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Le sporche strade del Paradiso

Ho appena finito di leggere “The Dirty Streets of Heaven” (“Le sporche strade del Paradiso”), di Tad Williams, uno dei miei autori favoriti.
Il tema, come si può intuire dal titolo, mi è affine. Narra le vicende di Bobby Dollar, un angelo incarnato in un corpo umano, che fa da avvocato difensore delle anime dei defunti. All’atto della morte lui e un demone sostengono difesa e accusa in un processo che si svolge in una bolla atemporale accanto al corpo del trapassato. Sentiti i rispettivi angeli e demoni custodi un giudice angelico decreta la destinazione finale: lassù, laggiù, o Purgatorio.
Angeli e diavoli, abitanti corpi mortali in una città che è una variante di Los Angeles, danno vita a un confronto metà detective story hard-boiled e metà gioco di spie stile Tom Clancy. Tra avvenenti diavolesse, giganteschi demoni sumeri e spiriti vagabondi la vicenda si svolge a ritmo serrato e coinvolgente. Ma…

…come dire, un po’ deludente.
Non certo per l’azione, l’intreccio o la scrittura, quanto per la superficialità con cui è trattato il tema religioso. Dio è il Grande Assente; nessuno lo ha mai visto, almeno tra le gerarchie angeliche minori. Le anime in Paradiso vivono la loro eternità felice del tutto dimentiche della loro vita terrena. Certamente l’ispirazione, più che la Bibbia, è Constantine o Supernatural, con un tocco di Codice da Vinci. E se il male è il male, il sospetto che si fa baluginare è che anche il bene non sia quel gran che. Spingendo a considerare che sarebbe opportuno cercare una “Terza via”…

Se le cose stessero davvero così, in effetti, che soffocamento moralistico. Il giudizio dei morti rappresentato nel libro è del tutto simile a quello che potrebbe essere un tribunale terrestre. Di quel farisaismo asfissiante american style che guarda solo alle azioni; il genere di moralismo che avrebbe lapidato l’adultera, per intenderci. No, non riesco a credere in un aldilà del genere, e questo mi rovina il gusto della trama.
Spero proprio che il Paradiso sia un po’ meglio di così. Giustizia sì, ma anche misericordia. Se no, che Paradiso sarebbe?

Scritti politti: Entità astrali

Incisione su targa metallica imbullonata ad un prisma metallico sulle pendici del monte Musiné.
“Qui è l’Una Antenna dei Sette Punti Elettrodinamici, che dal proprio nucleo incandescente vivo la Terra tutta respira emette vita. Qui operano le Astrali Entità che furono: Hatshepsut, Echnaton, Gesù il Cristo, Abramo, Confucio, Maometto, Buddha, Gandhi, Martin Luther King, Francesco d’Assisi, e anche Tu, se vuoi, alla fratellanza costruttiva tra tutti i Popoli. Pensaci intensamente, 3 minuti: Pensiero è Costruzione”

Il monte Musiné, la montagna più vicina a Torino, è da diversi anni al centro di strani racconti. Si narra di UFO, di misteriosi fenomeni, di un passato mistico. Ricordo che da ragazzino lessi, prendendoli dalla biblioteca, diversi libri in proposito, tipo “Musiné magico”. Era il periodo in cui mi divoravo i libri di Kolosimo, ma certe affermazioni erano anche per me un po’ difficili da digerire. Domenica, passeggiando per la pista tagliafuoco che corre attraverso le pendici della montagna, mi sono imbattuto nel prisma di cui sopra. Piazzato a margine di un prato infestato dai gitanti molti anni fa, sembra, da anonimi cultisti di esoterismo.

A me ha fatto molto ridere. Mi sono immaginato Maometto, Confucio e Francesco d’Assisi alle prese con i tuonati che hanno messo su quella targa. Gli esoteristi a cercare di spiegare i punti elettrodinamici e la terra viva che respira e gli altri a domandarsi dove avessero sbagliato a esporre la loro visione del mondo. Maometto probabilmente l’avrebbe tagliata corta, la loro testa.
Solo dei completi deficienti, o degli imbroglioni, potrebbero pretendere di associare tutti quei nomi insieme trascurando in modo completo quello che hanno detto e fatto, il motivo per cui si sono mossi. Illudendosi di unificarli in un’illusione con cui non hanno avuto niente a che fare. Mi domando se davvero sapessero chi sono stati, nome a parte.
D’altro canto, uno che crede ai sette punti elettrodinamici, qualsiasi cosa essi siano, deve necessariamente non essere del tutto a posto.

Ma è proprio degli uomini cercare di spiegarsi il mondo, il senso della vita, il destino ultimo. Magari sbagliando clamorosamente; ma almeno tentando. E più si è grandi più ci si rende conto che si è inadeguati; pensiero che non deve avere sfiorato chi ha scritto quella targa. O chi la legge e ci crede, illudendosi di entrare così in quell’illustre compagnia.
Tra tutti quelli elencati, uno solo non ha detto “Quello è il senso, quello è il destino, quello è Dio”, ma “Io sono il senso, io sono il destino, io sono Dio”.
O il più inadeguato, oppure così grande da avere ragione. Ma se ha ragione, a che servono le antenne per la Terra? Occorre seguirlo. Pensateci intensamente.

L’inutilità di Dio

Forse dovrei fare una nuova rubrica sugli articoli scientifici farlocchi. Ne ho commentati parecchi in passato; che ne dite, un altro?

Quello di oggi è un piccolo classico, ma in qualche modo riesce a stupire. Il suo titolo: “Un giorno la scienza escluderà la possibilità di Dio?

Eh, qui è roba seria. Si tratta non solo di negare che un Dio abbia a che fare con l’Universo, ma anche che possa esistere.
Se guardiamo lo svolgimento del temino, è un po’ deludente. Un tale in California sostiene che, presto, prestissimo! La scienza saprà tutto quello che c’è da sapere. E’ una previsione che condividono in molti: in effetti, da trecento anni a questa parte è stata fatta molto spesso. Quando ciò avverrà, che bisogno avremo di credere ancora in un Dio?

Dapprima l’articolo si dilunga ad elencare tutte le ipotesi che vogliono spiegarci perché il Big Bang non ha bisogno di Qualcuno che lo abbia fatto partire, e del perché anche se il nostro Universo sembra fatto apposta per noi questo non voglia dire niente. Chissà, forse un giorno tutte queste ipotesi potranno essere confermate: nel mentre hanno lo stesso valore della tesi che il cosmo sia stato fabbricato da ragni giganti. Se non lo puoi dimostrare, è pourparler, non è scienza.

Ma dove il nostro tocca vertici veramente lirici è nell’ultima parte. Alla domanda “Allora, quale sarebbe il senso dell’Universo?” la risposta è che non ci può essere una risposta! Una teoria – anzi, una spiegazione – completa del Cosmo non ha bisogno di qualcosa di esterno che l’avviluppi, di essere spiegata a sua volta. Sarebbe solo una complicazione. Ma, non preoccupatevi, tremebondi credenti, perché la religione ha una sua utilità: motiva il popolino ignorante (ehm, voleva dire “la gente”) a seguire le regole e a non aver paura della morte e del nulla.

Non so neanche da dove cominciare.
Intanto, davvero spiegare perfettamente come funziona una cosa risolve tutto?
Troviamo un mazzo di fiori sulla tavola. Sappiamo chi ce l’ha messo, dove li ha presi, i nomi dei fiori, ogni cosa. Davvero la domanda “perché” quei fiori siano lì non può esserci, è superflua, inutile?

Il secondo errore fondamentale è credere che la scienza possa descrivere completamente l’Universo. Rifaccio un esempio che ho già scritto in passato: una foto in bianco e nero di una banana ti mostra chiaramente una banana. Ma ti dice quale sia il suo profumo? Il suo colore? Il suo sapore? La scienza ci potrà spiegare come funziona l’Universo tramite la fisica e la matematica, ma non può parlarci delle cose che non sono fisica e matematica. E’ un altro linguaggio. Non rientra nelle sue possibilità, come non rientra nella fotografia il sapore del soggetto. Anche se la fisica descrive la realtà, quello che descriverà sarà solo la realtà fisica.

Il fatto poi che la scienza possa negare anche la possibilità che un Dio esista è semplicemente idiota. Perché le regole non possono giustificarsi da loro. Le leggi non possono scriversi da sole. I postulati, per definizione, sono tali perché non sono dimostrati, ci sono. Oh, può essere che siano così e basta. Ma escludere che Qualcuno li abbia voluti così, come fai ad esserne certo? Dovrebbe esserci una confessione scritta, “Non li ho fatti io…”
E’ così e basta è dogma. Chi te lo ha rivelato?

Ma l’errore più grave, specie per uno che millanta di essere uno scienziato, è pensare che il tutto possa essere descritto perfettamente. E’ la scienza stessa che dice che non può essere così. Mai sentito parlare dei teoremi di completezza di Gödel? No? Ahi ahi, è qualche annetto che sono in circolazione. E dicono che, per quanto ci si sforzi, ci sarà sempre qualcosa che non si riuscirà a fare rientrare nella propria bella teoria, per quanto ben costruita.

In definitiva, quel professore californiano mi pare essere solo un illuminista in ritardo di trecento anni. Che affastella teorie indimostrate per dimostrare che lui è superiore al popolino che ancora crede in un Dio. Poveretto.

Paragonate quelle sue idee con questo:

Gli uomini, giovani e non più giovani, hanno bisogno ultimamente di una cosa: la certezza della positività del loro tempo, della loro vita, la certezza del loro destino.

«Cristo è risorto» è affermazione della positività del reale; è affermazione amorosa della realtà. Senza la Risurrezione di Cristo c’è una sola alternativa: il niente.

Cristo si rende presente, in quanto Risorto, in ogni tempo, attraverso tutta la storia. Lo Spirito di Gesù, cioè del Verbo fatto carne, si rende sperimentabile, per l’uomo di ogni giorno, nella Sua forza redentrice di tutta l’esistenza del singolo e della storia umana, nel cambiamento radicale che produce in chi si imbatte in Lui e, come Giovanni e Andrea, Lo segue.

La nostra scelta è se la vita abbia senso qui e ora. Perché, se non c’è risposta alla domanda di senso, che senso avrebbe vivere, amare, volere capire l’Universo?

Un altro epilogo

Quest’oggi vi volevo fare partecipi di qualcosa in cui sono incappato per caso; ovvero, una versione alternativa dell’epilogo del “Signore degli Anelli”, che lo stesso Tolkien scrisse ma non pubblicò mai, preferendo il testo che ora conosciamo.

Qui il testo. E’ in inglese. Qui una bella versione a fumetti.

Leggendolo, devo dire che mi ha commosso. Ci sono alcuni punti, e specialmente il finale, che sono davvero bellissimi.
Nel breve capitolo si immagina che siano passati diciassette anni dalla caduta di Sauron. E’ la sera del compleanno della figlia maggiore di Samwise Gamgee, Elanor. Sam sta rivedendo alcune note al Libro Rosso – la storia del Signore degli Anelli originariamente scritta da Frodo – quando viene raggiunto dalla giovane Elanor. Tra le domande della curiosa ragazzina e le sue risposte si chiarisce cosa sia accaduto ai suoi antichi compagni.

Discorrono insieme di come gli elfi stiano lasciando la Terra di Mezzo. Elanor vorrebbe vedere i posti descritti dal libro “prima che diventino solo luoghi”. Prima che la luce svanisca. La ragazza trova ciò che sta accadendo triste, per gli elfi come per suo padre che li ha visti partire attraversando il Mare verso le terre eterne. Partiti sulle navi come Frodo, che la piccola hobbit chiama, rivolta al padre, “il tuo tesoro”.
Al che Sam replica che sì, è stato triste, ma non lo è ora; perché Frodo è andato dove la luce degli elfi non sparisce, e ha meritato il suo premio. Poi le confida un segreto: che Frodo gli ha detto che forse sarebbe giunto anche il suo momento di andare, così che il suo non è stato un vero addio.

I due parlano ancora un po’ dell’imminente arrivo del Re Aragorn, che li ospiterà per qualche tempo nel suo nuovo palazzo sul lago Evendim; e quindi Sam manda a letto la vivace ragazzina, “e gli sembrò che il fuoco bruciasse più basso al suo andare via”.

Siamo alle ultime righe. Lo hobbit ha ancora una breve conversazione con sua moglie, con cui ricorda i fatti di diciassette anni prima. Lei racconta che ebbe una premonizione, nell’istante della caduta di Sauron.

“Io non avevo affatto speranza, Sam”, lei disse, “Non fino a quello stesso giorno; e quindi improvvisamente l’ebbi. Era circa mezzogiorno, e mi sentii così felice che cominciai a cantare. E mamma disse ‘Zitta, ragazza! Ci sono ruffiani in giro!’ E io dissi ‘Lasciali venire! Il loro tempo finirà presto. Sam sta tornando’. E tu tornasti”.
“Lo feci”, disse Sam. “Al più amato posto di tutto il mondo. Alla mia Rose e al mio giardino.”
Entrarono, e Sam chiuse la porta. Ma mentre lo faceva udì improvvisamente, profondo e mai fermo, il sospiro e mormorio del Mare sulle sponde della Terra di Mezzo.

Orrore cosmico

Non so se avete mai sentito parlare di H.P.Lovecraft. Forse i nomi di Cthulhu, Yog-Sothoth, del Necronomicon vi dicono qualcosa?
Lovecraft era uno scrittore americano, vissuto nei primi decenni del secolo scorso, e scriveva storie che si potrebbero definire dell’orrore.
Ma niente, o quasi, pazzi assassini e squartamenti; pochissimo sangue nelle sue opere. I suoi mostri sono esseri così al di fuori dalla realtà umana da essere incomprensibili. Divinità inenarrabilmente potenti, antiche di eoni, che hanno della nostra specie la stessa comprensione ed empatia che potremmo avere noi per dei moschini. I suoi scritti sono pervasi da un senso di allarme, disagio, la sensazione crescente che sotto il sottile velo della realtà si nasconda qualcosa di così orribile che, dovessimo alzarlo, la follia sarebbe l’unica fuga .

Non ero mai riuscito a comprendere da dove nascesse davvero questo orrore; un articolo che mi hanno suggerito me lo ha fatto capire. Lovecraft ipotizza che quella che noi chiamiamo realtà non abbia nessun senso. Che ogni nostra attività, ogni nostro progetto, siano inutili e vani. Che non solo non esistano certezze, ma che lo stesso concetto di certo sia vano. Le entità che popolano i suoi scritti, i Grandi Antichi come Cthulhu e gli ineffabili Dei Esterni, sono assolutamente altro, e il cosmo stesso è maligno o, nel migliore dei casi, del tutto indifferente. La più grande divinità creatrice, Azathoth, il Signore del Cosmo, è cieco e idiota e danza sul suo trono al centro dell’universo al suono di flauti blasfemi suonati dai suoi cortigiani.

L’opera di Lovecraft è espressione di un universo anti-razionale, in cui la razionalità greca e cristiana è solo un’apparenza illusoria, ormai abbandonata. La sua cosmogonia, paradossalmente, è coerente proprio per questo rifiuto estremo a cui neanche l’ateismo arriva. Il relativismo è contraddittorio proprio perché nega un significato autentico mentre pretende di affermarlo. La parabola di distacco dalla ragione ultima delle cose, dal divino, iniziata con umanesimo e proseguita con l’illuminismo, finisce in qualcosa ancora più raccapricciante del nichilismo.

L’orrore nasce proprio da questo straniamento: la completa mancanza di significato di ogni nostra opera, la scoperta della vera natura dell’universo, l’irrealtà del reale. La mente si rifiuta di considerare che ogni nostra azione, e noi stessi, siamo niente. Nel profondo di noi c’è l’esigenza di bene, di bello, di vero. Non esiste niente di peggio che negarlo; niente può condurre la nostra mente nel nulla cosmico come un dio disordinato, arbitrario e irrazionale. Vuol dire niente leggi; vuol dire niente logica. Vuol dire che non c’è niente di comunicabile, neanche l’amore; non è possibile alcun rapporto o pensiero coerente. E’ aprire la porta alla pazzia, come i tristi e folli personaggi di Lovecraft.
E’ adorare Cthulhu.


Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn

Scritti Politti: fichi per tutti

La scritta che commento oggi è virtuale.
Sono passati parecchi anni da quando iniziavo le mie giornate leggendo le informazioni del giorno dal sito del Sussidiario. Era un’utile finestra sul mondo; ci scriveva gente interessante, ero certo di trovare sempre degli spunti utili, una visione diversa.
Poi cominciò a cambiare. Ci si trovava sempre più attualità becera, di quella uguale a mille altri siti; sempre più gli articoli erano fonte di perplessità o di stupore, in negativo. Si faticava a trovare qualcosa di valore. Lo spezzettamento dei post per esigenze pubblicitarie, con queste ultime sempre più invadenti, causarono la mia disaffezione. Ormai sono anni che lo frequento pochissimo.

Il sito dei vecchi tempi non avrebbe mai twittato una frase come quella sottostante:


Scritta bianca su tramonto bucolico: “Si dimentica che i frutti appartengono a tutti e che la terra non appartiene a nessuno. (Jean-Jacques Rousseau)”

Sì, in altri tempi si sarebbe citato Rousseau solo per evidenziare il disastro che ha causato nella civiltà occidentale il suo pensiero. La frase che è riportata sintetizza bene la sua filosofia di vita, quella del mantenuto che non si vuole assumere responsabilità, neanche quella dei figli, e cerca di giustificarsi. A noialtre persone comuni invece piace godere dei frutti che coltiviamo sulla nostra terra. Anche perché se la terra non è nostra, per quale motivo dovremmo amarla, o anche solo coltivarla? Se i frutti non li abbiamo con pazienza fatti crescere, protetti, raccolti, cosa ci abilita a prenderne? Chi lavora, chi suda per produrre, chi si prende cura delle cose sa valutare quanto valga la citazione, e quanto sia applicabile nella vita reale. Se per caso poi qualcuno pensasse ancora che in via teorica potrebbe funzionare, un secolo di comunismo applicato, di disastri collettivisti, dovrebbe aver cancellato una volta per tutte quell’illusione. Se uno sa la storia, ovviamente. Se la si vuole vedere.

La frase del filosofo francese ci dovrebbe tornare in mente quando riceviamo lo stipendio, un ladro ci entra in casa o andiamo a comperare verdura. Per poterci ridere sopra, se ci riusciamo.

Scritti Politti: Déjà vu

La scritta di cui ci occupiamo oggi è apparsa sulla parete di una chiesa cilena che dei simpatici manifestanti hanno devastato e dato alle fiamme; la potete vedere qui sotto:

Vernice nera su pietra, “Muerte al Nazareno”, “Morte al Nazareno”.

Cari amici, studiate. E’ già stato fatto. I vostri colleghi l’hanno già ucciso.
E poi è risorto; e la storia che ne è nata ha prodotto bellezza, bontà, pace. Tutte cose che, mi pare, voi non apprezziate.
Tentateci, provateci pure ancora. Lui non si stancherà di cercare di salvarvi.

Gesù come me lo immagino

Qualche settimana fa, la Chiesa d’Islanda – la chiesa protestante nazionale, per intenderci – ha pensato bene di pubblicizzare la sua scuola domenicale con l’immagine che trovate in fondo.
In essa si può vedere un Gesù con barba, vestitino corto e tette danzare gaio davanti ad un arcobaleno.
Come forse potrete immaginare, non tutti l’hanno presa benissimo.

Petur Georg Markan, addetto stampa per la Chiesa d’Islanda, ha affermato che è positivo che Gesù Cristo appaia in forme differenti e che la Chiesa celebri la diversità. Markan ha aggiunto “Stiamo cercando di abbracciare la società come essa è. Noi abbiamo ogni genere di persone e dobbiamo addestrarci a parlare di come Gesù sia di “ogni genere” in questo contesto. Specialmente perché è davvero importante che tutti e ciascuno vedano se stessi in Gesù e che non ci sia troppa stagnazione. Questo è il messaggio essenziale. Così è okay, è okay che Gesù abbia barba e seni.”

Non so se abbiate colto il punto. Stanno cercando di fare assomigliare Gesù alle persone, invece di fare in modo che le persone imitino Gesù. Io raffiguro me stesso come Cristo, posso quasi fare finta di essere lui. Un Cristo immaginario che saltella in un panorama immaginario. In questa maniera è tutto bello comodo: non c’è bisogno di cambiare, non c’è bisogno di redenzione, qualunque cosa si sia e si faccia si sta al caldo.
Talmente al caldo che sembrerà di bruciare.

Il pretesto

Un Dio senza ira portò uomini senza peccato in un regno senza giudizio attraverso l’assistenza di un Cristo senza croce

H. Richard Niebuhr 

Il film dei fratelli Coen “Ave, Cesare!” non è dei loro migliori, ma contiene alcune perle. La pellicola ruota attorno ad un colossal hollywoodiano di stile religioso, tipo “Quo vadis” o “Ben Hur”. George Clooney ne incarna il protagonista, un fatuo attore che impersona un centurione romano. Nella clip in fondo lo potete vedere impegnato in un avvincente monologo sotto la croce di Cristo; appare compreso, sincero, e lo spettatore è portato a credere che le vicende che ha attraversato fino a quel momento lo abbiano finalmente cambiato. Fino alla fulminante conclusione: “…una verità oltre questo mondo, una verità detta non in parole ma in luce, una verità che potremmo vedere se solo avessimo… avessimo…” Il centurione si guarda attorno, smarrito. “Stop!”, urla il regista, seccato. “Fede! Se solo avessimo fede! ” “Fede! Fede! FEDE, maledizione!” “Beh, questa volta l’hai detta quasi tutta”, lo conforta l’attore di spalla.

Ecco, il libro che ho letto quest’estate ,”La Tunica”, di Lloyd C. Douglas, mi ha ricordato inesorabilmente la scena di cui sopra. Il volume è un best-seller di settant’anni fa con a tema le vicende del centurione romano che crocefisse Gesù, entrando in possesso delle sue vesti. Magari avete visto il film, con Richard Burton, il primo al mondo ad essere girato in Cinemascope; ha vinto un paio d’Oscar.

Ero partito con grandi attese: ahimè, il volume si è rivelato essere un polpettone. Stilisticamente pesante e saltellante, l’autore sembra spesso essere indeciso sulla direzione da dare alla trama; la stessa tunica del titolo è trattata in modo ambiguo, oggetto mistico o semplice reliquia senza virtù soprannaturali?

Devo ammettere di essere un poco esigente: quando leggo un libro di fantascienza, se in esso si mortifica la scienza con palesi assurdità per me perde di valore: anche l’incredibile deve essere credibile per piacere.
Lo stesso vale per un romanzo storico. Va bene pigliarsi licenze ai fini della trama, ma se maltratta la storia e la geografia mi fa venire voglia di buttarlo via. “La tunica” farebbe accapponare la pelle a qualsiasi conoscitore delle vicende e dei costumi del periodo, anche solo al livello dei nostri liceali. E’ storicamente attendibile circa quanto il film “Il gladiatore”; e apprendere che per l’autore Roma dà sul mare ed è assediata da carovane di cammelli che camminano sulle pietre tonde delle sue strade contribuisce al senso di estraniamento che prende nella lettura. E no, la geografia della Terra Santa e i suoi abitanti non sono trattati meglio. Altri scrittori hanno saputo scrivere racconti su quelle vicende ben più aderenti alla realtà dei tempi.

Ma quello che davvero mi ha infastidito è stata la maniera in cui è stato trattato Cristo.
Da un ministro del culto, seppure protestante, quale era l’autore, mi sarei aspettato una certa aderenza alle vicende evangeliche. Invece ogni singolo episodio che riguarda la vita di Gesù è alterato rispetto a quei testi, spesso stravolgendoli senza una chiara ragione. Sembra quasi un punto d’onore dello scrittore quello di allontanarsi da essi, e portare avanti la sua tesi, che è quella di un certo liberalismo protestante.

Cristo è morto perché ha sfidato il potere, solo per quello. La croce non è il culmine della sua missione, ma quasi un incidente, molto meno importante delle istanze sociali che il Nazareno solleva. Manca quasi del tutto il senso di trascendenza, il riferimento a qualcosa di più alto: tutto viene ridotto ad un moralismo, alla necessità di una rivoluzione sociale dove gli uomini non si derubino più tra loro e la schiavitù cessi di esistere.
In pratica, la religione è derubricata ad ancella dell’economia e della sociologia. I miracoli descritti lasciano sempre il dubbio di essere illusioni, e non si comprende come i discepoli possano davvero attirare alla conversione. E’ apprezzabile la descrizione della difficoltà di credere a ciò che oggi diamo per acquisito, come la divinità di Cristo; un po’ meno il superamento di tale difficoltà. Tanto per dirne una, per l’autore la resurrezione viene tenuta nascosta dai discepoli…

I cattolici, leggendolo, potranno forse cogliere l’elefante invisibile. Mai una volta, nel volume, si cita l’Eucarestia, o lo Spirito Santo. E certo: per l’autore sono solo simboli scomodi, senza significato reale. Cristo resta solo un devoto ricordo, il peccato un senso di colpa da superare.
Ciò forse potrà andare bene per un peplum hollywoodiano, ma per un credente non è solo una mancanza, è un peccato d’omissione. E’ il portare avanti un discorso intenzionalmente errato. E’ ridurre Gesù ad un pretesto; un bel discorso che potrà anche piacere e far vincere degli Oscar, ma che ha a che fare con Cristo, e con la fede?

Scritti politti: solamente

Per la serie Scritti politti, ecco un nuovo motto, appeso su una baita contornata anche da altre insegne di simile tenore e bandierine arcobaleno, buddiste e pirata.

“Per realizzare ogni buona cosa serve solamente che ciascuno faccia per bene il proprio dovere”,
il nostro amico Guido Sartori

Certamente è molto importante fare il proprio dovere. Secondo Sartori, un medico ayurvedico, sarebbe anzi la insopprimibile condizione per realizzare tutto ciò che c’è di buono.

Erano certamente d’accordo con lui i nazisti che, al processo di Norimberga, si giustificarono per il massacro di tante persone proprio asserendo di non avere compiuto altro che il proprio dovere, ubbidendo agli ordini. Forse la gente dei campi di concentramento non lo sarebbe stata altrettanto, quantomeno per ciò che riguarda la bontà del risultato.

Potrebbe sembrare che il punto stia nel capire quale sia il proprio vero dovere. Perché se il proprio dovere è fare qualcosa di male, allora a starci dietro molto difficilmente si riesce a sortire del buono. Il dovere verso chi: verso lo Stato? La Patria? Il Partito? Verso il Re, il Presidente, il Papa? La ditta? L’ambiente? Verso se stessi? Verso Dio? Parrebbe che ci siano tante definizioni di dovere, tra cui scegliere, spesso contrastanti. Per cui se le cose vanno storte si può sempre dire: “Hey, pistola, hai scelto il dovere sbagliato. In realtà dovevi fare questo e quell’altro”. Tutti saggi, a posteriori.

Ma sapete qual è il punto autentico? Che anche così, non è vero. E’ una stronzata. Perché le cose buone non si ottengono solamente con la forza di volontà, con il nostro sforzo, per quanto ben diretto e titanico sia. Quando anche diamo tutto noi stessi alla causa giusta, il risultato è che ogni cosa si sfalda nelle nostre mani.

La Bibbia ammonisce:
Maledetto l’uomo che confida nell’uomo,
che pone nella carne il suo sostegno
e dal Signore si allontana il suo cuore.
Egli sarà come un tamerisco nella steppa,
quando viene il bene non lo vede;
dimorerà in luoghi aridi nel deserto,
in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere.

Questo vale anche se l’uomo in cui confidiamo siamo noi stessi. Non illudiamoci di esser dei, di saperci dare ciò che è buono. Anche quando questo fosse il nostro dovere. Tutto andrà storto, quante volte l’abbiamo provato?
Possiamo prendere atto che il buono arriva da un altro luogo, è dato, e noi non possiamo pretenderlo ma solo cercarlo. Oppure possiamo sempre accusare qualcuno che non ha fatto il proprio dovere.

Scritti Politti: Ultimo posto

Iniziamo oggi una nuova rubrica, “Scritti Politti”.
A tutti sarà capitato di leggere una targa, un manifesto, una scritta appesa ad un muro o dipinta con lo spray che a tutta prima sembra avere senso, essere magari anche profonda; ma che poi, ragionandoci su, ci rendiamo conto essere completamente imbecille, assurda o deleteria. Questi post si prefiggono di mostrare alcuni esempi di tali orrori. Invito i lettori a farmi avere eventuali esempi che potessero avere incontrato nel loro peregrinare.
Il nome “Scritti Politti” è quella di una famosa band del secolo scorso, che deriva dal titolo di una raccolta di opere di Antonio Gramsci, Scritti Politici, storpiato per farlo suonare come il titolo del brano Tutti Frutti di Little Richard.
Mi sembrava adeguato.

***
Trovato inchiodato ad una roccia in un sentiero di alta montagna, scritto a mano:

“Finché l’uomo non si metterà all’ultimo posto fra le creature sulla Terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza”, Gandhi.

Oh, wow. Profondo, vero. Però, aspetta un attimo…
Cosa significa “mettersi all’ultimo posto”? Che devo considerarmi meno della faina, della mosca e della formica? Che devo dare loro la precedenza, quindi non potrò più costruire case o tracciare sentieri, come quello su cui è inchiodato questo cartello, per non distruggere nidi e formicai, e meno che mai nutrirmi di qualsiasi cosa di vivente? E poi, creature, salvezza… salvezza da che? Gandhi era un attivista politico indù, e quelli sono termini cristiani. Va bene che mischiava alquanto le cose, ma la citazione sembra alquanto sospetta – non sono riuscito a rintracciarne la fonte.
Ma, anche ammesso che sia autentica, formulata in quella maniera è una solenne castroneria. L’uomo è uomo perché è sopra a tutte le creature della terra: ha la ragione, sa comprendere ciò che un animale non può. Che esiste un ordine di valori superiore che non quello materiale, senza il quale anche la citazione non avrebbe alcun senso.
L’uomo può, e deve, custodire le altre creature. Ma dal primo posto, il suo, non dall’ultimo.
Che poi possa salvarsi con le proprie mani, lascio al lettore intelligente il giudicarlo. Provate, provate a mettervi all’ultimo posto: poi mi dite.

Restate a casa

No, non è un post sulla quarantena, anche se in fondo potrebbe esserlo. E’ una recensione di un romanzo che ho appena finito di leggere, “Aurora” di Kim Stanley Robinson. Con annesso qualche pensiero, che spero potrete trovare interessante.

“Nessun posto è come casa” è la frase che mi è venuta spontaneamente in mente, dopo avere conclusa la lettura. In un certo senso, la cifra del romanzo. Pensandoci bene, non è certo la sola opera che potrebbe essere riassunta così. Da Don Chisciotte a Robinson Crusoe, passando per il Mago di Oz fino al “Sono tornato” di Sam al termine del “Signore degli Anelli”. Tutti personaggi che rientrano alla base scoprendo che non è la stessa che hanno lasciato, perché sono cambiati loro.

Ma il punto è: ne valeva la pena? Valeva la pena di andare?
La destinazione di “Aurora” è ben più remota persino di Mordor: il sistema stellare Tau Ceti, verso il quale una gigantesca astronave generazionale con duemila persone a bordo viaggia per oltre un secolo e mezzo. La fantascienza ci ha abituati da molti molti anni a questo tipo di impresa; ma, in tutti i romanzi che ho letto in precedenza sul tema, una domanda non è mai posta: cioè “ma davvero bisogna farlo”?

No, non è certo la fantascienza del secolo scorso, dove l’umanità andava baldanzosamente là dove nessun uomo aveva mai messo piede prima. La concezione di uomo che sta dietro a questo romanzo è in qualche manera rattrappita: che pensi prima a fare andare avanti il suo mondo, invece di cercare di diffondersi tra stelle ostili. Perché nessun posto è come casa.

Una delle cose che colpiscono è proprio questa dicotomia tra l’immenso panorama che fa da sfondo e le esistenze rinunciatarie dei personaggi, sballottati dai problemi. Non aiuta l’empatia con essi il fatto che gran parte dell’opera sia scritta dal punto di vista dell’intelligenza artificiale dell’astronave, che alla fine risulta in qualche maniera più viva di colei che dovrebbe essere la protagonista. A parte poche grandi invenzioni che sembrano quasi “deus ex machina” per fare andare avanti la trama, i pensieri e i riferimenti sono quelli nostri contemporanei, come se i due secoli tra noi e il lancio della nave non fossero esistiti. Il romanzo è certo scritto bene, l’autore ha vinto alcuni tra i più importanti premi letterari, ma il risultato alla fine è qualcosa che, almeno a me, ha lasciato molto amaro in bocca. Le ultime trenta pagine sono tutte dedicate alla descrizione del primo bagno della protagonista nell’oceano; come a dirci, ecco cosa è veramente importante, imparare ad assecondare le onde. Non è un caso che la religione non appaia mai, neanche di striscio, in tutto il romanzo: se ognuno porta con sé la propria prigione, e quindi ogni città sarà uguale a quella che hai lasciato, tanto vale non alzare lo sguardo, rimanere a contemplarsi le dita dei piedi ed evitare ogni sofferenza.

Mi colpisce come il progressismo, infilandosi nell’imbuto ecologista, abbia finito per trasformarsi nella sua antitesi: la negazione stessa del progresso, della scienza, buttati via per un individualismo edonista. In un “restate a casa” che è ben diverso da quello che gli autori che citavo prima avrebbero potuto scrivere, perché è il concetto stesso di casa che è differente.
Ma poi, chi lo compra, chi lo legge un romanzo in cui non accade niente? Chi davvero desidera un’esistenza così?

Le rogne

Un giornalista che si firma con il nome di un predatore noto per ridere a sproposito ha pubblicato oggi il seguente trafiletto sul suo giornale:


Meno male sì, perché se no rimarrei una creatura finita, preda di tutte le disgrazie del mondo, senza una speranza. In una prospettiva puramente umana, cosa mi toglie dalle mie miserie? Come posso tirare avanti, di fronte ai mali, al crollo di ciò che mi sosteneva, alle ingiustizie?
Il fatto stesso che sentiamo qualcosa come ingiusto, come male, mi dice che un concetto di giustizia c’è, un bene al quale paragonarlo c’è, uno scopo per vivere c’è. Ma dov’è la strada che conduce ad esso, questo Mistero che sentiamo vero ma che non siamo in grado di trovare con le nostre forze?
Passa per la memoria di un uomo che, unico, ha detto non “quella è la via”, ma “io sono la via”. Quella memoria è precisamente ciò che è la Messa.
Le fede non è che toglie le rogne, ti dice che l’orizzonte del vivere non sono le rogne.

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Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei creatura finita.
Sono nato e mi sento dissolvere. Mangio, dormo, riposo e cammino, mi ammalo e guarisco, mi assalgono senza numero brame e tormenti, godo del sole … e di quanto la terra fruttifica.
Poi io muoio e la carne diventa polvere come quella degli animali che non hanno peccati. Ma io cosa ho più di loro? Nulla, se non Dio.
Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei creatura finita.

(San Gregorio Nazianzeno)

Un po’ di paura

Qualcuno avrebbe potuto anche trovare da ridire su un castigo così severo, ma Mamma Abigail non rientrava nel novero. Dio l’aveva fatto una volta con l’acqua, e prima o poi, in futuro, lo avrebbe fatto con il fuoco. Non spettava a lei giudicare l’operato d Dio, anche se avrebbe voluto che Dio non avesse ritenuto opportuno accostarle alla labbra l’amara coppa che voleva costringerla a bere. Ma quando si trattava di giudicare, Mamma Abigail si accontentava della risposta che Dio aveva dato a Mosé dal roveto ardente, quando Mosé aveva pensato bene di fare domande. Chi se tu?, Domanda Mosé, e Dio gli risponde baldanzoso dal roveto: Io sono chi io SONO. In altre parole, Mosé, piantala di gingillarti attorno a questo cespuglio e muovi le chiappe.

Da “The Stand” (it. “L’ombra dello scorpione”), Stephen King 1978

Va bene, forse è farsi un po’ male. Leggere un romanzo che inizia con l’umanità che viene spazzata via da un’influenza proprio in questi giorni vuol dire aggiungere un po’ d’ansia alla quotidianità. Ma “The Stand”, alias “L’ombra dello scorpione”, è un libro che merita di essere letto. E’ il solo dei primi libri di Stephen King che non avevo ancora divorato. Ora, qualcuno potrà anche storcere il naso, ma a mio parere King è uno dei migliori scrittori in lingua inglese attualmente viventi. La sua prosa è di una ricchezza lussureggiante, i suoi personaggi tratteggiati con finezza e maestria, lo svolgimento dei suoi temi mai banale. Chi potesse, lo legga in lingua originale: molte finezze, come le parlate dialettali o gergali di certi personaggi, si perdono nella traduzione.

Certo, passa come autore di “paura”, e quindi di best seller dozzinali. Niente di più lontano adl vero. A partire dal suo esordio, “Carrie”, l’autore esplora in modi muovi e originali quelli che sono i temi del terrore umano; quelli sono però solo punti di partenza per viaggi molto più affascinanti. Come nel libro che ho citato all’inizio. In esso lo sterminio dell’umanità da parte di un morbo sfuggito da un laboratorio che lascia solo pochi, pochissimi sopravvissuti occupa solo le prime pagine della vicenda. Che prosegue nello scontro titanico tra un’incarnazione del male e una del bene, quella Mamma Abigail, una contadina nera ultracentenaria che è consapevolmente quanto di più distante fisicamente dallo stereotipo del salvatore; una nonnina la cui unica forza è l’affidarsi completamente a Dio, anche se recalcitrante, come una specie di Abramo del Nebraska.

Forse, come accennavo ieri, anche noi abbiamo bisogno di provare un po’ di paura, di essere scossi nelle nostre certezze e abitudini per riuscire a capire che ci deve essere un punto in cui ci si deve fermare. Un punto in cui si deve resistere al male, e per resistere occorre affidarsi, perché non capiamo: siamo fragili, umani, mortali.
Ma senza di noi niente può compiersi. Perciò è l’ora di muovere le chiappe.


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Lo scrittore e i tempi duri

Sono tempi duri.
A scrivere qualcosa di cattolico si rischia davvero. Chi rifiuta l’ideologia del potere viene perseguitato dalla legge, gli vengono imposte multe e tasse, non riuscirà a far carriera o accedere a cariche pubbliche. Chi può scappa verso paesi meno oppressivi; chi resta, deve trovare un modo di essere cristiano, e quindi testimone, nonostante la pesante cappa di delazioni e sospetto. Occorre nascondersi, mimetizzarsi: parlare pubblicamente equivale a firmare la propria condanna.
Perché i cattolici sono accusati di ogni crimine, anche tramite fake news e una propaganda che si serve delle stampa e delle immagini per divulgare un’artificiale leggenda nera. I sacerdoti che non hanno tradito e che non sono fuggiti, se trovati, saranno impiccati, evirati, sventrati, tagliati a pezzi, bruciati e decapitati, nell’ordine.

Come? No, non sto parlando di oggi, di qui. Sto parlando della civilissima Inghilterra del milleseicento, regnante Elisabetta I.
E’ in questo contesto che scrive le sue opere William Shakespeare, sicuramente uno dei più grandi poeti e drammaturghi di tutti i tempi. Diceva il mio antico professore d’Inglese che, anche non avesse composto una sola commedia o tragedia, i suoi sonetti da soli basterebbero a consegnarlo all’Olimpo della scrittura. Shakespeare, il Bardo, l’orgoglio della nazione, il più inglese degli inglesi…

…e molto probabilmente cattolico.

Non è uno scherzo. Nasce da una famiglia di ricusanti – coloro che rifiutano di frequentare i riti protestanti, e per questo pagano una cospicua ammenda. Sappiamo che suo padre, come si evince dal testamento segreto, era cattolico. Si sposa in una famiglia cattolica. I suoi sponsor sono famiglie nobili di cui diversi esponenti pagano un altissimo prezzo di sangue alla persecuzione.
Certo, tutto ciò non è conclusivo. Elisabetta Sala, nel suo libroL’enigma di Shakespeare. Cortigiano o dissidente?“, passa minuziosamente in rassegna la vita e le opere del Bardo di Stratford-upon-Avon, cogliendo gli indizi nascosti che gli studiosi negli ultimi anni hanno rinvenuto in maniera sempre più copiosa.
Per chi vuole ascoltare, il drammaturgo dà a suo modo testimonianza della propria fede in un ambiente in cui una parola di troppo può costare cara.

Davvero tutto ciò apre profondità insospettate all’interpretazione dei suoi lavori. E’ come guardare un bel quadro e rimanere incantati per lo splendore della composizione generale, solo per rendersi conto che persino i più piccoli particolari hanno un significato recondito, un senso che è facile farsi sfuggire. Senso che i più attenti tra gli spettatori dell’epoca potevano cogliere, senza tuttavia che la censura potesse accusare apertamente il suo autore di alcunché.

Se pensiamo ad un’opera contemporanea, quante frecciatine, quanti riferimenti, quanti ammiccamenti vanno persi se non se ne conosce  il contesto. Certi sketch ad appena pochi anni di distanza risultano incomprensibili alle nuove generazioni. Shakespeare è un maestro, e i suoi versi sono densi della sua antica attualità.

Terminando l’opera della professoressa Sala non si può negare che la tesi di una cattolicità segreta e allusiva sia più che convincente. Trovano così una spiegazione razionale molti di quei misteri che hanno lasciato perplessi i critici, compreso quello del ritiro all’apice del successo.

Tempi duri, dicevamo. Chissà che cosa avremmo potuto leggere, se Shakespeare il cattolico fosse stato lasciato libero di esprimere davvero il suo pensiero.
Tempi duri, ma altri tempi, che non torneranno, vero?

Anni da blog

Il mio blog può quasi guidare il motorino.
Chi l’avrebbe mai detto. Era così piccolo, quand’è nato. Poi è cresciuto, ha conosciuto gente, un po’ di tutti i tipi; i bulli e gli amici veri.
Ogni anno di un cane corrisponde a circa sette anni umani, quello di un gatto a sei (ma i primi due contano il doppio). Non credo che si possa applicare un simile calcolo anche a queste paginette quindicenni: hanno cominciato a camminare molto presto, hanno mutato pelle a metà strada e da parecchio camminano in mezzo all’altalena dei social. Non hanno seguito le mode: questo potrebbe essere indizio di mezz’età, pigrizia o lungimiranza. Forse avrebbero molti più visitatori mi travestissi da diavolo e pubblicassi filmati ballonzolando sullo sfondo di fiamme digitali, aprissi pacchi o se fossi decisamente più estremo nei miei commenti. Beh, influencer sono stato: crampi dolorosi, quattro giorni a letto e due settimane fiacco: mi è bastato.
Sono fatto così: scrivo per capire, spiego per apprendere, e non sono poi così cattivo come dicono. Ormai l’avrete capito, se siete più che incontri casuali.
Miei quattro lettori, abbiate ancora pazienza con me. Tra tre anni il blog potrà prendere la patente, e chissà dove andrà allora.


Berlicche: 15 anni, 3457 post, 59.000 commenti, 900 follower, 2.700.000 visite

 

Correlazioni pericolose

Di ricerche farlocche sono piene le riviste scientifiche. E’ stato dimostrato che una gran parte dei risultati pubblicati sono irriproducibili o del tutto errati. E questo laddove ci siano prove sperimentali; figurarsi dove si facciano ipotesi basate sul puro ragionamento.
Non capitemi male: se si ha un’ipotesi, è giusto metterla alla prova. Però sarebbe meglio, prima di accingersi al tentativo, assicurarsi di avere compreso la realtà sulla quale si sta indagando.

Quel è il rischio? Di esporre teorie che qualsiasi persona bene informata non può che trovare idiote, o quantomeno fuori bersaglio.
Quella che ho letto oggi rientra nel numero.

Dei simpatici ricercatori di Harvard legano indipendenza, creatività, gentilezza, cooperazione, pensiero analitico e accoglienza dello straniero con… il bando dell’incesto portato avanti dalla Chiesa cattolica.
Sì, è così. Questi sapienti assicurano che c’è una stretta correlazione tra la diffusione del cattolicesimo, la diminuzione dei matrimoni tra consanguinei e le qualità di cui sopra. Ipotizzano che l’aumento di quello che chiamano “individualismo” e delle altre azioni virtuose dipenda in ultima analisi proprio da quel divieto delle Chiesa di sposarsi tra parenti stretti, che avrebbe causato il crollo di quelle istituzioni mandate avanti da famiglie chiuse in loro stesse. Per evidenziare questa correlazione usano un  loro valore che chiamano Kinship intensity index, indice di intensità consanguinea, in cui fanno rientrare il tasso di matrimoni con cugini, la poligamia, convivenza di famiglie estese e così via. Vabbé.

Questa loro teoria mi sembra un po’ come asserire che la velocità dei trasporti dipenda dalla diminuzione dei cavalli. Sì, c’è un correlazione, ma non si stanno forse dimenticando le automobili?

Mi sembra che questi dottori non abbiano una chiara idea di cosa dica e cosa sia la Chiesa cattolica. Ad esempio, chiamano “misteriosa” l’origine del divieto cattolico d’incesto, o insinuano che vi possano essere dietro ragioni economiche, quando sarebbe bastato loro leggere la prima lettera di S.Paolo ai Corinzi.
Se cercavano le ragioni dell’accoglienza dello straniero e della gentilezza, non sarebbe stato sufficiente guardare alle parole di Cristo? “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi“…
La cooperazione non nasce forse dal comandamento di amare il proprio prossimo, essendo tutti figli del Padre Celeste?
E le origini del pensiero analitico, non risiedono piuttosto nell’invito a conoscere il mondo che nasce dall’idea cristiana di Dio?
La correlazione è decisamente più diretta di quella del divieto d’incesto. Se ne sapessero di cristianesimo, poco-poco, forse anche quei dotti l’avrebbero capito. La “scoperta” è sincera: è proprio il seguire Cristo che rende le persone migliori. Più attente alle persone e al reale. Sì, perché in fondo per il cristiano chiunque è proprio parente stretto: fratello o sorella, in Cristo.
Ma chi ne sa ancora, di cristianesimo, tra coloro che si credono sapienti?

La stirpe di Caino

Come ho già detto altre volte, mi capita di seguire alcuni anime – serie a cartoni animati – giapponesi. Non è roba per bambini; sicuamente non lo è quello intitolato “Vinland saga“.
Si tratta di una storia ambientata tra i Vichinghi, intorno all’anno mille. Anche se sono state prese ampie licenze romanzesche rispetto ai fatti realmente avvenuti, non si può non ammirare una certa serietà di ricerca storica, la ricercatezza dei disegni e la qualità della trama. Trama che ci proietta in un mondo brutale, dove il cristianesimo si è appena affacciato ed è ben lontano dall’avere convertito il nord guerriero.

Nell’ultimo episodio trasmesso la banda vichinga a cui appartiene il protagonista assale un pacifico villaggio, i cui abitanti vengono quindi massacrati a sangue freddo. Il crudo orrore potrebbe spingere a etichettare quanto mostrato come una invenzione narrativa. Non è così.
Gli archeologi hanno trovato decine e decine di casi simili, in ogni paese, in ogni era. Fosse comuni riempite con corpi ammonticchiati, uomini donne bambini, uccisi con un colpo di mazza alla nuca, la gola tagliata, una lancia nella schiena. Segni di tortura. La prassi comune degli scorridori, dal neolitico fino ad oggi.

Talvolta i corpi sono sepolti con più cura, segno che sono i sopravvissuti ad avere raccolto i morti. In altri casi, c’è solo una pila di cadaveri frettolosamente ammucchiati. Ce ne dobbiamo rendere conto: nel corso di quasi tutta la storia questa è stata la fredda normalità. I civili in zona di combattimento vengono massacrati. Senza distinzione e senza pietà. Chi si salva è preso come schiavo.

E sia chiaro; nessuno si aspetta niente di diverso. Il figlio del contadino ucciso che entra nella milizia sterminerà a sua volta altri innocenti nel medesimo modo. Perché non c’è una ragione per non farlo.
Non c’è una ragione per non farlo.
Dalla Cina al Messico, dalla Germania all’Alaska. Il guerriero, il soldato, il pirata uccide. E prova piacere nel farlo. L’uomo è fatto così.

Il trattenere la mano verso gli innocenti, il risparmiare chi non combatte,  il frenarsi negli stupri, nei saccheggi, nelle violenze, potrebbe venire solo da un altro livello rispetto a questo tipo di uomo. Non bastano le morali, le regole. Solo chi sa di far male, sa di mettere a rischio tutta l’eternità ammazzando può avere una ragione per fermare la mano. Solo chi ha scoperto che l’altro, persino il nemico, è un fratello, che non solo non si deve uccidere ma per cui si deve pregare, può arrestare il massacro, l’esaltazione del sangue e della lotta. Pietas. Ciò che è pio, ciò che non poggia sulla stessa materia di cui sono fatte le lame.

Una simile forza ha frenato la stirpe di Caino. Una forza che adesso si affievolisce; ci hanno raccontato che non esiste, non serve, che ogni libertà è lecita. Ritornano i senza pietas, gli spietati.
Attenti a chi si muove all’orizzonte, voi del paese.

Ciò che ci sta intorno

“Come sono belli, i libri che fanno ridere e piangere nello stesso tempo!”
O. Milosz, “Miguel Manara”

 

Ci sono libri che vorremmo proprio che i nostri figli leggessero. Per capire meglio cosa sia la vita, cosa voglia dire amare, cosa significhi essere seri con se stessi e con il mondo.
Per togliersi dalla testa tante idee fasulle sulla libertà e sul futuro; per comprendere la differenza tra speranza e sogno, cosa voglia dire lottare e soffrire.
Sì, ci sono alcuni libri che raccontano di te anche se raccontano di altri. E anche se la loro vita non è la tua vita, tu ti paragoni con loro e ti fai domande. Ti viene voglia di cambiare; ti viene voglia di essere migliore; e ridimensioni certe tue pretese, certi tuoi capricci, perché comprendi che non sono importanti, davvero.

In altre parole, ci sono libri che sono veri. Il loro essere veri trasuda in ogni pagina, in ogni capoverso. Questi volumi sono spesso un grande atto d’amore: come questo di cui vi parlo è, senza dubbio.
Quindi, il mio consiglio è di procurarvi* “Una persona intorno“. E di leggerlo. Anche se, diversamente da me, la storia dei suoi protagonisti non ha intersecato la vostra storia, alla fine vi sentirete di conoscerli un poco. Perché tutto è messo in gioco, anche le cose più cupe, anche i difetti, quelli che normalmente nessuno di noi ha piacere siano svelati. Ma proprio questo attesta la sincerità di quello che leggerete.

E’ il racconto della vita di una persona, e di coloro che le sono stati intorno. Quanto fosse normalmente eccezionale lo leggiamo tra le righe. Arrivati al fondo, saremo presi da una sorta di stupore triste; triste perché le cose di questa terra sono tristi, e questa vicenda lo è particolarmente; ma lo stupore sarà per la bellezza potremmo dire ultraterrena che l’accompagna. Una grande persona era solita ricordare che è un bene che la vita sia triste, perché se no sarebbe disperata. Qui è testimoniato il tranquillo opposto della disperazione, anche quando secondo la vulgata corrente si avrebbero tutte le ragioni per caderci. Di questi tempi, dove per sfuggire ogni spiacevolezza si finisce nel nulla, è qualcosa.

La tristezza è data dalla distanza tra il sogno e la realtà. Qui abbiamo un sogno che sembrava realizzato, contro ogni probabilità; e poi sembrava perduto, e poi è diventato altro ancora. Non posso, e non voglio dire altro. Procuratevelo, questo libro, date retta. Leggetelo, davvero leggetelo. Verrà anche a voi voglia di farlo leggere. Poi mi direte.


*Per procurarsi il libro, scrivere a libridiupi@gmail.com

Il grande minimo

Sapete che di tanto in tanto mi diletto a tradurre dei brani che mi colpiscono particolarmente. Così è per questa poesia di Chesterton. Credo che rifletta bene il momento che siamo vivendo, in cui tutto sembra decadere e scivolarci via. Eppure, ciò che abbiamo visto, se lo abbiamo visto, è qualcosa. Piccolo, forse, minimo, ma c’è, c’è stato, e non possiamo strapparci il ricordo e fare finta che non sia mai successo. No, non lo possiamo dimenticare.

The Great Minimum

It is something to have wept as we have wept,
It is something to have done as we have done,
It is something to have watched when all men slept,
And seen the stars which never see the sun.
It is something to have smelt the mystic rose,
Although it break and leave the thorny rods,
It is something to have hungered once as those
Must hunger who have ate the bread of gods.
To have seen you and your unforgotten face,
Brave as a blast of trumpets for the fray,
Pure as white lilies in a watery space,
It were something, though you went from me to-day.
To have known the things that from the weak are furled,
Perilous ancient passions, strange and high;
It is something to be wiser than the world,
It is something to be older than the sky.
In a time of sceptic moths and cynic rusts,
And fatted lives that of their sweetness tire,
In a world of flying loves and fading lusts,
It is something to be sure of a desire.
Lo, blessed are our ears for they have heard;
Yea, blessed are our eyes for they have seen;
Let thunder break on man and beast and bird
And the lightning. It is something to have been.

 

Il Grande Minimo

E’ qualcosa aver pianto come noi pianto abbiamo,
E’ qualcosa aver agito come noi agito abbiamo,
E’ qualcosa aver vegliato mentre tutti dormivano,
E visto le stelle che a veder sole mai arrivano.

E’ qualcosa avere annusato la mistica rosa,
Sebbene si spezzi e lasci la branca spinosa,
E’ qualcosa una volta essere stato affamato
Come deve chi il pane degli dei ha mangiato.

Avere visto te e il tuo volto indimenticato,
coraggioso come corno per l’assalto squillato,
puro come bianchi gigli sotto una cascata,
Era qualcosa, se pure via oggi sei andata.

Al debole nascoste, aver conosciuto cose,
Antiche passioni, strane e alte, pericolose;
E’ qualcosa essere del mondo più assennato,
E’ qualcosa essere del cielo più invecchiato.

In tempi di scettiche tarme e cinismi arrugginiti,
In un mondo di amori fugaci e sbiaditi appetiti
E vite ingrassate stanche della loro dolcezza,
E’ qualcosa, di un desiderio avere la certezza.

Benedette le nostre orecchie, ché hanno ascoltato;
Oh, benedetti i nostri occhi, ché hanno guardato;
Lascia che tuono scoppi su ogni uomo, bestia, cosa
e il fulmine. Sì, essere stati, è qualcosa.

G.K. Chesterton, 1915

Astenersi perditempo

Non so se nel mio caso si tratta di masochismo oppure sono, come dicevano i miei vecchi “sensa cugnisiun“; epiteto che indica quelli che “se la vanno a cercare”.

Potete verificare come in questo blog ci sia materiale a sufficienza per una decina di volumi. Solo di raccontini ne potrebbero uscire almeno un paio. Ecco, raccontini. La forma di scrittura in cui, volente o nolente, mi sono specializzato, è quella extrabreve.
Come ho detto molte volte, sono un appassionato di fantascienza. Genere letterario che, quantomeno in Italia, è parecchio in disuso. In libreria trovate solo riedizioni di P.K.Dick, e qualche ciclo diventato film, tipo Hunger Games. Di tutta la produzione più recente del genere, il nulla.
Anche perché non si legge. Sappiamo bene che ci sono forse più scrittori che lettori.
Si aggiunga poi che sono cattolico, e scrivo da cattolico. Non rientro precisamente nei canoni della maggior parte dei grossi editori.

Quindi, cosa potevo fare? Ovviamente, scrivere un romanzo. Di fantascienza (con tocchi fantasy). Discretamente d’azione, ma con un contenuto non banale. Per uno che ha come idoli Terry Pratchett, Lewis e Chesterton, capite cosa voglia dire.

E’ ovvio che, fosse pure un capolavoro, non ho speranze di pubblicazione. Non ci vuole la sfera di cristallo per comprendere che le case editrici danno un’occhiata al manoscritto, capiscono di che si tratta e lo cestinano immediatamente. Forse farei così anch’io: non c’è mercato – così dicono – per una storia come la mia. Oggigiorno vanno i libri come… come vanno i libri, oggi? Maluccio? Oh beh. Anche a Stephen King hanno rifiutato la prima opera infinite volte.

Potrei dirvi che non m’importa, ma non sarebbe vero. Mi sono divertito a scrivere quel romanzo, e vorrei che ci fosse gente che si divertisse a leggerlo.
Così, ho qui un libro. E’ stata una sfida scriverlo, e sono contento del risultato. A coloro ai quali l’ho dato in anteprima, a quelli che mi hanno aiutato a migliorarlo, a loro è piaciuto. Molto (e no, non per compiacermi). Non fraintendetemi, non è che mi manchi l’essere letto. Ogni giorno ho più lettori qui sul blog del 99% degli scrittori che si trovano in libreria. Ma ad uno come me, con il feticcio della pagina, sarebbe proprio piaciuto avere un suo volumetto sugli scaffali. Praticando i banchetti dei libri usati, non mi faccio certo illusioni su successo e notorietà: tre capolavori assoluti si comprano a due euro.
Ma non voglio neanche autoprodurmi. Obbligare i conoscenti all’obolo dell’acquisto. No, piuttosto lo metto qui, a disposizione di chi davvero è interessato.

Cari lettori, lo domando a voi. Conoscete editori disposti a rischiare per un’opera forse non alla moda, ma che qualcosa pur vale? Astenersi perditempo: non lo faccio per i soldi, non lo faccio per la fama, ma solo perché ho qualcosa da raccontare. Anche a voi.

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Il tempo degli dei

Il giovane Ailo fugge a stento dalla rocca di suo padre, conquistata dagli invasori. Perché gli dei non sono intervenuti con i loro angeli? Che segreti nascondono la misteriosa Lavonisse e le letali Montagne della Follia? E chi lo insegue, cerca lui o piuttosto la Minaccia, il talismano forgiato dalle divinità stesse di cui è divenuto, suo malgrado, Custode?
No, non è una favola. Tutto è molto diverso dagli antichi racconti, e gli dei stessi non sono ciò che ha creduto per tutta la vita. Per salvare se stesso e l’intero pianeta il protagonista dovrà trovare la risposta a quelle domande, accompagnato nell’impresa da un monaco-spia, da una cinica vasaia che un tempo era un angelo e dal suo peggiore nemico; e, soprattutto, dovrà capire che cosa desidera essere veramente.

 

Di angeli, demoni e apocalissi

Un indizio di quanto un libro ci piace davvero è quante copie ne possediamo. De “Il Signore degli anelli” ne ho tre: vecchia edizione italiana, nuova traduzione, originale.
C’è un altro libro di cui ho tre copie cartacee: “Good Omens“, di Terry Pratchett e Neil Gaiman; in italiano, “Buona apocalisse a tutti“.
Coloro che mi conoscono non dovrebbero esserne troppo stupiti. I suoi due autori sono tra i miei preferiti, ne ho letto praticamente tutte le opere. Ci sono ben pochi scrittori che possano competere con l’intelligenza umoristica del compianto Pratchett, o con l’immaginifico stile di Gaiman.

Di questo libro ora è uscita una serie televisiva in sei puntate, ad opera di Amazon e BBC. Neil Gaiman stesso ne ha curato personalmente la produzione, garantendo uno script assai fedele, per quanto possibile per budget e durata, al testo originale.

Il tema dell’opera è “l’Apocalisse”. Il bambino che sarà l’AntiCristo viene portato sulla Terra per darle il via, e alla sua chiamata i Quattro Cavalieri distruggeranno il mondo, dando luogo alla battaglia finale tra angeli e demoni. Senonché un diavolo, Crowley, e un angelo, Aziraphale, che vivono sin dall’inizio con l’umanità, non sono troppo d’accordo, e stipulando tra loro un improbabile patto decidono di ostacolare il “Grande Piano”. Si aggiunga alla mistura che il bambino satanico, per una serie d’equivoci, non è finito dove sarebbe dovuto essere; e poi un libro di profezie straordinariamente esatte, una strega, un cacciatore di streghe, suore infernali chiaccherine, alieni ambientalisti, tibetani sotterranei, il kraken, tanti altri improbabili personaggi. E ovviamente Dio.

Neil Gaiman scrive spesso di argomenti religiosi. Il suo “Neverwhere” ha a che fare con un angelo, in “American Gods”, il suo libro più famoso, con ogni tipo di divinità; La sua ultima opera parla degli dei nordici. Anche Pratchett nelle sue numerosissime opere a volte affronta il tema. Per ambedue, le divinità in quanto tali sono personificazioni della fantasia e del desiderio umano; ma ambedue, in qualche modo riluttante, hanno il concetto di un Dio nascosto ed ineffabile; di un “oltre” che in qualche modo esiste e fa esistere tutto.

Così è anche il Dio di “Good Omens”. Al fondo di questo mio vecchio post potete leggere una citazione che ne illustra il concetto. Se angeli e demoni sono degli arroganti moralisti (ognuno a suo modo) che non vedono l’ora che abbia luogo lo scontro finale perché convinti ciascuno di vincerlo, la trama ci ricorda che non è detto che il loro piano coincida con quello divino; e l’esistenza stessa del famoso libro di profezie di cui sopra lo testimonia.

La domanda è se bene e male abbiano un qualche significato oltre quello attributo loro dalle controparti. Per Crowley il demone, “gli esseri umani sono molto migliori di noi demoni ad inventare cose terribili da fare gli uni gli altri”. Nel prologo, Crowley (ex serpente tentatore) si domanda perché l’albero della conoscenza nell’Eden fosse così accessibile, e se malgrado il suo intento, con la tentazione di Eva non abbia finito per fare del bene; e l’angelo Aziraphale, che ha ha imprestato ad Adamo la sua spada fiammeggiante, volendo fare del bene non abbia fatto del male. Il dubbio è insomma che in fondo Paradiso ed Inferno non siano che due facce equivalenti di una stessa medaglia.

Se questa è la tesi, è però contraddetta dallo svolgimento; infatti che ci sia il bene, e dove sia, risulta evidente ai lettori come ai protagonisti, che infatti lo perseguono.

Dove gli autori falliscono è nel capire realmente il cristianesimo, che non è un moralismo, e Cristo stesso, che infatti è praticamente assente; come la nozione di perdono e misericordia. In un certo senso il loro Dio è un Dio a-gnostico, che si guarda dal rivelarsi esplicitamente, ma che in qualche maniera è attivo con un suo piano – ineffabile, il “gioco” della citazione di cui sopra. Anche se il Dio di Good Omens non è, se non nominalmente, il Dio cristiano, occorre dire che è trattato con rispetto. E’ come ci dicessero: non pensate di capirlo, umani o angeli, siete creature finite. E il Suo Progetto è (forse) per il nostro bene.
L’opera non è certamente il peggio che c’è in giro, anche per il sapore chestertoniano (all’autore è dedicato il libro) di parecchi passaggi. Fa ridere, e fa pensare in modo intelligente; merce rara oggigiorno.

La versione televisiva è sicuramente godibile. I protagonisti principali sono tutti eccezionali, a parte forse i bambini un po’ penalizzati dalla regia. C’è qualche caduta di ritmo, un uso non accorto in qualche circostanza della colonna sonora; ma a mio parere è il sottotono dell’amicizia tra Aziraphale e Crowley che si sarebbe dovuta mantenere più “virile”, per quanto possibile. Perché la relazione tra un angelo e un demone debba avere un (accennato) manierismo omosessuale non lo so dire. Mah.

I lettori del libro potranno cogliere nei telefilm tanti fugaci riferimenti che non hanno potuto diventare trama, e sorriderne, come per scherzi segreti. Chi non l’ha letto… bene, ha tempo per farlo: l’Apocalisse non è domani.

Un’età oscura

Nei giorni scorsi abbiamo assistito vari personaggi asserire, con disgustato orrore, “non siamo più nel Medioevo”. Vanno a braccetto con il presidente messicano che ha chiesto le scuse delle Chiesa per aver distrutto i templi aztechi. Quest’ultimo probabilmente è un fervente sostenitore dei sacrifici umani che si svolgevano in quei templi circondati da tzompantli; così come i detrattori nostrani sono probabilmente nostalgici dei tempi precedenti al medioevo stesso, quando le donne erano confinate nel gineceo e i figli indesiderati o malformati lasciati morire tra i rifiuti.

Ma, povere stelle, non si può neanche dire che sia tutta colpa loro. Non quando, dopo decenni di storiografia che quell’età “oscura” ha rivalutato, ci sono libri scolastici che espongono tesi tipo quelle del libro di testo di inglese di mia figlia.
La pagina è quella del Rinascimento britannico. Dopo qualche asserzione discutibile ma accettabile, il libro se ne esce con queste parole:

“Questa cultura (greca e romana) era stata in parte soppressa dalla Chiesa Cattolica durante il Medioevo per il suo supposto paganesimo e spirito di libera indagine. Per questa ragione, molti dei risultati dei Greci in scienza, matematica, filosofia e storia naturale sono rimasti sepolti per secoli”.

Eh?

Capisco che probabilmente chi ha scritto queste righe è più un letterato che uno storico, ma mi domando se abbia mai letto Dante. L’Alighieri è uomo medioevale, eppure chi scorre la sua Commedia la trova infarcita di citazioni mitologiche classiche. Detti classici si insegnavano nelle università, che la Chiesa stessa aveva stabilito e sponsorizzava; gli umanisti sono tutti cattolici, qualcuno anche ecclesiastico; un (san) Tommaso d’Aquino, che cita Aristotele ogni tre per due, è condizionato dal paganesimo e dal rifuggire lo spirito di libera indagine? E quei testi, chi li ha salvati dalle distruzioni barbariche e dal tempo se non gli amanuensi nei conventi?
Potrei dilungarmi, ma spero abbiate colto il punto: quel testo scolastico racconta inescusabili  balle, che ahimè gli allievi devono ripetere durante le interrogazioni. Senza, spesso, nessuno che provi a mettere in dubbio la veridicità di quelle affermazioni.

Ce ne sono altre: ad esempio, più avanti si dice
“In qualche modo, il Rinascimento fu un’era di contrapposizioni, dove vecchie credenze e pratiche medioevali coesistevano con nuove idee progressiste che si potevano trovare in scienza e filosofia. Non c’è dubbio, comunque, che molti preconcetti della mente medioevale – l’idea di un destino fissato e l’idea dell’influenza benigna o maligna di stelle e pianeti, per esempio – erano reinterpretati in modi che promuovevano una nuova visione dell’uomo come un essere potenzialmente autonomo dotato di libero arbitrio, come operatore e signore della natura.”

Non potrà sfuggire a chi possegga un minimo di cultura che l’uomo medioevale senza dubbio quei preconcetti non li aveva. Quello cristiano, almeno: che l’uomo sia dotato di libero arbitrio e che non abbia un destino fissato sono dogmi cattolici, e quindi medioevali, in contrapposizione al paganesimo precedente; e gli astrologi con i loro oroscopi sono sempre stati condannati dalla Chiesa. E’ Lutero, piuttosto, che parla di predestinazione. Ma dal Medioevo siamo fuori.

Capite che disastro? E poi ci si ritrova, da adulti, a imprecare su quei retrogradi che vogliono riportare indietro il Medioevo. Magari mentre si sta davanti al campanile di Giotto, al duomo di  Orvieto o ad un altro dei tanti capolavori che quell’epoca buia ci ha lasciato e che oggi non sapremmo più replicare.