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Il dissidente

Libertà di parola vuol praticamente dire nella nostra civiltà moderna che dobbiamo parlare solo di cose non importanti
G.K.Chesterton

In questo nostro mondo dove sembra che la realtà non conti più nulla, ma si debba aderire per forza alle opinioni demenziali di alcuni, diventa interessante capire bene chi siamo noi.
Coloro che si sono trovati in conflitto con la più diffusa ideologia del secolo scorso, il comunismo, sono stati spesso chiamati con il titolo “dissidenti”. La parola deriva dal latino discindĕre, ‘fendere, squarciare’, per sovrapposizione di dissidēre ‘essere discorde’. Il dissidente è colui che si separa pubblicamente da ciò con cui non è d’accordo.

Non basta quindi pensare che una certa cosa non sia giusta e starsene in silenzio, per timore o conformismo; bisogna rifiutarla, prendere posizione. Il dissidente è colui che entra in conflitto con il mondo e con il potere.

C’è però una tentazione, un modo di pensare, che può avvelenare anche i migliori. Un errore in cui è facile cadere, oggi, perché decenni di martellamento ci hanno portato a fare la cosa giusta per la ragione sbagliata. Senza neanche rendersene conto.

Leggete questa citazione da un articolo di Maier. Si sta parlando di Bolt, autore di “Un uomo per tutte le stagioni” sul martirio di Thomas More.

(…) come Bolt stesso ha detto, ha scritto la sua opera non come un argomento per la verità, ma in difesa della coscienza personale, qualunque siano le convinzioni di una persona.

Il vero Thomas More avrebbe trovato incomprensibile il ragionamento di Bolt. More credeva nell’esistenza della verità – non solo la “mia” verità o la “tua” verità, ma la verità, la verità universale e duratura di Dio – indipendentemente dalle nostre opinioni personali.

L’errore che coltiviamo è che ci si debba opporre alla falsità per la libertà. Non è così: ci si deve opporre per la verità. Senza verità la libertà non esiste, è una finzione che presto si spegne, mentre la verità rende liberi. Protestare perché abbiamo un’opinione diversa è esaltare noi stessi. Essere servi del vero vuol dire negare se stessi, umilmente farsi carico di qualcosa ben più grande di noi.

La verità è qualcosa di ben diverso da un’opinione. E’ intimamente connessa con la realtà, che è qualcosa di non cancellabile. E’ conosciuta dalla ragione, dopo che essa ha vagliato tutti i fattori della realtà. E’ un giudizio che viene dall’essenza stesse delle cose, dal nostro cuore più profondo.

Essere dissidenti è una gran fatica. E’ andare controcorrente, ma come nota ancora Chesterton, solo le cose vive lo fanno. Che almeno sia per la ragione giusta.

Memorie contraffatte

Le nostre memorie sono innanzi tutto visive. Immagini. Scene del nostro passato.
Da che uomo è uomo, abbiamo sempre tentato di riprodurre quanto vedevamo, i nostri ricordi. Per fissarli, per dare loro vita al di fuori della nostra testa.
Su pareti  in fondo alle grotte, sui muri di un tempio; sul legno, sulla tela. Poi sulla carta, poi su qualcosa di ancora più inconsistente, punti invisibili, onde, schermi.
Ogni volta si aggiunge qualcosa; ci si avvicina sempre più a quella che è la realtà; una realtà che diventa virtuale, che non permette più di distinguere il vero dal falso.
Se Zeusi riusciva ad ingannare gli uccelli e Parraso stupiva Zeusi, oggi l’informatica consente un grado di realismo delle immagini così elevato da renderle praticamente indistinguibili dalla realtà. Al punto da farci dubitare di ciò che vediamo. Sono passati i tempi in cui una prova video era inconfutabile.
Le memorie di un tempo sono prelevate e rinnovate. Si possono animare antiche foto, persino i quadri; fino a pochi anni fa pareva impossibile, oggi basta un clic.
Potremo presto giocare con la nostalgia, riesumare ciò che non c’è più in modo che ci accompagni nella vita di ogni giorno. Potremo rifugiarci, se vorremo, in un passato perfetto, per eludere un presente deludente e negarci un possibile futuro; come i vecchi, vivere in un tempo che non è più, in luoghi che hanno cessato di esistere, se mai sono esistiti. Una demenza desiderata e ricercata.

Il nostro essere, chi siamo, è fatto di memorie. Avremo ancora memoria di noi stessi?

Le sporche strade del Paradiso

Ho appena finito di leggere “The Dirty Streets of Heaven” (“Le sporche strade del Paradiso”), di Tad Williams, uno dei miei autori favoriti.
Il tema, come si può intuire dal titolo, mi è affine. Narra le vicende di Bobby Dollar, un angelo incarnato in un corpo umano, che fa da avvocato difensore delle anime dei defunti. All’atto della morte lui e un demone sostengono difesa e accusa in un processo che si svolge in una bolla atemporale accanto al corpo del trapassato. Sentiti i rispettivi angeli e demoni custodi un giudice angelico decreta la destinazione finale: lassù, laggiù, o Purgatorio.
Angeli e diavoli, abitanti corpi mortali in una città che è una variante di Los Angeles, danno vita a un confronto metà detective story hard-boiled e metà gioco di spie stile Tom Clancy. Tra avvenenti diavolesse, giganteschi demoni sumeri e spiriti vagabondi la vicenda si svolge a ritmo serrato e coinvolgente. Ma…

…come dire, un po’ deludente.
Non certo per l’azione, l’intreccio o la scrittura, quanto per la superficialità con cui è trattato il tema religioso. Dio è il Grande Assente; nessuno lo ha mai visto, almeno tra le gerarchie angeliche minori. Le anime in Paradiso vivono la loro eternità felice del tutto dimentiche della loro vita terrena. Certamente l’ispirazione, più che la Bibbia, è Constantine o Supernatural, con un tocco di Codice da Vinci. E se il male è il male, il sospetto che si fa baluginare è che anche il bene non sia quel gran che. Spingendo a considerare che sarebbe opportuno cercare una “Terza via”…

Se le cose stessero davvero così, in effetti, che soffocamento moralistico. Il giudizio dei morti rappresentato nel libro è del tutto simile a quello che potrebbe essere un tribunale terrestre. Di quel farisaismo asfissiante american style che guarda solo alle azioni; il genere di moralismo che avrebbe lapidato l’adultera, per intenderci. No, non riesco a credere in un aldilà del genere, e questo mi rovina il gusto della trama.
Spero proprio che il Paradiso sia un po’ meglio di così. Giustizia sì, ma anche misericordia. Se no, che Paradiso sarebbe?

Condizioni necessarie

Forse diamo la scienza troppo per garantita. Come se venisse fuori spontanea. Come se l’avessimo acquisita una volta per tutte. Come se l’uomo non potesse farne a meno.

Non è proprio così. Ci sono tutta una serie di premesse che vanno rispettate.
Intanto, devi pensare di vivere in un mondo che sia comprensibile. Se per te quanto ci circonda avviene in modo misterioso, è sotto il controllo di entità capricciose, allora neanche si comincia. Voi direte, ma quando mai, mica siamo all’età della pietra. Mi dispiace contraddirvi, ma quando si parla di Gaia e Madre Natura e ciarpame mistico vario siete su quella lunghezza d’onda. Se c’è la Terra che Respira, che senso ha misurare il campo magnetico? Se Allah fa quel che vuole, che indago a fare?

Ma la realtà non deve esser solo comprensibile, deve essere anche misurabile. A spanne non si fa la scienza. Devo potere far calcoli, scrivere leggi, trovare valori. Se le cose fisiche non hanno una matematica alle spalle, se questa matematica non ha delle regole deducibili e sempre uguali, se non posso dare dei valori, delle unità di misura a ciò che mi circonda allora non ho scienza, ho magia. Anzi, neanche, dato che anche la magia ha delle regole; ho una stregoneria. Voi direte, siamo oltre quel punto. Niente affatto; anzi, quante volte sentiamo parlare esperti che pensano di essere nel giusto senza avere mai effettuato un calcolo, una statistica, applicato una legge. Se non si deve fare matematica perché discrimina, è uno strumento dell’uomo bianco, dell’oppressione capitalista; se si danno giudizi invece che voti, se c’è il voto minimo garantito vuol dire che non si crede che la realtà sia misurabile.

C’è un’altra condizione indispensabile, oltre alle prime due: che la realtà abbia un senso, e sia utile indagarla. Se la realtà non ha senso, allora investigarla, anche se fosse possibile, sarebbe solo una perdita di tempo. Se non ha significato il cosmo nella sua interezza, allora anche cercare di comprenderlo è sforzo inutile. Tuttalpiù può servire come gioco, o come sfogo; o per acquisire potere – anche questo rigorosamente senza senso, ma se non vuol dire niente non ci si deve aspettare coerenza. Allora tanto vale stordirsi – di lavoro, di meditazione, di sesso, insomma uno di quei sostituti che possano aiutare a non pensare che la vita è vuota.

Un ultimo tassello deve andare a posto. Vale a dire, credere che quello che mi dice la realtà sia più importante di quello che penso io. Se non sono di questa opinione, allora falsificherò i dati per far sì che mi diano ragione; ricercherò l’assurdo e scarterò ciò che non mi piace; sosterrò teorie improbabili e disegnerò grafici su ciò che penso dovrebbe essere. Se non importa cosa mi dicono i cromosomi, potrò affermare che ci sono millemila generi diversi;  griderò che c’è una emergenza climatica senza che questa emergenza appaia da nessuna parte, e dirò efficaci o inefficaci farmaci e teorie in base all’appartenenza politica di chi ne parla.

Vedete quindi che non è un caso che la scienza sia nata dove si credeva in un Dio che non gioca a dadi con il mondo, ma che lo ha progettato in maniera comprensibile e intellegibile a vantaggio nostro, incoraggiandoci a capirlo meglio per capire meglio Lui. Per cui non si può barare.
Ora che quel Dio lo si vuole cancellare, che fine farà la scienza?

Scritti politti: Entità astrali

Incisione su targa metallica imbullonata ad un prisma metallico sulle pendici del monte Musiné.
“Qui è l’Una Antenna dei Sette Punti Elettrodinamici, che dal proprio nucleo incandescente vivo la Terra tutta respira emette vita. Qui operano le Astrali Entità che furono: Hatshepsut, Echnaton, Gesù il Cristo, Abramo, Confucio, Maometto, Buddha, Gandhi, Martin Luther King, Francesco d’Assisi, e anche Tu, se vuoi, alla fratellanza costruttiva tra tutti i Popoli. Pensaci intensamente, 3 minuti: Pensiero è Costruzione”

Il monte Musiné, la montagna più vicina a Torino, è da diversi anni al centro di strani racconti. Si narra di UFO, di misteriosi fenomeni, di un passato mistico. Ricordo che da ragazzino lessi, prendendoli dalla biblioteca, diversi libri in proposito, tipo “Musiné magico”. Era il periodo in cui mi divoravo i libri di Kolosimo, ma certe affermazioni erano anche per me un po’ difficili da digerire. Domenica, passeggiando per la pista tagliafuoco che corre attraverso le pendici della montagna, mi sono imbattuto nel prisma di cui sopra. Piazzato a margine di un prato infestato dai gitanti molti anni fa, sembra, da anonimi cultisti di esoterismo.

A me ha fatto molto ridere. Mi sono immaginato Maometto, Confucio e Francesco d’Assisi alle prese con i tuonati che hanno messo su quella targa. Gli esoteristi a cercare di spiegare i punti elettrodinamici e la terra viva che respira e gli altri a domandarsi dove avessero sbagliato a esporre la loro visione del mondo. Maometto probabilmente l’avrebbe tagliata corta, la loro testa.
Solo dei completi deficienti, o degli imbroglioni, potrebbero pretendere di associare tutti quei nomi insieme trascurando in modo completo quello che hanno detto e fatto, il motivo per cui si sono mossi. Illudendosi di unificarli in un’illusione con cui non hanno avuto niente a che fare. Mi domando se davvero sapessero chi sono stati, nome a parte.
D’altro canto, uno che crede ai sette punti elettrodinamici, qualsiasi cosa essi siano, deve necessariamente non essere del tutto a posto.

Ma è proprio degli uomini cercare di spiegarsi il mondo, il senso della vita, il destino ultimo. Magari sbagliando clamorosamente; ma almeno tentando. E più si è grandi più ci si rende conto che si è inadeguati; pensiero che non deve avere sfiorato chi ha scritto quella targa. O chi la legge e ci crede, illudendosi di entrare così in quell’illustre compagnia.
Tra tutti quelli elencati, uno solo non ha detto “Quello è il senso, quello è il destino, quello è Dio”, ma “Io sono il senso, io sono il destino, io sono Dio”.
O il più inadeguato, oppure così grande da avere ragione. Ma se ha ragione, a che servono le antenne per la Terra? Occorre seguirlo. Pensateci intensamente.

Le sciabole della libertà

Può essere istruttivo un breve accenno ai fatti che accaddero circa duecentotrenta anni fa in una regione dell’Europa non così distante da noi. Può darsi che ne abbiate sentito parlare, anche forse solo di sfuggita. Quella regione è nota come Vandea.

A quei pochi che potrebbero averla sentita nominare nelle classi di storia è stata probabilmente descritta come una sorta di guerra civile. La gloriosa Rivoluzione Francese dispiega le sue ali di Libertà, Eguaglianza, Fraternità e un manipolo di provinciali eterodiretti cerca di ostacolarla. Una rivolta repressa con successo.

La verità è che fu un genocidio. O, meglio, un “popolicidio”. Pensato a freddo e realizzato con deliberata accuratezza. Esagerazione? Ditemi allora come si può descrivere l’uccisione di 117.000 persone su 815.000 che abitavano quel territorio. Non furono ammazzati solo i combattenti, ma donne, vecchi, bambini. Un massacro nascosto dalla storiografia ufficiale, dai cantori interessati della gloriosa rivoluzione

Naturalmente, se lo meritavano. Erano dei fanatici, dei tradizionalisti, amavano il passato, erano ingrati per la luce che la Rivoluzione aveva portato. Erano persino cattolici.
Così cattolici che si risentirono quando, nel 1790, il nuovo governo proclamò la Costituzione Civile del clero. Lo Stato si impossessava dei beni ecclesiastici, e tutti i sacerdoti dovevano giurargli fedeltà. Ben pochi lo fecero.
Era ancora la fase in cui si poteva ritenere utile protestare, ad esempio attraverso una lettera come quella che scrissero 130 sacerdoti della diocesi di Nantes per contestare quella svolta autoritaria. L’illusione durò poco.

Vescovi e preti disubbidienti furono sostituiti con coloro che avevano giurato. Le chiese furono sbarrate, le funzioni proibite. Ma il popolo rifiutava quelli che considerava traditori.
Quello che fece traboccare il vaso fu la coscrizione obbligatoria. Nel 1793 il governo cercò di reclutare trecentomila uomini. La notizia non fu presa bene. Nel marzo di quell’anno. i funzionari governativi furono cacciati a forza.

La reazione non si fece attendere. Un esercito di quasi cinquantamila uomini addestrati ed armati marciò sulla Vandea. I vandeani erano tra i 25.000 e i 40.000, quasi tutti paesani armati con attrezzi agricoli. Riuscirono però a tenere a bada e sconfiggere più volte il loro avversario; combattevano per la loro vita.
Ormai erano considerati briganti e quindi, come il prete “costituzionale” Abbé Roux, vicario di Champagne-Mouton, rassicurò i suoi padroni rivoluzionari il 7 maggio 1793,

I figli della regione del Charente aspettano i vostri ordini per sterminare quei briganti che stanno facendo a pezzi la nostra amata nazione. Voi, Cittadini, state fermi ai vostri posti: non perdete di vista i traditori e cospiratori: non dimenticate mai che se mostrate pietà, nutrirete i vampiri e gli avvoltoi dentro le mura di questa città, e un giorno loro berranno avidamente del sangue di coloro che li hanno salvati dalla vendetta che i loro crimini meritano. 

Così, le forze regolari cominciarono a radunare i “briganti” a quaranta, cinquanta per volta e giustiziarli senza processo, bruciare le case e cannoneggiare le chiese. Nonostante lo sforzo, le sconfitte subite costrinsero il governo a mandare altri 20.000 veterani in appoggio.

Come disse il generale Salomon alle sue truppe, era una guerra di briganti, quindi occorreva che loro stessi diventassero briganti e dimenticassero i regolamenti militari.
Diventò una guerra di sterminio. Per risparmiare munizioni si cominciò la pratica di annegare i “briganti”; dapprima la tecnica fu usata sui preti refrattari, a centinaia, poi sulla popolazione. Era d’uso farli denudare prima di annegarli, vuoi per poter disporre dei vestiti, vuoi per potere meglio violentare le ragazze presenti. A dicembre, il generale Marceau poteva informare trionfante il ministro di avere fatto annegare oltre tremila donne non combattenti a Pont-au-Baux. Quelli che non erano annegati erano uccisi a colpi di baionetta. Il Generale Westermann, arrivando a Laval  il 14 dicembre, notò con  soddisfazione pile di migliaia di cadaveri ammucchiate ai bordi della strada. Così scrisse in una sua relazione:

Cittadini della Repubblica, non c’è più una Vandea. Essa è morta sotto le nostre sciabole della libertà, con le sue donne e bambini. L’ho seppellita nei boschi e nelle paludi di Savenay. Seguendo i vostri ordini, io ho schiacciato i suoi bambini sotto gli zoccoli dei miei cavalli, e massacrato le sue donne… che non faranno ora nascere altri briganti. Non c’è un singolo prigioniero che può criticare le mie azioni – li ho sterminati tutti…

Il governo della Vandea indisse un’amnistia per chi avesse deposto le armi. “E’ tempo per i francesi di riunirsi come una sola famiglia…”. Era una trappola. Nel gennaio il Generale Turreau con due armate di sei divisioni ciascuna si mosse nella “Crociata della Libertà” per finire il lavoro. Gli ordini per le “Colonne infernali” erano di non risparmiare nessuno. I bambini piccoli erano uccisi davanti alle loro madri, quindi erano uccise le madri. Le ragazze violentate, e quindi uccise a loro volta. Qualcuno introdusse l’uso di bruciare intere famiglie nei forni. Si spellarono le vittime per ricavarne cuoio; il 5 Aprile. a Clisson, i soldati del generale Crouzat bruciarono vive 150 donne per ricavarne il grasso.
Sembrerebbe un racconto dell’orrore, una fantasia; è storia documentata.

Il massacro si trascinò fino al 1795, per poi scomparire dalla storia. I suoi esecutori fecero carriera, e non furono mai perseguiti per i loro crimini. Di tanto in tanto il racconto di quelle atrocità ricompare, per ricordarci che, nel paese della Libertà, pensare che ci sia una Verità più grande diventa un crimine.

L’inutilità di Dio

Forse dovrei fare una nuova rubrica sugli articoli scientifici farlocchi. Ne ho commentati parecchi in passato; che ne dite, un altro?

Quello di oggi è un piccolo classico, ma in qualche modo riesce a stupire. Il suo titolo: “Un giorno la scienza escluderà la possibilità di Dio?

Eh, qui è roba seria. Si tratta non solo di negare che un Dio abbia a che fare con l’Universo, ma anche che possa esistere.
Se guardiamo lo svolgimento del temino, è un po’ deludente. Un tale in California sostiene che, presto, prestissimo! La scienza saprà tutto quello che c’è da sapere. E’ una previsione che condividono in molti: in effetti, da trecento anni a questa parte è stata fatta molto spesso. Quando ciò avverrà, che bisogno avremo di credere ancora in un Dio?

Dapprima l’articolo si dilunga ad elencare tutte le ipotesi che vogliono spiegarci perché il Big Bang non ha bisogno di Qualcuno che lo abbia fatto partire, e del perché anche se il nostro Universo sembra fatto apposta per noi questo non voglia dire niente. Chissà, forse un giorno tutte queste ipotesi potranno essere confermate: nel mentre hanno lo stesso valore della tesi che il cosmo sia stato fabbricato da ragni giganti. Se non lo puoi dimostrare, è pourparler, non è scienza.

Ma dove il nostro tocca vertici veramente lirici è nell’ultima parte. Alla domanda “Allora, quale sarebbe il senso dell’Universo?” la risposta è che non ci può essere una risposta! Una teoria – anzi, una spiegazione – completa del Cosmo non ha bisogno di qualcosa di esterno che l’avviluppi, di essere spiegata a sua volta. Sarebbe solo una complicazione. Ma, non preoccupatevi, tremebondi credenti, perché la religione ha una sua utilità: motiva il popolino ignorante (ehm, voleva dire “la gente”) a seguire le regole e a non aver paura della morte e del nulla.

Non so neanche da dove cominciare.
Intanto, davvero spiegare perfettamente come funziona una cosa risolve tutto?
Troviamo un mazzo di fiori sulla tavola. Sappiamo chi ce l’ha messo, dove li ha presi, i nomi dei fiori, ogni cosa. Davvero la domanda “perché” quei fiori siano lì non può esserci, è superflua, inutile?

Il secondo errore fondamentale è credere che la scienza possa descrivere completamente l’Universo. Rifaccio un esempio che ho già scritto in passato: una foto in bianco e nero di una banana ti mostra chiaramente una banana. Ma ti dice quale sia il suo profumo? Il suo colore? Il suo sapore? La scienza ci potrà spiegare come funziona l’Universo tramite la fisica e la matematica, ma non può parlarci delle cose che non sono fisica e matematica. E’ un altro linguaggio. Non rientra nelle sue possibilità, come non rientra nella fotografia il sapore del soggetto. Anche se la fisica descrive la realtà, quello che descriverà sarà solo la realtà fisica.

Il fatto poi che la scienza possa negare anche la possibilità che un Dio esista è semplicemente idiota. Perché le regole non possono giustificarsi da loro. Le leggi non possono scriversi da sole. I postulati, per definizione, sono tali perché non sono dimostrati, ci sono. Oh, può essere che siano così e basta. Ma escludere che Qualcuno li abbia voluti così, come fai ad esserne certo? Dovrebbe esserci una confessione scritta, “Non li ho fatti io…”
E’ così e basta è dogma. Chi te lo ha rivelato?

Ma l’errore più grave, specie per uno che millanta di essere uno scienziato, è pensare che il tutto possa essere descritto perfettamente. E’ la scienza stessa che dice che non può essere così. Mai sentito parlare dei teoremi di completezza di Gödel? No? Ahi ahi, è qualche annetto che sono in circolazione. E dicono che, per quanto ci si sforzi, ci sarà sempre qualcosa che non si riuscirà a fare rientrare nella propria bella teoria, per quanto ben costruita.

In definitiva, quel professore californiano mi pare essere solo un illuminista in ritardo di trecento anni. Che affastella teorie indimostrate per dimostrare che lui è superiore al popolino che ancora crede in un Dio. Poveretto.

Paragonate quelle sue idee con questo:

Gli uomini, giovani e non più giovani, hanno bisogno ultimamente di una cosa: la certezza della positività del loro tempo, della loro vita, la certezza del loro destino.

«Cristo è risorto» è affermazione della positività del reale; è affermazione amorosa della realtà. Senza la Risurrezione di Cristo c’è una sola alternativa: il niente.

Cristo si rende presente, in quanto Risorto, in ogni tempo, attraverso tutta la storia. Lo Spirito di Gesù, cioè del Verbo fatto carne, si rende sperimentabile, per l’uomo di ogni giorno, nella Sua forza redentrice di tutta l’esistenza del singolo e della storia umana, nel cambiamento radicale che produce in chi si imbatte in Lui e, come Giovanni e Andrea, Lo segue.

La nostra scelta è se la vita abbia senso qui e ora. Perché, se non c’è risposta alla domanda di senso, che senso avrebbe vivere, amare, volere capire l’Universo?

Il suono della musica

In ufficio, sul luogo di lavoro, sono in un open space; il mio ufficio casalingo, poi, confina con una cucina rumorosa. Capirete che non è il massimo quando ci si deve concentrare per analizzare o scrivere codice. Quando i decibel di caos oltrepassano la soglia metto su le cuffie, scrivo nel browser il nome del primo compositore che mi viene in mente e via.

Balzando di compilation in compilation sono capitato su quella che vedete in allegato. “Tempio perduto, sei ore di antica musica da cattedrale”. Insomma.
Sono quasi tutti pezzi molto belli. Ma dire che è una macedonia è dir poco. Si salta da brani del Requiem di Mozart a frammenti della colonna sonora del Signore degli Anelli, dallo Stabat Mater di Pergolesi alla musica di accompagnamento del videogioco Skyrim. Fa una strana impressione: è come scoprire che la sorpresa dell’Happy Meal questa settimana è la reliquia di un santo.

Quello che era nato per glorificare il Signore adesso serve come musica d’ambiente. Il corpo di Cristo per il relax; c’è una versione di Pange Lingua Gloriosi, l’inno eucaristico scritto da San Tommaso, con accompagnamento di uccellini. Tantum ergo sacramentum con uh-uh di sottofondo.

Il tempio che perde il suo significato diventa solo un luogo in cui ascoltare buona musica. Le parole non sono più un inno al divino, non sono comprese, sono latinorum, sono solo suono.
Quando di una parola rimane solo suono. si perde il significato; essa stessa svanisce, si dissolve nel tempo, sempre più fioca fino a niente; così come svaniscono i rumori.
La bellezza è lo splendore del vero. Accantonando il vero che la genera si percepisce solo una minima parte di quella bellezza.
Qualcosa si è perso; forse sono anch’io colpevole, con le mie cuffie come antidoto a un mondo troppo rumoroso.

La religione Lego

Leggo che in Germania quella che passa per Chiesa Cattolica sta seguendo un “cammino sinodale” che vorrebbe portare al “potere” i fedeli, il “popolo”, anziché il clero. I quali appartenenti al “popolo” potrebbero decidere della dottrina nel modo che più aggrada loro (o meglio: che più aggrada alla mentalità del mondo in cui sono volenti o nolenti immersi). Tradizione? Nah, è roba per vecchi. Se il protestantesimo è la religione Ikea, che ti monti da te, ora siamo arrivati alla religione Lego: puoi anche scegliere quali pezzi mettere e scartare gli sgraditi.
In Germania il protestantesimo ce l’hanno già, e non è che stia andando benissimo. Questi vogliono riprendere gli stessi concetti oh, così vincenti, e portarli un pochetto più in là. Al loro confronto Lutero e Calvino erano dei dilettanti, degli integralisti.

Invece di ascoltare cosa dice Cristo ed esser da Lui sfamati questi gli chiedono di mettersi al passo con i tempi; perché moltiplicare pani e pesci quando ci sono i fast food? Lo scisma protestante, a conti fatti, fu dovuto più ai soldi che altro; i principi nordici erano stufi del flusso di denaro che prendeva la via di Roma, e approfittarono della situazione. Sappiamo della ricchezza della Chiesa tedesca. Forse potrebbe essere ancora questo il caso? Perché sapete, quando si dichiara Dio obsoleto è chiaro che come divinità si ha qualcosa d’altro.

Questi “contestanti sinodali” asseriscono che la teologia cattolica tradizionale non è ben fondata.
Una domandina: ma questa “nuova” teologia, su cosa sarebbe fondata invece? Perché mi vengono solo tre momenti in cui “il popolo” è intervenuto nei Vangeli in modo attivo. Il primo quando volevano fare Gesù Re, e lui fugge. Il secondo quando di fronte a Pilato questo “popolo” sceglie Barabba invece di Cristo. Il terzo quando davanti alla croce scappano tutti.

Un’altra stazione

Il treno corre. Nella campagna, attraverso le periferie, dentro le sue lunghe gallerie. All’interno del vagone ci sono ancora parecchi di coloro che hanno cominciato il viaggio con me.
Ma molti sono già scesi.
Di tanto in tanto le porte si aprono, qualcuno sale, qualcuno se ne va. A volte me ne accorgo solo quando volto la testa e vedo il sedile vuoto. Dov’è finita quella persona? Avevamo conversato fino a poco fa; poi mi sono distratto, e ora non si vede da nessuna parte. Forse ha cambiato carrozza; forse era arrivato a destinazione. Rivedrò ancora il suo volto? E tu, che mi riempivi il cuore quando parlavi, la tua fermata è rimasta ormai molto indietro.
Il treno corre veloce, e si lascia ogni cosa alle spalle. Le piccole stazioni, le grandi città; ogni cosa che passa diventa passato.

Dove sei, tu che mi stavi seduta vicino, da sempre? Sei appena andata via, e già mi manchi.

Il rumore delle rotaie, i piccoli sobbalzi, il paesaggio che scorre sui finestrini. Sempre uguale, ma sempre differente. Tanta strada abbiamo percorsa. Siamo sempre meno, ci stiamo avvicinando alla destinazione. Presto scenderò anch’io.

per G e M

Un altro epilogo

Quest’oggi vi volevo fare partecipi di qualcosa in cui sono incappato per caso; ovvero, una versione alternativa dell’epilogo del “Signore degli Anelli”, che lo stesso Tolkien scrisse ma non pubblicò mai, preferendo il testo che ora conosciamo.

Qui il testo. E’ in inglese. Qui una bella versione a fumetti.

Leggendolo, devo dire che mi ha commosso. Ci sono alcuni punti, e specialmente il finale, che sono davvero bellissimi.
Nel breve capitolo si immagina che siano passati diciassette anni dalla caduta di Sauron. E’ la sera del compleanno della figlia maggiore di Samwise Gamgee, Elanor. Sam sta rivedendo alcune note al Libro Rosso – la storia del Signore degli Anelli originariamente scritta da Frodo – quando viene raggiunto dalla giovane Elanor. Tra le domande della curiosa ragazzina e le sue risposte si chiarisce cosa sia accaduto ai suoi antichi compagni.

Discorrono insieme di come gli elfi stiano lasciando la Terra di Mezzo. Elanor vorrebbe vedere i posti descritti dal libro “prima che diventino solo luoghi”. Prima che la luce svanisca. La ragazza trova ciò che sta accadendo triste, per gli elfi come per suo padre che li ha visti partire attraversando il Mare verso le terre eterne. Partiti sulle navi come Frodo, che la piccola hobbit chiama, rivolta al padre, “il tuo tesoro”.
Al che Sam replica che sì, è stato triste, ma non lo è ora; perché Frodo è andato dove la luce degli elfi non sparisce, e ha meritato il suo premio. Poi le confida un segreto: che Frodo gli ha detto che forse sarebbe giunto anche il suo momento di andare, così che il suo non è stato un vero addio.

I due parlano ancora un po’ dell’imminente arrivo del Re Aragorn, che li ospiterà per qualche tempo nel suo nuovo palazzo sul lago Evendim; e quindi Sam manda a letto la vivace ragazzina, “e gli sembrò che il fuoco bruciasse più basso al suo andare via”.

Siamo alle ultime righe. Lo hobbit ha ancora una breve conversazione con sua moglie, con cui ricorda i fatti di diciassette anni prima. Lei racconta che ebbe una premonizione, nell’istante della caduta di Sauron.

“Io non avevo affatto speranza, Sam”, lei disse, “Non fino a quello stesso giorno; e quindi improvvisamente l’ebbi. Era circa mezzogiorno, e mi sentii così felice che cominciai a cantare. E mamma disse ‘Zitta, ragazza! Ci sono ruffiani in giro!’ E io dissi ‘Lasciali venire! Il loro tempo finirà presto. Sam sta tornando’. E tu tornasti”.
“Lo feci”, disse Sam. “Al più amato posto di tutto il mondo. Alla mia Rose e al mio giardino.”
Entrarono, e Sam chiuse la porta. Ma mentre lo faceva udì improvvisamente, profondo e mai fermo, il sospiro e mormorio del Mare sulle sponde della Terra di Mezzo.

La guerra delle ossa

La scienza. Spesso ci si dimentica che la scienza è fatta da uomini, e non sempre questi uomini sono tra i migliori. Magari potranno anche essere brillanti, ma sono soggetti, come tutti noi, ai vizi. Egocentrismo, avidità, orgoglio; si dice che servano per fare carriera, e in fondo anche quella dello scienziato è una carriera.
Ai vertici delle accademie spesso non ci salgono i migliori, ma coloro che hanno saputo vendersi meglio, magari appropriandosi dei meriti altrui, o hanno avuto i migliori appoggi. La competizione è spietata, da sempre.

Vi ho già narrato, qualche anno fa, della “guerra del tempo”, che oppose due climatologi. Oggi vi parlerò della “guerra delle ossa“, che vide una lotta spietata tra due paleontologi americani:  Edward D. Cope e Othniel C. Marsh. Il campo di battaglia furono gli strati geologici ricchissimi di fossili del Nord America. Era la seconda metà dell’800, e si cominciava a capire che in passato la Terra era stata popolata da creature ormai scomparse.
Gli scheletri di creature giganti affioravano qua e là: nessuno aveva ancora ben chiaro cosa fossero, quando fossero vissute, perché fossero scomparse. La maggior parte dei dinosauri che hanno popolato i nostri sogni di bambini, i loro stessi nomi – brontosauro, stegosauro, allosauro… – sono l’eredità di quei due pionieri.

Due uomini diversissimi tra di loro: il primo discendente di una ricca famiglia di Quaccheri, il secondo nato povero ma con uno zio facoltoso che, di fatto, gli costruì un museo attorno. Differivano per impostazione culturale, anche per teorie scientifiche – lamarckiano uno, darwinista l’altro – ma erano simili nella passione per i fossili e nel desiderio d primeggiare.

Il loro rapporto fu dapprima amichevole poi, come capita tra primedonne, cominciarono gli screzi. La competizione per accaparrarsi i migliori giacimenti di fossili – e i finanziamenti per le spedizioni – degenerò presto. I due usarono la corruzione, la diffamazione, il sabotaggio, giunsero a distruggere esemplari pur di non farli cadere nelle mani dell’avversario. E’ una storia fatta di avidità e avarizia, con i sottoposti che abbandonavano ora l’uno ora l’altro nauseati dai metodi, dai mancati pagamenti e dalle promesse non mantenute.

Erano sempre in cerca del colpo ad effetto per ingraziarsi l’opinione pubblica; i giornali erano usati per propagandare la scoperta eccezionale oppure per accusare l’avversario di errori o malversazioni. Anche allora i media erano importanti. Più importanti della scienza; riempirono stanze intere di materiale che non esaminarono mai, rovinandosi infine finanziariamente e anche come reputazione. Assursero alle più alte vette accademiche, ma a che prezzo?

Chissà, forse oggi non avremmo questa mania dei dinosauri se non fosse per la smania di protagonismo di quei due scienziati. O forse saremmo ben più avanti, in paleontologia, se non fosse stato per la guerra delle ossa.

Promessa di eternità

Nel post di ieri commentavo la disperante mancanza di senso che traspariva da un articolo scientifico sul destino dell’universo, immaginato diretto verso il nulla. Ci sono due ulteriori osservazioni da fare.

La prima, è che alla fine l’articolista sembra fare un passo indietro rispetto alla sua descrizione della fine dei tempi. Suppongo che anche per un ateo la depressione abbia dei limiti. Pubblicando la foto in qualche maniera melensa di due bambini che giocano sotto la girandola stellata di una galassia, scrive:

Questi sono scenari difficili – e anche disturbanti – da meditare. Ma ricordate, la storia ci insegna che queste teorie potrebbero essere un giorno scalzate da altre, cambiando decisamente le nostre predizioni sul distante futuro. Forse le nostre congetture cosmologiche mancano ancora di una o due importanti considerazioni.

Forse, solo forse, l’universo finirà né con una morte né con una rinascita. Indubbiamente, ci potrebbe essere un intreccio che la nostra immaginazione deve ancora visionare, uno dove  le leggi fisiche dell’universo permettano alla materia, e alla vita, di continuare indefinitamente.

Deve ancora visionare? Non stai dimenticando niente? Mai sentito parlare di una cosa chiamata cristianesimo, che degli ultimi tempi qualcosa ha detto? No, capisco; non vale la pena parlarne. Però lo devi ammettere: il pensiero che tutto finisca nel nulla è davvero disturbante. Ti viene da chiedere perché si vive.

La seconda è ciò che stasera ho sentito in chiesa. Perché oggi è Mercoledì delle Ceneri, il giorno in cui ci viene chiesto di ricordare che siamo polvere, e polvere ritorneremo. Qualcuno potrebbe dire: ecco, hai fatto la morale all’articolo ma il tuo cristianesimo non dice lo stesso? Non ti ricorda che sei nulla, e diverrai di nuovo nulla?

No. E’ vero, siamo una manciata di cenere; che però vive. Il nostro corpo attuale non durerà a lungo; invecchiare te ne fa rendere conto con acuta certezza. Ma non siamo solo cenere. C’è dentro di noi una componente immortale. Qualcosa di amato, voluto, che vive nel tempo ma che è fuori dal tempo. Non c’è una legge scientifica, una prova matematica di quest’anima? Forse perché la matematica e la fisica, almeno quelle che conosciamo, non possono descriverla. E’ come la foto di una banana: non può descriverne il profumo, perché è una foto, e sarebbe folle pretendere che lo facesse; è altro. Ma il profumo c’è.

Noi ancora capiamo ben poco di cosa l’Universo sia. Però ci è stata fatta una promessa di eternità. Non dimentichiamocene.

 

 

La corsa verso il tutto

La mia attenzione è stata attirata oggi dal sottotitolo di un articolo scientifico, “L’Inizio alla fine dell’Universo”, che recita:

“Ogni cosa – dalle creature alle stelle ai buchi neri – decadrà alla fine nel nulla”.

Mi sono detto: questi poveretti, che scrutano l’infinito con la prospettiva del niente ultimo, che pena. Deve essere tremendo contemplare le volte stellate, e i viventi, e pensare “tutto questo è inutile, è una corsa non solo verso la tomba, ma verso il completo oblio, una fredda morte solitaria”. Guardano il tutto, vedono il nulla.

La mia prospettiva è esattamente inversa: la nostra è una marcia non verso l’assenza, ma verso il significato totale. Il senso ultimo, che muove e dà consistenza a questo universo, a me e a te, al sole e alle altre stelle. A cui giungeremo, un giorno.
E, oh, anche adesso, com’è bello il mondo.

La rotta

Quando si naviga, mi dicono,
occorre qualcuno al timone
per tenere la rotta;
perché il mare è vasto
le correnti insidiose
il vento incostante
e la stella che fa da guida
è fioca luce che spesso
si smarrisce alla vista
in un cielo tempestoso.

La Proclamazione del Nuovo Governo

Il brusio della riunione online si azzerò mentre il Presidente Annunciato entrava nella stanza virtuale. Portava, come da prassi, la tuta integrale anti Covid-42, nonostante fosse solo. Era la legge, erano assolutamente vietate apparizioni pubbliche se non coperti: le durissime condanne inflitte a quei ragazzini milanesi per i loro video online erano ancora fresche nella memoria di tutti.

Si schiarì la voce, si posizionò davanti alle telecamere. “Ho l’onore di annunciare la lista dei ministri che ho presentato al Presidente della Repubblica”
Tutti i giornalisti collegati si affrettarono a postare le ultime scommesse, poi rimasero in attesa delle parole seguenti.
“Al ministero della Transizione Ecologica, Giulio Boratti”. Fin qui niente di imprevisto.
“Al ministero dell’Accoglienza Globale, Chang Din”. Anche questo come abbondantemente preventivato.
“Al ministero della Conversione Educativa, Alexa Zorda detta Tuttifrutti”. Ah, ecco una sorpresa! Che la porno-influencer riuscisse ad ottenere un ministero non era per niente scontato, nonostante la sua nota relazione con il Presidente Annunciato. Probabilmente il nulla osta del Vaticano della settimana precedente aveva fatto pendere la bilancia in suo favore.
“Al ministero dei Nuovi Media, Carlotto Biraghi”. Così alla fine Biraghi l’aveva spuntata su Maltese. Ciò voleva dire che Nuova Democrazia probabilmente avrebbe avuto qualche altro ministero importante in sostituzione.
“Al ministero di Demografia Attiva e Diritti Sessuali, Samantha Toccaferro”. Come preventivato, a Programma Europa era toccato un ministero importante. Cosa avrebbero detto gli alleati?
“Al ministero delle Politiche per il Sorpasso e la Realizzazione Sospesa, Duccio Cavillari”. “Ah, ecco la controparte!”
“Al ministero della Procrastinazione Interattiva, Ahmed Jussuf”. Oh, oh! Ci sarebbe stata maretta questa sera tra i Pseudo-Interventisti!
“Al ministero delle Sinergie Popolari, Ughetta Bagutta Casorati-Bellini”. Con questa, anche i Radical-Riformisti Neocomm sarebbero stati contenti.
“Al ministero della Carcerazione Creativa e del Perdono, Enrica Basutti”. Ok, un’altra nomina prevedibile. Restava…
“Al ministero della Riforma Permanente, me stesso ad interim”. Che colpo di genio! In questa maniera rimandava le prevedibili discussioni su a chi dovesse toccare indefinitamente. Niente da dire, L’Annunciato era veramente in gamba politicamente.
La figura infagottata nell’elegante un-pezzo antivirus di gala terminò con le solite frasi di rito e si congedò. I giornalisti aleggiarono ancora qualche istante nella chat, bramosi di commentare ma timorosi di offrire a qualche collega la scusa per un pezzo di colore o un nefasto flame con querela annessa.
Fu uno degli ultimi arrivati, il classico novellino, che formulò la domanda che tutti avevano sulla lingua da anni, ormai, ma nessuno osava esprimere:
“Scusate, ma qualcuno ha idea a cosa dovrebbero servire questi ministeri?”

Il campione

Mi domandavo stamattina se ogni sforzo comune degli esseri umani, ogni ideale condiviso, ogni movimento di popolo debba finire con una persona sola al comando. Un suo campione.
La Rivoluzione Francese ha dato origine a Napoleone, la Repubblica Romana a Cesare e agli imperatori. Ogni comunismo è finito in dittatura, si chiami il potente Stalin, Mao o Fidel. Nazismi e fascismi pure.

E’ qualcosa di inevitabile? E’ un fatto connesso con la mente umana, innato, un itinerario a cui non si può sfuggire? E poi, è il carisma che crea l’ideologia oppure l’ideologia che crea il carisma?
In altre parole: è l’uomo forte, colui che alla fine svetta, che plasma le convinzioni, le politiche, la storia, o ne è a sua volta un prodotto? Le conseguenze del propendere per una o l’altra ipotesi non sono banali.

Da un lato vorrebbe dire che non sono le idee che si scontrano, ma gli uomini. Dall’altro è che ogni tentativo comune umano finirà inevitabilmente per produrre un suo campione, nel bene o nel male. Un re, un dittatore, un imperatore.

Quello che vale per le nazioni si può anche vedere in piccolo. Quante associazioni sono fatte di un solo grande uomo, e tanti piccoli intorno. Sparisce lui, quello che ha costruito collassa. Era il suo spirito che lo sosteneva.

Ma perché emerge, questo campione? Perché ha doti eccezionali, o è solo colui che sa meglio incarnare una certa idea? O piuttosto è colui che prende sul serio la sfida, in mezzo a tanti che non sono disposti ad andare fino in fondo?
Oppure, ancora, forse tutto è spiegabile con la convinzione umana di essere piccoli dei. La brama di potere, piccolo o grande esso sia, li muove; la selezione poi produce il suo frutto finale.
Quanto è faticoso costruire l’opera di un altro.

 

Cavoli

“Un uomo onesto s’innamora di una donna onesta; pertanto, desidera sposarla, essere il padre dei suoi figli, dare sicurezza a lei e a se stesso. Tutti i sistemi di governo dovrebbero essere messi alla prova sul fatto se egli possa realizzare ciò. Se un sistema qualunque, feudale, schiavista o barbarico, di fatto gli dà un campo di cavoli abbastanza ampio da consentirgli di realizzarlo, lì è l’essenza della libertà e della giustizia. Se un sistema qualunque, repubblicano, mercantile o eugeneticista, di fatto gli dà un salario talmente piccolo che non può realizzarlo, lì è l’essenza della tirannia e della vergogna.”
(Chesterton, ILN, 25 marzo 1911, in La famiglia, regno della libertà)

Hanno portato alla mia attenzione questo brano di Chesterton, e mi mette malinconia. Perché il sistema ha trovato un modo spiccio per risolvere il problema; ha rimosso il desiderio di sposarsi, di avere figli, e quindi eliminato la necessità di campi di cavoli e di salari adeguati.
Cent’anni dopo, siamo oltre la tirannia e più in là della vergogna; siamo alla distruzione dell’umano.
E sono cavoli nostri.

Delusioni

Quest’oggi ho avuto alcune delusioni. Capirete anche voi, il mio umore non era dei migliori. Poi ho cominciato a riflettere sulla parola delusione.
La de-lusione è la logica fine dell’il-lusione. E’ quando il gioco finisce, e la realtà irrompe. Quello che mi ero finto nella mia testa, i miei progetti, anche le mie speranze, terminate: perché la realtà ha sempre ragione, il vero alla fine ha la meglio, anche quando non ci piace, anche quando davvero avremmo voluto che le cose fossero andate diversamente.

Di una cosa sono convinto: che la realtà sia positiva. Che ciò che accade sia per un bene. Quindi anche la delusione è positiva, perché cancella l’illusione. La cosa migliore che ci possa capitare. Perché chi vorrebbe vivere in una illusione, abitare in una menzogna?

Un piccolo post di cui non v’importa niente

Non penso davvero che a qualcuno di voi importi se, oggi, è morta una delle mie gatte.
L’avevamo chiamata Bogie, soprannominata Bobo. Ha esalato l’ultimo respiro a meno di mezzo metro dal posto in cui era nata tredici anni fa. Erano tre sorelle, diversissime le une dalle altre. Una sparì quasi subito, scoprimmo poi che era stata adottata da una famiglia ad un centinaio di metri di distanza. Sua sorella Candy era nera, a pelo lungo e occhi azzurri; molto affettuosa e giocherellona, quasi un suo opposto. Bogie era a pelo corto, di uno strano melange mimetico tra il marrone e il rossiccio, con grandi occhi gialli da babau. Era estremamente timorosa. Non si lasciava avvicinare, non entrava in casa; si cibava solo più di croccantini, nelle notti d’inverno svernava nel garage. Rare volte sono riuscita ad accarezzarla, mentre mangiava; quando se ne accorgeva, balzava via. L’ho sempre assimilata ad una zietta zitella e schiva.
Era qualche giorno che si nutriva poco, tardava ad arrivare al richiamo. Mi racconta mia moglie che oggi pomeriggio ha miagolato con quella sua vocina sottile due volte, molto forte, poi si è trascinata sotto il balcone  e non si è più mossa. A mezzogiorno respirava piano; poi non ha respirato più.
Non credo si sia mai allontanata più di cento metri da casa. E’ vissuta nascosta, cacciatrice implacabile da giovane, matrona sdraiata al sole da anziana. Non ha scritto saggi o libri, non ha contribuito alla pace del mondo, era solo una gatta e ora è solo un mucchietto di pelo triste che domani seppellirò.

Come dicevo, non penso che vi importi niente di lei. Non ha toccato la vostre vite. Questo è stato un piccolo post inutile, di cui domani, se pure siete arrivati qui in fondo, vi sarete dimenticati. Quante cose ci sono nel mondo più importanti. Più di una gatta morta, e più di me e di voi e di tutte quelle anime di cui non saprete mai niente, quell’esercito di presenze ai confini della nostra percezione che formano la realtà. Come io per voi, fantasmi, scintille, parole su sfondo chiaro. Che brevemente emergono nel fiume del tempo, affondano, e la cui traccia in questo mondo solo rimane in un ricordo che piano stinge.

Cosa può andare storto?

Mia figlia sta studiando la maniera in cui presero il via nei vari paesi i grandi totalitarismi del secolo scorso. Comunismo, fascismo, nazismo. La traccia è più o meno comune: un gruppo di illuminati offre la soluzione ai mali che affliggono il paese, elimina l’opposizione con una scusa, prende possesso dei media e zac, il gioco è fatto. Ciò non può avvenire senza un cortocircuito tra grande finanza e frange estreme: i primi sovvenzionano le seconde. L’eliminazione delle residue voci di opposizione, quelle che non sono state già comprate o troppo timorose per reagire, è fatta sempre in nome di un bene più grande. Sono loro in fondo che attentano alla democrazia, tentano di assassinare Mussolini, bruciano il Reichstag. Chi detiene il potere non può non reagire, no? E poi orgogliosamente rivendicarlo.

Pensavo queste cose mentre leggevo quest’articolo: “La storia segreta della campagna ombra che ha salvato le elezioni 2020“. Si parla di elezioni americane, ovviamente; e la testata non è l’Eco del Nebraska, è la prestigiosa Time.

Sostanzialmente, è una vanteria. E’ un irridere l’avversario. E’ dire chiaramente quello che tanti avevano capito o sospettato da un pezzo, cioè che c’è stato un “complotto” (parole loro) per assicurarsi che Trump non potesse vincere le elezioni. A fin di bene, ovviamente. Quel cattivone, lasciato a se stesso, avrebbe distrutto la democrazia.

Loro, invece, pretendono di averla salvata. Dice l’articolo:

“C’era una cospirazione che si sviluppava dietro le quinte, una che spegneva le proteste e coordinava la resistenza dei CEO. (…) [Era] il risultato di una informale alleanza tra attivisti di sinistra e titani del business”

Ma questa è solo una piccola parte dello sforzo segreto di questi encomiabili benefattori.

“Il loro lavoro ha toccato ogni aspetto delle elezioni. Hanno fatto sì che gli stati modificassero il sistema di voto e le leggi e hanno aiutato l’acquisizione di centinaia di milioni di dollari da fondi pubblici e privati. Hanno combattuto cause tendenti ad escludere votanti, reclutato armate di scrutatori e fatto sì che milioni di persone votassero per posta per la prima volta. Hanno con successo fatto pressione sulle compagnie di social media perché adottassero una linea più dura contro la disinformazione e usato strategie guidate dai dati per combattere diffamazioni virali (…) Dopo le elezioni, hanno monitorato ogni punto di pressione per essere sicuri che Trump non potesse ribaltare il risultato.”

Quanto nobile. Certo, le modifiche alle leggi erano incostituzionali, hanno fatto sì che votassero pure i morti, i residenti altrove e quelli fuori tempo massimo, hanno censurato ogni opposizione e sistematicamente nascosto notizie vere, come ad esempio lo scandalo del figlio di Biden; ma l’hanno fatto per la democrazia. Come quelli che ti ammazzano per il tuo stesso bene. Per un pelo non è stato un disastro, asseriscono. Loro l’hanno evitato.

“Ma è immensamente importante per il paese capire che non è avvenuto incidentalmente. Il sistema non ha lavorato magicamente. La democrazia non si fa da sola”.

E ancora:

“Anche se suona come un sogno febbrile di un paranoico – una cabala piena di soldi fatta di persone potenti, che spazia attraverso industria e ideologie che lavorano insieme dietro le quinte per influenzare le percezioni, cambiare le leggi, guidare la copertura mediatica e controllare il flusso delle informazioni -non stavano rubando le elezioni; stavano fortificandole. E credono che il pubblico abbia bisogno di capire la fragilità del sistema per assicurarsi che la democrazia in America continui.”

Lo dicono loro, eh. Negli Stati Uniti possono stare sicuri. Adesso loro comandano l’informazione, il potere politico, i tribunali e si assicurano che l’opposizione sia annullata perché il sistema è fragile, potrebbe eleggere qualcun altro, se non ci pensassero loro. Democrazia, no? Cosa può andare storto?

Passa la banda

“Ecco, passa un altro salvatore della patria”, disse il vecchio appoggiandosi al parapetto. “Di questo passo, quando avrai la mia età, ne avrai visti anche più di me”.
Il bambino guardava ad occhi spalancati il corteo di cortigiani dai vestiti sfarzosi, impettiti e giubilanti. La gente ai lati sembrava più sollevata che gioiosa: erano stati anni duri, e l’insipienza dei reggenti non era stato il minore dei problemi. Almeno adesso c’era una speranza.
Il vecchio indicò i nobili festanti. “Vuoi sapere che ne penso del nuovo Re che hanno scelto? Ti dirò: quelli che l’esaltano e lo hanno voluto lì sono gli stessi che hanno rovinato la nostra nazione. Sarà anche in gamba, e forse sarà anche una brava persona, ma è impastato dalle stesse idee che ci hanno rovinato. Se c’è una cosa che ci hanno insegnato questi lunghi mesi è che degli esperti non ci si può fidare. Ed ora eccone un altro, e tutti hanno già dimenticato la lezione.”
Scompigliò i capelli al bambino. “Oh, non è che non si sapesse già da tempo che sarebbe arrivato. Bisogna essere fessi per rimanere stupiti. A volte mi chiedo…”
Ma il bambino aveva gli occhi e la bocca tondi tondi, e non ascoltava più. Solo aveva in testa la musica della banda che suonava, zum-pa-pa, zum-pa-pa.

Frammenti di conversazione

“Tu cosa pensi che serva oggi? (…) Cosa serve davvero?” (…)

“Per me tenere a mente la cosa per cui ci muoviamo”

“Non è una domanda scema, perché proprio su questo siamo tutti disorientati.”

“Diciamo che le nostre salde certezze sembrano essere in saldo.
Io non ce la farei se non ritornassi continuamente a quello che so vero.”

“Io sto [cercando] di capire cosa fonda la certezza, cioè la razionalità. Mi guida, come tu dici, sapere che la presenza di Cristo nella mia storia è un fatto, e neanche io stessa posso toglierlo.”

“E’ lo stesso per me. Non posso negare le cose che ho vissuto.”