Archivio dell'autore: Berlicche

Ricchi, potenti, sapienti

Mi diceva un mio amico che è appena stato in Terra Santa che Nazaret era un buco di villaggio, peggio di quelli arroccati in cima alle nostre vallate. Quale fosse la casa di Maria lo sappiamo quasi per certo. Quello che è certo è dove fosse il pozzo al quale lei andava a prendere l’acqua: c’è solo quello, lassù.
La dice lunga sui metodi di Dio che il Salvatore del mondo, Suo figlio, dovesse venire proprio da questo luogo dimenticato da tutti ma non da Lui. Ci dice che Dio ha un suo senso dell’umorismo, e una certa predisposizione a scommettere su tutto ciò che è dimenticato e rifiutato dai ricchi, potenti e sapienti.
Essendo Dio stesso che non solo mischia le carte e le distribuisce, ma le fabbrica, probabilmente dovremmo tenerne conto.

Noi spesso diamo per scontato che la nostra missione nel mondo sia appunto diventare ricchi, potenti, acculturati; affermarsi.
Eppure se c’è una cosa che il cristianesimo ha sempre messo bene in evidenza è che quelle sono esattamente le categorie delle quali sarebbe bene NON far parte.
I potenti hanno una certa predisposizione ad esser buttati giù dai loro troni; ai sapienti vengono tenute nascoste le cose davvero importanti e, quanto ai ricchi, c’è un certo detto a base di cammelli che non passano per la cruna degli aghi di cui occorrerebbe tenere conto.

Non sarebbe però corretto affermare che il Vangelo sia antioligarchico. Nostro Signore fa chiaramente preferenze: ne sceglie dodici, e anche tra quelli distingue. Sono i criteri ad essere differenti. E il criterio è: è Lui che fa, fa capire il Signore. Solo chi si affida al banco vince.
Così, alla faccia dell’autoaffermazione, è una ragazzina sconosciuta senza soldi e senza potere proveniente da un luogo sperduto ad essere la donna più importante del mondo. Storicamente, nessun’altra come lei: per un sì. Un sì che è esattamente il contrario dell’autoaffermazione. E’ il dire, avvenga di me cosa Tu vuoi.
Qui ci sarebbe una lezione da imparare, se non fossimo troppo ricchi, potenti, sapienti.

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Un altro amore

Oh, amore, amore. Quanto si parla di amore, come se fosse qualcosa di bello. Di sempre bello. Di sempre vero, di giusto sempre, sempre da seguire.

Ma..

Tra i canti della Settimana Santa che preferisco c’è sicuramente questo, di Fra Marc’Antonio da San Germano (sec XVI):

CRISTO AL MORIR TENDEA

Cristo al morir tendea
Et a più cari suoi Maria dicea:
“Hor, se per trarvi al ciel dà l’alma e ‘l core,
Lascieretelo voi per altro amore?”

“Ben sa che fuggirete
Di gran timor’ e alfin vi nascondrete:
Et ei, pur come Agnel che tace e more,
Svenerassi per voi d’immenso amore”.

“Dunque, diletti miei,
S’a dura croce, in man d’iniqui e rei,
Dà per salvarvi ‘l sangue e l’alma e ‘l core
Lascieretelo voi per altro amore?”

Una delle cose che mi hanno sempre colpito è l’ultimo verso della prima e terza strofa. Maria chiede ai discepoli se lasceranno Cristo per un altro amore.

Capite, non per qualcosa di immediatamente brutto, disprezzabile. Non per malvagità o vizio. Un altro amore.
La grande maggioranza dei peccati che facciamo, delle decisioni sbagliate che prendiamo avvengono perché stiamo inseguendo un altro amore. Che ci sembra più grande, più bello, più immediatamente confacente ai nostri gusti.

Lascio mia moglie e i miei figli per quella donna appena conosciuta? Ma va bene, perché la amo. E’ un altro amore.
Butto tutto il mio tempo e i miei soldi in quella cosa lì? E’ una mia passione, il resto può sparire, perché io la amo. E’ un altro amore.
E questo altro amore mi consuma, come fanno tutti gli altri amori. Perché gli altri amori sono piccoli, sono limitati, e finiscono. Arrivano al loro limite. Ed esplodono.
Quando l’altro amore finisce, perché finisce, non lascia che cenere.
Posso saltare di altro amore in altro amore. Lascerò una scia di delusione, una traccia di cenere. E’ quello che di solito accade nelle nostre vite.

No, l’amore non è sempre qualcosa di buono, se è un chiudersi, il lasciare il più grande per il più piccolo. Che è la definizione esatta di peccato. Anche quando si tratta d’amore, quando non si tratta di null’altro che amore.
Ma come si fa a capire se un amore, l’amore, è quello grande?
Se è disposto a morire per noi.

E noi, per lui?

 

Società di orfani

Impressiona il livello – basso, per non dire di peggio – delle critiche al convegno di Verona sulla famiglia. Ci si domanda dove certa gente sia cresciuta. Si ha quasi l’impressione che abbiano subito un forte trauma infantile, orfani per abbandono. Potrebbe essere: accade quando i genitori smettono di educare. Quando dicono, fai le tue esperienze, tanto è lo stesso, non scelgo per te. Quando sono assenti, fisicamente e no. E il figlio si trova da solo in un mondo troppo grande.
Mentre il ruolo dei genitori è proprio dare loro una strada sicura da seguire, fino al giorno in cui sapranno sceglierla da soli.

Poi arriva il momento in cui il figlio si rende consapevolmente orfano, compie il parricidio, il matricidio virtuale: la crisi dell’adolescenza. E’ il momento del distacco, il momento in cui la famiglia è rifiutata perché l’adolescente deve imparare come costruire la sua famiglia. Rigetta gli insegnamenti ricevuti per poterli capire, e farli suoi. Il comprendere cosa sia davvero la famiglia coincide con l’età adulta. E’ una questione di esperienza.

Ma che accade quando questa esperienza non giunge? Quando l’adolescenza è insegnata, perpetuata, voluta, e diventa ebbrezza di potere, vizio, decisione? Se gli adolescenti sono al potere maledire la famiglia non è più ribellione, è conformismo. Il linguaggio e i modi dei “critici” di cui sopra ricordano troppo quello dei bulletti perché ciò sia casuale.
Per questa generazione è giunto il momento di crescere. Ma da quale padre possono ritornare?

Questa è l’ora

Quando ero piccolo c’era l’orologio di Topolino, dove il personaggio disneyano segnava l’ora con le manine. Adesso pare che un certo vescovo abbia permesso che di una statua di Cristo sia fatto un orologio, secondo lo stesso concetto. Montandolo in una sua chiesa. L’artista di questa installazione l’ha intitolata “Your personal Jesus“, dal titolo di una vecchia canzone. Il vescovo, che lo conosce, sul sito della diocesi sostiene cheLa croce non è né una decorazione arbitraria né un simbolo di potere. Deve essere rivista e sviluppata“. Il vicario episcopale, parroco della chiesa dove è stato montato l’orologio, ribadisce: “Vogliamo stabilire la chiesa come un luogo in cui la fede può essere vissuta in un modo nuovo e sorprendente“.
A parte l’orrendo kitsch, e che il crocefisso rovesciato è un simbolo in odore di zolfo, mi domando come reagirebbero detti ecclesiastici se al posto di Gesù ad indicare l’ora ci fosse un’effige di loro padre, o loro madre, o di loro stessi.
Forse capirebbero la differenza tra persona ed oggetto: rendere oggetto una persona è sempre un errore, perché le toglie la dignità. Lo capiamo bene se quella persona la amiamo: ci è insopportabile. Se non la amiamo, o non la consideriamo una persona, allora non vediamo neanche il problema.
Temo questo sia il caso di quei prelati. Dio si è fatto uomo, non orologio. Dato che il cristianesimo è amore per la persona di Cristo vivente, suggerirei loro una carriera in un contesto diverso.
Che so, appunto l’arte contemporanea. Almeno lì quell’opera non sembrerebbe così irrimediabilmente blasfema, ma solo una incredula idiozia.

Il seminatore

Un padre è realmente come un seminatore, come il seminatore di quell’altra parabola. Non sa dove quello che sparge finirà, non sa se germoglierà, fiorirà, darà frutto. Quello non dipende, non dipende più da lui.
Tutto quello che sa è che deve seminare, il meglio che può, perché senza qualcuno che getti il seme, qualcuno che ami la terra, non ci saranno che spini, e male erbe.

Le nuovissime lettere di Berlicche – LIX – DemocraZio Berlicche

Caro Malacoda,
demoniuccio mio, nella tua ultima lettera a me, tuo zio, asserisci che la forma di governo che noi diavoli sponsorizziamo sia la dittatura. Temo che tu, come tuo solito, non ragioni abbastanza, e confondi la nostra stessa propaganda con la realtà.
Non nego certo che la tirannia ci sia spesso congeniale, anche perché nella stragrande maggioranza i despoti sono nostre carissime creature; ma essa è lungi dall’essere la forma di governo migliore per i nostri criteri infernali.
Dov’è che la dittatura si esprime al meglio? Nel limitare la libertà. Spesso lo fa con mezzi che ci sono graditi, e questo aumenta rabbia e paura, due delle espressioni umane che ci sono più care. Noialtri, agendo sul tiranno ed i suoi consiglieri, con poca fatica imponiamo il male sulla società. Ma quali rischiano di essere le conseguenze? Se la libertà è limitata, anche ciò di cattivo che gli uomini possono scegliere è limitato. Quando gli uomini sono sottoposti ad una oppressione, subiscono il male e non possono farci nulla. Subendolo, possono riconoscerlo come male con una certa facilità. Abbiamo quindi un consolidarsi della virtù, un radunarsi del popolo verso il bene, una accresciuta consapevolezza di cosa sia malvagio, cioè noi. Troppo spesso gli svantaggi rischiano di cancellare i vantaggi. Le anime più saporite sono quelle che possono scegliere liberamente di peccare: l’inferno in terra ci interessa relativamente, preferiamo che la terra venga all’inferno. Siamo per le consegne a domicilio.

Non tutti gli arcidemoni saranno d’accordo con me, ma sai qual è il tipo di governo che preferisco? La democrazia. A parità di fatica si ottengono risultati di gran lunga più vantaggiosi.
Già la sola possibilità di esprimere il voto illude ciascun elettore di poter dare un contributo alla società ed al contempo lo convince di poter in qualche modo legiferare. Lo rende capace di trasformare i propri capricci in legge; davanti all’urna elettorale in qualche modo ciascun uomo è come fosse di fronte all’albero del Bene e del Male. E poi, alla fine, come compie la propria scelta? Guardando al suo tornaconto, a quello che conviene di più, ignorando, nella stragrande maggioranza dei casi, quello che i candidati sostengono a livello morale. Non è il miraggio del bene, ma quello del proprio bene che fa tracciare il simbolo sulla scheda. L’egoismo moltiplicato per il numero di elettori.

Devo poi parlarti delle promesse elettorali? Esercizio di menzogna ai massimi livelli, fatto apposta per allettare i pochi che potrebbero essere tentati da una buona decisione. Persino gli umani se ne rendono conto, ma ogni volta si illudono che il candidato scelto sia diverso. La delusione conseguente, con rabbia e cinismo annessi, sono una delle mie maggiori fonti di soddisfazione.
Cosa infatti brama l’uomo più di ogni altra cosa, se non il potere? A noi non occorre che fornire qualche suggerimento, e saranno loro stessi a fare la maggior parte del lavoro.
In democrazia non c’è bisogno di essere saggi, non c’è bisogno di conoscere la verità, non è neanche necessario sapere come si governi.
L’eletto non è il più meritevole, ma colui che ha saputo ingannare meglio i suoi fratelli. Saper governare e saper ingannare sono due talenti che solo raramente coincidono: in quel caso, l’essere umano si chiama statista.
Se mai ce ne fossero, si può provvedere. Basterà qualche ulteriore bugia calcolata per abbatterne la stella. Sai come sono gli uomini: non perdonano ai propri simili la stessa immoralità che bramano per loro stessi. E quale uomo non è talvolta immorale? Noi lo sappiamo bene.

Convincendo pochi uomini ambiziosi dell’opportunità della nostra causa, si propaga il male nella società. Per le caratteristiche stesse della democrazia, gli uomini, una volta corrotti, si prodigano a convincere i propri simili della bontà della loro stessa corruzione: li lusingano, li persuadono in tutti i modi, anche con violente discussioni e con l’ausilio di ripetute ostinate menzogne. Una volta che il male è introdotto, ad esempio in una legge, è fatta: essa è protetta da un’aura – mi si perdoni la parolaccia – quasi divina, come se la volontà del popolo dipendesse dal Nemico-che-sta-Lassù e non dalla propaganda nostra e dei potenti. Una legge ingiusta fatta da un tiranno viene abbattuta con il tiranno stesso; ma chi osa andare contro la “volontà popolare”? Se ci pensassero, si renderebbero conto che quel popolo mitologico è fatto dagli stessi vicini di casa e colleghi che così tanto disprezzano, e da cui sono a loro volta disprezzati. Non affiderebbero loro il cane, e delegano loro il vivere. Cosa decidono, è come fosse deliberato da superuomini, o divinità. E così i vermi umani vedono il male insito in quei provvedimenti come se non fosse loro responsabilità. Anche quando disapprovano, per quieto vivere permettono. Nazioni intere di complici.
Tu dirai: ma molte volte una legge è stata cambiata. Sì, ma perché avevamo i politici giusti nel posto giusto. Non è difficile per noi peggiorare l’esistente, con tutti quelli che abbiamo a libro paga. Anche troppi: ne arrivano così tanti, qua sotto, con l’anima ancora nuova perché mai usata, che talvolta verrebbe voglia di rispedirli indietro per diversificarci un po’.

E, per finire, sai qual è la cosa che più mi fa godere? Il fatto che la democrazia sia considerata da molti umani esportabile anche con le armi e la violenza. E tutto ciò sia visto come un bene.

Ma attento, Malacoda, nipote mio: altre forme di governo hanno anche loro una certa convenienza. Alla fine, quale sia la migliore da imporre agli umani non lo decido io. La democrazia non l’abbiamo né quaggiù né lassù. Mica siamo fessi, noi.

Corteo

E’ una delle più grandi manifestazioni di sempre, gongolano felici gli Organizzatori. Milioni di studenti che, grazie ad una raggiunta consapevolezza globale, decidono di saltare un giorno di scuola per protestare pubblicamente contro l’inazione della società. Guardateli, mentre i professori insegnano loro cosa urlare, come tenere gli striscioni, alzare cartelli e ritmare gli slogan con i fischietti. Una manifestazione spontanea così accuratamente preparata non può che essere un successo. Sì, gli Organizzatori possono essere giustamente orgogliosi del loro lavoro, d’altronde hanno decenni di esperienza nel concepire e realizzare questo tipo di eventi. Accuratamente fuori vista ascoltano sorridenti i ragazzi più fotogenici enunciare sicuri il loro credo. Giornalisti e fotoreporer estatici pendono dalle labbra di questi adolescenti che affrontano con sicurezza argomenti di cui professori universitari con molta più esperienza di loro discutono con dubbio e incertezza. Sicuramente quei ragazzi in questo istante stanno ponendo le basi per folgoranti carriere di cui i loro genitori possono essere giustamente orgogliosi. Non ci si improvvisa facilmente ingenui idealisti, occorre un serio lavoro e una solida organizzazione mediatica alle spalle.
Ma guardateli, con che allegra determinazione questi giovani, questa nuova generazione, marcia inalberando i propri cartelli. Ci sono certo cadute di gusto, slogan salaci, blasfemi, insultanti, ma è nella natura delle cose, sarebbe strano il contrario. L’importante è che ripetano i concetti che hanno appreso, o quantomeno orecchiato. Contro cosa manifestano? Oggi contro le fasi lunari. Non è possibile, dicono, che non si sia fatto ancora niente in proposito. Da quando l’imperialismo ha raggiunto anche il nostro satellite stiamo andando verso il disastro; la fine del mondo che potrà essere evitata solo impegnandoci tutti insieme con una coscienza ecologica globale. Reclamano nuovi fondi per fermare le maree, convegni e comitati e assemblee sul progressivo decrescere della luna, e agire ora! Soprattutto ce l’hanno con la vecchia generazione, i loro genitori, che hanno ignorato il problema e hanno lasciato a LORO un mondo così di merda. Sono i vecchi che invece di preoccuparsene, di inseguire un ideale, hanno preferito assicurare loro un letto, cibo, istruzione, e questo è insopportabile. Deve cambiare. Vale la pena saltare la scuola per questo, persino smettere di andarci del tutto. Per fortuna ci siamo qui noi, dicono, cantano, gridano i giovani. Noi faremo la rivoluzione, siamo la rivoluzione. Tra di loro, gli Organizzatori non sanno trattenere una lacrimuccia. E’ come ai nostri tempi, la stessa cosa, si dicono. E’ così bello non crescere mai.

Comunicazioni

Proviamo a fare un piccolo esercizio. Immaginatevi di disporre del potere.
Su una tele privata un tizio con un impermeabile fuori moda comincia ad inneggiare al nuovo nazismo. In discorsi fiammeggianti incita a rovesciare lo stato, a sabotare i mezzi pubblici, a colpire con la violenza chi si oppone nel nome del nuovo ordine che bisogna imporre a vantaggio di tutta la razza bianca. Voi lo lasciate fare?
Poniamo che, al posto del nazistalgico di cui sopra, ci sia un imam barbuto che invoca la jihad sull’occidente, invita i fedeli ad imbracciare le armi e a conquistare nel nome del califfato questa nazione corrotta. Ancora una volta, lo lasciate fare?
E ancora un truffatore, che cerca con l’inganno di carpire soldi agli ingenui. Che fate?

Qualcuno potrebbe anche dire: non sono per niente d’accordo con quello che dicono, ma in fondo esiste la libertà.
E nel mentre persone suggestionabili imbracciano un fucile e compiono stragi.

Spero di riuscire a farmi capire. Se avete una responsabilità per il bene pubblico o quello particolare di una persona allora potete usare della vostra responsabilità per proteggere da abusi. Potete, o dovete? Un adulto cerca di far vedere a vostro figlio piccolo del materiale pornografico o iperviolento: voi lo lasciate fare?

Facciamo un passo avanti. Date un’occhiata al video seguente, dove uno scienziato illustra alcuni meccanismi della comunicazione. Funziona così: il cervello dell’ascoltatore si sincronizza, letteralmente, con quello di chi gli sta comunicando qualcosa. In altre parole, il funzionamento stesso della nostra mente le fa assorbire, volente o nolente, la comunicazione.

Capite allora che il nostro cervello è plasmato da ciò che percepisce, e che forma l’esperienza. Se questa esperienza è fortemente di parte, deformata, si forma un pre-giudizio. Se sentiamo ripetere per ogni dove che un certo politico è un imbecille, anche se lo sentissimo dire e fare cose grandi e giuste potremmo non accorgercene, perché il nostro cervello grida “imbecille”. Se si continua a ripetere che occorre sterminare tutti gli infedeli, prima o poi a qualcuno verrà di farlo, perché il messaggio supererà la barriera che dice che si tratta di qualcosa di male. Se sentitre ripetere da tutti che i cristiani sono chiusi e bigotti, occorreranno forti esperienze contrarie per farvi cambiare idea. Nel mentre, bandite quei bigotti e le loro idee.

Pensate ad un uomo del secondo millennio, che pensa che l’esistenza umana si basa su precisi concetti di bene e male, non solo, ma che facendo il male si mette a rischio non solo la convivenza terrena, non solo la felicità in questo mondo ma la vita eterna, tutta l’eternità. Se qualcuno si presenta con una dottrina eretica, che conduce al male travestendosi da bene, non sentirà suo dovere impedirlo? Perché non impedire il male equivale a volerlo.
Allora, al di là di tutti i pregiudizi che forse avete, qualcosa come “l’Indice di libri proibiti” non è forse ragionevole? Si basa su una dottrina certa, su regole chiare, al fine di proteggere il semplice da idee che non sono solo errate, sono davvero mortali. Mortali per tutta l’eternità.

Voi direte, i tempi sono cambiati. Ma ditemi, dove sta esattamente la differenza rispetto ai tre casi che vi ho illustrato all’inizio? Voi non credete più, forse, alla verità del bene  e del male, ma sicuramente un concetto di esso lo avete, altrimenti non sareste capaci di capire una sola riga di questo post. E chi sa che domani quello che i predicatori dell’odio di cui dicevo all’inizio non diventi anche la vostra verità.

Per ché il punto sta tutto qui: dove sia il vero. quello che permette di giudicare e nostre opere, le nostre omissioni.

 

Vuoto

“In principio DIO creò il mondo.
Desolazione e vuoto. Desolazione e vuoto. E tenebre erano sopra la faccia dell’abisso.
E quando vi furono uomini, nei loro vari modi lottarono in tormento alla ricerca di DIO
Ciecamente e vanamente, perché l’uomo è cosa vana, e l’uomo senza DIO è un seme nel vento, trascinato qua e là e non trova luogo dove posarsi e dove germinare.”
T.S.Eliot, da “I cori della Rocca

Quando ero bambino, ero affascinato dal vuoto tra i mondi. Il vuoto dello spazio interstellare, freddo come null’altro, pronto a risucchiarti il respiro.
Ma il vuoto non è il nulla. Il nulla è qualcosa di ancora più spaventoso del vuoto. Perché il nulla non è neanche spazio, è il niente, è l’opposto dell’esistere.
Nella Genesi Dio trae dal nulla il vuoto. Il vuoto è qualcosa, qualcosa in attesa di essere riempito.
Il nulla è assenza di significato; il vuoto è attesa di significato.

Vano significa vuoto.
Vaneggiare vuol dire parlare del vuoto, parlare a vuoto. Vanità sono le cose che sembrano essere, ma sono vuote di senso.
Il vuoto interstellare non è del tutto vuoto; è vuoto come il cielo, è vuoto come una mattina limpida. L’aria c’è, ma non si vede. Nello spazio, la materia, gli atomi sono molto più radi, distanti tra loro, ma sufficienti perché, in milioni, miliardi di anni, si possano condensare come le gocce di pioggia in nuvole, in stelle, pianeti, noi.

Noi siamo fatti di vuoto; le nostre giornate sono fatte di vuoto, quando trascorrono in-vano. La pioggia, per potere nascere, ha bisogno di un seme attorno a cui le gocce si radunano. Così forse anche gli astri: cosa sarà mai questo seme di stella?
E per noi, per potere smettere di essere vuoti, per potere smettere di essere vani e diventare qualcuno, per noi, qual è il seme?

Porte aperte

Ok, qualcuno ha lasciato la porta aperta, e i buoi sono scappati.

Dopo, si può licenziare il garzone che forse ha lasciato l’uscio socchiuso (anche se poi siamo stati noi a scordarlo), fare un convegno sullo sfruttamento dei tori e istituire commissioni per studiare il vagabondaggio bovino alla luce del cambiamento climatico.

Si può anche maledire il caso, che ha permesso che una cosa così improbabile possa avvenire. “Il portone? Non c’è problema, mi ricordo sempre di chiuderlo”.

Si potrebbe negare la propria responsabilità di vegliare sui buoi. Affermare che c’era un preciso accordo verbale sulle entrate e sulle uscite, fin da quando erano vitelli. E sostenere “Occorre che tornino, adesso”.
E loro: siamo tornati, ma abbiamo trovato la stalla chiusa.

Oppure si può, per tempo, mettere una di quelle porte che si chiudono da sole, e che si aprono dall’esterno verso l’interno.

Medaglia! Medaglia!

E’ finalmente successo. Non ne potevo più; mi domandavo continuamente, dov’è che sbaglio? Cosa sto facendo di male?
Invece, ecco. Sono stato censurato da Facebook! Ancora non so se mi abbiano bandito in permanenza oppure solo per i due articoli della settimana passata, ma resta il fatto che “non mi adeguo ai loro standard”. Non so neanche se la censura sia dovuta ad un algoritmo automatico – che so, tutti quelli che parlano di maternità o di aborto postnatale o di news censurate finiscono automaticamente nel cestino – oppure se qualche lettore abbia deciso che ero troppo cattolico per continuare a postare impunemente, e in nome della pluralità di opinioni e della libertà abbia ritenuto doveroso denunciarmi.

Fatto sta che adesso ho questa conferma che mi conforta sul fatto che io stia seguendo la strada giusta. Perché quando qualcuno, qualcosa di così adagiato sulla mentalità laicista ti blocca, è una medaglia al merito. Se prima, occasionalmente, avevo dei dubbi sul mio eventuale ingresso su quel social, adesso me li sono tolti del tutto. Amici, vi lascio al vostro pensiero unico, attenti a non sgarrare.

Mi chiedo: i miei amabili troll, i miei corrispondenti liberal cosa ne pensano della vicenda? Compresi coloro veloci a stigmatizzare l’Indice dei libri proibiti dei secoli che furono. Quest’ultimo era volto a colpire l’eresia e, diciamocelo pure, non funzionò mai davvero. Ma si fondava su due capisaldi: il fatto che esistesse un dogma, una verità tenuta per certa, e il fatto che chi vi si opponeva si ponesse fuori dalla Chiesa – di qui la scomunica per chi infrangeva la proibizione.

Ma la censura mondana di cui sono oggetto, su che dogmi si basa? E qual è lo scopo di nascondere eliminandoli i fatti nudi e crudi, certi studi, certe verità?
Sembrerebbe quasi che siamo in presenza di una religione del faccia-libro che non vuole tanto abolire le voci dissenzienti quanto abolire i fatti che dissentono.

Amici facciabocchisti, non vi dico di levarvi da lì; solo, non fatevi inglobare dalla mentalità di quella falsa chiesa. Volete ancora pubblicarmi come un tempo? Non so se mettendo un link invece dell’articolo completo la censura funzioni nello stesso modo, si può provare; se così fosse, mi rassegnerò. Il blog per ora c’è, e se dovesse cadere anche quello ricorrerò al Samizdat, come si faceva sotto il regime sovietico.
Anche a quello servì poco nascondere il vero, anche se qualcuno ancora sembra non essersene accorto.

Cuore di mamma

Confesso che, in prima battuta, sono rimasto davvero stupito. Sì, perché che le donne ricevano in media stipendi più bassi rispetto agli uomini a causa del sessismo è una di quelle verità che ci sono state inculcate fin da piccoli e che non ci sogneremmo mai, da soli, di mettere in dubbio.
Senonché, se fate un attimo mente locale, è davvero così vero nella vostra esperienza, in quello che vedete intorno?
Attenzione, non sto negando che vi possano essere discriminazioni e abusi sul posto di lavoro. Non lo negano nemmeno gli autori dei nuovi studi che ho letto, ci sono eccome; ma quello che sostengono, con una gran mole di fatti a sostegno, è come, in realtà, la spiegazione della differenza negli stipendi sia un’altra. Non è paga differente per stesso lavoro, è dovuto al fatto che le donne fanno lavori differenti, e per buoni motivi.

Guardate questo grafico che evidenzia le differenze di paga nelle donne rispetto agli uomini prima e dopo la nascita del primo figlio.

Impressionante, vero? E stiamo parlando di nazioni che dovrebbero essere, e sono, all’avanguardia per le “pari opportunità”. In queste nazioni, come in ogni altra nazione studiata, la paga netta delle donne crolla non appena hanno un figlio. C’è un grafico analogo che traccia la partecipazione alla forza lavoro: le curve sono del tutto paragonabili.

Queste curve non dipendono, in larga parte, neanche dai sussidi che gli stati danno alla maternità. Dipendono invece pesantemente dalla cultura: cioè da quanto una donna ritiene meglio, per i propri figli, la presenza costante e amorevole di una madre nei loro primi anni di vita. La differenza delle entrate è meno pronunciata per quegli stati, quelle culture, per cui non è così importante la presenza materna nella vita del neonato.

Ora, qualcuno potrebbe dire: il problema permane, in quando le donne dovrebbero tornare a lavorare, è impedito loro di esprimersi. I dati evidenziano una realtà differente: le donne, nella grande maggioranza dei casi, vogliono fare le mamme. La forzatura è piuttosto il dover tornare a lavorare. Sono molte di più le madri che vorrebbero stare con i figli e sono invece costrette dal bilancio familiare ad un impiego fuori casa che quelle del caso inverso. E non è neanche un caso di mancanza di asili. Una mamma pensa di poter fare un lavoro migliore nell’allevare il proprio figlio di una struttura, qualsiasi essa sia. E sapete una cosa? Ha ragione.

I bambini di poche settimane o mesi, quando la donna dovrebbe tornare al lavoro, sono ancora degli esserini in disperato bisogno di affetto e cure. La presenza fisica della madre è insostituibile. I battiti del cuore e i respiri delle madri si sincronizzano con quella dei loro bambini, insegnando loro a regolarizzarli, stabilizzando così alcuni dei più importanti processi corporei. Il seno materno cambia persino temperatura per scaldare o raffreddare il bimbo. Anche il latte materno si adatta come composizione, secondo la sua necessità in ogni momento dell’infanzia. Gli studi dimostrano che i livelli di sofferenza e stress calano bruscamene al solo sentire la voce materna, e i bambini malati guariscono più in fretta.

L’attaccamento alla madre dalla nascita fino a tre anni è cruciale per definire l’abilità del piccolo di amare e di essere amato nel corso della vita adulta, ed è correlato con la percentuale di criminalità, di aggressività e di formare famiglie forti. Viceversa, più presto il bambino entra in strutture di asilo più alte sono le probabilità di disagio emozionale e comportamentale. Gli indici sono terribili. Questi effetti nefasti sembrano iniziare se il bambino trascorre più di 15-20 ore alla settimana lontano dalla madre.

I dati dimostrano che l’istinto di mamma non si sbaglia. Forse dovremmo fare in maniera di assecondarlo, di fare in modo che una donna, una madre possa esaudire il suo più grande desiderio: il meglio per i propri figli. Che non vuol dire asili nido statali a basso prezzo, ma proprio il bene dei suoi figli. Stare con loro. Senza essere costretta a lasciarli perché i soldi non bastano.

Si farebbero più figli; i figli, e le madri, sarebbero più felici, e anche migliori. Politici, più biologia, meno ideologia.
Ascoltatele queste donne, una buona volta.

Tornare a riveder le stelle

e quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?

Giacomo Leopardi, “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”

E’ complicato, oggi, vedere le stelle. Se vivi in una città, come accade a tanti, rimane pressoché impossibile. In notti particolarmente limpide, alzando la testa in una via di periferia poco illuminata, talvolta è possibile cogliere pallide scintille nel cielo; ma di solito le luci terrene, sgargianti come parvenu ansiosi di impressionare, le cancellano con il loro fulgore troppo vicino ed ingombrante.

Se l’uomo moderno crede meno in Dio è, a mio parere, colpa anche di questo. Le stelle sono oggettivamente altro: remote e irraggiungibili, bellissime e luminose, testimoniano silenziose la fragilità e la piccolezza della nostra specie. Niente da stupirsi che l’uomo prometeico, con la sua ridicola fioca fiaccola, voglia cancellarle insieme alla notte alla quale appartengono.

E’ difficile rendersene conto adesso, ma le stelle non sono sempre state dei globi di gas fiammeggiante persi in mezzo ad un vuoto cosmico fatto di distanze inimmaginabili.
Perché nessuno, fino a poco tempo fa, sapeva cosa erano davvero quei punti brillanti che riempivano la notte. L’unica cosa che si conosceva davvero era la loro bellezza struggente.
Poi, un passo per volta, è diventato chiaro cosa fossero, la fisica che le governa. Le fornaci nucleari che sappiamo costituirle sembrano avere poco da spartire con la poesia e il desiderio umano.

Eppure è proprio la scienza che ci restituisce di questi corpi celesti immagini spettacolari, di quelle che tolgono il fiato e fanno viaggiare la mente. Un cielo fittamente trapunto di stelle, nella solitudine di un prato di montagna, ci fa comprendere quanto piccoli siamo di fronte al cosmo; le fotografie fatte con i moderni strumenti di quei punti di luce lontani insegnano parecchie altre lezioni. Ci parlano di astri come gocce di pioggia, condensate da nubi di idrogeno di dimensioni titaniche. Di stelle che nascono, imbozzolate di gas e polveri, circondate da pianeti che la pressione della luce dei soli nascenti ripulirà, spazzerà, riscalderà. Di stelle morenti e moribonde, di esplosioni accecanti e getti di plasma, onde di fuoco e di energia, pozzi di gravità in fondo ai quali anche la luce si schianta. Le stelle mulinano in una lenta pavana nelle loro galassie, ancora colme di segreti che forse non riusciremo mai a svelare. La stessa luce viaggia per anni, secoli, millenni per farci giungere il loro messaggio.

Sì, telescopi e antenne, satelliti e stazioni spaziali ci hanno portato in un universo in cui gli astri non sono più divinità, non sono più diamanti, non sono più incomprensibili punti di luce nel cielo tenebroso. Ma anche se adesso ne conosciamo la fisica, se abbiamo compreso parte dei loro misteri, ancora non è risolta la domanda che Leopardi attribuiva al suo pastore: che fanno, loro, lassù? Perché ci sono? Perché tanta terribile bellezza, da fare male al cuore? Cosa c’entriamo noi con le stelle?

C’è la scienza fredda e impersonale dello scienziato che neanche guarda l’oggetto del suo studio, perso nei dati, perso lo sguardo stupito del bimbo che vede per la prima volta il cielo stellato; come un antico usuraio che conta e riconta le sue monete, incapace di goderne.
E poi c’è la passione che fa promettere ad quel bambino che giungerà lassù. Che grandi cose potrà fare questo bambino, per completare il suo sogno?

La passione del bambino, il desiderio delle stelle, guida l’uomo nella sua ricerca, nel volere comprendere le incognite dell’esistere e di ciò che esiste. Per lui il futuro sarà aperto, il tempo non sarà ripiegato su se stesso, sulle piccole cose, perché avrà visto l’infinito.

Quella stessa passione, quello stesso desiderio che spinge fuori dall’inferno, per tornare ancora una volta a riveder le stelle.

I malanni di Malacoda: Mercoledì delle arance

“Hey, fratelli. Qui è il vostro Gesù personale che vi parla. Qualcuno mi è venuto a chiedere cosa sia questo “Mercoledì delle ceneri” e l’affare della Quaresima. Non lo sapete? Va tutto bene! Sono delle antiche tradizioni, e come tutte le tradizioni sono superate: bisogna vivere la vita ora. Ma, per evitare equivoci con quelli ancora ancorati a vecchi schemi, un po’ rigidi, spiegherò brevemente l’argomento.

Tutto è legato ad una certa leggenda su una gita nel deserto che avrei fatto. Quaranta giorni da solo a digiunare e pregare. Bene, intanto mettiamo in chiaro che non sto chiedendo a nessuno di rinunciare, che so, al cellulare o a internet. Capisco che queste cose potrebbero arrecare una sofferenza inenarrabile a ciascuno di voi, e io non voglio che soffriate, ma che stiate bene con voi stessi. Scegliete un deserto comodo e confortevole, dove ci sia campo e magari il wifi. Un po’ di tranquillità può fare anche bene, certo, ed è anche tollerabile un po’ di dieta per perdere qualche chiletto. Il digiuno è troppo estremo, può essere sostituito con un pasto a basso contenuto calorico. L’importante è acquistare fiducia in se stessi, ripetersi che non dobbiamo condannarci per i nostri errori ma scusarli e riprendere il nostro cammino. Sentire di essere a posto. Solo così saremo felici: non dobbiamo lasciarci condizionare da concetti antiquati come il peccato o da imperativi morali che arrivavano dall’oppressiva società capitalistica e patriarcale occidentale. Il deserto è un posto dove ci possiamo sentire liberati, pronti ad esprimere noi stessi appieno. Se vi trovaste ad essere a disagio, quindi, niente di male a tornare subito alle vostre abitudini.

E anche questa storia delle tentazioni. Diciamolo subito: la tentazione deve essere vista come un’opportunità. Non ho nessuna intenzione di abbandonarvi ad essa, affrontiamole insieme: potremmo scoprire che ci riserva l’occasione per imparare qualcosa di nuovo, crescere insieme. Se un fratello dovesse cedere alla tentazione, non per questo dobbiamo rimproverarlo. Dobbiamo piuttosto accoglierlo, accompagnarlo in questo suo cammino di comprensione, ed evitare ogni commento divisivo. In fondo, che problema c’è a provare anche quello che qualcuno indica come male? Non possiamo essere certi che lo sia fino a quando non ne avremo fatta esperienza. Se è un tentativo fatto per stare meglio ci possiamo tranquillamente assolvere.

Quanto poi all’adorare il demonio, inchinarci a lui, può essere accettabile se siamo assolutamente chiari che si tratta di una cosa temporanea, di un inchino piccolo piccolo fatto senza impegno, solo in vista di vantaggi superiori. C’è un terreno comune sul quale si può trovare un accordo, valorizzando le differenze come occasione per apprendere quanto c’è di buono in culture diverse. Non siamo mica obbligati ad un patto indissolubile! Possiamo andarcene quando vogliamo; siamo liberi, anche Satana lo ammette. Ascoltatelo, spesso fa discorsi infuocati, controcorrente e molto profondi.

Con queste premesse, anche la Quaresima può essere un momento di crescita e di allegria. E’ ora di liberarla da quell’aria oppressiva, di penitenza, come se questa fosse ancora necessaria. Anche le Ceneri, come metafora hanno fatto il loro tempo: sanno di vecchio, di fuori moda, non sono ecologiche. Invece di cenere grigia, che sporca pure, suggerisco qualcosa di più vivo, tipo il succo d’arancia. Ecco: Mercoledì dell’arancia, simbolo di rinascita spirituale e autoaffermazione.”

“Hai finito Malacoda, inutile demonio, di scrivere quella cosa che ti ho chiesto?”
“Un attimo, zio. Mi manca la conclusione.”


I carri

Ho fatto un sogno. C’erano uomini donne bambini, con semplici vestiti quotidiani, dall’aria seria e allegra insieme, assiepati su carri che sfilavano su di una strada. Mi sono avvicinato ed ho chiesto cosa facessero. E’ Carnevale, mi hanno risposto.

Ma il Carnevale non dovrebbe esser rovesciamento della realtà di tutti i giorni? ho chiesto. Dove sono le maschere, i travestimenti, i coriandoli, gli scherzi, le assurdità, gli atti senza senso?

Appunto, quelli sono ormai tutti i giorni, è stata la replica. Le antiche certezze sono a gambe all’aria, le mutande sono sulla testa e la menzogna di un tempo è la nuova verità. Cosa c’è quindi di più carnevalesco, di più rovesciato e folle, che essere normali?

Sono rimasto un po’ lì, e non capivo se ero desto o continuavo a sognare.

Uomini e donne

Ancora una volta, pochi italiani l’hanno saputo. I democratici statunitensi – tra cui tutti i candidati di quel partito ad essere il futuro Presidente del paese – hanno bocciato una legge che avrebbe impedito di lasciar morire i bambini appena sopravvissuti all’aborto. Di più: non solo hanno votato contro, hanno fatto ostruzionismo attivo perché non passasse. Se pochi italiani l’hanno saputo, così anche non molti americani: nessuna delle principali testate giornalistiche ha ritenuto opportuno pubblicare la notizia, e quando l’hanno fatto è solo perché ne ha parlato Trump.

Se non avete ben compreso, specifico meglio: talvolta i veleni che dovrebbero ammazzare i bambini nel grembo materno non funzionano, e questi vengono al mondo vivi. Gli abortisti hanno ripetuto per anni che è proprio questo “fuori dal ventre” che rende “uomini”. Quindi, anche per chi cattolico non è, quelli che vengono lasciati morire sono per definizione uomini e donne. Semplicemente uomini e donne non voluti.

Un tempo si usava il termine “infanticidio”. Letteralmente, uccisione di chi non può parlare. Di chi può piangere, al limite, ma il pianto non ha parole.

Così siamo tornati, nel volgere di una generazione, a Sparta. Dov’è finita la civiltà di cui ci vantiamo? O forse è proprio questa l’essenza della civiltà verso cui andiamo, la legge del più forte. Perché un adulto è senza discussioni più forte di un bambino. Può rubargli tutte le caramelle, figurarsi ucciderlo.

Se mi scrivo una legge secondo la mia inclinazione, divento il legislatore di me stesso. Le leggi fisiche ci governano, ma noi abbiamo la pretesa di decidere quali siano quelle importanti e quali no. In altre parole, pretendiamo di essere i creatori di noi stessi, della realtà. Quello che in altri tempi era chiamato peccato originale; essere a se stessi dio.

Se questa pretesa fosse vera, non ci sarebbero cose che non potrei fare. Niente di turpe, niente di immondo, niente di immorale. Non avrebbero significato queste parole; ma allo stesso modo non potrei indignarmi perché qualcuno mi da ingiustizia o perché non rispetta la mia morale. Io decido per me, gli altri per loro stessi.

La legge umana è il tentativo di fare convivere gli uomini, ma se non è basata su come gli uomini sono fatti, se stabilisce che certi uomini possono essere uccisi senza altro motivo che non essere voluti diventa anch’essa arbitrio. Chi ha potere può farsi le leggi che vuole; se è, almeno nominalmente, il popolo, più persone convinco più posso fare ciò che voglio. Non è poi così difficile persuadere le persone a scegliere il male, o ignorarlo, se lo si indora abbastanza. Chiamalo diritto, chiamalo conquista, nascondi la putredine.
Se il male non è oggettivo ma può essere deciso, che male c’è a sceglierlo? Immorale diventa non chi si oppone a ciò che è male, ma chi si oppone alla maggioranza, cioè alla legge.

Nel Vangelo è scritto che la legge è fatta per l’uomo, non l’uomo per la legge. Con ciò vuol dire non che l’uomo può fare ciò che vuole, ma che la legge autentica guida l’uomo al suo bene, fa vivere l’esistenza umana al meglio. Una legge non fatta per l’uomo è arbitrio, è contro quello che l’uomo è.

Non so se l’avete mai notato, ma Cristo chiama “duri di cuore” non coloro che vogliono il matrimonio indissolubile, ma quelli che vorrebbero poterlo sciogliere. Una curiosa inversione, l’opposto esatto di quello che vorrebbero farci credere. La vera misericordia non è concedere ogni genere di licenza, ma attenersi a ciò che è vero, perché tutto il resto conduce al male, all’autodistruzione.
Così una legge che permette l’uccisione di uomini e donne innocenti – e chi più innocente di un bambino appena nato? – rimane un abominio. Sempre che siamo d’accordo che l’omicidio sia male.

Ma rassicuratevi: il tipo di aborti per cui il bambino sopravvive sono sempre più rari, negli Stati Uniti, non più di qualche migliaio all’anno. Perché i veleni rovinano gli organi, che non possono più essere venduti, capite. Così quegli infanti, quegli uomini e quelle donne, vengono uccisi con altri metodi, più sanguinosi e diretti. In questo modo non c’è pericolo che possano non solo parlare, ma neanche piangere.

Personaggi e interpreti

Partiamo dall’inizio.
Forse questo brano lo conoscete, è il Vangelo della Messa di oggi:

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 10,1-12

In quel tempo, Gesù, partito da Cafàrnao, venne nella regione della Giudea e al di là del fiume Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli insegnava loro, come era solito fare.
Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».

MI pare abbastanza chiaro, no?

Mi scrive un amico:

“Messa delle 7.30. Vangelo dell’indissolubilità del matrimonio. Il prete nell’omelia spiega che questo brano va interpretato e oggi essere duri di cuore significa condannare le persone che si rifanno una vita. Poi dopo l’omelia e prima dell’elevazione aggiunge che essere duri di cuore è anche non capire le altre forme di vita e di famiglia, per esempio due uomini. Poi consacra il pane e il vino.
Appena accaduto davanti a me personalmente.”

E a me viene da dire: Com’è duro il cuore di Cristo! Meno male che oggi si è molto più misericordiosi e moderni. Mi domando perché si continui a fare memoria di quel rigido personaggio, quel bacchettone, che evidentemente non capiva. Meglio dimenticarsene.
In un certo senso, è già stato fatto.

Occhiali

Se chi non vede le cose lontane si chiama miope, e chi non vede le cose vicine si chiama presbite, come si chiama chi non vede l’evidente?
La scienza deve ancora trovare un paio di occhiali che corregga questo difetto. Chissà quanti ne venderebbero.
…Probabilmente neanche uno.

Piccoli oggetti insignificanti

Abbiamo tutti degli oggetti che abbiamo prediletto. Mi ricordo, quand’ero molto piccolo, della statuina di plastica di un cane che avevo trovato in un uovo di Pasqua. Mi rammento che la stringevo, in momenti dolorosi. Più tardi era stata la volta di un pupazzetto di gomma, “Flic”, un poliziotto baffuto dagli arti sproporzionatamente lunghi. C’era una tectite, un frammento di vetro meteorico, che tenevo in una vetrinetta; e poi una trilobite, antica di centinaia di milioni di anni, che avevo chiamato “Occhi”.

Chissà dove sono finiti. Le affezioni sono una cosa passeggera, come gli oggetti, come noi stessi. Non saprei dire con esattezza cosa mi legasse a quelle piccole cose. Mi piacevano, mi confortavano. Adesso sono andate, come quegli anni. Solo la loro memoria, ancora per poco, permane.

Erano oggetti che possiamo chiamare insignificanti, eppure un significato per me l’avevano. Che significato abbiamo noi stessi? Il loro valore nel mondo era forse essere amati da me; il mio valore è forse essere amato da altri?
Le cose che abbiamo amato, le persone che abbiamo amato, sono come i paracarri della nostra strada, li lasciamo indietro mentre andiamo. Come l’amore per certi oggetti, così anche l’amore per le persone nasce, cambia, a volte finisce. Siamo definiti dall’amore che ci è rivolto, come noi definiamo gli altri con la nostra affezione. Chi non è amato è come se non esistesse.

Eppure, anche se nessuna persona ci amasse, noi stessi saremmo comunque. Perché qualcuno nel mondo ci ha chiamati, ci fa esistere – un amore di cui siamo forse a malapena coscienti. Così la nostra strada va, intrecciandosi con mille altre, cosparsa di piccoli oggetti apparentemente insignificanti.

Ma davvero sappiamo cosa ha significato?

Dimenticanza

Il Male, per vincere, deve cancellare la memoria del bene che abbiamo veduto.

Il vento sulle rovine

Vorrei tornare un attimo, se me lo consentite, sulla vicenda Formigoni.
Molti commentatori hanno evidenziato il fatto che quella sanità lombarda che, secondo le accuse, è stato l’ambito della corruzione, è stata portata proprio dal condannato ad essere la migliore d’Italia. Un modello di efficienza e di risparmio che le altre regioni, governate evidentemente da onesti, invidiano.
Altri hanno fatto notare che nessuno degli accusatori ha saputo indicare una sola decisione, una sola delibera di cui Formigoni sarebbe stato responsabile e che avrebbe rappresentato il do ut des della corruzione stessa.
Abbiamo quindi il paradosso di una persona condannata al massimo della pena, con sequestro di beni per una cifra insensata, molto maggiore della “tangente” rivendicata, senza che sia fornita una chiara indicazione di cosa avrebbe fatto per “meritarsi” quei soldi. E’ un po’ come condannare una persona per omicidio quando non solo non c’è il corpo dell’assassinato, ma la supposta vittima sta benissimo.

Gli studiosi di storia lo sanno: quando si vuole distruggere qualcuno perché troppo onesto, perché infastidisce con la sua popolarità, la cosa migliore è mandarlo sotto processo. Quanti esempi troviamo nella Grecia classica, da Socrate ad Alcibiade, o nella Roma repubblicana e imperiale, e poi via via nei secoli. Ricordate Dante? Qualcuno potrebbe persino dire che intere nazioni, popoli, civiltà, sono stati devastati e ridotti all’insignificanza dalla persecuzione giudiziaria suicida dei loro uomini migliori. Davvero, come dice Milosz, “Chi ama la Res Publica avrà la mano mozzata”. Il male non si fa problemi di gioco corretto, specie quando l’arbitro fa parte della squadra.

Quando si colpiscono coloro che danno tutto loro stessi per costruire un mondo migliore, chi ancora avrà il coraggio di provarci? Si rimane sgomenti che sia tanto facile distruggere delle vite. Ogni sbaglio, ogni passo falso per quanto piccolo può essere usato a tal fine. A volte manco ce n’è bisogno: quanto non c’è si può fabbricare. E’ quello che la storia insegna, tante volte l’abbiamo visto, e ancora non ci basta per capire.

Allora, cari lettori, smettiamo di lamentarci se il nostro paese va male. Se di fronte alla palese ingiustizia per paura o opportunismo si sta zitti, allora sì, ci meritiamo tutto.
Accettiamo il male non perché gli diciamo sì, ma perché non gli diciamo no.
Abbiamo capito l’esempio. Teniamo famiglia. E taciamo.
Ciò che si sente è solo il vento sulle rovine, e l’ululato del lupo.

Nessuno scandalo

Intervallo, sfoglio Twitter dando un’occhiata alle notizie.
Un tweet attira la mia attenzione.

“Italy, the home of the Catholic Church, rarely acknowledges the sexual abuse of minors by priests. For Italians, it’s hardly a scandal at all.”

“Italia, la casa della Chiesa Cattolica, raramente riconosce l’abuso sessuale di minori da parte di preti. Per gli italiani, non è quasi uno scandalo”.

Eh?
Il signore che così twitta, tal è il capo dell’ufficio romano del New York Times. L’articolo a corredo della perla di saggezza di cui sopra compare infatti su dato giornale. E’ da leggere, come esempio di pessimo giornalismo. La tesi è quella esposta: l’Italia è indifferente agli abusi. E perché? “Quell’indifferenza è largamente dovuta, gli esperti dicono, a come la Chiesa Cattolica Romana sia strettamente intrecciata con la storia e la cultura italiane“.

Notate quel “gli esperti dicono”, espressione che ritorna altre  volte nel testo. Chi sono questi esperti? Uno degli intervistati? Amici newyorkesi del giornalista? Il barista  da cui prende il cappuccino? Non ci è dato di saperlo, sono esperti e questo ci deve bastare.  Questi personaggi “considerano la risposta dell’Italia come una delle peggiori tra le nazioni Occidentali, paragonabile a quella in qualche chiesa africana o asiatica“. Capito? Siamo dei bagonghi baciapile, al livello dei rozzi gialli o neri, indegni di anche solo di pensare di potere sedere tra i veri occidentali liberal e di sinistra appartenenti agli stati civilizzati. Figuratevi, è detto nell’articolo, che quei buzzurri (noi) hanno approvato le Unioni Civili solo nel 2016, ed hanno una delle leggi più restrittive del mondo in fatto di riproduzione assistita. Gentaglia ignorante che siamo.

Troppo pochi casi di abuso, ci rimproverano. Chissà quanti sono in realtà. Il problema degli abusi clericali, dice il pezzo, è che l’Italia li ha approcciati con qualcosa di simile a un blackout mediatico.
E qui mi scattano – mi conoscete – un paio di pensieri cattivelli.

Il primo è che, se sono stati riportati meno abusi che altrove, potrebbe anche dipendere dal fatto che qui c’era un clero più sano di quello di altri paesi, dove la scristianizzazione è parecchio più elevata. Il problema di questi abusi infatti non è una Chiesa forte, ma una Chiesa debole nella sua ricerca di verità.

Il secondo pensiero è che in Italia, per quanto ne so, il monopolio pressoché totale delle notizie è appannaggio di una certa sinistra filoradicale. I giornali non hanno mai perso un’occasione per attaccare la Chiesa: come possono essersi lasciati sfuggire un’occasione così ghiotta per infangarla?

Davvero i media italiani sono succubi delle veline del Vaticano che vogliono impedire la “brutta figura”? Leggendoli, mi sembra che le uniche veline arrivino dal New York Times, i cui articoli e le cui tesi sono spessissimo copincollati sulle pagine nostrane.
Ma quale interesse avrebbe un giornale gemello del NYT a coprire gli abusi?

 

Non dico di no

Mentre guardavo distrattamente un telegiornale, oggi, non potevo fare a meno di pensare che la menzogna sembra trionfare ovunque. Ciò che è falso, ciò che è ingiusto si presenta certo e ammiccante. Come fosse non dico sicuro di non essere scoperto per quello che è, ma che orgogliosamente se ne faccia vanto, aspettandosi che nessuno reagisca.

Sono capitato oggi, per caso, su due citazioni di Terry Pratchett. Siamo nel libro “A me le guardie!“, e a parlare è Lord Vetinari, il pragmatico dittatore al cui confronto Machiavelli è uno stupido imbranato.

“Io credo che tu trovi la vita problematica perché pensi che ci sia gente buona e gente cattiva. Sbagli, ovviamente. C’è, solo e sempre, gente cattiva – ma alcuni di loro stanno da parti opposte.”

Anche se, come al solito, molti reagiranno con un “non è vero” a questa affermazione, io sono in fondo d’accordo. Quello che invece non credo è che necessariamente la gente cattiva debba stare dalla parte del male. Anzi, è proprio il contrario: c’è gente cattiva che sceglie di stare dalla parte del bene, perché capisce di essere cattiva, e prova a cambiare. Si chiama redenzione; e per praticarla occorre avere coscienza di quello che si è.

E qui viene la seconda citazione:
“Laggiù ci sono persone che seguirebbero qualsiasi drago, adorerebbero qualsiasi dio, ignorerebbero ogni iniquità. Tutto questo per una sorta di monotona, quotidiana cattiveria. Non l’alta, creativa ripugnanza dei grandi peccatori, ma una sorta di oscurità dell’anima prodotta in massa. Il peccato, potresti dire, senza una traccia di originalità. Accettano il male non perché dicono sì, ma perché non dicono no.”

Se il telegiornale, e di conseguenza il momento presente di cui è lo specchio deformato, è così affollato di menzogna, è perché coloro che non dicono no sembrano essere ovunque.
Forse sono consci che chi parla viene divorato: l’abbiamo visto accadere tante volte. La verità costa, se non costa non è verità, perché solo la menzogna è gratuita.
Forse sono delusi da chi sembrava far parte della gente buona, e si è rivelato essere cattivo più dei cattivi.
Forse è gente che è ingannata. Ma, permettetemi: è ingannato chi vuole farsi ingannare. Le bugie hanno gambe corte e naso lungo, dopo poco si possono riconoscere. C’è chi sceglie di non farlo vuoi per miopia, vuoi per quieto vivere, vuoi per abitudine. E l’oscurità divora ancora un pezzetto d’anima, fino a quando di luminoso rimane niente.
Non ci sono più eroi, pare raccontarti questa oscurità. Ti devi adeguare. Le tue certezze non esistono più. Non ti chiedo di dirmi di sì, ma di esser comunque positivo, moderno.
Non dirmi di no.

Sapete una cosa, cari lettori?
No.