Archivio dell'autore: Berlicche

Il destino di Giulietta

C’è qualcosa che a noi moderni sfugge nella tragedia di Romeo e Giulietta. Qualcosa che non consideriamo perché abbiamo perso una certa visione del mondo, e quindi non ci è possibile capire.
La sorte dei due amanti, che si suicidano credendo l’altro morto, è qualcosa di realmente penoso. Ma doveva essere ancora più angosciante nell’età antica, quando appariva immediatamente evidente a tutti che quella coppia sarebbe finita all’inferno.

Ma come, la dolce Giulietta all’inferno? Oggi, che di quel luogo si ha solo un’immagine scipita e artefatta, la notizia provoca solo uno sguardo perplesso. Chi ci crede ancora, a parte pochi biechi tradizionalisti? E che sarebbe poi, un posto un po’ caldo dove si beve caffè?

Eppure un cattolico dovrebbe saperlo cosa sia. L’eterna lontananza da ogni cosa bella, buona, vera; la mancanza totale di Dio. Non esiste sofferenza più grande. Provate a pensare alla vostra vita senza niente di ciò che vale. Eternamente.

E per quale motivo Romeo e Giuietta dovrebbe finire lì? Si amavano così tanto, love is love…
Appunto. Il loro amore non è un amore a ciò che è vero, e bello, e giusto, ma ad una persona. In cui hanno riposto tutto il senso della vita, e quando è cessato la loro vita non ha avuto più senso. Hanno rifiutato ciò che è bello, e vero, e buono; hanno rifiutato Dio. Per seguirsi nella morte, per seguire la morte.

E Dio non è il tipo che, quando lo rifiuti, si impone con la forza. Ti lascia alla tua libertà, alla tua scelta.
Per quanto possa spezzare il cuore, la loro tragedia più grande è proprio questa. La loro morte eterna. Come Amleto con la vendetta, come Otello per gelosia, come Macbeth per il potere, hanno scelto il loro attraente idolo e gli si sono dedicati anima e corpo. Fino a morirne, di anima e di corpo.

Dio non usa la sua misericordia contro la nostra libertà. La quale, inseguendo una falsa felicità, trova solo il dolore. Ché mai vi fu una storia così piena di esso come questa di Giulietta e del suo Romeo.

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Nei guai

Qualcuno di voi si ricorda il film “Butch Cassidy”, con Paul Newman e Robert Redford nella parte di Sundance Kid? Una pellicola molto bella, con una eccellente colonna sonora (“Raindrops keep falling on my head“…), e se non l’avete mai visto dovreste dedicargli una serata. Se è vostra intenzione, fatelo prima di proseguire a leggere. In caso contrario mi perdonerete lo spoiler.

I due protagonisti, famosi fuorilegge, sono costretti a lasciare gli Stati Uniti perché inseguiti dai detective dell’agenzia Pinkerton, assunti dalla ferrovie stufe dei loro assalti ai treni. Tentano di riprendere la carriera in Bolivia, però il colpo va storto. I due sono asserragliati in un edificio, feriti, circondati. Fuori si ammassa un esercito, ma loro non lo sanno, e pensano ad una sortita. Poco prima di tentare l’uscita disperata Butch chiede a Sundance se ha visto tra gli inseguitori Lefors, il capo degli agenti della Pinkerton. Alla risposta negativa, lui replica “Bene… per un attimo ho pensato che fossimo nei guai
Escono sparando, fermo immagine. Fine.

Quante volte noi ci convinciamo di sapere cosa sia il peggio, illudendoci. E così siamo sollevati quando ciò che temevamo non avviene… senza accorgerci che arriva qualcosa di ben peggiore.

Da parte mia, sono convinto di due cose.

La prima, è che al peggio non c’è limite. La nostra fantasia non arriva a immaginare, a protezione della stessa sanità mentale.

La seconda, è che anche il peggio è per un meglio. Nella trama del tempo, che noi non conosciamo perché per buona parte non risiede nel nostro universo sensibile, ogni cosa ha in sé una scintilla di redenzione, un progetto buono che non conosciamo. C’è una giustizia che non è la nostra, un amore a noi che non capiamo. Che ci dà sempre una chance, fino all’ultimo.

Se ci illudiamo che uscire sparando possa risolvere tutto, è perché non ce ne rendiamo conto.

Una macchia per la scienza

“Ricerca su Sindone, almeno metà delle macchie di sangue sono false”
Così titola l’Ansa.

Non so le macchie, ma quello che posso dire è che quelle che mi sembrano false sono le affermazioni finali della ricerca.
Come fanno a dire che le macchie sono un inganno? Hanno fatto colare del finto sangue e verificato che non sono riusciti a riprodurre alcune delle macchie presenti sulla Sindone.
E come è stata fatta questa prova? Tenendo un braccio alzato in posizioni fisse; con un manichino, rigido, sdraiato, con un “sangue”poco denso, estremamente liquido…

Sarebbe ridicolo se non fosse tragico. Un corpo umano non è un pezzo di plastica; si piega, si infossa, si muove, possono esserci stati legacci o abiti a fermare il sangue, la superficie può non essere stata piana, il sangue si coagula, secondo i Vangeli la crocefissione è durata ora, non secondi…… le braccia possono essere state inclinate in avanti, all’indietro, mezzo ruotate… chiunque abbia sanguinato, o anche solo dipinto qualcosa con un pennello che cola, si può rendere conto dell’idiozia di affermazioni così categoriche.
Ci sono un milione di fattori che questi signori non conoscono. Ma a loro non interessa.
Non sono presi in considerazione perché i cosiddetti ricercatori conoscono già il risultato che vogliono ottenere. E’ come domandare ad un imbonitore se conviene comprare quello che vende: quale pensate sarà la sua risposta?
E’ come dimostrare che gli uccelli non possono volare basandosi su un piccione d’argilla.

La domanda alla quale quei personaggi non sanno rispondere è: l’altra metà delle macchie, allora, che cos’è? Come è stata ottenuta questa Sindone? Perché qualcuno dovrebbe prendersi la briga di riprodurre minuziosamente un corpo umano completo di ferite e poi, invece di far colare semplicemente del sangue, si mette a dipingerlo?
Cosa è certo è che questo genere di pseudoricerche che non reggono ad un esame critico sono buone per i superficiali, per coloro che si basano sui titoli, per chi cerca delle ragioni qualsiasi per non avere bisogno di credere. Sono “fake news”, una panzana mediatica che di scientifico non ha niente. Pubblicità.

A coloro ai quali invece interessa il vero dico: dubitate dei dubbiosi. Studiate più nel profondo. Potreste avere delle sorprese.

All’orizzonte

Sei sul margine del deserto, che guardi nella distanza. C’è un puntolino all’orizzonte. Cosa sarà mai? L’aria calda distorce quella distante sagoma che si vede a tratti.

Le persone attorno a te, ognuna ha un’opinione. C’è chi dice che sia un uomo, un viaggiatore a piedi. Chi un uomo a cavallo. Chi un coyote, chi qualche altro animale selvatico. Altri dicono sia
un miraggio dovuto alla calura, che lì fuori non ci sia niente. Esiste realmente, quel qualcosa in lontananza?

Le loro opinioni sono tutte legittime, anche se alcune sono discutibili. Ma solo uno può avere ragione. Non possono essere tutte vere contemporaneamente. Non può essere un uomo e uno sciacallo. Non può essere qualcosa e insieme niente.

Quindi la domanda importante non è se gli altri abbiano il diritto di esprimere la loro idea. E’ “Chi ha ragione”?

Tu noti qualcosa d’altro. Un nuovo punto, ma questa volta si avvicina. Lo vedi bene, adesso, è un uomo. Arriva dalla stessa direzione di quell’altro oggetto all’orizzonte. Si fa avanti, vi saluta.
“Io e mio padre”, dice, indicando il punto lontano “stiamo cercando un posto dove stare. Sareste disposti ad ospitarci?”

La domanda adesso è cambiata. Non è più “Chi ha ragione”, ma “Sta dicendo il vero quest’uomo? Posso credergli? Arriva proprio da lì, è credibile che abbia la risposta al nostro dubbio?”

Se, dopo che quest’uomo è giunto, continuate a discutere, e siete ancora dell’idea che il punto all’orizzonte potrebbe essere uno sciacallo o un’illusione, allora ciò vuol dire solo una cosa: non gli credete.

Così se, nella nostra realtà di oggi, pensiamo di non potere dire niente ad un ateo, un agnostico, un uomo di altra religione, vuol dire che non crediamo a quell’uomo che il Padre Suo ha mandato a salvarci dalle nostre opinioni. Vuol dire che non ci possiamo chiamare con il suo nome, dirci cristiani.
Siamo solo dei coglioni che guardano l’orizzonte, incapaci di capire cosa vedono.

Provocazioni

Va bene, va bene, faccio coming out. Sono un appassionato di Clash Royale.
Per chi non lo conoscesse, è un giochino di quelli che vanno su tablet e cellulari. Si gioca sempre online, contro uno sfidante di qualsiasi parte del mondo. Ognuno ha tre torri, e bisogna distruggere quelle del nemico entro un dato tempo. Per farlo si gettano sul terreno di gioco diversi tipi di “carte”, ognuna con caratteristiche diverse: scheletri, velocissimi goblin, barbari, cavalieri, principesse dotate di frecce incendiarie, draghi… una volta piazzate, si muoveranno secondo le loro caratteristiche fino a distruggere o essere distrutte.

Me ne sono innamorato appena l’ho visto giocare ai miei figli, e da allora mi ha fatto perdere (divertendomi) un sacco di tempo. Ma non era del programma in sé che volevo parlare.
Una caratteristica dell’applicazione sono le “provocazioni”. C’è un set di frasi fisse e brevi animazioni che si possono “lanciare” all’avversario. Sia per complimentarsi o augurare buona fortuna, sia per – appunto – provocarlo. C’è gente, e sono in buon numero, che pare che più che vincere abbiano come scopo insultare l’avversario, farlo uscire dai gangheri. Quando ci si trova di fronte persone del genere il pensiero è “quanto può essere cretina la razza umana”. Quale genere di persona gode più nel fare male all’avversario che di una sfida ben combattuta?

Da poco gli autori del gioco hanno messo in vendita delle nuove provocazioni animate. Non credereste quanti le hanno comprate. Non oso pensare i guadagni stratosferici derivanti dal vendere per tre euro quattro animazioni a decine, centinaia di migliaia di persone. In Iraq, in Cina, in Brasile, in ogni stato del mondo c’è gente che spende soldi non per aumentare le probabilità di vittoria cercando di potenziarsi, ma per prendere in giro sconosciuti di cui non sapranno mai neanche il nome.

Qualcuno ha detto “che cosa sia l’uomo lo si vede quando gioca”. E’ vero. E fa pensare.

Privato

La religione per definizione parla del mistero di cosa vuol dire essere uomo e vivere. Pensare che sia un fatto privato da non mostrare in pubblico vuol dire non averlo compreso. La vita è qualcosa che accade vivendo.

Anche il credersi dei e negare Dio è un tipo di religione, oggi molto in voga. Non a caso essa cerca di negare alle sue concorrenti il diritto di esprimersi, perché, afferma, altri diritti sono più importanti. Questi diritti sono i suoi dogmi arbitrari. Vanno creduti ciecamente, anche perché le loro motivazioni non sono evidenti.

Se alla fede non è permesso agire visibilmente, da parte di chi dice di averla o a causa di altri che non ce l’hanno, è come se quel dio non avesse mani, piedi, occhi, voce, e quindi non fosse che un idolo muto. Crederci diventa indifferente, inutile, niente.

Una volta confinato Dio nel privato, l’uomo è privato di Dio.

Benedetto

San Benedetto cercava Dio, per questo educò gli uomini, che fecero l’Europa.
Oggi vogliono dimenticare Dio per cercare l’Europa, e stanno solo disfacendo gli uomini.

Le storie di San Randazio: il prossimo abate

“Bene arrivato, Fratel Randazio! Fratelli, accogliamolo con un applauso!”
Randazio tossicchiò, chiaramente imbarazzato. Aveva viaggiato quattro giorni, a piedi da Collemagno, per raggiungere il monastero dove il suo superiore l’aveva inviato. Ad accoglierlo aveva trovato una folla, un comitato di benvenuto. Il monaco che aveva parlato si fece avanti e lo abbracciò. Era di mezz’età, leggermente pingue, con la barba e la tonsura curata e un saio assolutamente perfetto. Come del resto anche gli altri frati che avevano circondato il nuovo arrivato.
Il monaco ben vestito, tenendogli una mano sulla spalla, si rivolse agli altri. “Caro Fratel Randazio, è un onore che un personaggio così famoso abbia accettato il nostro umile invito di entrare a far parte di questa comunità. Sono sicuro che con voi come abate il nostro convento diventerà ancora più grande e prospero di quello che è.” Parlava con enfasi, intervallando le frasi con momenti in cui pareva prendere abbastanza fiato da gonfiarsi come un rospo. “Ah, dimenticavo di presentarmi: sono Fratel Duccio, il priore del nostro caro monastero di Valromita. Ecco, da questa parte”, il monaco fece segno, indicando l’ampio portone. “Permettete che vi accompagni nella prima visita di quella che sarà la vostra casa…”
“Hmm”, fece Randazio.

“Queste saranno le vostre stanze. Mi sono assicurato che il letto sia particolarmente confortevole. Notate il loggiato…”
“Vedo, vedo” disse Randazio. “Tutte le celle dei monaci sono così?”
“Beh, ovviamente no, ma tuttavia…”
“Andiamoci, allora”, tagliò corto Randazio.

“…Ecco le nostre celle, comode, ampie, confortevoli.”
“Non c’è l’inginocchiatoio”, fece notare Randazio. “Vi inginocchiate sul pavimento, qui?”
Il priore parve per un attimo smarrito. “L’inginocchiatoio? Ah, sì, la nostra regola non prevede preghiere particolari, quindi di solito non preghiamo in cella. Se qualcuno ne avesse bisogno di solito si reca in chiesa…”
“Hmm”, fece Randazio. “Andiamo in chiesa, allora.”

La chiesa era ampia, luminosa, pesantemente decorata. Randazio si inginocchiò, entrando, imitato dopo qualche secondo da tutti gli altri.
“Naturalmente abbiamo chiamato gli artisti più celebri per affrescare la nostra chiesa. Guardate poi che splendore queste statue d’oro!”
“Non vedo monaci in preghiera.”
“Beh, è pieno giorno, saranno tutti a lavorare. E poi oggi è il giorno della vostra visita, è comprensibile che ci siano meno confratelli del solito.”
“Dove sono i confessionali?”
“Ah, l’abbiamo spostato nella cappella laterale…capite, qui non sapevamo bene dove metterlo… i dipinti, sapete.”
“La cappella? Quella dove siamo passati prima? Non c’era nessuno.”
“Perché non è orario, probabilmente.”
“Hmm”, fece Randazio, giocherellando con il suo bastone da viaggio. “Quanti monaci avete qui, avete detto?”
“Quasi duecento. Ormai non è più il romitaggio che fu fondato da Sant’Elmando, siamo cresciuti a diventare una piccola città.”
“Hmm.”

Randazio fu guidato attraverso l’ampio cortile interno. “Gli affari vanno molto bene, la produzione agricola si è quasi raddoppiata anche grazie alle ultime acquisizioni di terre. Ed ecco i mercanti con i quali trattiamo abitualmente… volevano assolutamente conoscervi.”
Randazio fu presentato ad una successione di commercianti e notabili locali, insieme alle loro famiglie.
“Davvero gli affari vanno bene. Queste persone sembrano tutte ricche.” Sussurrò ad un certo punto Randazio a Duccio.
“La prosperità del convento si estende a coloro che stanno vicini” replicò il priore. “Tutto a maggiore gloria di Dio, ovviamente.”
“Hmm”, fece Randazio. “E la scuola come va?”
“Scuola? Che scuola?” chiese stupito Duccio.
“Quella per i figli dei vostri contadini. Perché è chiaro che non potete coltivare tutto da soli”.
“Ah, temo che quella non sia la nostra vocazione.”
“Hmm”, disse ancora Randazio.

Duccio rimase pensoso per un attimo, poi prese Randazio da parte. “Caro fratello, con voi qui il nostro monastero acquisterà la notorietà che gli spetta. So che ciò che vi ha reso famoso è il vostro zelo. Adesso però che siete finalmente arrivato a diventare abate, dovrete temperare un poco le vostre abitudini. Alcuni degli uomini che vi abbiamo presentato conducono una vita non proprio conforme a quelle regole strette che noi tutti sappiamo troppo astratte per la vita quotidiana. Sappiamo che almeno formalmente dovremmo chiedere di rispettarle, eppure riteniamo sia nostro dovere privilegiare l’accoglienza sull’osservanza. Ricordare a queste persone che vivono nel peccato potrebbe infastidirle, irrigidirle, farle allontanare. Perciò spesso ci capita di chiudere un occhio su alcune piccole mancanze, su situazioni irregolari, anche su certe opinioni che forse altrove sarebbero tenute come non del tutto ortodosse. Grazie a questo siamo in rapporti amichevoli anche con persone lontane da…”
“Peccatori, insomma”, interruppe Randazio.
“Come…? Ah, sì, peccatori.”
“E’ lodevole che dei peccatori vengano in questo santo luogo. Un po’ meno che ne escano restando peccatori.”
“Bisogna dare loro il tempo di capire… la Grazia agirà.” disse Duccio.
“La Grazia agisce tramite noi, mio buon priore. Se noi taciamo, chi parlerà?”
“Harr”, si schiarì la voce Duccio. “E’ ora di cena, ormai. Andiamo in refettorio? Abbiamo preparato un banchetto speciale, per festeggiare il vostro arrivo”.

Il banchetto era davvero ricco, ma Randazio toccò appena il cibo. Indicò un leggio su un lato della stanza. “Non c’è il lettore. Normalmente non dovrebbe esserci il silenzio, a tavola, per consentire l’ascolto delle letture sacre?”
“Abbiamo ritenuto…”
“Di fare un’eccezione per me, d’accordo. Ma di solito? Non mi sembra di avere visto applicata la regola del silenzio.”
“E’ una regola che ci sembra superata. A tavola è utile discutere dei problemi, non ascoltare trattati noiosi. Il silenzio è stato spostato nelle ore notturne.”
“Ah, capisco”, disse Randazio.

Duccio terminò il dolce, mise da parte il piatto e si fece serio.
“Ora passiamo alle cose ufficiali. L’elezione dell’abate, cioè voi, sarà domani mattina. E’ stato convocato il Capitolo Generale di tutti i monaci; terrete un discorso, quindi avverrà la votazione. Come vuole la regola, abbiamo scelto anche un altro candidato: Fra’ Tobia, quel vecchio là nell’angolo. E’ un poco tonto e non ha gran seguito, ha accettato per obbedienza, pensate un po’. E’ una candidatura solo per figura, si capisce. Non avrete nessun problema a farvi eleggere. E dopo avrete una dignità e un potere pari ad un vescovo. Naturalmente io e gli altri confratelli del Capitolo Maggiore vi aiuteremo a mantenere salda la vostra direzione, e confido che potremo darci una mano a vicenda. La memoria di chi ci ha permesso di diventare quello che siamo è una virtù cristiana.”
“Hmm”, disse Randazio. Accarezzò il suo bastone da pellegrino, quindi l’impugnò con forza e si alzò in piedi. “E’ l’ora della compieta, dopodiché mi ritirerò, se non avete nulla in contrario.”
“Nulla, ovviamente”. Duccio esitò. “Vi sono diverse pie donne donne del villaggio che hanno manifestato il desiderio di incontrarvi per chiedervi una guida spirituale, se non siete troppo stanco…”
“Sono stanco, infatti”, replicò Randazio picchiettando lievemente a terra con il bastone.
“Lo stesso desiderio hanno manifestato, allora, anche alcuni dei nostri giovani novizi, che li possiate guidare nella preghiera…”
“Novizi, eh? E va bene, mandatemeli pure.”
“Sarà fatto. Ora, se volete scusarmi…”

Il mattino seguente il responsabile dei novizi venne a cercare Frà Duccio. “Frà Randazio stanotte non ha riposato molto”
“Ah, lo supponevo” dise Duccio.
Il capo dei novizi aveva uno sguardo strano. “E’ stato tutta la notte a pregare in cappella. Lui e frà Tobia…”
“C’era anche Tobia? Che pregava?”
Il capo dei novizi annuì. “…hanno confessato i novizi che avevo mandato. Uno mi ha detto che lascerà il convento.”
“Ho un cattivo presentimento”, disse Frà Duccio.

La stanza del capitolo era affollatissima. Tutti erano riuniti per l’elezione del nuovo abate.
Duccio, con un filo di preoccupazione, arrivando vide che Randazio era già lì, che parlava fitto con il vecchio Tobia. Alla fine, Randazio gli baciò le mani.
Inquieto, Frà Duccio chiese e ottenne silenzio.
“Ed ora, prima del nostro voto, il nostro futuro abate ci terrà un discorso.”
Frà Randazio si fece avanti. “Cari fratelli, è una grande cosa quello che qui avete fatto. Grazie alla fede dei padri di questo monastero un vasto territorio è stato convertito al Vangelo ed ha trovato anche una prosperità materiale. Come Nostro Signore ci insegna, la cura del corpo è dovuta, perché siamo tempio di Dio. Dobbiamo però fare attenzione a non cadere nell’errore di dimenticare che il nostro primo dovere non è verso gli uomini, e neppure verso il nostro convento, ma verso Dio stesso. Non dobbiamo cercare la prosperità per trovare Cristo, ma seguire Cristo che ci donerà quanto abbiamo bisogno. Che quasi sempre è la sua croce. Se mi eleggerete ad abate, quindi, ecco alcuni dei cambiamenti che intendo fare….”
Duccio ascoltò, con sempre maggiore panico, l’elenco di Randazio. “Ma dove pensa di essere? E’ pazzo! Ci distruggerà!” mormorò uno degli anziani del Capitolo. “E colpa tua”, sibilò un altro “Sei tu che hai avuto questa bella idea di fare venire uno famoso. Come ce la caviamo, adesso?”
“Non è ancora perduto niente. Fate passare la voce tra i nostri: non votate per Randazio. Una volta che fosse abate potrebbe fare quello che vuole. Con Tobia ce la vedremo poi”.

Man mano che lo scrutinio proseguiva, la faccia di Tobia si allungava. Solo un terzo degli aventi titolo aveva votato per Randazio, gli altri avevano scelto l’anziano monaco. Randazio manteneva un’espressione imperturbabile.
Alla fine dello spoglio, Duccio si schiarì la voce. “Cari fratelli, lo Spirito e noi fratelli abbiamo scelto Tobia come nostro nuovo abate. Chiediamo a questo nostro confratello che ha accettato di servire il monastero di tenerci un breve discorso…”
Tobia si alzò, leggermente malfermo sulle gambe. “Avete udito”, disse, con voce inaspettatamente forte, “le cose che Randazio poneva come necessarie per far tornare questo nostro convento e noi a Cristo. Ebbene, io sono perfettamente d’accordo con quanto ha detto, e lavorerò a questo fine…”

Randazio salutò il nuovo abate, abbracciandolo, e riprese il suo cammino sulla strada polverosa. Allontanatosi di qualche centinaio di passi si volse indietro verso il convento. Sarebbe riuscito Tobia a cambiare le cose? Un poco in colpa si sentiva, per avere addossato a quel dolce frate un compito così gravoso. Ma poi si ricordò di Chi avrebbe avuto aiuto in quell’impresa. E comprese che andava bene così. Si voltò, e si concesse finalmente un sospiro di sollievo.

Una cosa a cui fare attenzione

“Non toccare!” gridò il nonno.

Giulio alzò la testa perplesso. “Ma è un fungo!”

Il nonno arrivò di corsa. “Sì è un fungo, ma è velenoso. Anche solo toccarlo può farti del male.”
Giulio riguardò la sua scoperta, perplesso. “Ma è così bello! Rosso a puntini bianchi…”

Il nonno sospirò. “Proprio questo dovrebbe metterti in allarme. I funghi velenosi sono spesso molto belli, colorati, appariscenti. Possono permetterselo: sono velenosi. I funghi buoni invece sono quasi sempre difficili da vedere: si nascondono, e bisogna fare attenzione per trovarli. ”

Il bambino guardò l’anziano, pensoso. “Vale anche per le persone?”
Il nonno rimase un attimo sorpreso. Poi accarezzò la testa al nipote. “Non sempre, Giulio. Ma è una cosa a cui fare attenzione.”

Ri-conoscere

Prima di ri-conoscere devi conoscere.
Non puoi riconoscere il bello se non conosci cosa sia bello. Non puoi riconoscere il vero se non sai cos’è vero.
Cosa sia il bello o il vero lo portiamo scritto dentro di noi, non ci è stato insegnato. Ce l’ha ogni bambino. E’ connaturato a noi, creato con noi. Fa parte dello stampo.

Un artefice infonde una caratteristica all’interno della sua creazione solo se la comprende appieno, se la possiede, e questa è tanto più precisa tanto più questo artefice la controlla, la definisce.
Chi ha fatto l’uomo conosce perciò il bello, il vero, il giusto in grado sommo. Si potrebbe dire che è il bello, il vero, il giusto, perché è lui che li ha definiti per noi.

Ditemi: se ci avesse fatto il caso, noi ri-conosceremmo?

Avvelenamento da Polonio

POLONIO.
Che cosa leggete, altezza?
AMLETO.
Parole, parole, parole.
POLONIO.
Di che si parla, altezza?
AMLETO.
Fra chi?
POLONIO.
Intendo di che si tratta in quello che leggete, altezza.
AMLETO.
Calunnie, signore, dato che questo mascalzone satirico dice qui che i vecchi hanno la barba grigia, il volto rugoso, gli occhi stillanti spessa ambra e resina di susino, e che hanno una totale mancanza di senno insieme a muscoli assai deboli; tutte cose, signore, che io credo potentemente e poderosamente, ma che non credo sia onesto avere così scritto, perché voi stesso, signore, invecchiereste come me, se come un granchio poteste andare a ritroso.
POLONIO.
(a parte) Sebbene questa sia pazzia vi è però in essa del metodo.

Shakespeare, “Amleto”, Atto 2, Scena 2

Dire che “il mondo è impazzito” significa non avere ancora capito che non è il mondo ad essere pazzo, ma chi pensava di avere compreso come il mondo funziona. I media sono pieni di questi “professori” – titolo di studio spesso un libro, una canzone, un posto al sole – che insegnano come la realtà dovrebbe essere se fosse furba come loro.
Ma le loro idee non funzionano più, le loro parole d’ordine non aprono più le porte, ed attribuiscono a follia o mancanza di guida e diplomazia ciò che non rientra negli schemi che si sono costruiti.
Oh, può darsi, certo: ma forse con maggiore umiltà si potrebbe pensare a dinamiche, interessi, progetti a cui non si è pensato, o che sono stati liquidati con una risatina snob.

Se fossero davvero le menti superiori che asseriscono di essere, gli autentici esperti, coloro che hanno la soluzione in tasca, non si capisce come mai così pochi credano ancora a quello che dicono, e le loro previsioni falliscano una dopo l’altra. O sono i soli intelligenti in un mondo di fessi, o il contrario.

Non sto dicendo che la maggioranza ha sempre ragione. Sto dicendo che occorrerebbe considerare le ragioni della maggioranza.

Se davvero questi principi e vati credessero nella selezione naturale darwiniana dovrebbero domandarsi come mai certi movimenti di pensiero retrogradi e sbagliati sembrano adattarsi all’ambiente meglio di quanto facciano loro. Mentre loro sono i dinosauri che dicono, signora mia, questi mammiferi che cafoni.

Amleto, nella tragedia di Shakespeare che porta il suo nome, si finge pazzo. Polonio, il ciambellano, lo crede tale anche se percepisce che c’è qualcosa che non torna. La sua mancanza di comprensione lo condurrà alla morte. Lo stesso veleno che, in fondo, segna la fine di tutti gli altri protagonisti dell’opera: sottovalutare gli avversari.

Che hanno del metodo nella loro follia. Attenti, potrebbe volere dire che sono più sani di voi.

Le nuovissime lettere di Berlicche – LVII – Polisessi

Caro Malacoda,

Mi racconti di come i poliamori siano già sdoganati, sesso tutti insieme appassionatamente ecché, si amano, non la vogliamo chiamare famiglia?, e che il prossimo passo sia la pedofilia libera e consenziente.
Oh, dilettante. Credete che io, demone che ha seguito i primi passi degli umanucci sulla terra, mi entusiasmi per questo? Ho veduto di meglio.
E poi, pensi che sarebbe l’ultimo stadio?
Non mi conosci….
Non mi interessano gli accoppiamenti, di qualunque tipo siano e con qualunque animale di qualsivoglia età, umano o meno, oppure oggetto. Non è che carne.
E’ lo spirito che presuppongono la mia occupazione.

Tuo zio l’Arcidiavolo Berlicche

Quel che resta di Pompei

Qualche tempo addietro sono circolate, sul web, le immagini di un uomo che ha trovato la morte a Pompei. La Pompei di quasi duemila anni fa, travolta dall’eruzione catastrofica del Vesuvio. Quest’uomo è stato centrato in pieno da un enorme frammento di pietra, che l’ha schiacciato. Chissà chi era, chissà quali erano i suoi progetti, le sue aspirazioni. Certo non finire ucciso da un vulcano; e non poteva certo pensare che i dettagli della sua morte cruenta avrebbero, un giorno di venti secoli dopo, fatto il giro del mondo.

Non so se avete mai visto i calchi lasciati dai corpi di quei poveretti che la cenere ardente ha ricoperto. La definizione dei particolari è impressionante. Sembrano nostri vicini, addormentati per un istante, invece sono separati da noi da un immenso golfo di anni.

Avevano i loro problemi, lo sappiamo: la corruzione, la violenza, le tasse, chissà che altro. Non l’aborto: a quei tempi si potevano gettare via anche i bambini appena nati, figurarsi quelli ancora da nascere. Sessualità? C’erano gli schiavi; e l’imperatore stesso, Nerone, una decina di anni prima si era sposato con un paio di suoi amichetti. Che in città il mercato del sesso fosse fiorente lo sappiamo per certo, dato il numero di bordelli che sono stati ritrovati. A giudicare dagli affreschi la pornografia non è certo una invenzione contemporanea.

Qualcuno potrebbe dire che per questo, allora, erano felici? Orgogliosi di quello che erano? Forse. C’è gente che si augura che il progresso proceda fino a ritornare a quei tempi antichi. Ci marcia sopra.

Eppure, di quegli antichi pompeiani, oltre ai calchi dei loro resti, ai graffiti sui muri, cosa ci resta? Cosa resta del loro orgoglio?

Le letture della messa domenicale questa settimana ci dicono, con il libro della Sapienza,  che

Dio non ha creato la morte
e non gode per la rovina dei viventi.
Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano;
le creature del mondo sono portatrici di salvezza,
in esse non c’è veleno di morte,
né il regno dei morti è sulla terra.
La giustizia infatti è immortale.
Sì, Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità,
lo ha fatto immagine della propria natura.
Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo
e ne fanno esperienza coloro che le appartengono.

Mi ha sempre colpito quel “coloro che le appartengono”. C’è un vivere che è appartenere alla morte, perché proprio verso la morte è rivolto. E’ una scelta: forse non puoi scegliere come sei, ma certo puoi scegliere se rimanere nella morte o tentare di uscirne. Se perseguire ciò che è corruttibile e quindi corrotto, oppure la salvezza dal male. Se insegui ciò che muore, fai esperienza della morte. Le appartieni, ancora prima che essa giunga per te. E giunge.

Perché, con tutto l’orgoglio che puoi avere, non sai se domani un vulcano ti scaglierà un macigno di una tonnellata sulla testa. E cosa ti sarà servito vivere?

Ciò che muove il cuore

Quali sono i più grandi scrittori moderni di lingua inglese?, mi chiedevo scorrendo l’antologia scolastica di mio figlio.

Quali siano secondo secondo gli estensori di quel libro è facile vederlo. Abbiamo il teatro dell’assurdo, Virginia Wolf, De Lillo… e io mi domandavo: davvero il leggerli ha cambiato le persone? Ma c’è gente che li legge?

Tolkien è nominato appena. Manca Lewis; manca Chesterton; manca Ezra Pound. Mancano tutti quegli autori che probabilmente non sono tanto ben visti nei salotti buoni, per quanti milioni di copie possano aver venduto nel mondo, per quanta influenza abbiano avuto. Tanto per dirne uno, ritengo Stephen King uno dei migliori scrittori contemporanei, la sua capacità di unire belle storie ad uno stile efficace è oggi difficilmente uguagliata.

Ma non mi aspetto di trovarlo su un’antologia seria; così come, per l’italiano, un Guareschi o un Buzzati.

Fantascienza, horror, gialli; troppo popolare, signora mia. Sono temi visti con profonda diffidenza da una certa critica.  Che è la stessa critica che continua a proporci come capolavori d’arte certe tele imbrattate, certi catorci arrugginiti, certe accozzaglie di suoni che solo i più autolesionisti potrebbero considerare bellezza.

Mi domando tra un paio di secoli cosa ne resterà. Forse per allora nei musei, ai posto dei Pollock, ci saranno certe tavole di fumetti; alcune canzoni al posto delle sinfonie di rumori. Nelle antologie, chissà. Bisognerà però che il mondo si ravveda, ritrovi le sue radici, ritrovi il senso dell’esistere. Ciò che muove il cuore.

 

Maturità

Il verbo “to care” in inglese, è ricco di significati. Può volere dire “mi curo di”, “mi importa”, “ho attenzione per”. Una traduzione può essere “avere responsabilità”.

A mio parere questa può essere una buona definizione di maturità. Una persona è veramente adulta, è veramente matura, quando si assume la responsabilità di quello che fa. Vuol dire che smette di cercare scuse perché un certo compito è andato male, perché è successo quel particolare fatto, e dice “non importa di chi o cosa sia la colpa, me ne faccio io carico”.
Aggiungo: più è maturo, più quel “I care” riguarderà ogni cosa; perché capirà che siamo connessi con ogni briciolo di realtà, e niente e nessuno ci è estraneo.

Un’altra traduzione del termine potrebbe essere: “amare”.

Il mercante di Babilonia

“Dove stai andando, Hassum, con tutti quei cammelli carichi?”
“Oh, Aberonath! Che piacere vederti… ma a Babilonia, naturalmente!”
“Babilonia? E perchè in quella città?”
“Ma come, non l’hai saputo? Il Principe ha garantito massima libertà a tutti i mercanti che si stabiliranno lì da lui, anzi, offre persino loro un locale gratuito per iniziare l’attività.”
“Davvero?”
“Te lo posso giurare! Tutto quello che chiede è di registrarsi nei libri degli scribi a palazzo, così che il tuo volto sia conosciuto a chi ti donerà. Quando l’ho saputo ho caricato i cammelli di tutti i miei beni e sto andando laggiù a riaprire il bazar. E stanno facendo così anche quasi tutti i mercanti che conosco!”
“Mi sembra straordinario. E dici che il Principe non vuole essere pagato per i servizi che offre?”
“Neanche un soldo. Ah, non vedo l’ora! Chiunque abbia aspirazioni ad arricchirsi si sta dirigendo laggiù.”
“La cosa mi sembra sospetta. Non ti sei chiesto cosa ci guadagni lui?”
“Magari è solo un Principe molto generoso.”
“Non credo. Sai come fa il proverbio: se un principe ti invita al suo tavolo senza chiedere niente in cambio, vuol dire che la cena sei tu.”
“Sei un cinico, Aberonath!”
“Può darsi, può darsi. Ma domandati: una volta che ti sarai trasferito là armi e bagagli, cosa farai se il Principe decidesse di mettere una tassa altissima sulla tua mercanzia?”
“Me ne andrei, certo, come sono venuto. Sarebbe una perdita, perché ho investito nel mio progetto, ma…”
“E se non mettesse una tassa altissima, ma tasse all’inizio basse, per poi alzarle poco per volta? Mangiando tutto il tuo utile, fino a quando non ne avrai più a sufficienza per andare altrove?”
“Oh, dai, adesso…”
“Oppure rivendesse i servizi dell’acqua, del cibo, del trasporto a chi li vuole far fruttare? Siccome non potete farne a meno, questi potrebbero chiedere il prezzo che vogliono, e lui ci guadagnerebbe il doppio.”
“Oh, non accadrà mai…”
“E se tu lo criticassi? Se tu avessi brutte opinioni della sua politica?”
“Andiamo, ha detto che avrebbe concesso massima libertà.”
“Sì, ma potrebbe dire: ecco, sei un irriconoscente, con tutto quello che ti do mi critichi? Ti tolgo quello che ti ho dato. Nessuno ne avrebbe da ridire, no?”
“Ma io non farei mai…”
“Ah ecco: sarai sempre d’accordo con lui su tutto”
“Non ho detto questo, ma…”
“Quindi ti avrà in mano sua. E se anche tu andassi via, potrà suggerire agli altri mercanti di emarginarti, di dire alla gente di non comprare più da te, trovare scuse per farti chiudere…”
“Hai una cattiva idea degli uomini!”
“Perché li conosco. Quando il Principe avrà tutti i mercanti sotto di lui, nessuno potrà vendere alcunché o anche solo fare un fischio o il verso di un uccello senza che lui lo sappia e lo permetta. Ecco la vera ricchezza, e cosa ci guadagna. Il potere su di te e gli altri.”
“Aberonath, potresti non avere tutti i torti, sai.”
“E allora, che farai?”
“Andrò a Babilonia, ovviamente! Sarei uno sciocco a rifiutare l’offerta del Principe. Grazie per avermi intrattenuto, ora ho da fare! Foza, gente, che voglio essere laggiù prima di sera!”

 

 

In tuo nome

Quante volte si fanno delle cose nel nome di qualcuno. Quante volte si dà a qualcuno un nome che non è il suo, un desiderio che non è il suo.
Veniamo chiamati con nomi falsi, incompleti, non nostri. Se solo ci fermiamo a pensare, ce ne rendiamo conto. Quello tu dici non sono io.

Quante volte neanche sappiamo chi sia il nostro essere più profondo, la parola che ci definisce, di cui abbiamo smarrito il significato.

E siamo qui ad attendere che qualcuno ci chiami con il nostro vero nome, quello che spiega davvero chi siamo.

Propaganda

Mi raccontano di una madre che, lette le tracce dell’esame di maturità di quest’anno, ha accolto il figlio che tornava dalla prima prova con il pugno chiuso e cantando “Bella ciao”. In effetti sembra che il ministero sia vivo e abbia lottato con noi contro l’oppressione populista. Si potrebbe ironicamente dire, guardando quanto scritto sulla traccia “Masse e propaganda”: “medico cura te stesso”.

Troviamo nel testo fornito dal ministero “La massa governata dai regimi totalitari, diversamente da quella odierna, era una massa omogeneizzata dall’ideologia del conflitto. La massa che si costituisce ad opera delle ideologie dei regimi totalitari, come quelle esemplificate nel secolo scorso, combatte l’individualismo ma fa conto sull’individuo, a condizione che quest’ultimo sia stilizzato e rigorosamente uniformato ai dettami del regime, assolutamente pronto al consenso plebiscitario”. Ma si può vedere come tutti i temi, nessuno escluso, sembrino rivolti contro un unico nemico, l’attuale maggioranza politica, o comunque sponsorizzino una visione del mondo in bilico tra il veterocomunismo e il radical-chic. Respinta ogni deriva dal consenso che non c’è più: chi non si adegua, cioè ora come ora la maggioranza della popolazione, è etichettato dai corifei del pensiero unico con epiteti di ogni sorta. Li abbiamo letti e ascoltati, questi sacerdoti del conflitto, dalle loro tribune nei giornali e nelle televisioni.

Se “La versione di Aristotele (…) E’ davvero un’ottima scelta, perché è stata pensata per fare un dispetto al pessimo ministro dell’Interno che attualmente abbiamo (…) Bravi al ministero, hanno scelto un brano che dà inizio alla Resistenza contro il nuovo fascismo”, Canfora dixit, è evidente a cosa il maturando avrebbe dovuto pensare leggendo sulla traccia “La figura del nemico ha sempre rappresentato un elemento indispensabile per il buon funzionamento dei sistemi di propaganda. Insomma, si tratta di un protagonista assoluto – se non unico – dell’argomentazione di tipo propagandistico; una figura dalla rilevanza tale da costringere l’intero spazio della politica a organizzarsi in sua funzione.“

Che il ministero abbia voluto fare propaganda sulla pelle dei ragazzi, usati come pietre contro il malvagio governo populista e fascista, appare evidente. E allora via con leggi razziali, l‘esaltazione dell’individuo solo, la creatività vista solo in senso economico, il disprezzo per la massa manovrata, la scienza come ultimo tribunale a cui bisogna rassegnarsi a cedere, un europeismo mai esistito nei termini forniti, un concetto di uguaglianza a senso unico. Immagino che chi abbia frequentato collettivi e autogestioni e i salotti bene sia stato in qualche maniera favorito.
Sarebbe troppo cattivo pensare che da lassù abbiano voluto dare alle commissioni uno strumento per poter identificare ed eventualmente colpire i pericolosi populisti in erba che avessero voluto esporsi.

Un ricordo della mia maturità. Quell’anno ci fu un tema sull’energia nucleare e io lo scelsi. Il membro esterno della commissione di esame, all’orale, mi domandò “Cosa ha voluto esprimere, con questo tema?”

Io risposi, “Ho voluto scagliarmi contro quanti vedono l’energia nucleare come una specie di feticcio maligno…”
E lei: “Ah, io sono una di quelli”.

Silenzio imbarazzato. La mia scuola cattolica, quell’anno, non ebbe neanche uno studente a pieni voti.

Non so qualcuno dei ragazzi abbia capito cosa ci sia dietro l’operazione decisa dal primo ministro dell’istruzione che la maturità non l’ha mai sostenuta. Ma, anche fosse, dubito che abbia avuto il coraggio necessario per scriverlo chiaramente sul suo tema. Se i capi della scuola fanno una porcheria del genere, perché i loro sottoposti dovrebbero trattenersi dal bastonare il ragazzo che mostrasse di avere un po’ di pensiero critico, un ragionamento non disteso sulla vulgata progressista, e osasse manifestarlo?

Penso però che l’effetto di impiegare così tanta ideologia nell’esame un effetto su almeno una parte dei ragazzi lo abbia avuto.
Gliel’abbia fatta odiare. E questa è una lezione che, lassù dove decidono, con tutta la loro sapienza non hanno ancora compreso.

Gioire

Guardavo le scene di esultanza dopo che un ramo del Parlamento argentino ha approvato la legalizzazione dell’aborto, e mi domandavo, perché?

Per essere un sostenitore dell’aborto devi avere certe convinzioni. Che del proprio corpo si può fare quello che si vuole, e anche degli altri corpi in esso contenuti. Che un bambino concepito non è un essere umano o, se anche lo fosse, non gode degli stessi diritti degli altri esseri umani; oppure che il proprio interesse prevale su qualsiasi altra considerazione e diritto.

Ma ancora non basta. Perché, capite, si può essere disposti anche ad ammazzare il proprio figlio se sorgesse la necessità, ma ciò non basta per farti esultare in piazza perché viene approvata una legge che lo permette.

Per festeggiare a quel modo bisogna essere convinti che ci sarà per te un grosso miglioramento di vita o, in alternativa, che un tuo acerrimo nemico abbia subito una sconfitta. Perché l’uomo è fatto così: gioisce non solo del bene che gli è fatto, ma anche del male che capita al proprio avversario.

Con tutta la ragionevolezza del mondo, trovo difficile pensare che una ragazza esulti perché così potrà avere rapporti multipli senza protezione e abortire a raffica senza conseguenze. Un poco più credibile che un ragazzo esulti perché così potrà andare con tutte senza prendersi responsabilità ma, si sa, l’aborto è a favore delle donne. In ogni caso una simile gioia sfrenata per un tale bene ipotetico mi pare improbabile.

Quindi, deve essere il secondo caso. Il male per chi è odiato.

Datemi atto, è un pezzo che lo dico. Di certe leggi il significato autentico non è tanto cosa permettono, ma come possono essere usate, le loro conseguenze. L’abbiamo visto in Irlanda in questa settimana: appena tolta la protezione al concepito, si imporrà che anche gli ospedali cattolici debbano fornire l’aborto, cioè smettano di essere cattolici. Come la legge australiana che obbliga i sacerdoti a rompere il segreto della confessione, o l’altra che intima a sindaci e chiese di “sposare” omosessuali… e se uno non vuole, che faccia altro. Fuori dalla società, cristiano. O rinuncia a quel che sei.

Quell’esultanza non è data da una vittoria, ma da una sconfitta. La sconfitta di una certa visione del mondo che rispettava ogni persona, chiamava il male con il suo nome e soprattutto chiamava il bene con il Suo nome. La visione del mondo di quella Chiesa che è odiata dal mondo più di qualsiasi altra cosa, e contro la quale non si lesinano certo sforzi e denaro. Senza fiumi di soldi e la pesante mano del potere nessuno di quei provvedimenti che ho prima elencato sarebbe passato. I poveretti che esultano in piazza non si rendono conto di essere pedine acquistate da chi vuole il loro asservimento, che ha già ottenuto, e quello di tutti gli altri, per il quale sta lavorando.

Così è un dolore immenso vedere chi gioisce del proprio male. Sia in quelle piazze, sia purtroppo dentro quella stessa Chiesa che sembra talvolta assetata non di Cristo ma di autodistruzione. E’ qualcosa che rende perplessi.

Cosa vogliono realmente quelle persone in piazza? Sia che esultino per quella che pare a loro una sconfitta di una tradizione insopportabile, sia che lo facciano per una libertà che ora sperano di avere, non si rendono conto di avere perso la cosa più importante, cioè il desiderio dell’infinito. L’infinito, che non si accontenta di potere impunemente uccidere in grembo il proprio bimbo, ma che vuole un’amore che non si può descrivere, tanto grande e tanto bello che c’è posto per tutto e per tutti. Invece l’aspettativa è abbassata, e l’umanità in loro è abbassata di conseguenza. Assassinata. Abortita.

Quante lacrime saranno versate per quella gioia.

Dondolarsi

I diritti oggi sono alberi che si vogliono senza radici. Ci si può anche salire sopra, ma non mi fiderei a dondolarmi.

Il dio sdraiato

E’ una strana teologia quella che è in voga ai nostri giorni.

Avevamo parlato qualche giorno fa di un dio orizzontale, cioè che non si pone più come qualcosa di superiore all’uomo ma allo stesso livello. Avevamo obiettato che il dio di una simile teologia difficilmente può riuscire a farsi amare, o anche solo a farsi rispettare. C’è persino il dubbio che rientri appieno nella definizione stessa di “dio”. In che cosa dunque sarebbe diverso da un essere umano qualsiasi? Se ogni colpa è perdonata in anticipo oppure giustificata non esiste nessuna differenza morale. Nessun peccato, il termine stesso non ha più senso.
Ma se non ha più senso allora  come può qualcuno essere moralmente superiore ad un altro?
Se non c’è differenza morale allora la sola distinzione è quella fisica; un qualche superpotere, il cui uso è impossibile ad un figlio di Adamo. Sì, un supereroe, o un superbullo che gioca con la materia dell’universo. Un essere pericoloso da cui guardarsi, da ingraziarsi se possibile; a cui sacrificare in cambio dell’uso amichevole dei suoi poteri.

In altre parole un dio come quello delle antiche mitologie, un Odino o uno Zeus, o un Baal.
Un beone e un fornicatore, un ingannatore e un violento. Ma, rassicuratevi: non avevamo detto che la colpa non esiste? Questi dei sono gli idoli adatti ai nostri tempi.
Idoli inutili.
Perché degli dei come questi non esistono; o, se esistessero, non avrebbe il mio rispetto. Non cambierebbero la mia vita. Non mi insegnerebbero a essere più felice. Per questo tipo di dei sarei ben felice di dirmi ateo, come tali venivano definiti i primi cristiani.

Il dio compagnone è una nullità morale; se anche i miracoli vengono negati, come talvolta accade, non c’è ragione neanche per tentare di ingraziarselo. Un’entità inutile, di cui non vale la pena occuparsi. Figurarsi poi di quelli che si dicessero suoi interpreti, suoi sacerdoti.

Un dio che non mi spiega come fare a essere felice è un dio sdraiato a godersi la vita, lui; mentre io mi arrabatto con i miei limiti e i miei errori. Che esistono, che ci sono, e nessuna negazione, nessuna autogiustificazione possono davvero spingerci a credere che non esiste niente di male a fare il male.

Con chi lo asserisce in prima fila ad accusare, a giudicare, ad indignarsi. Nel nome dell’unico suo dio, se stesso.

Se un Dio davvero c’è, deve essere Qualcuno di cui davvero valga la pena di occuparsi; Qualcuno che si occupi di me.
Per nessun altro dio mi drizzerò in piedi, o mi inginocchierò.

Chiedere

I giovani chiedono… i vescovi chiedono… i fedeli chiedono… quante volte sentiamo di documenti fatti da questo o quel gruppo che domandano che la Chiesa diventi quello che loro vogliono.

Gli umani sono volubili, i loro desideri spesso sciocchi ed effimeri. Lo so perché sono umano anch’io.
Di una Chiesa che fa quello che le dicono le persone, bene intenzionate che siano, non me ne faccio niente. A me interessa quello che chiede Dio.

Problemi e soluzioni

Non so se ci siano modi politicamente corretti per dire quello che sto per dire, ma francamente non m’importa.
Quelli che attaccano le uscite dell’attuale ministro degli Interni possono anche avere ragione, ma mancano completamente il punto. Se Salvini pensa di fare propaganda in questa maniera, vuol dire che crede che ci sia una maggioranza di persone che ha un problema, e propone una soluzione. Le opposizioni, demonizzandolo, si fanno un triplo autogol.

Primo, negano il problema (“Non mi dire che, quando le zingarelle salgono sui mezzi pubblici, tu non metti una mano sulla borsa per proteggerla” “Io non prendo mai i mezzi pubblici” “Ah. Ciò spiega molto”) quando il problema c’è, dando l’impressione di essere una massa di elitisti arroganti, che ragiona per parole d’ordine obsolete o in nome di chissà quale potere ostile.

Secondo, si pongono dalla parte non di quello che sente la gente, ma contro, parteggiando per chi la stragrande maggioranza vede come pericoloso e dannoso, al di fuori dalla legge e dalla convivenza civile. Dando l’impressione non solo di non avere combattuto il fenomeno ma di averlo favorito. Essere, insomma, non parte della soluzione, ma del problema.

Terzo, demonizzando l’avversario e dandogli del fascista e del razzista quando questo propone una soluzione, giusta o sbagliata che sia, potrebbero riuscire a far pensare alla gente che forse quelle parole lì, se servono a risolvere il problema, non possono essere tutto quel male. E, se permettete, questo mi pare il risultato peggiore.