Archivio dell'autore: Berlicche

Guarda dove vai

Verso mezzogiorno, mentre andavo a prendere un pomodoro nell’orto, mi sono trovato a terra con la testa sanguinante. Ero distratto, guardavo altrove, e mi sono preso un ramo basso di mela cotogna in mezzo alla fronte.
Voi direte: ben ti sta, così impari a fare attenzione. Infatti.
Quando i pensieri vagano altrove, magari perché si è finalmente in ferie, e non si guarda dove si sta andando, una craniata è sempre possibile. Non posso dare la colpa all’albero: lui se ne stava lì da un pezzo. Non è la società, non è la politica, i tempi moderni o il riscaldamento globale. Non mi sono accorto di ciò che avevo davanti agli occhi. Perché il cervello non era attaccato agli occhi.

In questi giorni di caldo e temporali, sia che dobbiamo lavorare che oziare, partire o rimanere, può capitare che perdiamo di vista le cose importanti. Così come è capitatato a me. Io ho rimediato qualche crosta, ma può capitare di peggio. Certe distrazioni possono essere ben più letali che un po’ di legno. Lo piglierò come un avvertimento, come una sorta di randellata preventiva.
Che non perda di vista la strada su cui occorre camminare.

Come avrete capito, è iniziato il periodo estivo. Da domani i post passano da giornalieri a quando-si-può. Grazie alle gioie della tecnologia resterò quasi sempre connesso, ma la precedenza va altrove. Anche questa è la strada, no?

Verrà il giorno

Verrà il giorno, ed è questo, in cui ci uccideranno con il sorriso sulle labbra, come si sorride all’animale macellato; e, come l’animale, non capiremo perché.

 

(Rassicuratevi: per loro, dopo, verrà la noia)

Perché, talvolta, parlo di sesso

Periodicamente qualcuno accusa me o i cattolici in generale di essere ossessionati dal sesso.
Vorrei fare rispettosamene notare che, per me come per i cattolici in generale, vale una norma che ultimamente non si sente spesso: che il solo sesso sicuro, felice, per il destino è quello tra marito e moglie, possibilmente quelli sposati tra di loro. Non siamo noi a fare film e scrivere libri erotici, a propagandare amore libero per tutti, o financo a negare che il sesso esista all’infuori dell’atto pratico con chi, cosa e come si vuole.

Quest’ultima visione del mondo è prerogativa di quella che possiamo definire “fede liberale progressista”, una specie di pseudo religione edonistica focalizzata intensamente sul sesso. I sacramenti primari dei progressisti sono l’autoespressione sessuale (specialmente in forma non eterosessuale) e l’aborto. Ambedue rappresentano per i progressisti la sconfita della natura in nome di una autonomia personale senza restrizioni. I cristiani, dal canto loro, insistono ostinatamente  che il corpo, nella sua forma naturale, ha un significato morale. E questo è un messaggio profondamente offensivo al progressista devoto.

Come espone brillantemente Stella Morabito in quest’articolo, tale pseudofede vuole reingegnerizzare l’umanità, negando l’umanità delle persone. Il gender, punta avanzata del progetto, si prefigge di abolire le distinzioni sessuali all’interno della legge, il che porta all’abolizione dei legami familiari riconosciuti, il che conduce ad uno Stato che regola le relazioni personali e quindi consolida il suo potere come mai prima. Naturalmente l’attacco non si limita a tale fronte: abbiamo assistito in questi ultimi tempi ad una legge che toglie i figli ai genitori per ammazzarli meglio, in nome di una pietà fasulla.

Naturalmente ci vuole un grande sforzo per ottenere tutto ciò, perché occorre negare la realtà. Occorre  falsificare l’esistente, perché se il reale non può cambiare può cambiare però  la risposta delle persone al reale stesso. Per esempio può essere proibito parlare di maschi e femmine, o del fatto che l’aborto è uccidere una persona, oppure opporsi ad una eutanasia. Ci sono già le leggi; dove non ci sono, arrivano comunque i giannizzeri del nuovo sistema.

Come dicevo all’inizio,  per noi sesso vuol dire famiglia. Rendi il sesso un impulso, o un capriccio, o una decisione, e cesserai di avere una famiglia. Se tutto è sesso, niente è più sesso, nonostante chi tu sia rimanga scritto in ogni cromosoma. L’autonomia completa in questo campo vuol dire che il tuo corpo non è più un’entità definita, legale, che i bambini non sono più il prodotto di un uomo e una donna, e quindi possono essere tolti ed educati (o uccisi) da qualcun altro, se a chi regge lo stato, al potente, pare così. Puoi essere il “guardiano legale” di tuo figlio, ma non necessariamente. Legame madre-figlio? Se il figlio si compra, che cosa ne può rimanere?

In questo scenario, il potere controlla tutte le relazioni personali proprio alla loro fonte: la famiglia biologica. L’abolizione della famiglia autonoma sarebbe completa, perché la famiglia biologica cesserebbe di essere la normalità. La “famiglia” sarebbe qualsiasi cosa lo stato volesse. La ricerca di autonomia personale finisce con la fine di ogni autonomia.

Vogliamo fare una lista di condizioni per l’attuazione di questo progetto?

Tutti i gestori di comunicazioni devono essere a bordo – cinema, università, i media. Fatto.
Il personale nel’ambito della salute, specie quello relativo alla salute mentale, deve essere educato al suo compito e punito con l’allontanamento se non si conforma. Fatto.
La scuola deve educare i bambini con questa ideologia. Fatto.
Le grandi corporazioni e aziende devono collaborare con l’erogare fondi e a forzare la mentalità. Fatto.
Il messaggio deve essere mediato  tramite concetti più digeribili, come la parità di genere, la lotta al bullismo, la libertà personale, il diritto a non soffire. Fatto.
Pressioni sociali ed economiche e la censura totale devono colpire le persone che si permettono anche solo di chiedersi se sia saggio tutto ciò. Fatto.
Questo genere di persone deve essere etichettato come bigotto, omofobo, fascista, non-persona. Fatto.
E naturalmente anche le chiese devono diventare veicolo di questa non verità. Fatto?

Su quest’ultimo punto mi permetto di dissentire con la Morabito. Non è un punto come gli altri. Come ripeto da tempo, per me è la Chiesa il vero bersaglio; il dominio assoluto del potere sulla persona una gradita conseguenza.
E questo è il motivo per cui continuerò, di tanto in tanto, a parlare di sesso. Perché dovrebbe essere la verità non detta; la libertà di ciò che deve essere, e basta.

Vent’anni dopo

Mi hanno sempre affascinato i seguiti.

Ci sono gli eroi, i protagonisti, e hanno il loro momento di gloria. Poi quel momento passa. Si diventa comandanti dei moschettieri, si ritrova la più famosa delle reliquie, si sposa l’amato o l’amata. Cosa accade alla loro esistenza, dopo? Durante tutti gli anni che seguono?

Cosa accade ai sogni, al desiderio di quello che sarà, quando il futuro diventa passato, quando il tempo trascorre e ci si ritrova improvvisamente ad averlo consumato, quasi senza accorgersene?
Sono vissuti davvero felici e contenti, o quella era solo un’illusione? Hanno realizzato il desiderio profondo del cuore? Visto da distante, dall’alto, quel domani è ancora così immenso?
Valeva la pena vivere?

Che commozione, quando ripenso ai pensieri di giorni distanti. Ad una primavera che ormai ha i colori dell’autunno.
Ma questo è vivere. E’ proprio il vivere: la sorpresa di scoprire che il mondo non lo facciamo noi, ci è dato.

Ed è molto più straordinario di quanto noi avremmo mai pensato.

Oh, sì, dice il protagonista. Lo rifarei

Strade sicure

Subito dopo l’ultimo orto la strada diventa selvaggia.

Sulla destra scorre il torrente. Le acque sono opache e verdi, tintinnano e frusciano nel loro letto di alghe e ghiaia. Gli alberi che ne ombreggiano il corso sono rigogliosi, e a tratti i rovi e i sambuchi si alzano come un muro vivente a precluderne la vista. Alberi e cespugli si sporgono come massaie dal loro balcone verso la strada, quasi a volerla spingere via. L’erba sta crescendo folta anche dove il fondo di terra era più battuto. Si intravedono a stento i due solchi paralleli lasciati dalle ruote di trattori e carri nei giorni di un passato ormai remoto. Metà della pista è ormai succube dell’invasione vegetale, sull’altra mi muovo a fatica, scansando le fronde.

Devono essere ormai mesi che nessuno passa più di qui con assiduità. Il piccolo spiazzo fatato sotto le alte querce, dove confluiscono le acque dell’ovest e del nord, è quasi impraticabile. Le coppiette in macchina ora si fermano ben prima; ne ho visto i segni.  Proseguo: ma la strada sembra perdersi ogni metro un po’, smarrita tra alte erbe e fiori. Avevo pensato, in passato, ad essa come alla scorciatoia per una terra diversa, ed ora ad ogni metro mi sembra di essere in procinto di varcare quella soglia; forse l’ho già passata, ed i miei passi calpestano fiori di un altro mondo. Al di là del muro verde qualcosa di molto grosso si tuffa nell’acqua.  Vanamente provo a vedere cosa sia: l’intrico è troppo folto. Vado innanzi sempre più lentamente, mentre i tentacoli spinosi delle more si protendono come le dita di un invasore. Libellule diafane, trasparenti come certi pesci delle profondità abissali, volano a scatti tutt’intorno. Di tanto in tanto mi oltrepassano ronzanti alcune più grosse, di un traslucido blu o rosse come il mattone infranto, veloci, dirette verso l’ignoto.

Guardo avanti. Quella stradina dritta che ricordavo ora è diventata una piccola giungla. E’ nascosta la destinazione, che so esserci, là dietro. Per le mie gambe nude il cammino è diventato un tormento, mentre gli spini cercano il mio sangue. E’ straordinario quanto in fretta un poco di abbandono, di dimenticanza, possano rendere difficile percorrere un viottolo un tempo facile ed ospitale.
Si fa tardi; decido di tornare indietro. Uno stormo di uccelli si alza da un campo poco distante. Il sole fa capolino, basso tra le nubi scure, orlandole di azzurro.

Mentre ritorno su sentieri umani mi chiedo quanto tempo ci vorrebbe perché ogni nostro segno, tutto ciò che ci sempre importante e scontato, sparisse, se decidessimo di abbandonare. Non molto.
Quanto fragile è il nostro camminare su strade sicure.

Un fruscio d’ali oscure

Verrebbe voglia di considerarlo tutto uno scherzo, questa cosa del diavolo.
Sì, il demonio ha talvolta persino la faccia simpatica. C’è la tentazione di raffigurarselo un bonaccione, ma poi questo nostro intelletto moderno prevale e ci si dice “ma tanto davvero non esiste”. E’ solo un cartoon, buono per fare battute, per post più  meno sarcastici, raccontini quasi umoristici. Un topos letterario. La personificazione dell’astuto ingannatore. Una macchietta.

Poi, talvolta, lo senti veramente.
Oh, è tanti anni che lo impersono. Dovrei essere vaccinato. Invece ci sono momenti in cui riesco ad udire il fruscio delle sue ali coriacee. In cui lo ascolto parlare, per bocca di coloro che ha preso. Di coloro che collaborano con il male. Coscientemente. Ce ne sono.

In quegli istanti percepisci il pozzo tenebroso di una malvagità senza fine. L’opposto del bene, la mancanza del bene, e quel buco che sprofonda nel nulla non ha un fondo. Non ha un limite. Si inabissa bene al di là dell’umano.
Ascolti, e capisci che non è una burla, che non è un’illusione, una invenzione buona per raccontini morali. E’ una forza oscura, che non ha misericordia, e che se ti appare bonaria è perché ti sta ingannando.

Ridete di me, razionalisti, materialisti, cattolici che non sanno più credere a ciò che va oltre il reale – a Dio, figurarsi al diavolo.
Ma questo mistero c’è. Ci sta guardando, proprio ora.

Non è Vangelo – XXXII – Ma che ci frega, ma che ci importa

Cari nemici dei Vangeli, anche oggi discuteremo del modio migliore per rimuovere dalla faccia del nostro mondo quei nefasti libretti.
Dobbiamo essere realisti: dato che, nonostante tutti i nostri sforzi, sono stati scritti e diffusi, è inutile illudersi che possano essere cancellati. Oh, ci abbiamo provato. Più li distruggevamo più rispuntavano, come accade quando tentano di estirpare i mali che seminiamo: quello che è proibito diventa appetibile più di prima. Nel nostro caso il motore è la voglia di trasgredire, che non basta mai; nel caso dei Vangeli, l’inesplicabile fascino che il contenuto di quelle pagine esercita persino sulle anime marce dei nostri protetti, e le fanno apparire indecentemente desiderabili.

Se li vogliamo sul serio eliminare, la strada da seguire non è quella della forza, ma quella dell’insignificanza. Se li faremo apparire inutili, noiosi, antiquati chi mai vorrà perdere tempo a cercarli ed utilizzarli?
Per ottenere questo risultato dobbiamo per prima cosa indottrinare per benino quelli che sono i principali diffusori di quelle orrende pagine. Sì, parroci, catechisti, quella gente lì. Ogni volta che uno di loro prende le pagine di quei libretti e ne propina al pubblico la sua versione personale, la sua spiegazione edulcorata, la sua rielaborazione privata, asserisce che sono troppo difficili da capire per il volgo. Sta di fatto facendo il nostro gioco! Sta convincendo la gente di essere in presenza di vicende cervellotiche e complicate, che non si comprendono senza cultura teologica superiore. Ogni volta che, invece di partire dal Vangelo, un sacerdote si mette a declamare nell’omelia un tema di sua scelta, magari preso dalla prima pagina del nostro quotidiano preferito oppure udito da una nostra televisione, allontana un poco di più il pensiero di G, il falegname palestinese, da quello della gente.

Falegname che, badate bene, ci ha messo del suo. Sì, d’accordo, le parabole: così semplici che non siamo mai riusciti a trovare un modo funzionante per fare dire loro quello che a nostro giudizio dovrebbero. Ma G non ha sempre parlato con quelle favolette: talvolta ha detto le cose direttamente, ed è proprio in quelle circostanze che si è inimicato la gente. Come quando aveva dato da mangiare a tutta quella folla con pani e pesci, e volevano farlo re. Ha asserito che se non avessero mangiato la sua carne e bevuto il suo sangue non avrebbero avuto parte con lui. Che avreste fatto voi? Avreste pensato; questo è un cannibale, è pazzo, si è rincoglionito. A meno che, naturalmente, non aveste trascorso del tempo con lui vedendo quello che faceva e ascoltando quello che diceva. Come poteva uno che parlava con tanta chiarezza e autorità fare un simile passo falso? Come crederlo un illuso, un impostore, un folle? Allora i conti non vi sarebbero tornati, avreste capito che intendeva qualcosa di differente dal significato immediato, e sareste restati come gli apostoli, dicendo con Pietro: se andiamo via da te, da chi andremo? Solo tu hai parole che spiegano la vita.

Ma, cari miei, G non c’è più, a meno che non diate retta a quella favoletta dell’eucarestia. Quello che intendeva lo si può comprendere solo dai suoi discepoli. Ma se questi lo abbandonano, se questi non credono più nemmeno loro a quel miracolo continuo  e preferiscono parlare di tutt’altro… oh, magari anche bello e importante, sociale e culturale e via andare… cari miei, il Vangelo e colui del quale parla sono morti, perduti, e di loro non frega niente a nessuno.

Perciò, figlioli dell’abisso, capite la nostra missione? Parlare di pietà, parlare di morale, parlare di solidarietà e persino di misericordia, ma senza mai nominare la loro fonte. Dare l’illusione che siano qualità umane, garantite, ineluttabilmente acquisite. Che tutte le condividano. Senza mai nominare la loro fonte. E parlare solo di quelle, ed agire solo con quelle, senza, l’avrete capito, mai nominare la loro fonte.

Vi garantisco che nel giro di pochissimo quei librettini di cui sopra saranno dimenticati, perché cominceranno a dare fastidio. Non appariranno più così aggiornati, anzi, saranno obsoleti rispetto ai nuovi catechismi che noi avremo cura di elaborare basandoci sulle nostre idee. Quando entreranno in conflitto con le nuove regole, il vincitore sarà chiaro: il valore più aggiornato, più moderno, più vicino a quello che stampa, televisione, cinema e quant’altro dicono sia vero. Verrà il giorno, ve lo dico io, che i Vangeli saranno vietati nelle stesse chiese, almeno nelle loro parti più fastidiose.

Poi, è chiaro, ci si servirà della pietà per ammazzare i deboli, la solidarietà servirà a derubare finanziando solo ciò che ci interessa, la morale sarà utile per abbattere tutti quanti tentano di dissentire. Vorrete mica lasciar parlare quel fascio-omofobo cattolico, vero? Sarebbe contro la democrazia, contro la libertà, si faccia tacere. E’ una questione di misericordia. Diamogliela, e taccia per sempre.

Capite, miei cari maledetti? Se la risposta a “volete andarvene anche voi” sarà “e perché dovremmo rimanere?”, e questa replica riposerà su mille omelie insignificanti, diecimila appelli a volersi bene e nessun dio, allora la vittoria sarà nostra.

La colpa, chiaramente, sarà proprio di G. Avrebbe potuto legare i suoi discepoli a sé con promesse di salute, di ricchezza, di ogni tipo di piacere e goduria a spese degli altri come facciamo noi. I nostri discepoli ci sono fedeli finché agitiamo davanti a loro quelle illusioni di promesse che non abbiamo nessuna intenzione di mantenere. I suoi invece li ha lasciati liberi, ed ecco il risultato. Nutrirli con il proprio corpo e il proprio sangue, che assurdità. Come si può pretendere che leggano ancora di queste baggianate, quando  ci sono mille film, diecimila serie e un milione di video musicali molto più interessanti? Quando i suoi parlano del mondo al mondo, senza mai nominare ciò che mondo non è? Né il sopramondo, né il sottomondo, che siamo noi. Ma noi non ci offendiamo per questo, anzi. Ci conosceranno poi.

Di nuovo il solito sesso

Dicevamo qualche giorno fa che non si parla più di virtù. Ma non solo. Non si parla più neanche di amore. Quantomeno nelle canzoni.
Sì, forse l’avete notato anche voi. Se avete un’età paragonabile alla mia, ricordate senza dubbio quei lenti un po’ melensi, quei ritornelli magari anche yeyè, quelle melodie che dicevano love, amour, amore.
Sparite.
Avrete notato anche da cosa quel vocabolo è stato rimpiazzato. Da un molto più prosaico: sesso.

Oh, sì. Perché struggersi per qualcuno per giorni, mesi, tutta la vita, corteggiare, spasimare, quando ci puoi dare una botta e via? Un tempo molte canzoni narravano una storia, oggi raccontano una sveltina. Neanche un’emozione, in fondo; persino quella ormai è troppo impegnativa.

Se credete che io stia esagerando, se pensate che sia una mia paranoia, beh, non lo è. Il sito The Federalist ci ha fatto sopra un articolo, recentemente. Facendoci scoprire quante poche canzoni con la parola “amore” nel titolo hanno conquistato la top americana dal duemila in poi – solo sei su cinquanta, nell’ultimo mezzo secolo o poco più. Perché quel tipo di canzoni oggi sono davvero poche. Se una volta quello che era celebrato era l’innamoramento, oggi evidentemente quello stadio non pare essere ritenuto più necessario. Si parla di eccitazione, si usano parafrasi o termini espliciti, musiche ritmicamente adeguate, ma il punto è sempre quello: è la parte fisica quella che conta, l’unica che forse c’è.

Ed io mi domando; cosa è conseguenza di cosa? I cantanti si limitano ad annotare una realtà, o la realtà è da loro creata? Davvero non esiste più l’innamoramento, il corteggiamento, il sospirare per qualcuno? Il desiderare tutto dell’altro, e quindi l’attesa, la promessa, la fedeltà?
In qualche maniera, non riesco a crederlo. Credo che ci siano ancora un sacco di canti di amore inespressi, non cantati apertamente nel fragore di questo mondo che ne riderebbe, ma sottovoce, con note mute, per chi li vuole ascoltare.

Cultura

Recentemente la mia azienda ci ha sottoposti ad un corso obbligatorio sulla prevenzione delle frodi sul posto di lavoro. Ovvero, non cercare di fregare la ditta.
Il corso (online, molto ben strutturato, persino con la partecipazione di un noto attore) insisteva particolarmente sul fatto che la prevenzione di tali comportamenti non si deve basare sulla paura del castigo ma sulla formazione di una mentalità che rifiuta questo genere di cose.

Cito:

“Onestà e integrità sono il fondamento di una cultura organizzativa di successo.
Le compagnie che promuovono l’integrità stabiliscono chiaramente che si attendono i loro impiegati:
-Conducano affari onestamente
-Seguano la legge e si comportino eticamente in ogni circostanza
-Facciano la cosa giusta senza riguardo per la posizione o le circostanze.”

La compagnia si aspetta. Per avere successo come organizzazione, deve stare alle regole. Altrimenti – è detto all’interno del corso – questo potrebbe danneggiarla; potrebbe danneggiare le persone che compiono la frode, loro e i loro familiari fino alla settima generazione. Queste frodi non vanno evitate per paura della punizione, è ribadito. Ma la punizione viene agitata davanti agli occhi comunque. Con insistenza. Per chi compie il misfatto, per chi non lo denuncia, per chi lo tollera. Neanche essere vessati, sottopagati, maltrattati può essere giustificazione. Oh, corretto.

Sono cose che non si fanno perché è contro la legge, contro la moralità, soprattutto può incidere sulla reputazione della compagnia. Quanto mi costi, imbroglio. Il benessere della compagnia è suggerito come bene ultimo, e si dice che questo si ottiene aderendo alle norme etiche ed alle leggi. La qual cosa, se si guarda bene, è un pochino ambigua.
Se lo scopo è mantenere il buon nome, e il profitto, della compagnia, non si comprende bene cosa possa succedere se il bene della compagnia e le leggi divergono. Oh, si nega possa accadere; Perché, è asserito, il bene della compagnia coincide sempre con la legge e la moralità.
Quelle norme etiche sono però, per usare una felice formulazione, come un cappello appeso ad un chiodo dipinto sul muro. Quali leggi? Quale etica?
Se il mio vantaggio è chiaramente nella frode, quale forza superiore, forza a parte, può impedirmi di frodare? Di quella cultura organizzativa, in ultima analisi, di cosa mi importa se nell’immediato non ho successo?
Perché è chiaro che il vantaggio di una società organizzata è per tutti, ma soprattutto per gli organizzatori.

Tutto si riduce ad un dovere; ad un volere il dovere; in pratica, un moralismo. E’ come se la compagnia si ponesse come una sorta di divinità dei tempi antichi. Uno di quegli dei amorali ma a cui bisogna dare rispetto e sacrificio se si vuole vivere in società. Amorali perché la legge se la fanno loro; amorali perché senza amore, l’unica cosa che può giustificare davvero una legge. Perché una legge senza amore per l’altro, fosse pure la più perfetta e giusta, non è altro che un cappio che si stringe. Le cose giuste, per le ragioni sbagliate.

Ma temo che nella cultura di questo tipo di organizzazione non ci sia molto posto per l’amore.

 

Esaltazione dell’Uomo

Non siamo dei. O anche solo dio.
Non siamo infallibili.
Non siamo onniscienti.
No, non sappiamo tutto. Non controlliamo tutto.
Manco la nostra vita, nei suoi particolari più insignificanti.
La prova provata? Oh, basta un semplice mal di pancia.

E’ questo l’Uomo che detta le Leggi dell’Universo, colui che dovremmo adorare?

Dadi

L’Universo? Puro caso, nient’altro che un cosmico lancio di dadi.

Sì, ma chi ha fatto i dadi?

Le cose che facciamo invece

Ormai sono un paio di decenni che vivo con mia moglie, e quindi comincio a conoscerla un pochino. Così mi è capitato di osservare che, quando deve fare qualcosa che non le piace, comincia a rallentare e si mette a svolgere le occupazioni più assurde.
Siamo già in ritardo per andare a quell’appuntamento, e lei si attarda a bagnare le piante grasse, o piegare gli asciugamani, o a decidere se è meglio “questo” oppure “quello”.
Non dico che lo faccia consciamente. Anzi, sono abbastanza sicuro che la sua reazione non nasca da una scelta deliberata. Io, in situazioni analoghe, comincio a borbottare e grugnire e divento nervoso come un topo al Colosseo. Penso che questo comportamento rientri nella categoria de “le cose che facciamo invece”.

Temo sia strutturale nel genere umano, salvo in quei suoi rari membri che sono in pace con il loro destino. Rimandare, non pensarci, seppellire la realtà sgradita dietro strati di banalità, di benaltrismo, di bestialità.
Eppure la realtà esiste, l’inevitabile arriva, non è il non pensarci che lo può impedire. Certe cose non possono essere schivate. E di una cosa sono più che certo: a certi appuntamenti non si può arrivare in ritardo, per quante cose ci inventiamo da fare invece.
Perché non sta a noi: è l’inevitabile, è il Mistero che, nell’ora decisa, ci viene a trovare.

 

Non è Vangelo – XXXI – SìSìNoNoMaMa

Cari confratelli nella mancanza di fede, anche oggi ci occuperemo di dileggiare un pochino quei libretti presuntuosi e inutili noti come Vangeli. Non che di loro ci importi molto: a noi demoni piace il fumo più che l’arrosto.

Noi siamo più per il vedo-non vedo, per le trasparenze che nascondono, non tanto per il sì e per il no quanto per il ma. Le pagine che narrano le vicende di quel falegname palestinese che noi chiamiamo “G” sono troppo definite per i nostri gusti. Non lasciano spazio a dubbi, non supportano l’incertezza, non permettono tutti quegli equivoci che sono la nostra vera passione.

E’ una leggenda, infatti, che noi propendiamo per il male: noi preferiamo non schierarci, soprattutto non schierarci per ciò che chiamano bene. Quello davvero non lo sopportiamo: con la sua idea netta di come vanno fatte o non fatte le cose, e quella pretesa di essere addirittura la verità. Come se questa potesse essere qualcosa di diverso da ciò che noi vogliamo.

Perché poi la verità sarebbe da preferire alla menzogna? Ditemi una sola ragione. E’ vero o non è vero che i momenti più goduriosi della vostra vita sono stati almeno in parte dovuti ad una bugia? No, non mentite con noi: noi eravamo là, quindi lo sappiamo perfettamente.

Se quindi qualche piccola menzogna, qualche minuscola omissione aiutano a vivere meglio, perché non alzare il tiro? Pensate quanto sarebbe meglio se la verità fosse bandita una volta per tutte dalle vostre vite. Non più obblighi da mantenere, non più apparenze: voi diventate la vostra maschera, siete sinceramente ingannevoli.

Sai che noia a dire sempre e solo sìsì, nono. Nessuna inventiva. Con qualcosina in più, invece, il discorso diviene molto più variegato, Si può dire e non dire, accennare senza significare, anche lasciar capire non pronunciando affatto. Se per caso le circostanze cambiassero, ecco che anche l’interpretazione delle vostre parole muterà, e voi potrete negare con successo di avere mai inteso dire quello che lasciavate ad intendere. La doppiezza è una dote, la principale per l’uomo di mondo.

Pensate come potrebbe diventare interessante la vostra vita  servendo due padroni: doppio stipendio, doppie ferie, doppia tredicesima. Anche doppia fatica, voi direte; ma no, nessuna! Risponderò io: basterà essere sempre dall’altra parte quando c’è qualcosa da fare.
Se pensate che sia complicato vi sbagliate. Non faccio nomi, ma non immaginereste neanche quanti siano nei libri paga sia del Nemico-che-sta-lassù sia nel nostro quaggiù. Beh, non è che lassù non lo sappiano, ma lasciano fare. Piuttosto che spegnere il lucignolo fumigante quello là in alto preferisce lasciar bruciare tutta la sua baracca. A noi sta bene così: quanto fumo aromatico si sprigiona ultimamente da quei palazzi che pomposamente qualcuno definisce sacri.

Anche se, ad onor del vero (e detto da me è tutto dire), non è che nei tempi passati la caligine fosse meno densa. I successori del pescatore galileo hanno sempre mantenuto la tradizione di famiglia, accogliendo tra loro un buon numero di nostri sfegatati sostenitori opportunamente mimetizzati. In fondo, se G ha scelto Giuda, chi siamo noi per giudicare?

Mettendo una mano sul cuore, devo dire che noi li capiamo. Sì, loro vogliono fare opera di misericordia, vogliono praticare la carità, devono mantenere le persone bisognose: ma come potrebbero farlo, se si inimicassero i potenti? Come riuscirebbero a esercitare la bontà se dicessero la verità in faccia ai peccatori? Se venissero da voi a buttarvi in faccia i vostri misfatti, li ascoltereste? Li caccereste via appena cominciano ad elencarvi le vostre magagne, quei presuntuosi. Come si permettono di dirvi come dovreste vivere? Ci provino loro, se proprio ci tengono!
No, ascoltate me: se proprio volete seguire appieno i Vangeli dovete additare solo i peccati che sono più semplici da esecrare, condannare solo coloro che sono già condannati e le persone in disgrazia o fastidiose. Loro sono già perdute, non vale neanche la pena di provarci a cambiarle.
Mafiosi, trafficanti e ladri acclarati, purché poveri e lontani, vanno benissimo per esercitare il giudizio. Anche i politici della parte avversa sono imperdonabili. Come del resto ognuno di quei rigidi bacchettoni che pretendono di seguire quel che pensano giusto o tradizionale. Nessuna pietà per loro.

Per le altre persone, non è meglio che vi siano amiche? Bisogna comprendere le loro difficoltà, essere di mente aperta sui loro cosiddetti peccati. Se devono sforzarsi di capire precetti astrusi vi lasceranno. Semplificate, omettete ciò che è complicato da seguire, e ne farete vostri autentici fedeli.

E’ troppo difficile agire secondo verità, dovete rendervene conto. Se non tutti ci riescono, che razza di legge è? Diventa un’imposizione antidemocratica, un proposito insopportabile a cui nessuno con la testa a posto acconsentirebbe. Ovvio che poi ci sono pochi fedeli e le chiese sono vuote: chi farebbe mai del bene se c’è da rimetterci?

Date a Cesare quel che è di Cesare, non di solo pane vive l’uomo, sono frasi bellissime purché non vi venga in mente di completarle. In tal caso diverrebbero indigeste a chiunque: e la gente indigesta noi diavoli non riusciamo proprio a mandarla giù.

Togliendo ogni riferimento al  Nemico-che-sta-lassù anche i Vangeli diventano leggibili: le vicende di un predicatore carismatico anche se un po’ tonto e pretenzioso, una morale da seguire ritoccandola appena per adattarla di volta in volta al mondo che cambia. Perché occorre evolversi, aggiornarsi: sì, va bene quello che c’è scritto e no, non vogliamo dire che sia sbagliato, ma non ha senso pretendere che le cose non siano cambiate in duemila anni; adesso abbiamo internet, i satelliti, le automobili, il cellulare.

Dire che il cuore dell’uomo sia rimasto lo stesso, che il divorzio e l’aborto e l’omicidio e il furto siano gli stessi di allora è un artificio retorico che ci lascia indifferenti. Sì, può darsi; no, non è un problema; ma in ogni caso noi demoni sappiamo bene come renderlo nostro…

Piccola

Il cuore senza amore è abituato a calcolare tutto; per questo non prenderà mai in considerazione qualcosa così piccola e insignificante come una speranza.

Non si parla di virtù

Avete notato? Non si parla più di virtù.
Pensate ai vari personaggi pubblici, ai divi di questo nostro tempo. Quando mai li sentite lodare per una virtù che possiedono? E’ molto più probabile sentire esaltare la loro trasgressione, il loro essere contro il sistema – ovvero l’essere completamente integrati al vero sistema di potere.

Quello che conta è semmai essere senza virtù, o praticanti di un qualche vizio in modo spettacolare. E mi domando: sono questi i migliori, coloro che dovrebbero essere d’esempio? Se li si segue dove si finisce?
Certo, ci possiamo anche raccontare che il male non esiste, che tutto è lecito, che un modo di vita vale l’altro. Ma, sotto sotto, se ic fermiamo a pensare, se siamo una volta tanto seri con noi stessi, sappiamo bene che non è vero.

Provate anche voi. Prendete quelli famosi. Elencate le loro virtù, se ci riuscite. Ma badate.
Il coraggio ha sempre un fine, se no è incoscienza. Essere provocatori non è una virtù, e neanche l’ostinazione. Nemmeno lo è cantare, giocare bene a calcio o a letto. Lo stesso vale per seguire il vento, o raccontare bene le balle.
Fatto? No, tenetele per voi, non postatele nei commenti. Non voglio denunce per diffamazione.

La fortezza e la frontiera

Mi è capitato di recente di attraversare qualche frontiera. Ad esempio quella tra Germania e Francia, prima in un senso e poi, una manciata di minuti dopo, in senso opposto. Nel primo caso ci siamo accorti di essere sotto Parigi solo perché le indicazioni stradali erano in francese. Nel secondo, abbiamo sfilato in una gimcana di barriere mentre polizia e soldati in assetto da battaglia con mitragliatrici d’assalto scrutavano le auto che transitavano nelle due carreggiate.

L’assurdità di questa disparità di trattamento per l’identica frontiera a poche decine di chilometri di distanza mi dà da pensare. Se da un lato c’è il sollievo che su questo confine si badi a privati cittadini e non a movimenti di truppe nemiche, mi domando perché tra due stati che dovrebbero far parte della stessa unità politica, altrimenti detta Europa, ci siano quasti controlli. Terrorismo? Va bene, e voi pensate che i terroristi siano tanto fessi da passare allo scoperto proprio nel varco vigilato? E perché proprio lì, e solo lì, questo spiegamento di forze?

Va bene, va bene, può darsi che fosse una circostanza eccezionale di qualche tipo, che non conosco. Ma non posso togliermi dalla testa l’immagine di una potente fortezza che attende il passaggio del nemico mentre il suo paese è già stato conquistato da un esercito passato per un’altra strada. Perché i capi della nazione hanno guardato solo i suoi confini, ma non hanno compreso quale ne fosse il cuore.
E le vedette guardano nella direzione sbagliata, finché qualcuno non dirà loro di scendere, perché quello che pensavano di difendere non è ciò che avrebbero dovuto custodire.

Tutto via

Ci vuole un certo coraggio, a partire ed andare altrove. Ho un’amica che lascia l’Italia e va a raggiungere i figli in America. Lascia una casa stupenda, in mezzo al verde, e sabato ha organizzato una festa per venderne il contenuto. “Garage sale”, la chiamano negli States. “Vendoma tut”, dalle nostre parti. Dai peluches ai libri ai letti, tutto via.
Credo ognuno di noi, italiani stanziali, abbia una abitazione piena di ricordi. Pezzi di cuore e di memoria sparsi in ogni stanza. E smerciarli sottocosto ad amici e sconosciuti, separdonsi da essi per sempre, che sofferenza.
Quel mobile scelto quel giorno particolare tra tanti altri, il quadro che abbiamo desiderato a lungo, anche solo quella poltrona. Andati. Non vederli mai più.

Ma, se ci penso, quanto ho lasciato indietro in vita mia. Quanti oggetti, quanti attimi di esistenza che posso sfiorare con la mente, ma perduti nel tempo, o anche solo da anni nel buio di un sottoscala o un armadio.
Più andiamo avanti, più ci capiterà di dire addio. Magari anche senza saperlo, mentre il ricordo si affievolisce e scompare. Finché verrà il giorno che tutti quei frammenti di noi saranno lasciati indietro definitivamente, perché indietro non si torna.
Saremo distaccati da ogni nostra passione e ogni nostro possesso, più lontano che andare in America.

Ma ben altro che America ci attende.

Non è Vangelo – XXX – Signori, si cambia

Cari disistimatori dei libricini volgari e supponenti noti come Vangeli, vi chiedo scusa per la pausa nei nostri lavori tesi a delegittimare una volta per tutte quelle paginette. Sono state settimane di fuoco: il lavoro è molto e il raccolto abbondante, tanto che quasi non sappiamo più dove mettere tutte le anime che ci arrivano in continuazione da ogni parte del mondo. Possiamo dire con tutta tranquillità che ormai è solo questione di tempo perché l’intera messe di mortali giunga direttamente qui sotto da noi. E il merito, lo diciamo con orgoglio, è in gran parte nostro.

Sì, perché noi abbiamo lavorato duramente per ridefinire e attualizzare quegli antichi racconti, in modo da renderli più facilmente comprensibili alle orecchie e alle sensibilità degli uomini contemporanei. E’ stato un lavoro durato anni, e che continua tuttora: ma possiamo dire che il grosso ormai è fatto.
Certo, sappiamo che esistono ancora alcuni chierici di altri tempi, certi relitti del passato si ostinano a pensare alla dottrina cristiana come qualcosa di immutabile, persino suggerita dall’alto: ma è solo questione di tempo prima che i nostri dottori, della legge o del corpo, abbiano la meglio su di loro.

Le ere cambiano, e quella dei Vangeli è un’era chiusa, passata, obsoleta, come quella dei dinosauri. Tutte le risibili convinzioni che quegli irriducibili nostalgici si ostinano a portare avanti vanno riviste dove possibile, eliminate altrimenti. Come potrebbe altrimenti la gente capirle? Come potrebbe praticarle, in un mondo così diverso da quello in cui G, il falegname palestinese fallito, predicava?

Prendete ad esempio tutta quella storia sull’adulterio. E così uno che guardasse una donna con desiderio avrebbe già commesso adulterio nel suo cuore? Ma andiamo, non c’è più nessuno in questo secolo che crede una cosa del genere. A quei tempi non avevano internet, non avevano le riviste, la televisione, il cinema. Va bene, allora si divorziava e si andava per bordelli anche più di oggi, ma erano libertinismi inconsapevoli, non c’era ancora una morale sviluppata. Adesso che c’è, possiamo rifiutarla consapevolmente.
Oggi si è molto più liberi e razionali, adesso le porcherie si fanno con molta più coscienza e conoscenza tecnica di allora. Psicologi, dottori, filosofi hanno ormai stabilito scien-ti-fi-ca-men-te senza ombra di dubbio che tradire fa bene, irrora di sangue il cervello e altri organi, raffina l’astuzia, facilita la vita di coppia e anche di triangolo, quadrupletta e via andare. Il peccato, per noi, sarebbe limitarsi al solo pensiero. Se all’epoca dei romani questo tipo di approccio era pericoloso per via della possibilità di piccoli fastidi indesiderati, oggigiorno tutto ciò è superato: se allora si gettavano via i bambini appena nati, adesso non è necessario aspettare: si può fare in ogni momento. La chimica e la medicina hanno fatto enormi progressi nella soppressione della vita: approfittatene!

Anche “adulterio” è una parola che non ha più senso. Noi pensiamo che il modo migliore di evitarlo sia non sposarsi del tutto, approccio che ormai è condiviso dalla maggioranza delle persone. Perché impegnarsi con qualcuno che sai già un giorno ti potrebbe venire a noia? E’ meglio anticipare il litigio e separarsi senza essersi uniti realmente – carne a parte, ovviamente. Tanto, perché aspettare, attendere cosa? La ragazza e il ragazzo che dal giorno in cui si sono messi insieme non siano ancora finiti a letto insieme sono sospetti, probabilmente hanno qualche disfunzione sessuale. E dopo essere finiti a letto insieme, che resta ancora da fare?

Il linguaggio evangelico è decisamente troppo duro per le orecchie sensibili che gli uomini hanno sviluppato. Meglio cavarsi un occhio, meglio tagliarsi una mano che assecondarli nel peccato? Assurdo. Intanto l’inferno non è così spiacevole, parola di uno che ci abita: e poi, non avete mai sentito la parola misericordia? Potete fare quello che volete, ogni possibile perversione, peggio è meglio è: tanto c’è la misericordia. La misericordia è qualcosa di automatico: non dovete preoccuparvene. Mortali, state sicuri, non vale neanche la pena di pensarci. Siate duri e malvagi, egoisti e pretenziosi quanto volete, con i vostri partner: c’è la misericordia. E se qualcuno vi dicesse che dovreste evitare i peccati, deridetelo per la sua durezza di cuore, per la sua mancanza di comprensione, per il suo mancato riallineamento al nostro nuovo modo di intendere quelle vecchie parole. E’ un fariseo, un fondamentalista, e come tale va trattato: emarginato senza nessuna pietà, messo in condizione di non nuocere per rispetto di coloro che invece hanno capito tutto.

Forse qualcuno potrebbe azzardare che si tratta innanzitutto di capire chi ami: e noi non possiamo fare a meno di dire che non solo chi, ma quanti: più ne ami meglio è, e più di tutto ama te. Perché nessun amore è brutto, e quindi bisogna diffondere l’amore, anche con la forza se è necessario. Perché anche questa è misericordia: come la democrazia, la bellezza dolcissima di abusare del proprio corpo e di quello altrui va diffusa con ogni mezzo a tutti quanti, insegnata fin dalla più tenera età in modo che, da adulti, non si posa più dubitare che l’unico modo di rapportarsi con l’altro è usare di lui, per il piacere o per il potere, oppure ambedue le cose insieme. Perché resistere all’inevitabile?

Perciò, rassicuratevi: G, il falegname, non ha mai inteso veramente proibire l’adulterio o il divorzio: erano modi di dire, frasi senza fondamento che poi i suoi discepoli, rigidi bacchettoni, hanno interpretato in maniera sbagliata. Meno male che noi, i veri interpreti del pensiero evangelico originale, abbiamo provveduto a rettificare quelle interpretazioni  erronee e ristabilire il primato dell’amore.
Avete ancora quella pagina del Vangelo? Bene, tirateci una riga sopra. Anzi, perché no: buttate tutto il libretto. A che vi serve? La nuova era è iniziata: non serve più la parola scritta, adesso ci sono i video.
E sì, rallegratevi: sono parecchio espliciti.

Piccolo cuore contorto

Mi rammentava un’amica di pregare non tanto per gli innocenti, che non ne hanno così bisogno, quanto per coloro che gli innocenti li ammazzano, o giustificano quella scelta di odio con parole che sembrano amore ma ne sono l’opposto.
Eh sì, è questo il cristianesimo. Pregare per l’aguzzino, per il boia, per il carnefice, e per coloro che li applaudono; elevare suppliche per le anime nere e quelle grigie, che possano vedere negli occhi delle loro vittime un riflesso di quella bontà che li ha fatti.

Nostro Signore mi perdoni, quanto è difficile. A sentire certe parole mi è venuto d’impulso l’invocare fulmini celesti. Poi mi sono sentito subito “figlio del tuono”, e mi sono immaginato il cazziatone. Non esistono già abbastanza omicidi al mondo che anche noi lo diventiamo, sia pure solo nel nostro animo? No, non riuscirai a farmi scegliere il male. Che io ti combatta non vuol dire che io non ti ami, piccolo cuore contorto e assassino che potresti essere il mio.

Ingiunzione di decesso

Le pareti dello studio erano di un colore grigino chiaro, un poco stinto, ma non così stinto come gli abiti del signor Magnolia e di sua moglie. Ambedue avevano visto giorni migliori; il taglio risaliva a parecchi anni prima, e di sicuro erano stati parecchio usati. Il completo dell’avvocato, in contrasto, appariva nuovo, persino sgargiante al confronto, di una tonalità pastello così intensa da apparire quasi falsa come il suo sorriso.

I coniugi si accomodarono timidamente, muovendosi a disagio. L’avvocato intrecciò le dita delle mani sotto il mento. “Allora, in cosa posso esservi utile?”
“Abbiamo ricevuto una busta del ministero”, disse l’uomo quasi esitando. “Margherita, tirala fuori…”
La donna estrasse dalla borsa una busta giallina, che l’avvocato afferrò prontamente. “Ah”, esclamò, “una ingiunzione di decesso obbligatorio!”
Aggrottò le ciglia. “Qui dice ‘Giovanni Magnolia’. Sarebbe lei?”
L’uomo annuì. “Sì, sono io. Lì dice che, per il mio bene, devo essere sedato e privato di alimentazione fino al decesso. Ma non sono malato!”
L’avvocato si sporse leggermente. “Ne è sicuro? Non mi sembra troppo in salute. Cosa le hanno detto all’ospedale?”
“Ma io non sono mai stato all’ospedale!” scoppiò l’ometto. “Da quando mi hanno tolto le tonsille, a nove anni. Io quei dottori lì non li ho mai visti né sentiti.”
L’avvocato continuò a leggere. “Eppure qui dicono che lei è malato terminale, non ha speranza di guarigione, e quindi per alleviare le sofferenze e innalzare la qualità della sua vita lei deve morire il più in fretta possibile.”
“Ma chi? Chi sono questi?” gemette il signor Magnolia
“Dottori. Dottori importanti, Primari addirittura. Almeno, così si dice. A quanto pare lei non ha nessuna speranza, e non c’è cura.”
“Ma io sto benissimo!”
L’avvocato scosse la testa. “Dottori così importanti non si possono sbagliare. Non c’è niente da fare.”
L’uomo sbiancò. “Ma…cosa vuol dire tutto questo? E’ un errore, è chiaramente un errore! Io farò ricorso!”
L’avvocato fece schioccare le labbra. “Come suo consigliere legale, glielo devo sconsigliare. Questo genere di ricorsi non va mai a buon fine. Come le ho detto, i dottori e il ministero non si possono sbagliare. Ci sono dei precedenti precisi.”
“Vuole dire che i giudici non ci darebbero ragione? Contro l’evidenza?”
L’avvocato agitò una mano, come a congedare la possibilità. “L’evidenza non è mai influente in queste faccende. Sì, un appello contro l’ingiunzione ci farebbe guadagnare qualche mese…ma a che prezzo?”
“Come, a che prezzo?”
L’avvocato sospirò. Questi erano proprio fuori dal mondo. “Come le ho già detto, non troverà nessun giudice disposto a dare contro dei luminari, degli scienziati, e contro la giurisprudenza acquisita. Se lei deve morire, deve morire, se ne faccia una ragione. Ma per ogni giorno perso – pardòn, da lei guadagnato – la sua famiglia sarà costretta a versare allo stato e ai dottori migliaia di euro a titolo di risarcimento.”
“Risarcimento? E risarcimento di cosa?” scattò Magnolia.
“Del tempo che lei ha perduto nel suo diritto a morire dignitosamente, nonché quello dei vari infermieri eccetera eccetera che sono stati costretti a guardarla prolungare il naturale decorso della sua esistenza. Se oltrepassa la data indicata, poi, la sua pensione verrà sospesa indefinitamente.”
Il signor Magnolia parve accasciarsi. “Ma non ha senso. Dovrei pagare perché voglio vivere?”
“E’ il minimo. Lei va contro decisioni acquisite, e fa perdere tempo al giudice ed allo Stato, che di sicuro potrebbe impiegarlo meglio.”
“Migliaia di euro, ha detto? Ma io non tutti quei soldi…”
L’avvocato si disse mentalmente”C’ho azzeccato”. “Ragione in più per non mandare in bancarotta la sua famiglia. Guardi, è anche fortunato: probabilmente se rispetta le date indicate la sua vedova prenderà in parte la sua pensione…”
La futura vedova scoppiò in lacrime, e l’uomo le mise una mano sulla spalla. “Ma forse potrei…fuggire…”
“Per andare dove? Si ricordi, l’ingiunzione di decesso è obbligatoria. In caso facesse perdere le sue tracce le leverebbero tutto. No, dia retta: vada in una bella clinica, si faccia sedare e non ci pensi più.”
“Come, in una clinica? Devo anche pagare per morire?”
“Ma certo! La clinica deve essere certificata: vuole mica che l’ammazzino degli scalzacani? Ci sono quelle pubbliche, volendo, ma se mi ascolta spende qualche soldo e sta sicuro che di non svegliarsi a metà del – uhm – trattamento. Sgradevole, sarebbe, per tutti. Se desidera, sarò ben lieto di indicargliene una che farà al caso suo.”
I coniugi si alzarono. L’avvocato, sulla soglia dell’ufficio, strinse loro le mani. “Allora, condoglianze vivissime. Felice di essere stato d’aiuto. Se, andando, volete regolare con la mia segretaria…”

 

La maschera

Ah, che bello quando non ci saranno più frontiere, quando tutti gli uomini crederanno le stesse cose, quando la democrazia prevarrà e non ci saranno più omicidi, furti, persino bugie…

Che bello quando ci si renderà conto che quanto affermato qui sopra è, semplicemente, un’illusione. La morale laicista, che si basa sul presupposto di essere condivisa da tutti gli uomini, non esiste e non è mai esistita se non nella mente di quei poveretti a cui è stato fatto credere.
Perchè noi uomini siamo fatti così: pensiamo che quello che pensiamo sia quello che tutti devono pensare. Sarebbe ridicolo, se non fosse tragico.

Così decenni di esportazione della democrazia hanno prodotto oligarchie e dittature, e quando il risultato delle elezioni non piace, bene, si cambi il popolo. Perché è impossibile che quanto accade possa accadere.
La libertà? In suo nome si uccidono più innocenti di ogni altra ideologia. Si ammazzano bambini per garantire loro la felicità. Così vogliono farci credere. E buona parte dell’umanità inneggia gioosa quando qualcuno viene sgozzato, o fatto saltare in aria. Con bomba o missile che sia.

Se tutto è relativo, se non esiste un dio a garantire un fottuto imperativo morale, se c’è solo il cielo stellato sopra di noi, allora fa dannatamente freddo, e ci si scordi di fiori, peluche, pennarelli. Alla fine è la scimmia più forte, o più astuta, quella che comanda. Quella che detta le sue regole.

Così i giudici sentenziano nel nome del nulla che non vi è più niente di sacro, i giornalisti ne danno la notizia soddisfatti mentre gli uomini di spettacolo gaiamente cantano e i politici rilasciano dichiarazioni.
Tutti confermano che non ci sono più frontiere, tranne quelle con quello stato che presto verrà rimesso al suo posto, e siamo tutti uguali, tutti fratelli, crediamo tutti alle stesse cose mentre ci accoltelliamo e sbraniamo e alla porta qualcuno bussa. Con indosso una maschera di morte.
Ma non è una maschera.

 

Facchini del tempo

Maria Grazia non scrive più. Da qualche tempo non riusciva più a leggere le mail, o i nostri articoli, tantomeno a scrivere. Quando ancora era in grado non mancava mai di commentare le nostre uscite, criticare, intervenire.
Ma il tempo passa. La salute declina. Maria Grazia è tornata a quel Padre a cui tanto voleva bene.

Cosa possiamo dire, cosa possiamo fare noi che restiamo? Il tempo corre veloce, e scorre sopra i nostri computer e su di noi. Le dita esitano sui tasti. Quello che credevamo eterno, quello che pensavamo fosse arrivato per rimanere è già volato via, è già passato, è già la gioventù di un’altra era che non è più.
Che posso dire, che posso fare io? La sostanza delle cose sbiadisce molto più in fretta di quanto pensavo, è un antica fotografia in cui ti riconosci appena. Ma ogni momento nel tempo è legato ad un altro, forma una catena di nodi che unisce il passato e il futuro, un futuro in cui non ci saremo ma che sarà reso più fertile dalle nostre ceneri. Noi ci limitiamo quel futuro a portarlo un poco più in là, faticosamente, quasi schiacciati dal suo peso, lieti e malinconici allo stesso momento.

Io credo che sia questo il nostro senso quaggiù. Dove non c’è niente di eterno, ma dell’eterno siamo fatti, continuamente. Là noi vivremo, in un modo che noi umili facchini del tempo non riusciamo ad immaginare. Solo svanisce chi in quella eternità non confida. Non Maria Grazia. Se saremo altrettanto fedeli, non noi.

Solo

La tragedia dell’uomo moderno non è la solitudine, ma il credersi solo.