Archivio dell'autore: Berlicche

Meglio di noi

Quante volte incontriamo persone che, se conosciute meglio, ci deludono. Chi è che, prima o poi, non delude?
Nessuna persona però ci conosce meglio di noi stessi. Sappiamo di noi tutto ciò che nessun altro potrà mai sapere.

C’è chi ha un’alta opinione di sé. Chi pensa di non avere difetti e che a sbagliare siano sempre gli altri.
Chi è più realista sa la verità del proprio essere. Conosce bene la cattiveria che ha dentro, la mancanza di coerenza, l’essere ben distante dall’ideale.
Insomma, sa di essere piccolo. Come direbbe un mio amico, tu sai che merda sei. E’ difficile persino per noi amarci per quello che siamo: cosa farebbe chiunque altro se sapesse ciò che di noi sappiamo?

Eppure, anche noialtri siamo amati. Da Qualcuno che ci conosce persino meglio di noi stessi, in quanto ci ha fatti e ci mantiene in esistenza.
Se siamo amati così da chi è oltre ogni misura umana, come posso io rifiutare questo amore che, se accettato e ricambiato, mi fa smettere di essere la piccola merda che sono?

 

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Relazioni improbabili

Forse non lo sapete, ma esiste una precisa correlazione tra il consumo pro capite di formaggio e il numero di persone che muoiono per essere rimaste impigliate nelle proprie lenzuola. Sembra incredibile, ma è così. Ma potreste restare ancora più stupiti nell’apprendere il profondo legame esistente tra il numero di film in cui appare Nicholas Cage e quante persone annegano cadendo in piscina. Potrebbe essere una ragione per imprigionare Cage, se non fosse che le sue interpretazioni hanno un effetto positivo sulle morti in incidenti di elicottero e sui giorni di sole nel New Jersey.

La realtà è molto più complessa di alcune linee che uniscono i puntini. Pensiamo che i numeri non siano manipolabili, ma con essi è facile giocare. I giocatori professionisti sanno come evocare illusioni.

Eppure quante semplici verità ignoriamo per scelta ogni giorno. Quante correlazioni reali tra cosa facciamo, cosa crediamo, e la felicità.

Idoli cattivi

Ah, ma ciò che un uomo può raggiungere dovrebbe eccedere ciò che può afferrare, o a cosa servirebbe il cielo? *
Robert Browning

Le scorse ventiquattr’ore sono state un susseguirsi di sfighe. Non approfondirò, accennerò solo che alle tre di stanotte spalavo acqua putrida dalla cantina vicino alla mia auto rotta. Ma va bene, va bene; nonostante la stanchezza e le spese e le corse impreviste, va bene; ormai da un pezzo sono convinto che le sfortune siano semplicemente una deviazione sassosa da una strada di cui probabilmente non conosceremo mai il pericolo.

Ognuno ingrandisce ciò che gli capita, com’è nella natura umana. Siamo centrati su noi stessi: ci mancherebbe, siamo la persona più importante del nostro universo. Abbiamo la tendenza non solo a idealizzare, ma anche ad idolizzare: sebbene la ragione ci dica che c’è gente messa molto peggio di noi, la nostra piccola disgrazia ai nostri occhi apparirà comunque enorme.

Non adoriamo solo falsi dei, ma anche falsi demoni; abbiamo timore delle cose sbagliate per le ragioni sbagliate. Sì, abbiamo paura della povertà, della perdita di ciò che possediamo, della guerra, giustamente; e poi del riscaldamento globale, di questo o quello al potere, che quella certa persona ci ignori…
anche quando l’evidenza, la storia, la realtà ci dicono che nessuna di queste eventualità sono minimamente la fine del mondo.

Guardando solo le cose piccole, ci sfuggiranno le grandi. Mentre nel grembo delle cose grandi c’è molto posto, anche per i nostri piccoli cuori.
Dovremmo preoccuparci invece di perderci spiritualmente, della nostra stessa corruzione, mancanza di umiltà, odio, l’adorazione o terrore degli idoli. Quelli sono i demoni autentici, gli altri sono solo illusioni, figure di fumo, distrazioni. Gli idoli, benigni o maligni, sono sempre riflessi pallidi di ciò che davvero importa.

*  “Ah, but a man’s reach should exceed his grasp, Or what’s a heaven for?”

L’opzione del riccio

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. (…) Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato».
(Mt 10, 16-21)

L’avevo visto qualche mese fa, rientrando la notte. Una sagoma, un paio di occhi luminosi alla luce dei fari. Allora non avevo capito cosa fosse, quella forma in fondo al giardino.
L’ho rivisto la settimana scorsa, questa volta meglio. Un grosso riccio, che banchettava con i frutti del corniolo davanti alla finestra della cucina.
Un riccio sicuramente deve vedere il mio giardino come una sorta di Eden. Pieno di alberi da frutta, cespugli di bacche, insetti. Recintato, senza cani, solo gatti a cui credo il coinquilino non interessi granché.

E poi, ieri sera, bagnando le piante, l’incontro ravvicinato. L’ho sorpreso allo scoperto, a meno di tre metri di distanza, mentre innaffiavo le piante. Ho chiamato mia moglie; mi aspettavo scappasse a gambe levate.
Invece no.
I ricci hanno, a quanto pare, una loro strategia quando si trovano faccia a faccia con una minaccia. Si fingono morti.
“Che carino”, ha detto mia moglie, “lo chiameremo Ciccio”. Anche avvicinandosi a pochi centimetri Ciccio il riccio rimane immobile, come stroncato da istantaneo decesso. Così è questo il tipo che mi ha fatto sparire tutte le fragole… Qualche foto, reprimo la tentazione di toccarlo e ci allontaniamo. Che torni a saziarsi di prugne cadute e ribes.

Ieri era San Benedetto. Come forse sapete, esiste una teoria, chiama “Opzione Benedetto“, la quale suggerisce che una strategia per i cristiani per superare l’attuale momento di persecuzione e crisi potrebbe essere quella di rifugiarsi in comunità isolate, tipo quelle benedettine durante le invasioni barbariche. In attesa che il mondo capisca l’errore.
Può essere una via, certo. L’idea presenta fascino e vantaggi. Ma a me ricorda, in qualche modo, la scelta del riccio.

Intendiamoci, i ricci sono sopravvissuti fino ai giorni nostri e prosperano. Quindi qualche merito il simulare di essere cadaveri, zitti e immobili, ce lo deve avere.
Ma se io fossi stato ghiotto di ricci, se odiassi la razza, se non desiderassi altro che sterminare i parassiti che mi ripuliscono di fragole l’orto, allora sarebbe stata l’opzione peggiore. Ugualmente nel caso di un’automobile che tira dritto nella notte: immobilizzarsi davanti ai fari non è la strategia più adatta. Di fronte ad una minaccia maligna o indifferente il riccio che si finge morto muore davvero.

Il guaio è che questo, come testimonia il Vangelo di ieri riportato all’inizio del post, è proprio il nostro caso. C’è un sacco di gente che vuole liberarsi di quei cristiani indiscreti che osano abitare nel loro stesso orticello.

Così, piuttosto che il riccio, forse è meglio adottare la strategia suggerita da Cristo stesso: “prudenti come i serpenti”. I serpenti sono attenti alle vibrazioni della terra, e filano via e si nascondono nei pericoli. Ma, se proprio vengono afferrati e sono messi alle strette, mordono.

 

Dov’è la libertà

La differenza tra il cristianesimo e le altre religioni è che queste ultime il sacrificio lo praticano sugli altri.

Tempo

Il tempo
stalla dolcemente
nel vento, immobile
un istante per tuffarsi
negli abissi d’aria
sotto di lui.

Rallenta, muove poco le ali,
senza peso volteggia
nell’infinità azzurrina
scendendo e risalendo
nei turbini invisibili,
nelle fresche correnti.

Poi guizza frenetico
come ad afferrare
un sogno, un’ombra
dileguata chissà dove,
e sparisce lasciando,
dietro sé, il ricordo.

1984

Pasti esclusivi

Poco fa, alla televisione correvano le immagini di un cuoco che componeva il suo piatto con le pinzette.
Porzioni piccolissime e, immagino, costosissime. Il ristorante sembrava uscito da una rivista di architettura, dove una saliera costa quanto il mio stipendio di un mese.

Mi sono trovato a domandarmi se quel minuto antipasto avrebbe sfamato Vincent Lambert. Lambert, il disabile, ve lo ricordate? Lo stanno facendo morire di fame e di sete. Avevano fermato tutto quando era uscito il video in cui piangeva all’annuncio che era stato condannato a morte. Passato qualche giorno, dimenticato il filmato, come previsto hanno ricominciato ad ucciderlo.

Non posso fare a meno di pensare che le due cose siano collegate. Che gli avventori di quel ristorante da ricchi leziosi siano gli stessi che non possono sopportare una vita inutile come quella di Lambert. Quelli per cui la vita è uno spettacolo da gustare in poltrona VIP, con l’immondizia ben fuori dalla vista.
Chissà se il mangiare e il bere a quelle tavole esclusive lo chiamano, come per Vincent, “trattamento”. Il costo è certamente molto più alto.

Forse il mio è solo pensar male, o amarezza; perdonatemi. Però una domanda per quelli che gioiscono della prossima morte di un innocente ce l’ho: se la sua vita è inutile, in cosa è utile la vostra?

Immoralisti

Non c’è soddisfazione più grande per gli immoralisti che rimproverare la loro morale ai virtuosi.

Correttori

Un antico detto degli informatici dice che ogni programma contiene almeno un errore e una riga di codice ridondante. Applicando il detto recursivamente a qualsiasi programma ed eliminando le righe inutili, li si può ridurre tutti ad una sola riga di codice che non funziona.
Per i testi scritti si potrebbe usare lo stesso paradigma.

Ieri, mentre rileggevo l’inizio del mio libro, mi sono imbattuto in un errore.
Insomma, la prima pagina. L’avrò scorsa centinaia di volte. L’hanno rivista almeno altre sei persone. Eppure c’era uno strafalcione.

Gli errori capitano. Anche i post, anche quelli li scrivo, li rileggo, sia in testo semplice che in anteprima, più e più volte. Se posso, li lascio riposare prima di scorrerli ancora e pubblicarli. A volte è così tardi, sono così stanco che gli occhi mi si incrociano, e lo sbaglio può sfuggire. Ma qualcosa che ho cesellato per ore?

Siamo fallibili. Se è così vero per la scrittura, figurarsi con il resto. Quanti sbagli ogni giorno, che il correttore ortografico non può evidenziare.

C’è solo da sperare che chi corregge le bozze dellla nostra vita sia misericordioso.

Astenersi perditempo

Non so se nel mio caso si tratta di masochismo oppure sono, come dicevano i miei vecchi “sensa cugnisiun“; epiteto che indica quelli che “se la vanno a cercare”.

Potete verificare come in questo blog ci sia materiale a sufficienza per una decina di volumi. Solo di raccontini ne potrebbero uscire almeno un paio. Ecco, raccontini. La forma di scrittura in cui, volente o nolente, mi sono specializzato, è quella extrabreve.
Come ho detto molte volte, sono un appassionato di fantascienza. Genere letterario che, quantomeno in Italia, è parecchio in disuso. In libreria trovate solo riedizioni di P.K.Dick, e qualche ciclo diventato film, tipo Hunger Games. Di tutta la produzione più recente del genere, il nulla.
Anche perché non si legge. Sappiamo bene che ci sono forse più scrittori che lettori.
Si aggiunga poi che sono cattolico, e scrivo da cattolico. Non rientro precisamente nei canoni della maggior parte dei grossi editori.

Quindi, cosa potevo fare? Ovviamente, scrivere un romanzo. Di fantascienza (con tocchi fantasy). Discretamente d’azione, ma con un contenuto non banale. Per uno che ha come idoli Terry Pratchett, Lewis e Chesterton, capite cosa voglia dire.

E’ ovvio che, fosse pure un capolavoro, non ho speranze di pubblicazione. Non ci vuole la sfera di cristallo per comprendere che le case editrici danno un’occhiata al manoscritto, capiscono di che si tratta e lo cestinano immediatamente. Forse farei così anch’io: non c’è mercato – così dicono – per una storia come la mia. Oggigiorno vanno i libri come… come vanno i libri, oggi? Maluccio? Oh beh. Anche a Stephen King hanno rifiutato la prima opera infinite volte.

Potrei dirvi che non m’importa, ma non sarebbe vero. Mi sono divertito a scrivere quel romanzo, e vorrei che ci fosse gente che si divertisse a leggerlo.
Così, ho qui un libro. E’ stata una sfida scriverlo, e sono contento del risultato. A coloro ai quali l’ho dato in anteprima, a quelli che mi hanno aiutato a migliorarlo, a loro è piaciuto. Molto (e no, non per compiacermi). Non fraintendetemi, non è che mi manchi l’essere letto. Ogni giorno ho più lettori qui sul blog del 99% degli scrittori che si trovano in libreria. Ma ad uno come me, con il feticcio della pagina, sarebbe proprio piaciuto avere un suo volumetto sugli scaffali. Praticando i banchetti dei libri usati, non mi faccio certo illusioni su successo e notorietà: tre capolavori assoluti si comprano a due euro.
Ma non voglio neanche autoprodurmi. Obbligare i conoscenti all’obolo dell’acquisto. No, piuttosto lo metto qui, a disposizione di chi davvero è interessato.

Cari lettori, lo domando a voi. Conoscete editori disposti a rischiare per un’opera forse non alla moda, ma che qualcosa pur vale? Astenersi perditempo: non lo faccio per i soldi, non lo faccio per la fama, ma solo perché ho qualcosa da raccontare. Anche a voi.

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Il tempo degli dei

Il giovane Ailo fugge a stento dalla rocca di suo padre, conquistata dagli invasori. Perché gli dei non sono intervenuti con i loro angeli? Che segreti nascondono la misteriosa Lavonisse e le letali Montagne della Follia? E chi lo insegue, cerca lui o piuttosto la Minaccia, il talismano forgiato dalle divinità stesse di cui è divenuto, suo malgrado, Custode?
No, non è una favola. Tutto è molto diverso dagli antichi racconti, e gli dei stessi non sono ciò che ha creduto per tutta la vita. Per salvare se stesso e l’intero pianeta il protagonista dovrà trovare la risposta a quelle domande, accompagnato nell’impresa da un monaco-spia, da una cinica vasaia che un tempo era un angelo e dal suo peggiore nemico; e, soprattutto, dovrà capire che cosa desidera essere veramente.

 

I figli di Trasimaco

Disse Socrate: «Cerca dì persuaderci che ci sbagliamo nel preferire la giustizia all’ingiustizia».
«E come potrò persuaderti?», replicò Trasimaco. «Se non sei stato convinto da ciò che ho detto poco fa, cos’altro potrei fare? Devo forse infilarti il discorso nell’anima con la forza?»

Platone, “Repubblica”, Libro I

 

Non credo che molti tra i miei lettori sappiano chi fosse Trasimaco, un sofista greco vissuto quattrocento anni prima di Cristo, di cui ci resta ben poco. Se è famoso – se così si può dire – è grazie alla “Repubblica” di Platone, che lo sceglie come antagonista di Socrate in una discussione sulla giustizia. Per il Trasimaco del libro, la giustizia coincide l’utile del più forte: chi è più forte può dettare legge secondo i propri interessi. Felice è colui che, grazie alla propria potenza, è in grado di soddisfare ogni desiderio e sottomettere i più deboli. L’ingiustizia è virtù. Quindi beati i forti, perché di loro è il regno di questa terra.

E’ una tesi che torna in mente guardando le cronache di questi giorni, agli esempi di leggi e sentenze a uso e consumo di particolari convenienze e ideologie.
Si tratti di far morire di fame e di sete chi utile non è, di sottrarre i figli ai genitori, di destinare risorse agli amici, ignorare i fatti; il tratto comune è lo spregio di quanto appare ragionevole al pensiero. Chi dovesse rimanere stupito e confuso per come si invochi legalità un minuto prima e la si infranga in nome di un personale arbitrio l’istante dopo, è invitato a rileggersi Trasimaco.

Perché sembrerebbe abbia ragione lui. Se la legge viene interpretata fino a farle dire l’opposto, a incarcerare la vittima e liberare il ladro come nelle storie di Pinocchio, allora davvero essa non è che lo strumento di oppressione del potente. Quello che più colpisce non è tanto l’ovvia distorsione di chi fa il proprio interesse, quanto la claque di tanti che non hanno così tanto da guadagnare, se non per il fatto di essere sul carro del vincitore. Quantomeno, illudersi di esserlo.

Sembrerebbe il trionfo del relativo, della forza sul diritto. Eppure il fatto stesso che di diritto si parli, che si percepisca la dissonanza tra quanto si sostiene e la realtà, indica un fatto chiaro: che una giustizia più profonda, un vero più profondo ed autentico esiste. Incrostato di dubbio e falsità, vilipeso, rovesciato, deriso, disprezzato, però c’è. Riconosciuto nel momento stesso in cui lo si nega, perché non si cerca di distruggere ciò che non esiste.

I figli di Trasimaco controllano la scena di questo mondo, ma Trasimaco si sbaglia. Non è felicità la loro, è solo esercizio di potere, una soddisfazione labile, presto finita. Perché ciò che l’uomo davvero desidera è la giustizia vera, e allontanarsene non fa che acuire quella brama.

Che i potenti e i loro servi seguano pure quei loro desideri, che li portano distante da ciò che senza rendersene conto vogliono. Il vero e il giusto cerchiamo. Perché questi durano, non cambiano con i giorni, i governi, i giudici, il gioco dei potenti.

Selezione naturale

Il sacerdote finì di spogliarsi dei paramenti multicolori e, con un sospiro, chiuse le porte della chiesa ormai buia. Non avrebbe saputo dire se la celebrazione fosse stata un successo o meno. Sì, avevano pregato il Cristo Cosmico per una conversione ecologica e perché ci allontanasse dai combustibili fossili; ma la colletta per dotare la chiesa di pannelli solari non aveva avuto molto seguito, e la danza liturgica per rappresentare la terra, gli oceani, i fiumi, il cielo, le piante, gli animali e gli elementi aveva avuto dei momenti francamente imbarazzanti.

In canonica faceva un caldo soffocante. Si chiese se fosse dovuto ai cambiamenti climatici o perché non aveva acceso l’aria condizionata. Stasera anche gli insetti erano particolarmente bellicosi; un nugolo nerastro gli ronzava intorno, e neanche le pacche tirate sulla pelle nuda servivano ad impaurirli. C’era poi nell’aria un odore nauseabondo, come qualcuno che non si lavasse da mesi e portasse al collo un topo decomposto.
Allungò le mani per accendere la luce, e trovò delle foglie. “Ma che…” Chi aveva messo qui un vaso? Ma non era un vaso. Dal pavimento salivano viticci che si arrampicavano sulle pareti e sui mobili. Il ronzio degli insetti e il tanfo erano sempre più forti.

Trovò l’interruttore, accese la luce. E si arrestò, impietrito.
La prima cosa che pensò fu “Oddio, sono entrati gli zingari a rubare”, e subito dopo si rimproverò per avere avuto un pensiero così razzista e non inclusivo. Anche perché questo non sembrava proprio uno zingaro. Era un tipo dalla faccia dipinta, pieno di tatuaggi e piercing, seminudo, che lo fissava con aria sardonica. Guardò in alto, verso il lampadario acceso, su cui stava incongruamente appollaiato un uccello dal piumaggio colorato. “Bel trucco, la luce”, disse il tipo tatuato. “Proprio un bel trucco”.
Il prete ritrovò la voce. “Chi siete? Cosa volete?”
L’individuo seminudo ridacchiò. “Cosa voglio IO? Ma se sei tu che mi stai invocando da tutta la serata. Sono la risposta alle tue preghiere. Quella danza che hai fatto eseguire prima era il rituale di invocazione chibocho degli spiriti.”
“Eh? rituale? Ma io ho solo preso la coreografia da internet…”
“Internet? Ora capisco” disse l’uomo, grattandosi l’ascella e poi annusandosi la mano. “A quanto pare hai avuto fortuna. O meglio”, si corresse, “Io ho avuto fortuna”.
“Fortuna? Ma, insomma, chi siete?” sbotto il sacerdote, sempre più confuso.
“Ma come, non l’hai ancora capito?” fece l’altro “Sono lo Spirito della Giungla. Sono il Buon Selvaggio. L’Indigeno Amazzonico. Il Povero Privilegiato. Il Saggio-a-Contatto-Con-La-Natura.”
“Eh?”
“Quello che volevi. Desideravi che ti illuminassi sulla strada da seguire, e sono qui. La personificazione delle tue richieste.” Sorrise. “Sei stato ancora fortunato, che sono comparso io e non quella puttana di Madre Terra.”
“Ma… Madre Terra.. è quella che provvede a tutti noi…”
“Ma che stronzate vai dicendo? Quella è Madre solo perché se lo fa mettere dentro da tutti. E’ una bastarda che appena può cerca di staccarti la testa oppure lasciarti senza niente con il culo per terra. Il solo metodo per ottenere qualcosa da lei è prenderla con la forza e riempirla di botte.”
“La coscienza ecologica…”
Il Buon Selvaggio ridacchiò. “E’ tutta la coscienza che ti resta, quella? Toglimi una curiosità, ma tu hai coltivato ma qualcosa di più grosso di un geranio? Non hai mai vissuto in un bosco, vuoi capire la giungla? Da dove vengo io, i libri marciscono così in fretta per l’umidità che non servono neanche per pulirsi il culo, se uno volesse farlo. Se uno avesse libri. Tu vorresti vivere dalle mie parti? Un’esistenza piena di insetti e serpenti velenosi, malattie, senza luce, acqua pulita, gas? Sai cosi ti ci puoi fare con un cellulare come il tuo, da me? Sai il tuo internet, come lo vorremmo? E tu cosa vorresti da noi, che ti piace tanto? La mortalità infantile? Le guerre tribali e le vendette continue? La violenza? Sai, quelli che dicono che sono buono è perché non mi hanno mai conosciuto. E se pensate che abbia una saggezza che voi non avete, è perché voi di saggio non avete niente.”
Sul lampadario, un ragno grosso come un pugno aveva acchiappato l’uccello colorato e se lo stava mangiando. Il prete distolse lo sguardo con un brivido.
“Mio buon uomo, non credo che capisca. Temi quali il suprematismo bianco, il riscaldamento globale…”
“Cretino, pensi che la tua civiltà sia a rischio se fa più caldo di un grado? Stronzate. Da me sono venti gradi in più, sempre, e sbavate per andarvi ad abbronzare in spiaggia. Se volete spararvi calci nei coglioni perché ci avete portato ospedali e università, siete deficienti: da noi prima cavavano il cuore dalla gente. Senza anestesia. E vorreste imparare da noi? Ma cosa? A mettervi nudi a masticare droga ed essere già vecchi a vent’anni?
Batté con la mano su divano. “Questo è comodo. Tu hai la televisione e i supermercati e le medicine. Ho guardato, la tua dispensa è piena di cose buone che neanche ci immaginiamo da noi.” Lo guardò negli occhi. “Tutta questa roba mi piace. Me la prendo.” Si alzò dal divano, e avanzò verso il prete.
Il sacerdote fece un passo indietro, allarmato. “Per ripagarti del colonialismo?”
“Ma che cazzo dici? No, me lo prendo perché voi non lo volete più. E siete deboli. Contro uno spirito come me, un tempo avresti potuto invocare il tuo Dio. Ma hai smesso da un pezzo di crederci davvero. Io sono il Selvaggio, mi avete invocato voi così. Vi siete dimenticati di darmi la sola cosa che avrebbe potuto salvarvi, il motivo per cui dovrei avere misericordia.” Si arrestò. “Sai, una cosa in effetti possiamo insegnarvi.”
“E quale?”
Estrasse lentamente il machete. “Gli stupidi non sopravvivono. Si chiama selezione naturale”.

La soluzione alla situazione

Data la situazione, non c’è da stupirsi che tanti fedeli siano smarriti.
Da una parte abbiamo molte alte cariche religiose che sembrano molto più ansiose di compiacere il potere che Dio. Apparentemente, alla divinità non ci credono neanche più; ad un aldilà, ai comandamenti… tutto sembra opinabile, e il peccato praticato ormai non è più neanche denunciato. Salvo quando convenga.

Dall’altra abbiamo coloro che sono aggrappati alla tradizione come ci si aggrappa ad un relitto. Sono pieni di sdegno per chi infrange il formalismo delle antiche regole, ma spesso sfugge loro il senso reale delle stesse. Anche la loro è una posizione poco attraente, un moralismo ultimamente vuoto.

Non fraintendete: gli uni e gli altri non sono più cattivi degli altri uomini. Fanno quello che fanno tutti: cercano di piegare i desideri di Dio ai loro, facendo finta che coincidano. Li distingue solo il grado di disillusione. O forse neanche quello.

Perché quindi stupirsi se tanti non si accontentano del teatrino, e cercano qualcosa di vero, cercano qualcosa che li faccia essere davvero uomini?

Questa è la situazione nella Palestina del primo secolo. I collusi, che non credono nell’aldilà, sono i sadducei; i rigoristi della Legge sono i farisei.
E’ qui che interviene Cristo, con le sue risposte, con la sua presenza, la sua autorità, i suoi miracoli, la sua predicazione che colpisce al cuore. E riesce a mettere d’accordo gli uni e gli altri: sulla necessità di eliminarlo.

Sì, cari lettori. E’ la croce la soluzione alla situazione.

Giobbe e il bambino

“La vita è piena di solitudine, miseria, sofferenza e infelicità. E poi finisce troppo presto.”
Woody Allen

“Se Dio esiste, spero che abbia una buona scusa.”
Woody Allen

“[A Giobbe] non è stato detto niente, ma sente la terribile e formicolante atmosfera di qualcosa che è troppo buono per essere detto.  Il rifiuto di Dio di spiegare il Suo disegno è in se stesso un bruciante indizio del Suo disegno. Gli enigmi di Dio sono più soddisfacenti delle soluzioni degli uomini”
G.K.Chesterton

Dicevo l’altro giorno, parlando di “Good Omens”, che il Dio là rappresentato è un Dio a-gnostico. La gnosi ci dice: impara i segreti, e conoscerai Dio. L’ a-gnosi sostiene che non possiamo sapere niente per certo, tanto più Qualcuno di tutt’altra categoria rispetto a noi. Se la fisica quantistica ci è incomprensibile, figurarsi se siamo al livello di Colui che l’ha progettata. In più parti della Bibbia è scritto: tu, uomo, sei troppo piccolo per capirmi. “Le mie vie non sono le vostre vie, i miei sentieri non sono i vostri sentieri“, dice Dio a Isaia. Il Dio biblico è così immenso che, di fatto, ciò che punisce dell’uomo è il credersi alla Sua altezza. A partire dal peccato originale, passando per l’Esodo e i Re e il libro di Giobbe, tutti i tentativi umani di asserire la propria preminenza su Dio, o persino solo il pretendere di conoscerLo, sono finiti malissimo.

Seguire un’autorità è una mossa che può essere vincente. Se c’è chi ne sa più di noi, chi è più intelligente di noi, che è dotato di maggiore intuizione o esperienza, il voler fare comunque da soli è una ostinazione perdente. Chi ne sa davvero qualcosa di Dio? Averne direttamente esperienza è impossibile. Le volte che si è rivelato ha sistematicamente sconfessato quanti si arrogavano una qualche familiarità con lui, fossero pure grandi sacerdoti. Ha invece risposto a quanti riconoscevano la loro inadeguatezza. I grandi personaggi della Bibbia, i re, gli eroi, i profeti, i patriarchi, sono suoi strumenti, non certo suoi pari. E’ Lui a prendere l’iniziativa, è Lui a sceglierli e forgiarli per il Suo scopo.
Però la domanda di Giobbe, come la sintetizza Chesterton, è
“Ma qual è lo scopo di Dio? Vale il sacrificio persino della nostra miserabile umanità? Ovviamente, è abbastanza facile spazzare via le nostre misere volontà per il bene di una volontà che è più grande e buona. Ma è grande e buona? Che Dio usi i suoi strumenti, che Dio rompa i suoi strumenti. Ma cosa sta facendo, e che li rompe a fare?”

In fondo è stato Lui a farci così: ostinati nel volere capire il senso delle cose, e il Dio cristiano è, per definizione, proprio il senso delle cose. Ma c’è modo e modo di volerLo conoscere. Un conto è riconoscere la grandezza e la bellezza di quello che c’è, e sperare che questa bellezza e questa grandezza abbiano un significato; un altro asserire che la cattiveria e il male pervadono l’universo, e rimproverare ad esso qualsiasi mancanza di significato. Oppure pretendere questo significato di deciderlo noi.

Senza esistere non potremmo lamentarci di esistere. E ogni respiro che facciamo affermiamo che vivere è preferibile all’alternativa. Siamo come quei bambini incontentabili che si lagnano che hanno troppo pochi giocattoli, e comunque non di ultimo modello. Perché la nostra comprensione del mondo è da bambini, che si aspettano che le cose debbano andare come va bene a loro.

Come umani ci attenderemmo che il bene sorga dal bene e il male dal male; che il malvagio sia punito, che il buono abbia la sua ricompensa, su questa terra. Dio ci dice che non è così. Il bambino vorrebbe che i genitori stessero sempre con lui; ma i genitori devono fare cose per il bene stesso del piccolo, come lavorare, cose che lui non riesce a comprendere. I capricci sono la rabbia di chi non capisce, e che non può capire perché resta pur sempre un bambino. Il bambino bene educato può comprendere, da quello che i genitori gli dicono, che c’è un mondo molto più meraviglioso e complicato dietro la porta di casa di quello che lui ora può immaginare. Non è la risposta ad essere insufficiente, è la domanda ad esserlo.

Questo vale per i bambini. Ma questa soluzione non possono essere altri bambini a fornirla. Se le strade di Dio sono incomprensibili a noi piccoli umani, come possiamo sapere come comportarci? Quale autorità possiamo invocare?
Se Dio davvero tiene  a noi, se davvero è come un padre che tiene alle sue creature, allora questa domanda sancisce la necessità dell’incarnazione. Non una mente umana, ma lo stesso Dio Padre ci suggerisce che le cose hanno un senso; che sono razionali, non casuali, non arbitrarie. Che c’è un senso, un destino buono che ci aspetta, nonostante tutto quanto a noi può apparire come male.
Dio “dopo Cristo” non passa da a-gnostico a gnostico; ci dice semplicemente che noi non siamo più grandi di Lui; ma che ci vuole bene. Ci suggerisce di avere fede in Lui, di fidarci di Lui, qualunque cosa accada. Che, a ben pensarci, è tutto ciò che il bambino davvero vuole.

Io non sono così

Mi guardo allo specchio e vedo uno che mi somiglia

Vita di Schrödinger

Il gatto di Schrödinger non si sa se sia vivo o morto fintanto che non si apre la scatola. E’ un gatto indefinito.
Ma anche la nostra vita non esiste davvero finché non la guardiamo.
Il problema è che raramente lo facciamo. Preferiamo restare in uno stato indefinito, di non vita. Senza farci domande, mettendo i minuti in fila come ne avessimo infiniti a disposizione.
Forse abbiamo paura di aprire la scatola e scoprire che noi, dentro, non ci siamo.

Il tempo e i suoi urti

Cos’è che regge l’urto del tempo? Gli amici ciellini credo riconoscano la domanda, su cui ultimamente si è lavorato parecchio.
Ne parlavo con alcuni di loro l’altro giorno. Me la ricordo come se fosse ieri, quella vacanza in montagna. Un’amica mi rammenta che c’ero andato più che altro perché c’erano anche le ragazze, e io, proveniente da una scuola solo maschile, soffrivo di carenza cronica di contatti con l’altro sesso. Non ho difficoltà ad ammetterlo; però non fu la morosa che trovai in quegli spartani cameroni di ex caserma alpina, ma qualcosa di inatteso. Un luogo in cui potevo finalmente essere me stesso, dove c’era la risposta alle mie domande, un senso all’esistere.
Questo lo percepii chiaramente, seppure in modo imperfetto; sono giusto giusto trentasette anni che cerco di capirlo meglio.
Mi rammento cosa dissi a me stesso allora: “Qui c’è qualcosa di grande, voglio provare a starci; io, che non riesco a portare a termine niente, che cambio idea facilmente, voglio proprio vedere se riesco a rimanerci per almeno tre mesi”.
Quella scommessa con me stesso sono contento di averla vinta. Al tempo resiste solo ciò che è vero.

Di angeli, demoni e apocalissi

Un indizio di quanto un libro ci piace davvero è quante copie ne possediamo. De “Il Signore degli anelli” ne ho tre: vecchia edizione italiana, nuova traduzione, originale.
C’è un altro libro di cui ho tre copie cartacee: “Good Omens“, di Terry Pratchett e Neil Gaiman; in italiano, “Buona apocalisse a tutti“.
Coloro che mi conoscono non dovrebbero esserne troppo stupiti. I suoi due autori sono tra i miei preferiti, ne ho letto praticamente tutte le opere. Ci sono ben pochi scrittori che possano competere con l’intelligenza umoristica del compianto Pratchett, o con l’immaginifico stile di Gaiman.

Di questo libro ora è uscita una serie televisiva in sei puntate, ad opera di Amazon e BBC. Neil Gaiman stesso ne ha curato personalmente la produzione, garantendo uno script assai fedele, per quanto possibile per budget e durata, al testo originale.

Il tema dell’opera è “l’Apocalisse”. Il bambino che sarà l’AntiCristo viene portato sulla Terra per darle il via, e alla sua chiamata i Quattro Cavalieri distruggeranno il mondo, dando luogo alla battaglia finale tra angeli e demoni. Senonché un diavolo, Crowley, e un angelo, Aziraphale, che vivono sin dall’inizio con l’umanità, non sono troppo d’accordo, e stipulando tra loro un improbabile patto decidono di ostacolare il “Grande Piano”. Si aggiunga alla mistura che il bambino satanico, per una serie d’equivoci, non è finito dove sarebbe dovuto essere; e poi un libro di profezie straordinariamente esatte, una strega, un cacciatore di streghe, suore infernali chiaccherine, alieni ambientalisti, tibetani sotterranei, il kraken, tanti altri improbabili personaggi. E ovviamente Dio.

Neil Gaiman scrive spesso di argomenti religiosi. Il suo “Neverwhere” ha a che fare con un angelo, in “American Gods”, il suo libro più famoso, con ogni tipo di divinità; La sua ultima opera parla degli dei nordici. Anche Pratchett nelle sue numerosissime opere a volte affronta il tema. Per ambedue, le divinità in quanto tali sono personificazioni della fantasia e del desiderio umano; ma ambedue, in qualche modo riluttante, hanno il concetto di un Dio nascosto ed ineffabile; di un “oltre” che in qualche modo esiste e fa esistere tutto.

Così è anche il Dio di “Good Omens”. Al fondo di questo mio vecchio post potete leggere una citazione che ne illustra il concetto. Se angeli e demoni sono degli arroganti moralisti (ognuno a suo modo) che non vedono l’ora che abbia luogo lo scontro finale perché convinti ciascuno di vincerlo, la trama ci ricorda che non è detto che il loro piano coincida con quello divino; e l’esistenza stessa del famoso libro di profezie di cui sopra lo testimonia.

La domanda è se bene e male abbiano un qualche significato oltre quello attributo loro dalle controparti. Per Crowley il demone, “gli esseri umani sono molto migliori di noi demoni ad inventare cose terribili da fare gli uni gli altri”. Nel prologo, Crowley (ex serpente tentatore) si domanda perché l’albero della conoscenza nell’Eden fosse così accessibile, e se malgrado il suo intento, con la tentazione di Eva non abbia finito per fare del bene; e l’angelo Aziraphale, che ha ha imprestato ad Adamo la sua spada fiammeggiante, volendo fare del bene non abbia fatto del male. Il dubbio è insomma che in fondo Paradiso ed Inferno non siano che due facce equivalenti di una stessa medaglia.

Se questa è la tesi, è però contraddetta dallo svolgimento; infatti che ci sia il bene, e dove sia, risulta evidente ai lettori come ai protagonisti, che infatti lo perseguono.

Dove gli autori falliscono è nel capire realmente il cristianesimo, che non è un moralismo, e Cristo stesso, che infatti è praticamente assente; come la nozione di perdono e misericordia. In un certo senso il loro Dio è un Dio a-gnostico, che si guarda dal rivelarsi esplicitamente, ma che in qualche maniera è attivo con un suo piano – ineffabile, il “gioco” della citazione di cui sopra. Anche se il Dio di Good Omens non è, se non nominalmente, il Dio cristiano, occorre dire che è trattato con rispetto. E’ come ci dicessero: non pensate di capirlo, umani o angeli, siete creature finite. E il Suo Progetto è (forse) per il nostro bene.
L’opera non è certamente il peggio che c’è in giro, anche per il sapore chestertoniano (all’autore è dedicato il libro) di parecchi passaggi. Fa ridere, e fa pensare in modo intelligente; merce rara oggigiorno.

La versione televisiva è sicuramente godibile. I protagonisti principali sono tutti eccezionali, a parte forse i bambini un po’ penalizzati dalla regia. C’è qualche caduta di ritmo, un uso non accorto in qualche circostanza della colonna sonora; ma a mio parere è il sottotono dell’amicizia tra Aziraphale e Crowley che si sarebbe dovuta mantenere più “virile”, per quanto possibile. Perché la relazione tra un angelo e un demone debba avere un (accennato) manierismo omosessuale non lo so dire. Mah.

I lettori del libro potranno cogliere nei telefilm tanti fugaci riferimenti che non hanno potuto diventare trama, e sorriderne, come per scherzi segreti. Chi non l’ha letto… bene, ha tempo per farlo: l’Apocalisse non è domani.

Che ce ne mandino

Mi scrive un lettore, a proposito di alcuni commenti apparsi su questo blog:

(…) Mi chiedo solo quale colpa diretta possano avere certi critici (…), persino certi conclamati troll, quando i maggiori media “cattolici”, importanti vescovi cardinali e professori con cattedra di teologia “cattolica”, mostrano ignoranza della fede, e smentiscono di fatto le sacre scritture, dimostrando che il cristianesimo è pura congettura umana, un’escamotage politico (a beneficio dell’umanità, ci mancherebbe!).
Come possiamo fare con chi è stato forzatamente abbeverato alle fonti inquinate del modernismo (come succede della mia parrocchia), e oggi se la ride di tutte quelle “menzogne” cattoliche quali discese dal cielo e ascensioni (in mongolfiera?), risurrezioni e apparizioni, angeli annunciatori e spermatozoi creati nell’utero di una vergine?
Come si può evangelizzare quando la voce della Chiesa si confonde e si conforma a quella del mondo (…)? 

Dubbio più che legittimo. Così ho risposto:

Quale colpa diretta? In effetti qui mi sento di applicare quel “non giudicare” evangelico. Ma sullo stesso Vangelo c’è anche scritto: “Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato.” (Gv 15)
Parafrasando, e con un minimo di autoironia, si potrebbe dire: se non avessero letto Berlicche… ora, se non sanno e discutono con onestà intellettuale, bene! Chissà che la Grazia non agisca; in fondo anche i grandi convertiti hanno fatto lo stesso. Se però discutendo mentono, vuol dire che non cercano la verità; e allora proprio scuse non ne hanno.
Come possiamo fare con chi deride il cattolicesimo (e magari è prete o vescovo?) Deridiamo loro, perché non hanno senno: se non credono al Vangelo che li fa essere discendenti degli apostoli non meritano rispetto, perché allora non sono altro che ingannatori vestiti da buffoni.
E preghiamo per loro, perché possano rinsavire. Come discutevamo ieri e come ho scritto oggi (ieri, ndr), a tirarci fuori da questo pasticcio non saranno sedevacantisti, tradizionalisti o modernisti, ma santi.
Che da lassù ce ne mandino.

Che poi, se tutti avessimo davvero a cuore il bene della Chiesa, ricette a parte dovremmo essere concordi ed azzuffarci un poco meno. Capisco la rabbia; ma cedervi è peccato.

Non è la prima volta

Non è la prima volta che la Chiesa si trova nei guai. Non è la prima volta che abbiamo a che fare con clero corrotto, infedele, pavido, peccatore. Non è la prima volta che siamo perseguitati. Non è la prima volta che ci sono dei martiri, soppressi fisicamente o, ben peggio, spiritualmente. Non è la prima volta che la dottrina è messa in dubbio, che il potere dal suo trono applaude i persecutori. Non è la prima volta che i carnefici pensano di agire per un bene. Non è la prima volta che il sangue viene versato, che i fedeli vengono derisi e messi da parte, che l’inganno e la menzogna sembrano non avere fine e soffocare tutto.

Ed ogni volta è tutto diverso e tutto uguale.

Dopo, quando è tutto finito,
quando la tempesta è passata (quanti relitti, quanti annegati sulla spiaggia)
e il cielo sereno sembra quasi un miracolo (e forse lo è)
appare chiaro che ciò che ha permesso che la barca non affondasse non sono stati i disperati contestatori, i volenterosi capitani, gli opportunisti, coloro che si sono nascosti nelle stive, che sono scappati sulle scialuppe, il decimato equipaggio; sono stati i santi.

Quindi anche questa volta, se questo è il destino, saranno i santi a salvarci.
Ma, che fate, dove guardate, lontano? Non è così che funziona.
Non sono distanti; sono qui in mezzo a noi. Dovremmo essere io, e te.

Consenso

Il segreto della creatività è sapere come nascondere le tue fonti
A. Einstein

Mi sono imbattuto in due articoli interessanti. Il primo, da The New Yorker di un paio di anni fa, ha per titolo “Perché i fatti non cambiano la nostra mente?“, e mette in campo una carrellata di esperimenti psicologici che dimostrano come spesso tendiamo a scartare i fatti scomodi che mettono in dubbio le nostre convinzioni. Più che dalla realtà ci facciamo condizionare dall’ambiente in cui siamo, dall’opinione degli altri, e quindi sottovalutiamo ciò che va contro l’opinione condivisa.

La tesi che l’articolo sembra sposare asserisce che
La ragione non si è evoluta per permetterci di risolvere problemi astratti e logici o persino per farci trarre conclusioni da dati non familiari; piuttosto, si è sviluppata per risolvere i problemi che nascono dal vivere in gruppi collaborativi. (…) Abitudini mentali che sembrano strane o rozze o semplicemente sceme prese da un punto di vista intellettualistico si provano scaltre quando viste da una prospettiva sociale interazionista.

Il “bias di conferma”, questo condizionamento di cui parlavo, si inquadrerebbe dunque in questo conformismo indotto dall’evoluzione. Gli umani, si dice, non sono creduloni, salvo verso il loro stesso punto di vista.

Non sono del tutto d’accordo con questa tesi, come ho avuto modo di dire nei giorni scorsi. La ragione, che è il modo in cui consideriamo tutti i fattori della realtà e non solo quelli che ci fanno comodo, è qualcosa di più del consenso.

In questa direzione va anche il secondo articolo che ha per titolo “Umiltà intellettuale: l’importanza di sapere che potresti sbagliare“.
Esso parte con il segnalarci che, sebbene moltissimi studi scientifici si dimostrino errati, gli scienziati che li hanno proposti ben raramente ammettono di essersi sbagliati. Addirittura l’aver rifatto con controlli più stringenti una serie di esperimenti psicologici ha trovato che solo il 40% dei loro risultati era riproducibile. Ma della loro inconsistenza ben poco si trova: gli studi errati rimangono pubblicati e citati, basi per nuovi e più profondi sbagli.
Il punto non è l’errare, è il perseverare. L’articolista asserisce che anche le persone più intelligenti hanno punti ciechi mentali; ci vuole una cultura dell’umiltà per accorgersene, e occorre scegliere le nostre convinzioni in modo meditato.
L’umiltà intellettuale porta anche a considerare opinioni differenti, e a capire meglio i difetti di ragionamento e gli errori. Se posso dirlo senza sembrare arrogante, uno dei motivi dell’esistenza di questo blog è appunto raccogliere e valutare tutte le opinioni contrarie a ciò che sono le mie convinzioni, per rovesciarle o renderle più forti. La solidità di un progetto, o di un pensiero, la si testa sul campo.

I due articoli di cui sopra mi hanno colpito anche per una “strana coincidenza”. Ambedue, di punto in bianco, a due terzi dello svolgimento tirano in ballo Trump come esempio fortemente negativo. Leggendolo mi è scappato da ridere. Fai un discorso su scienza e conoscenza e ci metti dentro la politica? E’ un tentativo di creare un confirmation bias o un effetto dello stesso? L’umiltà e l’arroganza di altri personaggi è stata considerata? Tutto il pezzo era mirato a condurre verso un disprezzo del losco figuro, o è un tributo al consenso dell’ambiente di riferimento? Gli articolisti non prendono minimamente in considerazione la loro possibilità di errore. Medico, cura te stesso.

Tante volte pare quasi che la scienza si sia dimenticata del metodo scientifico. Che si parli di riscaldamento globale, di medicina o evoluzione, appare esserci un opprimente confirmation bias, politico e ideologico, che dimentica i fatti per cercare di distruggere l’avversario con la chiacchera. E’ impressionante accorgersi come più che la ricerca della verità si ricerchi il consenso; e, se non si ottiene, la defenestrazione del miscredente. In troppe università chi pensa in modo differente dall’opinione dominante viene respinto, dagli studenti e dallo stesso corpo docente.

Non è una bella prospettiva per il nostro futuro. Ma temo non sia neanche una novità. Ho come idea che ciò sia successo da sempre; che fatica, per l’uomo, liberarsi da questa sua finitezza.
Povera realtà, povera verità. Ti si cerca ad occhi chiusi, tastando quanto circonda il posto su cui si è seduti. Come sempre, sono pochi quelli che ti cercano davvero ad occhi aperti, a cuore spalancato.

Autenticità

Na grama lavandera a treuva mai na bona pera 
(Una cattiva lavandaia non trova mai la pietra buona)
Proverbio piemontese

Quante volte, dopo avere fatto qualcosa di sgradevole, dopo avere dato il peggio di noi o semplicemente non essere stati all’altezza, diciamo stupiti per il disastro della nostra vita “Io non sono davvero così”.
Quante volte, dopo un fallimento, diamo la colpa agli altri, alle circostanze, alla società, ma non a noi stessi. Noi siamo diversi, superiori, è inconcepibile che possiamo fallire.
Deve essere in qualcos’altro il problema.

Qual è l’autentico “io”? Quella parte di noi che desidera le cose grandi, l’eroe, il santo, il genio che tutti siamo nella nostra testa, o piuttosto quello che cede alle tentazioni, anzi, le cerca, si compiace del male fatto? Tutti gli atti più nefasti, più perversi, tutto ciò che infliggiamo agli altri o a noi stessi in fondo lo facciamo per un bene; per il bene che crediamo possa esserci per noi in quel male. Per quel sentimento distorto e malvagio che spesso è il nostro amore. “Le cose che si fanno per amore“, dice il personaggio di un noto libro prima di compiere un atto tremendo. I nostri piccoli amori egoisti possono esser più letali dell’odio.

Chi siamo? C’è stato un momento in cui tanti partivano alla ricerca di loro stessi, e spesso si perdevano. Dentro di noi siamo un paese oscuro, dalle strade tortuose e impervie. Ma le vie più pericolose sono quelle ingannevolmente larghe e ben pubblicizzate.

Se non ci rendiamo conto che la nostra natura è ferita, che soffriamo di qualcosa che lungo tempo fa è stato chiamato peccato originale, non riusciremo a superare la contraddizione tra i nostri alti ideali e i nostri bassi istinti. Tra l’impulso generoso al bene e la caduta ripetuta nel male.
Non siamo divinità. Ci sopravvalutiamo, pensiamo di esser buoni, ma non lo siamo. E quel che è peggio non lo vogliamo riconoscere, perché equivarrebbe a dovere ammettere che siamo creature finite.

In un articolo per Scientific American, l’autore afferma
“Tendiamo a sentirci più autentici quando i nostri bisogni sono accolti e ci sentiamo padroni delle nostre esperienze soggettive. Non quando noi siamo semplicemente noi stessi”. Identifica questo senso di autenticità con l’adeguarsi ai dettami della società. Sostenendo poi l’esistenza di una “sana autenticità, del tipo che ti aiuta a diventare una persona intera, che comporta accettare e prendere responsabilità per tuo intero te stesso come strada per crescita personale e relazioni significative”.

Se devo essere sincero, mi pare si voglia fare come il Barone di Münchhausen che tentava di tirarsi fuori dalla palude sollevandosi per i capelli. Non sarebbe davvero male rendersi conto di chi si è, e correggersi. Ma davvero siamo in grado di farlo da soli? La nostra natura ferita difficilmente si guarisce senza aiuto. Accettare la responsabilità dei nostri atti può essere il primo passo: smettere di accusare la pietra su cui abbiamo lavato per la pulizia venuta male, come la lavandaia del proverbio.

Ma basta ciò per diventare una brava lavandaia? Perché fare lo sforzo? Perché mantenere l’impegno?
Basta questo per perdonarsi per i tanti cattivi lavaggi? Non ci si può dare il perdono da soli.

O meglio: lo si può fare. Ma diventa la scusa per potersi perdonare ogni cosa. La via più rapida per cadere ancora. Se tutto mi è scusato, tutto mi è permesso.
Oh, cadere può essere gratificante. Se vogliamo salire ci vuole qualcosa di meglio dell’indulgenza per i nostri atti.
Possiamo trovare noi stessi solo se sappiamo dove siamo. E noi siamo qui, adesso, in questo esatto istante, in questo esatto luogo. Cercarci altrove non ha senso.

L’autentico “noi stessi” è un desiderio di infinito – cosa c’è di più gratificante di tutto, tutto, tutto – in un involucro di cattiveria. Il male che crediamo di dover fare per fare il nostro bene.
Prima di potere essere autentici – cioè fare sì che il nostro io esteriore coincida con l’interiore – occorre prima riconoscere quel bene infinito al di sopra di tutti i beni che possiamo immaginare con la nostra mente così limitata, da esseri finiti. Perché solo quel bene è in grado di guarirci, e di perdonarci, e farci accogliere quel desiderio di essere veramente noi.

Pigliati una vacanza

I once wanted to become an atheist, but I gave up – they have no holidays.
Henny Youngman

Leggo oggi su un giornale la proposta di sostituire i “controversi” crocefissi appesi nei luoghi pubblici con qualcosa di condiviso e non divisivo: la bandiera italiana e quella europea.
Ma dai, sul serio?
Sono sicuro che un malato, nella sofferenza, alzando lo sguardo e vedendo le due bandiere si sentirà meglio, saprà che quel suo dolore ha un senso, lo offrirà per il Presidente.
Il giudice, che è consapevole di quanto deve allo Stato e all’Europa, si sentirà ispirato a giudicare in modo corretto e imparziale; l’imputato sa che per merito di quelle bandiere e delle leggi che le reggono troverà giustizia.
I ragazzi a scuola saranno memori della gloriosa storia della nostra Repubblica e dell’Europa tutta con i loro meravigliosi organi di governo, che li invita ad educarsi ed imparare per potere essere fedeli alle istituzioni…

Ci pensavo ieri: ma che è lo Stato? Questa entità mitica e miracolosa, sempre sulla bocca di laicisti e atei, che guida le nostre vite, che definisce il bene e il male tramite le leggi e i reati? Mettiamoci le facce. Mattarella? Conte? Salvini? Di Maio? Berlusconi, Renzi, Prodi? Sono loro gli dei, o piuttosto i sacerdoti di questa divinità? Ogni parola dalla loro bocca è verità? Le loro disposizioni, o quella degli altri ministri, sono rette e giuste? O, se non loro, chi?
Dov’è dunque questa entità mitica? In quale struttura risiede? Se scendiamo dalle altezze dei mistici discorsi dei laicisti nostrani, per cercarne riscontro nella geografia del nostro mondo, che troviamo?

L’intraducibile battuta che apre questo post (“Un tempo volevo diventare un ateo, ma ho rinunciato: non fanno holydays, vacanze“) suggerisce una verità su cui soffermarsi: gli atei non hanno holy-days, giorni santi, ovvero festività. Non c’è niente di santo in ciò che l’uomo fa per se stesso, perché l’uomo non è santo da se stesso. Sappiamo come sono gli uomini: facciamo parte della loro stirpe, hanno la nostra faccia, quella del nostro vicino. Siamo cattivi. Ma abbiamo bisogno di santità, cioè di elevarci da quello che siamo, prenderci una vacanza dal lavoro, dal potere dell’uomo sull’uomo. Non siamo in grado di farlo da soli. Solo ciò che è santo, ciò che è più grande dell’uomo, può farlo.

Chi è esattamente l’Uomo, con la U maiuscola? Che faccia ha? Presentatemi la persona che rappresenta l’Umanità; trovatemi lo scienziato o la teoria che incarna la Scienza, il giudice o l’istituzione che sia pura Giustizia.
Mi direte: non puoi passare dal mondo delle idee al mondo fisico. Invece è proprio quello che debbo fare, perché io vivo nel mondo fisico, e un’idea è puro fumo. Sono un uomo, ho bisogno di concretezza, non di illusioni.

Che io sappia c’è stato un solo caso in cui questa idea di perfezione si è incarnata. Si è resa incontrabile. E’ per questo che sono cristiano.