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Platinum end

Come ho già accennato in più di una occasione, mi piacciono i cartoni animati – anime – giapponesi. Generalmente le nuove serie vengono trasmesse in concomitanza con la stagione dell’anno corrente: sono appena iniziate quelle autunnali.

Di solito mi vedo la prima puntata di quelle che sembrano più interessanti, lasciando poi perdere quelle non all’altezza. Ieri ho guardato il primo episodio di una serie alquanto strana, almeno ai nostri occhi di occidentali: “Platinum end“.
Questa la sinopsi:

…Sentendosi svuotato, privo di uno scopo e di ragioni per vivere, Mirai si getta da un grattacielo per porre fine alla sua esistenza, ma l’intervento dell’Angelo Nasse evita la sua fine prematura. Nasse si presenta come “angelo custode” di Mirai e gli concede alcuni doni: la freccia cremisi grazie alla quale chiunque può innamorarsi di lui per trentatré giorni; la freccia bianca, ossia un artefatto che permette di uccidere chiunque all’istante; e le ali angeliche, che permettono di spostarsi istantaneamente in qualunque luogo sulla Terra. Mirai prova i doni e un barlume di speranza sembra accendersi nel suo cuore, tuttavia non sa che è si è involontariamente candidato a una misteriosa “selezione” per scegliere il nuovo Dio…

Al termine della visione, mi sono ritrovato davvero perplesso. L’angelo che interagisce con il protagonista non sembra possedere una morale se non quella del “fa’ ciò che vuoi”. Incoraggia a rubare, a soggiogare gli altri, ad uccidere senza la minima remora. Quando il protagonista le dice che sembra più un diavolo che un angelo, questa ribatte: “non esistono i diavoli; tutto il male viene da dentro l’uomo”. Cosa intenda con male, viste le premesse, è difficile da comprendere.

Quello che più mi ha fatto sobbalzare, però, è altro. Quando il protagonista, che ha visto la propria famiglia distrutta ed è stato allevato da zii che Harry Potter levati, invoca amore e libertà, questo angelo per soddisfarlo gli dà un paio di ali per potere andare dove vuole e una freccia mistica che rende chi colpisce schiavo d’amore per un mese.

Libertà davvero equivale ad andare dove si vuole? O sotto questo concetto c’è nella serie una profondità ancora non rivelata o è messa in mostra tutta la pochezza di una certa mentalità moderna. Il fatto stesso che una simile convinzione sia comunque proposta e apparentemente accettata qualcosa rivela del mondo in cui viviamo. Le definizione è in una certa maniera speculare di quella del chiamare amore l’annullamento della volontà dell’altra persona; è come se ci si accontentasse dell’apparenza, delle superficie di quei desideri senza comprenderli a fondo.

Essere liberi è qualcosa di più della libertà di movimento; si può esserlo anche nel fondo di una prigione. Uno schiavo, una persona con la mente prigioniera può viaggiare. Cos’è libertà? Quando però ci sentiamo liberi? Quando facciamo ciò che il nostro cuore vuole, il nostro desiderio brama; in definitiva, quando facciamo ciò per cui siamo fatti. Come esseri umani, siamo fatti per la verità: per questo è stato detto che la verità ci renderà liberi – mentre essere liberi non è garanzia di essere veri.

Gli autori della serie sono gli stessi di Death Note, un’opera giustamente famosa che presentava anch’essa intriganti dilemmi morali. Vedremo come si evolverà la vicenda; se varrà la pena di seguire la serie o, come sembra possibile, il mio limite di resistenza alla cazzate verrà superato.

La Scala di Daphne

Se c’è una cosa che schifo sono gli uomini: quelle bestie pelose, piene di mani…
Daphne (Jack Lemmon), in “A qualcuno piace caldo”, 1959

Se domandi ad un adolescente la sua opinione su qualcosa che non gli è gradito, con una buona probabilità risponderà “mi fa schifo” (o una metafora dal medesimo senso, di solito comprendente riferimenti sessuali o escrementizi).

La difficoltà consiste nel capire quanto profondo sia, questo schifo. Ci sono degli schifi che sono recuperabili, altri irrimediabili. Per aiutarci nel difficile compito c’è la cosiddetta “scala di Daphne”, un ausilio per misurare quanto schifosa la cosa sia.

0 – Indifferenza. In realtà non mi fa né caldo né freddo.
1 – Non mi piace molto.
2 – Sgradevole, lieve disgusto. Se davvero devo…
3 – Non mi piace. Da evitare.
4 – Non mi piace per niente. Mi fa provare un lieve senso di nausea.
5 – Disgustoso. Nauseabondo.
6 – Mi dà fisicamente il voltastomaco. Preferisco girare alla larga.
7 – Potrei avvicinarmi solo dietro ricompensa. Mi fa stare male.
8 – Pagami molto se vuoi che lo accetti. Non lo sopporto proprio.
9 – Fammi fuggire. Accetterei solo l’unica alternativa fosse morire.
10 – Preferisco la morte. Davvero.

Lo schifo esiste. E’ tutto ciò che è opposto al nostro modo di essere. Se pensate che non ci dovrebbe fare schifo niente, che dovremmo farci piacere tutto, o non avete ben presente la natura umana o siete degli ipocriti: perché vi fa schifo chi prova schifo. Anche a Nostro Signore scribi e farisei non andavano proprio a genio. La Bibbia testimonia che lo schifo può essere anche divino.

Attenzione però a non esagerare. Nella scala di Daphne ci sono anche i valori negativi; ciò che è l’opposto dello schifo, ciò che piace, ciò che si ama. L’approccio corretto è valorizzarli. La penombra si capisce solo a partire dalla luce.
L’alternativa è fare la fine di Nietzsche,

Non l’odio, lo schifo ha insaziabilmente roso la mia vita!


Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1883/85

o del povero Pavese, che come ultima notazione del suo diario scrisse
“Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”,

e si suicidò. Decimo grado della scala di Daphne; un valore che mai dovremmo raggiungere guardando alla vita, perché ne è la negazione. Non c’è schifo che non abbia una sottile fessura che lascia passare la luce.

Senza menzogna

Ho appena finito di leggere “Live not by lies”, l’ultimo libro di Rod Dreher, famoso per “L’Opzione Benedetto” di cui ho parlato in passato. Credo che in italiano sarà “Vivere senza menzogna”, dato che il titolo riprende tale e quale un famoso scritto di Solženicyn che era stato così tradotto.

E’ stata una lettura molto interessante. Il nostro autore è da un pezzo convinto che la nostra società sia avviata verso una persecuzione del cristianesimo, che cesserà di esistere così come l’abbiamo conosciuto finora. In questo libro aggiunge un altro tassello a conferma di questa ipotesi.
Racconta che alcuni anni fa è stato contattato da una anziana profuga delle persecuzioni comuniste nell’Europa dell’Est, emigrata poi negli Stati Uniti, che si diceva spaventata e preoccupata di quello che a cui stava assistendo. A quella donna, testimone degli orrori del secolo scorso, pareva che l’America e il mondo fossero avviati sulla stessa china che avevano percorso prima di loro i popoli della sua terra d’origine. Aveva l’impressione che si stesse instaurando una sorta di totalitarismo, per cui stava diventando impossibile esprimere certe opinioni senza essere perseguitati; non dalla polizia segreta, ma da qualcosa di molto più sfuggente ed insidioso. Dreher lo chiama totalitarismo morbido.
Il nostro autore ha preso sul serio quell’avvertimento, anche perché la stessa preoccupazione, la stessa impressione gli è stata trasmessa da molti altri. Chi ha conosciuto il volto tirannico ed omicida del comunismo sembra non avere dubbi, qualcosa di analogo non solo si sta sviluppando ma si è già insediato in occidente. E pochi o nessuno sembrano preoccuparsene, o rendersene conto.

Dreher ha quindi viaggiato per i paesi ex-comunisti in cerca di risposte a questa domanda: come hanno fatto la libertà e il cristianesimo a sopravvivere a decenni di oppressione, in paesi dove anche solo il sospetto di avere pensato qualcosa di non permesso poteva costare la vita?
La risposta che ha trovato è quella del titolo del libro: vivere senza menzogna. Non conformarsi, non cedere alla bugia. Dire no; senza cercare il martirio, ma neanche piegarsi alla tentazione della dissimulazione. Per restare liberi occorre essere liberi davvero, anche se questo può costare sofferenze terribili a sé e ai propri cari, fino alla morte. Ma, per riuscirci, occorre prepararsi; occorre non essere da soli.

Gran parte del libro è la descrizione di come poche persone, capendo a cosa si andava incontro, sono riuscite a elaborare un metodo per una resistenza sotterranea e nascosta.
Io presi “Arcipelago Gulag” dalla biblioteca del mio paese che avevo quattordici anni, senza peraltro capirci molto. A diciassette avevo la spilletta di Solidarnosc al bavero mentre raccoglievo fondi; ho conosciuto Irina Alberti, ho fatto e faccio parte di una organizzazione chiamata SamizdatOnLine; molto di ciò che racconta il libro già lo conoscevo. Ma, dati in tempi che stiamo vivendo, il ripasso di un passato che rischia di diventare il nostro futuro è assai opportuno.

Io non so cosa ci riserveranno gli anni a venire. I mezzi tecnologici, oggi, possono rendere il controllo delle persone efficace ogni oltre sogno di Stalin e Beria. E’ da un pezzo che, su questo blog, sto lanciando avvertimenti. Ogni volta ci sono alcuni di quelli che hanno creduto alla menzogna che dicono che esagero, che quello che ho preannunciato non accadrà mai; ma, puntualmente, quel futuro si realizza. Davvero oggi siamo sull’orlo di un tracollo, di una dittatura del pensiero che inevitabilmente sfocerà in una persecuzione; o un disastro ancora maggiore. Da parte degli uomini vedo poca possibilità di invertire la rotta; da parte di Dio, non so; ma Lui può tutto.

Il regime sovietico finì in maniera improvvisa e inattesa, specie per i nostri intellettuali che ancora si sentono orfani di quella illusione vecchia ormai di quarant’anni. Non capivano niente allora, e per tutto questo tempo hanno cercato di convincerci che in realtà avevano ragione. Allora avevamo grandi santi che pregavano Dio, e la forza della verità, per vivere senza bugie. Oggi la tentazione è crederci soli, pensare di non potere più invertire la rotta. Ricordate che qualche anno fa vi avevo parlato di Opzione Saruman, effetto Denethor? Non crediamo ai Vermilinguo che ci vorrebbero far pensare che non c’è scampo. Buttiamo via il Palantir. La Verità non è scomparsa, è ancora dove era prima. Viviamo senza menzogna.

Dalla copertina

Un buon libro non si giudica dalla copertina. Ma spesso un libro lo si compra per la copertina.
Io stesso ho nella mia biblioteca diversi tomi acquistati solo perché la loro apparenza mi aveva colpito. Niente da fare, lo sapete anche voi: certe immagini infiammano l’immaginazione e la curiosità.

Voi sapete che mi diletto di disegno, ho già scritto in proposito. Così, quando sono stato certo che il mio libro sarebbe stato pubblicato, mi sono detto: e se la copertina la disegnassi io?
Naturalmente, mi rendevo conto che non sarebbe stato facile. Le immagini che preferisco sono quelle realistiche. Sono stato un grande fan dei fratelli Hildebrandt – le loro illustrazioni per “La spada di Shannara” mi avevano incantato da ragazzo. Persino il grande Frazetta è già fin troppo impressionistico per i miei gusti. Capite, quindi: asticella alta, non professionista, poco tempo a disposizione.

Mi ci sono messo lo stesso. Sapete, quelle idee un po’ folli. Mi sono detto: se viene decente, bene, se no pace.
Il risultato lo potete vedere in fondo al post. A mio parere non era poi così male; ma forse inadatta per il tipo di copertina che la casa editrice aveva in mente.

Quando l’ho proposta, dall’altra parte ho percepito una certa freddezza. MI hanno detto: abbiamo una nostra procedura, sottoponiamo diverse copertine a varie persone e loro scelgono le migliori. Mi sono detto: vabbé, attendiamo di vederle.
Quando me le hanno mostrate, per poco non sono collassato. La favorita era un fotomontaggio di una non ben definita figura appoggiata ad un bastone o una spada in dissolvenza su una torre in rovina, scura e praticamente monocroma. Le parole che mi venivano in mente guardandola era “lugubre” e “repulsivo”. Personalmente non avrei mai comprato un volume con quella copertina. Accidenti, ho scritto un libro dinamico, pieno d’azione, con personaggi divertenti; quella figura mi sembrava l’opposto. Mi sono opposto.

Successive proposte includevano fotomontaggi di draghi. Mi sentivo quasi disperato. Mi tornava in mente Tolkien, disperato per anni delle illustrazioni alle sue opere. Nel mio piccolo, ora lo capivo meglio: quando hai in testa una storia, è difficile accettare che qualcuno la veda in maniera diversa. Nel tentativo di fare comprendere le mie idee ho cominciato ad inviare immagini di quadri di Waterhouse, e anche quella di Thayer che alla fine è stata scelta.

Qualcuno è rimasto perplesso per questa decisione, ma vi assicuro che tra le diverse possibilità è la migliore. E’ un bel dipinto, in qualche maniera correlato con la trama, e lo sguardo dell’angelo ha quella certa ambiguità che colpisce l’immaginazione.

Certo, un po’ mi dispiace che la mia proposta sia stata bocciata. Ma forse è meglio così: siete liberi di immaginare i protagonisti come desiderate, senza neanche il suggerimento di una copertina indiscreta…

Tanto di cappello

Serata cinema per me e mia moglie.
La serata cinema, di questi tempi, consiste nel vedere un bel film sdraiati sul divano, mentre mia moglie si fa massaggiare i piedi.
La richiesta questa sera è: “Qualcosa di leggero, che non duri tanto”. E’ difficile trovare qualcosa di più leggero e agile di Fred Astaire che balla; così, la pellicola che abbiamo visto è “Cappello a cilindro”, gran successo del 1935.

Si tratta, per chi non l’avesse mai veduta, di una commedia degli equivoci ambientata tra una Londra e una Venezia assolutamente improbabili e posticci. Grandi numeri musicali, grandi canzoni – la più famosa è “Dancing cheek to cheek” – ovviamente grandi numeri di danza tra Fred Astaire e Ginger Rogers. Nel cast svetta anche un Edward Everett Horton in stato di grazia.

Guardando l’opulenza hollywoodiana delle scene, mia moglie ad un certo punto ha esclamato: “Ma questi erano più avanti di noi!”
In effetti è difficile non paragonare quella grandiosità ostentata con ciò a cui oramai siamo abituati. Al confronto la realtà moderna appare ristretta, dimessa, povera, slavata, triste. Viene da domandarsi dove sia finita quell’epoca che cent’anni dopo, fatta salva la tecnica, appare più avanzata, elegante e felice della nostra.

Qualcosa è cambiato nelle teste, qualcosa è cambiato nei cuori. Oggi le avance di Fred a Ginger lo farebbero finire in tribunale per stalking; e a cosa abbia condotto quel disinvolto modo di considerare il matrimonio lo vediamo bene.
I ballerini danzano su un palcoscenico irriproducibile, Il fantasma di un altro secolo, di un’altra era li accompagna.

Possiamo noi mendicanti capire?

Se siete stati attenti al post di ieri, avrete potuto apprezzare la citazione iniziale e il video finale. Appartengono alla stessa band, i Dirt Poor Robins; che poi sarebbero un duo, marito e moglie. Mi sono stati fatti conoscere da un amico, e devo dire che per quel poco che li ho potuti ascoltare quell’amico lo devo proprio ringraziare. Belle musiche, belle voci, e splendidi testi.

Al fondo vi inserisco il video completo del loro “concept album” Deadhorse.
In esso potrete trovare piccoli capolavori come Kings and Queens, Saints, Scarecrows, ma soprattutto le mie tre preferite.

Gustate degli estratti dai loro testi; è poesia

After all this is who we are
Made of dirt and fed by stars
In a blink of an eye we’ll be undermined
when they bury our grains in the sands of time

Dopo tutto è chi noi siamo
Fatti di terra e nutriti di stelle
In un battito di ciglia saremo scalzati
quando seppelliscono i nostri granelli nelle sabbie del tempo

Dirt Poor Robins – All There Is

Ecco But never a key, (ispirata da quel magnifico struggente libro che è Fiori per Algernon)

Lo
That’s the way that it goes
I’m sorry you’ll never be free
If all that you see is the danger the cage will relieve
Oh no
That’s the path that you chose
A true hedonist indeed
So don’t lift a finger, your warden provides all you’ll need
But never a key


Guarda
Questo è il modo in cui va
Mi spiace non sarai mai libero
Se tutto ciò che vedi è il pericolo che la gabbia risparmierà.
Oh no
Questo è la strada che hai scelto
Proprio un vero edonista
Così non alzare un dito, il tuo guardiano ti dà tutto ciò di cui avrai bisogno
Ma mai una chiave


Dirt Poor Robins – But never a key

E infine

For us there was no land
No land beyond the edges of our outstretched hands
Can we beggars understand
More than our appetite demands?

Per noi non c’era terra
Nessuna terra oltre l’orlo delle nostre mani tese
Possiamo noi mendicanti capire
Più di quello che i nostri appetiti domandano?


Dirt Poor Robin – No land beyond

Non è facile trovare immagini tanto potenti nelle abituali canzonette. Ma cosa domandano i nostri appetiti?

Gente amabile

Il post di oggi sono dei conigli di lettura.
E anche un consiglio di lettura. Pensavate ad un errore di battitura?
No, sui tratta di un breve racconto a fumetti in cui mi sono imbattuto oggi. Vale assolutamente la pena leggerlo; ahimè, è in inglese. Mi dispiace.

Il racconto si intitola “Lovely people”, “Gente amabile”. Sì, i personaggi sono carinissimi conigli. E sì, è decisamente serio.
Leggetelo adesso, poi tornate qui.
Per quelli che non l’han fatto, riassumo la trama.
***
Tre amiche si trovano al tavolo di un locale. Il Concilio Mondiale ha appena svelato cosa si deve fare per far salire il punteggio sul Sistema di Credito Sociale. Il Sistema di Credito Sociale è bellissssimo! Serve per migliorare se stessi e il mondo! Ti dà punti se lodi sul social, ma di cuore, il Concilio Mondiale. Ti dà dei punti se fai del bene. Ti dà dei punti se compri i prodotti giusti da Alizongle, e li promuovi con i tuoi amici. E con i punti puoi ottenere sconti, viaggiare, entrare nei posti Vip! Una delle tre amiche è rampante sul Sistema, praticamente una influencer, e insegna alle altre cosa si deve o non deve fare.
Ma attenzione; se fai le azioni sbagliate perdi punti. Se critichi il governo. Se fai commenti negativi sul Sistema. Se frequenti persone dal punteggio basso. Non permettere che i tuoi amici e conoscenti calino di punteggio! Potrebbero non poter più comprare determinati oggetti, persino il cibo; viaggiare sui mezzi pubblici, circolare di notte… convincili ad adeguarsi. Se i punti si dovessero azzerare, dovrebbero essere riabilitati in apposite strutture.

Man mano che la storia progredisce, le richieste del Sistema di Credito Sociale diventano sempre più stringenti. Perdi punti se leggi i libri sbagliati. Ad esempio la Bibbia, a meno che tu non l’abbia upgradata alla versione 2.0, che sostiene che l’importante è essere a posto con se stessi. Il tuo punteggio cala rapidamente se non smetti del tutto di frequentare le persone pericolose, fossero pure parenti. Ci si trova davanti ad una scelta: che accade se qualcuno che ami decide che non vuole più stare al gioco,e decide di uscirne? Lo seguirai, verso un posto dove si dice si possa ancora vivere senza il Sistema, o preferirai stare con i tuoi “amici” VIP, a sorseggiare aperitivi nella terrazza superlusso?
Se fosse tua figlia? Se fosse tuo marito? Se fossero le tue migliori amiche? Le abbandonerai?


***
Questo il racconto a fumetti. Non stateci troppo a pensare; che qualcosa del genere stia già accadendo in Cina non deve allarmarvi. E neanche che già ora, nella nostra società occidentale, si censurino, licenzino, cancellino le persone che esprimono opinioni differenti da quello che il Governo – uno o l’altro è lo stesso – dice che devi credere. Se la pensi differentemente su argomenti secondari quali politica, religione, salute, sesso, educazione, bene, non lamentarti se d’un colpo ti troverai fuori da tutto. Ancora non c’è l’app, o il certificato, ma probabilmente non manca molto.

Quando ci sarà, sarà molto più facile capire che pensare.

Le sporche strade del Paradiso

Ho appena finito di leggere “The Dirty Streets of Heaven” (“Le sporche strade del Paradiso”), di Tad Williams, uno dei miei autori favoriti.
Il tema, come si può intuire dal titolo, mi è affine. Narra le vicende di Bobby Dollar, un angelo incarnato in un corpo umano, che fa da avvocato difensore delle anime dei defunti. All’atto della morte lui e un demone sostengono difesa e accusa in un processo che si svolge in una bolla atemporale accanto al corpo del trapassato. Sentiti i rispettivi angeli e demoni custodi un giudice angelico decreta la destinazione finale: lassù, laggiù, o Purgatorio.
Angeli e diavoli, abitanti corpi mortali in una città che è una variante di Los Angeles, danno vita a un confronto metà detective story hard-boiled e metà gioco di spie stile Tom Clancy. Tra avvenenti diavolesse, giganteschi demoni sumeri e spiriti vagabondi la vicenda si svolge a ritmo serrato e coinvolgente. Ma…

…come dire, un po’ deludente.
Non certo per l’azione, l’intreccio o la scrittura, quanto per la superficialità con cui è trattato il tema religioso. Dio è il Grande Assente; nessuno lo ha mai visto, almeno tra le gerarchie angeliche minori. Le anime in Paradiso vivono la loro eternità felice del tutto dimentiche della loro vita terrena. Certamente l’ispirazione, più che la Bibbia, è Constantine o Supernatural, con un tocco di Codice da Vinci. E se il male è il male, il sospetto che si fa baluginare è che anche il bene non sia quel gran che. Spingendo a considerare che sarebbe opportuno cercare una “Terza via”…

Se le cose stessero davvero così, in effetti, che soffocamento moralistico. Il giudizio dei morti rappresentato nel libro è del tutto simile a quello che potrebbe essere un tribunale terrestre. Di quel farisaismo asfissiante american style che guarda solo alle azioni; il genere di moralismo che avrebbe lapidato l’adultera, per intenderci. No, non riesco a credere in un aldilà del genere, e questo mi rovina il gusto della trama.
Spero proprio che il Paradiso sia un po’ meglio di così. Giustizia sì, ma anche misericordia. Se no, che Paradiso sarebbe?

Scritti politti: Entità astrali

Incisione su targa metallica imbullonata ad un prisma metallico sulle pendici del monte Musiné.
“Qui è l’Una Antenna dei Sette Punti Elettrodinamici, che dal proprio nucleo incandescente vivo la Terra tutta respira emette vita. Qui operano le Astrali Entità che furono: Hatshepsut, Echnaton, Gesù il Cristo, Abramo, Confucio, Maometto, Buddha, Gandhi, Martin Luther King, Francesco d’Assisi, e anche Tu, se vuoi, alla fratellanza costruttiva tra tutti i Popoli. Pensaci intensamente, 3 minuti: Pensiero è Costruzione”

Il monte Musiné, la montagna più vicina a Torino, è da diversi anni al centro di strani racconti. Si narra di UFO, di misteriosi fenomeni, di un passato mistico. Ricordo che da ragazzino lessi, prendendoli dalla biblioteca, diversi libri in proposito, tipo “Musiné magico”. Era il periodo in cui mi divoravo i libri di Kolosimo, ma certe affermazioni erano anche per me un po’ difficili da digerire. Domenica, passeggiando per la pista tagliafuoco che corre attraverso le pendici della montagna, mi sono imbattuto nel prisma di cui sopra. Piazzato a margine di un prato infestato dai gitanti molti anni fa, sembra, da anonimi cultisti di esoterismo.

A me ha fatto molto ridere. Mi sono immaginato Maometto, Confucio e Francesco d’Assisi alle prese con i tuonati che hanno messo su quella targa. Gli esoteristi a cercare di spiegare i punti elettrodinamici e la terra viva che respira e gli altri a domandarsi dove avessero sbagliato a esporre la loro visione del mondo. Maometto probabilmente l’avrebbe tagliata corta, la loro testa.
Solo dei completi deficienti, o degli imbroglioni, potrebbero pretendere di associare tutti quei nomi insieme trascurando in modo completo quello che hanno detto e fatto, il motivo per cui si sono mossi. Illudendosi di unificarli in un’illusione con cui non hanno avuto niente a che fare. Mi domando se davvero sapessero chi sono stati, nome a parte.
D’altro canto, uno che crede ai sette punti elettrodinamici, qualsiasi cosa essi siano, deve necessariamente non essere del tutto a posto.

Ma è proprio degli uomini cercare di spiegarsi il mondo, il senso della vita, il destino ultimo. Magari sbagliando clamorosamente; ma almeno tentando. E più si è grandi più ci si rende conto che si è inadeguati; pensiero che non deve avere sfiorato chi ha scritto quella targa. O chi la legge e ci crede, illudendosi di entrare così in quell’illustre compagnia.
Tra tutti quelli elencati, uno solo non ha detto “Quello è il senso, quello è il destino, quello è Dio”, ma “Io sono il senso, io sono il destino, io sono Dio”.
O il più inadeguato, oppure così grande da avere ragione. Ma se ha ragione, a che servono le antenne per la Terra? Occorre seguirlo. Pensateci intensamente.

L’inutilità di Dio

Forse dovrei fare una nuova rubrica sugli articoli scientifici farlocchi. Ne ho commentati parecchi in passato; che ne dite, un altro?

Quello di oggi è un piccolo classico, ma in qualche modo riesce a stupire. Il suo titolo: “Un giorno la scienza escluderà la possibilità di Dio?

Eh, qui è roba seria. Si tratta non solo di negare che un Dio abbia a che fare con l’Universo, ma anche che possa esistere.
Se guardiamo lo svolgimento del temino, è un po’ deludente. Un tale in California sostiene che, presto, prestissimo! La scienza saprà tutto quello che c’è da sapere. E’ una previsione che condividono in molti: in effetti, da trecento anni a questa parte è stata fatta molto spesso. Quando ciò avverrà, che bisogno avremo di credere ancora in un Dio?

Dapprima l’articolo si dilunga ad elencare tutte le ipotesi che vogliono spiegarci perché il Big Bang non ha bisogno di Qualcuno che lo abbia fatto partire, e del perché anche se il nostro Universo sembra fatto apposta per noi questo non voglia dire niente. Chissà, forse un giorno tutte queste ipotesi potranno essere confermate: nel mentre hanno lo stesso valore della tesi che il cosmo sia stato fabbricato da ragni giganti. Se non lo puoi dimostrare, è pourparler, non è scienza.

Ma dove il nostro tocca vertici veramente lirici è nell’ultima parte. Alla domanda “Allora, quale sarebbe il senso dell’Universo?” la risposta è che non ci può essere una risposta! Una teoria – anzi, una spiegazione – completa del Cosmo non ha bisogno di qualcosa di esterno che l’avviluppi, di essere spiegata a sua volta. Sarebbe solo una complicazione. Ma, non preoccupatevi, tremebondi credenti, perché la religione ha una sua utilità: motiva il popolino ignorante (ehm, voleva dire “la gente”) a seguire le regole e a non aver paura della morte e del nulla.

Non so neanche da dove cominciare.
Intanto, davvero spiegare perfettamente come funziona una cosa risolve tutto?
Troviamo un mazzo di fiori sulla tavola. Sappiamo chi ce l’ha messo, dove li ha presi, i nomi dei fiori, ogni cosa. Davvero la domanda “perché” quei fiori siano lì non può esserci, è superflua, inutile?

Il secondo errore fondamentale è credere che la scienza possa descrivere completamente l’Universo. Rifaccio un esempio che ho già scritto in passato: una foto in bianco e nero di una banana ti mostra chiaramente una banana. Ma ti dice quale sia il suo profumo? Il suo colore? Il suo sapore? La scienza ci potrà spiegare come funziona l’Universo tramite la fisica e la matematica, ma non può parlarci delle cose che non sono fisica e matematica. E’ un altro linguaggio. Non rientra nelle sue possibilità, come non rientra nella fotografia il sapore del soggetto. Anche se la fisica descrive la realtà, quello che descriverà sarà solo la realtà fisica.

Il fatto poi che la scienza possa negare anche la possibilità che un Dio esista è semplicemente idiota. Perché le regole non possono giustificarsi da loro. Le leggi non possono scriversi da sole. I postulati, per definizione, sono tali perché non sono dimostrati, ci sono. Oh, può essere che siano così e basta. Ma escludere che Qualcuno li abbia voluti così, come fai ad esserne certo? Dovrebbe esserci una confessione scritta, “Non li ho fatti io…”
E’ così e basta è dogma. Chi te lo ha rivelato?

Ma l’errore più grave, specie per uno che millanta di essere uno scienziato, è pensare che il tutto possa essere descritto perfettamente. E’ la scienza stessa che dice che non può essere così. Mai sentito parlare dei teoremi di completezza di Gödel? No? Ahi ahi, è qualche annetto che sono in circolazione. E dicono che, per quanto ci si sforzi, ci sarà sempre qualcosa che non si riuscirà a fare rientrare nella propria bella teoria, per quanto ben costruita.

In definitiva, quel professore californiano mi pare essere solo un illuminista in ritardo di trecento anni. Che affastella teorie indimostrate per dimostrare che lui è superiore al popolino che ancora crede in un Dio. Poveretto.

Paragonate quelle sue idee con questo:

Gli uomini, giovani e non più giovani, hanno bisogno ultimamente di una cosa: la certezza della positività del loro tempo, della loro vita, la certezza del loro destino.

«Cristo è risorto» è affermazione della positività del reale; è affermazione amorosa della realtà. Senza la Risurrezione di Cristo c’è una sola alternativa: il niente.

Cristo si rende presente, in quanto Risorto, in ogni tempo, attraverso tutta la storia. Lo Spirito di Gesù, cioè del Verbo fatto carne, si rende sperimentabile, per l’uomo di ogni giorno, nella Sua forza redentrice di tutta l’esistenza del singolo e della storia umana, nel cambiamento radicale che produce in chi si imbatte in Lui e, come Giovanni e Andrea, Lo segue.

La nostra scelta è se la vita abbia senso qui e ora. Perché, se non c’è risposta alla domanda di senso, che senso avrebbe vivere, amare, volere capire l’Universo?

Un altro epilogo

Quest’oggi vi volevo fare partecipi di qualcosa in cui sono incappato per caso; ovvero, una versione alternativa dell’epilogo del “Signore degli Anelli”, che lo stesso Tolkien scrisse ma non pubblicò mai, preferendo il testo che ora conosciamo.

Qui il testo. E’ in inglese. Qui una bella versione a fumetti.

Leggendolo, devo dire che mi ha commosso. Ci sono alcuni punti, e specialmente il finale, che sono davvero bellissimi.
Nel breve capitolo si immagina che siano passati diciassette anni dalla caduta di Sauron. E’ la sera del compleanno della figlia maggiore di Samwise Gamgee, Elanor. Sam sta rivedendo alcune note al Libro Rosso – la storia del Signore degli Anelli originariamente scritta da Frodo – quando viene raggiunto dalla giovane Elanor. Tra le domande della curiosa ragazzina e le sue risposte si chiarisce cosa sia accaduto ai suoi antichi compagni.

Discorrono insieme di come gli elfi stiano lasciando la Terra di Mezzo. Elanor vorrebbe vedere i posti descritti dal libro “prima che diventino solo luoghi”. Prima che la luce svanisca. La ragazza trova ciò che sta accadendo triste, per gli elfi come per suo padre che li ha visti partire attraversando il Mare verso le terre eterne. Partiti sulle navi come Frodo, che la piccola hobbit chiama, rivolta al padre, “il tuo tesoro”.
Al che Sam replica che sì, è stato triste, ma non lo è ora; perché Frodo è andato dove la luce degli elfi non sparisce, e ha meritato il suo premio. Poi le confida un segreto: che Frodo gli ha detto che forse sarebbe giunto anche il suo momento di andare, così che il suo non è stato un vero addio.

I due parlano ancora un po’ dell’imminente arrivo del Re Aragorn, che li ospiterà per qualche tempo nel suo nuovo palazzo sul lago Evendim; e quindi Sam manda a letto la vivace ragazzina, “e gli sembrò che il fuoco bruciasse più basso al suo andare via”.

Siamo alle ultime righe. Lo hobbit ha ancora una breve conversazione con sua moglie, con cui ricorda i fatti di diciassette anni prima. Lei racconta che ebbe una premonizione, nell’istante della caduta di Sauron.

“Io non avevo affatto speranza, Sam”, lei disse, “Non fino a quello stesso giorno; e quindi improvvisamente l’ebbi. Era circa mezzogiorno, e mi sentii così felice che cominciai a cantare. E mamma disse ‘Zitta, ragazza! Ci sono ruffiani in giro!’ E io dissi ‘Lasciali venire! Il loro tempo finirà presto. Sam sta tornando’. E tu tornasti”.
“Lo feci”, disse Sam. “Al più amato posto di tutto il mondo. Alla mia Rose e al mio giardino.”
Entrarono, e Sam chiuse la porta. Ma mentre lo faceva udì improvvisamente, profondo e mai fermo, il sospiro e mormorio del Mare sulle sponde della Terra di Mezzo.

Orrore cosmico

Non so se avete mai sentito parlare di H.P.Lovecraft. Forse i nomi di Cthulhu, Yog-Sothoth, del Necronomicon vi dicono qualcosa?
Lovecraft era uno scrittore americano, vissuto nei primi decenni del secolo scorso, e scriveva storie che si potrebbero definire dell’orrore.
Ma niente, o quasi, pazzi assassini e squartamenti; pochissimo sangue nelle sue opere. I suoi mostri sono esseri così al di fuori dalla realtà umana da essere incomprensibili. Divinità inenarrabilmente potenti, antiche di eoni, che hanno della nostra specie la stessa comprensione ed empatia che potremmo avere noi per dei moschini. I suoi scritti sono pervasi da un senso di allarme, disagio, la sensazione crescente che sotto il sottile velo della realtà si nasconda qualcosa di così orribile che, dovessimo alzarlo, la follia sarebbe l’unica fuga .

Non ero mai riuscito a comprendere da dove nascesse davvero questo orrore; un articolo che mi hanno suggerito me lo ha fatto capire. Lovecraft ipotizza che quella che noi chiamiamo realtà non abbia nessun senso. Che ogni nostra attività, ogni nostro progetto, siano inutili e vani. Che non solo non esistano certezze, ma che lo stesso concetto di certo sia vano. Le entità che popolano i suoi scritti, i Grandi Antichi come Cthulhu e gli ineffabili Dei Esterni, sono assolutamente altro, e il cosmo stesso è maligno o, nel migliore dei casi, del tutto indifferente. La più grande divinità creatrice, Azathoth, il Signore del Cosmo, è cieco e idiota e danza sul suo trono al centro dell’universo al suono di flauti blasfemi suonati dai suoi cortigiani.

L’opera di Lovecraft è espressione di un universo anti-razionale, in cui la razionalità greca e cristiana è solo un’apparenza illusoria, ormai abbandonata. La sua cosmogonia, paradossalmente, è coerente proprio per questo rifiuto estremo a cui neanche l’ateismo arriva. Il relativismo è contraddittorio proprio perché nega un significato autentico mentre pretende di affermarlo. La parabola di distacco dalla ragione ultima delle cose, dal divino, iniziata con umanesimo e proseguita con l’illuminismo, finisce in qualcosa ancora più raccapricciante del nichilismo.

L’orrore nasce proprio da questo straniamento: la completa mancanza di significato di ogni nostra opera, la scoperta della vera natura dell’universo, l’irrealtà del reale. La mente si rifiuta di considerare che ogni nostra azione, e noi stessi, siamo niente. Nel profondo di noi c’è l’esigenza di bene, di bello, di vero. Non esiste niente di peggio che negarlo; niente può condurre la nostra mente nel nulla cosmico come un dio disordinato, arbitrario e irrazionale. Vuol dire niente leggi; vuol dire niente logica. Vuol dire che non c’è niente di comunicabile, neanche l’amore; non è possibile alcun rapporto o pensiero coerente. E’ aprire la porta alla pazzia, come i tristi e folli personaggi di Lovecraft.
E’ adorare Cthulhu.


Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn

Scritti Politti: fichi per tutti

La scritta che commento oggi è virtuale.
Sono passati parecchi anni da quando iniziavo le mie giornate leggendo le informazioni del giorno dal sito del Sussidiario. Era un’utile finestra sul mondo; ci scriveva gente interessante, ero certo di trovare sempre degli spunti utili, una visione diversa.
Poi cominciò a cambiare. Ci si trovava sempre più attualità becera, di quella uguale a mille altri siti; sempre più gli articoli erano fonte di perplessità o di stupore, in negativo. Si faticava a trovare qualcosa di valore. Lo spezzettamento dei post per esigenze pubblicitarie, con queste ultime sempre più invadenti, causarono la mia disaffezione. Ormai sono anni che lo frequento pochissimo.

Il sito dei vecchi tempi non avrebbe mai twittato una frase come quella sottostante:


Scritta bianca su tramonto bucolico: “Si dimentica che i frutti appartengono a tutti e che la terra non appartiene a nessuno. (Jean-Jacques Rousseau)”

Sì, in altri tempi si sarebbe citato Rousseau solo per evidenziare il disastro che ha causato nella civiltà occidentale il suo pensiero. La frase che è riportata sintetizza bene la sua filosofia di vita, quella del mantenuto che non si vuole assumere responsabilità, neanche quella dei figli, e cerca di giustificarsi. A noialtre persone comuni invece piace godere dei frutti che coltiviamo sulla nostra terra. Anche perché se la terra non è nostra, per quale motivo dovremmo amarla, o anche solo coltivarla? Se i frutti non li abbiamo con pazienza fatti crescere, protetti, raccolti, cosa ci abilita a prenderne? Chi lavora, chi suda per produrre, chi si prende cura delle cose sa valutare quanto valga la citazione, e quanto sia applicabile nella vita reale. Se per caso poi qualcuno pensasse ancora che in via teorica potrebbe funzionare, un secolo di comunismo applicato, di disastri collettivisti, dovrebbe aver cancellato una volta per tutte quell’illusione. Se uno sa la storia, ovviamente. Se la si vuole vedere.

La frase del filosofo francese ci dovrebbe tornare in mente quando riceviamo lo stipendio, un ladro ci entra in casa o andiamo a comperare verdura. Per poterci ridere sopra, se ci riusciamo.

Scritti Politti: Déjà vu

La scritta di cui ci occupiamo oggi è apparsa sulla parete di una chiesa cilena che dei simpatici manifestanti hanno devastato e dato alle fiamme; la potete vedere qui sotto:

Vernice nera su pietra, “Muerte al Nazareno”, “Morte al Nazareno”.

Cari amici, studiate. E’ già stato fatto. I vostri colleghi l’hanno già ucciso.
E poi è risorto; e la storia che ne è nata ha prodotto bellezza, bontà, pace. Tutte cose che, mi pare, voi non apprezziate.
Tentateci, provateci pure ancora. Lui non si stancherà di cercare di salvarvi.

Gesù come me lo immagino

Qualche settimana fa, la Chiesa d’Islanda – la chiesa protestante nazionale, per intenderci – ha pensato bene di pubblicizzare la sua scuola domenicale con l’immagine che trovate in fondo.
In essa si può vedere un Gesù con barba, vestitino corto e tette danzare gaio davanti ad un arcobaleno.
Come forse potrete immaginare, non tutti l’hanno presa benissimo.

Petur Georg Markan, addetto stampa per la Chiesa d’Islanda, ha affermato che è positivo che Gesù Cristo appaia in forme differenti e che la Chiesa celebri la diversità. Markan ha aggiunto “Stiamo cercando di abbracciare la società come essa è. Noi abbiamo ogni genere di persone e dobbiamo addestrarci a parlare di come Gesù sia di “ogni genere” in questo contesto. Specialmente perché è davvero importante che tutti e ciascuno vedano se stessi in Gesù e che non ci sia troppa stagnazione. Questo è il messaggio essenziale. Così è okay, è okay che Gesù abbia barba e seni.”

Non so se abbiate colto il punto. Stanno cercando di fare assomigliare Gesù alle persone, invece di fare in modo che le persone imitino Gesù. Io raffiguro me stesso come Cristo, posso quasi fare finta di essere lui. Un Cristo immaginario che saltella in un panorama immaginario. In questa maniera è tutto bello comodo: non c’è bisogno di cambiare, non c’è bisogno di redenzione, qualunque cosa si sia e si faccia si sta al caldo.
Talmente al caldo che sembrerà di bruciare.

Il pretesto

Un Dio senza ira portò uomini senza peccato in un regno senza giudizio attraverso l’assistenza di un Cristo senza croce

H. Richard Niebuhr 

Il film dei fratelli Coen “Ave, Cesare!” non è dei loro migliori, ma contiene alcune perle. La pellicola ruota attorno ad un colossal hollywoodiano di stile religioso, tipo “Quo vadis” o “Ben Hur”. George Clooney ne incarna il protagonista, un fatuo attore che impersona un centurione romano. Nella clip in fondo lo potete vedere impegnato in un avvincente monologo sotto la croce di Cristo; appare compreso, sincero, e lo spettatore è portato a credere che le vicende che ha attraversato fino a quel momento lo abbiano finalmente cambiato. Fino alla fulminante conclusione: “…una verità oltre questo mondo, una verità detta non in parole ma in luce, una verità che potremmo vedere se solo avessimo… avessimo…” Il centurione si guarda attorno, smarrito. “Stop!”, urla il regista, seccato. “Fede! Se solo avessimo fede! ” “Fede! Fede! FEDE, maledizione!” “Beh, questa volta l’hai detta quasi tutta”, lo conforta l’attore di spalla.

Ecco, il libro che ho letto quest’estate ,”La Tunica”, di Lloyd C. Douglas, mi ha ricordato inesorabilmente la scena di cui sopra. Il volume è un best-seller di settant’anni fa con a tema le vicende del centurione romano che crocefisse Gesù, entrando in possesso delle sue vesti. Magari avete visto il film, con Richard Burton, il primo al mondo ad essere girato in Cinemascope; ha vinto un paio d’Oscar.

Ero partito con grandi attese: ahimè, il volume si è rivelato essere un polpettone. Stilisticamente pesante e saltellante, l’autore sembra spesso essere indeciso sulla direzione da dare alla trama; la stessa tunica del titolo è trattata in modo ambiguo, oggetto mistico o semplice reliquia senza virtù soprannaturali?

Devo ammettere di essere un poco esigente: quando leggo un libro di fantascienza, se in esso si mortifica la scienza con palesi assurdità per me perde di valore: anche l’incredibile deve essere credibile per piacere.
Lo stesso vale per un romanzo storico. Va bene pigliarsi licenze ai fini della trama, ma se maltratta la storia e la geografia mi fa venire voglia di buttarlo via. “La tunica” farebbe accapponare la pelle a qualsiasi conoscitore delle vicende e dei costumi del periodo, anche solo al livello dei nostri liceali. E’ storicamente attendibile circa quanto il film “Il gladiatore”; e apprendere che per l’autore Roma dà sul mare ed è assediata da carovane di cammelli che camminano sulle pietre tonde delle sue strade contribuisce al senso di estraniamento che prende nella lettura. E no, la geografia della Terra Santa e i suoi abitanti non sono trattati meglio. Altri scrittori hanno saputo scrivere racconti su quelle vicende ben più aderenti alla realtà dei tempi.

Ma quello che davvero mi ha infastidito è stata la maniera in cui è stato trattato Cristo.
Da un ministro del culto, seppure protestante, quale era l’autore, mi sarei aspettato una certa aderenza alle vicende evangeliche. Invece ogni singolo episodio che riguarda la vita di Gesù è alterato rispetto a quei testi, spesso stravolgendoli senza una chiara ragione. Sembra quasi un punto d’onore dello scrittore quello di allontanarsi da essi, e portare avanti la sua tesi, che è quella di un certo liberalismo protestante.

Cristo è morto perché ha sfidato il potere, solo per quello. La croce non è il culmine della sua missione, ma quasi un incidente, molto meno importante delle istanze sociali che il Nazareno solleva. Manca quasi del tutto il senso di trascendenza, il riferimento a qualcosa di più alto: tutto viene ridotto ad un moralismo, alla necessità di una rivoluzione sociale dove gli uomini non si derubino più tra loro e la schiavitù cessi di esistere.
In pratica, la religione è derubricata ad ancella dell’economia e della sociologia. I miracoli descritti lasciano sempre il dubbio di essere illusioni, e non si comprende come i discepoli possano davvero attirare alla conversione. E’ apprezzabile la descrizione della difficoltà di credere a ciò che oggi diamo per acquisito, come la divinità di Cristo; un po’ meno il superamento di tale difficoltà. Tanto per dirne una, per l’autore la resurrezione viene tenuta nascosta dai discepoli…

I cattolici, leggendolo, potranno forse cogliere l’elefante invisibile. Mai una volta, nel volume, si cita l’Eucarestia, o lo Spirito Santo. E certo: per l’autore sono solo simboli scomodi, senza significato reale. Cristo resta solo un devoto ricordo, il peccato un senso di colpa da superare.
Ciò forse potrà andare bene per un peplum hollywoodiano, ma per un credente non è solo una mancanza, è un peccato d’omissione. E’ il portare avanti un discorso intenzionalmente errato. E’ ridurre Gesù ad un pretesto; un bel discorso che potrà anche piacere e far vincere degli Oscar, ma che ha a che fare con Cristo, e con la fede?

Scritti politti: solamente

Per la serie Scritti politti, ecco un nuovo motto, appeso su una baita contornata anche da altre insegne di simile tenore e bandierine arcobaleno, buddiste e pirata.

“Per realizzare ogni buona cosa serve solamente che ciascuno faccia per bene il proprio dovere”,
il nostro amico Guido Sartori

Certamente è molto importante fare il proprio dovere. Secondo Sartori, un medico ayurvedico, sarebbe anzi la insopprimibile condizione per realizzare tutto ciò che c’è di buono.

Erano certamente d’accordo con lui i nazisti che, al processo di Norimberga, si giustificarono per il massacro di tante persone proprio asserendo di non avere compiuto altro che il proprio dovere, ubbidendo agli ordini. Forse la gente dei campi di concentramento non lo sarebbe stata altrettanto, quantomeno per ciò che riguarda la bontà del risultato.

Potrebbe sembrare che il punto stia nel capire quale sia il proprio vero dovere. Perché se il proprio dovere è fare qualcosa di male, allora a starci dietro molto difficilmente si riesce a sortire del buono. Il dovere verso chi: verso lo Stato? La Patria? Il Partito? Verso il Re, il Presidente, il Papa? La ditta? L’ambiente? Verso se stessi? Verso Dio? Parrebbe che ci siano tante definizioni di dovere, tra cui scegliere, spesso contrastanti. Per cui se le cose vanno storte si può sempre dire: “Hey, pistola, hai scelto il dovere sbagliato. In realtà dovevi fare questo e quell’altro”. Tutti saggi, a posteriori.

Ma sapete qual è il punto autentico? Che anche così, non è vero. E’ una stronzata. Perché le cose buone non si ottengono solamente con la forza di volontà, con il nostro sforzo, per quanto ben diretto e titanico sia. Quando anche diamo tutto noi stessi alla causa giusta, il risultato è che ogni cosa si sfalda nelle nostre mani.

La Bibbia ammonisce:
Maledetto l’uomo che confida nell’uomo,
che pone nella carne il suo sostegno
e dal Signore si allontana il suo cuore.
Egli sarà come un tamerisco nella steppa,
quando viene il bene non lo vede;
dimorerà in luoghi aridi nel deserto,
in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere.

Questo vale anche se l’uomo in cui confidiamo siamo noi stessi. Non illudiamoci di esser dei, di saperci dare ciò che è buono. Anche quando questo fosse il nostro dovere. Tutto andrà storto, quante volte l’abbiamo provato?
Possiamo prendere atto che il buono arriva da un altro luogo, è dato, e noi non possiamo pretenderlo ma solo cercarlo. Oppure possiamo sempre accusare qualcuno che non ha fatto il proprio dovere.

Scritti Politti: Ultimo posto

Iniziamo oggi una nuova rubrica, “Scritti Politti”.
A tutti sarà capitato di leggere una targa, un manifesto, una scritta appesa ad un muro o dipinta con lo spray che a tutta prima sembra avere senso, essere magari anche profonda; ma che poi, ragionandoci su, ci rendiamo conto essere completamente imbecille, assurda o deleteria. Questi post si prefiggono di mostrare alcuni esempi di tali orrori. Invito i lettori a farmi avere eventuali esempi che potessero avere incontrato nel loro peregrinare.
Il nome “Scritti Politti” è quella di una famosa band del secolo scorso, che deriva dal titolo di una raccolta di opere di Antonio Gramsci, Scritti Politici, storpiato per farlo suonare come il titolo del brano Tutti Frutti di Little Richard.
Mi sembrava adeguato.

***
Trovato inchiodato ad una roccia in un sentiero di alta montagna, scritto a mano:

“Finché l’uomo non si metterà all’ultimo posto fra le creature sulla Terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza”, Gandhi.

Oh, wow. Profondo, vero. Però, aspetta un attimo…
Cosa significa “mettersi all’ultimo posto”? Che devo considerarmi meno della faina, della mosca e della formica? Che devo dare loro la precedenza, quindi non potrò più costruire case o tracciare sentieri, come quello su cui è inchiodato questo cartello, per non distruggere nidi e formicai, e meno che mai nutrirmi di qualsiasi cosa di vivente? E poi, creature, salvezza… salvezza da che? Gandhi era un attivista politico indù, e quelli sono termini cristiani. Va bene che mischiava alquanto le cose, ma la citazione sembra alquanto sospetta – non sono riuscito a rintracciarne la fonte.
Ma, anche ammesso che sia autentica, formulata in quella maniera è una solenne castroneria. L’uomo è uomo perché è sopra a tutte le creature della terra: ha la ragione, sa comprendere ciò che un animale non può. Che esiste un ordine di valori superiore che non quello materiale, senza il quale anche la citazione non avrebbe alcun senso.
L’uomo può, e deve, custodire le altre creature. Ma dal primo posto, il suo, non dall’ultimo.
Che poi possa salvarsi con le proprie mani, lascio al lettore intelligente il giudicarlo. Provate, provate a mettervi all’ultimo posto: poi mi dite.

Restate a casa

No, non è un post sulla quarantena, anche se in fondo potrebbe esserlo. E’ una recensione di un romanzo che ho appena finito di leggere, “Aurora” di Kim Stanley Robinson. Con annesso qualche pensiero, che spero potrete trovare interessante.

“Nessun posto è come casa” è la frase che mi è venuta spontaneamente in mente, dopo avere conclusa la lettura. In un certo senso, la cifra del romanzo. Pensandoci bene, non è certo la sola opera che potrebbe essere riassunta così. Da Don Chisciotte a Robinson Crusoe, passando per il Mago di Oz fino al “Sono tornato” di Sam al termine del “Signore degli Anelli”. Tutti personaggi che rientrano alla base scoprendo che non è la stessa che hanno lasciato, perché sono cambiati loro.

Ma il punto è: ne valeva la pena? Valeva la pena di andare?
La destinazione di “Aurora” è ben più remota persino di Mordor: il sistema stellare Tau Ceti, verso il quale una gigantesca astronave generazionale con duemila persone a bordo viaggia per oltre un secolo e mezzo. La fantascienza ci ha abituati da molti molti anni a questo tipo di impresa; ma, in tutti i romanzi che ho letto in precedenza sul tema, una domanda non è mai posta: cioè “ma davvero bisogna farlo”?

No, non è certo la fantascienza del secolo scorso, dove l’umanità andava baldanzosamente là dove nessun uomo aveva mai messo piede prima. La concezione di uomo che sta dietro a questo romanzo è in qualche manera rattrappita: che pensi prima a fare andare avanti il suo mondo, invece di cercare di diffondersi tra stelle ostili. Perché nessun posto è come casa.

Una delle cose che colpiscono è proprio questa dicotomia tra l’immenso panorama che fa da sfondo e le esistenze rinunciatarie dei personaggi, sballottati dai problemi. Non aiuta l’empatia con essi il fatto che gran parte dell’opera sia scritta dal punto di vista dell’intelligenza artificiale dell’astronave, che alla fine risulta in qualche maniera più viva di colei che dovrebbe essere la protagonista. A parte poche grandi invenzioni che sembrano quasi “deus ex machina” per fare andare avanti la trama, i pensieri e i riferimenti sono quelli nostri contemporanei, come se i due secoli tra noi e il lancio della nave non fossero esistiti. Il romanzo è certo scritto bene, l’autore ha vinto alcuni tra i più importanti premi letterari, ma il risultato alla fine è qualcosa che, almeno a me, ha lasciato molto amaro in bocca. Le ultime trenta pagine sono tutte dedicate alla descrizione del primo bagno della protagonista nell’oceano; come a dirci, ecco cosa è veramente importante, imparare ad assecondare le onde. Non è un caso che la religione non appaia mai, neanche di striscio, in tutto il romanzo: se ognuno porta con sé la propria prigione, e quindi ogni città sarà uguale a quella che hai lasciato, tanto vale non alzare lo sguardo, rimanere a contemplarsi le dita dei piedi ed evitare ogni sofferenza.

Mi colpisce come il progressismo, infilandosi nell’imbuto ecologista, abbia finito per trasformarsi nella sua antitesi: la negazione stessa del progresso, della scienza, buttati via per un individualismo edonista. In un “restate a casa” che è ben diverso da quello che gli autori che citavo prima avrebbero potuto scrivere, perché è il concetto stesso di casa che è differente.
Ma poi, chi lo compra, chi lo legge un romanzo in cui non accade niente? Chi davvero desidera un’esistenza così?

Le rogne

Un giornalista che si firma con il nome di un predatore noto per ridere a sproposito ha pubblicato oggi il seguente trafiletto sul suo giornale:


Meno male sì, perché se no rimarrei una creatura finita, preda di tutte le disgrazie del mondo, senza una speranza. In una prospettiva puramente umana, cosa mi toglie dalle mie miserie? Come posso tirare avanti, di fronte ai mali, al crollo di ciò che mi sosteneva, alle ingiustizie?
Il fatto stesso che sentiamo qualcosa come ingiusto, come male, mi dice che un concetto di giustizia c’è, un bene al quale paragonarlo c’è, uno scopo per vivere c’è. Ma dov’è la strada che conduce ad esso, questo Mistero che sentiamo vero ma che non siamo in grado di trovare con le nostre forze?
Passa per la memoria di un uomo che, unico, ha detto non “quella è la via”, ma “io sono la via”. Quella memoria è precisamente ciò che è la Messa.
Le fede non è che toglie le rogne, ti dice che l’orizzonte del vivere non sono le rogne.

___

Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei creatura finita.
Sono nato e mi sento dissolvere. Mangio, dormo, riposo e cammino, mi ammalo e guarisco, mi assalgono senza numero brame e tormenti, godo del sole … e di quanto la terra fruttifica.
Poi io muoio e la carne diventa polvere come quella degli animali che non hanno peccati. Ma io cosa ho più di loro? Nulla, se non Dio.
Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei creatura finita.

(San Gregorio Nazianzeno)

Un po’ di paura

Qualcuno avrebbe potuto anche trovare da ridire su un castigo così severo, ma Mamma Abigail non rientrava nel novero. Dio l’aveva fatto una volta con l’acqua, e prima o poi, in futuro, lo avrebbe fatto con il fuoco. Non spettava a lei giudicare l’operato d Dio, anche se avrebbe voluto che Dio non avesse ritenuto opportuno accostarle alla labbra l’amara coppa che voleva costringerla a bere. Ma quando si trattava di giudicare, Mamma Abigail si accontentava della risposta che Dio aveva dato a Mosé dal roveto ardente, quando Mosé aveva pensato bene di fare domande. Chi se tu?, Domanda Mosé, e Dio gli risponde baldanzoso dal roveto: Io sono chi io SONO. In altre parole, Mosé, piantala di gingillarti attorno a questo cespuglio e muovi le chiappe.

Da “The Stand” (it. “L’ombra dello scorpione”), Stephen King 1978

Va bene, forse è farsi un po’ male. Leggere un romanzo che inizia con l’umanità che viene spazzata via da un’influenza proprio in questi giorni vuol dire aggiungere un po’ d’ansia alla quotidianità. Ma “The Stand”, alias “L’ombra dello scorpione”, è un libro che merita di essere letto. E’ il solo dei primi libri di Stephen King che non avevo ancora divorato. Ora, qualcuno potrà anche storcere il naso, ma a mio parere King è uno dei migliori scrittori in lingua inglese attualmente viventi. La sua prosa è di una ricchezza lussureggiante, i suoi personaggi tratteggiati con finezza e maestria, lo svolgimento dei suoi temi mai banale. Chi potesse, lo legga in lingua originale: molte finezze, come le parlate dialettali o gergali di certi personaggi, si perdono nella traduzione.

Certo, passa come autore di “paura”, e quindi di best seller dozzinali. Niente di più lontano adl vero. A partire dal suo esordio, “Carrie”, l’autore esplora in modi muovi e originali quelli che sono i temi del terrore umano; quelli sono però solo punti di partenza per viaggi molto più affascinanti. Come nel libro che ho citato all’inizio. In esso lo sterminio dell’umanità da parte di un morbo sfuggito da un laboratorio che lascia solo pochi, pochissimi sopravvissuti occupa solo le prime pagine della vicenda. Che prosegue nello scontro titanico tra un’incarnazione del male e una del bene, quella Mamma Abigail, una contadina nera ultracentenaria che è consapevolmente quanto di più distante fisicamente dallo stereotipo del salvatore; una nonnina la cui unica forza è l’affidarsi completamente a Dio, anche se recalcitrante, come una specie di Abramo del Nebraska.

Forse, come accennavo ieri, anche noi abbiamo bisogno di provare un po’ di paura, di essere scossi nelle nostre certezze e abitudini per riuscire a capire che ci deve essere un punto in cui ci si deve fermare. Un punto in cui si deve resistere al male, e per resistere occorre affidarsi, perché non capiamo: siamo fragili, umani, mortali.
Ma senza di noi niente può compiersi. Perciò è l’ora di muovere le chiappe.


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Lo scrittore e i tempi duri

Sono tempi duri.
A scrivere qualcosa di cattolico si rischia davvero. Chi rifiuta l’ideologia del potere viene perseguitato dalla legge, gli vengono imposte multe e tasse, non riuscirà a far carriera o accedere a cariche pubbliche. Chi può scappa verso paesi meno oppressivi; chi resta, deve trovare un modo di essere cristiano, e quindi testimone, nonostante la pesante cappa di delazioni e sospetto. Occorre nascondersi, mimetizzarsi: parlare pubblicamente equivale a firmare la propria condanna.
Perché i cattolici sono accusati di ogni crimine, anche tramite fake news e una propaganda che si serve delle stampa e delle immagini per divulgare un’artificiale leggenda nera. I sacerdoti che non hanno tradito e che non sono fuggiti, se trovati, saranno impiccati, evirati, sventrati, tagliati a pezzi, bruciati e decapitati, nell’ordine.

Come? No, non sto parlando di oggi, di qui. Sto parlando della civilissima Inghilterra del milleseicento, regnante Elisabetta I.
E’ in questo contesto che scrive le sue opere William Shakespeare, sicuramente uno dei più grandi poeti e drammaturghi di tutti i tempi. Diceva il mio antico professore d’Inglese che, anche non avesse composto una sola commedia o tragedia, i suoi sonetti da soli basterebbero a consegnarlo all’Olimpo della scrittura. Shakespeare, il Bardo, l’orgoglio della nazione, il più inglese degli inglesi…

…e molto probabilmente cattolico.

Non è uno scherzo. Nasce da una famiglia di ricusanti – coloro che rifiutano di frequentare i riti protestanti, e per questo pagano una cospicua ammenda. Sappiamo che suo padre, come si evince dal testamento segreto, era cattolico. Si sposa in una famiglia cattolica. I suoi sponsor sono famiglie nobili di cui diversi esponenti pagano un altissimo prezzo di sangue alla persecuzione.
Certo, tutto ciò non è conclusivo. Elisabetta Sala, nel suo libroL’enigma di Shakespeare. Cortigiano o dissidente?“, passa minuziosamente in rassegna la vita e le opere del Bardo di Stratford-upon-Avon, cogliendo gli indizi nascosti che gli studiosi negli ultimi anni hanno rinvenuto in maniera sempre più copiosa.
Per chi vuole ascoltare, il drammaturgo dà a suo modo testimonianza della propria fede in un ambiente in cui una parola di troppo può costare cara.

Davvero tutto ciò apre profondità insospettate all’interpretazione dei suoi lavori. E’ come guardare un bel quadro e rimanere incantati per lo splendore della composizione generale, solo per rendersi conto che persino i più piccoli particolari hanno un significato recondito, un senso che è facile farsi sfuggire. Senso che i più attenti tra gli spettatori dell’epoca potevano cogliere, senza tuttavia che la censura potesse accusare apertamente il suo autore di alcunché.

Se pensiamo ad un’opera contemporanea, quante frecciatine, quanti riferimenti, quanti ammiccamenti vanno persi se non se ne conosce  il contesto. Certi sketch ad appena pochi anni di distanza risultano incomprensibili alle nuove generazioni. Shakespeare è un maestro, e i suoi versi sono densi della sua antica attualità.

Terminando l’opera della professoressa Sala non si può negare che la tesi di una cattolicità segreta e allusiva sia più che convincente. Trovano così una spiegazione razionale molti di quei misteri che hanno lasciato perplessi i critici, compreso quello del ritiro all’apice del successo.

Tempi duri, dicevamo. Chissà che cosa avremmo potuto leggere, se Shakespeare il cattolico fosse stato lasciato libero di esprimere davvero il suo pensiero.
Tempi duri, ma altri tempi, che non torneranno, vero?

Anni da blog

Il mio blog può quasi guidare il motorino.
Chi l’avrebbe mai detto. Era così piccolo, quand’è nato. Poi è cresciuto, ha conosciuto gente, un po’ di tutti i tipi; i bulli e gli amici veri.
Ogni anno di un cane corrisponde a circa sette anni umani, quello di un gatto a sei (ma i primi due contano il doppio). Non credo che si possa applicare un simile calcolo anche a queste paginette quindicenni: hanno cominciato a camminare molto presto, hanno mutato pelle a metà strada e da parecchio camminano in mezzo all’altalena dei social. Non hanno seguito le mode: questo potrebbe essere indizio di mezz’età, pigrizia o lungimiranza. Forse avrebbero molti più visitatori mi travestissi da diavolo e pubblicassi filmati ballonzolando sullo sfondo di fiamme digitali, aprissi pacchi o se fossi decisamente più estremo nei miei commenti. Beh, influencer sono stato: crampi dolorosi, quattro giorni a letto e due settimane fiacco: mi è bastato.
Sono fatto così: scrivo per capire, spiego per apprendere, e non sono poi così cattivo come dicono. Ormai l’avrete capito, se siete più che incontri casuali.
Miei quattro lettori, abbiate ancora pazienza con me. Tra tre anni il blog potrà prendere la patente, e chissà dove andrà allora.


Berlicche: 15 anni, 3457 post, 59.000 commenti, 900 follower, 2.700.000 visite