L’esperimento

“Questa volta deve andar bene. Deve andar bene per forza.”

Qualcuno diceva che avrebbe meritato il Nobel. Probabilmente era vero. Certamente era vero. Ma anni prima aveva barattato quel premio con finanziamenti praticamente illimitati alle sue ricerche.

Non si prende il Nobel se quello che fai è segreto, e agenti governativi ti seguono passo per passo.

Heinz prendeva la cosa con filosofia. “Cos’è il Nobel se non un sacco di soldi, che ho comunque?” si diceva. “E poi, una volta che ci sarò riuscito, sia pure tra venti o trent’anni, si saprà tutto. E allora, altro che Nobel.”

 

Però la sua mano tremava, mentre ricontrollava le sequenze di iniezione, tremava leggermente.

Perché un conto è fallire in un esperimento fatto solo di fasci di neutroni e trasduttori inerziali, e un altro è quando di mezzo ci sono esseri umani. Se qualcosa va storto con una persona, si mettono in mezzo indagini e altre cose molto, molto spiacevoli. Quando la tua reputazione è rovinata è difficile ricominciare.

I suoi finanziatori erano delusi. Oh, tre anni prima era stato sugli allori. Quando la prima sfera d’acciaio si era rimaterializzata intatta la festa era andata avanti una settimana. Non più solo particelle subatomiche, ma un oggetto conreto, reale. Materia solida. La sincronia quantistica differenziale non era più una teoria, ma la realtà. Ma ora…

 

Ma ora avevano chiamato qualcun altro a verificare i suoi risultati.

LeJeune non poteva essere diverso da Heinz più di così. Era la somma di tutto ciò che Heinz detestava.

Heinz tendeva alla pinguetudine. LeJeune era magro come uno stecco. Heinz aveva un carattere abrasivo. LeJeune aveva un sorriso per tutti. Heinz avrebbe dato qualsiasi cosa per la scienza. LeJeune sembrava fregarsene della scienza, nonostante avesse dato il suo nome ad un effetto e due teoremi. E, per finire, Heinz credeva solo in ciò che poteva toccare, o scriverne la formula. LeJeune era, addirittura, un sacerdote.

 

Adesso quel pretaccio erano due ore che analizzava meticolosamente i risultati dei suoi esperimenti. Volevano che gli facesse vedere tutto, accidenti a loro, tutto quanto. Non si fidavano più di lui. Ma lui non si fidava di LeJeune.

Come gli avesse letto nel pensiero, lo studioso si allontanò dallo schermo con un sospiro, e poi alzò lo sguardo verso di lui. I suoi occhi erano azzurri e acquosi dietro le spesse lenti, ma sorprendentemente vivi. Per un istante sembrò quasi che non lo vedesse, che stesse fissando chissà quali misteriose profonfdità. Poi con un sussulto sembrò accorgersi di lui e, accidenti, gli sorrise.

Heinz si sentì risalire la colazione.

 

“Devo farle i miei complimenti, Dottor Heinz. I suoi risultati sono magnifici. Ogni cosa qui sembra corretta e splendidamente scritta. E gli esperimenti ne confermano ogni riga. Bravo, bravo veramente!”

La cosa peggiore per Heinz è che il maledetto bacherozzo sembrava pure sincero. Il suo sorriso non sembrava affatto falso come Heinz sapeva essere quello che lui stesso era costretto a ritornare.

Alzò la mano. “Oh, la prego, LeJeune, sa benissimo che i miei risultati sono in parte basati sui suoi lavori. Una piccola parte, è vero, ma importante.”

LeJeune gli battè sul braccio, pat pat. Quanto odioso. “Ma lei è andato molto più avanti di me. Soprattutto nelle applicazioni pratiche. Non pensavo che le nostre equazioni sulla bilocazione quantistica avrebbero trovato così presto una qualche utilità.”

Heinz si permise un sorrisetto. “E’ sempre stata la mia dote vedere le implicazioni pratiche di una teoria. Ma è anche vero che, per adesso, di pratico c’è ben poco.”

“Cosa intende?” L’anziano sacerdote aggrottò le sopracciglia. “Qui leggo che è riuscito a teletrasportare oggetti anche di una certa mole senza inconvenienti…”

“Certo. E con una percentuale di successo del cento per cento. Ma il consumo di energia è altissimo, le apparecchiature enormi e il costo proporzionato alle apparecchiature. Dobbiamo creare un campo di stasi leptonico, e i risonatori devono essere perfettamente in fase per permettere la bilocazione contemporanea di tutto ciò che viene trasportato, fino all’ultima particella. Dopo ogni esperimento ci mettiamo due settimane a ritararli. Trasportare oggetti in questo modo non sarà mai veramente pratico, alla luce delle conoscenze attuali.” Heinz sospirò. “Certo, riuscissimo a teletrasportare esseri umani sarebbe un altro conto. Allora avremmo veramente le stelle a disposizione.”

LeJeune si stupì. “Esseri umani? Siete già a questo stadio? Così presto?”

Heinz si accasciò nella poltrona. “In realtà c’eravamo già due anni fa. La documentazione che le ho fatto vedere risale a quell’epoca. Abbiamo cominciato con gli animali, e andava tutto bene, mai neanche un incidente. Saltavano fuori dal recettore vivi e vispi. Perché non avrebbero dovuto? Ogni loro molecola, ogni impulso elettrico era perfettamente duplicato. Anzi, come lei m’insegna è addirittura la stessa particella che si riloca altrove.”

“E poi?”

“E poi, circa venti mesi fa, abbiamo fatto il primo esperimento di teletrasporto umano. Un tecnico di laboratorio si era offerto volontario, poveretto”. Heinz si asciugò le palme delle mani nei pantaloni. Erano sudatissime.

“E poi?” chiese ancora LeJeune.

“Il teletrasporto andò bene, Stephen – il tecnico – si materializzò correttamente, ma…non era più lui.”

“In che senso non era più lui?”

“Oh, non è che si sia mutato in una mosca o sia completamente impazzito. Ma era come spento. Sembrava non capire più il suo lavoro, il senso stesso delle frasi e del linguaggio. Parlava, ma quello che diceva aveva poco senso. Era diventato abulico, apatico, e soggetto a improvvisi scoppi d’ira. Aggredì un’assistente, ferendola. Poi, dopo un po’, cominciò a rifiutare il cibo. E’ morto dopo circa due mesi.

LeJeune inorridì. “E’ orribile! Immagino come si dev’essere sentito. Ha capito cosa era successo?”

“Ipotizzammo che ci fossero stati scompensi nei fattori elettrici del cervello, e questo l’avesse fatto impazzire. Ci fermammo per otto mesi, ricontrolammo tutto, migliorammo tutta la tecnologia, e riprovammo. Questa volta utilizzammo un carcerato, anche questo volontario, in cambio di una bella sommetta ed uno sconto di pena.”

“E cosa accadde?”

“La stessa cosa. Gli stessi sintomi, a parte il fatto che questa volta il soggetto non si è lasciato morire. E’ diventato però completamente incapace di relazionarsi con gli altri, una specie di animale. I medici dicono che ha sviluppato una forma di autismo.”

LeJeune scosse la testa. “Che orrore! E non siete riusciti a capire neanche stavolta…”

“Questa volta avevamo preso tutte le precauzioni. Ogni strumento si è comportato secondo le previsioni. Non abbiamo avuto un singolo feedback negativo. Ogni elettrone, ogni atomo era al posto di prima. E ancora non abbiamo capito cosa sia successo.” Battè una sequenza sulla tastiera. “Qui ci sono tutti i dati. Li ho ricontrollati un milione di volte, ma è stato tutto inutile.”

“Volete che li esamini?” Chiese LeJeune

“L’hanno chiamata apposta” Rispose Heinz. “Siamo pronti per un altro esperimento, ma i miei finanziatori hanno timore delle conseguenze di un altro fallimmento. Non si fidano più di me. Vogliono che qualcun altro ricontrolli le mie conclusioni”

Si interruppe, imbarazzato per l’astio che traspariva dal tono usato. “E’ per questo che lei è qui”.

LeJeune annuì. “Capisco. Imbarazzante, da parte mia.”

Rimase un attimo in silenzio. “C’è un racconto di fantascienza sul teletrasporto in cui le persone impazzivano, se restavano sveglie durante la procedura…”

Heinz si permise un sorriso amaro. “Ho letto anch’io quel racconto, naturalmente. Nel secondo esperimento il soggetto era sedato, ma non è servito a niente.”

Il silenzio si prolungò.

“Ricontrollerà il procedimento?” chiese alla fine Heinz

LeJeune annuì. “Certo, ovviamente. Ma prima…vorrei vedere, se è possibile, il sopravvissuto.”

Heinz lo guardò con curiosità. “Sì, è ricoverato in una struttura qui vicino. Ma perché…”

LeJeune scosse la testa “Non mi chieda ancora niente. Prima voglio vederlo.”

 

Quando l’infermiere fece uscire il sacerdote dalla stanza questi era visibilmente affaticato. Heinz si alzò in piedi. “Allora, LeJeun? Ha concluso qualcosa?”

LeJeune annuì. “Credo di sì. Non penso le piacerà. Se è come penso gli uomini non potranno mai usare la sua invenzione per se stessi. Venga, le illustrerò la mia teoria mentre torniamo”.

Heinz lo seguì verso l’uscita. “Non capisco. Ha dedotto qualcosa dopo avere visto quell’uomo? E’ stato esaminato dai migliori medici e psicologi, senza risultato!”

“E’ perché guardavate la cosa sbagliata” disse LeJeune. “Non potete trovare una cosa che non c’è, specie se non la cercate.”

“Maledizione, parli chiaramente, non con indovinelli!”

LeJueune si arrestò. “E’ stata una cosa che ha detto lei prima che mi ha messo sulla buona strada. Ho parlato a lungo con quell’uomo. Non ha più il minimo concetto di giustizia, moralità, bellezza. Non ha la più piccola aspirazione o speranza. Vive l’istante, come una bestia. E’ per questo che non riesce a comunicare, è come vivesse su un pianeta differente, è come non fosse più un essere umano, ma un animale, come diceva lei.”

Heinz scrollò la testa. “Questo lo sapevamo già. Continuo a non capire.”

LeJeune lo guardò con una strana sorta di pietà. “Ancora non capisce? Cosa rende un uomo quello che è? Cos’è che lo differenzia dall’animale, gli fa desiderare le stelle, gli fa domandare cosa siano, perché ci siano?”

Heinz sbattè le palpebre “Eh? Non lo so…il cervello, l’educazione…”

LeJeune fece un sorriso amaro. “Né uno né l’altra, Heinz. Quello che ci fa essere uomini è qualcosa di differente, qualcosa che gli antichi chiamavano con un nome preciso, l’anima. Il suo teletrasporto può trasferire la materia, ma l’uomo non è fatto solo di materia. E’ qualcosa in più che lo rende quello che è, e quella cosa lei l’ha lasciata indietro”. Mise una mano sulla spalla allo scienziato. “Lei può mandarci su altri pianeti, ma quando saremo là non sapremo cosa farcene, perché saremmo privi di ciò che ci spinge a cercare l’infinito.”

Heinz annaspò, come in cerca d’aria. “Ma questa è follia! E’ superstizione pura, balle religiose. Ma che anima! Lo sapevo che era un errore chiamarla.”

Infuriato, spalancò le porte con una spianta sotto gli occhi stupiti delle infermiere e uscì all’aperto. LeJeune lo seguì con più calma, con una strana sorta di tristezza.

 

Heinz si voltò, gridando. “L’uomo è materia, solo materia. Quello che lei chiama anima non esiste. Ed io riuscirò, continuerò gli esperimenti fino a quando capirò come riuscirci!”

 

Fuori, in alto, le stelle avevano cominciato a brillare nel cielo terso, come diamanti splendidi ed irraggiungibili.

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