Archivio dell'autore: Berlicche

Amore programmato

Prendo spunto ancora dal film “Blade Runner 2049” (seguono lievi spoiler, non vi rovinate a leggerli).

Come accennavo, questo sequel in qualche modo depotenzia le profonde domande religiose e filosofiche del suo predecessore. Il punto che sembra esplorare di più è quello dell’amore, del suo rapporto con la predestinazione e con il libero arbitrio.

Una delle protagoniste, Joi, è un programma, un’intelligenza artificiale che è una specie di tamagotchi in apparenza umana. Rappresenta la compagna perfetta: bella, disponibile, si materializza olograficamente con i vestiti adeguati all’umore del suo possessore, o senza di essi. Innamorata.
Ecco, innamorata. Amore, o simulazione di amore? E’ una intelligenza dotata di libero arbitrio, o è solo codice che si esprime in parole e atti adatti alla situazione?
Se la persona fosse reale il modo in cui agisce li definiremmo atti d’amore. Ma, dato che è un programma venduto in milioni di copie, cosa possiamo dire degli stessi atti e parole? Aggiungo io: in ogni caso pronunciati da un’attrice secondo un copione, quindi finzione.

Joi, ammesso che sia considerabile come un’entità, è predestinata ad innamorarsi del suo padrone, non può fare diversamente. O no?

Nel film è suggerito che forse anche Rachel – Sean Young, la protagonista del primo film, fosse stata programmata per innamorarsi di Deckard – Harrison Ford (e viceversa?). Se un programma è “incarnato” dentro un corpo, artificiale che sia, è differente da quando ha come interfaccia un ologramma? E noi umani, in che modo siamo differenti? Siamo forse anche noi predestinati ad amare? Che relazione c’è tra una predisposizione e il destino?

Il libero arbitrio comporta questo: che si può rifiutare ciò a cui siamo predestinati. In altre parole: ci si può rifiutare di amare. O si può amare qualcosa d’altro, qualcun altro. Errore, o possibilità?

Sorge una domanda: la felicità può risiedere nel rifiutare quell’amore che coincide con il nostro destino?
La sola risposta possibile è che dipende da chi ha predisposto, per così dire, quell’amore. Se si tratti di un essere onnisciente che ama le sue creature o di un imperfetto programmatore umano, che le considera un prodotto.
Possiamo scegliere di non essere ciò che dobbiamo essere. Ma ogni cosa ha una conseguenza: accadrà ciò che non avrebbe dovuto essere.

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Le storie di San Randazio: il troll di Burgerio

Si narra che i viaggiatori che transitavano per il ponte di Burgerio fossero afflitti da un singolare personaggio. Era costui un ometto dalla pelle grigia e bitorzoluto, con un gran naso, Qualcuno diceva fosse una creatura demoniaca, o uno di quegli spiriti naturali che si odono nelle fiabe, qualcun altro che fosse solamente un folle solitario che si divertiva a tormentare la gente. Fatto sta che coloro che transitavano per il luogo erano apostrofati da detto individuo con epiteti scurrili e ripetute bestemmie. Il profluvio di parole malvagie era insopportabile, e financo i meno sensibili fuggivano dal molesto essere. Costui era particolarmente pernicioso nei confronti de’ religiosi, che derideva sostenendo che quanto loro credevano non fosse altro che un mucchio di bugie che presto sarebbe cessato.
Il tormentatore non si chetava facilmente; si teneva sugli alberi e sulle rocce, e se uno faceva tanto di inseguirlo svaniva per ricomparire più in là. Sebbene molti si fossero mossi per acchiapparlo, nessuno v’era riuscito ancora a motivo della sua agilità e della sua conoscenza dei luoghi che impervi erano assai.
L’unica maniera di farlo smettere era ignorarlo, come se non esistesse; allora dopo un poco di solito si seccava e desisteva. Ma se lo si affrontava con le parole, era capace di seguitare per ore colmando le orecchie di ragionamenti assurdi e senza capo né coda, come nutrendosi dell’ira altrui.

Gli abitanti del contado si risolsero alfine a rivolgersi al monaco Randazio, che aveva fama di santità. Randazio accettò di buon grado di confrontarsi con la creatura. Appena giunse al ponte, l’ometto grigio saltò fuori. Aveva un lungo crine sporco e vestiva di pelli; e si mise subito ad irridere Randazio. Sosteneva costì che gran spreco era vestire l’abito di frate, che tutto sarebbe terminato con la morte e quindi tanto valeva spassarsela e godersela. Lo monaco stette un poco a sentirlo, senza dar segno di accusare il colpo. Al che l’ometto, con aria furbastra, disse: “Eh! Ben ti seccano le mie proposizioni, che non favelli!”

Al che Randazio replicò con una gran risata. “Ometto, tu non m’infastidisci punto. Se tu hai ragione, e siamo solo cibo per li vermi, tu sei nulla, per me almeno. E come può il nulla infastidire? Ma se ho ragione io e un Signore esiste, tu mi fai solo una gran pena, perché irridi ciò che non conosci. Vedi bene”, proseguì il santo monaco, “in un caso o nell’altro tu non sei punto fastidioso, perché se’ niente. Mentre se tu volessi cambiare e riconoscere lo Signore tuo, allora saresti un fratello, e tutto.”

L’ometto tacque, quindi in silenzio disparve e più non si sentì di lui. Nessuno sa se andò altrove a seccare la gente o seguì il consiglio di Randazio e scelse vita migliore.

 

Ciò che è morto

C’era un grande albero, davanti a casa mia. Sovrastava la casa, e con le radici sollevava l’acciottolato e devastava i tubi sotterranei. Era una meraviglia, ma pericolosa. E’ stato quindi deciso di abbatterlo.
Anche se era probabilmente necessario, è stato un dolore vedere un tale albero morire.

Un artista del legno ne ha lavorato il ceppo ancora infisso nel terreno. Ne è uscita una strana scultura sui generis.
Bella a vedersi, sicuro. Ma un’opera del genere richiede manutenzione continua.
Ci sono gli agenti atmosferici, sole e pioggia, freddo e caldo. Ci sono i tarli. C’è l’umidità. I funghi, le muffe… Ciò che è morto si dissolve. Anche se lo vernicio due volte all’anno, uso i prodotti antitarlo e i veleni antifungo, piano piano, un pezzettino per volta, il legno cadrà via, marcirà, fino a quando sarà così compromesso che sarà inutile di cercare di salvarlo.
Ciò che non vive non sopravvive.

La vita, per definizione, reagisce. Risponde agli attacchi, cresce, si fortifica. Quello che è morto deve essere difeso, ma è una battaglia persa in partenza. È un prolungare nel tempo l’inevitabile.
I tarli scaveranno le loro gallerie, i funghi corroderanno e faranno marcire, le fessure si allargheranno per ospitare altri distruttori. Il legno diventerà fungo, diventerà tarlo, e poi più niente.
L’illusione di vita finirà.
Quanto vivo è il nostro albero?

Dov’è la tua vittoria

“Noi siamo per la vita, voi siete per la morte”, disse.

L’altro sbuffò. “Allora questo vuol dire che alla fine vinceremo noi”.

Il primo sorrise. “E’ tutto qui ciò in cui credo: che, malgrado le apparenze e quello che tu possa pensare, la vittoria è già nostra.”

Capolavori e no

Ci sono certi film che nascono come un miracolo. Attori e regista in stato di grazia, un copione ispirato, musiche, fotografia fuori dal comune… un esempio classico è “Casablanca”, che doveva essere un filmetto di propaganda e non si smetterebbe mai di rivederlo.
Un altro esempio è senz’altro “Blade runner”, l’originale. Nato noir, scuritosi ulteriormente nel corso del tempo con i vari director’s cut, non è qualcosa che lasci indifferenti. La pellicola ha trama e interpreti e ritmo così perfetti che era mia intenzione non vederne il seguito, “Blade Runner 2049”, ora nelle sale. Non amo dare spettacolo di me stesso, e sapevo che se mi avessero rovinato l’originale con qualche boiata mi sarei messo a gridare nel mezzo della sala. Come si fa ad aggiungere qualcosa alla perfezione?

Per una serie di circostanze, invece, ci sono andato (l’alternativa era guardare pellicole inguardabili).
Cominciamo con le cose positive: non mi sono messo ad urlare.
Sebbene il film si basi su una trovata abbastanza scontata, un messianismo che ricorda tanto “Matrix”, “Terminator” o “il pianeta delle scimmie”, non lo fa pesare più di tanto. Anzi, lodi a chi ha redatto lo script per essersi riuscito a barcamenare su tutte le interpretazioni del suo prequel, compresa la versione originale con la voce narrante. Con interessanti e inattesi soprassalti di originalità.
La fotografia e la scenografia sono splendidi, gli interpreti sono tutti molto bravi. Rimane la regia.
Il Blade Runner originale era quasi impressionista: bastava una sequenza di pochi secondi per fare immaginare un mondo. Il regista Villeneuve qui sembra rotolarsi nelle atmosfere, insistere su dialoghi quasi leziosi – in un noir non è un bel segno – in definitiva si sbrodola un po’ addosso. Se invece delle due ore e mezza attuali fosse durato le canoniche due probabilmente ci avremmo guadagnato tutti.
E poi c’è l’aspetto religioso.

Il senso religioso è ciò che tocca le domande intime dell’uomo. Chi siamo, dove andiamo, perché esistiamo. Cosa ci rende uomini. Il primo film ne era intriso, è proprio quello che lo innalzava a livello di capolavoro. “Ho visto cose che voi umani…” Non si comprende bene neanche nell’originale, a meno che uno non abbia letto il libro da cui è in parte tratto, ma ciò che distingue il replicante prodotto in serie dall’umano è l’empatia rispetto agli altri esseri, la compassione. Le domande che i cacciatori di androidi pongono ai possibili replicanti per identificarli sono tese a questo: se non possiedi emozioni reali davanti alla sofferenza dei viventi vuol dire che non hai un’anima. Sei un essere artificiale, automa crudele perché non comprendi cosa sia soffrire. La conclusione del film del 1982 suggerisce che apprenderlo è un salto che si può compiere. Se cerchi, se invochi un Padre non terreno, quello ti risponderà.

Quel profondo aspetto simbolico nel sequel viene a mancare quasi del tutto. Questa ricerca dell’anima passa in secondo piano, in brevi accenni fugaci. Si scende di un livello verso terra. Ed è questo, temo, che alla fine rende il pur bel film meno interessante, godibile e sì, ricordabile del suo predecessore. Gli androidi sognano le pecore elettriche, ovvero esseri che facciano loro compagnia? La risposta è evidentemente affermativa, cercano anche più di quelle pecore di cui resta solo un origami. In una certa maniera, avremmo preferito diversamente.

Ad maiorem Dei gloriam

Quanto tempo perso, quanta gioia persa ad inseguire ciò che so non essere.

Signore, aiutami a vedere ciò che dovrei vedere, fare ciò che dovrei fare.

Le storie di San Randazio: il regalo

Poldino, il giovane novizio, era distratto e pensieroso. Era già la terza volta che bagnava le stesse pianticelle nell’orto del convento. Fra’ Randazio smise di potare e gli si accostò alle spalle, silenzioso nonostante la rispettabile mole.
“Fratello, quella povera insalata sta annegando…”
Poldino si riscosse con un sussulto. “Io…ecco…”
“…stavi pensando ad altro.” Completò per lui Randazio. “E si può sapere a cosa stavi pensando, per distrarti così dal tuo compito?”
Poldino arrossì. “Parla liberamente”, lo incoraggiò Il monaco più anziano.
Poldino prese fiato. “Mi stavo domandando come mai Nostro Signore non esaudisce i nostri desideri. Io domando, prego, e sono cose buone…ma sembra che Iddio non mi ascolti.”
Randazio considerò gravemente le parole del giovane. “Fratello, non voglio risponderti subito. E’ una domanda profonda, ma per comprendere la risposta non basta ascoltarla. Te la darò domani. Oh, mi pare di ricordare che sia anche il tuo compleanno, giusto?”
“Sì, è vero”, rispose il fraticello, contento che il suo superiore non avesse riso del suo dubbio o, peggio, l’avesse punito per questo. “Ma domani non sono qui all’orto. Deve seguire i bambini dell’orfanotrofio.”
“Tanto meglio. Domani verrò con te.”

Attaccato al convento c’era una casa che i frati avevano adibito ad orfanotrofio per i tanti bambini del paese rimasti soli a seguito della guerra. Ve ne erano una trentina; e tutti erano affezionati a Poldino, anche lui orfano e poco più grande di loro.
L’indomani il novizio si vide arrivare Fra’ Randazio con un ragazzino. “Fra’ Poldino, ho detto a questo scalmanato che oggi era il tuo compleanno, e si è messo in testa di farti un regalo. Codesto figliolo voleva attrezzarsi a tale scopo, e siccome tu sei per oggi il suo custode e maestro te l’ho portato, così che tu possa ascoltare le sue richieste”.

Si fece avanti Nino, un soldo di cacio alto un braccio e un palmo. “Frà Poldino, mi dovete dare quella mannaia che è in cucina”, domandò con voce ferma.
“La mannaia? Ma cosa ne vuoi fare?”
“Prenderò le galline e ne farò un  spezzatino” disse il bambino. “Vi piace, no?”
Poldino si passò le mani sulla fronte. “Ascolta, caro Nino: quella mannaia è affilatissima e grande quasi quanto te.  Se tu provassi ad usarla ti affetteresti da solo. Le galline, poi, servono per le uova: meglio lasciarle stare.”
“Oh”, fece il ragazzino deluso. Ristette per un attimo, poi si rischiarò in viso. “Lo so io cosa posso fare! Ti prego, prendimi un ramo con del fuoco dal camino.”
Poldino si stupì. “Fuoco? E cosa mai te ne farai del fuoco?”
“Voglio bruciare le erbacce dall’orto, per alleviarti il peso di mantenerlo!” Esclamò gioioso il ragazzino.
Poldino rabbrividì. “Nino, il fuoco è pericoloso. Ti bruceresti. E poi è tutto secco, non piove da settimane. Finiresti per incendiare il convento. Meglio di no.”
Nino si grattò la testa.”Ah, lo so, allora: se mi darete un po’ dei soldi che avete raccolto con la questua, correrò in paese a comprarvi dei biscotti!”
Poldino rise. “I soldi della questua non sono miei da darne via. E poi i biscotti mi piacciono poco. Finiresti per mangiarli tutto tu.” Guardò sospettoso il ragazzino. “O forse questo è quello che speravi di ottenere?”
Nino abbassò la testa.
Intervanne Randazio: “Dimmi, fratello, perché hai respinto le preghiere che questo bambino ti rivolgeva? Sei forse cattivo, o mancante?”
“Gli ho negato quanto domandava perché sarebbe stato un male per lui avere quelle cose. Pur avendo intenzioni rette, o quasi, non sapeva quanto chiedeva”, rispose Poldino. “L’ho fatto perché gli voglio bene”.
“Allora ora comprenderai come si deve sentire Iddio quando Gli rivolgiamo certe nostre richieste, che sa che se fossero esaudite sarebbero la rovina nostra, Lui che sa tutto.” interloquì tranquillo Randazio. “Dov’è che ha sbagliato Nino?”
“Pensava che certe cose mi avrebbero fatto piacere, mentre non è così.”
Nino, tutto contrito, si accostò al monaco “Fra’ Poldino, perdonami. Perché non ci dici tu stesso cosa desideri?”

Poldino posò una mano sulla testa del ragazzino. “Mi piace la crostata di fragole. Perché non vai a raccoglierne al bosco e le porti a Fra’ Bruno, che sta di cucina? Ce ne sarà una fetta anche per te!”
“Evviva!” Gridò Nino, e corse via.
“Vedi, era così semplice”, disse Randazio. “Basta domandare, cosa vuoi da me? E Iddio, il cui piacere è il bene dell’uomo, ti darà quello di cui hai più bisogno. Lui che ti fa chiedere, ti concederà.”
“Ho capito”, disse Poldino.
“E allora su!” Randazio gl menò un gran colpo sulla spalla. “Andiamo da fra’ Bruno, a dirgli che ci sono fragole in arrivo.”
“Se non se le mangerà prima tutte Nino!” Esclamò Poldino.

 

Cittadino

(…) “Cittadino! Perché non canti?” lo richiamò la guardia con la coccarda dei sanculotti sul berretto.
Bastien si voltò con aria placida. “Non canto perché sono stonato: queste canzoni mi fanno venire il mal di gola. Cittadino? Io son della campagna, a dire il vero. Perché mi chiami così?”
“Perché l’essere cittadino è ciò che dà tutti i diritti!” Esclamò il milite agitando la picca. “Se non sei un cittadino non sei nessuno!”
“Ma guarda! Io ero convinto che ciò che sono mi venisse dall’essere uomo, e dacché Iddio mi abbia creato. Senza essere cittadino non sei eguale, o libero? Non sei fratello comunque?”
Il sanculotto lo fissò. “Il cittadino è colui che prima di ogni cosa obbedisce allo Stato. Nessuno che non sia tale può essere uguale a me, oppure mio fratello.”
“Ah, ma allora non mi riguarda; la mia obbedienza la do a Domineiddio, e solo dopo agli uomini. Se essere cittadino non ti fa essere più cristiano non mi interessa”, rispose Bastien.
La guardia si scostò inorridita. “Tu! Tu sei uno di quei pretacci che non hanno fatto il Giuramento alla Costituzione!”
Bastien sospirò. “No, non sono molto amico del vostro vescovo Talleyrand”.
Il milite l’afferrò per la giubba. “Ah, cane nero! Vedremo se adesso il tuo dio ti trarrà d’impiccio!” e cominciò a trascinarlo via, chiamando a gran voce i suoi compari. (…)

Da “Il canto della ghigliottina”, Jacques Bandedevis

Conseguenze

Sgomberiamo il campo da  un paio di equivoci.
Sicuramente diversi di quelli che hanno detto il rosario ai confini della Polonia avevano in mente la difesa dei “valori occidentali”. Sicuramente molti dei pochi che hanno commentato il fatto; spesso sputandoci sopra, a quei valori. Così è intesa la libertà, dalle nostre parti: cercare di distruggere ciò che ti tiene in vita. Il lento suicidio di chi non trova una ragione per vivere.

Credo tuttavia che una gran parte, spero la gran parte di coloro che hanno aderito alla preghiera avesse in mente tutt’altro. Perché quei “valori” non sono che conseguenze; non sono che il coagularsi storico di un fatto precedente, ovvero l’Incarnazione.
Quello che spero abbiano avuto al centro dei loro pensieri, quel milione che ha pregato, è Cristo. Tutte il resto – la pace, la libertà, l’uguaglianza, la differenza, e poi la protezione della vita, e della famiglia, e l’aiuto al povero e via via nei mille rivoli di ciò che è vero e giusto – nasce da quella sorgente.

E potremmo perderlo, è chiaro. Se si smarrisce la fonte si inaridisce tutto,  decade, anche se a volte sembra ancora vivo; ma è secco dentro, un simulacro che si sfalda al primo soffio di vento.

Perché il Sultano è stato sconfitto, a Lepanto? Aveva comandanti geniali, soldati esperti, la flotta più grossa.
Ma era la flotta di qualcuno che schiavizzava i suoi simili utilizzandoli come rematori; e in battaglia si ribellarono. I galeotti cristiani furuno armati, e promessa loro la libertà in caso di vittoria. A Loreto c’è una cancellata fatta con le loro catene fuse, offerte in voto. E’ il concetto di persona che nasce dal Vangelo che qui ha fatto la differenza.
Quella ottomana era poi una flotta obsoleta; la ricerca era ostacolata, nel mondo musulmano. I cristiani avevano le università; la loro tecnica navale era molto migliore, i loro cannoni, le armature superiori. Il Sultano si doveva accontentare dei carpentieri protestanti pagati a peso d’oro. E’ il concetto di ragione, di realtà positiva e conoscibile che arriva dal cristianesimo e l’Islam non possiede.
E poi, certo, la preghiera. Il rosario, a rinsaldare i cuori contro un avversario che si sa crudele e implacabile, che vuole la tua distruzione. La vita, contro la morte; allora come ora.

La ricerca scientifica, la liberazione degli schiavi, il valore della vita sono conseguenze della visione cristiana del mondo. Ma sarebbe da folli asserire che è per quello che ci si batteva; che erano loro le cose da difendere.
Erano, e sono, conseguenze.

Qualsiasi lotta per un valore se è fine solo a se stessa ha respiro corto, è destinata al fallimento. Fosse anche per la cosa più giusta del mondo.
Perché il valore è solo una conseguenza.
Per questo il rosario è l’arma giusta: riporta al cuore stesso di ciò che è vero e giusto, e di cui ogni cosa vera e giusta, ogni valore di qualsivoglia nazione, di qualunque uomo, non è che il riflesso.
Ogni altra considerazione, per quanto (forse)  bene intenzionata, non è semplicemente cristiana.

Il Sultano alle porte

Qualche giorno fa, nell’assordante silenzio dei media nostrani, un milione e passa di polacchi si sono trovati sui confini della loro nazione. A recitare il rosario.
Pochi oggi sembrano rammentarlo, ma la solennità della Madonna del Rosario non nacque da quello che oggi chiameremmo un evento di pace; anche se in un certo senso lo fu. Fu istituita a seguito della vittoria di Lepanto, che di fatto fermò quella che sembrava una inarrestabile invasione della cristianità da parte del Sultano. Una vittoria tanto eclatante e grandiosa che fu attribuita proprio alla preghiera.

Se può destare scandalo in qualche anima bella, forse bisognerà ricordare loro che se l’esito fosse stato opposto oggi forse non avrebbero tutta quella libertà di indignarsi. Una madre non difende i propri figli dal nemico che li minaccia porgendoglieli. Esistono poche cose letali in natura come una mamma i cui piccoli siano in pericolo.

Così, nel momento in cui la propria famiglia è sotto attacco, ci si muove alla difesa. Ed è sconfortante vedere le reazioni.
Tra i pochi che ne parlano, chi minimizza, chi deride, chi insulta. A leggere sembra che poche migliaia di integralisti islamofobi si siano trovati per manifestare. Così, come talvolta fanno gli estremisti.

A volere bene pensare, si può presumere che il concetto stesso di preghiera possa risultare estraneo a questi signori. O che non sappiano vedere il pericolo, forse perché loro stessi fanno parte del pericolo. Non è solo che hanno così smarrito la loro identità da non capire l’emergenza: no, sono proprio dalla parte del nemico. Sono il nemico. I nuovi giannizzeri.

Così fu anche al tempo di Lepanto. C’è chi si defilò, ci fu chi remava contro. Per questo quella vittoria fu un miracolo.
Oh, Lepanto non fu certo definitiva. Per altri due secoli il Sultano si tenne mezza Europa. Ma quella battaglia dimostrò una cosa: che le fake news sull’ineluttabilità di una conquista non stavano in piedi. Che si perde quando si è divisi, e non si crede si possa vincere. Si perde quando si spalancano le porte al nemico, per paura o calcolo o mera incoscienza.

Questa giornata del Rosario ha avuto luogo in Polonia. E qui in Italia, la si vede quella minaccia? No, non sto parlando dell’Islam, o solo di quello. Si capisce che esiste, o si è rassegnati “all’inevitabile”, anzi, ci si batte perché giunga il prima possibile?
Senza la coscienza di un Sultano alle porte che vuole imporci il suo modo di pensare, in qualsiasi modo si chiami o si travesta adesso, chi armerà le navi, chi chiamerà a raccolta le truppe, chi dirà il Rosario perché si possa vincere, e avere la pace?

Da “Le storie di San Randazio” – Le voglie naturali

Tratto da “Le storie di San Randazio”, di anonimo

“(…) Accadde dunque che il santo monaco Randazio si trovasse vicino all’abitato di Subbio, quando scorgea una pulzella assai discinta che tergeva i panni in un torrente. Il monaco prontamente distolse lo sguardo, ma fu apostrofato da un giovane assai ben vestito che trovavasi a transitare per lo medesimo sentiero.
“O frate, perché fuggi tu la vista di sì dolce spettacolo? L’Iddio che creò te medesimo e la bellezza del creato non è forse lo stesso che ha disegnato le forme così soavi di quella fanciulla?”
Randazio si volse verso il giovinetto. “Ma che tu dici? Frate e omo io sono, e non mi è consentito indulgere in siffatte vedute, che solo il marito di quella donna possa godere”.
Il passante ebbe un sorriso. “Tu erri, frate, perché il tuo Signore non avrebbe fatto siffatte bellezze se non avesse voluto che tu anco ne godessi, né avrebbe messo nel tuo cuore il desiderio di goderne se non fosse stato per te una cosa bona. O pensi che Egli metta in te qualcosa di male?”
Il monaco più non favellò e tirò innanzi; ma si avvide che era seguito da quel figuro che gli aveva parlato.

Poco più innanzi vi erano alberi di pomi a lato della strada, ben recintati in un frutteto; e dalle fronde rosseggiavano frutti maturi come mai si erano visti belli. Grande era la calura della giornata, e Randazio era digiuno;  si trovò indi a guardare con insistenza verso quelle succulente sfere.
Al che gli si accostò il giovane benvestito che disse lui: “Frate, perché esiti? Non vedi che il cancello è aperto e nessuno si vede intorno? Certo non è peccato quietare la fame e il disiro giusto di cibo che Iddio stesso ti ha posto in core.”
Ma Randazio replicò “Tu sai che quei pomi sono altrui; sarebbe rubare, anco se niuno lo sappia.”
Rise il giovine di un riso sguaiato. “Quanti scrupoli, monaco! Iddio creò quei pomi per il tuo sollazzo, e tu esiti? Andranno sprecati se tu non te ne cibi, e sarà peccato imputato a tuo carico. Non pensi che se lassù ti avessero voluto affamato si sarebbero trattenuti dal mostrarti codesti alberi? La voglia naturale mai dovrebbe essere ignorata.”
Ma il frate già procedeva avanti sul sentiero.

Giunsero alfine ad un prato fiorito, il cui dolce profumo riempiva l’aere, e sopra a cui augelli spandevano i loro richiami. Un venticello leggero rinfrescava, e l’ombra di certi alberi si spandeva sul’erba. Polverosa ed erta la strada andava, nella calura; e Randazio si sentì stanco e con i piedi doloranti.
“Un riposino, frate mio?” Disse lui il giovane, che persisteva nell’inseguirlo. “Veggio che hai le membra affaticate: perché non lasci che il giorno proceda e il sonno del giusto ti prenda su questo magnifico prato? Certo il Signore Iddio stesso ha voluto preparare un luogo sì ameno per te, quale ricompensa per le tue sofferenze. Perché non profittarne?”
“Perché, come forse sai, sono atteso altrove” disse il monaco “e non è riposo che vo cercando nel fare ciò”.
“Ah, sbagli ancora!” Rispose il giovane. “Dovresti cedere a questi desideri che, se sono nel tuo core, sono certamente boni e degni. Come fai a dire che sono male? Meglio, dopo un buon sonno, avanti andrai, e chi ti aspetta aspetterà ancora: che devi a lui, che ti impedisce di pensare prima a te medesimo?”
Randazio si voltò verso il giovine. “Tu questo dici? Che dovrei cedere a fare ciò che il core mi detta?”
Questi allargò le braccia. “Ma certo! Su, più non esitare: fa quello che il tuo animo e la tua voglia ti dicono, senza riguardo per alcuno.”
Al che il monaco raccolse da terra un robusto randello, e disse: “Il mio animo prova il desiderio irrefrenabile di percuoterti con codesto bastone fino a lasciarti a terra insanguinato; e perché non dovrei cedere al disiro, che sicuramente mi è stato messo in core da Iddio in persona?”
Ma il giovine si era dileguato, come fatto fosse stato di ombra e non di carne: perché altri non era che il demonio. Così Randazio riprese il cammino, fischiettando. Portandosi dietro, per prudenza, il randello.”

Si fa così

Fare ciò che è male in vista di un bene più grande è come volere andare all’inferno perché lì si risparmia sul riscaldamento.
Anzi, è esattamente la stessa cosa.

La gatta vagabonda

Vi ho già parlato della mia gatta, Birba, quella dolce assassina. Quando il tempo è bello se ne sta sul marciapiede, appena fuori dal portone, per ricevere le carezze dei passanti. Se non ne ha voglia si accoccola sulla cima di un muro o di un pilastro, occhieggiando gli eventuali uccellini o lucertole tanto stupidi da aggirarsi nei paraggi.
Mia moglie non sopporta quando fa così. Teme sempre che possa, in un accesso di idiozia felina, scendere nella strada e venire travolta da un’automobile. Il timore non è infondato: pur di farsi vedere, quell’esibizionista passeggia nel bel mezzo dell’asfalto, e più di una volta ho dovuto fare segno ai guidatori di rallentare, se non di fermarsi per permettere il transito della piccola belva. Che sa benissimo che le auto sono pericolose ma non tralascia occasione per pavoneggiarsi.

Per non parlare del riflesso pavloviano.

Sì perché, pur di evitare questi abbozzati tentativi di suicidio, la mia consorte non esita a ricorrere alla più vile corruzione. Corre a prendere le crocchettine buone, quelle fatte con filetto di panda cucinato dai migliori chef, e ne agita il pacchetto a mo’ di sonaglio per richiamare l’animale, lanciando nel frattempo accorati richiami. La bestiolina non cede subito: resiste, per far capire chi è la padrona, e cede solo nel finale, quando una fila delle suddette crocchette masterchef è stata lasciata a mo’ di sentiero fino alla porta di ingresso.

Così l’astuto felino sa che basta seguirci quando usciamo per far scattare la ricompensa. Prima di andare da qualche parte – a Messa, a comprare – ci si informa: dov’è la gatta? E quindi si scivola fuori con il passo felpato del commando. Inutile dire che spesso ci sgama, e inizia ad accompagnarci evitando destramente ogni tentativo di afferrarla.

Posso capire la curiosità di capire dove andiamo. Anche l’affetto, per starci vicino. Ma io ho l’impressione che si sia creata ormai una dipendenza: la ricompensa che dovrebbe servire a dissuaderla è divenuta essa stessa motivazione.
Meno male che gli esseri umani non sono così: quando gli si dà qualcosa perché evitino di fare ciò che è sbagliato, non accade mai che si mettano in torto per lucrare poi il premio; oppure che si convincano che stanno facendo bene, perché invece che puniti vengono esaltati.

Eh no, gli uomini e i gatti sono diversi. I gatti non sanno cosa sia il male.


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Sapienti come noi

Il vescovo di Brobdingnag amava il progresso. Per questo non poteva soffrire i suoi parrochiani. Oh, sia ben chiaro, li amava tutti: In fondo era il loro pastore. Non è scritto però da nessuna parte che un pastore non possa trovare le pecore insopportabilmente ottuse.
Perché i fedeli della sua chiesa erano, insomma, troppo fedeli. Mancavano di immaginazione, di fantasia. Si accontentavano di quello che avevano sempre saputo, invece di mettersi al passo con i tempi. Non ci mettevano quella trasgressione, quella sana mancanza di rispetto all’autorità – non la sua, beninteso – che ne avrebbe fatto spiriti liberi.

Ma che ci volete fare, la pazienza è una virtù. Quella era la sua prima nomina: il vescovo era convinto che di lì a poco, dimostrando sufficiente spirito di iniziativa e di innovazione, lo avrebbero promosso ad una diocesi di altro spessore. Così aveva accettato quella cattedra storcendo un po’ il naso ma, come i suoi amici che avevano già fatto carriera gli confermavano, con la consapevolezza che era un male necessario. Magari, grazie a lui e alla sua guida, anche quei testardi contadinotti sarebbero finalmente entrati in una nuova era di comprensione.

Così si era dato da fare per organizzare una serie di conferenze sulla nuova organizzazione pastorale che aveva elaborato. Era tempo di correggere qualcuno degli atteggiamenti retrogradi e obsoleti, indegni di una Chiesa moderna, che ancora affliggevano le sue parrocchie.
Aveva invitato a tenere con lui la discussione Giovanni Allamoda, il famoso filosofo e teologo, suo intimo amico. Certo, Allamoda non era proprio un credente: ma occorreva correggere quella visione arretrata per cui solo i cristiani potevano dire la loro sul cristianesimo. Bisogna imparare dalle altre esperienze, specie quelle più qualificate. La menta eccelsa dell’intellettuale, ne era certo, avrebbe sostenuto e validato il suo discorso.

La sera della conferenza il vescovo era rimasto a lungo indeciso. Come vestirsi? Da laico, per far vedere quant’era alla mano, suggerendo che non c’erano differenze tra lui e loro? Alla fine aveva optato per indossare tutti i paramenti, simbolo di autorità. Una strizzata d’occhio ai tradizionalisti, che così magari si sarebbero lasciati imbonire.

La chiesa era colma, anche se non stracolma come si sarebbe augurato. Il vescovo transitò nella navata, benedicendo e stringendo mani, fino a giungere ad un tavolo posto di fronte all’altare, dove già l’aspettava Allamoda. Dopo uno scambio di convenevoli, il vescovo attaccò il discorso che aveva preparato.
Era tempo di scrivere un nuovo capitolo del Vangelo, aveva esordito. Per troppo tempo la pastorale era stata appesantita da una dottrina troppo rigida, Era ora di liberarsi delle interpretazioni restrittive ed adeguarsi ai tempi, aprendo…
La gente lo ascoltava, immobile. Dalla prima fila un ragazzino alzò la mano. Il vescovo cercò di ignorarlo.
…accoglienza di colui che sbaglia: chiamarlo peccatore è discriminante, occorre comprendere che spesso è costretto delle pressioni della società a cui…
il ragazzotto agitava il braccio. L’oratore provò a lanciare occhiate ai genitori, ma questi non reagirono. Qualcuno cominciava a mormorare. Il vescovo capì che doveva liberrsi dell’impiccione, se voleva completare il suo programma per la serata.

Sorrise, un po’ rigidamente, al ragazzotto. “Sì figliolo? Hai qualche dubbio? Qualcosa non è chiaro?”
Il ragazzo si alzò in piedi. “Mi scusi, eccellenza, forse non ho capito bene. Sta dicendo che la verità può cambiare?”
Il vescovo ridacchiò. Povera mente confusa. “Oh, non la verità, ma come noi la vediamo. Quello che oggi è bianco, domani può essere nero, o un misto tra i due: rimane la verità, ma si adatta ai tempi e alle persone.”
“Quindi mi sta dicendo che quello che valeva prima per la Chiesa oggi non vale più, e domani potrebbe cambiare ancora?” insistette il giovane.
Oh, uno di quelli. Il vescovo allargò il sorriso. “In un certo senso. Si tratta di adeguare il Vangelo alle circostanze per farlo capire meglio, per renderlo pienamente utilizzabile da tutti, te compreso. Non ti farebbe piacere un Vangelo che capisse le tue esigenze, che ti facesse sentire a posto, giusto?”
“No.”
Il sorrso del prelato si congelò. “Come no?”
“A me non interessa qualcosa che si adatta a me. Come sono fatto lo so già, e non riesco a rendermi felice. Io sbaglio sempre. A me interessa qualcosa che non cambi, che rimanga sempre uguale in ogni momento e in ogni luogo, perché vuol dire che quello non può sbagliare, e lo posso seguire. Credevo che la Chiesa fosse così. Ma se non è così, se la Chiesa è come dite voi, non mi interesssa. Vuol dire che è solo una buffonata fatta dagli uomini. E perché dovrei starti a sentire, quindi?”
“Ragazzino, come ti permetti?”
“Scusami, vescovo, ma io stavo a sentirti solo perché pensavo che dicessi la verità. Ma se non esiste, ed è solo quello che piace a me o a te, allora con quale autorità mi dici che dovrei seguire qualcosa che ieri era sbagliato e domani cambierà ancora? Senza qualcosa che arriva attraverso i secoli direttamente da Dio sei solo un ometto vestito buffo che racconta le sue idee. Grazie tante, non mi interessano, ne conosco di migliori. Adesso penso andrò a casa.”
Si alzò ed uscì. I genitori, imbarazzatissimi, si alzarono a loro volta e lo seguirono. Come ad un segnale, altri si avviarono verso l’uscita fino a che la chiesa si svuotò quasi completamente.
Il vescovo era rimasto a bocca aperta. Annichilito, si volse verso il teologo, come in cerca di aiuto. Questo alzò le spalle. “Peggio per loro, sono ignoranti, dei sempliciotti. Mica tutti possono essere sapienti come noi.”

Dall’alto

Non è una torre di quelle piccoline. E’ una signora torre, un parallelepipedo di mattoni rossi che svetta bene al di sopra di tutti gli altri edifici. Considerando che è stata costruita almeno otto secoli fa, fa una certa impressione. La chiamano “torre dell’ammiraglio”: potrebbe sembrare una strana scelta di nome per un paese che sorge a centinaia di chilometri dal mare più vicino, ma occorre ricordare che un certo Andrea Provana, comandante della flotta Savoia in quel di Lepanto, era di casa proprio qui.
Da qualche tempo, in occasioni particolari, si può visitare. Se si ha il fiato si possono salire tutti i gradini fino alla cima. Da lì la vista è spettacolare. Pur con la giornata vagamente nebbiosa di ieri si potevano scorgere particolari a decine di chilometri di distanza. Nessun dubbio che, ai tempi in cui il telefono e i binocoli erano solo un sogno per poeti e folli, la sua utilità una struttura del genere l’avesse.

Già. Perché a salire in alto tutto ciò che ostacola la vista a livello del terreno diventa trascurabile. Alberi, case… si riescono a capire i contorni delle cose, come vanno le strade, chi le percorre. Si può vedere molto lontano.
Non stupisce che la prima cosa che cercavano di fare i nemici della città fosse abbatterne le torri. Chi non si eleva, chi non sa guardare a distanza non riesce a capire per tempo quando arriva un malintenzionato.
Ieri come oggi, chi ti è ostile lo riconosci da quanto in basso ti vuole portare.

Cattiveria

Con una cara amica discutevamo, l’altro giorno, sulla mia convinzione che l’uomo sia cattivo. Lei non era d’accordo. Ci ho ripensato, stamattina, quando un tizio con un SUV non mi ha dato la giusta precedenza, obbligandomi quasi ad andare fuori strada. Alle mie rimostranze si è fermato in mezzo alla rotonda, è sceso per la gioia dei guidatori che lo seguivano ed ha dimostrato efficacemente a tutti di non capire il concetto di precedenza stessa.
Non dico che fosse cattivo per un errore di guida; ma perché messo di fronte alla verità e alla realtà si è rifiutato ostinatamente di riconoscerla.

Se c’è una cosa che per sua natura non si presta ad interpretazioni è proprio il codice della strada. E’ fatto apposta per dirimere controversie; per capire chi ha ragione. Se qualcuno pensa che sia possibile negarne l’evidenza con l’arroganza, è chiaro che questo individuo non rispetterà nessun’altra verità. Hai una bella voglia a parlare di morale, di etica, di giusto ed ingiusto: se non cambia, niente di logico e ragionevole potrà fare presa su di lui.

E questa è la definizione di cattiveria.

Se volete ulteriori prove, fatevi un giro su twitter e sui social media. Dove basta dire qualcosa di cattolico e immediatamente vieni bollato da personaggini vari come fascista, bigotto, omofobo e via andare, per limitarmi agli insulti più pubblicabili. Vieni accusato di propagandare fake news, e quando chiedi di dimostrare che siano false questi simpatici interlocutori semplicemente ti insultano più forte.

Oh, così era molto prima di internet.
“Se dico il falso, dimostramelo; ma se non lo dico, perché mi colpisci?”

Cosa dire poi di tutti quelli che fanno il tifo per il dolore, la tortura, la morte? Che sono contenti quando qualcuno fallisce, che scagliano il proprio odio sul’altro per il motivo più futile, o nessuno del tutto? Quanti ne conosciamo. Guardiamoci attorno, quanti ce ne sono?

Succede anche a noi, di tanto in tanto.
Che non siamo cattivi perché sbagliamo, ma perché di quell’errore siamo orgogliosi. Non vogliamo rinunciarvi.
E questa è la definizione di cattiveria.

L’abbraccio

C’è qualcosa che ti abbraccia prima ancora che tu sbagli – e sì, sbaglierai.
Ma, se ti fidi, questo abbraccio ti porta fuori dal tuo buco. Basta farsi vincere da esso, avere quella che possiamo chiamare povertà di spirito: il non opporre la nostra menzogna alla verità di noi.
E’ il primo nostro errore, fingere di essere quello che non siamo, ostinarci in quella che è la nostra idea: del mondo, di chi ci sta di fronte, di noi stessi.

Quel desiderio di felicità che tante volte non sappiamo neanche di avere è destato da quell’abbraccio, che qualcosa, anzi, qualcuno si muove per darci. E’ una presenza che possiamo ignorare solo dandole le spalle. La vita è meglio di quello che possiamo immaginare. E’ essere perdonati in tutto, se scegliamo di dare tutto.
E’ proprio il concedersi senza ombre che fa svanire il peccato, che non è nient’altro che quella bruttura dell’animo, quello sguardo opaco e falso su ogni cosa.

Così possiamo essere liberi, per prima cosa da noi stessi. Anche lo sbaglio più enorme scompare; come scompare il gelo in una fulgida mattina di sole.

Eresie di nicchia

Chiesa barocca nel centro di Torino, che più centro non si può. Nicchia laterale. Una versione dipinta in un beige inquietante del viso della sindone, e tutt’intorno ritratti di…

…santi?
Non proprio. Oh, c’è padre Pio. Madre Teresa. Papa Roncalli.
Va bene, facciamoci pure stare con gli altri anche il fu cardinal Martini. Ma Gandhi? Non è che fosse così tanto cattolico, ne manco cristiano; sicuramente un gran personaggio, seppure con scelte di vita che di santo e cristiano avevano poco… stesso discorso per Martin Luther King, sull’altro lato.

Ma il Martin Lutero originale?

Sì, anche il suo ritratto occhieggia tra gli altri. Lui che la Chiesa l’ha divisa, e che avrebbe probabilmente bruciato buona parte di quanto sta intorno a questa sua effige. Come l’avrebbe presa a trovarsi appena sopra ad un rappresentante del “papato in Roma fondato dal diavolo“?

Forse sono ingenuo io, a pensare che mettere candeline (sia pure elettriche) davanti ad eretici e non credenti sia inopportuno. Non è che i santi veri scarseggino. Altrimenti uno potrebbe pensare che allora l’ubbidienza, la fedeltà a quanto Cristo ha detto e la Chiesa ha tramandato, la fede stessa nel Signore non siano virtù da coltivare. Che Colui che si può vedere al centro poteva anche evitare di ricevere le botte e le ferite, morire in croce. Bastava un po’ di buona volontà, o sola fede, a seconda del patron scelto.

Mentre fotografo la nicchia, non posso fare a meno di pensare: almeno non hanno messo Che Guevara.
Forse non c’era più posto.

Leggi

Le leggi fisiche non creano la realtà, la descrivono solamente.
Perché le leggi umane dovrebbero fare diversamente?

La fine del Ratto

Va che roba. Pazzesco.
L’ultimo numero di Ratman. Nel senso dell’ultimo. Non nel senso che tra due mesi torni in edicola e c’è un altro ultimo numero. Ma nel senso di ultimo-ultimo, che tipo vai in edicola e trovi l’edicolante che piange.
E così poi piangi anche tu.
Ma per adesso mi faccio forza, perché questo ultimo numero del fumetto è tutto quello che ci si può aspettare. E da queste parti la barra ce l’abbiamo altina, neh.
Ci si può aspettare non nel senso che sia tutto scontato, senza colpi di scena, quelli ci sono eccome; intendevo che se era tanto diverso andavo sotto casa Ortolani, l’autore, e gli spaccavo le finestre a sassate. Si fa per dire, Leo, eh.

E succede che mentre leggi l’ultimo numero, ultimo-ultimo, all’improvviso capisci la diversità dalle altre storie di supereroi. Gli altri supereroi sono eroi fisici. Superforza, supermente, rompono tutto, cattivi compresi, e trionfano. Ma Ratman è metodicamente pestato da chiunque, vecchiette e bambini inclusi, e come potenza mentale si colloca circa tra “escremento” e “forchetta”. Il lato fisico è inapplicabile, salvo in gag più o meno scurrili. Deve essere differente. Quindi o la butta tutto sul comico, o sale di livello. E’ salito di livello. Tutte le ultime storie, ciclo finale compreso, sono storie metafisiche.

Che detto così sembra una parolaccia, o una sostanza di quelle che se ti beccano ti danno sei mesi con la condizionale. Invece vuole dire che le sue avventure non si accontentano di raccontare la realtà, cercano di comprenderla. Capire su cosa si fondi; cosa sia un supereroe, o un eroe, il bene, il male, la verità. Cose che i filosofi ormai hanno stabilito essere domande inutili, per bambini.

Come i fumetti.

Così ci vuole Ratman per farci ridire di che cosa è fatta l’Ombra, che è anche un altro nome per il male.
Che appare inarrestabile, impossibile da sconfiggere, perché troppo potente e fisicamente sovrasta gli ultimi difensori votati al massacro. Senza scampo.
E qui mi fermo, perché non voglio spoilerare, che poi venite sotto casa mia e mi rompete le finestre a sassate.

Oh, se ci mancherà, Ratman. Il più imbarazzante dei supereroi. Che, come fanno i buffoni migliori, ci ha aiutati a capire meglio il mondo. A capire cosa occorre per farne un posto migliore.
Fletto i muscoli e sono nel vuoto.

La panchina

I due si trovarono come per caso accanto a quella panchina in riva al fiume, in quella giornata dall’odore d’autunno dove i riflessi delle foglie nell’acqua sembravano fiamme. Provenivano da opposte direzioni, e non avrebbero potuto essere più diversi.
Uno indossava un abito bianco di ricercata eleganza, immacolato, quasi a simboleggiare il distacco da tutti i problemi terreni, dal volgare mondo materiale; l’altro vestiva un nero usurato, nelle cui sfumature si indovinavano macchie di terra, di grasso e di cibo. Rammentavano quasi certe coppie comiche del cinema, gli archetipi di diverse concezioni di vita. Ed era una vita che si conoscevano, e si trovavano come per caso su quella panchina.

Si fermarono; quello vestito di nero aveva un aria pensierosa, la sua controparte vestita di bianco un’aria sorniona e vagamente compiaciuta. Come ad un segnale invisibile si sedettero contemporaneamente. Per un po’ rimasero lì, a guardare scorrere l’acqua macchiata di cielo, senza parlare. Poi quello vestito di bianco si schiarì la voce e prese la parola.
“Non ti va mica tanto bene, ultimamente, mi sembra.”
L’altro si girò leggermente, alzando un sopracciglio. “Cosa intendi, esattamente?”
Il primo ridacchiò. “Dai, che hai capito. C’è parecchia confusione dalle tue parti. Non mi sembra che la tua barchetta preferita se la cavi molto bene.”
Quello vestito di nero si drizzò leggermente. “Oh, non è la prima volta. La storia è piena di momenti in cui sembrava che la mia barchetta, come la chiami tu, si stesse per rovesciare. Spesso per colpa dei tuoi amichetti…”
Il suo interlocutore finse indignazione. “Oh, ma quando mai? Noi facciamo la nostra strada: non è colpa nostra se i vostri capitani pretendono di sapere ogni cosa. Ciò dà molto fastidio a noi che effettivamente sappiamo.”
“Credo tu ti stia sbagliando. Non è che dalle mie parti si sia mai preteso di possedere la verità; è che pensiamo che la verità ci sia e sia venuta a trovarci…”
“Direi che su quest’ultimo punto tra i vostri marinai ci sia un certo dissenso, ultimamente”.
L’uomo in nero fece un gesto con la mano, come a scacciare le mosche. “Confusione, la chiamerei. Ma non credo che la vittoria della tua parte sia così inevitabile, checché ne dicano alla televisione…”
“La gente che guarda la televisione merita che gli si menta. Non vedo però come si possa sperare di riuscire a fermare la nostra avanzata vittoriosa.”
“Avanzata? E’ un fenomeno passeggero. Quando in passato è capitato, e le cose sembravano irrimediabili, il nostro ammiraglio, per così dire, ha sempre tirato fuori dal cappello una sorpresa. Qualcosa di inatteso, che ha rimesso in sesto la sua nave. Ho confidenza..”
“Confidenza. E’ quella che si ha prima di capire il problema.”
“Oh, ma io non confido negli uomini.”
L’uomo in bianco ridacchiò. “Davvero? A me sembra che il tuo ammiraglio ultimamente stia facendo fuori tutti i suoi ufficiali di rotta, altro che fabbricare conigli. Forse ha deciso che la situazione ormai è irrimediabile, ha tirato i remi in barca e mette al riparo i suoi più fidi lasciando gli altri al loro destino.”
“O forse vuole toglierci dalle nostre facili certezze, metterci alla prova.”
“Sia come sia, senza ufficiali e senza quel coniglio dubito che ve la possiate cavare. Mi è venuta voglia di lepre in salmì… E, sentiamo, cosa potrebbe mai essere questo coniglio?”
Il secondo si strinse le spalle. “E che ne so?” Pensò un attimo. “Potrebbe essere chiunque. Per quanto ne so, potrei essere anch’io.”
“Ah, proprio quello di cui ha bisogno il mondo: dei geni con la dote dell’umiltà. Siamo rimasti così in pochi, ormai.” Ribatté sardonico l’altro.
“Geni? No, non direi proprio. In una certa maniera il contrario. Il genio è colui che pensa di potere e sapere tutto; il santo è colui che sa che non è niente e lascia fare tutto a Dio. E’ di santi che il mondo ha bisogno.”
L’uomo in bianco sbuffò. “E quindi tu ti consideri un santo?”
“Io? No di certo. Ma se il Signore volesse potrebbe utilizzare anche uno come me. Non farebbe che esaltare la Sua potenza, misero come sono. Anzi, forse lo fa già.”
L’uomo in bianco lo guardò pensieroso. “Sia come sia, mi attendono tempi esaltanti. Forse per te un po’ meno.”
L’uomo in nero ricambiò tranquillamente lo sguardo. “Anche ottenessi tutto quello che vuoi, compreso l’affondamento della mia barca, credi che saresti felice? A ben guardarlo, il tuo mondo nuovo non mi sembra così bello. Anzi, più cresce secondo il tuo desiderio più diventa brutto e cupo e disperato, un posto da non viverci.”
Il suo antagonista fu preso in contropiede. “Siete voi a renderlo tale!”
“Davvero? E come mai, allora, mano a mano che sembrate vincere e noi diminuire, peggiora?”
L’uomo in bianco si alzò di scatto. “Adesso devo proprio andare.” E si allontanò. Fatto cinque passi, si voltò. “Se la tua barca dovesse naufragare e tu con essa, l’unica cosa che mi dispiacerebbe saresti tu e questa panchina. L’unica.” E continuò per la sua strada.
L’uomo in nero lo seguì con lo sguardo. “Già. Ma chissà se, proprio per questa panchina, un giorno ci ritroveremo.” E anche lui si voltò e riprese a camminare sulla strada che doveva percorrere.

Superato

La piccola utilitaria filava a quaranta all’ora. La strada era larga, a due corsie, con una doppia striscia in mezzo, e pareva fatta apposta per correre. L’ometto vestito di bianco al volante non se ne curava;  viaggiava contento verso la sua destinazione, nella bella giornata assolata che invitava a tenere i finestrini aperti.
Evidentemente però  il guidatore dell’auto che lo seguiva non era della stessa opinione. Arrivò sparato, facendo i fari; poi inchiodò quasi, e fece partire un sonoro colpo di clacson. Il guidatore dell’utilitaria lo guardò nello specchietto: uno di quei tipi alla moda, con occhiali scuri e auto sportiva, sempre di fretta. Gli sorrise.
La macchina sportiva, sgommando, superò la striscia di mezzeria e l’utilitaria e accelerò facendo rombare il motore. “Imbranato! Datti una mossa!” si udì dal finestrino aperto; magari non proprio con queste parole, ma il concetto era quello.

Il guidatore della piccola auto lenta sorrise ancora.

L’auto successiva arrivò pur’essa sparatissima; era un SUV nero con due tipe eleganti a bordo e alcuni cagnolini dagli occhi a palla  incollati ai finestrini posteriori. Rallentò per un attimo, poi mise decisamente la freccia e oltrepassò la vettura più piccola mentre le due donne ridevano tra di loro. “…superato”, fu la sola parola che si riuscì ad udire.

Anche la terza macchina era un macchinone, di quelli costosi, di gran marca. Superò a gran velocità senza accennare neanche a frenare. A bordo due uomini, almeno uno sembrava un prete, chissà poi  se lo era; comunque si limitarono a lanciare uno sguardo di compatimento e, forse, qualche labiale di disprezzo verso quella inutile lentezza di auto.

Il cui autista continuava, mite, a sorridere.

Di fianco a lui c’era seduta una donnina minuta, che aveva guardato un po’ addolorata la successione di sorpassi. “Ma non ti dà fastidio essere superato?” Chiese al suo vicino di sedile.

“Oh, no, per niente”, rispose lui tenendo gli occhi fissi sulla via. “Ci sono buoni motivi perché il limite di velocità di questa strada sia così basso. Anche se non sembra, è parecchio pericolosa, la conosco bene. E quanto a quelli che mi hanno superato, li perdono perché non sanno quello che fanno. E presto se ne pentiranno”.

“Sì? E quando?”
“Oh, quando vedranno la pattuglia appostata là in fondo con l’autovelox…”

All’altezza

Ci vuole una grande grazia per essere all’altezza di quello che siamo.