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Le canzonette come mezzo di educazione sentimentale

Educazione è cosa ottieni quando leggi le parole stampate in piccolo; esperienza è cosa ottieni quando non le leggi
Pete Seeger

Molte volte la radio che ascolto duranti i miei trasferimenti mattutini mi dà da pensare.
La stazione su cui sono sintonizzato trasmette canzonette italiane, una dopo l’altra. In ognuna l’interprete esalta la bellezza di fare l’amore. Per impulso, per sfizio, perché è bello, perché piace. E no, non sono canzoni di oggi. Sono quelle di ieri e dell’altro ieri, quelle dei miei tempi. Le contemporanee sono anche peggio.

Non è per fare i moralisti. Sono brani che ho ascoltato mille volte, e non ci ho mai fatto caso. Ma non una, non una, che esalti la bellezza di una relazione stabile, di un matrimonio, uno sposo, una sposa. Provo a pensarci: di tal fatta me ne vengono in mente solo due o tre, e pure ambigue.

Può darsi che chi scrive abitualmente canzoni abbia una vita amorosa particolarmente esuberante, d’accordo. Ma il dubbio viene: dov’è che un ascoltatore distratto, un ragazzo, una ragazza, possono udire ciò che è vero e bello ed è comunque l’esperienza di tanti: mariti, mogli, famiglie? C’è una grossa fetta di vita che è taciuta. Un’educazione che è trascurata, perché ogni cosa che ascoltiamo ci educa, e gli effetti si vedono.

Forse la fedeltà non vende, forse non tira. E’ molto più pruriginoso l’ammiccare, o forse neanche, l’ormai esplicito sesso. Siamo stupidi così: potremmo dire che è il fascino del proibito, ma ormai proibito da chi? Tra poco manco la Chiesa lo chiamerà ancora peccato.
Forse si sono ascoltate troppe canzonette.

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Deperibile

Prendo la paletta di plastica, la batto contro il muro per staccare i residui di terra. Si spezza.
La guardo. Non ci avevano raccontato che la plastica è praticamente eterna? Eppure pochi anni di sole, sbalzi di temperatura, umidità l’hanno resa fragile. Mi si sminuzza tra le dita.
Ripenso a certe case disabitate in cui talvolta sono entrato, agli oggetti abbandonati. Ruggine e tempo li hanno rosi. I sacchetti si mutano in polvere a sfiorarli. Ogni cosa si sfalda.

Le rocce sono molto dure. Eppure diventano ciottoli arrotondati, ghiaia, sabbia. Alcune di loro sono fatte con i gusci, le ossa di ciò che era vivo, ciò che esseri animati avevano di più resistente. Eppure è proprio ciò che è vivo che regge meglio al trascorrere del tempo. Perché si adatta, si ripara, cresce pur rimanendo se stesso. Mentre ciò che è scolpito nella pietra è eroso dalla goccia e dal vento.

Ci illudiamo che certi rapporti possano resistere costruendoci dei gusci attorno. Ma non funziona. Ciò che è all’interno del guscio, se non ha sole e aria, marcisce. Ma le persone cambiano, e il tempo non è più tenero con esse che con le palette di plastica. Se pensiamo che un matrimonio, un’amicizia, possano resistere immutatati stiamo pronti ad essere profondamente delusi. Ciò che non vive decade.

C’è qualcosa che è più duro della roccia, che è più indistruttibile della plastica e dei metalli e di ogni guscio o carapace, che è la verità che sta al centro delle cose. Ma solo se si veste di carne non muore nella sola maniera in cui una verità può morire: essere dimenticata.

I candidati

Una volta ho visto gli stambecchi lottare tra loro. In uno spiazzo sperso in mezzo alle pietraie si sfidavano a turno: si alzavano sulle zampe posteriori e scontravano le corna con un rumore che risuonava come uno sparo in tutta la valle. Lottavano per le femmine che, sdraiate da un lato, valutavano i contendenti ruminando piano.

E ho letto degli uccelli giardinieri. Sono piccoli uccelli passeriformi che, per impressionare le possibili compagne, creano dei nidi bellissimi e inutili. Le loro creazioni sono incredibili, uniscono frutta ad erbe piegate a sassi levigati disposti secondo geometrie misteriose.

Così, del presente momento non mi sorprendono affatto i lavori stradali per ogni dove, le ritinteggiature frettolose di edifici pubblici, gli asfalti nuovi; e manifestazioni e contromanifestazioni, grandi proclami, dibattiti e battibecchi, emergenze di ogni tipo, genere e specie, come se il mondo si fosse appena svegliato da un lunghissimo sonno. E’ periodo elettorale.

Come per l’accoppiamento di stambecchi e uccelli, il candidato ha bisogno di impressionare chi dovrà di lì a poco compiere una scelta; e se la natura ha dotato di corna maestose quelle capre delle rocce e di un senso estetico inarrivabile volatili con il cervello delle dimensioni di una nocciola, non vedo perché dovrei negare a dei politici l’opportunismo malizioso dei lavori dell’ultimo minuto.

Una cosa sola, a pensarci, mi inquieta di questo paragone: cosa accade, in natura, a chi ha operato la scelta, da parte dell’eletto, dopo che la decisione è stata presa.

Commedianti

Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti
P.Conte, Boogie

Abbiate pazienza con me se di tanto mi lascio andare alla nostalgia. Quando ero giovane io qui era tutti prati dove pascolavano i bufali; poi i bufali sono spariti e le bufale si sono date al giornalismo. Allora l’aria era pulita e il sesso sporco, e c’erano parole che non potevi dire di fronte ad una donna; adesso non puoi più dire “donna”.

Era l’epoca in cui il cellulare ce l’aveva solo la Polizia, la rete c’era solo di domenica pomeriggio e la si ascoltava con la radio. La posta la portava il postino: capite quanto tempo è passato.

Non è che l’oggi non mi piaccia: viviamo assieme, facciamo cose, ma in un certo senso lo preferivo quand’era ieri. E’ sempre lì che cerca di cambiarmi, e io gli dico: non sei più lo stesso. Lui mi replica: invece sì. Non sono gli attori o la commedia a mutare, è la scenografia.

Meno male

Meno male che non siamo più nell’anno mille, quando si pensava che il mondo sarebbe finito di lì a poco.
Meno male che adesso si è tutti democratici e tolleranti, grazie anche al fatto che a chi la pensa diversamente è impedito di parlare.
Meno male che ora non si bada più ai dogmi; coloro che si ostinano ad attenersi a convinzioni superate non hanno posto tra noi.
Meno male che non siamo più come quei poveretti che credevano a tutto ciò che veniva raccontato loro; noi siamo moderni, abbiamo la televisione, internet, i giornalisti, gli scienziati che ci informano senza sbagliare.
Men male che ora possiamo essere chi o cosa vogliamo, che non siamo più obbligati ad essere ciò che siamo.
Sì, meno male: l’uomo è cambiato, non crede più che esista una verità, e questo ci ha resi senza dubbio migliori. Più liberi. Dalla verità.

E schiavi della menzogna.

Lento

“Cosa sono i lenti?”
La domanda mi coglie di sprovvista. Sto accompagnando un paio di adolescenti ad uno spettacolo, e la radio della macchina sta trasmettendo il famoso tema del “Tempo delle mele“, “Reality”. “Driiims, ar mai realitiii… era uno dei lenti più belli di quando avevo la vostra età”, lascio cadere. E poi, l’incuriosita questione.

I balli lenti, momento cardine del rituale di corteggiamento dei giovani dei miei tempi. Arrivavano quando la festa era nel suo pieno, dopo che ci si era scatenati con le musiche veloci. Era il momento in cui finalmente potevi invitare la ragazza che ti piaceva. “Balli con me?”, e se la risposta era positiva, bene, voleva dire che quantomeno non ti disprezzava. Avevi una possibilità. Si danzava allacciati, al suono di canzoni fatte apposta per le luci abbassate e per quel sentimento, quel cuore che batteva per la vicinanza di un altro cuore.

Non si usano più, mi dicono. Quasi non ci posso credere. Chiedo conferma ad un ventenne. “Cos’è un lento?”, mi chiede anche lui. E poi “Ah, sì, ma non siamo più negli anni cinquanta”.
Sono andate fuori moda le pavane e il charleston, ma sinceramente credevo che quest’uso avrebbe resistito al tempo. Avrei dovuto pensarci meglio. Erano uno stratagemma per dire e non dire, per stare vicini ma non troppo, per anticipare un’intimità che forse non sarebbe mai arrivata. Il sospetto è che oggi si sia molto più diretti. Che sia andato perso quel velo di mistero, di attesa, di speranza.
No, non voglio saperlo, come si fa oggi. Preferisco non saperlo davvero. Come in quei lenti di una volta, c’è una stilla di tristezza e di nostalgia per quel tempo andato, perduto, che non ritorna.

Come quei versi di uno dei lenti più belli che abbia mai ballato, in un’altra era.

Addio amici miei (addio amore mio)
forse per sempre
Addio amici miei (chi sa quando ci incontreremo ancora)
Le stelle mi attendono
Chi sa quando ci incontreremo ancora
se mai accadrà
tranne il tempo
che continua a scorrere come un fiume (va e va)
verso il mare, verso il mare
fino a che è svanito per sempre
svanito per sempre
svanito in eterno

In fondo al pozzo

Il vecchio disse: “Bada, quando scenderai nel pozzo. Al fondo ti aspetta una cosa viva e tremenda, che non ha l’eguale. Non so dirti che forma assumerà. Potrebbe essere raccapricciante, o spaventosa, o incomprensibile. Tu bada a non distogliere lo sguardo. Non scappare, non nasconderti. Non rifiutarti di guardarla, perché non perdona a chi manca il coraggio o la volontà.
Se la fisserai dritto negli occhi però ti rivelerà il suo prezioso segreto, e scoprirai che è meravigliosa, e bellissima, e ha un volto umano.”
“E come posso riuscirci?” chiese il ragazzo.
“Devi amarla”, replicò il vecchio.
“E qual è il suo nome?” domandò ancora il ragazzo all’anziano.
“Verità”, rispose.

La via stretta

Ci sono le grandi strade veloci. Quelle a corsie multiple, nastri d’asfalto diritti, dove fermarsi è vietato, sostare non è sicuro. Di solito non è che ti godi il viaggio, quello che a te interessa è arrivare. E prima arrivi meglio è: nessuno si sognerebbe di prolungare, desiderare un’aggiunta di chilometri.

Poi ci sono le vie strette. Se non ci fai attenzione non le vedi neanche. Partono da dietro la curva, entrano nel bosco, tra gli alberi. E’ bello percorrerle, te ne godi ogni minuto, e quando sei arrivato dall’altra parte avresti desiderato quasi quasi fossero state un po’ più lunghe.

La via larga è un mezzo per andare da qui a là. Ma il tempo che ci trascorri sopra è perduto. E’ la strada che imbocchiamo di solito, perché tutto ci spinge ad avere fretta, a correre correre senza guardarci intorno. E, quando siamo arrivati, ci tocca già ripartire. Ogni destinazione è provvisoria.

La via stretta, invece, è la risposta alla domanda: cosa è meglio per me?

Non parliamo mai di loro

La casa dove abito è vecchia e grande. E’ in mezzo alle colline, ha i campi e le vigne intorno, e una immensa cantina. Ci vive tutta la mia famiglia.
La mia cameretta è bella, appena sotto il tetto. Le pareti sono tinteggiate di verde chiaro. Dalla finestra si vedono la campagna, i boschi, il paese poco distante.
Un giorno me ne stavo sul letto quando ho visto che un pezzo di pittura si stava scrostando. Sotto al verde si intravedeva qualcosa. Con le dita ho allargato il buco. Dove l’intonaco si era levato il muro era di colore rosa, per niente stinto, con dei fiori disegnati.

Sono sceso dalla mamma. “Mamma”, le ho chiesto. “ma chi abitava nella mia camera una volta? Tu? Perché era la camera di una bambina”
Lei mi è parsa imbarazzata, e ha guardato mio nonno, che stava sbucciando cipolle, come in cerca di aiuto. “Non lo so”, ha detto il nonno. “Non sappiamo chi abitasse qui prima di noi. Adesso perché non te ne vai fuori a giocare, invece di disturbare tua madre che sta cucinando?”

E’ stata la prima volta che ho saputo che la mia famiglia non ha sempre vissuto lì. Credevo che la casa fosse stata costruita dai miei antenati. Non me ne avevano mai parlato. Penso che ci siamo venuti a stare che io ero molto piccolo; io non me lo ricordo.

D’estate, passo molto tempo nell’orto. Aiuto a piantare, a zappare, per quanto posso. A volte, scavando, viene fuori qualche osso. “Ossa di gatto, o di coniglio”, dice la nonna quando glieli faccio vedere. Io mi immagino siano di dinosauri, e di essere un paleontologo. Un giorno, togliendo le patate, è comparso tra le zolle un osso molto strano. Era lungo, molto lungo; non poteva essere un gatto.
“Un femore” ha detto mio nonno. “Che animale è?”, ho domandato. “Magari qualche capra. Niente, meglio seppellirlo di nuovo, potrebbe avere delle malattie”. Ha scavato, più in là, una buca ancora più profonda e lo ha coperto con cura. L’anno dopo, lì ci ha piantato un ciliegio.

A volte, io e i miei amici, troviamo delle scritte. Sono un po’ dappertutto. Su pezzi di carta sepolti, scolorite sui muri, sopra oggetti abbandonati. Sono in un alfabeto strano, con delle lettere tutte a punta, che non riesco a leggere. Nessuno sa dirci da dove arrivano, ma abbiamo scoperto che quando ne parliamo spariscono. Abbiamo delle teorie in proposito, una più sballata dell’altra. Il mio più caro amico, che chiamiamo tutti Fango perché si sporca sempre, sostiene che è tutto legato al tumulo, perché lì attorno ne abbiamo viste parecchie.
E’ proibito per noi ragazzi giocare vicino al tumulo. E’ un mucchio di terra alto forse sei o sette metri, a poca distanza dal paese. Ci crescono i fiori. I nostri genitori dicono che può franare, ma per noi ragazzi è l’ideale per giocare a conquista il castello, così ci andavamo lo stesso.

Almeno fino al giorno in cui uno di noi è sprofondato con tutta la gamba nel tumulo, rompendosela. Siamo stati tutti puniti, e i giochi sono cessati. Non solo per quello, ma anche per ciò che ci ha detto quel nostro amico. “Nel buco c’era un teschio”, ci ha detto, e ha sostenuto che è stato lo scheletro ad afferrarlo per la gamba e trascinarlo giù. E’ uno che le spara grosse, non è che ci abbiamo creduto. Ma nessuno di noi ha più il coraggio di andare a giocare laggiù.

Un giorno è venuto da me Fango, e mi ha mostrato quello che ha trovato in un buco segreto nel muretto vicino a casa sua. Un piccolo tesoro.
Erano due bambolotti, ricoperti di una patina scura di muffa; alcune piccole monete con sopra quella strana scrittura; una trottola marcia, un coltellino arrugginito. Chissà chi li aveva nascosti, e chissà perché non li era passati a ripigliare. “Forse erano quelli che abitavano qui prima di noi” ha detto Fango, e poi mi è sembrato quasi mordersi la lingua. Gli ho chiesto cosa voleva dire, ma non sono riuscito più a cavare niente da lui, se non che aveva sentito che una volta nel paese c’era gente cattiva, molto tempo fa. Qualcuno che abitava qui prima di noi? Non ne abbiamo mai parlato, in famiglia. Forse erano quelli della bambina che stava nella mia camera. Ma qualcuno che dipinge di rosa una cameretta non mi sembra così cattivo.

Comunque, ho cominciato anch’io a cercare tesori nascosti. C’era riuscito Fango, perché non io?
E’ così che mi sono messo ad esplorare la cantina. Come ho già detto, è molto grande, e noi ne usiamo solo una piccola parte perché è anche umida. Sa di muffa. Avevo una piccola lampada, che ho usato per investigare gli angoli bui, ma ho trovato solo ragni rinsecchiti e damigiane polverose. In un angolo c’era un armadio, lì da non so quando. Era tutto tarlato, e pieno di bottiglie vuote. Stavo per andarmene, quando ho visto che in fondo, di lato, c’era ancora un’anta, chiusa, addossata alla parete. Non si poteva aprire perché davanti c’era una grossa botte. Ho toccato la botte: era marcia. Le assi si disfacevano. Non senza fatica, ho tolto alcune doghe fino a che l’anta chiusa è diventata raggiungibile. Ho provato ad aprirla, ma era chiusa a chiave. Ho tirato. La serratura ha ceduto.

Dentro c’era un piccolo scheletro.
Era tutto rannicchiato, le ginocchia strette al petto. Aveva ancora i capelli lunghi, con un fermaglio di metallo ossidato. Aveva un vestitino a fiori, e di lato c’erano i resti di una bambola.
Come il piccolo tesoro di Fango, anche quella piccola era stata dimenticata lì da qualcuno che l’aveva nascosta, pensando di riuscire a tirarla fuori in seguito.
Chissà se i suoi genitori avevano avuto il tempo di angosciarsi del destino della loro bambina, chiusa dentro la sua tomba con il comando di non piangere, di non far rumore.

L’ho detto a mia madre. Il giorno dopo sono venuti a portar via l’armadio dalla cantina. Nessuno ne ha mai fatto parola, dopo.
A volte vorrei chiedere ai miei genitori, o ai miei nonni, chi era quella gente. Ma so già che non mi risponderebbero. Non parliamo mai di loro.

Il diavolo nella cattedrale

Gabriele guardava la fila chiassosa snodarsi atttraverso la piazza. Milioni di pixel al secondo si coloravano, annidati in memorie digitali, delle pietre e delle vetrate della cattedrale. Sospirò.
“Che spettacolo, eh?”
Gabriele si voltò verso la coppia alle sue spalle. Un passante qualunque di vedute un po’ larghe non vi avrebbe scorto niente di strano. Era Parigi, dopotutto, e quindi certi abbinamenti, che altrove avrebbero scandalizzato o fatto alzare qualche sopracciglio, qui erano accolti nell’indifferenza. Esterna, quantomeno.
Gabriele non si lasciava certo impressionare dall’apparenza di peccato. Soprattutto perché sapeva che l’affettata differenza di età, la perversa disinibita bellezza non erano niente di male. Erano solo illusioni.
Il male vero erano coloro che a quell’illusione davano vita. Un male tale che, a conoscerlo, i turisti policromi che sciamavano sul selicato si sarebbbero dispersi come un branco di gazzelle attaccato dai leoni. Con la differenza che nessun leone era mai stato così pericoloso e maligno. Quelli erano predatori che del mimetismo avevano fatto un’arte. Erano le loro prede a cercarle, inconsapevoli. I demoni, d’altra parte, non sono forse menzogna?

In altri tempi Gabriele aveva quasi letteralmente incrociato le lame con quella coppia di esseri. Ma questo era il tempo della tregua, il tempo dell’uomo. Un’era in cui, per qualche motivo, persino il male assoluto era libero di scorrazzare sulla terra. Così si limitò a un asciutto “Dubito che gustiamo le stesse cose allo stesso modo”.
Il più giovane dei due nuovi arrivati ridacchiò. L’altro gli rivolse un’occhiata fulminante, e quello tacque immediatamente. Una cartaccia, ai suoi piedi, prese fuoco spontaneamente.
Il più anziano fece un passo avanti, sporgendo la rugosa testa impomatata e strizzando gli occhi verso Gabriele. “Oh, di questo sono consapevole, mio angelico collega. Quello che io trovo meraviglioso è probabilmente la stessa cosa che a te dà sui nervi.” Agitò la mano come una farfalla artritica. “Tutta questa pomposità, questo sforzo, questo sfarzo, tutto l’impegno di quei poveretti dei tuoi preti e cosa ottieni? Milioni di turisti.”
Gabriele taceva, seguendo con lo sguardo quell’ometto dai vestiti sgargianti e troppo profumati che gli girava attorno sibilando le sue tesi.
“Non fedeli. Non devoti. Non onesti cercatori di – poveretti – bellezza. No no no. Turisti. Che manco ammirano davvero ciò che stanno visitando. Troppo occupati a fare foto e filmini che non rivedranno mai. Gente che, anche se guardasse davvero ciò che sta loro di fronte, non capirebbe.”
Si voltò verso la coda di coloro che premevano per entrare nella cattedrale. “Guardali. Li vedi anche tu, no? Forse uno su dieci si ricorda cosa hai detto quella volta…”
“Je vous salue, Marie” rispose automaticamente Gabriele.
“Esattamente! Metà non sa neanche che quella Marie è la Notre Dame autentica,” accennò con il mento barbuto alla chiesa “non quella specie di scongiuro rivolto verso l’alto”. Guardò verso le guglie. “Ne soffro anch’io, non credere. Che ignoranti. Lo sai che lassù ci sono anche la statua mia e sua? Abbiamo posato personalmente, già. E quelli credono siano tutte fantasie. Cartoni animati, bah.”
Si avvicinò con aria di cospiratore. “Dimmi, non pensi anche tu che sarebbe molto meglio se tutto questo potesse cessare? Non pensi, nel profondo, che una simile reiterata profanazione, un simile sacrilegio continuato dovrebbe essere cancellato dalla faccia del mondo?”
“No”, rispose Gabriele.
“Eh eh”, disse il vecchio, dandogli di gomito. Al contatto si sprigionò una breve scia di scintille. “Su, a me non la conti. Da quanti millenni ci conosciamo? In questo istante stai friggendo perché vorresti sguainare quella tua bella spada lucente e fare un po’ di pulizia sommaria, dico bene? Guarda, se vuoi, ricciolino mio, a me non fa problema.”
“Gngn”, fece Gabriele, trattenendosi visibilmente.
“Io credo però che le nostre posizioni si potrebbero conciliare. Potremmo trovare un accordo. Lo sai che, a differenza vostra, noi siamo sempre disposti al compromesso. Posso avanzare una proposta? Ce ne occupiamo noi. Lascia fare a me. Rimuoviamo l’ecomostro. Voi ritrovate la purezza della fede, il che va bene anche a noi, in fondo. Parigi alla prova, molto simbolico. Che dici, ci stai?”
Piccoli fulmini azzurrini saettarono tra i capelli di Gabriele. “Neanche per… uh ,scusa, una chiamata.”
Si voltò, portandosi la mano all’orecchio. “Sì, che c’è?” Silenzio. “Come?” Altro silenzio, più lungo. Sospirò, cosa straordinaria dato che non respirava affatto. “Ho capito, eseguo.”
Gabriele si girò verso l’improbabile coppia. I fulmini erano spariti, e appariva stranamente pensoso. “D’accordo”, disse.
“Come, d’accordo?” esclamò stupito l’anziano demone.
“Da lassù hanno approvato la tua proposta. Due condizioni: nessuno deve morire, e tutto deve essere limitato alla cattedrale.”
“Uau. Non credevo davvero…”
“Non lo credevo neanch’io.” Guardò i due come se solo con gli occhi potesse ributtarli nell’inferno dal quale arrivavano. “Come pensate di agire?””
“Oh, lascia fare a noi”, sogghignò il satanico vecchio. “Siamo esperti nel ramo.”

Si ritrovarono che albeggiava, mentre i lampeggianti disegnavano ombre grottesche sugli edifici intorno. L’odore di bruciato aleggiava su tutto. Il giovane demone sembrava imbarazzato. Il vecchio demone era furioso. Sbuffi di fumo salivano da dove batteva il piede con irritazione, con un curioso rumore come di zoccoli contro il selciato. “Lo sapevo. Lo sapevo. Non ci si può fidare di voi lassù. Mi avete imbrogliato.”
Gabriele apparva invece assai più rilassato. “Cosa intendi, antico serpente? Hai avuto quello che volevi, la cattedrale è bruciata”.
“Bruciata? Quattro vecchie assi, un po’ di fumo e poco arrosto. Cosa intendo? Li hai visti, quelli? A pregare? Pregare! Non credevo ce ne fossero tanti che ancora sapevano farlo in tutta la Francia, figurarsi a Parigi. Gente che non metteva piede in chiesa da decenni, la loro pratica nei nostri archivi con un dito di polvere sopra e il timbro “approvato”, che recitano inginocchiati l’Ave Maria”. Sputò.  “Ecco, mi fai persino bestemmiare”.
Gabriele si guardò intorno, sorridendo. “Sembra che, nell’istante in cui lo stavano perdendo, abbiano riscoperto qualcosa di prezioso che davano per scontato”.
“Non finisce qui”, sibilò il vecchio, e si voltò per andarsene.
“Oh, lo so bene, gli gridò dietro Gabriele. “Ma tranquillo, non manca molto.”

La coppia demoniaca si allontanò. Quando furono distanti, il più giovane lo chiamò. “Zio, zio, è stato un disastro!”
Ma il diavolo più anziano proruppe in una risata satanica. “Sei proprio un allocco. Ormai i trucchetti del Nemico che sta lassù li conosco bene. Sa che eccelliamo nella distruzione, e ne approfitta per metterci del suo, quei suoi miracoletti così casuali, quei segni con la sua firma fatti per chi li vuole vedere. Ma io non miravo per niente a distruggere la cattedrale. Non sono ingenuo, non pensavo certo di poterla eliminare con il fuoco.”
“Come no?” fece l’altro stupito.
“No”, rispose il demone fregandosi le mani “quella a cui miravo è sempre stata la ricostruzione“.

Tacere

Questi sono giorni in cui ci si aspetta che i Cristani lodino ogni fede tranne la propria.
G.K.Chesterton

Mi chiedevo l’altro giorno perché oggi qualcuno dovrebbe provare l’impulso di farsi cristiano. Non certo per ascoltare discorsi sociologici o sermoni edificanti. Quei tremila che, secondo le letture di oggi, si fecero battezzare dagli apostoli, perché lo fecero? Cosa attendevano? Cosa si attendevano?
E quelle centinaia di fedeli morti il giorno di Pasqua nelle chiese devastate dagli attentati, perché erano lì? Per che cosa sono morti?
Per un bel discorso? Per una morale? un discorso culturale?
Erano “adoratori di Pasqua”, come suggerivano i messaggi coordinati dei democratici americani che tanto piacciano anche da noi? Speravano un ritorno economico, erano predatori sessuali, avevano un’agenda politica?

Di fronte alla cattedrale di Notre Dame in fiamme, una giornalista chiedeva ad uno dei giovani in preghiera che volesse mai dire “Ave Maria”. Nelle università, una sparuta minoranza sa cosa sia la Pasqua. A forza di tacere, Cristo è diventato un nome incognito, un pensiero che ha cessato di essere reale.

Mi vengono in mente quei versi di Rilke:
E tutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace
un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile.

E per noi, cos’è Cristo?
Chi è Cristo?
Perché taciamo?

Buoni propositi

Il digiuno, i buoni propositi, ci servono a capire che non riusciamo a fare niente da soli.
Quanti fallimenti per accorgerci che non siamo cambiati. Che non ci possiamo cambiare.
Possiamo solo essere salvati.

 

 

Sull’onda

Un pezzo di legno non è una barca.
Va dove lo spingono le correnti,
Si arena su spiagge straniere.
La differenza sta nel timone,
nella volontà di navigare.

Il seme di un popolo

Ieri affermavo che “Poche persone in preghiera non fanno una cattedrale. Quella la fa un popolo“.

Cerco di spiegare meglio quella frase.
I dodici apostoli non erano un popolo, erano il seme di un popolo; tant’è che non hanno costruito cattedrali. Mentre la cattedrale è, per così dire, il paradigma di una nazione cristiana: quando finisce l’apostolato e si afferma che su tutto domina Cristo. Quando il popolo, gran parte del popolo, sa a cosa crede. La cattedrale è il tentativo di dare forma visibile, stabile, architettonica alla bellezza che sprigiona il cristianesimo.

Quando uno è giovane, e vuole mettere su casa, dapprima si accontenta. Una stanza in affitto, un letto. L’urgenza è insomma un tetto sulla testa. Poi comincia a farsi una famiglia, e la stanza non basta più. Si guadagna, si mette da parte, e alla fine si può arrivare alla casa dei propri sogni, dove c’è posto non solo per la praticità ma anche per la bellezza, per esprimere quell’amore che nasce dalla famiglia che la abita. Si lavora per quello.

Così la cattedrale appare quando c’è qualcosa di solido, di compiuto. Perché le cattedrali non sono state solo una espressione di una elite, ma strutture che nascevano da un popolo che aveva una ben chiara fede comune.

Quando il cristianesimo cessa di essere ciò che unisce e forma il popolo, allora le cattedrali non si costruiscono più. Quelle che esistono diventano musei.
Il popolo senza fede ha altro a cui pensare. La partita, le tasse. Non ci sono soldi per glorificare Dio. Un potere ostile non vede di buon occhio le cattedrali, che sono un segno troppo visibile, un faro che smentisce ogni leggenda di oscurità.
Può accadere che la Chiesa stessa prenda le distanze dalla cattedrale, cessando di vederne l’utilità, perché insegue un suo progetto che può non essere la maggiore Gloria di Dio. Quando perde nesso tra il presente e l’eterno, quando perde l’eterno. La bruttezza delle chiese moderne ne è segno. Il fatto che siano vuote ne è conferma. Se così poche persone entrano nelle chiese, non vale la pena di costruirne una più grande.

Poi, la cattedrale brucia. Quel popolo disperso si raduna intorno alla fiamma. Sono falene, o sono gli apostoli sfiorati dalle fiamme divine della Pentecoste? Sui milioni di persone di Parigi certo sono una minoranza. Piccola, piccolissima minoranza. Come erano gli apostoli, in quella Settimana Santa, la prima Settimana Santa.

Gli alberi nascono, crescono; muoiono. Ciò che era nato da un piccolo seme potrebbe tornare a rifiorire da un altro piccolo seme. Non tutto è spento a Parigi.
Se arderà di nuovo, lo sa Dio, lo diranno i secoli.

Incendio lento

La cattedrale di Notre Dame, leggo, era l’icona simbolo della bellezza e della storia di Parigi.
Lo scrive uno dei quotidiani più laicisti e anticattolici al mondo, che giusto ieri usava “medioevo” come sinonimo di oscurità, arretratezza, chiusura mentale.
Quelle fiamme che tutti abbiamo visto uscivano da un luogo nato in quel periodo oscuro, da quella stessa fede tante volte irrisa.

Chi ricostrurà Notre Dame? Un popolo che più non crede in quello che essa era stata eretta per contenere? Non ne saranno in grado, anche dovessero replicarla con l’esattezza della tecnologia più avanzata. Forse la faranno come un museo, perché il turista porta soldi. Un buon investimento, anche a lungo termine.

Chissà. Ne ho viste di cattedrali nel deserto, in Francia. Solo che il deserto non era al di fuori, ma dentro. Vuote di fedeli, solo turisti annoiati a sbirciare distratti le vetrate. Gotici gusci.
Ben altro che una cattedrale è bruciata, in questi anni. La fede di un popolo si è consumata lentamente, è diventata fumo, cenere, e la cenere si è raffreddata. Una catastrofe silenziosa, una devastazione ignorata ma ben maggiore di qualsiasi incendio perché non ha colpito ciò che è stato fatto, ma chi faceva. Rovina desolante. Le fiamme che carbonizzavano Notre Dame non sono che pallidi bagliori rispetto all’inferno che consuma le anime.

Le cattedrali sono un segno. La bellezza è nesso tra il presente e l’eterno, per cui il presente è segno dell’eterno e inizio dell’eterno, e sua esperienza, da cui inizia il gusto della vita vera. Questa è la vera ragione per cui l’arte oggi è brutta e senza gusto: perché ha smarrito l’eternità.
Da questo si misura la fede di un popolo, la sua forza, la sua giovinezza: se costruiscano cattedrali. Fatte di pietre, suoni, immagini, parole o qualsiasi materiale reale o immaginario.
Capiremo se la Nostra Dama, la Nostra Signora, sarà ancora la Regina di Parigi, se ancora si chinerà a salvarla, se quella che verrà ricostuita sarà una cattedrale.
E non un museo.

Tengo famiglia

Quante volte facciamo, o non facciamo, per paura di perdere ciò che possediamo.

Stiamo zitti di fronte all’ingiustizia. Assistiamo a cattive pratiche, a crimini persino, ma ci guardiamo bene dall’intervenire. Perché sappiamo che potremmo subirne le conseguenze. Il male non ha remore a proteggersi con la violenza. Anche con la violenza silenziosa, quelle grane che ci fan venire il sangue amaro, che rovinano la vita.
Fossimo soli. Ma che accade quando siamo il sostentamento di una famiglia? Di persone che amiamo. Di piccoli innocenti, i primi ad andare di mezzo? Se il bene è difenderli, allora scambiamo il male per un bene. Per un buon fine, un fine onorevole.
Ma è pur sempre un male.

La carriera negata, addirittura perdere il lavoro. L’ostracismo dei pari. I pettegolezzi maligni, le falsità fatte apposta per screditare, o peggio. La falsa accusa.
Allora meglio tacere. Adeguarsi. Lasciar correre. Ridere alla battuta che dentro ti fa sanguinare. Magari la seconda volta un po’ meno, fino a che l’anima è tutta una cicatrice, indurita. Niente riesce più a fare male.

Accade sul lavoro. Accade in politica, dove chi non si adegua alla disciplina di partito – un altro modo per chiamare l’interesse del potente – si può sognare il posto in commissione, l’essere ricandidato. Se non si hanno altri guadagni, se della politica si è professionisti, impensabile. C’è una vita da mandare avanti. Una famiglia da mantenere.

I sacerdoti dovrebbero esser più liberi. Dovrebbero indicare il male, senza sconti. Sapendo che se hanno ucciso Cristo, con il bene fatto, per il bene fatto, chiunque può essere nel mirino.
Possono tenere botta, difendere l’ideale. Tra Cristo e il mondo, scegliere Cristo. Perché non sono ricattabili. Se importa loro più di una ipotetica carriera. Di un quieto vivere.
Eppure ancora sembra, talvolta, che il mondo per alcuni possa esigere il suo pizzo. Possa far tacere.
Pensate tenessero famiglia.

Impasto

Gli uomini sono quegli esseri che cercano il senso del loro esistere. Ma, allo stesso tempo, quando viviamo come non vi fosse, diciamo che è perché siamo solo uomini.

Essere uomini, allora, è cercare l’eterno, ciò che non muore, o la sua dimenticanza?

Uomini, impasto di terra e d’infinito.

Vulcano-di-fango

Abbandono

E’ l’umanità che ha abbandonato la Chiesa, o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?” Questa la domanda terribile che poneva T.S. Eliot ottantacinque anni fa nei suoi “Cori della Rocca”.
Perché terribile? Perché, qualunque sia la risposta, c’è stato un abbandono.

L’abbandono, quando significa lasciare qualcosa o qualcuno, è sempre terribile. Implica che prima c’era qualcosa di grande, un’unione, una sintonia, una convivenza; e che questa è cessata.
Algo se muere en el alma cuando un amigo se va“, canta la Sevillana dell’addio: qualcosa muore nell’anima quando un amico se ne va. E’ ancora più straziante quando si è più che amici, quando si è condiviso qualcosa che va oltre l’amicizia stessa. Ora, ognuno va per la sua strada. Una strada comunque triste, solitaria, definitiva.

Anche ci si dovesse ritrovare sarà passato del tempo, il tempo della separazione. Una ferita che non si sana; umanamente, non si sana.  Perché l’abbandono implica sempre una ferita: qualsiasi siano le sue ragioni,  buone o cattive, insulse o gravi. E’ una schiena che si allontana. “Non ti conosco”. “Non ti riconosco”. Chi ha lasciato chi?

“E’ l’umanità che ha abbandonato la Chiesa, o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?” Eliot nei suoi cori tracciava la storia dell’uomo e della Chiesa, rasentando la profezia.  Don Giussani, nel suo libro “La coscienza religiosa dell’uomo moderno” fa lo stesso, riproponendo l’identica domanda. Ambedue, è la risposta dolorosa di Giussani.

“Tutte e due, tutte e due, perché innanzitutto è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa, perché se io ho bisogno di una cosa, le corro dietro, se quella cosa va via. Nessuno correva dietro.
E la Chiesa quando ha abbandonato l’umanità?
La Chiesa ha cominciato ad abbandonare l’umanità secondo me, secondo noi, perché ha dimenticato chi era Cristo, non ha poggiato su… ha avuto vergogna di Cristo, di dire chi è Cristo.
.. ”
riprendeva il sacerdote nel 2004 in un’intervista televisiva.

Ambedue, dice Ratzinger nel documento appena pubblicato. La ragione ultima degli abusi, della profonda crisi della Chiesa e dell’uomo, è che non si crede più a Cristo. Non gli crede più la Chiesa, parte della Chiesa; non gli crede più l’umanià, parte dell’umanità. Il saggio di Benedetto XVI è quanto di più cristallino e illuminante abbia letto da un bel pezzo.
Il nostro non essere redenti poggia sull’incapacità di amare Dio“.  E questo vale sia per l’uomo che per la Chiesa. Chi può credere a qualcuno che non ha ragioni di amare?

L’umanità ha abbandonato la Chiesa, e la Chiesa ha abbandonato l’umanità. Perché hanno abbandonato Cristo.
Cristo, abbandonato in cima alla croce. Oltraggiato, percosso, inchiodato, alla fine ucciso. Tutti, o quasi, fuggiti. Come si può vincere il mondo? Come si può vincere il potere? Fuggire, nacondersi, o adeguarsi. “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”

E poi, quando tutto sembra finito, che rimanga solo il deserto dell’abbandono, è risurrezione. I figli tornano.

Niente sesso, siamo moderni

Sono sposato. Posso vestirmi in qualunque modo voglia.
Larry David

Negli ultimi tempi ho letto statistiche da differenti paesi che indicano come, oggi, si faccia parecchio meno sesso di ieri. A quanto pare le probabilità di essere andato a letto con qualcuno nel corso degli ultimi mesi erano decisamente più alte negli anni ’70 del secolo scorso rispetto ad adesso.

Ma come? Non siamo in un’epoca in cui non ci sono più tabù, ed in cui la morale corrente ha sdoganato qualsiasi tipo di rapporto? In cui, se si ha qualche curiosità, basta aprire internet e si può accedere ad ogni tipo di immagine che illustra graficamente non solo i rapporti per così dire convenzionali ma per persino quelle che, in altri tempi, erano chiamate devianze? Non come eravamo noi, tenuti nell’ignoranza da un moralismo repressivo.

Sì, appunto.

Alcuni commentatori affermano che le cause di questo calo sarebbero proprio il ripudio delle antiche tradizioni.
Ci si sposa molto, molto meno; i matrimoni finiscono spesso in divorzi; e, nonostante le convivenze siano vertiginosamente aumentate, il loro numero non compensa i matrimoni mancanti. Il numero di figli al di fuori da una convivenza stabile, in alcuni stati hanno superato quelli nati all’interno del vincolo coniugale.

Non ci si sposa perché si ha paura che non duri. Ma le statistiche sono impietose: chi convive ha una percentuale molto maggiore di fallimento rispetto a chi si sposa. Il risultato di queste unioni mancate è una povertà diffusa, perché i single hanno meno forza economica delle famiglie, specie quelli con figli; e, di conseguenza, anche di figli se ne fanno molti meno. Gli sposati, a parità di altri fattori, hanno anche una vita più lunga, più in salute, con più probabilità di migliorare socialmente.

Sapete cosa cala pure? La felicità. Chi è sposato è statisticamente più felice di chi non lo è, e fa sesso molto più spesso. E sì, c’è correlazione.
Secondo l’Università di Chicago, negli USA i giovani sposati hanno il 75% in più di probabilità di dire ce sono “molto felici” rispetto ai loro coetanei non sposati; ma la percentuale degli sposati è caduta dal 59% nel 1972 al 28% nel 2018.

Un’altra causa della situazione attuale è proprio il diffondersi di una pornografia che fornisce all’immaginario modelli fasulli e irraggiungibili. La realtà non potrà che essere deludente, e l’infelicità aumentare.

In altre parole, la rivoluzione sessuale di cinquant’anni fa e i suoi mentori ci hanno propinato una montagna di menzogne. Abolendo l’antica morale ci avevano promesso più sesso, più felicità. E’ accaduto il contrario. Per usare un paragone chestertoniano, la morale cattolica era un muretto, ma che sorgeva sul ciglio di un precipizio. Adesso che è stato distrutto più nessuno ha il coraggio di avventurarsi vicino all’orlo.

Sapete cos’altro si è dimostrato una menzogna?
La stessa fonte di prima attesta che coloro che frequentano spesso funzioni religiose si dichiarano del 40% più felici di coloro che non sono religiosi per niente. Il calo della percentuale di devoti è parte del calo generale di felicità. Ma anche questo non si può dire.
Al cinema, alla televisione, su tutti i media continuiamo a vedere che il modello proposto è quello del singolo a-religioso sessualmente attivissimo e felice.
Ma si sa, quelle sono opere di fantasia. Lontanissime dalla realtà.

C’è da imparare

Mia moglie sta partendo per qualche giorno. Ci salutiamo. “Pensi tu, vero, a Birba?” mi dice, sogghignando.
Birba è una gatta. Con delle idee molto precise. Qualcuno le potrebbe chiamare vizi. Ad esempio, dormire fino alle tre e mezza di notte sul divano, stravaccata su una copertina, il ritratto angelico della tranquillità. Quindi alzarsi, stirarsi, recarsi dall’umano più vicino, che in quell’istante è addormentato nel suo letto in piena fase REM, ed attirare la sua attenzione.

Il metodo che la gatta usa per risvegliare il servo dormiente consiste nel farsi le unghie sul materasso. Al che l’umano si alza, cerca le ciabatte al buio a tentoni, non le trova, smoccola sottovoce, decide di camminare a piedi nudi sul pavimento gelido (prendendosi un malanno) e si dirige verso la porta che dà all’adiacente ufficio; la apre, getta un paio di croccantini di quelli buoni, fatti di caviale del Volga e cuori di fringuello (o qualcosa dal prezzo simile) al di là della soglia, aspetta che il felino con comodo si degni di varcarla, richiude la porta e torna a letto.
Mia moglie credo riesca a fare questo continuando a dormire. Io dopo mi rigiro fino all’alba.

Bisogna prendere esempio da Birba. Quando la pappa è finita si siede accanto al piatto vuoto e ti guarda. Poi, sempre scrutandoti fisso, allunga una zampa  verso i magneti appesi al vicino termosifone e con un colpo di zampa ne stacca uno, che cade al suolo. Ti guarda. Un altro colpo di zampa, altro magnete casca giù. E ti guarda ancora. Come a dire: quando finisco i magneti, sarà qualcosa d’altro a rotolare.

Se poi non la consideri per il suo quarto d’ora di coccole serale, magari perché stai facendo inglese con la figlia, è lei a decidere che si è studiato abbastanza. E si sdraia sui libri che stavi usando.

Tutte le volte che le nostre richieste vengono disattese, che i nostri appelli rimangono inascoltati, che non siamo considerati dal potere, penso che ci sia da imparare da quella gatta.
Tutto sta a trovare il materasso giusto su cui farsi le unghie.

Vive la difference

Un po’ di tempo fa, quando i cristiani cercavano di opporsi all’imposizione forzata delle teorie gender, non era raro che qualcuno, non si sa con che ignoranza o faccia tosta, sostenesse che erano tutta un’invenzione.
Al che viene da pensare: ma allora Simone de Beauvoir, quando diceva “Una persona non nasce, piuttosto diventa, donna“, cosa intendeva? Oppure la professoressa di Berkeley Judith Butler, che sosteneva che “maschio” e “femmina” sono solo dei costrutti sociali e che “Il genere non è un fatto, sono i vari atti gender che creano l’idea di gender, e senza questi atti non ci sarebbe gender del tutto” cosa intendeva? Per queste affermazioni ha vinto il Premio Mellon, un milione e mezzo di dollari (il Nobel sta a poco più di uno). E insegnava letteratura comparata, non neuroscienze. Questo più di trent’anni fa: ma ancora nel 2017, Cordelia Fine, professoressa di studi storici e filosofici a Melbourne, ha scritto un libro “Testosterone Rex: Unmaking the myths of our gendered minds” vincendo il premio della Royal Society per il miglior libro di scienza dell’anno. In esso si afferma che ogni pretesa che uomini e donne differiscano significativamente nel cervello o nel comportamento sono semplici miti diffusi dalla eteronormativa patriarcale.
Non è difficile incontrare affermazioni simili, in riviste divulgative o anche più specialistiche. Intere nazioni ci hanno fatto e ci fanno politiche sopra.

Peccato che la scienza, quella vera, quella sperimentale, dica altrimenti.

Se quello che le suddette pluripremiate e celebrate autrici fosse vero, e la differenza tra maschio e femmina fosse un ruolo imposto dalla società, ci si aspetterebbe che quando l’imposizione viene a mancare tra i due cervelli fisicamente non ci sia alcuna differenza. Ma non è così. Intanto i cervelli, fisicamente, nei tempi e modi di maturazione e nelle caratteristiche sono profondamente diversi tra maschi e femmine durante l’infanzia e l’adolescenza. Non solo: alcune di queste differenze, ad esempio nella trascrizione dei geni o nelle connessione corticali, sono ancora più marcate prima della nascita dove non si comprende come l’educazione potrebbe influire.
Le femmine sviluppano, mentre sono ancora in utero, maggiori dimensioni della corteccia prefrontale e un gran numero di connessioni tra diverse parti del cervello. In effetti, noi maschietti abbiamo un modo di ragionare seriale mentre le donne sono capaci di pensare in parallelo. Adesso sappiamo anche perché.

Se questo non bastasse, abbiamo altri esperimenti che mostrano come le femmine siano meno prone al rischio dei maschi. Non stiamo parlando di umani, ma di topi. Certo, c’è la possibilità che la società patriarcale dei sorci possa influire sui risultati…

A suo tempo, Galileo Galilei fu inquisito per delle affermazioni di cui non poteva fornire le prove, e ancora ce la menano. Oggi abbiamo persone inquisite per ciò che è provato al di là di ogni dubbio, tipo il professore dell’università di Lund in Svezia denunciato dai suoi stessi studenti perché ha affermato che maschi e femmine sono diversi, e tutto tace.

Uno si può domandare come proposizioni così antitetiche rispetto all’esperienza e ora negate pure dalla scienza possano continuare ad essere credute ed imposte. A chi convenga. Se parliamo di ingiustizia, cosa è più ingiusto: dire che due cose uguali sono differenti, o che due cose differenti sono uguali? Da parte mia, quella differenza che si vuole inesistente è una delle meraviglie della vita, una delle ragioni per cui vale la pena viverla.
Vive la difference!

Impavidi

Essere impavidi non vuol dire “non avere paura”. Vuol dire non farsi vincere dalla paura, come invece accade al pavido.
Perché tutti abbiamo paura. La vita ci insegna presto che occorre averne, se si vuole sopravvivere. La paura non è di per sé male, perché è legata al concetto di prudenza. Chi non conosce la paura è incosciente. L’incosciente non è impavido, è solo folle.
Quando però la paura ci domina, quando ci costringe all’inazione o, peggio, a cedere davanti al forte, al pre-potente, allora diventa male. Diventa qualcosa che ci fa essere meno uomini.

Essere impavidi vuol dire quindi essere davvero uomini. Si può dire che è una virtù virile: occorre un coraggio non comune per essere disposti a morire (in trincea o sul pulpito) per ordini superiori.
Morire in piedi, eroismo meno difficile in assenza di mogli e figli che possano suscitare la paura della perdita. Mentre, all’opposto, la donna diventa impavida e temibile guerriera quando difende casa sua, i suoi figli. Ruoli differenti, attacco e difesa, ognuno necessario.

Si capisce allora che un nemico che voglia conquistare, che voglia debellare la resistenza, tenterà di rendere gli uomini pavidi, proverà a togliere le donne da quella casa che dovrebbero difendere. Ci si batte male su un terreno che non si conosce, per il quale non si è fatti.  O non ci si batte per niente, resi pavidi dalla propria finitezza, dalla mancanza di un motivo valido per compiere l’impresa.

C’è una canzone che dice “cammina l’uomo, quando sa bene dove andare”. L’impavido è tale perché sa dove sta andando, vince la paura del cammino perché ha qualcosa di più grande da fare. Se viene meno il motivo, la coscienza, allora la paura prevale. Se il dubbio e l’incertezza dominano, non si cammina, ci si arresta. O si torna indietro. Chi ce lo fa fare.

Se vogliamo essere davvero impavidi allora dobbiamo scoprire perché esserlo, per cosa esserlo, per chi esserlo. Stringerci in compagnie di amici, che possano sostenersi vicendevolmente quando l’ora si fa buia.
Perché il nemico arriva.

Riempire i vuoti

La ragione è coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori, così come la cogliamo nell’esperienza. Ma proprio questa definizione ci fa rendere conto del nostro limite, e dell’arroganza di usarla come potesse spiegare ogni cosa. Siamo esseri umani, e per quanto intelligenti, per quanto saggi, grandi quanto vogliamo, siamo esseri finiti. Anche i migliori tra noi.

Permettetemi un paragone. Guardatevi attorno. Adesso pensate la stessa scena vista attraverso una telecamera, l’obbiettivo di una macchina fotografica. Una piccola immagine conterrà pochi dettagli; ingrandendola la vedrete sgranata, i particolari più fini si perderanno. Aumentiamo la risoluzione, 600×800, 1200×16000, un milione per due milioni… una risoluzione sufficientemente grande ci può dare l’illusione del reale ma, avvicinandoci ad un dato momento vedremo comunque i pixel. La risoluzione di una immagine è data dal numero complessivo dei suoi punti. Per quanto grande, la memoria delle macchine ha un limite, è finita. Come anche la nostra visione. La nostra memoria ha pure un limite, il numero dei nostri neuroni. Ci sarà sempre un particolare minuto che ci sfuggirà, che andrà oltre la nostra soglia di percezione. C’è molta più realtà di quanto possiamo pensare.

Se la fotografia è sgranata, ci sono delle tecniche di interpolazione che consentono di dare l’illusione della continuità. Assegnano valori arbitrari a ciò che non posseggono basandosi su ciò che sta intorno. E’ un trucco, un’illusione. E’ un ragionamento: dove non arrivano i dati, esso cerca di desumere ciò che dovrebbe essere da ciò che sa. Qual è il rischio? La presunzione. Pre-sumere: assumere in anticipo. Non posso sapere ciò che non so, ciò che già non rientra nella mia visione. Se io sono qualcosa di limitato in un mondo che non lo è, ci saranno infiniti punti che io non comprenderò. E’ matematica.

Chesterton dice che il pazzo non è chi ha perso la ragione, ma chi ha perso tutto tranne la ragione. Cioè chi ha lasciato da parte la realtà e l’esperienza e si basa unicamente sul proprio ragionamento, interpolando quanto conosce fino ad elaborare finzioni per ogni cosa. Ad avere un’immagine finta del mondo e di se stesso.
Non possiamo fare a meno di interpolare i dati. Di riempire gli spazi incogniti con ciò che sappiamo di quanto esiste. Siamo uomini, e gli uomini tentano sempre di riempire il vuoto, dentro e fuori di loro. Cercando di raggiungere ciò che è Tutto.
Chi pensa il tutto, senza interpolazioni, per come realmente è, è per definizione infinito.
Il reale in noi è solo un’immagine che sfoca in lontananza. In lontananza, eppure così vicino, com’è Dio.