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Un’età oscura

Nei giorni scorsi abbiamo assistito vari personaggi asserire, con disgustato orrore, “non siamo più nel Medioevo”. Vanno a braccetto con il presidente messicano che ha chiesto le scuse delle Chiesa per aver distrutto i templi aztechi. Quest’ultimo probabilmente è un fervente sostenitore dei sacrifici umani che si svolgevano in quei templi circondati da tzompantli; così come i detrattori nostrani sono probabilmente nostalgici dei tempi precedenti al medioevo stesso, quando le donne erano confinate nel gineceo e i figli indesiderati o malformati lasciati morire tra i rifiuti.

Ma, povere stelle, non si può neanche dire che sia tutta colpa loro. Non quando, dopo decenni di storiografia che quell’età “oscura” ha rivalutato, ci sono libri scolastici che espongono tesi tipo quelle del libro di testo di inglese di mia figlia.
La pagina è quella del Rinascimento britannico. Dopo qualche asserzione discutibile ma accettabile, il libro se ne esce con queste parole:

“Questa cultura (greca e romana) era stata in parte soppressa dalla Chiesa Cattolica durante il Medioevo per il suo supposto paganesimo e spirito di libera indagine. Per questa ragione, molti dei risultati dei Greci in scienza, matematica, filosofia e storia naturale sono rimasti sepolti per secoli”.

Eh?

Capisco che probabilmente chi ha scritto queste righe è più un letterato che uno storico, ma mi domando se abbia mai letto Dante. L’Alighieri è uomo medioevale, eppure chi scorre la sua Commedia la trova infarcita di citazioni mitologiche classiche. Detti classici si insegnavano nelle università, che la Chiesa stessa aveva stabilito e sponsorizzava; gli umanisti sono tutti cattolici, qualcuno anche ecclesiastico; un (san) Tommaso d’Aquino, che cita Aristotele ogni tre per due, è condizionato dal paganesimo e dal rifuggire lo spirito di libera indagine? E quei testi, chi li ha salvati dalle distruzioni barbariche e dal tempo se non gli amanuensi nei conventi?
Potrei dilungarmi, ma spero abbiate colto il punto: quel testo scolastico racconta inescusabili  balle, che ahimè gli allievi devono ripetere durante le interrogazioni. Senza, spesso, nessuno che provi a mettere in dubbio la veridicità di quelle affermazioni.

Ce ne sono altre: ad esempio, più avanti si dice
“In qualche modo, il Rinascimento fu un’era di contrapposizioni, dove vecchie credenze e pratiche medioevali coesistevano con nuove idee progressiste che si potevano trovare in scienza e filosofia. Non c’è dubbio, comunque, che molti preconcetti della mente medioevale – l’idea di un destino fissato e l’idea dell’influenza benigna o maligna di stelle e pianeti, per esempio – erano reinterpretati in modi che promuovevano una nuova visione dell’uomo come un essere potenzialmente autonomo dotato di libero arbitrio, come operatore e signore della natura.”

Non potrà sfuggire a chi possegga un minimo di cultura che l’uomo medioevale senza dubbio quei preconcetti non li aveva. Quello cristiano, almeno: che l’uomo sia dotato di libero arbitrio e che non abbia un destino fissato sono dogmi cattolici, e quindi medioevali, in contrapposizione al paganesimo precedente; e gli astrologi con i loro oroscopi sono sempre stati condannati dalla Chiesa. E’ Lutero, piuttosto, che parla di predestinazione. Ma dal Medioevo siamo fuori.

Capite che disastro? E poi ci si ritrova, da adulti, a imprecare su quei retrogradi che vogliono riportare indietro il Medioevo. Magari mentre si sta davanti al campanile di Giotto, al duomo di  Orvieto o ad un altro dei tanti capolavori che quell’epoca buia ci ha lasciato e che oggi non sapremmo più replicare.

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Questa è l’ora

Quando ero piccolo c’era l’orologio di Topolino, dove il personaggio disneyano segnava l’ora con le manine. Adesso pare che un certo vescovo abbia permesso che di una statua di Cristo sia fatto un orologio, secondo lo stesso concetto. Montandolo in una sua chiesa. L’artista di questa installazione l’ha intitolata “Your personal Jesus“, dal titolo di una vecchia canzone. Il vescovo, che lo conosce, sul sito della diocesi sostiene cheLa croce non è né una decorazione arbitraria né un simbolo di potere. Deve essere rivista e sviluppata“. Il vicario episcopale, parroco della chiesa dove è stato montato l’orologio, ribadisce: “Vogliamo stabilire la chiesa come un luogo in cui la fede può essere vissuta in un modo nuovo e sorprendente“.
A parte l’orrendo kitsch, e che il crocefisso rovesciato è un simbolo in odore di zolfo, mi domando come reagirebbero detti ecclesiastici se al posto di Gesù ad indicare l’ora ci fosse un’effige di loro padre, o loro madre, o di loro stessi.
Forse capirebbero la differenza tra persona ed oggetto: rendere oggetto una persona è sempre un errore, perché le toglie la dignità. Lo capiamo bene se quella persona la amiamo: ci è insopportabile. Se non la amiamo, o non la consideriamo una persona, allora non vediamo neanche il problema.
Temo questo sia il caso di quei prelati. Dio si è fatto uomo, non orologio. Dato che il cristianesimo è amore per la persona di Cristo vivente, suggerirei loro una carriera in un contesto diverso.
Che so, appunto l’arte contemporanea. Almeno lì quell’opera non sembrerebbe così irrimediabilmente blasfema, ma solo una incredula idiozia.

Nessuno scandalo

Intervallo, sfoglio Twitter dando un’occhiata alle notizie.
Un tweet attira la mia attenzione.

“Italy, the home of the Catholic Church, rarely acknowledges the sexual abuse of minors by priests. For Italians, it’s hardly a scandal at all.”

“Italia, la casa della Chiesa Cattolica, raramente riconosce l’abuso sessuale di minori da parte di preti. Per gli italiani, non è quasi uno scandalo”.

Eh?
Il signore che così twitta, tal è il capo dell’ufficio romano del New York Times. L’articolo a corredo della perla di saggezza di cui sopra compare infatti su dato giornale. E’ da leggere, come esempio di pessimo giornalismo. La tesi è quella esposta: l’Italia è indifferente agli abusi. E perché? “Quell’indifferenza è largamente dovuta, gli esperti dicono, a come la Chiesa Cattolica Romana sia strettamente intrecciata con la storia e la cultura italiane“.

Notate quel “gli esperti dicono”, espressione che ritorna altre  volte nel testo. Chi sono questi esperti? Uno degli intervistati? Amici newyorkesi del giornalista? Il barista  da cui prende il cappuccino? Non ci è dato di saperlo, sono esperti e questo ci deve bastare.  Questi personaggi “considerano la risposta dell’Italia come una delle peggiori tra le nazioni Occidentali, paragonabile a quella in qualche chiesa africana o asiatica“. Capito? Siamo dei bagonghi baciapile, al livello dei rozzi gialli o neri, indegni di anche solo di pensare di potere sedere tra i veri occidentali liberal e di sinistra appartenenti agli stati civilizzati. Figuratevi, è detto nell’articolo, che quei buzzurri (noi) hanno approvato le Unioni Civili solo nel 2016, ed hanno una delle leggi più restrittive del mondo in fatto di riproduzione assistita. Gentaglia ignorante che siamo.

Troppo pochi casi di abuso, ci rimproverano. Chissà quanti sono in realtà. Il problema degli abusi clericali, dice il pezzo, è che l’Italia li ha approcciati con qualcosa di simile a un blackout mediatico.
E qui mi scattano – mi conoscete – un paio di pensieri cattivelli.

Il primo è che, se sono stati riportati meno abusi che altrove, potrebbe anche dipendere dal fatto che qui c’era un clero più sano di quello di altri paesi, dove la scristianizzazione è parecchio più elevata. Il problema di questi abusi infatti non è una Chiesa forte, ma una Chiesa debole nella sua ricerca di verità.

Il secondo pensiero è che in Italia, per quanto ne so, il monopolio pressoché totale delle notizie è appannaggio di una certa sinistra filoradicale. I giornali non hanno mai perso un’occasione per attaccare la Chiesa: come possono essersi lasciati sfuggire un’occasione così ghiotta per infangarla?

Davvero i media italiani sono succubi delle veline del Vaticano che vogliono impedire la “brutta figura”? Leggendoli, mi sembra che le uniche veline arrivino dal New York Times, i cui articoli e le cui tesi sono spessissimo copincollati sulle pagine nostrane.
Ma quale interesse avrebbe un giornale gemello del NYT a coprire gli abusi?

 

Rapsodia per uomo solo

Quando, nel 1991, vidi per la prima volta il video “Show must go on” dei Queen, capii subito che c’era qualcosa di molto grave sotto.
“Lo spettacolo deve continuare” è quello che si dice quando un artista muore in scena, da Chaplin ai Pajacci di Pascarella. Quel video in cui i componenti della band non apparivano mai se non con frammenti di altri filmati voleva dire solo una cosa: qualcuno di loro non era più in condizione di apparire.
La conferma arrivò poco dopo, nel modo peggiore. Non una vera sorpresa, dato i tempi e la scandalosa fama di Freddy Mercury. Allora l’Aids non perdonava.

Al mio orecchio ormai venerando le canzoni del gruppo non sono invecchiate di un giorno. A quelli che hanno oggi la mia età di allora, con gusti musicali profondamente cambiati, non so cosa dicano. Ho discusso a lungo con mio figlio su “Bohemian Rhapsody”; così sono rimasto un poco sorpreso quando ha deciso di venire pure lui a vedere il film omonimo, che il cinema parrocchiale proiettava a due passi da noi. Normalmente non il genere di spettacolo che mi piace andare a vedere in sala – io sono un tipo da effetti speciali – ma questa volta era un’uscita con tutta la famiglia al completo.

Data la vita del protagonista, temevo molto l’usuale apologia di certi comportamenti. Sono felice di essermi sbagliato. La vicenda è trattata con mano ferma e discreta, attraverso accenni, sguardi, mosse che è difficile che il nostro sguardo smaliziato non colga ma che non cadono mai nella volgarità gratuita o insistita. Invece del trionfo dello stile di vita gay, quello che traspare è lo squallore e la solitudine di quel mondo, il vuoto e la violenza dei rapporti. Mercury ha un disperato bisogno di amore che si illude di trovare nelle lodi dei cortigiani e nel sesso sfrenato; ma neanche la droga e l’alcool bastano a cancellare la consapevolezza dell’inutilità del tentativo. Il cantante appare nel film come un egocentrico di smisurato talento, che si danna con le proprie mani perdendo per egoismo e lussuria tutti i veri rapporti; quella “famiglia” che si è negato e che sempre invoca. Ciò che avrebbe potuto salvarlo e a cui ritornerà quando, per dirlo con le parole del film, “avrà capito chi è”.

Forse non proprio uno spettacolo a cui portare i bambini, comunque; che, se non afferrano le sfumature, nella loro innocenza colgono ciò che a noi adulti appare ormai scontato. “Mamma, perché quei due maschi si baciano?” ha domandato ad alta voce una piccola in sala. Già, perché?

Ottima regia, ottimi attori somiglianti, per quanto possibile, agli originali. Le musiche? Quelle dei Queen, ovviamente. Difficile trovare di meglio.

Cento di questi anni

Passano tanti anniversari. Uno vorrei celebrarlo anch’io.
Centovent’anni fa, in questo giorno, nasceva C.S.Lewis. Lo scrittore che ha inventato Berlicche.

Se siete capitati su questo blog per caso, se non avete idea di chi il Berlicche originale sia, fatevi un favore: per Natale regalatevi “Le lettere di Berlicche”, quell’agile libretto che ogni giovane demone tentatore e ogni uomo tentato dal demonio dovrebbe imparare a memoria.

Se l’avete già letto, allora perché non provare “Il Grande Divorzio”, cronaca di un viaggio che inizia dove di solito gli altri finiscono? Oppure la trilogia del “Pianeta Silenzioso”? O, se vi sentite adeguatamente giovani, le “cronache di Narnia”?

Lewis mancherà forse dell’arguzia di Chesterton, o del respiro di Tolkien, ma con i suoi due illustri compatrioti rappresenta uno dei punti più alti della letteratura cristiana del secolo scorso. E certamente più degli altri due ha esplorato il mistero del male e del dolore, offrendoci un punto di vista mai banale, che mette spesso in discussione i nostri semplicistici automatismi cerebrali.

Cento anni non sono niente per un capolavoro. Cercatelo, trovatelo, leggetelo, perché gli anni passano ma l’uomo, in fondo, resta sempre quello.

  C.S.Lewis, Belfast 29 novembre 1898 – Qui e Ora

La fedeltà dell’infedele

Un paio di mattine a settimana la colazione debbo farla fuori casa, al bar. Rubo qualche minuto alla frenesia della giornata per leggere il giornale, in compagnia di una brioche allo zabaione e un cappuccino. Ieri su “La Stampa” ho trovato questo articolo di un filosofo francese titolato così: “A chi non ha la fede resta la fedeltà. Non esiste Occidente senza i valori cristiani“. Sottotitolo, “Il filosofo Comte-Sponville teorizza una spiritualità senza Dio, «un’etica più che una religione»

Leggetevi il pezzo (qui). All’inizio potete trovare questa affermazione: “Sono un ateo non dogmatico e fedele. Perché ateo? Perché non credo in alcun Dio. Perché ateo non dogmatico? Perché ovviamente riconosco che il mio ateismo non è un sapere“. Poi continua affermando che di Dio non ne sa nulla, nessuno ne sa nulla: “se incontrate qualcuno che vi dice: «So che Dio esiste», è un imbecille che ha fede e, scioccamente, prende la sua fede per un sapere.”

Ecco, qui divergiamo. E’ giusto dire che l’ateismo non è un sapere, ma quello che al filosofo sfugge completamente è che il cristianesimo invece lo è. Il cristianesimo è infatti l’affermazione che Dio si è reso incontrabile, è un avvenimento, un fatto. Probabilmente il problema sta nella definizione di “sapere” del nostro ateo: cosa sia per lui l’autentico sapere non ci è dato conoscerlo. Resta da capire quanto mi possa essere utile ricevere lezioni da qualcuno che ammette di non sapere. Perché si impara dal positivo e dal negativo, dal successo e dall’errore; ma non si apprende dal niente.

Il filosofo prosegue vantando la sua fedeltà ad una serie di valori che ammette, bontà sua, essere nati in gran parte dalle “grandi religioni”. Sarebbe interessante proprio a questo proposito capire come “sa” la bontà di questi valori, e su cosa essi per lui si fondino in mancanza di un Dio; ma capiamo i limiti. “Niente prova che abbiano bisogno di un Dio per esistere, di cui tutto prova, al contrario, che abbiamo bisogno per rimanere umanamente accettabili“. E cosa prova che possano esistere staccati da Dio? Chi è che li fa, chi è che ce li ha dati, perché dovremmo seguirli? E’ un po’ come credere all’esistenza del mare ma non a quella dell’acqua. Ci sono persone nel mondo per cui quei valori sono inaccettabili; umanamente, appunto. Se non hai qualcosa per definire l’umano che prescinda dall’umano non hai, logicamente, niente: solo un circolo vizioso.

Dio è socialmente morto“, continua il pezzo. Beh, in effetti non lo si vede molto nei caffè letterari e nei salotti bene, dove non è quasi mai invitato.
La conseguenza è che “siamo una civiltà morta“: ucciso il cristianesimo, dice Comte-Sponville, o chiudiamo baracca ed ammettiamo la nostra dipartita, oppure giuriamo fedeltà a questi valori e tiriamo innanzi. Quello che il filosofo propone è un Cristo gnostico, maestro di etica e basta, reso socialmente accettabile perché plasmabile a volontà. Dal Vangelo scarta a priori tutto quello che è il sacro, che non gli garba, e postula che quello che resta rimanga in piedi lo stesso. Si ferma al Calvario, che è morte. E pretende che quella morte possa essere vita senza la Resurrezione. Pretende di essere ragionevole lo stesso.

Quando chiede, per lui retoricamente, “sarebbe ragionevole accordare più importanza a questi tre giorni che ci separano che ai 33 anni che li precedono?” centra perfettamente il punto: sì, per il cristiano tutta la ragionevolezza è lì, in quei tre giorni di sepolcro che terminano con la tomba vuota, perché per noi Cristo non è un maestro qualsiasi, morto e putrefatto, ma Dio stesso fattosi carne.
Irragionevole, anzi, diabolico, è il negarlo.

Quando non si ha più fede resta la fedeltà (…) Cos’è una spiritualità senza Dio? È una spiritualità della fedeltà più che della fede – un’etica, più che una religione.” Purtroppo per Comte-Sponville e per tutti gli atei come lui, una fedeltà senza fede è solo una velleitaria presa di posizione senza fondamento e sostanza, altro che dogmi. Un’etica non dà la salvezza. C’è il dubbio che possa rendere felici. Perché se anche tu sei fedele a lei, lei non ti ricambia. E ti tradirà.

Un inferno a suo modo

Su questo blog potete trovare un certo numero di racconti che parlano di inferno. Tema che nella letteratura moderna non è molto presente, per comprensibili motivi.
Eppure uno dei maggiori best seller di tutti i tempi ne discorre ampiamente, quella “Divina Commedia” che purtroppo spesso non è apprezzata né capita da quegli stessi professori che dovrebbero insegnarla. Probabilmente perché manca la comprensione stessa di quello che c’è alle spalle. Non si riesce a capirlo, questo inferno, non si riesce a comprendere che è il luogo della suprema misericordia, la suprema giustizia, e non la camera di tortura di un dio sadico ed egocentrico.

Commedia a parte, altre opere sono “il grande Divorzio”, di quello stesso C.S.Lewis che ha ideato le lettere di Berlicche; e due romanzi che potremmo definire fantascienza solo perché scritti da due famosi scrittori del genere, Niven e Pournelle.
Il primo è stato tradotto molti anni fa anche in italiano, con il titolo “Questo è l’inferno”; che avesse un seguito l’ho scoperto solo recentemente, ed ho appena finito di leggerlo.

“Escape from hell” è ambientato, come il primo, nell’inferno dantesco. Proprio in quello. E come il suo prequel parte da una ipotesi, cioè che neanche la condanna all’inferno sia davvero definitiva. Che ci possano essere rarissime anime che desiderino uscirne e, alla fine, riescano a sfuggire. Sì, perché la stragrande maggioranza degli ospiti dell’inferno sono lì non solo perché l’hanno meritato, ma perché in qualche maniera desiderano essere lì. E, messi di fronte alla prospettiva di potere lasciare quel luogo di tormento, in una maniera o nell’altra declinano.
Il protagonista, un defunto scrittore di fantascienza che dapprima ipotizza che tutto ciò che vede non sia che lo scherzo malevolo di costruttori alieni, deve alla fine cedere all’evidenza della razionalità del luogo in cui è finito.

Il lettore italiano, oltre ad essere avvantaggiato da una maggiore conoscenza di Dante e dei suoi versi originali – le traduzioni in inglese sono persino dolorose a leggersi – troverà motivo di curiosità anche nell’identità di alcuni personaggi. Certo, l’idea di traslare in romanzo un’avventura sullo stile dell’Alighieri può apparire azzardata, ma non si può dire che sia malriuscita. E fa pensare su cosa sia realmente il peccato, e la sua pena.

Ai miei occhi in questo inferno romanzato c’è anche troppo di Dio – delle Sue virtù; ma chi può dire come sia realmente laggiù, senza esserci stato?

Corenta

Le feste del paesino di montagna, quando ero giovane. Gli archi in piazza fatti di pomei, sorbo selvatico, i costumi, l’orchestrina che funzionava a pintoni di vino. E poi il ballo piemontese per eccellenza, la corenta.
Una corenta per i priori, una corenta per gli abbà, una per la società; e poi balé chi vò, salté chi pò. Noialtri adolescenti e post-adolescenti la sapevamo tutti danzare, anche chi come me non va troppo d’accordo con la musa Tersicore. I miei genitori l’avevano ballata per anni, facevano parte del gruppo folkoristico piemontese. Mi avevano insegnato i passi, il ritmo. I valzer, le mazurche, erano troppo complicate, e le ragazze rifiutavano. Ma nella corenta ci si slanciava tutti, anche le fanciulle più ritrose accettavano volentieri quella mano per buttarsi in quegli interminabili giri che ti lasciavano allegro e sfiatato.

Chissà chi oggi li sa ancora, quei passi, di questa gioventù che non capisce neanche più il senso della festa.

Sono passati trent’anni, sono quattro valli più in là. La festa del paese, costumi carnevaleschi, luci stroboscopiche, un’orchestrina più professionale di quella di un tempo. I soliti giovani appoggiati al muro, come allora. Arrivando mi trovo a desiderare, chissà che non mettano una corenta.
E come per magia la corenta parte.

Ma coloro che si buttano sullo spiazzo a danzare non la conoscono. Forse un paio di coppie, da come si muovono, ma presto vengono fagocitati da uno di quegli orrendi balli di gruppo in cui tutti ripetono la stessa mossa, fermi sul posto. Nessuno che si allaccia, si slancia, corre. I giovani neanche guardano, ridono tra loro.
E mi piglia il magone, perché capisco che il tempo andato non ritorna, che non ballerò più la corenta, che la corenta non sarà più ballata, come tante danze di altri secoli, dimenticate. Musiche nuove, nuovi movimenti.
Il brano termina. La cantante prende il microfono. “E adesso, dopo questa tarantella…”
Tarantella?

“Andiamo a casa”, sussurro a mia moglie.
Ma quanto era bello ballare la corenta.

Parigi

Al museo d’Orsay, a Parigi, nella vasta sala centrale che ospita le sculture, c’è un solo dipinto esposto. “Les Romains de la décadence”, di Thomas Couture.
Uno ci arriva dopo avere visto tutta una serie di marmi che si rifanno al classicismo. Fanciulli nudi, fanciulle nude, divinità, eroi e via andare. Poi giunge davanti a questa tela, di dimensioni enormi. Un certo numero di romani più o meno vestiti e in vari stadi di ebbrezza se la spassano ai piedi di statue che potrebbero essere quelle che si sono appena ammirate nella sala. A lato dell’orgia, un paio di uomini dall’apparenza barbara, presumibilmente galli, osservano con aria disgustata e pensosa lo spettacolo.

L’allusione è chiara: cari romani, non avete ancora molto da godervela. Vi siete rammolliti, e adesso arriviamo noi. Noi barbari, noi galli, noi francesi.

La tela mi è venuta in mente più volte mentre giravo per Parigi. Ho capito davvero cosa significa multietnico: nella metropolitana, i volti europei sono davvero pochi. Ti avvicini, e li senti parlare: tedeschi, inglesi, americani, spagnoli, italiani. Turisti. Viene da dire, parafrasando un verso di Guccini,
e i tuoi parigini, se esistono, ci sono od ormai si son persi
confusi e legati a migliaia di mondi diversi?

I lavori più umili, quelli a contatto con il pubblico, i commessi, i sorveglianti, i soldati persino sono africani e asiatici. Non so se i francesi fossero tutti in ferie, girino in automobile o i negozi si limitino a frequentarli. Ma quelli con le borse della spesa di Vuitton sono arabi e cinesi su Mercedes dai vetri oscurati.

No, Parigi non mi è piaciuta. Ma non per i suoi abitanti, di qualsiasi cromatismo abbiano la pelle, ma perché mi ha dato l’impressione di un baraccone troppo vasto fatto per stupire, per suscitare impressioni di grandiosità, ma ultimamente vuoto. Vuoto d’anima, con le sue poche chiese riempite solo dagli scatti dei cellulari, di una grandeur che echeggia nei nomi guerrieri delle strade e delle stazioni, i nomi di cento battaglie vinte in giro per il mondo. Vuota di senso, come persa in un sogno che non è neppure più suo. La Parigi hollywoodiana di Gene Kelly e Hepburn è solo un fondale di cartapesta, che cerchi invano.

Certo, quattro giorni sono pochi per capire una città così enorme. E, in fondo, anche quei galli del dipinto, chissà cosa comprendevano veramente di Roma, della sua grandezza.
Però dentro loro ridevano.

Provocazioni

Va bene, va bene, faccio coming out. Sono un appassionato di Clash Royale.
Per chi non lo conoscesse, è un giochino di quelli che vanno su tablet e cellulari. Si gioca sempre online, contro uno sfidante di qualsiasi parte del mondo. Ognuno ha tre torri, e bisogna distruggere quelle del nemico entro un dato tempo. Per farlo si gettano sul terreno di gioco diversi tipi di “carte”, ognuna con caratteristiche diverse: scheletri, velocissimi goblin, barbari, cavalieri, principesse dotate di frecce incendiarie, draghi… una volta piazzate, si muoveranno secondo le loro caratteristiche fino a distruggere o essere distrutte.

Me ne sono innamorato appena l’ho visto giocare ai miei figli, e da allora mi ha fatto perdere (divertendomi) un sacco di tempo. Ma non era del programma in sé che volevo parlare.
Una caratteristica dell’applicazione sono le “provocazioni”. C’è un set di frasi fisse e brevi animazioni che si possono “lanciare” all’avversario. Sia per complimentarsi o augurare buona fortuna, sia per – appunto – provocarlo. C’è gente, e sono in buon numero, che pare che più che vincere abbiano come scopo insultare l’avversario, farlo uscire dai gangheri. Quando ci si trova di fronte persone del genere il pensiero è “quanto può essere cretina la razza umana”. Quale genere di persona gode più nel fare male all’avversario che di una sfida ben combattuta?

Da poco gli autori del gioco hanno messo in vendita delle nuove provocazioni animate. Non credereste quanti le hanno comprate. Non oso pensare i guadagni stratosferici derivanti dal vendere per tre euro quattro animazioni a decine, centinaia di migliaia di persone. In Iraq, in Cina, in Brasile, in ogni stato del mondo c’è gente che spende soldi non per aumentare le probabilità di vittoria cercando di potenziarsi, ma per prendere in giro sconosciuti di cui non sapranno mai neanche il nome.

Qualcuno ha detto “che cosa sia l’uomo lo si vede quando gioca”. E’ vero. E fa pensare.

Nostalgia 80

Qualche anno fa c’erano i favolosi anni 50. Poi gli indimenticabili ’60. Oggi sembra che il turno sia arrivato per gli ’80. Ho il sospetto che ad essere favolosi siano sempre i giorni in cui i quaranta-cinquantenni del momento erano adolescenti. Così ci si dimentica di tutte le cose orrende e imbarazzanti e ci si raffigura un periodo dorato scolpito ai bordi dalla nostalgia.
Un testimone di ciò è, più che “Stranger things”, il libro “Ready Player One”, di cui Spielberg sta facendo uscire al cinema una sua versione.
Non so come sia il film, non l’ho ancora visto. A giudicare dai trailer, sicuramente ci sono sequenze che nell’opera letteraria sono assenti. Probabilmente troppo difficile ottenere certi diritti, o portare sullo schermo riferimenti troppo di nicchia, comprensibili a pochi. Il libro è il sogno di un nerd anni ’80 ateo e progressista.

Di per sé le premesse sono deja vu. In un mondo in cui si sono realizzate certe fosche previsioni – sovrappopolazione, global warming, crisi energetica – la maggior parte delle persone, per dimenticare il deprimente presente, sceglie di rinchiudersi all’interno di un mondo online. Qualcuno ricorda “Second life”? Ecco  quello che sarebbe potuta diventare con una interfaccia di realtà virtuale più efficiente. Ma qui c’è il “colpo di genio” dello scrittore. Il ricchissimo creatore di “Oasis”, questo universo informatico, muore, e lascia la sua eredità a chiunque sarà in grado di trovare tre chiavi e aprire tre porte segrete che ha nascosto all’interno della sua immensa simulazione. Il modo per trovarle è amare e conoscere nei minimi dettagli… sì, gli anni ’80 che lui ha conosciuto e amato. Videogiochi, film, musica, giochi di ruolo…

Non dirò altro della trama, zeppa dei luoghi comuni di un geek di sinistra cinquantenne. E che, accidenti a me, prende assai. Il mio problema è che in gioventù ho adorato esattamente le stesse cose – musica a parte – dei protagonisti del libro. I Monty Python. D&D. Lady Hawke. Zork. Gundam, e via andare. Riesco a piazzare anche i vaghi riferimenti. Le pagine solleticano nei punti esatti, con indubbio mestiere, si legge d’un fiato. Nessuno stupore che i diritti siano stati accaparrati con un’asta a cinque zeri anche prima dell’uscita del volume.

Ma il mio guaio è che sono troppo consapevole. Sì, Zork era un’avventura straordinaria. Ma è solo testo. A rigiocarla ci ho pensato ma, di fronte alla grafica 3D immersiva di oggi, passa la voglia. Ed è questo il limite: credere che quegli anni possano davvero dire qualcosa a persone che non li hanno mai vissuti, che non si sono mai stupite della incredibile novità di grafiche a sedici colori, di effetti speciali di cartapesta, di adventure da giocare con dadi e matite. Quella è realmente fantascienza, come sa chi ha dei figli.

Il cafè 80 di “Ritorno al futuro” faceva ridere: in questo libro si concretizza. Consapevolmente. Nostalgia per una realtà mai davvero vera, per qualcosa che il tempo inesorabilmente ha lasciato da parte.
Oh, sì, un pezzo di noi.

Cinquant’anni di vacanza

Ascoltando il testo de “Una vita in vacanza“, il tormentone di Sanremo di quest’anno, mi veniva da pensare che sono passati proprio cinquant’anni da quel ’68 in cui ci si augurava pure la fine del sistema sì, ma per quello che erano pur tuttavia alti ideali, talmente alti da essere confusi e inconcludenti.
Così includenti da non essere veri. Ormai l’hanno capito pure i nostalgici.
Non stupisce quindi che la critica al sistema sia diventata mezzo secolo più tardi, in mezzo agli applausi, un invito a farsi i ca**i proprii, ad andare in vacanza fregandosene di tutto. Insorgiamo contro l’oppressione, andando a fumarci uno spino su una spiaggia, e che non vengano a romperci i coglioni. Neanche con quegli alti ideali che si usavano un tempo.
Almeno finché dureranno i soldi di mammà.

Una buca nel bosco

Stamattina, come d’uso il venerdì, colazione al bar con mia moglie prima di partire per il lavoro. Mentre sbocconcello il cornetto sfoglio velocemente il giornale di oggi. Lo sguardo mi cade sulla pagina che pubblicizza una graphic novel su Anna Frank che verrà allegata a La Stampa nei prossimi giorni. In particolare sulla vignetta in anteprima che riporto qui sotto:

E’ chiaro, io non ho letto tutta l’opera. Ma cosa sembra affermare questa illustrazione? Che peggio di una buca nel bosco c’è solo un cupo convento dove una suora arcigna, brandendo un crocefisso a mo’ di alabarda, strappa i bambini ai genitori piangenti.

A me sembra questo il suggerimento dell’autore, e di chi ha voluto proprio quel disegno sul giornale ad esemplificare l’opera.

Posso sbagliarmi. Posso equivocare. Magari all’interno invece si ricorda che era precisa disposizione papale di salvare gli ebrei ospitandoli in chiese e conventi, e lo si faceva a rischio della propria vita: la Chiesa è stata l’unica istituzione che ha osato tanto. Che ne ha salvati tanti. Certo nessun altro governo, meno che mai quelli comunisti.

L’antisemitismo in quegli anni tragici passava anche per caricature e vignette che dipingevano come mostri orribili gli ebrei, fomentando l’odio ed il disprezzo, preparando lo sterminio. Uno si potrebbe domandare chi sono, oggi, i nuovi ebrei.

Abissi

Ogni stagione in Giappone escono diverse decine di serie animate. Ogni stagione ne seguo qualcuna, le due o tre che mi sembrano migliori e più originali.
Ad ognuno i suoi gusti, ma per il 2017 vince a mani basse “Made in Abyss”.
Non troverete di meglio in fatto di disegni e animazione. Quanto alla trama è originale e coinvolgente, anche se l’idea centrale ha un che di deja-vu, almeno per me.
Si parla di una misteriosa apertura circolare, larga chilometri, che sprofonda in basso verso l’ignoto. Le sue pendici ospitano i resti di una misteriosa civiltà, che esploratori della superficie saccheggiano in cerca di potenti reliquie. Ma questo abisso diventa sempre più pericoloso e mortale mano a mano che si percorrono i suoi livelli, verso il misterioso fondo che nessuno, presumibilmente, ha mai visto. O quantomeno è tornato a riferirlo.

Questo è un concetto che utilizzammo, oltre trentacinque anni fa, io e un mio amico per un videogioco, “Abissi” appunto. Era carino, persino giocabile, anche se non lo terminammo mai. Capirete che il tema tocca in me corde profonde… Ma era d’altro che volevo parlare.

Le vicende di questa prima stagione seguono le avventure di una giovane esploratrice che scende in cerca della madre, leggendaria avventuriera, accompagnata da un androide senza memoria del suo passato ma che è con tutta evidenza anche lui una delle reliquie dell’abisso. Non deve trarre in inganno il disegno coccoloso e infantile dei protagonisti: è una vicenda adulta, per adulti. Appena inizia il viaggio viene messo in chiaro quanto sia mortale l’ambiente e a quanti sacrifici dovranno andare incontro coloro che hanno scelto di affrontare un’impresa dalla quale nessuno si aspetta di vederli tornare vivi.

Ora, chi vi parla ha esperienza nel mondo reale di una dose maggiore del solito di morte e di ferite fisiche. Di conseguenza gli usuali spettacoli splatter, con gran mostra di sangue e budella, mi fanno poco effetto.
Nonostante ciò ci sono state alcune sequenze di “Made in Abyss” che ho fatto davvero fatica a seguire senza distogliere lo sguardo. Ciò mi ha stupito e spinto a chiedermi: come mai? Cos’ha di peggio questo di, che so, qualcuno divorato da uno zombie?

La risposta che mi sono data è che qui la sofferenza non è gratuita, ma fin troppo reale. Non dal punto di vista grafico, ma dal punto di vista emotivo, senza scudi e senza retorica. Ha una ragione, è su personaggi che abbiamo imparato ad amare nel corso delle puntate, e quindi ne siamo toccati. Ci tocca perché ne siamo coinvolti. Perché ci teniamo.

Per quanto pellacce si possa essere l’essere umano possiede empatia, ed em-patia tanto più forte quanto sente vicini coloro che soffrono. Fino a com-patire: condividere il dolore. Fino a che risulta intollerabile, e dobbiamo fare qualcosa per lenirlo; o fuggire perché incapaci di sopportarlo.

Gli autori di questa serie hanno fatto un gran lavoro per abbattere quei filtri di incredulità, quelle protezioni mentali che ci spingono a ignorare ciò che riteniamo illogico o troppo distante per poterci com-muovere veramente. E mi domandavo: come dev’essere provare davvero un simile amore non solo verso i più prossimi, ma verso tutto il genere umano? In quali abissi di dolore, di desiderio di porre rimedio può condurre?
Credo che solo certi santi, e Cristo, possano rispondere.

PS: Chi ha visto la serie sa che le ultime due puntate della stagione sarebbero molto interessanti da discutere; ma siccome escludo che lo si possa fare con coerenza senza averle vedute e non intendo qui fornire spoiler, rimando chi lo volesse fare a conversazioni private o eventualmente con il marchio “spoiler” in evidenza.

Guerre stellari colpisce ancora

spoiler assenti o in lievi tracce

Se l’episodio 7 di Star Wars, “Il risveglio della Forza”, era la fotocopia aggiornata del Guerre Stellari originale, gli affezionati della serie come me avranno avuto un balzo al cuore, o al fegato, guardando i titoli di apertura e le primissime scene di “Gli ultimi jedi”, il film della saga ora nelle sale. Che ricalcavano esplicitamente quelle de “L’impero colpisce ancora”, il suo diretto seguito. Sono quindi sprofondato nella poltrona, pronto a ripercorrere storie già note…
Bene, mi sbagliavo. Il regista deve conoscere bene, oltre alla serie originale, anche il judo. E’ judo cinematografico: tu ti attendi una cosa, ti porti avanti con il pensiero, e il tuo impeto viene sfruttato per lanciarti dove non ti aspetti. Costantemente , una scena dopo l’altra, pensi che l’avventura non potrà che andare in quella direzione; e, una scena dopo l’altra, scopri di avere sbagliato.
Oh, certo, ci sono buchi nella trama e improbabilità, ma molto meno gravi che negli altri film. C’è chi ci ha trovato eccessivo femminismo e chi ha lamentato una trama troppo slegata, ma probabilmente sono più percettivi di me. Che mi sono divertito molto, tra battaglie spaziali e terrestri, attimi di commozione e comici, e la giusta dose di avventura. Ma quello che ho trovato irresistibile sono quelle citazioni lievi, un ferro da stiro, un piede spostato, una foglia e la maniera con cui diluvi di ipotesi e supposizioni durate anni sono cestinate… ma sarebbe davvero un peccato fare spoiler della trama.
Solo più tardi, a mente fredda, ho capito che in realtà certe scelte che appaiono di rottura c’erano già in quell'”Impero colpisce ancora”di quasi quarant’anni fa, esplicitate per chi voleva ascoltarle da un personaggio che non a caso qui ritorna. Forse dimenticate, certo non comprese. Ancora una volta il lato oscuro, al di là dello specchio, ha un volto ben chiaro.
Questo film è la sintesi felice dell’episodio V che non a torto molti ritengono il migliore di tutto il ciclo, e di “Rogue One”, di cui parecchi pensano altrettanto. Come ha detto qualcuno, c’è davvero una nuova speranza.

Passando per la scienza

Su consiglio di un amico, mi sono letto “There is a God“, “C’è un Dio”, un libro di una decina di anni fa che ha come sottotitolo “Come l’ateo più famoso del mondo ha cambiato idea”.

L’ex-ateo in questione è Antony Flew. Sebbene sia opinabile se fosse o meno il più famoso, non c’è dubbio che fosse il lizza per il titolo, per carisma e importanza nella filosofia. Flew, chiaramente un’ottima penna, dimostrando una invidiabile onestà intellettuale racconta come è giunto a rovesciare le sue convinzioni di una vita sull’esistenza di un essere supremo creatore. Lo fa attraverso una breve autobiografia. Da questa apprendiamo che la sua è stata una conversione per così dire intellettuale.

In altre parole l’autore ha riconosciuto che ragionevolemente e logicamente le spiegazioni che gli atei davano per alcune delle questioni fondamentali della scienza e della filosofia non stavano in piedi.
Non quindi una rivelazione, una caduta sulla strada di Damasco, ma piuttosto una presa di coscienza intellettuale e filosofica. La divinità del filosofo è una Mente; non è il Dio cristiano né alcun altro dio, ma la risposta più convincente. Al contrario di altri personaggi Flew sostiene che è proprio stato l’avanzare della scienza a rendere evidente che certe soluzioni positiviste all’enigma dell’esistenza erano errate o quantomeno insufficienti.

Ad esempio, se fino a un centinaio di anni fa era possibile ipotizzare un universo eterno e stazionario, oggi non è più così. Abbiamo un big-bang, un punto d’inizio, stranamente simile alla creazione delle teologie. Niente si origina dal nulla, e qui si ripropone l’argomento della causa prima, l’origine ultima di tutti gli effetti.
Il fatto che poi questo universo abbia leggi  esattamente calibrate per sostenere la vita e noi è inspiegabile, a meno di ipotizzare una serie infinita di universi. Il che filosoficamente non sposta il problema: chi ha scritto queste leggi?

Il libro passa poi ad esaminare l’origine della vita, sia da un punto di vista filosofico che scientifico. Racconta un episodio simpatico: ricordate la pretesa che un branco di scimmie con delle tastiere possono, dato il tempo, scrivere tutte le opere di Shakespeare? Bene, qualcuno ci ha provato: ha chiuso per un mese sei scimmie e una tastiera in una gabbia. Alla fine non solo non è venuta fuori nessuna opera del poeta inglese, ma neanche una singola parola di senso compiuto. comprese quelle di una sola lettera. In effetti, la probabilità di comporre battendo lettere a caso anche solo un sonetto di Shakespeare, 488 lettere, eccede di gran lunga il numero totale di particelle dell’universo. In altre parole, abbiamo più probabilità che prendendo un cucchiaio di materia in qualsivoglia punto del cosmo troviamo un singolo atomo precedentemetne designato piuttosto che scrivere quella poesia pestando tasti a casaccio per milioni di anni.

I viventi più semplici, entità in grado di riprodursi e passare la propria impronta genetica ad un discendente, sono molto più complessi ed improbabili di un sonetto. E’ per questo che la spiegazione più semplice è una Mente creatrice.
“I leader della scienza dell’ultimo centinaio di anni, insieme con alcuni dei più influenti scienziati odierni, hanno costruito un’avvincente visione di un universo razionale che sorge da una Mente divina. Come accade, questa è la particolare visione del mondo che trovo essere la più solida spiegazione fiilosofica di una moltitudine di fenomeni incontrati da scienziati e non.”

L’autore intreccia scienza e filosofia in maniera affascinante e divertente. Si possono discutere le sue affermazioni, ma non si può negargli il fatto di essere persuasivo.
Il libro termina con l’ammissione che l’autore è ancora lontano dal credere in cose come un’esistenza dopo la morte; ma che rimane aperto all’onnipotenza, e

“Come ho detto più  di una volta, nessuna religione possiede qualcosa come la combinazione di una figura carismatica come Gesù e un intellettuale di prima classe come S.Paolo. Se desideri che l’onnipotenza metta in piedi una religione, mi sembra sia questa il concorrente da battere!”

Flew è morto nel 2007. Ormai avrà toccato con mano quanto i suoi ragionamenti filosofici fossero azzeccati, e cosa sia davvero l’onnipotenza.

Amore programmato

Prendo spunto ancora dal film “Blade Runner 2049” (seguono lievi spoiler, non vi rovinate a leggerli).

Come accennavo, questo sequel in qualche modo depotenzia le profonde domande religiose e filosofiche del suo predecessore. Il punto che sembra esplorare di più è quello dell’amore, del suo rapporto con la predestinazione e con il libero arbitrio.

Una delle protagoniste, Joi, è un programma, un’intelligenza artificiale che è una specie di tamagotchi in apparenza umana. Rappresenta la compagna perfetta: bella, disponibile, si materializza olograficamente con i vestiti adeguati all’umore del suo possessore, o senza di essi. Innamorata.
Ecco, innamorata. Amore, o simulazione di amore? E’ una intelligenza dotata di libero arbitrio, o è solo codice che si esprime in parole e atti adatti alla situazione?
Se la persona fosse reale il modo in cui agisce li definiremmo atti d’amore. Ma, dato che è un programma venduto in milioni di copie, cosa possiamo dire degli stessi atti e parole? Aggiungo io: in ogni caso pronunciati da un’attrice secondo un copione, quindi finzione.

Joi, ammesso che sia considerabile come un’entità, è predestinata ad innamorarsi del suo padrone, non può fare diversamente. O no?

Nel film è suggerito che forse anche Rachel – Sean Young, la protagonista del primo film, fosse stata programmata per innamorarsi di Deckard – Harrison Ford (e viceversa?). Se un programma è “incarnato” dentro un corpo, artificiale che sia, è differente da quando ha come interfaccia un ologramma? E noi umani, in che modo siamo differenti? Siamo forse anche noi predestinati ad amare? Che relazione c’è tra una predisposizione e il destino?

Il libero arbitrio comporta questo: che si può rifiutare ciò a cui siamo predestinati. In altre parole: ci si può rifiutare di amare. O si può amare qualcosa d’altro, qualcun altro. Errore, o possibilità?

Sorge una domanda: la felicità può risiedere nel rifiutare quell’amore che coincide con il nostro destino?
La sola risposta possibile è che dipende da chi ha predisposto, per così dire, quell’amore. Se si tratti di un essere onnisciente che ama le sue creature o di un imperfetto programmatore umano, che le considera un prodotto.
Possiamo scegliere di non essere ciò che dobbiamo essere. Ma ogni cosa ha una conseguenza: accadrà ciò che non avrebbe dovuto essere.

Capolavori e no

Ci sono certi film che nascono come un miracolo. Attori e regista in stato di grazia, un copione ispirato, musiche, fotografia fuori dal comune… un esempio classico è “Casablanca”, che doveva essere un filmetto di propaganda e non si smetterebbe mai di rivederlo.
Un altro esempio è senz’altro “Blade runner”, l’originale. Nato noir, scuritosi ulteriormente nel corso del tempo con i vari director’s cut, non è qualcosa che lasci indifferenti. La pellicola ha trama e interpreti e ritmo così perfetti che era mia intenzione non vederne il seguito, “Blade Runner 2049”, ora nelle sale. Non amo dare spettacolo di me stesso, e sapevo che se mi avessero rovinato l’originale con qualche boiata mi sarei messo a gridare nel mezzo della sala. Come si fa ad aggiungere qualcosa alla perfezione?

Per una serie di circostanze, invece, ci sono andato (l’alternativa era guardare pellicole inguardabili).
Cominciamo con le cose positive: non mi sono messo ad urlare.
Sebbene il film si basi su una trovata abbastanza scontata, un messianismo che ricorda tanto “Matrix”, “Terminator” o “il pianeta delle scimmie”, non lo fa pesare più di tanto. Anzi, lodi a chi ha redatto lo script per essersi riuscito a barcamenare su tutte le interpretazioni del suo prequel, compresa la versione originale con la voce narrante. Con interessanti e inattesi soprassalti di originalità.
La fotografia e la scenografia sono splendidi, gli interpreti sono tutti molto bravi. Rimane la regia.
Il Blade Runner originale era quasi impressionista: bastava una sequenza di pochi secondi per fare immaginare un mondo. Il regista Villeneuve qui sembra rotolarsi nelle atmosfere, insistere su dialoghi quasi leziosi – in un noir non è un bel segno – in definitiva si sbrodola un po’ addosso. Se invece delle due ore e mezza attuali fosse durato le canoniche due probabilmente ci avremmo guadagnato tutti.
E poi c’è l’aspetto religioso.

Il senso religioso è ciò che tocca le domande intime dell’uomo. Chi siamo, dove andiamo, perché esistiamo. Cosa ci rende uomini. Il primo film ne era intriso, è proprio quello che lo innalzava a livello di capolavoro. “Ho visto cose che voi umani…” Non si comprende bene neanche nell’originale, a meno che uno non abbia letto il libro da cui è in parte tratto, ma ciò che distingue il replicante prodotto in serie dall’umano è l’empatia rispetto agli altri esseri, la compassione. Le domande che i cacciatori di androidi pongono ai possibili replicanti per identificarli sono tese a questo: se non possiedi emozioni reali davanti alla sofferenza dei viventi vuol dire che non hai un’anima. Sei un essere artificiale, automa crudele perché non comprendi cosa sia soffrire. La conclusione del film del 1982 suggerisce che apprenderlo è un salto che si può compiere. Se cerchi, se invochi un Padre non terreno, quello ti risponderà.

Quel profondo aspetto simbolico nel sequel viene a mancare quasi del tutto. Questa ricerca dell’anima passa in secondo piano, in brevi accenni fugaci. Si scende di un livello verso terra. Ed è questo, temo, che alla fine rende il pur bel film meno interessante, godibile e sì, ricordabile del suo predecessore. Gli androidi sognano le pecore elettriche, ovvero esseri che facciano loro compagnia? La risposta è evidentemente affermativa, cercano anche più di quelle pecore di cui resta solo un origami. In una certa maniera, avremmo preferito diversamente.

La fine del Ratto

Va che roba. Pazzesco.
L’ultimo numero di Ratman. Nel senso dell’ultimo. Non nel senso che tra due mesi torni in edicola e c’è un altro ultimo numero. Ma nel senso di ultimo-ultimo, che tipo vai in edicola e trovi l’edicolante che piange.
E così poi piangi anche tu.
Ma per adesso mi faccio forza, perché questo ultimo numero del fumetto è tutto quello che ci si può aspettare. E da queste parti la barra ce l’abbiamo altina, neh.
Ci si può aspettare non nel senso che sia tutto scontato, senza colpi di scena, quelli ci sono eccome; intendevo che se era tanto diverso andavo sotto casa Ortolani, l’autore, e gli spaccavo le finestre a sassate. Si fa per dire, Leo, eh.

E succede che mentre leggi l’ultimo numero, ultimo-ultimo, all’improvviso capisci la diversità dalle altre storie di supereroi. Gli altri supereroi sono eroi fisici. Superforza, supermente, rompono tutto, cattivi compresi, e trionfano. Ma Ratman è metodicamente pestato da chiunque, vecchiette e bambini inclusi, e come potenza mentale si colloca circa tra “escremento” e “forchetta”. Il lato fisico è inapplicabile, salvo in gag più o meno scurrili. Deve essere differente. Quindi o la butta tutto sul comico, o sale di livello. E’ salito di livello. Tutte le ultime storie, ciclo finale compreso, sono storie metafisiche.

Che detto così sembra una parolaccia, o una sostanza di quelle che se ti beccano ti danno sei mesi con la condizionale. Invece vuole dire che le sue avventure non si accontentano di raccontare la realtà, cercano di comprenderla. Capire su cosa si fondi; cosa sia un supereroe, o un eroe, il bene, il male, la verità. Cose che i filosofi ormai hanno stabilito essere domande inutili, per bambini.

Come i fumetti.

Così ci vuole Ratman per farci ridire di che cosa è fatta l’Ombra, che è anche un altro nome per il male.
Che appare inarrestabile, impossibile da sconfiggere, perché troppo potente e fisicamente sovrasta gli ultimi difensori votati al massacro. Senza scampo.
E qui mi fermo, perché non voglio spoilerare, che poi venite sotto casa mia e mi rompete le finestre a sassate.

Oh, se ci mancherà, Ratman. Il più imbarazzante dei supereroi. Che, come fanno i buffoni migliori, ci ha aiutati a capire meglio il mondo. A capire cosa occorre per farne un posto migliore.
Fletto i muscoli e sono nel vuoto.

Uno sguardo sull’oblio

Mentre ero a Barcellona, riflettevo che la fortuna della città sono stati i suoi architetti e urbanisti.
Gli architetti che hanno progettato le sue magnifiche chiese e i palazzi gotici e liberty, quelli che hanno ridisegnato la città con le sue ramblas, sicuramente Gaudì, genio assoluto, e aggiungerei anche coloro che hanno pensato l’ultimo restyling olimpico.
Barcellona è una città molto bella perché ha una forma molto bella. Originale, vivibile, che appaga l’occhio.

Quest’occhio che stamattina è incappato in un tweet che rilanciava il testo seguente:

Ora, si può non essere d’accordo con le convinzioni del suo estensore o con la polemica politica, ma quando l’ho letto mi ha fatto sobbalzare: è vero, mi sono detto. Ha ragione.
Se faccio mente locale, se ci penso, cosa è stato realizzato in Italia che valga la pena di una visita, nell’ultimo mezzo secolo o giù di lì? Vi giuro, è mezz’ora che ci rifletto, ma non mi viene in mente niente.
Qualche autostrada. Uno stadio o due, se piacciono queste cose. Fine. Il resto è mantenimento dell’esistente, o palazzi così orrendi che ne faresti a meno.

Non è un caso. Sono profondamente convinto che il bello sia legato a filo doppio con il cielo. Non si produce bellezza, non si costruiscono opere grandi – concetto differente da grandi opere – se non c’è un desiderio di infinito. Se questo desiderio è spento, se non si guarda il cielo allora si vivacchia. Si costruicchia.
Più si vivacchia meno si vive, e meno diventa vivibile l’ambiente in cui ci si trova. L’incuria e il degrado non sono conseguenze di mancanza di fondi, ma di una mancanza di volontà. E di una precisa scelta ideologica. Che valorizza le masse e disprezza la persona, che innalza l’individuo e gli rende irrespirabile l’aria intorno perché lo priva di una connessione con il tutto. L’individuo solitario ed egoista, colmo di diritti e privo di doveri, buono per definizione anche quando fa il male, questo tipo di uomo non realizzerà mai cattedrali.

Solo se si desidera di più si realizzerà il bello. Solo se desideriamo l’infinito saremo in grado di creare un capolavoro.
Solo se creeremo capolavori non saremo solo custodi part-time di un museo che cade progressivamente a pezzi, turisti ignoranti della grandezza dei nostri avi che noi non siamo più in grado né di imitare né di capire.
Non saremo gente vissuta senza un motivo, di cui nessuno sentirà la mancanza, perché nessuno ricorderà.

La marcia degli idioti

Adesso sembra quasi impossibile, ma quando ero parecchio più giovane non era così facile per me procurarmi fantascienza da leggere.
Allora non c’era internet. C’era Urania, che pubblicava un romanzo ogni due settimane che io compravo usati, e occasionalmente libri più costosi che erano al di fuori della mia portata economica. La biblioteca l’avevo saccheggiata da tempo.
E poi, occasionalmente, altre fonti. La Stampa, il giornale di Torino, pubblicava racconti di fantascienza a puntate. Io li ritagliavo e li mettevo dentro una cartellina. Chissà che fine hanno fatto quei frammenti ormai ingialliti.
Uno dei racconti che furono pubblicati in questa maniera era “Gli idioti in marcia”, “The Marching Morons”, di Cyril M. Kornbluth. E’ un pezzo abbastanza famoso, vecchio ormai di settantacinque anni. Si immagina un futuro dove le persone intelligenti hanno fatto pochi figli e quindi, visto che invece gli idioti hanno continuato a figliare come conigli, il mondo è popolato quasi esclusivamente da fessi completi ai quali i pochi furbi rimasti, l’elite, badano. Tramite la pubblicità, riescono a convincerli a fare qualsiasi cosa… Non vi dico altro, se volete leggerlo ormai si trova facilmente in rete. Io rivedo distintamente nella mia memoria le sue righe, incolonnate su quel giornale di moltissimi anni fa.

All’epoca quel racconto suscitò molte polemiche, anche all’interno dell’ambiente fantascientifico americano. Io, ragazzino, imbevuto di tutta la cultura intellettualoide dell’epoca, naturalmente riconobbi che l’autore segnalava un problema reale. Tutti quei cretini che un giorno avrebbero sovrappopolato il mondo.
Fu solamente parecchio tempo dopo, quando cominciai a capire che non tutto quello che leggevo era così attendibile, o vero, che cominciai a mettere in dubbio quel tipo di visione.
Adesso che sono adulto, ho ormai imparato a guardare ai fatti più che alle teorie. Uno dei fatti con cui fare i conti è che le famiglie numerose che conosco sono praticamente tutte composte di persone intelligenti, responsabili, molto molto lontane da quegli idioti creduloni descritti nel racconto.

Alla stessa maniera spesso coloro che non hanno voluto figli, o molti figli, sono degli egoisti, irresponsabili, che si bevono ciò che viene propinato loro. Oh, non certo tutti. Ci sono molti fattori che concorrono. Ma la corrispondenza causale sembra in qualche modo essere rovesciata rispetto a quanto quel racconto supponeva.
Perché sono decenni e decenni che la pubblicità e i giornali e la televisione ci martellano che occorre fare meno figli, che le leggi e le tasse e i potenti obbligano a fare meno figli, che gli intellettualoidi dicono che per la salvezza del mondo e per i propri comodi, se si è intelligenti, bisogna fare meno figli.
Ovviamente, gli idioti ci hanno creduto.

Essere se stessi

Liberty is the power of a thing to be itself

G.K Chesterton

Quando fa troppo caldo, oppure il cielo promette ed esegue sfracelli, e magari la connessione dati è ballerina come neanche Ginger Rogers, cosa resta al vacanziero conficcato in un locale  duepertre? Leggere.

Non è che la cosa mi dispiaccia, chiaro. Ai vecchi tempi fagocitavo un libro al giorno. E ci sono letteralmente migliaia di volumi in lista di attesa, neanche avessi dieci vite li potrei finire tutti. Così provo a ridurre la pila di qualche centimetro; centellino un paio di libri della Bujold, assorbo il ciclo di Miss Peregrine (un po’ una delusione), un buon romanzo storico di De Wohl, e poi… Chesterton.

Ecco, Chesterton è sempre una sorpresa. Uno pensa sempre a Padre Brown, o ai suoi saggi più noti. Ma quell’uomo era semplicemente geniale. Oltre al celebre prete la sua penna ha creato una galleria di altri incredibili investigatori. Quello del volume “Il poeta e i lunatici”, Gabriel Gale, è uno dei meglio riusciti. Non tanto perché i suoi casi siano così geniali, ma perché essi non sono in fondo che il pretesto per far capire cosa sia la realtà.
Se ci pensate, è la stessa differenza che c’è tra una torta di pasticceria  è una torta di compleanno. Potranno essere buone uguale, ma una è solo qualcosa da mangiare, l’altra significa qualcosa.

Così, abbiamo un investigatore che non è tale, ma un artista e un poeta che risolve i problemi quasi per caso; solo perché, a differenza degli altri, guarda e vede. Un uccello giallo è ciò che gli fa capire che una persona è pericolosamente pazza, una tazza che un’altra non lo è. Il matto non è lui che si mette a testa in giù per vedere realmente il mondo, sono tutti gli altri che non lo fanno. Il suo Gabriel Gale è un uomo completamente libero perché, secondo la magnifica ed irreprensibile definizione data in queste pagine, libertà è essere ciò che uno è.
Così i “cattivi” dei suoi racconti non sono i lunatici, coloro che vedono altro oltre la realtà, ma quelli che nella realtà non riescono a vedere altro. Senza questo “oltre” che tutto sottintende è possibile ogni male nei confronti del prossimo, perché non lo si riconosce come prossimo, e non si riconosce  che è male. Che è la vera pazzia.

Il pazzo non è l’uomo che ha perso la ragione. Il pazzo è l’uomo che ha perso tutto tranne la ragione”, scrive l’autore in “Ortodossia”. In questi racconti è bene esemplificato cosa intendesse dire.

Oh, come vorrei la pazzia di quel poeta.

Teologia di luce

Tutti gli architetti, i progettisti, i geometri,  i priori, vescovi, monsignori ed arcipreti che pensano che la chiesa ideale sia un garage il più possibile squallido e vuoto dovrebbero essere obbligati a fare un giro a Barcellona, e ad entrare nella Sagrada Familia in una mattina di sole.

Lì, magari in ginocchio, dovrebbero guardarsi intorno. Vedere i colori, la luce, le forme. Le facce di quelli che varcano la soglia. Potrebbero allora apprendere che l’uomo segue i segni. Segue ciò che va oltre il quotidiano, si stacca dal bestiale buio interiore. Solo qualcosa che sia più grande del proprio sé può davvero muovere un essere umano.

I segni sono la maniera in cui quello che c’è di più grande si manifesta. Un ordine che prima non c’era, una bellezza che prima non c’era, una speranza che prima non c’era. Questa è la fede: da quei segni dedurre che non è tutto finitezza, che c’è altro, oltre. E dentro.

Questo ordine si riflette nei fiori di campo, nei gusci delle chiocciole, nella loro matematica semplice ed infinitamente complessa; si cristallizza nelle guglie della basilica. Ogni particolare è teologia di pietra e luce, è amore per questo mondo e chi l’ha fatto, che dimostra con efficacia come la trascuratezza e la bruttezza di tante cosiddette chiese nostrane non siano altro che, appunto, trascuratezza e bruttezza.

Una persona che fosse trascurata e trasandata, di cosa sarebbe segno? Di mancanza di amore.

E’ per questo che quei personaggi che citavo all’inizio dovrebbero andare là. Per provare ad innamorarsi ancora.