Le terre ballerine

Sono stato, un paio di giorni fa, in un luogo chiamato “le terre ballerine“.
E’ una valletta circolare, circondata dai boschi. Appena sotto la superficie, sigillata dalla torba, c’è l’acqua, residuo di un antico lago ormai scomparso. L’effetto per chi vi si avventura è quello di camminare sopra un enorme materasso elastico.

E’ una sensazione strana, passeggiare dentro quello che sembra un normalissimo bosco ed accorgersi che i passi rimbalzano, e alberi e cespugli nel raggio di una decina di metri ondeggiano al ritmo dei propri saltelli.

Normalmente la terra è sinonimo di solidità. Non si muove sotto i nostri piedi, salvo eventi rari e brevissimi come i terremoti. Invece qui sembra di camminare su un liquido profondo ed ingannevole,  e si è colti da un senso come di nausea. Il mal di mare sul suolo asciutto.

Oh, può anche essere divertente e istruttivo balzare su e giù come bambini facendo oscillare alti alberi alla maniera di fuscelli. Ma, se dovessi costruire, preferirei senza dubbio ciò che non si muove, ciò su cui posso contare, l’immutabile roccia.

Non sorgono case, non abita gente, nelle terre ballerine.

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Passeggiando tra i lupi

Mi pare alcuni, nella Chiesa di oggi come in quella di ieri, non solo non abbiano più fiducia in Dio, ma neanche nell’essere umano.
Forse lo si considera troppo stupido, o troppo indaffarato, o troppo arrapato, o troppo cattivo per avere voglia di amare davvero la propria moglie o marito, per capire cosa sia il meglio della propria vita, dove sia il bello, come si debba fare il bene.
Voi lo sapete, io penso che l’uomo sia cattivo. Ma anche chi è cattivo, o stupido, o indaffarato capisce dove sta il suo bene. Magari poi non lo fa; ma capirlo sì.

Persino le pecore lo capiscono. La pecora abbandonata a se stessa bela, invocando aiuto. E una pecora è parecchio meno intelligente di un essere umano.

Questa parte della Chiesa pensa che il pastore dovrebbe dare alle pecore il permesso di fare quello che vogliono, sicure che qualcuno le salverà comunque. O meglio, che si salveranno da sole. Il che è un paradosso, dato che le si considera troppo deboli per comprendere ciò che è male. Paradosso risolvibile in un solo modo, dicendo che il male non è poi così male.

Davvero una pecora può sentirsi realizzata a ficcarsi in un burrone, o a passeggiare tra i lupi? Persino le pecore capiscono che è meglio seguire un pastore che si occupa di loro, togliendole dai pericoli. E’ selezione naturale: quelle che non l’hanno capito muoiono. Se il pastore non fa questo, salvare le pecore, non è un pastore. Cosa sia esattamente non lo so.

Qualcuno pensa che il modo migliore per fare felice l’uomo sia dargli il permesso di fare cosa vuole, senza capire che ha già il permesso di fare cosa vuole: si chiama libero arbitrio, si chiama libertà.
Ma quel “cosa si vuole”, senza bene, conduce alla morte e alla rovina. L’uomo è in grado di capire dove stia il suo bene: ma se non gli viene indicato, se gli viene nascosto, se gli viene detto “tanto è lo stesso” lo troverà molto più difficile; sulla sua pelle.
L’uomo può fare il bene, anche se cattivo. Altrimenti non avrebbe senso una Chiesa.
Una Chiesa che considerasse impossibile il bene per l’uomo dovrebbe pensarlo anche per se stessa. Si definirebbe incapace, e inutile. Che me ne faccio di una Chiesa così?
Per nostra fortuna, la Chiesa è altro. Non la salvezza, ma chi indica la via per la salvezza. Salvezza da che? Dai lupi, dai burroni, da noi stessi.

Talvolta anche gli uomini buoni prendono una sbandata. Figuriamoci quelli cattivi. Ma l’importante è riprendersi; è vedere l’errore; è ricominciare ad essere ciò che si deve essere. Chiedere perdono: sicuri che, di lassù, una mano arriverà.

Cose che non sono lì

Ho appena terminato di vedere un documentario coreano sull’intelligenza artificiale.

Iniziava con una affermazione: la ragione per cui i nostri antenati di 70000 anni fa sono riusciti a battere la concorrenza dell’uomo di Neanderthal, a detta loro migliore fisicamente, risiede nel fatto che l’Homo Sapiens era in grado di vedere cose che non c’erano.

Veniva mostrata come esempio una statuina preistorica antropomorfa con testa felina. Ecco l’arte, ecco la religione, mi sono detto. Ecco i santi, che hanno costruito tutta la loro vita su ciò che non si vede, perché lo si possa guardare attraverso di loro. Ma il filmato non ha dettagliato: è passato al futuro, asserendo che siamo forse sull’orlo di un cambiamento epocale. L’avvento di una intelligenza artificiale in un corpo artificiale. Il documentario, per quasi un’ora, fa una carrellata di vari centri di ricerca dove si insegna a robot umanoidi a riconoscere oggetti e linguaggio, a manipolare e a rispondere in maniera apparentemente sensata agli stimoli.

Certo, impressionanti i risultati. Ma cosa abbiamo in realtà?
Una macchina che impara perché un programma gli dice di imparare, e apprende solo quello che gli viene sottoposto. E’ una simulazione di pensiero; infinitamente distante, ancora, dal nostro hardware dedicato fatto di neuroni. Il cervello, che un programmatore molto più raffinato ha predisposto.

In un certo senso le conclusioni contraddicono le premesse: si dice che verremo superati da qualcosa che non è in grado di vedere oltre la realtà. Oh, magari quanto riesce a vedere questa intelligenza del futuro lo analizzerà più velocemente ed efficientemente di noi. Ma può bastare a battere una creatura come l’uomo che ha la speranza, che ha la fede?

L’Utero

Il mio professore di italiano delle superiori lo chiamava Martin l’Utero. Qualcuno ha sostenuto che a spingerlo alla sua famosa rottura siano stati le pulsioni sessuali; in effetti, sposare una ex-suora ed andare a vivere in un convento espropriato può apparire improprio. Con lui il matrimonio, cioè il sesso, diventa non più affare di Dio, ma dell’individuo, cioè del potere; si può essere anche poligami, basta che non si sappia troppo in giro.
Per cercare conferme o smentite a questa tesi in questi giorni ho letto di tutto. In generale chi lo difende dice che ha agito con in mente uno scopo più grande – come, che so, Stalin – e ponendo l’accento sui molti protestanti degni di rispetto. Forse perché, dal punto di vista storico, molto di quello che ha personalmente detto, scritto e fatto è oggettivamente disgustoso al nostro occhio attuale.
Certo, è politicamente scorretto affermarlo, come del resto lo sarebbe chiamare assassino pedofilo l’altro grande eretico, Maometto, solo perché sposava bambine di nove anni e massacrava chi gli dava fastidio.

Qualcuno sostiene che è merito suo se siamo entrati nella modernità. Vorrei rispondere con le parole di Chesterton, scritte quando ancora era su quella stessa sponda:

“Sono fermamente convinto che la Riforma del sedicesimo secolo sia vicina come può esserlo una cosa mortale al puro male. Persino le parti di essa che possono apparire plausibili ed illuminate da un punto di vista puramente secolare sono risultate marce e reazionarie, anche da un punto di vista puramente secolare. Sostituendo la Bibbia al sacramento ha creato una casta pedante di quelli che potevano leggere, identificati superstiziosamente con quelli che potevano pensare. Distruggendo i monaci, prese il lavoro sociale dai poveri filantropi che avevano scelto di negare se stessi per darlo ai ricchi filantropi che sceglievano di affermare se stessi. Predicando l’individualismo mentre preservava l’ineguaglianza, ha prodotto il moderno capitalismo. Distrusse la sola lega di nazioni che aveva qualche possibilità. Produsse la peggiore guerra di nazioni che sia mai esistita. Ha prodotto la più efficiente forma di Protestantesimo, che è la Prussia. E sta producendo la peggiore parte del paganesimo, che è la schiavitù.”
(New Witness, 20 Giugno 1919)

Sì, forse è anche merito del protestantesimo se si è sviluppato l’odierno mondo. Ma niente mi leva dalla testa che, se non ci fosse stato, avrebbe potuto svilupparsi un mondo migliore.

Preghiera per la pioggia

Dry bones can harm no one

La terra è secca come le ossa di un morto,
L’erba è paglia, il ramo nudo e desolato.

Manca l’acqua, arida è ogni cosa.
Il fuoco nasce da una piccola scintilla:
Incendio che devasta, divoratore di vita.

Qualcuno lo cerca. Gioisce della morte
si augura la cenere, vuole il grigio nulla.
Come stupirsi che il tuo monte bruci?

Fai piovere, Signore, sulla tua terra.
Senza pioggia inaridisce il ruscello,
l’ombra del bosco arso era rifugio.

Non lasciare disseccare la tua fonte
proteggici dal fuoco che non si estingue.

Il travestimento

Lo sapete, è una mia idea un po’ fissa. Cioè che tante di quelle battaglie che qualcuno chiama “di libertà”, o in nome di “diritti”, autodeterminazione e così via, nascondano in realtà la volontà di colpire un singolo obbiettivo, cioè la presenza reale di Dio nel mondo. Che siano, detto altrimenti, dei travestimenti per le zanne e gli artigli di un potere occulto e maligno. Come in un certo libro e ora film di successo, dove il male si traveste da clown che dona palloncini. Sfortunato, e imbecille, chi cade nella trappola.

Così, ad esempio, tutto il movimento iconoclasta che ha piede ora negli Stati Uniti. Credevate che si fermasse alle statue dei generali confederati, scrittori, esploratori come Colombo? No: il prossimo bersaglio sono le croci. Come quella che campeggia su un memoriale a soldati caduti nella prima guerra mondiale, che qualcuno vorrebbe abbattere in nome di una pretesa laicità; sostituendola, cioè, con il nulla di cui quel qualcuno è rappresentante. Un Nulla ben preciso, ovviamente.

C’è da dire che chi volesse difendere quella croce in nome di valori o tradizioni sbaglierebbe in maniera alrettanto decisiva; anzi, in fondo si schiererebbe con il nemico. La croce che campeggia su quelle lapidi, o su quelle tombe, non è una pia tradizione, un segno scaramantico, una bandiera da difendere; rappresenta la memoria di cosa è l’uomo, il senso stesso della sua vita e della sua morte. Senza di quella croce non ci sarebbe ragione di ricordare quei caduti, perché ci sarebbe solo il presente, un perenne istante fuggevole senza significato, in cui ci si sbrana vicendevolmente. Definirla valore o tradizione è averla già abbattuta nel proprio cuore.

La croce proclama che ogni vita vale qualcosa. Così anche le leggi come quelle sull’aborto o come quella sul fine vita attualmente in discussione al Parlamento non sono altro che tentativi di colpire la vita per distruggere la croce. Quando si obbligheranno anche gli ospedali cattolici e i medici ad ammazzare i pazienti, quella croce dovrà essere tolta dalle corsie e dai cuori, se non si vorrà perderla. E dopo scopriremo quanto quella libertà, quei diritti, quella autodeterminazione valgano davvero per chi si riempe di essi la bocca. Già lo potremmo, se volessimo.

Ma dovremmo volere vedere oltre il travestimento.

Varrebbe la pena

Varrebbe la pena seguire sempre noi stessi, ciò che già pensiamo, la nostra idea, se fossimo nel giusto.
Se avessimo la verità.
Se sapessimo descrivere perfettamente il mondo e l’esistenza.
Cioè avessimo davvero capito tutto.

Perché allora saremmo felici.

Ma non lo siamo.
Per cui, vale la pena cercare altro. Imparare. Ciò che è vero.

Fai da te

Egli era un uomo ispirato.
Era indignato da quello che vedeva: il commercio di ciò che avrebbe dovuto essere sacro, la corruzione diffusa, l’ignoranza… non poteva sopportare quel centralismo che pretendeva di dare norme valide per tutti. E così, un giorno fatale, andò con chiodi e martello e appese le sue tesi alla porta. Del grande magazzino che vendeva attrezzature per la casa e l’edilizia.

Quello che voleva era in fondo semplice. Perché affidarsi a idraulici, muratori, elettricisti per fare le cose? Ogni uomo doveva saper fare da sé, senza sottoporsi per forza a regolamenti e leggi. Era la casa stessa che avrebbe suggerito come agire: ogni suo mattone, ogni cavo, ogni tubo portavano con loro il necessario per comprenderne l’utilizzo. Bastava avere fede in loro: cosa avevano i cosiddetti esperti in più?
Quell’uomo voleva insomma ritrovare la purezza del bricolage originale nel costruire, e per fare questo si trovò  a demolire.

Di fronte al generale malcontento per le fatture esose dei professionisti il movimento di protesta prese piede rapidamente.

Gli esperti, gli artigiani, quelli che si guadagnavano da vivere in questa maniera furono maledetti; messi sotto accusa, giudicati e condannati. La rabbia, come quasi sempre accade, sfociò in violenza nei confronti di questi ladri, questi parassiti, questo male della società. Qualcuno tolse il disturbo, altri si tolsero la vita.

Ogni persona si riteneva ispirata a trovare la propria soluzione ai problemi della casa. Si comprava gli attrezzi e cominciava a martellare, allacciare, svitare. I potenti del commercio fiutarono il vento, e aderirono entusiasticamente pure loro. I negozi dedicati sorsero come funghi; ognuno rifuggiva le procedure standardizzate per elaborare la propria soluzione che sosteneva migliore delle altre.

Ogni produttore cominciò a creare la sua misura di condotte, la sua tipologia di cavi, la sua dimensione di mattoni. Ogni tentativo di imporre una norma comune era visto come una ingerenza inaccettabile nella libertà altrui. Però in tale maniera chi faceva da sé finiva per ritrovarsi legato mani e piedi a colui che aveva prodotto la versione particolare di componente utilizzata.

L’inesperienza provocò incidenti e malfunzionamenti di ogni tipo; le persone normali, con poco tempo per imparare a fare le cose oppure senza attitudine, si ritrovarono allagate o fulminate; i crolli e gli incendi erano all’ordine del giorno, dato che i controlli erano rifiutati a priori e ognuno faceva come riteneva meglio.

A conti fatti ci si scoprì a pagare, tra acquisto di attrezzatura e fallimenti, molto più di prima. Anche perché si finiva per chiedere aiuto ai dilettanti più abili, che si ritrovarono ad essere professionisti quasi loro malgrado. La casta si riformò.

Il fai-da-te rimase vivo per coloro che sapevano costruirsi le cose, o quantomeno erano convinti di saperlo fare; poco per volta la mania passò e, salvo per i piccoli interventi più comuni, si ritornò ad impiegare professionisti che conoscevano il loro mestiere.

Coì finì il MacGyverismo. C’è ancora chi lo esalta, evitando con cura di conteggiare le amarezze e i morti che hanno lasciato sul campo le buone intenzioni.

Carnefici

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi. (Mt 5, 11-12)

Ci pensavo giusto oggi. Capita spesso di ricevere, dal viovo o nella pervasiva Rete che ci avvolge tutti, una dose di insulti. Ci sono persone che, apparentemente, provano piacere nel cercare di fare male al prossimo. Nello sparlare di lui, nell’augurargli ogni sofferenza, a lui, ai suoi cari, a tutto ciò a cui tiene. Ricercano, con ostinato metodo, tutto ciò che possa ferire, nelle piccole cose come nelle grandi. Si immaginano cosa potrebbe dispiacere di più alla loro vittima, e ne testano gli effetti. Il sale nella ferita, l’ago sulla pelle scoperta, con sadismo sottile oppure depravata grossolanità. Credo che noi tutti ne abbiamo viste, conosciamo esempi.

Che poveretti, che anime bruciate e nere. Sapete come la penso sul demonio: lì c’è la sua firma, il suo consiglio all’orecchio che è penetrato in fondo al cranio a devastare.

Che la causa sia opposizione ideologica, calcolo interessato, sadismo oppure semplicemente odio, in questi atti c’è qualcosa di inumano, e allo stesso tempo di profondamente umano: la caduta originale che non ci fa essere ciò che dovremmo. L’orgoglio sconfinato di chi vuole umiliare, forse per non pensare alla propria piccolezza.

Una vita a sopportare insulti mi ha ragionevolmente blindato contro questo tipo di attacchi, se sono portati verso di me. L’unico effetto che mi provocano è una gran pena per chi freneticamente cerca di ferirmi, senza capire che in realtà mi rassicura.
Quando quelle attenzioni sono rivolte ad altri, spesso mi aiutano a capire dove stia la ragione. Chi la possiede, chi ce l’ha dalla sua parte non ha bisogno di spargere menzogna. Chi sparge letame da bocca e dita vuol dire che ne è pieno.

Non sentiamoci immuni, pensando di non essere così. E’ fin troppo facile diventare torturatori e carnefici. La rabbia è cattiva consigliera, e la certezza di essere nel giusto non ci porti all’errore. Cercare il male per qualcuno, con atti o parole, lo è sempre, e la fonte del male non ha bisogno di presentazioni.

Ultima casa prima del mistero

La mia era l”ultima casa prima della campagna.

Oggi non si usa più che i ragazzini girino da soli. Io, bambino delle elementari, vagavo pomeriggi interi per i campi, fin dove mi portavano i piedi. Esploravo; raccoglievo le cartucce dei cacciatori, che utilizzavo come soldatini di improbabili battaglie; immaginavo mondi.
I gorghi sotto le pietre del ruscello diventavano la porta d’ingresso a strani mondi sotterranei. L’erba più alta della mia testa di certi campi abbandonati era quella di una savana in cui si intrecciavano misteriosi sentieri circolari; e c’era sempre un più in là, un segreto da scoprire. Forse risale ad allora questa mia curiosità indomabile, questo mio non accontentarmi di cose facili, ma volere capire, volere andare oltre.

In fondo al cuore sono sempre quel ragazzino sull’orlo di un mistero sconfinato.

Amore programmato

Prendo spunto ancora dal film “Blade Runner 2049” (seguono lievi spoiler, non vi rovinate a leggerli).

Come accennavo, questo sequel in qualche modo depotenzia le profonde domande religiose e filosofiche del suo predecessore. Il punto che sembra esplorare di più è quello dell’amore, del suo rapporto con la predestinazione e con il libero arbitrio.

Una delle protagoniste, Joi, è un programma, un’intelligenza artificiale che è una specie di tamagotchi in apparenza umana. Rappresenta la compagna perfetta: bella, disponibile, si materializza olograficamente con i vestiti adeguati all’umore del suo possessore, o senza di essi. Innamorata.
Ecco, innamorata. Amore, o simulazione di amore? E’ una intelligenza dotata di libero arbitrio, o è solo codice che si esprime in parole e atti adatti alla situazione?
Se la persona fosse reale il modo in cui agisce li definiremmo atti d’amore. Ma, dato che è un programma venduto in milioni di copie, cosa possiamo dire degli stessi atti e parole? Aggiungo io: in ogni caso pronunciati da un’attrice secondo un copione, quindi finzione.

Joi, ammesso che sia considerabile come un’entità, è predestinata ad innamorarsi del suo padrone, non può fare diversamente. O no?

Nel film è suggerito che forse anche Rachel – Sean Young, la protagonista del primo film, fosse stata programmata per innamorarsi di Deckard – Harrison Ford (e viceversa?). Se un programma è “incarnato” dentro un corpo, artificiale che sia, è differente da quando ha come interfaccia un ologramma? E noi umani, in che modo siamo differenti? Siamo forse anche noi predestinati ad amare? Che relazione c’è tra una predisposizione e il destino?

Il libero arbitrio comporta questo: che si può rifiutare ciò a cui siamo predestinati. In altre parole: ci si può rifiutare di amare. O si può amare qualcosa d’altro, qualcun altro. Errore, o possibilità?

Sorge una domanda: la felicità può risiedere nel rifiutare quell’amore che coincide con il nostro destino?
La sola risposta possibile è che dipende da chi ha predisposto, per così dire, quell’amore. Se si tratti di un essere onnisciente che ama le sue creature o di un imperfetto programmatore umano, che le considera un prodotto.
Possiamo scegliere di non essere ciò che dobbiamo essere. Ma ogni cosa ha una conseguenza: accadrà ciò che non avrebbe dovuto essere.

Le storie di San Randazio: il troll di Burgerio

Si narra che i viaggiatori che transitavano per il ponte di Burgerio fossero afflitti da un singolare personaggio. Era costui un ometto dalla pelle grigia e bitorzoluto, con un gran naso, Qualcuno diceva fosse una creatura demoniaca, o uno di quegli spiriti naturali che si odono nelle fiabe, qualcun altro che fosse solamente un folle solitario che si divertiva a tormentare la gente. Fatto sta che coloro che transitavano per il luogo erano apostrofati da detto individuo con epiteti scurrili e ripetute bestemmie. Il profluvio di parole malvagie era insopportabile, e financo i meno sensibili fuggivano dal molesto essere. Costui era particolarmente pernicioso nei confronti de’ religiosi, che derideva sostenendo che quanto loro credevano non fosse altro che un mucchio di bugie che presto sarebbe cessato.
Il tormentatore non si chetava facilmente; si teneva sugli alberi e sulle rocce, e se uno faceva tanto di inseguirlo svaniva per ricomparire più in là. Sebbene molti si fossero mossi per acchiapparlo, nessuno v’era riuscito ancora a motivo della sua agilità e della sua conoscenza dei luoghi che impervi erano assai.
L’unica maniera di farlo smettere era ignorarlo, come se non esistesse; allora dopo un poco di solito si seccava e desisteva. Ma se lo si affrontava con le parole, era capace di seguitare per ore colmando le orecchie di ragionamenti assurdi e senza capo né coda, come nutrendosi dell’ira altrui.

Gli abitanti del contado si risolsero alfine a rivolgersi al monaco Randazio, che aveva fama di santità. Randazio accettò di buon grado di confrontarsi con la creatura. Appena giunse al ponte, l’ometto grigio saltò fuori. Aveva un lungo crine sporco e vestiva di pelli; e si mise subito ad irridere Randazio. Sosteneva costì che gran spreco era vestire l’abito di frate, che tutto sarebbe terminato con la morte e quindi tanto valeva spassarsela e godersela. Lo monaco stette un poco a sentirlo, senza dar segno di accusare il colpo. Al che l’ometto, con aria furbastra, disse: “Eh! Ben ti seccano le mie proposizioni, che non favelli!”

Al che Randazio replicò con una gran risata. “Ometto, tu non m’infastidisci punto. Se tu hai ragione, e siamo solo cibo per li vermi, tu sei nulla, per me almeno. E come può il nulla infastidire? Ma se ho ragione io e un Signore esiste, tu mi fai solo una gran pena, perché irridi ciò che non conosci. Vedi bene”, proseguì il santo monaco, “in un caso o nell’altro tu non sei punto fastidioso, perché se’ niente. Mentre se tu volessi cambiare e riconoscere lo Signore tuo, allora saresti un fratello, e tutto.”

L’ometto tacque, quindi in silenzio disparve e più non si sentì di lui. Nessuno sa se andò altrove a seccare la gente o seguì il consiglio di Randazio e scelse vita migliore.

 

Ciò che è morto

C’era un grande albero, davanti a casa mia. Sovrastava la casa, e con le radici sollevava l’acciottolato e devastava i tubi sotterranei. Era una meraviglia, ma pericolosa. E’ stato quindi deciso di abbatterlo.
Anche se era probabilmente necessario, è stato un dolore vedere un tale albero morire.

Un artista del legno ne ha lavorato il ceppo ancora infisso nel terreno. Ne è uscita una strana scultura sui generis.
Bella a vedersi, sicuro. Ma un’opera del genere richiede manutenzione continua.
Ci sono gli agenti atmosferici, sole e pioggia, freddo e caldo. Ci sono i tarli. C’è l’umidità. I funghi, le muffe… Ciò che è morto si dissolve. Anche se lo vernicio due volte all’anno, uso i prodotti antitarlo e i veleni antifungo, piano piano, un pezzettino per volta, il legno cadrà via, marcirà, fino a quando sarà così compromesso che sarà inutile di cercare di salvarlo.
Ciò che non vive non sopravvive.

La vita, per definizione, reagisce. Risponde agli attacchi, cresce, si fortifica. Quello che è morto deve essere difeso, ma è una battaglia persa in partenza. È un prolungare nel tempo l’inevitabile.
I tarli scaveranno le loro gallerie, i funghi corroderanno e faranno marcire, le fessure si allargheranno per ospitare altri distruttori. Il legno diventerà fungo, diventerà tarlo, e poi più niente.
L’illusione di vita finirà.
Quanto vivo è il nostro albero?

Dov’è la tua vittoria

“Noi siamo per la vita, voi siete per la morte”, disse.

L’altro sbuffò. “Allora questo vuol dire che alla fine vinceremo noi”.

Il primo sorrise. “E’ tutto qui ciò in cui credo: che, malgrado le apparenze e quello che tu possa pensare, la vittoria è già nostra.”

Capolavori e no

Ci sono certi film che nascono come un miracolo. Attori e regista in stato di grazia, un copione ispirato, musiche, fotografia fuori dal comune… un esempio classico è “Casablanca”, che doveva essere un filmetto di propaganda e non si smetterebbe mai di rivederlo.
Un altro esempio è senz’altro “Blade runner”, l’originale. Nato noir, scuritosi ulteriormente nel corso del tempo con i vari director’s cut, non è qualcosa che lasci indifferenti. La pellicola ha trama e interpreti e ritmo così perfetti che era mia intenzione non vederne il seguito, “Blade Runner 2049”, ora nelle sale. Non amo dare spettacolo di me stesso, e sapevo che se mi avessero rovinato l’originale con qualche boiata mi sarei messo a gridare nel mezzo della sala. Come si fa ad aggiungere qualcosa alla perfezione?

Per una serie di circostanze, invece, ci sono andato (l’alternativa era guardare pellicole inguardabili).
Cominciamo con le cose positive: non mi sono messo ad urlare.
Sebbene il film si basi su una trovata abbastanza scontata, un messianismo che ricorda tanto “Matrix”, “Terminator” o “il pianeta delle scimmie”, non lo fa pesare più di tanto. Anzi, lodi a chi ha redatto lo script per essersi riuscito a barcamenare su tutte le interpretazioni del suo prequel, compresa la versione originale con la voce narrante. Con interessanti e inattesi soprassalti di originalità.
La fotografia e la scenografia sono splendidi, gli interpreti sono tutti molto bravi. Rimane la regia.
Il Blade Runner originale era quasi impressionista: bastava una sequenza di pochi secondi per fare immaginare un mondo. Il regista Villeneuve qui sembra rotolarsi nelle atmosfere, insistere su dialoghi quasi leziosi – in un noir non è un bel segno – in definitiva si sbrodola un po’ addosso. Se invece delle due ore e mezza attuali fosse durato le canoniche due probabilmente ci avremmo guadagnato tutti.
E poi c’è l’aspetto religioso.

Il senso religioso è ciò che tocca le domande intime dell’uomo. Chi siamo, dove andiamo, perché esistiamo. Cosa ci rende uomini. Il primo film ne era intriso, è proprio quello che lo innalzava a livello di capolavoro. “Ho visto cose che voi umani…” Non si comprende bene neanche nell’originale, a meno che uno non abbia letto il libro da cui è in parte tratto, ma ciò che distingue il replicante prodotto in serie dall’umano è l’empatia rispetto agli altri esseri, la compassione. Le domande che i cacciatori di androidi pongono ai possibili replicanti per identificarli sono tese a questo: se non possiedi emozioni reali davanti alla sofferenza dei viventi vuol dire che non hai un’anima. Sei un essere artificiale, automa crudele perché non comprendi cosa sia soffrire. La conclusione del film del 1982 suggerisce che apprenderlo è un salto che si può compiere. Se cerchi, se invochi un Padre non terreno, quello ti risponderà.

Quel profondo aspetto simbolico nel sequel viene a mancare quasi del tutto. Questa ricerca dell’anima passa in secondo piano, in brevi accenni fugaci. Si scende di un livello verso terra. Ed è questo, temo, che alla fine rende il pur bel film meno interessante, godibile e sì, ricordabile del suo predecessore. Gli androidi sognano le pecore elettriche, ovvero esseri che facciano loro compagnia? La risposta è evidentemente affermativa, cercano anche più di quelle pecore di cui resta solo un origami. In una certa maniera, avremmo preferito diversamente.

Ad maiorem Dei gloriam

Quanto tempo perso, quanta gioia persa ad inseguire ciò che so non essere.

Signore, aiutami a vedere ciò che dovrei vedere, fare ciò che dovrei fare.

Le storie di San Randazio: il regalo

Poldino, il giovane novizio, era distratto e pensieroso. Era già la terza volta che bagnava le stesse pianticelle nell’orto del convento. Fra’ Randazio smise di potare e gli si accostò alle spalle, silenzioso nonostante la rispettabile mole.
“Fratello, quella povera insalata sta annegando…”
Poldino si riscosse con un sussulto. “Io…ecco…”
“…stavi pensando ad altro.” Completò per lui Randazio. “E si può sapere a cosa stavi pensando, per distrarti così dal tuo compito?”
Poldino arrossì. “Parla liberamente”, lo incoraggiò Il monaco più anziano.
Poldino prese fiato. “Mi stavo domandando come mai Nostro Signore non esaudisce i nostri desideri. Io domando, prego, e sono cose buone…ma sembra che Iddio non mi ascolti.”
Randazio considerò gravemente le parole del giovane. “Fratello, non voglio risponderti subito. E’ una domanda profonda, ma per comprendere la risposta non basta ascoltarla. Te la darò domani. Oh, mi pare di ricordare che sia anche il tuo compleanno, giusto?”
“Sì, è vero”, rispose il fraticello, contento che il suo superiore non avesse riso del suo dubbio o, peggio, l’avesse punito per questo. “Ma domani non sono qui all’orto. Deve seguire i bambini dell’orfanotrofio.”
“Tanto meglio. Domani verrò con te.”

Attaccato al convento c’era una casa che i frati avevano adibito ad orfanotrofio per i tanti bambini del paese rimasti soli a seguito della guerra. Ve ne erano una trentina; e tutti erano affezionati a Poldino, anche lui orfano e poco più grande di loro.
L’indomani il novizio si vide arrivare Fra’ Randazio con un ragazzino. “Fra’ Poldino, ho detto a questo scalmanato che oggi era il tuo compleanno, e si è messo in testa di farti un regalo. Codesto figliolo voleva attrezzarsi a tale scopo, e siccome tu sei per oggi il suo custode e maestro te l’ho portato, così che tu possa ascoltare le sue richieste”.

Si fece avanti Nino, un soldo di cacio alto un braccio e un palmo. “Frà Poldino, mi dovete dare quella mannaia che è in cucina”, domandò con voce ferma.
“La mannaia? Ma cosa ne vuoi fare?”
“Prenderò le galline e ne farò un  spezzatino” disse il bambino. “Vi piace, no?”
Poldino si passò le mani sulla fronte. “Ascolta, caro Nino: quella mannaia è affilatissima e grande quasi quanto te.  Se tu provassi ad usarla ti affetteresti da solo. Le galline, poi, servono per le uova: meglio lasciarle stare.”
“Oh”, fece il ragazzino deluso. Ristette per un attimo, poi si rischiarò in viso. “Lo so io cosa posso fare! Ti prego, prendimi un ramo con del fuoco dal camino.”
Poldino si stupì. “Fuoco? E cosa mai te ne farai del fuoco?”
“Voglio bruciare le erbacce dall’orto, per alleviarti il peso di mantenerlo!” Esclamò gioioso il ragazzino.
Poldino rabbrividì. “Nino, il fuoco è pericoloso. Ti bruceresti. E poi è tutto secco, non piove da settimane. Finiresti per incendiare il convento. Meglio di no.”
Nino si grattò la testa.”Ah, lo so, allora: se mi darete un po’ dei soldi che avete raccolto con la questua, correrò in paese a comprarvi dei biscotti!”
Poldino rise. “I soldi della questua non sono miei da darne via. E poi i biscotti mi piacciono poco. Finiresti per mangiarli tutto tu.” Guardò sospettoso il ragazzino. “O forse questo è quello che speravi di ottenere?”
Nino abbassò la testa.
Intervanne Randazio: “Dimmi, fratello, perché hai respinto le preghiere che questo bambino ti rivolgeva? Sei forse cattivo, o mancante?”
“Gli ho negato quanto domandava perché sarebbe stato un male per lui avere quelle cose. Pur avendo intenzioni rette, o quasi, non sapeva quanto chiedeva”, rispose Poldino. “L’ho fatto perché gli voglio bene”.
“Allora ora comprenderai come si deve sentire Iddio quando Gli rivolgiamo certe nostre richieste, che sa che se fossero esaudite sarebbero la rovina nostra, Lui che sa tutto.” interloquì tranquillo Randazio. “Dov’è che ha sbagliato Nino?”
“Pensava che certe cose mi avrebbero fatto piacere, mentre non è così.”
Nino, tutto contrito, si accostò al monaco “Fra’ Poldino, perdonami. Perché non ci dici tu stesso cosa desideri?”

Poldino posò una mano sulla testa del ragazzino. “Mi piace la crostata di fragole. Perché non vai a raccoglierne al bosco e le porti a Fra’ Bruno, che sta di cucina? Ce ne sarà una fetta anche per te!”
“Evviva!” Gridò Nino, e corse via.
“Vedi, era così semplice”, disse Randazio. “Basta domandare, cosa vuoi da me? E Iddio, il cui piacere è il bene dell’uomo, ti darà quello di cui hai più bisogno. Lui che ti fa chiedere, ti concederà.”
“Ho capito”, disse Poldino.
“E allora su!” Randazio gl menò un gran colpo sulla spalla. “Andiamo da fra’ Bruno, a dirgli che ci sono fragole in arrivo.”
“Se non se le mangerà prima tutte Nino!” Esclamò Poldino.

 

Cittadino

(…) “Cittadino! Perché non canti?” lo richiamò la guardia con la coccarda dei sanculotti sul berretto.
Bastien si voltò con aria placida. “Non canto perché sono stonato: queste canzoni mi fanno venire il mal di gola. Cittadino? Io son della campagna, a dire il vero. Perché mi chiami così?”
“Perché l’essere cittadino è ciò che dà tutti i diritti!” Esclamò il milite agitando la picca. “Se non sei un cittadino non sei nessuno!”
“Ma guarda! Io ero convinto che ciò che sono mi venisse dall’essere uomo, e dacché Iddio mi abbia creato. Senza essere cittadino non sei eguale, o libero? Non sei fratello comunque?”
Il sanculotto lo fissò. “Il cittadino è colui che prima di ogni cosa obbedisce allo Stato. Nessuno che non sia tale può essere uguale a me, oppure mio fratello.”
“Ah, ma allora non mi riguarda; la mia obbedienza la do a Domineiddio, e solo dopo agli uomini. Se essere cittadino non ti fa essere più cristiano non mi interessa”, rispose Bastien.
La guardia si scostò inorridita. “Tu! Tu sei uno di quei pretacci che non hanno fatto il Giuramento alla Costituzione!”
Bastien sospirò. “No, non sono molto amico del vostro vescovo Talleyrand”.
Il milite l’afferrò per la giubba. “Ah, cane nero! Vedremo se adesso il tuo dio ti trarrà d’impiccio!” e cominciò a trascinarlo via, chiamando a gran voce i suoi compari. (…)

Da “Il canto della ghigliottina”, Jacques Bandedevis

Conseguenze

Sgomberiamo il campo da  un paio di equivoci.
Sicuramente diversi di quelli che hanno detto il rosario ai confini della Polonia avevano in mente la difesa dei “valori occidentali”. Sicuramente molti dei pochi che hanno commentato il fatto; spesso sputandoci sopra, a quei valori. Così è intesa la libertà, dalle nostre parti: cercare di distruggere ciò che ti tiene in vita. Il lento suicidio di chi non trova una ragione per vivere.

Credo tuttavia che una gran parte, spero la gran parte di coloro che hanno aderito alla preghiera avesse in mente tutt’altro. Perché quei “valori” non sono che conseguenze; non sono che il coagularsi storico di un fatto precedente, ovvero l’Incarnazione.
Quello che spero abbiano avuto al centro dei loro pensieri, quel milione che ha pregato, è Cristo. Tutte il resto – la pace, la libertà, l’uguaglianza, la differenza, e poi la protezione della vita, e della famiglia, e l’aiuto al povero e via via nei mille rivoli di ciò che è vero e giusto – nasce da quella sorgente.

E potremmo perderlo, è chiaro. Se si smarrisce la fonte si inaridisce tutto,  decade, anche se a volte sembra ancora vivo; ma è secco dentro, un simulacro che si sfalda al primo soffio di vento.

Perché il Sultano è stato sconfitto, a Lepanto? Aveva comandanti geniali, soldati esperti, la flotta più grossa.
Ma era la flotta di qualcuno che schiavizzava i suoi simili utilizzandoli come rematori; e in battaglia si ribellarono. I galeotti cristiani furuno armati, e promessa loro la libertà in caso di vittoria. A Loreto c’è una cancellata fatta con le loro catene fuse, offerte in voto. E’ il concetto di persona che nasce dal Vangelo che qui ha fatto la differenza.
Quella ottomana era poi una flotta obsoleta; la ricerca era ostacolata, nel mondo musulmano. I cristiani avevano le università; la loro tecnica navale era molto migliore, i loro cannoni, le armature superiori. Il Sultano si doveva accontentare dei carpentieri protestanti pagati a peso d’oro. E’ il concetto di ragione, di realtà positiva e conoscibile che arriva dal cristianesimo e l’Islam non possiede.
E poi, certo, la preghiera. Il rosario, a rinsaldare i cuori contro un avversario che si sa crudele e implacabile, che vuole la tua distruzione. La vita, contro la morte; allora come ora.

La ricerca scientifica, la liberazione degli schiavi, il valore della vita sono conseguenze della visione cristiana del mondo. Ma sarebbe da folli asserire che è per quello che ci si batteva; che erano loro le cose da difendere.
Erano, e sono, conseguenze.

Qualsiasi lotta per un valore se è fine solo a se stessa ha respiro corto, è destinata al fallimento. Fosse anche per la cosa più giusta del mondo.
Perché il valore è solo una conseguenza.
Per questo il rosario è l’arma giusta: riporta al cuore stesso di ciò che è vero e giusto, e di cui ogni cosa vera e giusta, ogni valore di qualsivoglia nazione, di qualunque uomo, non è che il riflesso.
Ogni altra considerazione, per quanto (forse)  bene intenzionata, non è semplicemente cristiana.

Il Sultano alle porte

Qualche giorno fa, nell’assordante silenzio dei media nostrani, un milione e passa di polacchi si sono trovati sui confini della loro nazione. A recitare il rosario.
Pochi oggi sembrano rammentarlo, ma la solennità della Madonna del Rosario non nacque da quello che oggi chiameremmo un evento di pace; anche se in un certo senso lo fu. Fu istituita a seguito della vittoria di Lepanto, che di fatto fermò quella che sembrava una inarrestabile invasione della cristianità da parte del Sultano. Una vittoria tanto eclatante e grandiosa che fu attribuita proprio alla preghiera.

Se può destare scandalo in qualche anima bella, forse bisognerà ricordare loro che se l’esito fosse stato opposto oggi forse non avrebbero tutta quella libertà di indignarsi. Una madre non difende i propri figli dal nemico che li minaccia porgendoglieli. Esistono poche cose letali in natura come una mamma i cui piccoli siano in pericolo.

Così, nel momento in cui la propria famiglia è sotto attacco, ci si muove alla difesa. Ed è sconfortante vedere le reazioni.
Tra i pochi che ne parlano, chi minimizza, chi deride, chi insulta. A leggere sembra che poche migliaia di integralisti islamofobi si siano trovati per manifestare. Così, come talvolta fanno gli estremisti.

A volere bene pensare, si può presumere che il concetto stesso di preghiera possa risultare estraneo a questi signori. O che non sappiano vedere il pericolo, forse perché loro stessi fanno parte del pericolo. Non è solo che hanno così smarrito la loro identità da non capire l’emergenza: no, sono proprio dalla parte del nemico. Sono il nemico. I nuovi giannizzeri.

Così fu anche al tempo di Lepanto. C’è chi si defilò, ci fu chi remava contro. Per questo quella vittoria fu un miracolo.
Oh, Lepanto non fu certo definitiva. Per altri due secoli il Sultano si tenne mezza Europa. Ma quella battaglia dimostrò una cosa: che le fake news sull’ineluttabilità di una conquista non stavano in piedi. Che si perde quando si è divisi, e non si crede si possa vincere. Si perde quando si spalancano le porte al nemico, per paura o calcolo o mera incoscienza.

Questa giornata del Rosario ha avuto luogo in Polonia. E qui in Italia, la si vede quella minaccia? No, non sto parlando dell’Islam, o solo di quello. Si capisce che esiste, o si è rassegnati “all’inevitabile”, anzi, ci si batte perché giunga il prima possibile?
Senza la coscienza di un Sultano alle porte che vuole imporci il suo modo di pensare, in qualsiasi modo si chiami o si travesta adesso, chi armerà le navi, chi chiamerà a raccolta le truppe, chi dirà il Rosario perché si possa vincere, e avere la pace?

Da “Le storie di San Randazio” – Le voglie naturali

Tratto da “Le storie di San Randazio”, di anonimo

“(…) Accadde dunque che il santo monaco Randazio si trovasse vicino all’abitato di Subbio, quando scorgea una pulzella assai discinta che tergeva i panni in un torrente. Il monaco prontamente distolse lo sguardo, ma fu apostrofato da un giovane assai ben vestito che trovavasi a transitare per lo medesimo sentiero.
“O frate, perché fuggi tu la vista di sì dolce spettacolo? L’Iddio che creò te medesimo e la bellezza del creato non è forse lo stesso che ha disegnato le forme così soavi di quella fanciulla?”
Randazio si volse verso il giovinetto. “Ma che tu dici? Frate e omo io sono, e non mi è consentito indulgere in siffatte vedute, che solo il marito di quella donna possa godere”.
Il passante ebbe un sorriso. “Tu erri, frate, perché il tuo Signore non avrebbe fatto siffatte bellezze se non avesse voluto che tu anco ne godessi, né avrebbe messo nel tuo cuore il desiderio di goderne se non fosse stato per te una cosa bona. O pensi che Egli metta in te qualcosa di male?”
Il monaco più non favellò e tirò innanzi; ma si avvide che era seguito da quel figuro che gli aveva parlato.

Poco più innanzi vi erano alberi di pomi a lato della strada, ben recintati in un frutteto; e dalle fronde rosseggiavano frutti maturi come mai si erano visti belli. Grande era la calura della giornata, e Randazio era digiuno;  si trovò indi a guardare con insistenza verso quelle succulente sfere.
Al che gli si accostò il giovane benvestito che disse lui: “Frate, perché esiti? Non vedi che il cancello è aperto e nessuno si vede intorno? Certo non è peccato quietare la fame e il disiro giusto di cibo che Iddio stesso ti ha posto in core.”
Ma Randazio replicò “Tu sai che quei pomi sono altrui; sarebbe rubare, anco se niuno lo sappia.”
Rise il giovine di un riso sguaiato. “Quanti scrupoli, monaco! Iddio creò quei pomi per il tuo sollazzo, e tu esiti? Andranno sprecati se tu non te ne cibi, e sarà peccato imputato a tuo carico. Non pensi che se lassù ti avessero voluto affamato si sarebbero trattenuti dal mostrarti codesti alberi? La voglia naturale mai dovrebbe essere ignorata.”
Ma il frate già procedeva avanti sul sentiero.

Giunsero alfine ad un prato fiorito, il cui dolce profumo riempiva l’aere, e sopra a cui augelli spandevano i loro richiami. Un venticello leggero rinfrescava, e l’ombra di certi alberi si spandeva sul’erba. Polverosa ed erta la strada andava, nella calura; e Randazio si sentì stanco e con i piedi doloranti.
“Un riposino, frate mio?” Disse lui il giovane, che persisteva nell’inseguirlo. “Veggio che hai le membra affaticate: perché non lasci che il giorno proceda e il sonno del giusto ti prenda su questo magnifico prato? Certo il Signore Iddio stesso ha voluto preparare un luogo sì ameno per te, quale ricompensa per le tue sofferenze. Perché non profittarne?”
“Perché, come forse sai, sono atteso altrove” disse il monaco “e non è riposo che vo cercando nel fare ciò”.
“Ah, sbagli ancora!” Rispose il giovane. “Dovresti cedere a questi desideri che, se sono nel tuo core, sono certamente boni e degni. Come fai a dire che sono male? Meglio, dopo un buon sonno, avanti andrai, e chi ti aspetta aspetterà ancora: che devi a lui, che ti impedisce di pensare prima a te medesimo?”
Randazio si voltò verso il giovine. “Tu questo dici? Che dovrei cedere a fare ciò che il core mi detta?”
Questi allargò le braccia. “Ma certo! Su, più non esitare: fa quello che il tuo animo e la tua voglia ti dicono, senza riguardo per alcuno.”
Al che il monaco raccolse da terra un robusto randello, e disse: “Il mio animo prova il desiderio irrefrenabile di percuoterti con codesto bastone fino a lasciarti a terra insanguinato; e perché non dovrei cedere al disiro, che sicuramente mi è stato messo in core da Iddio in persona?”
Ma il giovine si era dileguato, come fatto fosse stato di ombra e non di carne: perché altri non era che il demonio. Così Randazio riprese il cammino, fischiettando. Portandosi dietro, per prudenza, il randello.”

Si fa così

Fare ciò che è male in vista di un bene più grande è come volere andare all’inferno perché lì si risparmia sul riscaldamento.
Anzi, è esattamente la stessa cosa.

La gatta vagabonda

Vi ho già parlato della mia gatta, Birba, quella dolce assassina. Quando il tempo è bello se ne sta sul marciapiede, appena fuori dal portone, per ricevere le carezze dei passanti. Se non ne ha voglia si accoccola sulla cima di un muro o di un pilastro, occhieggiando gli eventuali uccellini o lucertole tanto stupidi da aggirarsi nei paraggi.
Mia moglie non sopporta quando fa così. Teme sempre che possa, in un accesso di idiozia felina, scendere nella strada e venire travolta da un’automobile. Il timore non è infondato: pur di farsi vedere, quell’esibizionista passeggia nel bel mezzo dell’asfalto, e più di una volta ho dovuto fare segno ai guidatori di rallentare, se non di fermarsi per permettere il transito della piccola belva. Che sa benissimo che le auto sono pericolose ma non tralascia occasione per pavoneggiarsi.

Per non parlare del riflesso pavloviano.

Sì perché, pur di evitare questi abbozzati tentativi di suicidio, la mia consorte non esita a ricorrere alla più vile corruzione. Corre a prendere le crocchettine buone, quelle fatte con filetto di panda cucinato dai migliori chef, e ne agita il pacchetto a mo’ di sonaglio per richiamare l’animale, lanciando nel frattempo accorati richiami. La bestiolina non cede subito: resiste, per far capire chi è la padrona, e cede solo nel finale, quando una fila delle suddette crocchette masterchef è stata lasciata a mo’ di sentiero fino alla porta di ingresso.

Così l’astuto felino sa che basta seguirci quando usciamo per far scattare la ricompensa. Prima di andare da qualche parte – a Messa, a comprare – ci si informa: dov’è la gatta? E quindi si scivola fuori con il passo felpato del commando. Inutile dire che spesso ci sgama, e inizia ad accompagnarci evitando destramente ogni tentativo di afferrarla.

Posso capire la curiosità di capire dove andiamo. Anche l’affetto, per starci vicino. Ma io ho l’impressione che si sia creata ormai una dipendenza: la ricompensa che dovrebbe servire a dissuaderla è divenuta essa stessa motivazione.
Meno male che gli esseri umani non sono così: quando gli si dà qualcosa perché evitino di fare ciò che è sbagliato, non accade mai che si mettano in torto per lucrare poi il premio; oppure che si convincano che stanno facendo bene, perché invece che puniti vengono esaltati.

Eh no, gli uomini e i gatti sono diversi. I gatti non sanno cosa sia il male.


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