.
Se la fisserai dritto negli occhi però ti rivelerà il suo prezioso segreto, e scoprirai che è meravigliosa, e bellissima, e ha un volto umano.”
“E come posso riuscirci?” chiese il ragazzo.
“Devi amarla”, replicò il vecchio.
“E qual è il suo nome?” domandò ancora il ragazzo all’anziano.
“Verità”, rispose.

La via stretta

Ci sono le grandi strade veloci. Quelle a corsie multiple, nastri d’asfalto diritti, dove fermarsi è vietato, sostare non è sicuro. Di solito non è che ti godi il viaggio, quello che a te interessa è arrivare. E prima arrivi meglio è: nessuno si sognerebbe di prolungare, desiderare un’aggiunta di chilometri.

Poi ci sono le vie strette. Se non ci fai attenzione non le vedi neanche. Partono da dietro la curva, entrano nel bosco, tra gli alberi. E’ bello percorrerle, te ne godi ogni minuto, e quando sei arrivato dall’altra parte avresti desiderato quasi quasi fossero state un po’ più lunghe.

La via larga è un mezzo per andare da qui a là. Ma il tempo che ci trascorri sopra è perduto. E’ la strada che imbocchiamo di solito, perché tutto ci spinge ad avere fretta, a correre correre senza guardarci intorno. E, quando siamo arrivati, ci tocca già ripartire. Ogni destinazione è provvisoria.

La via stretta, invece, è la risposta alla domanda: cosa è meglio per me?

Non parliamo mai di loro

La casa dove abito è vecchia e grande. E’ in mezzo alle colline, ha i campi e le vigne intorno, e una immensa cantina. Ci vive tutta la mia famiglia.
La mia cameretta è bella, appena sotto il tetto. Le pareti sono tinteggiate di verde chiaro. Dalla finestra si vedono la campagna, i boschi, il paese poco distante.
Un giorno me ne stavo sul letto quando ho visto che un pezzo di pittura si stava scrostando. Sotto al verde si intravedeva qualcosa. Con le dita ho allargato il buco. Dove l’intonaco si era levato il muro era di colore rosa, per niente stinto, con dei fiori disegnati.

Sono sceso dalla mamma. “Mamma”, le ho chiesto. “ma chi abitava nella mia camera una volta? Tu? Perché era la camera di una bambina”
Lei mi è parsa imbarazzata, e ha guardato mio nonno, che stava sbucciando cipolle, come in cerca di aiuto. “Non lo so”, ha detto il nonno. “Non sappiamo chi abitasse qui prima di noi. Adesso perché non te ne vai fuori a giocare, invece di disturbare tua madre che sta cucinando?”

E’ stata la prima volta che ho saputo che la mia famiglia non ha sempre vissuto lì. Credevo che la casa fosse stata costruita dai miei antenati. Non me ne avevano mai parlato. Penso che ci siamo venuti a stare che io ero molto piccolo; io non me lo ricordo.

D’estate, passo molto tempo nell’orto. Aiuto a piantare, a zappare, per quanto posso. A volte, scavando, viene fuori qualche osso. “Ossa di gatto, o di coniglio”, dice la nonna quando glieli faccio vedere. Io mi immagino siano di dinosauri, e di essere un paleontologo. Un giorno, togliendo le patate, è comparso tra le zolle un osso molto strano. Era lungo, molto lungo; non poteva essere un gatto.
“Un femore” ha detto mio nonno. “Che animale è?”, ho domandato. “Magari qualche capra. Niente, meglio seppellirlo di nuovo, potrebbe avere delle malattie”. Ha scavato, più in là, una buca ancora più profonda e lo ha coperto con cura. L’anno dopo, lì ci ha piantato un ciliegio.

A volte, io e i miei amici, troviamo delle scritte. Sono un po’ dappertutto. Su pezzi di carta sepolti, scolorite sui muri, sopra oggetti abbandonati. Sono in un alfabeto strano, con delle lettere tutte a punta, che non riesco a leggere. Nessuno sa dirci da dove arrivano, ma abbiamo scoperto che quando ne parliamo spariscono. Abbiamo delle teorie in proposito, una più sballata dell’altra. Il mio più caro amico, che chiamiamo tutti Fango perché si sporca sempre, sostiene che è tutto legato al tumulo, perché lì attorno ne abbiamo viste parecchie.
E’ proibito per noi ragazzi giocare vicino al tumulo. E’ un mucchio di terra alto forse sei o sette metri, a poca distanza dal paese. Ci crescono i fiori. I nostri genitori dicono che può franare, ma per noi ragazzi è l’ideale per giocare a conquista il castello, così ci andavamo lo stesso.

Almeno fino al giorno in cui uno di noi è sprofondato con tutta la gamba nel tumulo, rompendosela. Siamo stati tutti puniti, e i giochi sono cessati. Non solo per quello, ma anche per ciò che ci ha detto quel nostro amico. “Nel buco c’era un teschio”, ci ha detto, e ha sostenuto che è stato lo scheletro ad afferrarlo per la gamba e trascinarlo giù. E’ uno che le spara grosse, non è che ci abbiamo creduto. Ma nessuno di noi ha più il coraggio di andare a giocare laggiù.

Un giorno è venuto da me Fango, e mi ha mostrato quello che ha trovato in un buco segreto nel muretto vicino a casa sua. Un piccolo tesoro.
Erano due bambolotti, ricoperti di una patina scura di muffa; alcune piccole monete con sopra quella strana scrittura; una trottola marcia, un coltellino arrugginito. Chissà chi li aveva nascosti, e chissà perché non li era passati a ripigliare. “Forse erano quelli che abitavano qui prima di noi” ha detto Fango, e poi mi è sembrato quasi mordersi la lingua. Gli ho chiesto cosa voleva dire, ma non sono riuscito più a cavare niente da lui, se non che aveva sentito che una volta nel paese c’era gente cattiva, molto tempo fa. Qualcuno che abitava qui prima di noi? Non ne abbiamo mai parlato, in famiglia. Forse erano quelli della bambina che stava nella mia camera. Ma qualcuno che dipinge di rosa una cameretta non mi sembra così cattivo.

Comunque, ho cominciato anch’io a cercare tesori nascosti. C’era riuscito Fango, perché non io?
E’ così che mi sono messo ad esplorare la cantina. Come ho già detto, è molto grande, e noi ne usiamo solo una piccola parte perché è anche umida. Sa di muffa. Avevo una piccola lampada, che ho usato per investigare gli angoli bui, ma ho trovato solo ragni rinsecchiti e damigiane polverose. In un angolo c’era un armadio, lì da non so quando. Era tutto tarlato, e pieno di bottiglie vuote. Stavo per andarmene, quando ho visto che in fondo, di lato, c’era ancora un’anta, chiusa, addossata alla parete. Non si poteva aprire perché davanti c’era una grossa botte. Ho toccato la botte: era marcia. Le assi si disfacevano. Non senza fatica, ho tolto alcune doghe fino a che l’anta chiusa è diventata raggiungibile. Ho provato ad aprirla, ma era chiusa a chiave. Ho tirato. La serratura ha ceduto.

Dentro c’era un piccolo scheletro.
Era tutto rannicchiato, le ginocchia strette al petto. Aveva ancora i capelli lunghi, con un fermaglio di metallo ossidato. Aveva un vestitino a fiori, e di lato c’erano i resti di una bambola.
Come il piccolo tesoro di Fango, anche quella piccola era stata dimenticata lì da qualcuno che l’aveva nascosta, pensando di riuscire a tirarla fuori in seguito.
Chissà se i suoi genitori avevano avuto il tempo di angosciarsi del destino della loro bambina, chiusa dentro la sua tomba con il comando di non piangere, di non far rumore.

L’ho detto a mia madre. Il giorno dopo sono venuti a portar via l’armadio dalla cantina. Nessuno ne ha mai fatto parola, dopo.
A volte vorrei chiedere ai miei genitori, o ai miei nonni, chi era quella gente. Ma so già che non mi risponderebbero. Non parliamo mai di loro.

Il diavolo nella cattedrale

Gabriele guardava la fila chiassosa snodarsi atttraverso la piazza. Milioni di pixel al secondo si coloravano, annidati in memorie digitali, delle pietre e delle vetrate della cattedrale. Sospirò.
“Che spettacolo, eh?”
Gabriele si voltò verso la coppia alle sue spalle. Un passante qualunque di vedute un po’ larghe non vi avrebbe scorto niente di strano. Era Parigi, dopotutto, e quindi certi abbinamenti, che altrove avrebbero scandalizzato o fatto alzare qualche sopracciglio, qui erano accolti nell’indifferenza. Esterna, quantomeno.
Gabriele non si lasciava certo impressionare dall’apparenza di peccato. Soprattutto perché sapeva che l’affettata differenza di età, la perversa disinibita bellezza non erano niente di male. Erano solo illusioni.
Il male vero erano coloro che a quell’illusione davano vita. Un male tale che, a conoscerlo, i turisti policromi che sciamavano sul selicato si sarebbbero dispersi come un branco di gazzelle attaccato dai leoni. Con la differenza che nessun leone era mai stato così pericoloso e maligno. Quelli erano predatori che del mimetismo avevano fatto un’arte. Erano le loro prede a cercarle, inconsapevoli. I demoni, d’altra parte, non sono forse menzogna?

In altri tempi Gabriele aveva quasi letteralmente incrociato le lame con quella coppia di esseri. Ma questo era il tempo della tregua, il tempo dell’uomo. Un’era in cui, per qualche motivo, persino il male assoluto era libero di scorrazzare sulla terra. Così si limitò a un asciutto “Dubito che gustiamo le stesse cose allo stesso modo”.
Il più giovane dei due nuovi arrivati ridacchiò. L’altro gli rivolse un’occhiata fulminante, e quello tacque immediatamente. Una cartaccia, ai suoi piedi, prese fuoco spontaneamente.
Il più anziano fece un passo avanti, sporgendo la rugosa testa impomatata e strizzando gli occhi verso Gabriele. “Oh, di questo sono consapevole, mio angelico collega. Quello che io trovo meraviglioso è probabilmente la stessa cosa che a te dà sui nervi.” Agitò la mano come una farfalla artritica. “Tutta questa pomposità, questo sforzo, questo sfarzo, tutto l’impegno di quei poveretti dei tuoi preti e cosa ottieni? Milioni di turisti.”
Gabriele taceva, seguendo con lo sguardo quell’ometto dai vestiti sgargianti e troppo profumati che gli girava attorno sibilando le sue tesi.
“Non fedeli. Non devoti. Non onesti cercatori di – poveretti – bellezza. No no no. Turisti. Che manco ammirano davvero ciò che stanno visitando. Troppo occupati a fare foto e filmini che non rivedranno mai. Gente che, anche se guardasse davvero ciò che sta loro di fronte, non capirebbe.”
Si voltò verso la coda di coloro che premevano per entrare nella cattedrale. “Guardali. Li vedi anche tu, no? Forse uno su dieci si ricorda cosa hai detto quella volta…”
“Je vous salue, Marie” rispose automaticamente Gabriele.
“Esattamente! Metà non sa neanche che quella Marie è la Notre Dame autentica,” accennò con il mento barbuto alla chiesa “non quella specie di scongiuro rivolto verso l’alto”. Guardò verso le guglie. “Ne soffro anch’io, non credere. Che ignoranti. Lo sai che lassù ci sono anche la statua mia e sua? Abbiamo posato personalmente, già. E quelli credono siano tutte fantasie. Cartoni animati, bah.”
Si avvicinò con aria di cospiratore. “Dimmi, non pensi anche tu che sarebbe molto meglio se tutto questo potesse cessare? Non pensi, nel profondo, che una simile reiterata profanazione, un simile sacrilegio continuato dovrebbe essere cancellato dalla faccia del mondo?”
“No”, rispose Gabriele.
“Eh eh”, disse il vecchio, dandogli di gomito. Al contatto si sprigionò una breve scia di scintille. “Su, a me non la conti. Da quanti millenni ci conosciamo? In questo istante stai friggendo perché vorresti sguainare quella tua bella spada lucente e fare un po’ di pulizia sommaria, dico bene? Guarda, se vuoi, ricciolino mio, a me non fa problema.”
“Gngn”, fece Gabriele, trattenendosi visibilmente.
“Io credo però che le nostre posizioni si potrebbero conciliare. Potremmo trovare un accordo. Lo sai che, a differenza vostra, noi siamo sempre disposti al compromesso. Posso avanzare una proposta? Ce ne occupiamo noi. Lascia fare a me. Rimuoviamo l’ecomostro. Voi ritrovate la purezza della fede, il che va bene anche a noi, in fondo. Parigi alla prova, molto simbolico. Che dici, ci stai?”
Piccoli fulmini azzurrini saettarono tra i capelli di Gabriele. “Neanche per… uh ,scusa, una chiamata.”
Si voltò, portandosi la mano all’orecchio. “Sì, che c’è?” Silenzio. “Come?” Altro silenzio, più lungo. Sospirò, cosa straordinaria dato che non respirava affatto. “Ho capito, eseguo.”
Gabriele si girò verso l’improbabile coppia. I fulmini erano spariti, e appariva stranamente pensoso. “D’accordo”, disse.
“Come, d’accordo?” esclamò stupito l’anziano demone.
“Da lassù hanno approvato la tua proposta. Due condizioni: nessuno deve morire, e tutto deve essere limitato alla cattedrale.”
“Uau. Non credevo davvero…”
“Non lo credevo neanch’io.” Guardò i due come se solo con gli occhi potesse ributtarli nell’inferno dal quale arrivavano. “Come pensate di agire?””
“Oh, lascia fare a noi”, sogghignò il satanico vecchio. “Siamo esperti nel ramo.”

Si ritrovarono che albeggiava, mentre i lampeggianti disegnavano ombre grottesche sugli edifici intorno. L’odore di bruciato aleggiava su tutto. Il giovane demone sembrava imbarazzato. Il vecchio demone era furioso. Sbuffi di fumo salivano da dove batteva il piede con irritazione, con un curioso rumore come di zoccoli contro il selciato. “Lo sapevo. Lo sapevo. Non ci si può fidare di voi lassù. Mi avete imbrogliato.”
Gabriele apparva invece assai più rilassato. “Cosa intendi, antico serpente? Hai avuto quello che volevi, la cattedrale è bruciata”.
“Bruciata? Quattro vecchie assi, un po’ di fumo e poco arrosto. Cosa intendo? Li hai visti, quelli? A pregare? Pregare! Non credevo ce ne fossero tanti che ancora sapevano farlo in tutta la Francia, figurarsi a Parigi. Gente che non metteva piede in chiesa da decenni, la loro pratica nei nostri archivi con un dito di polvere sopra e il timbro “approvato”, che recitano inginocchiati l’Ave Maria”. Sputò.  “Ecco, mi fai persino bestemmiare”.
Gabriele si guardò intorno, sorridendo. “Sembra che, nell’istante in cui lo stavano perdendo, abbiano riscoperto qualcosa di prezioso che davano per scontato”.
“Non finisce qui”, sibilò il vecchio, e si voltò per andarsene.
“Oh, lo so bene, gli gridò dietro Gabriele. “Ma tranquillo, non manca molto.”

La coppia demoniaca si allontanò. Quando furono distanti, il più giovane lo chiamò. “Zio, zio, è stato un disastro!”
Ma il diavolo più anziano proruppe in una risata satanica. “Sei proprio un allocco. Ormai i trucchetti del Nemico che sta lassù li conosco bene. Sa che eccelliamo nella distruzione, e ne approfitta per metterci del suo, quei suoi miracoletti così casuali, quei segni con la sua firma fatti per chi li vuole vedere. Ma io non miravo per niente a distruggere la cattedrale. Non sono ingenuo, non pensavo certo di poterla eliminare con il fuoco.”
“Come no?” fece l’altro stupito.
“No”, rispose il demone fregandosi le mani “quella a cui miravo è sempre stata la ricostruzione“.

Tacere

Questi sono giorni in cui ci si aspetta che i Cristani lodino ogni fede tranne la propria.
G.K.Chesterton

Mi chiedevo l’altro giorno perché oggi qualcuno dovrebbe provare l’impulso di farsi cristiano. Non certo per ascoltare discorsi sociologici o sermoni edificanti. Quei tremila che, secondo le letture di oggi, si fecero battezzare dagli apostoli, perché lo fecero? Cosa attendevano? Cosa si attendevano?
E quelle centinaia di fedeli morti il giorno di Pasqua nelle chiese devastate dagli attentati, perché erano lì? Per che cosa sono morti?
Per un bel discorso? Per una morale? un discorso culturale?
Erano “adoratori di Pasqua”, come suggerivano i messaggi coordinati dei democratici americani che tanto piacciano anche da noi? Speravano un ritorno economico, erano predatori sessuali, avevano un’agenda politica?

Di fronte alla cattedrale di Notre Dame in fiamme, una giornalista chiedeva ad uno dei giovani in preghiera che volesse mai dire “Ave Maria”. Nelle università, una sparuta minoranza sa cosa sia la Pasqua. A forza di tacere, Cristo è diventato un nome incognito, un pensiero che ha cessato di essere reale.

Mi vengono in mente quei versi di Rilke:
E tutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace
un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile.

E per noi, cos’è Cristo?
Chi è Cristo?
Perché taciamo?

Buoni propositi

Il digiuno, i buoni propositi, ci servono a capire che non riusciamo a fare niente da soli.
Quanti fallimenti per accorgerci che non siamo cambiati. Che non ci possiamo cambiare.
Possiamo solo essere salvati.

 

 

Sull’onda

Un pezzo di legno non è una barca.
Va dove lo spingono le correnti,
Si arena su spiagge straniere.
La differenza sta nel timone,
nella volontà di navigare.

Il seme di un popolo

Ieri affermavo che “Poche persone in preghiera non fanno una cattedrale. Quella la fa un popolo“.

Cerco di spiegare meglio quella frase.
I dodici apostoli non erano un popolo, erano il seme di un popolo; tant’è che non hanno costruito cattedrali. Mentre la cattedrale è, per così dire, il paradigma di una nazione cristiana: quando finisce l’apostolato e si afferma che su tutto domina Cristo. Quando il popolo, gran parte del popolo, sa a cosa crede. La cattedrale è il tentativo di dare forma visibile, stabile, architettonica alla bellezza che sprigiona il cristianesimo.

Quando uno è giovane, e vuole mettere su casa, dapprima si accontenta. Una stanza in affitto, un letto. L’urgenza è insomma un tetto sulla testa. Poi comincia a farsi una famiglia, e la stanza non basta più. Si guadagna, si mette da parte, e alla fine si può arrivare alla casa dei propri sogni, dove c’è posto non solo per la praticità ma anche per la bellezza, per esprimere quell’amore che nasce dalla famiglia che la abita. Si lavora per quello.

Così la cattedrale appare quando c’è qualcosa di solido, di compiuto. Perché le cattedrali non sono state solo una espressione di una elite, ma strutture che nascevano da un popolo che aveva una ben chiara fede comune.

Quando il cristianesimo cessa di essere ciò che unisce e forma il popolo, allora le cattedrali non si costruiscono più. Quelle che esistono diventano musei.
Il popolo senza fede ha altro a cui pensare. La partita, le tasse. Non ci sono soldi per glorificare Dio. Un potere ostile non vede di buon occhio le cattedrali, che sono un segno troppo visibile, un faro che smentisce ogni leggenda di oscurità.
Può accadere che la Chiesa stessa prenda le distanze dalla cattedrale, cessando di vederne l’utilità, perché insegue un suo progetto che può non essere la maggiore Gloria di Dio. Quando perde nesso tra il presente e l’eterno, quando perde l’eterno. La bruttezza delle chiese moderne ne è segno. Il fatto che siano vuote ne è conferma. Se così poche persone entrano nelle chiese, non vale la pena di costruirne una più grande.

Poi, la cattedrale brucia. Quel popolo disperso si raduna intorno alla fiamma. Sono falene, o sono gli apostoli sfiorati dalle fiamme divine della Pentecoste? Sui milioni di persone di Parigi certo sono una minoranza. Piccola, piccolissima minoranza. Come erano gli apostoli, in quella Settimana Santa, la prima Settimana Santa.

Gli alberi nascono, crescono; muoiono. Ciò che era nato da un piccolo seme potrebbe tornare a rifiorire da un altro piccolo seme. Non tutto è spento a Parigi.
Se arderà di nuovo, lo sa Dio, lo diranno i secoli.

Incendio lento

La cattedrale di Notre Dame, leggo, era l’icona simbolo della bellezza e della storia di Parigi.
Lo scrive uno dei quotidiani più laicisti e anticattolici al mondo, che giusto ieri usava “medioevo” come sinonimo di oscurità, arretratezza, chiusura mentale.
Quelle fiamme che tutti abbiamo visto uscivano da un luogo nato in quel periodo oscuro, da quella stessa fede tante volte irrisa.

Chi ricostrurà Notre Dame? Un popolo che più non crede in quello che essa era stata eretta per contenere? Non ne saranno in grado, anche dovessero replicarla con l’esattezza della tecnologia più avanzata. Forse la faranno come un museo, perché il turista porta soldi. Un buon investimento, anche a lungo termine.

Chissà. Ne ho viste di cattedrali nel deserto, in Francia. Solo che il deserto non era al di fuori, ma dentro. Vuote di fedeli, solo turisti annoiati a sbirciare distratti le vetrate. Gotici gusci.
Ben altro che una cattedrale è bruciata, in questi anni. La fede di un popolo si è consumata lentamente, è diventata fumo, cenere, e la cenere si è raffreddata. Una catastrofe silenziosa, una devastazione ignorata ma ben maggiore di qualsiasi incendio perché non ha colpito ciò che è stato fatto, ma chi faceva. Rovina desolante. Le fiamme che carbonizzavano Notre Dame non sono che pallidi bagliori rispetto all’inferno che consuma le anime.

Le cattedrali sono un segno. La bellezza è nesso tra il presente e l’eterno, per cui il presente è segno dell’eterno e inizio dell’eterno, e sua esperienza, da cui inizia il gusto della vita vera. Questa è la vera ragione per cui l’arte oggi è brutta e senza gusto: perché ha smarrito l’eternità.
Da questo si misura la fede di un popolo, la sua forza, la sua giovinezza: se costruiscano cattedrali. Fatte di pietre, suoni, immagini, parole o qualsiasi materiale reale o immaginario.
Capiremo se la Nostra Dama, la Nostra Signora, sarà ancora la Regina di Parigi, se ancora si chinerà a salvarla, se quella che verrà ricostuita sarà una cattedrale.
E non un museo.