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Un assaggio di pazzia

Con una persona che è stata determinante per la nascita di questo blog, alcuni anni fa, si discuteva della necessità di far nascere un quotidiano cattolico diverso.
Il mio interlocutore era, per esperienza diretta, molto critico nei confronti della esistente stampa di questo tipo. Mi portava esempi di come spesso queste testate fossero poco interessanti, autoreferenziali, in ritardo, vivessero di ritagli degli altri, e talvolta anche di pensieri degli altri. Dei non cattolici, per intenderci.

Era un ammiratore di certa stampa laica: non per i contenuti, ma per la maniera con cui riuscivano a proporsi, ad interessare. E far passare le loro vedute tramite questa forma.

Se io ero meno drastico di lui per alcuni giudizi sulla stampa cristiana, su questo certo concordavamo. Ho ben presente persone anche vicine a me che abitualmente consultano quei giornali di ideologia avversa proprio per la loro leggibilità; con il rischio di assumere inconsciamente certi giudizi non proprio veritieri.

La sua idea era fondare un giornale, possibilmente online, in cui i cattolici potessero davvero ritrovarsi. Ci mettemmo anche a buttar giù qualche idea, a saggiare il terreno per un tentativo.
Quel progetto non andò mai oltre una fase di sperimentazione locale. Ora lui scrive libri, io continuo a fare post.

Domani comparirà in edicola il primo numero di un quotidiano che sembra concretizzare quelle mie discussioni di tanti anni fa.
Sto parlando de “La Croce“. Che, a pensarci, sembra proprio una pazzia: un giornale cartaceo, in edicola oltre che sul web, di questi tempi magri e connessi.

Eppure ci scrivono, ci scriveranno sopra tanti che rispetto e che ammiro. Alcune delle migliori penne del nostro cattolicesimo, anche se forse meno note; tipo alcuni tra i link di questo blog, per intenderci. Già solo per questo varrebbe la pena farci un pensiero.

Cosa sarà questo oggetto misterioso che da domani potremo leggere non lo so. Gli ingredienti sono buoni, la forma anche. Direi che almeno un assaggio si può fare.
Se il gusto piace, poi si può continuare.

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Larger than life

In inglese si dice larger than life di una persona fuori dall’ordinario. E sicuramente Mario Adinolfi è larger than life.
E’ una montagna d’uomo, e non posso fare a meno di paragonarlo a qualcuno che condivideva con lui un fisico simile, quel geniaccio di G.K.Chesterton. La somiglianza allo scrittore britannico si estende anche al viso come di bambino capitato lì per caso e alla giungla di capelli astrattisti.
Se il nostro Adinolfi non arriva forse ancora a emulare Chesterton per perizia letteraria – nessuna meraviglia, chi è che ci riesce – dal punto di vista dell’oratoria e del carisma sicuramente tiene botta.

Ecco, Adinolfi è uno che spiazza. Io sono abituato fin da quando ho fatto una certa scelta verso l’alto a combattere con quanti cercano di tirare verso il basso. Capita spesso che questo tirare sia verso il basso a sinistra. Questo è stato vero soprattutto per quella categoria di persone che fino a qualche decennio fa si chiamavano cattocomunisti. Gente che era convinta di superare il cristianesimo ed ha improvvisamente scoperto di seguire un cadavere putrefatto senza segno di resurrezione. Morti come nome, i seguaci di quella eresia hanno però continuato lo stesso a fare finta che nulla fosse accaduto, un po’ come quei figli che continuano a riscuotere la pensione della nonna defunta tenuta nel congelatore.

Figurarsi il mio sconcerto nel trovarmi di fronte uno che continua dichiarsi di sinistra, cattolico, e dice le cose che dico io. Senza paura, rischiando di persona. Ricevendo insulti e minacce che al confronto i quattro troll mentecatti che girano da me sono suorine. I miei amici qualche volta si meravigliano per la mia pazienza nel sopportare: ecco, dinanzi a quell’uomo sono un dilettante.

Non ha tutti i torti, Adinolfi, quando dice che la sua è la vera battaglia di sinistra e sono semmai gli altri, quelli che gli vanno contro, ad essere dalla parte del denaro, dalla parte dei padroni. Non gli sfugge il paradosso che i suoi compagni di partito tifino, consciamente o meno, per i superricchi che si possono permettere di comprare bambini e non per le madri del terzo mondo a cui vengono letteralmente strappati dal seno. Chissà se quelli che erano comunisti si rendono conto che tutti i giornali dei padroni li appoggiano, sostenendo le loro battaglie per trasformare la persona in cosa con menzogne degne della miglior pravda d’annata.

Su due cose non sono d’accordo con lui. La prima è che sia il denaro che spinge tutti quelli che vorrebbero abolire la mamma per sostituirla con una provetta, un uomo o un nome senza significato. No, qui c’è qualcosa di più profondo dell’economia. Come i soldi manovrano la lussuria, così il potere usa del denaro. Ma sotto quel potere umano credo stia un potere ancora più cupo che, in mancanza di un sostantivo migliore, mi limiterò a chiamare il Male.

La seconda è sul fatto che sia una battaglia che è possibile vincere. Non fraintendetemi: il mio non è pessimismo, e neanche un ritirarmi dalla lotta. Ma, come ho già detto altre volte, ritengo questa una battaglia di retroguardia rispetto al vero scontro, che è altrove. Battaglia degna, che deve essere combattuta; ma che, anche se si vincesse, non sarebbe né l’ultima né quella decisiva. Come cattolico non credo al sol dell’avvenire, neanche di un avvenire cristiano perché quel sole è un sole umano. L’uomo è troppo piccolo per accontentarsi dell’infinito, vuole e sempre vorrà qualcosa di meno, e subito.

Ma nel frattempo qui si lotta, e si lotta duro come agnelli consapevoli. Consapevoli anche grazie a persone come Adinolfi, che infila nomi e date e dati, e per smentirlo occorre mentire – o evitare di leggere, di pensare. Ci si può anche battere in nome della mamma, del rifiuto di vedere le persone cosificate, della realtà e non di idee marce. La verità la si riconosce, se si vuole, e può fiorire anche nel posto più improbabile, dove proprio non ce l’aspettiamo, noi poveretti dalla fantasia limitata.

Quindi, chapeau a questo colosso chestertoniano, deriso e sputacchiato dai suoi ma non domo, non sconfitto.
In quella montagna d’uomo batte un cuore adeguato. Il nostro, batte?

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