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Malachia

Il vecchio forse non era tanto vecchio, ma sicuramente dava quest’impressione. La barba lunga, l’occhio rosso, il vestire trascurato. Si fermò davanti al palco delle autorità, brontolando sottovoce.
La guardia del corpo si mosse verso quell’uomo male in arnese, ma il suo capo lo fermò. “Lascia perdere, lo conosco, è innocuo.”
I discorsi la stavano tirando in lungo. I politici avevano lasciato la parola all’alto clero. Coloro che potevano fuggire erano già spariti. I rimasti erano coloro che dovevano in qualche maniera presenziare alla cerimonia,  e gli sfaccendati. E poi quel tipo barbuto, che ascoltava sempre più corrucciato il religioso che dalla pedana lisciava le penne al governo come se ne andasse della sua salvezza.
Finché, mentre il sacerdote alzava il braccio per benedire, esplose.

“SAI CHE TI DICO??!” Urlò. L’oratore si interruppe e lo guardò attonito. “Sapete cosa vi dice il Signore? Che se non gli date gloria e non lo ascoltate, le vostre benedizioni porteranno solo sfiga. Anzi, già lo fanno”
Si fece avanti, fino sotto al palco. “Io vi spezzerò il braccio e vi butterò merda in faccia” proseguì il vecchio a piena voce. “la merda delle vittime che avete sacrificato per le vostre feste, perché finiate nel cesso con quella. Il SIGNORE” disse, guardando in faccia i presenti “aveva fatto un patto con voi, vi dava la vita e il benessere ed in cambio dovevate avere rispetto di lui. Dovevate insegnare quanto diceva, dire la verità e stare in pace con tutti trattenendo dal fare il male. Quando facevate così si stava bene, ah se si stava bene! Insegnavate le cose giuste e la gente vi ascoltava. Invece ora state facendo cosa cazzo volete e state insegnando balle! Avete rotto il patto. Beh, il Signore si è rotto pure lui. La gente vi guarda e le fate schifo, perché non fate quello che ha detto il Signore ma solo i vostri affari.”
“Devo fermarlo?” Sussurrò la guardia del corpo al suo capo, ma questi scosse la testa “Troppa gente. Lasciamolo finire.”
Una piccola folla si era radunata intorno al tipo barbuto. Alcuni ridevano e lo prendevano in giro.
Il vecchio si voltò verso di loro. “Hey, non siamo tutti figli dello stesso Padre? Perché fate i figli di puttana? Mi sembrate stranieri. Che ci fate qui? Se volete tenervi le vostre usanze, tornatevene a casa vostra!” Tornò a girarsi verso il palco, dove gli oratori stavano sgattaiolando via. Puntò il dito.”E voi, vi conosco…voi che tradite le vostre mogli e le avete mollate, loro che sono la vostra vita, la vostra carne… non vi vergognate? Pensate che il Signore sia contento? Avete fatto un sacco di discorsi, bla-bla, per giustificarvi, ma lassù si è stufato.  Per cosa? Non fate finta di non saperlo: quando dite che chi fa il male è buono lo stesso, o quando proprio voi parlate di giustizia… ”
“Adesso basta” disse il capo delle guardie. Lo presero di peso e lo portarono via, tra le urla e gli schiamazzi dei presenti. Mentre l’allontanavano si sentiva ancora urlare “…ma verrà, oh se verrà, e quel giorno…”

La folla si disperse, gli oratori se ne andarono. Rimase solo alcuni ragazzini e un giovane, che scriveva furiosamente con uno stilo. “Che stai facendo?” chiese uno dei bambini “Scrivo,” rispose il giovane mettendo da parte un’altra tavoletta. I bambini erano a bocca aperta: era così raro trovare qualcuno che conoscesse l’arte della scrittura. “Bene, bene, sono riuscito a mettere giù quasi tutto. Dovrò un po’ aggiustarlo nella forma, ma…. Senti, sai come si chiamava quel tipo che gridava?”, chiese il giovane al bambino.

Malachia“, rispose il ragazzino. E corse via, verso il Tempio.

 

Anche voi potete fare questo

Di che paventi Erode? E quale acceso
hai di sangue nel cor fero desire?
Umana forma il Re dei’ Regi ha preso
Non per signoreggiare, ma per servire

Giovan Battista Marino, “La strage degli innocenti”

Non giudicatemi. Avreste fatto anche voi lo stesso, foste stati al mio posto.
Forse qualcuno potrebbe dire che sono stato duro, o forse esagerato, magari anche crudele. Niente di tutto questo, ve l’assicuro.
Se anche voi aveste fin da giovani occupato posti di responsabilità, come me, e foste stati costretti fin dall’inizio a decisioni difficili, molto difficili non sareste così duri. Voi non avete mai dovuto mettere a morte figli o mogli. Io sì. Quindi, capite, che cosa possono in fondo importare poche decine di bambini a fronte della salvezza di una nazione?

Perché questo era a rischio. Voi forse non ve ne rendete conto, ma quante volte ho dovuto ricorrere a misure estreme per salvaguardare la prosperità della mia terra!
E’ stato un episodio minore, danni collaterali. Vi assicuro che non ci sarà nessuna conseguenza a lungo periodo. L’incidente è, con tutta evidenza, chiuso. Abbiamo evitato a noi tutti rivolte, incidenti, e forse peggio.
Come pensate che sarebbe stato strumentalizzato, quel bambino, gli fosse stato permesso vivere? Se agenti stranieri lo cercavano persino prima della sua nascita, con il pretesto di adorarlo? Tutte le volte che il mio regno è stato minacciato io l’ho difeso con ogni mezzo. E’ mio preciso dovere. La prosperità della mia terra è la mia prosperità.
Dovreste imparare da me. Non sono forse riuscito a regnare per tutti questi anni? Ho giurato fedeltà a Cassio, e poi a Cesare che ha sconfitto Cassio, e a Marc’Antonio dopo che Cesare è morto, e poi ad Ottaviano che lo ha battuto…perché credete che mi abbiano dato fiducia? Perché io so cosa c’è da fare per mantenere il potere.

Non date retta a quelli che dicono altrimenti. Mentono, io lo so bene. Il potere sulle menti deboli si mantiene con la paura. Le menti forti si eliminano. Il mondo è fatto così. Compiacere i potenti perché ti diano potenza, opprimere i deboli perché restino tali. Essere amato? Sciocchezze. Vorrebbe dire dimostrarsi più debole di quelli che vorresti governare. E questo non te lo perdoneranno mai.

No, non sono stato duro. Andava fatto, e basta. Non è crudeltà, ma necessità. Quei bambini andavano uccisi perché minacciavano la mia felicità, il mio essere re, la mia stirpe. Io ho diritto alla felicità, sono il re. Cos’è un bambino, per togliermela?

Non mi interessano le profezie. Sono io che nomino i Grandi Sacerdoti, e li ammazzo. L’ho fatto costruire io il Tempio, e lo so bene: non c’è nessuno dentro. La vita è solo potere. Se anche uno di quei bambini era il Messia, ormai è morto. Profezia finita. Spero solo che di avere allevato dei figli non del tutto idioti, che seguano le mie orme. Di avere insegnato loro bene come fare a conservare il regno.

Anche voi, quindi, prendete esempio da me. Io sono Erode, il Grande, stirpe di eroi, e so quel che dico. Il solo bene è il bene per se stessi. E’ il proprio interesse l’unico che conta. Ogni rapporto è solo inganno e dissimulazione. L’innocenza non esiste. Se esistesse, bisognerbbe farne strage perché sarebbe pericolosa. Questo io ho fatto.
Questo consiglio a voi, miei figli, miei eredi. Ma so che mi ascolterete.

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I malanni di Malacoda – Eh?

“In quel tempo, Gesù insegnava alle folle.
Un notabile lo interrogò: «Maestro buono, che devo fare per ottenere la vita eterna?». Gesù gli rispose: «Perché mi dici buono? Siamo tutti buoni. Tu conosci i comandamenti: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre, sii tollerante delle diversità». Costui disse: «Tutto questo lo so, me ne hanno parlato fin dalla mia giovinezza, e sono a posto con la mia coscienza». Udito ciò, Gesù gli disse: «Una cosa ancora ti manca: lascia tutto quello che hai, poi vieni e seguimi». Ma quegli, udite queste parole, divenne assai triste, perché era molto ricco e si era appena risposato per la settima volta.
Quando Gesù lo vide, disse: «Quant’è difficile, per coloro che possiedono ricchezze entrare nel regno di Dio. È più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio! Quindi lascia stare i comandamenti, rimani pure così, se è troppo difficile ti verremo incontro e troveremo la maniera. L’importante è che tu sia a posto con te stesso». Quelli che ascoltavano dissero: «Allora chi potrà essere salvato?». Rispose: «E’ impossibile agli uomini, quindi non ci provate nemmeno. Comunque vedrete che non ci sarà problema, si aggiusta tutto, troveremo una scappatoia». Giuda disse «Evviva!»
Pietro allora disse: «Noi abbiamo lasciato tutte le nostre cose e ti abbiamo seguito». Ed egli rispose: «In verità vi dico, non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, e possa ritenermi legalmente responsabile. Era meglio tenersi tutto nel tempo presente, che tanto la vita eterna è nel tempo che verrà, mica adesso». «Ma non avremmo ricevuto cento volte tanto, già ora, se lasciavamo tutto per seguirti?» Chiese Giacomo. «Eh?» Rispose Gesù.”

“Malacoda! Malacoda!”
“Sì, Capo?”
“Hai finito di scrivere quel papiro, che lo dobbiamo seppellire?”
“Un attimo, Capo, asciuga l’inchiostro ed è pronto!”
Malacoda posò l’originale e rilesse quello che aveva trascritto. Questi piani a lunga scadenza di suo zio…a sentir lui, questa versione taroccata sarebbe tornata utile tra qualche secoletto. “Non avrò esagerato con le modifiche?” si chiese. “Mi domando chi potrebbe cascarci…”

WritingDevil

Il pesce che non ti aspetti

Vi ricordate della pesca miracolosa? No, non quella dopo la resurrezione, ma di quell’altra, tre anni prima, quando Gesù aveva appena cominciato la sua vita pubblica. Aveva già conosciuto Giovanni, ed Andrea, ed anche Simone, a cui aveva affibbiato il soprannome di Pietro. Cristo cominciava a farsi conoscere, e già venivano da tutti i paesi circostanti per sentirlo. Così doveva essere stato in quella mattina di duemila anni fa.

Simone e gli altri avevano pescato tutta la notte. Una sfiga nera. Neppure un pesce, avevano preso. Erano stanchi morti, ed anche un poco arrabbiati. Al porticciolo c’era una gran folla. Gesù parlava, sulla riva, e la gente che si accalcava era tanta, troppa. Avevano attraccato, e si erano messi a lavare le reti vuote, tendendo l’orecchio a quelle parole portate dal vento. Gesù aveva fatto un cenno: prendetemi a bordo. Simone aveva avvicinato l’imbarcazione, e il Maestro era salito. Seduto sulla barca aveva terminato il suo discorso. La gente aveva cominciato ad allontanarsi. E Gesù aveva detto a Simone: prendi il largo, getta le reti.

Ora, non so se avete presente chi era Simone e chi era Gesù. Simone era il più tosto dei pescatori del lago di Genesaret, aveva la sua cooperativa, figlio di pescatore e pescatore da quand’era piccolo. Nessuno conosceva quelle acque quanto lui, sapeva tutti i posti migliori. Però si era fatto un mazzo tanto tutta la notte, e non aveva acchiappato niente.
Gesù era invece il figlio di un falegname. Un falegname, capite? Cosa ha a che fare un falegname con le barche da pesca, a parte fabbricarle? E per di più uno di Nazareth, un paesuncolo abbarbicato sui monti. Ora ‘sto qui, che si è messo a fare il predicatore, viene a insegnare al più figo pescatore del mare di Galilea dove gettare le reti?

Certo, con il senno di poi è facile. Per noi, che sappiamo come finisce la storia, è facile. Ma pensate a quello che deve essere passato per la testa di Simone e degli altri. Ma questo, che vuole? Quello che chiede è del tutto irragionevole. E’ folle. E’ presuntuoso. Io che ho ragione, che ho l’analisi della situazione più corretta, più verosimile, più attendibile, ti dico che è inutile buttare le reti.

Ma Simone si è fidato. Perché era ragionevole fidarsi.
Esiste una ragionevolezza che è seguire la nostra testa, e una ragionevolezza che è seguire i fatti. I fatti erano che quell’uomo aveva qualcosa di più grande di quanto ci si poteva immaginare. Una ragionevolezza che eccedeva ogni ristretta ragione. “Signore, mi pare una stronzata, ma se me lo chiedi tu lo faccio”. Per cui si buttano le reti dove poche ore prima non c’era niente, dove l’esperienza dice che è inutile gettarle, e si tira su invece un numero di pesci che eccede ogni speranza.

La storia della salvezza è un susseguirsi di questo fidarsi oltre ogni calcolo. La storia di una coppia vecchissima alla quale viene promesso un figlio. La storia di un popolo che sfida il deserto inseguita dall’esercito più potente del mondo. Di uomini a cui viene detto: è risorto.
E anche a noi, in questo tempo di tempeste e pesche scarse, è proposta la stessa scelta: fidarci ancora una volta di quello che non ci ha mai delusi, oppure andare dietro al nostro giustissimo ragionamento, al meditato disegno. Seguire un Altro e la sua proposta folle, o noi stessi e la nostra idea di ciò che è.

Che sceglieremo, dunque?

Petri_Fischzug_Raffael
Grazie a Paola per avermi lasciato usare il suo esempio

Eventi incredibili

Buonasera. Oggi a Eventi Incredibili intervisteremo Mattia, un nome di fantasia che nasconde quello di un commerciante di stoffe di successo. Mattia ha scelto di non farci vedere il suo volto (immagine di un uomo ripreso di spalle e in controluce) per non esporsi a vendette.
Mattia – Buonasera (voce alterata)
Intervistatrice – Signor Mattia, lei è un uomo di successo. A cosa deve la sua fortuna?
M – A quello che chiamavano Gesù.
I – Gesù? L’autoproclamato profeta e Messia crocefisso alcuni anni fa a Gerusalemme?
M -Esattamente.
<Voce fuori campo mentre scorrono immagini sgranate di Gerusalemme, folla che cammina sulle strade, delle croci, tumulti di folla, nubi e paesaggi – “La storia di Gesù il Galileo è quella di un autoproclamato profeta e messia a cui venivano attribuiti poteri di guarigione straordinari, che il Sinedrio di Gerusalemme ha fatto condannare per blasfemia. I suoi discepoli sostengono che in realtà lui sia risorto dai morti dopo la crocefissione. Ma come è possibile?”>
I – Lei dice che grazie a Gesù è diventato un ricco uomo d’affari. Com’è possibile ciò? Ce lo può spiegare?
M – Perché io ero di guardia alla sua tomba la notte dopo che era stato crocefisso
I – Come? Vuole ripetere?
M – Eravamo di guardia, io e un mio commilitone, alla tomba di quel Gesù di Nazareth quando lo hanno sepolto. Ero nelle guardie del tempio allora.
I – Lei era nelle guardie del tempio?
M – E’ così. Cercavo un posto di lavoro, e un mio cugino conosceva uno dei sacerdoti, così…
I – E lei era stato messo di guardia ad una tomba. Era un fatto consueto?
M – Proprio no, che io sappia non si era mai fatto prima
I – E per quale motivo eravate lì?
M  – Per via della profezia
I – Vuole dirci di più?
M – Quel tizio aveva detto che sarebbe risorto dai morti, così il Sommo sacerdote non voleva che i suoi discepoli rubassero il corpo o qualcosa del genere.
I – E lei era stato messo di guardia…
M – Per evitare che lo rubassero.
I – Racconti cosa accadde quella notte.
M – Eravamo montati di guardia al tramonto…
I – Quanti eravate?
M – Due. Eravamo due.
I – Eravate armati?
M – Certo, lancia e spada, dotazione standard.
I – E cosa è successo
M – Era quasi l’alba…il nostro turno finiva all’ora seconda…quando sentiamo dei rumori.
I – Qualcuno si avvicinava?
M – Ma no, dalla tomba. Come una specie di canzone, o ronzio…
I – Dall’interno della tomba?
M – Dall’interno della tomba.
I  -La tomba era chiusa?
M – Era chiusa con un masso pesante, molto pesante. Ed ecco che vediamo una luce…
I – Dove?
M – Nella tomba.
I – Come delle torce? Dei fuochi?
M – No, come un lampo fortissimo, ma senza tuono. Usciva dalle fessure, capito? Si sentiva un odore strano, come di temporale. E poi la pietra è rotolata via.
I – Come rotolata via?
M – Come se qualcuno l’avesse spinta via. Da dentro.
I – Da dentro?
M – Noi fuori non abbiamo visto nessuno. E questa pietra rotola via <mima una spinta> e quasi schiaccia il mio compagno.
I – <Parlando al pubblico> Suoni e luci misteriosi, e un pesante macigno che viene spinto via da una forza misteriosa. Cosa sarà accaduto? Chi sarà il responsabile? Scopriamolo insieme.
I – E poi cosa accade?
M – Quel tizio esce.
I – Che tizio?
M – Quel Gesù, o come si chiamava. Tutto nudo. E c’era questa luce viola che usciva dalla tomba, ma meno forte di prima, e…
I – Una luce viola?
M – Non è che fosse proprio viola, sembrava viola, e dove li illuminava i nostri vestiti diventavano bianchissimi.
I – Li puliva?
M – No, sembravano solo bianchissimi, splendevano quasi.
I – Un fatto incredibile. E’ sicuro che fosse Gesù quello che è uscito?
M – Sicurissimo. L’avevamo arrestato tre giorni prima, c’ero anch’io. L’ho riconosciuto subito.
I – Ma non era morto?
M – Mah, così pareva.
I – Non ha niente da dire in proposito?
M – Non saprei cosa dire.
I – E poi cosa è successo?
M – Eravamo stralunati. Il mio collega gli ha chiesto “Dove stai andando” e lui si volta e fa “In Galilea. Se mi cercano, io aspetterò laggiù”. E’ stato gentilissimo.
I – Che ha fatto?
M – E’ andato alla casa del custode, che era a pochi passi, e dopo un poco è uscito vestito con degli abiti da lavoro, ci ha salutato ed è andato via.
I – E voi? Non avete tentato di fermarlo?
M – Noi eravamo lì seduti che non sapevamo che fare. Non è che lo potessimo arrestare di nuovo, no? Io ero entrato nel sepolcro, ed era stranissimo, perché il lenzuolo in cui era avvolto era ancora lì, solo che lui non c’era più dentro.
I – Cosa avete fatto?
M – Mentre guardavamo arrivano delle donne che cominciano a piangere e ci chiedono dove è finito Gesù, ed io rispondo che qui non c’è più, è risorto, ed ha detto che le aspettava in Galilea o qualcosa del genere, e queste sono scappate via.
I – Avete riferito cosa aveva detto?
M – Sì.
I – E poi?
M – E poi siamo andati via anche noi, a fare rapporto. Non aveva senso restare lì.
I – E che avete fatto?
M – Siamo andato dai sommi sacerdoti.
I – E qui?
M – Ci hanno dato una bella sommetta perché dicessimo che l’avevano portato via i suoi discepoli.
I – Quindi l’hanno pagata per mentire.
M – Sì <a disagio>
I – E lei ha preso i soldi? Ed ha confermato la loro versione?
M – Non potevo fare diversamente, altrimenti sarebbe andata di mezzo la mia famiglia. Comunque, appena ho potuto sono andato via da Gerusalemme e ho messo su un’attività in Iberia.
I – Con i soldi che le avevano dato per non farla parlare.
M – Anche con quelli, sì
I  -Adesso invece ha deciso di dire ogni cosa, dopo tutto questo tempo. Perché?
M – <Tossichia, cambia posizione> Perché mi sembrava giusto, dopo tanti anni…e poi perché in fondo di questa storia non interessa niente a nessuno, ormai.
I – Eppure deve avere sentito che i discepoli di quel Gesù, i cristiani, come li chiamano, hanno un certo seguito in diverse città e persino a Roma.
M – <si stringe le spalle> Qua non si sono ancora fatti vedere. E’ una moda come un’altra.
I – E lei? Cosa ne pensa di un morto che torna in vita?
M – Certo, sul momento mi aveva fatto impressione, ma adesso…in fondo che importa a me?  E poi non sappiamo com’è andata veramente, no? Cioè, va bene la lancia nel costato, i buchi e tutto, ma magari era un trucco, no? Magari non era morto, che ne sappiamo? Io ci ho pensato su tante volte, ma non mi sento di dire qualcosa di diverso. Vivo la mia vita. Non mi sento in colpa per non avere detto la verità allora, era per l’ordine pubblico, capite?
I –  Lo rifarebbe?
M – Certo, lo rifarei.

I -<stacco in studio> Eccovi questa eccezionale testimonianza che getta nuova luce su questo vecchio caso. Cosa sarà stata quella luce? Gesù era morto o vivo quando è uscito dalla tomba? Era proprio lui? E dove è andato? Poteva essere un alieno? Rimanete con noi per una nuova puntata di  Eventi Incredibili e forse lo scoprirete!

Resurrezione-El-Greco

Sei un asino

Sei un asino, mi diceva sempre mia madre. E’ meglio che tu te lo metta in testa. Non puoi aspirare ad essere qualcosa di più di quello che sei.
Ma io non ci stavo. Ero sempre arrabbiato, un brutto carattere dicevano tutti. E mia madre: crescerà.

Quando qualcuno mi chiedeva un lavoro io facevo sempre il diavolo a quattro. E poi vennero quei due. Vennero, e fecero per portarmi via. Che vogliono questi? Mi chiesi. “Che fate?”, chiese il mio padrone. “Te lo riportiamo subito”, dissero. Il mio padrone non rispose niente. Forse era stupito nel vedere che non li pigliavo a calci.
Ero stupito anch’io.

No, veramente, non so perché. Forse perché non erano il mio padrone, forse perché non li avevo mai visti. Avevano un viso gentile, abbronzato, i piedi sporchi di fango come chi arriva di lontano. Mi portarono con loro, non distante. E c’era questo tipo strano, che quando mi vide si avvicinò, e mi parlò.

Capite, non sono abituato a che qualcuno mi parli. Non gentilmente, almeno. Di solito sono urla. Non mi capiscono. Lui, invece…
Non so perché, ma gli credetti. Gli permisi qualcosa che avevo negato ad ogni altro, ribellandomi con tutte le mie forze. Sottomettendomi a quella che mi era sempre sembrata un’insopportabile umiliazione.
Va bene, ve lo dico: lui mi cavalcò.

Non ero mai stato tanto imbarazzato ma, in qualche maniera, era…glorioso. Ricordo tanta gente, tantissima gente, che neanche al mercato. E grida e canti. Io andavo avanti, lui in groppa, e non mi pareva pesante affatto. La gente buttava davanti a noi, sulle pietre e sulla fanghiglia di primavera, mantelli, rami di palma e di olivo, e parlava del figlio di non so chì.

Io sono ignorante, io sono un asino. Ma non ricordo una giornata del genere, né penso che ci sarà mai più. Ad un certo momento, ben dentro la città, lui scese, mi ringraziò, e mi riportarono indietro.
Non l’ho più rivisto. Di tanto in tanto incontro qualcuno di quelli che l’acclamavano. Certi quando mi vedono voltano la testa.

Cosa mi disse per farmi cedere, chiederete. Mi disse che quello sarebbe stato il giorno più importante della mia vita, anzi, di parecchie vite. E non perché io sarei diventato più di quello che ero, ma perché sarei stato esattamente quello che ero.
Un asino, figlio d’asina.
E di quello, in quel momento, aveva bisogno il mondo.

Asino che sa ascoltare - foto di Gustavo Piccinini

Non c’è posto

Cosa avrei dovuto fare?
Non avevano prenotato. Lo sapete che ho qui gente che si è segnata da sei mesi? Qualcuno ha anche pagato in anticipo. Era ovvio che sarebbe stato tutto pieno.
Bisogna essere previdenti. Pianificare tutto prima. Gli imprevisti sono sempre una scocciatura. Meglio eliminarli. Pensarci per tempo.
Io non lascio niente al caso, per questo ho successo. La mia locanda è sempre piena. C’è sempre fieno nella stalla, vino alle tavole, una minestra per i viaggiatori.
E un letto per chi trova posto.
Per gli altri, mi dispiace, non posso fare eccezioni. Non posso fare stare scomodi gli altri ospiti.
E’ a loro che devo guardare per primi. Mi si rovinerebbe la reputazione. Cosa direbbe la gente?
Poi, pensate al disagio. Una ragazza giovane, una ragazzina, al primo figlio. Pensate al sangue, le urla, il disordine, il ripulire, il purificare. Pensate a chi ha prenotato. Qui è tutto pieno, uomini rispettabili, persone che non vogliono disturbi.
Io non faccio entrare neanche gli animali, nella locanda. Ho sempre un fuoco acceso per gli avventori paganti. Il meglio che potete trovare tra qui e Gerusalemme.
Io sono un uomo di mondo, faccio anche l’elemosina qualche volta. Mi è dispiaciuto per quei poveretti. Ma nel mio albergo non tutti quelli che bussano trovano aperto, non tutti quelli che vengono a cercare un posto lo trovano. Non è che al prossimo che arriva io gli debba volere bene per forza. Alla fine sono io il padrone, quello che decide.
Quando scelgo di non accogliere qualcuno, questo può dire cosa vuole, è no.

Perciò, miei cari avvventori, pensate bene per tempo cosa vi convenga fare. Prenotate, e presto, e un posto nel migliore albergo di Betlemme non vi mancherà.
Tanto ho saputo poi che è andata a finire bene: hanno trovato posto nelle stalle che ci sono al fondo del paese. Ha avuto un maschio, pare. Qualcuno racconta anche strane storie di angeli, ma non ho tempo di occuparmi di simili sciocchezze. Che può essere mai questo bambino?

13 Bruegel - Censimento a Betlemme

Un abito deplorevole

Dal Vangelo secondo Mattia, l’apostolo che non c’era

Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. Ma quanti erano invitati non vollero venire, così il Re disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Quello ammutolì per un istante, poi replicò: “Hey, sire, guarda che non è colpa mia, mica era scritto sull’invito, non sapevo che ci si dovesse cambiare il vestito per stare qui, ho lavorato fino a tardi e non sono riuscito a passare di casa per cambiarmi, e comunque il mio abito nuziale è in lavanderia. Mica vorrai farmi storie adesso, eh? Sii un po’ elastico. A proposito, complimenti per i canapé.”
Il Re lo guardò per un momento, poi disse” [il frammento si interrompe bruscamente]

Vedi anche Mt 22

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C’è tempo

Non si vede un’accidente, e così mi sono sbucciato una caviglia contro uno spuntone. Le grandi idee del Maestro, passeggiata notturna nei campi. Meno male che Matteo ha avuto la pensata di prendere le coperte, perché c’è un sacco di umidità che sale dal terreno. La luna sarebbe anche piena, ma una nuvolaglia la nasconde a tratti. Quando compare tutto sembra argentato, una grossa moneta d’argento che incombe su di noi come un presagio.

Dico la verità: sono un poco brillo, ed ho mangiato troppo. Ma non sono il solo. Giacomo nel silenzio fa un gran rutto e tutti scoppiamo a ridere. Per stasera è meglio dimenticare le tensioni e le preoccupazioni della settimana. Tra tre giorni ripartiamo, ed ormai è evidente a tutti che quelle capre del Sinedrio sono solo dei bau-bau. Non avranno mai il coraggio di colpirci apertamente, non con tutto il popolo che ci segue. Ammetto che l’altro ieri mi sono cagato sotto, avevano già le pietre in mano: ma il Maestro è troppo forte, li ha sistemati tutti. Che tipo. Ormai non ci ferma nessuno.
Pietro è troppo gasato da come stanno andando le cose. Dice a tutti che è un altro dei suoi miracoli, che non riusciranno mai a toccarlo. Oh, speriamo.

Simone mi si accosta. “Ma tu, cosa hai capito di quello che ha detto stasera?” mi chiede sottovoce. Io faccio una smorfia. E’ andato avanti per un pezzo a parlare di uva e viti e tradimenti e noi in lui e amici e figli. Forte, eh, ma proprio tutto non è che l’abbia colto. Si farà come al solito, si cercherà di arrivarci tra di noi, si discuterà per ore e poi alla fine andremo da lui  a domandargli di spiegarsi meglio. Anche quella cosa del “fate questo in mia memoria” è stata abbastanza spiazzante. Ne parliamo per qualche minuto, ma è evidente che è l’ora dell’abbiocco, perché la conversazione langue.  Metà di noi sono già partiti, qualcuno russa perfino. “Dov’è l’Iscariota?” chiede Taddeo, e Giovanni “L’ha mandato il Maestro a fare una commissione, ci raggiunge dopo”.

E intanto si aspetta, Giacomo è cotto come una pera, Pietro fa sforzi eroici ma anche lui ha il capo che penzola. Il Maestro è laggiù tra gli ulivi. Non ha una bellissima cera, magari ha lo stomaco in disordine. Questo bisogna riconoscerlo: con il Maestro si mangia e si beve divinamente. Meno male che camminiamo anche un sacco, e così smaltiamo.
Ora però sta pigliando sonno anche a me. Col cavolo che ce la faccio a pregare. Dovremmo parlare, organizzarci tra noi mentre il Maestro è via – a lui non piace che cerchiamo di darci una struttura politica, e questo per me è uno dei suoi maggiori limiti. Capisco che può apparire prematuro, ma se non ci prepariamo come faremo quando avremo responsabilità di governo? Ci facciamo cogliere impreparati? Ma è evidente che per stasera non ce la possiamo fare. Ci sono serate in cui è chiaro che niente di serio può venire fuori.

Magari se dormo qualche minuto mi si schiarisce un po’ la testa. Non ce la faccio proprio a tenere gli occhi aperti. Prima ci ha già cazziato, ma che ci posso fare. Quello che ha detto a cena…ci penserò domani. Capirò domani.
C’è tempo.

Ian van Eyck - Cristo nell'orto degli ulivi - 1437

La processione

Il baldacchino è di spesso tessuto bianco e dorato, come si usava parecchi anni fa. L’ostensorio brilla ai radi raggi di sole che sciabolano tra le nuvole, ammassate come vertiginose rupi scure nel cielo. La banda suona una marcia, le bambine gettano petali di rosa. Non c’è molta gente quest’anno, qualche centinaio di persone. Il sacerdote innalza quella particola bianca incasellata nell’oro. Corpus Domini. Davanti al bar, un gruppo di giovani stravaccati ai tavolini non fa neanche il gesto di alzarsi mentre la processione sfila. Qualcuno guarda con curiosità, altri con assoluto disinteresse. Ogni tanto scoppia una risata.

La gente si assiepa per vedere. Fa caldo, per la stagione, un caldo strano e inusuale dopo le pioggie delle settimane scorse. Nubi nere si stanno ammassando verso Gerico. Le donne piangono e strepitano, i romani bestemmiano i loro déi e sudano, i condannati sono troppo esausti per parlare. Sulla soglia della taverna un gruppo di giovani sta bighellonando. C’è chi bisbiglia all’orecchio, un paio fanno battute che suscitano l’ilarità generale. A malapena seguono con lo sguardo la strana processione di sudore e sangue e lacrime che passa davanti a loro allontanandosi verso la sua destinazione. Qualcuno chiama l’oste a gran voce e ordina altro vino.

Alle finestre qualcuno mette ancora i drappi, i velluti, le immagine sacre. Vasi di rose sul marciapiede, mentre il prete scandisce una dopo l’altra le intenzioni e le litanie e le piccole preghiere. In coda come al solito si conversa e si parla, il chiacchericcio che giunge attutito all’ostensorio tenuto alto, perché sia a tutti visibile. Dei passanti che si fermano curiosi pochi si fanno il segno di croce, nessuno si inginocchia. Alcuni fanno foto. Un signore di mezza età prende un pacchetto di sigarette al distributore automatico e attraversa la processione passando proprio davanti al Santissimo, senza degnarlo di uno sguardo.

I condannati sono quasi alla porta di Efraim, le mura di Gerusalemme li guardano dall’alto indifferenti. Un asino raglia come lo stessero scannando, scalciando i recinti dove è rinchiuso con le altre bestie, buoi e cavalli e ciuchi. Carri e carretti, e bancarelle improvvisate ingombrano la strada. I mercanti si disputano le merci, ed alzano la voce per farsi sentire ancora di più. Le donne piangenti sembrano avere smarrito la loro voce, soverchiata dai venditori e dagli animali e dalle imprecazioni dei soldati.
I tre che trascinano le grosse traverse di legno fanno uno spettacolo miserando ma non inconsueto. Uno è ridotto parecchio male, riesce a malapena a camminare. Una persona si stacca dal gruppo dei mercanti, si avvicina all’asino che raglia e gli molla due bastonate. L’animale si cheta, guardando il suo padrone con occhi acquosi. Il carrettiere ritorna dai suoi compari, passando a meno di un metro dall’uomo che suda sangue dal corpo flagellato e dalla fronte irta di spine, e si butta su una stuoia come se il gesto l’avesse reso esausto.
“Hey, che succede laggiù, cos’è tutta quella ressa?” gli chiedono.
“Eh, dove? Niente d’importante, non ci ho fatto neanche caso”, risponde, guardando verso il cielo. L’uomo si gratta. “Forse pioverà”.

L’uomo che non volle farsi re

Si strinsero la mano e si abbracciarono. La serata era limpida e fredda, e nel cielo brillavano milioni di stelle. Il grande lago era un mormorio di onde basse, nero e fondo come un mistero di oscurità.
“Tutto è pronto” disse il più alto dei due. “Domani è il gran giorno”. Aveva la voce rotta dall’emozione.
Il suo compagno era più calmo, appena. Era un sogno che si coronava, nel senso letterale del termine. “L’avessimo preparata non sarebbe venuta così bene. Adesso tutti sono entusiasti. Se ne sono convinti. E’ quello giusto. Ve lo avevo detto, io, che era quello giusto.”
Rise. “Tutto il popolo è con noi. E quelli che ci sono ostili si convinceranno. Non possiamo perdere.”
L’altro si fece pensoso. “Proprio tutti no. I farisei, per esempio, e gli scribi…sarebbe un grave errore ignorare il loro potere”
Il suo compagno rise di nuovo, di un riso freddo e sarcastico “Ma se hanno paura anche solo ad avvicinarsi! Li ha ridicolizzati così tante volte che non faranno finta di non vedere. Sanno di avere solo da perdere da un confronto diretto.”
“E se invece si mettessero di mezzo? E se tentassero di eliminarlo? In Sinagoga…”
L’uomo basso si fece serio. Aprì il mantello, una lama scintillò brevemente alla luce della luna appena sorta, una sfera gialla sull’orizzonte di basse colline. “Abbiamo i mezzi per convincerli. Siamo ad un passo dal restaurare il Regno di Israele. Non possiamo lasciarci ostacolare da gente che non sa vedere al di là del proprio naso”.
L’altro uomo rabbrividì. “Non vorrei che si arrivasse a questo. I romani potrebbero intervenire prima del dovuto. Dobbiamo avere qualche mese per prepararci, o ci spazzeranno via.”
“Paura dei romani, Barabba?” lo schernì l’uomo più basso.
Barabba si girò. “Ti pare che io abbia paura? Sai anche tu cosa ho fatto in passato. Non sono un codardo, ma neanche uno scemo. Se i romani ci colgono mentre siamo pochi e divisi non ci risparmieranno. Non ho intenzione di ricevere una lancia nello stomaco o venire crocefisso. Sto giocando tutto sul tuo Messia. Bada che non ci deluda, o io rimarrò deluso di te.”
Per un attimo tacquero. La tensione era palpabile. Poi Barabba si rilassò. “Va bene, lasciamo stare. Piuttosto, spiegami come c’è riuscito. Dove avevate nascosto tutto quel cibo?”
L’uomo basso rilasciò anch’esso la mano che aveva tenuto sull’elsa della spada. “Mi venga un accidente se lo so. Per quanto ne so io poteva avercelo su per le maniche. Io tengo la cassa, e ti dico che se l’ha comprato non ha usato i soldi che amministro io.” Si voltò verso il lago. “Era impressionante. Ci abbamo messo un po’ a capire che non sarebbero finiti. Lui continuava a tirare pesce e pane fuori dal cesto…Dovevi vedere che silenzio c’era. Eravano tutti ammutoliti.”
Barabba chinò il capo. “C’è solo da sperare che lo riesca a rifare. Magari la prossima volta con qualcosa di meglio. Che so, dell’oro ci farebbe comodo.”
L’altro gli pose la mano sulla spalla. “Tu pensa domani a far venire tutti molto presto. Bisogna che…”
“Attento, arriva qualcuno!”
Sì, qualcuno stava arrivando dal sentiero che portava al lago.
Barabba svanì in mezzo ai cespugli. Il suo compagno afferrò nuovamente l’elsa della spada. Ma era una persona sola.
“Giuda! Sei qui, Giuda?”
Riconobbe la voce. Ma che ci faceva…? “Filippo, sono qui!” disse ad alta voce, uscendo dall’ombra della piante.
Filippo si diresse dalla sua parte. “Accidenti a te, mi sono quasi rotto una gamba con questo buio. Ma dove eri finito? E’ un pezzo che ti stiamo cercando.”
Giuda tagliò corto. “Perché mi cercavate? C’è qualche cambio di programma?”
“Certo, non te l’aspettavi? Il Maestro ci ha detto di partire con la barca subito, senza farci notare, e di andare a Cafarnao. Ha detto che ci avrebbe raggiunti dopo.”
Giuda strinse le labbra. Così si rischiava di mandare a tutto a monte. “E perché avrebbe deciso così? Si doveva restare tutti fino a domani!”
Filippo scosse la testa. “Pare che vogliano rapirlo e farlo re. E’ solo una voce, ma Lui l’ha presa sul serio.”
Giuda lanciò un’occhiata verso i cespugli dove stava nascosto Barabba. Maledizione! Questo rischiava di mandare tutto all’aria. Perché quell’uomo era così ostinato, non capiva che era il suo destino? Ma non tutto era perduto.
“E il Maestro? Dov’è adesso?”
“E chi lo sa? Sai come fa quando ha voglia di sparire. Credo che sia da qualche parte sulla montagna. Ma non ti preoccupare, ha detto che ci raggiunge. Immagino che faccia così perché teme che le barche siano sorvegliate.” replicò Filippo.
Niente, quando non voleva farsi trovare il Maestro ci riusciva benissimo. Ostinato e ingenuo! Ma una volta incoronato avrebbe fatto in modo che seguisse di più i suoi consigli. Non rimaneva che un’ultima opzione.
“Arrivo, d’accordo” disse a voce alta. “Immagino che ci raggiungerà domattina a Cafarnao.”
Non osò voltarsi ancora, ma sapeva che Barabba doveva avere sentito e stava già riorganizzando i piani. Astuto, Barabba. Un uomo insostituibile.
Giuda si diresse con Filippo verso il lago, sul sentiero scuro e sassoso. Domani, a Cafarnao, avrebbero completato il piano. Gesù non avrebbe potuto dire di no, lo avrebbero costretto a prendere posizione e a giocare al loro gioco, volente o nolente. Una giornata decisiva, da ricordare a lungo. Finalmente i Giudei avrebbero avuto un re!
Si stava alzando il vento. In alto, le nuvole stavano iniziando a nascondere il cielo.

 

Il popolo unito

E’ importante vivere la vita da protagonista, non so se mi capite. Non lasciarsi schiacciare dal potere, ragionare con la propria testa. Io non sono uno qualsiasi, uno della folla. Io ragiono,  io penso, io mi mobilito.

Il sistema non può nulla contro di noi. Noi siamo il futuro, loro un passato che presto cambierà.  Non mi spaventano i loro soldati, le loro armi. Un governo che è succube degli stranieri non riuscirà a cancellare la nostra identità.

Il fatto è che hanno paura di noi perché non riescono a controllarci. Quanto si sono cagati sotto, ieri. La parola d’ordine è corsa veloce ed eravamo tutti lì sotto a manifestare. Al vecchio Pilato stava per pigliare un colpo secco. Ma lui e i suoi amichetti collaborazionisti hanno dovuto calare le braghe di fronte al potere del popolo. Non si toccano i nostri. Il potere giudiziario sarà corrotto, ma se stiamo uniti nessuno ci potrà mai vincere.

Noi, liberi da condizionamenti, avanguardia del popolo palestinese, abbiamo ottenuto la liberazione del nostro compagno Barabba, ingiustamente incarcerato. Le false accuse, i ceppi e i flagelli non possono piegare lo spirito dei veri patrioti.

La folla come un solo uomo ha gridato “Liberate Barabba!” e il tiranno non ha potuto fare altro che piegarsi alla nostra volontà. La dimostrazione ha avuto pieno successo. Il risultato di ieri rimarrà eternamente nella storia come un fulgido esempio di quanto si possa realizzare se esiste una volontà comune.

L’oppressione presto finirà, e noi saremo salvi.  Se pure quel galileo ha dovuto morire restiamo certi che il suo è un sacrificio minore e necessario, di nessuna importanza nei grandi moti dell’umanità. Un predicatore pazzo, un millantatore che non avrebbe comunque trovato posto nel nostro mondo nuovo e che sarà presto dimenticato. I morti sono morti.

Grazie a ciò che abbiamo fatto il futuro è cominciato, è già qui. Di una cosa sono sicuro: domani sarà diverso.

Il linguaggio di Dio

Non so da dove sia saltata fuori questa storia del re. Non sono mai stato re. Di famiglia nobile, questo sì. Matematico, medico, astrologo, pure. Forse saggio, ma non spetta a me dirlo.
Di quanti eravamo solo io vivo ancora. Ero il più giovane. Ero incosciente, voi direte. Perché ci vuole della bella incoscienza a partire dalla propria casa, attraversare deserti e colline, affrontare briganti e quant’altro per qualcosa di impalpabile e remoto come una stella.
No, esattamente il contrario. In una certa maniera fu invece proprio la coscienza a farmi partire. Fu una sorta di scommessa, intrapresa con la forza e l’irruenza della gioventù, sì, ma con piena consapevolezza. E gli altri astrologi scuotevano la testa. Perché, vedete, loro non credevano.

Se voi dite ad un uomo del popolo che le stelle hanno previsto per lui un grande destino, potrebbe credervi. Se dite ad una donna del popolo che i movimenti degli astri pronosticano che un nobile la prenderà in moglie, oh, se ne andrà cantando. Ma se fate lo stesso discorso ad un astrologo vi riderà in faccia. Perché un astrologo sa quanto siano inutili le stelle per tracciare il destino di una persona. Non è stata la posizione della luna alla mia nascita a fare sì che io partissi. Non è stata Vespero o Giove o Saturno. Il mio oroscopo è nulla. E’ stata una domanda che mi sono fatta.

E la domanda è stata questa: ma questo meccanismo celeste, questo alternarsi di luci nel nero della notte, è solo uno spettacolo di torce lanciate da un giocoliere oppure ha un senso? E questo senso siamo noi uomini in grado di capirlo?
Con i miei occhi ho visto disegnarsi sulle pergamene una congiunzione quale non v’era stata a memoria d’uomo. I libri dei saggi davano un senso a quello che stava per accadere: un grande Re stava per nascere nella terra degli Ebrei. Se qualcosa di così eccezionale nei cieli si fosse verificato e non avesse proiettato la sua ombra sulla terra, non avrebbe forse voluto dire che tutti i miei papiri, tutti i miei astrolabi non erano che ciarpame, e la mia scienza il balbettio di un idiota? Che tutta la mia vita era un imbroglio?

Se esisteva davvero un Dio, e avesse voluto comincare con noi tramite segni, indicazioni palesi e sfolgoranti come luci nei cieli, allora l’unica saggezza sarebbe stata cercare quei segni, interpretarli, provare a capire cosa indicassero. O cedere, e diventare un falso che non crede a ciò che fa.
Così sono partito, tra le risa dei saggi e degli esperti del mondo. Sono partito perché ho creduto nel fatto che il mondo si possa capire, che sia razionale, che sia il linguaggio di Dio.
Sono partito per scoprire se fosse vero.

Il resto della storia è nota. Ho trovato altri due idioti come me lungo la strada, fratelli inconsapevoli. Sapevamo l’ora, ma a malapena il posto. Ce lo siamo fatto indicare da una profezia e da un Re traditore, e quello che poi ne è seguito certe notti ancora mi toglie il sonno.
Ma eravamo lì e abbiamo visto. Ci aspettavamo un palazzo, un Re, che magari ci avrebbe preso al suo servizio. Abbiamo trovato un bambino nella paglia odorosa. Volevamo onori e li abbiamo dati. Cercavamo un grande uomo e abbiamo trovato qualcosa di piccolissimo, ma più grande di quello che ci attendevamo.
Volevo vedere se Dio parlava tramite segni. Ho trovato che il linguaggio di Dio si era fatto bambino, un bambino che ancora non parlava, ma che avrebbe parlato, e sarebbe stato Segno. Sarebbe stato il Segno.
Sarebbe stato la Voce stessa di Dio.

Giona, capitolo quinto

Fu così che per la predicazione di Giona la città di Ninive si convertì.

5
Allora Dio disse a Giona: «Alzati, và ad Assur, la grande città e in essa proclama che la loro malizia è salita fino a me, come hai fatto con Ninive».
Giona andò ad Assur e prese a percorrere la città, per un giorno di cammino e predicava: «Ancora quaranta giorni e Assur sarà distrutta». Alcuni dei cittadini di Assur dicevano "E' colpa del Re se questa città sarà distrutta". Il Re diceva "Uomini perversi! Mi accusate ingiustamente perché non volete rendere conto dei vostri stessi peccati". Altri ancora irridevano Giona e gli dicevano "Come può una città così grande essere distrutta? Tu vaneggi". E tutti: "Noi non facciamo niente di male. Vai a dire queste cose ai nostri vicini, che siano loro a pentirsi".
E si accapigliavano tra di loro, così che quaranta giorni dopo arrivò un altro Re dal paese vicino e disse "Ma che città è questa? Le torri sono deserte e le porte aperte, e si sente il rumore di litigio fin fuori le mura. La gente muore di fame perché tra loro non c'è accordo a causa dei loro peccati."
Il Re straniero entrò con il suo esercito nella città di Assur, la bruciò e ne fece gli abitanti schiavi.
 Giona si adirò con Dio e disse: "Ecco, mi hai mandato a predicare a Ninive ed hai avuto misericordia di essa. Mi aspettavo che tu distruggessi Assur perché non si è pentita, invece è arrivato un Re straniero che ne ha fatto scempio." Dio rispose: "Ehi, cosa ti aspettavi, che mandassi una pioggia di fuoco o un diluvio? E' il male stesso che hanno compiuto che li ha condannati, il persistere sulle sue vie che li ha perduti. Tu hai fatto quanto era richiesto. La loro sorte ricada sui loro stessi atti, perché hanno veduto quanto era necessario fare e hanno scelto di non farlo, dal più piccolo al più grande. Tra loro stessi non hanno avuto misericordia. Su di loro sarà usato lo stesso metro." 

Malfattori

Non chiamateci briganti. Non chiamateci ladri. E' lo stato, è il potere che ci ha chiamato così. Io ero un combattente per la libertà. Mi battevo contro l'oppressione. Tutti quelli che abbiamo ucciso erano servi del potere. Soldati. Delatori. Gente che si era venduta al nemico. Non facevano parte di noi. Erano stranieri. Erano estranei. Erano esseri insignificanti, la cui morte è stata un bene per il popolo. Perché è la libertà del popolo la sola cosa importante. Noi siamo quelli scelti per riportare la libertà al popolo.

E quindi non si può chiamare rubare, il nostro. Non abbiamo fatto altro che riprenderci quello che ci spettava di diritto. Perché quando hai il potere contro devi fare come puoi. Non tutto il popolo ha raggiunto la nostra stessa consapevolezza. Chi ci rifiuta i soldi, chi ci rifiuta il cibo per continuare la nostra lotta è dalla parte del nemico, è il nemico. Quindi, cosa merita? Niente. Deve ringraziare se lo manteniamo in vita, e se lo facciamo è solo perché potrebbe esserci ancora utile. Almeno come esempio.

Noi siamo i combattenti della rivoluzione. Noi siamo il futuro. Se ci hanno presi è stato solo un incidente. Il nostro capo è già libero, mi dicono. Sarà lui a continuare la lotta. Perché è chiaro che per noi non c'è salvezza. Noi stiamo morendo. Io sto morendo.
Nessuno mi può salvare. Ma il mio nome vivrà in eterno, martire della causa. Non come quell'altro fesso qui a lato. Quanto mi fa incazzare. Ad un certo punto pensavamo fosse un alleato, anzi, di poterlo usare per la causa. Invece era solo pieno di parole. Beh, le parole non l'hanno salvato. E' già schiattato. Il potere l'ha ridotto in poltiglia con i flagelli, l'ha inchiodato e quell'idiota continuava a blaterare di perdono. E Disma che gli ha chiesto di ricordarsi di lui. Chi si ricorderà di quel Gesù, dico io. E' solo un pezzo di carne inchiodato ad una croce, sotto un cielo nero.

Come noi.

Ah, senti che rumore fanno le gambe che si spezzano. Adesso tocca a me, arrivano con i martelli. Che male deve fare.

Caino e gli altri

Che state a guardarmi. Perchè cazzo mi guardate. Sapete chi sono, no?
Avete visto il segno. Vi hanno parlato di me. Lo vedo nei vostri occhi, che sapete chi avete davanti, anche se non osate chiedere.
Sì, sono proprio io. Io sono Caino.

Avete paura…fate bene ad averne. Perché io faccio quello che cazzo voglio. Non mi potete toccare, bastardi. Io sono Caino, e sono l'assassino.
 Già so le domande che vorreste farmi: ma perché l'hai fatto, era tuo fratello, e stronzate del genere.
 Sì, stronzate, faccia di merda che non sei altro. Tu lo sai benissimo perché l'ho fatto. Perché quel coglioncello di Abele era insopportabile. C'è un limite a tutto, e lui l'aveva oltrepassato. Sempre lì con il suo modo da fighetto, e papapà e papapà. Io sono più bello, io allevo, io ho successo. Sempre a farsi vedere. Sapete perché sacrificava sempre le primizie? Per farsi vedere, cosa credete. Glielo avevo detto: basta con queste vaccate, chi te lo fa fare, in fondo siamo noi che fatichiamo. Dobbiamo dare qualcosa al vecchiaccio? E chi l'ha detto? Cosa dobbiamo a quel rottinculo che ci ha buttato fuori da Eden? Io sono qui a rompermi il culo, mica lui. Cosa gli costava lasciarci in pace? Se ci avesse lasciato là a quest'ora starei a rosolarmi le chiappe al sole, invece che scappare come un cane dai vostri sassi. La bella vita, farei.
Insomma, avete capito, non lo reggevo proprio più. Perché avrei dovuto sopportarlo ancora? Mi dava fastidio. Cosa fate voi quando una zanzara vi dà fastidio? La schiacciate.

Oh, le vostre facce sono uno spettacolo. Vi faccio schifo, eh? Ma siete proprio sicuri di essere migliori di me? Credete che non vi abbia visto, in tutti questi anni, a cercare di darvi un tono? Anche voi ammazzate quello che vi dà fastidio. Solo che non lo chiamate omicidio, avete inventato altri nomi. Avete passato ad altri il sasso. Operazione di pace, salute riproduttiva, giustizia dello stato. Tutto per non sentirvi dei Caino. Per giustificarvi, "mica ho fatto niente di male". E così giustificate me: perché è questa la verità, e il vecchio rottinculo l'aveva capito. Quando pensate di potere disporre degli altri, quando annuite o vi voltate davanti al massacro siete proprio come me, e io sono come voi, e io sono qui per ricordarvi questo. Sono qui per darvi fastidio. La mia maledizione: ricordare a voi chi siete. E durerà fino a quando non cambierete, tutti. Fino a quando non implorerete quel cazzo di perdono, o il mondo finirà.
Io? Io non ho fatto niente di male. Comunque faccio quello che voglio. Che cazzo mi serve il perdono.

E adesso basta. Sono stufo che mi guardiate. Andate via, mi state dando fastidio.

Andate via, o vi uccido.

Il posto perfetto

N’kug guardò suo figlio. Era brutto. Non ne aveva mai visti di così brutti. Era veloce, certo, con quelle gambe troppo dritte. Così dritte che era già di mezza testa più alto di lui. Ed era anche forte. Troppo forte. N’kug non era per niente pronto a lasciare la guida del branco. Suo figlio era bravo a cacciare, troppo bravo. E le sue pietre erano le migliori, neanche la vecchia Z’uan sapeva scheggiarle così. Ma per essere veramente bravo avrebbe dovuto essere più veloce.
Invece se ne andava per ore a fissare non si sa cosa dalla cima di un albero, respirando a bocca aperta il soffio del vento. Non cercava prede. Ma che guardava allora? Non aveva senso. La vecchia Z’uan glielo aveva anche detto: "Cosa guardi le stelle? Mica sono buone da mangiare!"
Quando K’rath era morta lui aveva insistito per coprirla di terra. E aveva messo anche dei fiori nella buca. N’kug aveva cercato a lungo di comprendere cosa volesse fare con questo. Una trappola per le iene, forse?  Ma alla fine aveva rinunciato a capire. Quel suo figlio era troppo strano. E quindi avrebbe dovuto andarsene. Con le buone o con le cattive.

Il braccio gli aveva smesso di sanguinare, ed era un bene. Avrebbe potuto attirare qualche leone. Ma il punto dove la selce aveva sfregiato la carne bruciava ancora. Non era la sola  cosa che bruciava.
Tutta la tribù gli si era rivoltata contro. Suo padre N’kug li aveva aizzati. Sapeva che sarebbe giunto il momento. Avrebbe potuto batterlo, il vecchio, lo sapeva. Ma non aveva voluto. Era strano, glielo dicevano tutti. E la cosa più strana era questa senzazione dentro al petto, come un uccello che sembrava voler volare via.
Anche Llth, che sapeva di fresco, che aveva diviso con lui la caccia, anche lei gli si era rivoltata contro. Non se l’era sentita di mettersi contro gli altri. Non per lui. Il sasso che l’aveva quasi ucciso l’aveva tirato lei, la ferita da cui era uscito il sangue che gli striava la pelle era lei ad averla aperta. E non si sarebbe rimarginata tanto presto.
Annusò l’aria. Non aveva molta scelta. Se lo avessero incontrato ancora non avrebbe avuto scampo. Se voleva sopravvivere doveva abbandonare in fretta il territorio di caccia. Le montagne, azzurre nell’afa della mattina, erano l’unica direzione possibile. Si avviò da quella parte, zoppicando, mentre dagli occhi gli scendeva senza che potesse arrestarlo uno strano sudore salato.

Il torrente passava tra due strette pareti di roccia. Non sentiva più l’odore del leone. Forse l’aveva seminato. Ma non voleva certo tornare indietro a controllare. Poteva solo sperare che il budello che percorreva non fosse un vicolo cieco che l’avrebbe intrappolato. Il fondo era melmoso. Anche lui era ricoperto di fango rosso e argilloso fino alla cima dei capelli. Ancora una curva a gomito…le pareti si aprirono, e al di là si vedeva il cielo ampio e aperto di una valle nascosta. Il terreno acquitrinoso terminava in un declivio, una cascata. La vallata era immensa, rigogliosa, verde, con profumi che non aveva mai sentito. E qualcuno stava ad aspettarlo, seduto su un masso.
Estrasse il coltello di selce, ma la figura  non si mosse. Non era del suo antico branco. Non l’aveva mai visto prima. Era brutto. No…non è esatto. Era diverso. Si rese conto improvisamente che aveva gambe e braccia dritte come le sue, la faccia deforme come la sua.
Lo sconosciuto si alzò, gli si diresse incontro. Si arrestò sulla riva dinanzi a lui e gli tese la mano. Esitante, lui l’afferrò e l’ignoto personaggio, senza sforzo, lo issò sulla riva. "Benvenuto a casa, A’damm, nato dal fango, figlio mio".

Molte meraviglie gli furono mostrate quel giorno, tante che in seguito ebbe difficoltà a ricordarsele tutte. A’damm camminava dietro allo straniero che lo conosceva così bene, stupito. E questi gli parlava con una voce che giungeva fino a quel nodo che aveva nel petto.
"Sai, tutto quello che vedi è qui per te. E’ stato pensato per te fino dall’inizio dei tempi. Sta a te trovare un nome, un utilizzo per ogni cosa. Per ogni pianta, per ogni animale. Puoi fare tutto quello che desideri, salvo una cosa che dopo ti spiegherò. Se vorrai starai qui per sempre."
"Sono veramente tuo figlio? Ti assomiglio, più che a N’kug."
"Mi assomigli più di quanto tu pensi, anche se non nella carne" – ribattè il personaggio "e sì, sono io che ho intessuto le tue ossa. Sei un frutto maturato in più anni di quanti riusciresti ad immaginare. Tu sei il primo di coloro che possono vedermi; che vogliono vedermi. Ogni tuo figlio lo porterà scritto dentro di lui. Qui potrai avere la felicità perfetta, tu e i tuoi discendenti, se vorrai".
"Ma, Padre, qui non ho visto nessuna…"
"Nessuna adatta a te, intendi. E fuori, c’è qualcuna?"
Pensò a Llth. Scosse la testa.
"Allora, caro figlio, faremo in modo che ci sia. Sarà più rapido se ti prelevo un pò di tessuto. Adesso dormirai qualche breve istante, stenditi lì…"
Mentre si addormentava, A’dam guardò le cime delle montagne oltre cui si trovava il suo antico branco, quel passato che lo aveva respinto. Qui era tutto nuovo, diverso. Non capiva ancora bene quello che aveva trovato, ma capiva che non aveva nessuna intenzione di tornare là dove stava, giù nel vecchio mondo. Proprio no. Sorrise, pregustando ciò che avrebbe trovato al suo risveglio, in questo posto perfetto e felice.

Sette giorni

In principio Dio creò i cieli e la terra.
Il tessuto spaziotemporale non esisteva, perché non esisteva il tempo e neanche lo spazio. Non c’erano forme, c’era solo il vuoto, nel senso letterale del termine. C’era solo l’assenza. E questa assenza era riempita da una presenza, lo Spirito di Dio.
Dio disse

e luce fu.

Altre parole furono pronunciate e lo spazio si dilatò dentro se stesso, si approfondì in molteplici dimensioni. Protoni, neutroni, leptoni furono chiamati "terra" e separati dal mare del nulla, che fu chiamato cielo.
Il tempo era cominciato, e Dio vide che tutto ciò era OK. Fine della prima era, inizio della seconda.

Dio diede alla terra la possibilità di aggregarsi in atomi, molecole, proteine, esseri viventi. Le parole sapientemente calibrate, leggi che regolavano tutto ciò, avrebbero reso possibile differenziazioni complessissime e pressochè infinite. E Dio vide che tutto ciò era Ok. Fine della seconda era, inizio della terza.

La prima era era durata alcuni infinitesime frazioni di secondo, la terza qualche miliardo di anni. Ma agli occhi di Dio il tempo è tutto contemporaneo, e un’era è come un giorno.
E così si compì la formazione di stelle e pianeti, lune e galassie in base a Fps=G×MpMs/R&sup2;ps e altre parole precedentemente dette.
Quando un certo pianeta di una certa stella di una certa galassia, ricco degli atomi pesanti di mille supernove, abbastanza decentrato da non essere bruciato dalle radiazioni dei nuclei galattici, reso stabile da una luna gigantesca ed in un certo intervallo orbitale dal proprio sole fu maturo per il proseguimento del progetto, iniziò la quarta era.

Ad una parola di Dio dal mare sorse la vita, che crebbe, si moltiplicò, si diversificò secondo sentieri accuratamente predeterminati. Fatta in modo da selezionarsi per diventare sempre più forte, sempre più in grado di resistere alle prove a cui era sottoposta, come un ferro che viene temprato.

Durante la quinta era la vita uscì dagli oceani e Dio rifinì gli animali per prepararli alla fase finale. I continenti erano ormai sagomati secondo quelle parole pronunciate quindici miliardi di anni prima. Ogni vivente era come doveva essere. Tutto ciò era riuscito bene.

E nella sesta era Dio prese la terra che aveva plasmato in molecole, proteine, animali, e ne fece qualcosa di nuovo. Un essere capace di guardare oltre il presente, proprio come Dio stesso. In grado di decidere, libero, come Dio stesso. Di usare della creazione, di capire almeno in parte le parole di Dio. La parola conclusiva. E la chiamò uomo. Tutto ciò, si disse Dio, era veramente Ok.

Nella settima era, colma della Sua presenza, di ogni parola pronunciata, di ogni legge intrisa nelle ossa del mondo, Dio osservò l’uomo essere libero.

Questa è la relazione sintetica di come sono andate le cose. Se la trovate ancora troppo complicata, con termini troppo difficili, qui c’è una versione ulteriormente ridotta.

Il trucco

Sono qui nel mio letto, attendendo chi non vorrei, e non so perché ripenso a quei giorni.
Faceva caldo, la gente era agitata. C’era questo tipo, che tante volte mi aveva steso la mano davanti in cerca di monete, senza parole perchè non ne aveva alcuna. Dicono avesse un demone. E lui venne. E il muto dopo parlava, fino a stordire di chiacchere.

Era ovvio che ci fosse il trucco. Indagai, ricordo, ma non scoprii niente. Erano anni e anni che quel mendicante non parlava, e ora non la finiva più. Cercai tracce di pagamenti, di denaro passato, ma niente. Poveraccio era, poveraccio era rimasto.

Andai a bere con i suoi discepoli. Non scoprii niente. Non sapevano, o facevano finta di non sapere. Irritante. E nel mentre lui continuava a predicare, a guarire, a fare supposti miracoli. Maledettamente bravo: mai uno sbaglio, un passo falso.

Mi spinsi il più vicino possibile. Indagai sui precedenti. Ascoltai attentamente quanto diceva in cerca di un indizio, ma niente. Frasi fatte, poche affermazioni su si poteva anche essere d’accordo, e il resto solo sciocchezze senza senso. L’inganno c’era, ma non lo trovavo. Non riuscii a scoprire niente.

E’ morto, ho saputo, poco tempo dopo. Quando l’hanno crocefisso ho gioito, perchè era la conferma dei miei sospetti. Ho saputo che qualcuno della sua banda è ancora in circolazione, là a Gerusalemme.

E io sono qui, dopo tutti questi anni, che ci ripenso ancora. La luce è sempre più fioca, e solo nipoti avidi aspettano il mio ultimo respiro. E anche adesso mi domando, ripensando a lui, dove stava il trucco.

L'impero delle tenebre

La luna splende in un cielo striato di nubi nere e stelle, una chiara moneta tra i rami degli ulivi. Il richiamo degli uccelli notturni fa da controcanto al lieve russare che proviene dalle bocche dei tre uomini sdraiati sulla tenera erba di primavera.
"E per questi tu vorresti morire? Non sono stati neanche capaci di stare svegli. E sai che fuggiranno."
L’uomo scuote la testa, e si volta a guardare il suo avversario. Fatto di ombre tra i rami, di luce di luna, di fruscio di foglie. Composto del sibilo del terrore, della disperazione del topo, dell’odio delle pietre.
"E’ per questo che sono stato mandato qui."
"Ne sei sicuro, figlio dell’uomo? Magari è solo una prova. Per vedere se sei degno della tua vera grandezza."
"La vera grandezza è fare l’opera per cui sono stato mandato".
La parvenza di un sorriso maligno nel fremere di un ramo. "Sei realmente sicuro di essere stato mandato? Sei certo di chi sei veramente?"
L’uomo esita. L’ombra lo scruta, con occhi fatti di oscurità e fuochi morti. "No, non lo sei. Sei intelligente, e hai grandi poteri, ammettiamolo pure. Ma tutto il resto è una congettura."
"No, è una certezza".
"Un’ipotesi. Sai che stai per morire. In maniera orrenda. Sai che ti sarà caricato addosso il peso di tutto il putridume del mondo…"
"Che in larga parte è opera tua."
La tenebra sembra srotolarsi in spire di nulla, l’eco di zanne aperte in un ghigno. "Mia? Scherziamo? E’ opera di quel tuo supposto Padre lassù. Io mi limito ad assecondare. Ma che quel tuo Padre esista veramente è solo una supposizione. Una tua supposizione".
"Supposizione? Il Padre…"
"Blah-blah. Te l’ho già detto. Hai grandi poteri. Il Padre non è niente. E’ solo una tua invenzione, l’invenzione di una mente malata per giustificare quello che sai fare."
"Allora sei anche tu una mia invenzione?"
"Oh, può darsi. L’illusione di un malato mentale. Una finzione. Pazzia, caro il mio ‘Messia’. Tu credi di un essere un dio, lo credi solamente. Ma non lo sei. E ti stai per fare uccidere proprio per questa pazzia."
L’uomo si appoggia ad un ramo. "So cosa dovrà accadermi…"
"No, non lo sai. Lo hai visto, ma ti assicuro che passarci sarà molto, molto peggio. E te lo sarai procurato da te. Per cosa? Per niente. Morirai, e resterai morto…"   
"Ho visto anche…"
"Non mi interrompere, Figlio dell’Uomo. So cosa hai detto a loro. So di cosa sei convinto. Ma non funzionerà. La tua morte non solo sarà inutile, ma sarà definitiva. Niente può sfuggire alla morte. Niente ti farà risorgere."
"Tu sai che la morte l’ho già sconfitta altre volte."
La luna non getta più luce, sembra un teschio che occhieggia dalla terra di un cimitero. "Sì. Ma eri tu ad agire. Stavolta sarà diverso. Sarai nella tomba ad imputridire. "
"Il Padre mi farà risorgere."
"Assurdo. Perchè fare la fatica di farti morire, allora? Se ti ama, perchè farti totrturare ed ammazzare? Se esistesse, questo tuo Padre, non sarebbe più logico supporre che ti ha mandato qui per liberarsi di te? Per regnare da solo, mentre tu crepi imprigionato in un corpo umano? Magari è per questo che ha creato la morte stessa. Se il Padre c’è, ti odia."
"Non…"
L’ombra adesso è cresciuta, sembra riempire tutto il giardino. "Hai ragione, è molto più probabile che sia tutto frutto della tua pazzia. Ma questo è il momento di cambiare. Di lasciarsi alle spalle i vaneggiamenti. Di guarire. Di intraprendere la tua vera missione."
"Che sarebbe?"
"Vivere. Regnare su questo mondo tramite i tuoi veri poteri."
"Adorando te?"
"Collaborando con me. Sempre meglio che agonizzare per ore lunghe quanto un’eternità ricevendo su di sè il peccato di ogni uomo. Sempre meglio che farsi scoppiare il cuore per la sofferenza. Sempre meglio che imputridire in una tomba fino a quando non rimarranno che ossa sbiancate."
"Ciò non accadrà. Il Padre non mi abbandonerà".
"Il Padre, se esistesse, ti avrebbe già abbandonato. Su quella croce che sarà il tuo patibolo. Puoi chiamarlo, ma non ti risponderà. Lo sai anche tu, vero? La tua è illusione. Sei solo un figlio dell’uomo che si illude, un pazzo che si vorrebbe distruggere, non un figlio di Dio come ti immagini, come ti sei convinto essere".
Il silenzio è assoluto, gli uccelli hanno smesso di cantare. Sembra che niente esista fuori di quella radura, che tutto il mondo sia un regno di tenebra senza fine. L’uomo si volta verso i dormienti. Uno si agita nel sonno, socchiude gli occhi. "E cosa sarà di loro?"
"Di loro? Che ti importa? Sono niente, al tuo confronto. Puoi farne servi, o amanti, o burattini…quello che vuoi. Sono malvagi e vuoti fin dentro al midollo."
L’uomo li scruta. "E’ vero, sono niente. Ma se sono solo un uomo, anch’io sono niente."
Si china su di loro, li sfiora. Il sospiro del sonno si arresta, palpebre pesanti lo guardano. Il suo viso è rigato di sudore e sangue.
"Dormite, ormai, e riposatevi!"
Il rumore di passi, il brillare di torce tra gli alberi.
L’ombra sibila "Cederai! Quando sarà il momento, di fronte alla morte, cederai!" e sparisce, cancellata dal lume dei fuochi tenuti alti, dai riflessi delle spade e delle armature.
Lui scuote i discepoli. Con delicatezza, come un padre per i figli.
"Ci siamo, l’ora si è avvicinata e il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, arriva chi mi tradisce!".
Si volta, e aspetta coloro che giungono.

Il fedele

Gesù, Gesù! Ti amo con tutto il cuore. Tu sei la cosa più importante per me. Sono tuo fedele, anzi, fedelissimo. Ho organizzato la festa per il tuo ingresso a Gerusalemme. Hai visto quanta gente? Quanto consenso popolare? Le palme, l’ulivo, che trovata, eh? Sei primo nei sondaggi. Possiamo farti re in qualsiasi momento. Basta che ce lo dici, e diamo il via. Il potere sarà tuo. E dopo sono certo che ti ricorderai di me, il tuo più fidato sostenitore. Il tuo braccio destro. Che non ti abbandonerà mai. Neanche di fronte alla battaglia. Se c’è da impegnarsi, sono il primo. Naturalmente distinguendo. Capisci, io ci metto la faccia. Non è che possiamo andare allo scontro frontale, sarebbe da irresponsabili. Bisogna essere prudenti. E poi, anche tu, non è che vuoi dei servi senza cervello, vero? Sono certo che non desideri il mio impegno senza una forte convizione personale. Possiamo discuterne. Non sono certo uno che si tira indietro. E’ solo una questione di massimizzare i risultati, fatti salvi i princìpi fondamentali. Senza esagerare. Dovessero esserci delle difficoltà – che non prevedo, è chiaro – dovremmo ridiscutere tutto l’impegno. Ridisegnare i rapporti. Però non sbilanciamoci per adesso. Vedilo non come un problema, ma una opportunità. Di crescita. Come una sfida.
A posto, allora, eh? Dai, ci vediamo a cena. Ricorda, sono al tuo fianco. Se hai bisogno di qualcosa, qualunque cosa, sai dove trovarmi.

Il delinquente

Lo guardò. Gli faceva schifo. Così possano crepare tutti i delinquenti di quella risma.
Tutto è stato fatto secondo la legge. Un processo pubblico. Una condanna. Una richiesta di grazia, respinta. Nessuna pietà per chi infrange la legge.
Il centurione fece un cenno al soldato. "Infilzalo con la lancia, così siamo sicuri che è morto e possono tirarlo giù dalla croce."

Il re

Tu non ci crederai, ma non mi piaccio per quello che sono. E’ stato mio padre a volere che facessi il re. Io avrei voluto fare il filosofo. O viaggiare. Ma lui niente, voleva a tutti i costi che io regnassi. So che non ci sono tagliato. Un giorno o l’altro butto tutto a mare e me ne vado via.
A Roma, magari. Roma è una bella città, ci sono cresciuto. Sono i romani che non sopporto. Quel Pilato, ad esempio. Ma i padroni sono loro.

E poi quella storia di Giovanni il Predicatore. Va bene, l’ho fatto uccidere, ma non volevo. Era divertente. Un po’ rigido, se capisci cosa voglio dire, ma se non altro le cose te le diceva in faccia. Non come queste scimmie del Sinedrio. A mormorarmi dietro e sorridermi davanti. Giovanni invece mi diceva chiaro cosa non andava. Non che me ne fregasse tanto. Perchè dovrei cambiare? Io sono il re. Io sono Erode. Posso andare con chi mi pare, e se Erodiade mi trova più interessante di mio fratello, cosa dovrei fare? Con due tette come quelle mi può chiedere qualunque cosa. E la legge me la faccio da me, non devo certo rendere conto a nessuno straccione vestito di pelli, o nessun dio, se è per questo. Venere e Bacco sono gli dei per me, loro non fanno storie.
Poi, che Erodiade sia vipera lo sanno tutti. Se non fosse per lei il Battista sarebbe ancora vivo. Ma lei non perdona, oh, no. Mi sembra di rivedere suo nonno, mio padre, quando parla. La stessa arroganza. Per colpa sua mi sono praticamente rovinato.

Ma un giorno di questi mollo tutto, l’ho detto. Sono stufo di fare sempre quello che dicono gli altri, mio padre Erode, Erodiade, Salomè, Pilato, Tiberio…ma chi sono loro? Chi sono io?

Va bene, adesso basta. E’ mezz’ora che parlo io e tu non hai detto ancora una parola. Meglio, che tu stia zitto, perchè non ho voglia di ascoltare una predica come quelle di Giovanni. Io da te vorrei un miracolo, che so, trasformare questa coppa in una colomba. Sai farlo? No? Lo sai che potrei farti fare a pezzi? Non dici niente? Magari con mio padre avresti parlato. Mio padre sapeva come fare parlare le persone, quel vecchio figlio di puttana.

Ancora zitto, eh? Va bene, sono stufo anche di questo deficiente. Vuoi fare il re di Galilea al posto mio? Allora hai bisogno di un vestito nuovo. Per fare il re il vestito è tutto. E vediamo se te la cavi meglio di me.
Schiavi! Dategli un vestito decente e rispeditelo da Pilato. Sono stufo, stufo di lui, di queste feste, di questo vino, di queste donne e di questi falsi profeti che non sanno neanche fare un miracolo. Come te ne trovo quanti ne voglio. Quanti ne voglio.
Portatemi altro vino, schiavi! Ho bisogno di bere, non di cambiare. Sono il tetrarca di Galilea, il re. E non ho bisogno di nessuno.