Le Bambole

Fu a settembre, durante quella settimana in cui il calore sembrava ancora quello d’agosto e il cielo era vuoto e limpido, che scoprirono il cimitero abusivo vicino a casa loro.

Fu la puzza. L’odore di marcio quasi insopportabile. In una buca dietro il boschetto qualcuno aveva buttato una dozzina di corpi. Il caldo aveva fatto il resto.
“Strano che si decompongano così”, disse la madre. “Non dovrebbero essere sintetici?”
“Non del tutto”, disse il padre. “Anzi, per la maggior parte sono fatti di materiale derivate da culture cellulari umane. Per questo andrebbero smaltiti come rifiuti speciali. Solo che costa un sacco”, aggiunse a bassa voce.

Non ci voleva, pensò. Proprio durante quella a lungo meditata passeggiata familiare doveva capitare una cosa del genere. Ma, apparentemente, nessuno di loro era toccato più di tanto da quella vista. Nonostante l’apparenza, non è che fossero davvero umani.

Gli androidi dentro la buca erano quasi tutti bambini. Era molto di moda comprare Bimbi Bambola. Le pubblicità erano convincenti: “Date un compagno di giochi ai vostri figli! Permettete loro di fare esperienze indimenticabili!” Con il crollo delle nascite e la pandemia che continuava senza sosta era la scelta ideale. Un partner per gli studi, immune dalle malattie, qualcuno che tenesse compagnia ai giovani nelle loro stanze solitarie, che li distraesse dall’onnipresente rete. Più reali del reale, dicevano gli slogan. E poi quel sottovoce, quell’ammiccare sottotraccia. Alla straordinaria somiglianza fisica con le persone organiche, fin nei minimi particolari. Fino a permettere tutte quelle esperienze che la crescente solitudine e l’isolamento impedivano. Che cosa servissero realmente quelle Bambole, quale il loro scopo primario, era chiaro a chiunque. Persino nei video pubblicitari sempre più spesso la Bambola era per mano o in braccio ad un adulto. Se volevi, avevano anche lo sguardo innocente.

Costose, ma neanche così tanto, neanche quell’ultimo modello appena acquistato. Peccato che durassero poco, che dopo due o tre anni fossero da buttare. Il padre guardò pensoso Tina e Roberto fermi sull’orlo della fossa colma di corpi immobili. Si chiese se avrebbe dovuto impedire loro di vedere quello scempio, ma non aveva molto senso. Le macchine non provavano sentimenti, né risentimento. Erano oggetti programmati, niente di più. Per il gioco, per la compagnia, per il piacere. Potevi parlarci e ti davano l’impressione di essere vivaci, intelligenti, ma era tutta un’illusione. I bambini d’oggi, poi, avevano imparato a non indulgere in sentimentalismi con delle Bambole. Le cambiavano troppo spesso.

Tina prese per mano Roberto. Lui era alto una spanna più di lei, che dall’aspetto gli era di un paio d’anni minore. La differenza d’età ideale, aveva pontificato il venditore. Tina era il prototipo della sorella minore, carina, vivace. “Su, non stare imbambolato a fissare quelle cose morte”, disse Tina a Roberto, aggricciando lievemente il perfetto labbro superiore. Roberto si riscosse, e si lasciò condurre via dalla fossa nauseabonda. Ridendo Tina sospinse il suo compagno avanti, verso il bosco. Prima di sparire dietro gli alberi si girò verso i due adulti e ammiccò in una smorfietta complice.

“Sta per succedere qualcosa, credo”, disse sottovoce la madre. Il padre annuì. “Finalmente”. Tacque. I due erano ormai nascosti dalla vegetazione. “Certo che… ti rendi conto? Negli ultimi sei mesi non aveva visto di persona praticamente nessuno della sua età. Nessuno. Credo che ora gli faccia schifo ogni contatto umano. Speriamo che con la Bambola si abitui…”
La madre sbuffò. “E’ per questo che l’abbiamo comperata. Perché faccia esperienza. Ai nostri tempi sì, chattavamo, ma di tanto in tanto ci trovavamo anche…”
“Noi ci siamo conosciuti di persona solo dopo tre mesi. Allora i lockdown duravano meno”, ricordò il padre. Lei rise. “Ma se non era per me, ancora chattavamo!”
Non si vedeva più nessuno, la campagna era vuota. Si sentiva solo il ronzio insistente delle mosche. L’attesa si prolungava. Si guardarono. “Che facciamo, aspettiamo o torniamo a casa?” chiese lui. “Potremmo andare a guardare”, ribatté lei maliziosa. Lui grugnì. “Ma se siamo usciti proprio per dare loro spazio…”

In quell’istante qualcosa si mosse sul sentiero. Era Tina, seguita a ruota da Roberto. Lei appariva furiosa.
“Bell’acquisto!” sibilò la ragazzina, inviperita. “Quel pezzo di metallo non ne vuole sapere. Dice che non si sente!”
I due adulti si guardarono. Poi guardarono Roberto. L’androide sembrava quasi imbarazzato; si muoveva a scatti, senza incontrare il loro sguardo.
“Difettoso”, sospirò il padre. Colto un sospetto, si girò verso la donna. “Non avrai per caso…”
Lei strinse le spalle. “Con me funzionava benissimo”. Lui scosse la testa, guardando verso la fossa sopra la quale aleggiavano sciami di mosche. “Speriamo che ci accettino la garanzia”.

Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 14 settembre 2021 su fiaboidi. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 2 commenti.

  1. ” Credo che ora gli faccia schifo ogni…”

    qua ce va una perifrasi, scritto’. ammazza il racconto come un rigore + rosso al portiere ammazza una partita. anzi, di più.

  2. in perfetto stile Philip Dick

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