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Il belato della resistenza

Campana entrò nel locale basso e affollato. Verso il fondo tre capre smisero di ruminare tra loro e si girarono nella sua direzione. Campana sentì il loro sguardo sospettoso addosso mentre si faceva strada nella ressa, verso l’angolo dove Macchia e Zampacorta stavano aspettando.
Si posizionò accanto a loro, salutando con un cenno del capo. “Avete visto là in fondo? Che ne pensate? Collaborazionisti? Spie?” bisbigliò, accennando alle capre che ora stavano confabulando piano.
“Sssh! Non guardare dalla loro parte.” replicò Macchia “Sono entrate qui subito dopo di noi. Non mi meraviglierei ci stessero seguendo.”
“Vadano a farsi arrostire! Non ho paura di quelle come loro!” esclamò Zampacorta.
“Prudenza, niente colpi di testa. Ricordatevi, non siamo arieti.” Campana abbassò ancora la voce. “Ho saputo or ora che i lupi hanno occupato tutto il pascolo della Valle Bianca.”
“Ma è tremendo! Ci stanno cacciando da tutti i prati che sono nostri da sempre!” esclamò Zampacorta. “Cosa facciamo adesso? Quali sentieri prendiamo? Dove possiamo andare a pascolare?”
“Cosa dicono i pastori?” chiese Macchia.
“Niente, purtroppo. Sono stato tutto il giorno con le orecchie tese per captare un annuncio, una lamentela, un’iniziativa, ma…nulla. Nessuno di loro ne ha parlato.”
“Nessuno…? Ma…cosa stanno facendo?”
“Che io sappia, stanno discutendo tra loro i piani pastorali. Poi c’è tutta una diatriba se si debbano tosare o no quelle di noi che hanno avuto problemi con i parassiti, e pare che non ci si possa occupare d’altro.”
“Ma è follia! Le loro greggi sono cacciate fuori da tutti i pascoli e parlano di queste…”
“Eppure è così. Io ho provato a spiegarlo al mio pastore, ma mi ha risposto che dobbiamo assumerci responsabilità, che dobbiamo essere noi a trovare l’erba migliore, capire dove brucare al meglio, gestire le sorgenti…dobbiamo diventare pecore adulte, insomma.” Campana chinò la testa.
“Scusa, ma non mi è chiaro. Cosa c’entra con i lupi?” Zampacorta era nera di rabbia. “E, se non ci guidano, cosa stanno a fare loro?”
“A quanto pare si può essere pastori anche senza un gregge, o l’idea di cosa faccia davvero bene alle pecore”, rispose Campana.
“Dobbiamo convincerli a intervenire. Non abbiamo la forza, da soli, per scacciare i lupi, anche perché la gran parte del gregge aspetta qualcuno che li conduca. Siamo tante, e potremmo resistere se volessimo. Ma senza un pastore che ci spieghi i sentieri noi saremo disperse.”
“Andiamo dove si riuniscono, diciamoglielo! Facciamolo per gli agnelli!”  Zampacorta si voltò verso Campana. “Tu sei già stata da loro, porta anche noi!”
“Non ci torno, là. Ci sono tra loro umani che non sono pastori e ci guardano strano. Dicono che sono proprietari delle terre ed esperti di allevamento, e alcuni li hanno chiamati macellai. E’ poi c’è la puzza, insopportabile.”
“Puzza? Che puzza?”
“Quella che si spruzzano addosso. Pare che sia di gran moda, lo chiamano ‘Profumo di pecora’. Pare che glielo vendano i lupi, giù all’emporio. Ma non so proprio da dove lo prendano.” Disse Campana con un brivido.
Si guardarono con desolazione. “Come faremo? Senza guida sempre più dei nostri vanno a pascolare con le capre, oppure spariscono.”
“Meglio cento giorni da pecora che tutta la vita con le capre. Non ci rimane che sperare che alcuni dei pastori si risveglino. Oppure il Gran Pastore torni, e metta le cose a posto.”
“Ma troverà ancora un gregge, quando tornerà? Quando dividerà le sue pecore dalle altre?” Macchia si voltò brevemente verso il fondo del locale. “E noi, ci saremo ancora?”

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Entopo, cugino di Esopo – Fiaba XXII – L’orco e i gattini

“BWAAAH!”
Il re orco ruggì in faccia agli spaventati consiglieri. “BWAAAAAAH! Tremate! Io sono il vostro capo, il vostro re per diritto di conquista! E voi sapete che i diritti vanno rispettati!”
I consiglieri si ritrassero, tremanti. “Esponi i tuoi desideri, o nostro capo…”
Il re torreggiò su di loro, per quanto poteva data la sua non imponente statura. “BWAAH!” e sbattè una pergamena sul tavolo. “BWAAH! Qui ho una legge che dovete firmare, in cui mi cedete tutti i diritti sulle vostre mogli, sui vostri figli e su voi stessi. E anche sui vostri gatti. Soprattutto sui gatti. A me piace mangiare i gatti.”
“Oh, che orrore!” Esclamò il capo dei consiglieri.
“Orrore? ORRORE?” Gridò sputacchiando l’orco. “Solo perché mi piacciano i gatti? Osi disputare sui gusti altrui? VUOI OPPORTI A ME?”
“No, io, ecco…” balbettò il poveraccio, ma fu zittito. “Io ti distruggo! Io vi distruggo! Io ho centinaia, anzi, migliaia di orchi dietro di me pronti a farvi tutti a fettine! La mia vittoria è inevitabile!” Abbassò la voce. “Vuoi che ti sostituisca? Vuoi questo? Volete tutti quanti andare a casa? Decidete liberamente, ma è chiaro: se non fate come voglio io, siete morti.”
Balzò sulla scrivania. “Gatti! Io voglio gatti! Gattini, saporiti, teneri!” Indicò una dei consiglieri. “Tu! Sei disposta a darmi il tuo gatto?”
“Tu non hai diritto…”
“Non ho diritto? NON HO DIRITTO??? Ma che razza di schifosa sei, negare i miei diritti? Osi opporti a me? OSI OPPORTI a me??? Non lo sai che ho migliaia, anzi, decine di migliaia di orchi pronti a farti a pezzi? Non potete dirmi di no! Sono gli altri re orchi che ve lo chiedono.”
“Gli altri re orchi?”
“I miei cugini. Volete che non sappia cosa chiedono? E ora, firmate! A me tutti i gatti!”
I consiglieri confabularono. “Mah, se chiede i gatti diamoglieli, che volete farci?” “In fondo non è poi una richiesta campata in aria. Ce lo chiedono gli altri re!” “Hanno le loro usanze, sarebbe ingiusto discriminarli…è il riconoscimento di un dato di fatto, un segno di progresso”. Ma la consigliera era pallidissima. “No, il mio gattino no, a nessun costo” disse.
“BWAAAH! Ti opponi? Come osi? Questa legge sarebbe svuotata senza la norma sui gatti! Adesso la approverete, altrimenti le mie decine di migliaia, anzi, centinaia di migliaia di orchi…”
Ma accanto alla consigliera si stavano schierando uno dopo l’altro due, tre, quattro altri delegati. “Non la firmeremo mai! Ci teniamo ai nostri gattini!”
“BWAAAH! I miei milioni di orchi vi faranno a pezzi!”
“Resisteremo, per il bene dei gatti!”
L’orco sospirò. “E va bene. Date qua.”
Prese la pergamena e tirò due grosse righe sulla norma sui gatti. “Vi sono venuto incontro. Adesso FIRMATE, prima che cambi idea e la rimetta”.
I consiglieri si precipitarono a scrivere il loro nome sul foglio, uno dopo l’altro.
L’orco diede un’occhiata, annuì e si infilò la pergamena in tasca. “Molto bene. Adesso, come avete appena sottoscritto, voi, le vostre mogli e i vostri figli ci appartenete. Passeranno i miei incaricati domattina per prelevare i bambini; per voi e i vostri consorti andremo di casa in casa a, ehm, riscuotere. A stanotte, allora.” e si allontanò fischiettando.
I consiglieri rimasero in silenzio, sbigottiti. Poi uno chiese: “Ma, esattamente, chi era quello e quando è stato eletto nostro capo?”

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Entopo, cugino di Esopo – Fiaba XXI – Il volo della scimmia

Le scimmie oziavano al sole, dondolandosi pigramente dai rami di un banano. “Miii, ragazzi, che noia. Mi sento veramente infelice” disse una di loro. “Come mi piacerebbe essere come quegli uccelli lassù che volano sopra la giungla e i deserti. Se potessi volare, allora sicuramente sarei felice!”
Passava di lì per caso un vecchio sciacallo, acciaccato e zoppo, ma che l’esperienza aveva reso astuto. Sentendo la scimmia, gli venne un’idea.
“Ehi, Scimmia! Se vuoi volare, perché non voli?” latrò all’indirizzo del quadrumane che aveva parlato.
La scimmia si sporse dal ramo. “Vecchio Sciacallo, che vai blaterando? Sono una scimmia, non ho mica le ali!”
Lo Sciacallo mise in mostra i denti. “Ali? Chi ti ha detto che servono le ali? Non sono le ali che permettono di volare, ma le penne.”
La Scimmia si grattò la testa. “Penne? dici davvero?”
“Ma certo, amico” rispose lo Sciacallo “Si dà il caso che io sia un grande esperto. Ho vissuto in una terra al di là del mare dove tutti erano felici, ed erano felici perché volavano. Io ero quello che addestrava i giovani in questa abilità, e conosco perfettamente la teoria scientifica. Se ti dico che conosco il segreto del volo puoi crederci.”
Le altre scimmie del branco, udendo la conversazione, si erano avvicinate. “Che fortuna!” Si dissero le une alle altre “Un esperto scientifico di volo! Adesso saremo felici!”
“Dicci, Sciacallo, cosa dobbiamo fare per volare?” Chiese il capobranco.
Lo Sciacallo sorrise “Ve lo dirò. Come prima cosa, dovete acchiappare degli uccelli e procurarvi del bitume. Procurateveli e portatemeli qui.”
Le scimmie scattarono, e in capo a qualche ora tornarono con una dozzina di uccelletti e un grosso pezzo di bitume.
“Benissimo” disse lo Sciacallo. Adesso togliete loro le piume, e ammucchiatele lì. I corpi dateli a me, che li controllo”
Le scimmie eseguirono. “Fatto! Esclamarono. Gli uccelli andavano bene?”
“Abbastanza bene” disse lo sciacallo, sazio, leccandosi il muso. “Però erano piccoli e ossuti. Speriamo non sia un problema per il volo. Ora, una di voi si cosparga di bitume e si rotoli nelle piume.
“Io, io!” Disse il capobranco, impaziente di volare per primo. Eseguì, e le piume aderirono al suo corpo come una soffice nuvola.
“Bene,” disse lo sciacallo, “adesso il prescelto si arrampichi su quella rupe lassù e si lanci, e così potremo tutti vederlo volare!”
La grossa scimmia si arrampicò fino in cima alla roccia che dominava la pianura da uno strapiombo, e piena di entusiasmo si gettò giù.
Cadde con un forte thump! proprio in mezzo al branco che stava a guardare naso all’insù. Per un attimo ci fu silenzio, mentre la polevere sollevata dall’impatto si posava.
“Sciacallo, cosa è successo? Perché non ha volato?”
Lo sciacallo si avvicinò e annusò il rivolo di sangue che scorreva dal corpo. “Difficile dirlo. La teoria è sicuramente esatta, ci deve essere stato un problema tecnico. Esaminerò il corpo e vi farò sapere entro domattina cosa fare.”
L’indomani le scimmie trovarono che il corpo era sparito e lo Sciacallo aveva compagnia. “Vi presento mia moglie e i miei figli. Sono anche loro esperti di volo – il mio figlio maggiore è laureato in teoria della librazione cinetica, addirittura – e mi hanno aiutato a capire la causa dell’inconveniente di ieri. La nostra conclusione è che le piume fossero troppo piccole, e questo ha causato un carico aerodinamico eccessivo.”
“Eccellente, eccellente!” “Meno male che si è trovata la causa!” “Evviva!” esultarono le scimmie.
“Adesso andate a cercare altri uccelli, ma, mi raccomando, di taglia maggiore di quelli di ieri.” ordinò lo sciacallo. E così fecero.
La preparazione si ripetè, e questa volta lo Sciacallo divise l’onere del controllo con i suoi familiari. “Andavano bene?” chiesero le scimmie speranzose.
“Abbastanza, ” disse lo sciacallo, “anche se ci sono altre questioni fluidodinamiche che mi preoccupano un poco. Ma andiamo avanti, sono sicuro che presto potrete essere felici!”
“Urrah!” Gridarono le scimmie. E prepararono il prossimo volatore piumato.
Anche questo spiccò il balzo dalla rupe, e anche questo si spiaccicò al suolo come il precedente.
Lo sciacallo scosse la testa. “Proprio come temevo. Ma non preoccupatevi, avete visto come ha già volato molto di più del primo tentativo?”
“Sì!” “E’ vero!” ” E’ stato su molto di più!” “Ha quasi volato! Mancava pochissimo!” esclamarono i compagni di branco dello sfortunato.
“Adesso esaminerò le scatole nere e domani vi dirò come dovrete fare. Mi raccomando, non manca molto!”
E alla mattina dopo le scimmie trovarono che lo Sciacallo aveva portato altri esperti di volo. “Vi presento questi miei amici che hanno lavorato a lungo nel campo delle costruzioni aeronautiche, e che mi hanno aiutato ad individuare le cause dell’incidente. Il quale è stato causato dal bitume usato per attaccare le piume, che non era abbastanza saporito.”
“Saporito?”
“E’ un termine tecnico usato tra noi preparatori al volo. Vuol dire che non generava abbastanza aderenza portante. Il bitume di là dal mare era molto più adatto, ma sfortunatamente non ne possediamo. Ma i miei esperti dicono che sostituendolo con del miele la situazione dovrebbe migliorare. Quindi, procuratemi uccelli e miele selvatico!”
Le scimmie fecero per partire, ma una alzò la mano. “Mi scusi,signor Sciacallo…”
“Sì, dimmi?” latrò lo sciacallo.
“Ma…è sicuro di tutta questa storia? Io…”
Lo Sciacallo rise. “Oh poveri noi! Ditemi voi tutte: non è forse vero che al di là del mare sono tutti felici?”
“Sì, certo!” “E’ un fatto noto.”
“E il volo è un fatto scientifico. Gli uccelli volano, credo lo sappiate tutti.”
“Ah-ah! Certo!” “Come negarlo?”
“Quindi della scienza non c’è da dubitare. E io sono un esperto internazionale in materia, chiedete pure a chiunque dei colleghi qui presenti.”
I colleghi confermarono.
“Non lasciate che qualcuno vi dica che non potete volare! E’ in gioco la vostra libertà! Voi potete, e lo farete!”
“Evviva!!” Urlarono unanimi le scimmie.
“Ma l’avere dubbi, sia pure senza senso, denota grande intelligenza. Come premio, credo che dovresti essere tu a fare il primo volo, tra poco” disse lo Sciacallo rivolgendosi alla scimmia che aveva dubitato.
“Siiiiì! Evvai!” giubilò l’animale prescelto.
“E ora avanti, non indugiate, verso l’avvenire!” gridò lo Sciacallo. E le scimmie, gioiosamente, scattarono.

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Entopo, cugino di Esopo – Fiaba XX – La pecora e il domani

Una pecora stava brucando l’erba tranquilla quando scorse, al di là della staccionata, una pecora di un altro gregge.
“Ciao”, disse la prima pecora
“Ciao” rispose la seconda pecora.
La prima pecora diede un’occhiata nel prato accanto e le andò l’erba per traverso.
“Psss!”
“Cosa c’è?”
“Non ti voltare, ma comincia ad allontanarti piano…c’è un lupo che ti sta guardando!”
“Un lupo? Ah, dev’essere Giulio! Che tenero, non riesce a togliermi gli occhi di dosso!”
“Come? Conosci quel lupo?”
“E’ uno di quelli che frequentano il nostro gregge. Sono molto a modo. Di tanto in tanto fanno qualche mattana ma bisogna capirli…”
“E i vostri pastori?”
“Sono stati proprio loro a volerli con noi!”
“Davvero?”
“Massì! I nostri pastori sono rimasti affascinati dalla società dei lupi, ed hanno pensato che sarebbe bello se noi diventassimo come loro. Sai, i lupi non si perdono mai, si aiutano uno con l’altro, sono forti ed indipendenti. Sono tutte ottime qualità!”
“Ma sono lupi…”
“E cosa vuol dire? Mica vorrai discriminare qualcuno per la sua nascita? L’identità è qualcosa che ci si costruisce, come dice sempre il lupo Dario che frequenta il nostro gregge.”
“Non so se…”
“Perché hai una mentalità arretrata. Da noi ormai sono i lupi che si occupano dell’educazione degli agnelli. Ci insegnano a non avere paura del diverso, ad essere tolleranti per i modi di vita differenti dai nostri. E’ tutto naturale: siamo animali, no?”
“Ma non è pericoloso?”
“E perché mai dovrebbe esserlo? Una delle prime cose che ci hanno insegnato è che non dobbiamo essere legati ad antiche tradizioni arretrate. Anche quando succedono incidenti non giudichiamo il lupo per questo, ma lo accogliamo tra di noi. Il lupo Norberto ci dice sempre che non è possibile sbagliare, perché lupi e pecore sono la stessa cosa, e non c’è un solo modo di vedere le cose. Tutto va bene, purché sia fatto con amore.”
“E cosa vuol dire?”
“Non l’ho capito molto bene, ma forse significa che non importa cosa tu faccia tanto hai sempre ragione. Bello, eh?”
“Insomma…alcune cose che fanno i lupi…”
“Ecco, vedi? E la tua mentalità licofoba che prende il sopravvento. Da noi è quasi cancellata, ormai, ma capisco che tu abbia ancora tanta strada da fare. Vuoi venire da noi per un po’? C’è molto da imparare, sai.”
“Ecco, io cortesemente declinerei. Ma non c’è nessuno che si è opposto a questo approccio?”
“Oh, sì, qualche pastore, alcune pecore. Ma la società del gregge più avanzata è fortemente insorta contro di loro, e i lupi hanno fatto capire che sarebbe stato gravissimo persistere in un atteggiamento di disprezzo e chiusura. Chi non si adegua dovrà andarsene, hanno detto, e in effetti qualcuno dopo non si è più visto.”
“E questo non ti mette a disagio?”
“E perché dovrebbe? Mangio l’erba come al solito, anzi, più del solito, dato che da quando sono arrivati i lupi sembra ci sia più spazio per tutte noi. Sono molto soddisfatta perché faccio quello che voglio, non c’è più nessuno che mi dice vai qui, va là. E poi c’è questo lupo, che continua a mangiarmi con gli occhi…”
“E questo non ti mette a disagio?”
“Perché dovrebbe? Sono una pecora libera, vado con chi mi pare! E adesso ciao, devo andare, perché sai, te lo dico in confidenza, mi ha chiesto un appuntamento per stasera…ci vediamo domani e ti racconto, eh?”
La pecora guardò allontanarsi la sua sorella al di là della staccionata. Il grosso lupo grigio sulla roccia si alzò languidamente, poi la guardò e le strizzò l’occhio. La pecora si sentì avvampare. Quindi il predatore si allontanò trotterellando dietro al suo appuntamento serale.
La prima pecora scosse la testa. “Domani? Forse…”

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Entopo, cugino di Esopo – Fiaba XIX – Il Grande Incontro per l’Amicizia Animale

Un giorno i più saggi tra gli abitanti della giungla si trovarono tra di loro per valutare la situazione.
“Così non va,” esordì l’Orso, “ci sbraniamo tra di noi e siamo nemici. Invece di collaborare quando accade una disgrazia gioiamo, se capita a chi non ci piace”.
La Tartaruga annuì “E’ vero. Dovremmo cominciare a conoscerci meglio tra di noi, e magari potremmo anche smettere di farci la guerra. Vivremmo certamente meglio.”
Il Gabbiano, che aveva viaggiato e visto molti posti e molte genti, se ne uscì con un’idea. “Potremmo organizzare un incontro in cui spieghiamo tutto questo, invitando tutti gli animali migliori ad esprimere il loro punto di vista. In questa maniera con il tempo potremmo smettere di avere paura uno dell’altro, e forse anche diventare amici.”

L’idea piacque. Con bramiti, barriti, ruggiti, strida ognuna delle bestie espresse la sua approvazione per la magnifica trovata. Fu stabilito che l’ultimo giorno della Luna delle Pioggie si sarebbe tenuto un Grande Incontro di tutti gli animali della giungla alla Grande Roccia Vicino al Mare.
“Allora, chi invitiamo a tenere i discorsi?” chiese il Gabbiano.
“Non dovrebbe essere qualcuno di noi. Se parliamo solo tra di noi, non serve a niente.” asserì la Tartaruga. “Allora, chi?”
“Naturalmente la Tigre”, disse l’Orso “sono le Tigri che ci governano, e…”
“La Tigre?” gridò sbalordito il Bufalo “Ma come puoi pensare che potremmo stare ad ascoltare un simile tiranno? Prende i nostri cuccioli, e prima di ucciderli ci gioca!”
“Il Bufalo non ha tutti i torti” annuì seria la Gazzella “in passato la Tigre è stata molto crudele. A te forse non interessa, Orso, perché per la tua stazza e i tuoi unghioni non ha mai osato attaccarti. Ma a noi sì. E ci fai venire il dubbio che ci possa essere un accordo tra lei e te. Che interessi hai, per proporla, eh? Vuoi forse una parte delle sue prede? Sei connivente?”
“Niente del genere!” Sbottò l’Orso, “Ma se vogliamo trovare l’amicizia dobbiamo cercare di superare le differenze di vedute.”
“Differenze di vedute? Stiamo parlando dei miei figli, divorati!” si indignò il Bufalo.
“Potresti sempre ricordare alla Tigre, dopo il suo discorso, la sua crudeltà” asserì la Tartaruga.
“Fatemi capire” disse la Mangusta “La Tigre finisce di parlare e quindi le rinfacciamo quello che fa? Come pensate che la prenderà? Pensate che verrà ancora agli incontri successivi?”
“Bah! Che coraggio!” ghignò la Gazzella.
“E allora chi vuole presiedere l’incontro e fare la dichiarazione?” chiese la Mangusta. “Certo dopo avergliele cantate più nessun cucciolo verrà divorato, nella giungla.”
Tutti tacquero.
L’Orso alzò le zampe. “Va bene, allora chi facciamo parlare? La Pantera?”
“Ehi, ma siamo matti? Solo il mese scorso si è mangiata mia moglie!” Fece il Tapiro.
“Allora l’Elefante”
Le Formiche insorsero. “Quello che con quelle zampacce che disintegra i nostri nidi?”
“Il Lupo?”
“Ma scherziamo?”
“Allora il Facocero!”
“Ma cosa ne sa il Facocero, che grufola solo a terra tutto il giorno e non alza mai lo sguardo?”
“Il Serpente!”
“Se sa che ci sono io non se ne fa niente” disse triste la Mangusta.
“La Gazzella!”
“E come la prenderà la Tigre?”

Alla fine fu invitato a parlare lo Scarabeo Stercorario. Fece un gran bel discorso sul cibo, ma non c’erano molti animali ad applaudirlo.  

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Entopo, cugino di Esopo – Fiaba XVIII – L’Asino in sciopero

Un Asino trasportava cose per conto del carrettiere suo padrone. Poiché raramente i carichi erano pesanti ed era ben nutrito, l’Asino era soddisfatto. Ma un giorno nel paese arrivò la carestia, i lavori disponibili furono sempre meno e mal pagati e le ristrettezze aumentarono. L’Asino però non ci stava. “Ecco,” si disse, “lavoro più duramente e mangio di meno di prima. Il padrone è ingrato e non comprende la mia fatica: gli farò capire chi è che comanda, chi tra noi due è quello indispensabile.”
Così, la volta successiva che il carretto fu riempito, l’Asino rifiutò di muoversi. Invano il suo padrone lo spinse, lo supplicò, lo bastonò persino: l’Asino ragliava, scalciava e non si spostava di un palmo.
Alla fine il carrettiere piangendo si rivolse all’animale: “Disgraziato, cos’hai fatto?” disse, “non abbiamo portato il carico in tempo e han dato il lavoro ad altri. Era l’ultimo disponibile, non me ne affideranno più. Sono rovinato e non posso mantenerti oltre: non mi resta che mangiarti e vendere la tua pelle per ricavare ancora qualche soldo.”

Entopo, cugino di Esopo – Fiaba XVII – La Formica, la Cicala, e l’Altro

Se ci pensate è la più grande ironia di tutti i tempi. Il liberismo, il libero mercato, l’ideologia per cui è ingiusto, inefficiente e sbagliato limitare in qualsiasi maniera l’iniziativa economica e non solo, in ultima analisi il capitalismo…che all’improvviso si trasforma nel suo contrario. Ciò che ci salva non è più la libertà, ma la sua limitazione.

Siamo oggettivi: di fronte ai sacrifici chiesti ai greci quelli che stiamo compiendo noi in Italia sono come rinunciare al terzo trancio di pizza. Ditemi se anche a voi, di fronte ad essi, non vi girerebbero parecchio le scatole. Ed hai una bella voglia a dire che sono necessari, che l’alternativa è peggiore.

Perché in fondo il problema dei greci è di averci creduto. Sì, avere creduto veramente che tutto fosse possibile. Che la libertà fosse illimitata. Che i prestiti non potessero essere restituiti con comodo. Che qui si è tutti buoni, e mai ci approfitteremmo di te, amico ateniese.

Non so se avete presente quella favola che parla di cicale e di formiche.
Un tempo la soluzione finale era lasciare la cicala fuori al freddo. Non ti sei data da fare? Arrangiati. Zoom su corpo di cicala coperto di neve e di formiche che banchettano al caldo.
Da un certo punto in poi il buonismo prevalse. “Su vieni dentro, amica cicala. Scaldati con noi, divideremo il cibo raccolto”
Dato i tempi, direi che è necessaria una terza versione…

***

L’estate era quasi al suo culmine. La Cicala cantava gaia, attirandosi più di uno sguardo seccato dalle Formiche che passavano, cariche di semi e frammenti vegetali per l’inverno. Ad un tratto si interruppe.
“Cosa c’è, amica Cicala? Non canti più?” chiese una voce dal terreno.
La Cicala si sporse, ma non riuscì a vedere chi le stava parlando. “Uh, non è che non ne avrei voglia, ma la stagione avanza e forse dovrei mettere qualcosa da parte…”
“Ma cosa dici, amica Cicala!” Esclamò la gradevole voce dal basso “tu stai già lavorando! Stai fornendo a tutti i lavoratori del prato una eccezionale offerta turistica! Non devi preoccuparti di cercare il cibo! Vedrai, penso a tutto io.”
La Cicala annuì, perplessa, e continuò a cantare.

“Formica, ehi, Formica”
La Formica, udendo la voce, si voltò. “Chi è là? Non ti vedo.”
“Sono un amico, non ti preoccupare” Disse la Voce. “Senti, che ne diresti di collaborare con la Cicala per la raccolta di cibo?”
La Formica scosse la testa. “Quella buona a nulla? E perché dovrei?”
“Per due buoni motivi” replicò la Voce. “Primo, perché fate tutt’e due parte dello stesso prato. Secondo, che il canto della Cicala attira un sacco di altri insetti, e questo vuol dire più cibo per tutti.”
“Davvero?” Chiese un po’ stupita la Formica.
“Ma certamente! E’ teoria economica di base. Potrete permettervi molte più larve perché saranno gli interessi a ripagare l’investimento. Allargate il formicaio: diventerete potentissimi, dominerete i vicini. Facendo così ci sarà anche posto per la Cicala” assicurò la Voce.
“Ma c’è il rischio che le giovani larve diventino menefreghiste come lei…” obiettò la Formica.
“Che dici! In ogni caso vi farà bene rallentare un poco il ritmo. Voi Formiche sarete più riposate e contente, e potreste anche mettere su qualche milligrammo, che non sarebbe male.
La Formica ristette qualche istante, poi si strinse tutte le spalle. “Proviamoci”.

Era ormai parecchio che il sole non faceva più capolino fuori dalle nubi grigie. Un freddo così non lo si vedeva da tempo, alla faccia delle teorie che sostenevano che il prato si stesse riscaldando. La cicala occupava da sola quasi tutta la Sala Grande del formicaio. E mangiava. Oh se mangiava.
La Formica si affacciò nel tunnel buio. Al fondo una serie di piccoli luccichii, come le stelle in un cielo che non poteva esistere.
“Voce, ehi, Voce…” chiamò la Formica
“Dimmi, cara…” disse la Voce melliflua dal fondo della galleria
“Noi ti abbiamo ascoltato, ma le cose si stanno mettendo male. Abbiamo fatto schiudere troppe larve, che ci stanno esaurendo le scorte. Per non parlare della Cicala che da sola mangia come un esercito.”
La Formica si arrestò, come cercando le parole.
“E allora?” la incoraggiò la Voce.
“E allora…cosa possiamo fare? Non possiamo mandar fuori la Cicala, perché è così grossa che demolirebbe mezzo formicaio, e se il freddo entrasse farebbe strage. E non possiamo – uhm – mangiarla, perché se le dessimo battaglia crollerebbe la sala comune.”
“Capisco”. La Formica udì come un sospiro, che poteva però anche essere una risata. “Vi aiuterò io. Ma occorrerà fare tutti dei sacrifici.” disse la Voce.
“Uh…quali sacrifici?” chiese la Formica.
“Per prima cosa, occorrerà ridurre la differenza tra popolazione attuale e popolazione sostenibile. Alcune delle larve e delle pupe dovranno essere sacrificate per il bene comune,” scandì la Voce. “cioè tutte quelle che non possiamo permetterci di mantenere”
“Ma è terribile! E chi si prenderà la responsabilità di decidere questo?” inorridì la Formica
“La proposta è mia, mi assumerò io questo peso” disse la Voce, “e c’è da sperare che non saranno molte. Ma farò quel che devo. E poi anche la Cicala dovrà dare parti di sé”.
“Parti di sé?”
“Sì, quelle più inutili: le ali, le elitre, forse anche qualche zampa e le antenne. E’ inevitabile” si rincrebbe la Voce. “e anche di questo mi incaricherò io”.
“Ma così morirà” esclamò la Formica
“Se così fosse, sarà per il bene di tutti, e un altro problema sarà risolto. Ma naturalmente” ribadì la Voce “è nell’interesse di tutti che questo avvenga il più tardi possibile”.
“E se si ribellasse?”
“Oh, non ti preoccupare, so come immobilizzarla”.
La Formica si voltò. “Mi pare che non abbiamo molta scelta. Lo dirò alle altre.” Si arrestò. “Voce?”
“Sì?”
“Senti, in tutto questo tempo non mi hai ancora detto come ti chiami veramente”
“Oh, scusa, avrei dovuto presentarmi” Fece un passo avanti dal fondo della buia galleria. “Puoi chiamarmi Ragno”.

Dal libro VIII del “De Republica”

Disse Entopo: “Dimmi, o Socrate: se per salvare la democrazia devo scegliere persone che il popolo nè elegge nè sa chi sono, questa dirsi si può ancora tale?”

Replicò Socrate “Certo, se codesti saggi sono scelti da coloro che il popolo hanno voluto”

Entopo pensoso continuò: “Ma a che uopo, se solo i saggi sanno governare saggiamente, far eleggere al popolo altri che saggi non sono? Se il saggio è colui che non è legato ai partiti che dividono questa nostra città, se ne viene che tutti i politici sono stolti. Perchè mai dunque scegliere uno stolto al governo?”

 “Bene dici”, rispose Socrate, “Ma se lasciassi a casa gli stolti chi mai sceglierebbe i saggi?”

Entopo disse “E chi mai si può fidare da un saggio scelto da uno stolto?”

E Socrate: “Ma è proprio lo stolto ad avere scelto il saggio? Non può darsi che il saggio, bramando il governo delle cose, abbia mosso una guerra segreta allo stolto e, vintolo, ne abbia preso il posto? Perché quando la situazione è grave per la città è bene cercare il saggio che sappia provvedervi; ma conviene anche stare attenti che la causa del disastro non sia lo stesso che si propone per rimediarvi, o un suo solidale.”

Ma Entopo: “E se anche fosse, non sarebbe in fondo cosa buona? I grandi re muovono guerra gli uni agli altri, e quando il minore cede il più forte ne prende il posto. Essendo più forte meglio può provvedere al popolo di quello che, vinto, deve lasciare il trono, e ripagare i danni dalla sua stessa guerra causati.”

Domandò Socrate: “Se fosse come tu dici, che ne sarebbe della democrazia?”

Replicò Entopo: “Anch’io me lo domando. Questa parola sarebbe vuota e usata solo dagli stolti per darsi vanto.”

“O dai saggi”, concluse Socrate, “o dai saggi”.

Entopo, cugino di Esopo – Fiaba XVI – La scimmia e il falegname

Un falegname un giorno trovò, ai bordi della foresta, una piccola scimmia, e decise di tenerla con sé. La scimmia, anche se non parlava come gli umani, capiva perfettamente quello che il falegname diceva; e sua volta il falegname interpretava senza sbagliare quello che l’animale pensava.

L’uomo portò la bestiolina al lavoro con lui. Il bancone era ingombro di ogni genere di strumenti. La scimmietta salì sul ripiano e li guardò con curiosità. Non ne aveva mai visti di simili. Non capendo cosa servissero, cominciò a buttarli sul pavimento, ma il falegname dolcemente la fermò.
"Aspetta, piccolina. Questi non sono dei rottami: sono gli strumenti del mio lavoro. Questa è una pialla; questa una raspa; questo arnese dalla forma curiosa è un succhiello; quest’altro una sgorbia. Tutti differenti, buffi, strani, ma ognuno ha una ragione per essere così. Solo perchè non capisci il loro uso non devi disprezzarli o gettarli via. E’ l’artigiano che li ha creati e li mette a frutto che sa i loro segreti, la ragione per cui esistono, non certo una scimmietta come te."

L’animale si calmò, e, pur perplesso, si mise da parte ad osservare il lavoro dell’uomo. Presto però si stancò, come spesso accade anche a noi quando guardiamo ciò che non comprendiamo fino in fondo, e si appollaiò sul balcone a guardare fuori.
Attaccati al muro sottostante c’erano alcuni mendicanti. Un ragazzino minuscolo con il corpo deforme e la faccia tutta storta, una vecchia dai capelli radi dalla mano tremolante, un cieco, un giovane che stava seduto a fissare il vuoto sbavando. La scimmia, guardandoli, iniziò a ridere; e tirava loro sassolini e rifiuti. I poveretti non capivano da dove arrivassero i colpi; poi, avvistato in alto l’animale, tentarono di sottrarsi ai lanci. Ma più si riparavano più la scimmietta rideva, e li bersagliava con foga e gioia maligna.

Nella finestra si profilò l’ombra del falegname, che delicatamente ma con decisione afferrò la  bestiola per la collottola e la mise sul bancone.
Quindi, guardandola con dolore, le disse: "Ma come! Non ti avevo appena detto che non devi disprezzare e distruggere ciò di cui non capisci la ragione per cui è stato creato?"

Entopo, cugino di Esopo – Fiaba XV – Il Pioppo superbo

Un vecchio Frassino guardava crescere i nuovi alberelli del bosco, e parlava a loro nella lingua degli alberi, che è una lingua molto lenta. Una singola lettera è uno stormire di fronde, e per completare una frase può volerci anche un giorno intero. Nonostante questo, generalmente, gli alberi stanno ad ascoltare.

"Crescete dritti", raccomandava ai virgulti. "Sapete, quelle cose piccole e fastidiose che talvolta girano intorno ai nostri tronchi si chiamano uomini, e prestando sufficiente attenzione si riesce anche a capire il loro linguaggio. Quelli che abitavano questa landa quando io ero un alberello della vostra età chiamavano chi ha il tronco dritto "pro-bus", secondo la propria natura, probo. Sarete probi se affonderete le vostre radici in profondità. Con gli anni diventerete alberi robusti e antichi come me o Nonna Quercia."
"Bah", fece un giovane Pioppo, "io ho pochi anelli nel tronco eppure sono già alto come lei; ancora poco e supererò anche te"
"Attento," ammonì il vecchio Frassino, "porta rispetto agli anziani. Se metti tutta la tua forza nell’innalzarti e svettare non renderai le tue radici abbastanza solide. Non dimenticare ciò su cui poggi e ti permette di crescere."
"Da quando hai iniziato la frase sono cresciuto di altri dieci centimetri, vecchio" ribattè il Pioppo, "non vengo certo da te a farmi insegnare qualcosa."
"Sai come chiamavano gli antichi uomini uno come te? Super-bus", gli rispose con calma il Frassino, "uno che è più alto di quello che la sua natura vorrebbe."

E veramente il pioppo in breve divenne l’albero più alto del bosco, e guardava tutti dall’alto in basso.
Però un giorno si alzò un vento maligno, che fece vorticare le foglie antiche e vibrare i rami più robusti. Nonna Quercia e Vecchio Frassino ripararono con la loro mole gli alberelli più piccoli, ma Pioppo svettava di parecchio su tutti e si prendeva in pieno le raffiche più possenti. Le sue radici erano deboli e superficiali perchè aveva convogliato tutta la forza nel crescere più degli altri. E non fu meraviglia che cedessero, e che il giovane albero si rovesciasse alla fine al suolo con un gran fragore di legno spezzato.
Vecchio Frassino scosse la chioma, frusciando. "Questo accade quando si dimentica la solida terra dalla quale si proviene. In lui c’era il seme della sua distruzione. Non era" concluse, "alla nostra altezza". 

Entopo, cugino di Esopo – Fiaba XIV – L'uomo che voleva diventare balena

C’era un uomo che ammirava le balene. Le ammirava così tanto che un giorno decise di diventarne una. Si allenava a nuotare e mangiava una quantità spropositata di gamberetti. Cominciò ad ingrassare, ingrassare, gonfiarsi, gonfiarsi…"Ce la farò", ripeteva, "la mia natura è quella di balena. Non posso fallire". Si fece operare per cambiare mani e piedi in pinne. Restava a mollo per giorni. E intanto diventava sempre più grosso…
Finchè esplose, direte voi.
No, bambini. Non stiamo parlando di rane.
Finchè non ha scritto un libro per raccontare la sua esperienza. Viene intervistato regolarmente, ha preso parte a parecchie trasmissioni televisive come opinionista. Ha piccoli scompensi cardiaci ed ha eliminato da casa sua tutti gli specchi.
Non è una balena.

Entopo, cugino di Esopo – Fiaba XIII – Il coraggio del rinoceronte

Il rinoceronte pascolava nella savana brucando i giovani germogli quando, passando vicino ad un cespuglio, scorse la gazzella che se ne stava nascosta insieme con i suoi piccoli.
Il rinoceronte si mostrò stupito. "Cosa fai qui così silenziosa? Il sole è alto, è tempo di pascolare."
La gazzella rispose "Ssshhh! Ci sono i leoni in caccia, ho timore che ci trovino."
Ma il rinoceronte sbuffò. "Ma come! Un bell’animale come te, forte, con due corna dritte e appuntite che ha paura di leoni pidocchiosi! Tutta la savana riderà di te, e dirà che sei una vigliacca. Occorre dare una lezione a quei sacchi di pulci, se no saranno sempre lì a fare il bello e il cattivo tempo. Sta a vedere."
Il rinoceronte avanzò fino a che non giunse a tiro di una coppia di felini in caccia. Appena li vide cominciò a strepitare. "Gattacci rinsecchiti! Prepotenti! Siete il disonore degli animali! Prendervela con gli indifesi! Venite qui se avete il coraggio!"
I leoni lo guardarono storto ma non dissero niente, e trotterellarono un poco più in là.
Il rinoceronte tornò dalla gazzella. "Visto? Ci vuole poco, non possiamo lasciare che ci mettano le zampe in testa: occorre che la nostra voce si alzi forte e chiara in difesa dei diritti di tutti gli erbivori."
La gazzella prese coraggio, si drizzò e cominciò a gridare verso i leoni: "Lasciateci in pace, prepotenti!"
Ma questi, anzichè tirarsi indietro, partirono alla carica: con due zampate uccisero i piccoli della gazzella, che cercò di salvarsi la vita fuggendo disperatamente.
Più tardi, mentre i leoni banchettavano, il rinoceronte trotterellò lì accanto. Il capo dei felini alzò il muso dal pasto sanguinoso e gli chiese: "Ma cosa ti è saltato in mente prima di insultarci così? Lo sai bene che non abbiamo intenzione di litigare con te, non ci interessi per niente!"
E il rinoceronte rispose: "Non è per voi che l’ho fatto. Volevo che i germogli fossero a mia completa disposizione…"

Entopo, cugino di Esopo – Fiaba XII – La superiorità del cinghiale

Il cinghiale grufolava rivoltando le zolle con le zanne. Dalla terra smossa scaturivano lombrichi e insetti, che il suino prontemente divorava.
"Povere creature cieche" pensava, "vivono nell’oscurità e se vedono la luce è solo per farmi da pasto. Io sono naturalmente superiore a loro; io so che esiste il giorno e la notte, e la mia sapienza è infinitamente maggiore. Questo e il mio carattere piacevolmente collerico fanno di me il re del creato."
Per un attimo una fugace ombra oscurò il sole: il cinghiale, intento a frugare nel terriccio, non se ne curò. Era un’aquila: ma la sua presenza era ignota al cinghiale dato che la sua specie, per come è fatta fisicamente, verso l’alto non può proprio guardare.

 

Entopo, cugino di Esopo – Fiaba XI – Il confine dei lupi

Le nazioni delle Capre e dei Lupi erano in guerra. I Lupi predavano i piccoli delle capre, e le Capre vanamente cercavano di impedirlo. A stento riuscivano a scampare saltando sulle rocce. Alla fine decisero di andare dal regnante, il Leone, per chiedere la cessazione della strage.

"Non posso fare questo", disse il Leone. "Se anche lo facessi, i Lupi continuerebbero a cacciare di nascosto e l’unico effetto che otterrei sarebbe compromettere la mia autorità."
"Ma saremo tutte sterminate se continuiamo così!"
Il leone pensò per qualche istante. Poi disse:
"Ascoltate quello che farò. Voi stabilirete un confine all’interno del quale sarete salve. Io garantirò che i Lupi non vi assalgano all’interno dei bordi che avrete tracciato; ma all’esterno loro potranno predarvi senza che io intervenga."

Le Capre acconsentirono. Così si diedero da fare, e staccarono un gran numero di frasche con le quali delimitare un territorio. Alla fine chiamarono il Leone e i Lupi. "Ecco il nostro confine! All’interno di questo grande cerchio di fronde noi staremo al sicuro." Il Leone annuì. I Lupi non dissero niente, e se ne andarono senza voltarsi.
Calò la sera. Tutte le Capre si riunirono all’interno del confine tracciato, belando di contentezza. Non sarebbero state più costrette a dormire sui dirupi, ma sul terreno morbido in piena sicurezza!
Ma a metà della notte furono destate da rumori e tramestii. Nonostante fossero sicure della protezione del Leone, si strinsero più strettamente tra loro. Alla fine spuntò l’alba. E furono prese da terrore vedendo un gran branco di Lupi con le zanne snudate avanzare con fare minaccioso.
"Fermi! Fermi! Cosa fate? Noi siamo protette dal confine!"
"E dov’è il vostro confine?" Domandò il Lupo più grosso in testa agli altri.
Le Capre si guardarono attorno e scoprirono che durante la notte tutte le frasche erano state spostate parecchio più in là. Adesso recintavano uno spazio vuoto, mentre le Capre ne stavano bene al di fuori.
I Lupi con un ululato si slanciarono sul gregge indifeso, ghermendo i capretti più belli.
Le madri belarono "Leone, aiutaci!" ma questi, assiso su una roccia, si limitò a scuotere la testa: "Dovevate stabilire un confine non arbitrario, che non si potesse spostare a piacimento. Adesso avete scoperto che a qualcuno piace molto più in là di quanto potevate immaginare. Non posso farci niente, è la legge". E continuò a leccarsi le zampe, mentre il massacro continuava.

Entopo, cugino di Esopo – Fiaba X – Le zanzare

Le zanzare svolazzavano alla luce del sole declinante.
"Miii, allora raghi, che facciamo stasera?"
"Siamo giovani, si potrebbe danzare…"
"Oh, che palle! Io vado alla pozzanghera, magari ci scappa anche qualche uovo…"
"Oh, io c’ho fame"
"E allora lavora…"
"Lavorare? Noi non lavoreremo mai! Mica so’ na mosca, che debba spalare merda tutto il giorno?"
"Giusto! E’ questa società che è marcia! Succhiamo finchè ce n’è!"
"Oh, ferme, ferme, non sentite quest’odore?"
"Uah ah ah, hai mollato?"
"Deficiente, non senti? E’ Autan!"
"Autan? Mii, che schifo!"
"Macchè schifo! Sai cosa vuol dire? Che ci sono mammiferi da succhiare! Alè, ragazzi! Si va! Segui il profumo! Facciamo un corteo!"
Le zanzare si concentrarono in uno sciame fitto e nerastro, e cominciarono a calare in massa verso un gruppo di umani che, incoscientemente, era uscito all’aperto.
Alla testa, una zanzara urlava slogan ronzanti:  "Ripudiamo lo sfruttamento globale da parte dei bipedi umani! Espropriamo i grandi mammiferi imperialisti del sangue che hanno derubato alla natura! Okkupiamo la pelle dei mammiferi borghesi, viva la cultura dittera! Zanzare di tutto il mondo, unitevi!"
Presto l’aria attorno agli uomini fu piena di insetti volanti. I bipedi cercavano di scacciare i fastidiosi esseri, ma sembrava una battaglia persa.
Nella frenetica ricerca di cibo, alcuni si erano messi a succhiare anche gli zampironi. "Ma cosa fate, quella roba vi fa male!" "Oh, è roba forte…ti manda fuori, ma bene!" "Ti ammazzerà!" "Oh, ecchemmenefrega, che vuoi sapere tu, dai, vieni a farti un tiro…"
Una delle zanzare era così presa a risucchiare sangue, tanto che era diventata grossa il doppio, che non si accorse della mano che calava su di lei. Sciaff! In un istante non fu che una pallottola di ali e zampe.
"Avete visto? L’ha ammazzata!" "Bastardo! Carogna! Hai finito di vivere!" "La repressione non vincerà, la parola d’ordine è resistere!"
"Basta! Non ce la faccio più!" Urlò uno dei soggetti bipedi ormai sfigurato da bolle su tutte le parti scoperte e buona parte di quelle ricoperte. "Fuori non si riesce a stare! Rientro in casa!"
La capozanzara esultò. "Urrà! Le forze nemiche abbandonano il campo!"
"Ma…adesso, che mangiamo?" si interrogò un’altra.
In quell’istante un pipistrello, che al calare dell’oscurità aveva cominciato i suoi giri in cerca di prede, calò sul gruppo e ingoiò le zanzare troppo gonfie ed intorpidite per fuggire. Risalendo in alto in cerca di altri bersagli, si disse: "Belle grasse, ma con un sottofondo amarognolo. Chissà che schifezze hanno succhiato…"

Entopo, cugino di Esopo – Fiaba IX – La scelta del porco

Il maiale si rivoltava nel fango maleodorante per i suoi stessi escrementi. Gli altri animali della fattoria si tenevano a distanza dalla sua pozza, in quanto il fetore era insopportabile. "Nessuno mi vuole bene – grugniva il porco – nessuno vuole avere a che fare con me".

Il contadino, passando davanti alla pozza, arricciò il naso. "Così non va. Vieni, porcello – disse – cerchiamo di darci una ripulita"
Portò il maiale al pozzo e lo lavò con l’acqua corrente. Le incrostazioni e le sudicerie furono tolte e la pelle del maiale, per la prima volta da parecchio, risplendette pulita. "Ecco fatto – disse il contadino – adesso sei tutto splendente. Và, e cerca di non voltolarti più nella sporcizia".

Il porco considerò le parole del suo padrone. "Come – pensò – non dovrei più rotolarmi nelle schifezze? Ma è la cosa che mi piace di più! Come osa quell’umano impedirmi di fare quello che mi pare?" E così si diresse alla sua pozza preferita, lavò l’acqua con il fango e in capo ad un minuto era di nuovo inzaccherato come prima.

Nel vedere però che gli altri animali passavano ancora alla larga da lui fu preso da una gran rabbia. "Come osano?" – si disse – Ecco, mi evitano perchè io sono sporco. Se fossero lerci anche loro, però…"
Attese quindi che il cavallo transitasse accanto al suo buco per gettarsi nel fango e schizzarlo tutto con la melma mefitica. Il bianco manto e la criniera ne furono tutti lordati. "Guardate, guardate!" gridò il maiale "Guardate come è lurido il cavallo!"

Ma il cavallo scosse la testa "Questi sono solo schizzi di fango, che farò in fretta a lavare via. Tu, invece, hai scelto di puzzare: e questa scelta, con tutte le sue conseguenze, non ti sarà tolta".

Entopo, cugino di Esopo – Fiaba VIII – Il leone incapace

Un leone era solito prendere il sole tutto il giorno. Non gli piaceva andare a caccia: per dirla tutta, non era neanche granchè in gamba. Preferiva nutrirsi di quanto gli altri gli portavano. Era però riuscito a diventare capobranco in quanto sapeva ruggire particolarmente bene e aveva una criniera fluente, e gli altri leoni tengono in gran conto simili particolari. I componenti del branco che lo avevano sostenuto sapevano che, fintanto che fosse stato lui a regnare, avrebbero potuto fare il loro comodo senza problemi.

Ma le aspettative seguite alla sua elezione erano andate deluse: invece di guidare il gruppo dove le prede erano numerose, preferiva poltrire sulle roccie, dove poteva sdraiarsi a sorvegliare i suoi sottoposti. Tutto il suo branco era alla fame, e i malumori serpeggiavano. Una delegazione composta di madri che non avevano di che sfamare i cuccioli e di giovani leoni ambiziosi si recò alla sua presenza.
Ad ascoltare le lamentazioni, alcune scimmie che osservavano dall’alto di un baobab  presero a prendere in giro il leone incapace. Allora questi ruggì e le caricò, e gli sbeffeggiatori si dispersero.
"Avete visto?" disse, rivolgendosi ai presenti "Ci spiavano e ci dileggiavano, ma le ho sistemate. Occorre una seria vigilanza nei confronti di quelle creature".
Ma la portavoce delle femmine lo guardò freddamente: "Abbiamo ancora fame."

Entopo, cugino di Esopo – Fiaba VII L'Agnello, il Lupo, il Leone e gli altri

Un Agnello se ne andava tranquillamente per la sua terra natale tenendo bellissimi discorsi quando incontrò un lupo. Il lupo digrignò i denti e disse all’Agnello: "Chiedimi subito scusa o ti sbrano!"
L’Agnello si fermò. "E perchè dovrei chiederti scusa?" disse, rivolto al Lupo.
"Perchè hai detto che sono violento!" ringhiò il Lupo mostrando significativamente le zanne.
"Non l’ho detto", replicò l’Agnello, "ho solo citato di passaggio un dialogo avvenuto seicento anni fa tra un imperatore e un saggio, proprio mentre la sua città era minacciata dai…"
"Mi hai provocato!"
"Ma è un dialogo storico, documentato…e poi il tema del discorso era un altro, quello della ragionevolezza della fede e da come nel mondo moderno questa sia stata attaccata dal volontarismo umanista, dalla pseudo scienza illuminista e da…"
"Bugiardo! Come puoi dialogare se mi insulti così? E se non sei stato tu, è stato tuo padre!"
In quel momento una enorme leone spuntò a poca distanza dai due. "Lupo malefico!" ruggì "Anche l’Agnello è dalla mia parte! Lo ha detto chiaramente! Alleati insieme finalmente potremo distruggerti!"
L’Agnello lo guardò perplesso: "Veramente io non…"
"Falso! Falso!" Abbaiò un grosso cane saltando fuori da un cespuglio "L’Agnello ha detto che è contro la violenza, quindi contro i leoni! E’ dalla parte di noi lup…cani, voglio dire!"
"Non prestategli ascolto" sibilò un serpente tra l’erba "sono tutte superstizioni…"
Il successivo arrivo di un elefante, un rinoceronte, due gorilla e alcuni corvi non fece che peggiorare la situazione. Gli animali presero ad azzuffarsi tra loro schiacciando tutto all’intorno.
L’Agnello si allontanò scuotendo la testa, chiedendosi "Ma a qualcuno di loro importa cosa ho detto veramente?"

Entopo, cugino di Esopo – Fiaba VI – Cosa rode

Il Re dei roditori tamburellava con le zampette sul sasso che gli fungeva da trono, guardando il suo simile avanzare con uno strano movimento sinuoso. A parte le dimensioni ed il colore del pelo, più cupo nel Re che nel suo suddito, ai vostri occhi i due sarebbero sembrati ammassi di pelo assolutamente identici. Ma d’altra parte voi non siete roditori.

"E dunque, chi sareste voi?" esordì alla fine il Re.
L’animaletto interpellato si rizzò sulle zampette.
"Siamo i Pesci"
Il Re corrugò la fronte. "Pesci? Che strana tribù è mai questa? E perchè vi rifiutate di contribuire allo scavo delle gallerie comuni?"
"Ci rifiutiamo perchè siamo pesci. Come pesci, non vogliamo avere niente a che fare con la terra."
"Non volete…e perchè mai?"
"I pesci sono affini con l’acqua, non con la terra, e quindi non puoi chiederci di scavare gallerie contro il nostro orientamento."
Il Re saltò sulle zampette. "Ma voi siete roditori come me. Siamo uguali dal punto di vista fisico. E i roditori hanno sempre scavato gallerie, se vogliono sopravvivere."
A udire queste parole, Il piccolo mammifero cominciò a muoversi in circolo con veloci movimenti oscillanti. Il Re si rese conto che cercava di imitare le mosse di un animale marino, senza riuscirci troppo. "Potremo sembrare roditori all’esterno, ma la nostra vera natura è di esseri acquatici. Siamo stati attirati dal mare fin da piccoli, ma non osavamo dirlo per paura della mentalità corrente. Ma è ora di uscire fuori, di dichiararsi per quello che siamo intimamente."
Il Re scosse la testa "Mi sembra una follia. Non c’è niente di naturale in questo."
"Niente di naturale? I mari sono pieni di pesci!"
Il Re aprì e richiuse la bocca. "Ma cosa volete dunque?", sbottò.
"Che il nostro essere pesci sia riconosciuto. Ci negano l’accesso alle riserve di semi con la scusa che non li raccogliamo."
"E perchè non li raccogliete?"
"Perchè siamo pesci! I pesci non raccolgono i semi."
"Già, dimenticavo", brontolò il Re. "Ma allora, perchè volete mangiarli?"
"E dovremmo essere esclusi da un diritto di tutti i roditori? Sarebbe discriminazione! O Re, tu vuoi forse discriminarci? Non dice forse la nostra legge che tutti i roditori sono uguali? Vuoi metterti al livello dei predatori?"
"No, ci mancherebbe…"
"E quindi vogliamo che l’attività di nuotare sia riconosciuta equivalente a quella di scavare"
"Ma non hanno niente a che fare!"
"Il roditore di terra scava, il roditore del mare nuota. E’ equivalente. Non immagineresti, o Re, quanti roditori di terra sono in realtà roditori marini che non osano sfidare le convenzioni e i condizionamenti della società…"
"Non immagino, infatti…" provò ad interrompere il Re.
Ma il roditore acquatico continuava imperterrito "…quale di noi non ha immaginato talvolta di nuotare libero? E quanti non sono riusciti a lasciarsi andare per colpa di una sciagurata tradizione? Io non voglio entrare in un buco quando posso tuffarmi tra le onde. Io sogno una società in cui ognuno nuoterà o scaverà liberamente…"
"Basta, basta! Fate quello che volete, per me potete andarvi a gettare tutti in mare!" Gridò il Re, esasperato.
Si prese il capino tra le zampette. "Tra tutti, perchè hanno scelto proprio me per fare il Re dei lemming?"

Entopo, cugino di Esopo – Fiaba V – L'Aquila e il Serpente

L’aquila atterrò sulla roccia. Dai cespugli vicini si levò una nube di uccellini, in fuga precipitosa. Gli animaletti del sottobosco corsero a nascondersi. Il maestoso volatile rimase solo. E sembrò chinare la testa.
"Che ti succede, Aquila?" Domandò il serpente, da sotto un sasso lì accanto.
"Sono sola. Non riesco mai ad avvicinarmi a qualcuno tanto da parlare, fuggono tutti."
"Accade perchè hanno paura di te".
"Ma io vorrei la compagnia di qualcuno. Non sempre ho fame. Adesso, per esempio, sono sazia, e non li attaccherei mai."
"Ah," fece il serpente mettendo la testa fuori da sotto il masso "ma questo loro non lo sanno. Ti vedono arrivare possente, una vista da mozzare il fiato, e sanno che sei l’Aquila".
"Eppure non mi basta".
"Allora devi cambiare il tuo approccio", sibilò la serpe. "Non è utile essere aquila se vuoi parlare alla gente. Tu te ne stai lassù, nel cielo, in mezzo alle nubi. Devi scendere al loro livello."
"Scendere al loro livello? Cosa intendi?"
"Massì, per esempio…voli troppo alto."
"Dovrei volare più basso?" chiese stupita l’aquila
"Tanto per cominciare. Ma la gente del bosco non si fiderebbe lo stesso. Occorrerebbe un gesto esemplare. Che so…che ti strappassi le penne"
"Strapparmi le penne? Ma sei matto?"
"Sarebbe un’azione puramente dimostrativa" disse il serpente, ritirando prudenzialmente un poco il capo. "Ricrescerebbero in fretta, e tu avresti fatto vedere a tutti la tua buona volontà"
L’aquila ci pensò un attimo. "Mi hai convinto.", disse, e cominciò a strapparsi il piumaggio con il becco.
"Bene," fece il rettile uscendo dal suo riparo e arrotolandosi su se stesso. "Ma ancora non basta."
"Come, non basta?" replicò il grosso uccello ormai spennato.
"Non basta in quanto conservi ancora i simboli della tua forza, gli artigli. Chi mai oserebbe avere a che fare con una simile potenza bellicosa?"
"E quindi cosa suggerisci?"
"Rinuncia anche a loro. Temporaneamente, si intende, fino a quando non ti avranno accettato per quella che sei. Per dialogare seriamente occorre anche concedere qualcosa al proprio interlocutore, non pretendere di affermare quello che si è, ma smussare le differenze. Nel nostro caso, gli artigli. Se li sfreghi contro la roccia ne spezzerai le punte, e a quel punto nessuno oserà negare la tua seria volontà di confronto."
Fu doloroso, ma ormai l’aquila era determinata. Presto le possenti zampe ebbero le loro estremità scheggiate ed insanguinate.
"Ecco fatto! Adesso sono…"
"Ehm…Ehm…"
"Cosa c’è, Serpente? Non basta ancora?"
"Temo di no. Non mi ero accorto di quanto fosse maestoso il tuo sguardo. E’ lo sguardo di chi ha guardato direttamente il sole, di chi sa vedere lontano. Occhi del genere non sono auspicabili. Potrebbero far supporre che tu sola conosci la verità, e quindi non renderti adatta alla vita nella foresta moderna. Oggigiorno è chiaro che tutte queste distinzioni tra preda e predatore sono veramente retaggio di un passato oscurantista, come il volare. In un certo senso, dobbiamo imparare tutti a strisciare."
"E dovrei cavarmi gli occhi?"
"Ma no, non arrivare certamente a tanto" il serpente fece saettare la lingua "basterebbe sfregare la testa in quella polvere lì. Questo appannerebbe quel cipiglio intollerante e a quel punto sarebbe veramente per te possibile confonderti con tutti gli altri animali della foresta."
L’aquila eseguì. La bella testa era tutta impolverata, gli occhi lacrimanti accecati dalla terra e dallo sporco.
"Va bene così?" disse speranzosa.
"Perfetto!" Replicò il serpente, e avvicinatosi lestamente la morse.
Mentre l’uccello agonizzava dibattendosi sul terreno il rettile si tenne prudenzialmente a distanza. Quando fu tutto finito scosse la testa. "Tanto non mi piacevi comunque".

Entopo, cugino di Esopo – Fiaba IV – Le convinzioni della mosca

Era un pomeriggio caldo, e gli animali della giungla discutevano su chi fosse il più importante tra di loro.
Il tapiro disse: “Il più potente è la tigre. Mette paura solo a vederla. E’ agile ed ha artigli affilati. E’ certamente la più importante.”
Ma lo struzzo rise: “Hai mai visto una tigre attaccare un rinoceronte? Un rinoceronte ha la corazza così spessa che i denti più affilati gli fanno un baffo. Se prende con il suo corno una tigre la apre in due. Non c’è dubbio chi tra i due sia il più potente.”
“Però il rinoceronte cede il passo all’elefante”, fece la mangusta, “che è molto più grosso ed intelligente. Non c’è nessuno che possa vantarsi di far fare quello che vuole all’elefante.”
“Sì, io” disse una vocina.
Tutti si voltarono verso la mosca.
“Io sono molto più potente dell’elefante” proseguì l’insetto. “Quando ho voglia di andare da qualche parte senza fare fatica mi basta salire su uno di quei pachidermi e farmi trasportare, e loro eseguono senza fiatare. Se poi ho fame, L’elefante mi fornisce tutto quello di cui ho bisogno, ad intervalli regolari. Quel bestione è completamente al mio servizio. Vedete bene”, si pavoneggiò seduta su un gran cumulo di escrementi “che non si può trovare alcun animale che stia alla pari di me per importanza!”

Entopo, cugino di Esopo – Fiaba III – La nave

Una nave che trasportava alcuni animali per un circo urtò uno scoglio e cominciò ad imbarcare acqua. Poichè si avvicinava una tempesta e il timone era in avaria i marinai abbandonarono il vascello gettandosi in mare con una scialuppa. Gli animali si trovarono così da soli sull’imbarcazione: prima di fuggire un marinaio aveva aperto le gabbie.
Per primo prese la parola il leone:
"O voi tutti animali, sono pronto ad assumere il ruolo di capitano, come consegue dal fatto di essere il più nobile di tutti voi; ai miei comandi, riguadagneremo la libertà"
"Ehi, ferma" interloquì la tigre, "nella giungla forse sarai anche il re ma qui chi ti da questo diritto?"
"La tigre ha ragione, " disse il pitone, "E’ ovvio che il capitano non posso essere che io."
"Tu? Ci vogliono le mani per manovrare questa nave," asserì il gorilla "e qui le possiedo solo io"
"E quindi farai il timoniere, caro mio" sibilò il pitone, " ci vuole qualcuno con il sangue freddo in una situazione del genere e quindi sono sicuramente il più adatto".
"Io sono il re!" Ribadì il leone.
"E quindi non puoi essere il capitano," ribadì la tigre. "Occorre agilità per fare il capitano. Se bastassero le mani allora gli uomini dovrebbero essere i migliori".
"Non accetteremo nè capitani nè re", bofonchiò il facocero.
"Noi orsi non aspiriamo ad essere capitani" disse l’orso bruno "ci accontenteremo di un posto di responsabilità".
La zebra e lo struzzo guardavano impaurite, le scimmie saltavano su e giù senza prendere una posizione. Il gorilla le guardava male, poichè era convinto che avrebbero dovuto parteggiare per lui.
Scoppiò un parapiglia, e dopo molte unghiate e parecchi morsi fu stabilito che si sarebbe formato un comitato per decidere il da farsi. "Intanto dobbiamo capire quanto grave è la falla, perchè l’acqua mi lambisce le zampe" disse la zebra, che era stata nominata presidente. "Credo che potremmo mandare qualcuno di piccolo e che non abbia avuto altri incarichi a sincerarsene. Dove sono, ad esempio, i topi?"
Intervenne un albatros che aveva seguito gli avvenimenti appollaiato su una murata: "I topi? E’ da tempo che sono scappati. Sono saltati in acqua mentre ancora eravate vicino alla costa. Ormai la corrente vi ha trascinato lontano."
E se ne volò via, sulle ali delle raffiche di vento, mentre le nere nuvole di burrasca cominciavano a riversare la prima pioggia sulle onde sempre più alte. 

Entopo, cugino di Esopo – Fiaba II – La pozza delle rane

Dal manoscritto attribuito ad Entopo, il cugino di Esopo.

In primavera le pioggie avevano formato una pozza d’acqua limacciosa dove, come talvolta accade, un gran numero di rane aveva trovato casa. Si andava ormai verso l’estate, e il sole splendeva caldo nel cielo, asciugando il tenue rivo che alimentava il minuscolo laghetto.
Una lucertola si avvicinò al bordo del piccolo stagno. Aveva vissuto nella zona alcuni anni e quindi conosceva la sorte che presto sarebbe toccata agli abitanti dello specchio d’acqua.
Quindi si rivolse a loro con queste parole: "Amiche rane, il sole splende e tra poco la vostra pozza sarà del tutto asciutta. Il fango non riuscirà più a nascondervi, e verranno gli uccelli del cielo a nutrirsi di voi. Mentre il ruscello scorre ancora, scendete fino alle paludi dove potrete sopravvivere anche alla stagione calda!"
Le rane lo ascoltarono e poi cominciarono a schiamazzare. "Che strano discorso! Senti quest’altra: due uccelli erano su un ramo. Videro una rana che saltava, volarono per prenderla ma questa fu più veloce di loro e si nascose. Questa è una bella storia!"
La lucertola sbattè le palpebre, perplessa. Non capiva che cosa c’entrasse con l’avvertimento che aveva dato loro. Riprovò.
"Attente, amiche rane! Già l’acqua è ridotta ad un rivolo. Senza di essa non potrete deporre le uova e sarete sterminate. Dovete trovare del fango che non si secchi. Provvedete quando ancora potete, perchè tra breve sarà troppo tardi."
Al che le rane gracidarono: "E’ bello scaldarsi al sole e fare un tuffo nel limo. Ma anche fare serenate alla luna non è da sottovalutare. Canteremo di quanto sono stupidi gli uccelli, così tutti lo sapranno."
La lucertola scosse la testa e se andò via. Di lì a pochi giorni, da una fessura nella roccia osservò gli uccelli raccogliere ad una ad una le rane indifese dalla fanghiglia secca e mangiarsele.