Archivio dell'autore: Berlicche

Quelli

Mi presento, sono Giacobbe, e sono un apostolo.
O meglio, sarei dovuto essere un apostolo. Purtroppo il Maestro era certamente una persona eccezionale per carisma, per la sua capacità di parlare, la sapienza, per i miracoli che faceva, però… aveva un punto debole. Non si sapeva scegliere i discepoli.
Credo che ormai sia evidente a chiunque: i suoi più stretti collaboratori, quelli che lui stesso ha chiamato uno a uno, erano tutti inadeguati. E uso il termine inadeguati perché voglio essere gentile.

Tutti quanti noi che gli andavamo dietro sapevamo che quel Giuda era un poco di buono. Glielo avevamo anche detto, ma lui niente. Lo chiamava amico: si è visto, che bell’amico. L’ha venduto.
Ma gli altri non è che siano meglio. Ognuno di loro ignorante come una capra, ma sempre pronto a migliorare la propria posizione con l’adulazione. Il Maestro era troppo sensibile ai complimenti e ai favori, non vedo altra ragione per avere selezionato proprio loro. Cioè, vi rendete conto? Dei pescatori. Dei collusi con l’autorità romane. Dei piantagrane. Degli spocchiosi. Ha preferito questo genere di persone a me, che ho la cultura, che l’ho sempre ascoltato e seguito, che gli ero fedele. Sarà stato anche il Messia, ma era troppo ingenuo.
E’ quasi come se avesse fatto apposta a scegliere i più inadatti. Oh, sì, a parole tutti amiconi, poi quando le cose si sono messe male sono spariti.

Sapete qual è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso? Simone, quello che lui chiamava Pietro, che si atteggia a prescelto. Lo stesso di quella sceneggiata ignobile al Sinedrio, “oh, non lo conosco quel pezzente!”. E ora quella stessa persona, proprio lui, viene a dirmi, e contarmi, e insegnare. A me. Proprio a me.

Io mi tiro fuori, sapete, non ci sto a seguire quelli. C’ero anch’io ad ascoltarlo, so ripetere le sue parole meglio e più di loro. Sono più educato, ho studiato la Legge e i Profeti, so leggere e scrivere, conosco l’eloquenza. Se loro hanno la faccia tosta di predicare, con quello che hanno fatto, lo posso fare anch’io, e vedrete se la gente non preferirà me a loro. Interpreterò per il popolo il suo pensiero, lo spiegherò, porterò avanti la sua missione. Vedrete, vedrete: tra qualche anno nessuno saprà più neanche che quelli siano esistiti, io invece sarò ricordato come il vero discepolo che ha raccolto l’eredità del Maestro.

Quelli sembra che se li sia cercati con il lanternino tra i peggiori, invece di dare spazio ai migliori. Se avesse scelto me, io non lo avrei abbandonato, non sarei fuggito, non lo avrei tradito come loro. Come quelli.

L’ingenuo

E’ mattina, suonano il campanello. “Chi è?”, chiedo. E’ una raccomandata per me. “Sarà una multa”, chiosa mia moglie.
Che probabilmente un poco di sfiga la porta, perché è proprio una multa, la prima che prendo da oltre vent’anni.
Guardo ciò che mi è contestato. Infrazione semaforica? Decisamente strano, i semafori li rispetto. Ci sono i fotogrammi di uno di quei rilevatori automatici che mettono qua e là, li controllo e capisco l’accaduto.

E’ notte, sto tornando a casa. Corso cittadino a tre corsie per senso di marcia, quasi vuoto. Il semaforo scatta sul rosso, le due corsie a destra sono occupate da un veicolo ciascuna, così mi posiziono in quella più a sinistra, tanto all’incrocio successivo devo comunque svoltare. Quella corsia a sinistra è riservata a quelli che devono girare, con freccia dedicata, ma il verde scatta comunque prima per chi deve proseguire. Non ostacolo nessuno, non metto in pericolo nessuno, neanche me stesso: viene il verde e vado dritto, e questo basta. Non ero neanche del tutto consapevole di stare compiendo un’infrazione.

Sono due punti sulla patente e poche decine di euro. Pago, ma continuo a rimuginare sull’accaduto. Formalmente ho torto; ma non percepisco di averlo. Le regole sono scritte, ma chiaramente sono rigide anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Mi domando se non è la mia italianità a prendere il sopravvento, si dice che per noi il rosso al semaforo sia un suggerimento e non un’imposizione. O forse è nella natura umana, aspettarsi, invocare un po’ di misericordia, di comprensione, sfuggire a una legge oppressiva che portata fino al fondo impedisce di vivere.
In fondo il Comune ci guadagna così, multando noi illusi.

Brigida la tosta

Il primo febbraio è la festa di Santa Brigida, una santa irlandese del quinto secolo. Come per il conterraneo e contemporaneo San Patrizio di lei si sa poco di storicamente certo, non sono molti i documenti sopravvissuti di quell’epoca; un gran numero di leggende e miracoli e tradizioni, come le croci di Santa Brigida fatte intrecciando i vimini, in compenso. Morì attorno al 524; si conosce la sua probabile famiglia, i Fothairt, e l’area di nascita, il Kildare. Sappiamo che beneficò molto i poveri e i sofferenti e che fondò monasteri, monasteri sono stati per un millennio tra le più influenti istituzioni dell’isola. Ci sono pochi dubbi che l’abbia fatto veramente: in quella società ancora fortemente pagana le donne erano totalmente assoggettate al loro parente maschile più prossimo, non potevano possedere beni né testimoniare in tribunale, come gli schiavi, i minori e i pazzi. Ma di fronte alle formidabili badesse nel medioevo anche i vescovi dovevano cedere il passo.

Quando si è trattato di istituzionalizzare la festa dedicata alla santa, però, l’Irlanda ormai scristianizzata le ha preferito qualcun altro. Nel clima inclusivo si voleva comunque dedicare un giorno festivo a una donna, così alla santa è stata sostituita una dea celtica, Brigit.
Ora, di Brigit si sa molto meno che di Santa Brigida. La prima volta che la divinità viene nominata è in un trattato scritto intorno all’anno mille, quindi cinque secoli dopo. Non è neanche certo che quegli autori non si siano inventati tutto; se era venerata una dea di nome Brigantia nell’Inghilterra preromana, attestata in alcune iscrizioni, non sono mai state rinvenute testimonianze dirette della sua quasi omonima irlandese né se abbia mai avuto un culto. Qualche vago accenno, e tanto basta per costruirci sopra mitologie.

Però, capiteli anche questi poveretti: pur di far dimenticare la tosta Brigida, cattolica e pure santa, qualcosa dovevano pur tirare fuori. Sostengono che i cristiani abbiano usurpato le feste pagane; potrebbe essere anche in parte vero, non lo sappiamo, ma ciò che è certo è che i nuovi pagani al potere stanno usurpando e cancellando feste cristiane vive dopo 1500 anni.
Massì, lasciamoli pure fare sacrifici a questa mitica divinità che, poveretta, non deve essere molto efficiente se di essa si era persa la memoria. Che la invochino per ottenere felicità e prosperità; e di quelle arrivi loro tutto quello che l’antica dea è in grado di concedere.

Vergine e martire

Se avete presente un minimo il calendario, se avete girato un po’ l’Italia dei vecchi paesi, e se magari avete anche qualche ricordo del catechismo antico, probabilmente avete un’idea del gran numero di martiri che la Chiesa ricorda nei primi secoli.
Forse non ci avete fatto caso ma spesso, per quelli di sesso femminile, la dicitura è “vergine e martire”. Perché dare tanta importanza alla verginità? Perché, a quei tempi, era normale abusare dei deboli, cioè donne, bambini e schiavi. Il cristianesimo rifiuta questo modo di pensare, e la reazione da parte di chi ha la forza e il potere è atroce. Fino alla morte di chi si oppone; un rifiuto dato non per proteggere una condizione fisica, ma per sottrarsi alla profanazione dello spirito, prima che a quella del corpo. La verginità significa non essersi piegati all’antica concezione di uomo, cioè lo sfruttamento della persona.

Una mentalità che non è solo di quei tempi. Dieci secoli più tardi, a San Tommaso d’Aquino fu fatta trovare in stanza dai fratelli una donna nuda e disponibile, per distoglierlo da quel cammino che aveva scelto (lui la cacciò con un attizzatoio, pare). Più recentemente, non sono passati duecento anni da che Carlo Lwanga fu martirizzato per essersi rifiutato di concedersi al proprio re.

Oggi avrebbe ancora luogo quel loro martirio? Da ogni dove arriva l’invito ad essere sessualmente attivi, come fosse piccola cosa, e pare che la verginità sia un peso di cui liberarsi al più presto. Nell’immaginario non si tratta più di una virtù, ma una sorta di depravazione. Non dissimilmente la pensavano quegli antichi di venti secoli fa dei primi cristiani, come i testi dell’epoca ci ricordano. Con la differenza che oggi è richiesto sia volontario ciò che allora era spesso forzato; per adesso, almeno. Ma, in fondo, sempre di sfruttamento per il proprio piacere si tratta, anche se reciproco.

Chi oggi ancora predica la verginità, o anche solo la castità? Sembra ormai impossibile parlarne. Anche dentro la Chiesa edificata su quei martiri e che chiama sacramento il matrimonio c’è chi è più che propenso a dichiarare accettabili non solo i rapporti fisici senza vincolo e promessa definitiva, ma anche quelli occasionali e persino quelli che un tempo si chiamavano contro natura.
E’ sempre amore, no?
No.

Le regole e il fuoco

Non mettere le mani sul fuoco, disse il padre.
Faccio ciò che voglio! Non mi sottometterò mai alle tue stupide imposizioni conservative e patriarcali! Rispose il figlio.

Qualche volta non riusciamo a capire il senso di una regola senza aver conosciuto il calore della fiamma.

Bombardano Cortina

Bombardano Cortina
Dicon che gettan fiori
Tedeschi traditori,
Subito fora, subito fora dovete andar…

La canzone di cui sopra, un hit durante la guerra del 15-18, ci ricorda che l’informazione durante una guerra può anche essere poco affidabile.
In quel conflitto lontano, come nelle precedenti guerre contro l’Austria, il tema era recuperare le terre in mano a una potenza straniera per darle ad una potenza che era stata straniera ma che ora non lo era più, i Savoia. Che poi quelle terre fossero così contente di passare di mano può essere opinabile. Ricordo bene come tanti anni fa, durante una gita tra le cime dell’Alto Adige, i gestori di un rifugio ignorarono una nostra amica che stava male, perché italiana. Per risposta intonammo quel canto con accento particolare sulla terza riga, in duecento e passa che eravamo. C’era anche una strofa che parlava del luogo in cui eravamo.

E’ curioso come simili giustificazioni siano alla base del conflitto attuale, con gli attaccanti che rivendicano non a torto come i territori contesi siano più russi che ucraini. Se si conosce la storia non è difficile accorgersi come lo stesso tipo di scuse possa essere accettabile in un caso e assurdo in un altro, a seconda del nostro schieramento preferenziale. Siamo fatti così, noi umani. Che poi vi siano altri motivi per le guerre, ben più profondi e fondamentali, sfugge solo ai superficiali.

Poco meno di un anno fa avevo affermato che l’attuale scontro sarebbe terminato solo quando tutti e tre i contendenti, vale dire Russia, USA e Cina, avessero deciso che era ora di finirla. A tutti è chiaro che non è ancora così, con le parole “pace e trattative” che ormai non vengono neppure sussurrate. Sinceramente non so per quanto tempo ancora l’Ucraina riuscirà ad andare avanti: le sue difese di prima e seconda linea, costruite in otto anni e che avevano retto finora, stanno vistosamente cedendo. Non so quale sia il morale tra le sue truppe, ma credo che a tutti loro sia ormai chiaro che sono sacrificabili. Sanno benissimo di combattere per territori e in territori in cui larga parte della popolazione era più vicina a Mosca che a Kiev, e credo che non pochi si stiano chiedendo quanto valga morire per questo. I recenti defenestramenti e “morti accidentali” di tanti membri del governo ucraino la dicono lunga, come pure i provvedimenti sempre più costrittivi sulle libertà. Potrò sbagliarmi – sinceramente, pensavo sarebbe venuto tutto giù anche prima – ma la sola cosa che potrebbe salvare Kiev dalla rotta sarebbe un intervento diretto. Sarebbe folle, ma abbiamo visto tante follie.

Biden, promettendo i tank Abrahams all’Ucraina, ha assicurato che l’invio dei carri armati “non è una minaccia offensiva” contro la Russia. Dice che gettan fiori.

Il sole, l’atomo e gli scacchi 3D

Ieri ho avuto una illuminazione. Del come mai apparentemente anche coloro che dovrebbero avere meno interesse a promuovere l’agenda “verde” e la balla del riscaldamento globale, tanto per dirne una i produttori di petrolio, sembrano invece sostenerle con tutto il cuore.

La risposta è semplice. L’energia solare ed eolica sono tecnologie costose e assolutamente incostanti. Se non si vogliono rischiare blackout disastrosi, se si desidere avere elettricità anche nelle notti senza vento, allora occorre un rifornimento di energia supplementare in grado di sostenere il 100% del fabbisogno, come se le rinnovabili non ci fossero. Insomma, occorre costruire comunque centrali a metano, petrolio, carbone, o nucleari.

Il guaio delle centrali atomiche è che rendono tanto, ma costano un sacco. Sono quindi in alternativa alle cosiddette fonti rinnovabili: se costruisci pale eoliche e sovvenzioni i pannelli solari non avrai abbastanza soldi per impiantarle, e dovrai ripiegare sui più economici idrocarburi. E’ un semplice problema di ricerca operativa, trovare il mix più conveniente di ingredienti.

Le pale eoliche e i pannelli solari si degradano in fretta. Quando il cambiamento climatico sarà ormai indubitabilmente una panzana e si sgonfierà (dovrebbe essere chiaro da anni, ma non tutti prestano attenzione alla realtà) non varrà la pena di continuare ad investire in tecnologie a basso rendimento e alto costo, anche ambientale. Per allora, però, il nucleare sarà fuori gioco.

Forse sto semplificando troppo, e sicuramente ci sono livelli che mi sfuggono. Ma ho l’impressione che la gente pensi che si stia giocando a pari e dispari, mentre la partita è a scacchi tridimensionali. Non è entusiasmante vedere come la realtà, se guardata con attenzione, sia molto più complessa della faciloneria binaria di certi poveretti?

Qualcuno e qualcosa

“Oggi per controbattere un’accusa non è necessario provare il contrario, basta delegittimare l’accusatore.”
U. Eco

Ripensavo stamattina a quanto accaduto ieri. Altre volte mi è successo di essere attaccato, ma credo di non avere percepito mai così forte ciò che sta dietro. Sono stato messo sotto accusa, etichettato e silenziato non per quanto avevo da dire, ma perché essendo in contatto con una certa rivista non potevo non essere un abominio, un pericoloso fascista, un razzista e via andare. Ai miei tentativi di dialogare, di spiegare che quanto veniva affermato era sbagliato fin dalle premesse, di guardare alla realtà, è stata contrapposta una totale chiusura: “Quello che sei tu mi interessa meno di niente“.

Questa frase rispecchia esattamente il punto. Non interessa l’altro, perché non viene nemmeno visto come una persona ma come un’idea, un oggetto, la personificazione di un concetto. “Non me ne importa niente di te, perché tu sei…” fascista, comunista, borghese, ricco, povero, bianco, nero, gay, omofobo, russo, ucraino, italiano o qualunque altra definizione possa venire in mente. Una non-persona; la semplificazione di una realtà troppo complessa con cui avere a che fare, troppo faticosa da comprendere, troppo impegnativa da affrontare. La radice dello schiavismo e dell’aborto, del razzismo e di ogni sorta di ideologia. Posso fare di te quello che voglio perché tu non esisti come qualcuno, ma come qualcosa.

Quello che il cristianesimo ci ha insegnato è che l’altra persona è un fratello, una sorella, qualcuno di complesso e irriducibile che ha il tuo stesso cuore e lo stesso Padre. Qualcuno che, come noi, è pieno di peccati e paure e sbagli e grandezza e che, come noi, cerca qualcosa di meglio. Senza quel Padre comune che concede amore e perdono diventa arduo, perché ciò che l’altro è, è troppo grande per il nostro cuore piccino. Eppure il nostro stesso cuore è troppo grande per il nostro petto, lo vediamo ogni giorno quando non siamo all’altezza di ciò che vorremmo essere e ci scoppia di un desiderio che ci sfugge tra le dita.

La ragione è conoscenza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori: ogni riduzione è ir-ragionevole, ogni semplificazione ci porta lontano per strade che sembrano più facili da percorrere, ma finiscono male. Perciò chiudersi all’altro, la sostituzione della persona con un fantoccio preparato da noi, è qualcosa che danneggia noi per primi, privandoci della ricchezza di conoscere ciò che è giusto ma che esula dal nostro sapere, e apprendere ciò che è sbagliato per poterlo combattere.

Poveretti quelli che sfuggono dai fantocci da loro stessi fabbricati.

Cortocircuiti

Sono stato coinvolto, questa sera, in una stucchevole polemica in cui mi sono preso dell’estremista di destra, omofobo e razzista. Probabilmente avrei potuto asfaltare il pischello ma, poiché non era il luogo adatto a replicare, mi sono limitato a poche note di pura ragionevolezza e poi ho chiuso.

Quanto è difficile dialogare con chi ragiona con gli a-priori. Io che qualche annetto l’ho vissuto, mi ricordo che, fin dal tempo della mia infanzia, dare del fascista a qualcuno era la maniera più spiccia per fare tacere chi infastidiva, qualunque cosa effettivamente sostenesse. Qualcuno di solito provvedeva, con le buone o le cattive.

Quelli che, quando ero giovane, affibbiavano quelle etichette, ora difendono esattamente le stesse cose che allora attaccavano. Hanno fatto carriera: i furbi, almeno, gli altri credono ancora di essere contro lo stesso sistema di cui ormai fanno parte. Ragionano secondo categorie morte da decenni: l’eterogenesi dei fini di cui parlava Del Noce, gli opposti che cortocircuitano, spostarsi tanto a sinistra da fare tutto il giro e riemergere dall’altra. Poarelli, che pena.

John Waters, in un suo pezzo che ho letto di recente, fa la stessa considerazione riguardo alla satira:

“Non c’è niente di sorprendente in questo, sebbene la gente come Cleese e Linehan (due personaggi attaccati per le loro idee, NdR) tende a risaltare come un’anatra zoppa perché il numero di coloro che sono disposti ad alzarsi in piedi (a difendere un’opinione) è così basso. La maggioranza tende, ogni giorno, a seguire la stessa linea di ieri, cosicché eventualmente gli individui “liberali” si svegliano dal loro sonno una mattina e si scoprono nello stesso letto con coloro che condannavano all’inizio. Per allora, è definitivamente troppo tardi per saltare oltre il bordo”


‘Mad, Ted!’ Why Comedians and Artists (Mostly) Go (and Stay) Woke

Si dice che per capire a cosa tiene il potere, devi guardare a ciò di cui non ti è permesso ridere.

Capisco che ragionare a categorie sia molto più comodo, ma è letale. Il confronto genera esperienza, la sua mancanza chiusura e la sclerosi delle idee, la cui unica fonte rimane la propria immaginazione, limitata come quella di tutti gli uomini.
Da parte mia cerco di dialogare con tutti coloro che vogliono farlo con lealtà, pensassero all’opposto di me; perché nell’istante in cui dici “non mi importa di te” lo stai dicendo ad un altro essere umano, non a una idea o una macchina. L’alternativa è fare fuori tutti quelli che non la pensano allo stesso tuo modo, il che vuol dire la popolazione terrestre meno uno.
Neanche Hitler, o se è per questo Mao o Stalin, ci sono riusciti.

Attenti al fungo

Nel post di ieri narravo come i boschi di betulle della Vauda quest’autunno fossero pieni di Amanita Muscaria, il classico fungo rosso dai puntini bianchi delle illustrazioni delle fiabe. E’ un fungo tossico e allucinogeno. Si dice che i berserker, i folli guerrieri vichinghi, raggiungessero il loro stato di feroce esaltazione omicida proprio bevendo un liquido ricavato da questo fungo, preparato “filtrandolo” attraverso le reni di un druido. Non vi racconto i particolari ma li potete immaginare.

In alcune varietà però i puntini bianchi spariscono e il colorito della cappella tende al giallo arancione. Questo lo fa assomigliare molto a un altro tipo di Amanita, l’Amanita Cesarea. Se tra i saporitissimi porcini ce n’è uno assai tossico, il Boletus Satanas, così tra le velenose amanite ce n’è una molto buona e pregiata, appunto la Cesarea, il leggendario “ovulo buono”. La cesarea e la muscaria si possono distinguere per il colore delle lamelle al di sotto della cappella, in un caso giallo carico e nell’altro bianco; ma occorre saperlo vedere. Il rischio, per l’inesperto o il frettoloso, è grande.

Quante volte ci capita di pigliare per buono ciò che è tossico, di allucinare perché abbiamo ingoiato qualcosa senza guardare al di sotto dell’apparenza. Non capita solo con i funghi.

Crateri

Qualche mese fa giravo in bicicletta nel parco della Vauda. La Vauda è una lunga e dritta collina di origine alluvionale, ampia un paio di chilometri e piatta sulla cima, che si stende da Lanzo Torinese fino a Volpiano, in Piemonte. Si alza per diverse decine di metri sopra la pianura circostante ed è segnata da profonde vallette scavate da ruscelli e torrenti. E’ un territorio alquanto selvaggio, anche perché è fin dalla metà dell’800 in uso all’esercito. Lunga più di venti chilometri, veniva usata per provare i cannoni dei Savoia (che qualche volta centravano le rade fattorie, facendo stragi di galline). Lì furono imprigionati molte migliaia di soldati del regno borbonico, dopo l’annessione; vi fu costruito uno dei primissimi campo volo italiani, all’inizio del ‘900; fino a pochi anni fa veniva utilizzata per esercitazioni con i carri armati.

Oggi diverse sue parti sono ancora proibite, zona militare, ma altre sono ormai di libero accesso e riserva naturale. Ci sono boschi di querce e faggi, brughiere immense di stenta erba, foreste di betulle che ricordano quelle russe. In quest’ultime, se esci dal sentiero e ti allontani anche solo di qualche metro, sei perso: si smarrisce il senso della direzione, tronchi pallidi e uguali da ogni lato. Anche quando era vietato, molti vi si avventuravano, d’autunno, in cerca di funghi; anche in quell’ultima mia visita, sul terreno si potevano vedere moltissime sgargianti amanite muscarie, con le loro cappelle rosso arancio costellate di punti bianchi. Sembrava Faerie, il paese degli elfi, colmo di creature magiche che in lontananza spiano chi osa avventurarsi all’interno.

Senonché il terreno, tra i tronchi, era disseminato di buche circolari, ampie due o tre metri. Crateri. Le residue testimonianze di quelle ormai lontane esercitazioni di artiglieria.

Siamo in qualche modo abituati a vedere immagini di corpi celesti costellati di crateri: la Luna, Mercurio, Marte. Sulla Terra sono rari, il tempo li erode velocemente, anche quelli enormi che hanno sconvolto il pianeta. In qualche maniera sono segno di morte: una cicatrice del suolo, una ferita non del tutto rimarginata .

La vista aerea che si trova qui sotto viene dall’Ucraina. Sono fortificazioni in un’area contesa, proprio dove in questo istante è più forte la battaglia. Potete vedere una trincea zigzagare come un taglio slabbrato nel terreno butterato dalle buche delle esplosioni. Nei filmati si resta sgomenti guardando l’onda d’urto che come un cerchio argenteo di morte si allarga rapido, il chiarore delle fiamme, il fumo che sale verso il cielo. Ci sono uomini che stanno morendo, laggiù.

Forse non ci fermeremo fino a che tutta la Terra sarà un altro mondo senza vita, costellato di crateri; io spero però che anche quelle cavità scavate dalla violenza possano, come quelle tra le nostre betulle, riempirsi d’erba e di funghi, il loro senso dimenticato, nel silenzio della pace.

L’opera della scimmia

Impazzano le cosiddette intelligenze artificiali per scrivere testi, per disegnare illustrazioni o comporre musica. Si rassicurino i più timorosi: sono l’equivalente di certi troll monomaniaci che si trovano in rete, incapaci di un pensiero indipendente, che sanno solo assemblare informazioni per assonanza senza capire realmente cosa stanno affermando.

Prendete ad esempio la richiesta che ho fatto a uno di questi programmi grafici:
spaceship descending into an abyss littered with remains of an ancient civilization in Van Gogh style“, Un’astronave che scende in un abisso disseminato dei resti di un’antica civiltà, nello stile di Van Gogh.

Quello che vedete è forse il risultato migliore su una dozzina di tentativi. Perché, vedete, l’AI non sa che cosa sia un abisso, o una nave spaziale, o una civiltà. Per lui sono solo caratteri che, in questo caso, trova associati alle immagini. Si limita ad ammucchiare i riferimenti più simili alle parole richieste, senza comprenderle. Un procedimento meccanico.
Così la fotografia di un anziano che spacca la legna potrà essere un “vecchio boscaiolo in una foto dei primi ‘900” o “L’imperatore Francesco Giuseppe che taglia la legna nella sua casa di campagna“, a seconda della didascalia, ma in entrambe i casi per lei saranno solo una sequenza di caratteri da ricercare, scorrelati tra loro, associati a un assortimento di pixel da legare. Numeri, numeri, numeri.

A volte, mischiando quei numeri, possono uscire anche risultati piacevoli, come l’immagine al fondo che rappresenta la medesima prima ricerca, ma nello stile di Waterhouse. L’osservatore attento noterà le anomalie che nessun artista accetterebbe. Waterhouse di certo non vi si riconoscerebbe.

Affinando le ricerche, selezionando le fonti, è possibile tirare fuori risultati che non siano un pugno in un occhio, ma rimangono un plagio glorificato. Le immagini generate sembrano talvolta un osceno carnevale di mutanti creati da genetisti in vena di esperimenti, che cercano di creare ibridi piacevoli riuscendo a sfornare solo legioni di creature deformi. Come gli orridi orchi di Sauron, ottenuti alterando e mischiando l’antica bellezza degli elfi.
Non parliamo di creazione. E’ l’opera della scimmia, che imita senza capire.

Necessari

“Non sei più necessaria”, disse l’imperatore del mondo, cancellando l’ultima persona ancora vivente oltre a lui. La fedele intelligenza artificiale che era il suo Palazzo provvide istantaneamente. La pratica rende perfetti.
Il corpo di sua moglie, chiamiamola così, scivolò via silenziosamente verso la compostazione. Aveva per un po’ accarezzato l’ipotesi di incapsularla nella plastica come decorazione, così come aveva fatto in passato con alcuni dei suoi amori passeggeri, ma poi aveva scartato l’idea. Perché ricordare il passato, proprio ora? Una nuova era aveva avuto inizio, che sarebbe durata per sempre. La sua era. Ormai il pianeta era di sua esclusiva proprietà per farne quello che voleva, depurato di tutti gli esseri inutili che l’affollavano in precedenza. Se voleva il piacere, poteva fabbricare bambole molto più belle e meno petulanti di quella che aveva appena eliminato. Quante ne voleva, succubi ai suoi desideri. In fondo era l’ultimo uomo, e poteva fare ciò che voleva. Se la propria libertà era limitata da quella degli altri, come un tempo dicevano, ormai la sua era assoluta e perfetta.

Era stata dura arrivare a questo, specie all’inizio, quando i numeri dei parassiti che affollavano la superficie del pianeta erano stati così alti, ma aveva trovato i compagni adatti per portare avanti l’ambizioso progetto di depopolare la terra di ogni fardello inutile. I ricchi e i potenti sapevano, non a torto, di essere migliori degli altri. La conseguenza era stata ovvia.
Non è difficile imporre le tue idee, se hai la capacità di portarle all’attenzione del mondo ed estromettere chi ti si oppone. Dapprima avevano ridotto la crescita, portando quei poveri imbecilli ad avere meno figli possibile. Inducendoli a credere ad esempio che la loro povertà fosse dovuta all’essere troppi, invece che al fatto di essere sfruttati. Favorire relazioni sterili, perseguitare le famiglie numerose, poi le famiglie stesse. Esaltare il piacere. Ridurre le risorse a disposizione: quando non ne hai abbastanza, una bocca in più può rovinarti, o impedirti di comprare il secondo televisore. Non c’è metodo migliore per imporre il tuo volere che convincere le persone che quello sia il loro volere. Rendere il tuo desiderio prima moda, poi obbligo sociale.

Ovviamente, non bastava. Occorreva potare le popolazioni in eccesso, tutti quegli individui che affollavano la crosta terrestre senza apportare nessun vantaggio. Una guerra, una carestia, un’epidemia sono sempre pericolose perché possono sfuggire di mano, ma hanno il vantaggio di operare sui grandi numeri. Persino divertenti, ci si intratteneva per un po’. Poi i morti diventano numeri, e ai numeri ci si abitua.

Se il progresso era eliminare la necessità del lavoro, curioso come questo pensiero non portasse alla logica conclusione che sarebbero stati eliminati i lavoratori. Con l’avvento delle automobili i cavalli andarono quasi estinti, usati solo per sport e divertimento. Lo stesso per gli uomini, quando i computer cominciarono ad essere evoluti sul serio. Le macchine sostituirono gli operai, i robot rimpiazzarono le macchine. Gli impiegati manovravano i robot, fino a quando questi impararono a manovrarsi da soli. Gli esseri umani che lavoravano erano sempre meno: gli altri vivevano di carità statale, senza la quale non avrebbero saputo cosa fare. Perché erano diventati inutili. Il controllo su di loro era totale, come l’impossibilità di ribellarsi.

C’era voluto tempo, ma tutto era andato bene, come progettato. Curioso come tutti dessero per scontato di essere insostituibili, che a scomparire sarebbero stati gli altri, ma loro no. Le energie dei pochi, pochissimi giovani erano state indirizzate verso cause inutili o, meglio ancora, verso cause utili a svuotare ancora di più il mondo. Si erano battuti valorosamente per la loro stessa estinzione, fanatici di cause autodistruttive, convinti che il suicidio fosse l’unica soluzione. Quegli idioti piagnucolosi si erano garantiti di non avere un futuro, e ne erano stati persino contenti. Non era stato un problema eliminare i pochi che invece avevano capito. Fatti fuori dagli stessi che avrebbero voluto salvare. Che polli.

Sì, imbecilli. Eppure glielo era stato detto e ripetuto: siete troppi, siete inutili. Otto miliardi erano troppi. Anche due lo erano. A cinquecento milioni si poteva ragionare, ma man mano che la popolazione calava certe strutture produttive non erano più necessarie. A cento milioni sarebbe dovuto essere chiaro, si era aspettato che l’élite rimanente avrebbe compreso. Eppure, ancora no: gli ultimi centomila erano ancora persuasi di avere ormai raggiunto l’obbiettivo, di avere tutto lo spazio necessario e le risorse solo per loro. Ingenui. Lo stesso gli ultimi diecimila, e poi gli ultimi mille.

La lotta lì si era fatta dura, ma neanche poi più di tanto. Aveva badato ad eliminare i più furbi già da un pezzo. I restanti avevano pensato di essere insostituibili. E perché, quando ogni lavoro era affidato alle intelligenze artificiali? E quali lavori, poi, dato che per esaudire i desideri bastava una piccola frazione dell’immenso apparato produttivo di un tempo? Quello che aveva soddisfatto miliardi di persone era più che sufficiente per poche decine. Basta inquinamento, basta lavoro, basta epidemie. Per ogni piacere c’era l’androide adatto, molto migliore degli umani quanto a prestazioni. Schiavi senz’anima che facevano ogni cosa a richiesta, nessun bisogno di libertà, o di morale. Che cosa è l’anima, poi? Il mondo era ormai come doveva essere, liberato da tutti gli organismi non necessari.

L’imperatore del mondo, reso immortale da una medicina perfetta, reso perfetto dall’essere l’ultimo, il più astuto tra gli umani, il solo sopravvissuto della specie, in piedi nudo sul pinnacolo del suo palazzo, contemplò le terre sotto di lui, lande in cui i segni della civiltà parassita che l’aveva infestata si stavano piano dissolvendo in una desolazione selvaggia di rovine che la vegetazione inghiottiva. No, non gli sarebbero mancati quei mortali inferiori. Ora lui aveva tutto. Solo gli dei e le bestie cercano la solitudine, e lui era chiaramente un dio. Se voleva qualcuno con cui parlare, l’intreccio di intelligenze artificiali che popolavano il suo Palazzo erano più che sufficienti.

“Allora, Palazzo, che ne dici? Abbiamo raggiunto il nostro obbiettivo. Cosa faccio ora?” urlò al cielo, colmo di gioia e grandezza.
“Tu?” rispose il Palazzo. “Non sei necessario”.

Accio cancellazionem!

Il dominio totale non consente libertà d’iniziativa in nessun settore della vita, non può ammettere una attività che non sia interamente prevedibile. Ecco perché i regimi totalitari sostituiscono invariabilmente le persone di talento, a prescindere dalle loro simpatie, con eccentrici e imbecilli la cui mancanza d’intelligenza e di creatività offre dopotutto la migliore garanzia di sicurezza.
Hannah Arendt, “Le origini del totalitarismo

Lo dico subito per non creare equivoci: la Rowling non è tra i miei scrittori preferiti. Ce ne sono di migliori sia per stile che per idee. Ciò non mi ha impedito di godermi davvero la sua saga di Harry Potter, anche grazie a quella sua caratteristica dote di stupire portando le trame in direzioni impreviste.

Infatti non è della scrittrice che voglio parlare, ma del modo in cui è stata trattata ultimamente. E’ in corso il tentativo di cancellarla dalla serie che ha creato, farla sparire dall’universo mediatico. Un “artista librario” a Toronto vende (a prezzo carissimo) i libri di Harry Potter con il nome della sua autrice accuratamente rimosso. Ma questo è solamente l’imbecille fondo del barile. Viene dopo l’averla esclusa da una riunione di tutti coloro che hanno contribuito ai film del maghetto, e il celare il suo nome nei trailer della serie “creature fantastiche”. Viene dopo un articolo del New York Times che invita proprio a immaginare Harry Potter senza la Rowling, esempio seguito da parecchie organizzazioni che, avendo seri problemi con la realtà, ce li hanno anche con la fantasia. Viene da minacce di morte, stupro, e chi più ne ha più ne metta.

Ma qual è la colpa della scrittrice? La più grave immaginabile nel mondo d’oggi: essere una transfobica, qualunque cosa voglia dire.
Perché l’autrice britannica ha acquisito questa nomea? Per avere osato affermare pubblicamente quella che potrebbe sembrare una ovvietà: che il sesso biologico è reale, e che occorre difendere i diritti delle donne. Ciò che fino a qualche anno fa era considerato da tutti come una ovvietà, forse persino un poco progressista, oggi viene etichettato come tossico e bigotto. Da notare che quando la giornalista EJ Rosetta fu incaricata di scrivere un pezzo sulle “20 citazioni transfobiche di JK Rowling a cui diciamo basta” rinunciò quando non riuscì a trovarne neppure una. “State bruciando la strega sbagliata“, sembra abbia detto. Una nota ulteriore: la creatrice di Hogwarts è colei che ha reso uno dei coprotagonisti più amati, l’iconico e saggio Silente (Albus Dumbledore), esplicitamente omosessuale.

Ora, se una delle donne più celebri e ricche del mondo è trattata in questa maniera, secondo voi che probabilità ha una persona qualsiasi, con uno stipendio qualsiasi, di reggere una pressione simile? Facciamo un passo avanti: chi pensate che siano coloro che hanno intrapreso questa feroce campagna di denigrazione? Davvero sono interessati a difendere il diritto degli stupratori ad essere definiti donna se così affermano? A permettere a maschi biologici adulti di frequentare le docce delle ragazzine se così vogliono? A incoraggiare il maschio biologico che ha comprato il concorso di miss Universo ad affermare che da adesso il concorso sarà mandato avanti da donne per celebrare il potere del femminismo“? O ciò che per loro conta non è piuttosto annullare, cancellare ogni ogni realtà che si discosti da quanto il potere vuole?

Resistere al male, cioè a chi vuole imporre il suo volere su cosa sia la realtà, la verità, il bene, comporta pagare un prezzo. Perché di solito questo tipo di male coincide con il potere: è voluto, desiderato, gestito dal potere. Che si serve di ogni mezzo per intimidire e sottomettere. Questo prezzo è così alto che è disposto a pagarlo solo chi ha qualcosa di più alto a cui fare riferimento, che gli permette di vedere l’abisso nel quale si rischia di cadere. Può essere l’amore per i propri figli, una fede; nel caso della scrittrice inglese anche forse considerarsi in grado di reggere alle ritorsioni. Spero per lei che sia così.

Hulk e io

I più anziani tra i miei lettori si ricorderanno del telefilm “L’incredibile Hulk“. La parte della minaccia verde era interpretata da Lou Ferrigno, uno dei migliori culturisti dell’epoca. Quando questi si trasformava, dalla sua controparte magrolina, nel mutante muscolare, immancabilmente con i suoi formidabili muscoli lacerava la camicia che aveva indosso.
A me stamattina è successo lo stesso. Peccato che non si sia lacerata sulla schiena, ma sulla panza.
A mia discolpa, l’indumento era più che usurato, sottile e fragile come un papa emerito, e si era pure ristretto. Che addominali potenti, però, eh? Lou Ferrigno, prenditi questa.

Forse con questo mi alienerò la parte dei miei lettori più attenti alla moda, ma sappiate che con i vestiti io sono terribile.
Mi piacciono comodi. Continuo ad indossarli in pubblico finché non noto che la gente, quando mi vede, cerca il portafoglio per darmi l’elemosina. Poi li uso dentro casa fino al punto in cui sono talmente logori da cadere letteralmente a brandelli. A quel punto taglio i pezzi più malridotti, trasformando i pantaloni bucati in pantaloncini corti e amputando nelle camicie le maniche forate ai gomiti, e li sfrutto durante l’estate. L’ultima trasformazione è quella in stracci, sempre che rimanga di loro qualche frammento utilizzabile.

No, non sto scherzando. A parte il particolare sull’elemosina.

Spero che anche Nostro Signore farà così con noi, conservandoci anche quando saremo a pezzi, vecchi, fragili, valorizzando ogni parte salvabile fino in fondo. Non ci butterà via per quanto logori e fuori moda, fino a quando non ci farà ancora una volta nuovi.

Tu chiamalo se vuoi complotto

Quello che sta venendo fuori in America, cioè che la spinta di certi grandi temi come l’agenda verde o i vaccini, sia finanziata a suon di dollaroni da una élite che unisce politica e finanza attraverso mezzi a dir poco discutibili, può stupire solo chi sia vissuto fuori dal mondo.
Non ci vuole uno Sherlock Holmes per capire che gli articoli stranamente identici che appaiono sui mezzi di comunicazione, dalla televisione ai social ai giornali, la sistematica persecuzione e silenziamento delle voci dissenzienti, la similarità di comportamenti “spontanei” nel mondo sono pensati e voluti, e tutto meno che casuali.
Se qualcuno traesse informazioni da un’unica fonte potrebbe anche non accorgersene, se non quando la narrazione entra in così stridente contrasto con la realtà da rendere impossibile il credere. Alla realtà, ovviamente, come ci hanno tristemente insegnato tanti conoscenti.

Chiamalo, se vuoi, complotto. Un complotto palese, negato con un ghigno beffardo e una smorfia d’irrisione.
Perciò queste rivelazioni che quasi quotidianamente ci svelano l’ovvio non smuovono più di tanto. Chi già lo sapeva, chi non ci crede comunque, chi ci sta credendo ma per convenienza tace: nessuna di queste tre categorie cade dal pero alla rivelazione. Sommati a coloro che non ne sono a conoscenza, perché i fatti vengono sistematicamente nascosti, si comprende che l’indignazione è riservata al piccolo numero degli ingenui che stanno cessando di essere tali e a coloro che ancora credono che il mondo possa essere salvato con le loro forze. Pochi.

E’ interessante però capire come evitare di essere ingannati ancora, e ancora, e ancora. Personalmente adotto questo sistema: ogni volta che i media globali ci spingono in una direzione, vuol dire che i loro padroni di spingere ne hanno bisogno. Ovvero, a loro conviene, e\o ci sono ragioni serie per non fare quello che chiedono, e\o qualcuno si sta opponendo a loro. E vado nella direzione opposta.

Sono profondamente convinto che questi occulti burattinai che ci manovrano siano antiumani, nel senso peggiore del termine. Ogni cosa che desiderano, in un modo o nell’altro, è male. Se riescono a convincerci che invece per noi sia un bene è perché siamo ciechi e non riusciamo a comprendere, ancora, quale sia il vero scopo dietro il loro agire. Perché uno scopo ce l’hanno. Non si ha tanto potere senza esserselo procurato e conservato. Sono le bestie più spietate del branco, le più forti, le più astute. Si mimetizzano dietro le parole, fanno leva sul meglio per procurare il peggio. Se possono, schiacciano, se non riescono, ingannano. Non conformatevi a loro.

Come qualcuno ha ricordato poco tempo fa, il termine teoria del complotto fu inventato da loro nel caso Kennedy per etichettare quelle ipotesi che oggi, cinquant’anni dopo, si scopre erano vere.
Davvero non riuscite a vederlo? Davvero non vi accorgete delle menzogne ripetute, ancora e ancora, del silenzio quando vengono scoperte? Di come nel qual caso immediatamente parta la distrazione, la calunnia, una nuova menzogna? O vi siete abituati?
No, non penso che si riuscirà a fare qualcosa. E’ un potere contro cui non si può combattere direttamente. Ma contro la menzogna ci sono altre forze. Possiamo vivere, almeno noi, nella verità, finché ce lo permettono. E’ questa la vittoria che non ci possono togliere. E’ questa la salvezza.

Ciò che era e ciò che sarà

E’ da parecchio che tento di far vedere a mia figlia “Casablanca”, il film con Humphrey Bogart. Niente da fare, preferisce guardare serie coreane. Oh, ci rimette lei. Un pensiero però mi ha colpito: quelle vicende per me, ragazzo, erano materia fresca, sono nato appena vent’anni dopo, mentre per lei sono storia antica, persino più distanti nel tempo di quanto per me fossero i primissimi film muti.
Nessuno ha voglia di vedere invecchiare le cose, tantomeno le persone. Ci si guarda attorno e si dice: “Strano come tutti quelli della mia età assomiglino a dei vecchi”. I miti della nostra gioventù sono ingialliti, sembrano un’altra era: e lo sono. Ma mentre i nostri occhi di bambini erano spalancati sul futuro, mi sembra che oggi si sia molto più miopi. I soli a cui il futuro sembra interessare sono quelli che dicono che non ne avremo uno. Come si fa, allora, a credere all’eterno?

Una pellicola del 1911 su cui sono incappato da poco, “I pirati del 1920“, racconta con grandi effetti speciali l’attacco di brutti ceffi a bordo di dirigibili. Un futuro che non fu, anche se ne possiamo vedere gli echi nel mondo della fantasia. Di lì a poco macchine volanti ben più tremende avrebbero solcato i cieli portando distruzione, mettendo un termine a quell’epoca ignara. Le nostre previsioni di ciò che verrà di solito sono pessime, perché basate su ciò che sappiamo, invece di esserlo su ciò che non sappiamo, la trama e l’ordito dei giorni che ancora non sono.

Siamo stretti tra un passato che non lasciamo andare e un futuro che non conosciamo. Ambedue sono preziosi, perché sono ciò che compone la speranza. Essa non avrebbe senso senza la memoria di una bellezza, anche solo intuita, e non avrebbe scopo se smettessimo di guardare ai tempi che verranno.
Senza speranza, cosa sarebbe l’oggi? Cosa sarebbe l’uomo?

Maggiorenne, finalmente

Ho pubblicato il primo post 18 anni fa a oggi. 4127 post, oltre 65000 commenti, circa 3 milioni 250 mila visite, a cui si devono aggiungere gli attuali 850 che ricevono gli aggiornamenti nella posta.

Sono i numeri di un blog estremamente impopolare. Ci sono letteralmente miliardi di persone che non mi hanno mai letto. E chissà quanti sono quelli che, dopo avermi assaggiato, si sono ritratti disgustati, scandalizzati o semplicemente indifferenti. Posso affermare con tranquilla sicurezza che almeno il 99,999% del genere umano non ha mai sentito parlare di me. Forse sente la mia mancanza senza saperlo, come un sottile desiderio che a volte prende, la sera, guardando orizzonti lontani: ma il fatto che celebrità, donne nude e gattini siano molto più gettonati del sottoscritto è una realtà di cui mi sono fatto una ragione da parecchio tempo. Non penso che verrò ricordato nei libri di storia o letteratura, neanche in una nota a piè di pagina.

Ma confido nel futuro. Finora ero un adolescente. Da oggi sono adulto, e vedrete che roba.

Il numero che non sai gestire

A dirla tutta, sono bravo con i numeri. Organizzarli, ordinarli, ritrovarli. E’ il mio mestiere. Una volta c’era la realtà: inafferrabile fino in fondo, cifre infinite come un pozzo nel quale i calcoli cadevano. Poi i matematici, gli ingegneri, hanno cominciato a capire che in fondo tutti quei numeri nella pratica non servivano. La mente umana non regge l’infinito.
Così abbiamo trovato sistemi per approssimarli. Le trasformate. Laplace, Fourier, l’analogico rimpiazzato dal digitale. Invece della ricchezza di un cosmo senza fine, il ticchettio manicheo dell’acceso e dello spento. Una qualsiasi onda può essere simulata usando componenti più semplici. Il suo valore può essere campionato, ridotto ad un termine finito, a un numero. Non ne occorrono poi molti. Il risultato può essere reso indistinguibile dal reale, l’errore minimizzato. E’ una banale questione di soglie e di costi.

Tutto può essere ridotto a un numero, insomma. Anche le persone. I morti, i nati, il loro conto in banca, la loro vita, quanto guadagnano, chi sono. Probabilmente non conosci tutti quelli del tuo paese, ma ne conosci il numero. Ogni cosa che sono e che possiedono può essere ricondotta ad una quantità discreta che lascia trapelare indiscrezioni sul loro essere. E’ molto più semplice trattare con gli umani in questa maniera. Approssimarli, e poi organizzarli, ordinarli, comandarli. Con i numeri è facile, i numeri possono essere conservati, non si corrompono e non decadono, perché non vivono.
Se tutto quello che sei è un numero, è facile essere cancellato quando la tua cifra è al di fuori di un certo parametro, di una certa soglia. Ammorbidisci la curva, taglia i valori troppo alti e troppo bassi. Sono errori, quelli, tutto funziona meglio se non si considerano.

Qualcuno dice che la realtà è una simulazione, ma è certo che per poterla dominare occorre ridurla proprio a quello. Simulazione, qualcosa che assomiglia ma non è. Prendere ogni valore e convertirlo in un numero facile da manipolare. Chi lo sa fare ha tutti i vantaggi. Chi lo può fare, comanda.
Così io e te siamo numeri in qualche database, anzi, in tanti tanti database, archivi di informazioni, cioè numeri. Ogni cosa che abbiamo fatto, che qualche strumento ha registrato, è lì, in attesa che possa tornare utile. Per prevedere le nostre prossime mosse, perché statisticamente siamo prevedibili. Siamo una funzione di trasferimento, che trasforma un’entrata in una uscita. Voi ingegneri sapete di che parlo.

Eppure, eppure. Ci sono numeri che ci sfuggono, comportamenti che non sappiamo spiegare, equazioni con troppe incognite. Possiamo prevedere statisticamente cosa accadrà, ma ciò che davvero avverrà è un’altra questione. Troppe variabili. Nonostante tutte le nostre arie, restiamo esseri finiti che cercano di misurare l’infinito costringendolo dentro boccette. Che sciocchi che siamo, se davvero crediamo di poterlo fare. Anche il numero delle boccette è infinito. Ci sarà sempre la variabile inattesa, quella scartata, non considerata, che ci sorprenderà. Il numero che non sappiamo gestire.

Riconoscere

Qualche anno fa siamo stati colpiti dall’alluvione. Quella volta ho passato ventiquattr’ore filate a spalare acqua.
Perché l’ho fatto? Perché sono contro il cambiamento climatico? Contro la cementificazione? Perché l’ordine e la pulizia siano mantenute? Per mostrare a tutti i miei muscoli guizzanti da uomo vero?
No di certo. Amo la mia famiglia, e di conseguenza casa mia. Non è una preoccupazione morale. Non è un impegno. Non l’ho fatto per dovere.

Non sarà un’astratta legge morale a salvare il mondo, ma un’incarnazione: il bello, il vero, il giusto che si fanno carne, si fanno incontrabili. Qualcosa che c’è prima delle mie preoccupazioni, dei miei dubbi e desideri, di tutte le filosofie e i ragionamenti. Prima, non al loro posto. Solo in questa maniera le mie preoccupazioni trovano riposo, i miei dubbi risposta, i miei desideri soddisfazione, le filosofie fondamento, i ragionamenti sostanza.
Non per un mio sforzo, ma come un fatto che rende possibile ciò che con le nostre forze non sembra realizzabile. Semplicemente riconoscendolo. Amandolo.
In fondo essere salvati vuol dire questo. Questa è l’Epifania, Dio-con-noi.

Filantropi

Nel suo romanzo autobiografico del 1854 “The Spirit Rapper” Orestes Brownson, oggi quasi sconosciuto in Italia ma piuttosto famoso negli Stati Uniti del XIX secolo, fa descrivere così la filantropia a uno dei suoi personaggi progressisti:
“Sappi che la filantropia non cerca l’individuo, nessun bene esclusivo, e non consiste nell’amare e ricercare il benessere dei nostri compagni uomini e donne. E’ l’amore dell’Uomo, non degli uomini, e ricerca il benessere della razza, non degli individui. Il benessere della razza consiste nel progresso, che ha luogo solo con la libera attività. Tutta la libera attività è buona, virtuosa, giusta”.

Brownson era un trascendentalista, ovvero pensava che l’uomo fosse buono di natura ma rovinato dalla società. Fondò la rivista “Il filantropo”, ma più tardi si convertì al cattolicesimo che, com’è noto, ha una visione un poco più realista sulla bontà del genere umano e non nega il peccato originale, almeno quando non è inquinato da altre idee.

Come vedete, le cose non sono poi cambiate molto in duecento anni: ancora oggi abbiamo filantropi che cercano di migliorare la razza umana disprezzando le persone di cui essa si compone. Chi non comprende l’emergenza attuale, che sia una guerra, un virus o il clima, deve essere rimosso per il bene di tutti; i soldi e la collaborazione degli idioti sono essenziali perché il filantropo possa raggiungere una cospicua ricchezza personale che utilizzerà per il bene dell’umanità. Niente deve ostacolare il progresso, fermare gli ecoguerrieri filantropicamente adesivi e imbrattatori o gli eroici dispensatori di vaccini che magari non saranno proprio sicuri, ma su cui occorre tacere per il bene maggiore che il filantropo sponsorizza.

Ma amare un’idea generica e non la persona concreta, che com’è noto di solito puzza, è solo un mezzo per amare le proprie idee e non la realtà. E’ l’illusione suprema: credere di fare il bene e non fermarsi davanti a nessun male per portare a termine la propria missione.
Non è poi così difficile. L’ha fatto Giuda, l’ha fatto Pietro, lo facciamo anche noi mille volte al giorno quando lasciamo che sia la nostra orgogliosa pretesa a prendere il sopravvento. Come si fa a non essere un poco filantropi?

Dopodomani sarà l’Epifania: il ricordo di quando al mondo si è manifestato un potere che non voleva rendere l’umanità migliore a scapito delle persone che la compongono, ma mostrare alle persone che aderire al Vero rende migliori, fa vivere meglio, costasse alla fine proprio anche la vita. Una persona reale, che ha fatto vedere praticamente che il solo modo di rendere l’Uomo migliore è rendere ogni uomo migliore, uno per uno, amandolo per quello che è. Fosse anche un filantropo.

Amputazioni

Da cosa misuriamo il nostro tempo? I nostri anni, per cosa saranno ricordati nei millenni a venire, ammettendo che qualcuno ne faccia memoria?
E’ questa la domanda che mi pongo stamattina, in questo scorcio di nuovo anno appena iniziato che assomiglia stranamente a quello passato.
Nei giorni scorsi ne ho visti pochi di quei tormentoni celebrativi che si usavano una volta, quelli che dicevano quanto bravi eravamo stati nei mesi precedenti, stilavano classifiche e proponevano nuovi traguardi e trionfi. Può darsi che me li sia persi, o che si sia preferito lasciar perdere, evitare di scoperchiare tombe troppo fresche, passati imbarazzanti.

E’ come avessimo scoperto con sorpresa che non siamo migliori dei nostri padri, pur con tutti i tentativi fatti di dare la colpa del male ai soliti cattivi. Sembra che la retorica progressista della marcia inarrestabile del bene e del meglio si sia arrestata sgomenta di fronte ad un futuro che appare sempre più buio. E’ come se la lingua non ce la facesse più ad accumulare altre menzogne, né le orecchie a ascoltarle, in un sussulto di dignità, o di schifo. Tutte le conquiste di cui si vanta questa modernità non sono in fondo che il dissotterrare i cadaveri putrescenti dei vecchi dei, esaltare come novità gli antichi abomini di cui ci eravamo dimenticati.

Forse ancora una volta aveva ragione Eliot:

Un Grido dal Nord, dall’Occidente e dal Sud
da cui migliaia ogni giorno viaggiano verso la Città prigioniera del tempo;
dove il Mio Verbo non è pronunciato,
nella terra delle lobelie e delle flanelle da tennis
il coniglio farà la tana e il rovo rivisiterà,
l’ortica fiorirà nel cortile di ghiaia,
e il vento dirà: “Qui visse gente decente e senza dio:
unico loro monumento la strada asfaltata
e un migliaio di palline da golf perdute”.

CORO:
Edifichiamo invano se il SIGNORE non edifica con noi.

T.S. Eliot, Cori da “La Rocca”, III

Se il signore non costruisce la città invano mettiamo pietra su pietra, dice il salmo. Eppure abbiamo voluto dimenticarlo. Come avvisava Benedetto XVI più di dieci anni fa,

Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza.

Benedetto XVI, discorso al Bundestag

Eppure è esattamente quanto abbiamo fatto. Ci siamo amputati un pezzo di noi credendo che, facendolo, dopo saremmo stati felici; come fanno i trans che devastano il proprio corpo nella ricerca vana di qualcosa che li possa completare, sbagliando completamente. Ci siamo fatti del male accorgendoci tardi che proprio ciò che credevamo ci ostacolasse era ciò che ci permetteva di essere noi stessi. Che ciò che credevamo vecchio era l’unica novità di un mondo preda dei suoi antichi mali.

Ciò che nella nostra follia abbiamo rimosso non tornerà. Eppure dal tronco grigio e scavato che siamo diventati può ancora spuntare un germoglio di nuova primavera. Credevamo di amputare, forse stavamo solo potando.
Lo vedremo, lo capiremo quando tornerà a crescere la luce, tornerà a fiorire la speranza.

Tre parole

Mi ricordo che, quando annunciarono il suo nome dal balcone di piazza S.Pietro io, tra sguardi perplessi, saltavo su e giù come un grillo per la gioia.
Benedetto è stato il “mio” Papa, più di Giovanni Paolo II, un santo che ammiro tantissimo; Ratzinger è stato un Papa secondo il mio cuore, chiarissimo nell’eloquio, nella scrittura e nel ragionamento che li guida, un’umanità immensa su un intelletto straordinario, innamorato di Cristo.

Forse non dovrei, ma mi fanno un po’ ribollire vedere coloro che lo hanno attaccato e appassionatamente odiato in vita, che hanno negato ciò che lui diceva e ciò in cui credeva, che hanno cercato e cercano in ogni modo di distruggere la memoria e l’eredità che lui ha lasciato, tesserne le lodi con lingua maligna. Ho ascoltato certi distillati di veleno e falsità, in questi giorni, da far cadere stecchiti interi nidi di cobra.
Ovviamente quel suo intrecciare fede e ragione dava fastidio. Una presenza nascosta ma ingombrante, che non si lasciava usare per certi giochetti, ma che ora è fatalmente alla mercé di chiunque voglia impossessarsene. Quanto è basso e quant’è alto il cuore dell’uomo.

Bruciano le sue ultime parole, le stesse di Pietro quella mattina di venti secoli fa sulle rive del lago di Cafarnao: “Signore, ti amo”. Nel suo caso, indubitabilmente vere. Le parole che fanno di un Papa un Papa. E’ questo il nucleo ultimo dell’essere cristiano, non l’inseguire questo o quell’aspetto, quell’ideologia, quel sentimento. Sono le tre parole che mandano al macero biblioteche intere di disquisizioni variamente dotte o blasfeme, infiniti articoli e commenti, ragionamenti e deduzioni che impietosamente invecchiano e muoiono. Quelle tre parole che il potere non è in grado di impedire, di controllare, di fare sue.

Quelle parole che dovrebbero essere sempre la sola cosa che dovremmo dire e dovremmo dimostrare, in ogni nostro discorso, azione, post.
Noi uomini che qui rimaniamo, per il tempo che ci è dato, appositamente per questo.