Archivio dell'autore: Berlicche
Oltre
Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi.
Gv 1, 1-3
Una cosa è che la realtà sia conoscibile; un’altra è che TUTTA la realtà sia conoscibile.
Che una parte della realtà sia conoscibile è un dato di fatto. La conosciamo. Sappiamo dove abbiamo il naso.
La eventuale parte di realtà non conoscibile NON è oggetto di conoscenza. Non ne possiamo sapere niente. Ci è impossibile, per definizione. Possiamo cavillare sulla sua esistenza o sui suoi limiti, ma rimane al di fuori di ogni nostra possibilità di indagine.
Altro è ciò che è conoscibile ma che non conosciamo ancora, cioè il 99,99% e più di ciò che ci circonda. Include il contenuto delle tasche del mio vicino e la soluzione dell’ultimo teorema di Fermat. Potremmo conoscere queste cose, se andassimo dal vicino e gli chiedessimo di svuotarsi le tasche o potessimo chiedere a Fermat. Ovviamente quanto sopra include anche tutto quello di cui non c’importa niente di conoscere, come il verso dei pangolini nella stagione dell’amore. Siamo esseri finiti, non possiamo sapere tutto.
Da notare che la scienza stessa afferma che esistano cose che non possiamo conoscere, vedi alle voci Schrödinger e Gödel e tutto quello che non è da noi raggiungibile. E’ un problema? No. Sono, per così dire, inconoscibilità conosciute. Fanno parte del sistema. Non sono distacco dal reale, sono variabili di cui tenere conto. Tutt’altro è presumere realtà diverse e inimmaginabili.
Se una certa parte della realtà è inconoscibile, ciò presuppone che ci sia un ordine superiore alla realtà stessa a cui noi non possiamo accedere, che non possiamo sperimentare, che non possiamo neanche pensare. Una metarealtà; se vogliamo, una realtà soprannaturale. Soprannaturale significa esattamente questo, al di là della natura. Un materialista o uno scientista, non ammettendo il soprannaturale, deve assumere che quest’oltre non esista, che possiamo conoscere ogni cosa.
Il cattolicesimo, a differenza del materialismo, ha sempre sostenuto che esiste qualcosa di cui noi non possiamo attualmente fare esperienza diretta, il divino. Santo, sacro, significano appunto “separato”, ciò che in qualche maniera si stacca dal contingente e di cui possiamo solo constatare gli effetti.
Se esiste un Dio buono, creatore delle cose ma totalmente altro, inconoscibile direttamente, abbiamo solo due maniere per comprendere la Sua volontà: che Lui ce la comunichi, cioè si renda conoscibile, e studiare gli effetti del suo disegno sul mondo. La prima parte si è verificata con la venuta di Cristo; la seconda, con lo sviluppo della ricerca scientifica. La conoscibilità del reale ne è il presupposto. Come abbiamo visto l’altro giorno, anche che esista un bene e un vero.
Sono presupposti; se non ci fossero, tanto varrebbe starsene tutto il giorno a scrivere su internet commenti non veri e non buoni, cioè inutili e idioti. Perché a chi importa seguire ciò che è falso e non fa bene? Ma nel caso descritto non ci sarebbe neanche internet e probabilmente neanche noi. Noi che non sappiamo perché l’equivalenza di Eulero esista, perché pigreco valga 3,14 e non tre, perché l’Universo ci sia. Ma continuiamo a cercare, perché (anche se magari ce ne manca la consapevolezza) c’è un Mistero buono che ci attende.

Il naso
“Un bambino di cinque anni potrebbe capirlo. Manda qualcuno a prendere un bambino di cinque anni.”
Groucho Marx.
“Non sono certo che la realtà sia conoscibile”, disse l’uomo.
“Sai dove hai il tuo naso?”, chiese il bambino.
“Sì”, rispose quello.
“Allora la realtà è conoscibile, il resto sono seghe mentali”.

Effetto collaterale
E’ tipico del nostro tempo che (…) più siamo dubbiosi sul fatto di possedere qualche verità, più certi (apparentemente) siamo che possiamo insegnarla ai nostri figli.
G.K.Chesterton
Non credere in Dio ha effetti inattesi. Uno di questi è la morte della scienza.
Per fare scienza
- Devi credere che esista una cosa chiamata verità
- Che questa verità sia comprensibile
- Che sia un bene comprenderla
- Che esista una cosa chiama bene
e tutti questi requisiti non sono scienza. Sono requisiti metafisici.
Il pensiero ateo e agnostico, che in larga parte si basa proprio sul rifiuto di qualcuno se non tutti questi assiomi, può fare scienza solo ricusando se stesso. In altre parole autoingannandosi, portando avanti una finzione, un tradimento.
Quanto sopra è anche la ragione per cui la scienza è fiorita nel cristianesimo e non altrove. Che la realtà sia comprensibile, oggettiva e che sia un bene conoscerla è qualcosa che le altre religioni in larga parte rifiutano.
Chiaro? La stessa cosa si applica anche ad ambiti più piccoli, che so, ai commenti su questo blog. Se scrivi la tua opinione, stai enunciando quella che tu pensi sia una verità. Se non pensi che la verità esista, perché mi scrivi? Se lo pensi e allo stesso tempo sostieni che quello che scrivi sia vero, stai mentendo a te stesso. Se non pensi che quello che scrivi sia vero, stai mentendo a noi che ti leggiamo, ci stai facendo perdere tempo dietro ciò di cui neppure tu sei convinto. Chiarisciti la confusione. Vivere nella menzogna è un male. E questa è una verità.

Semi di storie
E’ la seconda volta che passo metà dell’inverno a leggere. Non libri, ma i loro semi.
Sono romanzi e racconti che scrittori, aspiranti e no, mandano a concorsi. Devo dire che, adesso, capisco un po’ meglio quei poveretti delle case editrici che fanno la cernita delle opere in arrivo. Immagino sia simile all’esperienza dei professori che leggono i temi dei loro allievi, domandandosi che razza di crimine hanno commesso nella vita precedente.
Viene da dire che il vecchio Theodore Sturgeon aveva ragione, il 90% di tutto è spazzatura. E lui stava parlando di quelli già scremati.
Mi sento, a questo punto, di dare qualche consiglio a chi vuole partecipare a qualche concorso letterario. Per il bene del mio io futuro, nel caso mi ritrovassi ancora a fare da selezionatore o giurato. Niente di esoterico, pura ragionevolezza data dall’esperienza.
1 -La base: per scrivere dovete avere letto. Non ci improvvisa scrittori avendo letto un libro o due. Neanche dieci. Più avete letto, e letto roba buona, meglio saprete fare. Si impara da chi sa scrivere. Individuate i migliori, provate a fare vostro il loro stile.
2- Leggere bene cosa è richiesto. Se il bando domanda una certa lunghezza minima o massima, state in quei parametri. Se vuole il titolo formattato così o cosà, fatelo. Se si chiede un’opera di fantascienza, non mandatene una fantasy.
3- Correzione ortografica. Ci sono programmi di ogni tipo per trovare errori. I refusi li fanno anche i professionisti, ma li eliminano prima. Chi vi legge e ne trova tre nei primi due capoversi si indispone alquanto.
4- Grammatica! Uso della punteggiatura, del dialogo, delle congiunzioni, lunghezza delle frasi, consistenza dei tempi. Sono il vostro biglietto da visita, non sbagliateli.
5- La storia. Dovete raccontare una storia, quindi dovete avere una storia da raccontare. Che deve avere un principio e una chiusura e deve condurre da qualche parte.
6- Magari la vostra storia può sembrarvi originale, ma tenete conto che può non esserlo per chi legge. Non fate versioni vostre di opere già viste. L’usato vale poco.
7- Lo stile. Deve essere scorrevole, facile da leggere. Non infarcite di termini astrusi, non ammucchiate nozioni senza né capo né coda magari copincollando da wiki. I nomi devono essere facili da ricordare, colpire la fantasia. Fate capire al lettore dove ci si trova, cosa si sta facendo, senza esagerare. Non descrivete, fate vedere.
8- I personaggi devono essere caratteristici, riconoscibili. Fateli esistere, fateli muovere, fateli parlare come fossero reali. Non troppo però, evitate i monologhi, non fate usare loro termini o frasi che nessuno utilizzerebbe. Cosa pensereste se uno che conoscete vi parlasse così? Un dialogo è una lotta verbale, fateli lottare.
9- Rileggetevi. Refusi ed errori sono sempre in agguato, anche alla decima volta. Dopo avere finito di scrivere, lasciate riposare per qualche giorno o più e poi rileggetevi ancora come fosse un’opera altrui. Se non vi piacete, probabilmente non piacerà neanche ad altri. Se vi piacete, potreste essere di parte e quindi
10- Date da leggere a qualcuno che vi darà un riscontro onesto, non un “oh è bellissimo” ma che può indicarvi cosa non va. Meglio se è un forte lettore, meglio se ne capisce di editing. Prendete per buono quanto vi dice, vi aiuterà a migliorare. NB: oggi in rete vi sono un sacco di video gratuiti che consigliano come evitare gli errori più comuni. Trovateli e guardateveli
Se c’è una cosa che fare il giurato mi ha insegnato è che spesso le persone hanno della stessa composizione opinioni molto diverse, ma le basi che ho elencato formano comunque una piattaforma abbastanza solida.
Non arrabbiatevi troppo se venite scartati. Potreste essere dei novelli Stephen King, il cui primo romanzo fu rifiutato innumerevoli volte per poi fare il botto quando lo aveva già cestinato; oppure, semplicemente, non siete ancora in gamba come speravate.
Io ho una certa esperienza e so di scrivere bene, ma so anche che posso scrivere meglio. Sono vent’anni che metto giù parole tutti i giorni. Come nello sport, nelle arti, in ogni lavoro, non basta l’attitudine, occorre esercizio, sacrificio, voglia di imparare. Non si finisce mai di perfezionarsi, di migliorare. Se si è, se si fa, i semi possono fiorire.

La normalità dei mostri
Nella loro corrispondenza Marx e Engels affermano di frequente che il terrore sarebbe stato indispensabile dopo avere ottenuto il potere, che… “Dopo essere andati al potere saremo considerati mostri, ma non può importarcene di meno”
Aleksandr Solženicyn
C’è una verità assai poco confortevole riguardo allo scandalo Epstein, per la mentalità comune.
Cioè che le persone coinvolte sono dei mostri solo nell’ambito di quella che è comunemente riferita come cristianità.
E’ solo con la morale cristiana che i bambini, le ragazze cessano di essere trastullo dei forti e dei potenti per diventare soggetti individuali, dotati di diritti. Nel mondo classico dei greci e dei romani avere minori come schiavi sessuali era la normalità. I padri potevano uccidere i figli fino alla loro raggiunta età adulta. L’unica protezione contro lo stupro era appartenere a qualcuno in grado di difendere.
La stessa cosa in tutto il mondo, dalla Cina alle americhe. Oggi, in certe regioni del mondo è ancora così.
La legge, la morale, o è garantita da una struttura di ordine superiore al singolo o si riduce a un rapporto di forza, alla volontà egoistica dell’individuo.
Questa entità superiore può essere anche un re, uno Stato, una filosofia di uomini. In questo caso essa avrà tutti i limiti e difetti degli uomini. Se non esiste niente dopo questa vita, nessuna minaccia potrà servire a impedire a chi pensa di poter sfuggire ai controlli di fare come più gli piace. Se posso risparmiare senza che nessuno mi multi, perché installare un soffitto ignifugo? A chi importa di ragazzini abusati se polizia e magistratura sono conniventi?
Lo scandalo di cui sopra ne é il migliore esempio. E’ figlio diretto di quella rivoluzione sessuale che sessant’anni fa ha cambiato la morale occidentale e le cui conseguenze continuano oggi. Improvvisamente, ciò che era proibito e disprezzato divenne accettabile, accettato, comune, bramato, obbligatorio. Tanti vi credettero, persino in ambiti che avrebbero dovuto fuggire l’inganno. L’ideologia del mondo è potente. Corrompe. Quando sono i potenti a goderne, vince l’impunità. In fondo sono loro che fanno le leggi, che dettano la morale.
Se, come ci si sente ripetere da secoli, il cristianesimo è barriera al progresso, allora si deve essere consci che abolendolo si ritorna ai tempi pagani. Alla normalità dei mostri che si annidano nel nostro profondo. Alle voglie dell’imperatore, che non avrà neanche più bisogno di nascondere.

Il deserto
La stanza non è molto grande. E’ impersonale, neutra, dalle luci smorzate. Da un lato una pesante porta di legno chiaro che dà all’esterno, dall’altra una a vetri oscurati da lunghe tende bianche. Parallelepipedi lignei servono da panche, lasciando libero solo un corridoio centrale largo poco più di quanto serva per lasciare passare il carrello con la bara.
Sopra la bara c’è un cuscino di fiori irto di rose rosse. L’inserviente ha spinto il carrello al centro, con lo stesso interesse e coinvolgimento emotivo di chi muove pacchi di pasta o bottiglie. E’ un lavoro, in fondo, anche spostare corpi morti.
In un silenzio imbarazzato Bocelli attacca un’Ave Maria. Con tutto il rispetto per il tenore, è come quelle statuine di plastica della Madonna che trovi sulle bancarelle. Perfette, sì, ma vuote. Riproduzioni di riproduzioni. Qualcosa manca.
La stessa cosa che manca in quella saletta.
La musica si spegne. Un impiegato declama una poesia di Dino Campana con tono lievemente enfatico, per ringraziare il defunto della sua vita terminata. Tutto come ci si aspetta, tutto come dovrebbe essere, tutto con quel sapore di artefatto che promana dalle produzioni in serie. I presenti ascoltano, il disagio visibile negli occhi, nelle mani.
Ultimo saluto, se si vuole si possono prendere le rose dal cuscino. “Se ne porto a casa una mia moglie me la dà in testa”, sussurro a mia madre. Lei annuisce, è d’accordo.
L’inserviente di prima spinge la bara oltre la porta a vetri, in un piccolo spazio contornato da quei tendaggi bianchi che sanno di mistico, che nascondono la brutalità pratica di quanto si trova al di là di essi. Diventerà cenere.
La porta che conduce all’esterno si riapre. C’è qualche lacrima. La sala rimane vuota.
La saletta del tempio crematorio, un tempio a nessun dio, al soffio gelido del nulla. All’arido deserto della mancanza di senso che si stende infinito e morto sotto un cielo buio e senza stelle. Alla breve illusione di un ricordo destinato presto a spegnersi, che finge un richiamo a un oltre negato. Il cuore urla, “Non è così”, inascoltato.
Fuori si parla di tutto. Si cerca già di dimenticare.

Il riassunto dell’Universo
Gli uomini non dovrebbero pensare troppo.
Sì, d’accordo, il pensiero è quello che ci distingue dagli animali. Il problema sorge quando ci affidiamo al nostro pensiero per interpretare la realtà.
Siamo esseri limitati, non siamo in grado di afferrarla completamente. Quindi per aiutarci, ci aiutiamo con dei modelli.
I modelli semplificano le cose. Le rendono più facilmente intuibili, perché sostituiscono la complessità dei fenomeni con una loro possibile spiegazione. Il bignami del cosmo, il riassunto dell’Universo. Anche se non capiamo tutto fino in fondo ci affidiamo a queste idee, platonicamente intese, che descrivono il funzionamento di quanto ci circonda.
Il guaio è che i modelli sono modelli, non sono la realtà. E’ come leggere wiki su un argomento e pretendere di conoscerlo meglio di chi ci ha speso una vita sopra. E’ usare l’AI per avere risposte. Le cosiddette Intelligenze Artificiali sono proprio questo: non interrogano la realtà, riassumono cosa pensa chi presume di averla capita. E’ per questo che, nelle immagini generate da questi algoritmi, non era raro trovare dita in più, braccia che sparivano, gambe che apparivano. L’AI non ha conoscenza della realtà, non sa capire cosa sta rappresentando, sta solo fornendo l’inviluppo probabilistico di immagini che non comprende. Se nelle più recenti questo è meno evidente è solo perché l’algoritmo è stato raffinato, il metodo sottostante rimane.
Un esempio storico eclatante è Galileo. Lo scienziato pisano si mette in testa che il modello cosmico che pone la Terra al centro sia sbagliato, è sicuro che vi sia invece il Sole. Peccato che i conti non tornino. Il suo modello non fornisce posizioni dei pianeti più precise di quelle di Tolomeo. Perché? Perché Galileo si ostina a pensare in modo platonico: cioè che le orbite dei pianeti siano cerchi perfetti. Non prende in considerazione la teoria di Keplero, che le pensava giustamente ellittiche. E’ ancora prigioniero di quegli schemi che lui pur cerca di rompere.
A proposito di schemi celesti, quelli che siete abituati a considerare, che vengono insegnati a scuola, il geocentrico e quello eliocentrico, sono assai semplificati. Quelli reali usati dagli astronomi del tempo erano decisamente più complicati, con eccentrici ed epicicli ed equanti. Ne avete sentito parlare? No? Per parlare di astronomia antica anche voi avete usato un modello.
Ho portato un esempio astronomico, ma ce ne sono innumerevoli in tutti i campi. Nella medicina. Nella fisica. Nell’economia. Nella religione, sì, anche lì. Nella politica, come ci hanno insegnato bene le ideologie dei secoli scorsi. O almeno avrebbero dovuto farlo, se anche questo non fosse stato ridotto a modello. Il fascismo ha fallito perché era fascismo, il comunismo perché era comunismo, quindi dagli al fascista, dagli al comunista, noi non siamo come loro, quindi non possiamo sbagliare. No, hanno fallito perché erano idee distaccate dal reale. Un distacco mortale.
Se il modello non descrive la realtà, tanto peggio per la realtà. Questa è l’ideologia. Può diventare anche il motto di chi la combatte.
L’unico modo per evitare di esser prigionieri dei propri modelli è osservare la realtà. Farsi insegnare da essa cos’è vero e cosa no. Mettere alla prova le proprie convinzioni alla luce dell’esperienza, senza dare ad esse più importanza di quello che si deve concedere a un utile strumento. Tenendo bene a mente che anche i nostri criteri di interpretazione possono essere ideologici. Che quasi certamente lo sono perché, dopotutto, siamo umani,
In altre parole, fare quello che Cristo raccomandava ai suoi discepoli, il distacco dal mondo delle opinioni comuni, troppo spesso forgiate dai potenti a loro uso.
“Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio“, diceva Paolo nella lettera ai Romani poco meno di due millenni fa. Ecco.
L’Universo è più grande di un riassunto.

Giorni migliori
Possiamo, per favore, far finta che l’ultimo decennio di film e spettacoli televisivi non esista? Immaginarci un salto temporale, un’amnesia collettiva che faccia dimenticare quanto è stato proiettato o trasmesso? Perché mi sembra che buona parte di queste opere sia stato un tentativo più o meno velato di distruggere tutto ciò che di buono e bello era stato fatto prima.
Mi limito ad alcuni esempi. Star wars ha plasmato, in qualche maniera, la mia giovinezza e non solo la mia, un riferimento culturale per almeno una generazione. Se i prequel, episodi 1, 2 e 3, già avevano incrinato quella fede, la trilogia finale l’ha affossata. Si salvava ancora qualcosa, Rogue One, Mandalorian prima stagione. Ma l’ultimo show, The Acolyte, beh…
La nuova serie di Star Trek, Starfleet academy, sembra avviata sulla stessa china. O meglio abisso, a guardare le recensioni.
Potrei andare avanti. Indiana Jones. Doctor Who. Witcher. L’universo Marvel. I cartoni Disney. Perfino Tolkien, hanno cercato di far fuori, andate avanti voi. Sembra quasi ci sia un gusto perverso nel rovinare i bei ricordi, le interpretazioni eccezionali, i capolavori. Non penso sia solo incapacità e mancanza di fantasia. Non è omicidio colposo, è premeditato.
Certo, lo so bene, fare un seguito è complicato, specie di qualcosa che è una pietra miliare fissata nel cuore di tante persone. Però non è impossibile addirittura migliorarsi, potrei citare il Padrino o i primi due Guerre Stellari. Ma qui si tratta di qualcosa di più profondo di una seconda puntata mal pensata o arrabattata in cerca di soldi facili.
Si potrebbe affermare che la mia sia nostalgia da boomer, ubbie di un fragile bianco arrabbiato e odiatore. Ma lo stravolgimento del cosiddetto “canone”, del testo originale, è palese, giunge in alcuni casi fino al rovesciamento completo. La trama è spesso penosa, i dialoghi improbabili, i personaggi sgradevoli fino a diventare macchiette dell’originale. Paragonate Crudelia Demon, l’inequivocabile cattivissima della Carica dei 101, con il suo omonimo film. Lei è solo traumatizzata, i cattivi sono i dalmata. Biancaneve, signori, Biancaneve. Galadriel. Il povero imbolsito Indiana. Più che amore verso gli originali, pare si sia mossi dall’odio ai medesimi.
Colpiscono alcune similarità tra i titoli sotto accusa. Ad esempio, che i critici “ufficiali” lodino o limitino la stroncatura. In alcuni casi le stellette da loro attribuite sono il doppio o più di quelle del pubblico che alla fine fugge. Non credo sia casuale lo scollamento, perché di fatto critici, registi, produttori e attori condividono quasi sempre una cultura comune, quel “woke” che ha firmato tutti questi irricevibili sequel. Nel giro, tiri dentro quelli che la pensano come te. Forse il problema principale è proprio questo: una ideologia che si autoalimenta e si è distaccata dalla realtà delle persone. Non è un ragionamento solo mio, è un’analisi che spesso ho ritrovato nei commentatori più consapevoli. Persino in South Park, tanto per dire.
La soluzione, temo sia quella che suggerivo all’inizio, in attesa di giorni migliori. La cricca di cui sopra sta ormai affondando sotto il peso dei suoi fallimenti. A guardarli e a trovarli piacevoli ormai sono i soli Guidobaldo Maria Riccardelli di fantozziana memoria. Il resto del pubblico cita il famoso commento del protagonista sulla corazzata e passa ad altro.

Memorie
Il cielo cerca di farmi dimenticare che è ancora inverno. Torno verso casa portando il poco pane per il finesettimana.
Passo accanto alle mie vecchie scuole. L’aula di prima elementare, ricavate dalle stalle dell’antico castello, con le mura di mattoni spesse un metro; quelle di classi successive, in pesante ristrutturazione. Lì andavo in palestra, su per quelle scale c’era l’ufficio del preside. In quello spiazzo ora ingombro di travi lasciavo la bicicletta, una pesantissima graziella, quante volte la trovai smontata. Chissà che fine ha fatto la mia maestra, da mezzo secolo non so più niente di lei. Quel suo bambino di poco più giovane di me, dove sarà ora.
Sulle pietre del vialetto camminano fantasmi, spettri infestano quelle mura. L’aria assume il colore di bambini che corrono, più inconsistenti del fumo, verso il loro futuro che è anche il mio, verso il mio passato che è anche il loro.
Quelli che ancora vedo, grigi pure loro. Quelli che non ho più rivisto, quelli che non rivedrò più.
Proseguo andando incontro al presente con gli altri passanti forse, come me, schiacciati sotto il peso di impalpabili memorie.

Soddisfazione divina
Dio era soddisfatto di se stesso. Finalmente, la società umana era molto più sicura e pacifica. Non vi era di fatto più nessuno che praticasse il male. Ci aveva messo un po’ forse troppo, ma alla fine era giunto a un risultato soddisfacente. Le strade erano sicure. Gli omicidi erano spariti. La pace regnava sulla Terra, guerra e menzogna bandite per sempre. Poteva lasciare un orologio d’oro su un tavolo in una via trafficata ed era sicuro che l’avrebbe ritrovato il giorno dopo nello stesso posto. Non era un vuota vanteria: ci aveva provato davvero. La mattina seguente era ancora là. “Tu sei stato l’ultimo”, aveva detto alla testa coperta di mosche appesa proprio sopra.
Com’è bello essere soddisfatti del proprio lavoro.
Sperava proprio questa volta di averli eliminati tutti, i malvagi. Ci aveva provato già parecchie volte, ma c’era sempre una categoria che in precedenza aveva sottovalutato e risparmiato. Alcuni che sembravano buoni e non lo erano. Aveva dovuto eliminare razze intere perché irrecuperabili, pazienza per quelli apparentemente innocenti tra loro. Anche i bambini sarebbero diventati cattivi adulti, meglio prevenire. Certi mestieri, certe classi sociali semplicemente non rientravano nel suo piano. Aveva provato a rieducarli, ma alla fine si era dovuto arrendere all’evidenza, non erano riformabili. Adesso sì che erano rientrati nel piano: il suo tempio maggiore l’aveva fatto costruire proprio lì, dove li aveva stipati strato su strato. E’ incredibile quanti cadaveri ci vogliano per riempire una vallata. Un memento per i buoni che venivano a inchinarsi alla sua effige, a cantare le sue lodi, a sacrificare quanto permetteva loro, grati che lui gliel’avesse concesso.
Qualcuno l’aveva chiamato dittatore. A lui non disturbava troppo. Era un termine antico, del tutto rispettabile. Il fatto però che per quei qualcuno fosse dispregiativo l’aveva costretto ad agire. Non ti puoi permettere cattivi pensieri contro chi ti dà la pace, la prosperità. Sarebbe malvagio. Come quelli che affermavano che lui togliesse la libertà. Ridicoli. Ogni legge che lui proponeva veniva approvata all’unanimità. Non voleva forse dire che le sue idee erano condivise, davano la felicità perfetta? Sotto il suo dominio ognuno poteva pensarla come voleva, non pretendeva certo che la sua fosse l’unica verità. Erano solo i brutti pensieri, quelli che differivano dai suoi, quelli che proclamavano punti di vista inaccettabili che occorreva censurare cancellando le menti malate, purgando le ridicole antiche credenze.
Aveva dichiarato guerra a chi offendeva la pace, cancellato chi pronunciava menzogne, imprigionato chi metteva in dubbio di essere libero. Non c’era posto per altre divinità oltre a lui stesso, sulla Terra. Il vecchio Dio aveva fallito nel suo compito, lui c’era riuscito. La spiritualità, quella vecchia credenza senza prove, aveva cessato d’esistere. Lui era il Dio della materialità che concedeva i diritti agli uomini, il giudice supremo che non poteva sbagliare. Il genio finale dell’umanità, l’unica divinità di cui essa avesse bisogno. I numeri non mentivano, le antiche pratiche erano ormai abbandonate. L’epoca dell’oro era ormai giunta. Tutto era ormai perfetto, tutti liberi e soddisfatti.
Se solo non avesse avuto quella strana fitta alla testa.

Dio non lavora all’ingrosso
(…) Quando non riconosce il valore e la grandezza della persona in se stesso e nell’altro, l’uomo di fatto si priva della possibilità di fruire della propria umanità e di entrare in quella relazione di solidarietà e di comunione con gli altri uomini per cui Dio lo ha creato. È, infatti, mediante il libero dono di sé che l’uomo diventa autenticamente se stesso, e questo dono è reso possibile dall’essenziale «capacità di trascendenza» della persona umana. L’uomo non può donare se stesso ad un progetto solo umano della realtà, ad un ideale astratto o a false utopie. Egli, in quanto persona, può donare se stesso ad un’altra persona o ad altre persone e, infine, a Dio, che è l’autore del suo essere ed è l’unico che può pienamente accogliere il suo dono.
Giovanni Paolo II, Centesimus annus, n.41
Mentre rileggevo la “Centesimus annus”, a mio parere una delle più belle encicliche della storia della Chiesa, mi ha colpito un pensiero. Cioè che Dio non lavora all’ingrosso.
Qualcuno potrebbe dire “Dov’è questa redenzione? Gli uomini continuano ad ammazzarsi tra di loro, proprio come duemila anni fa”. Pensiero estremamente sciocco, perché gli uomini non si ammazzano come duemila anni fa. Duemila anni fa i prigionieri di guerra venivano uccisi o schiavizzati, in tutto il mondo. A proposito, sapete che gli schiavisti arabi hanno trafficato molti, molti più schiavi dall’Africa verso le loro terre e l’Asia di quanti andati in America? Allora, dove sono finiti i loro discendenti? Semplice, non hanno avuto discendenti. Li castravano.
Da secoli in Europa non è più così. Da poco, nel resto del mondo non è più così. Perché no? Cos’è che nel resto del mondo non c’era?
Leggo nell’Enciclica di cui sopra:
Non è male desiderare di viver meglio, ma è sbagliato lo stile di vita che si presume esser migliore, quando è orientato all’avere e non all’essere e vuole avere di più non per essere di più, ma per consumare l’esistenza in un godimento fine a se stesso.
È necessario, perciò, adoperarsi per costruire stili di vita, nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti. (36)
e poi
Si avverte in ciò, prima di tutto, una povertà o meschinità dello sguardo dell’uomo, animato dal desiderio di possedere le cose anziché di riferirle alla verità, e privo di quell’atteggiamento disinteressato, gratuito, estetico che nasce dallo stupore per l’essere e per la bellezza, il quale fa leggere nelle cose visibili il messaggio del Dio invisibile che le ha create. (37)
Ditemi, quale altra filosofia o religione dice questo?
Notate: questo discorso è diretto all’uomo concreto, a te e a me. E’ nella decisione del singolo uomo che c’è tutto il peso della sua sorte eterna.
Non stupisce, quindi non può stupire che nonostante tutto le guerre continuino, il male permanga. Perché una persona può decidere di conservarsi quella visione meschina di possesso. Può decidere di non stupirsi di quello che vede, di sbeffeggiare la verità e la bellezza.
Cosa avrebbe dovuto fare dunque Dio, per fare cessare le guerre? Schiacciare questi malvagi? Fulminarli al minimo errore? Scendere con tutta la sua potenza divina in maniera da negare loro la libertà di negarlo, annullando ogni possibile redenzione?
Dio non lavora all’ingrosso. Ha scelto di venire in un modo in cui la libertà di tutti sia rispettata; la verità evidente, per chi vuole vederla. Persona per persona. Scelta per scelta.
Gli altri rimarranno sugli scaffali.

L’antidoto
“Una democrazia senza valori diventa facilmente un totalitarismo visibile o nascosto, come dimostra la storia”
San Giovanni Paolo II (1991) in “Centesimus Annus” nr. 46
La frase che ho appena citato, se era già evidente ai tempi in cui fu scritta, oggi lo è decisamente di più.
Ma, mi domandavo, qual è il meccanismo per cui ciò avviene? E qual è l’antidoto?
Una parziale risposta mi è arrivata meditando quest’altra citazione, ancora da Aleksandr Solzhenitsyn:
“Lenin… analizzando perché la Comune di Parigi fu sconfitta… giunse alla conclusione che la Comune non aveva fucilato… abbastanza dei suoi nemici. Aveva distrutto troppo poca gente, in un momento nel quale era necessario uccidere intere classi e gruppi. E quando giunse al potere, Lenin fece giusto questo”.
La democrazia, di per sé, non è che la somma dei desideri delle persone. Chi sa orientare questi desideri può impossessarsene. “Gli uomini, che più di ogni altra cosa bramano il potere“, scriveva Tolkien. I valori sono un limite, un argine, quando sono riconosciuti come qualcosa di più grande dei nostri appetiti. Quando i valori non ci sono, o sono usati e messi a disposizione del potere stesso, magari creati consapevolmente da esso per dominare di più, cessa qualsiasi limitazione. Per cui si può credere che basti un voto per decidere del bene, o del giusto, o del vero, senza capire che quello non è il vero o il bene o il giusto ma solo un’immagine artificiale pensata per permettere a chi comanda di comandare meglio. Lenin, forse, era davvero convinto di fare il bene sterminando i suoi nemici, perso nel suo stesso sogno.
Ma se anche i valori possono fallire, cosa ci rimane? Il cristianesimo risponde, aderendo a qualcosa di più grande dei valori, alla fonte stessa dei valori. Distaccarsi dalla volontà di possesso, perché siamo già posseduti da Cristo. Possedere nel distacco, perché perdendo tutto riguadagniamo tutto cento volte. Per cui si diventa grandi nella carità, dando tutto senza pretendere niente; grandi nell’amore, grandi nella verità, nella giustizia, nella bellezza. Capire che le cose non sono nostre, ci sono date. E’ quel concetto che si chiama verginità, di cui quella sessuale non è che una minuscola parte. Concetto semplicissimo, eppure così complicato da comprendere in una società che fa del possedere la sua ragione d’essere, del divorare il suo modo d’agire.
Senza di essa, continueremo a pensare di non aver fucilato abbastanza nemici.

I piccoli atti e la causa di tutto
Vista la discussione dei giorni scorsi, vorrei semplicemente riportare le parole di due grandissimi uomini che hanno vissuto sulla loro pelle cosa significa un mondo dove il diritto e le leggi sono arbitrio dei potenti.
Coloro che pensano che l’uomo si possa fare le proprie regole, che non esista una bussola morale, che il giusto possa essere deciso dai numeri di una elezione, dovrebbero ricordarsi la dura lezione che ci ha insegnato il comunismo nel secolo scorso, dell’immane fallimento che ha causato più morti di qualsiasi altra ideologia nella storia dell’umanità. Anche senza quel nome nefasto ci sono filosofie altrettanto perniciose che ne condividono l’impostazione, giustificano il male, disprezzano la verità.
A questi ricordo che il vero, il bene, la giustizia, il cambiamento, cominciano dalle piccole cose, da noi stessi:
“Anche un atto puramente morale che non ha speranza di alcun effetto politico immediato o visibile può, gradualmente e indirettamente, con il tempo, guadagnare significanza politica.”
Vaclav Havel
Ma che, senza qualcosa di più alto a cui fare riferimento, il disastro è dietro l’angolo:
“Se mi venisse chiesto oggi di formulare il più concisamente possibile la causa della rovinosa Rivoluzione che ha divorato circa sessanta milioni di nostri compatrioti, non potrei farlo in modo più accurato che ripetere: gli Uomini hanno dimenticato Dio; ciò è la causa di tutto ciò che è avvenuto.”
Aleksandr Solzhenitsyn


Sono tutte uguali
Per qualcuno le civiltà sono tutte uguali; le religioni, una vale l’altra.
Invito quel qualcuno a trasferirsi a North Sentinel Island, dove gli indigeni ammazzano chiunque cerchi di contattarli, altro che immigranti. O in una di quelle società che rifiutano il cristianesimo, che so, il Nord Corea, l’Afghanistan. Qualche anno fa ce n’erano di più, come l’Albania, la Russia comunista, la Germania nazista, ma non è andata loro molto bene.
Quanto alle religioni, perché non qualche bel rito della vecchia America, con i suoi sacrifici umani? O i musulmani oggigiorno, quando decidono che il Corano va preso alla lettera. Non è che altri scherzino.
Quel qualcuno dell’inizio è un coglione, cullato da duemila anni di cristianesimo ma incapace di riconoscerne i meriti. Ne vorrebbe l’abolizione, o edulcorarlo in ciò che gli piace di più.
Se riuscirà, scoprirà che no, le civiltà e le religioni non sono tutte uguali. Ma non potrà pentirsene, perché quelle altre non ammettono il perdono.

Non si può arrestare Amelia
Internet è in fermento per quello che sembra uno dei più spettacolari fallimenti della propaganda mai visti. Eterogenesi dei fini, ottenere l’effetto opposto di quello desiderato.
Tutto comincia con un videogioco di propaganda politica sponsorizzato dal governo britannico. In esso, un ragazzo/a (nel gioco il pronome usato è “loro”), Charlie, entra in contatto con opinioni politiche aberranti, come quella che l’immigrazione indiscriminata nuoccia ai valori inglesi, o che detti immigranti siano in qualche modo favoriti dalle istituzioni. Gli si insegna che non deve mettere in dubbio ciò che il governo dice e che non deve cercare di informarsi online, fosse anche visionare statistiche, perché rischia l’arresto. Se qualcuno lo contatta suggerendogli idee estremiste di quel tipo deve essere immediatamente denunciato; se per caso poi lui commettesse l’errore di guardare o peggio condividere i contenuti proposti oppure dovesse iniziare a frequentare questi pericolosi terroristi dovrà essere sottoposto a rieducazione. Ah, la cattivona di estrema destra che tenta il protagonista con la ribellione è una bella ragazza goth dai capelli viola di nome Amelia.
Cosa può andare storto?
Beh, per esempio che detta Amelia diventi la protagonista di innumerevoli meme positivi, in cui lei è l’eroina ribelle che combatte il pensiero unico governativo. Ce ne sono di spettacolari. C’è anche una sorta di anime (“L’ultima rosa di Albione”) e uno, stupendo, in cui incontra i più famosi personaggi dei media inglesi, da Harry Potter a Wallace e Gromit.
Naturalmente il governo è entrato in modalità panico. L’orrido videogioco è stato rimosso, almeno per un po’, su molti social Amelia è bandita o vistosamente ignorata. Ma sembra che il ritmo di pubblicazione di filmati e immagini, specie su X, non stia affatto rallentando. Le immagini prodotte dall’AI in questo sono regine.
Sul serio, davvero si aspettavano che i ragazzi dicessero sì, è bello diventare delatori del regime? Che acconsentissero a non essere curiosi, a non indagare su quanto viene loro proposto, a non farsi domande ma accettare supinamente quanto il potere impone, in una riedizione di 1984 o V per Vendetta? Chiunque abbia messo soldi dei contribuenti britannici in questa idea ha la testa evidentemente tanto infarcita di ideologia da non vedere l’ovvia realtà.
Il bello è che Amelia è l’immagine di qualcuno che non esiste. Può dire quello che vuole.
Non può essere arrestata, letteralmente.

oicifircaS
Per capire cosa sia il sacrificio e perché sia necessario, pensiamo al suo contrario.
Che è l’affermazione di sé su tutto; che è la mancanza di carità egoista; che è l’individualismo che rifugge l’unità.

Perdita di connessione
Nell’attuale contesto si sta verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani: il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità.
Papa Leone
Il Papa qui ridice un po’ meglio quello che tentavo di comunicare nel post dell’altro giorno. O le leggi, i diritti, i rapporti umani fanno riferimento a qualcosa di superiore, di più fondante della forza, del vantaggio personale, oppure fatalmente diventano sopraffazione del debole.
La giustizia diventa ingiustizia, la verità è messa a tacere. Basta guardarsi intorno per capire che è così. Di esempi, per chi vuole vedere, ce ne sono a bizzeffe.
Chi nega questa semplice verità, chi nega l’esistenza di questo livello di riferimento più alto, di un bene e di un male che è la sua assenza, non può spiegare perché occorra seguire la sua regola, la sua legge, il suo diritto. Salvo puntarti una pistola alla testa, se può, irriderti, sognare la tua cancellazione.

Una partenza inattesa
E’ notte fonda. Pubblico il post, quindi mi collego a X per l’usuale tweet di rimando. Mi cade l’occhio sul messaggio precedente, ci metto qualche istante a comprendere. E’ morto Scott Adams. L’annuncia lui stesso con un tweet postumo.
Forse a molti questo nome dice poco. Era l’autore della striscia di fumetti “Dilbert“, che ho spesso citato in passato in questo blog. Era corrosivo, cinico, spesso troppo sul pezzo per essere confortevole. Raccontava difetti del mondo aziendale e non solo. Leggevi e non potevi fare a meno di pensare, anche qui da noi è così. Ridevi a denti stretti, fin troppo facile per me identificarsi con il protagonista.
Proprio essere fuori dagli schemi del politicamente corretto gli è costato caro: con la scusa di un commento bollato pretestuosamente come razzista è stato buttato fuori a calci dal mondo editoriale. Le centinaia di testate che pubblicavano Dilbert gli hanno dato disdetta, dimostrando ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, che non ci sono peggiori censori di quelli che sbandierano la libertà. Puoi pensarla come vuoi, basta che pensi come loro. Era scomodo, l’hanno fatto fuori.
Non si è dato per vinto, ha continuato su internet, scrivendo. Qualche tempo fa aveva annunciato di essere malato, ma pochi si aspettavano una fine così rapida.
Adams era uno che amava valutare tutte le possibilità, rovesciando gli schemi abituali con un’attitudine che mi ricordava molto i paradossi di Chesterton. Nel suo messaggio finale lui, che in altri anni professava un ateismo scettico, rivela di avere preso sul serio la scommessa di Pascal. Conviene credere a Cristo, perché se è vero vinci tutto, se è falso non perdi niente.
Molti dei miei amici cristiani mi hanno chiesto di trovare Cristo prima di andare. Non sono un credente, ma devo ammettere che il calcolo del rapporto costi-benefici sembra attraente. Così, vado:
Accetto Gesù Cristo come mio signore e salvatore, e attendo di passare l’eternità con lui.
La parte di me che non crede dovrebbe essere velocemente risolta se mi sveglio in paradiso. Non ho bisogno di altro convincimento di questo. Spero di essere ancora qualificato per entrare.
Pragmatico sino all’osso. Non so Nostro Signore, lassù, cosa ne farà di lui, se la fede tardiva che professa siano solo parole o qualcosa di reale, fosse solo speranza.
Ma sono sicuro che è misericordioso e che, qualche volta, le strisce di Dilbert abbiano fatto ridere anche Lui.

1-“Il CEO di Apple dice che un leader dovrebbe ammettere quando sbaglia”
2-“Questo non funziona per me perché io non sbaglio mai. Il meglio che posso fare è ammettere quando l’altra gente sbaglia”
3-“Questo mi sembra manchi il punto”
“Bene, ammetto umilmente che sbagli”.

1-“Non ho numeri precisi, così questo l’inventato”.
2-“Studi hanno dimostrato che numeri accurati non sono più utili di quelli che inventiamo”.
3-“Quanti studi dimostrano questo?”
“Ottantasette”.
Gli statuti del 1442
Il mio paese, Leinì, si dotò di uno statuto nel 1442.
Ancora medioevo. Ma un cittadino che fosse stato ragazzino in quell’anno avrebbe ricevuto, giunto alla mia età, la notizia che un certo Messer Colombo era giunto nelle Indie navigando verso ovest. Appena mezzo secolo separa i due avvenimenti. Hey, nel 1975 usciva Bohemian Rhapsody dei Queen.
Una meritevole associazione ha ristampato, tradotta, l’originale della raccolta di leggi locali. A sfogliarlo si scopre che i problemi di più di cinque secoli fa non erano poi così diversi dai nostri. C’erano furti, c’erano violenze, c’era chi sporcava l’ambiente, chi truffava su carne o vino. Nella maggior parte dei casi la pena era pecuniaria, salvo per casi come l’omicidio.
Tirare un sasso o un pugno contro qualcuno, si pagava; così come estrarre un’arma. Se c’era ferita sanguinante, salvo il caso del sangue dal naso, la pena raddoppiava; ma se a subire il danno era una prostituta o un magnaccia era ridotta di un terzo.
Le pene per adulterio, incesto o sesso pubblico, volontari o no, erano identiche per maschi e femmine, con buona pace di chi il medioevo lo calunnia ancora. Nell’età dei lumi, fino a tempi recenti, aveva cessato di essere così.
La cosa che mi ha colpito di più, però, è la prima pagina, miniata con notevole arte. Quello che si legge, in latino, è l’inizio del Vangelo di Giovanni. Voi direte, perché? Non ci dovrebbe essere un qualche richiamo al diritto, una dedica al sovrano (a quel tempo il Duca di Savoia), un generico appello alla Giustizia, alla Legge?
Vedete, nel medioevo la gente era cretina. Pensava che tutte le leggi derivassero da un ordine naturale e quell’ordine fosse stato stabilito dal Creatore, il quale era sceso sulla Terra per salvare tutti noi. Non sapeva che le leggi sono fondate invece sulla maggioranza, sul capriccio dei potenti, su un qualche diritto deciso da nonsochì. Che chi giudica dovrebbe farlo con rettitudine e non secondo i suoi interessi, politici o di altro tipo.
Così, mettere Nostro Signore nella prima pagina era un modo per ricordare che la giustizia terrena è sempre imperfetta e il giudice finale sarà qualcun altro.
Ma non siamo più nel 1442. In certi versi, purtroppo.

Ancora qui, in parte
Buon compleanno al blog, ancora una volta. Ventuno anni compiuti.
E’ stato un anno di cambiamento. Per un ventennio ho mantenuto il ritmo di un post ogni giorno feriale. Perdonatemi, lettori abituali, diventava sempre più difficile.
Quando ne hai scritti quasi cinquemila, trovare qualcosa di nuovo da dire è complicato. Più di una volta mi sono reso conto di avere ridetto cose già pubblicate in passato, di cui mi ero dimenticato. Mentre un tempo riuscivo a preparare in anticipo i pezzi, ultimamente era sempre la notte fonda a vedermi alla tastiera. Ogni articolo che leggete mi costa minimo mezz’ora, normalmente una-due ore di lavoro e anche più. So di essermi preso troppi impegni, troppe scadenze da rispettare. Adesso che ho preso a scrivere libri, la scelta è spesso tra il capitolo di un romanzo e il pensiero della giornata. Poi, non so, forse non ho più la freschezza o la voglia di un tempo. I blog ormai sono obsoleti, ma nei nuovi social non mi trovo. Scrivo cose che vorrei rimanessero, mentre lì l’effimero è la parola d’ordine.
Così sono sceso a due, tre post alla settimana invece degli abituali cinque. Sapevo che, crollato il muro, sarebbe stato duro mantenere pure questo ritmo ridotto, ed è così. La testa va altrove. L’ora del sonno si avvicina sempre più a quella della sveglia.
Mi piacerebbe tornare ai livelli di una volta, ma è davvero difficile. L’agenda degli spunti è avara di notazioni e non né ho voglia né tempo di combattere battaglie di retroguardia, il tempo si fa veloce e breve. L’invettiva non mi attira, l’attualità è usurata. Racconti? Li accumulo per una eventuale pubblicazione. Meno male che, almeno un giorno all’anno, posso contare su un post sicuro, questo.
Il blog rimane. Non ho smesso di pensare, di annotare, di scrivere. Abbiate pazienza con questa vecchia penna. Leggetemi, anche se un po’ meno.

Evoluzioni
Non so quanti di voi lettori abbiano visto “2001 Odissea nello spazio”, il film di Kubrik del 1969. Venticinque anni dopo la sua ambientazione non siamo ancora per niente vicini a quel futuro immaginato con troppo anticipo. Non abbiamo stazioni commerciali in orbita o sulla luna, né la tecnologia per andare verso Giove. Ma non è di quel futuro immaginario che vi voglio parlare, piuttosto del passato altrettanto immaginario lì descritto.
Per coloro che non sanno o non si rammentano, ricordo come inizia: “L’alba dell’uomo“, ominidi tremanti nelle loro caverne preda di leopardi e fame, finché un misterioso parallelepipedo nero insegna loro come…
Uccidere.
Per il regista (e l’autore del romanzo da cui è ricavato, Arthur C. Clarke), ciò che permette l’evoluzione da perdenti esseri scimmieschi a uomini, o quasi, è la violenza. La forza. La capacità di usare attrezzi non tanto per costruire quanto per prevaricare gli altri. La sopravvivenza del più adatto a un mondo spietato, insomma, a spese dei deboli.
Ma davvero è questo che rende l’uomo tale? Oggi e non solo, nel mondo, ci dicono di sì. Si esalta il diritto del più forte a prendersi quanto vuole. Notate bene, nessuno sfugge a questa logica, nemmeno quelli che la negano a parole. Che la vittima sia una nazione, un cittadino, un bambino non nato.
Nessuno? Quasi nessuno. Molti di quei pochi fanno parte di quella Chiesa che racconta di un Salvatore non giunto alla testa di armate, non omicida, non stupratore, non ladro. Nato come un povero bambino. Morto come un povero condannato innocente.
Che tuttavia ha cambiato il mondo e la vita a chi lo incontra. Non per tutti, non dappertutto, come vediamo, perché la forza e la violenza ancora dominano. Salvo dove non lo fanno più, un luogo per volta, una persona per volta. Senza illudersi, perché si è liberi di rifiutarlo, di rimanere preda della propria violenza e delle proprie illusioni, scimmie omicide. Ma in cosa crede chi lo rifiuta?
Forse è questa l’evoluzione che ci vuole adesso, quella della pace. Chi rimane che ne parla ancora senza usarla come pretesto per la guerra?

Dentro la storia
Il cristianesimo è un fatto storico e concreto. E’ il metodo che Dio ha scelto per essere con noi, probabilmente l’unico che potesse conservare integralmente la nostra libertà.
E’ la storia di un uomo venuto al mondo in una città insignificante di una regione insignificante della periferia di un impero. Non un ricco, non un potente. Chi ha deciso di seguirlo non l’ha fatto per brama di ricchezze, per smania di potere. Che magari ci può essere anche stata, inizialmente, ma che con certezza da un certo punto in poi non poteva più essere una ragione. Non quando rischi la vita, non quando la vita la lasci per non rinnegarlo.
E’ la storia di un uomo che ha cambiato il mondo. Che ha diviso il tempo in due, prima e dopo di Lui. La sua pretesa era di non essere solo un uomo. Chi non l’accetta, non può spiegare tutto ciò che è accaduto e continua ad accadere. Deve negarlo.
E’ la storia di un uomo che è vivo oggi. Perché è risorto. Perché è presente. La Sua presenza tangibile è il luogo che tanti cercano, la pace che tanti desiderano, il senso che a tanti sfugge. E’ l’eterno dentro la nostra storia. E’ il Natale.
Buon Natale.

Ricerche
Non so se avete provato a cercare su Google immagini del Natale. Paginate e paginate di alberi e babbi biancorossi, su cento risultati ce ne sono solo due con la capanna del presepe – sponsorizzati, vendono clipart.
Cercare “bambino Natale” non migliora la situazione. Frugoletti addobbati da elfi battono il Bambinello cento a uno. Gli auguri sono ormai generici, l’unica cosa che ci si può aspettare, per i più fortunati, è un regalo. Il giro commerciale, quanto si è speso di più o di meno, è la notizia dei telegiornali.
Non è un caso. E’ il tentativo di fare dimenticare la ragione per cui Natale si chiama così. Perché i bambini disturbano; i bambini portano una novità, quindi il solo ruolo a cui vengono ritenuti adatti è quello della foto pucciosa, come cuccioli, come gattini. Per vendere di più. Ormai, anche sentirsi più buoni è fuori moda.
Ma la vita non la si può rischiarare con le luminarie, i babbi natale gonfiabili, con i fuochi artificiali. Il moltiplicarsi delle luci esposte dalle case ha un nonsoché di triste, come il tentativo estremo di dare un senso al buio. Il petardo scoppia, e quello che rimane è solo un’eco che si spegne.
Ma il Natale è un fatto reale. E’ una memoria e nello stesso un avvenimento di oggi, perché quel bambino che è nato è vivo ancora oggi. Non nelle ricerche di Google, non nelle lampadine che pulsano nell’oscurità, ma nella vita di persone che l’hanno incontrato. Ancora oggi, duemila e passa anni dopo quella nascita che sì, proprio quella ricordiamo. Non abbiamo bisogno d’altro.






