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Caino e gli altri

Che state a guardarmi. Perchè cazzo mi guardate. Sapete chi sono, no?
Avete visto il segno. Vi hanno parlato di me. Lo vedo nei vostri occhi, che sapete chi avete davanti, anche se non osate chiedere.
Sì, sono proprio io. Io sono Caino.

Avete paura…fate bene ad averne. Perché io faccio quello che cazzo voglio. Non mi potete toccare, bastardi. Io sono Caino, e sono l'assassino.
 Già so le domande che vorreste farmi: ma perché l'hai fatto, era tuo fratello, e stronzate del genere.
 Sì, stronzate, faccia di merda che non sei altro. Tu lo sai benissimo perché l'ho fatto. Perché quel coglioncello di Abele era insopportabile. C'è un limite a tutto, e lui l'aveva oltrepassato. Sempre lì con il suo modo da fighetto, e papapà e papapà. Io sono più bello, io allevo, io ho successo. Sempre a farsi vedere. Sapete perché sacrificava sempre le primizie? Per farsi vedere, cosa credete. Glielo avevo detto: basta con queste vaccate, chi te lo fa fare, in fondo siamo noi che fatichiamo. Dobbiamo dare qualcosa al vecchiaccio? E chi l'ha detto? Cosa dobbiamo a quel rottinculo che ci ha buttato fuori da Eden? Io sono qui a rompermi il culo, mica lui. Cosa gli costava lasciarci in pace? Se ci avesse lasciato là a quest'ora starei a rosolarmi le chiappe al sole, invece che scappare come un cane dai vostri sassi. La bella vita, farei.
Insomma, avete capito, non lo reggevo proprio più. Perché avrei dovuto sopportarlo ancora? Mi dava fastidio. Cosa fate voi quando una zanzara vi dà fastidio? La schiacciate.

Oh, le vostre facce sono uno spettacolo. Vi faccio schifo, eh? Ma siete proprio sicuri di essere migliori di me? Credete che non vi abbia visto, in tutti questi anni, a cercare di darvi un tono? Anche voi ammazzate quello che vi dà fastidio. Solo che non lo chiamate omicidio, avete inventato altri nomi. Avete passato ad altri il sasso. Operazione di pace, salute riproduttiva, giustizia dello stato. Tutto per non sentirvi dei Caino. Per giustificarvi, "mica ho fatto niente di male". E così giustificate me: perché è questa la verità, e il vecchio rottinculo l'aveva capito. Quando pensate di potere disporre degli altri, quando annuite o vi voltate davanti al massacro siete proprio come me, e io sono come voi, e io sono qui per ricordarvi questo. Sono qui per darvi fastidio. La mia maledizione: ricordare a voi chi siete. E durerà fino a quando non cambierete, tutti. Fino a quando non implorerete quel cazzo di perdono, o il mondo finirà.
Io? Io non ho fatto niente di male. Comunque faccio quello che voglio. Che cazzo mi serve il perdono.

E adesso basta. Sono stufo che mi guardiate. Andate via, mi state dando fastidio.

Andate via, o vi uccido.

Il posto perfetto

N’kug guardò suo figlio. Era brutto. Non ne aveva mai visti di così brutti. Era veloce, certo, con quelle gambe troppo dritte. Così dritte che era già di mezza testa più alto di lui. Ed era anche forte. Troppo forte. N’kug non era per niente pronto a lasciare la guida del branco. Suo figlio era bravo a cacciare, troppo bravo. E le sue pietre erano le migliori, neanche la vecchia Z’uan sapeva scheggiarle così. Ma per essere veramente bravo avrebbe dovuto essere più veloce.
Invece se ne andava per ore a fissare non si sa cosa dalla cima di un albero, respirando a bocca aperta il soffio del vento. Non cercava prede. Ma che guardava allora? Non aveva senso. La vecchia Z’uan glielo aveva anche detto: "Cosa guardi le stelle? Mica sono buone da mangiare!"
Quando K’rath era morta lui aveva insistito per coprirla di terra. E aveva messo anche dei fiori nella buca. N’kug aveva cercato a lungo di comprendere cosa volesse fare con questo. Una trappola per le iene, forse?  Ma alla fine aveva rinunciato a capire. Quel suo figlio era troppo strano. E quindi avrebbe dovuto andarsene. Con le buone o con le cattive.

Il braccio gli aveva smesso di sanguinare, ed era un bene. Avrebbe potuto attirare qualche leone. Ma il punto dove la selce aveva sfregiato la carne bruciava ancora. Non era la sola  cosa che bruciava.
Tutta la tribù gli si era rivoltata contro. Suo padre N’kug li aveva aizzati. Sapeva che sarebbe giunto il momento. Avrebbe potuto batterlo, il vecchio, lo sapeva. Ma non aveva voluto. Era strano, glielo dicevano tutti. E la cosa più strana era questa senzazione dentro al petto, come un uccello che sembrava voler volare via.
Anche Llth, che sapeva di fresco, che aveva diviso con lui la caccia, anche lei gli si era rivoltata contro. Non se l’era sentita di mettersi contro gli altri. Non per lui. Il sasso che l’aveva quasi ucciso l’aveva tirato lei, la ferita da cui era uscito il sangue che gli striava la pelle era lei ad averla aperta. E non si sarebbe rimarginata tanto presto.
Annusò l’aria. Non aveva molta scelta. Se lo avessero incontrato ancora non avrebbe avuto scampo. Se voleva sopravvivere doveva abbandonare in fretta il territorio di caccia. Le montagne, azzurre nell’afa della mattina, erano l’unica direzione possibile. Si avviò da quella parte, zoppicando, mentre dagli occhi gli scendeva senza che potesse arrestarlo uno strano sudore salato.

Il torrente passava tra due strette pareti di roccia. Non sentiva più l’odore del leone. Forse l’aveva seminato. Ma non voleva certo tornare indietro a controllare. Poteva solo sperare che il budello che percorreva non fosse un vicolo cieco che l’avrebbe intrappolato. Il fondo era melmoso. Anche lui era ricoperto di fango rosso e argilloso fino alla cima dei capelli. Ancora una curva a gomito…le pareti si aprirono, e al di là si vedeva il cielo ampio e aperto di una valle nascosta. Il terreno acquitrinoso terminava in un declivio, una cascata. La vallata era immensa, rigogliosa, verde, con profumi che non aveva mai sentito. E qualcuno stava ad aspettarlo, seduto su un masso.
Estrasse il coltello di selce, ma la figura  non si mosse. Non era del suo antico branco. Non l’aveva mai visto prima. Era brutto. No…non è esatto. Era diverso. Si rese conto improvisamente che aveva gambe e braccia dritte come le sue, la faccia deforme come la sua.
Lo sconosciuto si alzò, gli si diresse incontro. Si arrestò sulla riva dinanzi a lui e gli tese la mano. Esitante, lui l’afferrò e l’ignoto personaggio, senza sforzo, lo issò sulla riva. "Benvenuto a casa, A’damm, nato dal fango, figlio mio".

Molte meraviglie gli furono mostrate quel giorno, tante che in seguito ebbe difficoltà a ricordarsele tutte. A’damm camminava dietro allo straniero che lo conosceva così bene, stupito. E questi gli parlava con una voce che giungeva fino a quel nodo che aveva nel petto.
"Sai, tutto quello che vedi è qui per te. E’ stato pensato per te fino dall’inizio dei tempi. Sta a te trovare un nome, un utilizzo per ogni cosa. Per ogni pianta, per ogni animale. Puoi fare tutto quello che desideri, salvo una cosa che dopo ti spiegherò. Se vorrai starai qui per sempre."
"Sono veramente tuo figlio? Ti assomiglio, più che a N’kug."
"Mi assomigli più di quanto tu pensi, anche se non nella carne" – ribattè il personaggio "e sì, sono io che ho intessuto le tue ossa. Sei un frutto maturato in più anni di quanti riusciresti ad immaginare. Tu sei il primo di coloro che possono vedermi; che vogliono vedermi. Ogni tuo figlio lo porterà scritto dentro di lui. Qui potrai avere la felicità perfetta, tu e i tuoi discendenti, se vorrai".
"Ma, Padre, qui non ho visto nessuna…"
"Nessuna adatta a te, intendi. E fuori, c’è qualcuna?"
Pensò a Llth. Scosse la testa.
"Allora, caro figlio, faremo in modo che ci sia. Sarà più rapido se ti prelevo un pò di tessuto. Adesso dormirai qualche breve istante, stenditi lì…"
Mentre si addormentava, A’dam guardò le cime delle montagne oltre cui si trovava il suo antico branco, quel passato che lo aveva respinto. Qui era tutto nuovo, diverso. Non capiva ancora bene quello che aveva trovato, ma capiva che non aveva nessuna intenzione di tornare là dove stava, giù nel vecchio mondo. Proprio no. Sorrise, pregustando ciò che avrebbe trovato al suo risveglio, in questo posto perfetto e felice.

Sette giorni

In principio Dio creò i cieli e la terra.
Il tessuto spaziotemporale non esisteva, perché non esisteva il tempo e neanche lo spazio. Non c’erano forme, c’era solo il vuoto, nel senso letterale del termine. C’era solo l’assenza. E questa assenza era riempita da una presenza, lo Spirito di Dio.
Dio disse

e luce fu.

Altre parole furono pronunciate e lo spazio si dilatò dentro se stesso, si approfondì in molteplici dimensioni. Protoni, neutroni, leptoni furono chiamati “terra” e separati dal mare del nulla, che fu chiamato cielo.
Il tempo era cominciato, e Dio vide che tutto ciò era OK. Fine della prima era, inizio della seconda.

Dio diede alla terra la possibilità di aggregarsi in atomi, molecole, proteine, esseri viventi. Le parole sapientemente calibrate, leggi che regolavano tutto ciò, avrebbero reso possibile differenziazioni complessissime e pressochè infinite. E Dio vide che tutto ciò era Ok. Fine della seconda era, inizio della terza.

La prima era era durata alcuni infinitesime frazioni di secondo, la terza qualche miliardo di anni. Ma agli occhi di Dio il tempo è tutto contemporaneo, e un’era è come un giorno.
E così si compì la formazione di stelle e pianeti, lune e galassie in base a

e altre parole precedentemente dette.
Quando un certo pianeta di una certa stella di una certa galassia, ricco degli atomi pesanti di mille supernove, abbastanza decentrato da non essere bruciato dalle radiazioni dei nuclei galattici, reso stabile da una luna gigantesca ed in un certo intervallo orbitale dal proprio sole fu maturo per il proseguimento del progetto, iniziò la quarta era.

Ad una parola di Dio dal mare sorse la vita, che crebbe, si moltiplicò, si diversificò secondo sentieri accuratamente predeterminati. Fatta in modo da selezionarsi per diventare sempre più forte, sempre più in grado di resistere alle prove a cui era sottoposta, come un ferro che viene temprato.

Durante la quinta era la vita uscì dagli oceani e Dio rifinì gli animali per prepararli alla fase finale. I continenti erano ormai sagomati secondo quelle parole pronunciate quindici miliardi di anni prima. Ogni vivente era come doveva essere. Tutto ciò era riuscito bene.

E nella sesta era Dio prese la terra che aveva plasmato in molecole, proteine, animali, e ne fece qualcosa di nuovo. Un essere capace di guardare oltre il presente, proprio come Dio stesso. In grado di decidere, libero, come Dio stesso. Di usare della creazione, di capire almeno in parte le parole di Dio. La parola conclusiva. E la chiamò uomo. Tutto ciò, si disse Dio, era veramente Ok.

Nella settima era, colma della Sua presenza, di ogni parola pronunciata, di ogni legge intrisa nelle ossa del mondo, Dio osservò l’uomo essere libero.

Questa è la relazione sintetica di come sono andate le cose. Se la trovate ancora troppo complicata, con termini troppo difficili, qui c’è una versione ulteriormente ridotta.

Il trucco

Sono qui nel mio letto, attendendo chi non vorrei, e non so perché ripenso a quei giorni.
Faceva caldo, la gente era agitata. C’era questo tipo, che tante volte mi aveva steso la mano davanti in cerca di monete, senza parole perchè non ne aveva alcuna. Dicono avesse un demone. E lui venne. E il muto dopo parlava, fino a stordire di chiacchere.

Era ovvio che ci fosse il trucco. Indagai, ricordo, ma non scoprii niente. Erano anni e anni che quel mendicante non parlava, e ora non la finiva più. Cercai tracce di pagamenti, di denaro passato, ma niente. Poveraccio era, poveraccio era rimasto.

Andai a bere con i suoi discepoli. Non scoprii niente. Non sapevano, o facevano finta di non sapere. Irritante. E nel mentre lui continuava a predicare, a guarire, a fare supposti miracoli. Maledettamente bravo: mai uno sbaglio, un passo falso.

Mi spinsi il più vicino possibile. Indagai sui precedenti. Ascoltai attentamente quanto diceva in cerca di un indizio, ma niente. Frasi fatte, poche affermazioni su si poteva anche essere d’accordo, e il resto solo sciocchezze senza senso. L’inganno c’era, ma non lo trovavo. Non riuscii a scoprire niente.

E’ morto, ho saputo, poco tempo dopo. Quando l’hanno crocefisso ho gioito, perchè era la conferma dei miei sospetti. Ho saputo che qualcuno della sua banda è ancora in circolazione, là a Gerusalemme.

E io sono qui, dopo tutti questi anni, che ci ripenso ancora. La luce è sempre più fioca, e solo nipoti avidi aspettano il mio ultimo respiro. E anche adesso mi domando, ripensando a lui, dove stava il trucco.

L'impero delle tenebre

La luna splende in un cielo striato di nubi nere e stelle, una chiara moneta tra i rami degli ulivi. Il richiamo degli uccelli notturni fa da controcanto al lieve russare che proviene dalle bocche dei tre uomini sdraiati sulla tenera erba di primavera.
"E per questi tu vorresti morire? Non sono stati neanche capaci di stare svegli. E sai che fuggiranno."
L’uomo scuote la testa, e si volta a guardare il suo avversario. Fatto di ombre tra i rami, di luce di luna, di fruscio di foglie. Composto del sibilo del terrore, della disperazione del topo, dell’odio delle pietre.
"E’ per questo che sono stato mandato qui."
"Ne sei sicuro, figlio dell’uomo? Magari è solo una prova. Per vedere se sei degno della tua vera grandezza."
"La vera grandezza è fare l’opera per cui sono stato mandato".
La parvenza di un sorriso maligno nel fremere di un ramo. "Sei realmente sicuro di essere stato mandato? Sei certo di chi sei veramente?"
L’uomo esita. L’ombra lo scruta, con occhi fatti di oscurità e fuochi morti. "No, non lo sei. Sei intelligente, e hai grandi poteri, ammettiamolo pure. Ma tutto il resto è una congettura."
"No, è una certezza".
"Un’ipotesi. Sai che stai per morire. In maniera orrenda. Sai che ti sarà caricato addosso il peso di tutto il putridume del mondo…"
"Che in larga parte è opera tua."
La tenebra sembra srotolarsi in spire di nulla, l’eco di zanne aperte in un ghigno. "Mia? Scherziamo? E’ opera di quel tuo supposto Padre lassù. Io mi limito ad assecondare. Ma che quel tuo Padre esista veramente è solo una supposizione. Una tua supposizione".
"Supposizione? Il Padre…"
"Blah-blah. Te l’ho già detto. Hai grandi poteri. Il Padre non è niente. E’ solo una tua invenzione, l’invenzione di una mente malata per giustificare quello che sai fare."
"Allora sei anche tu una mia invenzione?"
"Oh, può darsi. L’illusione di un malato mentale. Una finzione. Pazzia, caro il mio ‘Messia’. Tu credi di un essere un dio, lo credi solamente. Ma non lo sei. E ti stai per fare uccidere proprio per questa pazzia."
L’uomo si appoggia ad un ramo. "So cosa dovrà accadermi…"
"No, non lo sai. Lo hai visto, ma ti assicuro che passarci sarà molto, molto peggio. E te lo sarai procurato da te. Per cosa? Per niente. Morirai, e resterai morto…"   
"Ho visto anche…"
"Non mi interrompere, Figlio dell’Uomo. So cosa hai detto a loro. So di cosa sei convinto. Ma non funzionerà. La tua morte non solo sarà inutile, ma sarà definitiva. Niente può sfuggire alla morte. Niente ti farà risorgere."
"Tu sai che la morte l’ho già sconfitta altre volte."
La luna non getta più luce, sembra un teschio che occhieggia dalla terra di un cimitero. "Sì. Ma eri tu ad agire. Stavolta sarà diverso. Sarai nella tomba ad imputridire. "
"Il Padre mi farà risorgere."
"Assurdo. Perchè fare la fatica di farti morire, allora? Se ti ama, perchè farti totrturare ed ammazzare? Se esistesse, questo tuo Padre, non sarebbe più logico supporre che ti ha mandato qui per liberarsi di te? Per regnare da solo, mentre tu crepi imprigionato in un corpo umano? Magari è per questo che ha creato la morte stessa. Se il Padre c’è, ti odia."
"Non…"
L’ombra adesso è cresciuta, sembra riempire tutto il giardino. "Hai ragione, è molto più probabile che sia tutto frutto della tua pazzia. Ma questo è il momento di cambiare. Di lasciarsi alle spalle i vaneggiamenti. Di guarire. Di intraprendere la tua vera missione."
"Che sarebbe?"
"Vivere. Regnare su questo mondo tramite i tuoi veri poteri."
"Adorando te?"
"Collaborando con me. Sempre meglio che agonizzare per ore lunghe quanto un’eternità ricevendo su di sè il peccato di ogni uomo. Sempre meglio che farsi scoppiare il cuore per la sofferenza. Sempre meglio che imputridire in una tomba fino a quando non rimarranno che ossa sbiancate."
"Ciò non accadrà. Il Padre non mi abbandonerà".
"Il Padre, se esistesse, ti avrebbe già abbandonato. Su quella croce che sarà il tuo patibolo. Puoi chiamarlo, ma non ti risponderà. Lo sai anche tu, vero? La tua è illusione. Sei solo un figlio dell’uomo che si illude, un pazzo che si vorrebbe distruggere, non un figlio di Dio come ti immagini, come ti sei convinto essere".
Il silenzio è assoluto, gli uccelli hanno smesso di cantare. Sembra che niente esista fuori di quella radura, che tutto il mondo sia un regno di tenebra senza fine. L’uomo si volta verso i dormienti. Uno si agita nel sonno, socchiude gli occhi. "E cosa sarà di loro?"
"Di loro? Che ti importa? Sono niente, al tuo confronto. Puoi farne servi, o amanti, o burattini…quello che vuoi. Sono malvagi e vuoti fin dentro al midollo."
L’uomo li scruta. "E’ vero, sono niente. Ma se sono solo un uomo, anch’io sono niente."
Si china su di loro, li sfiora. Il sospiro del sonno si arresta, palpebre pesanti lo guardano. Il suo viso è rigato di sudore e sangue.
"Dormite, ormai, e riposatevi!"
Il rumore di passi, il brillare di torce tra gli alberi.
L’ombra sibila "Cederai! Quando sarà il momento, di fronte alla morte, cederai!" e sparisce, cancellata dal lume dei fuochi tenuti alti, dai riflessi delle spade e delle armature.
Lui scuote i discepoli. Con delicatezza, come un padre per i figli.
"Ci siamo, l’ora si è avvicinata e il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, arriva chi mi tradisce!".
Si volta, e aspetta coloro che giungono.

Il fedele

Gesù, Gesù! Ti amo con tutto il cuore. Tu sei la cosa più importante per me. Sono tuo fedele, anzi, fedelissimo. Ho organizzato la festa per il tuo ingresso a Gerusalemme. Hai visto quanta gente? Quanto consenso popolare? Le palme, l’ulivo, che trovata, eh? Sei primo nei sondaggi. Possiamo farti re in qualsiasi momento. Basta che ce lo dici, e diamo il via. Il potere sarà tuo. E dopo sono certo che ti ricorderai di me, il tuo più fidato sostenitore. Il tuo braccio destro. Che non ti abbandonerà mai. Neanche di fronte alla battaglia. Se c’è da impegnarsi, sono il primo. Naturalmente distinguendo. Capisci, io ci metto la faccia. Non è che possiamo andare allo scontro frontale, sarebbe da irresponsabili. Bisogna essere prudenti. E poi, anche tu, non è che vuoi dei servi senza cervello, vero? Sono certo che non desideri il mio impegno senza una forte convizione personale. Possiamo discuterne. Non sono certo uno che si tira indietro. E’ solo una questione di massimizzare i risultati, fatti salvi i princìpi fondamentali. Senza esagerare. Dovessero esserci delle difficoltà – che non prevedo, è chiaro – dovremmo ridiscutere tutto l’impegno. Ridisegnare i rapporti. Però non sbilanciamoci per adesso. Vedilo non come un problema, ma una opportunità. Di crescita. Come una sfida.
A posto, allora, eh? Dai, ci vediamo a cena. Ricorda, sono al tuo fianco. Se hai bisogno di qualcosa, qualunque cosa, sai dove trovarmi.

Il delinquente

Lo guardò. Gli faceva schifo. Così possano crepare tutti i delinquenti di quella risma.
Tutto è stato fatto secondo la legge. Un processo pubblico. Una condanna. Una richiesta di grazia, respinta. Nessuna pietà per chi infrange la legge.
Il centurione fece un cenno al soldato. "Infilzalo con la lancia, così siamo sicuri che è morto e possono tirarlo giù dalla croce."

Il re

Tu non ci crederai, ma non mi piaccio per quello che sono. E’ stato mio padre a volere che facessi il re. Io avrei voluto fare il filosofo. O viaggiare. Ma lui niente, voleva a tutti i costi che io regnassi. So che non ci sono tagliato. Un giorno o l’altro butto tutto a mare e me ne vado via.
A Roma, magari. Roma è una bella città, ci sono cresciuto. Sono i romani che non sopporto. Quel Pilato, ad esempio. Ma i padroni sono loro.

E poi quella storia di Giovanni il Predicatore. Va bene, l’ho fatto uccidere, ma non volevo. Era divertente. Un po’ rigido, se capisci cosa voglio dire, ma se non altro le cose te le diceva in faccia. Non come queste scimmie del Sinedrio. A mormorarmi dietro e sorridermi davanti. Giovanni invece mi diceva chiaro cosa non andava. Non che me ne fregasse tanto. Perchè dovrei cambiare? Io sono il re. Io sono Erode. Posso andare con chi mi pare, e se Erodiade mi trova più interessante di mio fratello, cosa dovrei fare? Con due tette come quelle mi può chiedere qualunque cosa. E la legge me la faccio da me, non devo certo rendere conto a nessuno straccione vestito di pelli, o nessun dio, se è per questo. Venere e Bacco sono gli dei per me, loro non fanno storie.
Poi, che Erodiade sia vipera lo sanno tutti. Se non fosse per lei il Battista sarebbe ancora vivo. Ma lei non perdona, oh, no. Mi sembra di rivedere suo nonno, mio padre, quando parla. La stessa arroganza. Per colpa sua mi sono praticamente rovinato.

Ma un giorno di questi mollo tutto, l’ho detto. Sono stufo di fare sempre quello che dicono gli altri, mio padre Erode, Erodiade, Salomè, Pilato, Tiberio…ma chi sono loro? Chi sono io?

Va bene, adesso basta. E’ mezz’ora che parlo io e tu non hai detto ancora una parola. Meglio, che tu stia zitto, perchè non ho voglia di ascoltare una predica come quelle di Giovanni. Io da te vorrei un miracolo, che so, trasformare questa coppa in una colomba. Sai farlo? No? Lo sai che potrei farti fare a pezzi? Non dici niente? Magari con mio padre avresti parlato. Mio padre sapeva come fare parlare le persone, quel vecchio figlio di puttana.

Ancora zitto, eh? Va bene, sono stufo anche di questo deficiente. Vuoi fare il re di Galilea al posto mio? Allora hai bisogno di un vestito nuovo. Per fare il re il vestito è tutto. E vediamo se te la cavi meglio di me.
Schiavi! Dategli un vestito decente e rispeditelo da Pilato. Sono stufo, stufo di lui, di queste feste, di questo vino, di queste donne e di questi falsi profeti che non sanno neanche fare un miracolo. Come te ne trovo quanti ne voglio. Quanti ne voglio.
Portatemi altro vino, schiavi! Ho bisogno di bere, non di cambiare. Sono il tetrarca di Galilea, il re. E non ho bisogno di nessuno. 

Il mondo capovolto

La testa mi fa male in maniera terribile. Le gambe non le sento quasi più, e questo è un bene, visto in che stato sono ridotte. Di tanto in tanto qualcuno si avvicina e mi sputa in faccia – sono un bersaglio facile, messo così. Si meravigliano: “Non è ancora morto”.

Sento il sangue che mi scende sul petto, risale il collo, piano gocciola giù dal mio capo, e con esso la mia vita. Ma ancora tengo.

I cani sono stati fatti uscire tutti. Sulla sabbia arrossata restano pelli di animale e brandelli di uomini. Il cocchio dell’imperatore ci passa sopra. Avrei voluto parlagli, ma non riesco quasi neanche a respirare, la bile e il vomito mi riempiono la bocca, il naso. La sua armatura splende. Mi ha guardato, ha salutato la folla, è andato avanti.
E’ il suo giorno, la sua festa, non ha tempo da perdere con un vecchio ebreo morente. E’ il trionfo del male. Stanno spalmando di pece i ragazzi, tra poco daranno loro fuoco per rischiarare altri massacri. La fiamma purificherà torture ed oltraggi, mi dico.

Credo di avere una spalla strappata.

Mi sembra di essere qui da giorni.

Giunia l’hanno legata ad un toro, poi hanno fatto impazzire la bestia, mentre un attore declamava versi. Uno dei loro miti sanguinari. Dirce, la chiamavano. Non è stato rapido.

L’ho visto, poi, era seduto accanto a me. Non so se l’ho sognato per il dolore, o fosse proprio lui. Per un istante ho sentito come una fitta d’invidia, era libero, poi ho guardato le sue mani. Anche le sue, come le mie.

Ha annuito. Aveva un calice in mano, mi ha dato da bere. Non so come io sia riuscito a mandare giù qualcosa , così rovesciato, ma l’ho fatto. Si è chinato al mio orecchio, mi ha sussurrato “Lo so che mi ami”. E poi è sparito. Non so se fosse un sogno, ma la gola ha smesso di essere arida. Non il resto.

Nell’arena hanno cambiato spettacolo. Un altro attore declama versi, da un podio. Narra una storia di quei loro déi falsi ed assassini. Arrabbiati con un mortale per una parola di troppo, ne sterminano i cinquanta figli. Mi tornano alla mente immagini di lui, che con i bambini ci giocava, in un cortile sabbioso e assolato di tanti anni fa, mentre nell’arena vengono fatti entrare i miei figli, i miei agnelli. Li conosco tutti. C’è Erma, con il viso gonfio dalle botte, che si doveva sposare con Asincrito il cui corpo ora l’illumina come una torcia. Trifena, la piccola Trifena, seviziata per tre giorni dai carcerieri, che non sembrava dovesse smettere di sanguinare. Morirà oggi, comunque. E Apelle, Stachi…

Perchè mi hai fatto vivere, per vedere questo? I miei agnelli, i miei figli uccisi?

Si apre il cancello, entrano due carri da guerra, falcati, appesantiti di ornamenti dorati. Su uno sta un arciere vestito da Apollo, il copricapo di sole raggiante, lo stesso che portava prima l’imperatore. Sull’altro torreggia Diana, il seno scoperto, pure lei arco e frecce in mano. Si dirigono verso il mio gregge. So che li colpiranno ad uno ad uno, daranno loro la caccia inseguendoli, li staneranno dagli angoli dell’arena, dove cercheranno di nascondersi dai dardi omicidi. La folla rumoreggia, incita. Poi il ruggito, la risata, l’urlìo blasfemo si spegne poco a poco. Un altro rumore comincia ad udirsi, sommesso prima, poi sempre più forte.

Il mio gregge non sta scappando. Sta cantando, sta pregando.
I falsi dèi sono confusi. Non è quello che si aspettavano.
Un funzionario fa gesti frenetici. Apollo incocca l’arco, lascia partire la sua freccia verso il bersaglio immobile. Erma è trapassata da parte a parte, e cade senza un grido. Gli altri proseguono a pregare, stretti. Di tanto in tanto, mi guardano.

Io guardo loro.

Le frecce vengono scoccate, una dopo l’altra. I carri sono fermi, come le mie pecorelle che cadono una a una. Dalle tribune vengono sequele di imprecazioni, fischi, urla di scherno. Ma sempre meno convinte. I carnefici incoccano, con mani sempre più esitanti. Sulla faccia di Diana, forse una donna germanica a giudicare dai lineamenti, c’è una smorfia di assoluto disgusto. Un servo corre verso il carro di Apollo, sussurra qualcosa all’auriga, che annuisce. Il conducente sprona i cavalli, fa fare un ampio giro al carro, prende velocità, e punta dritto verso il drappello dei superstiti.

Non si spostano, non smettono neanche di cantare mentre le lame sulle ruote decapitano di netto Trifena, mentre Stachi viene scagliato via come una bambola di paglia.

Adesso il silenzio, al di sotto del canto, è sempre più irreale. Altri segni frenetici, i musici attaccano a suonare un motivo guerresco che non riesce a soffocare il motivo sempre più fievole del salmo. Finchè non rimangono che due voci, poi una sola. D’un tratto capisco che è la mia. Termino il salmo. Così sia.

L’assenza è assordante. La Presenza, è assordante. E capisco perchè sono rimasto vivo fino ad ora.

Davvero credevo che la morte potesse essere la fine di qualcosa io, proprio io che ho visto?

Appeso a testa in giù alla mia croce, io, vecchio pescatore di Galilea, vedo un mondo capovolto. Un mondo dove la misericordia vince sul male, dove l’agnello trionfa sul leone, e la morte e la paura sono sconfitte. Tutti lo vedono.

Mio Dio, amico mio, nelle Tue mani affido il mio spirito.


Pietro

Cosa ci faccio qui, perchè tanta fatica?

Gli diede di gomito.
"Insomma, tutta questa strada per vedere…questo?"
Gaspare sorrise. "Abbi pazienza. Ogni cosa è piccola, prima che cresca".

La notte

Rachele ha il mal di denti, ed è di cattivo umore. Non riesce a dormire. Il tempo è pessimo, tira un vento dell’accidente, gelato anche più del solito. Le ossa le dolgono. Si stringe nello scialle e socchiude la porta di casa, sospesa tra il chiarore oscillante della lucerna e il buio della notte. Suo marito non è ancora tornato dalla taverna. Farà ancora una volta tardi. Rachele non ha neanche la forza più di arrabbiarsi. Ci ha provato tante volte, ma niente può cambiare questa sua vita sempre uguale. Alza gli occhi al cielo. Il vento, se non altro, sta portandosi via le nuvole. Le stelle rilucono nel cielo come le pietre dei mercanti di Gerusalemme. Sembrano insolitamente brillanti, stanotte, nel limpido cielo invernale. Cosa diceva quel mago caldeo al mercato, la settimana scorsa? Strane congiunzioni che avrebbero portato grandi portenti. Stringe le labbra. Che Erode tirasse le cuoia una volte per tutte, quello sarebbe un portento. Rachele gira lo sguardo sulle colline. C’è uno strano chiarore, laggiù. Un fuoco? Adesso è andato. Scuta ancora, ma ora è tutto buio. La strada è vuota. Nessun viaggiatore, tutti al riparo attorno al fuoco, a dormire. Rachele rientra, smuove le braci. Un po’ di calore. Forse si assopisce un po’, perchè un movimento la fa sussultare. Suo marito, pensa, ma il letto è ancora vuoto. Gente sulla strada. Non ha sbarrato la porta, e si alza, un po’ preoccupata, il sonno negli occhi. Il dente le duole, si riverbera in testa. E’ ancora tenebra, fuori. Dieci, dodici persone, forse più. Pastori, sembrano. Paiono avere fretta. Dove vanno a quest’ora di notte? Cos’è che può averli trascinati fuori dai loro giacigli? Si dirigono verso il fondo del paese. Li segue con lo sguardo, curiosa. Una figura procede in senso contrario, il passo incerto. Lei stringe le labbra, riconoscendolo. Suo marito si arresta stupito, vedendola in piedi, ma ha il buon senso di tacere. Puzza di vino. Non c’è speranza che cambi. Lo lascia passare, tacendo del fango che sta portando in casa. Pulirà domani. Sospira. Lancia un ultimo sguardo fuori, alla strada ora di nuovo deserta, domandandosi se ci sia una novità, una qualsiasi novità, se una novità sia possibile.
Il cielo ora è trapunto di mille punti di luce. La notte sarà ancora lunga. Ma forse, là verso est, si intravede l’alba.

Il Maggiore

…Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato". (Lc 15,11-32)

Il Padre finisce di parlare e guarda suo figlio con un sorriso. Ma lui, il maggiore, non sorride. Il rumore della musica e della festa gli rimbomba nel cranio. "Tu hai sempre voluto più bene a lui che a me." Parla piano, appena udibile al di sopra del frastuono che proviene dalla casa. "E’ ora che anch’io dimostri di valere. Dammi la mia parte, come hai fatto con lui. Io non la scialaquerò, te lo posso assicurare. Ti dimostrerò quanto migliore io sia."
Il padre china la testa.

Il mercante alza la testa. "Conoscevo uno che aveva il tuo stesso nome, e veniva dal tuo paese…"
"Mio fratello."
"Ah, ma certo! Che persona generosa! Che carattere allegro!…"
"Ha dilapidato il patrimonio in feste e puttane."
"…ma troppo, troppo spendaccione. Io glielo dicevo sempre, ma lui non ascoltava mai. Mi avesse dato retta…ma vedo che tu sei una persona molto più assennata, con la testa sulle spalle. Guarda, se se seguirai i miei consigli vedrai che farai fortuna qui. Si vede che hai la stoffa. Te lo dico da amico."

"Ecco, la vedi? E’ quella vestita di azzurro.", dice il mercante.
"Laggiù? La vedo. Sembra bella."
"Bellissima, ti dico. Fidati di me, sei il mio amico più caro e non voglio altro che il tuo bene. Se giochi bene le tue carte potrai ritrovarti imparentato con una delle famiglie più influenti della città…"
Lo spinge avanti "…e per uno che arriva dalla campagna, anche se pieno di soldi, è un bel risultato. Non perdere l’occasione, socio."
Il giovane si avvicina alla ragazza.

"Dove stai andando, caro?"
"Esco. Devo vedere persone in città."
Lei gli getta le braccia al collo. "Uffa. Sei sempre in giro per affari. Non saranno mica donne?"
"Ma no, cosa vai a pensare…sei gelosa?"
"E’ perchè ti amo, marito mio. Vorrei averti tutto per me."
Lui le sorride. "Adesso però devo andare, mio fiore…"

Il ciambellano l’introduce nella sala del trono. "Non dimenticate di inginocchiarvi!" gli sussurra all’orecchio.
Il Re è adagiato sui cuscini, e sta mangiando pasticcini da un vassoio. Lo guarda con approvazione inchinarsi fino a terra.
"Ho saputo che, per essere uno straniero, ve la cavate bene. Il talento è una dote che apprezzo molto nei miei sudditi. Io amo chi mi serve bene. Volete entrare al mio servizio?
Il giovane inginocchiato sorride mentre dice "Sì, maestà".

L’amico gli versa un’altro bicchiere. "Accidenti, guarda quella danzatrice…non ti fa bruciare il sangue?"
Lui scuote la testa. "Sai benisssimo che sono sposato…"
"E quando mai questo ha fermato un uomo? Inoltre, mi sembra che ultimamente con la tua mogliettina non vai tanto d’accordo." dice il mercante con un risolino.
"E chi te lo dice? E’ solo che è troppo insistente e gelosa. E poi mi sembra…cambiata."
"Sospetti che abbia un altro?" Chiede l’amico bisbigliando.
"No, che dici, sono certo del suo amore…è che…"
"Allora ragione di più per concedersi una scappatella…dai, bevi ancora un goccetto, socio."
La ballerina agita ritmicamente i campanelli che porta ai fianchi, che tintinnano come una promessa.

"Da questa parte, padrone."
Il servo, incappucciato, scruta la strada. "Nessuno, padrone. Potete andare."
"Bravo. Su di te posso sempre contare."
"Certamente, padrone. Nessun altro vi è così fedele e devoto."
Lui sorride. "Adesso monta la guardia, e avvisami prontamente se ci fosse pericolo"
"Non temete, padrone."
Il giovane si infila nella porticina di servizio.

"Ancora, ancora…"
"E’ quasi l’alba. Devo proprio andare. Spero solo che il mio servo non si sia addormentato."
"Ci avrà pensato una delle ragazze a tenerlo sveglio. Come io ho tenuto sveglio te…"
Lui la bacia su un piede. "Ho qui qualcosina. Non molto, ma credo ti piacerà"
"Oh…una collana! Ma è bellissima! Ti sarà costata una fortuna!"
"Niente se non il meglio per te…"
Lei lo tira a sè. "Un regalo così merita un premio. Ti amo, mio focoso straniero…"

"Non riusciamo a trovarlo da nessuna parte."
Il giovane tira un pugno sul tavolo. "Cercatelo ancora! Non c’è più una sola moneta nella cassa e alla porta c’è un tizio che dice che gli dobbiamo un sacco di soldi! Lui è il mio socio, e adesso mi deve rendere conto…"
E’ lo sguardo imbarazzato dei suoi interlocutori che improvvisamente gli fa comprendere.
"Fuggito, pensate sia fuggito? Ma era mio amico…"
La porta si spalanca. Sua moglie è spettinata, gli occhi rigati di lacrime. "Come fuggito…perchè, fuggito? Mi aveva promesso…" E adesso lui capisce molto di più di quanto vorrebbe.

La porticina di servizio da cui è passato tante volte con il buio è spalancata. Ma nella stanza sulla via non c’è più nessuno, salvo un letto disfatto e i segni di una partenza frettolosa. E anche la strada ora è vuota. Cerca con gli occhi il servo, ma non lo si vede da nessuna parte. Lo trova infine nella taverna. "Cosa fai qui?"
"Non lo vedi? Bevo!"
"Ma ti avevo detto di aspettarmi nella via!"
Il servo lo guarda con disprezzo. "Cosa vuoi da me, cane straniero? Non capisci che non sono più ai tuoi ordini? Tutta la città ride di te. Meglio che tu cambi aria in fretta. Tanto non hai molti bagagli da fare…"
La risata di ubriaconi e prostitute l’accompagna mentre esce, la testa china.

Il Re lo guarda, annoiato, sbocconcellando un dolce. "Aiutarti? E perchè? Ti sei dimostrato uno stupido. Ormai possiedi solo la pelle che hai addosso, e se non scappi velocemente probabilmente neanche quella. I parenti di tua moglie non ti hanno ancora ammazzato solo perchè non hanno i soldi per pagare un assassino. Contavano su di te per risollevare la famiglia, ma a quanto pare li hai delusi. Come hai deluso me. Non voglio imprigionarti o farti giustiziare perchè non ne vale la pena, in fondo non sei che un contadino. La sola cosa che posso fare per te è darti un consiglio: torna da dove sei venuto, e il più in fretta possibile. Ora sparisci." termina il sovrano, leccandosi le dita ingioiellate.

La strada è polverosa, e i sassi fanno male ai piedi scalzi.
Perchè mai era partito?
Forse in cerca d’amore?
Ma quale amore?
L’amore di fratello, avvelenato di invidia?
L’amore di figlio, ingrato e ribelle?
L’amore di amico, macchiato d’inganno, emulazione e calcolo?
L’amore di sposo, carnale e geloso?
L’amore di amante, lascivo desiderio?
L’amore di padrone, superba condiscendenza?
L’amore di servo, finta devozione?
O l’amore di padre?

Suo padre l’ha visto, di lontano. E ora sta correndo, verso di lui, per abbracciarlo.

Punti di vista

Vorrei commentare un fatto di cronaca di cui sono stato mio malgrado testimone.

Un rappresentante commerciale è stato aggredito, l’altro giorno, sulla strada che percorro spesso per lavoro. Una banda di delinquenti, forse di extracomunitari, l’ha fermato, l’ha picchiato selvaggiamente, gli ha rubato tutto e lo ha abbandonato in una piazzola.

Io sono passato poco dopo il fatto e sì, ho effettivamente notato un uomo a terra; ma l’ho scambiato per uno dei soliti sbandati che talvolta usano le strade appartate per farsi di droga.

Quando vedi certi spettacoli sei sempre in dubbio se intervenire o no. A farlo si corre il rischio di venire presi in mezzo dai regolamenti di conti di queste bande che spadroneggiano ovunque. Da innocenti spettatori ci si ritrova alla fine ad essere coinvolti in fatti di cronaca; oggetto di indagini o peggio. E poi ci si stupisce che ognuno bada solo ai fatti suoi…per forza, è ormai dimostrato che a interessarsi degli altri c’è solo da perderci.

D’accordo, questo non era il caso: ma è fuori di dubbio che passare su certe strade a certe ore è come andarsela a cercare, tirarsi addosso la violenza.

Perchè dunque esporsi, rischiando, per chi non è capace di badare a se stesso? E, piuttosto: cosa fa lo Stato per impedire che crimini del genere si verifichino? E’ evidente che senza una chiara politica della sicurezza fatti simili accadranno sempre più spesso.

Ad ogni buon conto sembra che il rappresentante riuscirà a cavarsela: è stato soccorso poco dopo da uno straniero, sembra un samaritano.

A questo punto, potrebbe essere necessario che leggiate il commento #3

I fiori della primavera

Lei finisce di parlare, ed io e Giovanni ci guardiamo. Gli altri hanno facce pallide, più pallide ancora del’altro ieri. Nessuno si muove per lunghi attimi.
Scattiamo nello stesso istante, senza parlare, scontrandoci per passare dall’uscio, fregandocene se ci vedono. Ormai è giorno fatto, e le strade sono affollate di gente venuta per la festa. Corriamo sull’acciottolato sdrucciolo, ancora umido, rischiando di spaccarci l’osso del collo, urtando i passanti che ci urlano dietro insulti. Corriamo fino alla porta, in mezzo agli asini indifferenti, ai cammelli ignari, ai mercanti incuriositi, alle donne che fanno la spesa, ai bambini vocianti che ci inseguono per un tratto ridendo. Rallentiamo, passiamo in mezzo alle guardie che non ci degnano di un’occhiata, siamo fuori dalla città. Giovanni si torce le mani, io sono sudato, ansimo, le gambe mi fanno male. Non parliamo, non osiamo, non osiamo sperare, non osiamo credere. A metà della salita mi fermo, non ho più fiato. Giovanni si volta, mi aspetta, ma io gli faccio cenno di andare pure. Quando riparto lui ha già imboccato il viottolo.

Il silenzio, alle tombe, è irreale. Non c’è nessuno. Giovanni è in piedi, davanti all’apertura. Immobile, mi attende. La pietra è di lato, macchiata dal rosso dei sigilli. Nell’aria c’è il profumo dei fiori della primavera. La tomba è buia, mi chino, entro. Una lama di luce illumina il sudario ancora legato, macchiato di sangue marrone, afflosciato, vuoto. "Giovanni," farfuglio. Lui entra. Vede. E, anche lui, crede.

Non scorderò mai il profumo di quei fiori.

L'Albero

E’ lontano ma lo vedo bene, l’albero. Sono ore che lo guardo, da quando è fiorito. Il caldo di questa settimana ha asciugato tutte le pozzanghere, ma ora il cielo è di nuovo cupo, livido, come un mantello sospeso sulla città. Frange di tempesta si abbassano quasi a toccare le colline, e la gente cammina guardando in alto. Cammina parlando piano, sussurrando, trovandosi in capannelli agli angoli dei viottoli, e di tanto in tanto sbirciando l’albero.

Io me ne sto nascosto. Ho un livido sulla spalla che mi fa male, ma quello che fa più male non si vede. Sul tetto ci siamo io e Filippo, dietro il muretto che dà sul vicolo. Non so gli altri. Credo che sotto l’albero ci sia Giovanni, sono quasi sicuro che è lui. Adesso non c’è quasi più nessuno lassù sulla collina, e il vento ha pulito l’aria. Si vede bene, si vedrebbe bene se non fosse per la distanza.

Ma mi sento i suoi occhi addosso. E’ impossibile, ma li sento. Mi bruciano.

Vorrei anch’io andare sotto l’albero, ma non ho il coraggio. Non ho il coraggio, non ho la forza, o l’intelligenza. O forse semplicemente non ho l’amore, non ho abbastanza amore. Dovrebbe essere lui, come aveva fatto, a venire da me, a prendermi per mano. Ma la sua mano è inchiodata sull’albero.
Sono stato un illuso. Mi sono giocato la vita per un’illusione, che ora sta morendo.
Eppure a ripensarci è stato tutto vero. E non riesco a spiegarmi, non riesco a capire come sia stato possibile. Perchè se non posso credere a quello che ho visto e sentito, a cosa posso credere? Dove posso andare? Dovrei fare come Giuda, che si è ammazzato? Perchè, che senso avrebbe se no la vita?
Posso continuare a vivere come se non fosse accaduto niente? Devo vivere il resto dell’esistenza come una menzogna?

Da lontano guardo l’albero, e non riesco ad andare più vicino. Anche se non ho più una vita da perdere.

Crux fidelis, inter omnes arbor una nobilis:
nulla silva talem profert,
fronde, flore, germine.
Dulce lignum, dulces clavos, dulce pondus sustinet.

O Croce fedele, il più nobile fra tutti gli alberi:
nessun bosco ne produce uno simile
per fiore, fronda, frutto.
Dolce legno, che con dolci chiodi sostieni il dolce peso.

Una lama nella notte

Il mio coltello è ancora sporco di sangue.
Sì, ho mirato per uccidere. Non capivo più niente. Ci si spintonava, e i bastardi erano armati, e quello ha detto qualcosa, non ricordo neanche cosa, e allora ho tirato fuori il coltello e ho colpito. Se non era svelto lo aprivo in due.
La ferita era comunque brutta, sanguinava come un porco. Credo che per poco non ci abbiano ammazzati tutti, erano molti più di noi e insomma, noi eravamo anche vecchi e ragazzini e gente per bene, che un coltello non l’ha avuto mai, mica tutti mezzi delinquenti come me. Io il ferro lo so usare, con il mio lavoro, e mi era già capitato di tirarlo fuori. Prima.
E pensare che quel Giuda è anche più svelto di me. Ma oh, guardate, l’avrei sgozzato se fossi riuscito a prenderlo.
Alla fine siamo scappati.
Mi fanno male i polmoni per la corsa. Ho la mano appicicosa per il sangue. Non ci capisco più niente. Non ci capisco più niente.
Volevo dargli il tempo per fuggire. Gliel’ho anche urlato, scappa, è te che vogliono. Con quello che l’ho visto fare, avrebbe potuto sbatterli tutti giù con una parola. Invece si è messo in mezzo. L’orecchio penzolava, quello sanguinava, e lui l’ha guarito. E poi l’hanno preso. E io sono scappato, tutti siamo scappati.
Il mio coltello è ancora sporco di sangue. Io, sono ancora sporco di sangue. Non so adesso cosa succederà. Sono solo un pescatore che per un attimo ha creduto di essere qualcosa di più. Un pescatore ignorante e rissoso, duro come la pietra, a cui qualcuno ha messo un nome troppo pesante.
Dove andrò? Chi mi salverà, adesso? Chi salverà tutti noi?

Il bambino

C’è puzza di bestia, ma ci sono abituato. E così si sente meno la mia, di puzza. Non è che so di rose, è due mesi che sono con le capre sulle montagne. E questi sono signori, si vede, ma non è che mi mandano via.
Fa freddo, ma è la stagione. Un accidente di freddo per nascere, però. Perchè sono venuto? Per lo spavento che mi sono preso, che mi sono quasi pisciato addosso. Cioè, quello non era un uomo, capite. No, non capite. Ma è così. E c’era la musica, una musica che non erano uomini a fare. E così sono venuto anch’io a vedere. E c’era proprio quello che avevano detto quelli, capite, quelli.
Non mi credete? No, certo, non mi potete credere. Voi lì al caldo, comodi. Siete signori. Io sono un poco di buono. Ma sono venuto lo stesso, e ho visto. Voi signori con il culo al caldo non so se sareste andati. Quando si ha il culo al caldo non ci si muove. Non si ha voglia di muoversi, si ha paura che qualcuno ci freghi il posto. A quello lo avreste preso in giro. E invece noi, io e gli altri, siamo scesi dal sentiero, chè di notte c’è da spaccarsi una gamba. Perchè cos’abbiamo da perdere, noi? Noi siamo il peggio. Neanche le puttane ci vogliono, a noi, perchè puzziamo. Tutti ci danno dei ladri, e non hanno torto. Ma noi ci siamo mossi. Noi siamo venuti, venuti a vedere. Ed era proprio come ci avevano detto.
Stanotte i signori siamo noi. Per una volta siamo i primi. E che impressione a guardarlo. Guardatelo, guardatelo anche voi. Sì, c’è puzza, ma è così nelle stalle. Non volete entrare, paura di sporcarvi? Troppo tanfo? Bè, vi dico una cosa: anche se è quello che hanno detto, non potrà scordare di essere nato in mezzo al letame. Non potrà non sporcarsi pure lui. Non gli potremo fare schifo, come facciamo schifo a voi.
Non so chi sarà. Non so che sarà di lui. Ma già oggi per lui, anche noi, pecorai, stupidi ladri bastardi, siamo figli di Dio. 

L'altra Maria

Gabriele ed Elemiah fecero un passo avanti, e furono nel mondo. Era una tranquilla sera di primavera, senza nessuna pretesa di eccezionalità. Era la sera più importante da che il pianeta era stato creato. Uomini sapienti in seguito avrebbero scrutato i cieli, e letto segni; ma questo era ignoto, assolutamente ignoto agli abitanti di una cittadina piuttosto primitiva ai margini di un impero, che continuavano ad occuparsi dei loro affari umani senza sapere, senza accorgersi che due messaggeri di Dio erano tra loro.

Elemiah era un poco intimorito. Gli era stato chiesto di accompagnare l’Arcangelo in questa missione, in quella che era la missione più importante, più decisiva di tutte.

“Gabriele…”

“Sì?”

“E’ quella?”

Una ragazza, forse quattordici anni. Vestito dignitoso ma non ricco, piedi nudi, camminava reggendo una brocca.

“E’ lei, vero? Posso vedere qualcosa di speciale…”

“Sì, Elemiah, veramente qualcosa di speciale. Il Signore ha fatto qualcosa di eccezionale per lei. Guarda come la Sua luce l’attraversa senza ombra, come la Sua bellezza la pervade.”

“Mi chiedo cosa vedono gli esseri umani di questo” bisbigliò Elemiah.

“Niente, o poco. Una senzazione di purezza. Un refolo di qualcosa di perduto.

“Qual’è il suo nome?”

“Maria.”

Gabriele si voltò verso Elemiah, fissandolo con gli occhi splendenti.

“Adesso è l’ora. Rimani dietro, Elemiah: questo tocca a me.”

Gabriele fece un passo avanti, e fu innanzi a lei.

Gli occhi le si spalancarono, quando lo vide. Il riflesso della luminosità dell’Angelo le rischiarava la fronte, la potenza dell’Altissimo balenava tutt’attorno, senza disturbare un granello di polvere.

“Ti saluto, o piena di grazia…”

Elemiah osservò la bocca della ragazzina spalancarsi sempre di più ad ogni parola di Gabriele che spiegava, spiegava, e parlava di amore e di ombra e bambini…

Poi vide.

Maria si stava ritraendo.

La ragazzina scosse la testa “No, è impossibile!”

“Niente è impossibile a Dio…”, rispose Gabriele

“Ma se questo succede sarò rovinata, completamente! Il Signore vuole forse la mia rovina?”

“La volontà…”

“Devo sposarmi tra poco, capisci? Non è che si può aspettare? Aspettare solo un poco, poi andrà tutto bene…”

“E’ ora il momento in cui deve accadere questo…”

“Tre mesi? Non può il Signore attendere tre mesi? Cosa sono tre mesi per Lui?”

“Se adesso rifiuti, partirò da te e niente accadrà.”

Per un attimo la ragazza rimase immobile, respirando affannosamente.

Poi scosse la testa. “No. E’ troppo importante per me. No, la mia fedeltà va al mio sposo. Sarebbe troppo per lui, mi lascerebbe. E io come farei ad allevare un bambino da sola? Sarei ripudiata come prostituta. Potrei anche essere uccisa.”

Guardò Gabriele dritto negli occhi luminosi.

“No, non ce la posso fare, mi dispiace.”

Gabriele partì da lei.

Elemiah la vide riscuotersi, come da un sogno, raccogliere la brocca caduta. Incamminarsi di nuovo sul sentiero.

“La luce non l’attraversa più, ora…”

Gabriele gli fece un cenno:  “Guarda.”

Un’ombra, più fonda della tenebra, fuggiva.

Un senso di panico attraversò l’animo dell’Angelo. Elemiah guardò Gabriele. “Abbiamo fallito!”

“Non è un nostro fallimento. Il Signore li ha dotati di libertà. Maria l’ha usata. Ora è prigioniera di se stessa.”

“E adesso?”

“Adesso…vieni con me.”

Non andarono distante. Seduta nella sua stanza, un’altra ragazza filava all’arcolaio, cantando piano.

“Anche lei si chiama Maria.” sussurrò Gabriele, guardandola dipanare con le dita sottili la matassa della lana.

Elemiah vide subito. La Luce attraversava anche lei, come aveva attraversato l’altra Maria prima del colloquio con l’angelo.

Quando se ne andarono c’era, se possibile, ancora più Luce.

Elemiah era pensoso.

“Cosa succederà adesso, all’altra Maria?”

“Credo che vivrà la sua vita, normalmente, sempre domandandosi se si sia trattato di un sogno.”

“Cosa sarebbe successo, Gabriele, se anche questa avesse rifiutato? Ce ne sarebbe stata un’altra ancora?”

Gabriele scosse la testa “Non posso conoscere i piani di Dio. Lui ama molto gli uomini. E, se ho capito bene, se oso capire bene quello che sta per accadere, li sta per amare in una maniera che neanch’io credevo possibile. Posso comprendere ora perchè Lucifero urlava, nel tempo della ribellione, perchè anche a me pare strano e assurdo, ma so che è per un bene che neanch’io so descrivere o prevedere. Un’altra? Già una mi pareva impossibile.”

Elemiah si voltò a guardarla ancora una volta, sussurrando tra sè “Ma quanto è grande la sua misericordia? Quanto li ama?”

E Gabriele, che l’aveva udito, rispose: “Credo che presto lo sapremo.”

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Ancora una volta

Il racconto che segue è la drammatizzazione di una "ipotesi teologica" nata durante una discussione con un amico. Prendetela come tale. Grazie a "Godparent" per l’idea.

Ormai era, ancora una volta, fuori dal tempo e dallo spazio.
Ancora una volta. E’ strano come si possa acquisire l’abitudine di pensare ad un prima e un dopo, quando si possiede un corpo. Un corpo fatto di materia, soggetto al tempo, al peso immane del tempo. Ecco, io ho fatto il tempo, pensò. Eppure è strano esserci dentro. E’ strano progettare un occhio per vedere la luce, e poi vederla realmente, aprire gli occhi per la prima volta e vederla, e richiuderli e non vederla più. Progettare una mano per afferrare le cose, e poi usarla, realmente usarla, e poi vedersela inchiodata e sanguinante. Progettare sinapsi e nervi e poi sentirli urlare di sofferenza, della propria sofferenza.
Eppure era necessario. Era necessario sperimentare l’abbandono. Era necessario sperimentare il dolore. Era necessario sperimentare la morte, la più crudele delle morti.
E adesso è fatta.
Guardò suo Padre, e l’Amore tra loro due riempiva tutto.
Ma…
Non c’era ancora l’assenza di tempo che è il Tempo completo, tutto intero, e l’assenza di Spazio che è la totalità dello Spazio.
C’era un filo, un filo che Lo legava ancora al tempo, quel tempo limitato con cui era stato intessuto il suo corpo di materia. In qualche maniera c’era ancora un prima e un dopo, un prima e un dopo speciali, e una decisione da prendere. Da prendere adesso. Cos’era quello che ancora una volta lo teneva…imprigionato?
No, non imprigionato.
"Puoi farla finita ora. Quello che c’era da fare è stato fatto. Dio è morto, Tu sei morto. Ora conosci anche tu, conosco anch’io non come il Creatore conosce, ma come conosce la creatura. Ora puoi lasciarli andare. Il sangue li ha lavati. Il conto è saldato. Possiamo concludere qui."
Così è questo l’istante in cui tutto si compie, si disse.
Guardò giù verso un capo reclinato che era lui e non era lui, verso una croce intrisa di sangue e acqua, verso sguardi terrorizzati e disperati, e tristi e felici e gioiosi e vacui, verso quella città e quel paese e quel mondo che poteva spegnere come una fiamma di candela, o lasciare bruciare, o…
La libertà, la libertà totale di Dio, in bilico.
Traditori, assassini, violenti, ignoranti, arroganti, stupidi, malvagi, che non capiscono neanche quando è evidente, che non vogliono capire…
Ho finito? Li lascerò da soli? Continueranno da soli? O il tempo finisce in questo istante? Oppure…

Oppure essere con loro per sempre. E accompagnarli. E amarli.

Il corpo si sta irrigidendo nel rigor mortis. Il sudario è intriso di sangue. Non c’è tempo che per una ripulitura approssimativa. Viene spinto nella tomba, la pietra è rotolata, i sigilli sono apposti. I servi vanno a casa, dove li attende del pane, del vino. Un pane che è ancora solo pane, vino che è ancora solo vino, com’è stato per millenni. Simon Pietro è tornato ad essere Simone, ancora per poco. Non si attendono che quel corpo piagato, ferito, ucciso torni a vivere. Ancora una volta.

Il mestiere del martello

Non è che ci provi gusto, insomma.
Ma io cerco di farmici mettere perchè spesso c’è da rimediare qualche sesterzio.
Ci sono i parenti che vogliono avvicinarsi. A volte non solo loro: una volta un tizio mi ha pagato per potere lanciare della merda addosso al condannato. Non scherzo.
E poi ci sono i vestiti, le cinture, i calzari. La maggior parte delle volte stracci, ma qualche volta c’è anche roba buona. Per esempio, quello che dici aveva una tunica bellissima anche se lurida di sangue. L’abbiamo tirata a sorte ed è toccata a Lucio. Chissà se è riuscita a ripulirla.

Non è lavoro da donnicciole, eh. Il sangue schizza, e dopo ti devi lavare tutto. Occorre una certa forza per ficcare i chiodi, e devi anche sapere bene dove metterli, se no finisce che si strappa tutto e devi ricominciare da capo. Però dopo un po’ ti abitui. Sono un soldato, in fondo, e il martello non è peggio della spada.

Devo dire che stavolta è stato diverso. Allora, c’erano questi due che erano i soliti figli di puttana, due facce che te le raccomando. Il terzo, quello di cui parli, no: era ridotto male, ma non sembrava un bastardo come gli altri. Non è che uno ci faccia caso: ce ne capitano parecchi anche così. Gente tranquilla che ammazza la moglie, oppure uno di quei fanatici. Qui in Giudea ce ne sono un sacco. Fanno tutti una brutta fine. Il tizio pulitino doveva essere un tipo importante perchè c’era un sacco di gente a vederlo, anche gente ricca. Neanche uno ha mollato sesterzi, si limitavano a pigliarlo per il culo da lontano.

Di solito quelli che appendiamo sono di due tipi: i duri e quelli che piangono tutto il tempo. Bè, essere crocefissi non è uno scherzo, capisci. Supplicano, ti maledicono, ti sputano addosso. Se qualcuno mi sputa o mi fa incazzare gli muovo un po’ i chiodi, e ti assicuro che smettono. Ecco, quello che mi ha colpito del tipo che dici è che non faceva niente del genere. Ti guardava quasi con…tenerezza, ecco, anche mentre lo mettevamo su, che fa un bel po’ male, credici. Dicono fosse un mago, o un guaritore, o uno di quei sacerdoti di quella divinità folle che hanno loro. Ecco, secondo me la dimostrazione che ad immischiarsi con gli dei si fa una brutta fine. Se era un mago vero mica lo beccavano.

Però devo dire che questo mi ha colpito, era più strano degli altri. Ad un certo momento ha anche biascicato qualcosa, non è che si capisse tanto, aveva una faccia come un melone, ed io la loro lingua non la capisco, ma sembrava che si rivolgesse a me. Ho chiesto cosa aveva detto, e Lucio che sa il dialetto mi ha detto che voleva perdonarci perchè non sapevamo cosa facevamo, e questo è ben strano. Perchè qualcuno dovrebbe perdonare uno che l’inchioda, io lo maledirei a morte, e poi io so benissimo cosa faccio. Mi ha stupito. Mica solo me, anche il centurione e gli altri.

Ma devo dire che la cosa che mi ha fatto più strano è che sì, soffriva, era stato flagellato di brutto, ma sembrava…ecco, guardava quelli che lo insultavano e sembrava…non so, dispiaciuto. Dispiaciuto per loro, intendo. Ce ne siamo accorti tutti.

Quand’è morto ha urlato. C’era tempo brutto, sembrava notte. Per un attimo è tremato tutto, e devo ammettere che lì ho avuto un po’ di strizza. Poi, visto che non succedeva niente, sono tornato. Sembravano tutti preoccupati. Ce lo hanno fatto togliere che ancora gli altri non erano crepati, perchè il giorno dopo era il sabato dei giudei. Io ero contento perchè tornavo all’alloggio prima. Mentre toglievo i chiodi sai cosa ho pensato?
Poveretto sto’ tizio. Aveva grandi sogni di gloria, voleva diventare re, sembra, ed è morto come uno schiavo. Chi si ricorderà di lui tra mille anni?
Dalla morte non si torna.


Settimana Santa
Giovedì 5 Aprile
Messa in coena Domini Ore 18.30 S.Giulia, Torino
Meditazione Ore 21.15 S.Giulia, Torino
Venerdì 6 Aprile
Via Crucis Sacra di S.Michele, partenza ore 14.00 S.Ambrogio di Susa davanti alla chiesa.
Al termine azione liturgica alla chiesa della Sacra.

L'uomo davanti a me

Non è facile giudicare, su questo dovreste essere d’accordo tutti. E la mia non era una decisione facile.

Era innocente, dici tu. Non so, in fondo siamo tutti un po’ colpevoli di ciò che ci accade. Se fosse stato zitto e tranquillo non sarebbe finito così. L’ho esaminato bene, l’ho interrogato. Sicuramente un uomo sveglio, fin troppo furbo, se capisci cosa intendo dire. Probabilmente troppo orgoglioso per supplicare, e abbastanza intelligente per capire che non sarebbe servito. Sono abituato a sentire supplicare la gente, ma non è mai stato quello il mio criterio di giudizio.
Un giudice non deve basarsi sul cuore per decidere, soprattutto se è un politico, un uomo di governo. Ci sono ragioni più alte, più stringenti che non appellarsi a cose opinabili come l’innocenza o la colpevolezza, il bene o il male, il giusto o lo sbagliato. E’ una questione di responsabilità.

L’uomo di governo, quale io sono, ha la responsabilità di fronte a coloro i quali l’hanno messo al posto che occupa. Perciò, capisci, il fatto che fosse innocente era l’ultima delle mie preoccupazioni. Dovevo forse suscitare una rivolta, per proteggerlo? Dovevo inimicarmi le autorità locali, i potenti, per salvarlo? Compromettere la mia missione, la mia posizione di procuratore, la sicurezza nazionale? La politica è l’arte del compromesso. E se per evitare spargimenti di sangue e continuare a fare del bene occorre sacrificare un innocente, bene, è quello che debbo fare. E’ il mio ruolo. Non posso limitarmi a considerare solo l’uomo che mi sta di fronte, vir qui adest. Non è lui la risposta. Se i miei alleati mi richiedono un sacrificio, valuto la portata di questo sacrificio. Non voglio tornare a Roma prima del tempo, politicamente sono tempi difficili, ho faticato parecchio per giungere dove sono ora.

Quindi non è colpa mia, non sono stato io a volere la sua morte: io me ne sono lavato le mani. Su di loro ricada il sangue. La società richiedeva questo, ed io l’ho concesso. E’ la democrazia: il popolo ha deciso.

Mi domandi se sono convinto che questa sia la verità…?
Che cos’è la verità, Quid est veritas?

Beati ki!!!!!

A me queste kose non piacciono – le predike, intendo, ma *papy* rompeva, e questa volta veniva anche Zac così ci siamo messi d’accordo!!!!!!!!!! Simo mi ha detto ke ci sarebbero state un sacco di okette bone ma non ce n’erano poi così tante, e quelle che c’erano erano appiccicate ai loro vecchi tranne una che mi ha fissato ma era scorfana *-*.
Cmq sono uscito io & Zac e siamo andati dove c’era questa
predika e c’era un sakko di gente ma noi ci siamo imbucati e siamo arrivati abbastanza vicini!!!!!
Cmq sto tizio si era messo su 1 montagnola e vedevamo bene. Simo non è venuto xkè il suo *vecchio* gli ha proibito di venire perchè ha detto che era tutta politica e sarebbe finita male:-(

Noi speravamo di vedere 1 miracolo ma non è successo niente di speciale, solo ‘sto qua ke parlava, 2 palle AAAAGGGGHHHH.
Zac mi ha raccontato di quando è stato a Gerusalemme, il mese scorso. La predika non l’ho sentita tanto xkè parlavo con Zac, beati ki qui beati ki là o qualcosa del genere, non ho capito tanto. Avevavamo dietro un cretino ke ci diceva sempre di stare zitti!!!!! ad un certo punto ghignavamo così forte che ci voleva menare *o*.
Poi ci hanno anche dato da mangiare ma a me il pesce non mi piace tanto così ne ho avanzato mezzo. Cmq il pane l’ho mangiato tutto e anche il pezzo di Zac!!!!!! Dopo ci siamo trovati con gli altri raghi, Zac è andato a trovare una tipa di Betseida e noi abbiamo tirato i sassi nel lago.
Magari la settimana prossima ci ritorniamo. Ma a me non pareva tanto il Messia.

Amicus meus

Balle, tutte balle.
Alcuni sostengono che è stato lui stesso a spingermi a farlo. E’ vero, in un certo senso. Mi aveva designato a fare parte del direttivo, dei migliori. Capite, eravamo solo in dodici, tra tutti quelli che lo seguivano. Certo, alcune sue scelte lasciavano abbastanza perplessi già allora. In fondo Matteo era un uomo di cultura, anche se faceva il gabelliere, ma perchè Simone, un pescatore ignorante come nessun altro? Quando l’ho visto per la prima volta pensavo fosse la sua guardia del corpo. E invece no, era il suo cocco, il suo preferito. Capite, io ero di sicuro il più intelligente, io ho studiato, ho un curriculum, un’esperienza. Dovevo essere io il suo braccio destro. E invece no, preferiva i due fratellini (degli ambiziosi, degli arrampicatori, sempre dietro a lui come cagnolini) e il pescatore.
Io credo che sia stato perchè gli altri erano gelosi marci e facevano la spia. In fondo, che male c’è a fare un po’ la cresta? Di offerte ne arrivavano tante. Certamente il giro era giusto, abbiamo conosciuto tanta gente che conta, di quella con i soldi. Finanziatori, non so se mi spiego. Glielo avevo già detto, organizzo tutto io: lascia fare a me, nel giro di un paio d’anni diventi la persona più importante della Giudea. Ma aveva altre idee. Quando ha tirato fuori quella storia della carne e del sangue è stato un colpo basso. Insomma, si è giocato tutti gli appoggi. Credo sia anche andato un po’ fuori di testa. Anche gli altri hanno provato a dirglielo, ma lui niente, era ovvio che non sarebbe finito bene.
Io non ho fatto nulla di male, ho semplicemente affrettato quello che sarebbe successo comunque. Insomma, tanto vale che ci guadagnassi, giusto? Tre anni dietro a lui, mollando lavoro e carriera…mica potevo lasciare che mi trascinasse a fondo. Occorre pensare al proprio futuro.
Va bene, probabilmente ho sbagliato tempi e modi. Ho anche cercato di restituirli, i soldi, ma la frittata era fatta. Mi ero giocato la posizione, insomma, sono stato scemo a non capirlo subito. Quando ho visto come l’avevano ridotto sono stato male. Era ovvio che avrebbero finito per pensare che era colpa mia. Credo che mi avrebbero fatto fuori se…ma ormai non ha più importanza. Vedo ancora i suoi occhi, che mi dicevano che se volevo sarei stato perdonato. Ma non ci si può credere, non ci ho creduto.
No, non ci ho creduto.

Amicus meus osculi me tradidit signo.
Quem osculatus fiero, ipse est, tenete eum.
Hoc malum fecit signum,
qui per osculum adimplevit homicidium.
Infelix praetermisit pretium sanguinis,
et in fine laqueo se suspendit.
Bonum erat ei, si natus non fuisset homo ille.

Amico mio con un bacio mi tradisci.
"Quello che bacerò, è lui: arrestatelo!";
diede questo segnale malvagio
colui che con un bacio compì un omicidio.
L’infelice lasciò cadere il prezzo del sangue
e alla fine si impiccò.
Sarebbe stato meglio per quell’uomo se lui non fosse mai nato.

Giovedì 13 Aprile – Giovedì Santo
Meditazione a S.Giulia (Torino) ore 21.00

Venerdì 14 Aprile – Venerdì Santo
VIA CRUCIS Sacra S.Michele – ritrovo ore 14.00 S.Ambrogio di Susa, piazzale della chiesa.