Lieti fini

Ieri parlavo di “…opere recenti, (in cui) c’è una quantità di buone intenzioni che vanno orribilmente storte“.
Il primo riferimento che viene in mente a molti è alle “Cronache del ghiaccio e del fuoco”, ovvero la serie di libri ( e telefilm) del “Trono di spade”. Romanzi nati con l’intenzione di fare da contraltare al “Signore degli anelli”: la tesi esplicita è che non esiste una provvidenza buona, e ogni tentativo di fare la cosa giusta finisce per aggravare ancora di più la situazione. Non la gioia di una buona conclusione, ma dolore e fallimento, la morte di ogni uomo e di ogni loro impresa. E’ la discatastrofe descritta da Tolkien come opposta alla felice eucatastrofe tipica del fantasy epico.

All’uomo la discatastrofe non basta. Quello che sotto sotto tutti desideriamo è il lieto fine, dove i buoni sono premiati e i cattivi puniti. Dove questo non c’è, rimane in bocca il gusto amarognolo della tragedia. Se a questa tragedia manca pure la morale, oltre al gusto resta pure la difficoltà di digestione.

Qualcuno sostiene che sia proprio questo il motivo per cui da oltre dieci anni l’autore del “Trono di spade”, George R.R. Martin, non riesce a terminare il successivo capitolo della sua saga: quello che il pubblico vorrebbe contrasta frontalmente con le premesse che lui stesso ha posto. Non c’è un modo semplice in cui le cose possano finire bene (e sappiamo tutti cosa si intende con ciò) se l’obbiettivo è la insoddisfacente discatastrofe. La conclusione della serie televisiva, con i giudizi che ha suscitato, gli è servita da monito.

Come cristiani sappiamo bene che un lieto fine terreno non è qualcosa su cui scommettere. Nella realtà, la via giusta spesso possiede al fondo una croce. Eppure, non smettiamo di percorrerla, perché la strada non si arresta a quel segno di morte, ma prosegue oltre, verso quella lieta conclusione che desideriamo.
E’ la strada che si allontana da quella croce che occorre evitare perché, anche se può sembrare migliore in un primo momento, il suo punto d’arrivo è proprio quella morte senza speranza da cui tentiamo di fuggire.

Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 2 dicembre 2021 su meditabondazioni. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 10 commenti.

  1. Damn Fat Martin. Qua c’è gente che aspetta ancora il sesto libro, e lui niente, cincischia, si perde in mille altre cose, fa i prequel (pure belli). Andrà a finire che finirà prima lui.

    Comunque, secondo me nella sua opera non è che manchi proprio una provvidenza, è che si interessa solo di alcune cose, altre lasciandole totalmente in mano umana, coi bei risultati che vediamo. Però quella volta su un milione che serve, c’è

  2. Se ciò che facciamo finisce male vuol dire che la realtà ha delle dinamiche che non rispettiamo, altrimenti i nostri progetti non crollerebbero di fronte ad essa. Hai detto bene, “la via giusta spesso possiede al fondo una croce”, la quale non è fine a sé stessa e porta alla resurrezione. Alle ideologie risulta impossibile comprendere tutto ciò, per loro la realtà non ha regole se non quelle che vengono imposte dalla teoria in voga al momento, meglio se “scientifica” e con molte peer review. E le loro vie finiscono con una croce inaspettata dopo la quale non c’è alcuna resurrezione, ma solo un disastro.

    Se però non siamo noi cristiani in primis a percorrere la via giusta il mondo passerà solo dalla distruzione di un progetto fallito ad un’altra ancora più grave.

  3. Come accennavo, temo sia in un vicolo cieco…

  4. Ai tempi andavo apposta in galleria a Milano per acquistare i libri di ASOIAF appena tradotti; con l’aggravante che ogni tomo originale era diviso in Italia in 2/3 libri, nemmeno editi simultaneamente.

    Sono arrivato alla fine del 7° italiano – il 3° originale, se non ricordo male – e poi ho detto basta.

    Per carità, avvincenti e ben scritti – la decollazione di Ned Stark è forse il climax meglio reso da me conosciuto – ma, a parte la farraginosità della produzione, alla fine uno si domanda: ma cosa vuol dire, tutta questa congerie di splatter e pornografia?

    Non è il lieto fine che vi latita, è la speranza…

  5. Il raggiungimento o la speranza di un lieto fine sono necessari a qualsiasi storia. Almeno se la storia vuole avere ampia diffusione: i romanzi che piacciono agli intellettuali e che ci fanno studiare a scuola sembrano considerare un progresso della letteratura la mancanza di senso nelle storie. Persino Martin credo ne tenesse conto nel progetto, se l’ultimo libro dobrebbe chiamarsi (o avrebbe dovuto chiamarsi?) “a Promise of Spring”.
    C’è probabilmente uno spazio ed un funzionalità anche nella tragedia (anche Tolkien ci si era cimentato con la storia della famiglia di Hurin), però quello che cerchiamo di solito nella vita è l’epica, cioè storie che ci ispirino ad impegnarci e a cambiare.

    È vero comunque che un lieto fine forzato lascia terribilmente insoddisfatti. Io sono stato un fan della serie tv, ma non me la sono sentita di guardare l’ultima stagione, le premesse lanciate nella penultima sono bastate a disaffezionarmi. Anche gli amici più benigni verso quella conclusione (“non era poi tanto male, è che la fanbase è tossica e l’hanno presa di mira”) hanno dovuto rendersi conto di aver perso stima per l’intera storia.
    La prova è che il decimo anniversario dell’uscita della serie tv, qualche mese fa, è passato quasi sotto silenzio. In altri momenti del rapporto tra autori e pubblico, uno si sarebbe aspettato maratone, speciali in tv, documentari making off…
    Altra prova è che delle numerose serie spin off per le quali avevano già approvato e cominciato a fare il casting e persino le riprese sono state tutte annullate – tranne, alla fine, una sola.

    Mi ha colpito aver sentito lo stesso concetto anche da Barbero in un’intervista riguardo uno dei suoi romanzi. Diceva qualcosa del tipo (cito a memoria): “all’inizio volevo lasciare questi due filoni della storia slegati, ma mi sono accorto che così il romanzo non funzionava. La storia umana in sè non ha un senso, ma un romanzo per essere bello deve avere un senso che gli dia compiutezza”.

  6. Cavaliere di San Michele

    Cosa rappresenta l’immagine del post? Grazie

  7. xCavaliere: Federico II di Svevia e (forse) Bianca Lancia, in un manoscritto del XIV secolo

  8. Mi domandavo se anche la vicenda editoriale del manga Berserk (di cui non vedremo davvero la fine a causa della prematura dipartita dell’autore) sia ascrivibile, almeno in parte, a questo motivo.
    Storia bloccata da anni, con l’uscita di sporadici episodi quasi riempitivi, in cui il Male rappresentato da Grifis domina il mondo sotto mentite spoglie, mentre le vicende personali del protagonista si concludono, al momento dell’interruzione definitiva, in modo non proprio idilliaco.
    A mio avviso, Miura non era più in grado di trovare la chiave per chiudere lo scontro tra un Gatsu ridotto allo stremo e la sua pressocché onnipotente nemesi, in un mondo in cui la speranza non è comunque mai esistita.

  9. @giovanni nel “lost chapter” Miura implicava che Griffith fosse in realta’ l’inviato di Dio raffigurato come grande cuore al centro dell’Abisso. Non si e’ mai saputo se Miura volesse includere tale idea nel canone ufficiale, e molto probabilmente non lo sapremo mai.

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