L’ora delle campane

Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo. (Qoèlet 3, 1)

Il nostro campanile settecentesco stava crollando, e si è reso necessario un intervento. Certo, uno si domanda come facevano nei tempi andati senza tutta la tecnologia che noi abbiamo: a tirarli su, a mantenerli. E farli belli: oggi le chiese sono senza campanili, e brutte.

Il campanile serviva a segnare il luogo della chiesa e mandare lontano il suono delle campane. Il tempo era scandito dal loro suono. Oggi abbiamo gli orologi, dove siano lo chiese lo vediamo dalle mappe, e forse non ci importa neanche. Le città medioevali erano zeppe di campanili e torri; ad un certo momento, l’uomo ha smesso di andare verso l’alto e non le ha più costruite. Oggi il suono delle campane si ode poco: i vicini protestano, che non sentono la televisione, che il loro rumore disturba.

Mi rammento, da piccolo, di notti insonni accompagnate da quei rintocchi che segnavano il lento progresso del buio. Il loro eco si smorzava lentamente, e ascoltando attentamente si potevano udire dai paesi vicini le chiese più distanti che univano il loro battito asincrono al respiro delle tenebre. Si poteva pensare ad una immensa onda sonora che attraversava il mondo in sincronia con gli astri, sostenuta da ogni cattedrale, da ogni chiesetta di campagna.
Ma oggi chi ha tempo di seguire quel tempo, chi è che si ferma al tocco dell’Angelus, chi è che si arresta alla melodia dell’Ave Maria?

Quei rintocchi erano il messaggio che c’è un ritmo delle cose che è più alto, non deciso da mente d’uomo. Siamo noi a suonare le campane, ma quel suono è un segno, è il battito del cuore dell’assoluto, non è di questa terra.
Sul mio campanile le campane sono tornate, ripulite, rinnovate. Attendo di udirle. Anche se forse non è forse più l’ora delle campane, il loro bronzo brunito non vibra più per l’uomo moderno.
Oppure è l’uomo moderno che non vibra più per l’assoluto.


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Il Dio delle sorprese

“Si compiacerà del timore del Signore.
Non giudicherà secondo le apparenze
e non prenderà decisioni per sentito dire;
ma giudicherà con giustizia i miseri
e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese.”

Isaia, 11, 3

“Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.”

Mt 11, 25

Questi due brani rientravano nelle letture per la messa di ieri. La prima fa parte della profezia di Isaia sull’avvento del Messia; la seconda del discorso di Gesù detto “della Montagna”.
Non sono brani isolati: anzi, sembra che siano un’indicazione della maniera in cui Dio opera abitualmente.
In una certa maniera potremmo dire che Dio ama prendere in contropiede. Quando ammonisce di non giudicare, è perché Lui utilizza criteri ben diversi da quelli dei giudici umani. Noi uomini diamo importanza a cose che Lui ritiene di nessun conto, e viceversa.
Forse la nostra saggezza non è poi così saggia; o forse il ritenersi saggi provoca orgoglio, e l’orgoglio acceca. Forse spesso quando discutiamo di determinati argomenti siamo mossi più dai pre-giudizi che dai fatti che dovremmo giudicare. Fatto sta che Dio colpisce di sorpresa, appare dove noi non avremmo pensato; fa lo sgambetto, appare alle spalle, scombina i piani; si serve della nostra arroganza per buttarci giù, poi tende una mano per farci risalire.

Ci aspetteremmo che i nostri problemi venissero risolti da un grande guru, un imperatore, un condottiero; un grande statista, un astuto politico, un algido intellettuale.
E invece ci capita un bambino.

E’ questa la genialità di Dio: che Cristo è troppo assurdo per potercelo inventare, per potere dire che in realtà è merito nostro, è farina del nostro sacco. E lo stupore delle cose dette e fatte è la medicina per la nostra supponenza.
Se saremo anche noi come bambini, lasciandoci ferire. Se preferiamo continuare a ritenerci saggi, ok, d’accordo, come vogliamo.
Ma i diavoli ridono di noi, gli angeli piangono per noi.

 

Ricerche

Poveri noi, se cerchiamo la salvezza o la felicità in istituzioni, in idee, in riti di uomini.

Tanto più se quegli uomini siamo noi.

Dietro l’angolo del tempo

Sono tutti là, quelli che abbiamo amato.

Dietro l’angolo del tempo

Fuoco dal cielo

Probabilmente molti di noi pensano che la Bibbia sia piena di fuffa. Che gli avvenimenti raccontati siano nella migliore delle ipotesi immaginazione, illusione, esagerazione.
Specie il libro della Genesi, che com’è noto comprende racconti di tempi mitici e di avvenimenti fantastici che neanche Harry Potter.

Per esempio, davvero pensate che il Signore sia stato così poco politically correct da distruggere Sodoma e Gomorra? Il fatto è raccontato nei capitoli 18 e 19. Dio manda degli angeli a verificare che quelle città siano davvero così perverse e oppressive come si dice. Abramo, che si aggira nella zona e ha dei parenti in città, apprende da loro che la pazienza è finita e l’intenzione è quella di distruggerle. Il patriarca si lancia quindi in una contrattazione serrata per ottenere che siano risparmiate. Alla fine strappa l’ultimo prezzo: se si troveranno in esse dieci giusti, esse non saranno cancellate. Ma gli angeli, arrivati in città, vengono assaliti dagli abitanti che vogliono fare loro quello per cui il nome Sodoma è famoso. L’unico a proteggerli è Lot, nipote di Abramo. Che sarà anche il solo, con le figlie, a sopravvivere alla tempesta di fuoco che l’indomani incenerisce le città. “Il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale. Abramo andò di buon mattino al luogo dove si era fermato davanti al Signore; contemplò dall’alto Sòdoma e Gomorra e tutta la distesa della valle e vide che un fumo saliva dalla terra, come il fumo di una fornace.

Fin qui il racconto biblico. Che massa di sciocchezze, eh?
Eppure, gli archeologi alcuni anni fa hanno ritrovato i resti di una grande città fortificata che parrebbe corrispondere alla descrizione dell’antica Sodoma. Esaminando il sito, hanno scoperto che questa fu distrutta 3700 anni fa insieme all’area circostante da un evento catastrofico, che vetrificò istantaneamente le suppellettili e rase al suolo gli edifici, ricoprendo la regione con una brina incandescente di sali del Mar Morto vaporizzati che la desertificò per oltre mezzo millennio. L’evento, forse la caduta di una cometa, non ha lasciato un cratere riconoscibile.

Sì. Anche se gli archeologi si guardano dal nominarla, la mente corre proprio a quella città, alla pioggia di fuoco, alla moglie di Lot trasformata in una statua di sale.
Ma non esageriamo, anche se quella parte corrisponde a verità non è detto che sia così anche per il resto: la perversione dei sodomiti, gli angeli, l’ira di Dio, l’inutile contrattazione per risparmiare gli abitanti.
E, anche se così fosse davvero accaduto, tranquillizziamoci: certamente oggi, tra noi, di giusti ce ne sono ben più di dieci. Contiamoli: uno, due…

Cento di questi anni

Passano tanti anniversari. Uno vorrei celebrarlo anch’io.
Centovent’anni fa, in questo giorno, nasceva C.S.Lewis. Lo scrittore che ha inventato Berlicche.

Se siete capitati su questo blog per caso, se non avete idea di chi il Berlicche originale sia, fatevi un favore: per Natale regalatevi “Le lettere di Berlicche”, quell’agile libretto che ogni giovane demone tentatore e ogni uomo tentato dal demonio dovrebbe imparare a memoria.

Se l’avete già letto, allora perché non provare “Il Grande Divorzio”, cronaca di un viaggio che inizia dove di solito gli altri finiscono? Oppure la trilogia del “Pianeta Silenzioso”? O, se vi sentite adeguatamente giovani, le “cronache di Narnia”?

Lewis mancherà forse dell’arguzia di Chesterton, o del respiro di Tolkien, ma con i suoi due illustri compatrioti rappresenta uno dei punti più alti della letteratura cristiana del secolo scorso. E certamente più degli altri due ha esplorato il mistero del male e del dolore, offrendoci un punto di vista mai banale, che mette spesso in discussione i nostri semplicistici automatismi cerebrali.

Cento anni non sono niente per un capolavoro. Cercatelo, trovatelo, leggetelo, perché gli anni passano ma l’uomo, in fondo, resta sempre quello.

  C.S.Lewis, Belfast 29 novembre 1898 – Qui e Ora

Incompetenti

“Il Mistero non è assenza di significato, ma la presenza di più significato di quello che possiamo comprendere”
(Citato da Dennis Covington)

Leggendo questo aforisma mi veniva in mente che forse è proprio questo il problema di questa nostra epoca: il sostenere che niente abbia un significato, e quindi che neanche il Mistero esista.
Probabilmente esiste una soglia sotto la quale la mancanza di comprensione diventa negazione di ciò che non si riesce a capire. Se non la comprendo, non può davvero importare o esistere, giusto?
In qualche maniera ciò è legato al grafico dell’effetto Dunning-Kruger, che potete vedere sotto: non c’è niente come l’incompetenza per essere confidenti in se stessi.

In altre parole: siamo incompetenti anche nella stupidità.

Tentazioni

E’ famosa la frase di Oscar Wilde “So resistere a tutto tranne che alle tentazioni”. Può sembrare una massima allegra e simpatica, finché non si riflette che il triste destino dello scrittore inglese può essere attribuito proprio a questa sua conclamata incapacità.
Se guardo alla mia storia vedo che è stato proprio il respingere determinate tentazioni che mi ha consentito di crescere. E se talvolta rimane il tarlo curioso del “cosa sarebbe accaduto se”, devo dire che rifarei quelle scelte che mi hanno portato ad essere quello che sono.

La tentazione a cui si cede ha una sua maniera di trasformarsi in assuefazione, e poi in obbligo, e anche l’illusione di libertà che dava all’inizio presto svanisce.
Si comprende allora cosa significa che “la libertà è volere ciò che si deve essere”: perché ogni altra strada porta ad un futuro dove la tentazione diventa disperata routine.

Il bene sta, come dicevo all’inizio, nel rigettare la tentazione. Senza illuderci che possa esistere un mondo che ne sia privo: neanche l’Eden lo era. La tentazione è la fiamma che serve a raffinare il metallo di cui siamo fatti, eliminare le impurità, renderci aguzzi come una freccia puntata verso il cielo.
Sempre che in quella fiamma non ci cadiamo.

 

Tutto il bene del mondo

Possiamo ipotizzare un futuro dove ci sia imposto di essere felici. Ci sia proibito anche solo il sostenere che la felicità stia altrove. Un sistema così perfetto che sarebbe impossibile fare il male; salvo che esso stesso sarebbe il male. Perché andrebbe a distruggere la libertà, a togliere ogni scelta fino a ridurre l’uomo ad un automa. Ovvero a un non-uomo.
Questo sistema, non potendo eliminare il male, dovrebbe chiamarlo “bene”; fornendo così una perversa illusione a cui però il cuore non potrebbe piegarsi. Sotto, lo sapremmo.

Diceva Solzhenitsyn: “Sta a noi smettere di guardare al Progresso (che non può essere fermato da niente e da nessuno) come una flusso di benedizioni senza fine, e vederlo piuttosto come un regalo dall’Alto, mandatoci come una prova estremamente intricata del nostro libero arbitrio.” Alcuni al posto di “benedizioni” potrebbero inserire “maledizioni”, ma la sostanza non cambia. La tentazione di trasformare noi stessi, l’uomo, ciò che ci circonda secondo la nostra esclusiva volontà è antica quanto l’essere umano. Tra l’uomo-schiavo e l’uomo-OGM di cui oggi ci giunge notizia la sola differenza è il metodo adottato, la frusta o la provetta. E’ sempre la pretesa di ridurre un essere umano ad una formula, una definizione ideata da noi. Noi, così confusi di testa e di cuore, incapaci di amare.

Ogni cosa, anche la più giusta, anche una benedizione, può essere usata per fare il male. Quando diventa ansia di potere: dis-grazia, una cosa che non è fatta per grazia.
Possiamo pensare a sistemi perfetti, o possiamo cercare noi stessi di renderci perfetti. Il risultato è lo stesso, perché come può l’imperfetto cambiare la sua natura? Ma se la perfezione stessa si china su di noi, e noi l’accogliamo, tutto diventa possibile.
La differenza è tutto il male, tutto il bene del mondo.

Ciò che stavamo cercando

Sono passati poco più di dieci anni, ma talvolta pare sia trascorso un secolo. In quei primi mesi del 2005 lasciarono questo mondo Suor Lucia di Fatima, Don Luigi Giussani e Giovanni Paolo II. Mia moglie, un po’ scherzando e un po’ no, si chiese all’epoca se il Signore avesse voluto risparmiare loro qualcosa che si stava preparando. Quello che è certo è che un silenzio quasi irreale sembra essere sceso su questi giganti del secolo trascorso, quasi che non parlandone si possa dimenticare quanto hanno detto e fatto. Come se non fosse più adatto ai nostri tempi.

Eppure nelle loro parole, nei loro scritti, trovo molta più realtà, molto più rispondenza al mio cuore di tante vuote parole odierne che presumono di sapere cosa sia importante. Che pretendono di rinnovare senza avere idea di cosa il nuovo sia e perciò corteggiano il mondo. Ma il mondo è proprio quel vecchio male già sconfitto; si pensa che possa farci essere davvero noi stessi, perché non sappiamo chi noi siamo veramente.  Quei grandi invece sono stati tali perché non chiamavano a loro stessi, ma portavano a Cristo. Come ricordò l’allora cardinale Ratzinger nella straordinaria omelia al funerale di Don Giussani.

Se ne ragionava ieri sera alla presentazione del libro “Ho trovato ciò che stavamo cercando“, relatori il vescovo di Ivrea Mons. Cerrato e Peppino Zola, curatore con Robi Ronza, anche lui presente, del volume. Esso raccoglie testimonianze di persone che Don Giussani l’hanno incontrato di persona. Ed era commovente vedere il segno lasciato in chi parlava; proprio perché conoscere quel tozzo prete brianzolo ha segnato il momento di un incontro con una realtà desiderata e fino a quel momento non trovata.

Giussani ha educato una generazione ad un metodo per pensare, per capire, per verificare. Sollecitando sempre a usare quella ragione che sta attenta a tutti i fattori della realtà, e quindi non decade in ideologia. Una ragione che, se bene usata, non può che portare a Cristo, perché ogni cosa parla di Lui. Forse è questo il problema del tempo moderno, non si crede più che Cristo possa salvare tutto di noi; e quindi non ne siamo interessati, se non in pourparler che non cambia la vita.

Invece la mia vita, come quella di tanti che erano lì, è stata cambiata proprio da questo incontro. Un avvenimento che mi ha fatto comprendere (parzialmente, confusamente, limitatamente, cadendo e risalendo) come tutta la realtà non sia che lo svelarsi della Gloria di Cristo. Senza questa consapevolezza il cristianesimo è come uno splendido portale di cattedrale, scolpito con tante bellissime storie istruttive e morali, che possiamo ammirare stupiti; ma un portale serve per entrare.

In questi richiami uditi ieri ho ritrovato il desiderio che tutto parli di Lui, ciò che da tanti anni mi muove, e che tante volte ho cercato di comunicarvi, riuscendo a mezzo.
Perché il cristianesimo non è un racconto, è un’esperienza.

Istruzione ai padri

Un padre deve abbracciare come una roccia.

 

Mi opprimi

Non ce ne siamo ancora accorti davvero, ancora non ne siamo ancora consapevoli, ma la “Giustizia sociale” che sta distruggendo la cultura americana e non solo è sbarcata anche da noi.
Di cosa sto parlando? Dell’ideologia secondo la quale tutto ciò che non solo offende l’altro ma lo mette a disagio sia da evitare. Non solo da evitare: chi per sua malaugurata sorte facesse, dicesse o scrivesse qualcosa del genere deve essere pubblicamente insultato, licenziato, bandito e che non abbia più niente a che fare con le persone civili.

Naturalmente questo non vale per tutti, ma solo per chi disturba gli “oppressi”. Chi sono gli “oppressi”? E chi gli oppressori? Se sei maschio, bianco, eterosessuale, cristiano, non di sinistra (anche solo uno di questi) allora sei un oppressore. E quindi non puoi parlare. Se parli, se osi sostenere la tua opinione, sei razzista, omofobo, borghese, fondamentalista, sfruttatore, fascista. Insomma, per i giustizieri sociali c’è un solo pensiero che può esistere, il loro. Sempre che pensiero si possa definire.

Pensate che il mio allarmismo sia esagerato? Guardate questo terrificante riassunto di quanto sta accadendo non solo nel mondo anglosassone, ma ovunque. Non si potrà più fare la corte ad una donna perché sarebbe molestia; non si potrà più praticare una usanza tradizionale di qualche popolo, perché sarebbe appropriazione culturale; non si potrà proclamare la propria opinione, perché metterebbe a disagio le troppo fragili sensibilità di qualche cretino viziato. In qualche luogo è già così. Provate a farci attenzione: stanno tentando di importarlo anche da noi. Perché i veri furbi, i veri potenti non possono augurarsi niente di meglio di un popolo che abbia un unico pensiero dal quale non sia permesso dissentire.

Che un pochino più resistenti siamo, grazie al cattolicesimo. Sì, perché il cattolicesimo insegna ad essere morali e non moralisti; insegna che davanti a Dio, e quindi agli uomini, non ci sono più razze, né sessi, e che nessuno deve opprimere l’altro perché siamo tutti fratelli. Ma anche che l’altro è sempre diverso da noi, sempre irriducibile, sempre trascendente. Una volta dismesso Cristo, però, che cosa opporre a questi talebani politicamente corretti?

Quindi, siete avvisati: io sono libero, e dirò quello che penso, sempre; se vorrete criticarmi fatelo, ma fatelo con la vostra faccia, con i vostri argomenti, con la vostra identità senza mettere in discussione la mia. Senza venirmi a dire di tacere perché voi vi sentite oppressi. Siate uomini, non oppressi con l’aspirazione a diventare oppressori.

Fammi cambiare

È più facile rinunciare alla propria felicità che al proprio orgoglio
(Paul Claudel)

Sono incappato in questo scritto di don Giussani, vedi anche la figura in fondo. Ciò che più mi ha colpito è l’augurio finale: “Che Dio possa farmi cambiare“. Avevo appena terminato di leggere un articolo che asserisce come l’incapacità di cambiare veramente dipenda dal credere che siano proprio i nostri peccati a renderci quello che siamo. Ovvero, non smetto di fare il male perché sono in qualche modo convinto che lì ci sia il mio vero io. Io sono quello che è traditore, che va a donne, che è arrogante, orgoglioso…
Allora cos’è il cambiamento di cui parla Giussani? E’ l’invocare che quello che non siamo capaci di fare noi, lo compia Lui: ci aiuti a riconoscerLo in ogni circostanza, a staccarci dal nostro uomo vecchio per diventare uomini nuovi, più felici. Perché tesi verso il bene, un bene così grande che in questa vita inseguiremo sempre senza mai raggiungerlo. Ma che comincia ad esserci nel piccolo di un no, nella grazia di un sì.

I filosofi antichi litigavano se il divenire non esista davvero o sia invece la sorgente di tutto. Sappiamo che niente in questo universo rimane sempre uguale, anche i sassi mutano. Mi tornano in mente allora le parole di S.Agostino:

“Cosa sei dunque, Dio mio? Cos’altro, di grazia, se non il Signore Dio? (…) O sommo, ottimo, potentissimo, onnipotentissimo, misericordiosissimo e giustissimo, remotissimo e presentissimo, bellissimo e fortissimo, stabile e inafferrabile, immutabile che tutto muti, mai nuovo mai decrepito, rinnovatore di ogni cosa (…)
Che ho mai detto, Dio mio, vita mia, dolcezza mia santa? Che dice mai chi parla di te? Eppure sventurati coloro che tacciono di te, poiché sono muti ciarlieri.”

 “Ci hai fatti per Te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te”

Fammi inquieto Signore; fammi cambiare davvero.

 

Per mano

Anni di post giornalieri ormai me l’hanno insegnato. Per ottenere nuove idee, nuovi pensieri, occorre essere molto attenti a quanto accade intorno, stare con occhi aperti, orecchie dritte, cuore spalancato. Così si colgono i sottili consigli, o gli schiaffi in faccia, della realtà.
Il reale ti tira per la giacca, ti dà piccoli calci negli stinchi, si siede platealmente sulla tua scrivania. Ammicca, e tu ti rendi conto improvvisamente di come questo si leghi a quello, come se qualcuno avesse scelto apposta quei fatti e te li avesse piazzati davanti. E’ come se qualcuno ti guidasse per mano ad una nuova consapevolezza.
E magari, magari diciamo, è proprio così.

Le nuovissime lettere di Berlicche – LVIII – La colpa è mia

Caro Malacoda, mio demonietto apprendista,
Riguardo la faccenda per cui domandi aiuto, non ti preoccupare. Stiamo già provvedendo.

Ma tu, da quanto tempo non mi scrivevi!
Certo, asserisci di avere avuto altro da fare, di avere appreso bene le mie lezioni, di non volermi disturbare, così occupato a dannare umani come sono… dai la colpa al tempo che manca, ai ritmi di lavoro, a ogni cosa tranne che ad una tua decisione. Bravo!
Mi complimento con te: sei così ligio al dovere da avere assorbito perfettamente la nostra stessa propaganda.
Infatti cosa possiamo insegnare di meglio agli umani che non assumere mai la responsabilità dei propri atti? Dare la colpa a qualcuno o a qualcosa – la gioventù, il governo, quella troia o quel bastardo – fa sì che il loro stesso peccato non gli appartenga veramente, e quindi di esso non si pentano.

Noi qui all’inferno non chiediamo mai di essere perdonati, perché tanto non perdoneremmo comunque. La colpa di questo è del Nemico, con le sue politiche troppo permissive che hanno disgustato ogni demonio degno di questo nome. Non possiamo accettare questo abominio chiamato misericordia; noi non vogliamo essere perdonati, perché questo ci darebbe torto. Noi vogliamo invece restare eternamente noi stessi, orgogliosi di quello che facciamo, rifiutando con foga la possibilità che ci sia qualcosa di errato nel nostro agire. Potremmo perdonarci da noi, scusarci da noi, ma questo non è necessario, perché noi non sbagliamo.
E’ l’insegnamento che diamo anche agli umani, che così possano condividere con noi questo luogo speciale dove scuse non ce ne sono, dove abbiamo noi il potere assoluto. Inferno significa non volere mai dire “mi dispiace”. Qui noi abbiamo tutte le colpe, e quindi tutti i colpevoli.

Spero tanto che anche tu stia insegnando ai tuoi protetti l’autoassoluzione, l’accettarsi così come sono, lo scaricamento di responsabilità, secondo i miei insegnamenti.
Se così non fosse, non accampare scuse: forse tu non mi cercherai, ma sarò io a cercare te.

Tuo affezionatissimo Arcidiavolo,
Zio Berlicche

La fedeltà dell’infedele

Un paio di mattine a settimana la colazione debbo farla fuori casa, al bar. Rubo qualche minuto alla frenesia della giornata per leggere il giornale, in compagnia di una brioche allo zabaione e un cappuccino. Ieri su “La Stampa” ho trovato questo articolo di un filosofo francese titolato così: “A chi non ha la fede resta la fedeltà. Non esiste Occidente senza i valori cristiani“. Sottotitolo, “Il filosofo Comte-Sponville teorizza una spiritualità senza Dio, «un’etica più che una religione»

Leggetevi il pezzo (qui). All’inizio potete trovare questa affermazione: “Sono un ateo non dogmatico e fedele. Perché ateo? Perché non credo in alcun Dio. Perché ateo non dogmatico? Perché ovviamente riconosco che il mio ateismo non è un sapere“. Poi continua affermando che di Dio non ne sa nulla, nessuno ne sa nulla: “se incontrate qualcuno che vi dice: «So che Dio esiste», è un imbecille che ha fede e, scioccamente, prende la sua fede per un sapere.”

Ecco, qui divergiamo. E’ giusto dire che l’ateismo non è un sapere, ma quello che al filosofo sfugge completamente è che il cristianesimo invece lo è. Il cristianesimo è infatti l’affermazione che Dio si è reso incontrabile, è un avvenimento, un fatto. Probabilmente il problema sta nella definizione di “sapere” del nostro ateo: cosa sia per lui l’autentico sapere non ci è dato conoscerlo. Resta da capire quanto mi possa essere utile ricevere lezioni da qualcuno che ammette di non sapere. Perché si impara dal positivo e dal negativo, dal successo e dall’errore; ma non si apprende dal niente.

Il filosofo prosegue vantando la sua fedeltà ad una serie di valori che ammette, bontà sua, essere nati in gran parte dalle “grandi religioni”. Sarebbe interessante proprio a questo proposito capire come “sa” la bontà di questi valori, e su cosa essi per lui si fondino in mancanza di un Dio; ma capiamo i limiti. “Niente prova che abbiano bisogno di un Dio per esistere, di cui tutto prova, al contrario, che abbiamo bisogno per rimanere umanamente accettabili“. E cosa prova che possano esistere staccati da Dio? Chi è che li fa, chi è che ce li ha dati, perché dovremmo seguirli? E’ un po’ come credere all’esistenza del mare ma non a quella dell’acqua. Ci sono persone nel mondo per cui quei valori sono inaccettabili; umanamente, appunto. Se non hai qualcosa per definire l’umano che prescinda dall’umano non hai, logicamente, niente: solo un circolo vizioso.

Dio è socialmente morto“, continua il pezzo. Beh, in effetti non lo si vede molto nei caffè letterari e nei salotti bene, dove non è quasi mai invitato.
La conseguenza è che “siamo una civiltà morta“: ucciso il cristianesimo, dice Comte-Sponville, o chiudiamo baracca ed ammettiamo la nostra dipartita, oppure giuriamo fedeltà a questi valori e tiriamo innanzi. Quello che il filosofo propone è un Cristo gnostico, maestro di etica e basta, reso socialmente accettabile perché plasmabile a volontà. Dal Vangelo scarta a priori tutto quello che è il sacro, che non gli garba, e postula che quello che resta rimanga in piedi lo stesso. Si ferma al Calvario, che è morte. E pretende che quella morte possa essere vita senza la Resurrezione. Pretende di essere ragionevole lo stesso.

Quando chiede, per lui retoricamente, “sarebbe ragionevole accordare più importanza a questi tre giorni che ci separano che ai 33 anni che li precedono?” centra perfettamente il punto: sì, per il cristiano tutta la ragionevolezza è lì, in quei tre giorni di sepolcro che terminano con la tomba vuota, perché per noi Cristo non è un maestro qualsiasi, morto e putrefatto, ma Dio stesso fattosi carne.
Irragionevole, anzi, diabolico, è il negarlo.

Quando non si ha più fede resta la fedeltà (…) Cos’è una spiritualità senza Dio? È una spiritualità della fedeltà più che della fede – un’etica, più che una religione.” Purtroppo per Comte-Sponville e per tutti gli atei come lui, una fedeltà senza fede è solo una velleitaria presa di posizione senza fondamento e sostanza, altro che dogmi. Un’etica non dà la salvezza. C’è il dubbio che possa rendere felici. Perché se anche tu sei fedele a lei, lei non ti ricambia. E ti tradirà.

Demolizione

Cominciò una mattina qualsiasi.
“Guarda, stanno demolendo la fabbrica a fianco”.
Era vero. Le ganasce di escavatori immensi, più simili a dinosauri che a macchinari, stavano facendo a pezzi l’edificio industriale oltre la via.
Artigliavano una lamiera e la strappavano, quasi a morsi, dal cemento e dalle travi; poi si giravano e lo sputavano in un cumulo di detriti che somigliavano alle ossa di qualche enorme bestia.
Era uno spettacolo a suo modo grandioso, e forse anche un po’ triste.
Continuò per tutta la settimana e poi ancora. Il livellarsi delle vecchie mura rivelò alle spalle panorami mai veduti. Alberi, montagne, altri edifici. E la demolizione continuava: uno dopo l’altro, i fabbricati cadevano sotto i denti d’acciaio dei mezzi meccanici.
Di tanto in tanto un boato sordo accompagnava la caduta di un macchinario, di un pavimento, di una struttura particolarmente pesante. Si levava una nuvola bianca simile a fumo, come un ultimo respiro.
Ci si abituò anche a quello.
L’area distrutta si ampliava. “Guarda, demoliscono anche lì”, disse qualcuno. Il lungo braccio di pistoni e cesoie giganti aveva abbrancato un altro tetto.
Escavatori più piccoli frugavano tra le macerie simili a costole di titani. Autocarri carichi di mattoni e cemento e vetri frantumati sciamavano dai cantieri come mosche su un cadavere in putrefazione.
La linea dell’orizzonte cambiava in continuazione. La caduta di una struttura ne rivelava un’altra, che nel giro di alcuni giorni veniva anch’essa rimossa.
L’attività andava avanti dalla mattina presto fino al buio, e talvolta si lavorava anche alla luce delle fotoelettriche. Non la si osservava neanche più, vuoi per abitudine, vuoi per disagio. Si arrivava, ci si guardava attorno, e si vedeva che si stava entrando in un fabbricato sempre più solitario, isolato in mezzo ad una desolazione in continua espansione.
Poi, in un’altra mattina qualsiasi, ai cancelli trovammo le ruspe.

La buccia e la polpa

Di tanto in tanto qualcuno se la prende con me perché uso, in rete, lo pseudonimo Berlicche.
Le accuse sono di nascondermi dietro qualcosa di falso, di non mostrarmi con il mio vero nome, di non essere rintracciabile, di non avere il coraggio di metterci la faccia.
Permettetemi un momento di ironia teatrale: “Eh?”

Il nome “Berlicche” lo uso dai tempi dell’università, trent’anni fa, e poi ancora da quando sono diventato una presenza pubblica in rete, cioè da più di quindici anni. Con questo nome sono comparso su blog, social, giornali e riviste e in radio, ho firmato migliaia di articoli e post, risposto a decine di migliaia di commenti, sono stato letto milioni di volte. Perché lo uso, l’ho detto altrove molte volte: per evitare di montare troppo in orgoglio, per proteggere me e la mia famiglia dalla gente davvero cattiva che in giro c’è, non credereste quanto, e per portare l’attenzione non su di me ma su quanto scrivo, su quanto sto dicendo. Di cui mi assumo piena responsabilità: esattamente il contrario di nascondermi, di tirare il sasso e celare la mano. Semplicemente non mi interessa raccontarlo in giro, o vantarmi. Quindi non lo faccio, né sulla rete né fuori di essa. Una persona che conosco da anni stasera mi ha messo una mano sul braccio e mi ha sussurrato: “Ho saputo che tu sei Berlicche!”.

Se pensate che usare uno pseudonimo non sia rispettabile, non sia in qualche maniera cristiano, vi rammento delle lettere scritte da un certo Paolo, il cui nome non era certamente quello; o del suo amico Pietro, sicuramente più conosciuto così che come Simone. Non mi paragono certo come importanza a questi due colossi, o a tutti coloro che nei corsi dei secoli che hanno adottato nomi diversi per circostanze speciali – essere nominati Papi, tanto per dire. E se obiettate che di questi si sa benissimo chi fossero in originale, sappiate che la mia vera identità non è poi così nascosta.

Chi io sia davvero è il segreto di Pulcinella; certi accorti laicisti mi avevano già schedato pochi mesi dopo le mie prime pubblicazioni. Ma una volta che avete saputo che il mio vero nome è Teofrasto Bucanieri, cosa cambia alla vostra vita? In che maniera questo vi tranquillizza, mi fa assumere ai vostri occhi un che di rispettabile? Se giudicate la bontà da un’etichetta, ricordatemi di non venire a cena a casa vostra. Il nome di una persona è solo una convenzione; la polpa del frutto è nascosta dalla buccia.

Non vado in giro a pubblicizzarmi, davvero non ci tengo. Ma nel corso degli anni con tante e tante persone che mi hanno cercato sono nati splendidi rapporti: perché è da vicino che è possibile vedere la consistenza della polpa. Una volta tolta di mezzo la buccia, comoda per proteggersi dal mondo, ma non dall’amicizia.

Grigio fosco

Grigio fosco. Così il tempo di oggi, secondo un noto sito di previsioni meteorologiche.
Azzeccata, direi. Grigiore oppressivo, ravvivato solo dai gialli e dai rossi delle foglie che si addobbano delle loro tinte più vive prima di morire.
Presto cadranno; rimarranno solo i rami nudi, freddi e opachi nella foschia.

Questa è la stagione. Questo il suo colore.

Ma al suo cuore non è morta. Aspetta primavera.

Imbellettati

C’è differenza tra bellezza ed essere imbellettati.
Quando ci si imbelletta? Quando non si è abbastanza belli. Vale a dire, brutti.

Non per niente il trucco si chiama così. Perché ti inganna, cerca di farti credere quello che non è. Intendiamoci, può essere anche fatto molto bene: ma è una maschera sulla realtà.
Puoi usare creme, fondotinta, correttori, parti finte, quello che vuoi. E’ tutto fatto però per l’occhio. La realtà profonda non cambia. L’unica che conta davvero, se non vivi d’apparenza.

Non solo gli uomini possono essere imbellettati, anche le idee. Puoi chiamare l’omicidio diritto, la depravazione scelta, l’inganno opinione. Come possono essere ingannati i sensi, così anche il buon senso.

Ma se vuoi vivere la realtà e non una finzione, se vuoi migliorare e non solo sembrare migliore, la scelta deve essere differente.
Mandi un cattivo odore? Puoi metterti addosso un profumo che lo mascheri.
O puoi lavarti.

C’è tensione

Quando scocca la scintilla? Quando c’è differenza di potenziale.

Sto parlando di elettricità, è chiaro. Se gli elettroni fossero esseri viventi, potremmo dire che ritengono desiderabile muoversi. C’è tensione, e scattano.

Ciò che è vivo funziona così: si muove quando vede, quando cerca qualcosa di più desiderabile. Chi glielo fa fare, altrimenti? Il gatto sta bene acciambellato sul divano, il ragazzo arrotolato intorno alla Playstation. Non si sposteranno se non per uno stimolo maggiore: la ciotola di croccantini, la madre che richiama ai compiti.

Per questo il potere vuole omologare tutto, distruggere ogni differenza. Tra lingue, tra nazioni, tra sessi, tra pensieri. Perché ciò che è tutto uguale non ha movimento, è statico, senza sorprese, è facilmente dominabile.

Ma quale maggiore differenza di potenziale che quella tra noi e l’infinito? Non possiamo non essere attirati dall’infinitamente vario.
Il paradiso è l’opposto della noia, perché è il regno della possibilità infinita. Per contro l’inferno è la mancanza di tutto ciò che è appetibile e desiderabile, lo zero assoluto del vero, del giusto, del bello.
Nonostante quello che il re della menzogna, che odia ogni creazione e ogni creatore, cerca di farci credere, l’inferno è la vera morte, la staticità senza fine, il vicolo cieco di ogni divenire.

Mentre lassù il cielo è pieno di lampi, di vortici, e salendo ancora di soli e sereno.

 

 

Un’ancora nel profondo

Ne conosciamo chissà quante, di persone che godono a fare il male. Che sono felici quando l’altro cade. Che lasciano cadere la parola maliziosa, l’insinuazione, che masticano il falso e l’insulto, che fanno piani di disprezzo e odio.
Chissà, magari anche noi siamo così. Almeno a volte. Almeno a tratti, siamo certamente così.

Il problema è che l’uomo è cattivo.
Cattivo. Meschino. A tratti davvero fetente. Forte con i deboli, s’interessa solo di se stesso, l’unica cosa di cui gli importa è se stesso. Si ritiene quindi in diritto di fare tutto quello che vuole. Per se stesso, o agli altri. E’ un diritto che gli concede la sua divinità, cioè lui medesimo.

Ciò è quanto si chiama peccato originale.

Per andare oltre non può bastare l’educazione. Educazione a che? A una finzione? Un’educazione senza cambiare dentro è come una mano di intonaco su un muro umido: sta per un po’ ma poi viene giù. Perché non ha dove ancorarsi.

Per ancorarsi c’è bisogno di una Grazia. Di una salvezza. Di qualcosa che, per definizione, non ci possiamo dare da noi. Perché giunge dal riconoscere che non siamo gli dei di noi stessi. Che quello che siamo ci è dato da altro, da un Altro. Che il nostro stesso bene non è quello che crediamo noi, ma qualcosa di differente. Un’ancora in una profondità che non è nostra, perché nessun ormeggio è possibile su se stessi.

E’ il riconoscimento di un Altro, e dell’altro; il riconoscere un Altro che ci fa riconoscere l’altro. Dio, e il prossimo.
Questo riconoscere è un incontro. A volte con qualcosa, più spesso con qualcuno. Qualunque forma prenda, ci fa acquistare coscienza di quello che siamo. Ci fa capire quanto viviamo male.

A tutti può capitare. Ma non tutti colgono l’occasione. In termini cristiani si chiama Grazia: e lì c’è tutto il mistero della nostra libertà. Vuol dire scegliere quale dio seguire. Se restare le divinità fallite di noi stessi, o cambiare. Ancorarsi sì, ma per superare la tempesta e prendere poi il largo.

La bellezza non si ferma

Cos’è la bellezza? Credo che sia la percezione, intessuta dentro di noi, di cosa si avvicina alla perfezione.

Per questo la bellezza non si ferma, per questo non finisce: perché non siamo noi coloro che la originano.

L’esistere della bellezza è la prova più grande che siamo fatti per qualcosa di più grande, così grande che non possiamo neanche immaginarlo; solo riconoscerlo, e ringraziare che ci sia.
Siamo fatti per altro, e quell’altro c’è.