Quel punto rosso

Io sono un ciellino, non dovrebbe essere una sorpresa per molti. Rileggevo l’altro giorno una lezione che Don Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione, tenne ai responsabili degli universitari nel 1986, quando io era già da qualche anno nel movimento.
Il titolo è “il punto rosso”. Qual è questo punto rosso? E’ il cuore dell’Icaro di Matisse, immagine scelta per il Volantone di Pasqua di quell’anno.
Il Volantone di Pasqua è un manifesto che viene distribuito per la Pasqua e che riporta un testo e un’immagine. Accompagnata a Matisse quell’anno c’era una frase dell’allora cardinale Ratzinger, che potete leggere di seguito:

Nella lezione, Giussani faceva la considerazione che, di fronte a questo testo, c’era stato come un ritrarsi, un ondeggiamento. Come se non si riuscisse a fare l’ultimo passo. E in cosa consiste, per Giussani, quell’ultimo passo? “Si tratta della sapienza della vita (…) di quel vantaggio ultimo per cui l’uomo ama se stesso e il mondo, per cui è pronto a dare la vita per tutto ciò che è bene, per cui, in questo amore, riesce realmente a cambiare il mondo intorno a sé, per cui diventa creatore; e l’uomo dimostra di essere creatore quando è capace di creare unità, di fare unità tra i suoi compagni di viaggio.” (p.70).
Quel punto rosso è il cuore dell’uomo che dipende da ciò che non è dentro sé, il simbolo di un rapporto. “Questo è l’Icaro di Matisse, esile fin quando volete, ma ha la percezione di appartenere a qualcosa d’altro”.
Ciò che definisce“, riprende Giussani (p.72), “l’identità, la forza e la letizia di un soggetto – o di una realtà – è la sua appartenenza, è ciò a cui appartiene.” L’immoralità nel senso più nefando, asserisce Giussani, è dubitare di quell’appartenenza a Cristo.

“Senza la coscienza di appartenenza un uomo non può essere presente, non può essere presenza. Essere presenza vuol dire che in noi, in noi stessi, portiamo qualcosa d’altro. Non si può essere presenza se non si è segno: segno, cioè rimando ad altro.” (p.73)
Di seguito, Giussani fa l’esempio di Citton, un ragazzo bravo, molto bravo, cosa che tutti riconoscevano e stimavano.
Ed io gli dicevo “Citton, tu non sei una presenza così” “Ma no, io do il buon esempio.” “Ma dai il buon esempio per te stesso, tu richiami gli altri a se stesso, non a qualcosa d’altro, non ad un’altra realtà: tu richiami la stima e fai onore a te stesso. Per essere veramente una presenza, tu devi richiamare un’altra realtà. Vedi, i quattro ragazzetti che si sono alzati la settimana scorsa all’assemblea a dire “Noi cattolici…”, quei quattro ragazzetti lì sono una presenza, che ha diviso la scuola, così come Cristo è venuto per dividere (come disse il vecchio Simeone, con buona pace di tutti i pacifisti e gli irenisti tra i vescovi e i teologi di oggi).”

Eh, ci va giù duro Giussani. Quella frase pronunciata dai quattro ragazzetti di cui sopra segna proprio l’inizio del movimento di CL, il punto di rottura rispetto a quella mentalità diffusa allora dove era tutto un parlare di valori e di morale, ma dove il riferimento a quella presenza sorgiva era sistematicamente lasciato indietro.
Fu proprio questo a distinguere Comunione e Liberazione in quegli anni da tutte le altre realtà pur cristiane che c’erano nella società: porre Cristo come centro, e dirlo. E per questo prendersi insulti e minacce e botte.
Non ci bastava fare i bravi ragazzi: quell’appartenenza generava un ethos, una personalità diversa.

L’unità che la civiltà può creare, continuava Giussani, è come quella delle presse che schiacciano le automobili e le riducono ad un cubo di ferraglia. Mentre l’unità che questo uomo diverso può creare viene dal di dentro ed è perciò una libertà, una letizia impensabili, ignote agli altri. “E tanto più siamo coscienti tanto più siamo liberi e lieti“.
Una cultura dell’appartenenza che cambia il modo di agire, che converte: la conversione implica il riconoscere l’appartenenza, come il bambino appartiene a sua madre. Questo riconoscere avviene nell’ambiente: non in un gruppo, non in una parrocchia, non in una associazione. Tramite una presenza che è odiata, perché il mondo vorrebbe ridurre il fatto di Cristo ad un fatto privato, in cui al limite ti lasciano gesticolare.

Fin qui Giussani. Perché vi ho descritto, o nel caso di alcuni vi ho ricordato, tutto questo? Perché mi sembra che, ora come allora, vi sia un tentativo di occultare questa presenza, Cristo, dietro uno sbarramento di valori, di amicizia sociale, di parole che tutti possono condividere ma che sono come la camomilla con cui si addormenta la nostra coscienza. Come se, dato che Cristo non lo conosce più nessuno, fosse inutile parlarne. O pericoloso.
Non è che abbia rimpianti delle aggressioni di un tempo, ma proprio quell’odio contro di noi ci confermava in quel che eravamo. Oggi, chi ci attacca ancora?

O quel punto rosso riprende a battere per ciò a cui appartiene, o confessiamo quel nome e non le idee, o finiremo come sono finiti tutti coloro che, negli anni, lo hanno dimenticato. Sotto altre bandiere; ma lieti, felici?

Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 21 maggio 2019 su tra lassù e quaggiù. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 3 commenti.

  1. «Oggi, chi ci attacca ancora?»

    «guai a vuoi quando tutti diranno bene di voi e vi loderanno»

  2. Non sono di CL, ma anch’io come sircliges, sono rimasta calamitata qualche secondo in più dalla domanda, emersa nel testo, “Oggi chi ci attacca ancora?”

    Intrigante e condivisibile la risposta evangelica, che sircliges dà, ma a me, purtroppo, vengono in mente anche dei nomi. Meglio riassorbirli in punti rossi, e persino bianchi, che preferisco lasciar andare, novella Ofelia, in un quieto ruscello primaverile di puntini-puntini. Neri.

    P.S.. Mi scuserà don Giussani, se mi permetto di aggiungere, al suo Matisse, questo dipinto di John Everett Millais (in alto a sinistra, tra i rami protesi, a mo’ di ponte sull’acqua, di un probabile ulivo selvatico, si intravede anche qui un punto scarlatto: il piumaggio di un pettirosso):

    https://www.analisidellopera.it/john-everett-millais-ofelia/

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