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Cercando Sauron

Non ho ancora visto “Gli anelli del potere”, la nuova serie targata Amazon ambientata nel mondo de “Il Signore degli Anelli” e, dopo avere letto le critiche, non so se lo farò. E’ stata compiuta l’operazione che tutti i sinceri appassionati a ragione temevano; si prende qualcosa di molto amato e lo si riscrive, adattandolo al gusto moderno o, meglio, al gusto che si vorrebbe imporre al mondo. D’accordo, è qualcosa che talvolta in passato è riuscita. Avrebbe potuto funzionare anche stavolta, se non fosse stata per la cattiva mossa di inimicarsi i fan. Jackson li aveva coccolati, consultati, e se l’è cavata nonostante qualche licenza di troppo, anche perché aveva saputo conservare il cuore dell’opera. Non così, pare, per quest’ultimo adattamento. “Stroncato” non rende l’idea.

Qualcuno vi potrà dire che le critiche sono dovute al razzismo. Certamente nani ed elfi di colore non ci acchiappano per niente con la dettagliata storia narrata da Tolkien, ma in fondo sono particolari, che non possono essere usati come scusa per rigettare ogni critica. Ci sarebbero stati metodi più furbi per introdurre epidermidi differenti, ma c’è stata la scelta consapevole di sbattere la cosa in faccia al pubblico. Così come è stata una scelta consapevole quella di virilizzare le donne e rendere gli uomini effeminati. Che pena; la Galadriel originale, una regina in tutto e per tutto, l’ultima tra gli antichi e la più grande tra gli Alti Elfi, aveva molto più fascino, era molto più donna. Meno di quello, non ne vale la pena.

Il problema dell’impostazione che è stata data al racconto è che è il diretto opposto di ciò che “il Signore degli Anelli” voleva comunicare. Frodo vince perché ama, e ama in modo umile, non perché è forte oppure orgoglioso. E’ eroico perché è normale, e non vuole essere un eroe; ma fa quello che deve. Così Aragorn, Gandalf e gli altri indimenticabili personaggi. Questa è una lezione che è in qualche modo inseparabile dal cristianesimo; dal concetto di famiglia, di patria, di bene e di male, e quindi di Dio. Tutte cose che si vorrebbero perdere, fare in maniera che più nessuno le ricordi. Il partire cercando di distruggere questi presupposti è esattamente ciò che farebbero un Sauron o un Saruman.

Gli “Anelli del potere” sono altro da “il Signore degli Anelli”. “Liberamente ispirato da”, si potrebbe dire; discendenti degeneri di antenati nobili, di cui conservano il nome ma non la statura. Dimenticare ciò che è vero: il metodo migliore per rendere l’eccezionale poco interessante, o persino inguardabile. Che spreco; tutti quegli orgogliosi eroi che cercano di trovare e distruggere Sauron, e non si accorgono che Sauron sono loro stessi.

Cerchiamo gli antenati

La mia iniziazione al fantasy avvenne quando lessi “La spada di Shannara”. Avevo, credo, undici anni. Ne restai incantato, dalla trama e dalle illustrazioni dei fratelli Hildebrandt che l’accompagnavano. Quando, qualche tempo dopo, lessi “Il Signore degli Anelli”, restai allibito. “Shannara” era una copia tutto sommato mediocre dell’opera di Tolkien.

Quest’estate, dovendo decidere le mie prossime letture, ho scelto di buttarmi sulla serie de “La ruota del tempo”, un mostro da una ventina di volumi. Ho letto il primo, che poi ho scoperto essere un prequel; meh, niente di eccezionale, buchi nella trama, non proprio eccellente nell’impostazione. Sono quindi passato al secondo, in realtà il primo ad uscire e avere successo, e…
Esatto. Copia mediocre de “Il Signore degli anelli”.

Sia “Shannara” che “la Ruota del Tempo” sono saghe che sono andate avanti per altre dozzine di libri, prendendo in seguito percorsi originali. Ho il serio interrogativo su come abbiano fatto a farsi pubblicare e ad avere tanto successo iniziale. Adesso che “Lord of the rings” è meglio conosciuto, grazie ai film, forse non sarebbe più possibile.

Può darsi però che mi sbagli. In fin dei conti, la rifrittura di temi già visti è una pratica di successo, per così dire. Si pensi a Star Wars VII, o ai mille remake che ci sono inflitti. Quando un tema piace, gli imitatori si moltiplicano. Fai un anime dove il protagonista è uno slime? Da quel momento, slime ovunque. Deprimente.

Nel mio romanzo, quasi all’inizio c’è un “momento Tolkien”, nel quale ho consapevolmente inserito un episodio che può ricordare uno della sua trilogia. Proprio il fatto che ciò che poi accade sia completamente differente sorprende, e avverte il lettore che da queste parti si vuole andare per la propria strada, senza imitare.

Si narra che un certo generale di Napoleone, da lui messo a capo di una nazione, si trovò a tu per tu con l’antica nobiltà del luogo che gli chiese conto delle sue origini plebee. Al che lui rispose: “Voi siete discendenti; io sono un antenato”.
Ecco, cerchiamo gli antenati. Di solito sono più interessanti delle loro copie.

Ancora l’abisso

Vi avevo già segnalato, tempo addietro, un anime particolarmente originale e interessante, “Made in abyss“. Un abisso senza fondo apparente, popolato da creature affascinanti e misteriose, e da cui non si può tornare.

Dopo un lungometraggio a dire il vero per me un poco deludente (ma essenziale per la storia), è ora in corso la seconda stagione, “La città dorata del sole ardente”, che soddisfa appieno le mie aspettative e anche qualcosa di più. I nostri viaggiatori sono arrivati in uno strato molto profondo della voragine, a un villaggio abitato da enigmatiche creature aliene e incomprensibili. La storia dei nostri protagonisti si intreccia con quella di altri antichi viaggiatori che, prima di loro, sono giunti in quel luogo. La difficile interazione tra i loro mondi ha come fulcro ciò che hanno in comune: il desiderio.

La serie è una meditazione, spesso molto forte visivamente e per contenuti, sul valore di ciò che desideriamo. Cosa saremmo disposti a dare in cambio? Un occhio? Una gamba? Metà delle nostre viscere? Cosa siamo disposti a sacrificare, per sopravvivere? Chi?
Uno dei coprotagonisti, guida profetica del suo popolo, uno dei personaggi se vogliamo “buoni” e più affidabili, compie una serie di atti immondi per salvare i suoi compagni. E’ giustificato? E’ perdonabile?
A chi o a che cosa teniamo veramente? Man mano che la storia procede, la domanda si fa sempre più impellente, fino al culmine dell’ottavo episodio in cui si svela il segreto di cosa sia davvero il villaggio; sulle parole finali dell’episodio, “Voglio solo una cosa: non dimenticarmi di lei”, parte la bella sigla finale con il verso “Io mi ricorderò di te”, di cui improvvisamente si comprende il senso.

Come già in precedenza, la serie non è per stomaci deboli, colma di sangue, feci, morte, ma mai gratuiti. Gli orrori più grandi non sono però espliciti, rimangono nascosti in una frase, un accenno, un particolare che si può cogliere o non cogliere. Il livello dei disegni e delle musiche è superlativo, ma è la trama che davvero fa la differenza. Sia a livello di ambientazione, di cura anche delle minime cose, che di contenuto. Può bastare questo dialogo come esempio:

Wazukyan- Vueco, sono sicuro che noi siamo stati chiamati qui. Ricordi la tua bussola? appena l’ho vista, non so perché, ho provato nostalgia di casa.
Vueco- Della patria che ci ha esiliati?
W- L’oggetto della mia nostalgia non era definito da un luogo. Era per qualcosa di impossibile da ottenere, qualcosa di irrecuperabile, qualcosa di irraggiungibile, un anelito vano, ma estremamente forte.
V- Nostalgia di casa… per me quella nostalgia era Ilmiuy.
W- Proprio così. Sono certo che la voragine continuerà, ora e sempre, ad attirare a sé persone pronte ad affrontarla spinte da tale anelito.
V- Di cosa stai parlando? E’ una profezia?
W- Una speranza
.

Cosa sarà questo abisso che ci attira, questa casa di cui si ha nostalgia, che ci fa muovere oltre la nostra tranquillità?

Vorrei foste qui

Sera di lavori e di partenze, la televisione è sintonizzata su uno dei soliti festival estivi della canzone. Ascolto distrattamente mentre finisco i doveri. No, la televisione non la guardo più, ma talvolta mi capita di trovarmi nella stessa sua stanza.
I presentatori pompano il prossimo cantante in lista. Dieci dischi di platino, non sbaglia un colpo, dicono. Il nome non mi dice niente. L’aspetto è di qualcuno che sia sceso a buttare la spazzatura. La canzone…
La canzone sono una dozzina di note ripetute all’infinito da qualcosa di elettronico. La voce è nasale, monotona, il testo banalotto. Ma davvero c’è qualcuno che si entusiasma per questa roba?
Quattro chiacchere, l’annuncio di un tour, il cantante successivo. Che farà pure canzonette, ma è elegante, una voce che levati, una bestia da palco nonostante l’età non verdissima. Al confronto di quello di prima sembra Mozart.

Finisco ciò che devo, posso allontanarmi. Accendo il computer, e d’impulso ricerco un vecchio concerto dei Pink Floyd. Bastano poche battute per capirlo, è musica vera. E poi

Ti hanno fatto barattare
i tuoi eroi per dei fantasmi?
Ceneri calde per alberi?
Aria calda per una brezza fresca?
Fredda comodità per cambiamento?
Hai scambiato
Una parte di comparsa nella guerra
Per un ruolo di protagonista in una gabbia?

da “I whish you were here”

Oh, brividi.
Ed è strano come ci accontentiamo sempre di un di meno, scambiando l’inferno per un paradiso, dimenticando quanto potremmo essere grandi; o forse non lo sappiamo, perché nessuno ce lo ha mai detto, ce l’ha mai cantato.

Did they get you to trade
Your heroes for ghosts?
Hot ashes for trees?
Hot air for a cool breeze?
Cold comfort for change?
Did you exchange
A walk-on part in the war
For a leading role in a cage?

La musica che ci fa ballare

Quando siamo tornati a casa da una serata con amici, sabato sera, mia moglie ha sbirciato le notizie e mi ha detto: “Indovina chi ha vinto l’Eurovision?”
Io ho risposto a colpo sicuro: “L’Ucraina”.

Non ne ho ascoltato una sola canzone, non ne ho guardato un solo minuto. Tutto quello che so è che rappresentava in purezza tutto ciò che il potere cerca di imporre alle menti. Quindi, un tripudio di quella sessualità che un tempo si chiamava “alternativa” e oggi è la noiosa normalità dello spettacolo; e, ovviamente, sostegno a quella guerra fortemente voluta dall’Europa, o meglio, da quelli che dicono “l’Europa siamo noi” e dai loro capi. Non so se ci fossero riferimenti alle altre narrazioni care a chi decide cosa dobbiamo avere caro, tipo il cambiamento climatico o l’aborto, ma devo dire in tutta onestà che non me ne importa niente. Se non c’erano, è solo per una questione di spazio pubblicitario, qual è l’offerta del momento. In fondo era una “manifestazione” gratuita, e si sa che quando qualcosa è gratuito è perché ciò che viene venduto è chi vi partecipa. E’ lo spettatore il bene di consumo.

Un noto giornale scrive:


Non ha vinto la musica? Non è del tutto vero. Sì, c’erano canzoni sicuramente più belle in gara, ma l’#Eurovision è anche questo e anche la musica, quando necessario, diventa questo.
E invita a smetterla con le “inutili polemiche”.
“Quando necessario”, insomma, si giustifica ogni porcheria, il piegare ogni cosa all’ideologia. La toppa in qualche maniera è peggiore del buco: la conferma che non importa niente che la musica sia bella o no. Quella vincente la suonano i potenti, e tutti gli altri ballano.

Che dice l’uccellino?

Elon Musk si è comperato Twitter. A parte questo blog, Twitter è il solo social che pratico con assiduità; il tempo è quello che è. Lo uso più che altro per tenermi al corrente delle cose. Seguo profili che mi sono confacenti, certo, ma ancora di più altri che mi fanno venire l’orticaria solo a sfiorarli. I maggiori quotidiani mondiali, personalità che dicono di avere qualcosa da dire, arte, testate tecniche e scientifiche… il mio scopo non è farmi coccolare da ciò che mi piace, ma farmi venire dubbi, alzare questioni, sentire le altre campane.

D’altra parte, ho bisogno anche di sprazzi di verità, e non solo di sentire il compiacente chiacchericcio del potere. Ed ecco perché sono contento che Musk sia riuscito nel suo intento. Perché Twitter, come gli altri social, era strumento del potere che sistematicamente nasconde e cancella ciò che lo infastidisce. Basta scrivere qualcosa di sgradito ai fedeli boia del pensiero dominante per essere messi da parte, o eliminati del tutto. Tanto per dirne una, erano almeno un paio di mesi che non mi comparivano più i tweet di “Le frasi di Osho“, il noto account satirico. Da ieri sono tornati.

Non è che Musk – che ha sintetizzato efficacemente la sua posizione con l’immagine qui sotto

mi stia particolarmente simpatico: già sapete che diffido dei prìncipi. Devo dire però che è uno spettacolo che mi fa sorridere, vedere le blatte sotto il masso scappare spaventate. Di seguito due tweet, uno di Repubblica e uno de La Stampa.


Quello che si chiama pensiero unico…
“Come?!? Non riusciremo più a bannare chi ci pare e piace? A blaterare di libertà togliendola? Di verità mentendo? Aaaah! Mi stai facendo male…” Guardatevi questo godibilissimo filmato,

la persona disperata perché nel suo social di libero pensiero vogliono permettere il libero pensiero.
Sarà quel che sarà. La guerra è solo agli inizi, e non mi riferisco a quella in Ucraina.

Recensioni di fine stagione

Mi prendo un attimo di sosta dai post più seri per commentare gli anime giapponesi che ho guardato nella stagione invernale 2022 che sta per finire. Come forse sapete, le serie di cartoni animati giapponesi sono distribuite durante l’anno in quattro stagioni che contengono ognuna una dozzina di episodi. La maggior parte di loro ne dura una sola; quelle più sponsorizzate, o di successo, due o più.
Io seguo il primo episodio di quelle che ritengo più interessanti. Se mantengono le aspettative continuo a guardarle, altrimenti le saluto. Se quelle sotto elencate vi paiono tante, sappiate che sono solo una parte delle possibili. E, con una durata di venti minuti a puntata, non rappresentano neanche un grosso impegno per me che non guardo televisione.

La stragrande maggioranza di loro appartiene a filoni standardizzati, con trame e ambientazioni ripetitivi, alcuni dei quali scarto a priori. Non guardo anime di sport\lavoro\arte dove i singoli o una squadra arrivano fino al campionato del mondo; alla Milo e Shira, o Rocky Joe, per intenderci. Lascio da parte anche quelli dove gruppi di ragazzini o ragazzine spesso assai sessualizzati combattono contro mostri, alieni o criminali.
Mi piacciono invece gli isekai, quel genere dove una persona del nostro tempo si ritrova trasportata o reincarnata in un mondo di stile fantasy, di solito con poteri sovrumani. Ma, anche qui, tanta ripetitività.
Tra questi, “Il mondo di Leadale” (6) è un classico stereotipale. Una disabile muore e si reincarna nel suo personaggio di un gioco online, una maga ultrapotente. Target ragazzine preadolescenti; overdose di zuccheri, poche emozioni.
Shikkakumon no Saikyou Kenja (6), “Il saggio più forte con il sigillo più debole“, è un altro cumulo di luoghi comuni con trama banale e improbabile.
Diverso il discorso con Arifureta Shokugyou de Sekai Saikyou (8), alla seconda stagione. Oltre ad essere una serie molto ben animata, la trama è abbastanza originale; ma il suo punto di forza è nel carismatico protagonista, forse l’eroe più “badass” (bastardo, diremmo noi) del momento; un tipo decisamente poco politically correct. E’ un misto tra il pistolero senza nome di Clint Eastwood e Fonzie, uno che ammazza a sangue freddo i cattivi sconfitti e non fa mistero di essere sessualmente attivo con la coprotagonista, davvero un’eccezione nel diffuso moralismo nipponico.
La serie Yashahime, le Principesse Mezzodemoni (6-7), anche lei alla sua seconda stagione, è il proseguimento della ultradecennale saga di Inuyasha con la nuova generazione. Solo per i patiti di Rumiko Takahashi, la leggendaria disegnatrice di Lamù, Ranma e Maison Ikkoku. Ormai la trama è strizzata da un pezzo.
Se qualcuno se lo fosse perso, consiglio Mushoku Tensei (9). E’ la serie – di cui è appena uscito un episodio aggiuntivo – che possiede, nell’ambito isekai, la migliore ambientazione e animazione, e una buona trama. Cade anche lui talvolta nello stereotipo, ma la cura con cui è tratteggiato il mondo in cui finisce il protagonista fa dimenticare il difetto.
Genjitsu Shugi Yuuha no Oukoku Saikenki (6+), Come un eroe realista salva il regno, è l’ultimo isekai che ho seguito quest’inverno. Alla sua seconda stagione, diventa abbastanza stucchevole. Si sperava di meglio.
Il meglio, in effetti, è Tensai Ouji no Akaji Kokka Saisei Jutsu (8), che partiva da premesse identiche: un principe geniale che salva il suo regno dalla bancarotta, facendomi ipotizzare una copia sbiadita del precedente. Ma in questo caso si tratta di un fantasy abbastanza originale e ben scritto, con buona animazione.
Sabikui Bisco (7+) è invece fantascienza scatenata e a tratti demenziale, tra granchi giganti e funghi letali. Originale, buona animazione, visivamente spiazzante.
Tokyo 24th ward (7-) è ancora fantascienza, sul tema del controllo sociale. Ottima animazione, parte bene ma la trama andando avanti stenta a reggere.
Sono usciti gli ultimi due episodi di 86 (7+), seconda stagione; belli, anche se la prima stagione era stata migliore. In un mondo devastato da una guerra globale contro la Legione, composta da miriadi di automi zombie assassini, il tema del razzismo, della morte e dell’amicizia. Vale la pena.
No, non ho ancora visto l’ultima stagione de l'”Attacco dei giganti”…
Platinum end (6), di cui vi avevo scritto, è stata una grossa delusione, specie nel finale. Evitatevela.
Police in a pod (7) sono le avventure a episodi di due poliziotte giapponesi. Non è un capolavoro, ma è divertente, ben animato e offre spunti.
Koroshi ai (6-7), Love to kill, è un noir che non prende mai davvero il volo. Spreca le premesse, ma neanche diventa inguardabile.
Miss Kuroitsu dal laboratorio sviluppo mostri (7-8) è invece la divertentissima parodia delle serie giapponesi dove eroi trasformabili o fatine magiche affrontano organizzazioni malvage che sfornano mostri improbabili. Il tutto è visto dalla parte dei “cattivi”, che non riescono mai a vincere perché hanno problemi di budget e di organizzazione aziendale. La qual cosa, per chi lavora in un’azienda, suona fin troppo realistica.

Per finire, l’autentica sorpresa delle ultime due stagioni, Ranking of kings (10). All’inizio avevo pensato di scartarlo: disegni molto semplici, l’anteprima della trama mi aveva fatto pensare ad una bambinata di buoni sentimenti. Invece si tratta sì di una fiaba, in fondo, ma adulta e con quello che ritengo lo script migliore che abbia mai visto. Ad ogni puntata lo spettatore è costretto letteralmente a ribaltare tutto ciò che pensava di avere capito dalle puntate precedenti. Chi sembrava il ritratto della bontà si rivela avere un lato oscuro, e i cattivi si rivelano avere motivazioni profonde per il loro agire precedente. Se i disegni sono semplici, l’animazione è fluida e, specie nelle ultime puntate, di altissimo livello.

E con questo, finisco… Sta per iniziare la stagione nuova.

Il sentiero e il tempo

Domenica era una bella giornata, tipica di quegli inverni senza nuvole tiepidi di giorno, se stai al sole, e gelidi la notte.
Era l’ideale per gustare la bella passeggiata che dal castello di Valperga si arrampica in mezzo ai boschi sui contrafforti alpini di granito rosa fino al santuario di Belmonte.

Tre secoli fa i frati del santuario pavimentarono l’ampia mulattiera a ciottoli, fecero costruire alti piloni con dipinti i misteri del rosario, e una chiesa dedicata a S.Apollonia a metà per il riposo dei pellegrini. Ora quella pavimentazione in più punti è stata rimossa; dei dipinti davvero belli solo più quattro sono a stento visibili, nonostante il restauro di un paio di decenni fa; e la chiesa è sconsacrata e devastata.

Da sotto l’edificio sembra integro, ma se ti appressi vedi le finestre vuote; nell’interno desolato è rimasto solo l’altare spezzato, e il soffitto dipinto che neanche la mano sacrilega di chi ha imbrattato di simboli satanici e frasi blasfeme le pareti è riuscito a deturpare. E’ scomparso chi aveva pensato quello come un luogo di riposo e di bellezza; sono scomparsi anche coloro per cui era pensato quel luogo. Quella bellezza era in nome dell’eterno; se l’eterno è sostituito dall’effimero, il tempo ne fa scempio.

Pensavo triste che questa è la sorte che potrebbe attendere anche tanto altro di bello che ancora oggi possiamo gustare, domani chissà. Come ha detto Sir Roger Scruton, “La bellezza sta svanendo dal nostro mondo perché viviamo come se non importasse”.

Buone intenzioni

Ho finito di vedere la serie di Netflix “Arcane”, ambientato nel mondo del gioco League of Legends. Raramente le serie o i film legati ai videogiochi valgono qualcosa; in questo caso, si potrebbe quasi parlare di capolavoro. L’animazione, tecnicamente e visivamente, è prodigiosa. Colonna sonora straordinaria; ottima regia; la trama, seppure a tratti prevedibile nei suoi sviluppi, ha una discreta dose di colpi di scena e soluzioni geniali.

Sebbene sia abbastanza facile distinguere i “buoni” dai “cattivi”, la storia è tale per cui alla fine si può giungere a provare empatia, e forse anche simpatia, per assassini psicopatici e boss mafiosi. E’ un’opera dura: si apre con primi piani di cadaveri, e scene di spessore simile non mancano nel corso della narrazione.

Il tema che scorre al di sotto della storia è “il fine giustifica i mezzi?”. E, se la risposta è sì, fino a che punto si possono spingere questi mezzi?
La risposta è complicata dal fatto che, come in altre opere, non esiste una vera autorità morale, non c’è una ragione per la pietà, non esiste qualcuno che possa davvero concedere il perdono per gli errori commessi. In altre parole, non c’è un Dio. I personaggi agiscono spinti dalla loro coscienza, o bussola interiore, e sappiamo bene noi tutti quanto questa possa essere inadeguata. I sensi di colpa possono fare letteralmente impazzire.

Così il governo della città del progresso si “dimentica” dei disgraziati nella città sotterranea al di là del fiume; i ricchi aristocratici disprezzano, ricambiati, la feccia che cerca di arrabattarsi tra i loro rifiuti. Fino a dove si può arrivare per cambiare questa situazione? Se la legge è ingiusta, usare l’illegalità diventa lecito? Un siero, una fonte di energia possono essere usati per salvare o per uccidere; uccidendo anche mentre si cerca di salvare. C’è un limite a quanto si può, si deve conoscere?

Non aspettatevi una risposta chiara. Come in altre opere recenti, c’è una quantità di buone intenzioni che vanno orribilmente storte. In un videogioco poi, come nei libri o nei film, c’è sempre qualcuno che tiene per il cattivo, e sarebbe pessimo marketing indisporlo. Quantomeno la trama spinge a pensare alle conseguenze delle azioni compiute credendosi nel giusto, per rabbia o ambizione – almeno, spinge gli spettatori più consapevoli. Ci si può anche accontentare dell’azione, del disegno, delle musiche; ma è perdersi la parte migliore.

Cosa cerchiamo

Sono disidratato. Oltre al raffreddore che da ieri mi fa sgocciolare il naso si è aggiunto il fatto che mi sono finalmente visto il film di Violet Evergarden.
Per chi non la sapesse, “Violet Evergarden” è il titolo di una bella serie d’animazione giapponese di qualche annetto fa al cui confronto i cartoni animati della mia gioventù, zeppi di orfani e disgrazie seriali, erano allegre commediole. Il film che la conclude è un bagno di lacrime. La mia scrivania è un cimitero di fazzoletti fradici.

Sì, ho il pianto facile. Non me ne vergogno. “Le cose che vedo mi fanno ridere come un bimbo, le cose che vedo mi fanno piangere come un uomo“, dice una canzone che mi piace molto. Il fatto che la trama bastardamente strappalacrime sia prevedibile nello svolgimento non è di conforto. Mentre scorrevano i titoli di coda mi domandavo: cosa ricerchiamo in ciò che guardiamo? Perché ci piace ciò che ci piace? E mi veniva in mente che forse è perché dalle cose noi vogliamo bellezza; vogliamo verità; vogliamo giustizia.

Se una vicende è bene interpretata, o ben disegnata, la bellezza ha la sua parte. Se i dialoghi ci fanno vibrare il cuore, se riconosciamo l’autenticità di ciò che avviene, anche la verità è soddisfatta. Se alla fine i personaggi ottengono quello che meritano, dopo avere lottato, sperato, amato, ecco, la nostra sete di giustizia si placa per qualche istante.

E’ come se qualcuno ci dicesse: non smettere di sperare, è possibile, il bello è possibile, il vero è possibile, il giusto è possibile. Forse si tratta solo di una favola, un libro, un film. Ma è il desiderio nel cuore di noi tutti, no?

Platinum end

Come ho già accennato in più di una occasione, mi piacciono i cartoni animati – anime – giapponesi. Generalmente le nuove serie vengono trasmesse in concomitanza con la stagione dell’anno corrente: sono appena iniziate quelle autunnali.

Di solito mi vedo la prima puntata di quelle che sembrano più interessanti, lasciando poi perdere quelle non all’altezza. Ieri ho guardato il primo episodio di una serie alquanto strana, almeno ai nostri occhi di occidentali: “Platinum end“.
Questa la sinopsi:

…Sentendosi svuotato, privo di uno scopo e di ragioni per vivere, Mirai si getta da un grattacielo per porre fine alla sua esistenza, ma l’intervento dell’Angelo Nasse evita la sua fine prematura. Nasse si presenta come “angelo custode” di Mirai e gli concede alcuni doni: la freccia cremisi grazie alla quale chiunque può innamorarsi di lui per trentatré giorni; la freccia bianca, ossia un artefatto che permette di uccidere chiunque all’istante; e le ali angeliche, che permettono di spostarsi istantaneamente in qualunque luogo sulla Terra. Mirai prova i doni e un barlume di speranza sembra accendersi nel suo cuore, tuttavia non sa che è si è involontariamente candidato a una misteriosa “selezione” per scegliere il nuovo Dio…

Al termine della visione, mi sono ritrovato davvero perplesso. L’angelo che interagisce con il protagonista non sembra possedere una morale se non quella del “fa’ ciò che vuoi”. Incoraggia a rubare, a soggiogare gli altri, ad uccidere senza la minima remora. Quando il protagonista le dice che sembra più un diavolo che un angelo, questa ribatte: “non esistono i diavoli; tutto il male viene da dentro l’uomo”. Cosa intenda con male, viste le premesse, è difficile da comprendere.

Quello che più mi ha fatto sobbalzare, però, è altro. Quando il protagonista, che ha visto la propria famiglia distrutta ed è stato allevato da zii che Harry Potter levati, invoca amore e libertà, questo angelo per soddisfarlo gli dà un paio di ali per potere andare dove vuole e una freccia mistica che rende chi colpisce schiavo d’amore per un mese.

Libertà davvero equivale ad andare dove si vuole? O sotto questo concetto c’è nella serie una profondità ancora non rivelata o è messa in mostra tutta la pochezza di una certa mentalità moderna. Il fatto stesso che una simile convinzione sia comunque proposta e apparentemente accettata qualcosa rivela del mondo in cui viviamo. Le definizione è in una certa maniera speculare di quella del chiamare amore l’annullamento della volontà dell’altra persona; è come se ci si accontentasse dell’apparenza, delle superficie di quei desideri senza comprenderli a fondo.

Essere liberi è qualcosa di più della libertà di movimento; si può esserlo anche nel fondo di una prigione. Uno schiavo, una persona con la mente prigioniera può viaggiare. Cos’è libertà? Quando però ci sentiamo liberi? Quando facciamo ciò che il nostro cuore vuole, il nostro desiderio brama; in definitiva, quando facciamo ciò per cui siamo fatti. Come esseri umani, siamo fatti per la verità: per questo è stato detto che la verità ci renderà liberi – mentre essere liberi non è garanzia di essere veri.

Gli autori della serie sono gli stessi di Death Note, un’opera giustamente famosa che presentava anch’essa intriganti dilemmi morali. Vedremo come si evolverà la vicenda; se varrà la pena di seguire la serie o, come sembra possibile, il mio limite di resistenza alla cazzate verrà superato.

La Scala di Daphne

Se c’è una cosa che schifo sono gli uomini: quelle bestie pelose, piene di mani…
Daphne (Jack Lemmon), in “A qualcuno piace caldo”, 1959

Se domandi ad un adolescente la sua opinione su qualcosa che non gli è gradito, con una buona probabilità risponderà “mi fa schifo” (o una metafora dal medesimo senso, di solito comprendente riferimenti sessuali o escrementizi).

La difficoltà consiste nel capire quanto profondo sia, questo schifo. Ci sono degli schifi che sono recuperabili, altri irrimediabili. Per aiutarci nel difficile compito c’è la cosiddetta “scala di Daphne”, un ausilio per misurare quanto schifosa la cosa sia.

0 – Indifferenza. In realtà non mi fa né caldo né freddo.
1 – Non mi piace molto.
2 – Sgradevole, lieve disgusto. Se davvero devo…
3 – Non mi piace. Da evitare.
4 – Non mi piace per niente. Mi fa provare un lieve senso di nausea.
5 – Disgustoso. Nauseabondo.
6 – Mi dà fisicamente il voltastomaco. Preferisco girare alla larga.
7 – Potrei avvicinarmi solo dietro ricompensa. Mi fa stare male.
8 – Pagami molto se vuoi che lo accetti. Non lo sopporto proprio.
9 – Fammi fuggire. Accetterei solo l’unica alternativa fosse morire.
10 – Preferisco la morte. Davvero.

Lo schifo esiste. E’ tutto ciò che è opposto al nostro modo di essere. Se pensate che non ci dovrebbe fare schifo niente, che dovremmo farci piacere tutto, o non avete ben presente la natura umana o siete degli ipocriti: perché vi fa schifo chi prova schifo. Anche a Nostro Signore scribi e farisei non andavano proprio a genio. La Bibbia testimonia che lo schifo può essere anche divino.

Attenzione però a non esagerare. Nella scala di Daphne ci sono anche i valori negativi; ciò che è l’opposto dello schifo, ciò che piace, ciò che si ama. L’approccio corretto è valorizzarli. La penombra si capisce solo a partire dalla luce.
L’alternativa è fare la fine di Nietzsche,

Non l’odio, lo schifo ha insaziabilmente roso la mia vita!


Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1883/85

o del povero Pavese, che come ultima notazione del suo diario scrisse
“Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”,

e si suicidò. Decimo grado della scala di Daphne; un valore che mai dovremmo raggiungere guardando alla vita, perché ne è la negazione. Non c’è schifo che non abbia una sottile fessura che lascia passare la luce.

Senza menzogna

Ho appena finito di leggere “Live not by lies”, l’ultimo libro di Rod Dreher, famoso per “L’Opzione Benedetto” di cui ho parlato in passato. Credo che in italiano sarà “Vivere senza menzogna”, dato che il titolo riprende tale e quale un famoso scritto di Solženicyn che era stato così tradotto.

E’ stata una lettura molto interessante. Il nostro autore è da un pezzo convinto che la nostra società sia avviata verso una persecuzione del cristianesimo, che cesserà di esistere così come l’abbiamo conosciuto finora. In questo libro aggiunge un altro tassello a conferma di questa ipotesi.
Racconta che alcuni anni fa è stato contattato da una anziana profuga delle persecuzioni comuniste nell’Europa dell’Est, emigrata poi negli Stati Uniti, che si diceva spaventata e preoccupata di quello che a cui stava assistendo. A quella donna, testimone degli orrori del secolo scorso, pareva che l’America e il mondo fossero avviati sulla stessa china che avevano percorso prima di loro i popoli della sua terra d’origine. Aveva l’impressione che si stesse instaurando una sorta di totalitarismo, per cui stava diventando impossibile esprimere certe opinioni senza essere perseguitati; non dalla polizia segreta, ma da qualcosa di molto più sfuggente ed insidioso. Dreher lo chiama totalitarismo morbido.
Il nostro autore ha preso sul serio quell’avvertimento, anche perché la stessa preoccupazione, la stessa impressione gli è stata trasmessa da molti altri. Chi ha conosciuto il volto tirannico ed omicida del comunismo sembra non avere dubbi, qualcosa di analogo non solo si sta sviluppando ma si è già insediato in occidente. E pochi o nessuno sembrano preoccuparsene, o rendersene conto.

Dreher ha quindi viaggiato per i paesi ex-comunisti in cerca di risposte a questa domanda: come hanno fatto la libertà e il cristianesimo a sopravvivere a decenni di oppressione, in paesi dove anche solo il sospetto di avere pensato qualcosa di non permesso poteva costare la vita?
La risposta che ha trovato è quella del titolo del libro: vivere senza menzogna. Non conformarsi, non cedere alla bugia. Dire no; senza cercare il martirio, ma neanche piegarsi alla tentazione della dissimulazione. Per restare liberi occorre essere liberi davvero, anche se questo può costare sofferenze terribili a sé e ai propri cari, fino alla morte. Ma, per riuscirci, occorre prepararsi; occorre non essere da soli.

Gran parte del libro è la descrizione di come poche persone, capendo a cosa si andava incontro, sono riuscite a elaborare un metodo per una resistenza sotterranea e nascosta.
Io presi “Arcipelago Gulag” dalla biblioteca del mio paese che avevo quattordici anni, senza peraltro capirci molto. A diciassette avevo la spilletta di Solidarnosc al bavero mentre raccoglievo fondi; ho conosciuto Irina Alberti, ho fatto e faccio parte di una organizzazione chiamata SamizdatOnLine; molto di ciò che racconta il libro già lo conoscevo. Ma, dati in tempi che stiamo vivendo, il ripasso di un passato che rischia di diventare il nostro futuro è assai opportuno.

Io non so cosa ci riserveranno gli anni a venire. I mezzi tecnologici, oggi, possono rendere il controllo delle persone efficace ogni oltre sogno di Stalin e Beria. E’ da un pezzo che, su questo blog, sto lanciando avvertimenti. Ogni volta ci sono alcuni di quelli che hanno creduto alla menzogna che dicono che esagero, che quello che ho preannunciato non accadrà mai; ma, puntualmente, quel futuro si realizza. Davvero oggi siamo sull’orlo di un tracollo, di una dittatura del pensiero che inevitabilmente sfocerà in una persecuzione; o un disastro ancora maggiore. Da parte degli uomini vedo poca possibilità di invertire la rotta; da parte di Dio, non so; ma Lui può tutto.

Il regime sovietico finì in maniera improvvisa e inattesa, specie per i nostri intellettuali che ancora si sentono orfani di quella illusione vecchia ormai di quarant’anni. Non capivano niente allora, e per tutto questo tempo hanno cercato di convincerci che in realtà avevano ragione. Allora avevamo grandi santi che pregavano Dio, e la forza della verità, per vivere senza bugie. Oggi la tentazione è crederci soli, pensare di non potere più invertire la rotta. Ricordate che qualche anno fa vi avevo parlato di Opzione Saruman, effetto Denethor? Non crediamo ai Vermilinguo che ci vorrebbero far pensare che non c’è scampo. Buttiamo via il Palantir. La Verità non è scomparsa, è ancora dove era prima. Viviamo senza menzogna.

Dalla copertina

Un buon libro non si giudica dalla copertina. Ma spesso un libro lo si compra per la copertina.
Io stesso ho nella mia biblioteca diversi tomi acquistati solo perché la loro apparenza mi aveva colpito. Niente da fare, lo sapete anche voi: certe immagini infiammano l’immaginazione e la curiosità.

Voi sapete che mi diletto di disegno, ho già scritto in proposito. Così, quando sono stato certo che il mio libro sarebbe stato pubblicato, mi sono detto: e se la copertina la disegnassi io?
Naturalmente, mi rendevo conto che non sarebbe stato facile. Le immagini che preferisco sono quelle realistiche. Sono stato un grande fan dei fratelli Hildebrandt – le loro illustrazioni per “La spada di Shannara” mi avevano incantato da ragazzo. Persino il grande Frazetta è già fin troppo impressionistico per i miei gusti. Capite, quindi: asticella alta, non professionista, poco tempo a disposizione.

Mi ci sono messo lo stesso. Sapete, quelle idee un po’ folli. Mi sono detto: se viene decente, bene, se no pace.
Il risultato lo potete vedere in fondo al post. A mio parere non era poi così male; ma forse inadatta per il tipo di copertina che la casa editrice aveva in mente.

Quando l’ho proposta, dall’altra parte ho percepito una certa freddezza. MI hanno detto: abbiamo una nostra procedura, sottoponiamo diverse copertine a varie persone e loro scelgono le migliori. Mi sono detto: vabbé, attendiamo di vederle.
Quando me le hanno mostrate, per poco non sono collassato. La favorita era un fotomontaggio di una non ben definita figura appoggiata ad un bastone o una spada in dissolvenza su una torre in rovina, scura e praticamente monocroma. Le parole che mi venivano in mente guardandola era “lugubre” e “repulsivo”. Personalmente non avrei mai comprato un volume con quella copertina. Accidenti, ho scritto un libro dinamico, pieno d’azione, con personaggi divertenti; quella figura mi sembrava l’opposto. Mi sono opposto.

Successive proposte includevano fotomontaggi di draghi. Mi sentivo quasi disperato. Mi tornava in mente Tolkien, disperato per anni delle illustrazioni alle sue opere. Nel mio piccolo, ora lo capivo meglio: quando hai in testa una storia, è difficile accettare che qualcuno la veda in maniera diversa. Nel tentativo di fare comprendere le mie idee ho cominciato ad inviare immagini di quadri di Waterhouse, e anche quella di Thayer che alla fine è stata scelta.

Qualcuno è rimasto perplesso per questa decisione, ma vi assicuro che tra le diverse possibilità è la migliore. E’ un bel dipinto, in qualche maniera correlato con la trama, e lo sguardo dell’angelo ha quella certa ambiguità che colpisce l’immaginazione.

Certo, un po’ mi dispiace che la mia proposta sia stata bocciata. Ma forse è meglio così: siete liberi di immaginare i protagonisti come desiderate, senza neanche il suggerimento di una copertina indiscreta…

Tanto di cappello

Serata cinema per me e mia moglie.
La serata cinema, di questi tempi, consiste nel vedere un bel film sdraiati sul divano, mentre mia moglie si fa massaggiare i piedi.
La richiesta questa sera è: “Qualcosa di leggero, che non duri tanto”. E’ difficile trovare qualcosa di più leggero e agile di Fred Astaire che balla; così, la pellicola che abbiamo visto è “Cappello a cilindro”, gran successo del 1935.

Si tratta, per chi non l’avesse mai veduta, di una commedia degli equivoci ambientata tra una Londra e una Venezia assolutamente improbabili e posticci. Grandi numeri musicali, grandi canzoni – la più famosa è “Dancing cheek to cheek” – ovviamente grandi numeri di danza tra Fred Astaire e Ginger Rogers. Nel cast svetta anche un Edward Everett Horton in stato di grazia.

Guardando l’opulenza hollywoodiana delle scene, mia moglie ad un certo punto ha esclamato: “Ma questi erano più avanti di noi!”
In effetti è difficile non paragonare quella grandiosità ostentata con ciò a cui oramai siamo abituati. Al confronto la realtà moderna appare ristretta, dimessa, povera, slavata, triste. Viene da domandarsi dove sia finita quell’epoca che cent’anni dopo, fatta salva la tecnica, appare più avanzata, elegante e felice della nostra.

Qualcosa è cambiato nelle teste, qualcosa è cambiato nei cuori. Oggi le avance di Fred a Ginger lo farebbero finire in tribunale per stalking; e a cosa abbia condotto quel disinvolto modo di considerare il matrimonio lo vediamo bene.
I ballerini danzano su un palcoscenico irriproducibile, Il fantasma di un altro secolo, di un’altra era li accompagna.

Possiamo noi mendicanti capire?

Se siete stati attenti al post di ieri, avrete potuto apprezzare la citazione iniziale e il video finale. Appartengono alla stessa band, i Dirt Poor Robins; che poi sarebbero un duo, marito e moglie. Mi sono stati fatti conoscere da un amico, e devo dire che per quel poco che li ho potuti ascoltare quell’amico lo devo proprio ringraziare. Belle musiche, belle voci, e splendidi testi.

Al fondo vi inserisco il video completo del loro “concept album” Deadhorse.
In esso potrete trovare piccoli capolavori come Kings and Queens, Saints, Scarecrows, ma soprattutto le mie tre preferite.

Gustate degli estratti dai loro testi; è poesia

After all this is who we are
Made of dirt and fed by stars
In a blink of an eye we’ll be undermined
when they bury our grains in the sands of time

Dopo tutto è chi noi siamo
Fatti di terra e nutriti di stelle
In un battito di ciglia saremo scalzati
quando seppelliscono i nostri granelli nelle sabbie del tempo

Dirt Poor Robins – All There Is

Ecco But never a key, (ispirata da quel magnifico struggente libro che è Fiori per Algernon)

Lo
That’s the way that it goes
I’m sorry you’ll never be free
If all that you see is the danger the cage will relieve
Oh no
That’s the path that you chose
A true hedonist indeed
So don’t lift a finger, your warden provides all you’ll need
But never a key


Guarda
Questo è il modo in cui va
Mi spiace non sarai mai libero
Se tutto ciò che vedi è il pericolo che la gabbia risparmierà.
Oh no
Questo è la strada che hai scelto
Proprio un vero edonista
Così non alzare un dito, il tuo guardiano ti dà tutto ciò di cui avrai bisogno
Ma mai una chiave


Dirt Poor Robins – But never a key

E infine

For us there was no land
No land beyond the edges of our outstretched hands
Can we beggars understand
More than our appetite demands?

Per noi non c’era terra
Nessuna terra oltre l’orlo delle nostre mani tese
Possiamo noi mendicanti capire
Più di quello che i nostri appetiti domandano?


Dirt Poor Robin – No land beyond

Non è facile trovare immagini tanto potenti nelle abituali canzonette. Ma cosa domandano i nostri appetiti?

Gente amabile

Il post di oggi sono dei conigli di lettura.
E anche un consiglio di lettura. Pensavate ad un errore di battitura?
No, sui tratta di un breve racconto a fumetti in cui mi sono imbattuto oggi. Vale assolutamente la pena leggerlo; ahimè, è in inglese. Mi dispiace.

Il racconto si intitola “Lovely people”, “Gente amabile”. Sì, i personaggi sono carinissimi conigli. E sì, è decisamente serio.
Leggetelo adesso, poi tornate qui.
Per quelli che non l’han fatto, riassumo la trama.
***
Tre amiche si trovano al tavolo di un locale. Il Concilio Mondiale ha appena svelato cosa si deve fare per far salire il punteggio sul Sistema di Credito Sociale. Il Sistema di Credito Sociale è bellissssimo! Serve per migliorare se stessi e il mondo! Ti dà punti se lodi sul social, ma di cuore, il Concilio Mondiale. Ti dà dei punti se fai del bene. Ti dà dei punti se compri i prodotti giusti da Alizongle, e li promuovi con i tuoi amici. E con i punti puoi ottenere sconti, viaggiare, entrare nei posti Vip! Una delle tre amiche è rampante sul Sistema, praticamente una influencer, e insegna alle altre cosa si deve o non deve fare.
Ma attenzione; se fai le azioni sbagliate perdi punti. Se critichi il governo. Se fai commenti negativi sul Sistema. Se frequenti persone dal punteggio basso. Non permettere che i tuoi amici e conoscenti calino di punteggio! Potrebbero non poter più comprare determinati oggetti, persino il cibo; viaggiare sui mezzi pubblici, circolare di notte… convincili ad adeguarsi. Se i punti si dovessero azzerare, dovrebbero essere riabilitati in apposite strutture.

Man mano che la storia progredisce, le richieste del Sistema di Credito Sociale diventano sempre più stringenti. Perdi punti se leggi i libri sbagliati. Ad esempio la Bibbia, a meno che tu non l’abbia upgradata alla versione 2.0, che sostiene che l’importante è essere a posto con se stessi. Il tuo punteggio cala rapidamente se non smetti del tutto di frequentare le persone pericolose, fossero pure parenti. Ci si trova davanti ad una scelta: che accade se qualcuno che ami decide che non vuole più stare al gioco,e decide di uscirne? Lo seguirai, verso un posto dove si dice si possa ancora vivere senza il Sistema, o preferirai stare con i tuoi “amici” VIP, a sorseggiare aperitivi nella terrazza superlusso?
Se fosse tua figlia? Se fosse tuo marito? Se fossero le tue migliori amiche? Le abbandonerai?


***
Questo il racconto a fumetti. Non stateci troppo a pensare; che qualcosa del genere stia già accadendo in Cina non deve allarmarvi. E neanche che già ora, nella nostra società occidentale, si censurino, licenzino, cancellino le persone che esprimono opinioni differenti da quello che il Governo – uno o l’altro è lo stesso – dice che devi credere. Se la pensi differentemente su argomenti secondari quali politica, religione, salute, sesso, educazione, bene, non lamentarti se d’un colpo ti troverai fuori da tutto. Ancora non c’è l’app, o il certificato, ma probabilmente non manca molto.

Quando ci sarà, sarà molto più facile capire che pensare.

Le sporche strade del Paradiso

Ho appena finito di leggere “The Dirty Streets of Heaven” (“Le sporche strade del Paradiso”), di Tad Williams, uno dei miei autori favoriti.
Il tema, come si può intuire dal titolo, mi è affine. Narra le vicende di Bobby Dollar, un angelo incarnato in un corpo umano, che fa da avvocato difensore delle anime dei defunti. All’atto della morte lui e un demone sostengono difesa e accusa in un processo che si svolge in una bolla atemporale accanto al corpo del trapassato. Sentiti i rispettivi angeli e demoni custodi un giudice angelico decreta la destinazione finale: lassù, laggiù, o Purgatorio.
Angeli e diavoli, abitanti corpi mortali in una città che è una variante di Los Angeles, danno vita a un confronto metà detective story hard-boiled e metà gioco di spie stile Tom Clancy. Tra avvenenti diavolesse, giganteschi demoni sumeri e spiriti vagabondi la vicenda si svolge a ritmo serrato e coinvolgente. Ma…

…come dire, un po’ deludente.
Non certo per l’azione, l’intreccio o la scrittura, quanto per la superficialità con cui è trattato il tema religioso. Dio è il Grande Assente; nessuno lo ha mai visto, almeno tra le gerarchie angeliche minori. Le anime in Paradiso vivono la loro eternità felice del tutto dimentiche della loro vita terrena. Certamente l’ispirazione, più che la Bibbia, è Constantine o Supernatural, con un tocco di Codice da Vinci. E se il male è il male, il sospetto che si fa baluginare è che anche il bene non sia quel gran che. Spingendo a considerare che sarebbe opportuno cercare una “Terza via”…

Se le cose stessero davvero così, in effetti, che soffocamento moralistico. Il giudizio dei morti rappresentato nel libro è del tutto simile a quello che potrebbe essere un tribunale terrestre. Di quel farisaismo asfissiante american style che guarda solo alle azioni; il genere di moralismo che avrebbe lapidato l’adultera, per intenderci. No, non riesco a credere in un aldilà del genere, e questo mi rovina il gusto della trama.
Spero proprio che il Paradiso sia un po’ meglio di così. Giustizia sì, ma anche misericordia. Se no, che Paradiso sarebbe?

Scritti politti: Entità astrali

Incisione su targa metallica imbullonata ad un prisma metallico sulle pendici del monte Musiné.
“Qui è l’Una Antenna dei Sette Punti Elettrodinamici, che dal proprio nucleo incandescente vivo la Terra tutta respira emette vita. Qui operano le Astrali Entità che furono: Hatshepsut, Echnaton, Gesù il Cristo, Abramo, Confucio, Maometto, Buddha, Gandhi, Martin Luther King, Francesco d’Assisi, e anche Tu, se vuoi, alla fratellanza costruttiva tra tutti i Popoli. Pensaci intensamente, 3 minuti: Pensiero è Costruzione”

Il monte Musiné, la montagna più vicina a Torino, è da diversi anni al centro di strani racconti. Si narra di UFO, di misteriosi fenomeni, di un passato mistico. Ricordo che da ragazzino lessi, prendendoli dalla biblioteca, diversi libri in proposito, tipo “Musiné magico”. Era il periodo in cui mi divoravo i libri di Kolosimo, ma certe affermazioni erano anche per me un po’ difficili da digerire. Domenica, passeggiando per la pista tagliafuoco che corre attraverso le pendici della montagna, mi sono imbattuto nel prisma di cui sopra. Piazzato a margine di un prato infestato dai gitanti molti anni fa, sembra, da anonimi cultisti di esoterismo.

A me ha fatto molto ridere. Mi sono immaginato Maometto, Confucio e Francesco d’Assisi alle prese con i tuonati che hanno messo su quella targa. Gli esoteristi a cercare di spiegare i punti elettrodinamici e la terra viva che respira e gli altri a domandarsi dove avessero sbagliato a esporre la loro visione del mondo. Maometto probabilmente l’avrebbe tagliata corta, la loro testa.
Solo dei completi deficienti, o degli imbroglioni, potrebbero pretendere di associare tutti quei nomi insieme trascurando in modo completo quello che hanno detto e fatto, il motivo per cui si sono mossi. Illudendosi di unificarli in un’illusione con cui non hanno avuto niente a che fare. Mi domando se davvero sapessero chi sono stati, nome a parte.
D’altro canto, uno che crede ai sette punti elettrodinamici, qualsiasi cosa essi siano, deve necessariamente non essere del tutto a posto.

Ma è proprio degli uomini cercare di spiegarsi il mondo, il senso della vita, il destino ultimo. Magari sbagliando clamorosamente; ma almeno tentando. E più si è grandi più ci si rende conto che si è inadeguati; pensiero che non deve avere sfiorato chi ha scritto quella targa. O chi la legge e ci crede, illudendosi di entrare così in quell’illustre compagnia.
Tra tutti quelli elencati, uno solo non ha detto “Quello è il senso, quello è il destino, quello è Dio”, ma “Io sono il senso, io sono il destino, io sono Dio”.
O il più inadeguato, oppure così grande da avere ragione. Ma se ha ragione, a che servono le antenne per la Terra? Occorre seguirlo. Pensateci intensamente.

L’inutilità di Dio

Forse dovrei fare una nuova rubrica sugli articoli scientifici farlocchi. Ne ho commentati parecchi in passato; che ne dite, un altro?

Quello di oggi è un piccolo classico, ma in qualche modo riesce a stupire. Il suo titolo: “Un giorno la scienza escluderà la possibilità di Dio?

Eh, qui è roba seria. Si tratta non solo di negare che un Dio abbia a che fare con l’Universo, ma anche che possa esistere.
Se guardiamo lo svolgimento del temino, è un po’ deludente. Un tale in California sostiene che, presto, prestissimo! La scienza saprà tutto quello che c’è da sapere. E’ una previsione che condividono in molti: in effetti, da trecento anni a questa parte è stata fatta molto spesso. Quando ciò avverrà, che bisogno avremo di credere ancora in un Dio?

Dapprima l’articolo si dilunga ad elencare tutte le ipotesi che vogliono spiegarci perché il Big Bang non ha bisogno di Qualcuno che lo abbia fatto partire, e del perché anche se il nostro Universo sembra fatto apposta per noi questo non voglia dire niente. Chissà, forse un giorno tutte queste ipotesi potranno essere confermate: nel mentre hanno lo stesso valore della tesi che il cosmo sia stato fabbricato da ragni giganti. Se non lo puoi dimostrare, è pourparler, non è scienza.

Ma dove il nostro tocca vertici veramente lirici è nell’ultima parte. Alla domanda “Allora, quale sarebbe il senso dell’Universo?” la risposta è che non ci può essere una risposta! Una teoria – anzi, una spiegazione – completa del Cosmo non ha bisogno di qualcosa di esterno che l’avviluppi, di essere spiegata a sua volta. Sarebbe solo una complicazione. Ma, non preoccupatevi, tremebondi credenti, perché la religione ha una sua utilità: motiva il popolino ignorante (ehm, voleva dire “la gente”) a seguire le regole e a non aver paura della morte e del nulla.

Non so neanche da dove cominciare.
Intanto, davvero spiegare perfettamente come funziona una cosa risolve tutto?
Troviamo un mazzo di fiori sulla tavola. Sappiamo chi ce l’ha messo, dove li ha presi, i nomi dei fiori, ogni cosa. Davvero la domanda “perché” quei fiori siano lì non può esserci, è superflua, inutile?

Il secondo errore fondamentale è credere che la scienza possa descrivere completamente l’Universo. Rifaccio un esempio che ho già scritto in passato: una foto in bianco e nero di una banana ti mostra chiaramente una banana. Ma ti dice quale sia il suo profumo? Il suo colore? Il suo sapore? La scienza ci potrà spiegare come funziona l’Universo tramite la fisica e la matematica, ma non può parlarci delle cose che non sono fisica e matematica. E’ un altro linguaggio. Non rientra nelle sue possibilità, come non rientra nella fotografia il sapore del soggetto. Anche se la fisica descrive la realtà, quello che descriverà sarà solo la realtà fisica.

Il fatto poi che la scienza possa negare anche la possibilità che un Dio esista è semplicemente idiota. Perché le regole non possono giustificarsi da loro. Le leggi non possono scriversi da sole. I postulati, per definizione, sono tali perché non sono dimostrati, ci sono. Oh, può essere che siano così e basta. Ma escludere che Qualcuno li abbia voluti così, come fai ad esserne certo? Dovrebbe esserci una confessione scritta, “Non li ho fatti io…”
E’ così e basta è dogma. Chi te lo ha rivelato?

Ma l’errore più grave, specie per uno che millanta di essere uno scienziato, è pensare che il tutto possa essere descritto perfettamente. E’ la scienza stessa che dice che non può essere così. Mai sentito parlare dei teoremi di completezza di Gödel? No? Ahi ahi, è qualche annetto che sono in circolazione. E dicono che, per quanto ci si sforzi, ci sarà sempre qualcosa che non si riuscirà a fare rientrare nella propria bella teoria, per quanto ben costruita.

In definitiva, quel professore californiano mi pare essere solo un illuminista in ritardo di trecento anni. Che affastella teorie indimostrate per dimostrare che lui è superiore al popolino che ancora crede in un Dio. Poveretto.

Paragonate quelle sue idee con questo:

Gli uomini, giovani e non più giovani, hanno bisogno ultimamente di una cosa: la certezza della positività del loro tempo, della loro vita, la certezza del loro destino.

«Cristo è risorto» è affermazione della positività del reale; è affermazione amorosa della realtà. Senza la Risurrezione di Cristo c’è una sola alternativa: il niente.

Cristo si rende presente, in quanto Risorto, in ogni tempo, attraverso tutta la storia. Lo Spirito di Gesù, cioè del Verbo fatto carne, si rende sperimentabile, per l’uomo di ogni giorno, nella Sua forza redentrice di tutta l’esistenza del singolo e della storia umana, nel cambiamento radicale che produce in chi si imbatte in Lui e, come Giovanni e Andrea, Lo segue.

La nostra scelta è se la vita abbia senso qui e ora. Perché, se non c’è risposta alla domanda di senso, che senso avrebbe vivere, amare, volere capire l’Universo?

Un altro epilogo

Quest’oggi vi volevo fare partecipi di qualcosa in cui sono incappato per caso; ovvero, una versione alternativa dell’epilogo del “Signore degli Anelli”, che lo stesso Tolkien scrisse ma non pubblicò mai, preferendo il testo che ora conosciamo.

Qui il testo. E’ in inglese. Qui una bella versione a fumetti.

Leggendolo, devo dire che mi ha commosso. Ci sono alcuni punti, e specialmente il finale, che sono davvero bellissimi.
Nel breve capitolo si immagina che siano passati diciassette anni dalla caduta di Sauron. E’ la sera del compleanno della figlia maggiore di Samwise Gamgee, Elanor. Sam sta rivedendo alcune note al Libro Rosso – la storia del Signore degli Anelli originariamente scritta da Frodo – quando viene raggiunto dalla giovane Elanor. Tra le domande della curiosa ragazzina e le sue risposte si chiarisce cosa sia accaduto ai suoi antichi compagni.

Discorrono insieme di come gli elfi stiano lasciando la Terra di Mezzo. Elanor vorrebbe vedere i posti descritti dal libro “prima che diventino solo luoghi”. Prima che la luce svanisca. La ragazza trova ciò che sta accadendo triste, per gli elfi come per suo padre che li ha visti partire attraversando il Mare verso le terre eterne. Partiti sulle navi come Frodo, che la piccola hobbit chiama, rivolta al padre, “il tuo tesoro”.
Al che Sam replica che sì, è stato triste, ma non lo è ora; perché Frodo è andato dove la luce degli elfi non sparisce, e ha meritato il suo premio. Poi le confida un segreto: che Frodo gli ha detto che forse sarebbe giunto anche il suo momento di andare, così che il suo non è stato un vero addio.

I due parlano ancora un po’ dell’imminente arrivo del Re Aragorn, che li ospiterà per qualche tempo nel suo nuovo palazzo sul lago Evendim; e quindi Sam manda a letto la vivace ragazzina, “e gli sembrò che il fuoco bruciasse più basso al suo andare via”.

Siamo alle ultime righe. Lo hobbit ha ancora una breve conversazione con sua moglie, con cui ricorda i fatti di diciassette anni prima. Lei racconta che ebbe una premonizione, nell’istante della caduta di Sauron.

“Io non avevo affatto speranza, Sam”, lei disse, “Non fino a quello stesso giorno; e quindi improvvisamente l’ebbi. Era circa mezzogiorno, e mi sentii così felice che cominciai a cantare. E mamma disse ‘Zitta, ragazza! Ci sono ruffiani in giro!’ E io dissi ‘Lasciali venire! Il loro tempo finirà presto. Sam sta tornando’. E tu tornasti”.
“Lo feci”, disse Sam. “Al più amato posto di tutto il mondo. Alla mia Rose e al mio giardino.”
Entrarono, e Sam chiuse la porta. Ma mentre lo faceva udì improvvisamente, profondo e mai fermo, il sospiro e mormorio del Mare sulle sponde della Terra di Mezzo.

Orrore cosmico

Non so se avete mai sentito parlare di H.P.Lovecraft. Forse i nomi di Cthulhu, Yog-Sothoth, del Necronomicon vi dicono qualcosa?
Lovecraft era uno scrittore americano, vissuto nei primi decenni del secolo scorso, e scriveva storie che si potrebbero definire dell’orrore.
Ma niente, o quasi, pazzi assassini e squartamenti; pochissimo sangue nelle sue opere. I suoi mostri sono esseri così al di fuori dalla realtà umana da essere incomprensibili. Divinità inenarrabilmente potenti, antiche di eoni, che hanno della nostra specie la stessa comprensione ed empatia che potremmo avere noi per dei moschini. I suoi scritti sono pervasi da un senso di allarme, disagio, la sensazione crescente che sotto il sottile velo della realtà si nasconda qualcosa di così orribile che, dovessimo alzarlo, la follia sarebbe l’unica fuga .

Non ero mai riuscito a comprendere da dove nascesse davvero questo orrore; un articolo che mi hanno suggerito me lo ha fatto capire. Lovecraft ipotizza che quella che noi chiamiamo realtà non abbia nessun senso. Che ogni nostra attività, ogni nostro progetto, siano inutili e vani. Che non solo non esistano certezze, ma che lo stesso concetto di certo sia vano. Le entità che popolano i suoi scritti, i Grandi Antichi come Cthulhu e gli ineffabili Dei Esterni, sono assolutamente altro, e il cosmo stesso è maligno o, nel migliore dei casi, del tutto indifferente. La più grande divinità creatrice, Azathoth, il Signore del Cosmo, è cieco e idiota e danza sul suo trono al centro dell’universo al suono di flauti blasfemi suonati dai suoi cortigiani.

L’opera di Lovecraft è espressione di un universo anti-razionale, in cui la razionalità greca e cristiana è solo un’apparenza illusoria, ormai abbandonata. La sua cosmogonia, paradossalmente, è coerente proprio per questo rifiuto estremo a cui neanche l’ateismo arriva. Il relativismo è contraddittorio proprio perché nega un significato autentico mentre pretende di affermarlo. La parabola di distacco dalla ragione ultima delle cose, dal divino, iniziata con umanesimo e proseguita con l’illuminismo, finisce in qualcosa ancora più raccapricciante del nichilismo.

L’orrore nasce proprio da questo straniamento: la completa mancanza di significato di ogni nostra opera, la scoperta della vera natura dell’universo, l’irrealtà del reale. La mente si rifiuta di considerare che ogni nostra azione, e noi stessi, siamo niente. Nel profondo di noi c’è l’esigenza di bene, di bello, di vero. Non esiste niente di peggio che negarlo; niente può condurre la nostra mente nel nulla cosmico come un dio disordinato, arbitrario e irrazionale. Vuol dire niente leggi; vuol dire niente logica. Vuol dire che non c’è niente di comunicabile, neanche l’amore; non è possibile alcun rapporto o pensiero coerente. E’ aprire la porta alla pazzia, come i tristi e folli personaggi di Lovecraft.
E’ adorare Cthulhu.


Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn

Scritti Politti: fichi per tutti

La scritta che commento oggi è virtuale.
Sono passati parecchi anni da quando iniziavo le mie giornate leggendo le informazioni del giorno dal sito del Sussidiario. Era un’utile finestra sul mondo; ci scriveva gente interessante, ero certo di trovare sempre degli spunti utili, una visione diversa.
Poi cominciò a cambiare. Ci si trovava sempre più attualità becera, di quella uguale a mille altri siti; sempre più gli articoli erano fonte di perplessità o di stupore, in negativo. Si faticava a trovare qualcosa di valore. Lo spezzettamento dei post per esigenze pubblicitarie, con queste ultime sempre più invadenti, causarono la mia disaffezione. Ormai sono anni che lo frequento pochissimo.

Il sito dei vecchi tempi non avrebbe mai twittato una frase come quella sottostante:


Scritta bianca su tramonto bucolico: “Si dimentica che i frutti appartengono a tutti e che la terra non appartiene a nessuno. (Jean-Jacques Rousseau)”

Sì, in altri tempi si sarebbe citato Rousseau solo per evidenziare il disastro che ha causato nella civiltà occidentale il suo pensiero. La frase che è riportata sintetizza bene la sua filosofia di vita, quella del mantenuto che non si vuole assumere responsabilità, neanche quella dei figli, e cerca di giustificarsi. A noialtre persone comuni invece piace godere dei frutti che coltiviamo sulla nostra terra. Anche perché se la terra non è nostra, per quale motivo dovremmo amarla, o anche solo coltivarla? Se i frutti non li abbiamo con pazienza fatti crescere, protetti, raccolti, cosa ci abilita a prenderne? Chi lavora, chi suda per produrre, chi si prende cura delle cose sa valutare quanto valga la citazione, e quanto sia applicabile nella vita reale. Se per caso poi qualcuno pensasse ancora che in via teorica potrebbe funzionare, un secolo di comunismo applicato, di disastri collettivisti, dovrebbe aver cancellato una volta per tutte quell’illusione. Se uno sa la storia, ovviamente. Se la si vuole vedere.

La frase del filosofo francese ci dovrebbe tornare in mente quando riceviamo lo stipendio, un ladro ci entra in casa o andiamo a comperare verdura. Per poterci ridere sopra, se ci riusciamo.