Il deserto
La stanza non è molto grande. E’ impersonale, neutra, dalle luci smorzate. Da un lato una pesante porta di legno chiaro che dà all’esterno, dall’altra una a vetri oscurati da lunghe tende bianche. Parallelepipedi lignei servono da panche, lasciando libero solo un corridoio centrale largo poco più di quanto serva per lasciare passare il carrello con la bara.
Sopra la bara c’è un cuscino di fiori irto di rose rosse. L’inserviente ha spinto il carrello al centro, con lo stesso interesse e coinvolgimento emotivo di chi muove pacchi di pasta o bottiglie. E’ un lavoro, in fondo, anche spostare corpi morti.
In un silenzio imbarazzato Bocelli attacca un’Ave Maria. Con tutto il rispetto per il tenore, è come quelle statuine di plastica della Madonna che trovi sulle bancarelle. Perfette, sì, ma vuote. Riproduzioni di riproduzioni. Qualcosa manca.
La stessa cosa che manca in quella saletta.
La musica si spegne. Un impiegato declama una poesia di Dino Campana con tono lievemente enfatico, per ringraziare il defunto della sua vita terminata. Tutto come ci si aspetta, tutto come dovrebbe essere, tutto con quel sapore di artefatto che promana dalle produzioni in serie. I presenti ascoltano, il disagio visibile negli occhi, nelle mani.
Ultimo saluto, se si vuole si possono prendere le rose dal cuscino. “Se ne porto a casa una mia moglie me la dà in testa”, sussurro a mia madre. Lei annuisce, è d’accordo.
L’inserviente di prima spinge la bara oltre la porta a vetri, in un piccolo spazio contornato da quei tendaggi bianchi che sanno di mistico, che nascondono la brutalità pratica di quanto si trova al di là di essi. Diventerà cenere.
La porta che conduce all’esterno si riapre. C’è qualche lacrima. La sala rimane vuota.
La saletta del tempio crematorio, un tempio a nessun dio, al soffio gelido del nulla. All’arido deserto della mancanza di senso che si stende infinito e morto sotto un cielo buio e senza stelle. Alla breve illusione di un ricordo destinato presto a spegnersi, che finge un richiamo a un oltre negato. Il cuore urla, “Non è così”, inascoltato.
Fuori si parla di tutto. Si cerca già di dimenticare.

Pubblicato il 19 febbraio 2026 su meditabondazioni. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.






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