Bel fico

Caio e Sempronio ciondolavano al sole del meriggio, guardando la strada seduti nel portico. Accanto alla casa un gruppo di ragazzini chiassava e rideva, prorompendo in sonore bestemmie, ad ognuna delle quali le risate scoppivano più alte e sonore.
“Beh, sono ragazzini”, disse Caio che, al contrario del suo amico, di fede ne aveva pochina. “Non sanno che non è educazione. E poi è un’opinione, no?”.
Ad un tratto uno richiamò gli altri. Al riparo di una piccola tettoia ombreggiata da un fico aveva scoperto una gatta con i suoi micini. Il gruppo si mosse. Qualcuno, seguito da tutti gli altri, cominciò a tormentare i gattini con dei rametti.
“Oh, non sono cattivi, vogliono solo giocare”, disse Caio. “E’ nella loro cultura, è della loro età sperimentare con le cose. Mi ricordo che anch’io, una volta…”.
I ragazzini cominciarono a prendere a calci e calpestare i cuccioli, incoraggiandosi l’uno con l’altro, fino a ridurli in poltiglia.
“Certo, può sembrare eccessivo”, disse Caio, “Ma considera che forse è meglio per tutti. Così ci sono meno randagi in giro. Sono solo un fastidio, meno male che ce ne hanno liberati. Dovremmo ringraziarli”.
La gatta miagolava e soffiava orribilmente, giuardando il massacro dei suoi piccoli. I ragazzacci raccolsero frutti marci dalla piante dei fichi e cominciarono a tirarli all’animale.
“Bel lancio quel fico” Caio sogghignò, poi aggrottò le ciglia. “Ehi, se fanno così sporcheranno il muro!” Disse Caio. “Quella è casa mia!”
“Basta, smettetela”, urlò l’uomo. I teppisti, per tutta risposta, cominciarono a lanciare anche contro di lui i proiettili vegetali e poi, terminate le munizioni a portata di mano, insultando, bestemmiando e ridendo corsero via.
“Maledetti bastardi!” Ringhiò Caio “mi hanno macchiato tutto!”
Sempronio scosse la testa. “Il fico non è poi così attraente quando sei tu il suo bersaglio, vero?”

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Morte agli idioti

Ieri ho scritto di un racconto di fantascienza, “Gli idioti in marcia”, che immagina un modo futuro popolato da prolifici idioti accuditi da poche menti superiori. Ne ho fatto notare l’ambiguità e la falsità delle premesse. Oggi vorrei accennare qualcosa sulle sue conclusioni.
Chiedo scusa in anticipo a quelli che non l’hanno letto; ieri ne ho linkato il testo, siete ancora in tempo prima di proseguire, ma ora dovrò fare qualche spoiler.

Il perno del racconto è la volontà di quei pochi intelligenti rimasti sul pianeta di eliminare i miliardi di imbecilli che lo popolano. Ora, ditemi, onestamente: quanti di voi si sono sentiti scandalizzati alla prospettiva di uccidere tutti quegli idioti?
Non avete forse detto, in cuor vostro: “Sono cretini, è quello che si meritano, scomparire”? Non avete sentito simpatia per quella povera elite di acculturati geni costretti sotto il tallone degli incompetenti, fino a giustificarli per la loro soluzione finale? Non vi siete detti “E’ per il bene dell’umanità”?

Neanche un fremito di orrore al pensiero di mettere a morte orribilmente cinque miliardi di persone?
Oh, sì, persone. Idioti quanto volete, ma persone. Che mangiano, bevono, dormono, sono felici.
Se quel fremito non l’avete avuto, l’eugenetica imperante con voi l’ha avuta vinta.
Scommetto che anche voi conoscete dei fessi. Magari ne siete infastiditi. Ucciderli tutti? Anche se sono donne, uomini, bambini?
A ben pensarci, visualizzatevi i pochi milioni di sopravvissuti del racconto. Ci saranno, tra di loro, coloro che sono più intelligenti degli altri. Visto che probabilmente i meno geni per loro sono un fastidio, ed hanno già massacrato miliardi di persone, cosa impedisce loro di fare ulteriore pulizia tra quelli di minore furbizia? E così via, continuando il processo, fino ad un unico supergenio solitario con il sangue di ogni altro uomo sulle mani. Sì, certe volte i più intelligenti sono gli altri. Tutti noi siamo i fessi di qualcuno. Chissa in quale fascia di imbecilli massacrati saremmo, tra i primi o più in là.

Questi superintelligenti individui praticano la loro selezione eugenetica, ammazzando senza rimorso coloro che non ritengono degni della specie umana. Io ho un’opinione diversa: quello che ci distingue dalle bestie è proprio il renderci conto che ogni uomo fa parte della specie umana, che condividiamo un destino di fratelli. Questo ci distingue dagli animali: il riuscire a vedere una comunione tra noi che trascende l’utile egoistico. Un solo Padre.
Chi uccide il proprio fratello perché lo considera non umano si sta mettendo fuori dall’umanità, perché non condivide questa familiarità, questa appartenenza comune. Non è che una bestia intelligente.

Quindi, ditemi, adesso non provate un briciolo di orrore nel pensare a tutte quelle morti del racconto, alla gelida indifferenza di quegli intelligentissimi inumani?
E voi, proseguendo il loro ragionamento, ammazzereste l”idiota” qui sotto?

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La marcia degli idioti

Adesso sembra quasi impossibile, ma quando ero parecchio più giovane non era così facile per me procurarmi fantascienza da leggere.
Allora non c’era internet. C’era Urania, che pubblicava un romanzo ogni due settimane che io compravo usati, e occasionalmente libri più costosi che erano al di fuori della mia portata economica. La biblioteca l’avevo saccheggiata da tempo.
E poi, occasionalmente, altre fonti. La Stampa, il giornale di Torino, pubblicava racconti di fantascienza a puntate. Io li ritagliavo e li mettevo dentro una cartellina. Chissà che fine hanno fatto quei frammenti ormai ingialliti.
Uno dei racconti che furono pubblicati in questa maniera era “Gli idioti in marcia”, “The Marching Morons”, di Cyril M. Kornbluth. E’ un pezzo abbastanza famoso, vecchio ormai di settantacinque anni. Si immagina un futuro dove le persone intelligenti hanno fatto pochi figli e quindi, visto che invece gli idioti hanno continuato a figliare come conigli, il mondo è popolato quasi esclusivamente da fessi completi ai quali i pochi furbi rimasti, l’elite, badano. Tramite la pubblicità, riescono a convincerli a fare qualsiasi cosa… Non vi dico altro, se volete leggerlo ormai si trova facilmente in rete. Io rivedo distintamente nella mia memoria le sue righe, incolonnate su quel giornale di moltissimi anni fa.

All’epoca quel racconto suscitò molte polemiche, anche all’interno dell’ambiente fantascientifico americano. Io, ragazzino, imbevuto di tutta la cultura intellettualoide dell’epoca, naturalmente riconobbi che l’autore segnalava un problema reale. Tutti quei cretini che un giorno avrebbero sovrappopolato il mondo.
Fu solamente parecchio tempo dopo, quando cominciai a capire che non tutto quello che leggevo era così attendibile, o vero, che cominciai a mettere in dubbio quel tipo di visione.
Adesso che sono adulto, ho ormai imparato a guardare ai fatti più che alle teorie. Uno dei fatti con cui fare i conti è che le famiglie numerose che conosco sono praticamente tutte composte di persone intelligenti, responsabili, molto molto lontane da quegli idioti creduloni descritti nel racconto.

Alla stessa maniera spesso coloro che non hanno voluto figli, o molti figli, sono degli egoisti, irresponsabili, che si bevono ciò che viene propinato loro. Oh, non certo tutti. Ci sono molti fattori che concorrono. Ma la corrispondenza causale sembra in qualche modo essere rovesciata rispetto a quanto quel racconto supponeva.
Perché sono decenni e decenni che la pubblicità e i giornali e la televisione ci martellano che occorre fare meno figli, che le leggi e le tasse e i potenti obbligano a fare meno figli, che gli intellettualoidi dicono che per la salvezza del mondo e per i propri comodi, se si è intelligenti, bisogna fare meno figli.
Ovviamente, gli idioti ci hanno creduto.

Fa o non fa

Sono sempre un po’ perplesso quando sento parlare, oggi, di fascismo e antifascismo. Sono rimasti ben pochi al presente quelli che possono dire di avere vissuto il primo. Il secondo continua ad essere una specie di necessaria patente per certi ambienti, dove il passato viene ossessivamente riproposto secondo stanchissimi cliché. Personalmente sarei stupito se più di una infima percentuale di quei fieri combattenti culturali sapesse cosa sia stato davvero il fascismo – da una parte come dall’altra. E quindi, opporsi a cosa? Temo che anche di questo ci sia solo un’idea vaga, un contenitore buono per invocare la lotta contro chiunque non si adegui a certe parole d’ordine e quindi venga etichettato con l’odioso aggettivo. Già era così cinquant’anni fa, figuriamoci oggi.
Da parte mia credo che ormai quelle categorie siano significative come essere pro o contro Napoleone. Un comodo mezzo per non pensare, per non guardare in faccia alle cose. Forse sarebbe ora di giudicare la realtà dandole nomi nuovi, nomi suoi, senza rivangare passati ormai sepolti, senza reazioni pavloviane, ma con ben chiaro che a certe azioni corrispondono determinate conseguenze, qualunque etichetta porti chi le compie.
Capisco che possa comportare fatica. Quella di non potere più contare su risposte automatiche, ma cominciare ad usare occhi, testa e cuore.

Se sparisce il cielo

Ci faceva notare la nostra guida alla bellissima mostra del Meeting di Rimini dedicata alla rivoluzione russa come, ad un certo punto, dalle raffigurazioni artistiche sovietiche sparisca il cielo. Deve scomparire, perché l’unica cosa che importa è la lotta di classe. Così tutto quello che può far riflettere l’uomo sull’assurdità di una concezione del genere deve essere distrutto. La religione, o la famiglia. Il 16 dicembre 1917 uno dei primi atti del nuovo potere è l’emanazione del decreto sul matrimonio civile, con il quale il governo intende riorganizzare la famiglia secondo la concezione marxista, sostituendo, come spiega Lenin, “alla gestione privata della singola famiglia la gestione collettiva di grandi gruppi familiari”.
Il soddisfare la pulsione sessuale diventa facile “come bere un bicchier d’acqua”, la morale tradizionale è completamente scardinata, quasi resa impossibile. Non si tratta di misura tecnica, ma di esplicito atto antireligioso. Con conseguenze così tragiche che il partito dovrà fare marcia indietro negli anni successivi, e per fare fronte alle bande di bambini di strada abbandonati Stalin imporrà l’abbassamento della pena di morte a dodici anni.

Mi sono domandato spesso se il tentativo attuale di riprodurre quelle leggi letali nella nostra società sia dovuto ad ignoranza della storia, da sottovalutazione della stessa o da un preciso calcolo. Nel nostro secolo la contraccezione ha impedito il formarsi di una massa di giovani allo sbando paragonabile a quella russa di quel tempo, e se anche il tessuto sociale è devastato i suoi effetti più nefasti non si sono ancora resi visibili appieno. O forse sì, ci siamo dentro, ma ancora non li abbiamo chiari: ci siamo abituati al peggio, perché il bene è scomparso a poco a poco, illudendoci.

Se anche il mondo è profondamente cambiato, quello che non è differente è l’aspirazione del cuore umano verso l’infinito. Ciò che può rendere felici; e che non risiede certo nel trionfo della lotta di classe , in ogni tipo di anti-qualcosa o di amore carnale. Come lo chiamiamo questo infinito, questa promessa di felicità totale che a tanti sembra impossibile? Dio.
“La dove Dio è negato non viene costruita la libertà, ma le viene sottratto il suo fondamento e pertanto essa viene stravolta (…) Solo la verità rende liberi”. (J. Ratzinger)

Se sparisce il cielo, quello che resta è inferno.

 

Senza giudizio

Probabilmente non lo sapete, non è il genere di notizia che si possa leggere sui nostri giornali o vedere alla televisione, ma alcuni giorni fa molti leader protestanti evangelici hanno firmato il cosiddetto “Nashville Statement“, la Dichiarazione di Nashville.
Di cosa si tratta? Di una forte riaffermazione che il piano di Dio preveda maschi e femmine, e che questa differenza non sia a discrezione dell’individuo. In quattordici articoli si parla di matrimonio, di castità, di ciò che compone la sessualità umana; negando ciò che su di esse dice il mondo in contrapposizione alle Scritture. Sebbene siano redatti da evangelici per evangelici, e si veda chiaramente, questi articoli potrebbero essere sottoscritti senza problemi anche da un cattolico. Di quelli “vecchio stampo”, intendo, un po’ come me.

Naturalmente una così forte e ampia presa di posizione contro gender e transessualismo rampanti non poteva non suscitare reazioni e contrapposizioni. Non starò lì ad elencarle, chi è interessato potrà approfondire per conto suo. Mi limiterò ad una nota he ho trovato in un post di un noto teologo: cioè che, almeno in ambito cattolico, quello che è inerente alla sessualità non trovi quasi mai posto in omelie e dichiarazioni. Non l’omosessualità, ma la sessualità per così dire normale. Quella della stragrande maggioranza della gente.

Quella è America, ma devo dire che anche da queste parti è così. Personalmente non ho mai sentito predicare, se non in ambiti decisamente ristretti o dedicati, quale sia la visione cristiana sull’argomento. Perché si debbano evitare i rapporti prematrimoniali, i mali del divorzio o dell’aborto. Ho seri dubbi che siano argomenti affrontati in qualsivoglia luogo nel catechismo per i bambini, dato che questo è rivolto a un’audience di un’età ancora disinteressata. E dopo, dove si può sentire? Così temo molto che, al di fuori di quegli ambiti di cui parlavo prima, i giovani cattolici crescano completamente ignoranti della visione della loro chiesa sull’argomento, e soprattutto dei perché di questa visione. E’ come se si fosse rinunciato ad avere un punto di vista diverso da quella del mondo, forse perché si considera il mondo come stravincente. Come stupirsi poi dei risultati?

Ho letto che, se un matrimonio su tre finisce in divorzio, tra coloro che vanno a Messa la percentuale cala a uno su cinquanta, e uno su millecento per sposi che pregano insieme. Ma, a Messa, queste cose non vengono dette. Mi confidava un sacerdote qualche anno fa che praticamente tutti i frequentatori dell’oratorio avevano avuto le loro esperienze. Il guaio è trovarlo normale. Per poi stupirsi dei disastri della vita personale che attendono nel corso degli anni. Dell’infelicità.
Si ha quel che si semina. Se non si semina, non è lecito attendersi un raccolto.

Sembra che per certi uomini di chiesa si debba parlare di sessualità solo per dire “non bisogna giudicare, non bisogna condannare”. Come se il peccato non esistesse. Come se il peccato non avesse le sue conseguenze, in terra come pure in cielo. Come si fa a condannare la pratica omosessuale se non si condanna la pratica eterosessuale fuori dal matrimonio? Se non si dice che cosa sia il matrimonio, dove sta la sua bellezza e la sua convenienza, come attendersi che i giovani lo desiderino? Per quale scopo attendere, se non viene fornito uno scopo?
Come si può giudicare non le persone, ma gli atti, se non si è più neanche certi di cosa sia bene e cosa sia male? Non si ha più giudizio non solo sugli altri, ma anche sulle nostre stesse azioni. “E’ senza giudizio”, diceva mia nonna per indicare una persona che non sapeva quello che faceva.

Parte della Chiesa sembra avere abbandonato l’umanità perché incapace di dire le cose chiaramente. Per paura, per convenienza; o meglio per mancanza di fede, di speranza, di carità. Come se non fosse più vero ciò che diceva Gesù, ciò che si credeva in faccia al mondo solo l’altro ieri. Se non sono i sacerdoti a parlare chiaro, chi dovrà essere? Se nessuno li educa al vero, come faranno i nostri figli a crescere bene?

Gli evangelici hanno la Dichiarazione di Nashville, noi cattolici documenti magistrali a iosa. Ma se quelle parole, quelle realtà non ricominciano a essere dette dove possono essere sentite, cosa accadrà di noi?
Rimarremo anche noi senza giudizio, in attesa del Giudizio vero?

 

 

Ciò che non siamo

Vorrei riprendere quella definizione di libertà di Chesterton: la facoltà di essere se stessi.

Ci potrebbe essere la tentazione di dire: la libertà è quindi fare quello che uno si sente di fare.
Errore. Qui si sta parlando di ciò che si è, non di quello che ci si immagina di essere. O di quello che si vorrebbe essere. Non siamo nel reame della volontà, siamo nel molto più concreto territorio di quello che è la realtà.

In effetti, pensare che la libertà sia fare tutto quello che uno vuole è esattamente il contrario di questa definizione.

Una gazzella ha la libertà di potere essere una balena? No; perché il potere essere una balena è al di fuori delle sue possibilità. La gazzella è una gazzella, anche se volesse con tutto il cuore essere una balena, si immaginasse balena, si vedesse balena. La verità di se stessa è essere gazzella; qualora tentasse sul serio di essere balena annegherebbe, vivrebbe un’esistenza sbagliata e sarebbe ultimamente infelice, perché una gazzella non è fatta per vivere la vita di una balena. Anche se tutti i giornali e i politici e i giudici e gli opinionisti dicessero che non c’è niente di male.  Ciò che siamo, la nostra essenza, non è a disposizione. Quando lo dimentichiamo, perdiamo la nostra libertà, diventiamo prigionieri di una finzione.

Per rovesciare nel suo corollario la definizione chestertoniana, non abbiamo la libertà di essere ciò che non siamo.  Ho la libertà di essere il Presidente degli Stati Uniti? O Napoleone? No, perché non lo sono. Affermare di esserlo sarebbe solo una perniciosa illusione. Una pazzia.

Altro corollario, non sono libero quando non sono me stesso, o mi viene impedito di essere me stesso. Non la mia immagine di me; ma proprio ciò che sono. Ma chi sono io? Io sono la verità di me. Sono libero quando l’immagine che ho di me coincide con quello che sono davvero. Per un cristiano, questo accade quando ogni parte di me, corpo, intelligenza, spirito, concordano con ciò che debbo essere, con il loro scopo ultimo. Per questo si dice nei Vangeli che se seguiamo la verità, questa ci renderà liberi.

Perché, deponendo ogni incrostazione di pensiero, guardiamo al progetto per cui siamo stati fatti. E lo seguiamo.
Trovando la vera libertà.

Essere se stessi

Liberty is the power of a thing to be itself

G.K Chesterton

Quando fa troppo caldo, oppure il cielo promette ed esegue sfracelli, e magari la connessione dati è ballerina come neanche Ginger Rogers, cosa resta al vacanziero conficcato in un locale  duepertre? Leggere.

Non è che la cosa mi dispiaccia, chiaro. Ai vecchi tempi fagocitavo un libro al giorno. E ci sono letteralmente migliaia di volumi in lista di attesa, neanche avessi dieci vite li potrei finire tutti. Così provo a ridurre la pila di qualche centimetro; centellino un paio di libri della Bujold, assorbo il ciclo di Miss Peregrine (un po’ una delusione), un buon romanzo storico di De Wohl, e poi… Chesterton.

Ecco, Chesterton è sempre una sorpresa. Uno pensa sempre a Padre Brown, o ai suoi saggi più noti. Ma quell’uomo era semplicemente geniale. Oltre al celebre prete la sua penna ha creato una galleria di altri incredibili investigatori. Quello del volume “Il poeta e i lunatici”, Gabriel Gale, è uno dei meglio riusciti. Non tanto perché i suoi casi siano così geniali, ma perché essi non sono in fondo che il pretesto per far capire cosa sia la realtà.
Se ci pensate, è la stessa differenza che c’è tra una torta di pasticceria  è una torta di compleanno. Potranno essere buone uguale, ma una è solo qualcosa da mangiare, l’altra significa qualcosa.

Così, abbiamo un investigatore che non è tale, ma un artista e un poeta che risolve i problemi quasi per caso; solo perché, a differenza degli altri, guarda e vede. Un uccello giallo è ciò che gli fa capire che una persona è pericolosamente pazza, una tazza che un’altra non lo è. Il matto non è lui che si mette a testa in giù per vedere realmente il mondo, sono tutti gli altri che non lo fanno. Il suo Gabriel Gale è un uomo completamente libero perché, secondo la magnifica ed irreprensibile definizione data in queste pagine, libertà è essere ciò che uno è.
Così i “cattivi” dei suoi racconti non sono i lunatici, coloro che vedono altro oltre la realtà, ma quelli che nella realtà non riescono a vedere altro. Senza questo “oltre” che tutto sottintende è possibile ogni male nei confronti del prossimo, perché non lo si riconosce come prossimo, e non si riconosce  che è male. Che è la vera pazzia.

Il pazzo non è l’uomo che ha perso la ragione. Il pazzo è l’uomo che ha perso tutto tranne la ragione”, scrive l’autore in “Ortodossia”. In questi racconti è bene esemplificato cosa intendesse dire.

Oh, come vorrei la pazzia di quel poeta.

Non è Vangelo – XXXIII – I Nuovi Vangeli

Cari collaboratori nella nostra impresa di rendere i Vangeli meno antichi, meno assoluti, meno fondamentalisti, insomma, meno, non vorrei che abbiate frainteso le ragioni per cui noi abbiamo intrapreso questo importantissimo compito.

Il nostro scopo non è, come qualcuno degli amichetti del Nemico che sta Lassù vorrebbe farvi credere, quello di sostituirci a lui al comando dell’Universo: e chi lo vuole, quel posto? Troppe grane: a noi non piace lavorare, tanto meno compiere lavori inutili, figurarsi assumere la gestione del Cosmo stesso. Troppo grande e dispendioso. Fosse per noi, un colpo di spugna e via.

E neanche lo scopo è la corruzione dell’Uomo. Chi se lo fila, l’Uomo? Il nostro è un passatempo, un modo per ammazzare l’eternità in modo piacevole piluccando i bocconcini che di lassù il Nemico ci ha messo gentilmente a disposizione. Perché preoccuparsene? Il mondo è già nostro;  l’umanità ha il destino segnato e non manca molto al momento in cui si consegnerà per intero al nostro trastullo. Presto cesserà una volta per tutta di divincolarsi.

No, in realtà la nostra impresa è dettata dalla nostra continua ricerca di perfezione, dall’odio insanabile per tutto ciò che si discosta dalla nostra magnifica ed esatta visione di come dovrebbero essere questo garbuglio di spazio e di tempo ed i suoi abitanti.
Non sopportiamo l’approssimazione con cui è stato gestito: ed il Vangelo stesso è l’esempio più concreto ed immediato di questa faciloneria nel fare le cose, caratteristica del Nemico e dei suoi incapaci lacchè.

Perché non poteva essere G stesso, il falegname palestinese, a dettarlo? Che bisogno c’era di chiamare un nugolo di scrittorucoli dalla prosa pessima e dal vocabolario scarso a narrare il proprio punto di vista? Avrebbe potuto assumere le migliori penne dell’epoca, avrebbe potuto evocarle dai sassi! E, se guardiamo bene, perché delegare? Avrebbe potuto mettere per iscritto lui stesso quanto voleva rendere eterno, invece di costringere quei poveretti a fare l’impossibile con tavole di cera e stili. Quantomeno, in nome della pietà, dotarli di matite o di computer.

Avrebbe potuto fare ancora di meglio. Credete che lassù manchino le stampanti? Se quello di cui c’era bisogno fosse stato un compendio della dottrina, avrebbe potuto comodamente farne una copia per ogni individuo della terra e recapitarglielo la mattina, appena alzato, di fianco al letto. Avrebbe potuto scolpirlo sulla luna, accanto alla sua faccia, in maniera che sarebbe bastato alzare lo sguardo per avercelo davanti, a ricordare che è vietato sbagliare.

Invece no. Quel bischero di falegname non scrive neanche una riga. Preferisce incontrare le persone una per una, come un venditore porta a porta qualunque, e lascia che lo prendano in giro e ridano di lui. Oh, noi non l‘avremmo mai permesso. Li avremmo annientati molto prima.

Il suo metodo, quindi, non è gestire le folle tramite un libro sul quale ci sia scritto ogni cosa. E’ incontrare gli essere umani singolarmente, se non personalmente, allora tramite i discepoli.

E’ per questo che noi facciamo di tutto per far passare l’idea che lui ha fondato una religione del libro, come altre ce ne sono. Perché in questo modo tagliamo le gambe alla sua idea, al suo disordine. Rendiamo inutile averlo incontrato.
E’ per questo che noi dobbiamo abbassare i Vangeli. Perché la necessità di quell’incontro sia cancellata anche da quelle pagine, e i sacerdoti del Nemico non diventino altro che i guardiani di una serie di regole.

Regole che, staccate dalla presenza della loro fonte, possiamo allargare o stringere, alzare od abbassare a nostro piacimento, proprio come fossero i fili di una marionetta a cui si fa interpretare la parte che si desidera.

Perché è importante quindi questa nostra attività, far fuori il libro? Perché è molto più semplice far dire quello che vogliamo ad una pagina scritta che ad un testimone di ciò che è vero. Perché se ai seguaci del falegname G che si credono seguaci di un libro noi togliamo quel libro, essi diventeranno seguaci del nulla, cioè di noi.
Oh, mica se ne accorgeranno subito. Riempiremo della nostra retorica superiore quelle pagine ora vergate con uno stile così pedestre. Gli episodietti edificanti, le figure strappalacrime – il cieco, la ragazzina morta, la prostituta piagnona – cesseranno di essere persone reali per diventare prima esempi e poi simboli, irreali per definizione. Ne inventeremo di nuovi: faremo incontrare a G questo o quello, inventandoci la sua reazione, facendogli dire e fare quello che mai avrebbe acconsentito in vita. Perché è questo il potere della scrittura: è morta, è un oggetto, e un oggetto morto non protesta quando lo manipoli.
Così la gente leggerà il nostro nuovo vangelo credendo che sia come quello vecchio, o quantomeno vi assomigli.

Poi, poco a poco, lo renderemo sempre più distante, modificandolo appena infinite volte, fino a quando gli faremo dire l’esatto opposto. Pensate che se ne renderanno conto? Oh, no, anzi: dovessero capitare per errore su quanto ha veramente detto G o i suoi più stretti discepoli lo rigetterebbero con orrore, perché sarebbe così diverso da quanto abbiamo fatto imparare loro che non potrebbero accettarlo.

Perciò, andate in tutto il mondo e predicate il nostro nuovo vangelo. Vi diamo ampi fondi per farlo, i finanziamenti non ci mancano. Predicherete che la felicità passa per la libertà assoluta, che nessun sacrificio è necessario perché tutto è dovuto e vi sarà dato, che la verità non esiste ed è un’invenzione del demonio che sta lassù. Asserirete che è G che ha detto così, e se qualcuno vi chiede “dove”, presenterete le omelie dei nostri cappellani. Se dovessero osservarvi che non sono parole sue, obietterete che però avrebbe potuto dirle; non fossero ancora convinti, insultateli e colpiteli prima che contagino con i loro dubbi la brava gente che crede in noi.

E’ una tattica vincente; e non preoccupatevi per il futuro, perché quando la religione di G sarà indistinguibile da quella che il mondo predica, esse diventeranno una cosa sola. Allora anche i Nuovi Vangeli diverranno inutili. Nessuno li leggerà, perché la sola legge sarà la nostra. Preparatevi.
Ci siamo quasi.

Morte al passato

Come forse saprete, in questo momento in USA c’è un po’ di gente che vorrebbe far fuori le statue di personaggi a loro dire esecrabili. Tipo generali e soldati sudisti, santi missionari cattolici e Cristoforo Colombo.
La colpa di questi individui storici è avere fatto ciò che oggi è assolutamente improponibile. Tipo combattere per il proprio paese in una guerra perdente, cercare di recare un po’della luce del Vangelo nella miseria umana dei popoli, scoprire continenti permettendo a un sacco di individui senza scrupoli di portarvi prevaricazioni colonialistiche come gli ospedali o la ruota.

Sarebbe troppo facile dire che si tratta di gente ignorante di storia la cui ideologia ha rotto tutti i ponti con la ragione. Cosa peraltro vera.
Vorrei solo fare notare che in realtà il loro sarebbe un atto estremamente intelligente, se lo scopo fosse creare una nazione di schiavi ubbidienti. Che cosa può infatti spingere un uomo a levarsi contro l’omologazione, a pensare con la propria testa? Due cose: il proteggere chi gli è caro e l’esempio di chi ha combattuto alla stessa maniera, contro mille difficoltà, per realizzare qualcosa di duraturo.

Non è un caso che chi si batte per la distruzione della famiglia e delle statue siano le stesse persone. Sono l’esercito di chi ha smarrito la propria identità, e quindi vive di parole d’ordine altrui. Sono le guardie rosse di Mao impegnate a bruciare i libri e rieducare i borghesi nella Rivoluzione Culturale, sono i citoyen con le picche che distruggono Cluny e cercano teste da innalzare, sono i bolscevichi che saccheggiano i palazzi dello zar e fucilano i nemici del popolo. Sono coloro che odiano il passato perché gli è stato detto che loro sono nuovi, che sono il progresso, che sono il futuro. Odiano ciò che non conoscono, che non capiscono. Distruggono perché non sanno costruire.

Costruire è un concetto alieno per chi si è trovato con la pappa fatta. Incapaci di cambiare il presente, non resta loro che seguire chi dice loro che si può cambiare il passato. Ritornando ad una età dell’oro ancora precedente, senza uomini bianchi e schiavi ma solo bufali. A questi nostalgici di qualcosa mai esistito non resta altro che restituire le loro case e i loro terreni ai discendenti degli indigeni, e tornarsene a casa loro. In Europa, e magari anche più in là, dato che molti sono progenie di sassoni e altri barbari invasori…
Il passo successivo è, ovviamente, legalizzare di nuovo i sacrifici umani. Come ai bei vecchi tempi.

Chi ha estirpato gli indiani d’America non è stato Colombo, ma i loro antenati dei secoli successivi. Che erano il nuovo, i pellerossa il vecchio che doveva scomparire. I potenti di ogni tipo e colore hanno sempre usato queste categorie per acquistare il potere o conservarlo. Un uomo senza passato e senza affetti è il soldato perfetto, perché non si chiederà cosa sia umano, cosa gli convenga. Sarà un uomo senza nome, un milite ignoto per la causa di un altro.
A differenza di quegli altri, quelli delle statue. Che hanno costruito, hanno agito, e hanno plasmato il futuro che è il nostro presente.
Magari anche sbagliando. Ma con il senno di poi.

Darwin e la mela

La guida ripete un po’ stancamente il contenuto dei pannelli che illustrano l’evoluzione delle coltivazioni nel corso dei secoli. La mostra permanente è ospitata in una struttura appena inaugurata nel più grande Parco Naturale italiano.

E’ fatta bene, questa mostra, anche se non posso fare a meno di notare alcuni refusi ideologici. Le temperature medie durante gli optimi climatici medioevali e del tempo dei romani sono volutamente abbassati; si citano fantomatiche carestie settecentesche dovute alla sovrappopolazione, quando, se ci furono, furono dovute alle guerre e alla Piccola Era Glaciale. Ovviamente Darwin è incensato ed esaltato, e mai che si dica che Mendel era un religioso. Vabbé. Gli ultimi pannelli sono un inno alla biodiversità, al ruolo dell’uomo nel proteggere le varietà in pericolo di sparizione, un peana contro la diffusione delle specie estere…

Io amo il pericolo e sono per sfortuna mia e altrui incapace di resistere quando vedo una contraddizione. “C’è qualcosa che non mi torna”, sbotto, rivolto alla guida. Indico un punto a metà mostra. “Lì si esalta in lungo e in largo la selezione naturale come legge fondamentale della natura. Però sembra che quando questa entra in gioco con l’estinzione di una varietà o di una specie, o con la diffusione di una specie originaria di un altro luogo, questa diventi un male assoluto a cui bisogna rimediare…”

Evidentemente l’obiezione non è gradita. “Sì, ma quella è una cosa fatta dall’uomo…”

Ecché, l’uomo non fa parte della natura? Ecco una cosa che proprio non capisco. Da una parte si dice che l’uomo non è che un animale, e anzi si vuole dare a certi animali i diritti degli esseri umani; dall’altra quando fa qualcosa di non politicamente corretto diventa improvvisamente una bestia così differente da un animale da non essergli minimamente assimilabile. O forse è proprio questa la caratteristica dell’uomo, compiere l’inatteso?

Discutiamo pacatamente per qualche minuto. Il DDT causa il buco nell’ozono e i cambiamenti climatici? Ognuno ha diritto alla sua opinione, personalmente non lo credo tanto.  Lo scoiattolo grigio americano sta facendo fuori i nostri scoiattoli rossi? Si vede che è più adatto di loro, e se la selezione naturale decreta che il rosso nostrano debba scomparire, tanto peggio per la sua specie, asserisco, conscio di scandalizzare. Quella varietà di mela dei bisnonni, piccola e aspra, va estinguendosi? Tanti saluti: inadatta al mondo moderno, provoco.

Arrivano altri visitatori e la guida mi congeda, immagino con sollievo. Io, bestemmiatore del credo corrente e rompiballe, esco dalla struttura. Sulle rive del fiume lì vicino cespugli di fiori violetti spargono il loro dolce profumo. Dalla mostra ho appreso che sono piante di altro continente, che evidentemente gradiscono assai questo terreno e questo clima: se ne vedono ovunque. Belle straniere, più forti delle piante locali.

Caro fiore dei nostri campi, anche tu forse arrivato qui con i goti o chissà quale bestia preistorica, dovrai essere forte per resistere all’invasore. Non ci sarà sempre chi ti protegge, chi si ricorda di te. Datti da fare; o rimarrai solo un’illustrazione in un pannello di una mostra.

Sagrada

Come avrete capito, nei giorni scorsi sono stato a Barcellona, giusto due settimane prima che l’odio ancora una volta si scatenasse.
Permettetemi di tornare ancora sulla Sagrada Familia. Il fatto che i terroristi, come sembra, la volessero colpire, non è casuale. Se cerchi di fare esplodere una chiesa qualsiasi, è perché miri alle persone che ci vanno. Se invece vuoi fare saltare in aria una chiesa come la Sagrada è perché ti rendi conto che è qualcosa di più di un contenitore per cristiani. E’ qualcosa che vedi e dici, se non sei morto, Oh, wow. Prima ancora di capire che ogni suo particolare ha un senso. E’, come accennavo, un segno.

Un segno, non un simbolo. Con i simboli ci fai ai limiti i discorsi intellettuali, se hai del tempo da perdere. Un segno è qualcosa che invece ti costringe a prendere una posizione. La Sagrada Familia ti obbliga a fare i conti con l’esistenza di un Dio, e quindi è odiosa ed odiata da coloro che di quel Dio vorrebbero fare a meno. Ottant’anni fa c’era chi ne devastò il cantiere, e a tante altre chiese di Spagna altrettanto belle si cercò di dare fuoco. Allora era gente che siccome non credeva in Dio voleva che nessuno potesse vederlo. Oggi sono coloro che pensano che Dio ci sia, ma che non si debba vedere e toccare. Anche per loro i segni non debbono esistere.

Tutt’e due questi atteggiamenti cercano di avere ragione eliminando ciò che dà loro torto. Se non le pietre, le persone.
E’ il mistero del male; dove l’uomo rifiuta se stesso e quanto lo costituisce credendo di averne vantaggio. Finendo con il distruggersi.
Ma la luce non smette di fluire, il cielo di cospargersi di nuvole e stelle, la gente di nascere. Tutti segni. Tutte cose sacre. E il sacro, il riconoscere che non siamo a noi a fare le cose, sarà l’ultima parola.

Teologia di luce

Tutti gli architetti, i progettisti, i geometri,  i priori, vescovi, monsignori ed arcipreti che pensano che la chiesa ideale sia un garage il più possibile squallido e vuoto dovrebbero essere obbligati a fare un giro a Barcellona, e ad entrare nella Sagrada Familia in una mattina di sole.

Lì, magari in ginocchio, dovrebbero guardarsi intorno. Vedere i colori, la luce, le forme. Le facce di quelli che varcano la soglia. Potrebbero allora apprendere che l’uomo segue i segni. Segue ciò che va oltre il quotidiano, si stacca dal bestiale buio interiore. Solo qualcosa che sia più grande del proprio sé può davvero muovere un essere umano.

I segni sono la maniera in cui quello che c’è di più grande si manifesta. Un ordine che prima non c’era, una bellezza che prima non c’era, una speranza che prima non c’era. Questa è la fede: da quei segni dedurre che non è tutto finitezza, che c’è altro, oltre. E dentro.

Questo ordine si riflette nei fiori di campo, nei gusci delle chiocciole, nella loro matematica semplice ed infinitamente complessa; si cristallizza nelle guglie della basilica. Ogni particolare è teologia di pietra e luce, è amore per questo mondo e chi l’ha fatto, che dimostra con efficacia come la trascuratezza e la bruttezza di tante cosiddette chiese nostrane non siano altro che, appunto, trascuratezza e bruttezza.

Una persona che fosse trascurata e trasandata, di cosa sarebbe segno? Di mancanza di amore.

E’ per questo che quei personaggi che citavo all’inizio dovrebbero andare là. Per provare ad innamorarsi ancora.

Guarda dove vai

Verso mezzogiorno, mentre andavo a prendere un pomodoro nell’orto, mi sono trovato a terra con la testa sanguinante. Ero distratto, guardavo altrove, e mi sono preso un ramo basso di mela cotogna in mezzo alla fronte.
Voi direte: ben ti sta, così impari a fare attenzione. Infatti.
Quando i pensieri vagano altrove, magari perché si è finalmente in ferie, e non si guarda dove si sta andando, una craniata è sempre possibile. Non posso dare la colpa all’albero: lui se ne stava lì da un pezzo. Non è la società, non è la politica, i tempi moderni o il riscaldamento globale. Non mi sono accorto di ciò che avevo davanti agli occhi. Perché il cervello non era attaccato agli occhi.

In questi giorni di caldo e temporali, sia che dobbiamo lavorare che oziare, partire o rimanere, può capitare che perdiamo di vista le cose importanti. Così come è capitatato a me. Io ho rimediato qualche crosta, ma può capitare di peggio. Certe distrazioni possono essere ben più letali che un po’ di legno. Lo piglierò come un avvertimento, come una sorta di randellata preventiva.
Che non perda di vista la strada su cui occorre camminare.

Come avrete capito, è iniziato il periodo estivo. Da domani i post passano da giornalieri a quando-si-può. Grazie alle gioie della tecnologia resterò quasi sempre connesso, ma la precedenza va altrove. Anche questa è la strada, no?

Verrà il giorno

Verrà il giorno, ed è questo, in cui ci uccideranno con il sorriso sulle labbra, come si sorride all’animale macellato; e, come l’animale, non capiremo perché.

 

(Rassicuratevi: per loro, dopo, verrà la noia)

Perché, talvolta, parlo di sesso

Periodicamente qualcuno accusa me o i cattolici in generale di essere ossessionati dal sesso.
Vorrei fare rispettosamene notare che, per me come per i cattolici in generale, vale una norma che ultimamente non si sente spesso: che il solo sesso sicuro, felice, per il destino è quello tra marito e moglie, possibilmente quelli sposati tra di loro. Non siamo noi a fare film e scrivere libri erotici, a propagandare amore libero per tutti, o financo a negare che il sesso esista all’infuori dell’atto pratico con chi, cosa e come si vuole.

Quest’ultima visione del mondo è prerogativa di quella che possiamo definire “fede liberale progressista”, una specie di pseudo religione edonistica focalizzata intensamente sul sesso. I sacramenti primari dei progressisti sono l’autoespressione sessuale (specialmente in forma non eterosessuale) e l’aborto. Ambedue rappresentano per i progressisti la sconfita della natura in nome di una autonomia personale senza restrizioni. I cristiani, dal canto loro, insistono ostinatamente  che il corpo, nella sua forma naturale, ha un significato morale. E questo è un messaggio profondamente offensivo al progressista devoto.

Come espone brillantemente Stella Morabito in quest’articolo, tale pseudofede vuole reingegnerizzare l’umanità, negando l’umanità delle persone. Il gender, punta avanzata del progetto, si prefigge di abolire le distinzioni sessuali all’interno della legge, il che porta all’abolizione dei legami familiari riconosciuti, il che conduce ad uno Stato che regola le relazioni personali e quindi consolida il suo potere come mai prima. Naturalmente l’attacco non si limita a tale fronte: abbiamo assistito in questi ultimi tempi ad una legge che toglie i figli ai genitori per ammazzarli meglio, in nome di una pietà fasulla.

Naturalmente ci vuole un grande sforzo per ottenere tutto ciò, perché occorre negare la realtà. Occorre  falsificare l’esistente, perché se il reale non può cambiare può cambiare però  la risposta delle persone al reale stesso. Per esempio può essere proibito parlare di maschi e femmine, o del fatto che l’aborto è uccidere una persona, oppure opporsi ad una eutanasia. Ci sono già le leggi; dove non ci sono, arrivano comunque i giannizzeri del nuovo sistema.

Come dicevo all’inizio,  per noi sesso vuol dire famiglia. Rendi il sesso un impulso, o un capriccio, o una decisione, e cesserai di avere una famiglia. Se tutto è sesso, niente è più sesso, nonostante chi tu sia rimanga scritto in ogni cromosoma. L’autonomia completa in questo campo vuol dire che il tuo corpo non è più un’entità definita, legale, che i bambini non sono più il prodotto di un uomo e una donna, e quindi possono essere tolti ed educati (o uccisi) da qualcun altro, se a chi regge lo stato, al potente, pare così. Puoi essere il “guardiano legale” di tuo figlio, ma non necessariamente. Legame madre-figlio? Se il figlio si compra, che cosa ne può rimanere?

In questo scenario, il potere controlla tutte le relazioni personali proprio alla loro fonte: la famiglia biologica. L’abolizione della famiglia autonoma sarebbe completa, perché la famiglia biologica cesserebbe di essere la normalità. La “famiglia” sarebbe qualsiasi cosa lo stato volesse. La ricerca di autonomia personale finisce con la fine di ogni autonomia.

Vogliamo fare una lista di condizioni per l’attuazione di questo progetto?

Tutti i gestori di comunicazioni devono essere a bordo – cinema, università, i media. Fatto.
Il personale nel’ambito della salute, specie quello relativo alla salute mentale, deve essere educato al suo compito e punito con l’allontanamento se non si conforma. Fatto.
La scuola deve educare i bambini con questa ideologia. Fatto.
Le grandi corporazioni e aziende devono collaborare con l’erogare fondi e a forzare la mentalità. Fatto.
Il messaggio deve essere mediato  tramite concetti più digeribili, come la parità di genere, la lotta al bullismo, la libertà personale, il diritto a non soffire. Fatto.
Pressioni sociali ed economiche e la censura totale devono colpire le persone che si permettono anche solo di chiedersi se sia saggio tutto ciò. Fatto.
Questo genere di persone deve essere etichettato come bigotto, omofobo, fascista, non-persona. Fatto.
E naturalmente anche le chiese devono diventare veicolo di questa non verità. Fatto?

Su quest’ultimo punto mi permetto di dissentire con la Morabito. Non è un punto come gli altri. Come ripeto da tempo, per me è la Chiesa il vero bersaglio; il dominio assoluto del potere sulla persona una gradita conseguenza.
E questo è il motivo per cui continuerò, di tanto in tanto, a parlare di sesso. Perché dovrebbe essere la verità non detta; la libertà di ciò che deve essere, e basta.

Vent’anni dopo

Mi hanno sempre affascinato i seguiti.

Ci sono gli eroi, i protagonisti, e hanno il loro momento di gloria. Poi quel momento passa. Si diventa comandanti dei moschettieri, si ritrova la più famosa delle reliquie, si sposa l’amato o l’amata. Cosa accade alla loro esistenza, dopo? Durante tutti gli anni che seguono?

Cosa accade ai sogni, al desiderio di quello che sarà, quando il futuro diventa passato, quando il tempo trascorre e ci si ritrova improvvisamente ad averlo consumato, quasi senza accorgersene?
Sono vissuti davvero felici e contenti, o quella era solo un’illusione? Hanno realizzato il desiderio profondo del cuore? Visto da distante, dall’alto, quel domani è ancora così immenso?
Valeva la pena vivere?

Che commozione, quando ripenso ai pensieri di giorni distanti. Ad una primavera che ormai ha i colori dell’autunno.
Ma questo è vivere. E’ proprio il vivere: la sorpresa di scoprire che il mondo non lo facciamo noi, ci è dato.

Ed è molto più straordinario di quanto noi avremmo mai pensato.

Oh, sì, dice il protagonista. Lo rifarei

Strade sicure

Subito dopo l’ultimo orto la strada diventa selvaggia.

Sulla destra scorre il torrente. Le acque sono opache e verdi, tintinnano e frusciano nel loro letto di alghe e ghiaia. Gli alberi che ne ombreggiano il corso sono rigogliosi, e a tratti i rovi e i sambuchi si alzano come un muro vivente a precluderne la vista. Alberi e cespugli si sporgono come massaie dal loro balcone verso la strada, quasi a volerla spingere via. L’erba sta crescendo folta anche dove il fondo di terra era più battuto. Si intravedono a stento i due solchi paralleli lasciati dalle ruote di trattori e carri nei giorni di un passato ormai remoto. Metà della pista è ormai succube dell’invasione vegetale, sull’altra mi muovo a fatica, scansando le fronde.

Devono essere ormai mesi che nessuno passa più di qui con assiduità. Il piccolo spiazzo fatato sotto le alte querce, dove confluiscono le acque dell’ovest e del nord, è quasi impraticabile. Le coppiette in macchina ora si fermano ben prima; ne ho visto i segni.  Proseguo: ma la strada sembra perdersi ogni metro un po’, smarrita tra alte erbe e fiori. Avevo pensato, in passato, ad essa come alla scorciatoia per una terra diversa, ed ora ad ogni metro mi sembra di essere in procinto di varcare quella soglia; forse l’ho già passata, ed i miei passi calpestano fiori di un altro mondo. Al di là del muro verde qualcosa di molto grosso si tuffa nell’acqua.  Vanamente provo a vedere cosa sia: l’intrico è troppo folto. Vado innanzi sempre più lentamente, mentre i tentacoli spinosi delle more si protendono come le dita di un invasore. Libellule diafane, trasparenti come certi pesci delle profondità abissali, volano a scatti tutt’intorno. Di tanto in tanto mi oltrepassano ronzanti alcune più grosse, di un traslucido blu o rosse come il mattone infranto, veloci, dirette verso l’ignoto.

Guardo avanti. Quella stradina dritta che ricordavo ora è diventata una piccola giungla. E’ nascosta la destinazione, che so esserci, là dietro. Per le mie gambe nude il cammino è diventato un tormento, mentre gli spini cercano il mio sangue. E’ straordinario quanto in fretta un poco di abbandono, di dimenticanza, possano rendere difficile percorrere un viottolo un tempo facile ed ospitale.
Si fa tardi; decido di tornare indietro. Uno stormo di uccelli si alza da un campo poco distante. Il sole fa capolino, basso tra le nubi scure, orlandole di azzurro.

Mentre ritorno su sentieri umani mi chiedo quanto tempo ci vorrebbe perché ogni nostro segno, tutto ciò che ci sempre importante e scontato, sparisse, se decidessimo di abbandonare. Non molto.
Quanto fragile è il nostro camminare su strade sicure.

Un fruscio d’ali oscure

Verrebbe voglia di considerarlo tutto uno scherzo, questa cosa del diavolo.
Sì, il demonio ha talvolta persino la faccia simpatica. C’è la tentazione di raffigurarselo un bonaccione, ma poi questo nostro intelletto moderno prevale e ci si dice “ma tanto davvero non esiste”. E’ solo un cartoon, buono per fare battute, per post più  meno sarcastici, raccontini quasi umoristici. Un topos letterario. La personificazione dell’astuto ingannatore. Una macchietta.

Poi, talvolta, lo senti veramente.
Oh, è tanti anni che lo impersono. Dovrei essere vaccinato. Invece ci sono momenti in cui riesco ad udire il fruscio delle sue ali coriacee. In cui lo ascolto parlare, per bocca di coloro che ha preso. Di coloro che collaborano con il male. Coscientemente. Ce ne sono.

In quegli istanti percepisci il pozzo tenebroso di una malvagità senza fine. L’opposto del bene, la mancanza del bene, e quel buco che sprofonda nel nulla non ha un fondo. Non ha un limite. Si inabissa bene al di là dell’umano.
Ascolti, e capisci che non è una burla, che non è un’illusione, una invenzione buona per raccontini morali. E’ una forza oscura, che non ha misericordia, e che se ti appare bonaria è perché ti sta ingannando.

Ridete di me, razionalisti, materialisti, cattolici che non sanno più credere a ciò che va oltre il reale – a Dio, figurarsi al diavolo.
Ma questo mistero c’è. Ci sta guardando, proprio ora.

Non è Vangelo – XXXII – Ma che ci frega, ma che ci importa

Cari nemici dei Vangeli, anche oggi discuteremo del modo migliore per rimuovere dalla faccia del nostro mondo quei nefasti libretti.
Dobbiamo essere realisti: dato che, nonostante tutti i nostri sforzi, sono stati scritti e diffusi, è inutile illudersi che possano essere cancellati. Oh, ci abbiamo provato. Più li distruggevamo più rispuntavano, come accade quando tentano di estirpare i mali che seminiamo: quello che è proibito diventa appetibile più di prima. Nel nostro caso il motore è la voglia di trasgredire, che non basta mai; nel caso dei Vangeli, l’inesplicabile fascino che il contenuto di quelle pagine esercita persino sulle anime marce dei nostri protetti, e le fanno apparire indecentemente desiderabili.

Se li vogliamo sul serio eliminare, la strada da seguire non è quella della forza, ma quella dell’insignificanza. Se li faremo apparire inutili, noiosi, antiquati chi mai vorrà perdere tempo a cercarli ed utilizzarli?
Per ottenere questo risultato dobbiamo per prima cosa indottrinare per benino quelli che sono i principali diffusori di quelle orrende pagine. Sì, parroci, catechisti, quella gente lì. Ogni volta che uno di loro prende le pagine di quei libretti e ne propina al pubblico la sua versione personale, la sua spiegazione edulcorata, la sua rielaborazione privata, asserisce che sono troppo difficili da capire per il volgo. Sta di fatto facendo il nostro gioco! Sta convincendo la gente di essere in presenza di vicende cervellotiche e complicate, che non si comprendono senza cultura teologica superiore. Ogni volta che, invece di partire dal Vangelo, un sacerdote si mette a declamare nell’omelia un tema di sua scelta, magari preso dalla prima pagina del nostro quotidiano preferito oppure udito da una nostra televisione, allontana un poco di più il pensiero di G, il falegname palestinese, da quello della gente.

Falegname che, badate bene, ci ha messo del suo. Sì, d’accordo, le parabole: così semplici che non siamo mai riusciti a trovare un modo funzionante per fare dire loro quello che a nostro giudizio dovrebbero. Ma G non ha sempre parlato con quelle favolette: talvolta ha detto le cose direttamente, ed è proprio in quelle circostanze che si è inimicato la gente. Come quando aveva dato da mangiare a tutta quella folla con pani e pesci, e volevano farlo re. Ha asserito che se non avessero mangiato la sua carne e bevuto il suo sangue non avrebbero avuto parte con lui. Che avreste fatto voi? Avreste pensato; questo è un cannibale, è pazzo, si è rincoglionito. A meno che, naturalmente, non aveste trascorso del tempo con lui vedendo quello che faceva e ascoltando quello che diceva. Come poteva uno che parlava con tanta chiarezza e autorità fare un simile passo falso? Come crederlo un illuso, un impostore, un folle? Allora i conti non vi sarebbero tornati, avreste capito che intendeva qualcosa di differente dal significato immediato, e sareste restati come gli apostoli, dicendo con Pietro: se andiamo via da te, da chi andremo? Solo tu hai parole che spiegano la vita.

Ma, cari miei, G non c’è più, a meno che non diate retta a quella favoletta dell’eucarestia. Quello che intendeva lo si può comprendere solo dai suoi discepoli. Ma se questi lo abbandonano, se questi non credono più nemmeno loro a quel miracolo continuo  e preferiscono parlare di tutt’altro… oh, magari anche bello e importante, sociale e culturale e via andare… cari miei, il Vangelo e colui del quale parla sono morti, perduti, e di loro non frega niente a nessuno.

Perciò, figlioli dell’abisso, capite la nostra missione? Parlare di pietà, parlare di morale, parlare di solidarietà e persino di misericordia, ma senza mai nominare la loro fonte. Dare l’illusione che siano qualità umane, garantite, ineluttabilmente acquisite. Che tutte le condividano. Senza mai nominare la loro fonte. E parlare solo di quelle, ed agire solo con quelle, senza, l’avrete capito, mai nominare la loro fonte.

Vi garantisco che nel giro di pochissimo quei librettini di cui sopra saranno dimenticati, perché cominceranno a dare fastidio. Non appariranno più così aggiornati, anzi, saranno obsoleti rispetto ai nuovi catechismi che noi avremo cura di elaborare basandoci sulle nostre idee. Quando entreranno in conflitto con le nuove regole, il vincitore sarà chiaro: il valore più aggiornato, più moderno, più vicino a quello che stampa, televisione, cinema e quant’altro dicono sia vero. Verrà il giorno, ve lo dico io, che i Vangeli saranno vietati nelle stesse chiese, almeno nelle loro parti più fastidiose.

Poi, è chiaro, ci si servirà della pietà per ammazzare i deboli, la solidarietà servirà a derubare finanziando solo ciò che ci interessa, la morale sarà utile per abbattere tutti quanti tentano di dissentire. Vorrete mica lasciar parlare quel fascio-omofobo cattolico, vero? Sarebbe contro la democrazia, contro la libertà, si faccia tacere. E’ una questione di misericordia. Diamogliela, e taccia per sempre.

Capite, miei cari maledetti? Se la risposta a “volete andarvene anche voi” sarà “e perché dovremmo rimanere?”, e questa replica riposerà su mille omelie insignificanti, diecimila appelli a volersi bene e nessun dio, allora la vittoria sarà nostra.

La colpa, chiaramente, sarà proprio di G. Avrebbe potuto legare i suoi discepoli a sé con promesse di salute, di ricchezza, di ogni tipo di piacere e goduria a spese degli altri come facciamo noi. I nostri discepoli ci sono fedeli finché agitiamo davanti a loro quelle illusioni di promesse che non abbiamo nessuna intenzione di mantenere. I suoi invece li ha lasciati liberi, ed ecco il risultato. Nutrirli con il proprio corpo e il proprio sangue, che assurdità. Come si può pretendere che leggano ancora di queste baggianate, quando  ci sono mille film, diecimila serie e un milione di video musicali molto più interessanti? Quando i suoi parlano del mondo al mondo, senza mai nominare ciò che mondo non è? Né il sopramondo, né il sottomondo, che siamo noi. Ma noi non ci offendiamo per questo, anzi. Ci conosceranno poi.

Di nuovo il solito sesso

Dicevamo qualche giorno fa che non si parla più di virtù. Ma non solo. Non si parla più neanche di amore. Quantomeno nelle canzoni.
Sì, forse l’avete notato anche voi. Se avete un’età paragonabile alla mia, ricordate senza dubbio quei lenti un po’ melensi, quei ritornelli magari anche yeyè, quelle melodie che dicevano love, amour, amore.
Sparite.
Avrete notato anche da cosa quel vocabolo è stato rimpiazzato. Da un molto più prosaico: sesso.

Oh, sì. Perché struggersi per qualcuno per giorni, mesi, tutta la vita, corteggiare, spasimare, quando ci puoi dare una botta e via? Un tempo molte canzoni narravano una storia, oggi raccontano una sveltina. Neanche un’emozione, in fondo; persino quella ormai è troppo impegnativa.

Se credete che io stia esagerando, se pensate che sia una mia paranoia, beh, non lo è. Il sito The Federalist ci ha fatto sopra un articolo, recentemente. Facendoci scoprire quante poche canzoni con la parola “amore” nel titolo hanno conquistato la top americana dal duemila in poi – solo sei su cinquanta, nell’ultimo mezzo secolo o poco più. Perché quel tipo di canzoni oggi sono davvero poche. Se una volta quello che era celebrato era l’innamoramento, oggi evidentemente quello stadio non pare essere ritenuto più necessario. Si parla di eccitazione, si usano parafrasi o termini espliciti, musiche ritmicamente adeguate, ma il punto è sempre quello: è la parte fisica quella che conta, l’unica che forse c’è.

Ed io mi domando; cosa è conseguenza di cosa? I cantanti si limitano ad annotare una realtà, o la realtà è da loro creata? Davvero non esiste più l’innamoramento, il corteggiamento, il sospirare per qualcuno? Il desiderare tutto dell’altro, e quindi l’attesa, la promessa, la fedeltà?
In qualche maniera, non riesco a crederlo. Credo che ci siano ancora un sacco di canti di amore inespressi, non cantati apertamente nel fragore di questo mondo che ne riderebbe, ma sottovoce, con note mute, per chi li vuole ascoltare.

Cultura

Recentemente la mia azienda ci ha sottoposti ad un corso obbligatorio sulla prevenzione delle frodi sul posto di lavoro. Ovvero, non cercare di fregare la ditta.
Il corso (online, molto ben strutturato, persino con la partecipazione di un noto attore) insisteva particolarmente sul fatto che la prevenzione di tali comportamenti non si deve basare sulla paura del castigo ma sulla formazione di una mentalità che rifiuta questo genere di cose.

Cito:

“Onestà e integrità sono il fondamento di una cultura organizzativa di successo.
Le compagnie che promuovono l’integrità stabiliscono chiaramente che si attendono i loro impiegati:
-Conducano affari onestamente
-Seguano la legge e si comportino eticamente in ogni circostanza
-Facciano la cosa giusta senza riguardo per la posizione o le circostanze.”

La compagnia si aspetta. Per avere successo come organizzazione, deve stare alle regole. Altrimenti – è detto all’interno del corso – questo potrebbe danneggiarla; potrebbe danneggiare le persone che compiono la frode, loro e i loro familiari fino alla settima generazione. Queste frodi non vanno evitate per paura della punizione, è ribadito. Ma la punizione viene agitata davanti agli occhi comunque. Con insistenza. Per chi compie il misfatto, per chi non lo denuncia, per chi lo tollera. Neanche essere vessati, sottopagati, maltrattati può essere giustificazione. Oh, corretto.

Sono cose che non si fanno perché è contro la legge, contro la moralità, soprattutto può incidere sulla reputazione della compagnia. Quanto mi costi, imbroglio. Il benessere della compagnia è suggerito come bene ultimo, e si dice che questo si ottiene aderendo alle norme etiche ed alle leggi. La qual cosa, se si guarda bene, è un pochino ambigua.
Se lo scopo è mantenere il buon nome, e il profitto, della compagnia, non si comprende bene cosa possa succedere se il bene della compagnia e le leggi divergono. Oh, si nega possa accadere; Perché, è asserito, il bene della compagnia coincide sempre con la legge e la moralità.
Quelle norme etiche sono però, per usare una felice formulazione, come un cappello appeso ad un chiodo dipinto sul muro. Quali leggi? Quale etica?
Se il mio vantaggio è chiaramente nella frode, quale forza superiore, forza a parte, può impedirmi di frodare? Di quella cultura organizzativa, in ultima analisi, di cosa mi importa se nell’immediato non ho successo?
Perché è chiaro che il vantaggio di una società organizzata è per tutti, ma soprattutto per gli organizzatori.

Tutto si riduce ad un dovere; ad un volere il dovere; in pratica, un moralismo. E’ come se la compagnia si ponesse come una sorta di divinità dei tempi antichi. Uno di quegli dei amorali ma a cui bisogna dare rispetto e sacrificio se si vuole vivere in società. Amorali perché la legge se la fanno loro; amorali perché senza amore, l’unica cosa che può giustificare davvero una legge. Perché una legge senza amore per l’altro, fosse pure la più perfetta e giusta, non è altro che un cappio che si stringe. Le cose giuste, per le ragioni sbagliate.

Ma temo che nella cultura di questo tipo di organizzazione non ci sia molto posto per l’amore.

 

Esaltazione dell’Uomo

Non siamo dei. O anche solo dio.
Non siamo infallibili.
Non siamo onniscienti.
No, non sappiamo tutto. Non controlliamo tutto.
Manco la nostra vita, nei suoi particolari più insignificanti.
La prova provata? Oh, basta un semplice mal di pancia.

E’ questo l’Uomo che detta le Leggi dell’Universo, colui che dovremmo adorare?