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Il significato

Oggi, Santi Pietro e Paolo, sono cinquant’anni dalla fondazione del monastero della Cascinazza.
Si trova accanto a Milano, in una campagna che pare impossibile che possa esistere così vicino alla metropoli. Strade strettissime, fiancheggiate da fossi così profondi che una macchina ci scomparirebbe dentro. E’ di fatto una cascina; i monaci benedettini che la abitano coltivano i campi, allevano api, producono birra. Nasce dall’incrocio tra la volontà di rinnovare l’esperienza benedettina e il carisma di Don Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione.
Ne avevo sentito parlare, anche perché vi era andato ad abitare un pittore molto famoso, William Congdon. Ma non so se l’avrei mai visitato se un mio compagno dei tempi dell’Università non avesse deciso di aderire a quell’esperienza. Ve ne ho parlato altre volte.

Le suore di Sant’Anna, dopo centoventicinque anni, lasciano il mio paese, l’asilo che ha ospitato tante generazioni, compreso me e i miei figli. Le altre volte che le suore erano state mandate via era stato Napoleone, erano stati i Savoia. Questa volta non è un nemico esterno, ma uno interno, la mancanza di vocazioni. In questo nostro tempo appare impossibile pensare di dedicare la vita a qualcosa di simile. Eppure il monastero della Cascinazza si allarga.

In un mondo dove tutto ti spinge a volere essere qualcuno, a dimenticare i tuoi limiti, scegliere di abbracciare quel limite appare assurdo e incomprensibile. Per fare qualsiasi cosa ci vuole una ragione. Per lasciare un fidanzamento, una carriera, la vita di prima, occorre vedere una possibilità di bene più grande. Una esistenza più vera, più piena; non di cose da fare, ma di significato.
Forse quello che oggi si è smarrito è proprio quello: il significato. Tentiamo di dare noi il senso alle cose, invece di guardare e capire. Siamo esseri finiti, come possiamo sperare di andare oltre noi stessi da soli?
Perché, se non andiamo oltre noi stessi, rimarremo sempre ciò che siamo: esseri di terra e sangue, ostinati nel male.
Invece la notizia è che il significato si è fatto carne, e abbraccia anche il nostro essere nulla.
Perché anche il nostro nulla abbia significato.

Star desti

Non mi piace leggere le preghiere artigianali. Tanto per fare un esempio, quelle del mio ultimo post. Cose del genere mi sembrano sempre troppo didascaliche, come certe pubblicità. Scritte più per il pubblico che altro.
Voi mi direte; ecco, hai questa opinione e ce le infliggi? A questo punto vi devo una spiegazione. La spiegazione di come possono diventare, essere vere quelle parole.

Quella non è farina del mio sacco. E’ un distillato di quello che un nostro amico ci ha detto, a me a ad alcuni altri, alcuni giorni fa.
Vi avevo già parlato di lui. Per guardare lontano è salito nel posto migliore, un monastero benedettino. Siamo tornati a trovarlo. Rileggo gli appunti, schematici, che ho preso:

Domanda: quali passi stai facendo adesso?
Sto cercando di convertirmi.
Più passa il tempo e più non riesco a giudicare gli altri.
Più passa il tempo più quello che succede agli altri diventa una domanda su di me.
Perche loro sì e io no; perché a loro sono accadute certe cose e me certe altre, senza merito o colpa.
Potrebbe succedere anche a me. E quindi cerco di immedesimarmi con quello che incontro, con ciò che mi raccontano.
La tentazione sarebbe quella di dare loro la risposta, di risolvere i loro problemi. Quando invece occorre trovare il vero, la cosa che colpisce più di tutto.
Il modo più bello di rispondere è che quello che l’altro ti dice sia una occasione per te.
Il rapporto con una persona cambia se ci si immedesima con il suo bisogno, se si fanno proprie le sue problematiche. La fede cresce sia quando l’incontro è positivo che quando è negativo, quando ti trovi davanti uno che ti bestemmia contro.

Domanda: cosa ti aiuta di più nella vita che fai?
Rischiamo di pensare di poter salvarsi con la forma. Ma il rischio è di metter Cristo in una scatoletta. In questo caso sei un cadavere.
Rischi di non fare perché hai già tanto. E per questo occorre trovare un momento in cui fare le cose assieme.
Per poter guardarsi tra di noi. Non è scontato, il rapporto con l’altro, perché c’è sempre un quid di mistero che tu non possiedi. Io non sono tu, tu non sei me. Questa distanza, per cui tu non puoi prendere possesso dell’altro ma rispetti il suo essere, si chiama verginità.
Ciò che c’è da guardare nell’altro è sempre quell’angolo di mistero. Comunque sia fatto. E’ il passo che Dio mi da. Sia in negativo che in positivo. Se c’è la carità c’è il paradiso. Ti metti in ginocchio come i santi davanti al crocefisso.

Domanda: Come si sfugge alla routine?
Ci si circonda da rompiballe.
Si fa fatica, ma se è fatica per il destino…e se ci si scontra non si arriva alla rottura ma ci si ferma prima, si chiede perdono e si riparte.
Noi ci stanchiamo di chiedere misericordia, lui non si stanca di darcela.

Domanda: Ma come si fa a stare desti nella giornata se ogni cosa è programmata?
Ma ci sono sempre momenti in cui tutto appare più chiaro, ad esempio uno che chiede una preghiera.
Con l’altro tu devi entrare in rapporto. Se ti respingono è tutto nelle mani di Dio.
Se no ritorna la pretesa di essere tu la risposta.
Fà loro una gentilezza, un gesto di gratuità.
Non ci deve essere la vita privata almeno tra noi, bisogna aprire la porta.
La solitudine prima era un ostacolo, ora è oggetto di preghiera.
Malinconia perché quello che hai non ti basta e quindi è segno di Dio.
Qualunque cosa tu faccia, non basta: la sola risposta è in Cristo.
Non bisogna crogiolarsi nell’autocompatimento, ma nel momento in cui te ne accorgi devi ripartire.
Bisogna arrivare al giudizio. Se mi fa mettere in ginocchio corrisponde, se non corrisponde ti tira fuori da tutto.
Se hai coscienza di essere amato da Cristo non sei definito dai problemi. La mia certezza è nel fatto che io sono stato amato.
E quindi devo portare certezza, questa certezza, dove c’è buio.

Ci racconta fatti, avvenimenti, incontri. Alla fine ci congeda raccomandandoci di leggere il Vangelo, perché “lì c’è tutto”.

Questi, riassunti e ripuliti, sono gli appunti di un’ora di conversazione. Alla fine mi veniva da pensare che se facessi il blog con questa piena coscienza sarebbe una cosa grande per tutti. Da qui quell’ultimo post.
Quand’è che le preghiere non son solo parole? Non sono solo parole quando sono il mio bisogno che si fa preghiera.

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Una gita a Milano – 6 – Giorni lieti e notti tranquille

Post della serie:  1234567

Se non fosse per il saio sembrerebbe il ragazzo di vent’anni fa. Tra noi ci sono anche i figli già grandi, curiosi di questo strano “zio”, anche loro in cerca di parole per la propria vita. Fabrizio li guarda, guarda noi ad uno ad uno mentre ci risponde.

E la domanda seguente si riallaccia alle precedenti. “Come vivi questo centro affettivo durante la giornata?”
Lui Sorride. “E’ una Vocazione”, dice.
“Si declina nella forma che Dio vuole. Si stava bene nel CLU, il monastero mi ha trovato, non l’ho cercato. Sono passato di qui per caso, accompagnando Primo a prendere Pietro a Milano…” Sorridiamo al riferimento al nostro “padre fondatore”, che attualmente vive a Roma. L’impatto con lo straordinario passa per il quotidiano.
Fabrizio prosegue: “Dissi a Primo ‘Mi sembra che quelli lì facciano più di noi che ci sbattiamo tutto il giorno’.
Come mai avevo percepito questo? Avevo percepito una presenza, della gente che guardava Uno. Non da soli, ma dentro una compagnia. ‘Voglio seguire quello che rende me uomo’, è questo che volevo e che pensavo. E se hai quella domanda, ti attacchi a chi ti può rispondere, ai luoghi e alle persone che intuisci rispondano”.

“Questi luoghi sono l’ambito in cui il seme cresce. Certo, l’impatto con il convento non è stato semplice. La forma è assurda, se non sei qui per Cristo. E se non sei qui per Cristo, che ci stai a fare? Strappare le erbacce, pulire, cucinare…il monastero è una casa che non è fatta della bravura di quelli che ci stanno dentro, ma un luogo che grida altro. C’è dentro Uno che porta avanti tutto. La radice è per tutti. Hai una casa dove tornare.
E hai una compagnia che ti spacca continuamente l’immagine che ti sei costruita. E’ una conversione continua, dove ti pare di avere capito e invece no. Ci sono passi da fare continuamente, non puoi stare mai tranquillo, non puoi mai adagiarti”.

“Racconta la circostanza in cui hai capito che Cristo era il centro affettivo”, domanda uno di noi.
“E’ successo una volta, ed il giudizio è stato chiaro. L’innamoramento di una ragazza non ti basta. Se uno pensa che l’altro sia il compimento sei fregato. Invece ‘Cristo me trae tutto tant’è bello’, come diceva Jacopone da Todi. E’ un disvelarsi di questa bellezza giorno per giorno. Quello che normalmente frega è il mio limite, il sentirsi inadeguato e traditore. Qui invece l’abbraccio teorico diventa fisico, non hai più niente da difendere, mentre fuori il mondo ti pialla. Qui le difese sono inutili, se ti difendi ti perdi il meglio. Non c’è più bisogno di scandalizzarsi di quello che si è. Pur continuando ad essere quello che siamo, dei poveretti, un pozzo di miseria come tutti. E’ Cristo che ti prende e ti tira su, e più passano gli anni e più sei preso da questa tenerezza per te. Non ti scandalizzi per te e degli altri. Il cuore dell’uomo lo apre solo Dio.
Anche le cose più semplici diventano miracoli.
Una parola, un sorriso, quello ti riapre; uno sguardo.
Quello del limite, l’avere preso consapevolezza del proprio limite è stato decisivo. Il capire che si è amati come si è, come siamo realmente, non come vorremmo essere. L’altro, quando è guardato così, si apre; capisce il limite. Normalmente invece nel rapporto con una persona ti domandi ‘Vuole bene al mio destino o lo fa solo per divertirsi?’
Ma dove si va, se andiamo via di qui? Se dici no dopo avere capito una cosa simile è una vita buttata via. Vale anche per i monaci. La tentazione è costruirsi un giardinetto dove non entra nessuno. Invece se tutto è in funzione del tuo centro affettivo non c’è vergognarsi di sé. Cosa abbiamo da difendere?
Certo, se non c’è un tipo umano sano non costruisci niente. Se c’è, hai dei punti di umanità nuova che costruiscono. Il monastero ti fa essere te stesso fino in fondo, chiamare le cose con il proprio nome e andare avanti. Ciò che fa ripartire non è l’errore ma il perdòno. Esso nasce da una commozione. Dalla misericordia originale che ci si richiama l’un l’altro.
E’ importante darsi un ambito, delle regole. Ad esempio tu dici l’Angelus, uscendo di casa, con la moglie…Regole che alla fine fanno: non moralismi, ma un sostegno del cuore. Essere veri, sinceri, leali. Fino alla fine, perché non c’è niente da nasconderci”.

Una di noi interviene “Ti vediamo sereno e contento…o sei pazzo o è vero quello che dici!”
Lui sorride. “Che uno si addormenti sereno è un miracolo. Quando sono nel letto ripeto quella strofa del Christe Cunctorum Dominator Alme, “giorni lieti e notti tranquille” per chi abita in questa casa. Ed è proprio così.”
Legge alcuni brani del libro “Si può (veramente?!) vivere così?”, dalla pagina 437 in avanti.
” ‘Alla sera non misurare’…tutto quello che c’è da dire è ‘Vieni, Signore Gesù!’. Con forza e senza pretesa. E poi, e poi, e poi…chi non ha questa speranza ha il cuore prosciugato. Dobbiamo aiutarci a non vergognarci di come siamo fatti e non giudicarci, perché siamo fatti tutti male”.

(continua)

 

CLU: Gli Universitari di Comunione e Liberazione

Una gita a Milano – 5 – La parte migliore

Post della serie:  1234567

Usciamo dal Cimitero Monumentale, ed è ora di pranzo. Speravo in un ristorante cinese o giapponese, ma l’opposizione interna è troppo forte e ci ritroviamo in un piccolo ristorante-pizzeria pugliese. Che però non si rivela essere affatto male – e il peperoncino è veramente letale. Siamo una dozzina o poco più. Si mangia rilassati ed in allegria, raccontandoci quanto di bello hannno le nostre vite, e poi via, siamo già in ritardo: ci tocca attraversare la città.
Attraversata la tangenziale sembra di essere in un altro mondo. Non sembra verso che poco distante vi sia Milano: i prati attorno a Gudo si stendono frammezzati da filari di alberi a perdita d’occhio. Le stradine sono strettissime, non so come faremmo se incrociassimo un’altra vettura. Ma non accade, e siamo qui, di fronte a quella che sembra una fattoria di discrete dimensioni e invece è un convento benedettino, noto a tanti con il nome di “Cascinazza”.

Cosa ci facciamo qui? Sono quindici anni ormai che un nostro amico dei tempi dell’Università, laureato in Architettura, è qui dentro. Ed oggi ci siamo trovati – il gruppo del Monumentale e altri trenta venuti direttamente qui – per fargli qualche domanda. Per capire meglio cosa lo ha mosso nella sua scelta.

All’ora stabilita Fabrizio arriva. Non è cambiato molto, a parte i capelli che sono rasati. E un nonsochè che ti mette allegria solo a guardarlo.
Ci stringiamo in una saletta, mentre arrivano gli ultimi ritardatari smarritisi nelle campagne.

Uno di noi lo apostrofa: “Ti stai pigliando la parte migliore, bastardone!”
Ridiamo. Comincia a parlarci di cosa sia un “centro affettivo”.
C’è una frase che dice: “La vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene.” L’ha fatta stampare sul’annuncio dell suo ingresso in convento, insieme ad un volto di Cristo che arriva da Chartres e al motto “Frate Fabrizio per sempre”.
Per un uomo, ciò a cui è attaccato, il suo centro affettivo, lo “tira” e trova in esso la più grande soddisfazione. Ma cos’è questa cosa che ci tira? Questo passaggio decisivo è un problema dell’uomo, di ogni uomo, non dei soli monaci. Perché ciò in cui riponiamo la speranza di solito non basta. Finisce. Delude.
Quello che non finisce, che non delude è l’affetto di Cristo a me. Altrimenti “Per sempre” è impossibile all’uomo.
Aveva letto, ci racconta, un biglietto che diceva questo e che l’aveva colpito: poiché è ciò che tutti cerchiamo. “L’unica ragione adeguata del nostro pellegrinaggio terreno”. Come dice Don Giussani: Quell’amore di Cristo alla nostra vita, cioè lo scopo nel vivere. Sia che ti sposi o altro. Devi arrivare ad un punto, perchè quest’inquietudine non viene meno.  “Più vedevo cose belle”, ci dice, “più questo si approfondiva. E’ la grazia più grande. E’ come una ferita aperta, una inquietudine che è una Grazia enorme. E’ un bisogno di... Quando hai fame, cerchi”.

(co ntinua)