La realtà dei fatti

Il 76,4% delle statistiche sono false o ingannevoli.

Quando, tanti secoli fa, gli umanisti cominciarono a mettere Dio ai bordi per esaltare l’Uomo, probabilmente non avevano capito dove si sarebbe finiti.
Dio è Verità, per definizione. L’Uomo, altrettanto per definizione, no. L’Uomo è limitato, ed è soggetto a quello che un tempo si chiamava peccato originale: il credersi Verità senza esserlo. Da questo fatto, che potrebbe sembrare astratto e lontano, un giochino da teologi, vengono in realtà tutti i nostri problemi.

Se mettiamo da parte la Verità assoluta, infatti, cadono tutte le garanzie che quello che ascoltiamo dalle altre persone sia il vero. Vuoi perché, essendo gli esseri umani finiti, la Verità tutta intera non la possiederanno mai tutta, ma solo in parte; vuoi perché, se la verità appartiene a me, perché non posso alterarla come voglio?

Lo vediamo bene; questo morbo mortale prende tutti, anche noi. Senza la verità, diventa impossibile fidarsi dell’altro. Si è ragionevolmene certi che cercherà di ingannarci per il suo tornaconto; sia politico, religioso, nostro parente. Senza la Verità assoluta, che non si ritiene più possibile, tutte le verità a partire dalle più grandi fino alle più piccole e quotidiane decadono, si sfaldano. Non c’è più una sola certezza che non sia messa in dubbio, per quanto evidente.

Se gli uomini mentono, l’unica cosa sensata sarebbe aggirarli, basarsi sulla realtà dei fatti; ma gli uomini senza verità hanno trovato il modo di corrompere pure quella che sembrava una sorgente inattaccabile, sostenendo che anche i fatti devono essere interpretati sulla base di una teoria umana. Niente è salvato da questa corruzione.

Se ogni cosa può essere menzogna, chi me lo fa fare di impegnarmi per la vita in qualsiasi cosa, dalla politica allo sposarsi? Se anche la libertà, l’amore, la giustizia ingannano, dove posso rivolgermi? Il dubbio e la sfiducia sono la normale condizione umana. Quanto sanno d’amaro.

Eppure di tanto in tanto vediamo per un instante baluginare qualcosa di vero. Qualcosa che non possiamo esserci immaginati, come un respiro di aria pulita in una torbida palude, come una fioca luce in una notte di nebbia.
E’ un’illusione, ci sussurra una voce maligna.
Ma non è più grande, non è più umano cercare quella luce, piuttosto di affondare?




Infettivo

Stupidità è sapere la verità, vedere la verità ma credere ancora nelle bugie. E ciò è più infettivo di ogni altra malattia.

Richard Feynman

Non mi viene in mente nessun altro periodo storico rispetto a oggi per cui questa frase di Feynman sia più azzeccata.

La Scala di Daphne

Se c’è una cosa che schifo sono gli uomini: quelle bestie pelose, piene di mani…
Daphne (Jack Lemmon), in “A qualcuno piace caldo”, 1959

Se domandi ad un adolescente la sua opinione su qualcosa che non gli è gradito, con una buona probabilità risponderà “mi fa schifo” (o una metafora dal medesimo senso, di solito comprendente riferimenti sessuali o escrementizi).

La difficoltà consiste nel capire quanto profondo sia, questo schifo. Ci sono degli schifi che sono recuperabili, altri irrimediabili. Per aiutarci nel difficile compito c’è la cosiddetta “scala di Daphne”, un ausilio per misurare quanto schifosa la cosa sia.

0 – Indifferenza. In realtà non mi fa né caldo né freddo.
1 – Non mi piace molto.
2 – Sgradevole, lieve disgusto. Se davvero devo…
3 – Non mi piace. Da evitare.
4 – Non mi piace per niente. Mi fa provare un lieve senso di nausea.
5 – Disgustoso. Nauseabondo.
6 – Mi dà fisicamente il voltastomaco. Preferisco girare alla larga.
7 – Potrei avvicinarmi solo dietro ricompensa. Mi fa stare male.
8 – Pagami molto se vuoi che lo accetti. Non lo sopporto proprio.
9 – Fammi fuggire. Accetterei solo l’unica alternativa fosse morire.
10 – Preferisco la morte. Davvero.

Lo schifo esiste. E’ tutto ciò che è opposto al nostro modo di essere. Se pensate che non ci dovrebbe fare schifo niente, che dovremmo farci piacere tutto, o non avete ben presente la natura umana o siete degli ipocriti: perché vi fa schifo chi prova schifo. Anche a Nostro Signore scribi e farisei non andavano proprio a genio. La Bibbia testimonia che lo schifo può essere anche divino.

Attenzione però a non esagerare. Nella scala di Daphne ci sono anche i valori negativi; ciò che è l’opposto dello schifo, ciò che piace, ciò che si ama. L’approccio corretto è valorizzarli. La penombra si capisce solo a partire dalla luce.
L’alternativa è fare la fine di Nietzsche,

Non l’odio, lo schifo ha insaziabilmente roso la mia vita!


Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1883/85

o del povero Pavese, che come ultima notazione del suo diario scrisse
“Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”,

e si suicidò. Decimo grado della scala di Daphne; un valore che mai dovremmo raggiungere guardando alla vita, perché ne è la negazione. Non c’è schifo che non abbia una sottile fessura che lascia passare la luce.

Disascalie

Stamattina ritorno a messa, dopo un anno e mezzo, nel vecchio santuario. Troppo piccola in tempi di pandemia, la chiesetta ora riapre per un paio di messe feriali alla settimana. Oggi era al massimo della capienza, una cinquantina di persone in regime di distanziamento.
Mentre la celebrazione procede, il mio sguardo si sofferma su una serie di nuovi pannelli. Non posso alzarmi a leggerli, ma immagino che illustrino le diverse tele presenti nell’edificio.

Quelle tele sono state dipinte, a spese dei committenti, per dire qualcosa. Gli affreschi che nel medioevo adornavano le chiese erano un catechismo dipinto sui muri; i quadri di anni più tardi sono spesso frutto di devozione a qualche santo, o il risultato di un voto fatto. E oggi? La triste normalità dell’arte contemporanea è l’essere decorativa, spesso meramente estetica, quasi sempre deprimente nella sua intellettuale semplicità ostentata.

Non me lo vedo, tra duecento anni, qualcuno mettere un cartello esplicativo su queste ultime opere umane. Saranno finite già da tempo nell’immondezzaio della storia. Però che malinconia pensare che ci sia bisogno di una didascalia per comprendere il tema dei dipinti antichi. E che tristezza che talvolta si entri nelle chiese solamente per guardare il genio guidato dalla fede del tempo che fu; per rimpiangere, quasi sempre inconsapevolmente, quell’arte e quella fede, senza riuscire a comprendere come i due fossero legati, senza capire cosa sia davvero ciò che oggi manca.

Le Bambole

Fu a settembre, durante quella settimana in cui il calore sembrava ancora quello d’agosto e il cielo era vuoto e limpido, che scoprirono il cimitero abusivo vicino a casa loro.

Fu la puzza. L’odore di marcio quasi insopportabile. In una buca dietro il boschetto qualcuno aveva buttato una dozzina di corpi. Il caldo aveva fatto il resto.
“Strano che si decompongano così”, disse la madre. “Non dovrebbero essere sintetici?”
“Non del tutto”, disse il padre. “Anzi, per la maggior parte sono fatti di materiale derivate da culture cellulari umane. Per questo andrebbero smaltiti come rifiuti speciali. Solo che costa un sacco”, aggiunse a bassa voce.

Non ci voleva, pensò. Proprio durante quella a lungo meditata passeggiata familiare doveva capitare una cosa del genere. Ma, apparentemente, nessuno di loro era toccato più di tanto da quella vista. Nonostante l’apparenza, non è che fossero davvero umani.

Gli androidi dentro la buca erano quasi tutti bambini. Era molto di moda comprare Bimbi Bambola. Le pubblicità erano convincenti: “Date un compagno di giochi ai vostri figli! Permettete loro di fare esperienze indimenticabili!” Con il crollo delle nascite e la pandemia che continuava senza sosta era la scelta ideale. Un partner per gli studi, immune dalle malattie, qualcuno che tenesse compagnia ai giovani nelle loro stanze solitarie, che li distraesse dall’onnipresente rete. Più reali del reale, dicevano gli slogan. E poi quel sottovoce, quell’ammiccare sottotraccia. Alla straordinaria somiglianza fisica con le persone organiche, fin nei minimi particolari. Fino a permettere tutte quelle esperienze che la crescente solitudine e l’isolamento impedivano. Che cosa servissero realmente quelle Bambole, quale il loro scopo primario, era chiaro a chiunque. Persino nei video pubblicitari sempre più spesso la Bambola era per mano o in braccio ad un adulto. Se volevi, avevano anche lo sguardo innocente.

Costose, ma neanche così tanto, neanche quell’ultimo modello appena acquistato. Peccato che durassero poco, che dopo due o tre anni fossero da buttare. Il padre guardò pensoso Tina e Roberto fermi sull’orlo della fossa colma di corpi immobili. Si chiese se avrebbe dovuto impedire loro di vedere quello scempio, ma non aveva molto senso. Le macchine non provavano sentimenti, né risentimento. Erano oggetti programmati, niente di più. Per il gioco, per la compagnia, per il piacere. Potevi parlarci e ti davano l’impressione di essere vivaci, intelligenti, ma era tutta un’illusione. I bambini d’oggi, poi, avevano imparato a non indulgere in sentimentalismi con delle Bambole. Le cambiavano troppo spesso.

Tina prese per mano Roberto. Lui era alto una spanna più di lei, che dall’aspetto gli era di un paio d’anni minore. La differenza d’età ideale, aveva pontificato il venditore. Tina era il prototipo della sorella minore, carina, vivace. “Su, non stare imbambolato a fissare quelle cose morte”, disse Tina a Roberto, aggricciando lievemente il perfetto labbro superiore. Roberto si riscosse, e si lasciò condurre via dalla fossa nauseabonda. Ridendo Tina sospinse il suo compagno avanti, verso il bosco. Prima di sparire dietro gli alberi si girò verso i due adulti e ammiccò in una smorfietta complice.

“Sta per succedere qualcosa, credo”, disse sottovoce la madre. Il padre annuì. “Finalmente”. Tacque. I due erano ormai nascosti dalla vegetazione. “Certo che… ti rendi conto? Negli ultimi sei mesi non aveva visto di persona praticamente nessuno della sua età. Nessuno. Credo che ora gli faccia schifo ogni contatto umano. Speriamo che con la Bambola si abitui…”
La madre sbuffò. “E’ per questo che l’abbiamo comperata. Perché faccia esperienza. Ai nostri tempi sì, chattavamo, ma di tanto in tanto ci trovavamo anche…”
“Noi ci siamo conosciuti di persona solo dopo tre mesi. Allora i lockdown duravano meno”, ricordò il padre. Lei rise. “Ma se non era per me, ancora chattavamo!”
Non si vedeva più nessuno, la campagna era vuota. Si sentiva solo il ronzio insistente delle mosche. L’attesa si prolungava. Si guardarono. “Che facciamo, aspettiamo o torniamo a casa?” chiese lui. “Potremmo andare a guardare”, ribatté lei maliziosa. Lui grugnì. “Ma se siamo usciti proprio per dare loro spazio…”

In quell’istante qualcosa si mosse sul sentiero. Era Tina, seguita a ruota da Roberto. Lei appariva furiosa.
“Bell’acquisto!” sibilò la ragazzina, inviperita. “Quel pezzo di metallo non ne vuole sapere. Dice che non si sente!”
I due adulti si guardarono. Poi guardarono Roberto. L’androide sembrava quasi imbarazzato; si muoveva a scatti, senza incontrare il loro sguardo.
“Difettoso”, sospirò il padre. Colto un sospetto, si girò verso la donna. “Non avrai per caso…”
Lei strinse le spalle. “Con me funzionava benissimo”. Lui scosse la testa, guardando verso la fossa sopra la quale aleggiavano sciami di mosche. “Speriamo che ci accettino la garanzia”.

Roba da uomini

Noi vecchi cattolici la domenica andiamo ancora a messa. Questa domenica il Vangelo era un passo famoso di Marco. Gesù che fa un sondaggio d’opinione sulla sua persona: “la gente, chi dice che io sia?”
Allora come adesso i sondaggi non rispecchiano la realtà, ma solo quello che pensa la gente su di essa. Per conoscere il reale occorre essere coinvolti con esso. La risposta corretta viene infatti da colui che più di ogni altro si è coinvolto con Cristo, Pietro.
Dagli altri Vangeli sappiamo che, per quella risposta, Gesù lo nomina Direttore Generale. E scatta il cambiamento.

Prima Pietro era solo un discepolo, uno che seguiva. Ora ha la responsabilità di mantenere un apparato, incrementare le presenze e l’indice di gradimento. Quando Cristo comincia a parlare del fatto che sarà perseguitato e ucciso esce fuori dai gangheri. Ma come, pensa, non si rende conto che sta facendo pessimo marketing? Chi vorrebbe stare vicino a uno che afferma che non solo non avrà successo, ma presto verrà fatto fuori dal potere? Va bene la storia della resurrezione, ma la gente arrivata a “sarà ucciso” è già sparita. Qui gli ascolti crollano, gli sponsor si dileguano, si rischia il flop. E lo fa presente a Gesù.

Pietro ha ragione. Ha ragione secondo la politica, secondo l’economia, e anche da punto di vista morale. Chi se ne va non segue più Cristo: un disastro. Come amministratore, come referente politico, come moralista Pietro fa bene a dirne quattro a Gesù. E’ profondamente umano fare ciò; secondo tutti gli schemi e i libri e i saggi e gli esperti è la cosa giusta da fare. Non si rischia l’intera operazione, mesi e mesi di faticoso cammino, di lavoro incessante, per quattro parole dette alla leggera.
Pietro ha ragione. Ogni uomo con la testa sulle spalle avrebbe fatto altrettanto.

Infatti cosa risponde Cristo? “Tu ragioni secondo gli uomini, non secondo Dio”.
Ed ecco il punto esplosivo. Quello che sappiamo, quello che diciamo, quello che pensiamo è roba da uomini. E’ ciò che va avanti con successo da migliaia di anni: nascondere ciò che non conviene, fosse anche la verità. Non dire quello che si pensa, perché può danneggiarci. Farsi furbi, insomma.
Conviene. Conviene tanto che seguire questa linea ci ha causato secoli di guerra e di violenza. Ha giustificato questa guerra, questa violenza, questa menzogna. Per un bene più grande, il nostro.

In questo episodio ci viene detto che il criterio di Dio è diverso. E’ un criterio in apparenza perdente, incomprensibile, difficile da mettere in pratica. Come potremmo conoscerlo, se siamo solo uomini e pensiamo idee di uomini, agiamo compiendo azioni di uomini? Cosa potremmo essere altro?

Tutto il cristianesimo è qui. Nella pretesa che ci sia un modo di fare le cose migliore che non quello degli uomini.

Sempre che quel modo sia davvero divino. Sempre che ci convenga. Tutto il nostro peccato, tutto il nostro essere uomini è qui.

Il pezzo riuscito

Non si può piacere a tutti. Non tutti quelli che ti ascoltano saranno d’accordo con te. Non tutti gradiranno quello che scrivi: il tuo post, il tuo commento, il tuo libro. Fossi il migliore scrittore della Terra. Anche se ricevi solo commenti positivi, non devi dimenticare che coloro ai quali non piace il genere, non piace quello che scrivi o come lo scrivi, o banalmente non piaci tu, non ti leggeranno e quindi neanche ti commenteranno.

Quanti capolavori sconosciuti ho visto, e quanto valgono poco certi successi. Sopravvive il più adatto, non il migliore. Non credo però che la riuscita di un post, di un blog, di un romanzo si possa misurare con il numero di lettori. C’è una storia da raccontare, ci sono confini da esplorare, e quel lavorio sottile ed infinito per mettere le parole in fila, dare loro senso, ritmo, bellezza. Talvolta mi commuovo, leggendo prose così belle da aggrovigliare il ventre, vorrei esserne capace. Cerco di capirle, cerco di imitarle, perché il bello si impara. Certi articoli sono come il suono del tamburo sul quale non puoi non ballare; alcuni libri sono un’altissima torre che ti fa vedere orizzonti lontani.

Quando guardo quello che faccio e dico, è imperfetto, ma c’è un pezzo di me dentro di esso, ecco, quello è un brano riuscito. Conterrà mille errori, mille volte ripenserò a come avrei potuto riscriverlo, farlo migliore; ma è musica e anima, e se qualcuno non lo leggerà, allora, cuore in pace; mi dispiace per lui, non sa cosa si perde.

Vecchi muri

Arriveranno, e getteranno una mano di calce sui vecchi muri.
Bisogna rinnovare, diranno. Non c’è spazio per il passato.

Ciò che c’è sotto non è sparito. E’ solo invisibile.
La calce che lo nasconde lo proteggerà dal tempo. Ma
Quando anni saranno passati, qualcuno ancora rammenterà
I vecchi muri? Mani staccheranno frammenti uno ad uno
Rivelando ciò che era nascosto. Gli occhi di nuovo vedranno,
Cosa vedranno? Un passato o presente che tempo non tocca?
Preservare non basta. Occorre amare.

“The Fall of Constantinople, 1454” (Artur Orlionov)

Il Covid e io – Il pass del vicino è sempre più verde

Alla fine, come narravo, anche il Covid ha deciso che ne aveva abbastanza di me.
Il ventunesimo giorno, nonostante fosse ormai più di una settimana che avevo completa assenza di sintomi e l’infiammazione fosse sparita, mia moglie ha preteso un tampone rapido per riammettermi a casa mia. Mi sono sottoposto di buon grado: l’ASL mi aveva ormai liberato, e la sevizia nasale ha certificato l’avvenuta guarigione. Il pomeriggio mi arriva un messaggio sul telefono: green pass disponibile per lo scaricamento. Oh, che efficienza, mi dico. Scarico, manco lo guardo e parto con tre settimane di ritardo per le agognate valli.

I camosci non mi hanno chiesto certificazioni. Non ho ancora capito se il mio fiato corto sui sentieri fosse dovuto alle conseguenze del morbo, alle tre settimane passate seduto ad una scrivania, al leggero sovrappeso della mia fascia lombare o ai miei anni che sono venti in più di vent’anni fa. Comunque, avendo scarpinato ogni giorno dai trecento ai mille metri di dislivello, del tutto infiacchito non sono.

Settimana montana terminata, porto tre giorni mia moglie al mare. La gente affolla le viuzze del borgo, perlopiù senza mascherina. Il green pass me lo chiede solo un ristorante, premurandosi di dire che non serve mostrarlo. L’idea che mi sono fatta è di un odio generale per il documento, l’insofferenza per qualcosa che si percepisce come un’invasiva interferenza burocratica senza un vero significato di protezione. Così, almeno, nei dialoghi da spiaggia orecchiati prendendo il sole. La gente non è, in generale, fessa.

Come avrete capito, io sono contrario. Mi sono chiesto se utilizzarlo, quel foglietto bianconero che mi sono conquistato via virus, o boicottarlo completamente. Alla fine ho deciso che l’avrei usato: non è immorale, è solo la forzatura di innominabili interessi, credo ben poco nobili. Il balzello dell’imperatore. Esprimendo però come faccio il mio disaccordo, e augurandomi che alla prossime elezioni (se mai ci saranno) chiunque l’abbia sostenuto sia spedito così lontano che non possa tornare qualsivoglia green pass possa mostrare. Come, a sentire i discorsi della gente, sembra probabile.

La sera dell’ultimo giorno decido di visitare una mostra – perennemente deserta – accessibile solo con il famigerato documento. Ma qulcosa va storto: il sistema non lo riconosce come valido. Mi ritiro imbarazzato.
Ci metto un po’ a capire come mai. Il green pass che mi hanno mandato non è quello di fine Covid, ma del tampone rapido, durata due giorni. Mi maledico per non aver controllato. Va bene, ora si tratta di scaricare quello giusto.
Che non c’è. Dopo due settimane. Il mio medico è in vacanza, l’ASL non risponde, e la claim che ho aperto sul sistema è la numero 3.178.382, il che è indicativo. Passano ancora diversi giorni prima che riesca ad azzeccare il giusto indirizzo telefonico e l’ora corretta a cui chiamare. Una gentile signora me lo sblocca nel giro di pochi secondi. La mia dottoressa, che aveva vanamente tentato pure lei per vie ufficiali e gerarchiche, si fa passare il numero perché “ce ne sono parecchi nelle stesse sue condizioni”.

Una parte del mio lavoro è assistere i problemi informatici sul campo. Conosco le difficoltà. Ma qui siamo di fronte ad uno Stato che, di fronte ad un obbligo imposto, non è capace di fornire ai suoi cittadini quello che lui stesso richiede, o anche solo chiare indicazioni, un modo di ottenere assistenza rapida, procedure non farraginose.

Non so cosa ne sarà del green pass nei prossimi giorni e mesi. La mia impressione è che il sistema collasserà di fronte alle sue contraddizioni, facendo la fine della in-famosa app immuni. Ma, chissà. In Cina la procedura sembra funzionare: se non obbedisci ti tagliano fuori dalla vita civile. Ti rieducano, se ti opponi, ed è ancora l’ipotesi migliore. Qui non ci siamo ancora.
Ancora.

Io e il Covid – Un ospite inatteso

Ringrazio tutti quelli di voi che mi hanno contattato preoccupati per il mio post di ieri. Rassicuratevi; scrivo a problema concluso da un pezzo.
In effetti, quando l’untrice familiare ha fatto ritorno con il suo regalo, mi stavo accingendo ad andare in vacanza; vacanza che, per le dinamiche familiari, si sarebbe svolta in gran parte in remote plaghe montane povere di contatti sociali. Così, quando una delle compagne di viaggio di mia figlia, dovendo fare un tampone si è scoperta positiva, mi son detto: alé, un tiro un gol. C’è sempre il piccolo particolare che sfugge anche alla più perfetta analisi; sempre presumiamo troppo. La realtà non la controlliamo mai perfettamente.

Di tutta la famiglia, solo io sono rimasto contagiato, probabilmente anche grazie alle drastiche misure d’isolamento che mia moglie ha subito messo in atto. Mia figlia ha sofferto per un paio di giorni di forti mal di testa e ha perduto per un po’ il senso del gusto; quanto a me, la settimana precedente avevo preso un raffreddore che mi aveva fatto star peggio.

Il terzo giorno dal ritorno di mia figlia non mi sentivo al massimo e mi sono detto: mi sa che ci siamo. Un tampone ha confermato il sospetto. Per i primi giorni ho avuto come unico sintomo poca febbre, ma mi trascinavo una tossettina da quel precedente raffreddore. Il mio medico era per tachipirina e vigile attesa, ma grazie a quella tosse sono riuscito a ottenere l’uso di un antiinfiammatorio più serio e dell’antibiotico. Una settimana più tardi sembrava proprio che andasse tutto bene: tosse sparita, febbre nulla, polmoni liberi, nessun sintomo significativo. Il decimo giorno però la febbre è improvvisamente ricomparsa, spingendosi fino a 38 e mezzo. C’era una lieve infiammazione polmonare: antibiotico e cortisone l’hanno presto fatta scomparire.
Il ventunesimo giorno un altro tampone rapido ha confermato che ero passato pressoché indenne – pianificazioni estive a parte – attraverso il Covid.

C’è da dire che da più di un anno io e la mia famiglia come prevenzione assumevamo regolarmente vitamine C, D e lattoferrina. Miei conoscenti sono morti, altri hanno vissuto giorni con la vita in bilico. Non sottovaluto le insidie, anche se uno pneumologo da trincea mi conferma che questa variante Delta è estremamente infettiva ma molto più debole. Ma in fin dei conti questo virus è quello che è: una malattia, una dei possibili modi in cui si può lasciare questa terra. Per quanto possiamo schivare i colpi, ce ne sarà sicuramente uno che porrà fine alla nostra esistenza. Non si può e non si deve vivere sotto la cappa perenne del terrore.

Non ho mai avuto realmente paura. Mi sono detto: andrà come deve andare. Forse per me, che penso che il nostro essere non sia limitato a questo mondo terreno, è più facile non farsi condizionare. Se non altro, l’incognita di quello che sarà ti obbliga a considerare la tua mortalità: quello che hai, quello che lasci, il tuo destino.

Mia moglie mi ha chiesto: a posteriori, sapendolo, ti saresti vaccinato? Devo dire che non ho saputo rispondere. Forse con il vaccino mi sarei negativizzato prima, o addirittura avrei evitato il contagio, limitando il disagio di vivere tre settimane in quattro metri quadri. Non ho modo di saperlo. Ora ho una immunità molto più forte di ogni inoculazione, nonostante quello che asserisce il governo. L’ho pagata, ma non così cara. Sarebbe potuta andare diversamente; ma questo vale per ogni momento della nostra vita.

Il Covid e io – La soluzione dell’ingegnere

Ho deciso di narrare un po’ più dettagliatamente il mio approccio al problema Covid e annessi, pur sapendo che probabilmente farò arrabbiare qualcuno.

Quando il vaccino si è reso disponibile per la mia fascia di età, mi sono posto la domanda se dovevo vaccinarmi.
Essendo io ingegnere, ho affrontato il caso come tale. Scientificamente, con cifre reali. Ovvero: il vaccino serve? Quanto serve? E’ sicuro? Quanto è sicuro?
Volevo capire se i rischi di vaccinarsi superassero i rischi di ammalarsi, con annesse e connesse tutte le altre considerazioni.

Così – era inizio estate – sono andato alla ricerca di dati. Innanzi tutto, davvero serve a prevenire il Covid? Sì, è stata la risposta, anche se non del tutto; però è innegabile che, se non conferisce una immunità totale, almeno ne riduce i nefasti effetti.
La seconda domanda era: è sicuro? E qui cominciano i guai. Perché purtroppo ormai si è capito che ha pesanti effetti collaterali, in alcuni casi anche fatali; anche se i temuti effetti a medio e lungo termine dopo nove mesi per fortuna non sembrano ancora essersi manifestati e si può usare un cauto ottimismo.

Quando ho fatto la mia analisi ancora molto non si sapeva. Ho usato quello che avevo. Allora si presumeva che l’estate 2020 sarebbe stata come quella 2021; se il Covid era quasi sparito allora, figurarsi quest’anno con tutti i vaccinati in più. Io poi avevo davanti un’estate praticamente monastica, da orso eremitico, ove il virus me lo sarei potuto pigliare al massimo da un camoscio.

Così ho rispolverato le mie nozioni di ricerca operativa, ho bilanciato e assegnato un peso a tutti i dati in mio possesso, tenendo conto della mia fascia di età, della mia salute generale, della mia predisposizione alle malattie respiratorie, del mio programma di prevenzione ormai più che annuale, di alcuni altri fattori. Ho fatto il calcolo.
Il risultato era marginalmente favorevole ad una non vaccinazione; data l’incidenza su di esso della probabilità di contrarre il morbo, se i contagi fossero ripresi quel risultato si sarebbe rovesciato. Così ho deciso di attendere settembre per vaccinarmi, quando si sarebbero avuti molti più dati sull’effettiva efficacia, effetti avversi e così via. Se il Covid sparisce nel frattempo, mi sono detto, meglio; tanto, le probabilità di prendermelo nel frattempo sono pressoché nulle.

Quando si fanno questo genere di calcoli, si deve avere presente che si sa operando su probabilità. Le chances di vincere al gratta e vinci sono bassissime, ma ciò non impedisce alla gente di giocare e talvolta vincere lo stesso. C’è sempre poi la possibilità di avere trascurato qualche fattore, ad esempio l’estrema virulenza della variante Delta che allora era ancora sconosciuta; c’è poi la famosa legge di Murphy.

Mia figlia è andata in viaggio di maturità con i compagni in Grecia; al ritorno, mi ha portato un souvenir. Sì, il Covid.

Il grumo pulsante che hai nel petto

Non guardando la televisione non so quanto la notizia abbia trovato spazio nei nostri tiggì, troppo impegnati a sostenere che chi si oppone al green pass è una specie di ibrido tra un talebano e un serial killer. Eppure a suo modo è una notizia importante: la Corte Suprema degli Stati Uniti non ha bloccato la legge del Texas che impedisce l’aborto quando si può udire il battito del cuore del bambino, cosa che normalmente accade intorno alla sesta settimana.

Non è certo la proibizione assoluta, ma è comunque qualcosa di significativo nell’America di Biden, la Presidenza americana più smaccatamente pro aborto di tutti i tempi. Se ci sono stati che consentono l’uccisione del nascituro fino al momento della nascita, e anche dopo, arriva un piccolo segnale di svolta proprio da quel Texas da cui prese il via il caso che segnò l’introduzione della pratica assassina, quel Roe vs Wade che oggi sappiamo artefatto.

Ovviamente le solite ideologie che fanno mostra di piangere per una farfalla morta ma di un essere umano fanno volentieri a meno, si sono immediatamente stracciate le vesti. I servi di Moloch hanno quasi il monopolio dell’informazione: è sempre istruttivo guardare l’odio digrignare i denti. Un indizio di quanto una certa posizione sia ideologica e menzognera è il modo in cui altera le parole per evitare di fare pensare la gente. Così il battito del cuore del bambino è stato definito ritmo cardiaco”, “un gruppo di cellule con attività elettrica”, “un grumo di cellule pulsanti”, “attività del polo cardiaco fetale”, “il pulsare di quello che diverrà poi il cuore del feto”.

Mi ricordo bene l’emozione di quando ascoltai per la prima volta il cuore di mio figlio che batteva, al frenetico ritmo doppio di quello di sua madre. Si può negare che quella sia vita, e che quello sia un cuore: se si ha nel petto un grumo di cellule troppo indurito per alimentare gli occhi e le orecchie che dovrebbero cogliere il vero.

Scuse supine

A cosa potremmo paragonare il nostro cuore? Ad una persona sdraiata sul divano, che cerca ogni scusa per non alzarsi e fare ciò che la ragione gli suggerisce dovrebbe.

Come siamo abili a giustificare i nostri errori, persino ai nostri stessi occhi. Ronza ignorata la voce inquietante del domani.

Il marziano allo stadio

Il marziano non arrivava da Marte. Il nome del suo mondo era decisamente più strano e impronunciabile, però ormai era uso comune chiamare così quelli della sua razza. Loro non vedevano ragione per offendersi, e i giornalisti per cambiare i titoli. Ormai la gente quasi non si voltava neanche più per strada, quando ne passava uno; si era abituata, come era accaduto per i turisti americani prima, cinesi poi. Questi marziani, statura e pelle verde a parte, non erano poi così differenti, e lasciavano mance migliori.

Marco accompagnò X’odd allo stadio. Il marziano aveva insistito, voleva comprendere meglio gli abitanti di questo pianeta. Le gare sportive lo rendevano perplesso: non ne capiva il senso. “Perché un essere dovrebbe trarre merito dall’essere più veloce o più forte?”, chiese alla sua guida mentre facevano il loro ingresso nelle tribune assolate. Marco si era trovato in difficoltà a rispondere. “Non si tratta solo di essere più forte e veloce, ma di allenamento e volontà.”
“Sì, ma poi?” Il naso, o quello che era, di X’odd vibrava.
“Poi, cosa?”
“Si sono allenati per sfruttare meglio il loro potenziale. Ma perché poi sfidarsi?” domandò il piccolo marziano.
“Per vedere chi è il migliore?” provò a suggerire Marco. X’odd lo guardò con quell’aria che aveva cominciato ad associare alla assoluta mancanza di comprensione. In ogni caso, adesso erano sugli spalti, e le gare erano in pieno svolgimento.
“Gli incarichi e i lavori vengono assegnati in base all’abilità mostrata? A quale compito vengono desinati corrono che corrono più velocemente?”
Marco si passò la mano sul mento. “Nessuno in particolare…”
X’odd si voltò verso di lui, senza dire parola, poi indicò coloro che li circondavano.
“Perché la gente sta urlando e agita quei tessuti colorati?” chiese l’extraterrestre alla sua guida.
“Sta facendo il tifo per la propria squadra”, replicò Marco.
“E perché?”
“Per incoraggiarli a vincere”, provò a rispondere il suo cicerone.
“L’esito non dovrebbe essere deciso dall’attitudine e dalle caratteristiche fisiche dei componenti delle varie squadre?” fece X’odd.
“Sì, ma è importante sostenere la propria squadra perché possa fare meglio”.
“Urlando?”
“Beh… sì”.
“Strano”. Il marziano inclinò la protuberanza a patata che era la sua testa. “Parli di propria squadra. Intendete dire che possedete quelle persone? Che sono schiavi oppure cloni, e le urla ordini?”
“Possedere… no, non in quel senso. Sono persone della nostra città. della nostra stessa nazione. Per questo vogliamo vincano”.
“Le conosci?” fece X’odd con curiosità.
“No, non direttamente…”
“Se vincono hai un guadagno?”
“No, questo no…”
“Allora non capisco, amico terrestre”.
Marco soffiò fuori il fiato. Difficile… “Quando vince qualcuno della tua nazione tu sei felice… perché è della tua nazione.”
X’odd considerò questa dichiarazione. “Ma sono terrestri anche loro, no? E non dite sempre che tutti gli esseri umani sono uguali, che gli stati e le frontiere sono entità fittizie, non esistono sessi e razze e tutti voi siete fratelli?”
Marco tossicchiò imbarazzato. “Beh, sì…”
“E allora perché non gioire chiunque di quegli esseri umani vinca?”
Marco si abbandonò sul sedile, esausto. “Sei proprio un marziano”.

Quando si viaggiava in autostop

Un tempo si faceva l’autostop.

Era il mezzo di spostamento preferito per chi era giovane e senza soldi. Il trucco era stare in un posto in cui le macchine andavano lente, perché chi ha voglia di fermarsi se sta correndo veloce? Sguardo supplicante, sorriso, e il passaggio lo ottenevi. Si trovava gente interessante, sia tra quelli che ti portavano che tra quelli che portavi. Una volta ho viaggiato così da una valle ben oltre Bolzano fino a Torino. Eravamo in due; ricordo che da Trento a Verona ci trasportarono due simpatici deltaplanisti dai baffi spioventi su un vecchio furgone. Sul cruscotto avevano un elmo da barbaro con tanto di corna bovine. Gente così.

Quando finalmente ebbi una macchina mia mi ripromisi che avrei sempre, se possibile, dato passaggi a chi li domandava. Ma gli autostoppisti si sono fatti sempre più rari; non so se in questo millennio ho trasportato qualcuno.

Perché sono spariti gli autostoppisti? Penso per lo stesso motivo per cui si accompagnano i bambini a scuola, mentre ai miei tempi andavamo da soli anche alle elementari, non si viaggia più in piedi nei rimorchi e ci si mette sempre la cintura di sicurezza. Ci sono cose pericolose, in giro. Meglio non fidarsi.
Non si vuole rischiare; non si capisce lo scopo di osare. Forse noi eravamo incoscienti, forse pensavamo che la vita fosse meglio viverla che guardarla scorrere.

Avevamo l’avventura; oh, l’avventura.

Essere

La fisica quantistica afferma che la natura delle particelle, ciò che sappiamo di esse, rimane indeterminata sino a quando queste non vengono misurate, sino a quando non hanno un osservatore. Difficile da spiegare, difficile da capire.
In fondo però noi uomini, fatti di quelle particelle e forse qualcosa in più, non siamo differenti.

Il nostro volto esiste davvero solo quando qualcuno lo guarda. L’altro è determinato da quello che vede tanto quanto noi stessi. Esistiamo perché siamo guardati; e quando ci guardiamo, quando ci specchiamo, cosa vediamo? Un rimbalzare infinito di quello che siamo e di quello che mostriamo, due immagini quasi mai coincidenti.

Può darsi che sia impossibile mostrare al mondo ciò che realmente siamo; perché neppure noi lo capiamo. Eppure come sarebbe bello semplicemente essere, senza indeterminazione, senza incertezza, sicuri della nostra posizione, della nostra velocità, di noi stessi.

Ci vorrebbe qualcuno che ci osservasse davvero, e non si distogliesse mai da noi, per potere essere unici, univoci, completi in esso. Dovremmo affidarci completamente a quello sguardo: eternamente amati per quello che siamo.

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Domani sera sarò a Giaveno; parlerò anche del mio libro, che dovreste però ormai avere letto tutti. Come, non ancora? Non rimanete indietro!

Le condizioni dell’amore

Se ami qualcosa, se ami qualcuno, quel qualcosa, quel qualcuno diventano importanti per te. Cosa significa importanti? Che tieni a loro più di quanto tu tenga a te stesso; ti importa di loro più di quanto ti importi altro, fosse pure quell’altro un bene prezioso, la libertà, la felicità, la vita.

Quanto ami qualcosa, quanto ami qualcuno, si vede nel momento della prova. Quando devi scegliere tra la tua idea e il presunto oggetto del tuo amore; tra la tua salute e il presunto oggetto del tuo amore; tra te stesso e il presunto oggetto del tuo amore. Ami la libertà più della vita, o la vita più della libertà? Ami qualcuno più della felicità, o la felicità più di qualcuno?

Se scegli altro, se metti condizioni, se poni in mezzo mille ragioni – che sono pur ragioni; ragionevoli; hanno una loro verità – potrai capire se davvero si tratta di amore. Se si tratta di amore, o di altro: convenienza, abitudine, illusione. Siamo abili a manipolare i nostri stessi pensieri fino a convincerci di ciò che non è.

Le condizioni dell’amore – se tu, se loro – sono la fune di salvataggio tessuta per evitare di cadere nell’abisso del proprio cuore. Sono la catena che evita che il nostro amore voli via. Sono la maschera dietro alla quale ci si nasconde quando ci si guarda allo specchio; quando gli altri ci guardano.

Com’è triste scoprire a cosa si tiene realmente. Spesso. Quasi sempre. Nonostante questo cuore che vorrebbe, davvero, amare senza condizioni.

Vittoria, o sconfitta

Sembrerebbe talvolta che il successo e l’insuccesso dipendano da piccoli particolari. Una intera spedizione olimpica dal reagire di un singolo neurone a un suono, il lavoro di anni ingarbugliato dall’imponderabile agitarsi di un alito di vento, dalla posizione di una zolla di terra. Se solo sapessimo separare il risultato finale, la sfolgorante vittoria o l’oscura sconfitta, dalla volontà, dalla tenacia, dal carattere, dalla perseveranza e dalle altre mille e mille cose che hanno contribuito e che si sono fermate un attimo prima, sospese all’intrecciarsi di eventi imprevedibili, forse gioiremmo di meno di gloria riflessa o non scuoteremmo il capo in cupa rassegnazione. Saremmo più consapevoli di cosa sia importante; in ultima analisi, di cosa significhi vivere.

Mens e corpore

In questi tempi di Olimpiadi e di pandemie, c’è una citazione che potrebbe venire alla mente.

Mens sana in corpore sano”

Peccato sia sbagliata o, meglio, incompleta. La citazione completa è questa:

Orandum est ut sit mens sana in corpore sano

Giovenale, Satire, X, 356

Che vuol dire, occorre pregare perché ci sia una mente sana in un corpo sano.
Non sarà sfuggito ai più come il senso, rispetto a quello che comunemente si intende, sia pressoché rovesciato.
Non basta avere un corpo sano per avere una mente sana, né viceversa. Occorre qualcosa di più, qualcosa che non dipende interamente da noi.
Ma di questi tempi si tende a dimenticarlo, non considerarlo, esattamente come quattro parole all’inizio di una citazione.

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Il blog da oggi entra in aggiornamento estivo, ovvero non più quotidiano ma quando si può. Potete ingannare il tempo d’attesa tra i post leggendo il mio libro, che potete ordinare ovunque. Vi assicuro che non ve ne pentirete.

Ricordo male

Sono abbastanza vecchio da ricordare quando bisognava abbattere tutti i muri, e costruire ponti. Sembra che chi ha abbattuto i muri si stia servendo delle macerie per costruirne altri di più alti e nuovi.

Sono abbastanza anziano da ricordare che le chiusure dovevano servire ad impedire che si saturassero gli ospedali. Gli ospedali sono vuoti, ma si parla sempre di chiusura.

Mi sembra che ci fossero giorni in cui l’emergenza era un fatto eccezionale e non sistemico. Ai tempi dell’antica Roma, per le emergenze si chiamavano i dittatori; che, finite, tornavano a casa. E se l’emergenza non finisce mai? Ma cos’è poi, un’emergenza?

La memoria mi fa riandare agli anni in cui la libertà di fare quello che si voleva era intoccabile. Chi era di quella convinzione adesso pare avere cambiato idea; ma solo per certe libertà, quelle degli altri.

Mi rammento ancora quando ciò che era vero era evidente, negare la realtà impensabile, seguire i fatti necessario. Ma può darsi che sia solo un falso ricordo, di un’età mitica che non è mai esistita.

Ricordo male, è passato troppo tempo da allora.

Non ci fidiamo

Vorrei partire, come ho fatto altre volte, da una vignetta di Calvin & Hobbes:

Calvin: “Questi sono tempi interessanti!”
“Non ci fidiamo del governo,
Non ci fidiamo del sistema legale,
Non ci fidiamo dei media, e
Non ci fidiamo gli uni degli altri!
Abbiamo minato tutta l’autorità, e con essa, le basi per rimpiazzarla!”
Hobbes: “Interessanti è un termine riduttivo”.
Calvin: “E’ come il sogno di un bambino di sei anni divenuto realtà!”


La mia osservazione è una domanda: cosa ci ha fatto perdere fiducia?

Io perdo fiducia in qualcuno quando quel qualcuno mi mente. Posso anche perdonarlo, ma non prenderò per vero niente di quello che mi dirà.
Quando non si riconosce più una volontà di verità, quando ci si sente ingannati, quando si viene trattati da idioti, allora non ci si fida.
Quando manca un terreno comune, una fratellanza, una sincerità, non c’è da fidarsi.
Voi vi fidate?

Finisco con un’ultima domanda: come si può tornare ad avere fiducia?

Precari

il post che ho scritto oggi spero non lo vedrete per un pezzo. E’ l’ultimo post di questo blog. E’ il post che mette le sedie sui tavoli e spegne le luci.
L’ho pubblicato; se non altero la data, si vedrà a fine anno. E’ come il manoscritto in cassaforte con l’ultima avventura del famoso detective.
Naturalmente io spero di spostarla, quella data. Ma chissà cosa può accadere. Mi sembrava giusto provvedere ad una conclusione per ogni eventualità, perché non posso certo illudermi di essere eterno, o che lo sia questo blog.
Anche il presumere che sarà pubblicato è presunzione, in fondo. E’ dare per scontato che wordpress continuerà ad ospitarmi, che i miei scritti non verranno vietati, che internet e la nostra civiltà continueranno ad esistere; e che ci sarà qualcuno che mi leggerà ancora.
In fondo tutta la nostra vita è basata sul fatto che tutto rimanga com’è. Che nessuna catastrofe ci colpirà.
La storia ci insegna che non è il caso. Forse è proprio questa l’illusione: la comodità di una esistenza senza scosse, quando siamo precari.
Ma anche il precario deve vivere l’oggi, e farlo pienamente, perché il tempo passato non torna.
Il post di oggi è concluso; pensiamo a quello di domani.

Il gigante nel cielo

Verso est, i giganti incombono sulle colline.
La loro testa tocca il cielo. La loro cima è spettinata dai raggi cosmici, ai confini della troposfera. Saranno alti dieci, dodici chilometri almeno. I loro piedi sono ribollenti vortici grigioazzurri. Non invidio chi stanno calpestando. Nei giorni scorsi hanno imperversato, martellando tetti e campagne con proiettili di ghiaccio grossi come palle di bombarda.
Sono cumulonembi; non vi inganni il loro aspetto di panna montata, la loro ira è terribile.

Mentre pedalo tranquillo per la strada attraverso le lunghe ombra della sera ogni tanto getto un’occhio verso di loro. Sono distanti, almeno trenta chilometri, forse più. Non che non possano correre veloci; qualche giorno fa, li guardavamo colorare d’argento colli distanti senza accorgerci di quanto rapidi avanzavano, finché ogni cosa intorno a noi ha preso a volare via in orizzontale.

Qualcosa attira la mia attenzione. Proprio sulla cima di quel colosso bianco, tra le bulbose protuberanze acquifere, c’è un oggetto inconsueto. Sembra un tratto verticale, solido, di colore nero. Un nero solido, non sfumato; come una torre di giaietto, una stele che a quella distanza deve essere alta centinaia di metri. A dieci chilometri d’altezza.
E’ come se per un istante la tempesta si sia socchiusa per farmi sbirciare il suo segreto. Mi fermo, perplesso. La forma dell’oggetto che spunta dalla nuvola non cambia. E’ qualcosa di impossibile. Un oggetto tra me e la nuvola? No, è ben alta nel cielo. Aereo? No, è troppo grande ed immobile. Un’ombra? Può darsi, ma nessuna altra ombra è così scura. Cerco inutilmente di cogliere dettagli, ma le nubi si stanno già richiudendo. Qualche istante e la torre nera viene ricoperta, sparisce alla vista.

Illusione ottica? Oh, quasi certamente. L’alternativa sarebbe pensare che nel cumulonembo ci fosse davvero qualcosa di nascosto: un’astronave gigantesca, o forse quei castelli delle fiabe, ricchi di tesori. E noi siamo adulti, non crediamo alle favole. Non più. Almeno, non a quelle che leggevamo da bambini.
Cosa c’era, però, nella nube?