Archivio dell'autore: Berlicche

Giornate storte

Io ho un amico. Si chiama Piergiorgio, ma tutti quanti lo chiamano Peggio, per via di una sua caratteristica: spunta sempre fuori quando le cose ti vanno storte. Se hai una giornata no, stai sicuro che che lo incontrerai per strada, o ti farà una telefonata, o sarà a bere con te al bar di Giacomo. In effetti, trovarselo davanti è una sorta di garanzia che ormai il brutto te lo sei lasciato indietro perché, invariabilmente, al racconto delle tue disavventure ti dà una pacca sulla spalla e ti dice “Beh, poteva andare peggio”. E da quel momento tutto gira per il verso giusto.

E’ dalle prime ore di oggi che penso a lui. Giochiamo insieme a fantacalcio, e ieri per me è stata una giornata pessima, per lui trionfale. Questo mi ha messo di cattivo umore fin dalla prima mattina, perché me lo immagino comparirmi davanti e sfottermi. Magari lo incontrassi, mi dico adesso, almeno gli racconterei tutto e le sue parole sarebbero il segno che il disastro è finito. Perché da stamattina la mia vita sta andando a rotoli.

Entro in ufficio, e percepisco subito una strana aria. Apro la posta, leggo gli annunci e capisco: quella promozione che davo per certa l’hanno data a un altro, quell’antipatico del Beretti, che ha molta meno anzianità di me. Vado dal capo per chiedere il motivo, e il capo mi fa, siediti. Dobbiamo fare una riduzione del personale e mi dispiace, dopo tutto questo tempo, ma dobbiamo licenziarti. Esco dall’ufficio del capo, distrutto, e vedo che i miei colleghi con cui lavoro da anni si stanno scambiando gran risate, abbracci e strette di mano. Appena mi vedono ritornano seri e letteralmente scappano via.

Vado via prima dall’ufficio. Mi guardo attorno, Piergiorgio non si vede. Entro un attimo in un bar, bevo qualcosa per calmarmi i nervi, cercando di immaginare cosa potrò dire a casa. Prendo la macchina, faccio cinquanta metri e al primo incrocio centro in pieno un’auto della polizia. Sono positivo all’etilometro, ritiro immediato della patente. La mia automobile non riparte, arriva il carro attrezzi e la porta via. Faccio per chiamare casa, ma mi accorgo che ho lasciato il telefono nella macchina. Come l’auto, era nuovo.

Faccio a piedi i cinque chilometri fino alla mia abitazione, a metà strada inizia a piovere a dirotto. Mentre cammino mi guardo intorno, ma Piergiorgio non si vede da nessuna parte. Quando arrivo ho i brividi, spero non sia Covid. E’ molto presto rispetto al solito, sarà già tornata a casa mia moglie? Sento rumori sospetti al piano di sopra, faccio piano nel caso siano intrusi. No, con mio sollievo non sono ladri. E’ mia moglie. Assieme al mio migliore amico, il compagno di sempre, quello che ha fatto carriera in magistratura. Si stanno accoppiando con foga e passione in maniere che pensavo fossero fisicamente impossibili. E’ evidente che c’è lunga sintonia. Non mi hanno visto; di tanto in tanto rivolgono un apprezzamento nei miei confronti, che non trascrivo.

Striscio fuori di casa senza fare rumore, e mi reco al bar di Giacomo. Mi siedo sullo sgabello, mentre cerco il portafoglio, che non trovo. Avrò lasciato anche quello in macchina? Giacomo mi guarda, capisce che qualcosa non va. “Giornata storta, eh?” Mi fa, per risollevarmi un poco. Io annuisco. “Hai visto Piergiorgio… sai, quello che gioca con me a fantacalcio, il tipo che chiamano Peggio?”, chiedo.
“Sì”, mi dice, “il Peggio è passato, e ti ha lasciato detto che non hai ancora visto niente”.

Transumani

Va ancora di moda il transumanesimo; il pensare che aggiungendo al nostro corpo miglioramenti meccanici o bionici possiamo trascendere l’umano, diventare più che umani.

Provate a fare il ragionamento inverso. Cominciate a staccare pezzi da un uomo. Braccia, gambe, occhi, orecchie. Toglietegli la memoria, o il linguaggio.
Quand’è che diventa meno che umano?

Istinto

“Che cosa misera è l’uomo se non si sa elevare oltre l’umano!”
Lucio Anneo Seneca, Naturales Quaestiones

Qualcuno ha detto che libertà è il diritto di fare ciò che dobbiamo; “volere ciò che dobbiamo essere”.
Se ci pensate, è ben diverso dal fare ciò che vogliamo. Fare ciò che si vuole, ovvero nella maggior parte dei casi fare ciò che ci dice l’istinto, non è per niente garantito che ci possa portare alla felicità. Abbiamo, troppo spesso, un’idea molto confusa di cosa davvero desideriamo. La libertà di scolarci dieci litri di liquore, per quanto piacevole, probabilmente ci porta alla tomba, che è l’antitesi della libertà. Invece fare ciò che si deve, ovvero ciò per cui siamo fatti, vuol dire inseguire il nostro completamento, essere più vicini a quell’ideale a cui dovremmo mirare, alla verità di noi stessi.
Se identifichiamo la libertà con il soddisfare l’istinto, la libertà cessa di essere tale; perché cosa ha che fare l’istinto innervato nel nostro strato animale profondo con la libertà?

Quando il premio dell’istintività si dimostra non essere ciò che davvero vorremmo, ha facile gioco il potere. La paura di perdere ciò che è illusione ci porta a dimenticare il solo timore che dovremmo avere, cioè scordarci di chi siamo. L’istinto dell’animale spaventato, quella reazione che è rifugiarsi in un buco profondo e mordere chi si avvicina, ha la meglio. Ciò che si credeva irrinunciabile viene portato via, e non ci si lamenta, non si osa. Si è disposti a pagare la sicurezza promessa rinunciando ad una concezione di libertà che in fondo ci ha tradito, perché basata su una menzogna; ma, così facendo, si rinuncia anche alla libertà di non essere d’accordo, ovvero alla verità, che è ciò che rende liberi davvero. Se la libertà è il diritto di fare ciò che le leggi permettono, come afferma Montesquieu, siamo schiavi di chi quelle leggi le fa a suo capriccio.

Possiamo essere davvero liberi, vincendo la paura verso il mondo e verso gli altri, solo se recuperiamo la verità di chi dobbiamo essere. Cioè, innanzitutto uomini.

Le pulsar morte dell’oltrespazio

EGON: La struttura di questa copertura è esattamente come il tipo di tracker telemetrico usato dalla NASA per identificare le pulsar morte nell’oltrespazio.
RAY: Saldato a freddo. Travi con tondino di selenio puro.

dal film Ghostbusters (1984)

Questo scambio di battute del film Ghostbusters mi ha sempre fatto molto ridere. Due “scienziati” pronunciano con tono assolutamente serio alcune considerazioni che potrebbero anche sembrare verosimili, ma che stanno alla scienza più o meno come la supercazzola del Conte Mascetti. Sono parole buttate lì per impressionare, per dare l’impressione di essere grandi esperti che non possono esser contraddetti. Come recita un’altra battuta del film, “Non rompiamo. Si inchini alla scienza.” (Nell’originale “Fatti un giro, uomo, sono uno scienziato“).

I venditori di fumo approfittano della generale credulità per far soldi. Piccolo esempio: quanti di voi in passato hanno acquistato cactus o chiavette che “riducevano le pericolose onde elettromagnetiche”?
Prendete l’affare qui sotto:

E’ garantito neutralizzare le dannose radiazioni in tutta la casa, una volta inserito in una presa, come un deodorante elettrico.
Ma, quando aperto…

… si scopre che contiene solo un po’ di argilla spalmata sul rame. Un mattone, insomma.
Ma la parte più divertente è la reazione del fabbricante dell’aggeggio alle lamentele da parte degli utenti truffati.
La includo qui:

La parte che preferisco è: “Auterra (il nome della ditta) è attiva dal 1998 e ha fatto estensivi studi del DNA e studi di Microscopia in Campo Oscuro di Sangue Vivo (Live Blood Dark Field Microscopy) per validare l’efficacia dei suoi prodotti“. Supercazzola in purezza, come fosse antani.
Ora, io ho studiato un bel po’ i campi elettromagnetici, e devo dire che la scoperta di una “mistura di minerali terrosi altamente paramagnetici che emettono una forte frequenza coerente che neutralizza le onde incoerenti emesse dagli elettrodomestici” meriterebbe il Nobel, da assegnarsi a pari merito con chi ha ideato i tracker telemetrici per le pulsar morte. E’ un peccato che vendano quei mattoni a così poco.

Ma d’altra parte, perché dovremmo indignarci e stupirci? Abbiamo due anni di dichiarazioni di eminenti virologi e politici da poter confrontare con la realtà dei fatti. Se racconti balle su aggeggi che non funzionano su internet sei un truffatore, se racconti balle su salute e libertà su giornali e tivù sei un intellettuale, uno statista.

Voi direte: sono affermazioni gravi, ne sei certo? E io “Il peso atomico del cobalto è 58.9?

Il nano sul tavolo

Quando ero più giovane di quanto sono giovane adesso, amavo giocare ai giochi di ruolo. Spesso la mia posizione era quella di Master, colui che “dirige” la storia come una sorta di regista e la presenta ai restanti giocatori, che ne interpretano i personaggi. Essendo quel che sono, le avventure preferivo inventarle da me invece di acquistarle preconfezionate.

Quella volta il gruppo di temprati combattenti impersonati dai miei amici doveva risolvere l’enigma di strane sparizioni in una città lagunare solcata da canali. Gli indizi li avevano portati fino al palazzo di una nobildonna misteriosa, che a quanto pare nessuno aveva mai visto in volto. Esplorando l’edificio si erano imbattuti in una stanza piena di sgherri armati, con cui avevano ingaggiato battaglia.

Nonostante gli eroi fossero in inferiorità numerica erano avvantaggiati dal fatto che il locale dove avveniva lo scontro fosse ingombro di tavoli che ostacolavano il movimento dei furfanti più lontani, obbligandoli ad affrontare gli avventurieri pochi alla volta.
Poi uno dei personaggi, un nano che era in seconda fila nella mischia, aveva avuto la bella idea di salire su un tavolo brandendo l’ascia.
Io sono sempre stato un fautore del realismo persino nelle avventure fantasy. Cosa potevano fare gli sgherri in attesa del loro turno al fondo della stanza, se non riempire di colpi di balestra il loro avversario che così generosamente si era loro mostrato allo scoperto?

Quell’episodio mi è rimasto impresso. Il bello di essere piccoli è che si è poco esposti, e si può operare stando defilati; se decidi di salire sul tavolo, potrai sì affrontare i nemici faccia a faccia, ma rischi di attirare tutta l’attenzione su di te: forse più di quanto tu possa reggere. Per vincere le battaglie non basta il coraggio, è utile anche la tattica.

Il nano, pur assai malconcio, sopravvisse allo scontro, per poi finire eroicamente ammazzato dalla nobildonna di cui sopra, una Medusa in incognito. Ma questa è un’altra storia.

Il gabbiano nella pece

Oggi è il 10 gennaio, quindi è il compleanno del blog. Per adesso rimane minorenne; deve ancora andare in giro in bici, ma dall’anno prossimo prende la patente. Esistono ancora i film vietati ai 18? In ogni caso lui è nato e cresciuto su internet, queste cose non gli fanno né caldo né freddo. Per lui sono ordinaria amministrazione, il male del mondo non ha età.

Faccio sempre più fatica ad aggiornare queste pagine senza cadere nella ripetitività, nella rabbia o nello sconforto. La realtà sta velocemente sorpassando le mie distopie; se c’è una cosa più triste del conoscere quel male è vederlo prendere possesso di ciò che è caro.
Quando una petroliera naufragava erano immancabili le immagini di uccelli ricoperti da una patina nera e oleosa. Così mi sembra il tempo attuale: una grande petroliera piena di menzogna si è spaccata nel nostro mare, e la pece copre tutto ciò che conoscevamo.

Secondo i racconti di Salgari una volta i marinai in difficoltà gettavano il petrolio in mare per calmare le onde. Sotto di noi però continua ad infuriare la tempesta: ad un amico che mi raccontava di sentirsi come un tappo di sughero in quell’oceano, replicavo che quantomeno il tappo galleggia e non affonda. Va bene, non ha il timone ed è sballottato dai marosi, ma l’alternativa sarebbe la bituminosa calma piatta e la noia infinita di giorni sempre uguali.

Certo, di quella noia talvolta sentiremmo quasi il bisogno; se non altro, il fatto che le nostre cupe fantasie siano sorpassate da ciò che accade ci fa supporre che la realtà sia oggettiva, e che superi l’immaginazione. Non ne siamo noi i padroni; può benissimo essere che il trovarla così difficile da digerire non sia un difetto, ma faccia parte del progetto. A noi non resta che cercare di credere in quel progetto buono, non “contro ogni evidenza”, ma contro l’apparenza.

E il cercare di scriverne, finché ci verranno le parole o la pece non ci inghiottirà.

In viaggio

Qualche anno fa vi ho offerto una mia traduzione di un poema di Eliot, “Il viaggio dei Magi”.
Rileggendolo in occasione dell’Epifania, ho avuto un pensiero che vorrei condividere.
In tutta la prima parte del poema colui che parla – uno dei Magi – si lamenta. Si lamenta per la fatica e il disagio del viaggio che ha compiuto. E quando alla fine trova ciò che cercava, esso è diverso da ciò che si aspettava. Quella nascita è anche una morte; la morte di tutto ciò che pensava, perché ha cominciato a vedere tutto con occhi diversi.

Così è il cristianesimo, così è quello che potremo chiamare conversione. L’accorgersi che quello che si cercava era lì, occorreva solo prenderlo sul serio, del tutto diverso dalla nostra immagine mentale e dalle nostre aspettative.
Ma, per capirlo, occorre fare un viaggio, scomodo, disagevole, pieno di sacrifici.

Nel nostro mondo in cui la scomodità è il peccato da evitare e il sacrificio una parolaccia, non stupisce che siano così pochi coloro che intraprendono questo viaggio; nonostante i segni nei cieli e sulla terra, che si sceglie di non vedere.
Meglio oziare sulle terrazze, mangiando il gelato che fanciulle vestite di seta ci portano, tranquilli. Senza osare guardare la stella, perché sappiamo che, se la seguissimo, questa nostra tranquillità non ci basterebbe più.
E che quella che potremmo pensare la fine del nostro viaggio non è altro che il suo punto iniziale.

CF

Il 3 febbraio 1949 il cardinale Jozsef Mindszenty fu portato a processo. Erano passati trentanove giorni da quando la polizia comunista l’aveva arrestato, giorni durante i quali avevano cercato di costringerlo con tutti i mezzi a firmare una falsa confessione. Botte, umiliazioni, freddo e torture psicologiche non erano bastate. Ma poche ora prima, di fronte alle minacce alla sua anziana madre, aveva ceduto. In calce alla sua firma aveva aggiunto la sigla C.F.: “Coactus feci“, l’ho fatto sotto costrizione.

Lungi da me potermi paragonare con quella luminosa figura e quelle circostanze. Ma anch’io, in calce al documento liberatorio che oggi mi si chiederà di firmare, aggiungerò la stessa sigla.

In quell’antico regime, che la storia ha giudicato, coloro che urlavano “libertà!” sono finiti come cani del potere o nelle fosse comuni. Sì, perché occorreva liberare il paese da tutti quelli che si opponevano al progetto. Qui, in apparenza, il potere ci va molto più piano. Ma provate a pensare come sarebbe stato trattato un governo che si fosse spinto a tanto per seguire una sua agenda, per reprimere un dissenso, anche solo tre anni fa. Quando gli allineati di oggi denunciavano il pericolo autoritario. Qualche personaggio ha parlato di misure necessarie per “convincere” a vaccinarsi: come fu convinto Mindszenty. Chissà tra altri tre anni dove saremo.

Come ho già scritto più volte, non sono a priori contro i vaccini, neanche questi. Ma trovatemi un medico, un virologo, un dato statistico che mi spieghi bene perché dovrei vaccinarmi adesso, a Covid già passato pochi mesi fa con sintomi leggeri, con la vita sana e la prevenzione che seguo. Quale sia la motivazione logica, da cosa dovrei proteggermi o proteggere esattamente, perché dovrei rischiare l’abbassamento immunitario e gli effetti collaterali che la letteratura e i dati reali mi avvertono dovrò subire con altissima probabilità.

E spiegatemi anche dove e come si potrà fermare questa corsa verso un mondo in cui non è ammesso fare, o pensare, in modo differente da quello imposto, un mondo di menzogna istituzionalizzata. Sì, il regime comunista era questo, e alla fine implose.
Ma tra 1949 e 1989 sono passati quarant’anni; dal 1989 ad ora, poco più di trenta.

E’ solo fantascienza

Sono seduto al tavolino del bar quando arriva. “Caffè?” Chiedo. “No, grazie”, mi risponde come suo solito. “Non prendi mai niente”, mi lamento con lui. “Ho i miei motivi”, mi replica sedendosi a sua volta.
Poso la mia tazzina. “Allora, cosa mi racconti?”
Uno sguardo furbo solleva gli angoli dei suoi occhi. “Visto che scrivi fantascienza, vorrei suggerirti l’idea per una storia”.
Mi accomodo meglio sullo sgabello. “Sentiamo”.
“Facciamo l’ipotesi che esista da qualche parte del mondo un laboratorio dove, con tecniche di manipolazione genetica, si creino nuovi virus e, per qualche motivo, uno di questi venga diffuso per il mondo…”
Alzo il sopracciglio. “Stiamo parlando di fantascienza, vero?”
“Assolutamente”, replica lui in modo innocente. “E’ un tema classico, ne hanno scritto Frank Herbert, Stephen King, c’è anche quel film con Bruce Willis…”
“Va bene, va bene” faccio io.
“Dicevo, questa epidemia si diffonde. Le varie parti capiscono che la cosa deve essere trattata come una minaccia seria, perché se pure il virus in sé non è poi così letale, la possibilità che altri mettano in giro qualcosa di molto peggiore ci sono tutte”.
“Un campanello d’allarme”, dico. “Ma quel virus di cui parli è sfuggito per caso, è stato diffuso con intenti malevoli o volutamente, per allertare tutti del pericolo?”
“Sei tu il romanziere” mi risponde, facendomi indovinare un sorriso attraverso la mascherina. “In ogni caso, chi comanda approfitta della situazione per testare delle nuove tecniche sia di contrasto alla guerra biologica che di controllo di massa. Il dissenso ai… chiamiamoli disagi… che ciò comporta viene soppresso adducendo come scusa l’emergenza sanitaria; non è ammesso criticare i provvedimenti anche quando appaiono del tutto insensati e contrari all’evidenza scientifica.”
Appoggio i gomiti sul tavolo. “Finora non c’è molto di originale. Ho come l’idea di avere già sentito questa trama”.
“Aspetta. Dopo due anni, improvvisamente appare una nuova variante del virus. E’ incredibilmente contagiosa, ma ha effetti molto più blandi. Immunizza contro tutte le altre varianti, e si diffonde a macchia d’olio soppiantandole.”
“Mi sembra una cosa buona”, azzardo cautamente.
“Anche troppo buona”, mi risponde lui. “Pensa, deriva dal ceppo originale, non dalle varianti successive, e data la sua virulenza ci si domanda dove sia stata nascosta tutto questo tempo. Presenta mutazioni abbastanza improbabili, e queste sono legate al DNA dei topi…”
“Topi da laboratorio? Vorresti suggerire che anche questo virus sia artificiale?” ridacchio mio malgrado.
“Non suggerisco niente, mi limito a elencare dati… che naturalmente ho inventato, dato che questa storia è solo frutto d’immaginazione. Te lo ripeto, il romanziere sei tu”, mi dice sornione. “Però pensaci un attimo. Voglio far finire una pandemia, ma per diverse ragioni non posso passare attraverso i vaccini. Quale la scelta migliore? Un virus che buchi le immunità spurie preesistenti, che immunizzi davvero, che non causi danni gravi e sia praticamente inarrestabile. Chiodo scaccia chiodo.”
“Insomma, questa variante non sarebbe la risposta alle nostre pr… alle preghiere dei popoli della tua storia ma il risultato di un’operazione voluta da qualcuno?”
“Le due cose non si escludono a vicenda”, mi replica allargando le braccia. “Ma la vicenda non è finita. Le autorità, di fronte all’improvviso aumento vertiginoso di casi, prendono provvedimenti per arginare la diffusione che vanno contro il senso comune e i dati reali. Promuovono inutili mascherine, rendono obbligatori vaccini che esacerbano la contagiosità perché abbassano le difese immunitarie, favoriscono la circolazione di tutti coloro, e sono tantissimi, che sono asintomatici ma diffondono lo stesso il virus.”
“Si penserebbe che siano degli idioti, o che sia un complotto.”
“E’ qui il punto.” Avvicina la testa alla mia, parla sottovoce. “Sono decisioni che appaiono assurde ma sono quelle che prenderebbe qualcuno che volesse, senza dirlo esplicitamente, favorire il contagio. Quel contagio che immunizza davvero”.
Lo guardo stranito. “Intendi dire che non sarebbero idiozie o soprusi ma…”
Questa volta ride apertamente. “Non intendo dire niente. E’ tutta fantascienza, ricorda. Dopo un paio di mesi, quando la vera immunità si sarà diffusa e la pandemia finita, quelle autorità di cui parlo potranno rivendicare la giustezza dei loro provvedimenti. Giusti per il motivo opposto, ovviamente, ma nessuno lo dirà. Magari”, aggiunge, “continuando ad applicarli oltre ogni ragionevolezza. Perché sai, una volta che obbedisci a ciò che non ha senso, è difficile trovare il senso di smettere di obbedire.”
Si alza. “Devo proprio andare. Grazie di avermi ascoltato.”
Mi alzo anch’io, quasi automaticamente. “Domani dovrei vaccinarmi…”
Mi batte la mano sulla spalla. “Che sfortuna, proprio ora…”
Faccio per rispondergli, ma sta già uscendo. Ripenso a quanto mi ha detto. Anche se è fantascienza, chi ci potrebbe credere ad una storia così?

Te Deum rolling stone

Grazie, Signore, perché quest’anno mi hai levigato. Mi hai fatto rotolare nella Tua tempesta staccandomi di dosso residui e imperfezioni, mi hai preso nel Tuo vortice e fatto urtare ciò che di me era duro con ciò che era più duro di me, mi hai scheggiato e hai rimosso le schegge, mi hai reso più lucido togliendo ciò che mi sporcava, mi hai colpito e colpito e colpito togliendo ciò che era in eccesso fino a che ha cominciato a fare meno male, fino a che ho cominciato a capire.

Non so se ancora sono macchiato, ruvido, aspro, non so fino a quando mi macinerai nel Tuo mulino. Forse finché si sarà staccata da me ogni imperfezione e ogni macchia, quindi per sempre (tale io sono, una aspra pietruzza catturata dalla Tua corrente).

O forse fino a che sarò della forma giusta con la quale Tu possa prendermi e costruire qualcosa. Non so cosa, perché sono un ciottolo, e i sassi non sanno quale sia il loro posto. Sarà una strada, o un muro, una torre o un altare; sarà la tua mano a mettermi là dove debbo stare, perche sei Tu il costruttore.

Io sono il sasso che rotola, e piano piano diventa ciò che deve essere.

L’origine

Dio, l’origine e il destino di tutto, ciò di cui tutte le cose, ultimamente, sono fatte, per aiutare l’uomo, si è reso compagnia all’uomo, è diventato compagnia umana: è entrato nella vita stessa dell’uomo con forma umana. Questo è Gesù Cristo: Dio fatto carne, Dio fatto uomo.
Luigi Giussani, “È, se opera” (30Giorni, ottobre 1993)


Il punto è esattamente questo: se ci sia un modo per portare Giustizia nel mondo (quella di cui noi non siamo capaci). Se ci sia un modo per portare Verità nel mondo (quella di cui noi non siamo capaci). E quindi la Bellezza (che è lo splendore della Verità). E quindi la Libertà (perché la Verità rende liberi).

Il Natale è la risposta. Ci dice che il modo per portare nel mondo tutta questa Giustizia, questa Verità, questa Bellezza, questa Libertà è stato un bambino, che era tutte queste cose; che è tutto questo, perché o il Natale è un avvenimento dell’oggi, è vero oggi, o è solo una favola che non può darci niente se non un momento passeggero d’illusione.

Ma la risposta al nostro desiderio, al nostro infinito desiderio di bene, può essere un’assenza?

Buon Natale.

Non Natale

A Natale si è tutti più buoni. Ma perché? Perché essere più buoni? Chi ce lo fa fare?
Nessuno, se nessuno d’importante è nato a Natale.

Tant’è che l’appello ad essere migliori, a condividere, ormai arriva solo più da commercianti in cerca di clienti. Più buoni vuol dire spendere di più per regali, o per finanziare progetti che ci facciano sentire in pace con la coscienza.
Il che ha poco a che fare con l’essere buoni davvero. Il perdono non si compra.

Di questo avremmo veramente bisogno, di perdono. Ma chi ci può perdonare, se nessuno è nato a Natale?
Noi stessi, ovviamente. Non che abbiamo davvero bisogno di questo perdono, perché non abbiamo fatto nulla di male. O così ci dicono. E’ inutile che qualcuno sia nato a Natale, per salvarci. Da cosa, poi?

Se nessuno è nato a Natale, allora eliminiamo quel nome sgradevole che sa d’integralismo e patriarcato. Buone feste invernali. Babbo Natale… ah, no, Genitore Stagionale… ci riempirà di doni.
Per festeggiare che sia nato nessuno, per essere migliori, per essere ciò che siamo sempre stati e che saremmo sempre stati se non fosse davvero nato un bambino, venti secoli fa, che si sarebbe caricato sulle spalle il peso del mondo. Tutti i pesi del mondo; i nostri miserabili pesi, noi che siamo tanto buoni, noi che non abbiamo bisogno di perdono, noi che siamo solo uomini.

Degenerati

Un degenerato è colui che non è generato. E’ de-generato: si allontana (de-) dal valore della propria stirpe (-genus). Rifiuta il suo genere, ovvero il posto da cui arriva e che fa di lui ciò che è.

Noi siamo ri-generati ad ogni istante, altrimenti cesseremmo di essere. Il nostro presente è la prosecuzione di un passato, che è la radice che ci determina. Se viene tagliata, cessa di alimentarci. Il degenerato è colui che ha perso il suo passato e quindi il suo futuro.

Oggi si assiste al trionfo della degenerazione. Essa è teorizzata e lodata, e chi rimane fedele al proprio essere, chi non rinnega ciò che è stato, nel bene o nel male, è additato come il peggiore degli uomini; anzi, viene quasi detto indegno di appartenere alla razza umana.

Il che é un paradosso, perché è proprio l’appartenenza che gli si contesta. Ma chi si dimentica da dove arriva non potrà ricordare tutti gli errori che sono stati corretti, tutte le cadute da cui ci si è rialzati; e le sperimenterà ancora, sulla propria pelle.

Chi non è generato non sa come generare; possiamo dare solo ciò che ci è stato dato. Imparare da chi ci ha preceduto; ma questo non è possibile per chi ha scelto di essere degenerato.

Conflitti

Che il solo cristianesimo comandi di amare i propri nemici è sicuramente vero. Quello che purtroppo è anche vero è che i nemici, spesso, sono abbastanza restii a ricambiare quest’amore. Ciò accade anche in società formalmente cristiane, per un semplice motivo: il male esiste e l’uomo è cattivo.

Facciamo un esempio pratico. La Firenze del 1300: città turbolenta, dove le famiglie rivali letteralmente si ammazzavano nelle strade. Diciamo che la situazione dell’ordine pubblico era alquanto peggiore di adesso. I ricchi odiavano i popolani, ricambiati. Guelfi e Ghibellini erano sempre ai ferri corti tra di loro e al loro stesso interno. I Papi, alquanto preoccupati per l’instabilità dei loro vicini, cercarono per ben cinque volte tra il 1273 e il 1306 di portare la pace in città. Nella prima occasione Gregorio X stesso, uno studente di S.Tommaso dalle grandi doti e in fama di santità, si recò personalmente a Firenze. Convocò le opposte fazioni in chiesa, fece scambiare loro giuramenti e il bacio della pace davanti all’altare. Quindi predicò loro che i nomi “guelfi” e “ghibellini” erano vuoti e fonti di male.
Ciò indispose non poco i governanti guelfi, che avevano per mezzo secolo combattuto per il papato con notevoli sacrifici personali. E ora il Papa li condannava invece di ricompensarli?
Non andò molto bene.
Il cardinale Orsini ci riprovò, sei anni più tardi, con maggiore realismo. Persuase la città che mantenere ambedue le fazioni all’interno della stessa e arrangiare protezioni legali per la reciproca convivenza sarebbe stato la cosa migliore per tutti. Combinò matrimoni tra famiglie rivali, e arrivò a cancellare gli atti delle violenze precedenti per favorire la riconciliazione. La pace durò un paio d’anni, poi i contraccolpi dei Vespri siciliani del 1282 mandarono all’aria tutto quanto. Tre successivi tentativi papali di trovare la pace tra i Bianchi e i Neri fallirono in modo anche cruento; l’ultima volta, nel 1306, i pacieri furono respinti dai fiorentini asserendo, non a torto, che i precedenti tentativi non avevano fatto altro che peggiorare la situazione.
L’esilio di Dante fu proprio l’effetto di uno dei disgraziati tentativi di cui sopra. Chissà se avremmo mai avuto la Commedia, altrimenti.

La domanda è: ma se pure tra cristiani non si riesce a trovare una pace duratura, che possibilità c’è che ciò avvenga quando si ha a che fare con persone che del comandamento di Cristo non può fregare di meno, e che approfitteranno di ogni debolezza?
E che giova l’essere cristiani, se poi si cade in questa maniera? Eppure il continuo ricercare una pace, e il conflitto sì, ma senza gli eccessi di altri luoghi e altre ere, dicono che per la prima volta nella storia si ha una civiltà in cui l’oppressione della forza è in qualche modo stemperata. Forse la sola risposta possibile è quella che fornì Evelyn Waugh quando gli fu chiesto come poteva comportarsi così crudelmente verso gli altri e chiamarsi ancora cristiano. Lo scrittore rispose: “Non avete idea di quanto sarei peggiore se non fossi Cattolico. Senza aiuto soprannaturale sarei a malapena un essere umano“.

Chi ti credi di essere?

Dicevamo che, in mancanza di un ordine superiore, l’uomo fa di se stesso un dio a cui tutto è permesso a scapito della realtà.
Esempio pratico?
Quando, qualche anno fa, saltò fuori che per i “nuovi diritti” una persona poteva esigere di essere considerato maschio o femmina o qualcosa di ancora diverso a prescindere dalla realtà fisica, feci presente che questo ragionamento portato all’estremo avrebbe condotto a conseguenze imbarazzanti.

Se esigo di essere di un sesso diverso da quello inscritto in ogni cellula del mio corpo, perché non potrei dichiararmi di altezza o peso differente? Se obbligo gli altri a chiamarmi con il pronome di mia scelta, perché non rivendicare titoli inventati e imporre che tutti si rivolgano a me solo con inchini e genuflessioni? Cosa mi impedisce di sostenere che la mia età, i miei tratti fisici, o persino la mia specie siano non quelli che mi identificano dalla nascita ma quelli che ho deciso, che “mi sento”?

Allora mi si disse che mai si sarebbe giunti a tanto. Ma è difficile chiudere una porta quando la si è aperta.
Mi giunge notizia che la Corte Suprema del Messico ha deliberato che si possa alterare la propria età anagrafica adeguandola alla propria “età sociale”. In altre parole, se “mi sento” più giovane allora “sono” più giovane.

D’accordo, i giudici di quel contesto si sono affrettati a specificare che ciò si può fare solo in ambiti ben precisi, quando non costituisca dolo o lo si usi per sfuggire a qualche obbligo. Con queste premesse, il pedofilo non potrebbe dichiararsi minorenne per sfuggire alla giustizia, o il bambino porsi come maggiorenne per potere comprare alcolici. Ma per tutti quei bonus legati all’età, tipo certi sconti, o la pensione, come si farà? I giudici si sono dimenticati di specificarlo.

Come per il cambio di sesso, o l’aborto, o l’eutanasia, il caso eccezionale di partenza potrebbe diventare presto la normalità. Una volta dichiarata ininfluente la realtà, niente può limitare la pretesa. La vita come un cosplay; “Lei non sa chi sono io” eretto a sistema.
E voi, chi pensate di essere?

Il dibattito

Il dibattito si stava scaldando.
“Due più due fa quattro!” disse il Matematico sventolando le carte che teneva in mano.
“Cretino! Sei un incompetente! Non vali niente! Inganni il pubblico con queste false informazioni!” gli urlò contro il Giornalista. “Non posso credere che tu vieni ancora invitato!”
“Basta, facciamo un po’ d’ordine!” la conduttrice cercò debolmente di interrompere la valanga di contumelie. Solo il sorrisetto la tradiva.
“Non si possono fare affermazioni del genere” pontificò il Politico, rivolto al Matematico. “Sarebbe come accusare il Governo e la Scienza di mentire”.
“Ma i dati! I dati!” provò a intervenire il Matematico.
“Non sono attendibili”, lo sovrastò il Numerologo. “Ci sono altre spiegazioni, le sue sono affermazioni che sono già state dimostrate come false.”
Il Matematico cercò di ribattere, ma la conduttrice lo fermò. “Un attimo, sentiamo cosa ha da dire la Cantante”.
La Cantante, in collegamento, sentenziò: “Io sono sempre stato convinta che due e due possa fare anche tre, c’è anche nel mio ultimo album, e la Scienza lo conferma”.
Il Numerologo rilasciò un urletto di soddisfazione. “Oh, finalmente, una voce ragionevole!”
“Non se ne poteva più di sentire assurdità” rincarò il Politico. Il Pubblico in sala si mise ad applaudire. La Conduttrice indicò il Sondaggista, e le telecamere lo inquadrarono prontamente.
Il Sondaggista mostrò un cartello con dei grafici. “Come si vede dai nostri ultimi rilevamenti, la maggioranza delle persone ammette che due più due possa fare anche tre, o cinque, con una percentuale significativa anche per il sei.”
“Questa è democrazia!” disse il Politico. “Noi abbiamo sempre appoggiato le minoranze, e siamo per la tolleranza del diverso, anche quando è un terrapiattista sovranista che non ascolta la Scienza e ha opinioni screditate e assurde”. Si voltò platealmente verso il Matematico. “Però non possiamo ammettere che questi spacciatori di bufale scientifiche possano fare disinformazione verso i soggetti deboli e suggestionabili. Il prossimo nostro Decreto Legge darà una salutare stretta agli imbroglioni che, magari via internet, propagano nozioni ingannevoli”. “Oh, finalmente”, si udì dal pubblico.
“Ma…” fece per dire il Matematico, però la conduttrice lo precedette. “Abbiamo già sentito la sua opinione, ora lasci parlare gli altri”.
Il Matematico curvò le spalle. “Sempre più persone vedranno quanto fa due più d…”
Il suo microfono si spense.
La Conduttrice riprese allegramente: “Dopo la pausa, vedremo un servizio dei nostri inviati sugli inganni della matematica e sul sequestro delle calcolatrici non a norma, poi ascolteremo le opinioni dei nostri ospiti in proposito. Restate su questo canale. Pubblicità!”
Le telecamere si spensero. Il Politico rise e, chinandosi verso il Matematico, gli sussurrò: “Non vede quanto è stupido? Secondo lei, un governo a cui non interessa la realtà della matematica può farsi un problema di quante persone sappiano contare?”

La maschera di carta e di vento

La Chiesa ripudiata, la torre abbattuta, le campane capovolte, cosa possiamo fare
Se non restare con le mani vuote e le palme aperte rivolte verso l’alto
In un’età che avanza all’indietro, progressivamente?

T.S.Eliot – Cori da “The Rock”

Fino dalla più remota antichità, i nemici sono stati sterminati.
E’ la soluzione più ragionevole. Combatterli fino a che non siano completamente distrutti; ammazzati, giustiziati, schiavizzati gli utili e soppressi gli inutili.
Ogni civiltà, e ciò che era prima della civiltà stessa, ha fatto così. La rara clemenza è solo per chi si sottomette.

Una sola società si è retta su un assunto diverso. Cioè che persino i nemici si devono amare. Quella cristiana. Un principio spesso disatteso, ma che, secolo dopo secolo, passo dopo passo, ha modellato un nuovo modo di agire e di pensare. Quello che regge il nostro modo di vivere attuale, dove il massacro è condannato e non celebrato. O dovrebbe, se non fosse che l’unica ragione per amare i nemici è condividere con loro un Padre comune.

Nell’istante in cui quel Padre è rinnegato, la sua eredità sbeffeggiata, e ci si dichiara orgogliosamente padroni assoluti del proprio destino, allora l’antica belva rinasce. Perché non si dovrebbe odiare il proprio avversario, chi ci ostacola, chi dissente da noi?
Se qualcuno si illudeva che ci fossero altre ragioni per risparmiare l’oppositore, che esistesse un’etica puramente umana, basta che guardi alla ferocia di chi si è sempre atteggiato a protettore del diverso, della minoranza, della democrazia, di chi aveva una opinione diversa. La maschera si è ormai sfaldata: era di carta e di vento. Questo nostro nuovo mondo è progredito fino ad assomigliare al peggio di quello antico.

Un piccolo passo per volta siamo tornati quelli che eravamo. Bestie orgogliose che non sanno più di essere state salvate dal loro destino di oppressori o schiavi, e fanno quello che hanno sempre fatto: per il loro interesse, uccidono.

Meme bollenti!

Quando il tempo è cupo, e non mi riferisco alla copertura di nubi, è ora di alleggerire un po’. Di seguito alcune vignette (meme) che ho trovato in giro. Sono in inglese, sotto la traduzione.


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Questa è per noi vecchi fan di Guerre stellari

1- Strangolamento pre-Covid
2- Strangolamento a distanziamento sociale
3- Strangolamento in telelavoro

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“Fornisce Immunita?” “Solo per il fabbricante.”

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“Ho dato via la mia libertà per riottenere la mia libertà e non sono ancora libero ed è tutta colpa vostra”

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Tu o puoi capire la storia o puoi avere fiducia nel governo. Non entrambe le cose.

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Prima vignetta: “Due settimane (di lockdown) per appiattire la curva”; “Dai fiducia al governo”; “Lavati le mani”; “No assembramenti”

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E se non ci fosse nessuna COSPIRAZIONE e il nostro governo fosse davvero così stupido?
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“Papà, cosa facevi durante l’erosione della nostra democrazia?”
“Condividevo dei meme bollenti con un piccolo gruppo di persone che la pensavano come me”

Di muli e di uomini

Orwell, nel suo romanzo 1984 (scritto nel 1948), ci descrive una società dove tutto è controllato tramite la paura e il dolore. La verità è nascosta dal potere. Il Grande Fratello sa come occuparsi di quelli che sgarrano.

Aldous Huxley, nel libro Brave New World (del 1932) parla invece di un mondo in cui la verità non è nascosta ma è irrilevante. Nessuno vuole cercarla. E’ il piacere a controllare gli uomini.

Due visioni del mondo anche troppo estreme. Il potere oggi preferisce una soluzione ibrida.
Ti rincoglionisce con l’offerta del piacere; e ti terrorizza dicendo che, se non fai come dice lui, te lo toglierà.
Una volta si chiamava il bastone e la carota; da sempre, il metodo migliore per dominare muli e uomini.

I fiori di plastica

Qui non c’è città permanente, qui non c’è stabile dimora
cattivo il vento, cattivo il tempo, incerto il profitto,
certo il pericolo
O tardo, tardo, tardo è il tempo, tardo troppo tardo, e marcio
l’anno;
Malvagio il vento, e amaro il mare, e grigio il cielo,
grigio, grigio, grigio.
O Tommaso, ritorna, Arcivescovo; ritorna, ritorna in Francia.
Ritorna. Veloce. Quieto. Lasciaci morire in pace.
T.S.Eliot “Assassinio nella cattedrale

Ho parlato della meraviglia e ho parlato della paura. Tra i due c’è un terzo incomodo: l’indifferenza.
L’indifferenza è l’opposto dello stupore, e in una certa maniera anche del timore. Rappresenta la fuga da tutto quanto possa agitare, possa turbare. Niente interessa che possa far cambiare. E’ mettersi le mani sopra le orecchie per non sentire, sopra gli occhi per non vedere; la terza scimmia, quella che non parla, è figlia delle prime due.

Una delle più magistrali descrizioni di questa disposizione della mente è il coro delle donne di Canterbury nel dramma di Eliot “Assassinio nella cattedrale”, di cui all’inizio del post ho inserito un brano. Tommaso Beckett ritorna in Inghilterra dall’esilio pur sapendo che potrebbe essere ucciso dagli scherani del re. Il suo desiderio di comunicare il vero è più forte della paura della morte. Ma gli abitanti di Canterbury, dove sorge la sua cattedrale, non vogliono il suo ritorno perché la sua azione mette in pericolo, in discussione, la loro miserabile esistenza. Un’esistenza che, come recita il ritornello del coro, è “living, and partly living“: vivere, e parzialmente vivere. Una vita che si trascina mesta e uguale negli anni, per salvaguardare la quale invocano il ritorno di Tommaso: non nella sua patria, ma in Francia, lontano.

Quando lo rileggo, non posso fare a meno di pensare a tutte le persone che conosco che se ne stanno ben lontane dal pericolo di esporsi; guardano i telegiornali e si fanno i loro affari, commentando sottovoce quanto stupida sia la gente incapace di rimanere tranquilla. Hanno il loro piccolo mondo, le loro passioni; sono come quei fiori di plastica che metti sulle tombe, senza profumo, sempre uguali a se stessi, che a poco a poco il tempo scolora.

Here is no continuing city, here is no abiding stay.
Ill the wind, ill the time, uncertain the profit, certain
the danger.
O late late late, late is the time, late too late, and rotten
the year;
Evil the wind, and bitter the sea, and grey the sky,
grey grey grey.
O Thomas, return. Archbishop; return, return to France.
Return. Quickly. Quietly. Leave us to perish in quiet.

Quelle parole

Non entrerò, non voglio entrare, nei problemi che Comunione e Liberazione sta affrontando dopo le dimissioni del suo responsabile Carron – e ben da prima.
A noi che ne facciamo parte è stato chiesto di “assumerci personalmente la responsabilità del carisma“. Mi sono chiesto cosa volesse dire. O meglio: in cosa consiste il carisma di CL?
Io mi sono dato una risposta personale, parziale, imperfetta.

Don Giussani ha sempre riconosciuto che il primo nucleo del movimento, la prima espressione del movimento è stata quando due suoi allievi, nel corso di una assemblea, si sono alzati in piedi e hanno iniziato così: “Noi cattolici…”
Ecco, per me il movimento è sempre stato questo: assumere la coscienza che la fede non è solo un fatto interiore, ma ha una visibile conseguenza esterna. Che essere cristiani comporta una assunzione di responsabilità nella propria vita e davanti al mondo. Magari non avrai ben chiaro cosa stai dicendo, ma sarai obbligato a capirlo, ad approfondirlo, a sostenerne le conseguenze; perché ne dovrai rendere conto. A te stesso e agli altri. Con il vivere una vita da cristiano non solo a casa propria, ma ovunque. Liberati dal giogo del male, in comunione con i fratelli.
Non è per niente facile ciò, poiché viviamo in una società che include tutto e tutti ma esclude ciò che è cristiano, nella quale non puoi parlare di Natale o Presepe, dove sei obbligato a tacere davanti agli insulti in ciò in cui credi, dove sei costretto ad accettare non solo come normale ma come desiderabile ciò che un tempo si chiamava peccato.
Ci vuole qualcuno accanto che ti sostenga e si faccia sostenere; ci vuole la Grazia, che per me ha assunto la forma di una compagnia, di persone precise. E bisogna avere chiaro cosa significhi, in questo tempo di confusione ed incertezza, essere cattolici.

Se riusciremo ancora ad alzarci in piedi e dire quelle parole, accompagnati come usuale dallo scherno dei benpensanti e dall’ostilità dei potenti, ecco, capirò che siamo tornati.

La paura

C’è la meraviglia, lo stupore, il desiderio del bello.
E poi l’altra faccia del nostro rapporto con la realtà: la paura.
La paura non è qualcosa di originario. Prima di essa c’è il possedere. Quando siamo timorosi di perdere quello che abbiamo – persone care, ricchezza, vita – ecco che arriva la paura.

La paura è un sentimento potente. Ti fa fare le cose più impensate, ti offusca la mente, ti conduce dove non avresti mai creduto. Da sempre è uno dei due mezzi di controllo che il potere usa sul popolo. Le dittature più feroci sono quelle che usano la paura per dominare.

Ma questa paura non è necessariamente la paura del potere stesso, di quanto può infliggere fisicamente, della tortura, della Siberia, della prigione. Può essere la paura di un nemico; può essere la paura di una malattia; può essere il timore di perdere il proprio status sociale, o i mezzi di sussistenza se si disubbidisce a quanto quel potere ci chiede.

La guerra nucleare, l’AIDS, le piogge acide, il riscaldamento globale, il cambiamento climatico, il COVID. Il fascismo, il comunismo, il terrorismo, i russi, gli arabi… non puoi non avere paura. Ti è proibito. C’è da avere paura delle conseguenze.

La paura è l’opposto dello stupore che apre alla realtà. Annebbia il desiderio, nasconde la bellezza, ci fa ripiegare su noi stessi rendendoci incapaci di gustare ciò che abbiamo e pregustare ciò che potremmo avere.

Normalmente si dice che il coraggio si oppone alla paura, ma è una ben misera opposizione. Coraggio vuol ignorare la paura. Ma non sconfiggerla. Essa rimane.
Il solo modo di vincere davvero la paura è agire sulla sua radice. Rendersi conto di cosa realmente importa per noi. Se essa è timore di perdere ciò che si ha, vuol dire porre nella giusta prospettiva ciò che possediamo. Ciò è possibile solo quando ci si rende conto che ogni cosa ci è donata, che non siamo stati noi a darcela, a cominciare dalla vita.

Questa consapevolezza non ci toglierà la paura, ma ce la farà sconfiggere. Ci farà andare avanti, anche dove non vorremmo.
“Non abbiate paura”.

Le trappole dell’infinito

E’ il desiderio che ci rende curiosi, che ci attrae verso le cose, o è lo splendore delle cose che genera in noi il desiderio? La bellezza che vediamo crea in noi la nostalgia per un tramonto che non ceda alla notte, per stelle che non siano nascoste dalle nubi, per un fiore che non appassisca? Oppure abbiamo dentro un vuoto inestinguibile che cerca ovunque ciò che lo possa colmare?

Non so chi nasca prima, tra attrazione e desiderio. Ma è chiaro che non potrebbe esserci uno senza l’altro; la stessa fonte ha intessuto nel nostro profondo una spinta verso ciò che è bello, giusto, eterno, e i brevi bagliori dell’universo che ci suggeriscono che ciò che cerchiamo possa esistere.

Le nubi sfolgoranti tinte dal sole che cala, la struggente malinconia dei punti di luce nel nero cielo, il fiorire di una corolla tra i sassi, sono trappole al contrario, che invece di imprigionarci ci liberano, ci proiettano verso l’infinito di cui sono segni.