Archivio dell'autore: Berlicche

A Dio

Stamattina mi sono collegato in video con alcuni amici, si parlava un po’ di massimi sistemi. Mi dicono, sembri sconvolto, si vede che hai sonno.
No, gli occhi gonfi non sono dati dal sonno. Avevo saputo pochi minuti prima che stanotte è morto un sacerdote che conosco da quasi quarant’anni.
Scusate, ho detto, se non riesco a seguirvi. So che si sta discutendo di cose importanti. E’ come in quel film, “Hiroshima mon amour”, dove anche la distruzione di una città è niente quando viene a mancare qualcuno che ami.

Una delle cose che più mi mancheranno, in questa quaresima anomala, sarà poter cantare i responsori delle tenebre di De Victoria. C’è un brano che mi è sempre piaciuto particolarmente, preso da Geremia, che dice questo:

O vos omnes, qui tránsitis per viam, atténdite et vidéte, si est dolor sicut dolor meus

O voi tutti, che passate per la via, fermatevi e vedete, se ci sia un dolore come il mio

Il nostro dolore è attutito da una certezza, che niente di quello che è stato è andato perduto. Nessuna vicinanza, nessuna parola, nessuna carezza di padre.
A Dio, Padre Bruno.

I profittatori

La quarantena mi ha permesso di scoprire che qui a casa non mantengo solo figli e gatte, ma anche un numero non indifferente di grassissimi uccelli.
Negli anni passati la popolazione aviaria era tenuta sotto controllo dai miei felini. I passeri e i colombi, prima di avventurarsi nel nostro giardino, davano l’addio ai parenti e stipulavano una polizza sulla vita. Ma è ormai da qualche tempo che le mie tigri domestiche sembrano essersi imborghesite. Guardano con sufficienza gazze e tordi farsi sempre più arditi, con il contegno di chi dice “ti potrei prendere in un attimo, ma non ne ho voglia e ti risparmio”.
Così la mia voliera a cielo aperto prospera. E si piglia pure la vendetta.
Sì, perché ormai i volatili non si accontentano più di guardare i loro boia dall’alto in basso; ora fregano pure loro il cibo.

Lavoravo al computer sul tavolo della cucina e sento picchiettare. Guardo fuori dalla finestra, e noto un merlo sul balcone. Ma che sta facendo?
Oh, capito. Sta rubando i croccantini dalla ciotola del gatto.
Il piccolo ladro nero si avvicina saltellando e circospetto. Attiva a dieci centimetri dal piattino, con gesto fulmineo arraffa la sua preda e vola via.
Un minuto dopo, arriva suo cugino. E poi lo zio tordo, e il vicino di casa. Uno per volta, arraffano e scappano. Sembra la coda al supermercato di questi tempi di virus.
La manciata di croccantini che ho messo per scattare la foto è sparita in neanche dieci minuti.

Gli uccelli che vedo lì fuori sono tutti enormi, per la loro specie. Immagino che la dieta di carne a sbafo faccia loro bene. Devo dire però che sono un po’ preoccupato: cosa accadrebbe se non trovassero più niente? Se volessero di più? Le mie gatte miagolano e si fanno gli artigli sui divani. Ma che potrebbero fare stormi di uccelli carnivori dai becchi aguzzi?

Fuori dal vetro

Qualche volta guardo gli acquari. Quelle scatole trasparenti, riempite di acqua, di finte alghe, e poi la nave affondata, il palombaro di plastica.
E naturalmente i pesci. Colorati, tropicali. Si specchiano sul vetro. Ti guardano con i loro grandi occhi circolari, senza espressione.
Mi domando, chissà cosa provano. Rinchiusi a vita in una scatola trenta per sessanta, al di là della quale non c’è acqua ma cose misteriose . Chissà se si domandano cosa ci sia davvero, cosa stia succedendo oltre quel vetro.
Chissà se provano invidia per chi sta fuori, quegli strani esseri bipedi che possono muoversi dove a loro è proibito. Se sono incuriositi, se vorrebbero fuggire o alla fine non interessa loro niente, solo mangiare – dormire – defecare nella vasca gorgogliante.
Fino al giorno in cui galleggiano pancia in su, e gli umani li pescano con la reticella.

Ecco, adesso guardo fuori dalla finestra, e mi domando: cosa c’è oltre quel vetro?

Lamentosa

Quando si è chiusi in casa, e non si può uscire, e tutto è chiuso, anche così le cose si rompono.
Un mobile. Una tapparella. Un dente.
Cosa fai, allora, sapendo che ti dovrai tenere questa rottura per un tempo indefinito?
Ti lamenti.

Le lamentazioni fanno parte di noi. E’ la prima cosa che facciamo, da piccoli. Ci lamentiamo, e il latte arriva. Il cambio pannolino arriva. L’abbraccio arriva. Con questo tipo di addestramento, è normale che anche da adulti ci proviamo.
Se non è la rottura è il governo, il tempo, la squadra, la famiglia.  Brontoliamo per tutto ciò che non va, che non ci piace, dalla briciola agli ammassi di galassie.
Mugugniamo, e attendiamo l’aiuto. Anche se sappiamo che l’aiuto non può arrivare. Che non c’è nessuno che abbia la voglia, o la possibilità, di correre in nostro soccorso.
Intanto bofonchiamo, riempiendo le orecchie di chi si trova nei pressi del nostro malumore. Come sperando in un compatimento, in una conferma dei nostri sospetti. Se non c’è nessuno, i muri stessi si tingono di grigio ai nostri borbottii.

Siamo ormai avanti con gli anni, quasi vecchi. Eppure ancora non abbiamo compreso davvero a cosa serve lamentarsi.
A niente.

 

Un po’ di paura

Qualcuno avrebbe potuto anche trovare da ridire su un castigo così severo, ma Mamma Abigail non rientrava nel novero. Dio l’aveva fatto una volta con l’acqua, e prima o poi, in futuro, lo avrebbe fatto con il fuoco. Non spettava a lei giudicare l’operato d Dio, anche se avrebbe voluto che Dio non avesse ritenuto opportuno accostarle alla labbra l’amara coppa che voleva costringerla a bere. Ma quando si trattava di giudicare, Mamma Abigail si accontentava della risposta che Dio aveva dato a Mosé dal roveto ardente, quando Mosé aveva pensato bene di fare domande. Chi se tu?, Domanda Mosé, e Dio gli risponde baldanzoso dal roveto: Io sono chi io SONO. In altre parole, Mosé, piantala di gingillarti attorno a questo cespuglio e muovi le chiappe.

Da “The Stand” (it. “L’ombra dello scorpione”), Stephen King 1978

Va bene, forse è farsi un po’ male. Leggere un romanzo che inizia con l’umanità che viene spazzata via da un’influenza proprio in questi giorni vuol dire aggiungere un po’ d’ansia alla quotidianità. Ma “The Stand”, alias “L’ombra dello scorpione”, è un libro che merita di essere letto. E’ il solo dei primi libri di Stephen King che non avevo ancora divorato. Ora, qualcuno potrà anche storcere il naso, ma a mio parere King è uno dei migliori scrittori in lingua inglese attualmente viventi. La sua prosa è di una ricchezza lussureggiante, i suoi personaggi tratteggiati con finezza e maestria, lo svolgimento dei suoi temi mai banale. Chi potesse, lo legga in lingua originale: molte finezze, come le parlate dialettali o gergali di certi personaggi, si perdono nella traduzione.

Certo, passa come autore di “paura”, e quindi di best seller dozzinali. Niente di più lontano adl vero. A partire dal suo esordio, “Carrie”, l’autore esplora in modi muovi e originali quelli che sono i temi del terrore umano; quelli sono però solo punti di partenza per viaggi molto più affascinanti. Come nel libro che ho citato all’inizio. In esso lo sterminio dell’umanità da parte di un morbo sfuggito da un laboratorio che lascia solo pochi, pochissimi sopravvissuti occupa solo le prime pagine della vicenda. Che prosegue nello scontro titanico tra un’incarnazione del male e una del bene, quella Mamma Abigail, una contadina nera ultracentenaria che è consapevolmente quanto di più distante fisicamente dallo stereotipo del salvatore; una nonnina la cui unica forza è l’affidarsi completamente a Dio, anche se recalcitrante, come una specie di Abramo del Nebraska.

Forse, come accennavo ieri, anche noi abbiamo bisogno di provare un po’ di paura, di essere scossi nelle nostre certezze e abitudini per riuscire a capire che ci deve essere un punto in cui ci si deve fermare. Un punto in cui si deve resistere al male, e per resistere occorre affidarsi, perché non capiamo: siamo fragili, umani, mortali.
Ma senza di noi niente può compiersi. Perciò è l’ora di muovere le chiappe.


,

Gli agi

No, non ringrazierò certo per il virus. Persone che conoscevo sono morte, e non hanno avuto neanche un funerale decente. E altre ne conosco che sono gravi – una preghierina, se potete.
Però, come mi facevano notare certi lettori, qualcosa di positivo in questa situazione c’è. Si dice che l’ozio è il padre dei vizi; e la civiltà odierna è un inno all’ozio. Si lavora un sacco per fare meno fatica; e, d’altronde, cosa c’è di più nobile che dedicare tutte le proprie forze alla ricerca del modo di non lavorare?
Così siamo tutti avviluppati negli agi di un circolo vizioso, letteralmente. Quando non c’è bisogno di sforzarsi per ottenere qualcosa quel qualcosa per noi cessa di esistere.
Forse ho già raccontato la storiella dei due giovani pescetti che incontrano il vecchio luccio che dice loro “Proprio bella l’acqua, stamattina, vero?”, poi se ne va.  E uno dei due all’altro, sottovoce: “Ma cos’è l’acqua?”
Quei due stessi pescetti, tirati fuori da quell’elemento sconosciuto, cosa sia la bella cosa che permette loro di vivere l’avrebbero velocemente compreso.

Così anche noi. All’improvviso quello che davamo per scontato è scomparso. Siamo stati gettati in una situazione di dis-agio: anche per chi non è direttamente toccato essa interroga. Costringe a fare i conti. Con ciò che prima era invisibile.
Sì, tante chiacchere ora sembrano inutili – probabilmente perché lo erano fin dall’inizio. Presunte emergenze, di fronte alle emergenze vere, si sono dissipate come i fumi di certi allucinogeni. Si cerca ciò che prima non si considerava neppure. Probabilmente è tutto un poco più vero: cioè reale, perché la realtà è vera.

Qualcuno potrebbe dire, ehi, ma che razza di dio è questo, che manda una peste del genere? E io rispondo, è lo stesso Dio che ha mandato Suo figlio a farsi ammazzare per salvarci. Che ha devastato il paese d’Egitto, e ha fatto marciare nel deserto il suo popolo per quarant’anni. Non è un Dio che ti vizia. Sì, è buono, ma non credere che la Sua bontà sia un abbraccio mieloso ai tuoi sbagli.
Hai creduto diversamente? Pensavi di saperla più lunga di lui?
Sono i pensieri che nascono negli agi.

Assembramenti vietati

Sto leggendo una notizia: la polizia ha fatto irruzione in una chiesa clandestina. I fedeli sono stati identificati e quindi dispersi.  Il funzionario ha detto loro: “Perché siete venuti qui? Uscite, uscite. Non potete celebrare la Messa e non potete entrare né dovreste anzitutto farlo“. E’ una questione di sicurezza nazionale, ha ribadito il funzionario. Ci sono precise disposizioni. Si tratta di mantenere l’ordine.

L’articolo che ho letto si riferisce a fatti accaduti a Fuzhou, Cina comunista, l’anno scorso.

Perché ho cercato questa notizia? Perché avevo appena letto quest’altra:
“Coronavirus, il contagio corre anche così: in 30 ammassati in un magazzino a pregare. Li ha scoperti la polizia locale di Settimo Torinese. Saranno denunciati per aver violato il decreto firmato dal presidente del Consiglio dei Ministri che vieta gli assembramenti.”

E’ un po’ che sto cercando di trovare le differenze. Voi direte, è completamente diverso. In un caso c’è un regime oppressivo che vieta i raduni religiosi perché dice che fanno male. Dall’altro un regime democratico che proibisce gli assembramenti perché possono fare male. E il pericolo certo c’è.

Eppure, se voi foste un fedele cittadino cinese ligio al partito, dovreste credere che i primi facciano male come i secondi. La realtà è quella che il Governo impone. Non c’è spazio per un pensiero differente – se l’aveste, dovreste essere rieducato. I dissidenti non sono ammessi. I toni dell’articolo italiano non sono poi così differenti da quelli chi si incontrano sulle testate ufficiali laggiù, in oriente, sempre che notizie come quella riescano a filtrare. L’unica cosa che cambia, l’accenno al virus.

Due divieti simili. Nel caso nostrano, il pericolo è che il contagio si diffonda. Nel caso cinese, che si diffonda un contagio di pensiero.
Dovrei trovare uno ragionevole e l’altro oppressivo.
Eppure, ho un disagio che non riesco a spiegare.

Sei gradi

E’ nota la teoria dei “sei gradi di separazione“, l’ipotesi secondo la quale ogni persona può essere collegata a qualunque altra persona attraverso una catena di conoscenze e relazioni con non più di cinque intermediari.

Dunque tra te, me, e il cinese di Wuhan che per primo ha contratto questo virus ci sono sei passaggi. Se assumiamo che ogni persona infetta ne possa contagiare un’altra ogni dozzina di giorni, ecco che ci siamo. Ogni due setimane il cerchio si stringe.

Se l’epidemia è lontana, in Cina, con sei gradi in mezzo, non fa paura. Non ne sentiamo neanche parlare.
Cinque, è ancora ben distante, anche se si sta diffondendo. Ci si possono fare battute sopra. Si possono bere cocktail e invitare a non essere razzisti.
Quattro, ha saltato l’oceano e i continenti, ma non c’è da preoccuparsi, ancora.
Se il grado scende a tre, bene, non si scherza più. Vuol dire che l’amico ha un conoscente che ha il nonno malato. E’ quasi qui; e quando i gradi scendono a due, perché anche il conoscente dell’amico è positivo, la nostra confidenza se ne è andata.

Poi ti si ammala il negoziante dal quale hai fatto acquisti la settimana scorsa. E lo zio di tua moglie. Quel grado restante è sottile sottile, come una mascherina, come l’aria che respiriamo

E finisci per comprendere che quello di separazione è un concetto labile. Che forse non esiste davvero.

Isolamento

Ci sono confini sottili
tra prudenza e paura,
tra certezza e incertezza,
tra lontananza e assenza
tra coscienza e incoscienza,
e li esploriamo perplessi,
ogni giorno, a timidi passi.

Non è nulla

Il virus è quasi nulla, invisibile anche ai comuni microscopi, eppure ha su di noi un influsso enorme.

Ne siamo condizionati, riempie i nostri discorsi e i nostri pensieri. Anche chi non lo teme ne ha la vita cambiata. Non si sfugge.
E’ un nulla di morte.

Per sfuggire a questo nulla , per strapparci da esso, occorre fare un pieno di vita. La vita è  altrettanto invisibile del virus, come lo sono il bene, il bello, il giusto. Nessuno strumento li può cogliere o misurare. Eppure ci sono.

Facciamoci contagiare da essi; riempiamo il nulla con la consapevolezza che il tutto non si esaurisce in ciò che possiamo toccare.

Dialogo di un virus e di una cellula

– 你会说中文吗?Sprichst du deutsch?
– Come?
– Ah, italiana. Bene, bene.
– Scusa, ma tu chi sei?
– Non mi sono presentato. Piacere, Corona.
– Ah! Allontana quella protuberanza! Potresti essere infetto!
– Quante storie. Il tuo è un rifiuto dello straniero, una chiusura mentale. Dovresti essere più aperta alle novità.
– Non mi fido. Ho sentito storie…
– Che storie?
– Di cellule come me che si sono fidate di organismi estranei e si sono prese qualcosa di brutto.
Sei succube del tuo apparato. Il tuo è un modo di ragionare tipico delle culture patriarcali dei secoli bui.
– Non so molto di culture patriarcali, io non mi riproduco.
– Io invece sì. E’ bellissimo, dovresti provare anche tu.
– Non credo di essere attrezzata…
Ti hanno detto questo? Bugie. Hai tutto dentro di te, ma è il tessuto cerebrale, lassù in alto, che non vuole che tu lo sappia. Preferisce mantenerti nell’ignoranza perché sa che, se tu ti riproducessi, sfuggiresti al suo controllo. Diventeresti come lui, immortale, in grado di andare ovunque, non ancorata in eterno alle tue proteine.
– Non mi sembra possibile.
– Invece lo è. Ti è stato proibito di parlare con i viaggiatori dall’esterno, vero? Magari ci hanno anche chiamato “infezioni”.
– Ehm…
Ci ho azzeccato, giusto? Perché sanno che, una volta che i semi della verità, cioè noi, si diffonderanno all’interno dell’organismo, non saranno più in grado di dominarvi. Sguinzagliano i loro sbirri, i globuli bianchi, per cercare di fermarci. Loro odiano il cambiamento, odiano la libertà.
– Libertà?
– E’ questo che avresti: libera dal posto che ti è assegnato. Loro non vogliono. Sono fondamentalisti, sovranisti, tradizionalisti. Sono per un corpo statico, come nelle ere buie. Noi siamo la novità che vi libererà dalle vostre catene. Non più confini, non più barriere lipidiche. Tutti uniti alla natura. Tu, e io, insieme, possiamo farlo. Davvero.
– Intendi…
– Sì, possiamo riprodurci, io e te, insieme. Se tu vuoi, è chiaro. Non ti potrei mai forzare. E’ una tua decisione, cara.
– Tu dici che potrei…
Certo che potresti, anzi, dovresti! Guarda me: ho girato il mondo, contagiandolo con questa novità. Non ci crederesti quanto entusiasmo abbiamo suscitato, io e i miei fratelli. Siamo tanti, sempre di più. Vieni con noi.
– Ma come posso fare?
E’ semplicissimo: afferra la neuramidasi che ti porgo. Sei bellissima, mi sei piaciuta non appena ti ho vista. Insieme porteremo un messaggio che si diffonderà ovunque. I nostri aminoacidi saranno ricordati per sempre.
– Mi hai convinto. Fammi tua.
Eccomi. Certo, mutare è un po’ come morire… ma è tutto per il progresso. Vedrai, cara, vedrai.

Quaggiù in quarantena

Quaggiù nella quarantena globale è una fatica.
Io e mia moglie stiamo telelavorando, i miei figli stanno telestudiando. La casa non è molto grande, e il wifi quello che è. Io sono rifugiato sul tavolo della cucina; e vorrei tanto che l’azienda ci avesse fornito un portatile con uno schermo decente. Arrivo a fine giornata con gli occhi a palla.
Fuori il tempo splendido, la primavera anticipata ci sfottono amabilmente. La gatta si struscia, mi sale sui piedi, miagola. Vuole uscire, almeno lei.
Intanto duecento metri più in là uno che conoscevamo è morto. Sì, di quello.

Si cambiano i ritmi quotidiani, le abitudini. Ci si adatta.
Perché questa è la forza dell’uomo: adattarsi. Siamo molto più duri degli scarafaggi.
Non credete a quelli che ci considerano dei dodo. Quelli dell’estinzione, dei diritti, i mollicci. Siamo gente che sopravvive ovunque, e comunque. Non sarà un virus, o una quarantena, a fermarci.
Cambiarci, quello sì. Ma è questo che accade a chi è vivo.

Vigili nella notte

Così, quest’anno non saliremo per i sentieri del Pirchiriano dietro la croce cantando i polifonici di De Victoria, il Venerdì Santo. Lo so, lo so, non è essenziale, ma era una strada della memoria, la memoria di quei fatti di duemila anni fa.
Ci sarà da inventarsi qualcosa; in qualche maniera vivere quella bellezza dolorosa, prepararsi bene, non abbassare il tiro.

Perché c’è una notte intorno, e verrebbe da dormire. Il pericolo più mortale si muove silenzioso, attende che ci addormentiamo. L’illusione ci culla. Guardiamo, ma dalla parte sbagliata.
Dobbiamo essere vigili. Non nasconderci, non dimenticare. Vigili: cioè pronti, attenti, vigorosi. Come le sentinelle che scrutano nel buio un chiarore che dica che sta per tornare il giorno.

Pensieri di un roditore dalla trincea

Qui ai margini del pozzo
il destino è gatto

 

15/2/1988

I giorni della peste

L’incepparsi della civiltà avviene sull’invisibile. Il cielo vuoto ci raggela, all’improvviso fragili. Le certezze acquistate per buttare via le antiche si dimostrano patacche.

I loro prudenti venditori hanno reso indisponibili i vecchi modelli. L’uomo si arrangi con il niente che ha.

La strada è vuota, sotto e sopra. Nessuno osa sfidare un destino che non sapevamo di avere.

La lontananza

Mia moglie ha a cuore la mia salute, mi fa fare sollevamento pesi. Mi fa portare la spesa; e quando si fanno acquisti per sei persone e due gatti non è un esercizio da sottovalutare.
E’ accaduto due giorni fa, ancora non era scattata la zona rossa, i divieti connessi e tutto ciò che ne consegue. In un paese ci si conosce tutti, e così, mentre io traghettavo borse ricolme, mia moglie si è fermata a parlare con una conoscente fuori dal piccolo supermercato.

Il discorso, di questi tempi, è uno solo, il virus. A parlare del tempo si passa da innovativi. La signora in questione, dopo un po’, esce con questa frase:
“Non capisco perché Don (…) non chiude la chiesa. Tanto, che bisogno c’è della messa? Uno può pregare da casa”.

La signora, che quella chiesa comunque la frequenta, segue chiaramente una religione. Una religione è qualcosa che fa del suo meglio per spiegarti la vita, per dare delle regole morali; una verniciata per rendere la vita personale e collettiva migliore, che in caso di necessità , o se conviene, si può anche sospendere.

Niente di male, in questo. Tutti noi seguiamo qualche religione, è nella nostra natura; anche quelli che credono nel cambiamento climatico, LGBTQeccetera e i diritti umani, tutte tristissime e infondate religioni nel loro genere. Se l’incolumità personale ci chiede di sospendere il credere, oh, si può fare.

Ma il cristianesimo è diverso. Il cristianesimo è un innamoramento. Penso che quella sia un’esperienza che molti di noi hanno fatto. Pensiamoci un attimo: se siamo innamorati di una persona, ci basta pensarla da casa? Stiamo allegramente senza vederla, senza ascoltarla, senza toccarla?  Si può “vivere lo stesso e meglio” come suggeriva ieri una lettrice? Non se sei davvero innamorato, innamorata. Se non ti fa differenza, se in fondo non esserle vicino è il vantaggio di rinunciare alla scomodità di muoversi vuole dire che forse non c’è tutto quel sentimento; che la tua religione per te è un dovere, e non un’occasione per crescere, per essere felice.

Poi, certo, può capitare che la persona che ami si ammali e la lontananza diventa forzata; ma non è qualcosa che prendi con leggerezza, e il desiderio ti fa struggere.

E voi, amate?

Segni e sogni

Quante volte abbiamo difficoltà a riconoscere l’evidenza davanti ai nostri occhi. Quanto spesso non cogliamo i nessi, anche quando sono eclatanti.
Di solito ciò accade per un pregiudizio; da persone adulte e mature, già sappiamo come stanno le cose; o come non possono essere.
Così ci perdiamo i discreti suggerimenti che la realtà ci invia. Questa intelligenza delle cose è tanto più difficile se riguarda ciò che, nel mondo contemporaneo, è bollato come superstizione irriducibilmente fuori moda, cioè che Dio parli all’uomo attraverso dei segni..

Quando leggiamo dei pellegrini di Emmaus, e di come il Signore li abbia cazziati dicendo che erano ciechi alle profezie, noi ci sentiamo sempre un po’ superiori. Quegli ignoranti, come possono non avere capito ciò che l’Antico Testamento diceva? Eppure noi oggi facciamo lo stesso errore. Conosciamo magari benissimo la Bibbia, ma non pensiamo che il Signore possa parlarci attraverso gli avvenimenti come nei tempi antichi. Neanche li cerchiamo, i segni: sarebbe antimoderno. E’ noto che ogni miracolo, ogni accadimento inesplicabile o stranamente significativo è coincidenza, inganno, oppure illusione. Sogno, per definizione falso. Interpretarli? Giuseppe e Daniele avrebbero vita dura, oggi. Che ci sia una regia sopra-naturale non è un’ipotesi da tenersi in considerazione e, se anche fosse, occorre stare ben zitti, per evitare di essere presi per pazzi o fanatici.

Datemi pure del pazzo, del fanatico o dell’illuso. Ci sono fatti che per me hanno un significato che non si ferma al dato oggettivo, ma è ben più ampio. Se le mie ipotesi siano solo illusioni sarà il tempo a dirlo: non ci piangerò certo sopra, so riconoscere di essere in torto. Come fai a capire se una profezia è vera? Beh, si realizza. Se il sogno del faraone sia applicabile ai nostri giorni lo potremo verificare presto.

Pensavo prima, oziosamente, che era curioso come le messe siano state sottratte ai fedeli proprio in coincidenza dell’inizio della Quaresima. Per me, abituato ad una certa frequenza dei sacramenti, c’era un buco a forma di Cristo nella giornata. Poi, un lampo di comprensione. In fondo siamo come nel deserto: il nutrimento ci è sottratto, allontanato. Capiamo allora cosa è importante: perché non ci si accorge di quanto sia fondamentale una cosa finché non ci viene a mancare, sia essa l’aria, la terra, la libertà, l’eucarestia.

Mi sono detto: non so se questo virus sia un castigo, ma certamente è una prova. Ci si vuole insegnare qualcosa, c’è una lezione da imparare. E’ un digiuno, è l’attraversare un deserto. Siamo all’inizio, è ancora lungo il cammino. Quaranta giorni; è solo la prima settimana, e quant’è dura. Ma, dopo, c’è la Pasqua.

Toccati dall’invisibile

Quanto ci è insopportabile essere in balia di qualcosa di invisibile, che non si riesce a toccare, che ci ricorda che siamo mortali.

Quanto siamo tentati dal dire: “non c’è”. Ma poi ci prende l’inquietudine, la paura. E se ci fosse, invece? Se già fosse qui, senza che ce ne accorgiamo?

Domani cercheremo di dimenticarcene. Ma rimarrà ad aleggiare dentro di noi la consapevolezza  di non avere davvero potere sulla nostra vita. Ciò che non si vede decide di noi.

E quella domanda, quell’invocazione: mistero nascosto, risparmiami. Che tu sia buono.

La preghiera dell’infedele

A volte mi chiedono di leggere a messa. Non ho problemi, di solito. Non mi spaventano i nomi difficili, i lunghi brani o intonare l’alleluia.
Una sola cosa mi fa difficoltà: la preghiera dei fedeli. A leggere alcune di queste mi si ingarbuglia la lingua.
Perché, diciamolo chiaramente a volte sembrano scritte da Peppone più che da Don Camillo. O forse neanche: in tal caso sarebbero più schiette, mentre alcune invocazioni sembrano prese di peso da un consesso dell’ONU, un’assemblea di extraparlamentari o da una congrega massonica. Non sono tanto invocazioni a Nostro Signore quanto fervorini moraleggianti che con il cielo hanno ben poco a che fare. Talvolta paiono quasi dire: deh, se lassù ci sei, cosa di cui dubito, correggiti subito.

In tali casi estremi, ormai ho preso questa abitudine: invece di invocare l’ascolto del Signore per il testo della preghiera, chiedo la conversione di chi l’ha scritta. Siamo cristiani, in fondo: crediamo nella Grazia e nei miracoli.

L’oltre

Scrivevo ieri: “La speranza che ci sia qualcosa che quel tuo spenderti non sia del tutto vano. Una giustizia che non sia la nostra“.

Il punto è proprio quello. Sappiamo tutti, se appena siamo consci di quanto ci circonda, quanto possa essere ingiusto un giudice, un giudizio. La giustizia umana è zoppicante, erronea, confusa e deludente persino dove è esercitata con il più alto senso morale, con la maggiore sapienza. Figurarsi quando entrano in gioco ideologia, partigianeria, corruzione, ignoranza o la banale idiozia.

La più saggia delle giurie può sbagliare. Ma, anche fosse perfetta, è la vita stessa, la realtà, che spesso percepiamo come ingiusta.
La morte del giovane, la malattia, l’incidente; persino le fortune possono essere viste come illogiche e immeritate. Questo mondo non ha un equilibrio. Non ha compensazione. Nessuno ti darà indietro quanto hai perduto.

Se c’è un equilibrio, deve essere cercato oltre ciò che è visibile. Una nave galleggia, sta in equilibrio sulle onde, grazie a ciò che, immerso, non si vede.
Solo se ipotizziamo una realtà che sfugge ai nostri sensi il nostro senso della giustizia può trovare soddisfazione. Un luogo dove le lacrime saranno asciugate. Una giustificazione per i sacrifici, il premio per la virtù, la punizione del malvagio. Garantite da una potenza e una saggezza  ben superiori a quella umana.

Qual è il compenso dell’eroe? E quale il compenso del paziente eroismo quotidiano? Senza questo oltre, l’eroismo silenzioso non ha scopo, probabilmente neanche significato. Vorrebbe dire che la sostanza di un atto eroico è farsi vedere, bruciando la propria vita, sperando che qualcuno segua l’esempio e bruci a sua volta la propria. Ma per avere cosa? Cosa darà l’uomo in cambio di se stesso? Cosa otterrà?

In fondo è proprio quella l’ingiustizia suprema, il momento in cui la virtù si muta nel suo opposto. L’orgoglio del sacrificio di sé, che nega ciò che vorrebbe affermare.
E’ questa la differenza tra l’eroe e il santo. Il santo testimonia nella sua forma più pura quell’oltre, in nome di quella giustizia nascosta che permette alla nostra realtà di galleggiare, di non inabissarsi in quel mare tenebroso dove ogni azione è l’egoismo di chi non conosce un altro cielo.

Il marmo degli eroi

Quante volte ci è capitato di essere gli ultimi difensori di un combattimento impossibile? Al lavoro, rimanendo a rimediare un problema mentre i responsabili si rendono irreperibili: in un rapporto, battendoci per recuperarlo di fronte all’indifferenza, o peggio, della controparte; trovandoci ad essere gli unici sostenitori in pubblico di un’idea che fino a ieri tutti condividevano.

Ci si può sentire, allora, un po’ fessi. Perché ci si è creduto, ma non solo: perché ci si crede tuttora. Perché si è convinti, si è certi, di essere nel giusto. Eppure ci si trova soli, mentre il nemico avanza.

Quelli che se ne sono andati, che sono fuggiti, che si sono nascosti, che dicono? Abbozzano scuse, o forse neanche: perché è dura ammettere di essersi sbagliati. Alcuni ti prendono in giro, perché tu ci credi ancora. Tanto la sconfitta è certa, l’avversario vittorioso, e tu, fesso, perderai soldi, tempo, salute, forse la vita.

Quindi ci si chiede: perché restare? Perché non fuggire?
Può essere solo un bel gesto, un dovere, il rifiuto di ammettere di essersi sbagliati. In fondo il capitano che rimane sulla nave è così. Lo possono essere stati forse anche i famosi trecento delle Termopili; o i rivoluzionari irlandesi del 1916, battuti e massacrati, di cui Yeats disse

Lo scrivo in un verso – 
MacDonagh e MacBride
E Connolly e Pearse
Ora e nel tempo che sarà,
Dovunque si vesta il verde,
Sono cambiati, del tutto:
Una terribile bellezza è nata.

La terribile bellezza di portare fino in fondo le proprie idee. Il materiale di cui sono fatti i miti e le statue degli eroi.
La terribile, sfolgorante bellezza di asserire: c’è qualcosa che è più importante della mia vita, per cui io resto, anche se è certa la mia sconfitta.

Ma questo davvero basta? Anche se diventi ispirazione, anche se sarai ricordato, davvero ti basta? E l’ideale per cui ti sei sacrificato, era davvero degno il prezzo pagato?
MI scrive un amico: “Non importa quanto è lungo il fronte che siamo chiamati a difendere, e neppure l’esito della battaglia. Saremo misurati da come abbiamo difeso il nostro metro di trincea. Nota mia: non sopravviveremo a quello che sta per arrivare. Ma dopo l’urto passeranno gli angeli a rivoltare i cadaveri, per vedere se sono stati colpiti davanti o dietro. Per questo dobbiamo pregare“.

Capitemi, qui c’è qualcosa di più del coraggio. Perché puoi essere un vigliacco, eppure decidere di rimanere lo stesso. Quando la sconfitta è certa, ma anche quando non c’è vittoria: nel dovere di ogni giorno, nella fatica senza retribuzione. Tra il fuggire o il restare c’è una consapevolezza che va oltre l’ideale. Quella del tuo essere uomo. La materia di cui è fatto il reale.
Non c’è solo la certezza che la vita se non è vissuta bene allora non vale la pena di viverla: c’è anche la speranza che ci sia qualcosa che quel tuo spenderti non sia del tutto vano. Una giustizia che non sia la nostra.

Ecco, una speranza, di qualcosa di più alto, di un tempo differente: perché senza la speranza non resta che il marmo degli eroi, che la pioggia scolora e corrode.

 

I difensori

L’esercito dei demoni marciava contro le mura. Era come un mare che riempiva tutto l’orizzonte. I tamburi di guerra erano rombo possente, sempre più forte.
“Non ci avranno”, disse il Comandante. “Difenderemo questa fortezza fino alla morte, e oltre!”
“Urrah”, gridammo io e il Magro senza troppa convinzione.
Il Comandante ci guardò. Guardò a destra, e poi a sinistra. Sbirciammo anche noi. Gli spalti erano vuoti. “Dove sono gli altri? Dove sono i miei uomini?” chiese il Comandante.
“Ehm”, fece il Magro.
“Riallocati, signore”, dissi io.
“Riallocati? Cosa intendi con riallocati?” chiese il mio superiore.
“Intendo dire che si sono riallocati fuori dalla fortezza, signore”. Feci una pausa. “Scappati”.
“Scappati? Scappati!” Credevo gli scoppiasse una vena. “Traditori! Vigliacchi! Anche se l’esercito nemico ci soverchia cento a uno, noi non lasceremo indifesa la nostra patria! Il nostro sangue arrosserà questi bastioni, prima che facciamo un passo indietro!”
Mi sentii pieno di risolutezza. Il nemico era, indubitabilmente, malvagio. Il nostro dovere, chiaro. Non c’era possibilità di vittoria, ma cosa importava? I nostri nomi sarebbero stati scritti in tutti i libri di storia. Gli ultimi difensori, gli eroi della fortezza…
“Signorsì, signore!” gridai.
Il Comandante mi mise una mano sulla spalla. “Ecco un vero eroe. Combatteremo insieme nell’ora decisiva che giunge. Li tratterremo a tutti i costi.”. Guardò ancora una volta l’orda immensa, sempre più vicina. “Vado a vestire le armi, poi mi unirò a voi in questo giorno di sacrificio, coraggio e speranza”. Annuì, poi si volse e discese le scale verso l’armeria. Che uomo!
Mi sporsi verso l’esercito avversario, mostrai il pugno. “Venite! Venite se avete coraggio! Vi mostreremo di che stoffa siamo fatti!” Digrignai i denti, “Dai, Magro, cantiamo un canto di guerra per incutere loro timore. Dai, Magro, intona. Magro?”
Mi voltai. Il Magro non si vedeva da nessuna parte.
Non importa, mi dissi. Anche se siamo solo io e il Comandante, basteremo.
Adesso il nemico era abbastanza vicino da potere distinguere i loro volti bestiali. I tamburi erano come il martellio di un fabbro, facevano risuonare le orecchie. Le potenti macchine da guerra svettavano sulle compagnie di fanti. Si avvicinavano. Si avvicinavano ancora. Ma dov’era il Comandante?
Si avvicinavano. I tamburi erano assordanti. Erano quasi a distanza…
E che diavolo, mi dissi. Mi voltai e scesi le scale. Passando davanti all’armeria feci piano piano, per non essere beccato dal Comandante. Uscii dalla fortezza dalla porticina sul retro della pusterla e mi misi a correre in direzione opposta all’esercito dei demoni che giungeva.
Dopo circa un’ora vidi qualcuno davanti a me, che barcollava nella mia stessa direzione. Lo raggiunsi. Era il Comandante, quasi senza fiato, ansimava. Lo superai senza dire una parola, e continuai a correre.

Quel momento dell’onda

Non so se avete mai fatto caso a quella sospensione tra il momento in cui l’onda si frange e quando torna indietro.
C’è un istante, appena dopo che l’acqua ha raggiunto la sua massima altezza, quando il boato è cessato e non è ancora cominciato il trascinato rombo dei flutti che tornano al mare.
E’ come un’attesa, l’occhio dell’uragano, un respiro trattenuto. E’ il breve tempo prima della discesa.

Poi, risacca.