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Passando per la scienza

Su consiglio di un amico, mi sono letto “There is a God“, “C’è un Dio”, un libro di una decina di anni fa che ha come sottotitolo “Come l’ateo più famoso del mondo ha cambiato idea”.

L’ex-ateo in questione è Antony Flew. Sebbene sia opinabile se fosse o meno il più famoso, non c’è dubbio che fosse il lizza per il titolo, per carisma e importanza nella filosofia. Flew, chiaramente un’ottima penna, dimostrando una invidiabile onestà intellettuale racconta come è giunto a rovesciare le sue convinzioni di una vita sull’esistenza di un essere supremo creatore. Lo fa attraverso una breve autobiografia. Da questa apprendiamo che la sua è stata una conversione per così dire intellettuale.

In altre parole l’autore ha riconosciuto che ragionevolemente e logicamente le spiegazioni che gli atei davano per alcune delle questioni fondamentali della scienza e della filosofia non stavano in piedi.
Non quindi una rivelazione, una caduta sulla strada di Damasco, ma piuttosto una presa di coscienza intellettuale e filosofica. La divinità del filosofo è una Mente; non è il Dio cristiano né alcun altro dio, ma la risposta più convincente. Al contrario di altri personaggi Flew sostiene che è proprio stato l’avanzare della scienza a rendere evidente che certe soluzioni positiviste all’enigma dell’esistenza erano errate o quantomeno insufficienti.

Ad esempio, se fino a un centinaio di anni fa era possibile ipotizzare un universo eterno e stazionario, oggi non è più così. Abbiamo un big-bang, un punto d’inizio, stranamente simile alla creazione delle teologie. Niente si origina dal nulla, e qui si ripropone l’argomento della causa prima, l’origine ultima di tutti gli effetti.
Il fatto che poi questo universo abbia leggi  esattamente calibrate per sostenere la vita e noi è inspiegabile, a meno di ipotizzare una serie infinita di universi. Il che filosoficamente non sposta il problema: chi ha scritto queste leggi?

Il libro passa poi ad esaminare l’origine della vita, sia da un punto di vista filosofico che scientifico. Racconta un episodio simpatico: ricordate la pretesa che un branco di scimmie con delle tastiere possono, dato il tempo, scrivere tutte le opere di Shakespeare? Bene, qualcuno ci ha provato: ha chiuso per un mese sei scimmie e una tastiera in una gabbia. Alla fine non solo non è venuta fuori nessuna opera del poeta inglese, ma neanche una singola parola di senso compiuto. comprese quelle di una sola lettera. In effetti, la probabilità di comporre battendo lettere a caso anche solo un sonetto di Shakespeare, 488 lettere, eccede di gran lunga il numero totale di particelle dell’universo. In altre parole, abbiamo più probabilità che prendendo un cucchiaio di materia in qualsivoglia punto del cosmo troviamo un singolo atomo precedentemetne designato piuttosto che scrivere quella poesia pestando tasti a casaccio per milioni di anni.

I viventi più semplici, entità in grado di riprodursi e passare la propria impronta genetica ad un discendente, sono molto più complessi ed improbabili di un sonetto. E’ per questo che la spiegazione più semplice è una Mente creatrice.
“I leader della scienza dell’ultimo centinaio di anni, insieme con alcuni dei più influenti scienziati odierni, hanno costruito un’avvincente visione di un universo razionale che sorge da una Mente divina. Come accade, questa è la particolare visione del mondo che trovo essere la più solida spiegazione fiilosofica di una moltitudine di fenomeni incontrati da scienziati e non.”

L’autore intreccia scienza e filosofia in maniera affascinante e divertente. Si possono discutere le sue affermazioni, ma non si può negargli il fatto di essere persuasivo.
Il libro termina con l’ammissione che l’autore è ancora lontano dal credere in cose come un’esistenza dopo la morte; ma che rimane aperto all’onnipotenza, e

“Come ho detto più  di una volta, nessuna religione possiede qualcosa come la combinazione di una figura carismatica come Gesù e un intellettuale di prima classe come S.Paolo. Se desideri che l’onnipotenza metta in piedi una religione, mi sembra sia questa il concorrente da battere!”

Flew è morto nel 2007. Ormai avrà toccato con mano quanto i suoi ragionamenti filosofici fossero azzeccati, e cosa sia davvero l’onnipotenza.

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Amore programmato

Prendo spunto ancora dal film “Blade Runner 2049” (seguono lievi spoiler, non vi rovinate a leggerli).

Come accennavo, questo sequel in qualche modo depotenzia le profonde domande religiose e filosofiche del suo predecessore. Il punto che sembra esplorare di più è quello dell’amore, del suo rapporto con la predestinazione e con il libero arbitrio.

Una delle protagoniste, Joi, è un programma, un’intelligenza artificiale che è una specie di tamagotchi in apparenza umana. Rappresenta la compagna perfetta: bella, disponibile, si materializza olograficamente con i vestiti adeguati all’umore del suo possessore, o senza di essi. Innamorata.
Ecco, innamorata. Amore, o simulazione di amore? E’ una intelligenza dotata di libero arbitrio, o è solo codice che si esprime in parole e atti adatti alla situazione?
Se la persona fosse reale il modo in cui agisce li definiremmo atti d’amore. Ma, dato che è un programma venduto in milioni di copie, cosa possiamo dire degli stessi atti e parole? Aggiungo io: in ogni caso pronunciati da un’attrice secondo un copione, quindi finzione.

Joi, ammesso che sia considerabile come un’entità, è predestinata ad innamorarsi del suo padrone, non può fare diversamente. O no?

Nel film è suggerito che forse anche Rachel – Sean Young, la protagonista del primo film, fosse stata programmata per innamorarsi di Deckard – Harrison Ford (e viceversa?). Se un programma è “incarnato” dentro un corpo, artificiale che sia, è differente da quando ha come interfaccia un ologramma? E noi umani, in che modo siamo differenti? Siamo forse anche noi predestinati ad amare? Che relazione c’è tra una predisposizione e il destino?

Il libero arbitrio comporta questo: che si può rifiutare ciò a cui siamo predestinati. In altre parole: ci si può rifiutare di amare. O si può amare qualcosa d’altro, qualcun altro. Errore, o possibilità?

Sorge una domanda: la felicità può risiedere nel rifiutare quell’amore che coincide con il nostro destino?
La sola risposta possibile è che dipende da chi ha predisposto, per così dire, quell’amore. Se si tratti di un essere onnisciente che ama le sue creature o di un imperfetto programmatore umano, che le considera un prodotto.
Possiamo scegliere di non essere ciò che dobbiamo essere. Ma ogni cosa ha una conseguenza: accadrà ciò che non avrebbe dovuto essere.

Capolavori e no

Ci sono certi film che nascono come un miracolo. Attori e regista in stato di grazia, un copione ispirato, musiche, fotografia fuori dal comune… un esempio classico è “Casablanca”, che doveva essere un filmetto di propaganda e non si smetterebbe mai di rivederlo.
Un altro esempio è senz’altro “Blade runner”, l’originale. Nato noir, scuritosi ulteriormente nel corso del tempo con i vari director’s cut, non è qualcosa che lasci indifferenti. La pellicola ha trama e interpreti e ritmo così perfetti che era mia intenzione non vederne il seguito, “Blade Runner 2049”, ora nelle sale. Non amo dare spettacolo di me stesso, e sapevo che se mi avessero rovinato l’originale con qualche boiata mi sarei messo a gridare nel mezzo della sala. Come si fa ad aggiungere qualcosa alla perfezione?

Per una serie di circostanze, invece, ci sono andato (l’alternativa era guardare pellicole inguardabili).
Cominciamo con le cose positive: non mi sono messo ad urlare.
Sebbene il film si basi su una trovata abbastanza scontata, un messianismo che ricorda tanto “Matrix”, “Terminator” o “il pianeta delle scimmie”, non lo fa pesare più di tanto. Anzi, lodi a chi ha redatto lo script per essersi riuscito a barcamenare su tutte le interpretazioni del suo prequel, compresa la versione originale con la voce narrante. Con interessanti e inattesi soprassalti di originalità.
La fotografia e la scenografia sono splendidi, gli interpreti sono tutti molto bravi. Rimane la regia.
Il Blade Runner originale era quasi impressionista: bastava una sequenza di pochi secondi per fare immaginare un mondo. Il regista Villeneuve qui sembra rotolarsi nelle atmosfere, insistere su dialoghi quasi leziosi – in un noir non è un bel segno – in definitiva si sbrodola un po’ addosso. Se invece delle due ore e mezza attuali fosse durato le canoniche due probabilmente ci avremmo guadagnato tutti.
E poi c’è l’aspetto religioso.

Il senso religioso è ciò che tocca le domande intime dell’uomo. Chi siamo, dove andiamo, perché esistiamo. Cosa ci rende uomini. Il primo film ne era intriso, è proprio quello che lo innalzava a livello di capolavoro. “Ho visto cose che voi umani…” Non si comprende bene neanche nell’originale, a meno che uno non abbia letto il libro da cui è in parte tratto, ma ciò che distingue il replicante prodotto in serie dall’umano è l’empatia rispetto agli altri esseri, la compassione. Le domande che i cacciatori di androidi pongono ai possibili replicanti per identificarli sono tese a questo: se non possiedi emozioni reali davanti alla sofferenza dei viventi vuol dire che non hai un’anima. Sei un essere artificiale, automa crudele perché non comprendi cosa sia soffrire. La conclusione del film del 1982 suggerisce che apprenderlo è un salto che si può compiere. Se cerchi, se invochi un Padre non terreno, quello ti risponderà.

Quel profondo aspetto simbolico nel sequel viene a mancare quasi del tutto. Questa ricerca dell’anima passa in secondo piano, in brevi accenni fugaci. Si scende di un livello verso terra. Ed è questo, temo, che alla fine rende il pur bel film meno interessante, godibile e sì, ricordabile del suo predecessore. Gli androidi sognano le pecore elettriche, ovvero esseri che facciano loro compagnia? La risposta è evidentemente affermativa, cercano anche più di quelle pecore di cui resta solo un origami. In una certa maniera, avremmo preferito diversamente.

La fine del Ratto

Va che roba. Pazzesco.
L’ultimo numero di Ratman. Nel senso dell’ultimo. Non nel senso che tra due mesi torni in edicola e c’è un altro ultimo numero. Ma nel senso di ultimo-ultimo, che tipo vai in edicola e trovi l’edicolante che piange.
E così poi piangi anche tu.
Ma per adesso mi faccio forza, perché questo ultimo numero del fumetto è tutto quello che ci si può aspettare. E da queste parti la barra ce l’abbiamo altina, neh.
Ci si può aspettare non nel senso che sia tutto scontato, senza colpi di scena, quelli ci sono eccome; intendevo che se era tanto diverso andavo sotto casa Ortolani, l’autore, e gli spaccavo le finestre a sassate. Si fa per dire, Leo, eh.

E succede che mentre leggi l’ultimo numero, ultimo-ultimo, all’improvviso capisci la diversità dalle altre storie di supereroi. Gli altri supereroi sono eroi fisici. Superforza, supermente, rompono tutto, cattivi compresi, e trionfano. Ma Ratman è metodicamente pestato da chiunque, vecchiette e bambini inclusi, e come potenza mentale si colloca circa tra “escremento” e “forchetta”. Il lato fisico è inapplicabile, salvo in gag più o meno scurrili. Deve essere differente. Quindi o la butta tutto sul comico, o sale di livello. E’ salito di livello. Tutte le ultime storie, ciclo finale compreso, sono storie metafisiche.

Che detto così sembra una parolaccia, o una sostanza di quelle che se ti beccano ti danno sei mesi con la condizionale. Invece vuole dire che le sue avventure non si accontentano di raccontare la realtà, cercano di comprenderla. Capire su cosa si fondi; cosa sia un supereroe, o un eroe, il bene, il male, la verità. Cose che i filosofi ormai hanno stabilito essere domande inutili, per bambini.

Come i fumetti.

Così ci vuole Ratman per farci ridire di che cosa è fatta l’Ombra, che è anche un altro nome per il male.
Che appare inarrestabile, impossibile da sconfiggere, perché troppo potente e fisicamente sovrasta gli ultimi difensori votati al massacro. Senza scampo.
E qui mi fermo, perché non voglio spoilerare, che poi venite sotto casa mia e mi rompete le finestre a sassate.

Oh, se ci mancherà, Ratman. Il più imbarazzante dei supereroi. Che, come fanno i buffoni migliori, ci ha aiutati a capire meglio il mondo. A capire cosa occorre per farne un posto migliore.
Fletto i muscoli e sono nel vuoto.

Uno sguardo sull’oblio

Mentre ero a Barcellona, riflettevo che la fortuna della città sono stati i suoi architetti e urbanisti.
Gli architetti che hanno progettato le sue magnifiche chiese e i palazzi gotici e liberty, quelli che hanno ridisegnato la città con le sue ramblas, sicuramente Gaudì, genio assoluto, e aggiungerei anche coloro che hanno pensato l’ultimo restyling olimpico.
Barcellona è una città molto bella perché ha una forma molto bella. Originale, vivibile, che appaga l’occhio.

Quest’occhio che stamattina è incappato in un tweet che rilanciava il testo seguente:

Ora, si può non essere d’accordo con le convinzioni del suo estensore o con la polemica politica, ma quando l’ho letto mi ha fatto sobbalzare: è vero, mi sono detto. Ha ragione.
Se faccio mente locale, se ci penso, cosa è stato realizzato in Italia che valga la pena di una visita, nell’ultimo mezzo secolo o giù di lì? Vi giuro, è mezz’ora che ci rifletto, ma non mi viene in mente niente.
Qualche autostrada. Uno stadio o due, se piacciono queste cose. Fine. Il resto è mantenimento dell’esistente, o palazzi così orrendi che ne faresti a meno.

Non è un caso. Sono profondamente convinto che il bello sia legato a filo doppio con il cielo. Non si produce bellezza, non si costruiscono opere grandi – concetto differente da grandi opere – se non c’è un desiderio di infinito. Se questo desiderio è spento, se non si guarda il cielo allora si vivacchia. Si costruicchia.
Più si vivacchia meno si vive, e meno diventa vivibile l’ambiente in cui ci si trova. L’incuria e il degrado non sono conseguenze di mancanza di fondi, ma di una mancanza di volontà. E di una precisa scelta ideologica. Che valorizza le masse e disprezza la persona, che innalza l’individuo e gli rende irrespirabile l’aria intorno perché lo priva di una connessione con il tutto. L’individuo solitario ed egoista, colmo di diritti e privo di doveri, buono per definizione anche quando fa il male, questo tipo di uomo non realizzerà mai cattedrali.

Solo se si desidera di più si realizzerà il bello. Solo se desideriamo l’infinito saremo in grado di creare un capolavoro.
Solo se creeremo capolavori non saremo solo custodi part-time di un museo che cade progressivamente a pezzi, turisti ignoranti della grandezza dei nostri avi che noi non siamo più in grado né di imitare né di capire.
Non saremo gente vissuta senza un motivo, di cui nessuno sentirà la mancanza, perché nessuno ricorderà.

La marcia degli idioti

Adesso sembra quasi impossibile, ma quando ero parecchio più giovane non era così facile per me procurarmi fantascienza da leggere.
Allora non c’era internet. C’era Urania, che pubblicava un romanzo ogni due settimane che io compravo usati, e occasionalmente libri più costosi che erano al di fuori della mia portata economica. La biblioteca l’avevo saccheggiata da tempo.
E poi, occasionalmente, altre fonti. La Stampa, il giornale di Torino, pubblicava racconti di fantascienza a puntate. Io li ritagliavo e li mettevo dentro una cartellina. Chissà che fine hanno fatto quei frammenti ormai ingialliti.
Uno dei racconti che furono pubblicati in questa maniera era “Gli idioti in marcia”, “The Marching Morons”, di Cyril M. Kornbluth. E’ un pezzo abbastanza famoso, vecchio ormai di settantacinque anni. Si immagina un futuro dove le persone intelligenti hanno fatto pochi figli e quindi, visto che invece gli idioti hanno continuato a figliare come conigli, il mondo è popolato quasi esclusivamente da fessi completi ai quali i pochi furbi rimasti, l’elite, badano. Tramite la pubblicità, riescono a convincerli a fare qualsiasi cosa… Non vi dico altro, se volete leggerlo ormai si trova facilmente in rete. Io rivedo distintamente nella mia memoria le sue righe, incolonnate su quel giornale di moltissimi anni fa.

All’epoca quel racconto suscitò molte polemiche, anche all’interno dell’ambiente fantascientifico americano. Io, ragazzino, imbevuto di tutta la cultura intellettualoide dell’epoca, naturalmente riconobbi che l’autore segnalava un problema reale. Tutti quei cretini che un giorno avrebbero sovrappopolato il mondo.
Fu solamente parecchio tempo dopo, quando cominciai a capire che non tutto quello che leggevo era così attendibile, o vero, che cominciai a mettere in dubbio quel tipo di visione.
Adesso che sono adulto, ho ormai imparato a guardare ai fatti più che alle teorie. Uno dei fatti con cui fare i conti è che le famiglie numerose che conosco sono praticamente tutte composte di persone intelligenti, responsabili, molto molto lontane da quegli idioti creduloni descritti nel racconto.

Alla stessa maniera spesso coloro che non hanno voluto figli, o molti figli, sono degli egoisti, irresponsabili, che si bevono ciò che viene propinato loro. Oh, non certo tutti. Ci sono molti fattori che concorrono. Ma la corrispondenza causale sembra in qualche modo essere rovesciata rispetto a quanto quel racconto supponeva.
Perché sono decenni e decenni che la pubblicità e i giornali e la televisione ci martellano che occorre fare meno figli, che le leggi e le tasse e i potenti obbligano a fare meno figli, che gli intellettualoidi dicono che per la salvezza del mondo e per i propri comodi, se si è intelligenti, bisogna fare meno figli.
Ovviamente, gli idioti ci hanno creduto.

Essere se stessi

Liberty is the power of a thing to be itself

G.K Chesterton

Quando fa troppo caldo, oppure il cielo promette ed esegue sfracelli, e magari la connessione dati è ballerina come neanche Ginger Rogers, cosa resta al vacanziero conficcato in un locale  duepertre? Leggere.

Non è che la cosa mi dispiaccia, chiaro. Ai vecchi tempi fagocitavo un libro al giorno. E ci sono letteralmente migliaia di volumi in lista di attesa, neanche avessi dieci vite li potrei finire tutti. Così provo a ridurre la pila di qualche centimetro; centellino un paio di libri della Bujold, assorbo il ciclo di Miss Peregrine (un po’ una delusione), un buon romanzo storico di De Wohl, e poi… Chesterton.

Ecco, Chesterton è sempre una sorpresa. Uno pensa sempre a Padre Brown, o ai suoi saggi più noti. Ma quell’uomo era semplicemente geniale. Oltre al celebre prete la sua penna ha creato una galleria di altri incredibili investigatori. Quello del volume “Il poeta e i lunatici”, Gabriel Gale, è uno dei meglio riusciti. Non tanto perché i suoi casi siano così geniali, ma perché essi non sono in fondo che il pretesto per far capire cosa sia la realtà.
Se ci pensate, è la stessa differenza che c’è tra una torta di pasticceria  è una torta di compleanno. Potranno essere buone uguale, ma una è solo qualcosa da mangiare, l’altra significa qualcosa.

Così, abbiamo un investigatore che non è tale, ma un artista e un poeta che risolve i problemi quasi per caso; solo perché, a differenza degli altri, guarda e vede. Un uccello giallo è ciò che gli fa capire che una persona è pericolosamente pazza, una tazza che un’altra non lo è. Il matto non è lui che si mette a testa in giù per vedere realmente il mondo, sono tutti gli altri che non lo fanno. Il suo Gabriel Gale è un uomo completamente libero perché, secondo la magnifica ed irreprensibile definizione data in queste pagine, libertà è essere ciò che uno è.
Così i “cattivi” dei suoi racconti non sono i lunatici, coloro che vedono altro oltre la realtà, ma quelli che nella realtà non riescono a vedere altro. Senza questo “oltre” che tutto sottintende è possibile ogni male nei confronti del prossimo, perché non lo si riconosce come prossimo, e non si riconosce  che è male. Che è la vera pazzia.

Il pazzo non è l’uomo che ha perso la ragione. Il pazzo è l’uomo che ha perso tutto tranne la ragione”, scrive l’autore in “Ortodossia”. In questi racconti è bene esemplificato cosa intendesse dire.

Oh, come vorrei la pazzia di quel poeta.

Teologia di luce

Tutti gli architetti, i progettisti, i geometri,  i priori, vescovi, monsignori ed arcipreti che pensano che la chiesa ideale sia un garage il più possibile squallido e vuoto dovrebbero essere obbligati a fare un giro a Barcellona, e ad entrare nella Sagrada Familia in una mattina di sole.

Lì, magari in ginocchio, dovrebbero guardarsi intorno. Vedere i colori, la luce, le forme. Le facce di quelli che varcano la soglia. Potrebbero allora apprendere che l’uomo segue i segni. Segue ciò che va oltre il quotidiano, si stacca dal bestiale buio interiore. Solo qualcosa che sia più grande del proprio sé può davvero muovere un essere umano.

I segni sono la maniera in cui quello che c’è di più grande si manifesta. Un ordine che prima non c’era, una bellezza che prima non c’era, una speranza che prima non c’era. Questa è la fede: da quei segni dedurre che non è tutto finitezza, che c’è altro, oltre. E dentro.

Questo ordine si riflette nei fiori di campo, nei gusci delle chiocciole, nella loro matematica semplice ed infinitamente complessa; si cristallizza nelle guglie della basilica. Ogni particolare è teologia di pietra e luce, è amore per questo mondo e chi l’ha fatto, che dimostra con efficacia come la trascuratezza e la bruttezza di tante cosiddette chiese nostrane non siano altro che, appunto, trascuratezza e bruttezza.

Una persona che fosse trascurata e trasandata, di cosa sarebbe segno? Di mancanza di amore.

E’ per questo che quei personaggi che citavo all’inizio dovrebbero andare là. Per provare ad innamorarsi ancora.

Guscio senza spirito

Vi ho già parlato, qualche annetto fa, di Ghost in the shell (“Spirito nel guscio“): un fumetto giapponese diventato prima film poi serie televisive, che esplora in modo non banale la differenza, o la similitudine, tra uomo e macchina nell’era della riproducibilità tecnica del primo. Se adesso riprendo l’argomento è perché ieri sono andato a vedere il remake con attori in carne e ossa del leggendario film di Mamuro Oshii del 1995.

Il guaio dei remake è che, per reggere il confronto con l’originale, devono essere eccezionali. Già un paio di settimane fa un “Bella e la Bestia” pasticciato e pretenzioso mi aveva parecchio deluso. Purtroppo anche questa volta il rifacimento non è all’altezza.

Le cose che non funzionano sono principalmente tre. Se l’originale alternava momenti di adrenalina pura ad altri quasi statici, poetici, malinconici, conferendo un ritmo che esaltava entrambi, qui il regista abbonda con i primi ma non riesce a compensare con i secondi, che appaiono quasi sempre tirati via. Forse anche colpa dell’eccesso di computer graphic che, come già per la storia della Bestia di cui sopra, in dosi troppo massiccie ammazza il senso del meraviglioso invece di esaltarlo.
Si è voluto replicare nel rifacimento alcune delle sequenze più belle e famose del precedente. La “creazione” di Motoko, la protagonista, che nel ’95 avveniva sulle note sovracute di “Making my cyborg” di Kenji Kawai (mia suoneria del cellulare per anni…); il suo “tuffo” nel vuoto; la lotta nell’acqua… Riproduzioni fedeli, ma che lasciano l’impressione di essere solo copie fatte per accattivare i fan, come Veneri di Milo di plastica. Faccio due esempi. La scena in cui Motoko in crisi di identità nuota nelle oscure acque del porto cittadino terminava con lei che riemerge lentamente alla luce, specchiata nella superficie fino a confondersi con il suo riflesso, quasi un doppio che torna al mondo. Qui lo specchiarsi manca quasi del tutto, togliendo gran parte del senso. Come pure nella sequenza finale la lotta avveniva in un museo abbandonato di storia naturale, e i colpi di arma pesante polverizzavano un bassorilievo di un albero dell’evoluzione – il passaggio di testimone simbolico tra umani ed entità cibernetiche. Qui c’è un albero vero, e il simbolo è perso. Come non fosse stato capito fino in fondo.

La seconda cosa che non funziona, ahimé, è la protagonista. Che, nei manga e negli anime, ha il carisma di una dea con ossa di titanio: un “fiore di litio”, come canta una delle colonne sonore delle serie animate. Lei è il Maggiore, la veterana infallibile che incute timore a tutti – a parte forse, al suo capo Aramaki qui interpretato da un trucido Kitano misteriosamente non doppiato.
Nella Motoko della Johansson questo c’è poco. Sempre imbronciata, anche nelle scene di azione manca della letale freddezza del cyborg. Il Maggiore ha guadagnato il suo grado e il suo rispetto sul campo. Qui, chi è?

E giungiamo all’ultimo punto, il più dolente. La trama.
Il film di Mamuro Oshii di vent’anni fa è, paradossalmente, molto più proiettato al futuro dal punto di vista concettuale e tecnico di quello di adesso. Lì c’era il complesso mondo delle intelligenze artificiali, la domanda di cosa sia l’anima, di cosa renda umani. Qui abbiamo Robocop. Punto.

Se togli alla vicenda il fascino dei protagonisti, compresi il resto della “sezione 9” qui appena accennati a parte un adeguato Batou, e gli interrogativi tecnico-filosofici, che rimane? Un fumettone un po’ superficiale dalla sceneggiatura bucherellata, ricco di azione ma in cui le sole scene memorabili sono quelle che arrivano dal passato. E che lascia con un’intensa nostalgia.
Di quello che avrebbe potuto essere e, purtroppo, non è stato.

I gabbiani e gli altri

Dai libri che fai leggere agli allievi si vede che insegnante sei. Così una persona che conosco si è dovuta sorbire “L’Alchimista” e ora ha il compito di fare l’analisi del testo del “Gabbiano Jonathan Livingston”.
L’analisi del testo è quella cosa immonda per cui prendi una bella pagina letteraria e le fai l’autopsia. A mio parere ha lo stessa probabilità di far apprezzare ai ragazzi la bellezza di quello che hanno sottomano di quanto si possa capire cos’è un leone dalla sua dissezione. Sappiamo bene che cosa possa insegnare un compito pesante fatto di fretta in una giornata sovraccarica: come mettere giù due concetti non capiti e magari copiati. Anche il Gabbiano merita di meglio.
Non dico certo che la colpa sia tutta di chi insegna. Come far scoprire ad un adolescente la meraviglia, le ragioni di un’opera immortale, cosa realmente muove la penna e la mente?
Cosa muove ad esempio il Gabbiano. L’avete letto anche voi, no? Un capolavoro di un’età ormai passata: la new age ormai non è solo morta, ma è anche sepolta. Vive solo più nei sogni segreti di chi la tradisce quotidianamente per vivere.  Ecco, quello può insegnare quel libro. Non che bisogna ribellarsi; non che occorre inseguire il proprio sogno. Perchè il proprio sogno può anche essere una bufala, essere sommamente inutile e tragico: un’illusione. Il punto è quello: come fai a distinguere?
C’è, a mio parere, un solo modo: capire se rende felici. Il sogno si distingue dall’ideale, l’illusione dal reale perché siamo fatti per la verità. Attenzione: questa è una tesi forte, che può fare solo chi pensa che siamo stati creati da e per un Destino buono. Per tutti gli altri non c’è modo di distinguere: tutto è fasullo, perché niente ha senso.
Per tutti gli altri, per noi no. Noi pensiamo che ci sia qualcosa che rende felici, perché siamo fatti per quello. Che siamo composti di verità, e quindi la verità ci attira e ci completa, e siamo migliori seguendola.
Ecco perché alla fine si sta meglio con chi crede. Perché chi crede non cesserà mai di inseguire, volando o meno, ciò che lo può portare più in alto.
Gli altri si accontentino pure di un pezzo di pane secco e una sardella.

Mercoledì delle ceneri

Come forse sapete, sono un grande appassionato di T.S. Eliot, il poeta.
C’è una poesia che leggo una volta l’anno, in questo giorno. Si intitola Mercoledì delle Ceneri, Ash Wednesday.
La traduzione italiana che ho non mi ha mai soddisfatto. Così, con notevole incoscienza, vi presento la mia versione. Spero non vi dispiaccia troppo.

I

Perch’i’ no spero di tornar giammai
Perch’i’ no spero
Perch’i’ no spero di tornar
a desiderare questo dono d’uomo e quel fine d’uomo
io non mi sforzo più di sforzarmi verso cose così
(Perché l’aquila invecchiata distende le ali?)
Perché dovrei piangere
Il potere svanito del regno usuale?

Perch’i’ no spero di saper giammai
la gloria malata dell’ora positiva
Perch’i’ no penso
Perch’i’ so che non potrò sapere
il solo verace potere transitorio
Perch’i’ no posso bere
Là, dove alberi fioriscono, e sorgenti sgorgano, che niente v’è giammai.

Perché so che tempo è sempre tempo
e luogo sempre e solo luogo
e ciò che è attuale è attuale solo per un tempo
e solo per un luogo
Gioisco che le cose siano come sono e
rinuncio al volto benedetto
e rinuncio la voce
Perch’i’ no spero di tornar giammai
e quindi gioisco, dovendo costruire qualcosa
di cui gioire.

E prego Dio di avere pietà di noi
E prego ch’i’ possa dimenticare
Queste materie che troppo tra me discuto
Che troppo spiego
Perch’i’ no spero di tornar giammai
Lascia che queste parole rispondano
Per ciò ch’è fatto, che più non sarà fatto
Possa il giudizio non esser troppo pesante su di noi

Perché queste ali non sono più ali su cui volare
Ma solamente ale per battere l’aria
L’aria che ora è del tutto rada e arida
Più rada e più secca della volontà
Insegnaci ad avere cura e non curarci
Insegnaci a sedere fermi.

Prega per noi peccatori ora e nell’ora della nostra morte
Prega per noi ora e nell’ora della nostra morte

II

Signora, tre leopardi bianchi sedevano sotto un ginepro
Nel fresco del giorno, avendo mangiato a sazietà
Delle mie gambe mio cuore mio fegato e ciò che era contenuto
Nella vuota boccia del mio cranio. E Dio disse
Potranno queste ossa rivivere? Potranno queste
Ossa rivivere? E ciò che era stato contenuto
Nelle ossa (che erano già aride) disse stridendo:
Per la bontà di questa Signora
E per la sua amabilità, e per il fatto
che onora la Vergine in meditazione,
Noi splendiamo con brillantezza. E io che sono qui smembrato
Offro le mie azioni all’oblio, e il mio amore
alla posterità del deserto e al frutto della zucca.
E’ questo che raccoglie
Le mie viscere le fibre dei miei occhi e le parti indigestibili
Che i leopardi rifiutano. La Signora è ritirata
in una veste bianca, in contemplazione, in una veste bianca.
Lasciate che la bianchezza delle ossa espii a dimenticanza.
Non c’è vita in loro. Come io sono dimenticato
E vorrei essere dimenticato, così vorrei dimenticare
così consacrato, concentrato allo scopo. E Dio disse
Profetizza al vento, al vento solamente perché solo
Il vento ascolterà. E le ossa cantarono stridendo
Col ritornello della cavalletta, dicendo

Signora dei silenzi
Calma e affannata
Lacerata e più intera
Rosa di memoria
Rosa di dimenticanza
Consumata e che dai vita
Ansiosa fonte di riposo
La singola Rosa
E’ ora il Giardino
Dove tutti gli amori finiscono
Tormento terminato
Di amore insoddisfatto
Il tormento più grande
Di amore soddisfatto
Fine del senza fine
Viaggio senza arrivo
Conclusione di tutto ciò
Che non si può concludere
Linguaggio senza parola e
Parola di nessun linguaggio
Grazia alla Madre
Per il Giardino
Dove tutto l’amore finisce.

Sotto un ginepro le ossa cantarono, disperse e scintillanti
Siamo contente di essere disperse, facemmo poco bene una all’altra,
Sotto un albero nel fresco del giorno, con la benedizione della sabbia,
Dimenticandoci di noi e tra di noi, unite
Nella quiete del deserto. Questa è il paese che voi
vi spartirete tirando in sorte. E né divisione né unità
Importano. Questo è il paese. Abbiamo la nostra eredità.

III

Alla prima rampa della seconda scala
Mi voltai e vidi in basso
la stessa forma avvinta alla ringhiera
Sotto il vapore nell’aria fetida
lottare col diavolo delle scale che veste
il volto ingannevole di speranza e disperazione.

Alla seconda rampa della seconda scala
li lasciai avvinghiati, voltati in basso,
Non c’erano più volti e la scala era buia,
Umida, scheggiata, come la bocca bavosa di un vecchio, oltre riparo,
O la gola dentata di uno squalo antico.

Alla prima rampa della terza scala
C’era una finestra a fessure panciuta come il frutto del fico
E oltre i fiori di biancospino e una scena di pascolo
La figura dalle ampie spalle vestita in blu e verde
Incantava maggio con un antico flauto.
Dolce è chioma mossa, bruna chioma sulla bocca mossa,
Lillà e chioma bruna;
Distrazione, musica del flauto, gradi e gradini della mente sulla terza scala,
svanendo, svanendo; forza oltre speranza e disperazione
arrampicandosi sulla terza scala.

Signore, non sono degno
Signore, non sono degno
Ma dì solo una parola.

IV

Chi camminava tra viola e viola
Chi camminava attraverso
Le varie fila di verde diverso
Procedendo in bianco e azzurro, di Maria il colore,
Di piccole cose parlando
in ignoranza e conoscenza dell’eterno dolore
Chi si muoveva tra gli altri mentre camminavano
Chi fece quindi forti le fontane e le sorgenti rinfrescando

Fece fredda la roccia arida e fece solida la sabbia
Nell’azzurro della speronella, azzurro del colore di Maria
Sovegna vos

Qui sono gli anni che camminano attraverso, portando
via i violini e i flauti, confortando
Uno che si muove nel tempo tra il sonno e la veglia, vestendo

Luce bianca piegata, su di lei drapeggiata, piegata.
I nuovi anni camminano, riparando
attraverso una nube brillante di lacrime, gli anni, riparando
Con un nuovo verso la rima antica. Redimi
Il tempo. Redimi
La visione non letta nel sogno più alto
Mentre unicorni ingioiellati trascinano il carro dorato.

La sorella silenziosa velata in bianco e azzurro
Tra gli alberi di tasso, dietro il dio del giardino,
Il cui flauto è senza fiato, chinò la testa e fece un cenno ma non disse parola

Ma la fontana sorse su e l’uccello cantò giù
Redimi il tempo, redimi il sogno
La promessa della parola non udita, non detta

Fino a che il vento scuota mille sussurri dal tasso

E dopo questo nostro esilio

V
Se la parola perduta è perduta, se la parola spesa è spesa
Se la non udita,  non detta
Parola è non detta, non udita;
E’ ancora la parola non detta, la Parola non udita,
La Parola senza una parola, la Parola dentro
Il mondo e per il mondo;
E la luce rifulse nelle tenebre e
Contro la Parola il mondo disancorato ancora roteava
Attorno al centro della Parola silenziosa.

Popolo mio, che cosa ti ho fatto.

Dove potremo trovare la parola, dove la parola
risuonerà? Non qui, non c’è silenzio bastante
Non sul mare o sulle isole, non
Sul continente, nel deserto o nelle terre piovose
Per coloro che camminano nelle tenebre
Sia nel tempo del giorno che nel tempo della notte
Il giusto tempo e il giusto luogo non sono qui
Nessun luogo di grazia per coloro che evitano la faccia
Nessun tempo per esultare per chi cammina tra il rumore e va la voce a negare.

La sorella velata pregherà per
Coloro che camminano nelle tenebre, chi Ti ha scelto e Ti si oppone,
Coloro che sono lacerati dal laccio tra stagione e stagione, tempo e tempo, tra
Ora e ora, parola e parola, potere e potere, coloro che attendono
Nelle tenebre? Pregherà la sorella velata
Per i bambini alle porte
Chi via non andrà e pregare non potrà:
Prega per coloro che scelsero e si oppongono.

Popolo mio, cosa ti ho fatto.

La sorella velata pregherà tra i sottili
alberi di tasso per coloro che lei offendono
E sono terrorizzati e arrendere non si possono
E affermano davanti al mondo e negano tra le rocce
Nell’ultimo deserto tra le ultime azzurre rocce
Il deserto nel giardino il giardino nel deserto
Dell’aridità, sputando dalla bocca il seme di mela avvizzito

Popolo mio.

VI

Perch’i’ no spero di tornar giammai
Perch’i’ no spero
Perch’i’ no spero di tornar

Oscillando tra il proftto e la perdita
In questo breve transito dove il sogno incrocia
Il crepuscolo dai sogni incrociato tra nascita e morte
(Benedicimi padre) sebbene io non voglia volere queste cose
Dall’ampia finestra verso la riva di granito
Le bianche vele ancora volano verso il mare, verso il mare volando
Ali non spezzate

E il cuore perduto s’irrigidisce e gioisce
Nel perduto lillà e le voci perdute del mare
E lo spirito debole si sbriga a ribellarsi
Per la verga d’oro piegata e l’odore del mare perduto
Si sbriga a ritrovare
Il grido della quaglia e il piviere roteante
E l’occhio cieco crea
Le forme vuote tra le porte d’avorio
E l’odore rinnova il sapore salato della terra sabbiosa

Questo è il tempo  di tensione tra morire e la nascita
Il luogo di solitudine dove tre sogni si incrociano
Tra rocce azzurre
Ma quando le voci scosse dall’albero di tasso vagano via
Fa’ che l’altro tasso sia scosso e risponda.

Sorella benedetta, madre santa, spirito della fontana, spirito del giardino,
Non lasciare che che ci prendiamo in giro con falsità
Insegnaci ad avere cura e non curarci
Insegnaci a sedere fermi
Persino tra queste rocce,
In sua voluntade è nostra pace
E persino tra queste rocce
Sorella, madre
E spirito del fiume, spirito del mare,
Non permettere che io sia separato

E il mio grido giunga sino a Te.

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La la non basta

Mia figlia sta scoprendo il cinema.
E’ un po’ come i primi passi di una bambina. Prima i genitori la portano per mano, poi comincia a provare gusto e corre alla scoperta del mondo, portata dalla curiosità. E noi vecchi, che guidavamo, ora seguiamo. Così ieri sera, sebbene non ne avessi granchè voglia, ho trangugiato la cena in fretta e l’ho accompagnata a vedere una pellicola che le interessava. Quel “La La Land” fresco di oscar mancati e no.
Non ho visto il suo concorrente vincitore della statuetta, e quindi il mio giudizio è incompleto: ma, per quanto riguarda lo spettacolo di ieri sera, una vittoria non sarebbe stata immeritata.
Mentre andavo verso la sala avevo poche aspettative. E’ vero che sono sempre stato appassionato di musical, ma per qualche motivo ero scettico sul fatto che La La Land sarebbe stato all’altezza dei suoi antenati.
Beh, Gosling, l’interprete principale,  non è Gene Kelly e definitivamente non Fred Astaire, e neanche Emma Stone, la sua comprimaria, assomiglia molto a Ginger Rogers. Ma i due si difendono, recitano molto bene, in questo aiutati da una regia accorta e a tratti geniale.
Colori vivi, come i personaggi, per un mischiarsi di realtà e sogno che comincia dai numeri di danza; questi sono proprio belli, partendo da quello d’apertura, davvero spettacolare; musiche eccezionali, con almeno due o tre brani che rimangono in mente, primo tra tutti quel “City of stars” che in una certa maniera è il fil rouge del film.
Gli è stata mossa critica di una certa superficialità, specie nel finale. Nah. Il film arriva esattamente dove vuole arrivare: cioè allo stato dell’amore in questa nostra epoca.
****seguono lievi spoiler****

Questo è “Un Americano a Parigi” – esplicitamente citato più volte, specie nel finale – che incontra “Come eravamo“. Quanti errori si possano fare in una relazione! Buttare le proprie aspettative addosso all’altro; non riuscire a capirlo davvero; e, soprattutto, non impegnarsi fino alla fine, dando tutto, fidandosi. Sì, bello l’amore romantico e il danzare volando, ma poi la vita fa domande, e il futuro dipende dalle risposte. Quali sogni scegliere, e cosa davvero valga la pena. La terra del la-la, la Los Angeles degli studios, è perfetta per illudersi, ma le stagioni passano. Cosa rimane dopo i fallimenti o, peggio, dopo i successi? Le ultime parole dette l’uno all’altro dagli attori sono “Ti amerò per sempre”, e si comprende che è vero. Ma possono bastare? Manca l’ultimo passo, dire: “se non ci sei la vita è vuota anche se fosse piena di tutto il resto”, e trarne le conseguenze.
Io penso che sia il matrimonio, quel “sì” totale all’altro, il punto irreversibile che sigilla una vita assieme.  Senza quella promessa è un incontrarsi e lasciarsi; è il rimpianto per una verità alla quale è mancato il coraggio di essere realtà.

A mia figlia il film è piaciuto, anche se è uscita arrabbiata. Guardatelo e scoprirete perché.

Dimmi il tuo nome

Mi dispiace per voi che non siete andati a vedere “Your name.” al cinema. Davvero. Io invece ci sono stato: con tre ore di sonno, lasciando indietro un sacco di cose da fare, trangugiando la cena, correndo ed arrivando a film appena iniziato.
Perché un film del genere, stratosferico campione di incassi in Giappone e con recensioni stellari ovunque, sia limitato a soli tre giorni di proiezione facendo strapagare il biglietto non lo capisco. Per il mio spettacolo la sala era zeppa. Così, se ve lo siete perso mi dispiace per voi. E’ una festa per gli occhi e per il cuore.

Indubbiamente è una pellicola realizzato in stato di grazia. I disegni ovviamente sono la prima cosa che colpisce: un realismo che diventa poesia. L’inquadratura di una gru, di palazzi, di un bosco diventano bellezza. Il quotidiano banale si trasfigura in fascino, tanto da lasciare a bocca aperta. I cieli, la pioggia, la neve, un passero sulla cima di un palo: i piccoli particolari ci parlano di una cura a tratti quasi leziosa nella ricerca di meraviglia. Chi sta attento potrà notare che i dettagliatissimi sfondi non si limitano a scorrere come usuale in animazioni di altri autori, ma persino ruotano in prospettiva.

Ma a questo l’autore, Makoto Shinkai, ci aveva già abituati con i suoi precedenti lavori, specie gli ultimi cortometraggi. I suoi lungometraggi precedenti avevano un duplice difetto: un tributo troppo pesante a Miyazaki che generava trame spesso troppo confuse e intricate per essere davvero piacevoli. Finalmente qui sembra essersi liberato della scomoda eredità e percorre una via davvero sua. La trama è (letteralmente) un intreccio, ricca di sfumature ma tutto sommato semplice da afferrare. Il ripetuto scambiarsi dei corpi per un giorno tra un ragazzo e una ragazza viene narrato con leggerezza e divertimento. Nessuno scadimento nelle tematiche gender: i rispettivi protagonisti conservano, pur in corpi di sesso differente, la loro identità di cui rimangono sempre consci. Se i tratti di carattere del sesso opposto aiuteranno i due ragazzi in alcuni loro problemi, sarà però la loro vera identità alla fine la sola in grado di risolvere le difficili situazioni in cui la trama li pone. Il racconto ci dice che le nostre vite sono intrecciate alle altre, ed esiste un destino verso il quale andiamo; un desiderio a cui a volte non sappiamo dare un nome, ma che dà sapore alla vita e che possiamo raggiungere, se mettiamo in esso la nostra volontà. Non ricordo il tuo nome, ma so che senza di te la mia vita non è completa.

La regia riesce a tratteggiare i caratteri dei vari protagonisti rendendoceli simpatetici e trimensionali. Il finale, essendo un film di Shinkai, non è per niente scontato, come sa chi ha visto sue opere precedenti come Voice of a distant star o 5 cm al secondo. Quando al termine del film alcune inquadrature citano esplicitamente quest’ultimo ho avuto la netta sensazione che alcuni del pubblico fossero pronti a tirare i sedili sullo schermo – chi li ha visti entrambi sa a cosa mi riferisco, e non dirò altro.

Le musiche sono belle, il doppiaggio adeguato. Si ride, si piange, ci si emoziona. Il film è un capolavoro. Cercatelo. Mi ringrazierete.

Non è un miracolo

Sotto le feste ci sono certi film che sono immancabili. Quando ero giovane il film di Natale era “La vita è meravigliosa”, di Frank Capra. Un capolavoro che tutti dovrebbero vedere e che, purtroppo, nella televisione odierna è assai meno gettonato. Troppo bello, troppo vero e magari troppo cattolico per certi gusti.
Invece del Festeggiato, i film che vanno adesso sono sul Panzone Rosso. Sì, l’orrido personaggio che ha usurpato San Nicola e Gesù Bambino nel recapito dei doni ai bambini. Tra le opere di cui è argomento ce ne sono di davvero orrende, e forse una tra le meno peggio è “Miracolo sulla 34a strada”.
E’ probabile che l’abbiate visto, se così non fosse seguono *spoiler*, la trama in breve.

Un vecchietto è convinto di essere il vero Babbo Natale e, siccome è perfetto per la parte, risolleva la sorte del grande magazzino che lo impiega per il Natale. Dopo però che prende a legnate un Babbo Natale trucido la concorrenza cerca di internarlo; un avvocato compiacente tenta di farlo restare libero, sostenendo che potrebbe davvero essere chi asserisce di essere. La città unanime al grido di “Io ci credo” si schiera con l’anziano pazzoide che alla fine viene rimandato libero. Una serie di “coincidenze” lasciano capire che il tizio potrebbe essere effettivamente quello che dice di essere.

Esemplari le motivazioni che il giudice dà per la sua  sentenza. Sulle banconote c’è scritto “Confidiamo in Dio”, “In God we trust”. Se il governo può stampare moneta con scritto così, confidando in un personaggio invisibile, perché noi non possiamo dire che Babbo Natale esiste?

Il riferimento a Dio, il buonismo sparso a piene mani e magari anche il titolo in cui compare la parola miracolo possono trarre in inganno. Tant’è che ho visto quel film nella vetrina di una famosa libreria cattolica a un tiro di schioppo da Piazza San Pietro.
In realtà i messaggi che passa sono letali. Il primo e più evidente è che Dio è come Babbo Natale. Il credervi o non credervi è una questione di sentimentalismo, non di ragione. Una fede cieca, irragionevole. Ci credo perché voglio crederci. Basta un signore gentile con una barba bianca. La fede che ci viene presentata è “Ci credo perché ci credevo da bambino”  e se ci penso mi sento tanto buonino.

Che, se ci pensate, è l’esatto contrario di quanto insegna la Chiesa. La fede è la fede nella Croce, non nel re degli elfi. Ti fa stare bene, ma aspettati di essere perseguitato. E’ ragionevole crederci, ma perché spiega le cose, non perché ti porta i giocattoli.

L’altro messaggio è che è lo Stato, il Giudice, che decide se quello in cui credi è reale o meno. Ti autorizza al culto, e se decide contro, bene, vai al manicomio. Sei solo un vecchio pazzo.
“In God we trust” non per niente è scritto sulle banconote. In ultima analisi è una questione commerciale. Quel Dio, l’occhio nella piramide, è un personaggio innocuo che non ha a che fare con la realtà. Invisibile, intangibile: un’illusione. Alla stregua di Babbo Natale.

Non è un miracolo, quello che avviene nel film. Sono al massimo coincidenze, a cui si vuole dare un significato. I miracoli sono più seri di così. Come il Natale, il cui vero significato non è mai nominato neanche di striscio. Massì, se lo volete al posto di Cristo tenetevi pure il Panzone Rosso. Ma quello, finita la festa, scompare.

 

Un’antica speranza

Stasera, mentre vedevo sullo schermo del cinema una principessa Leia più giovane di quarant’anni, non potevo immaginare che la sua interprete originaria avesse appena lasciato questo mondo.
Così mi trovo a mettere giù questa recensione che ero in dubbio se scrivere o meno. Per una sorta di omaggio a quella figura di cui noi tutti, adolescenti in quei lontani giorni, siamo stati innamorati.

Sì, ho visto Rogue One. E sì, mi è piaciuto molto. E’ esattamente l’opposto di quella prima trilogia che mi aveva fatto disamorare dalla saga di Guerre Stellari. Nei film di Lucas c’era intellettualismo elitario, la storia di pochi eletti che determinano il destino dei mondi. Il popolo? Indifferente sullo sfondo. Uno snobismo politicamente corretto incapace di colpire al cuore, o fornire motivi convincenti per le azioni dei personaggi.

L’opposto, ho detto. In questo film i protagonisti sono proprio quelle comparse anonime e dimenticate, ma senza i quali – si apprende – la saga sarebbe terminata senza neppure cominciare.
L’Impero qui fa veramente paura, e si percepisce chiaramente che non si ha di fronte un’organizzazione da operetta ma dei “cattivi” veri, tanti, tosti, potenti, spietati. Oh, che siano cattivi non c’è dubbio; anche se non si può non provare un brivido di simpatia per quegli anonimi stortrooper, con i loro hobby umani, massacrati dai ribelli; gli uni e gli altri carne da cannone (laser). Già, perché come appare chiaro fin dalle prime battute neanche l’Alleanza ribelle è fatta di eroi dai candidi manti. Anzi. Bastardi senza gloria, per citare. In questo universo Han Solo ha sparato certamente per primo, e se avesse potuto anche alle spalle.

Ci sono sbavature? Qualcuna. Anche troppe citazioni, un mancato approfondimento di certe storie parallele che avrebbe giovato, e il tono fin troppo cupo. L’Impero non solo colpisce, schiaccia.
D’altra parte, il film termina con la speranza. Una nuova speranza che ci attendevamo, che sappiamo a cosa condurrà, ma di cui ora conosciamo realmente il prezzo.

Non c’è speranza senza sacrificio, ci viene suggerito. E, signori, di questi tempi è difficile trovare un messaggio migliore.

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Signore del suo destino

Ho appena terminato di leggere “I figli di Hurin”, una delle opere che J.R.R. Tolkien, l’autore del Signore degli Anelli e de Lo Hobbit, non pubblicò durante la sua vita perché incomplete, e che suo figlio ha ricostruito a partire dai manoscritti.
Per quelli che un pochino di quel mondo fantastico masticano, niente di particolarmente nuovo. Si tratta della versione estesa di quel racconto che compare anche nel Sirmarillion, la saga di Turin Turambar, Turin “Signore del destino”.
Di tutte le opere di Tolkien questa è forse la più deprimente. Il protagonista, Turin figlio di Hurin appunto, è bersagliato da quello che gli irrispettosi potrebbero chiamare sfiga cosmica: in pratica, a causa di una maledizione di Melkor (il Satana di quel mondo) tutto quello che fa alla fine va storto. E spesso in maniera spettacolare.
In quest’opera si ritrovano tratti di antiche saghe, di eroi con destini similari. Nella prima versione il racconto era in versi poetici allitterativi, come quelli dei bardi nordici; e, pur se girato in prosa, le parole hanno il ritmo dei poemi degli scaldi vichinghi, raccontati davanti ad un fuoco.

Quello che più mi ha colpito della vicenda è però la descrizione del metodo con cui Melkor l’Oscuro Signore si serve per distruggere, uno dopo l’altro, tutti i regni degli elfi e degli uomini che ostacolano il suo tenebroso dominio.
Li convince di essere forti; che possono non solo resistere ai suoi eserciti di draghi e orchi, ma persino arrivare a distruggere il suo impero di tenebra. Li sollecita nell’orgoglio e loro, ciechi, fanno il suo gioco. Gli eserciti elfici che gli muovono contro vengono cancellati in battaglia, le città segrete che invece di rimanere nascoste hanno scelto di rivelarsi vengono scoperte e devastate.
Se vogliamo possiamo trovare un parallelo nella Bibbia, quando gli Ebrei affrontano i filistei, e pérdono; allora si dicono, ma certo! Abbiamo l’Arca dell’Alleanza, andiamo a prenderla, portiamola in battaglia e vinceremo! Il Signore è dalla nostra! Così fanno. E vengono sconfitti, travolti, fatti a pezzi dal nemico.
Perché quello che portavano in battaglia non era il Signore, ma il loro orgoglio.

Così leggevo, e mi dicevo: veramente quello che ci frega è credere di potere dominare gli eventi, essere signori del nostro destino. Pensare che basti avere la forza, o il numero, o la ragione, per trionfare. Spesso dimenticando con chi abbiamo a che fare. L’Avversario è molto più astuto di quanto ci piacerebbe. E anche di quanto possiamo immaginare.

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Guarda lassù

Forse sobrietà non è il primo termine che mi verrebbe in mente pensando a David Bowie. In effetti, eventualmente il suo opposto.
Ma l’uomo era un genio, e lui e la sua musica mi sono sempre piaciuti moltissimo. Solo ieri mi domandavo che fine avesse fatto. Ora lo sappiamo tutti.

Come credenti, sappiamo però anche che quello che può sembrare una fine è un inizio. Come accade a tanti altri, grandi e piccoli, famosi e sconosciuti, il tempo e il dolore hanno depurato e lavato quel cristallo che c’è al centro di ogni esistenza.

Di seguito il testo di quella sua ultima canzone,

Lazarus

Look up here, I’m in heaven
I’ve got scars that can’t be seen
I’ve got drama, can’t be stolen
Everybody knows me now

Look up here, man, I’m in danger
I’ve got nothing left to lose
I’m so high it makes my brain whirl
Dropped my cell phone down below
Ain’t that just like me?

By the time I got to New York
I was living like a king
Then I used up all my money
I was looking for your ass

This way or no way
You know, I’ll be free
Just like that bluebird
Now ain’t that just like me?

Oh I’ll be free
Just like that bluebird
Oh I’ll be free
Ain’t that just like me?

Lazzaro

Guarda quassù, sono in paradiso
Possiedo cicatrici che non si possono vedere
Possiedo drammi, non possono essere sottratti
Tutti mi conoscono adesso

Guarda quassù, uomo, sono in pericolo
Non ho più niente da perdere
Sono così in alto che mi fa mulinare il cervello
il mio cellulare è caduto giù in basso
Non è proprio come me?

Nel momento in cui giunsi a New York
Io stavo vivendo come un re
Quindi spesi tutti i miei soldi
Stavo cercando il tuo culo

In questo modo o nessun modo
Tu lo sai, io sarò libero
Proprio come quel bluebird
Ora dimmi se quello non è proprio come me?

Oh, io sarò libero
Proprio come quel bluebird
Oh, io sarò libero
Non è proprio come me?

 

NDT
“Sono così in alto” può volere anche dire “sono così sballato”
“Non è proprio come me?” può essere anche tradotto “Non è proprio da me, come sono solito fare?”
Il bluebird è l’uccello che è in “Over the rainbow” vola “oltre l’arcobaleno”

e non credo ci sia altro da aggiungere.

Forza, sveglia!

Inaspettatamente, o forse no, sono ancora qui a commentare un “Guerre stellari”.
Cominciamo piano, senza spoiler.
Come preparazione mi sono riguardato tutti e sei i film precedenti. Il magnifico originale, l’entusiasmante “Impero colpisce ancora”; il ritorno dello Jedi, che qualche sospetto pur lo dava. E poi l’inguardabile episodio I, l’insulso episodio II, il deludente episodio III. Il nuovo film di fatto cancella, almeno per il momento, tutta la trilogia dei prequel, ridandoci quel realismo fantastico di olio motore e terra che in quella si era smarrito.
E’ un film da vedere. Bello, senza dubbio, con attori più che buoni, un ritmo incalzante che senza pause sospinge tra citazioni, rivelazioni e battaglie. Gli effetti speciali sono ormai tanto avanzati che sono diventati realmente indistiguibili dalla realtà.
Ma…

(piccoli spoiler da qui in avanti)

Il regista, JJ Abrahams, ha girato anche il reboot di Star Trek. In che maniera? Prendendo la vecchia serie, rovesciando alcune caratteristiche – ehi, Spock ha la ragazza! – ma recuperando le vecchie trame.
Ahimé, con Guerre stellari ha fatto lo stesso.
Ahimé, perché se da un lato fa piacere ritrovare oggetti, luoghi e personaggi che avevamo sognato fin da ragazzi (e veramente “siamo a casa”, come opportunamente dice uno dei protagonisti), dall’altra ci avrebbe fatto piacere una trama davvero originale. Che non c’è. La trama è Guerre stellari. Episodio IV, con qualcosa dal V e del VI. Che, intendiamoci, è una gran bella trama. Ma l’abbiamo già vista. Sappiamo già dove va a finire.
I colpi di scena sono telefonati. In effetti, il colpo di scena maggiore è quando un personaggio si toglie la maschera, e il suo carisma precipita da “Nuovo Darth Vader” a “Che?” (Leo Ortolani lo chiama il “il Frignetta”. La sua recensione ultraspoilerosa mi ha fatto venire la ridarola). I suoi poteri sono tanto tremendi all’inizio, maggiori anche degli Jedi “storici”, che quanto accade a fine film lascia parecchio perplessi.

Il problema maggiore è proprio questo: la mancanza di carisma. Non basta fare una superarma più grossa della Morte Nera per farle fare paura come o più della Morte Nera. E qualcuno dovrà prima o poi trovare un progettista che non metta ai pianeti da combattimento un punto debole bello allo scoperto in superficie, protetto solo dal portinaio. Insomma, hai trovato i fondi per costruire un’arma immane, metterci le telecamere di sicurezza o un pulsante di reset degli scudi no, eh? I neonazisti impomatati del Nuovo Ordine non valgono un decimo di Moff Tarkin. E del cattivo abbiamo già detto.

Per un purista dello spazio come me, poi, che la distruzione di un pianeta lontano lontano si possa vedere in diretta solo alzando lo sguardo, beh, è un erroraccio da matita blu che fa perdere parecchio punteggio. Mi si sono aggrovigliate le viscere, proprio come mi era successo con l’analoga fine di Vulcano in Star Trek. Qualcuno al regista prima o poi l’astronomia e la fisica gliela dovrà pur spiegare. Posso solo cercare di dimenticare, come per i midichlorian e gli ewok.

Alla fine, sembra più un remake che un nuovo episodio. E se la curiosa inversione del cattivo ci sta, osare un poco di più nell’innovare, nel raccontare una storia più originale, avrebbe giovato.
Perché alla fine chi ha amato Guerre stellari sarà turbato dalla sua somiglianza, chi non l’ha visto non potrà cogliere la citazione.

Ma, signori, è comunque un bel vedere. Sediamoci sulla poltrona: si va da qualche parte, speriamo verso una galassia lontana lontana.

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L’altruismo è quello altrui

Quando, qualche settimana fa, tutti i giornali di fede più o meno laicista pubblicavano titolazzi tipo “I bambini atei sono più altruisti di quelli religiosi” mi sono detto: alé, ci risiamo: la solita ricerca spacciata per scientifica e che alla fine risulta essere…non stare in piedi (ho attentamente rimosso la vera analogia che mi è venuta rimpiazzandola con una perifrasi, per non urtare troppe sensibilità).
Mi sono bastati cinque minuti di lettura delle fonti originali per individuare la presa in giro; dato che queste sono disponibili online potete anche voi facilmente giocare a “trova la bufala”.
Devo premettere che non ci vogliono doti sovraumane, o una laurea in matematica applicata; quella tuttalpiù può essere utile per ridere un po’ della fuffa che gli autori hanno inserito nell’articolo per sembrare più credibili. Il fatto comunque che docenti universitari di statistica etichettino la ricerca come “merda” o “spazzatura” (“crap”, “garbage”) può aiutare a farsi un’idea.

Cosa hanno fatto dunque i ricercatori dell’articolo che tutti i detrattori delle religioni si sono precipitati ad incensare? Hanno preso un migliaio di bambini e ragazzi tra 5 e 12 anni da sette città: Chicago (USA), Toronto (Canada), Cape Town (Sud Africa), Istanbul e Izmir (Turchia), Amman (Giordania) e Guangzhou (Cina).
Quindi hanno chiesto ai genitori di che religione fossero, e fornito gli stessi un questionario per determinarne il “grado di religiosità”; quindi hanno sottoposto i ragazzini ad un test di questo tipo: scegli dieci figurine (sticker) che ti piacciono, tra trenta; fatto? Ora, vuoi dare un certo numero delle figurine che hai scelto ad un altro ragazzo della tua scuola? Se sì, mettine quante vuoi dentro questo sacchetto…

I risultati di questo straordinario esperimento sono stati pubblicati su “Current Biology” (Biologia?). Sfortunatamente, gli estensori hanno messo a disposizione del pubblico molto pochi dei dati originali, limitandosi a fornire i riscontri finali delle regressioni statistiche e quasi nient’altro. E questi risultati dicono che, udite udite, i più generosi sono i ragazzi di famiglie non religiose, seguite ad una certa distanza da cristiani e poi musulmani. Per intenderci, i primi hanno dato in media quattro figurine per i meno fortunati, i cristiani tre e un terzo e i musulmani tre virgola due. Dato assodato, quindi? Scientificamente dimostrato? Un par de balle, scusate il francesismo.

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Assumiamo, cosa non vera, che siano state date definizioni “scientifiche”  di altruismo e religiosità. Perché, sapete, è difficile etichettare come scientifico uno studio su qualcosa che non si è definito con serietà. Ma lasciamo stare.
Vi faccio una domanda. Facessero a voi il test, che fareste? Scegli dieci figurine, e adesso quante ne vuoi dare via? Se lo fate a me, io rispondo: ve le potete tenere anche tutte e dieci. Anche se probabilmente avrei il massimo nel questionario della religiosità. Anche se, fornendo il test ai miei genitori, verrebbe il risultato opposto. Perché? Perché delle figu non me ne può fregare di meno.

I gruppi di bambini indicati non potrebbero essere meno correlati tra loro come ambiente d’origine. Come cultura. Non so come ambiente sociale, o istruzione della madre, dato che i ricercatori si sono ben guardati dal comunicarci le relazioni con quei dati che pure hanno ricavato. Accennano che sì, età, stato sociale e paese  importano, anche molto di più della religiosità delle famiglie di origine…e basta. Bontà loro. Le famiglie d’origine erano per meno di un quarto cristiane, 43 per cento musulmane, 27% non religiose e il resto di varie fedi. L’età media è otto anni circa, anche se per cinesi (il gruppo più numeroso) e giordani la media è quasi nove e per i turchi sette e mezzo.

I ricercatori NON ci spiegano come le varie religioni sono suddivise per i vari paesi, ma è ragionevole presumere che da Turchia e Giordania arrivino la stragrande maggioranza dei musulmani, mentre le famiglie dei cinesi potrebbero avere difficoltà in campo religioso e quindi costituire il grosso dei “non credenti”, con una certa percentuale degli occidentali. Che a loro volta costituiscono probabilmente larga parte delle famiglie cristiane. I conti tornano.

Ora, non so se avete figli, ma se ne avete sapete bene che tra una classe di ragazzi e l’altra c’è spesso parecchia differenza nell’atteggiamento verso gli altri; dipende dai maestri, dai compagni e così via. Ora ditemi voi quanta significatività può esserci nel paragonare gruppi di ragazzi magari abbastanza omogenei tra loro, ma completamente differenti come cultura, formazione, corsi e via andare. O riuscite a sostenere senza ridere che essere educati a Chicago o Izmir è la stessa cosa? O che questa educazione dipende esclusivamente dalla religione? Che potete confrontare i dati?

CaptureAltruismo

L’unica visione che gli autori ci forniscono sui dati veri è una figura tridimensionale molto bellina ma assolutamente paracula, con bandierine senza scopo e numeri senza significatività, in cui è difficile ricavare qualcosa. Ad abbassare la media dei “religiosi” saranno tutti quei puntolini a zero altruismo in corrispondenza della fascia “5 anni”? ad alzarla per i non religiosi sarà il corrispondente accumulo a quota sette? Ahimé, è un dubbio che toccherà tenerci. Il ripiano blu è la regressione, ovvero il cambio nel centro della distribuzione. Se avevate dei dubbi, notate che attorno al ripiano non c’è nessuna concentrazione di dati significativa: in altre parole, non ha nessun significato predittivo. Fuffa, neanche concentrata. Da notare anche la differente risposta al test dovuta all’età, più che doppia come significatività di quella ribaltata sulla religione: data la pendenza della curva, basterebbe anche solo la diversità dell’età media tra cinesi e turchi per spiegare gran parte della differenza riscontrata.

Sono convinto che, domandando altri dati ai soggetti in esame, potrei fornire correlazioni anche più significative della religione riguardo il loro altruismo: che so, il possesso di automobili orientali, quante banane mangiano o inversamente proporzionale al numero di videogame posseduti. Il fatto che si si sia voluto riversare sulla religione dei genitori la “colpa” di non essere altruisti è un consapevole artefatto delle convinzioni dei ricercatori. Che infatti invece di fornire dati reali occupano quasi tutto l’articolo con tronfie chiacchere ed interpretazioni a priori. Cercando di ammannirci la loro tesi e la loro morale.

Se da questa “ricerca scientifica” posso trarre delle conclusioni, queste sono due.
La prima, è che non essere religiosi implica un innalzamento sia del tasso di marpioneria che un abbassamento dell’intelligenza analitica. Infatti a portare avanti le tesi tarocche di cui sopra sono evidentemente degli atei, che nella migliore delle ipotesi si sono ingoiati esca, amo, e metà della canna senza porsi la questione se fosse tutto vero. A farsi questa domanda e a verificare siamo stati noi soliti credenti, alla faccia del fatto che la fede rende creduloni. Probabilmente spinti anche dal fatto che la nostra esperienza dice l’opposto della ricerca.
La seconda conclusione è che, se volete educare un figlio a rispondere correttamente ai test sull’altruismo, dovete mandarlo a scuola nella Cina comunista. Magari non potrete esprimere altre opinioni, ma vuoi mettere che soddisfazione per “Le Scienze”, “Repubblica” e “Huffington Post”?

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Piccolo è bello

Chi l’ha detto che le dimensioni contano così tanto? Nelle scorse settimane ho partecipato ad alcuni eventi di piccole proporzioni, ma di grandi contenuti.
In un posto realmente spettacolare, un balcone naturale sul Piemonte esaltato dalle giornate limpide e temperate, il mese scorso si è tenuta una due giorni di incontri sul tema della sessualità, dal titolo PreservatiVivo: si è parlato di contraccezione, metodi naturali, gender, ma non solo. Relazioni di altissimo livello, soprattutto un clima di amicizia continuato anche al di fuori degli incontri e a tavola.
Eravamo forse una quarantina; ma ancora meno erano i convenuti in una liuteria situata proprio davanti al museo Egizio a Torino. L’occasione  era organizzata da Fioredentro, una realtà artigianale che cerca di far riscoprire i valori della bellezza, del buono, dell’autenticità e i meriti di lavorare adagio e bene. Quest’anno ha voluto farci conoscere un laboratorio dove si producono violini. Alla maniera e quasi negli stessi luoghi in cui la dinastia dei Guadagnini, il cui capostipite fu allievo di Stradivari, produsse strumenti per più di centocinquant’anni. Con passione, cercando la qualità del suono più che la bellezza formale dello strumento. In uno stanzone odoroso di legni, vernici, strumenti in vari stadi di completamento si è parlato di limiti e cosa realmente importi quando si fanno le cose.

Quanto è bello trovare persone che hanno la tua stessa passione per l’umano, per la bellezza, interessate come te a capire cosa si possa fare perché altri possano incontrare la stessa pienezza di vita che ti è stata comunicata. Un tempo pensavo che la soluzione migliore fosse un annuncio il più pubblico possibile, grandi numeri; oggi devo ammettere che un rapporto più diretto, piccino come numero di interlocutori ma non come cuore ha i suoi meriti.
Luoghi in cui ci si può guardare negli occhi e riconoscersi fratelli; in cui trovare nell’altro lo sguardo che si vorrebbe imparare.

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La chiave del Regno

Meno male che ci sono le sorprese. Meno male che può accadere qualcosa di inaspettato, che ti può portare dove non pensavi. Io mi sono sentito molto Bilbo Baggins davanti ad Elrond, sabato pomeriggio, ascoltando Marco Respinti commentare ad un gruppo di ragazzini il secondo film de “Lo Hobbit”. Voi che mi leggete abitualmente lo sapete: l’opera di Tolkien la conosco molto bene, ma mi sono accorto in fretta che qui si era su un altro livello. Pure in un discorso rivolto a bambini e ad adolescenti sono stato sorpreso da punti di vista per me nuovi.

Ve ne cito solo uno. I nani del libro e del film sono coraggiosi, forti, hanno dedicato tutta la vita, sacrificato ogni cosa per la riconquista della avita Erebor. Eppure di fronte alle difficoltà, quando pare che il successo sia irraggiungibile, si perdono d’animo e rinunciano: buttano via la chiave in cui risiedeva tutta la loro speranza. Non per mancanza di coraggio, appunto, ma perché la realtà si è mostrata diversa da quanto si aspettavano. E’ mancato il passo successivo: se le realtà si è mostrata differente, forse anche la mia interpretazione, la mia aspettativa erano sbagliate.
Bilbo, che è molto più pratico e prosaico, che non ha nutrito di illusioni e di attese gli eventi, ha la pazienza e il genio di capire quanto va fatto. Dove va messa la chiave che apre la porta del Regno.

Reale contro ideologia. Che anche quando è rivolta al bene ci fa sbagliare. E mi chiedevo, ascoltando e pensando, se talvolta anche noi possiamo assomigliare ad un manipolo di avidi nani che sanno troppo bene cosa c’è da fare, e per questo incapaci di comprendere che riconquistare un regno può essere molto diverso da come ci immaginiamo.

Un tocco di follia

Ho rivisto l’altra sera un vecchio film con Cary Grant e Doris Day, “Il visone sulla pelle“. Una delle gag contenute nella pellicola mi ha fatto pensare.

Uno dei protagonisti della pellicola è assiduo frequentatore di uno psicanalista, che lo sfrutta anche per carpire informazioni di borsa riservate.
Per un equivoco, il terapeuta pensa che il suo paziente gli stia raccontando di avere accettato le avances di un uomo d’affari che l’ha portato alle Bermuda per un week-end di sesso.
Lo psicanalista è tanto sconvolto da quello che gli viene narrato da considerare del tutto inaffidabile il suo paziente, informazioni finanziarie incluse; per poi decidere di partire per un “corso d’aggiornamento” a Vienna.

Le volte precedenti che ho visto questo film (anni fa) io, e le persone che erano con me, non avevamo trovato niente di strano. Per noi allora, come per gli sceneggiatori, era ovvio che chiunque sarebbe rimasto sconvolto di fronte ad una relazione omosessuale così sbandierata. Che l’avremmo considerata un’idea folle. E che avremmo trovata irresistibile la gag finale, dove l’equivoco vira nell’assurdo quando all’attonito psicanalista viene fatto vedere un bambino che lui crede frutto di quella relazione.

Era il 1962. Solo cinquant’anni, e quello che era materia da psichiatri è diventato realtà. Chissà cosa c’era in quel corso d’aggiornamento a Vienna.

Però vedete, la cosa che mi dà da pensare è che lo sconvolgimento del dottore faccia ancora ridere, sia ancora del tutto comprensibile. Mentre non si capisce quasi più perché Doris Day faccia tante storie ad andare a letto con Cary Grant.

PS: I pezzi citati sono al minuto 55, e a fine pellicola (1:26).

Il gioco della morte

Un ascensore scende vertiginosamente. La porta si spalanca. Un uomo scende, sembra stupito. Da un altro ascensore scende una donna: i due si conoscono, sono legati tra loro. Ma non sanno perché sono lì, né come ci siano finiti. Percorrono un breve lussuoso corridoio, che dà su un bar sfavillante. Dietro al bancone c’è un individuo dai capelli bianchi che si inchina e dice loro: “Benvenuti a Quindecim”.

Questo è l’inizio di Death Parade, un anime – cartone animato giapponese – che è trasmesso laggiù in questi giorni. Miracoli dell’informatica, ormai anche noi a pochi giorni di distanza possiamo gustarla sottotitolata. Normalmente non parlerei di qualcosa a cui pochi possono essere interessati, e con una certa difficoltà dato che passeranno ancora sicuramente mesi prima che si possa vedere doppiata in italiano*. Ma devo ammettere che questa serie è eccezionale, e merita una recensione anche se non è ancora chiaro, a sole due puntate dal termine, dove andrà a parare.

Il tema è annunciato dal titolo: infatti i due smemorati verranno informati dal barista che non potranno lasciare quel luogo fino a che non prenderanno parte ad un gioco che avrà come posta le loro stesse vite.

Segue lieve spoiler del primo episodio, che conoscete già se avete visto qualsiasi altra recensione sul titolo. Evidenziare per leggere o saltare a dopo

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Il barista non dice il falso, ma sta nascondendo loro qualcosa. La posta sono sì le loro vite, ma in senso diverso da quello che viene in mente di primo acchito.
Il barista è infatti un arbitro. Incaricato di giudicare la sorte delle anime dei defunti. I suoi due ospiti sono in effetti già morti in un incidente stradale. Il gioco che si accingono a fare, abbastanza truculento, ha il compito di “far emergere l’oscurità” di chi vi partecipa. Il giudizio non avviene per cosa si è fatto in vita, ma sulla maniera in cui  ci si pone durante il gioco. Si sacrificherà l’avversario, pur di vincere? Naturalmente le esperienze vissute, che ricorderanno poco a poco fino a rammentare la propria fine, influenzeranno il loro comportamento e quindi la decisione del giudice stesso.

A fine gioco i giudicati riprenderanno l’ascensore, diretti verso il nulla o la reincarnazione – così almeno è detto.

Sebbene il giudizio non sia quello cristiano, i problemi sono abbastanza simili per suscitare molti interrogativi. Come potete immaginare, spesso siamo di fronte a veri casi limite, che mettono a dura prova anche le nostre coscienze. Tutto ciò intrecciato con la trama principale, che coinvolge l’arbitro già citato, il suo superiore e una misteriosa ospite umana.

Cosa occorre per giudicare bene un uomo? Com-patire con lui, la misericordia, o il distacco impersonale scevro da emozioni? E che cosa giudicare, una vita di sacrifici o di dissoluzione oppure la singola decisione che rovescia ogni cosa?

*** fine spoiler***

La trama è avvincente e mai banale, intensissima, e suscita tanti interrogativi, ad ogni livello. Il disegno e le animazioni sono eccellenti, di quella Mad House che è probabilmente la migliore tra le case giapponesi. La sigla d’apertura, in stridente contrasto con il tema trattato, è una delle migliori che abbia mai visto.
E’ possibile, certo, che negli ultimi due episodi che rimangono da trasmettere (sempre che non sia prolungata) mi sia riservata una delusione. Ma finora siamo andati di bene in meglio. Guardatela, se potete: così potremo discuterne.

*doppiato (Dynit): se no, potete vederlo in streaming sottotitolato in italiano ad esempio qui