Archivio dell'autore: Berlicche

Un’altra vita

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che il diritto all’aborto, sancito dalla sentenza Roe vs Wade del 1973, è sostanzialmente un’invenzione che non trova posto né nella Costituzione americana né nelle sue leggi. Che fosse tale si sapeva da un pezzo; ma finora era sempre mancata una maggioranza di giudici che lo confermasse. Adesso si è trovata.

Abbiamo assistito, da quando è trapelata la notizia che ciò sarebbe forse successo, ad un crescendo di attacchi isterici e violenti contro chi vorrebbe proteggere il nascituro. Centri per la vita vandalizzati, pestaggi, minacce, c’è stato anche chi ha tentato di uccidere i giudici. Il tutto non solo non ostacolato da chi comanda, ma in qualche modo incoraggiato dal potere. Seppellendo una volta per tutte, se uno volesse guardare ai fatti con onestà, la leggenda che il punto è la libertà. Se non si ha a cuore la vita di bambini indifesi, è chiaro che nessuna vita o opinione è al sicuro.

Quella che decade è solo la protezione federale contro la vita. Coloro che si arricchiscono sulla morte, che dell’ammazzare bambini hanno fatto il loro sacramento, non si fermeranno certamente. Hanno soldi, hanno potere e visibilità. Però, chissà. Forse un certo castello di menzogne costruito nell’ultimo mezzo secolo comincia a fare vedere qualche crepa. Ma anche dovesse crollare del tutto, sappiamo bene che il combattimento non sarà mai finito, perché il male non è sconfitto né dalle leggi né dalla buona volontà. Finché ci sarà libertà, non potremo fare a meno di scegliere.

Cenni di fisica divina

Dio è un campo.
No, non di quelli che puoi coltivare. Un campo come in campo elettrico, campo gravitazionale. In fisica, il campo è un’entità che esprime una grandezza come funzione della posizione nello spazio e nel tempo.
Qual è la grandezza che esprime il campo di cui parlo? E’ la bellezza. La verità. La giustizia. Per usare un’unica parola, potremmo dire il bene – il senso della nostra esistenza.

In prossimità di Dio, il valore del bene diventa asintotico, tende ad infinito. Smette di essere misurabile, o raggiungibile. Noi esseri finiti non lo raggiungeremo mai – salvo “cadere” dentro la divinità.

La differenza di bene tra un punto e l’altro è quello che ci fa muovere. Siamo attirati verso il bene maggiore. Spesso ci capita di procedere nella direzione sbagliata, dando retta a bussole malfunzionanti. Ciò si chiama male. Il male non ha una sua realtà indipendente. E’ un vettore che punta nella direzione opposta a Dio.
L’inferno è assenza di campo.

Vite perdute

Ho passato parte della notte ad ascoltare il rantolo di un moribondo. Di fronte alla morte hai due strade: tirarti fuori, distogliere lo sguardo, o prendere consapevolezza che quella che sta per cessare è una vita umana come la tua, con una ricchezza che tu non potrai mai afferrare, che ha visto e conosciuto cose che mai potrai sapere. Memorie di attimi irripetibili di cui non rimarrà traccia. Sogni, conoscenze, idee; perdute per sempre, in questo mondo.

Così vedi un filmato delle truppe russe all’offensiva. Un ponte distrutto. Pietre macchiate di sangue. Localizzi il posto esatto sulla mappa, fotografie risalenti a tempi diversi, senza i crateri delle esplosioni. La mappa diventa curiosamente reale, comprendi che in quel luogo delle persone stanno morendo. Stanno perdendo la loro vita, ogni cosa. Non saprai mai altro di loro. Qualcuno li attenderà invano.

Puoi pensare che ogni cosa sia perduta per sempre in ogni istante; che il tempo non sia che una scia di naufragi, di relitti abbandonati in isole irraggiungibili. Oppure che ogni cosa sia salvata; che ogni tempo sia presente a qualcosa, o Qualcuno, che è al di fuori del tempo. Anche noi; anche quel moribondo nel suo letto, anche quel soldato morto sotto un ponte distrutto.

Se distogli lo sguardo, può sembrare irreale. Guerra, sanzioni, bombardamenti; malattia, agonia, un respiro sempre più affannoso. Può non riguardarti.
E che ci puoi fare, è la tentazione.
Come cambierebbe il mondo se ci importasse di ogni vita.

Il giorno della cipolla

Dopo la rivoluzione francese, le festività dei santi furono rimpiazzate con giorni in cui si ricordavano particolari ritenuti importanti della vita rurale francese. Il 21 Giugno era il giorno in cui si onorava la Cipolla.

Nel nostro mondo contemporaneo, ancora una volta si dedicano i giorni, le settimane, i mesi a ciò che chi si illude di essere padrone del tempo decide sia importante esaltare.

I santi non se la prendono. Quello che è davvero importante loro ce l’avevano ben chiaro.
E’ per questo che li ricordiamo.

Cassandra

“Non dobbiamo farlo”, disse Cassandra.
Tutti risero. “Sei la solita complottista”, le dissero. “Ti piace dire sempre il contrario di tutti”.
“Ma alla fine ho ragione io”, ribatté la donna. “Vi ricordate quando dissi che Paride avrebbe causato la nostra rovina? Eh, vi ricordate?”
“Oh, sì, certo”, risposero. “E quindi?”
“Come, quindi? Questa guerra che ha rovinato la nostra città di Troia, il responsabile non è forse Paride?”
Nuove risate. “Ancora questa storia? Ormai è stato appurato che la causa della guerra è il mutamento climatico. Ora che anche gli Achei hanno capito che occorre convertirsi a politiche verdi, tutti i dissidi sono stati appianati”.
Cassandra alzò le mani al cielo. “Accidentaccio, come fate a non vederlo? Quando mai gli Achei hanno mantenuto un promessa? Non c’è da fidarsi!”
Le sue parole furono sommerse dai fischi. “Basta fake news! Sei tu quella che dovrebbe tacere!”
Priamo scosse la testa. “Tutti i miei consiglieri concordano che sarebbe una pessima mossa politica rifiutare i doni dei greci. Vuoi andare contro il parere della maggioranza?”
“Mandare indietro la loro offerta causerebbe inflazione, disoccupazione e stagnazione. Abbiamo bisogno che l’economia riprenda”, ammonì Deifobo. Gli altri concordarono: “E’ progresso”.
“Ma un cavallo di legno…! Potrebbero essersi nascosti dentro…” cercò di dire ancora la principessa.
“Non ci sono prove scientifiche che possa accadere qualcosa del genere. Abbiamo fatto esperimenti con modellini di cavalli e non c’è stato alcun evento avverso. Questa è scienza”, declamò Euripilo.
“Mmmh… non sono convinto”, esordì Laocoonte, colpendo il fianco del cavallo con una lancia. “Cassandra potrebbe avere ragione. Forse sarebbe meglio bruciarlo… ma che…”
Due serpenti marini uscirono rapidi dall’acqua, si avvolsero attorno alle sue gambe e lo trascinarono via. Le sue urla si spensero bruscamente. Seguì un attimo di assoluto silenzio. “Bene”, disse alla fine Priamo. “Se no ci sono altre obiezioni la mozione ‘porta il cavallo in città’ è approvata”
Cassandra indicò le onde che si stavano arrossando. “Hey! Vi sembra normale? Due serpenti marini hanno appena ammazzato Laocoonte e i suoi figli! Non vi pare che ci sia qualcosa di strano?”
“Sarà il cambiamento climatico”, disse Polite. “Festicciola?”

Metaforicamente e fisicamente

Leggendo di certi atti e dichiarazioni di alcuni uomini di Chiesa, non posso fare a mano di pensare che mirino alle nostre terga, sia metaforicamente che fisicamente, dichiarando puro ciò che puro non è.
Le potranno forse guardare ma non toccare, in quanto saranno troppo distanti; sarà quella parte di noi che mostreremo loro, metaforicamente e fisicamente, andandocene.

Perdono, perdono

Cristo non ci dice di perdonare per essere buoni, ma perché siamo cattivi.

Il contrario della vita

L’ombra sorse alle sue spalle. Lui sussultò.
“Cos’è, hai paura?”, chiese l’ombra.
Lui annuì.
L’ombra avrebbe sorriso, se un’ombra potesse sorridere. “Fai bene ad avere paura. Potresti perdere tutto quello che hai”. Si fermò, quasi soppesando quello che avrebbe detto.
“Sai”, disse l’ombra, “vivi in un mondo governato da un dio crudele. Ti strappa tutto quello che hai, in continuazione. Ti cambia le cose da sotto i piedi. Fa finire gli amori. Fa crescere i bambini. Fa invecchiare il corpo. Tutto corre verso il dolore. Se giochi sul suo terreno, perdi sempre”.
Gli si accostò, sussurrandogli all’orecchio. “Non è necessario che giochi al suo gioco. C’è il sistema per vincere”.
“Qual è?” Domandò lui.
L’ombra gli si accostò ancora di più. “Semplice, smettere di giocare. In tal modo non potrai più perdere niente. Basta ansia. Basta sofferenza. Sarai libero. Che ne pensi?”
Lui annuì.
Quando tutto fu finito, l’ombra guardò quello che restava di quell’uomo. L’amore, che gli era stato donato, non esisteva più. Non poteva più crescere, o generare, perché anche la vita regalatagli era stata gettata via. Non c’era più la paura di perdere qualcosa, perché aveva perso tutto, irrimediabilmente, totalmente.
Strana cosa la paura, pensò l’ombra, che la poteva suscitare ma non capire. La vita degli uomini era tutta un donare e un perdere e ricevere ancora. Ma la vita non gli apparteneva, era totalmente altro da lui. Non è la morte l’opposto della vita, la morte ne è solo un termine. L’opposto della vita era lui, l’ombra, perché all’ombra niente cresce.
Perché tutto ciò che era perduto diventava eternamente suo.

Un tempo si chiamava amore

Certamente il post di ieri era un poco amaro. Per capire meglio i miei sentimenti, immaginatevi un luogo che vi è particolarmente caro invaso da turisti caciaroni che lo guardano con occhi ciechi, incapaci di cogliere la sua bellezza. Una bellezza nascosta dalla sciatteria, dalla vuota compiacenza, dalla dimenticanza di sé.

Chiedeva T.S. Eliot molti anni fa, è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa, o la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?

Proviamo a fare un altro paragone, quello del rapporto tra uomo e donna.
E’ meglio vivere assieme per abitudine, senza passione, indifferenti l’uno all’altro, ripetendo gesti che non hanno più significato, oppure vivere del tutto separati, immersi in reciproche infedeltà, “autentici” nel senso che non si fa mistero che non importa niente dell’altro, rapportandosi solo se costretti?

La risposta dovrebbe essere né l’uno né l’altro.
Perché ci si dovrebbe tornare ad abbracciare, se l’altro è indifferente, intercambiabile, se tutto quello che conta è il piacere che ci si può prendere usando l’altra persona?
Perché disseccarsi in riti vuoti, di cui non si afferra più il senso, alienazione sopportata solamente per immagine sociale?

Occorrerebbe non vedere chi ci sta davanti come una necessità morale, o un fugace passatempo da afferrare e lasciare, ma come la strada verso un destino comune, la sorgente della propria completezza e felicità. Un gran lavoro da fare in due, che un tempo si chiamava amore.

Dopo il ciaone

Come, credo, la maggior parte dei fedeli che va a Messa, ho imparato a temere ed evitare quelle volte in cui questa coincide con qualche sacramento extra – battesimo, prima comunione, cresima, matrimonio.
Non certamente per il sacramento di per sé. So per esperienza di bellissime occasioni di alimentare la fede, di cerimonie davvero edificanti che ti lasciano caldo dentro, come un fuoco nel grigiore dell’inverno.
Questo accade quando sono coinvolte persone che credono in quello che stanno facendo. Purtroppo, questo non avviene nella maggioranza dei casi, quando alla funzione sembra partecipare solo gente che in chiesa non entra dal giorno del proprio battesimo.

Frequentando le chiese con una certa assiduità, si può capire in fretta quelli che sono capitati lì solo per qualche occasione sociale. Sono spesso vestiti in maniera glamour, e non smettono di parlare, salutarsi, giocare con il telefonino; nella migliore delle ipotesi, fissare il vuoto con sguardo assente. Non rispondono al sacerdote, stanno seduti quando dovrebbero stare in piedi o in ginocchio, senza neanche la decenza di adeguarsi a chi conosce il rito. C’è la stessa sacralità di un ritrovo al bar, di una riunione di condominio.

Sabato sono arrivato un po’ trafelato per la messa prefestiva, e ho subito capito che qualcosa non andava. Stormi di giulive signore in abiti appariscenti riempivano con il loro cicaleccio i gradini della chiesa e il sagrato, i maschi radunati in un angolo della piazza fumavano e parlottavano indirizzando sguardi cinici verso quegli scalini, sguardi che dicevano “col cavolo che entro, non mi avrete mai”. Una parrocchiana sulla soglia ha captato il mio stato d’animo. “Cresime”, mi ha sussurrato. “Quasi quasi ritorno domani”, le ho risposto pronto al dietrofront. “Anche domani”, ha sospirato lei. Ho emesso un gemito. La fuga era inutile.
Va bene, la speranza è virtù cristiana. Magari mi preoccupo per niente, mi sono detto.

La messa è cominciata, la campanella ha suonato, il coro ha attaccato il canto iniziale; il sacerdote guidava la piccola processione che attraversava la chiesa verso l’altare.
Nessuno si è alzato.
Non gli invitati, non i cresimandi. A quanto potevo vedere l’unico in piedi ero io, in una cappellina laterale.
Cominciamo bene, mi sono detto. Non gli hanno spiegato nemmeno questo.

Accanto a me due ragazzini formato hobbitt si sono accapigliati per tutto il tempo. Genitori e parenti abbigliati a festa erano fuggiti fuori alla prima lettura. Dietro loro, una anziana coppia è rimasta seduta e zitta per tutto il tempo, come stordita. Nel banco ancora dietro, una signora con un top leopardato a spalle scoperte e minigonna inguinale consultava di tanto in tanto il cellulare. Parenti ritardatari, quando arrivavano, salutavano e abbracciavano i presenti. Il bisbiglio ininterrotto delle conversazioni rendeva difficile seguire. Manco dicevano “amen”.
Sì, la speranza è virtù cristiana; anche la pazienza, e devo ringraziarli per avermi aiutato ad esercitarla in grado eroico.

Mi sono interrogato; cosa abbiamo mai fatto, per perdere così intere generazioni? Per avere allontanato dalla fede così tanti? Come siamo riusciti a rendere la bellezza poco interessante, a nascondere la lanterna non solo sotto il moggio, ma in cantina? Cosa può fregare a questi che si stanno cresimando di una morale in cui non si riconoscono, perché hanno spiegato loro che possono fare quello che vogliono? Oh, il perdono sarà pure assicurato per chiunque, ma il perdono da che, se non ci sono più peccati? Se quelli che un tempo lo erano ora sono alla stregua di virtù? Non c’è niente che possa interessare, perché la domanda di senso della vita è nascosta e censurata. E non c’è niente di più assurdo della risposta ad una domanda che non ci si pone.

Sia la morale che la mancanza di morale hanno una cosa in comune: l’ignorare Cristo, il metterlo sullo sfondo. Togliendo il sapore al sale, il fascino alla bellezza, e il prossimo dall’amore. Abbiamo creduto che il compito del cristianesimo fosse mantenere un’etica sociale, che folli. Mi sono chiesto cosa sia stato detto a quei cresimandi, che motivo si sia addotto per rimanere cristiani, per tornare in chiesa anche dopo quel giorno, perché quella non fosse la cerimonia del ciaone.

Alla fine della celebrazione una catechista ha fatto i ringraziamenti. Alle forze dell’ordine, perché sono venuti ad insegnare i pericoli di internet… per la gita in fattoria, a vedere le bellezze della natura…
Sono uscito senza aspettare la benedizione. Anche la pazienza capisce quando è ora di smettere.

Difficoltà di conversione

Forse non sapete di quella volta che una sonda marziana si perse per un errore di traduzione.

Accadde nel 1999. La missione Mars Climate Orbiter era costata in tutto 328 milioni di dollari, anni di sviluppo, e dieci mesi di viaggio tra la Terra e Marte.
La sonda avrebbe dovuto orbitare il pianeta rosso ad un’altezza di 150 Km. Il guaio fu che la sonda trasmetteva i dati usando il sistema internazionale di misura (cioè i Newton come unità di misura della forza); ma i calcoli erano fatti attendendosi un valore in libbre.
Il risultato fu che l’Orbiter si trovò a viaggiare a soli 50 Km di altezza dalla superfice di Marte e venne distrutto dall’attrito con l’atmosfera. Poff.

Cosa causò il problema? Tagli di budget, certo, che spinsero a riutilizzare software di missioni precedenti senza capirlo appieno, e mancanza di controlli. Ma, in ultima analisi, la causa del disastro fu il dare per scontato che un certo dato sarebbe stato nella forma che ci si aspettava. Quando il desiderio si scontra con la realtà, quest’ultima vince sempre.

Quante volte presupponiamo che le cose stiano come pensiamo noi, senza domandarci se non parlino piuttosto un linguaggio diverso, che dovremmo sforzarci di comprendere per ottenere il loro autentico significato.
Quante volte falliamo questo semplice test di comprensione, per pigrizia, o forse per arroganza. Nel caso della sonda marziana, bruciò un costosissimo oggetto metallico; nel caso nostro, fraintendere quello che il reale cerca di dirci potrebbe bruciarci la vita intera.

Al verde!

Leggo che l’UE avrebbe messo al bando la produzione delle auto non elettriche entro il 2035.
Bilancerò le parole, stando attento a non esagerare nel mio giudizio: è una stronzata decisa da decerebrati che o non hanno la più pallida idea del disastro che rischiano di provocare oppure, se invece lo sanno, sono dei criminali venduti.

Volete i motivi della mia affermazione? Eccone alcuni.
1- La decisione si basa sull’emergenza “cambiamento climatico
Peccato che detta emergenza non esista. La vedete, voi?
Una volta si chiamava “riscaldamento globale”, ricordate? Hanno cambiato nome dopo che è stato chiaro che non si stava riscaldando un tubo. Sono quarant’anni che ci dicono che abbiamo dieci anni per salvare il pianeta; ogni previsione che hanno fatto è stata smentita dai fatti. La temperatura dagli anni ’80 è salita (forse) di un grado o meno; negli ultimi quindici anni è stabile o in diminuzione. Il numero di persone morte in eventi dovuti al clima è sceso verticalmente. Uragani e alluvioni sono stabili o in diminuzione. Che poi la causa di questo limitatissima variazione di temperatura, molte volte inferiore a quella che causa un refolo di vento, sia dovuta alla CO2 è ben lungi dall’essere provato; anzi. Il solo effetto certo dell’aumento della percentuale di quel gas è il fatto che i raccolti crescono meglio, e infatti anno dopo anno è record. Altro che disastri e carestie. Se ancora ci credete, permettete che vi presenti un principe nigeriano mio amico.
2- Le auto elettriche sono inquinanti e costose
Per produrre un auto elettrica di ultima generazione occorrono metalli rari che pochi hanno (cfr Cina) e la produzione delle stesse richiede moltissima energia. L’elettricità che le fa andare avanti, poi, è prodotta con i mezzi tradizionali: qualcuno ha detto carbone? Per ragioni fisiche, il processo di produzione e trasporto di questa energia è molto meno efficiente rispetto ai motori endotermici. Si presenta poi il problema dello smaltimento delle costosissime batterie, la cui vita non è paragonabile a quella di un attuale motore.
3- Le auto elettriche sono scomode
Un’auto elettrica attualmente ha un’autonomia massima intorno ai trecento chilometri. Una ricarica completa dura diverse ore. Una ricarica rapida qualche decina di minuti, in ogni caso molto più e molto più spesso che una fermata ad una pompa di gasolio o benzina. Se l’auto ti si ferma per strada perché scarica, non puoi prendere una tanica di elettricità per farla ripartire. Notate bene: se ogni auto adesso attiva diventasse improvvisamente elettrica, la rete attuale non ce la farebbe mai a ricaricarle tutte.
4- Le auto vecchie le sappiamo fare
L’Europa sa produrre motori. Li sappiamo fare meglio di tutti gli altri. Buttare via la conoscenza e la tecnologia di cui siamo leader mondiali per favorirne una che non possediamo è un atto di puro masochismo, o di consapevole tradimento.
5- Non succederà
State comunque sicuri. Non c’è modo di produrre abbastanza batterie ed elettricità, allo stato attuale, per realizzare quanto deciso. E’ fumo negli occhi, è un imbroglio.
Ma se non lo fosse, meglio che oliate la catena della bicicletta.

Il canto della notte

La verità intera è in genere alleata della virtù, una mezza verità è sempre alleata di un vizio.
Gilbert Keith Chesterton

Con un sussulto, l’altro giorno, mi sono improvvisamente reso conto di appartenere a un’altra era.
L’era in cui sono cresciuto sosteneva che occorre educare alla virtù. Che per l’uomo non esiste nulla di più desiderabile che essere virtuoso. Che la virtù conduce ad una vita appagante e felice.

Il problema è che non una, non una delle virtù con cui sono cresciuto è ritenuta da coloro che guidano le opinioni di questo angolo di tempo e di spazio ancora degna di essere perseguita. Nessuna. Retaggi di un passato da ignorare e sopprimere. Chi ancora le pratica è vecchio, scemo o pericoloso.
Non si può neanche parlare di tramonto della virtù: ad essere idolatrati sono coloro che si comportano in modo opposto. E’ il rovesciamento completo di ciò che veniva insegnato qualche decennio fa. L’uomo ideale è diventato l’antivirtuoso. Perfetto non è chi non ha vizi, ma chi li ha tutti.

Ad essere onesti, di tanto in tanto, qualche sprazzo dell’antico ideale ricompare brevemente. E’ un lampo: di solito la virtù viene usata strumentalmente per indicare al pubblico ludibrio un nemico, per esaltare un proprio sodale o vendere qualche tipo di merce; casi sempre limitati, avulsi e smentiti dalla vita di chi li porta innanzi. Non è un problema di coerenza: si tratta proprio della consapevole negazione della verità.

Il punto è poi quello: l’affermazione che la verità ce la facciamo noi, invece che riconoscerla. I virtuosi, che si rifanno ad un Vero immutabile, sono i nemici. Questa è la maligna era corrente. Senza virtù non si è davvero uomini, ma animali violenti e menzogneri facili da ingannare e da dominare, perché già schiavi.
Ci sono stati altri periodi storici, altri luoghi in cui si è udito risuonare questo motivo. Spesso alla vigilia della fine di quel mondo, come il canto di quegli uccelli notturni che annunciano l’alba

Voi che ancora sapete cosa fossero le virtù, prestate attenzione ai discorsi che il potere vi fa attraverso i suoi mille canali. Quale attitudine è lodata nei suoi eroi? Ditemi se ho torto. E voi che non sapete queste virtù cosa siano, cercatene il significato. Conoscenza necessaria, se volete essere umani.

Alieni

Il mio amico Ugo è entusiasta. “Ho letto su Scientific American della teoria di questo professore di Harvard…”
Io alzo il sopracciglio. “Quale professore?”
“Uno di quelli fighi, un astronomo, un astrofisico, è in un sacco di comitati, è importante. Ha scritto anche dei libri sugli alieni”.
Sospiro. “Dice di averli incontrati?”
“Ma no!”, ribatte il mio amico indignato. “E’ uno di quelli che li cerca. Un vero scienziato”.
“Ah. Dicevi, la teoria…”
Ugo riprende il filo. “E’ una teoria davvero interessante! Dice che il nostro universo potrebbe essere stato creato da una razza di alieni potentissimi”.
“Hm-hm”, faccio, senza sbilanciarmi.
Ugu è eccitato. “E’ assolutamente logico, se ci pensi! Risolve d’un botto il problema del perché questo universo sembra fatto apposta per noi, con tutte le costanti fisiche che paiono calibrate per permettere la vita. Questa storia che tutto è casuale non sta in piedi, a ben vedere. E spiega anche perché esistiamo…”
“Oh, e perché esisteremmo?”
“Perché possiamo evolverci in una razza in grado a sua volta di creare universi, è chiaro!”
“Ah”. Scuoto la testa. “Non mi pare una teoria così originale. Sono sicuro di avere letto almeno un paio di racconti di fantascienza su questo tema”.
“Ma questa non è fantascienza, è scienza vera, fatta da uno scienziato!”
“Scienza. Va bene. E le prove?”
“Che prove?”
“Perché sia scienza, ci vogliono i fatti. Altrimenti è immaginazione”.
Lui ride. “Eddai! Non ti pare evidente che il cosmo sia stato progettato? E chi può averlo fatto, se non una razza aliena?”
Guardo l’orologio. “D’accordo, ti credo, l’universo è stato progettato per un fine sconosciuto da una misteriosa razza aliena che nessuno ha mai veduto. Adesso scusa però, devo andare”.
“E dove?”, fa lui.
“A messa”, rispondo.
Lui ride. “Non capisco come fai a credere a quelle boiate religiose. Non siamo più nel medioevo”.
Lo saluto mentre esco. “Già. Allora, per spiegare il mondo, non avevano bisogno di inventarsi degli alieni”.

Altrove

Qualche giorno fa ho chiesto a mia moglie: cosa dicono la televisione e i giornali che di solito segui della guerra in Ucraina? Niente di particolare, la risposta: pezzi di colore vaghi, le solite roboanti affermazioni. Non dicono che la prima linea ucraina nel Donbass ha ceduto? Ho insistito. No, non lo dicevano.
Ci sono voluti un paio di giorni perché a denti stretti fosse ammesso che la guerra non stava andando proprio benissimo per Kiev. O per l’Europa, se è per questo, visto che sempre più ci si sta accorgendo che le sanzioni dei mesi scorsi ci si sono ritorte contro in modo spettacolare. Che è come avessimo dichiarato guerra a noi stessi.

Certo, non sono notizie che normalmente si possono leggere o ascoltare dai media di (nostro) regime, cioè quasi tutti. Bisogna avere voglia di spulciare un po’, di leggere in altre lingue, di confrontare fonti di più parti per capire come stanno andando le cose. Che Kiev difficilmente riuscirà a ricacciare indietro i russi, perché il suo esercito è quasi allo sbando. Hanno mandato al fronte, al massacro, reclute senza preparazione. Il morale, e la considerazione che la gente ha del proprio governo, non è proprio alle stelle.
Lì come qua.

I profughi, poi, non stanno più fuggendo, stanno rientrando – almeno quelli delle zone non di guerra. Anche perché la situazione nei paesi ospiti comincia a farsi tesa. Va bene ospitalità, ma per quanto? Se Zelenski vuole continuare la guerra ad oltranza, i paesi più vicini potrebbero cominciare ad arrabbiarsi. Sul serio. Anche nel campo di coloro che hanno lavorato da anni per questa guerra in campo occidentale qualche spaccatura comincia ad emergere. Le cose non stanno andando proprio come previsto, almeno da alcuni.

Se la guerra finirà sarà più che altro perché si apriranno nuovi scenari. Qualcuno vi ha detto che la Turchia sta di nuovo invadendo il nord della Siria? Che si prospetta laggiù uno scontro diretto con la Russia? Sì, la Turchia di Erdogan, quella che ha posto il veto sull’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO (lo sapevate, vero?).
Domandatevi perché.
Per non parlare di Taiwan. Di Iran. Di Corea del Nord. Oh, e l’India ha appena testato un missile intercontinentale. Ecco, se queste nuove grane dovessero scoppiare contemporaneamente il rischio che scoppi qualcosa di più grosso, molto più grosso, c’è tutto. Sembra a stare a Sarajevo, nel 1914 o nel 1991. Forse Hiroshima 1945.

Nel frattempo in Nigeria hanno ammazzato cinquanta cristiani, a messa, donne e bambini. Ma non c’è da preoccuparsi. Non erano pazzi psicopatici, non erano suprematisti, nazionalisti, russi. L’uomo è buono, il governo dice sempre la verità e la guerra è altrove.

La folle lussuria del gorilla ipnotizzato

Ai ragazzi di oggi, abituato al politicamente corretto, copertine del genere debbono sembrare più strane di un testo buddista coreano del XV secolo. Eppure c’erano anni in cui giornaletti e giornalacci con copertine tipo questa vendevano, eccome se vendevano:

Questa ce l’ha un poco tutte: sessismo (Playboy Parker’s joy girl commando raid – non penso neanche sia traducibile in italiano), anche riguardante minorenni (Le liceali cacciano le professioniste fuori dal mercato!), razzismo (Oh, i malvagi stupratori cinesi!), politica (comunisti), violenza (Ammutinamento sulla fregata del peccato!) sadismo (Le torture nude dei 1000 tagli!)… persino la protezione animali avrebbe qualcosa da dire riguardo alle brame sessuali di quel povero gorilla ipnotizzato.
Difficile trovare qualcosa di più lurido, almeno secondo la mentalità corrente. Mancano solo il fumo e il riscaldamento globale.

Mi è caduto l’occhio sul titolo del giornaletto: Man’s daring, “Ciò che l’uomo osa”. E ho capito che tutto il luridume di quella copertina in realtà era lurido anche allora. Per questo attirava: perché era esagerato, sporco, scorretto… eppure era presentato come qualcosa che gli uomini,”i veri uomini”, desideravano. Faceva colpo perché era trasgressivo. Era la liberazione della componente animale della persona: sesso, violenza, potere.

La trasgressione, oggi, ha fondamentalmente gli stessi componenti, ma espressi con concetti diversi. Invece di una mascolinità tossica abbiamo una mancanza di mascolinità altrettanto tossica. Da dominatori a dominati, da attivi a passivi.

I lettori di quel tipo di rivistacce di allora ormai sono probabilmente per età oltre quei tipi di desiderio; sono passati sessant’anni. Mi chiedo i lettori potenziali di oggi come soddisfino il loro desiderio trasgressivo di assurde e deliranti storie di sesso, violenza e sopraffazione.
Chissà se bastano loro i telegiornali.

Siamo gente ben strana

Siamo gente ben strana.
Vediamo che la gente ricca non è felice, eppure bramiamo la ricchezza.
Ci accorgiamo che inseguire sogni di sesso senza limiti distrugge, eppure lo facciamo lo stesso.
Vorremmo un mondo senza limiti, leggi, morali, eppure dove quelle mancano sappiamo esserci l’inferno.
Faremmo di tutto per il potere, per quel poco di potere che potremmo ottenere, ma disprezziamo e odiamo chi quel potere ce l’ha.

(e, giorno dopo giorno, la nostra vita si dissecca in sentieri insensati)

Insomma, faremmo di tutto per essere infelici; e il mondo attorno a noi, il mondo dei ricchi, dei moralmente liberi, dei potenti e di tutto il loro contorno di celebratori ci incoraggia, unanime: “Siate come noi”. Schiavi del nulla.
Chi ci indicherà la felicità vera, se più nessuno sembra crederci? Come potremmo volere essere altro?

Siamo gente ben strana. Tutto ci indica la strada per l’infelicità, eppure noi guardiamo ancora il cielo.

Questo silenzio cos’è?

Il mondo ci rintrona. Dalle orecchie e dagli occhi, nel mondo convulso in cui viviamo, ci vengono riversati addosso fiumi di informazioni. Al confronto, una jungla, una savana, sono posti tranquilli. Ogni auto può essere pericolosa come un predatore, negozi e lavori sono assordanti esplosioni di suono, il chiacchiericcio di colleghi, media, passanti sollecita la nostra psiche a livelli che i nostri antenati non hanno mai dovuto sopportare.

Per combattere questo assalto ci si isola nel proprio mondo virtuale, fatto di cuffie e auricolari, di musiche e chat e giochini da guardare con occhio cieco a quanto ci circonda.
Ma questo non è silenzio. E’ sostituire rumore con altro rumore, di nostra scelta.

Il silenzio è diverso. Silenzio vuol dire ascoltare se stessi. Significa riallacciare pensieri, allargare il cuore a suoni e idee normalmente annegate nel rumore. Rinunciare a quel volontario oblio della propria mente. Guardare ciò che esiste, a cominciare da noi stessi; ritrovare il rapporto con ciò che non siamo noi.

Ci sono posti, sui monti, dove la mancanza di suono è quasi un grido; ma anche solo camminare nella campagna, con l’ossessivo ritornello dei grilli e delle rane, può essere a suo modo silenzio. Quando ci immergiamo in sacche di questo silenzio la mente comincia a lavorare davvero. Si aprono le orecchie del nostro cuore. Comincia a vedere lontano.

Coloro che vorrebbero controllare il nostro pensiero odiano il silenzio, come il Capitano Uncino della canzone di Bennato. Il silenzio invita a pensare, invece di obbedire, di fare senza dubitare, senza mettere in forse il ritornello del rumore del potere. Un rumore che ci rende silenziosi, ma che silenzio non è.

Decisioni

C’è una leggenda diffusa ai giorni nostri che asserisce che le macchine prendono decisioni in modo assolutamente neutrale; che quindi il ruolo di arbitro e di giudice debba essere assunto da programmi evoluti, da intelligenze artificiali, che garantirebbero un risultato certo ed equilibrato.

E’ un’affermazione assolutamente falsa.
Una macchina per “prendere decisioni” si basa su algoritmi, e gli algoritmi sono basati su dati. Sia gli algoritmi che i dati sono creati e forniti da esseri umani.
A differenza dell’uomo, una macchina non compie salti deduttivi. Ha solo ciò che le è stato messo dentro.
Un vecchio adagio dice “garbage in, garbage out“. Se inserisci spazzatura, quello che esce è spazzatura.
Se le funzioni che la macchina usa per scegliere sono scritte male, il risultato sarà problematico. Se i dati sono in qualche maniera artefatti, lo stesso. Anzi: è possibile dimostrare che persino l’ordine con cui i suddetti dati sono presentati alla macchina influenza pesantemente il risultato della sua elaborazione.

In altre parole, le macchine sono pessimi decisori. Non possono tenere conto di ogni sfumatura, perché non esiste nessun tipo di codice che possa insegnare loro a farlo. Quello che ai nostri occhi appare ovvio, banale, se non è codificato per la macchina non esiste. La macchina non “prende una decisione”: in base ad una serie di input, assegna un valore maggiore ad un certo risultato piuttosto che un altro. Non implica consapevolezza. Non implica libero arbitrio. Non implica neanche dubbio. La probabilità è differente dal dubbio.

Nel mio romanzo, il destino del mondo è affidato a una intelligenza artificiale, che lo distruggerà se si dovessero verificare certe condizioni; ma la decisione finale è stata posta nelle mani di qualcun altro, un Custode umano, proprio per questo motivo; perché nessuna macchina, per quanto complessa, può afferrare tutte le sfumature della realtà.
Che poi anche gli uomini prendano cattive decisioni, è una certezza. Ma davvero sarebbe possibile ad una macchina insegnare la pietà?

Mettiamoci una pezza

“Patch” vuol dire letteralmente “pezza”. In linguaggio informatico, è il rilascio di codice che serve a correggere certi errori del software di cui ci si è accorti tardi. Il programma si comporta male in determinate circostanze, e quindi viene modificato o aggiunto un qualcosa che mette a posto il problema.

Semplicissimo, in teoria.

Non è proprio così.
Intanto, occorre togliersi dalla testa che un programma possa essere testato completamente. Un noto aforisma dice che gli stupidi sono molto più abili degli intelligenti a trovare gli errori, cadendoci dentro. Le circostanze reali sono infinitamente più complesse non solo di quanto si testi, ma anche di quanto si possa testare.

Sei o sette anni fa rilasciammo una serie di modifiche in apparenza innocue al nostro programma più complesso, dopo averle provate per oltre cinque mesi. Su una macchina su cento una particolare funzione utente smise di funzionare. Su un installato di decine di migliaia il problema si trasformò in una valanga di reclami e, dopo una settimana passata ininterrottamente a cercare di capire la causa, dovemmo disinstallare gli aggiornamenti.

Gli errori accadono comunque. Un adagio in voga tra gli informatici dice che ogni programma contiene una riga di codice inutile e una che contiene un errore; quindi, togliendo una per una le righe inutili, si arriva ad un programma di una sola riga che non funziona. Tanto per ridere; ma non così distante dalla realtà della programmazione. Sviluppatori inesperti, ambienti di sviluppo bacati, codice le cui specifiche cambiano più e più volte, generando matasse di codice ingarbugliato… le cause di errore sono infinite.

Le “pezze” stesse spesso, poi, introducono a loro volta problemi, perché magari, per la fretta, chi le ha sviluppate non le ha provate a fondo prima di rilasciarle. Accade anche alle grosse aziende. Ho ben presente certe patch di Microsoft che hanno causato devastazione prima di essere a loro volta corrette.

Teoricamente, un computer dovrebbe essere un sistema perfettamente conosciuto e replicabile. La realtà è del tutto diversa, come ben sa chi abbia fatto assistenza remota di programmi complessi. Sovente la via più rapida, a volte la sola praticabile, per rimediare ad un malfunzionamento, è “cancella tutto e reinstalla”.

Detto questo, capite che mi preoccupa parecchio sentire Bill Gates, colui che ci ha dato, per così dire, il sistema operativo Windows, e che ora è passato ai vaccini, asserire che tutto ciò di cui abbiamo bisogno dal punto di vista medico è avere costanti aggiornamenti di noi stessi, del nostro sistema operativo; installare delle patch, insomma.

Mi preoccupa prima di tutto perché una tale concezione della fisiologia è profondamente errata. Secondo, l’essere umano è incredibilmente più complesso di un programma di qualche milione di righe di codice: siamo ben lungi dal comprendere tutto quanto avviene al nostro interno. E se Windows è notoriamente pieno di problemi, colmo di assurdità informatiche e cattive scelte progettuali, pretendere di adottare la stessa filosofia su esseri umani vivi mi riempie di sgomento. E’ una follia transumanista; è il meccanicismo ultimo, la cosificazione della persona.

Quello che temo è che, avendo il potere e i soldi, questo sistema si finirà con l’imporlo. O forse si è già fatto, si sta facendo, e piano piano cominciano ad emergere le storie di patch non proprio di successo. Il guaio, qui, è che gli esseri umani non possono essere cancellati e reinstallati da capo.

I sei stadi della correzione errori.
1- Questo non può accadere
2- Questo non accade sulla mia macchina
3- Questo non dovrebbe accadere
4- Perché accade?
5- Oh, capisco
6- Ma come faceva a funzionare?

Fratelli d’inchiostro

Per me visitare il Salone del Libro dev’essere un po’ come per un goloso entrare in una pasticceria estremamente ben fornita. Non desidereresti altro che buttarti a capofitto, immergerti in quel mare, abbuffarti oltre la sazietà; ma sai che dedicarci la tua vita intera non basterebbe ad esaurire l’offerta. E, in ogni caso, esploderesti prima.
Oh, se vendessero tempo; ne acquisterei a barili. Ma le ore sono quelle che sono, e forse gli anni qualche danno l’hanno fatto, perché non ho più quell’avidità di leggere di una volta.
Forse è questo l’invecchiare: comprendere che non potrai avere tutto ciò che desideri, e dovrai limitarti a contemplare di lontano. Ora saggiamente conosco i miei limiti.

Al mio limite sono arrivato alla sera, stanco che neanche avessi scalato una cima. I chilometri percorsi su e giù nei padiglioni sono più o meno quelli, però. Quanta gente interessante! E che bello parlare con chi condivide, almeno in parte, le tue passioni. Ho scoperto che gli autori fantasy sono strani forte; persino più di me. Ci siamo pianti un po’ addosso per la mancanza di attenzione delle grandi case editrici; ma che ci volete fare. Al di fuori dei banchi al supermercato c’è un mondo di piccoli editori, di libri di cui non saprete mai niente (come il mio). D’altra parte, al firmacopie di Joe Lansdale (quel Joe Lansdale!) c’era quasi nessuno; ci ho anche parlato per un paio di minuti. Se uno degli scrittori più celebri (e bravi) del pianeta viene ignorato così, di che mi posso lamentare io?

Con un paio di quei colleghi scrittori abbiamo concordato, non lo facciamo certo per i soldi. E probabilmente neanche per la gloria. Ci fossero gli uni o l’altra non ci sputeremmo sopra – ma scriviamo, in realtà, perché abbiamo qualcosa da dire, storie da raccontare, e dobbiamo restituire al mondo un po’ di quelle parole che abbiamo letto, che ci hanno fatto crescere e sognare.
Noi, fratelli e sorelle dell’inchiostro.

Filantropi

Il filantropo è una persona che ama l’uomo. Ma non l’uomo qualsiasi: l’uomo come lui desidera che esso sia.
E’ inevitabile; è nella natura stessa dell’essere umano. Lasciati a noi stessi, non possiamo non amare ciò che più ci piace, e favorirlo. E’ anche il motivo per cui il tentativo di generosità, se di questo si tratta, finisce spesso per negare l’impeto stesso che lo ha originato.

Così apprendiamo che dietro mille associazioni dallo scopo nominalmente nobile, dietro certi rivoltosi e contestatori molto organizzati, dietro gruppi di cittadini indignati e sostenitori di cause giuste, dietro coloro che decidono che certe cause sono giuste e che certe altre invece no, c’è spesso un filantropo.

E’ il filantropo che fornisce i cartelli per le manifestazioni, e sovvenziona chi crea gli slogan. Quelle coreografie sono il risultato professionale dei contributi di un filantropo. Chi ne fa parte riceve uno stipendio, e se si impegna gratuitamente è perché è stato convinto da qualcuno pagato dal filantropo. Perché tutto quel lavoro organizzativo non vada perduto, il filantropo si preoccupa di informare il pubblico. I filantropi sono molto generosi con i mezzi di comunicazione. Sono previdenti, i filantropi.

A seguire i soldi, si potrebbe essere portati a pensare che a causare certe situazioni estreme, certi disastri, il risultato di certe elezioni, certe leggi abominevoli e regimi peggiori, addirittura certe guerre, sia stato un filantropo. Dei filantropi però non si può che parlare bene: perché loro fanno del bene, no? Capitano brutte cose a chi non parla bene dei nostri amici filantropi, un po’ come a chi non crede alle catene di S. Antonio.

Che poi tracciare questi soldi non è semplice. Ci sono fondazioni esplicite ed altre meno esplicite, società che sono solo il paravento di altre società, con indirizzi uguali e uffici vuoti, stessi dirigenti, nessun impiegato, nessun sostenitore. Solo nomi accattivanti e un poco misteriosi, e budget milionari. Tutta beneficenza. Tutta filantropia.

Avendo i soldi, non c’è niente che il filantropo non possa fare per sagomare il mondo a sua immagine. Un autentico principe di questo mondo.
E’ libero. Può farlo. Ha il denaro e quindi il potere. Può comprare quello che vuole.
Tranne ciò che davvero importa.

I bei vecchi tempi

Prehende servam: cum voles, uti licet.
Prenditi la schiava: quando vuoi, è tuo diritto
Graffito pompeiano

Leggevo qualche giorno fa le polemiche suscitate da una tizia che accusa la Chiesa cattolica di opprimere, da duemila anni, la donna.

Suggerirei a coloro i quali le credano o siano tentati di crederlo, di provare a verificare se nelle tante culture, intorno al mondo, dove il cattolicesimo ha poca importanza, la situazione femminile sia nettamente migliore.

Come controprova, consiglio di guardare anche al modo in cui la donna era considerata dalle nostre parti prima che i cristiani cominciassero a dire la loro. Ne abbiamo una testimonianza pressoché diretta guardando a Pompei, che è una sorta di capsula del tempo congelata all’eruzione del primo secolo. In quella piccola cittadina di poche migliaia di persone sembra ci fossero almeno trentacinque bordelli, per non parlare di coloro che numerosi, maschi e femmine, si prostituivano per strada. Le tariffe, forse anche per l’offerta disponibile, erano assai basse: si partiva da due assi, il costo, dicono, di un bicchiere di vino.

Naturalmente l’età non era un limite. I bambini di entrambi i sessi facevano parte dell’offerta, per chi aveva quei gusti. Per i più abbienti c’era anche la possibilità di sfruttare liberamente i propri schiavi, come ricorda il graffito all’inizio di questo post.

Le immagini falliche e di copule, spesso anche oltre quello che oggi è l’osceno accettabile, erano pubbliche e diffusissime. Ragazze di buona famiglia indossavano gioielli raffiguranti peni maschili. Qualcuno potrebbe rimpiangere una visione così disinibita del sesso; forse dovrebbe pensare a chi quelle prestazioni le doveva fornire, per obbligo o necessità. Lo sfruttamento totale della persona, senza nessun rispetto.
Naturalmente quella attività finiva con il produrre gravidanze indesiderate. I bambini non voluti di cui non ci si liberava prima venivano buttati una volta nati nei canali di scolo, o abbandonati in campagna.

Le testimonianze dei primi cristiani ci dicono che era loro rimproverato proprio l’astenersi da tutto questo. Allora, come adesso.
Ecco, forse c’è qualche nostalgico di quei tempi, che vorrebbe ritornassero. Personalmente, io no.

Lunedì 23 maggio sarò al Salone del Libro. Cercatemi allo stand dell’editrice Echos.
Ecco l’intervista fattami da Elisabetta Violani, su Youtube; disponibile anche presso il suo profilo Facebook.