Archivio dell'autore: Berlicche

Ricordo male

Sono abbastanza vecchio da ricordare quando bisognava abbattere tutti i muri, e costruire ponti. Sembra che chi ha abbattuto i muri si stia servendo delle macerie per costruirne altri di più alti e nuovi.

Sono abbastanza anziano da ricordare che le chiusure dovevano servire ad impedire che si saturassero gli ospedali. Gli ospedali sono vuoti, ma si parla sempre di chiusura.

Mi sembra che ci fossero giorni in cui l’emergenza era un fatto eccezionale e non sistemico. Ai tempi dell’antica Roma, per le emergenze si chiamavano i dittatori; che, finite, tornavano a casa. E se l’emergenza non finisce mai? Ma cos’è poi, un’emergenza?

La memoria mi fa riandare agli anni in cui la libertà di fare quello che si voleva era intoccabile. Chi era di quella convinzione adesso pare avere cambiato idea; ma solo per certe libertà, quelle degli altri.

Mi rammento ancora quando ciò che era vero era evidente, negare la realtà impensabile, seguire i fatti necessario. Ma può darsi che sia solo un falso ricordo, di un’età mitica che non è mai esistita.

Ricordo male, è passato troppo tempo da allora.

Non ci fidiamo

Vorrei partire, come ho fatto altre volte, da una vignetta di Calvin & Hobbes:

Calvin: “Questi sono tempi interessanti!”
“Non ci fidiamo del governo,
Non ci fidiamo del sistema legale,
Non ci fidiamo dei media, e
Non ci fidiamo gli uni degli altri!
Abbiamo minato tutta l’autorità, e con essa, le basi per rimpiazzarla!”
Hobbes: “Interessanti è un termine riduttivo”.
Calvin: “E’ come il sogno di un bambino di sei anni divenuto realtà!”


La mia osservazione è una domanda: cosa ci ha fatto perdere fiducia?

Io perdo fiducia in qualcuno quando quel qualcuno mi mente. Posso anche perdonarlo, ma non prenderò per vero niente di quello che mi dirà.
Quando non si riconosce più una volontà di verità, quando ci si sente ingannati, quando si viene trattati da idioti, allora non ci si fida.
Quando manca un terreno comune, una fratellanza, una sincerità, non c’è da fidarsi.
Voi vi fidate?

Finisco con un’ultima domanda: come si può tornare ad avere fiducia?

Precari

il post che ho scritto oggi spero non lo vedrete per un pezzo. E’ l’ultimo post di questo blog. E’ il post che mette le sedie sui tavoli e spegne le luci.
L’ho pubblicato; se non altero la data, si vedrà a fine anno. E’ come il manoscritto in cassaforte con l’ultima avventura del famoso detective.
Naturalmente io spero di spostarla, quella data. Ma chissà cosa può accadere. Mi sembrava giusto provvedere ad una conclusione per ogni eventualità, perché non posso certo illudermi di essere eterno, o che lo sia questo blog.
Anche il presumere che sarà pubblicato è presunzione, in fondo. E’ dare per scontato che wordpress continuerà ad ospitarmi, che i miei scritti non verranno vietati, che internet e la nostra civiltà continueranno ad esistere; e che ci sarà qualcuno che mi leggerà ancora.
In fondo tutta la nostra vita è basata sul fatto che tutto rimanga com’è. Che nessuna catastrofe ci colpirà.
La storia ci insegna che non è il caso. Forse è proprio questa l’illusione: la comodità di una esistenza senza scosse, quando siamo precari.
Ma anche il precario deve vivere l’oggi, e farlo pienamente, perché il tempo passato non torna.
Il post di oggi è concluso; pensiamo a quello di domani.

Il gigante nel cielo

Verso est, i giganti incombono sulle colline.
La loro testa tocca il cielo. La loro cima è spettinata dai raggi cosmici, ai confini della troposfera. Saranno alti dieci, dodici chilometri almeno. I loro piedi sono ribollenti vortici grigioazzurri. Non invidio chi stanno calpestando. Nei giorni scorsi hanno imperversato, martellando tetti e campagne con proiettili di ghiaccio grossi come palle di bombarda.
Sono cumulonembi; non vi inganni il loro aspetto di panna montata, la loro ira è terribile.

Mentre pedalo tranquillo per la strada attraverso le lunghe ombra della sera ogni tanto getto un’occhio verso di loro. Sono distanti, almeno trenta chilometri, forse più. Non che non possano correre veloci; qualche giorno fa, li guardavamo colorare d’argento colli distanti senza accorgerci di quanto rapidi avanzavano, finché ogni cosa intorno a noi ha preso a volare via in orizzontale.

Qualcosa attira la mia attenzione. Proprio sulla cima di quel colosso bianco, tra le bulbose protuberanze acquifere, c’è un oggetto inconsueto. Sembra un tratto verticale, solido, di colore nero. Un nero solido, non sfumato; come una torre di giaietto, una stele che a quella distanza deve essere alta centinaia di metri. A dieci chilometri d’altezza.
E’ come se per un istante la tempesta si sia socchiusa per farmi sbirciare il suo segreto. Mi fermo, perplesso. La forma dell’oggetto che spunta dalla nuvola non cambia. E’ qualcosa di impossibile. Un oggetto tra me e la nuvola? No, è ben alta nel cielo. Aereo? No, è troppo grande ed immobile. Un’ombra? Può darsi, ma nessuna altra ombra è così scura. Cerco inutilmente di cogliere dettagli, ma le nubi si stanno già richiudendo. Qualche istante e la torre nera viene ricoperta, sparisce alla vista.

Illusione ottica? Oh, quasi certamente. L’alternativa sarebbe pensare che nel cumulonembo ci fosse davvero qualcosa di nascosto: un’astronave gigantesca, o forse quei castelli delle fiabe, ricchi di tesori. E noi siamo adulti, non crediamo alle favole. Non più. Almeno, non a quelle che leggevamo da bambini.
Cosa c’era, però, nella nube?

Qui e Altrove

Percorrere ancora le sale
Salire ancora i gradini
La chiave l’avevo, è smarrita
E ora il tempo ha confini

Altrove. Altrove è un posto in cui ero solito viaggiare fin da ragazzo. In effetti, ero più altrove che Qui.
Altrove non è Qui.
Qui è banale. Qui è noioso. Da Qui si vorrebbe fuggire. Per andare altrove.
Quante volte i miei occhi aperti erano sintonizzati sull’Altrove e non sul Qui. Quante parole pronunciate Qui io non ho ascoltato, perché le mie orecchie erano Altrove.
Altrove ci sono pericoli. Altrove c’è Avventura! Altrove è tutto quello che non è Qui.

Poi gli anni passano e cominci a renderti conto che, se tu andassi Altrove, saresti lo stesso di Qui. Il paesaggio può cambiare, ma una persona rimane fondamentalmente identica anche se si sposta di luogo. E’ probabile che l’Altrove abbia gli stessi problemi di Qui; forse anche maggiori. Le invasioni di orchi possono anche essere affascinanti da sognare nei brevi pomeriggi invernali, ma non vorremmo davvero trovarci sulla strada dell’Orda, avessimo anche una spada magica. I draghi potranno pure essere creature meravigliose a vedersi di lontano, ma sul serio desideriamo essere a portata d’artiglio? Salire sulla montagna di quel pianeta sconosciuto è poi così diverso in termini di sudore e fatica dall’escursione dietro casa?

Forse voi avevate fantasie diverse; forse voi praticavate diversi Altrove. Forse, come tanti, avete smesso di frequentare i vostri Altrove perché gli adulti hanno di meglio da fare. Gli adulti devono vivere Qui.

I miei Altrove sono cambiati con me. Ora so che Altrove non troverò quello che Qui mi manca. Non sono più quelle terre magiche dove tutto è possibile. Per me sono diventate le terre del Se; il luogo che mi fa capire meglio il Qui. Sono ciò che il Qui potrebbe essere, sono ciò che il Qui forse sarà.

Eppure ancora talvolta mi sporgo dalla balconata che dà sull’Altrove più profondo. Guardo le sue immense colorate terre stendersi apparentemente senza fine verso l’orizzonte. Mandrie sterminate popolano le valli a nord, chiuse dai monti orlati di tempesta. Le foreste sussurrano alle colline, ed è una città quella macchia dorata irta di torri? Vorrei andare, ma non posso più dimenticare che la mia terra è Qui.
Sogno sempre l’Altrove, ma ora ha i colori del vero.

***
Se vi capita di passare martedì prossimo dalle parti di Giaveno, si parla di Altrove e – incidentalmente – del mio libro. Che in qualche modo c’entra con quanto scritto sopra.

Mercante

Avete capito male.
Non vi sto vendendo vaccini. Non vi sto vendendo rimedi contro la violenza. Non vi sto vendendo la salvezza dai cambiamenti climatici.
Queste cose io ve le do gratis. Sono omaggio, approfittatene.
Se foste intelligenti, se ragionaste, capireste che niente è gratis, e quindi qualcosa vi sto pur vendendo. Cosa sarà, potreste chiedervi.
Ve lo dirò: io vi sto vendendo paura.
Paura della malattia, della morte, dei violenti, che il tempo peggiori. Paura degli estremisti e della polizia. Paura di impegnarsi, del sacrificio, persino paura della paura.
La paura fa smettere di pensare. La paura impedisce di ragionare, togliendovi così la sola possibile arma contro di me: il guardare la realtà.
Se avete paura state con il gomito davanti agli occhi. Così non vedete che ogni cosa che vi dico è menzogna.
Non proprio ogni cosa, no, ma basta una percentuale infinitesimale di falso per mandare a male un intero carico di verità.
La paura?, voi direte ridendo. Ma che assurdità dici? E con cosa la compreremmo?
Con la sola cosa di cui mi importa, io rispondo. La vostra vita. La vostra libertà. Il vostro silenzio.
Voi mi pagherete con le vostre parole; mi pagherete con il vostro tempo, e con la vostra obbedienza. Quello che avete paura di perdere, che avete avuto senza merito, lo darete a me. Volentieri. Io non voglio spiccioli, voglio tutto.
Quando vi avrò preso tutto, potrete andare. Non si ha più paura, quando non si ha nulla da perdere.
Ma so che non lo farete. Resterete con me. Perché vi avrò tolto tutto, e rimarrò solo io. A cos’altro potrete aggrapparvi?
Apritemi le porte delle vostre case e del vostro cuore. Datevi a me.
Abbiate paura.

Quali regole?

Dicevo, l’altro giorno, che tifare per la propria squadra si può dire innato nell’essere umano.
E non solo nell’essere umano. Non c’è animale che non attacchi a vista l’intruso nel proprio territorio. Le guerre non sono prerogativa solo degli uomini, ma di ogni tipo di società organizzata. Chiedetelo alle formiche.

La storia e la biologia insegnano che cessare di sostenere la propria squadra si risolve di solito in un disastro. Ciò che non è sostenuto crolla, di solito trascinando con sé quanto lo circonda. Almeno, questo sembra valere per le organizzazioni umane, siano stati, partiti, squadre di calcio.

L’appello ad amare il proprio prossimo, in questo tipo di civiltà, si sposa con l’impegno di odiare il proprio nemico. E’ ragionevole: se c’è un nemico, meglio distruggerlo appena si riesce.

C’è una scena nel film “Butch Cassidy & Sundance Kid” in cui il primo, impersonato da Paul Newman, affronta in un duello con i coltelli Harvey, un energumeno il doppio di lui.

Butch Cassidy: [Si dirige verso Harvey, che si tiene pronto a combattere. Qualcuno gli offre un coltello] No, no, non ancora. Non finché io e Harvey non mettiamo in chiaro le regole.
Harvey Logan: Regole? In un combattimento con i coltelli? Non ci sono regole.
[Butch dà un calcio nei testicoli ad Harvey, che cade in ginocchio]

C’è una ragione per non odiare il proprio nemico? Per non menarlo, sputargli in faccia, pensare una legge per azzopparlo? Regole, quali regole?

Nella storia, c’è stato un uomo che per primo ha detto qualcosa di radicalmente diverso:

Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

Matteo 5, 43

Dopo di lui, altri ci hanno provato, ma il guaio è che non hanno saputo dare una ragione diversa da quella che Cristo ha dettagliato qui sopra.

Perché fare il tifo per il proprio prossimo è congenito. Chi predica una generica fratellanza, ma senza un padre, di solito finisce per stilare elenchi di quelli che sono fratellastri, semplici conoscenti ed estranei. Trovare qualcosa che unisca davvero tutti è impossibile a degli esseri umani; deve per forza provenire dall’alto; deve per forza presupporre Qualcuno che garantisca, che certifichi, che dia un senso a qualcosa di così assurdo come volere bene a chi ci vuole male.

Perché fair play e la fratellanza del volemose bene durano finché non inizi a perdere. Poi, il tuo prossimo tiene fermo quel bastardo del tuo avversario mentre tu lo meni.

I giorni delle tenebre

Non ci stupisce che calino le tenebre; ci stupirebbe se non ritornasse la luce.

Tifo

E’ da ieri sera che sto cercando di capire perché tifo Italia.
Oh, c’ero anch’io davanti al televisore. E certo, anch’io ho esultato al quinto rigore. Ma mentre impazzavano i festeggiamenti e persino le campane del vicino campanile suonavano a festa, mi domandavo: perché?

Non è che conosca qualcuno di quei signori in azzurro. Non mi arriverà un bonus speciale in banca. Nessuno dei miei problemi troverà una soluzione grazie alla loro vittoria. Eppure ne sono felice, e con me tanti.

Ecco un primo punto. Abbiamo vinto pure l’europeo di softball femminile, ma per quello non ci sono stati cortei di clacson strombazzanti. Forse non è solo importante vincere, ma la gioia sembra anche essere direttamente proporzionale a quanta altra gente esulta. La felicità è tanto maggiore quanto è condivisa con chi ci sta accanto. Perché avessero esultato gli inglesi non sarebbe stata la stessa cosa.,

Si direbbe che fare il tifo per chi ti sta vicino, con chi ti sta vicino, rientri in ciò che possiamo chiamare umano. Tenere per la propria tribù, per il proprio popolo, per il proprio paese: se la mia comunità vince, si dimostra migliore delle altre, di riflesso anch’io sono esaltato con i vincitori. Ci sentiamo migliori. Quasi certamente non lo siamo, ma è così che funzioniamo noi uomini.

Diceva Aristotele che sono solamente le bestie e i superuomini che vivono da soli, che non hanno bisogno d’altri. Non conosco superuomini. Tifare per qualcuno lontano da noi, per l’estraneo, è innaturale: può farlo solo chi crede in cose innaturali, in ideologie che hanno prosciugato l’umano che è in lui.

E non potevo fare a meno di chiedermi: è forse questo che vuol dire amare il proprio prossimo? Desiderare che chi ci sta accanto sia felice. Che le cose gli vadano bene; che so, che vinca pure un Europeo.

Timor di Dio

Temete Dio e dategli gloria, perché è giunta l’ora del suo giudizio.
Apocalisse 14, 7

Un padre può essere amorevole e allo stesso tempo temibile. Se non ti punisce quando fai qualcosa di malvagio non tiene a te; ti sta incoraggiando a compiere il male.

Se un padre non incute timore non sarà in grado di difenderti quando le cose diventeranno davvero difficili, quando il pericolo vero sarà imminente. Se si può ridere della sua ira, se non giudica e quindi non agisce in base ad un criterio di verità, se è indifferente a quanto ti succede, allora, perché dovrebbe scomodarsi per te? Anche se si scomodasse, che potrebbe fare?

La condizione per non avere paura è essere dalla parte di chi incute timore. Se non si ha timore di Dio, si ha timore di tutto il resto. Se si teme Dio, forse saremo spaventati lo stesso, ma non cederemo di fronte alle nostre paure.
Non è coraggio; è affidarsi.

Un imperatore in rosa

Chi pensa che l’odierno imporsi di governanti apertamente omosessuali sia una delizia moderna, un segno del progresso che finalmente l’ha vinta su età più oscure, probabilmente non sa che la storia ci dice tutt’altro.

In effetti, si tratta di un ritorno al passato; forse non si studia molto a scuola, ma alcuni tra gli imperatori romani non nascondevano le loro preferenze per rappresentanti belli, giovani e muscolosi del loro stesso sesso. Forse il più noto è il rapporto tra il quarantacinquenne Adriano e il tredicenne Antinoo; che, in confronto di altri, appare quasi casto. Infatti altri che notoriamente indulsero in tali pratiche lo fecero in maniera decisamente più – come dire – eclatante.

Vi ho già scritto di Nerone, che sposò come “moglie” un certo Pitagora, e poi come “marito” un liberto di nome Sporo, che sembra somigliasse alla moglie Poppea da lui uccisa a calci mentre era incinta. Oggi però vi voglio parlare di qualcuno che fu anche più eccessivo: Vario Avito Bassiano, meglio conosciuto come Eliogabalo.

Costui diventò imperatore a quattordici anni, messo sul trono dalla madre e dalla nonna nel 217 d.C.. Siriano di nascita, imparentato con l’imperatore Caracalla, fatto passare persino per suo padre, era per diritto ereditario sommo sacerdote di una divinità orientale chiama El-Gabal, che lui importò a Roma con il nome di Sol Invictus. Il tentativo riuscì maluccio; fece “sposare” il dio con le maggiori divinità femminili dell’Impero, ma pochi gradirono.

Un tratto che non lo rese particolarmente simpatico fu che, a quanto raccontano le fonti, passasse i giorni e le notti a intrattenersi con i giovani superdotati che aveva dato ordine di cercare e fare arrivare a corte. Si sposò sette volte, cinque volte con donne – tra cui una vergine vestale, in uno dei maldestri tentativi ecumenici di cui sopra – e due con uomini. Di uno questi, di nome Ierocle, si compiaceva di esser chiamato moglie, amante e regina. Pare si truccasse e depilasse, si prostituisse nei bordelli e anche a palazzo, stando nudo sulla soglia e invitando i passanti.

Qualche anno fa, in un museo madrileno vidi un dipinto che mi incuriosì. Raffigurava un episodio della vita di questo imperatore, quando nel corso di un festino fece piovere sugli invitati diversi metri cubi di petali di rosa, ammazzando soffocati alcuni degli ospiti.

Nella sua breve vita riuscì ad inimicarsi praticamente tutti quelli che contavano, dal popolo al Senato, all’esercito, ai pretoriani, e financo sua nonna, che alla fine ordì la congiura in cui morirono sia lui che la stessa madre. Li presero insieme mentre erano nascosti in una latrina, e vi risparmio i particolari sulla loro sorte. Lui era diciottenne. Su di loro si esercitò la damnatio memoriae; persino Twitter cancellò i loro account.

Vedete, quindi: ai confronti di quelli, i tempi odierni sono quasi pudichi. Non siamo ancora riusciti a cancellare del tutto quella pessima abitudine al rispetto della persona, alla libertà, al concetto di giustizia e verità che ci ha accompagnato nei secoli bui tra Eliogabalo e noi; ma, piano piano…




Un numero, una lettera, una definizione

Quando non si riconosce che una persona è tale perché integralmente essere umano, la si riduce ad una sigla, ad un colore, ad un numero, ad una lettera, ad una definizione.

Tu sei -ista, io sono anti-, tu sei K, io sono Z. Tu sei il 126893.

Se vi fermate però un attimo a pensare, una persona è molto più di questo. Una lettera, un numero, una definizione non comprenderanno mai tutte le gioie e i desideri e le cose imparate e dimenticate, la vita vissuta, l’amore. Sono delle maniglie per potervi portare dove si vuole. E’ prendere solo una sottile fetta superficiale di voi, e buttare il resto.

Chi vi indentifica con un numero, una lettera, una definizione non si interessa a voi. Vi sta usando.
Se vi identificate con un numero, una lettera, una definizione, state rimpicciolendo ciò che di grande siete. Vi riducete. Cessate di essere umani ai vostri stessi occhi, e agli occhi degli altri.

E chi si interessa della sorte di ciò che non è umano?

Non ve ne siete accorti?

Non vi è mai capitato di chiedervi come mai certe dittature abbiano in passato registrato un così alto numero di consensi?
Insomma, possibile che siano solo una dozzina i professori universitari che non hanno accettato il giuramento fascista? Come hanno fatto certi referendum e certe leggi naziste a passare così unanimi? Come mai Lenin, Stalin e Mao hanno avuto così pochi oppositori e così grandi folle acclamanti?
Chi sono quelli che attendono il dittatore per salutarlo felici e lodano le sue leggi?

Non tutto è spiegabile con la pura e semplice paura della propria incolumità fisica. Certo, il timore di conseguenze conta molto; il coraggio se uno non ce l’ha non se lo può dare, dice un noto adagio. Ma ci sono altri fattori.

Se tutti intorno dicono e ripetono lo stesso mantra, magari senza averlo compreso, senza capire cosa significa; se giornali e radio e televisioni e social media ossessivamente reiterano le stesse banalità; se giornalisti compiacenti e influencer di regime non perdono occasione di elargire la loro saggezza acquisita a prezzo di saldo… si fa veramente fatica a pensare con la propria testa. E’ davvero difficile ragionare, opporsi al flusso, non allinearsi con la massa che magari ostenta di essere ribelle mentre pratica il più cinico conformismo.

Se oggi si facesse la conta dei professori che si oppongono al dogma gender, dei giornalisti non allineati al regime arcobaleno che osano parlare sulle loro testate allineatissime, di coloro che rifiuterebbero un gaio giuramento per potere continuare a fare il proprio mestiere, non dubito che le percentuali di consenso sarebbero pressapoco le stesse delle legge fascistissime o dei piani quinquennali sovietici.
Non tutti convinti, ma persuasi che in fondo sia meglio tacere che soffrire per sostenere una evidente verità.
Basta guardarsi attorno, vedere i pochi loquaci convinti, pesare la gran massa degli allineati, contare gli sparuti oppositori mazziati se osano aprir bocca.

E’ ora come allora; anche in quei giorni non era pensabile di poter pensare in modo diverso. Fino a quando l’evidente è diventato troppo difficile da ignorare, quando è venuto giù tutto. Quando gli allineati con un sospiro di sollievo hanno potuto riallinearsi, e i convinti hanno rivoltato la giacca double-face.

Ma questo è il nostro futuro – che arriverà, statene certi, perché la verità la puoi nascondere ma non cancellare. Il presente è ancora di chi ti non ti permette di parlare. Davvero non vedete?

Stiamo vivendo in una dittatura, e voi non ve ne siete accorti.



Pettirossi

Il balcone di casa mia ospitava, di tanto in tanto, un pettirosso, cliente interessato alle ciotole dei felini residenziali. La sua specie migra, ma di anno in anno lo vedevamo tornare a zampettare sulle ringhiere, troppo veloce anche per i nostri gatti.

Sono incappato in un interessante articolo su Nature. Forse il linguaggio è un po’ ostico, ma il succo è questo: non si capiva come facessero certi uccelli migratori, come ad esempio il nostro pettirosso, a viaggiare la notte come abitualmente fanno, ritrovando infallibilmente la loro destinazione. La soluzione potrebbe essere in una particolare proteina, il criptocromo 4, presente nella retina di questi uccellini, che risulta sensibile al campo magnetico terrestre.

Meraviglie della natura. Certo, ipotesi da verificare, ma sarebbe sicuramente un fatto sbalorditivo per i fautori dell’evoluzione cieca e casuale.
Perché il pettirosso non vola a caso, ma torna a casa sua proprio perché cieco non è.

It’s not a bug, it’s a feature

Sai quelli che non ci voglion bene
È perché non si ricordano
Di esser stati ragazzi giovani
E di avere avuto già la nostra età

Gianni Pettenari , “Bandiera gialla

Da che tempo è tempo, noi anziani ci siamo lamentati dei giovani.
Devo precisare che anziani e giovani, qui, sono termini relativi. Ho sentito personalmente dei diciottenni scuotere il capo davanti al comportamento dei quattordicenni: “Ai nostri tempi, noi non eravamo così”.
Neanche loro erano come noi. E noi non eravamo come i nostri padri, che a loro volta facevano alzare gli occhi al cielo ai nostri nonni. Apparentemente ogni generazione è peggiore della precedente; lavora meno, capisce meno, ha meno voglia di fare le cose. O tempora, o mores.

Si lamentavano i nonni, si lamentavano gli avi nell’ottocento, gli antenati nel medioevo, antichi romani, greci, cinesi del tempo che fu. Se questo costante peggioramento fosse vero deve essere esistita, qualche migliaio di anni fa, un’età dell’oro dove la terra era popolata esclusivamente da saggi e operosi superuomini.

Permettetemi qualche dubbio. Quando una lamentela passa di generazione in generazione praticamente immutata mi viene da pensare che non sia un errore del sistema, ma una sua caratteristica. “It’s not a bug, it’s a feature“, come si dice tra ingegneri.

Può darsi che ci dimentichiamo come eravamo noi davvero. Forse spinti dal doverci dare un contegno, o proprio perché certe cose è meglio scordarle tanto sono imbarazzanti. Quando devo rimproverare i miei figli di qualcosa tante volte mi viene da ridere, perché all’epoca ero ben peggio. Poi però il ruolo ha la meglio, perché adesso sappiamo che i nostri vecchi non avevano poi torto, i loro rimproveri erano corretti, e quindi li facciamo nostri. La maturità si paga cara, e a prezzi d’inflazione.
Così, in attesa che i figli compiano i nostri errori e ne inventino di nuovi noi, benevoli ipocriti ci lamentiamo di loro, quando fanno ciò che facemmo noi; o che avremmo fatto, avessimo potuto.

Ieri sera sono stato a cena con una dozzina di persone. Oltre la metà erano miei coetanei, e poi c’erano dei diciottenni e dei venticinquenni. Bella gioventù. No, il mondo non finirà con la prossima generazione; o, almeno, c’è speranza. Il mondo funziona così, sempre sull’orlo del disastro e sempre si risolleva; it’s a feature.

Fuori dal sepolcro

Ho da poco finito di leggere un interessante articolo (in inglese): “The turning tide of intellectual atheism“, “Il riflusso dell’ateismo intellettuale“.
Cosa dice? Che, come recita il sottotitolo, sempre più intellettuali atei seri riconoscono la necessità della resurrezione del cristianesimo ma non riescono a rendere viva la fede in loro stessi.
In altre parole, devono ammettere che il loro ateismo non è in grado di giustificare le loro convinzioni morali, e sono portati a riscoprire che il cristianesimo non era poi tutto quell’oppio che alcuni dicevano. Però, poi, sono incapaci di andare oltre e tirare le conclusioni.

Cito:

(…) Murray crede che la Cristianità sia essenziale perché i secolaristi sono stati fin qui totalmente incapaci di creare un’etica dell’uguaglianza che sia all’altezza del concetto che tutti gli esseri umani sono creati a immagine di Dio. In un articolo su The Spectator, egli nota che la società post-cristiana ha tre possibilità. La prima è abbandonare l’idea che ogni vita umana sia preziosa. “Un’altra è lavorare furiosamente per definire con precisione una versione atea della sacralità dell’individuo.” E se non funziona? “Allora c’è solo un altro posto dove andare. Che è ritornare alla fede, ci piaccia o no.”

In un recente podcast, è più immediato: “La sacralità della vita umana è un concetto Giudeo-Cristiano che potrebbe facilmente non sopravvivere (alla sparizione del) la civiltà Giudeo-Cristiana.”

E ancora:

“Per anni, Holland – un agnostico – ha scritto avvincenti saggi storici sugli antichi Greci e Romani, ma osserva che le loro società erano colme di crudeltà casuale, socialmente accettata verso il debole, stupri e abusi sessuali sull’enorme massa degli schiavi come indiscusso modo di vivere, e che lo sterminio di massa dei nemici era un fatto praticamente ovvio. Quei popoli e la loro etica, scrive Holland, mi sembrano totalmente estranei.

E’ stato il cristianesimo, Holland conclude, che ha cambiato tutto con una rivoluzione così completa che persino i critici del cristianesimo devono prendere in prestito concetti dal cristianesimo per esserlo (senza cristianesimo, scrive, “nessuno sarebbe diventato “woke“)

Questi atei nostalgici temono che il loro pensiero debole sia incapace di resistere ai nuovi totalitarismi, e vorrebbero il cristianesimo come utile alleato.

La sopravvivenza della cristianesimo è essenziale per la sopravvivenza dell’Occidente. La cattiva notizia è che ci si accorge di questo quando il giorno è quasi finito. “La cristianità ha avuto una serie di rivoluzioni e in ognuna di esse il cristianesimo è morto”, ha scritto G.K. Chesterton ne “L’uomo eterno”. “Il Cristianesimo è morto molte volte e risorto ancora: perché esso ha un Dio che conosce la strada per uscire dalla tomba”.

Se da un lato mi fa piacere che alcune persone intelligenti si accorgano di ciò che i più semplici sanno da un pezzo, non posso fare a meno di notare che il loro è comunque un atteggiamento perdente. Non è differente da quanto sostenevano certi filosofi dei secoli scorsi, e che anche oggi certi cattolicesimi di segno opposto, ognuno a loro modo, vanno dicendo: un cristianesimo senza Cristo, una religione come supplemento d’anima dove ci si dimentica opportunamente delle parti più scomode.

Un po’ come fece il giovane ricco del racconto evangelico; tutto bene finché si tratta di adottare intellettualmente un’etica, ma quando si comincia a parlare di sacrificio, di lasciare le proprie ricchezze, e di seguire realmente, allora saluti, scherzavo. Il simbolo del cristianesimo è una croce, qualcosa vuole dire.

L’etica cristiana senza Cristo non regge. Lo vediamo quotidianamente; se la politica è più importante, se il sesso è più importante, se i soldi sono più importanti allora quell’etica è già morta, nella pratica e nei cuori. La menzogna ti ha già convinto. E dal sepolcro non esci.

Forse si può arrivare a Cristo passando dall’etica, riconoscendo che è necessario. Ma occorre fare il salto: non è della Sua parola, o del Suo esempio, o della Sua ombra che c’è bisogno, ma della Sua carne.

Rapsodia del nuovo mondo

Ubriachi di nulla, i potenti zittiscono ciò che è sempre stato.

Chi non ripete l’assordante bugia non può essere buono,

ti informano con sorriso falso e ostentata certezza.

Ogni verità sia cancellata, così che ne possiamo vendere di nuove:

inginocchiatevi all’idolo che abbiamo appena fuso con il vostro oro.

Con cura segnano i nostri nomi. Non più figli, ma schiavi.

Realizzatevi, distinguetevi, ci esortano. Per farlo, siate tutti uguali.

Ma quando la perversione diventa la normalità,

essere normali è ribellione.

Il significato

Oggi, Santi Pietro e Paolo, sono cinquant’anni dalla fondazione del monastero della Cascinazza.
Si trova accanto a Milano, in una campagna che pare impossibile che possa esistere così vicino alla metropoli. Strade strettissime, fiancheggiate da fossi così profondi che una macchina ci scomparirebbe dentro. E’ di fatto una cascina; i monaci benedettini che la abitano coltivano i campi, allevano api, producono birra. Nasce dall’incrocio tra la volontà di rinnovare l’esperienza benedettina e il carisma di Don Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione.
Ne avevo sentito parlare, anche perché vi era andato ad abitare un pittore molto famoso, William Congdon. Ma non so se l’avrei mai visitato se un mio compagno dei tempi dell’Università non avesse deciso di aderire a quell’esperienza. Ve ne ho parlato altre volte.

Le suore di Sant’Anna, dopo centoventicinque anni, lasciano il mio paese, l’asilo che ha ospitato tante generazioni, compreso me e i miei figli. Le altre volte che le suore erano state mandate via era stato Napoleone, erano stati i Savoia. Questa volta non è un nemico esterno, ma uno interno, la mancanza di vocazioni. In questo nostro tempo appare impossibile pensare di dedicare la vita a qualcosa di simile. Eppure il monastero della Cascinazza si allarga.

In un mondo dove tutto ti spinge a volere essere qualcuno, a dimenticare i tuoi limiti, scegliere di abbracciare quel limite appare assurdo e incomprensibile. Per fare qualsiasi cosa ci vuole una ragione. Per lasciare un fidanzamento, una carriera, la vita di prima, occorre vedere una possibilità di bene più grande. Una esistenza più vera, più piena; non di cose da fare, ma di significato.
Forse quello che oggi si è smarrito è proprio quello: il significato. Tentiamo di dare noi il senso alle cose, invece di guardare e capire. Siamo esseri finiti, come possiamo sperare di andare oltre noi stessi da soli?
Perché, se non andiamo oltre noi stessi, rimarremo sempre ciò che siamo: esseri di terra e sangue, ostinati nel male.
Invece la notizia è che il significato si è fatto carne, e abbraccia anche il nostro essere nulla.
Perché anche il nostro nulla abbia significato.

I nomi delle stelle

I ragazzi procedevano nell’oscurità. Ormai la sera aveva lasciato il posto alla notte, e la notte alle stelle.
“Manca tanto?” Chiese Sonia. Sonia non era del posto, era la cugina di Marco. Era in paese solo da una settimana, in vacanza con i genitori.
“Siamo arrivati. Ecco, è laggiù”, le rispose Roberto che le camminava a fianco.
La stradina che serpeggiava sul fianco della montagna terminava in un balconcino sulla valle, che serviva anche da parcheggio per chi saliva alle frazioni. Le luci delle case erano nascoste, dietro il bosco umido di profumi fungini. Aveva piovuto, la mattina, ma ora il cielo era pulito e terso come raramente capita. Era sera di stelle cadenti, e i giovani che passavano lì l’estate avevano deciso che il belvedere era il posto migliore per guardarle. Da lì partivano i sentieri che si arrampicavano più su, verso le baite e le cime; l’indomani sarebbe stato pieno di macchine di escursionisti. Ora era vuoto. O quasi.

I ragazzi tacquero all’improvviso quando si resero conto della figura seduta sulla panca sbilenca ai margini della piazzola. Era un vecchio, e stava con il volto rivolto verso l’alto; sentendoli avvicinarsi, si voltò verso di loro. “Buonasera”, disse.
“Buonasera”, risposero i giovani. Si fecero cenno l’uno con l’altro e si andarono a sdraiare sul prato a poca distanza. Non rimasero intimiditi a lungo, e in pochi minuti si erano già scordati del vecchio silenzioso che a pochi passi scrutava anch’egli il cielo.

Di meteore non se ne vedevano, ma la striscia della Via Lattea tagliava la cupola celeste come un fiume di quieta luce che solcava una pianura oscura. Cinzia alzò la mano sottile e indicò una stella luminosa proprio sopra il loro capo. “Come si chiama quella? La più brillante di tutte?”
“Quella è Vega”, rispose Roberto, sicuro. Azzardò uno sguardo di lato verso Sonia, il cui delicato profilo si intravedeva appena nel buio. Lei era distesa sull’erba, il volto teso verso l’alto, la bocca lievemente aperta, e le pareva sorridesse.
“E quell’altra, in quella specie di croce?” continuò Cinzia.
La croce era la costellazione del Cigno, di ciò Roberto era abbastanza sicuro. Ma il nome dell’astro gli sfuggiva. Era qualcosa come…”
“Il suo nome è Klimge Ihòiakun va Tulunnastoi” udirono pronunciare con voce chiara.
Era il vecchio che aveva parlato. Si voltarono verso di lui. “No, il nome è un altro”, disse Roberto.
“Da queste parti la chiamate Deneb. Ma il suo vero nome è Klimge Ihòiakun va Tulunnastoi” replicò il vecchio.
“Non ho mai sentito questo nome”. Roberto era quasi indispettito. Aveva contato sulla sua conoscenza del cielo per fare colpo.
“Klimge Ihoiakun…” disse Sonia, che si era messa seduta.
“Klimge Ihòiakun va Tulunnastoi” ripeté il vecchio.
“Klimge Ihòiakun va Tulumnastoi” continuò Sonia.
“No, Tulunnastoi. Klimge Ihòiakun va Tulumnastoi è una stella molto diversa, e Klimge Ihòiakun va Tulunnastoi, che è molto seria e compresa del suo ruolo, sicuramente si offenderebbe a sentirsi chiamare così.”
I ragazzi ristettero un attimo, perplessi. Offenderebbe? Li stava prendendo in giro, quel vecchio?
“Quindi c’è una stella che ci chiama Tulumnastoi. E dov’è?” Sonia sembrava non fare caso alla stramberia delle affermazioni dell’uomo.
Il vecchio fece un cenno verso l’orizzonte. “Laggiù, proprio di fianco a Rahut da Ohime Zara Sund, ma da qui voi non riuscite a vederla. E’ piccolina, e molto più fioca.”
Cinzia indicò un altra stella. “E quella?”
“Pohimini Xullala Okito As”
“E quella un pochino più giù…”
“Zerundel Illahikostrh Zuretta”
“Mi sta prendendo in giro…”
“Assolutamente no”, rispose il vecchio.
“Come fa a sapere queste cose?” domandò Sonia.
L’anziano diede un sospiro. “E’ il mio lavoro.”
“E’ astronomo?”
Il vecchio ridacchiò. “Se così si può dire. Il mio lavoro è dare i nomi alle stelle.”
I ragazzi rimasero in silenzio un attimo. C’era qualcosa di strano, in quell’anziano gentile. “Credevo i nomi fossero decisi da qualche ente… fanno una foto e poi assegnano i numeri…”
“Oh, no. Quelli sono solo cifre di un catalogo, messe giù da gente che non conosce davvero ciò con cui ha a che fare. Io sto parlando di nomi veri, quelli che vanno dati alla nascita.”
“Ma le stelle non nascono… non come le persone, voglio dire”, Intervenne Cinzia.
“Oh sì, invece. Nascono nuove stelle in continuazione. E qualcuno deve dire loro qual è il loro nome, se no come farebbero a sapere chi sono? Questo è il mio mestiere.”
Adesso Roberto era davvero convinto che li stesse prendendo in giro.
“Una stella brilla per milioni di anni! E una stella nuova nasce ogni… ogni migliaia di anni!”
Il vecchio annuì. “Sì, più o meno, anche più spesso quand’è periodo. In effetti è un lavoro che mi lascia abbastanza tempo libero.”
I ragazzi risero, incerti. Forse erano bugie, ma il vecchio le diceva come se ci credesse veramente. Forse dopotutto non li stava prendendo in giro, ma era pazzo. Simpatico, ma pazzo.
“Quindi tra una nascita di stella e l’altra…” continuò Sonia
“Me ne vado in giro, a fare quattro chiacchiere con le vecchie amiche che ho visto nascere e crescere, e magari a salutare quelle che stanno per… per cambiare. Di tanto in tanto mi fermo a riposare in qualche bel posto, come questo”.
“Allora adesso è in vacanza?” chiese Cinzia.
“Più o meno. E’ una di quelle visite di cui vi ho parlato, salutare un’amica che non vedrai più. E comunque tra poco ho tre nascite dalle parti di…voi lo chiamate Orione. Non è distante da qui.”
“Che amica?” domandò Roberto.
“Halia Zerutti Tia Ahn Nan Ben”. Esitò per un attimo. “Voi lo chiamate Sole”.
“Guardate, una stella cadente!” Al grido di Lucio tutti alzarono la testa, in tempo per vedere la striscia di luce azzurrina attraversare il cielo e spegnersi.
Per un poco tutti frugarono l’oscurità stellata con lo sguardo, sperando di vederne altre, ma il cielo si era quietato. Ci misero qualche istante a capire che il vecchio non c’era più.
“Ma dov’è andato” chiese Cinzia.
“Si sarà scocciato ed è andato via” rispose Marco ridacchiando.
“Ma non l’ho visto alzarsi”, ribatté Cinzia, ostinata
“Cosa vuoi vedere, con questo buio?”
Rimasero ancora una mezz’oretta, poi la scarsità di stelle cadenti e l’umidità della notte ebbero la meglio. Mentre imboccavano la stradina per tornare in paese, Roberto si voltò ancora verso la panca ora vuota. Il vecchio aveva sicuramente scherzato. Ma, si domandò inquieto, cosa aveva voluto dire parlando di un’amica che non rivedrai più?

Tempi moderni

Gli oppressi dominavano senza misericordia per gli oppressori.

Genio usato, sottocosto

Sembravano tornati i bei tempi, se non fosse stato per le mascherine ancora onnipresenti. I portici di via Roma erano pieni di gente e bancarelle di libri. E se il fatto che il mio nome fosse su uno di quelli in vendita mi solleticava qualcosa dentro, il prurito era sopito dal fatto che, a un centinaio di metri, altre bancarelle vendevano il meglio della letteratura mondiale a tre euro, due per cinque euro.

Autori che non posso sperare di imitare, volumi le cui copertine ho accarezzato fin da ragazzo; compiuta la loro prima missione sono tornati, più logori e sporchi, per un altro giro, per cercare un lettore più fedele, un altro paio di occhi che scorresse le loro parole. Genio usato, sottocosto.

E mi domandavo, chi glielo fa fare a chi passeggia di ignorare quei giganti per cercare me?

Una vocina mi sussurrava, però: anche loro, i tuo miti, hanno fatto gavetta. Anche loro sono stati scrittori sconosciuti, hanno pubblicato con piccole tirature, e incerti del loro valore hanno sperato che ci si accorgesse di loro.
Il mondo se ne è accorto. Eppure adesso le loro opere si vendono con sconto del 70%. La carta si logora in fretta. Quanti nomi non si ricordano. Quanti titoli di best-seller non dicono più niente.

Nessuna storia dura per sempre; la mia l’ho scritta. Magari non è poi così male. Per il poco tempo che la si ricorderà, a qualcuno avrà dato gioia.
Poi chissà, magari tra cinquecento anni qualcuno pagherà caro e salato per un Berlicche prima edizione.

Confessione arcobaleno

Il Vaticano ha mandato una nota diplomatica all’Italia sul fatto che l’approvando ddl Zan sarebbe in conflitto con il Concordato, legge italiana, in più punti. Subito alte grida si sono alzate da parte di coloro che sostengono che la dottrina gender non esista ma che uno non possa comunque negarla.

Il punto che alcuni non comprendono dell’opposizione vaticana al dll Zan è che sì, l’Italia è uno stato laico, ma laico non significa anticattolico. Non significa “chi si oppone al gender va messo fuorilegge“. Non vuol dire “diamo soldi a pioggia a chi propaganda questa cosa“, senza discussione, come vorrebbe chi propaganda questa cosa e ha fatto la legge (perché il punto è quello, soldi e potere, non pensate diversamente).

Queste non sono idee automaticamente laiche. Sono idee, che possono essere giuste o sbagliate; ma che si vorrebbero indiscutibili, intoccabili, vere per definizione. Si vorrebbe che chi vi si oppone, per qualsiasi motivo, sia punito: multato, incarcerato, privato di lavoro e dignità. Chi non si inginocchia davanti al nuovo idolo multicolore venga cacciato, chi non sventola il vessillo policromo segregato. Io sono laico, e cristiano; questo sembra inaccettabile a chi venera non un Dio ma una opinione umana. Non dovrei avere un’opinione, non ne avrei il diritto, a meno che non sia uguale alla loro.

In definitiva, c’è qualcuno che sostiene che essere laico coincida con quello che pensa lui. Un nuovo dogma, o forse non così nuovo. Ma sono le religioni, tuttalpiù, che hanno dogmi, si presume dettati da qualcuno che non è un uomo.

Se accettiamo il dogma che questi sacerdoti del sesso, pardon, gender, ci vogliono imporre, siamo ancora in uno stato laico? O piuttosto in uno stato confessionale, di confessione arcobaleno?

***
Domani, 24 giugno, sarò dalle parti dello stand della Echos Edizioni, Via Roma angolo via Bruno Buozzi, nel tardo pomeriggio. Credo ci saranno anche copie del mio libro…

Velocità di fuga

Forse qualcuno avrà notato il post di ieri. Che non c’è stato. E’ per me un avvenimento quasi unico, il mancare un post in un giorno feriale. Mi ero preso un impegno, tanti anni fa; da allora l’ho mantenuto fedelmente.
Quella di ieri è stata una mia mancanza; non avevo un articolo di riserva e ho passato la sera ad aiutare mia figlia per l’esame di maturità. Che ha superato (spero) brillantemente oggi. Quando, a notte inoltrata, abbiamo terminato, non avevo più la testa per scrivere qualcosa; tipo questo pezzo che state leggendo.

Difficile che questo genere di inconvenienti si ripeta. Oggi si chiude un’era, se ne apre un’altra.

Questi ultimi mesi sono stati abbastanza lacrime e sangue. Mia figlia ha ereditato da mia moglie la tendenza a preoccuparsi di qualsiasi cosa; da me ha ereditato invece la resistenza al sonno, per cui ha trascorso più di una notte in bianco sui libri. Con effetti deleteri su pressione e umore.
Non avrei mai pensato che un giorno avrei detto ad un mio figlio di studiare di meno. D’altra parte, non avrei neanche pensato che certe medie scolastiche potessero essere raggiunte da un essere umano sprovvisto di cervello bionico. Provo più di un lieve senso di vergogna a paragonarle con le mie dei giorni che furono. Mettiamola in positivo: ho verificato in questi giorni di ripasso furioso che ne so di più ora, di certi argomenti, che allora. Non ho dimenticato, anzi. Probabilmente a quel tempo correvo con il freno a mano tirato, o la testa forse altrove. La testa certamente altrove.

Chissà se tutta questa cultura mi servirà ancora, ora che i miei figli hanno raggiunto la velocità di fuga e prima o poi lasceranno l’orbita per altri mondi.
Forse sì; quantomeno per qualche post.