Improbabile

Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio,
di quante ne siano sognate nella tua filosofia

Shakespeare, “Amleto”

A volte, se siamo fortunati e bene attenti, può capitare qualcosa per cui ci accorgiamo che l’universo è differente da quello che comunemente ci raccontano. Che c’è uno strato segreto, o forse neanche poi tanto tale: forse sarebbe meglio dire incompreso.

Mia moglie mi chiama, e mi dice: “Senti che cosa curiosa mi è capitata oggi. Ho scritto una e-mail per l’Australia chiedendo certe informazioni, e mi ha risposto, in italiano, la sola persona che ho conosciuto anni fa originaria di laggiù. Che combinazione!”
Io le replico: “Quando mi hai chiamato stavo proprio pensando alle probabilità, o meglio: alle improbabilità. Senti questa: qualche giorno fa trasmettono alla radio, mentre sono in auto, una canzone vecchia di quasi cinquant’anni. Non è la prima volta che l’ascolto, ma stavolta presto più attenzione. Ci sono alcune parole gergali in inglese, e mi dico: quando posso, ne cerco il testo. Arrivo a casa e dimentico di farlo. Oggi salgo in macchina, in un orario inconsueto per me, accendo la radio (su un canale diverso) e cosa sento? Qualcuno che legge e traduce il testo proprio di quella medesima canzone, spiegandone anche la storia. La tua combinazione è in fondo spiegabile, tu e lei lavorate nello stesso ambito, ma la mia? Quante probabilità ci sono che accadesse?”

Già, dovrete concordare anche voi. Non mi viene in mente nessuna spiegazione logica, solo spiegazioni illogiche.
Potrei narrare “coincidenze” altrettanto curiose, se non più strane ancora. Potrebbero essere proprio questo: solo coincidenze, seppure altamente improbabili. O potrebbero essere segni.
Di cosa?

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Identità

Un poliziotto diede di gomito all’altro. “Guarda quello”.
Un uomo stava disteso sul sedile del suo furgone. Un pezzo da museo, quel furgone. “Santo cielo, guarda quel ferrovecchio. Scommetto che non è neanche elettrico.”
“Elettrico? Quando è stato fabbricato non esistevano neanche, le auto elettriche”. Aggrottò la fronte. “Non rilevo il vit.”
“E questo è niente. Neanche il tipo dentro ha il wid”, ribatté l’altro. I due si guardarono. “O è uscito da una macchina del tempo, oppure è un illegale. Magari il furgone è rubato.”
“Rubato? Ma l’hai visto bene? E’ un rottame. No, dai retta, quella è preistoria, il vit non ce l’ha mai avuto”.
“Accosta il furgone”, disse l’altro poliziotto all’auto.
Il vecolo della polizia si affiancò silenziosamente al vecchio automezzo. Con un cenno d’intesa i due poliziotti scesero, la mano sulla fondina. Illuminarono con le torce l’interno del furgone. Un uomo, vestito con un giaccone, stava sdraiato sul sedile del guidatore, imbacuccato in una coperta. Sembrava dormisse. Uno dei poliziotti picchiettò sul vetro. L’uomo si riscosse, alzò gli occhi sorpreso, se li riparò dalla luce.
“Polizia, controllo. Scenda dal veicolo, per cortesia.”
Lentamente, goffamente, come fanno le persone appena svegliate, l’autista del furgone scese. Era male in arnese, la barba di un paio di settimane, gli occhi gonfi di sonno.
“Signore, non rilevo il suo wid”, disse il poliziotto. “Può darsi sia rotto. Può identificarsi?”
“Non è rotto. Non ho un wid”, borbottò l’uomo. Estrasse dal giaccone un vetusto portafoglio, e dal portafoglio tirò fuori una tessera. “Ecco i miei documenti”.
Uno dei due agenti con riluttanza allungò la mano e prese la tessera tra due dita guantate, come fosse qualcosa di immondo. “Romeo Kurtz”, lesse. “Lei lo sa che questo documento è scaduto da anni, vero?”
Kurtz alzò le spalle. “E’ parecchio che non scendo in città”.
“E’ al corrente che il furgone non ha un vit attivo? E’ contro la legge. Ogni veicolo circolante deve irradiare la sua identità.” Disse l’altro agente.
“Era il furgone dei miei vecchi. Lo uso poco, è vecchio, ma fa ancora quello che serve. Non ho i soldi per uno nuovo e, anche se li avessi, dalle mie parti non ci sono i cosi, i carica-come-si-chiama.”
“Anche il motore è illegale. Sarà almeno vent’anni che hanno bandito i veicoli a combustione.”
“Dalle città, non dalle mie parti.”
“Qui non siamo dalle sue parti. Ci sarà una multa da pagare. Le sarà rilasciato un permesso provvisorio di circolazione, ma deve portarlo via entro un giorno.”
“E chi riesce a muoverlo? Ho finito il gasolio. C’è una stazione di servizio qui vicino, ma non sono riuscito a farla funzionare. Sembrava rotta.”
Il poliziotto sbuffò. “Senza wid, dubito molto che riesca a fare rifornimento. Il vit identifica il veicolo, il wid la persona. Come fa la stazione a sapere che lei esiste, o che il suo veicolo esiste, se non riesce ad identificarla?”
“Ma io esisto. Sono qui”, disse Kurtz, toccandosi il petto. Martellò con le nocche la lamiera del furgone, traendone un suono sordo. “Anche lui esiste.”
“Ma per quale motivo non ha il wid? Motivi religiosi?” chiese l’agente.
“Oh, no. Non ho voglia di farmi iniettare quel coso nel cervello, tutto qui”.
“Ma non è nel cervello”, disse il poliziotto pazientemente. E’ dietro l’orecchio, e non è più grande di un granello di polvere. Certifica la sua identità, è sicuro, è efficiente.” Gesticolò verso la città. “Con il wid, basta guardare una persona per sapere come si chiama, come vuole essere chiamata, le sue preferenze, la professione, le cose che le importano. Io non conosco nessuno che non ce l’abbia. Come fa a fare tutto? Ad aprire casa, a connettersi, a fare la spesa?”
“Io vivo di quello che coltivo. Casa mia l’apro con la chiave e la maniglia, e quanto a connettermi, ne posso fare a meno.” Squadrò l’agente. “Non è che anche questo è diventato obbligatiorio?”
I due poliziotti si guardarono. “No, a dire la verità no. Ma è dato per scontato che uno ce l’abbia. Non si può fare niente, senza”.
L’uomo del furgone sbuffò. “Già, me ne sto accorgendo. Le porte dell’albergo non si sono aperte, e neanche c’era un campanello.”
“Poteva talcare all’impiegato… ma già, lei non è connesso”, disse pensoso un’agente. “Ma neanche il telefono ha?”
“No. I telefoni di oggi senza wid non si possono usare. Non sanno chi sei, non si accendono neanche.” Ancora una volta alzò le spalle. “Ne posso fare a meno”.
L’altro poliziotto corrugò la fronte. “Un attimo, sto parlando con la Centrale.”
“No, non ti ho mandato il suo wid perché non ce l’ha. Non basta lo scan DNA? Devi proprio avere un wid?”
“E che ne so come fai? Non c’è la procedura manuale?”
“Come, l’hanno tolta con l’ultimo update? Non c’è modo?”
“Va bene, ho capito. Lo portiamo lì.”
Sospirò. “Deve seguirci alla Centrale. C’è una macchina per identificarla, ma deve essere lì di persona. La usano per le wid contraffatte o illegali, sa.”
“Ma io ho un documento…”
“Ci segua, per favore, sull’auto.”
Salirono. “Alla Centrale”, disse l’agente. La macchina partì.
Stettero in silenzio per qualche minuto, mentre l’auto si destreggiava nel traffico. Poi finalmente uno degli agenti parlò. “Non si domanda perché ha potuto dormire tranquillo alla periferia di una grande città? Anche solo trent’anni fa sarebbe stato impossibile. Oggi, con il wid, il governo sa sempre in tempo reale dov’è e chi è ciascuna persona. Se qualcuno l’avesse molestata l’avremmo saputo, avremmo saputo chi era con certezza, e avremmo saputo dov’era adesso. Non c’è più criminalità, non ci sono più i reati premeditati, le rapine, i furti.” Si girò verso Kurtz. “Questa macchina si muove perché sa che sono io a dare gli ordini. La mia pistola spara solo se sono io a impugnarla. E poi salta fuori lei, senza un wid, come se fosse la cosa più normale del mondo.”
Kurtz si voltò verso di lui. “E’ davvero la cosa più normale del mondo. Siamo nati tutti senza wid.”
L’agente sbuffò. “Anche senza vestiti, se è per questo. Si chiama progresso.”
Arrivarono alla Centrale, e scesero dalla macchina. La porta non voleva saperne di aprirsi davanti a Kurtz, poiché non avendo un wid non si accorgeva di lui. Alla fine ce la fecero a farlo entrare, lo scortarono all’accettazione e lo lasciarono lì. I loro colleghi guardavano curiosi passare quell’umano muto, senza un volto, un’icona, una scritta che lo taggasse, che lo descrivesse, che spiegasse chi era e da dove veniva. Era una sensazione quasi oscena.
“Bene, è fatta”, disse un poliziotto all’altro. “Questa faccenda mi ha fatto venire il mal di testa. ”
“Scommetto che adesso vorresti essere quel tizio”, replicò il collega. “Senza un wid che dica dove sei, se stai lavorando o no, per poterti andare a svaccare da qualche parte.”
“Ssh, sei matto? Già il mese scorso mi hanno beccato per opinioni non corrette, vuoi farmi multare ancora?” Si passò le mani sulla faccia “Ma in fondo hai ragione. Sai, io penso che a quello manco gli daranno la multa. Senza vit e wid, come farebbe a pagarla? In galline?”
“Pare che alla fine poi vogliano renderlo obbligatorio, il wid, dall’anno prossimo.  Nessuno potrà più nascondersi. Non ci saranno più primitivi come quel Kurtz, finito”.
“Io ho finito il turno, invece. Ciao, ci vediamo.”
Uscì. “Ciao…”, fece per rispondergli, ma era già andato via. “Ciao… coso, accidenti, come si chiama?”

Tempo ristretto

Il sesso è il solo misticismo che il materialismo offre.
Malcom Muggeridge

Alice: “Quanto dura per sempre?”
Bianconiglio: “Talvolta, solo un secondo.”
Lewis Carroll

Il cristianesimo è, per definizione, l’eterno che si fa istante e dà al tempo degli uomini un valore eterno.
Senza quell’eterno, il tempo degli uomini è il solo tempo, l’istante la sua sola misura. Perché meravigliarsi se tutto crolla?
Quelli che non riconoscono, o non riconoscono più, l’eterno, possono solo ricercarlo in pelli giovani, nella fuga dal pensiero, in istanti di piacere che durano solo un istante.
Farebbero di tutto per procurarsela, questa piccola eternità, questi uomini dal tempo ristretto. E finisce tutto – perché, al di fuori dell’eterno, tutto finisce – in inganno, violenza e feci.

Solitudine

Non è la prima volta che trovo in un articolo di Stella Morabito, una commentatrice statunitense, alcuni spunti eccellenti per comprendere la realtà quotidiana. Non fa eccezione il suo ultimo dove parla degli “auto-suprematisti”: un termine che usa per descrivere quelle persone che posseggono una smodata sete di potere personale. Il buon vecchio peccato originale, aggiungo io: volere essere come Dio. O un pochino di più.
Un tempo li ho chiamati autoidolatri.

Questi assetati l’articolista li identifica soprattutto come appartenenti a quella sinistra USA (e non solo) che vorrebbe mettere il suo cappello su tutto, imponendo la propria agenda e zittendo ogni critica: vietato dissentire, se non si vuole essere distrutti socialmente. Il parlare liberamente, avere un’opinione differente da loro viene identificato come “odio”, in un rovesciamento orwelliano. Il “free speech” diventa “hate speech”.

Il punto su cui mi vorrei però soffermare è l’ultimo svolto dall’autrice: l’osservazione che l’autosuprematista ha come bersaglio privilegiato la distruzione di ogni legame.
Traduco direttamente:

“(…) Il tratto più distintivo (dell’autosuprematista) è il suo disprezzo per le forti relazioni interpersonali altrui. E’ un’attitudine che è fortemente anti-amicizia, anti-pensiero, e anti-conversazione. L’autosuprematista è costantemente impegnato nell’aggressione relazionale e nell’ingerenza. Questo comporta molti pettegolezzi, spargimento di letame e pugnalate alle spalle con l’espresso scopo di distruggere i rapporti. L’ostracismo (dell’avversario) è sempre la prima meta, e queste dinamiche di bullismo sono comuni nei sistemi socialisti.

La spinta a separare tra loro le persone come mezzo per guadagnare potere sulle vite altrui è anche la ragione per cui gli autosuprematisti cercano di distruggere quella cultura che valorizza le relazioni. Se vincono la loro guerra sulla famiglia, saranno in grado di controllare tutte le altre relazioni personali. Spingono per politiche che erodano i più intimi legami umani.

Per esempio, gli autosuprematisti sono grandi fan dell’aborto senza limiti. Questo intacca il legame madre-figlio sia per l’individuo che per la società nel suo complesso. Il passo successivo in questa erosione è l’infanticidio, che sta guadagnando oggi più ampio consenso. Un altra politica è il divorzio consensuale istantaneo, che corrode il legame moglie-marito.

Un’altra grossa istanza delle politiche sociali autosuprematiste è la promozione della cultura del sesso casuale. Esso non solo erode la reale intimità tra uomo e donna, ma anche i legami di fiducia e amicizia. Queste persone supportano anche politiche educative che minano l’autorità dei genitori e scalfiscono i legami familiari. L’attacco costante degli autosuprematisti alla dottrina della Chiesa corrode la coscienza del primo e ultimo rifugio di un essere umano: la relazione personale con Dio.

Alla fine, l’obbedienza al dettato del politicamente corretto e della politica identitaria è la strada verso un confino solitario per ognuno di noi. Quando ci limitiamo nella parola pubblica, limitiamo la nostra capacità di piena conversazione con gli altri. Diminuiamo la nostra capacità di forti relazioni personali. Di qui, l’epidemia odierna di solitudine.”

Solitudine. Questo il destino ultimo dell’uomo secondo questa dottrina che non esito a definire demoniaca. Dio è la relazione totale con il tutto, di ognuno siamo amici e fratelli perché condividiamo un unico Padre, un unico destino. Satana, per definizione, è chi rifiuta questo rapporto: il primo dei solitari, che cerca di trascinare tutti nella sua caduta. L’interesse del potere alla frammentazione completa dell’io, alla rottura di ogni legame, all’uomo solo e quindi dominabile, non ne è che una conseguenza. L’inferno non sono gli altri, ma la loro mancanza.

Un mazzo casuale

Le costanti fisiche del nostro universo sono calibrate esattamente per permettere la vita, la nostra vita, con una precisione incredibile. Basterebbe una variazione infinitesimale di una di esse per impedirci di esistere. Abbiamo vinto il primo premio in una lotteria cosmica o le cose stanno diversamente?
C’è qualcuno che, per spiegare questo fatto teorizza che le realtà siano infinite, ed in ognuna di esse quelle stesse costanti siano differenti; per una dimensione dove noi esistiamo ce ne sono innumerevoli parallele nelle quali la vita non potrebbe mai nascere. E’ la teoria del multiverso.
Altri sono più prosaici: è una coincidenza, è solamente un caso. Sì, abbiamo vinto la lotteria.

Pensiamo ad una ragazza che trovi sul suo tavolo, a San Valentino, uno stupendo mazzo di fiori. Questa ipotetica ragazza potrebbe dire: questi fiori non sono necessariamente per me, una in mezzo a miliardi di donne; probabilmente ognuna di esse ha ricevuto un mazzo simile; oppure ci sono infiniti universi nei quali il mazzo non l’ho ricevuto io ma qualcun’altra.
Potrebbe anche pensare: questo mazzo è qui per caso, si è materializzato sul tavolo, le molecole si sono sponteneamente composte in forma di rosa; o chi l’ha recapitato si è sbagliato; o anche, ho vinto un concorso il cui premio erano questi fiori, un concorso al quale non ho partecipato…

Oppure quella ragazza potrebbe dire: è stato Lui che l’ha messo lì, per me.
Ma per dirlo deve avere occhi aperti sulla realtà, e un cuore innamorato.

Minima immoralia

Un team di ricercatori di Oxford ha investigato le regole morali di diversi popoli di ogni parte del mondo e ha estratto quelle, a loro parere, comuni a tutti. Ne hanno identificate sette:
Aiuta la tua famiglia, aiuta il tuo gruppo, ritorna i favori, sii coraggioso, dà deferenza ai superiori, dividi le risorse in modo equo e rispetta la proprietà altrui.
Questi principi sono condivisi tra 60 culture diverse, e i ricercatori concludono che sono regole universali.

Se le paragoniamo con il decalogo biblico notiamo che i due insiemi sono sovrapposti solo in piccola parte. Non rubare, d’accordo, ma la Bibbia va più in là: invita a non desiderare la roba altrui, non solo a non prendersela. “Onorare i genitori” è diverso dalla deferenza per chi sta sopra di te associato a dare una mano alla famiglia. “Ama il prossimo tuo come te stesso” forse in antico poteva essere inteso come limitato al proprio gruppo ristretto, ma dopo Cristo non è più così. Tra le mancanze, “non uccidere” è quella maggiormente evidente: la vita umana, specie quella dell’estraneo, non è un valore da rispettare universalmente condiviso . E ovviamente non sono terreno comune gli atti impuri, il mentire e soprattutto l’amore a quel Dio che per i più è sconosciuto.

Forse questo potrebbe aprire gli occhi a chi si illude che il cristianesimo si possa abolire e l’etica possa rimanere in piedi lo stesso. Cari figlioletti di Kant no, non c’è fratellanza tra tutti gli uomini; no, estraneo, la tua vita non è importante, che tu sia di un altro continente, di un isolato più in là, troppo piccolo oppure troppo inutile; il mondo è dei coraggiosi e di chi sa imporre la sua volontà, a cui va data la deferenza, per poterli ingannare meglio e poi prenderne eventualmente il posto.

Una situazione che sembra l’immagine esatta di questo presente decristanizzato in cui viviamo. Senza un Dio, un padre comune che garantisca il nostro essere fratelli e la verità, la nostra esistenza è un gioco al massacro. Buonisti, dovete rassegnarvi. Se per voi Cristo è solo un saggio, o forse neanche quello, avete un solo modo per imporre quella vostra visione del mondo tanto caruccia a tutti.
Eliminare chi non è d’accordo.

Correzione

“Ho una lista di cose da fare. Tutte urgenti, tutte importanti. Ogni giorno mi scapicollo per finirle, per ultimarle. Una dopo l’altra le eseguo, le cancello dalla lista. Perché quando arriverò al fondo potrò finalmente cominciare a fare quello che più mi piace. Potrò vivere.
Ma, arrivato a quella che credevo l’ultima riga di quella lista, mi accorgo che nel frattempo di cose da fare se ne sono aggiunte altre. A volte sono poche, e mi dico, ce la faccio. In fretta eseguo, solo per scoprire che si sono raddoppiate.
Così vado avanti, rimandando, rimandando il momento in cui sarò libero. So che lo sarò, un giorno, anche se il tempo passa e passa, anche se sembra che in questo luogo il tempo non passi mai.”

Malacoda, il diavolo, terminò di leggere. “Va abbastanza”, disse all’anima davanti a lui. “Hai svolto il tuo compito, c’è solo bisogno ancora di qualche piccola correzione. Riscrivilo, prima di passare al lavoro seguente”.

Bucce

In troppi si aspettano di trovare la vita già sbucciata.

Ritorno al futuro

Non c’è più il futuro di una volta.
Sono abbastanza avanti con gli anni per ricordarmi di quando il futuro era una cosa luccicante, tecnologica, il posto dove tutti volevano andare. Si sarebbe arrivati per rimanere sulla Luna, su Marte, sui pianeti di mille stelle; avremmo corso sulle nostre macchine volanti in cieli limpidi, e robot amichevoli avrebbero svolto i compiti più gravosi.
Ma, come dicevo all’inizio, il futuro non è più quello di una volta.
La fantascienza è praticamente sparita dalle librerie. La possiamo trovare ancora al cinema, nelle serie TV o web; ma quello che ci viene offerto è, quasi sempre, un domani claustrofobico o terrificante. Mille e una fine del mondo, dagli asteroidi agli zombie. Non è più il tempo delle utopie, ma delle distopie. Si spera che quello che viene raccontato non possa, non debba accadere.

Forse è proprio questa la parola chiave: speranza. Cinquant’anni fa si sperava, si era quasi certi che quello che ci attendeva dietro l’angolo non potesse essere che un giorno migliore. Non avevamo conquistato i cieli? Le macchine non avevano quasi abolito la fatica? Non mancava molto al giorno in cui sarebbero stati banditi la fame, lo sfruttamento, le guerre. E ciò che avrebbe adempiuto questa promessa di prosperità e felicità non sarebbe stata una divinità, ma la Scienza. Figlia dell’uomo, sì, ma in qualche maniera trascendente ad essa: una entità mistica quasi coincidente con il Progresso, una dea che non poteva fallire, e non avrebbe fallito.

Poi gli anni sono trascorsi, e quelle promesse non sono state mantenute.
Sì, solchiamo i cieli, la vita è più facile e comoda di quanto non sia mai stata in nessuna epoca precedente. Ma dov’era quella felicità che ci era stata promessa?
La Scienza, intesa non come modo di investigare l’esistenza ma come idolo venerato, ha fallito. I suoi sacerdoti ci avevano illusi con false utopie.
Se togliamo la scienza dalla fantascienza, non rimane che la fantasia. Tolta la speranza in un futuro non rimane che un passato di terre mitiche, spade e dragoni. Se i vecchi dei sono ormai stati rinnegati, per il domani non resta che la disperazione di mille e una fine del mondo.

Accade sempre così con i falsi dei. Quando compaiono sembra debbano garantire la felicità. Illudono, ma non mantengono. E presto passano ad essere prima odiati, poi ignorati quando anche l’odio sembra troppo. C’è chi passa di entusiasmo in entusiasmo, di causa in causa, in perpetui divorzi e nuovi matrimoni, convinto o quantomeno speranzoso che la prossima sarà la volta buona. Ma i più smettono di credere. C’è chi trasgredisce per non pensare, finché la trasgressione non diventa la nuova norma; c’è chi non pensa, e basta, rinunciando a vivere, fino al letterale suicidio. E chi si abbandona al cinismo, troppo morto dentro per sperare ancora nella vita.

Eppure se qualcosa ci può insegnare il passato è che il futuro non è mai quello che ti aspetti. In quel Blade Runner di tanti anni fa ambientato nell’anno del nostro oggi ci sono androidi e macchine volanti, ma non cellulari: che il protagonista telefoni da una cabina pubblica è ai nostri occhi autentica fantascienza. Quale delle previsioni di trent’anni fa si è realizzata? Ciò che pensavamo dietro l’angolo continua a sfuggirci, come in una fuga di specchi; ma possediamo ciò che nessuno è riuscito ad indovinare.

Forse il problema non è che le promesse non si realizzano, ma che attendiamo le cose sbagliate. Non speriamo nelle cose giuste, abbiamo solo attese umane, e l’attesa spaventa i cuori.
E’ per questo che la speranza può sussistere solo se a garantirla vi è qualcosa al di fuori del mondo umano. Una speranza che non muore, questo è ciò che in fin dei conti desideriamo davvero. La materia stessa di cui è fatta la speranza.
Certo, chi vuole può bollarla come illusione. Qualcosa che davvero non esiste, la fantasia di esseri senza scopo. Gli altri, quelli che lo scopo ce l’hanno, che la speranza la conservano, possono continuare invece ad andare avanti. Perché finché c’è la speranza non ci si deve, non ci si può fermare.
Si ritorna al futuro.

La riscoperta del fuoco

“Nessuno ha mai detto, “Le cose sono perfette, inventiamo il fuoco.”
Fran Lebowitz

Si dice che la necessità aguzza l’ingegno. Aguzza anche la fame, e la punta delle frecce. Noi siamo nani seduti su divani costruiti da giganti. Se possiamo ignorare il pensiero dell’aldilà è perché non vediamo più i nostri coetanei morire, almeno finché non ci sediamo davanti alla tivù. Una vita lunga e agiata, perché persino i più poveri hanno lussi che i re dell’antichità si sognavano. Siamo l’equivalente di bimbi viziati che mamme troppo premurose hanno tenuto lontani dalla verità della vita, e che saranno divorati vivi nell’istante in cui metteranno il naso fuori dal nido.
Solo che oggigiorno si può vivere tutta la vita in quel nido, senza mai lasciarlo veramente, salvo per volare fuori dall’esistenza. E allora è un po’ tardi.

Si dice che le certezze siano crollate; non è così, semplicemente mancano di esercizio e non riescono a stare in piedi. Le certezze sono strumenti che abbiamo smesso di utilizzare perché non ce n’era più bisogno. Si vive lo stesso senza inferno, paradiso, bene, male, fedeltà, virtù. Senza realtà; tanto ci sono le app. Basta avere qualcuno che ti nutre, ti tiene caldo e asciutto e divertito. Non c’è necessità di inventare il fuoco, il tetto, la carbonara. Pigri e satolli a guardare Sanremo, come vacche di batteria, cosa importa dell’etica?

Finché un giorno crolla tutto il resto, e si scopre che le certezze erano le fondamenta senza le quali quella casa non sta in piedi e il fuoco non brucia. E allora benedette le persecuzioni, viva i cattivi governanti, i sacerdoti del nulla e le crisi, ciò che ci farà estinguere e ci farà risorgere quando, visto che le cose non saranno più perfette, tra le macerie del nido riscopriremo il fuoco, il suo calore.

Al bar dello sport

Sono stufo di questo sport dove gli arbitri sono tutti venduti, i tifosi di una e dell’altra squadra addirittura se ne vantano, o fingono di non vedere o inveiscono invano, perché il sistema non cambia. Sono stufo di rimpiangere i fuoriclasse di altri tempi, perché quelli attuali sono davvero pochini, se pure ci sono. Campioni di una stagione, scartine in quella dopo. Un tempo si faceva il tifo, si attendevano i risultati con trepidazione; ora non riesco più ad appassionarmi, perché ogni cosa mi sembra un teatrino dove tutto o quasi è già deciso. Invece che sfide vissute con vera convinzione, di quello che importa davvero, ci si perde in mille piccoli trofei inutili, in partite senza costrutto, una gran pantomima fatta per accalappiare il pubblico.
Non c’è entusiasmo, non c’è commozione, ci sono solo mille commentatori per ogni azione, diecimila vane moviole. Si discute di stranieri, di trasferimenti, di stipendi da favola, di mercato; ma dov’è ciò che un tempo ci faceva respirare, ci parlava al cuore, ci faceva muovere? L’ideale?
No, non riesco ad interessarmi davvero alla politica di oggi.

De parvulis

Era un tipo curioso. Lucio pensò che non l’avresti detto ebreo, anche se di quella gente lui non aveva che un’esperienza marginale. Curioso piccolo popolo, quello: fuggivano il contatto con gli stranieri, vestivano strano e mangiavano ancor più strano. Questo individuo invece non sembrava avere problemi a mangiare di tutto e a discorrere con quelli che loro chiamavano gentili, gli impuri. Probabilmente dipendeva dal fatto che, pur essendo stato educato nella loro strana Legge, non credeva alle stesse cose dei suoi compatrioti. Aveva questa idea folle che un certo predicatore messo a morte una trentina di anni prima fosse nientedimeno che un dio; fatto chiaramente impossibile, si diceva Lucio, perché che gli dei possano avere forma mortale è senza dubbio una leggenda priva di fondamento; e, anche fosse, perché dovrebbero permettere di essere uccisi addirittura in croce? Anche i fatti miracolosi che raccontava sembravano assolutamente assurdi. Eppure li narrava con tale sicurezza e tranquillità che talvolta il filosofo stesso era tentato di credergli.

Quel piccolo orientale era un uomo colto, di ottimo eloquio; Lucio l’aveva conosciuto a casa di Prisco, sempre pronto a cogliere quella che era la moda del momento. E sicuramente sulla bocca di tutti ora c’era questa strana religione con i suoi seguaci. Gente molto determinata, pronta a giustificare quella loro bislacca credenza con un impeto che trascendeva la normale decenza. Lucio non l’approvava certamente, ma era in una certa maniera ammirato della incrollabile certezza che dimostravano.

Aveva pensato che fosse solo l’ennesima religione orientale i cui riti promettevano fortuna e prosperità, ma dopo avere discusso a lungo con quell’ebreo adesso doveva ammettere che si trattava di qualcosa di molto più pericoloso. Questi avevano davvero la convinzione che non esistesse altro Dio al di fuori del loro, che non fosse lecito passare a questo o quell’altro rito o religione. Principio filosoficamente corretto, se davvero quel loro Dio fosse stato autentico; ma pericoloso per un Impero che aveva bisogno di tutto tranne che altre lotte. E’ per questo che quell’ebreo era a Roma agli arresti, accusato di irreligiosità; per questo gli occhi acuti del suo antico allievo Nerone erano già puntati su quel gruppuscolo potenzialmente sovversivo.
E questa anche la ragione per cui le conversazioni tra loro dovevano cessare. L’Imperatore non aspettava che un pretesto per sfogare la sua antipatia verso il suo vecchio maestro. Lucio non intendeva darglielo.

Ma era facile dimenticarsene mentre si discuteva così piacevolmente. Nonostante l’accento bizzarro quel particolare cittadino romano si faceva capire bene. Certo, ne aveva di idee strane. Tipo quella su cui dibattevano ora.

“Amico mio”, disse Lucio, “la pecora malata trova in fretta il coltello del pastore, prima che infetti tutto il gregge. I mostri, i bambini nati deformi, noi li anneghiamo. Un tempo si gettavano nei dirupi, oggi è il fiume che provvede a fare sparire il debole e lo sciancato. I cumuli di immondizia ne ospitano decine ogni giorno. Per quale motivo si dovrebbe permettere che essi vivano?”

“Perché sono anche loro persone, esseri umani come te e me”, rispose l’ebreo. “Voluti da Dio. Non è lecito all’uomo uccidere innocenti per una ragione futile o senza motivo.”
“Ma il motivo esiste!” Ribatté il romano. “Separare quanto è inutile da ciò che è utile. Questo è un atto di virtù, e tu sai che per me la virtù è il bene più grande.”
“Quale virtù nell’omicidio? Quando, camminando sulle rive del Tevere, vedi quei corpicini gettati ai corvi, non ti prende la tristezza per tante vite sprecate? Sono bambini, non rifiuti; eppure sono trattati come tali.”
Lucio scosse la testa canuta. “La vita non sempre va conservata: il bene, infatti, non consiste nel vivere, ma nel vivere bene. Perciò, il saggio vivrà quanto deve, non quanto può. Osserverà dove gli toccherà vivere, con chi, in che modo e che cosa dovrà fare. Egli bada sempre alla qualità della vita, non alla lunghezza. Questi figli indesiderati muoiono per la saggezza dei loro genitori, che piuttosto che condannarli ad una esistenza infelice li sopprimono prima che sia iniziata. Se fossero dei saggi e non dei piccoli anch’essi sarebbero d’accordo.”
“E allora perché si dibattono e piangono mentre li si soffoca, o li si annega, o si sfracella loro la testa? Loro vorrebbero vivere: la tua saggezza mi sembra più un cedere al proprio comodo ed evitare una bocca in più da sfamare.”
“Eppure è proprio questa la virtù che ci è stata tramandata dai nostri antenati. La vita dei bambini è in mano ai loro padri, che ne possono disporre finché essi non divengano a loro volta uomini. Aristotele invocava leggi perché a questi mostri non fosse concesso di vivere; persino le più remote tribù dai tempi più antichi , persino i cartaginesi e fenici vostri vicini si disfano dei bambini non voluti sacrificandoli nei loro tophet. E tu vorresti cambiare questa legge? Amico mio, se questo è ciò che vorreste per Roma allora potete anche fare subito i bagagli e tornare in Giudea. Questa usanza non attecchirà mai da noi.”
“Eppure nella nostra comunità non ci si libera dei figli esponendoli, anzi, c’è chi percorre le sponde dei fiumi e le discariche per cercare di salvare qualche piccolo abbandonato, che poi alleva come proprio.”
Seneca restò senza parole. “Dite che fate così? E una volta che sarete pieni di  – come vi chiamate – cristiani deformi, chi pensi che aderirà al vostro culto?” Rise, perplesso. “Non abortire i figli, questa è la vostra modernità. Io credo che Roma resterà invece con la tradizione. Tu valuti troppo la vita. La vita non è, infatti, uno di quei beni di cui nessuno ci può privare, quelli sono solo la saggezza e la virtù; la vita è piuttosto come la ricchezza, gli onori, gli affetti: uno di quei beni, dunque, che il saggio deve essere pronto a restituire, o a togliere, quando egli lo decida in piena ragione. E che ragione ci potrebbe essere per allevare orfani senza salute e nome, a scapito della salute dello Stato, che è sommo bene?”
Si alzò in piedi. “I bambini non sono che animaletti senza ragione o dignità, immondizia che può venire gettata. Quando Roma sarà piena d gente che raccoglierà quell’immondizia e la tratterà come tesoro prezioso invece di gettarla via, allora il tuo Dio avrà vinto, e Roma non sarà più. Ma questo non accadrà mai.”.  Sospirò. “Mi ha fatto piacere discorrere con te, ma adeso temo di doverti congedare. La sitazione politica si va scaldando: tanto non è bene che io sia visto in tua compagnia, che tu nella mia.”
Anche l’ebreo si alzò. “E’ stato piacevole discorrere con te, anche se non sono riuscito a convincerti, almeno per il momento. Se ti fa va, potremmo comunque scriverci talvolta.”
“Buona idea” disse il romano.
“Vale, Lucio Anneo Seneca.  Il Signore sia con te” salutò l’ebreo.
“Vale, Paolo. Spero che tu venga assolto dalle accuse e possa tornare nella tua terra”
Il piccolo ebreo sorrise. “Chissà cosa ci aspetta, Lucio. Ma non è ciò che è importante. Ciò che conta è che questo nuovo modo di vivere, questo Vangelo, giunga a tutti.”
Sorrise, di quei suoi strani dolci sorrisi. “E chissà, magari anche Roma si convertirà”, lo salutò, uscendo.

Gente che non è

Se fossimo ciò che dovremmo essere, saremmo santi
Se fossimo ciò che pensiamo di essere, saremmo dèi
Se fossimo ciò che diciamo di essere, saremmo affascinanti
Se fossimo ciò che siamo, saremmo autentici
Se fossimo, se soltanto fossimo

Tra Kamapuaʻa e Anubi

Sono in una sorta di chat con alcuni bestemmiatori seriali. Ogni volta che qualcosa va storto sono invocazioni alla divinità seguite o precedute da nomi animali. Dopo alcuni vani tentativi di richiamare ad un maggior rispetto mi sono rassegnato alle intemperanze verbali. Se uno non comprende il fastidio che possono dare certe pratiche non sarà certo un pistolotto moralistico a fargl cambiare idea; anzi, servirà piuttosto a rendere ancora più cattivo gli interventi, per pura malizia. Così ora mi sono risolto a ricorrere a strategie diverse.

Ad esempio suggerire che probabilmente, in un’ottica di mancanza di fortuna, paragonare il Dio creatore di tutte le cose ad un suino non è una buona tattica per ottenerne di più: o non esiste, e allora perchè insultare il nulla, o esiste, e allora in bocca al lupo per la tua arroganza. E anche se pensi che le probabilità siano maggiori sulla prima ipotesi, te la senti di scartare la seconda con assoluta certezza?

Altro argomento è che questo tipo di lamentele con il divino fanno somigliare molto a quel tipo umano noto come”bimbominkia”. Bambocci che si atteggiano a duri con parole sconce, ma che frignano per ogni contrattempo; l’antitesi di quel guerriero di un tempo che sopportava ogni rovescio in silenzio. Altro genere di eroi rispetto a quelli oggi in voga.

Sortisco qualche effetto? Boh. Così silenziosamente dico, per ogni bestemmia letta, una preghierina per il suo estensore. Dicendomi che per loro, di fede confusa o nulla, è come invocare Kamapuaʻa e Anubi, che quel nome di dio da loro urlato è solo quello un idolo incosciente. Ma che dolore per loro, bambini smarriti senza accorgersi di esserlo. Sì, potrei andarmene: ma chi resterebbe ad indicare il Dio vero?

Qualcuno

Dicono che contiamo solo se siamo qualcuno.
Io sono qualcuno, sono me stesso. E almeno fino ad uno so contare.

L’altalena

La macchinetta del caffè scoppiettava e ronzava e un rivolo di fumante sostanza scura scendeva nel bicchiere. Gli altri colleghi erano già rientrati al lavoro; solo Furio e Massimo continuavano a discutere. nel freddo del capannone.
Furio scosse la testa sconsolato. “Non capisco, proprio non capisco. Cinque anni fa ci hanno fatto fare tutti quei benedetti corsi su creatività, “pensare fuori dalla scatola”, innovazione. Non so quanto hanno speso. Ora, domani abbiamo l’audit per la certificazione, e ci hanno fatto tracciare sulle scrivanie con il nastro adesivo colorato il riquadro esatto dove deve essere messo il portamatite e il telefono. E guai ad avere un oggetto fuori posto. Il tempo sprecato era allora o adesso?”
Massimo sogghignò. “Hanno etichettato ogni cassetto e anche i cestini della carta straccia. Ma, se è solo per questo, cinque anni fa ci avevano separato in unità indipendenti per meglio sfruttare le nostre potenzialità. Oggi ci riuniscono in modo che possiamo collaborare tra noi per sfruttare meglio le nostre potenzialità.”
Furio contemplò pensoso il bicchierino con il cosiddetto caffé. “Se è solo per questo, anche dieci anni fa, prima di separarci, ci avevano unificato. Comincia a venirmi il dubbio che tutti questi manager con le loro ricette magiche per la produttività non sappiano poi davvero ciò che stanno facendo.”
Massimo sogghignò. “O forse lo sanno benissimo. E’ che il modo migliore per vendersi e nascondere i propri fallimenti è accusare la getione precedente. Poi promettere qualcosa di nuovo, l’opposto rispetto al prima fallimentare.” Bevve un sorso del suo caffè. “E’ come l’altalena: prima si va su da una parte, poi dall’altra. Ci si bilancia.”
Furio gettò il bicchierino vuoto nella spazzatura. “E nel frattempo noi si lavora comunque, barcamenandosi tra libertà e ordine. Siamo il fulcro, il punto fermo. Qualcuno deve pur mandare avanti la baracca, no?”

Ci han detto

Seguivamo Cristo.

Ci han detto che era follia farlo, che non eravamo aggiornati e socialmente utili; era il suo esempio da seguire, cioè aiutare  le persone.

Ci siamo messi ad aiutare le persone, seguendo l’esempio di Cristo. Ci hanno impedito di aiutare, perché ci ostinavamo a chiamare male il male e bene il bene, e così discriminavamo. Pensassimo a pregare, piuttosto.

Così abbiamo pregato, ma sono venuti a fermarci: chi non crede era provocato, non rispettavamo le sue idee, e creavamo divisione. Se proprio volete pregare, ci hanno detto, non fatelo in pubblico.

Così abbiamo pregato in privato, perché non si sapesse chi eravamo. Ma ormai chi eravamo loro lo sapevano, così ci sono venuti a prendere lo stesso.

Rapsodia per uomo solo

Quando, nel 1991, vidi per la prima volta il video “Show must go on” dei Queen, capii subito che c’era qualcosa di molto grave sotto.
“Lo spettacolo deve continuare” è quello che si dice quando un artista muore in scena, da Chaplin ai Pajacci di Pascarella. Quel video in cui i componenti della band non apparivano mai se non con frammenti di altri filmati voleva dire solo una cosa: qualcuno di loro non era più in condizione di apparire.
La conferma arrivò poco dopo, nel modo peggiore. Non una vera sorpresa, dato i tempi e la scandalosa fama di Freddy Mercury. Allora l’Aids non perdonava.

Al mio orecchio ormai venerando le canzoni del gruppo non sono invecchiate di un giorno. A quelli che hanno oggi la mia età di allora, con gusti musicali profondamente cambiati, non so cosa dicano. Ho discusso a lungo con mio figlio su “Bohemian Rhapsody”; così sono rimasto un poco sorpreso quando ha deciso di venire pure lui a vedere il film omonimo, che il cinema parrocchiale proiettava a due passi da noi. Normalmente non il genere di spettacolo che mi piace andare a vedere in sala – io sono un tipo da effetti speciali – ma questa volta era un’uscita con tutta la famiglia al completo.

Data la vita del protagonista, temevo molto l’usuale apologia di certi comportamenti. Sono felice di essermi sbagliato. La vicenda è trattata con mano ferma e discreta, attraverso accenni, sguardi, mosse che è difficile che il nostro sguardo smaliziato non colga ma che non cadono mai nella volgarità gratuita o insistita. Invece del trionfo dello stile di vita gay, quello che traspare è lo squallore e la solitudine di quel mondo, il vuoto e la violenza dei rapporti. Mercury ha un disperato bisogno di amore che si illude di trovare nelle lodi dei cortigiani e nel sesso sfrenato; ma neanche la droga e l’alcool bastano a cancellare la consapevolezza dell’inutilità del tentativo. Il cantante appare nel film come un egocentrico di smisurato talento, che si danna con le proprie mani perdendo per egoismo e lussuria tutti i veri rapporti; quella “famiglia” che si è negato e che sempre invoca. Ciò che avrebbe potuto salvarlo e a cui ritornerà quando, per dirlo con le parole del film, “avrà capito chi è”.

Forse non proprio uno spettacolo a cui portare i bambini, comunque; che, se non afferrano le sfumature, nella loro innocenza colgono ciò che a noi adulti appare ormai scontato. “Mamma, perché quei due maschi si baciano?” ha domandato ad alta voce una piccola in sala. Già, perché?

Ottima regia, ottimi attori somiglianti, per quanto possibile, agli originali. Le musiche? Quelle dei Queen, ovviamente. Difficile trovare di meglio.

Spiedini

Il governatore di New York Cuomo ha stabilito, per celebrare la nuova legge che consente tra l’altro l’aborto in alcuni casi fino alla nascita e la possibilità che a praticarlo siano anche non-dottori, che la cima dell’One World Trade Center sia illuminata di rosa.

Se avete gioito alla notizia, e tuttavia questa immagine vi fa impressione, dovreste chiedervi perché.

Qualcosa che ci sfugge

Due parole sulla genesi del racconto di ieri.
Pensando ai sottili getti letali che determinati oggetti cosmici possono per loro natura rilasciare avevo immaginato, già parecchio tempo fa, un racconto di fantascienza in cui un genocida professionista ne adopera uno per distruggere un pianeta. Come tante altre idee l’avevo messa da parte per altri giorni.
Poi ieri mi è capitato l’occhio su questo articolo che mi ha fatto fare un salto sulla sedia.
Quante probabilità ci sono davvero che i getti in uscita dal centro della nostra galassia puntino direttamente a noi, come questi ricercatori affermano? Per intenderci, sarebbe come se spediste una matita oltre Saturno e poi scopriste che quella matita così distante punta esattamente alla vostra fronte. Forse anche più improbabile.

Di fronte ad una scoperta del genere, ci sono solo tre possibilità.
La prima, si sono sbagliati. Non ci sarebbe da stupirsi o scandalizzarsi. La scienza avanza anche tramite errori.
La seconda, che si tratti davvero di una coincidenza incredibile.
Ma la ragione suggerisce una terza possibilità. Che questo allineamento abbia un qualche significato che a noi sfugge. Che sia altamente significativo per la nostra stessa esistenza, casuale o no. Non bisogna subito pensare alla mia ipotesi cinica e disperata: potrebbe essere il motivo stesso per cui esistiamo, potrebbe essere l’occhio di Dio su di noi. Un dono misterioso di cui non possediamo, ora, il senso.

Certo, ci hanno insegnato che non siamo niente di speciale nell’Universo e adesso ci troviamo inesplicabilmente al centro del riflettore cosmico. Qualcosa non torna.
Ma c’è molto altro che non torna, ci sono tante cose che ci dicono non contare niente e invece sono la struttura stessa della vita, e altre a cui è data la massima importanza che sono più vuote del vuoto tra i soli.
Sappiamo ancora così poco di chi siamo e dove siamo. La realtà, la verità ci parla con parole inattese. Teniamo gli occhi aperti, ma soprattutto il cuore.

E’ solo lavoro

Ztrickx – questo il mio nome, sebbene qui con nome io intenda una cosa molto diversa dal significato che voi umani comunemente date. La mia professione, sterminatore di alieni. Faccio parte di una razza molto antica e molto longeva, <K>. Io ho tre ANNI e mezzo. Ah, qui per ANNO indico l’anno convenzionale galattico, la rotazione completa del vostro pianeta intorno al centro della galassia. Duecentoventitre milioni di rotazioni dello stesso attorno al vostro sole, anni solari, ognuno. Sono di mezza età.

Questa la presentazione, arrivo al punto.

Vi sto chiamando perché vi devo delle scuse, e delle spiegazioni.
La mia razza non è sopravvissuta così a lungo – oltre quarant’ANNI- restando seduta sui drignith. Abbiamo capito molto presto che la sola garanzia di non essere spodestati nel nostro dominio da una razza intelligente più giovane ed aggressiva è assicurarsi di avere, per così dire, l’esclusiva. Ovvero, che non esistano razze intelligenti più giovani ed aggressive. Per essere più precisi, che non esistano razza intelligenti oltre la nostra. E’ la sopravvivenza del più adatto, cioè noi. Di fronte all’estinzione non c’è da scherzare. In altre parole, facciamo in modo che ciò che ci potrebbe infastidire, incomodare, disturbare, non abbia neanche a nascere. Preferiamo farlo mentre quelle future razze superiori non sono ancora, per così dire, venute al mondo; quando non sono che embrioni di ciò che potrebbero diventare. E’ più efficiente.

Poiché siete, moderatamente, intelligenti, avrete capito dove vado a parare.

Io non so se quando questo messaggio vi raggiungerà sarete in grado di riceverlo, o di comprenderlo. Io lo sto compilando poco più di un decimo di ANNO da quel momento, vale a dire ventiseimila dei vostri anni nel vostro passato. Nell’istante in cui lo redigo state usando strumenti di pietra e vivete in capanne; dato che fate parte del gruppo funzionale hkv, è probabile che nel tempo che ci metterà ad arrivare da voi dovreste aver sviluppato un’astronomia evoluta, la conoscenza del ptom e dell’interferometria. Se l’avete fatto, mi congratulo, perché capirete cosa sto per dirvi.

E’ estremamente poco pratico viaggiare tra le stelle, sapete, così se possibile noi <K> tendiamo ad usare mezzi alternativi e il minimo sforzo per sbrigare questo genere di affari. Da molto tempo ormai abbiamo abbandonato le orde di robot divoratori, le astronavi da battaglia, i missili antimateria ed anche il lancio di buchi neri o di stelle di neutroni, troppo lenti ed imprecisi. La soluzione che per gli ultimi vent’ANNI abbiamo utilizzato per la pianificazione cosmica è quella di redirigere il getto galattico.

Ormai, credo, vi sarete accorti che l’asse di rotazione del buco nero che sta al centro della vostra galassia punta esattamente verso di voi. Vi sarete forse chiesto il perché di questa impressionante coincidenza, la cui probabilità è così bassa da <basare il povcjk>; voi direste essere più improbabile di una vincita alla lotteria. Bene, sono stato io. E’ il mio lavoro. Come vi ho detto, sterminatore di alieni, cioè voi.

Come presumo saprete, lungo quell’asse il buco nero centrale emette un fascio di radiazioni estremamente potenti, oltre che materia prossima alla velocità della luce. Quando lo guardate state sbirciando direttamente dentro il buco della canna di un cannone puntato alla vostra testa. Se l’ho orientato esattamente, e se mi state ascoltando è così, Il fascio di cui vi parlavo dovrebbe raggiungervi con i suoi primi effetti poco dopo questa mia comunicazione. Semplice, pulito, economico. Non c’è modo, ormai, di fermare il vostro fato, l’operazione è stata decisa ed eseguita ventiseimila anni nel vostro passato. Non dobbiamo neanche vedervi morire.
Qualcuno potrebbe dire che sono un tiratore scelto, un cecchino che fa fuoco con la sua arma nel punto dove passerete di qui a duecentosessanta dei vostri secoli. Io preferisco considerarmi un dottore, un chirurgo che elimina dei grumi di materia che per errore potrebbero un giorno diventare senzienti. Lo so che adesso, o quando vi raggiungerà questo mio messaggio, siete come bambini nei nostri confronti; ma rimanete una possibile minaccia al nostro quieto vivere. E cosa c’è di più prezioso?

Non è la prima volta che il vostro pianeta è sottoposto alla nostra attenzione. La vita che alberga lì da voi è particolarmente resistente, poiché i precedenti interventi, poco più di un ANNO fa, hanno avuto un successo solo parziale. La civiltà che ospitava allora il vostro pianeta, di cui non so neanche se conosciate l’esistenza, è stata obliterata, ma alcuni organismi sono sopravvissuti all’estinzione di massa e hanno dato origine a voi. Per tale motivo sarà mia cura stavolta mantenere l’asse del buco nero orientato verso di voi per almeno un centomillesimo di ANNO, in modo da essere sicuri stavolta di sterilizzare completamente il vostro sistema solare.

Poiché è assurdo che abbiate già potuto sviluppare il cvughzum o la tecnologia del salto ptybach, ciò sarà certamente fatale per la vostra civiltà e la vostra stessa esistenza. Qualcuno lo potrebbe chiamare genocidio, noi preferiamo usare termini meno emotivi, come interruzione di evoluzione o raschiamento planetario. Soffrirete pochissimo, e spero concorderete con me come questa operazione sia inevitabile. In fondo, non potete essere definiti davvero senzienti. Sono spiacente, e onorato di avere diviso l’universo con voi, sia pure per così poco tempo.

Colgo l’occasione per farvi le mie condoglianze, sperando non me ne vogliate. E’ solo lavoro.
Distinti saluti, vostro
Ztrickx

Una polemica americana

Di questa polemica non è arrivata, che io sappia, eco in Italia. Forse perché è accaduta nel contorno di un avvenimento che per molti qui da noi non deve esistere: la Marcia per la Vita, l’annuale ritrovo a Washington di centinaia di migliaia di persone che protestano contro le leggi sull’aborto. Già, di solito non se ne parla da noi, se non per minimizzare, o strumentalizzare, o sbeffeggiare. Farlo vorrebbe dire suggerire che c’è gente, molta gente, per alcuni troppa, che non la pensa come la cultura dominante – almeno dominante il mondo dei media, se non altro quelli italiani. Ma tant’è.

Cos’è accaduto, dunque? Che sabato è cominciata a circolare in rete la notizia che un gruppo di liceali americani cattolici di ritorno dalla Marcia avevano aggredito e insultato un vecchio indiano, un veterano di guerra. La prova? Un breve filmato, dove si vedeva un ragazzino con un cappello trumpiano ghignare a pochi centimetri dal viso di un anziano pellirosse. Gli ha sbarrato la strada! E poi cantavano canti razzisti, “costruite quel muro”! Che vergogna!

Un coro unanime di condanne si era levato. Diocesi, sindaco e scuola avevano prese le distanze da quel comportamento irriguardoso. L’indiano si era lamentato “Ero lì per mettere pace, mi hanno assalito…”. Vergogna, vergogna e ancora vergogna. Il ragazzo e la sua famiglia, e anche un altro che non c’entrava niente, erano stati subissati di ingiurie, insulti, minacce, anche di morte.

Poi…
Poi erano cominciati ad arrivare gli altri filmati. Presi da altre angolazioni. Estesi a prima e dopo quel breve spezzone. E si era visto come quei ragazzini lì ad aspettare il loro autobus, e perciò impossibilitati ad andare  via, fossero stati aggrediti con pesantissimi insulti da alcuni adulti di un gruppo estremista. Per reazione avevano cominciato ad intonare canti collettivi della loro scuola, di quelli usati nelle partite: non cori razzisti. Di muri nessuna traccia. A questo punto era arrivato detto nativo americano, con telecamera al seguito che, fattosi largo in mezzo al gruppo, aveva cominciato a suonare il tamburello a pochi centimetri dalla faccia di uno di loro. Il quale aveva, con notevole autocontrollo, mantenuto la calma, e sopportato la provocazione con un sorriso, mentre i supporter del suonatore di tamburello invitavano in modo piuttosto acceso i ragazzi a tornarsene in Europa. Poi erano arrivati gli autobus, e i ragazzi se ne erano andati. Fine.

Uno dopo l’altro, coloro che avevano riversato sui ragazzini commenti ed apprezzamenti anche pesantissimi si sono dovuti scusare. Di fronte all’evidenza dei fatti, tutta la montatura si è sgonfiata, non senza seguito di polemiche e recriminazioni.

Potreste dire, e a noi che interessa una simile polemica americana? L’ho portata alla vostra attenzione proprio perché la distanza può aiutare a capire qualcosa di ciò che avviene non solo laggiù, ma ovunque.

Che rete e social media possono radunare in fretta una folla con i forconi. Come una volta la chiacchiera nel villaggio, ora nel villaggio globale.
Ma, nella stessa maniera, possono testimoniare quanto di vero c’è. Anche se può essere tardi per arrestare le teste più calde, per fermare il linciaggio.

Che si possono dare giudizi sui fatti,
Ma che questi giudizi, per essere giusti, detti fatti li devono conoscere tutti. La giustizia sommaria sottrae la ragione, e il conto non torna.

Che ci sono persone che, per portare avanti la loro agenda, non esitano a servirsi di ragazzi innocenti, distorcere il reale, incitare alla violenza verbale e fisica.
Ma che chi cade, imprudente, nella trappola, può avere la forza e il coraggio e l’onestà di scusarsi. Ammesso che le scuse siano sincere. Non tutti ci riescono: alcuni, pur di non ammetterlo, pontificano su come una differente inquadratura possa alterare la percezione.

E, l’insegnamento finale: anche se, come dice Peguy,

Una vita umana (…) non basta a conoscere l’uomo.
Tanto è grande. E tanto è piccolo.
Tanto è alto. E tanto è basso.

Una idea generale questo episodio ce la può dare. I ragazzini hanno insegnato a parecchi adulti. Evitiamo di cadere nelle stesse trappole.

Tentativi

Cento persone che si sussurrano un pettegolezzo non rendono quel pettegolezzo vero
Diecimila scienziati che sostengono una teoria non fanno sì che quella teoria sia dimostrata
Un milione di uomini che invocano una legge non la stabiliscono per questo giusta
Cento milioni di elettori che scelgono una parte politica non la rendono per questo la scelta migliore.

Non è il numero che decide del vero e del falso, del giusto o dell’ingiusto.
Il sentire comune, la scienza, la legislazione umana o la democrazia sono solo tentativi di comprensione, che per riuscire presuppongono conoscenza dei fatti, onestà intellettuale, corretto uso della ragione. Ma ciò che è vero è vero.

Se tutta l’umanità intera credesse una menzogna, non per questo essa diverrebbe verità.