Ladri di noi

Da queste parti abbiamo zanzare in grado di spolpare un maschio umano adulto in meno di cinque minuti. Lo so perché il maschio in questione sono io. Così, se uno deve fare l’orto o banalmente uscire all’aperto sul fare della sera è meglio che indossi uno scafandro completo, assicurandosi che non siano rimaste aperture, e sperare che il metallo regga.
Quelle bestie secernono veleno più di un cobra e si nutrono di zampironi e autan. Credo che non solo possano resistere all’insetticida, ma in esso sguazzino e prosperino.

Un’alternativa all’armatura è spalmarsi di un olio particolare, dall’aroma fetido. Gli insetti lo fuggono. In effetti fossi una zanzara mi chiederei chi me lo fa fare di avvicinarmi a quella puzza. Deve considerare gli umani folli per adoperare una cosa del genere.
Riflettevo però che talvolta quello che ci sembra fastidioso e pesante da sopportare è in realtà il meglio per noi: la protezione contro predatori che non esiterebbero un attimo a succhiarci via tutto  il sangue e l’anima. Dev’essere un poco così la Grazia: i demoni la fuggono, perché non sopportano niente di ciò che è buono.

Ed anche noi, pieni di male e sbagli come siamo, talvolta mal la sopportiamo e vorremmo farne a meno. Meno male che c’è Qualcuno che non ce la fa mancare. E i ladri di noi non ci fanno più paura.

Lo sguardo altrove

Si può difendere qualsiasi orrore, si può giustificare ogni nefandezza, si può applaudire tutto ciò che è davvero malvagio.

Basta non guardarlo negli occhi.

Non è Vangelo – XXIX – Buoni, buonissimi

Cari estimatori dei Vangeli, siete i benvenuti qui. Mi auguro infatti che, dopo avere letto queste righe, possiate cambiare idea e diventiate anche voi, come noi, gente che disprezza profondamente quei libercoli fuori moda colmi di idee inapplicabili e reazionarie.

Se non lo farete vi pentirete: non è una minaccia, è una constatazione.

Un esempio degli strani ragionamenti che si possono trovare all’interno di quelle pagine è l’affermazione che l’essere umano sia cattivo. Prendiamo l’esempio di una frase che “G”, il falegname con tendenze messianiche di cui discettano i testi di cui parliamo, biascica ai suoi ascoltatori:
Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce, darà una serpe? Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!”

Possiamo tutti vedere come queste affermazioni siano parecchio erronee sotto diversi punti di vista, e depongano a sfavore dell’intelligenza del cosiddetto “salvatore”.

Prima di tutto, dove lo trovate un figlio che chiede del pane? Manco più nelle favole. I ragazzi di oggi chiedono patatine, il telefonino, la Playstation. Male che vada dei contanti per potersi comprare cosa vogliono, droga o alcolici. Siamo proprio fuori dal mondo.
E la risposta del genitore, poi, perché mai dovrebbe essere una cosa buona? Pur di levarselo dalle scatole un padre ormai è disposto a dare qualsiasi sozzeria al proprio figlio. Dovete capire che oggi i bambini, quei pochi che restano, si possono comprare, come gli oggetti; che amore si può avere per un oggetto? Anche quando arrivano in modo diciamo naturale i pargoli sono più spesso un incidente che un atto di amore, e comunque sono lasciati liberi di compiere qualsiasi perversione in nome della libertà.
C’è poi un requisito. Per dare delle cose buone ai propri figli bisognerebbe prima avere capito cosa si intende con buono; ma ormai abbiamo tanto mischiato le carte in tavola che il concetto risulta incomprensibile ai più. Buoni i fast food e i videogiochi più estremi, buoni alcol e il sesso, buoni farsi le proprie esperienze e lasciare l’educazione dei bambini in mano ad altri. Oh, noi non ci possiamo lamentare: questi progetti dei parenti sulla propria prole spesso coincidono con i nostri.

Di fronte a queste cose, perché mai il Nemico-che-sta-lassù dovrebbe concedere qualcosa a qualcuno? Se prendesse esempio da quanto fanno le sue creature, se li ripagasse con la stessa moneta (come sarebbe auspicabile), dovrebbe fregarsene completamente di loro; oppure dovrebbe riciclare questo mondo in qualcosa di più affidabile, che so, un parcheggio coperto.
C’è da dire che il vecchio là in alto è strambo forte. Capacissimo di esaudire persino le preghiere, pur di opporsi a noi.

Ma il concetto più risibile della frase da cui siamo partiti, l’abbiamo detto, è che l’uomo sia cattivo. Questo imprudente personaggio che parla dovrebbe fare mea culpa e rimangiarsi questa follia.

L’uomo è buono per natura, noi sosteniamo. Il male non esiste, è solo una fake news, un argomento fasullo per incolpare noi demoni di tutte le magagne del mondo. Si cerca di gettare la colpa addosso a noialtri diavoli quando è certo che invece essa giunge dalla situazione geopolitica, dal capitalismo, dall’imperialismo, dai padroni, oppure dai comunisti, dagli ebrei, dai fascisti o dai cristiani. Se qualcosa accade di sgradevole è certamente colpa di questi o di altri ancora: della società o di quegli individui così stolti da rifiutarsi di riconoscere che noi abbiamo sempre ragione. Certamente, sono anche loro liberi di esprimere la loro opinione, ma in privato. In realtà, se si potessero eliminare questi contestatori, dato che l’uomo è buono sicuramente giungerebbe la felicità per tutti.

Perciò i buoni di questo si dovrebbero occupare: eliminare senza pietà i cattivi, dopo averli attentamente individuati. Come fare a capire chi sono? Semplice: coloro che si oppongono a quanto diciamo.
Siccome siamo buoni, a quei pervertiti si deve dare l’opportunità di ritrattare, fare mea culpa, adeguarsi al nostro verbo. Festeggiare con noi il futuro felice e progressivo dell’umanità, quando rimossi l’ostacolo della loro esistenza ci rotoleremo in un’orgia continua nei nostri piaceri più segreti.
Non dovessero farlo, a malincuore li rinchiuderemo da qualche parte o, per il loro stesso bene,  li elimineremo. Tanto sono irrecuperabili. E poi il Nemico si prenderà i suoi.

Vedete, il problema vero è che il Nemico-che-sta-Lassù non ha veramente fiducia nella sua stessa creazione. Lui continua a ripetersi di avere fatto ogni cosa buona e giusta, ma non ci crede fino in fondo. Ne ha ben donde: non appena abbiamo messo alla prova le sue creature, non appena li abbiamo tentati solo un pochino, ecco che si sono subito allontanati dalla bontà perfetta, cioè, come afferma orgogliosamente, da lui stesso.

Oh, ha voglia ad accusarci di essere stati noi a corromperli: se non li avesse fatti difettosi, se non avesse lasciato loro la libertà, noi non saremmo riusciti a fare proprio niente. Per nascondere i suoi errori progettuali ecco che tira in ballo noi. Se sono cattivi, è perché avevano la possibilità di esserlo fin dall’inizio; e se avevano la possibilità di esserlo, è ovvio che è stato il tutto-buono lassù a volerli così.

Non volevi che si allontanassero da te? Legali per bene, rendili degli schiavi che ti dicono sempre sì: vedrai che dopo non avrai niente di cui lamentarti.

Per cui non è vero che gli uomini sono cattivi, se li ha fatti lui. Se asserisce che non rientrano nella definizione, noi siamo più che disposti a progettare e realizzare per conto suo un sistema perfetto in cui non sarà più necessario essere buoni. Ci avesse pensato prima avrebbe potuto anche evitare di incarnarsi e mettere su tutto quel baraccone descritto in quei Vangeli di cui stiamo discutendo. Sarebbe stato molto più semplice. Noi a quel progetto ci stiamo lavorando, comunque. Contribuite, votate per noi.

Spero di avere smentito a sufficienza la menzogna di G. Cattivo? L’uomo è buono, buonissimo. Ve lo posso giurare: non mi nutro d’altro.

Ne facciamo a meno

Per  il post di oggi faccio poca fatica. Sono tre citazioni.

“If the payoff for bad behavior is high, and the odds of getting caught and punished are low, bad behavior happens every time.”
“Se la ricompensa per il comportamento cattivo è alta, e le probabilità di essere presi e puniti sono basse, il comportamento cattivo avviene ogni volta”

-Scott Adams-

“No one knows how bad they are till they have tried very hard to be good.”
“Nessuno sa quanto è cattivo se non dopo avere provato con tutte le forze ad essere buono”

-C.S.Lewis-

“None of us feels the true love of God till we realize how wicked we are.”
“Nessuno di noi sente il vero amore di Dio fino a quando non capiamo quanto siamo malvagi”

-Dorothy Sayers-

Se uniamo tutte e tre le citazioni, si ottiene che non sentiamo il vero amore di Dio fino a quando non ci accorgiamo che, di fronte alle tentazioni, pur con tutte le buone intenzioni, da soli cadiamo miseramente.
Oh, certo, ci si può giustificare in mille modi. Che la regola sia cattiva, che sia mal posta, che la società sia fatta così, che non possiamo fare altrimenti nel mondo d’oggi, che Dio ha creato un mondo malvagio, che sappiamo noi qual è il nostro bene, che buono e cattivo non esistono, che dipendono, e via andare.

Ma l’amore di Dio, in tutte queste scuse, non c’è. Ne fanno a meno. Noi con loro.
Senza amore non c’è perdono.
Quanto miseri siamo.

Di balene, dinosauri e uomini

Agire o non agire? Essere o non essere, come direbbe il vecchio Shakespeare? Procurarsi grane contestando i potenti di questo mondo, o dormire sicuri perché Dio ha già vinto? E, già che ci siamo, come dice una cara amica, come faccio a sapere davvero che Dio ha già vinto? O che sono nel giusto a contestare?

Sapete, provo un grande dolore, perché mi sembra di essere un dinosauro in un mondo di mammiferi, una balena spiaggiata che non può tornare al mare. Posso incolpare gli asteroidi o il global warming, ma sta di fatto che i tempi sono cambiati, e quelli nuovi non mi piacciono.

Non mi piacciono perché non li trovo veri; non mi piacciano perché non corrispondono alla fibra più interna del mio cuore.
Ma è il mio cuore ad essere sbagliato, o i tempi? Forse dovrei adattarmi, farmi spuntare le mammelle o le zampe e adattarmi, evolvermi perché i tempi mi urlano questo.

Sempre che i tempi siano sinceri nel loro millantare; sempre che questi cambiamenti siano ineluttabili come provano a farci credere, e non siano che un sussulto della terra, una bassa marea destinata a recedere perché i tempi sono temporanei per definizione. E le urla non siano che strida di uccelli da preda.

Se una cosa è vera rimane vera per sempre, questo devo credere; perché se no non avrei un terreno sul quale puntare i piedi, un mare in cui nuotare, e sarebbe inutile il mio stesso chiedermi che fare. Dato che non ci sarebbe risposta.

Se è vero che Dio ha già vinto l’ha fatto in un momento del tempo, in un luogo che non sono questo momento, questo luogo. Se ciò che è vero rimane vero allora è vero anche adesso, anche qui: quello che manca è l’annuncio di quel fatto, un annuncio che conta sulle mie gambe, sul mio fiato, sul mio cuore.

Agire o non agire? Agire, ma senza astio, senza quella rabbia che sarebbe contraddizione. Ci potranno essere occasioni perse, e sconfitte e tradimenti: lo so, lo sappiamo. Non sarà una strategia errata a cambiare il vero. Che il dolore per ciò che non è si faccia parola e mano e cuore che trabocca.
Essere o non essere? Essere, per esserci, perché solo chi c’è vive. Ma vivere per il bene che è. Perché il mare c’è, balena. E tu dinosauro, spiega le tue ali e vola.


(Lo so, sono troppo retorico, ma perdonatemi:  sono solo un dinosauro)

La regina sulla torre

Bisogna alzare lo sguardo per vederla. E’ là, in cima alla sua torre, che contempla il mondo dall’alto in basso. Tre metri sopra i comuni mortali, al sicuro da cani rabbiosi e bambini dispettosi, controlla il suo dominio con la sicurezza di chi non ammette rivali.
Ti degna appena di uno sguardo fuggevole. Non sarebbe dignitoso, altrimenti. Sa di essere irraggiungibile. Potrebbe stare là in eterno, con sole e luna e terra a girarle attorno.
Almeno, fino all’ora dei croccantini.

Autovelox

Sulla strada che faccio di solito per andare al lavoro hanno messo un autovelox.

Una colonnina di colore arancio, con una sagoma stilizzata di gendarme sopra, e delle lenti che sembrano gli occhi di un cylone di Battlestar Galactica.
Da quando c’è, le auto su  quel tratto di strada rispettano rigorososamente i cinquanta all’ora. Appena fuori dalla vista del pilone però riaccelerano .

Ora, il fatto che si rispetti un certo limite solo quando si sa che c’è qualcuno che ti osserva, e si crede che si sarà puniti in caso di trasgressione, probabilmente potrebbe insegnare qualcosa a coloro che sono convinti che l’uomo possa regolarsi da sé, dandosi un’etica basata sulla volontà.

Potrebbe. Ma non penso che ne trarranno insegnamento.
Credono che nessuno li stia osservando.

Complici

Questo è per tutti coloro che, in questi anni di blog, mi hanno scritto dicendo che non c’era nessun pendio sdrucciolevole, che l’eutanasia è autodeterminazione e libertà, che non si sarebbe mai ucciso nessuno che non lo volesse.

C’è Charlie. Ha nove mesi, una malattia degenerativa rarissima. I medici del suo ospedale non sono in grado di curarlo. Quindi stabiliscono che, per evitargli sofferenze, devono sopprimerlo.
I genitori si oppongono. Loro hanno speranza. Raccolgono fondi per portarlo in America, dove pare che una cura sperimentale dia risultati. Ma i suoi medici si rifiutano di lasciarlo andare. Hanno deciso, Charlie deve morire. E così confermano tre gradi di giudizio della giustizia inglese.

Charlie è vivo. Respira. Sorride. I suoi genitori lo amano. Alcune persone, uno Stato, vogliono a tutti i costi che muoia. Vogliono ucciderlo, per il suo bene, dicono. Secondo la sentenza dovrebbe essere ammazzato mentre sto scrivendo queste parole, anche se forse un ultimo appello alla Comunità Europea potrebbe ostacolare la decisione di morte. Giustiziato perché innocente.

La scienza offrirebbe una speranza, ma è stata rifiutata. Era una scusa. Il pendio ormai è un precipizio che finisce in un abisso, in quell’abisso. Voi che giuravate non sarebbe mai successo, ci credete ancora, a quello che dicevate? Troverete altre giustificazioni, mentre si cade?
Ora abbiamo uno Stato che decide chi deve vivere e deve morire. Un dio oscuro con giudici come sacerdoti e medici come boia.
Li chiamerò assassini. E, vi dirò, hanno dei complici.

Ordine

Che ordine regna nel cosmo. Che supremo ordine. Sotto le spoglie ingannevoli del caos.
Quello che vediamo è talvolta confusione. Ma non è che ordine che si intreccia con l’ordine, bellezza con bellezza.
Perché la bellezza è ordine. L’ordine è bellezza.
Anche quando ti sorprende, anche quando è dissonante. Anche quando non sembra obbedire alla tua idea di ordine.
Quando il suo ordine è segreto. Nascosto, intessuto nelle sue profondità.
Perché noi tutti siamo cuciti con le Leggi. Leggi che capiamo e Leggi che non capiamo, e Leggi che non vogliamo capire.
E crediamo di esserne al di sopra. Teorizziamo che non esistano, persino.
Quando ogni nostro respiro, ogni nostra cellula, ogni nostra molecole è fatta di esse.
Alcuni credono che non ci sia uno scopo. Che niente abbia senso.
Ma se non c’è un senso, perché la legge esiste? Lo stesso domandarsi ne è sostanza.
Siamo fatti di leggi, siamo fatti di ordine, siamo fatti di bellezza.
L’Ordine ci ha fatti. E ci fa.
Con la Sua Legge di Bellezza.

Politicamente corretto grappa

La persona diversamente giovane entrò nella rivendita di sostanze a contenuto alcolico variabile entro il limiti di legge, macchine per il giuoco severamente vietate ai minori nella fascia oraria 8-14 e bevande a base acquosa lievemente eccitanti.

Si avvicinò al bancone e si sedette pesantemente su uno sgabello. “Barista! Un caffè, corretto grappa!”
Tutti gli occhi nel locale si girarono verso di lui.

Il responsabile della vendita al dettaglio si chinò verso di lui. “Mi scusi, gentile avventore, lei forse intende chiedere un infuso a base acquosa contenente caffeina addizionato di bevanda DOP a tasso alcolico non inferiore ai quaranta gradi?” chiese ad alta voce.
“Eh?”
“Caffè corretto grappa“ sussurrò il barista, in maniera che solo l’anziano potesse sentire.

“Che ti piglia, ragazzo? E’ quello che ho detto no?”
Con pazienza, l’addetto dietro al bancone recitò “Sono tenuto ad avvertirla per legge che l’assunzione di sostanze eccitanti può essere dannosa, e che l’alcol ha effetti nocivi sul fegato e sulla soglia di attenzione. La guida…”
“Va bene, ve bene, portamelo, eh?” tagliò corto il diversamente giovane.
Il barista esitò. “Mi scusi, ma posso chiederle se il suo tasso alcolemico…”
“Eh?”
Il barista si avvicino ancora alla testa dell’uomo “Ha già bevuto, signore?”
“Certo che ho bevuto, ragazzo! Qualche cicchetto!”
Il ragazzo fece per dire qualcosa, spalancò la bocca, la richiuse, e si voltò verso la macchina del caffè.

“Eh, sì, che vita grama! Tu sei giovane, non conosci la vita! C’è questa mia nipote disgraziata…”
Gli altri avventore del locale si guardarono tra loro.

“…Che si è messa con ‘sto negher che arriva dall’Africa…”

A un cliente che stava bevendo andò di traverso, e cominciò a tossire e sputacchiare.

“Un bravo ragazzo, neh, con voglia di lavorare, che ci sono tanti disgraziati che vendono droga e peggio…”

Una coppia si alzò di scatto, gettò i soldi sul tavolino e si diresse quasi di corsa verso l’uscita.

“…ma tra che l’è negher e che è un po’ zoppo…”

“Mi scusi, mi scusi” disse rapidamente il barista guardandosi attorno “intendeva dire che proviene da paesi sottosviluppati ed è svantaggiato fisicamente, vero?”

“No, l’è proprio zoppo e negher” continuò imperterrito il vecchio “e così non trova un lavoro che è uno. Il fatto è che mia nipote è rimasta incinta, e adesso vorrebbe abortire…”

Un altro avventore lasciò il proprio tavolo e uscì in fretta.

“La prego…dica interruzione di gravidanza, almeno…” supplicò il barista.

“…Ma io dico no! I bambini sono bambini!…” disse il vecchio alzando un dito e la voce.

“La prego! La prego! Feto, grumo di cellule…”

“…E la mamma è sempre la mamma!” esclamò l’avventore.

“Genitore uno oppure due…” mugulò il barista.

“…Bisogna essere ciechi e sordi per non vederlo!…”

“Non vedenti, non udenti…la prego, la prego…” Il ragazzo dietro il banco sudava profusamente.

“Va bene che non credi in Dio, in Nostro Signore, ma…”

Il ragazzo sbiancò. “Ssshhh! Non si dice Non si dice!”

“…E dico io, si sposassero, che adesso si sposano pure i ricchioni!”

Altri due tavoli furono lasciati precipitosamente liberi. Il barista non tirava neanche più il fiato. “Persone omosessuali…”

“…che non c’ho niente io contro i ricchioni, avevo pure un zio che…”

“Il suo caffè!” Interruppe con voce disperata il barista.

Il vecchio prese la tazzina e mandò giù il contenuto d’un colpo solo.  “Ah, buono! Quanto le devo?”

In lontananza si sentivano delle sirene. “Niente, niente, offre la casa! Ma adesso come di consueto dobbiamo serrare per il fine turno! Buona serata, è stato un piacere!”
“Allora grazie, neh! Ritornerò!” ed uscì dal locale con passo lievemente malfermo.

Quando fu uscito il barista lasciò andare un lungo sospiro. Le sirene si avvicinavano. Il solo altro avventore rimasto scosse la testa. “Ma non conosceva la legge, quello? Lo sa cosa gli faranno adesso? E chi era, poi?”
Il barista fissava ancora la porta. “Non lo so. Una persona non politicamente modificata, forse. Uno genuino” aggiunse, portandosi poi la mano alla bocca come qualcuno che ha detto qualcosa di imperdonabile.

Dignità

C’è gente che si appella alla magistratura per andare via dall’ospedale e morire a casa, e gente che paga per lasciare casa propria e ammazzarsi in una clinica.
In ambedue i casi si sostiene che ciò sarebbe in nome della dignità.

Io penso che non è dove si muore, ma come si muore. Tu, davanti a quel salto infinito.

Non è la morte a potere essere degna, ma solo noi stessi.

Niente panico

Qui ridir non saprei come, nè quale
Avverso nume a me stesso mi tolse

Virgilio, Eneide, Libro II

 

Sappiamo tutti cosa è successo a Torino sabato sera davanti al maxischermo dove si proiettava la finale di Champion League: l’allarme, la fuga, i feriti. Ho degli amici, dei conoscenti che vi ci si sono trovati in mezzo.

I mezzi di comunicazione si sono soffermati su un ragazzo, il “ragazzo a torso nudo con lo zainetto”, che è rimasto fermo mentre intorno tutti correvano via. Sospetto.

Ma perché?
Per esperienza, ci sono tre modi in cui si reagisce ad una emergenza improvvisa.
Il primo è scappare via il più in fretta possibile, senza aspettare di capire cosa stia accadendo davvero. E’ vero, può salvarti la vita: ma in questo caso è ciò che ha causato il disastro.
Il secondo è andare in panico, senza sapere cosa fare. Si rimane bloccati, in preda alla confusione. Può accadere anche a persone intelligenti e decise. Di solito ci si sblocca per imitazione, e si segue la massa o la prima voce decisa.
Il terzo è mantenere il sangue freddo, valutare il problema, agire di conseguenza. Non è di tutti, anzi, chi ci riesce è una minoranza. E’ un atteggiamento che, entro i propri limiti, può essere imparato.

Ecco, a prescindere dal fatto se quel tipo  con lo zaino risulterà essere effettivamente colpevole di procurato allarme o, come ora pare, troppo stravolto e ubriaco per scappare, oppure dotato di abbastanza sangue freddo da capire che non c’era niente di cui avere paura, mi colpisce come si dia per scontato che chi non corre via sia in qualche maniera anomalo.
Come se la fuga fosse l’unico responso accettabile davanti al terrore.

Personalmente mi rifiuto di fuggire. Non voglio essere terrorizzato, ma andare se possibile in direzione opposta, a vedere se si può essere d’aiuto. E se ci si dovesse proprio ritirare, lo vorrei fare con calma. Senza perdere la testa. Magari con una birra in mano.
Sì, ho timore. Della paura.

Enoizacude

I dati parrebbero indicarlo chiaramente. Meno si fa educazione sessuale a scuola, meno sono imposti corsi in cui spiegano la contraccezione, più si abbassano le gravidanze indesiderate.

No, non è un refuso. Più ti insegnano ad evitare di concepire bambini, più ne concepisci.

Così parrebbe indicare un recente studio britannico. I posti in cui detti corsi sono stati tagliati per esigenze di bilancio hanno avuto uno spettacolare calo nel numero di ragazzine incinte. Gli stessi ricercatori sono perplessi. Eppure sarebbe bastato guardare alla classifica delle nazioni in cui ci sono più gravidanze tra gli adolescenti per rendersi conto della stessa cosa. In testa ci sono proprio quelle dove l’educazione sessuale fin dalla prima infanzia è una realtà consolidata.

Cosa può indicare questo? Che forse i metodi anticoncezionali non sono così sicuri? Che indicare ad un ragazzo cosa non deve fare è il metodo più certo per farglielo fare comunque? Che a spiegare il male si insegna il male? Che forse il metodo di approcciarsi al sesso di quei corsi è tutto sbagliato, meccanico, cinico, quando andrebbe insegnato invece che l’amore è altro?

Fate un po’ voi. Potete anche non crederci, e continuare a pensare che, al contrario, quel tipo di educazione sessuale sia un bene per i nostri ragazzi.
Che ha che fare la realtà con l’amore?

 

 

 

Non è Vangelo – XXVIIII – Segreti di Stato

Per quanto inutili e pericolosi siano quei libretti che gli esseri umani conoscono come Vangeli, ciò nonostante noi demoni non siamo del tutto contrari ad essi. Essi riescono a fornirci sempre nuovi spunti su come attaccare il nostro Nemico giurato, quello che-sta-lassù; in fondo, non è conoscere ciò che dicono che è dannoso, ma metterlo in pratica.

Non c’è nostro maggiore alleato dell’uomo di Chiesa che crede di sapere tutto delle cosiddette Sacre Scritture ma segue solo ciò che gli fa comodo. Che coincide, di norma, con ciò che fa comodo a noi. Perché tutto ciò che va in direzione diversa da quanto spiegato da G, il falegname giudeo, a noi sta proprio bene. No, non saltate subito alle conclusioni. Questa predilezione non è per noi stessi. Noi abbiamo molto a cuore il destino ultimo degli esseri umani. E’ su di essi che si basa la nostra sussistenza, il nostro vitto potremmo quasi dire. Pensate forse che noi godiamo a tormentare le anime? Se sì, avete ragione, è il nostro godimento maggiore, perché ogni sofferenza che infliggiamo torna moltiplicata mille volte al loro odioso creatore. Quando gli uomini non fanno quanto lui suggerisce loro, il Nemico-che-sta-lassù è ferito ed umiliato.
Se chi ami soffre, tu soffri con lui. E’ questo il segreto del nostro successo, è per questo che è così bello essere demoni: noi non soffriamo mai.

G invece era un debole. Proprio per questo motivo deve essere evitato il più possibile, lui e il suo messaggio. Un personaggio ambiguo, che non si sa bene da dove provenga, ma che nella sua breve vita è riuscito ad inimicarsi la maggioranza di quelli che l’hanno incontrato. Nessuna meraviglia che sia finito come è finito.
Era un buffone, inadatto al ruolo che cercava di ottenere. Messia, salvatore del suo popolo? Ma quando mai! Manco è riuscito a salvare se stesso. Figurarsi se avrebbe potuto guidare un esercito vittorioso, o una nazione. Ci vuole fegato, per quello; indifferenza al destino altrui, coscienza che occorre sacrificare gli altri per ottenere il proprio scopo. G era un pappamolla, senza astuzia; si è mai visto un politico che rifiuti di occupare un posto d’oro come re della sua terra?  Colui che vuole il potere deve prima di tutto desiderarlo, ed essere disposto a qualsiasi bassezza per acquistarlo e tenerlo. Deve sapere difendere i suoi segreti, e quelli della fazione alla quale appartiene. Questo G invece che fa? Spiattella tutto in giro senza nessun  ritegno.

Prendiamo ad esempio il caso di quei due pellegrini che ritornano ad Emmaus dopo essersi sollazzati assistendo all’esecuzione di G sulla croce. Il Vangelo racconta di come vengano raggiunti da qualcuno che, si afferma, sia G stesso travestito. Il fatto che non l’abbiano riconosciuto dimostra come questa coppia di viaggiatori non avessero grande capacità di osservazione. G, senza dubbio offeso per questa loro mancanza di comprensione, decide di giocare loro uno scherzetto, alimentato dalla sua vena sadica.
Finge infatti ignoranza di quello che è accaduto a Gerusalemme, e si fa raccontare dai due allocchi i fatti successi. E poi accade l’incredibile. Comincia a spiattellare tutto! Tutti i suoi segreti! A due sconosciuti, che potevano essere chissà chi!

Vedete bene: un tizio del genere è inaffidabile. Noi esseri superiori dobbiamo restare sempre ben sopra i semplici umani. Cosa ne possono sapere, loro, di cosa significa essere immortali? Loro sono naufraghi del tempo, vivono pochi giorni come gli insetti. Sono fatti di carne: niente di più lontano dai puri spiriti che noi siamo. Avere rivelato a delle creature del genere i dettagli più nascosti del nostro ordine di vita si configura come tradimento.

Tutta la vita terrena di G è un attacco diretto alla sacralità dello spirito, uno svillaneggiare entità tanto superiori all’uomo quanto gli umani sono sopra le formiche. Se conoscete l’assoluta discrezione e limpidezza del nostro Padre-che-sta-Quaggiù non vi deve meravigliare il fatto che si sia risentito per la rivelazione a dei servi delle faccende private di noi padroni del mondo. Noi, appoggiandoci a lui, chiediamo a gran voce l’impeachment di quel cosiddetto Creatore per manifesta incapacità e per l’avere svelato ai peggiori tra gli uomini i suoi segreti. Dimissioni subito, per quel buffone cosmico.

Noi non ci siamo mai regolati così. Ai nostri maghi, ai nostri adepti, ai nostri stregoni forniamo poche gocce di conoscenza, se possibile falsa. In questo modo li teniamo sempre in pugno, attraverso l’illusione che stiamo per confidare loro chissà quale rivelazione. E’ una forma efficace di controllo: informare di ogni cosa i propri schiavi significa mettersi in mano loro, decidere di non esercitare su di essi alcun potere.

E quindi, come mantenere la propria superiorità? Come piegarli al proprio volere? No, il tradimento di G verso i suoi pari e superiori è completo e definitivo: meritava certo la pena di morte, per questo.

Forse, nel caso dei pellegrini di Emmaus, si è reso conto di avere sbagliato. Quando, come un dilettante, si fa riconoscere, rivelando il suo travestimento, fugge a gambe levate. Ormai però è tardi: tutti i misteri del suo stato sono ormai stati spiattellati. Per quale motivo ha compiuto un simile sfregio?

La risposta è presto detta: è il genere di incidenti che accade quando ci si immischia troppo con gli umani. Quando si entra in confidenza con essi, quando si vive con loro, quando si giunge a considerarli non più schiavi ma quasi propri pari, quasi amici o persino (Nostro Padre Infernale non voglia!) fratelli, allora non c‘è più religione. La religione è tremore e timore di chi ti è superiore; se si toglie la sacralità tutti finiranno per considerarsi quasi divini. Ma non come piace a noi, giungere a pensarsi degli dei; come piace al Nemico, figli di un padre che sta lassù.

Tutto sta a cosa si mangia: se il frutto del peccato originale o il pane che quel disgraziato di G asserisce essere il suo corpo.

Bene ha fatto G a scomparire, dopo avere spezzato quel pane. Potessimo farlo sparire davvero.

La cerva alla fonte

Il sottobosco è un intreccio di rovi e cespugli, di alberelli vivi e rami morti. Le foglie dell’autunno precedente sono ancora sul terreno, e attutiscono il rumore degli zoccoli. Si fa strada quasi senza rumore, appena di tanto in tanto il colpo secco di un rametto spezzato. Sa che deve essere prudente. I suoi nemici sono vicini, lo sente dall’odore. Ma non può fare a meno di continuare a cercare.

E’ una delle composizioni più belle di Palestrina. L’ho cantata tante volte. L’ho già anche commentata. Però non mi ero mai immedesimato con quelle parole.

Il bosco è verde, ma il terreno è secco. Fa caldo, non piove da quasi due settimane. Le pozze si sono inaridite. Ma là, nella valletta, se si tende l’orecchio si può udire uno sgocciolio, un rumore di cascatella.

Parole che sono prese dal salmo 42.  Sicut cervus desiderat ad fontes aquarum, ita desiderat anima mea ad te, Deus. Come la cerva desidera le fonti delle acque così l’anima mia desidera te, o Dio.

Sì, odore di predatore. Sono ossa, sotto a quel tronco? Un teschio sbiancato? La cerva scruta attenta i segni. C’è pericolo. Eppure l’acqua è indispensabile. Non si può farne a meno. Occorre rischiare, rischiare tutto.

Una sete inestinguibile, un desiderio che arde. La musica sono scrosci di suono che salgono nell’invocazione finale a quel “Tu” verso cui siamo spinti dalla nostra stessa natura. Dal nostro bruciante anelito di tutto. Oh, sì, sono quel cervo nel fitto bosco che non può fare a mano di cercare.

E la cerva risale il pendio scosceso. Il rigagnolo mormora tra le felci, l’acqua viva zampilla tra le rocce. Ancora poco e potrà bere l’acqua a cui anela.

Un po’ Pistoia

Che l’uomo sia tendenzialmente cattivo è per me una evidenza. Che però debba fare necessariamente il male è tutto un altro paio di maniche. Questa tesi  era sostenuta, tra gli altri, dai cosiddetti giansenisti. A meno che non siate particolarmente preparati sull’argomento è difficile che voi sappiate chi erano; forse i più ricorderanno vagamente un certo intreccio dei suddetti con la vita di quel Manzoni famoso per Cinque Maggi e Promessi Sposi.

Eppure qualche secolo fa era una “corrente ecclesiale” che andava per la maggiore; i teologi alla moda erano giansenisti, i potenti erano giansenisti, e probabilmente anche giudici e giornalisti. Piaceva la loro austerità; piaceva il loro essere in rotta con il papato; e il rifiuto di tutta quelle devozioni popolari che per gli illuminati illuministi faceva tanto ignoranza. Le tesi gianseniste erano condannate; ma questo a parecchi non faceva problema. Anzi.

Nato in Francia seguendo le idee di Cornelius Jansen, vescovo di Ypres, il Giansenismo visse là il suo momento d’oro a cavallo tra ‘600 e ‘700, per poi estinguersi lentamente fino alla metà dell’800; ma, altrove, si sviluppò ulteriormente: in Olanda e Germania, per esempio e, udite, nella nostra Toscana.
In Olanda diede origine alla chiesa scismatica dei “vecchi cattolici“, tuttora esistente; nelle nostre terre, invece, ebbe il suo apice nel cosiddetto Sinodo di Pistoia.

Dovete sapere che Granduca a quel tempo era il buon Leopold, che come suo fratello Giuseppe II imperatore di Germania, aveva capito che a tirare bastonate alla Chiesa Cattolica ci si guadagna. Il Granduca fece recapitare a tutto il clero del suo dominio un simpatico foglietto dove spiegava la sua idea di come doveva essere la Chiesa. Quindi fece convocare dal suo protetto arcivescovo di Pistoia e Prato, Scipione de’Ricci, un sinodo per ratificare questa sua agenda.
Dei poco più di duecento partecipanti al sinodo un gran numero fu fatto arrivare da fuori diocesi, scegliendo teologi e sacerdoti inclini al giansenismo; la convocazione la fece tal Tamburini, altro giansenista che insegnava a Pavia. E il clero locale? In gran parte ignorato: non piacevano al vescovo, e viceversa. Era il settembre del 1786.
La sessione durò una decina di giorni e, malgrado le discussioni con i (pochi) inclini ad una visione più vicina a quella del papato, i punti proposti da Leopold furono accettati.
Furono adottati i quattro articoli Gallicani dell’assemblea del Clero francese del 1682, che sancivano la superiorità del re e del sinodo su un Papa non infallibile, e il programma di riforma del De’Ricci, ripresi quasi integralmente. L’impianto era fortemente giansenista, e comprendeva tra l’altro la possibiltà dell’autorità civile di impedire matrimoni, la riduzione a tutti gli ordini religiosi a uno solo, con abito comune e senza voti perpetui, la proibizione di farsi suora prima dei quarant’anni, l’abolizione del culto delle reliquie, eccetera.

Leopold stampò 3500 copie dei decreti con il sigillo granducale, e fece convocare il clero da de’Ricci per far firmare ai religiosi l’accettazione del sinodo. Arrivarono solo in ventisette; e di questi solo sette firmarono.
Gli altri vescovi toscani, fatti riunire frattanto a Firenze per il medesimo scopo, si opposero così vigorosamente che alla fine de’Ricci e Leopold dovettero desistere. Quando Leopold fu chiamato ad assumere il ruolo di imperatore, nel 1790, Scipione dovette fuggire di corsa dalla sua sede vescovile, rinunciandovi – il popolo non aveva gradito certi suoi atteggiamenti nei confronti delle reliquie.

Neanche il Papa gradì: nel 1794 la bolla Auctorem fidei sconfessò il Sinodo, e dieci anni più tardi lo stesso de’Ricci dovette sottomettersi  a quella decisione.

Come vedete, non è solo di oggi che infuria la discussione dentro la Chiesa; cambiano magari le mode, che sembrano trionfare per un breve momento; ma poi, con i loro sostenitori, decadono e vengono dimenticate.

Infedeli

L’onere dell’essere padre e madre è anche portare i figli alla festa della scuola e poi passare a prenderli a divertimento finito. Ma ci possono anche essere vantaggi. Stasera io e mia moglie abbiamo approfittato della pausa tra un servizio taxi e l’altro per recarci ad un incontro con Samir Khalil Samir.
Padre Samir è una delle personalità più notevoli che io abbia mai incontrato. Egiziano di nascita, gesuita di quelli tosti, studioso di fama internazionale, uomo di Dio. Ci ha parlato a lungo di Islam, di fondamentalismo islamico, cosa possiamo fare noi cristiani, oltre a morire dando testimonianza a Cristo come i nostri fratelli massacrati oggi.
Ci ha esposto, con dovizia di citazioni a memoria del Corano in lingua originale, la radice di quella violenza islamica che è innanzitutto di islamici verso islamici, ma che coinvolge anche tutti noi. E la causa è l’Islam stesso, nelle sue contraddizioni, nella violenza intrinseca delle sue posizioni, nella interpretazione che ne viene data.

Ci ha ricordato che ai nostri fratelli islamici dobbiamo dare il meglio, e il meglio è Cristo. Senza scusanti, senza falsi buonismi o moralismi. Altrimenti, come ci ricordava un copto presente in sala, saremo come tutti gli altri europei, silenziosi di fronte agli orrori che ogni giorno accadono perché morti dentro. Infedeli non solo per l’Islam, ma anche verso ciò che come cristiani dovremmo essere.
Cioè portatori di speranza e di gioia, vale a dire di Cristo stesso,

Non è Vangelo – XXVII – Pozzi neri

Dite la verità: ci leggete perché siamo attraenti. E’ questa la migliore qualità di noi demoni. Siamo come la gravità: attraiamo verso il basso.

Così anche oggi vi intratterremo proponendo una lettura alternativa di quei romanzetti immaginari senza pretese che chiamano i Vangeli. Come sa bene qualsiasi teologo o sacerdote che sia solito frequentarci, quelle pagine infatti non sono che fantasie, illazioni, metafore, la sublimazione di sogni di fondamentalisti sotto acido e scrittori senza talento. E’ chiaro che godono di fortuna non per proprio merito, oppure per il fascino del personaggio, quel “G”, falegname palestinese di dubbia moralità; ma solo per moda, per spinta pubblicitaria, per ignoranza di cosa sia una vera opera letteraria.
Noi demoni, che siamo per definizione i veri critici da cui tutti gli altri prendono esempio, siamo i più titolati a esprimere su di essi una valutazione. Seguite le nostre indicazioni: leggete altro, non sono adatti ad un pubblico adulto.

La loro prosa stanca finge di essere cronaca di fatti realmente accaduti, ma è evidente  che si tratta di qualcosa di diverso. Quando mai si è sentito parlare di miracoli, di guarigioni, di resurrezioni persino? Mai; se gli uomini mai vissuti sono cento miliardi, allora la probabilità che cose simili siano accadute davvero, in forza di un singolo essere umano, è una su cento miliardi, cioè nulla. Mancano di realismo, e la loro morale è inadatta all’uomo moderno.

No, quelle frasi, quelle situazioni sono false, e solo chi è male consigliato può ritenerle vere. Sono metafore. Ad esempio, dove si racconta di quel giorno che G si è trovato da solo in compagnia di una donna samaritana che era andata a prendere l’acqua da un pozzo, pensate che si parli di persone reali, di un pozzo autentico?
No, qui l’autore ha voluto simboleggiare la condizione femminile; il pozzo è un’apertura, e così anche quello del testo rappresenta l’apertura della condizione femminile all’incognito, allo straniero che passa, in un chiaro gioco di riferimenti sessuali. Tutto il dialogo tra il predicatore folle e la donna è un crescendo di ammiccamenti più o meno espliciti: ovvio che menti pure non se ne possano rendere conto. Solo chi come noi è di casa nella parte più perversa dell’animo umano può comprendere il messaggio subliminale contenuto in quelle righe. Il nostro mestiere è proprio quello: portare allo scoperto il lato più nascosto e tenebroso della psiche degli uomini, sia o non sia presente.

Quello che, ad una lettura superficiale, può sembrare uno scambio di battute del tutto banale, per un demone che conosca il suo mestiere assume tutt’altro significato. Il lettore che voglia seguire le nostre orme non ha che da chiedersi cosa abbia voluto veramente dire G con il “dammi da bere” rivolto a quella femmina, che cosa si intenda con acqua, cosa rappresenti il secchio che la samaritana rimprovera G di non possedere.

L’intento evidente dell’autore, come noi lo vediamo, è sdoganare l’amore libero da tutti quei vincoli che una morale troppo perbenista imponeva all’epoca in cui è narrata la storia, e che subiamo ancora adesso. Non potendo scriverne direttamente usa simboli e parafrasi che noi dobbiamo interpretare.
G appare allo stesso tempo ardito e timoroso di quella donna così disinvolta. Se la donna implora G di darle quell’”acqua” che la soddisferà per sempre, la risposta è di andare a chiamare chi normalmente la soddisfa, cioè il marito. Ma G sa bene che la samaritana fornisce i suoi servizi ad un numero ben più ampio di persone e quindi tutto il brano non è che una celebrazione del comportamento disinibito delle donne del luogo e della libertà totale di giacere con chiunque. In un crescendo finale, G allargherà all’intero paese questo suo invito a godere dell’”acqua”, un un’orgia indifferenziata dove non si fa distinzione di genere, razza, religione o altro genere di preferenze. I giudei non hanno rapporti con i samaritani, chiosa il testo; è evidente che è una situazione che lui vuole cambiare.

G sta piuttosto senza mangiare, ma questo vuole fare: portare il suo amore a tutti quanti. Parole come “spirito”, “verità”, “credere” non sono che simboli che il narratore usa per indicare azioni molto più materiali. Si inganna chi afferma che qui si parli di realtà spirituali, di una fantomatica salvezza; e vi assicuro che di inganni nessuno se ne intende più di noi. Per darci ragione non avete che da considerare il testo dei Vangeli, questo o un altro, nella nostra stessa maniera, con la maggiore malizia possibile.

Tutto l’episodio celebra l’apertura al diverso, all’altro, al non convenzionale: il pozzo finalmente liberato dai legami oppressivi della civiltà patriarcale. E’ un inno all’accoglienza di chi un tempo si considerava peccatore e che ora, nel nuovo modo di concepire le cose, è diventato chi ci insegna il modo corretto di godere della vita. Tutte le perversioni che la samaritana ha G “già le conosce”: senza nascondersi dietro moralismi, le accetta per quello che sono.

Se non condividete con noi questa interpretazione del brano è ovvio che siete degli ignoranti, che non avete studiato. Non siete dei veri sapienti, i soli che per la loro conoscenza del mondo dovrebbero essere autorizzati a commentare. Non conoscete strutturalismo e destrutturalismo, non siete adepti dello studio di genere, siete come quei babbei dei discepoli che si meravigliavano di vedere G parlare con una donna. E’ giunta l’ora che anche voi vi aggiorniate, che iniziate a seguirci per potere essere anche voi esegeti alla moda. Non vorrete restare indietro, ancorati ad una visione dei testi medievale? Altrimenti non solo non avete idea di cosa state dicendo, non avete nemmeno l’umiltà di ammettere di essere qui in acque troppo fonde per le vostre competenze. Qui la profondità è abissale, infatti solo l’abisso domina.

Se v’inabisserete con noi nel nero fondo del nostro pozzo vi assicuriamo una piena comprensione su quanto G ha inteso dire. Ve lo assicuriamo: ne sarete così presi che non riuscirete più a tornare indietro.

Sì, sono cattivo

Quando scrivo che l’uomo è cattivo inevitabilmente ricevo parecchi commenti indignati, arrabbiati o semplicemente vogliosi di correggermi. A quanto pare dire una cosa del genere rientra in quello che non è corretto affermare, che è palesemente falso e che va contro quella che mi dicono essere la mia religione.
Tutte e tre queste assunzioni sono errate.

Non è corretto dire che l’uomo è cattivo? Eppure, confrontandomi con chi me lo dice, costui spesso pensa che esistano certi uomini che sono cattivi. Senza ridurmi ad hitlerum, archiviato per manifesta anzianità il Cavaliere, l’etichetta del cattivo del momento ce l’ha certamente Trump. Non più tardi dell’altro ieri ascoltavo per radio un regista dire che incarna tutto ciò che ha ucciso Elvis Presley, e meno male che la democrazia è salvata dai giudici e dai media. A parte la dissonanza cognitiva, è difficile negare che sia considerato corretto apostrofare almeno alcuni uomini come cattivi. Ma, e veniamo al secondo punto, è falso dire che tutti lo siano?

Qualcuno sostiene che in realtà è l’ambiente che rende cattivi, o la cattiveria non sia che un’invenzione cristiana. Errato: già per Ovidio
Video meliora proboque, deteriora sequor
che Petrarca traduceva in  “Et veggio ‘l meglio et al peggior m’appiglio”, San Paolo in “vedo il bene e faccio il male”. Esperienza di ognuno di noi: invece di fare quanto sappiamo che è giusto facciamo quanto è comodo. Si tratti di cioccolato, sesso o soldi. Messi alle strette, asseriamo che è nostro diritto. Questo farsi le leggi da sé, ovvero in ultima analisi considerasi il dio di casa propria, è quanto la Chiesa chiama da milenni “peccato originale”, asserendo che è qualcosa che tocca tutti quanti.
Insomma, siamo tutti, come ricorda il catechismo, inclini al male. “Ignorare che l’uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell’educazione, della politica, dell’azione sociale e dei costumi.”. Chi pensa di non fare il male non è perché non ne fa, ma perché ha voluto dimenticare il concetto di male. Si considera senza peccato: può scagliare la prima pietra. I santi si confessano spessissimo.
Fare i cattivi. Questo significa essere cattivi.

E siamo al terzo punto. La mia religione asserisce diversamente? Abbiamo appena detto di no. No, non ho mai detto che l’uomo sia irremediabilmente cattivo. Sono convinto sia cattivo e basta. Il rimedio c’è: si chiama Incarnazione. Si chiama Redenzione. Che non avrebbe senso chiamare così, se non ci fosse niente da redimere. Non ci sarebbe misericordia, senza un male. Andremmo in Paradiso direttamente. Se non fossimo cattivi, mestier non era partorir Maria.

Ancora non siete convinti? Bene, ho qui le parole di uno che la pensava come me:
Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce, darà una serpe? Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!
Avrete indovinato di chi si tratta. Ditelo a lui, che sbaglia.

Questa sì che era cattiva; ma, d’altra parte, cattivo io sono.

Di padri e Padri

Partiamo da questo bel brano di Peguy:

«Chiedete a un padre se il miglior momento
Non è quando i suoi figli cominciano ad amarlo come uomini,
Lui stesso come un uomo,
Liberamente,
Gratuitamente,
Chiedetelo a un padre i cui figli stiano crescendo.

Chiedete a un padre se non ci sia un’ora segreta,
Un momento segreto,
E se non sia
Quando i suoi figli cominciano a diventare uomini,
Liberi
E lui stesso lo trattano come un uomo,
Libero,
L’amano come uomo,
Libero,
Chiedetelo a un padre i cui figli stiano crescendo.

Chiedete a quel padre se non ci sia una elezione fra tutte
E se non sia
Quando la sottomissione precisamente cessa e quando i suoi figli divenuti uomini
L’amano, (lo trattano), per così dire da conoscitori,
Da uomo a uomo,
Liberamente.
Gratuitamente. Lo stimano così.
Chiedete a quel padre se non sa che nulla vale
Uno sguardo d’uomo che incontra uno sguardo d’uomo.

Ora io sono il loro padre, dice Dio, e conosco la condizione dell’uomo.
Sono io che l’ho fatta.
Non chiedo loro troppo. Non chiedo che il loro cuore.
Quando ho il cuore, trovo che va bene. Non sono difficile.

Tutte le sottomissioni da schiavo del mondo non valgono un bello sguardo da uomo libero.
O piuttosto tutte le sottomissioni da schiavo del mondo mi ripugnano e io darei tutto
Per un bello sguardo da uomo libero».

da Ch. Peguy, “Il Mistero dei Santi Innocenti”

Come padre posso dire che sì, è vero. Ma tra il momento in cui tuo figlio ti adora come bambino e quello in cui ti ama come uomo, tra quello in cui tua figlia è la tua piccola principessa che si siede felice sulle tue ginocchia e quello in cui è la donna forte e indipendente c’è quel limbo angoscioso, quel terribile tratto in cui l’amore diventa odio, disprezzo, rifiuto. Sì, l’adolescenza.

Oh, so bene  che è un momento necessario.  Che è meglio così. E’ la spinta fuori dal nido, l’espulsione della placenta, il seme scagliato lontano. Non fa meno male per questo.

E questo pensiero mi ha colpito. Il Signore è il nostro Padre. E noi tutti siamo suoi figli.
Che dolore deve essere questa libertà quando la ribellione non muore, l’adolescenza non finisce, rimane urlo contro.
Che fatica per un padre passare per il mare tempestoso del rifiuto. Ma che sofferenza se questo mare non finisce, se la barca naufraga nell’ostinazione.

E noi tutti siamo figli ribelli. Che dolore quando il figlio che amiamo sbaglia. Pensate al Padre, questa sofferenza moltiplicata per i miliardi dei suoi figli. Moltiplicata ancora per l’amore che ci porta, così profondo che il nostro è pozzanghera fangosa.

Insopportabile, deve essere.
Così, da padre, non stupisce che sia venuto, che si sia incarnato, per diminuirla, per farla finire.

Perché un padre farebbe di tutto per i suoi figli. Figurarsi un Padre.

 

Mosche contro il vetro

E’ rotta, dice Evan Williams. Chi è rotta? E chi è Evan Williams?
E’ internet ad essere rotta, asserisce nella sua intervista al New York Times questo signore. Che di internet un poco ne capisce, visto che ha fondato Blogger e Twitter.

“La gente usa Facebook per farsi vedere mentre si suicida, picchia e uccide, in tempo reale. Twitter è un alveare di troll e abusi che non  si riesce a fermare. Le false notizie, create per ideologia o profitto, corrono rampanti. Quattro adulti su 10 sono insultati online (…) . Twitter ha persino fatto di Trump il presidente (…) sono spiacente di ciò. (…)
Io pensavo che una volta che ognuno avesse pouto parlare liberamente e scambiare informazioni ed idee, il mondo sarebbe diventato automaticamente un posto migliore”, dice Mr Williams. “Mi sbagliavo su questo”.

Cosa fa il nostro guru, allora? E’ convinto che occorra trovare il bandolo “dell’architettura della creazione di contenuti, distribuzione e monetizzazione”. Cioè un’altra soluzione tecnica ci può salvare.
“Penso che metterò a posto queste cose”, dice Mr. Williams.

Poveretto lui, poveretti quelli come lui. Illusi. Hanno sbagliato, talvolta lo riconoscono, ma come mosche contro il vetro continuano a pensare che sbattendo la testa prima o poi passeranno. Eppure il loro errore è così ovvio.
Hanno dimenticato che esiste il peccato originale.
Sì, l’uomo è cattivo.
Di tanto in tanto, qualcuno di loro se ne accorge. Pensando però che basterà poco a correggere il problema.
Perché quelli cattivi sono sempre e solo gli altri.

Fatti mandare dalla mamma

“Mi vai a comprare i datteri in Nuova Croazia?” chiese Dana.
Il sole entrava dalla finestra aperta. Le tende svolazzavano alla brezza, e alcuni gabbiani roteavano piano sopra il mare piatto come una tavola.
Bruff sbuffò. “Insomma, perché non te li fai arrivare come tutti? Devi proprio farmi muovere?”
Dana mise il broncio. “Lo sai bene. Datteri appena colti dall’albero. Hanno un altro sapore rispetto ai sintetici.”
Bruff gemette. “Non è vero, mamma. Sono riprodotti fino all’ultima molecola dai frutti migliori”.
“Non tutto si può riprodurre”.
“Va bene, va bene, mamma. Vado. Tanto avevo voglia di passeggiare.”
D’impulso cambiò programmazione della casa. I mobili in stile italiano XXI secolo commutarono in technospritz. Il soffitto si alzò, la finestra si allargò, e il mare prese a rumoreggiare tempestoso mentre un alito fresco si diffondeva nella stanza. I gabbiani erano spariti.
“Cattivo”, disse sua madre. Ma lui era già uscito.
Le porte del suo cubicolo dueperuno si aprirono, i micropodi si ritrassero, e lui uscì nel corridoio. Attese che le porte si richiudessero: l’altro giorno, uno squatter homeless si era infilato nel cubicolo di Diego mentre era spalancata ed era riuscito ad hackeragli la casa. Finchè la frontiera con la Burgundia superiore, con i suoi profughi, fosse rimasta aperta, era meglio essere prudenti. Cinquecento milioni di senzacasa in giro potevano essere un problema. Mica potevano rimanere nei piani liberi a bivaccare per sempre.

Il corridoio procedeva dritto in entrambe le direzioni a perdita d’occhio, seguendo la curvatura del pianeta. La zona residenziale di Piemonte Diciotto si estendeva per quasi trecento chilometri. Rari passanti entravano ed uscivano. Strano come la realtà sembrasse così poco reale, rispetto a casa. C’era gente che preferiva avere un’abitazione anche nel reale, invece di un cubicolo sensoriale connesso. Gusti: il cubicolo costava molto meno, e non era necessario rimettere in ordine.

Girò a destra, verso l’ascensore. Vediamo…Nuova Croazia…”Nuova Croazia”, disse. “Sessantadue piani sotto” disse il sistema, con voce colloquiale. Cominciò a precipitare.
Mentre cadeva, sua madre chiamò. “Già che sei fuori, puoi prendermi il latte alle stalle, appena munto?”
“Ma mamma, è dall’altra parte!”
“Su, non fare storie…”
Sua madre ultimamente aveva la mania dei cibi naturali. Si era convinta che la sintesi e il trasporto dessero un cattivo sapore. Francamente, lui non riusciva a trovare nessuna differenza, ma era la moda del momento. L’anno prima erano stati i nuovi vegani. Bruff si domandò se quando avesse avuto anche lui trecento anni avrebbe seguito lui pure questi capricci sociali.

“Nuova Croazia”, disse l’ascensore, mentre la porta gli controllava il passaporto. Entrò nella nazione.
Il sole anche qui era forte, e il cielo azzurro. Non si sarebbe detto che erano venti chilometri sotto terra. Le palme crescevano rigogliose tutto intorno, si intravedeva qualche raccoglitore robot e rari umani. Si avvicinò ad una, si chinò, e raccolse qualche manciata di datteri freschi. “Basta così”, disse all’interfaccia quando ne ebbe raccolti abbastanza. “Venti e dodici”, gli rispose. Lui confermò. In fondo non erano neanche così cari, se non che dovevi fare la fatica di chinarti.
Si chiese se doveva andare fino alla zona dei nomanghi a prenderne qualcuno, ma poi decise che quelli in fondo era meglio farseli recapitare. L’ultima volta ne aveva scelti di non così maturi.

Le stalle più vicine stavano in Pampilina. Salì di un paio di piani, prese un ascensore orizzontale fino a Neza e curiosò un po’ tra le vetrine della città tra la folla dei pendolari. C’erano le elezioni imminenti, in quel paese, e bot olografici si sfidavano a dibattiti nel mezzo delle strade. Quando ne ebbe abbastanza risalì fino a Corio. A Corio avevano anche le mucche vere, ma il latte delle sintomammelle era più economico e indistiguibile dal primo. Attese pazientemente che un paio di bambini, davanti in coda, finissero ridacchiando di mungere nella loro bottiglia e poi procedette pure lui all’operazione. La sintomammella era calda al tocco, lievemente scivolosa. Chiamò un drone per portare datteri e latte a sua madre, il cui cubicolo stava a Zimilia, molto più in giù. Diceva che le piaceva la bassa gravità.

Si diresse verso Xanadu. Il lungomare era affollato come al solito, ma fu fortunato e trovò subito un posto libero. Si sedette al tavolo e richiamò la sala da pranzo di casa sua. Il tavolo diventò di legno, stile italiano, e comparve sua madre. Il mare senza sole riluceva dolcemente attraverso la finestra.
“Grazie, i datteri e il latte sono appena arrivati. Dove siamo, a Xanadu?” chiese sua madre.
“Sì mamma.” Ordinò una pizza, che un bot gli portò subito.
Mangiarono insieme, mentre il pad virtuale cancellava i tavoli vicini e sua madre distante fisicamente mille chilometri gli parlava delle vacanze. Bruff con la coda dell’occhio scorreva le notizie, una attirò la sua attenzione: “Secondo le stime dell’Istituto centrale terrestre, la popolazione totale terrestre ha superato oggi pomeriggio i diecimila miliardi. Gli scienziati si interrogano: di qui al prossimo secolo,  basteranno le risorse?”

Bruff sbuffò. C’era tanto spazio…

Non è Vangelo – XXVI – I predatori della tomba perduta

Cari equilibrati commentatori e ragionevoli revisori, cosa ci fate qui? Queste righe non sono per voi. Non ci interessate. Siete troppo di parte, troppo ostili al dubbio e allo scetticismo a priori per poter prendere parte alla nostra discussione. Via, andate altrove, nel vostro buco. E, mi raccomando, zitti. Il vostro pontificare ci disturba, perturba il nostro giudizio e ci irrita profondamente. Se avete delle ragioni, non ci interessano. Siete troppo fondamentalisti per noi, e quindi certamente in errore.

La nostra forza, invece, risiede proprio nella certezza che qualsiasi cosa dica o faccia dire ai suoi cagnolini il Nemico-che-sta-Lassù deve essere rifiutata. Non ci stiamo ad imparare cosa dovremmo fare per essere felici. Siamo contro i maestri, quaggiù. Come osa impicciarsi, il parruccone della causa prima persa? Noi stiamo bene dove stiamo. Qui comandiamo.

Se invece volete affiancare noi demoni nella nostra marcia contro l’oppressione divina dovete anche voi fare come noi: prendere atto che occorre rifiutare in blocco i Vangeli. Soprattutto nella loro ultima parte, quella sorta di appendice di fantasia dove si parla della fantomatica resurrezione dalla tomba di “G”, quel falegname finito inchiodato sul legno.
La nostra posizione l’abbiamo già chiarita: si tratta del tentativo commerciale di prolungare le vicende del supposto messia oltre la sua ovvia conclusione, usando una discutibile sceneggiatura. Quante volte avete visto il vostro eroico serial killer morire e risorgere nel film successivo mediante un’improbabile espediente? Stessa cosa.

Aggravata dal fatto che detta sceneggiatura è piena di buchi, scritta male, con personaggi abbozzati, senza drammaticità o una vera trama.
Prendete ad esempio la mancanza del cadavere dal sepolcro. Un bravo sceneggiatore avrebbe creato una suspense, un colpo di scena,  avrebbe usato effetti speciali. Invece qui quello che doveva essere il culmine narrativo è ampiamente telefonato: si comincia a preannunciarlo già molte pagine prima. Perché rovinare tutto con degli spoiler? Quando poi accade avviene di notte, senza testimoni, e tutto ciò che si vede è un lenzuolo piegato e una pietra rotolata. Viene da pensare che avessero finito i fondi, o forse la fantasia.

E la scoperta della mancanza del cadavere? C’è un tentativo di compiacere il pubblico – sono delle donne a farla – ma queste non appaiono particolarmente sexy e neppure richiamano avventuriere alla Lara Croft. Personaggi sprecati, praticamente delle comparse. Avevamo una tomba violata, c’erano delle guardie armate, un paesaggio esotico, pure delle ragazze: si poteva fare molto meglio. Un inseguimento, una lotta almeno.

Quando lo scrittore fa un tentativo nella direzione che indicavamo sbaglia tutto. Compare uno sconosciuto,  forse il guardiano del giardino, e una delle femmine cerca di abbracciarlo credendo che sia G. Questo però la rifiuta, urlandole di non toccarlo. Forse perché la crede pazza. Oppure perché è ben brutta.
Vi pare la maniera di inventare una storia? Niente sesso?

Noialtri demoni facciamo fatica a capirvi, voi umani. Per quale motivo si possa rifiutare una tentazione è per noi motivo di perplessità. Se imparaste a cedere quando vi viene proposto qualcosa avreste tutto da guadagnarne, e anche noi. Si poteva fare di quest’appendice un vero best-seller, un successo planetario, e tutto quello che vi è stato dato sono pochi capitoletti mosci in cui l’eroe spaccatutto risorto non fa altro che parlare e mangiare. Un vero spreco. Fosse stato per noi, avrebbe dovuto fare irruzione nel Sinedrio con uno spadone. E chi lo avrebbe fermato, uno che si prende i colpi di lancia nel petto e non muore? C’era materiale potenziale per almeno una trilogia di film, una serie tivù, per non parlare degli eventuali spin-off. Se hai per le mani un buon successo di pubblico, inventati qualcosa di decente! Non questo.

Ma non è solo la trama. Gli interpreti… che disastro.

Ad esempio, che dire dei discepoli? Tutti terrorizzati, rintanati in un buco, demotivati. Diciamo la verità: erano una massa di cretini creduloni senza spina dorsale. Certamente non il materiale per una bella storia. Il capo del personale, che li aveva assunti, avrebbe dovuto essere licenziato in tronco, crocefisso, oh oh.
Quanto li avevamo spaventati, ammazzando il loro capo. Alcuni se l’erano fatta letteralmente sotto. Anche vomitato, a vedere il loro amichetto appeso. Non degli eroi. Neanche dei comprimari. Appena delle comparse, quelle che vengono ammazzate a mazzi durante le scene d’azione. Certo non il materiale per una serie di successo.

E così, d’un colpo, pof! Diventano tutti coraggiosissimi e se ne vanno a morire, uno dopo l’altro. Solo perché c’è una tomba vuota. Perché delle donnette isteriche dicono di avere visto il loro capo, massacrato poche ore prima. Mentre le autorità danno  la colpa a loro, ed è un’accusa che certo non si può trascurare. Ci sono le guardie a testimoniare, ufficiali pubblici certo più affidabili.

Capite che non c’è giustificazione. Per quale motivo avrebbero dovuto cambiare di colpo atteggiamento, sviluppare un’arte oratoria mai dimostrata prima, immolarsi per una causa persa? Chiunque abbia scritto il copione non comprende un accidente di psicologia umana, come invece noi, che abbiamo millenni di esperienza. Non puoi cambiare così d’un colpo il carattere di un personaggio. La gente non capisce.

Se hai degli interpreti che fanno schifo, una trama già vista, zero budget per gli effetti speciali, che ti resta? Nessun premio ai festival, ti tolgono dalle sale dopo la prima settimana. Sei fortunato se acquistano i diritti televisivi.
E’ per questo che tutta la storia della resurrezione si può dire un flop. Ascolti bassissimi all’epoca, anche se sul lungo periodo qualcosa hanno rimediato.

La nostra recensione, perciò, non può essere che negativa. La visione è sconsigliata a tutti, e regista ed attori sono cordialmente invitati a scegliersi un altro mestiere. Non è così che si salva il mondo.

Almeno per noi.