Archivio dell'autore: Berlicche

Roba buona

Dario si guardò attorno, mi prese per il braccio e mi sussurrò: “Allora, ci stai?”
Io non dissi niente. “Oh”, fece Dario, “mica ti starai tirando indietro? Non dirmi che hai paura.”
Io fui punto sul vivo. “No che non ho paura. Andiamo.”
Parcheggiammo lontano. La zona era squallida, e deserta.  Salvo per poche persone che camminavano rasente i muri, come noi. Arrivammo al posto, una vecchia officina abbandonata. C’era un buttafuori alla porta, ma Dario aveva l’app giusta. Entrammo.
L’odore era fortissimo. C’erano forse una ventina di banchetti improvvisati, la mercanzia in mostra.
Il primo vendeva cani. C’era un grosso alano, scuoiato, che penzolava appeso ad un gancio. Due volpini giravano su uno spiedo. “Gatto, gatto fresco” ci disse sorridente il venditore di fronte. In una gabbia una ventina di felini di tutte le taglie miagolavano penosamente.
“Vieni via”, mi disse Dario prendendomi per il gomito. “Quello che ci interessa è più avanti”.
Ero perplesso. “Mi aspettavo maiali, vacche, polli…”
Lui rise, con quella sua risata forzata. “Sei matto? Da quando hanno vietato la carne, sono introvabili. Chi tiene una mucca in casa? I maiali sono quasi estinti. Per i cani, i gatti, anche i conigli è diverso. Li puoi far passare per animali di compagnia. Certo che se ti beccano a mangiarli… ti danno minimo cinque anni, se non ti prendi anche l’aggravante del fascismo e del terrorismo ambientale. Lì vai di rieducazione, e non sai quando ne esci.”
Gli altri avventori del mercato clandestino erano di tutte le età. Anziani, giovani… tutti con quello sguardo particolare. Fame. E rivolta.
“Non puoi vivere in eterno di soia e verdure bollite”, mormorai. C’erano rischi che bisognava correre.
Superammo la zona dei conigli e dei canarini. Uno vendeva cartocci di tartarughine. “Di qua”, mi disse Dario. C’era una porta in fondo.
Il locale era semibuio. Mi avvicinai ad un alto contenitore cilindrico trasparente. All’interno galleggiavano una trentina di feti della dimensione di un pugno.
“Buoni in umido e fritti” ci incoraggiò il mercante. “Freschissmi, la produzione migliore”. Sul tavolo erano allineate una mezza dozzina di braccia umane, ce n’erano di bambini e di donne. Le gambe erano dietro.
“Non c’è da fidarsi”, mi disse Dario. “bisogna conoscere da chi compri”.
“Ti può tradire?” Chiesi, ingenuo.
“Macché! Questa è quasi tutta roba che arriva da ospedali e dalle pompe funebri. Se non si fa attenzione rischi di beccarti qualcosa di decomposto o malato, e lì sono cazzi.” Ammiccò. “Non è roba per noi. Noi andiamo sul fresco.”
Addossati al muro c’erano una ventina di persone, la maggior parte vecchi.
“E’ quello”, mi indicò Dario.
L’anziano aveva i piedi fasciati. Tirò su la testa. “Venite, venite. Sono le ultime tre. Una per trentamila, due per cinquantamila.” Alzò la mano destra. Gli rimanevano pollice, indice e anulare. “Comprate, comprate, roba buona”.
Fissai affascinato quei moncherini. Fui scosso da un brivido, feci due passi indietro. Dario mi trattenne. “Di che hai paura? Qui è tutto legale. Se ti beccano con carne di gatto ti danno cinque anni, ma la carne umana non è protetta dalla legge. Al limite rischiano i fornitori, se si scopre da dove l’hanno presa. Ma uno che si vende i pezzi…”
“Ma come fa ad essere legale?”, protestai.
Lu rise ancora. “Se è legale farsi ammazzare perché si è stufi di vivere, perché non dovrebbe essere possibile ammazzarsi un pezzo per volta? Quel vecchio si fa un bel gruzzoletto e vivrà come un pascià per qualche mese. E poi la mutua passa gli arti artificiali.”
“E quelle?” Domandai, indicando alcune donne.
“Quelle vendono bambini. Si fanno mettere incinte, e poi abortiscono il giorno prima del parto. Pare che mangiare il feto ancora caldo sia una vera prelibatezza. E’ vero, costa uno sproposito. Se però fossi interessato…”
“No, figurati”, replicai. “Già mi posso permettere a malapena un dito.”
Il vecchio aveva sentito, e ci sorrise. Mise la mano su di un tagliere, accanto alla quale c’era una piccola mannaia.
“Gradite l’indice?”

 

Un discorso persuasivo

Bisogna avere il coraggio di portare avanti il cambiamento. Occorre che i popoli si uniscano tra di loro, cancellando le differenze e le diffidenze reciproche. Facciamo parte di una sola grande comunità: abbattiamo i muri, aboliamo i confini, mettiamo in comune i nostri tesori! Nel nome della multiculturalità dobbiamo fare sì che le usanze delle altre nazioni trovino ospitalità anche presso di noi, senza ostilità preconcette. Non bisogna aggrapparsi alle tradizioni, ma abbandonare riti e consuetudini antimoderne e abbracciare i nostri fratelli.

A parlare così non è un massone contemporaneo o un qualche prelato. E’ – parafrasato – Antioco Epifane, uno dei re successori di Alessandro Magno.
Aggiunge il sovrano: e chi non si adegua verrà torturato e ucciso.

Dal primo libro dei Maccabei:
In quei giorni sorsero da Israele figli empi che persuasero molti dicendo: «Andiamo e facciamo lega con le nazioni che ci stanno attorno, perché da quando ci siamo separati da loro, ci sono capitati molti mali». Parve ottimo ai loro occhi questo ragionamento; alcuni del popolo presero l’iniziativa e andarono dal re, che diede loro facoltà di introdurre le istituzioni dei pagani. Essi costruirono una palestra in Gerusalemme secondo le usanze dei pagani e cancellarono i segni della circoncisione e si allontanarono dalla santa alleanza; si unirono alle nazioni pagane e si vendettero per fare il male.

(…) Poi il re prescrisse con decreto a tutto il suo regno, che tutti formassero un sol popolo e ciascuno abbandonasse le proprie leggi. Tutti i popoli consentirono a fare secondo gli ordini del re. Anche molti Israeliti accettarono di servirlo e sacrificarono agli idoli e profanarono il sabato. Il re spedì ancora decreti per mezzo di messaggeri a Gerusalemme e alle città di Giuda, ordinando di seguire usanze straniere al loro paese, di far cessare nel tempio gli olocausti, i sacrifici e le libazioni, di profanare i sabati e le feste e di contaminare il santuario e i fedeli, di innalzare altari, templi ed edicole e sacrificare carni suine e animali immondi, di lasciare che i propri figli, non circoncisi, si contaminassero con ogni impurità e profanazione, così da dimenticare la legge e mutare ogni istituzione, pena la morte a chiunque non avesse agito secondo gli ordini del re. Secondo questi ordini scrisse a tutto il regno, stabilì ispettori su tutto il popolo e intimò alle città di Giuda di sacrificare città per città. Anche molti del popolo si unirono a loro, tutti i traditori della legge, e commisero il male nella regione e ridussero Israele a nascondersi in ogni possibile rifugio.

Il re saccheggia il Tempio e si impadronisce del tesoro, quindi impone questo amichevole regime di terrore. Non piace al potere chi non obbedisce alla legge terrena, ma ad altro; il potere odia chi non è disposto a transigere, non accetta di mimetizzarsi o far finta di piegarsi, non ha insomma quella tolleranza e apertura mentale che sono appannaggio di paurosi e ipocriti. E non accetta di sacrificare agli idoli.
La Bibbia, specie nel secondo libro dei Maccabei, si dilunga ad elencare le torture ed i supplizi riservati a quegli israeliti che non si sono voluti adeguare, donne, vecchi e bambini compresi. E mi veniva in mente che il mondo non è poi così cambiato, in ventuno secoli.

L’incoscienza

Tutti quanti in prigione
E che vi serva da lezione!
E.Bennato, “In prigione in prigione

Facciamo un’ipotesi.
Pensiamo ad una organizzazione che si occupi degli anziani soli.
I vostri bisnonni non sono più in grado di badare a loro stessi? Se li prendono loro, firmate una liberatoria e non dovrete mai più preoccuparvene.
Questa organizzazione, che potremmo chiamare “Vecchiaia Felice”, riceve ingentissimi finanziamenti statali per questa sua attività meritoria. E’ diritto di tutti non avere anziani tra i piedi, è meglio anche per gli anziani stessi – dice la pubblicità. E’ un affare di miliardi.

Supponiamo che cominciate a nutrire dei sospetti su alcuni aspetti del business. Provate ad indagare, ma è un muro di gomma: “Vecchiaia felice” gode di appoggi politici importantissimi, le massime cariche del Governo la sponsorizzano e sono a loro volta sponsorizzate da essa. Non si trova un giornale che voglia davvero investigare: sanno che i loro padroni non gradiscono. Gente che si può permettere non solo i migliori avvocati, ma i migliori giudici.
Così voi ragionate: se esponiamo i fatti, se troviamo le prove, non potranno far finta di non vedere.
Ci vuole incoscienza a far questo; o forse avercela davvero, la coscienza.

Così vi infiltrate, facendo finta di essere degli imprenditori. E scoprite che, dietro lauto compenso, “Vecchiaia Felice” è disposta a vendervi i nonni. A quanto pare gli anziani che nessuno vuole sono molto richiesti. C’è chi fabbrica particolari tappeti con i capelli, chi detersivi e saponi da varie parti del corpo, chi li usa come cavie. Non parliamo di denti d’oro e anelli. Capite, soldi a palate. Quei vecchi sono sgraditi come persone. Usarli per fabbricare pezzi di ricambio o per esperimenti è un’altra questione, molto più redditizia.
I dirigenti di “Vecchiaia felice”, senza sapere chi siete, discutono con voi delle tariffe, di come fare sì che gli anziani siano impacchettati nello stato migliore possibile per ottenere il più alto guadagno. Voi registrate tutto. Quando avete materiale a sufficienza, pubblicate e denunciate.

La reazione non si fa attendere. “Vecchiaia Felice” dapprima nega poi, dato che il loro è un servizio socialmente utile, contrattacca.
Vi accusa di ogni possibile meschinità e falsità. Impone il ritiro delle vostre registrazioni. Asserisce che avete ottenuto illegalmente conversazioni private, e vi denuncia.
Stranamente, il fatto che le attività dell’organizzazione siano pesantemente illegali e moralmente ripugnanti non sembra preoccupare più di tanto i media, che si limitano a trafiletti, e i politici, che perlopiù ignorano la vicenda. “Parlateci di Vecchiaia Felice”, invocate, ma l’appello cade nel vuoto. Gli anziani non sono priorità, sono un argomento spiacevole e poco interessante. E occuparsene significa finire sulla lista di proscrizione.

Così parte il processo, non contro l’organizzazione, ma contro di voi che avete osato rivelarne le mostruosità. Pensavate che cose del genere avvenissero solo nelle peggiori dittature? Illusi: Cassandra è sempre stata persona sgradita quanto la verità che enuncia.
Il giudice che vi giudica occupa la sua posizione grazie ai sostenitori di “Vecchiaia Felice”; anzi, lui stesso ha lavorato per essa. Il dibattimento è a senso unico, ai vostri avvocati viene negata ogni opzione. Verdetto: siete colpevole di avere violato la privacy dell’organizzazione, venite condannato a pagare un milione e più. Come se il ladro si rivalesse sul cittadino che ha dato l’allarme mentre rubava, perché ha infranto il suo diritto a scassinare silenziosamente.

Voi pensereste: è stata fatta giustizia?

Se non lo pensate, se siete dell’opinione che un caso del genere mette in luce la profonda corruzione e l’inganno del potere, vi debbo avvertire che non si tratta di uno scenario che ho inventato di sana pianta.

In realtà la questione non riguarda gli anziani, ma i bambini. Quelli non nati, abortiti, che l’organizzazione “Planned Parenthood” (“Genitorialità pianificata”) vendeva, a pezzi o interi, a laboratori e case farmaceutiche. Sì, commercio di pezzi di bambino. Un cervello intero vale parecchio, quindi bisogna fare attenzione mentre si ammazza il piccolino.
Tutto questo è stato esposto in una serie di video pubblicati qualche tempo fa. Chi li ha girati è stato condannato per i motivi che ho esposto sopra da un giudice immanicato con gli Obama, grandi sponsor di Planet Parenthood, e a quanto sembra in passato ha anche collaborato all’apertura di una loro clinica.

Non illudetevi, gente. Vi dicono che si tratta di diritti, di scelte responsabili. Mentono. Per loro siete solo mezzi di guadagno e di potere.
E i bambini, carne da macelleria.

 

Oltre il muro

La vita di ognuno di noi scivola, ora dopo ora, nella stanca dimenticanza della bellezza e della verità che altri giorni avevano promesso.
Com’è doloroso pensarsi giganti e scoprirsi incapaci di guardare oltre l’orlo troppo alto del nostro orgoglio.

Davvero occorre qualcuno che afferri il nostro povero petto disperato e ci sollevi, come viene alzato il bambino per mostrargli il mondo oltre il muro.

Fantasmi e demoni

Stiamo attenti a che i fantasmi del passato non ci distraggano dai demoni del presente.

Dimostrate conseguenze

Una verità non cambia nel tempo.
Il tempo fa solo dimenticare le dimostrate conseguenze del negarla.

Provvisorio

Il tempo non è mai definitivo. E’ sempre incompleto. Provvisorio.
Se non lo fosse, smetterebbe di essere tempo e diventerebbe eternità.

Le nostre vite sono vissute nel tempo.

Nespole!

Davanti a casa mia c’è un nespolo.
E’ un nespolo giapponese, un poco differente dal nespolo nostrano che, qui in Piemonte, era molto diffuso. Un tempo le nespole si raccoglievano in tardo autunno ancora verdi e si mettevano a riposare nella paglia, dove poco a poco diventavano dolcissime. C’è un detto che lo ricorda: “Con il tempo e con la paglia maturano le nespole”. Ce lo diceva sempre il professore di latino del liceo, scuotendo il capo ai nostri errori di inesperienza. I frutti in piemontese erano chiamati “pocio” (pronuncia “puciu”): “sto come un puciu” vuol dire “sto benissimo, caldo, asciutto, coccolato”. “Puciunin“, piccola nespola, è il titolo di una delle più famose canzoni dialettali.

Ma il nespolo giapponese è diverso. Fiorisce d’inverno. C’è chi è rigoglioso nella primavera, chi nella calda estate; esserlo nei mesi bui, bisogna avere un talento particolare, esserci nati. Fa un po’ impressione vedere le corolle candide mentre tutt’intorno il tempo si incupisce, le foglie cadono e l’erba ingiallisce. Nella stagione morta, con il freddo che sembra non finire e agghiaccia le ossa, è un segno più che di speranza, di certezza: il visibile filo della vita che non si spezza nell’avversità. Com’è difficile sbocciare nell’autunno nebbioso, nell’inverno gelido! Eppure quel tempo non è deciso da noi. E’ dato.

Tornerà il caldo. I fiori cadranno. Dimenticati? No, saranno diventati frutti.


Grazie a Sandro per l’idea e la foto

Correlazioni pericolose

Di ricerche farlocche sono piene le riviste scientifiche. E’ stato dimostrato che una gran parte dei risultati pubblicati sono irriproducibili o del tutto errati. E questo laddove ci siano prove sperimentali; figurarsi dove si facciano ipotesi basate sul puro ragionamento.
Non capitemi male: se si ha un’ipotesi, è giusto metterla alla prova. Però sarebbe meglio, prima di accingersi al tentativo, assicurarsi di avere compreso la realtà sulla quale si sta indagando.

Quel è il rischio? Di esporre teorie che qualsiasi persona bene informata non può che trovare idiote, o quantomeno fuori bersaglio.
Quella che ho letto oggi rientra nel numero.

Dei simpatici ricercatori di Harvard legano indipendenza, creatività, gentilezza, cooperazione, pensiero analitico e accoglienza dello straniero con… il bando dell’incesto portato avanti dalla Chiesa cattolica.
Sì, è così. Questi sapienti assicurano che c’è una stretta correlazione tra la diffusione del cattolicesimo, la diminuzione dei matrimoni tra consanguinei e le qualità di cui sopra. Ipotizzano che l’aumento di quello che chiamano “individualismo” e delle altre azioni virtuose dipenda in ultima analisi proprio da quel divieto delle Chiesa di sposarsi tra parenti stretti, che avrebbe causato il crollo di quelle istituzioni mandate avanti da famiglie chiuse in loro stesse. Per evidenziare questa correlazione usano un  loro valore che chiamano Kinship intensity index, indice di intensità consanguinea, in cui fanno rientrare il tasso di matrimoni con cugini, la poligamia, convivenza di famiglie estese e così via. Vabbé.

Questa loro teoria mi sembra un po’ come asserire che la velocità dei trasporti dipenda dalla diminuzione dei cavalli. Sì, c’è un correlazione, ma non si stanno forse dimenticando le automobili?

Mi sembra che questi dottori non abbiano una chiara idea di cosa dica e cosa sia la Chiesa cattolica. Ad esempio, chiamano “misteriosa” l’origine del divieto cattolico d’incesto, o insinuano che vi possano essere dietro ragioni economiche, quando sarebbe bastato loro leggere la prima lettera di S.Paolo ai Corinzi.
Se cercavano le ragioni dell’accoglienza dello straniero e della gentilezza, non sarebbe stato sufficiente guardare alle parole di Cristo? “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi“…
La cooperazione non nasce forse dal comandamento di amare il proprio prossimo, essendo tutti figli del Padre Celeste?
E le origini del pensiero analitico, non risiedono piuttosto nell’invito a conoscere il mondo che nasce dall’idea cristiana di Dio?
La correlazione è decisamente più diretta di quella del divieto d’incesto. Se ne sapessero di cristianesimo, poco-poco, forse anche quei dotti l’avrebbero capito. La “scoperta” è sincera: è proprio il seguire Cristo che rende le persone migliori. Più attente alle persone e al reale. Sì, perché in fondo per il cristiano chiunque è proprio parente stretto: fratello o sorella, in Cristo.
Ma chi ne sa ancora, di cristianesimo, tra coloro che si credono sapienti?

Tu che hai fatto torto a un uomo semplice

Mi è capitata sotto gli occhi questa poesia di Czeslaw Milosz. Certo, i suoi erano altri tempi di cui tanti vorrebbero ci dimenticassimo; ma non credo che questi versi siano obsoleti. In fin dei conti, anche oggi ci sono uomini semplici, e gente come quella che è così ben descritta..

Tu che hai fatto torto a un uomo semplice

Tu che hai fatto torto a un uomo semplice
scoppiando a ridere per il crimine,
e ti tieni un branco di folli attorno
per mischiare bene e male, confondere la linea,

sebbene tutti ti s’inchinino davanti,
dicano la tua via illuminata da virtù e saggezza,
coniando medaglie d’oro in tuo onore,
felici di sopravvivere un altro giorno,

non sentirti al sicuro. Il poeta ricorda.
Puoi ucciderne uno, ma un altro nasce.
Le parole sono annotate, le azioni, le date.

E sarebbe stata meglio per te un’alba invernale,
una corda, e un ramo piegato sotto il tuo peso.

Czeslaw Milosz

Viste parziali

In quel tempo, uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!».
Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”.
Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”.
Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».
Luca 14, 15-24

Di questo brano evangelico, la lettura di ieri nella Messa, mi ha colpito una cosa.
Coloro che rinunciano all’invito lo fanno in fin dei conti per ragioni serie. Il loro rifiuto è cortese; chi darebbe loro torto se badano per prima cosa ai loro affari?
Eppure, pensiamoci un attimo. Immaginiamoci una moglie che dice al marito “Stasera è il nostro anniversario, ho prenotato il ristorante”, e lui “no, c’è la partita”. Cosa penserebbe, legittimamente, detta moglie? Oppure, lui che chiede a lei “Ti amo, usciamo stasera?” e lei, “No, voglio portarmi avanti con il lavoro”?

Un rifiuto che oppone qualcos’altro a noi ci dice che quella persona ritiene quel qualcos’altro più importante di noi. Può essere il lavoro, può essere lo stare dietro alla proprietà, può essere anche la famiglia; tutte cose giuste, tutte cose buone, ma quello che sta tra le righe è: le valuto più di te. Tengo a loro più che a te. Quand’anche la giusticazione non fosse una scusa.

Ricordate cosa dicevo a proposito degli idoli? “Se Dio non è tutto, se lo si trova vecchio, allora ci si permette amori diversi, apparentemente più giovani. Scappatelle, finché una sera ci si dimentica di ritornare.” Gli idoli più temibili non sono quelli immediatamente riconoscibili. Hanno bei nomi che poco a poco ti rubano il cuore, o te l’addormentano. Possono chiamarsi Giustizia, Ecologia, Popolo. Lavoro, Famiglia, perché no, Amore. C’è sicuramente un idolo chiamato Chiesa – più d’uno, forse. Diventano idoli quando si distaccano dalla loro fonte; quando la Giustizia non è più un attributo di Dio, ma un mostro da sfamare con forche e prigioni; quando la Famiglia è chiusura, e non il modo di vivere la vocazione; quando l’Amore diventa il giustificativo dell’odio peggiore o di ogni dissolutezza.

Diventano idoli perché sono viste parziali su quel tutto che è Dio. Come Giustizia senza Misericordia, o Misericordia senza Giustizia; l’idolo è ideologia, il particolare a cui si tiene più del tutto, che diventa tutto, e che perciò non può che essere mancante di ogni altro bene. Giungendo alla fine a perdere anche se stesso, perché ha rinnegato il senso di tutto, quindi anche di ciò che è.
Ciò a cui manca il senso finisce spesso per trasformarsi nel proprio opposto. I demoni sono angeli che hanno smarrito la loro ragione d’essere.

L’uomo della parabola vorrebbe sinceramente che i suoi invitati godessero di tutto ciò che ha preparato loro. Ma la libertà dell’uomo è tale che l’invito può essere rifiutato. Chi si è scusato si troverà, il giorno dopo e quelli a venire, in un certo luogo, con solamente un campo, con solo quei buoi, con solo quella sposa. La loro novità sarà ormai esaurita. L’assente non conoscerà mai cosa ha perso. Ciò che gli manca, ciò a cui ha rinunciato, che è tutto il resto.
Quel luogo colmo di mancanza si chiama inferno.

Antiche novità

Le cose deboli possono vantarsi di essere nuove, come tante nuove filosofie tedesche. Ma le cose forti possono vantarsi di essere antiche.
G.K. Chesterton

Tutte le cose antiche sono state nuove un tempo. Sono antiche perché si sono dimostrate più forti di quelle che erano antiche quando loro erano nuove, e pure di quelle che sono state nuove mentre loro erano già antiche.
Ciò che è nuovo può affermarsi tramite il fascino del mai visto, ma lo stupore della novità si spegne in fretta. Spesso ciò che si proclama nuovo non è che un antico sconfitto che approfitta della corta memoria umana, dell’ignoranza della gioventù e dell’incapacità di imparare dagli errori altrui. Ci si dimentica del perché fu dimenticato.
Fallirà allo stesso modo di un tempo, portando gli sciocchi con sé nel disastro. Il tempo è un cimitero di novità antiche.

Le storie di San Randazio: il sole di sapienza

Il corteo variopinto si fermò al di fuori della chiesetta di mattoni cotti. Frà Randazio sbirciò fuori dalla stretta finestrella. Erano non meno di una ventina di palafreni, orgogliosamente scattanti e guidati al morso da servitori in livrea, le gualdrappe ornate e luccicanti di oro e d’argento. Randazio riconobbe alcuni dei rampolli delle più nobili e ricche casate cittadine. Le dame vennero fatte scendere dai valletti, mentre i signori si aggiustavano giustacuori colorati e mantelli ricamati. “Proprio qui vengono”, borbottò Randazio. “Occorre prepararsi”. Per un attimo il suo sguardo indugiò sul pesante bastone di noce appoggiato al lato della porta, poi sospirò e si voltò ancora verso l’altare.

La porta della cappella fu spalancata e la compagnia irruppe ridendo e schiamazzando. Uno dei nuovi venuti indicò la figura massiccia inginocchiata davanti al tabernacolo. “Eccolo là! E’ quello!”
Randazio si voltò a mezzo. “E’ questo il modo di entrare alla presenza del Re?” domandò con il suo vocione soprendentemente musicale.
“Quale Re?” Domandò uno dei nobili. Randazio indicò il crocefisso. Si fece d’un colpo silenzio, i maschi si tolsero il cappello e qualcuno abbozzò un segno della croce e un inchino più o meno malfatto. Ma la figura attorno a cui, si rese conto Randazio, tutte le altre sembravano orbitare, non fece alcun cenno di devozione.
“A che debbo la vostra visita?” Domandò Ranzazio, stringendo gli occhi.
“Padre Randazio”, disse uno dei presenti, un cavaliere che il frate conosceva, “permettetevi di presentarvi il famosissimo e illustrissimo filosofo della Sorbona Aristide de’Gigli, detto il Sole di sapienza italico!”
Il Sole suddetto, colui che aveva già attirato l’attenzione di Randazio, si erse e fece un cenno con la testa, come per richiedere omaggio. Mantenne la posa per parecchi secondi, nel silenzio sempre più imbarazzato degli astanti. Vedendo che il frate rimaneva inginocchiato e non faceva cenno di muoversi. l’araldo si ripetè. “Padre Randazio, questi è il famosissimo…”
“Sì, sì, ti ho sentito la prima volta. Mi fa piacere per lui.” tagliò corto il frate.
Intervenne un altro dei nobili. “Padre Randazio, codesto che avete di fronte…. o meglio, alle spalle, è uno dei pensatori più famosi al mondo, la cui fama immortale è esaltata per ogni luogo, Senza dubbio tutte le generazioni di qui all’eternità celebraranno le sue scoperte…”
Randazio sospirò e agitò la mano. “Va bene, va bene. Nella mia esperienza, sono i santi coloro il cui nome è ricordato; il ricordo de’saggi umani dura quanto la loro saggezza. Che desiderate, adunque?”
“Il qui presente filosofo sostiene che…”
Aristide si schiarì la voce. “Credo di poter continuare da me qui, grazie. Invero, mio frate, siete scortese: non vi siete neanche alzato per omaggiarmi”.
Randazio si drizzò in piedi. “Invero, mio sire, dato che non avete omaggiato il padrone di casa”, accennò al crocefisso, “pensavo non vi tratteneste.”
Aristide non mosse muscolo. “Vedete, mio frate, non l’ho omaggiato per un semplice motivo. Perché penso che sì occorra devozione, ma nel proprio intimo. Nella vita quotidiana essa non è necessaria, dato che sono sufficienti i nobili moti dell’animo umano per essere nel bene.”
Randazio infilò i grossi pollici nel cordone del saio. Tutti si erano radunati attorno a loro, come gli scommettitori ai combattimenti dei galli. “Quindi voi sostenete che per fare il bene di qualcuno non occorra Dio?”
“Esatto! Vedo che mi avete compreso. E’ mia convinzione che basti trattare ogni individuo con lo stesso rispetto e dignità e amore.”
“Essendo tutti fatti ad immagine di Nostro Signore, pur’io lo credo. Se invece voi Nostro Signore lo mettete da parte, che giustificazione date a questa vostra convinzione?”
“Prego?” chiese Aristide, inchinando un poco la testa.
“Perché dovrei trattarvi con rispetto, dignità e amore?” gli chiese nuovamente Randazio.
“Perché così entrambi otterremo rispetto, dignità e amore. Il vostro Cristo non ha forse detto anche lui ‘Fa’ agli altri quello che voresti sia fatto a te?'”
“Sì, ma questa è il mezzo, non il fine. Voi mi state dicendo, ti tratto con rispetto perché è utile, perché vuoi essere trattato nello stesso modo, non è così?”
“E’ corretto”.
“Ma se mi fosse più utile il percuoterti con una verga e insultarti, cosa mi tratterrebbe dal farlo?” Randazio lanciò un’occhiata desiderosa al suo bastone, appoggiato al muro in fondo alla chiesa.
“Voi non vorreste essere bastonato a vostra volta!” ribatté Aristide.
“Non m’importa: se è l’utile ciò a cui miro, l’utile sia; il dar rispetto, dignità e amore è un accidente che può esservi o non esservi secondo circostanza. Come decido dunque cos’è bene e cos’è male, se il male mi è più utile del bene?”
“Per rispetto significo il dar riguardo al diritto di una persona, per la dignità significo la qualità di essere degno di rispetto, e per amore intendo il senso di una forte affezione”.
“E ciò non mi avvicina di una spanna sul perché ve lo dovrei concedere, se non perché m’aggrada. Perché dovrei esserne moralmente obbligato?”
“La natura umana…”
Randazio rise fragorosamente. “Mastro mio, se tu udito avessi tante confessioni quanto me medesimo, sapresti bene la natura umana dove spinge. Possiedi altra ragione per la tua morale?”
Aristide sbuffò. “Morale? Una cosa oggettivamente malvagia è ciò che danneggia un essere umano. E un’azione è oggettivamente sbagliata se reca danno ingiustamente ad un essere umano”.
Randazio rise ancora più forte. ” Oggettivamente? Perché oggettivamente? E cosa valuti acciocché si possa dire un danno giusto o ingiusto?”
Aristide fece una faccia strana. “Proprio lei, che è un frate, mi sostiene codesta tesi? Forse che tutti gli uomini non hanno ugual valore?”
“E chi lo dice questo?” Ribatté Randazio. “Domandalo ai tuoi compari costì, che sono quivi giunti esaltandoti come novello profeta, se pensano che tu sia di egual valore dello storpio che vive qui a fianco, lui che a stento farfuglia. Va’ in terra dei mori e convinci il Sultano che mozzare mani e piedi e testa ai cristiani è sbagliato, se riesci. Dillo al Gran Vizir, che oggettivamente erra. E lui ti dirà, infedele, Il mio Allah mi dice che mozzare teste è giusto, e tutti qui la pensano come me. Donde tu che replicherai?”
Aristide aprì la bocca, e poi la richiuse.
“Vedi, fratello mio”, disse Randazio ponendo una delle sue grosse mani sopra la spalla del filosofo, che venne scosso da un brivido “a meno che il tuo dire giusto e sbagliato, il tuo diritto non trovino porto e origine in ciò che è oltre il mondo umano, essi possono essere solo una umana invenzione. E chissà quali invenzioni domani i perversi e gli sciocchi potrebbero escogitare, finendo per convincersi che tutti gli uomini debbano condividerle.”
Aristide si sottrasse al braccio del frate. “Frate mio, vedo che i tuoi argomenti sono deboli e speciosi. Mi avevano detto del tuo acume, ma erravano. Avevo sperato di trovare qualcuno degno con cui discutere, ma non sei mio pari. Me ne torno; i miei rispetti.”
Randazio scosse la testa mestamente. “Se ti fossi ascoltato or ora, o sole d’italica sapienza, avresti scoperto quanto vale veramente la tua parola. Tu manco credi ad essa, è solo suono. Beato colui che si ascolta e si trova mancante, perché sta cercando il vero, e chi cerca il vero cerca Dio che è il sommo vero. Tu non cerchi che il battimano compiaciuto, e ti sarà concesso; ma null’altro.”
La compagnia uscì, facendosi beffe di Randazio. Rimontarono sui destrieri e se ne ripartirono; e solo alcuni dei servi, e pochi de’nobili si voltarono con sguardo grave o pensoso verso di lui.
Randazio richiuse la porta, e accarezzò il randello. “Forse sarebbe stato il caso di usarti, quale esempio di ciò che è giusto o no; ma che vantaggio se ne ha a rompere una zucca, se è vuota?” E tornò alle sue preghiere.

Oggi non sono santo

Alla fine, essere santi non vuol dire fare tutte le cose giuste.
Vuol dire dare tutto, offrire tutto, anche quel pezzettino che ci tiene ancorati allo scoglio del mondo.
L’abitudine dalla quale non ci possiamo staccare, ciò a cui pensiamo di non poter rinunciare, e quel timore che ci trattiene dall’offrire tutto noi stessi perché sappiamo che la nostra offerta sarà accettata. Il peccato è un “non”: non volere essere interi.

Vedo che mi converrebbe, ma non ci riesco. No, neanche a chiederlo. Ho paura della Grazia di cambiare. Forse accadrà domani. Ma oggi, non sono santo.

I colori dell’autunno

La montagna, nei giorni scorsi, era vestita degli sfolgoranti colori dell’autunno.
Ci si sazia gli occhi con quella magnificenza, ma poi si pensa: ecco, quelle tinte così festanti sono un annuncio di morte. Le foglie presto cadranno e marciranno, e rimarranno solo i tronchi nudi nel freddo inverno.

Poi arriva un pensiero: no, non è vero. Non è una morte, ne ha solo l’apparenza. Finirà il freddo, e i rami si copriranno di nuovo di verde e di oro.
Non siamo sconfitti. La rinascita è già lì, solo non la vediamo ancora.
Forse i colori dell’autunno sono davvero una festa, per ciò che sarà, per ciò che altrimenti non potrebbe essere.

Pietra su pietra

Conclusioni della Assemblea sulla Siberia dell’Associazione Costruttori in Pietra 

Cari colleghi Ingegneri e Costruttori,
E’ giunto il momento di riconsiderare il nostro mestiere. Sarebbe sbagliato ritenere le tecniche costruttive, i calcoli e le equazioni che abbiamo usato fin qui nel nostro mestiere di edificatori come qualcosa di immutabile. Anche se ci hanno garantito solidità nel costruire, sono ancora necessarie in un mondo che cambia? La situazione in Siberia ci presenta una sfida. Facciamo in modo che le nostre menti non si fossilizzino come la rigida pietra dei nostri edifici, ma siano aperte a soluzioni innovative. Occorre ripensare le nostre certezze e avere il coraggio del rinnovamento, superando il passato.

1- Materiali.
Fino a ieri eravamo soliti usare la pietra per costruire le nostre strutture. Negli ultimi anni, dopo che l’Assemblea Plenaria II aveva autorizzato l’uso del cemento in circostanze particolari, noi costruttori abbiamo progressivamente scartato la pietra a vantaggio di quest’ultimo. Tanto che ormai, salvo poche eccezioni, sconsigliamo fortemente l’uso dell’antico materiale. Certo, il cemento è molto più brutto della pietra da vedersi, e tende a sgretolarsi nel tempo, ma è più comodo ed economico da manipolare.
Ora ci è chiesto un nuovo passo: il cemento, infatti, è anti-ecologico. Per combattere il cambiamento climatico, in Siberia ma non solo, dobbiamo rivolgerci a materiali più naturali; sperimentazioni sono in corso con paglia, fango, foglie di banano e bucce d’anguria riciclate. Se qualcuno si lamenta di una pretesa minore solidità è perché non ha capito che oggi l’arte di costruire è fluida. C’è chi con poca apertura obbietta che con queste sostanze non si riesce a tirare su un muro duraturo, ma non è forse meglio così? Edifichiamo ponti, non muri. L’obiezione che noi siamo costruttori “in pietra” non ci deve fermare. Basterà ridefinire cosa si intende con pietra. Siamo inclusivi, non esclusivi.

2- Crisi di vocazioni.
Ci si lamenta che sempre meno giovani intraprendono la carriera di costruttori. Diventare ingegneri è difficile, occorrono lunghi studi e grandi rinunce. La soluzione è allargare un poco le attuali maglie troppo strette. Già adesso, in Siberia dove ci sono enormi estensioni per pochissimi dei nostri colleghi, sono i geometri, i muratori e a volte gli imbianchini che fanno le loro veci. Perché non ufficializzare la situazione? Perché non stabilire che, dove ce ne sia bisogno, anche queste categorie di persone possano progettare? A chi asserisce che costoro non sono abbastanza preparati, o che mancherebbero dei requisiti ottenuti finora con studio e fatica, e sostengono quindi che sarebbero meno dedicati al loro compito, suggeriamo di chiedersi: cos’è importante, il mantenimento di vecchi privilegi o la possibilità di costruire ovunque? Se uno si sente ingegnere, perché non può esserlo? C’è chi si lamenta come i nuovi costruttori non sappiano neanche mettere pietra su pietra, ma è sbagliato rimpiangere il passato.

3- Difficoltà di calcolo ed errori progettuali.
Per lungo tempo si è pensato che certe soluzioni architettoniche ardite dovessero essere impedite perché poco sicure, o fossero addirittura impossibili da ottenersi secondo i criteri di stabilità. E’ ora di oltrepassare questi pregiudizi. Dove sta scritto che una casa costruita sulla sabbia debba essere per forza meno duratura di una costruita sulla pietra? Occorre non solo mettere in discussione ma superare un certo tipo di chiusure che non sono degne delle modernità. Non bisogna farsi fermare dai cosiddetti errori progettuali: non ci sono errori, solo modi differenti di vedere le cose. Con nuovi tipi di calcolo avremo soluzioni costruttive molto più economiche, e quindi maggiori margini di guadagno per tutti, se solo abbandoneremo i vecchi paradigmi. L’importante è essere convinti di quello che si fa. La crisi edilizia attuale sarà in tal modo sicuramente superata. Acquisiremo quella flessibilità per cui ci sarà possibile riprogettare e riadattare interi edifici, spostare stanze, togliere pilastri portanti e no su richiesta del pubblico. Che bisogno abbiamo di fondamenta? Si apre una nuova era di prosperità: tutti vorranno abitare nelle case molto più economiche da noi costruite seguendo i desideri dei richiedenti.
Non è che non crediamo più nella pietra, è che pensiamo che essa sia solo una tra le tante soluzioni. Allora il ragionamento non può più essere “Cosa dura nel tempo”, ma “Cosa ci conviene di più?”.

In conclusione, cari colleghi, costruiamo la nostra nuova torre: verso il cielo, fino a raggiungerlo! Cosa può andare storto?

L’autorità del vero

Quantum vis ore dixerimus,
sane cor cordi loquitur,
lingua non nisi aures pulsat.

La sincerità del cuore e non l’abbondanza delle parole tocca il cuore degli uomini: la lingua fa vibrare soltanto i timpani.
S. Francesco di Sales

Autorità ha la stessa radice di autore: cioè “chi possiede capacità d’iniziativa, promuove un atto, perfeziona e garantisce, integrandola e rafforzandola, la insufficiente volontà o personalità di un altro”. Chi possiede queste caratteristiche – in una parola, autorevolezza – è autorità.

Chi si contraddice, chi mente, chi tradisce il ruolo a cui è preposto, chi è incapace di far crescere, chi mette distanza tra la parola e l’atto, non è autorità.
Se ha popolarità, è probabilmente un idolo: ciò che assomiglia solo alla cosa reale, qualcuno che per circostanze particolari si trova ad occupare una posizione senza avere lo spessore per mantenerla. Se persiste condurrà inevitabilmente al disastro ciò che guida; se è stato elevato alla sua posizione da poteri interessati saranno loro stessi a eliminarlo e sostituirlo con un nuovo idolo.

Anche autentico ha la stessa radice. L’autorità non si può comprare, è sempre autentica. E’ qualcosa che si ha, o si acquisisce. Si può fingere di averla, ma la realtà prima o poi si mostra impietosa.

L’autorità è quindi connessa con ciò che è vero. Chi ha autorità ci conduce alla verità.
Cerchiamo queste rare persone. Se possiamo, cerchiamo di essere una di loro.

Le nuovissime lettere di Berlicche – LX – Doppia tentazione

Caro Malacoda, mio demoniaco nipote,

Nel tuo lavoro di sollevare critiche e malignità, tieni ben presente la nostra eterna strategia. Ci sono due tentazioni simmetriche alle quali possiamo sottoporre i cristiani: buttare i peccatori fuori dalla Chiesa a causa del loro male oppure accoglierli tutti eliminando il concetto stesso di peccato.
Tenterai coloro che si considerano migliori degli altri con la prima, quelli che sanno di compiere il male con la seconda, negando che il male esista o convincendoli che è automaticamente perdonato.
In tutt’e due i casi dovrai essere attento a non far intravedere ai tuoi protetti la conseguenza di tali ragionamenti.

Nel primo caso otteniamo una Chiesa così pura da non avere nessuno dentro, dato che nessuno è esente dal peccato; nel secondo ogni azione – anche la peggiore – sarebbe chiamata pura, e la Chiesa finirebbe con il coincidere con il mondo, indistinguibile da esso.
In ambedue le possibilità, Chiesa del tutto vuota o del tutto sciolta, essa scomparirebbe, perché tutto ciò che non è necessario scompare. Chi ha bisogno di una scatola vuota, o di un inutile doppione?

Bada: per seguire queste tue indicazioni devono dimenticarsi di cosa sia la Redenzione. O meglio: è quando avranno dimenticato il Figlio del nostro Nemico-che-sta-Lassù e cosa sia venuto a fare che tu avrai successo.
Ricorda: un idolo è ciò che non è. L’opposto del Nome del Nemico. Se gli umani obbediscono ad una Chiesa che non è, si inchinano al Nostro-Padre-che-sta-Quaggiù. E cosa vorremmo di più?

Tuo zio, l’arcidemone Berlicche

Sublime

I cristiani rifuggono l’atto sessuale casuale non perché il sesso è sporco, ma perché è sublime.

 

I-dee

La conferenza stampa di presentazione del movimento I-Dea si è tenuta oggi a Roma, in un hotel a ridosso del Pantheon. La portavoce del movimento, Cerere, ha illustrato ai giornalisti la composizione e le finalità di questa nuova formazione.

“Il nostro scopo – ha spiegato Cerere – è riportare all’attenzione della collettività l’opera ignorata dal potere maschilista tecnologico di noi dee della fertilità. Con la rivoluzione industriale il capitalismo occidentale ha soppresso, tramite la complicità della Chiesa di Roma, il contributo unico di noi femmine superiori nel progresso dell’umanità. Ma la sensibilità odierna ai temi ecologici della rivoluzione verde ci dà la possibilità di riaffermare il nostro ruolo centrale come divinità ambientali. Ci riproponiamo come dee 2.0, integrate nei social media, pronte a guidare gli umani nelle nuove sfide a cui ci chiama il climate change. Speriamo che la nuova sensibilità delle gerarchie cattoliche possa aiutarci in questa nostra impresa”

Cerere ha poi passato il microfono a Cibele, che ha illustrato le iniziative in programma. “Chiederemo che in tutti gli edifici pubblici, accanto ai simboli cristiani o al posto di essi, siano presenti anche nostre effigi propiziatorie. Abbiamo il diritto alla parità di culto: perché, ad esempio, sugli altari non dovrebbero anche essere presenti delle statue mie, di Nantosuelta, Chimalman o Inanna? Il rifiutarsi di includerle sarebbe un eurocentrismo razzista, sessista e irrispettoso delle tradizioni dei popoli alla luce del multiculturalismo, una chiusura degna dei secoli bui medioevali. Una violenza che speriamo possa essere presto repressa con la forza della legge.”

“Nei prossimi mesi – ha continuato la divinità dell’amore – abbiamo in programma una serie di iniziative ed avvenimenti culturali, che culmineranno in un evento musicale in cui si esibiranno la dea Inari e il suo supergruppo di Idol giapponesi. Lanceremo una campagna sui social tramite influencer, con il tag #saremoadorabili. Avremo poi una serie di incontri con esponenti politici e religiosi di tutto il mondo per esporre le nostre richieste. Abbiamo grandi speranze: sappiamo essere molto convincenti, quando possiamo entrare in rapporto con le persone. Lo sosteniamo da sempre, #loveislove”. E chi più di noi può darlo?

Rispondendo alle domande dei giornalisti, Cerere ha anche descritto alcune difficoltà. Alla domanda se spera che le richieste verso la Chiesa cattolica avranno successo, ha ammesso: “Abbiamo una solida base di consenso tra certi ordini di suore e tra alcuni alti esponenti della gerarchia. L’idea di sacerdotesse a noi dedicate, già presenti in alcune confessioni protestanti, sta conquistando terreno. Devo dire che il compito è però difficile, in quanto in questo momento in Vaticano non c’è sensibilità sull’argomento della fertilità. Ci sono molte resistenze. Sapete dell’ostilità preconcetta da cui è stata accolta la nostra amica e collega amazzonica in certi ambienti. La nostra delegazione non è stata ancora ricevuta ai massimi livelli, mentre invece esponenti della nostra controparte maschile – Priapo, Bes e i loro sodali – hanno potuto esporre privatamente le loro richieste.
C’è chi ha espresso il dubbio che questo possa essere dovuto all’atteggiamento molto disinvolto di questi dei verso la morale sessuale, ma la dea Kokopelli lo ha negato, in quanto neanche Venere e le altre dee con diverse sensibilità sul tema hanno ancora ricevuto risposta alle loro domande.

Alla questione se il loro atteggiamento non sia in qualche maniera retrogrado, alla luce delle conquiste femminili recenti, Iside ha affermato “Niente affatto! Noi siamo sempre state molto aperte per quanto riguarda gli argomenti come il divorzio, l’aborto, l’eutanasia e la liberalizzazione delle droghe. Noi facevamo tutte queste cose ben prima della fondazione di questa città. Nel passato è il nostro futuro, e anche il vostro. Siamo esperte: molte di noi sono anche divinità della morte. Abbiamo in programma di chiedere una legge per permettere il sacrificio dei bambini fino ai cinque anni d’età. Perché fare soffrire degli innocenti, quando il loro rientrare nel cerchio della vita potrebbe apportare conforto al resto dell’umanità? Per questo e altro ci proponiamo per diventare, come un tempo, la guida degli esseri umani. Non prevaricheremo nessuno, ma pretendiamo i nostri diritti. Chiediamo solo di essere adorate.”
Sul’accusa, rivolta da ambienti tradizionalisti, di essere demoni, la dea ha replicato: “Non ci poniamo come opposizione a Dio, piuttosto come un’alternativa”.

La conferenza stampa è stato un successo, nonostante un momento di imbarazzo quando uno dei presenti ha chiesto se le dee sapessero nuotare.

Pessime intenzioni

Permettetemi qualche chiosa sul ratto e conseguente lancio a fiume delle statuette lignee amazzoniche in quel di Roma.

Punto primo, io in certe chiese ho visto di tutto. Ho visto sugli altari immagini di noti eretici e credenti in altri religioni; ho veduto portare in processione un po’ ogni cosa, terra, fiori, palloni e così via. Ma sulle pareti cappella Sistina sono dipinte le profetesse pagane del tempo che fu, e pure Virgilio. Il punto è: sono il contorno, non la pietanza. Il cristianesimo può valorizzare tutto, statue di donne nude incinte comprese, perché Cristo è tutto in tutti, e redime ogni cosa.
Ma solo se c’è lui per primo. Se il suo nome non è invocato, pregato per primo, allora anche una “Nostra Signora” può diventare pagana. Noi veneriamo Maria quale Madre di Cristo, non come divinità a se stante. Fosse altrimenti, la sua statua andrebbe buttata nel Tevere, fosse anche scolpita da Della Robbia. Il senso di ogni cosa portata all’altare è che tramite essa si glorifica Lui. Se non è così non è cristianesimo, anche fosse fatto con la migliore delle buone intenzioni. Sarebbe uno sbaglio da correggere.
Posso venerare un’icona di Maria con le tette di fuori come le Madonne del Latte cinquecentesche, se è Maria, se mi richiama la realtà della Madre di Dio. Se quel bambino nel grembo della statuina è Dio, me lo si dica chiaramente, e bacerò quell’immagine che mi richiama all’Incarnazione. Se non lo è, non voglio averci a che fare. Chi sa, lo dica: sì o no?
Essere segno del Mistero è cosa rende sante le cose. Chiariamo cosa è santo e cosa no; cosa va gettato, e cosa no. Dell’immondizia (ciò che non è mondo, puro) uno se ne libera. Gli idoli, di legno o di pensiero, sono immondizia.

Punto secondo. Perché il gesto ha suscitato tanto entusiasmo? Per lo stesso motivo per cui Fantozzi è stato portato in trionfo dopo avere detto la sua opinione sulla Corazzata Potëmkin. Usare un linguaggio scurrile (“cagata pazzesca”) è certamente da stigmatizzare, ma ha il merito di togliere il tappo del conformismo, del timore imbelle. Fa capire che davvero non se ne può più. Che, nei pensieri reconditi della gente, più che le statuette dovrebbero rinfrescarsi le idee nel fiume chi ce le ha volute. Perché la gente sa ancora cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è bene e cosa è male, quando li si tenta di ingannare, mentendo e manipolando, per portare avanti un proprio misero progetto. Almeno, quelli che ci tengono. Gli intellettualoidi possono contargliela, ma il senso comune difficilmente se la beve. Il gregge si domanda che cavolo stiano facendo i suoi pastori, chi siano realmente. Diteci qualcosa di cattolico, qualcosa in cui credere, che allarghi il cuore, e non la rifrittura di ideologie che Cristo ha sconfitto. Parlateci di cose e persone sante. Se l’intenzione è retta, se ancora credete.

Punto terzo, non comprendo perché dovremmo rispettare la Tradizione dei popoli amazzonici e nel contempo negare la Tradizione del popolo cattolico. La tradizione di quelle tribù è l’infanticidio e peggio? Quello dei romani di gettare nel Tevere quanto non gradiscono. Se occorre rispettare quella cultura, perché dovremmo disfarci della nostra? Mi pare abbia costruito un bel po’ di più di capanne di fango. Allora il dubbio viene che non sia tanto la Tradizione di per sé ciò di cui dicono ci dovremmo disfare, ma il suo contenuto. Non mi è chiaro perché dovremmo sostituire il tricorno con un cappello di piume. Oh, certo, alcune cose sono orpelli e sovrastruttura. Il cuore della Tradizione però è Cristo.
Chi allora ha le intenzioni peggiori: chi vuole liberarsi di brutte statuine, o del significato stesso della Chiesa?

Il Rio delle Amazzoni non è il Tevere. Se non altro il gesto l’ha chiarito a chi si illudeva. Che si smetta di spacciare l’uno per l’altro.

Memoria insufficiente

Fu un attimo, alla stazione del Loop. Un volto tra i tanti; lei saliva per Berlino, lui scendeva. Per un istante lui guardò lei, lei guardò verso di lui, e a lui parve che qualcosa, un’ombra, un incresparsi fugace attraversasse il suo viso. Poi le porte si richiusero e rimase, come tramortito, ad ascoltare il cupo sibilo che si perdeva in lontananza.
Dove aveva già visto quella donna?
Mentre si dirigeva verso l’ufficio frugò tra i ricordi, ma erano troppi, troppo distanti. Sospirò. Avrebbe dovuto fare una ricerca.
Aveva giusto il tempo, prima della riunione.
Caricò nell’interfaccia di controllo le sue memorie dell’ultima mezz’ora, fino al momento dell’incontro. Trovato il punto esatto, selezionò la persona e lanciò una ricerca per “volti simili” tra tutti i suoi ricordi.
Qualche istante dopo ottenne i risultati. Non era nessuno che risiedesse nella sua memoria attuale. Risaliva a molto, molto tempo prima, alla sua gioventù. A tutti quegli anni che aveva trasferito nei depositi mnemonici ausiliari, per liberare spazio. A giudicare dal numero di riferimenti, quella persona particolare di spazio doveva averne occupato parecchio. Incuriosito, controllò di avere abbastanza memoria immediata libera. No, era piena, ma poteva rimuovere temporaneamente qualcosa, dei manuali, i bilanci della scorsa stagione, qualche film. Bastava appena. Caricò quegli antichi dati.

Fu come spalancare una porta su un altro mondo, come quando apri una finestra nel buio della tua stanza e la primavera ti sorprende con il suo fiotto di luce, di colori, di suoni. Quanto era stato giovane. Quanti sogni, allora, che la sua memoria aveva registrato e che ora gli venivano riproposti di getto, come un torrente di sensazioni a lungo dimenticate. Dimenticate? No, piuttosto riposte via, nel magazzino delle cose inutili nel frenetico mondo di oggi, così diverso. Da quando era divenuto possibile estrarre i ricordi in chip esterni invece che lasciarli nel proprio cervello era molto più facile liberarsi di tutto il vissuto sgradito, inutile, o semplicemente vecchio. Che uso potevano avere quegli anni, nella sua vita attuale? Come l’abito passato di moda li aveva riposti nell’armadio, fuori linea, tra ciò che è obsoleto ma può occasionalmente servire.
La vita in quella casa, la sua infanzia. I giorni della scuola. Quei giardini assolati, e i pranzi e le cene e i giochi. E ancora crescere, i primi amori, gli studi, e poi la partenza per altre città. E lei.

Aveva rimosso tutto, e ora l’aveva riportato indietro, ed era come il tempo non fosse passato. Sì, era lei, proprio lei. Quanti anni erano trascorsi da quelli vissuti insieme. Era invecchiata, ma le apparenze ingannano in questo mondo moderno con i suoi trattamenti estetici, la sua medicina avanzata, con la lunghezza di una esistenza che ormai poteva essere estesa a coprire i secoli. Il tempo passato vicini, i momenti felici e quelli meno… e la vita che avanza, inesorabile. I lavori distanti, gli interessi che cambiano. Una lontananza sempre maggiore, la separazione.
E poi i ricordi messi da parte. Di cui solo una pallida eco persiste; un volto ricordato appena. Quel volto tanto familiare.

Rivisse quegli antichi giorni, e ancora una volta la ricordò. Ricordò lei, quel volto. Il volto di sua madre. Quante memorie.
Poi cancellò tutto.

La stirpe di Caino

Come ho già detto altre volte, mi capita di seguire alcuni anime – serie a cartoni animati – giapponesi. Non è roba per bambini; sicuamente non lo è quello intitolato “Vinland saga“.
Si tratta di una storia ambientata tra i Vichinghi, intorno all’anno mille. Anche se sono state prese ampie licenze romanzesche rispetto ai fatti realmente avvenuti, non si può non ammirare una certa serietà di ricerca storica, la ricercatezza dei disegni e la qualità della trama. Trama che ci proietta in un mondo brutale, dove il cristianesimo si è appena affacciato ed è ben lontano dall’avere convertito il nord guerriero.

Nell’ultimo episodio trasmesso la banda vichinga a cui appartiene il protagonista assale un pacifico villaggio, i cui abitanti vengono quindi massacrati a sangue freddo. Il crudo orrore potrebbe spingere a etichettare quanto mostrato come una invenzione narrativa. Non è così.
Gli archeologi hanno trovato decine e decine di casi simili, in ogni paese, in ogni era. Fosse comuni riempite con corpi ammonticchiati, uomini donne bambini, uccisi con un colpo di mazza alla nuca, la gola tagliata, una lancia nella schiena. Segni di tortura. La prassi comune degli scorridori, dal neolitico fino ad oggi.

Talvolta i corpi sono sepolti con più cura, segno che sono i sopravvissuti ad avere raccolto i morti. In altri casi, c’è solo una pila di cadaveri frettolosamente ammucchiati. Ce ne dobbiamo rendere conto: nel corso di quasi tutta la storia questa è stata la fredda normalità. I civili in zona di combattimento vengono massacrati. Senza distinzione e senza pietà. Chi si salva è preso come schiavo.

E sia chiaro; nessuno si aspetta niente di diverso. Il figlio del contadino ucciso che entra nella milizia sterminerà a sua volta altri innocenti nel medesimo modo. Perché non c’è una ragione per non farlo.
Non c’è una ragione per non farlo.
Dalla Cina al Messico, dalla Germania all’Alaska. Il guerriero, il soldato, il pirata uccide. E prova piacere nel farlo. L’uomo è fatto così.

Il trattenere la mano verso gli innocenti, il risparmiare chi non combatte,  il frenarsi negli stupri, nei saccheggi, nelle violenze, potrebbe venire solo da un altro livello rispetto a questo tipo di uomo. Non bastano le morali, le regole. Solo chi sa di far male, sa di mettere a rischio tutta l’eternità ammazzando può avere una ragione per fermare la mano. Solo chi ha scoperto che l’altro, persino il nemico, è un fratello, che non solo non si deve uccidere ma per cui si deve pregare, può arrestare il massacro, l’esaltazione del sangue e della lotta. Pietas. Ciò che è pio, ciò che non poggia sulla stessa materia di cui sono fatte le lame.

Una simile forza ha frenato la stirpe di Caino. Una forza che adesso si affievolisce; ci hanno raccontato che non esiste, non serve, che ogni libertà è lecita. Ritornano i senza pietas, gli spietati.
Attenti a chi si muove all’orizzonte, voi del paese.