I nomi delle stelle

I ragazzi procedevano nell’oscurità. Ormai la sera aveva lasciato il posto alla notte, e la notte alle stelle.
“Manca tanto?” Chiese Sonia. Sonia non era del posto, era la cugina di Marco. Era in paese solo da una settimana, in vacanza con i genitori.
“Siamo arrivati. Ecco, è laggiù”, le rispose Roberto che le camminava a fianco.
La stradina che serpeggiava sul fianco della montagna terminava in un balconcino sulla valle, che serviva anche da parcheggio per chi saliva alle frazioni. Le luci delle case erano nascoste, dietro il bosco umido di profumi fungini. Aveva piovuto, la mattina, ma ora il cielo era pulito e terso come raramente capita. Era sera di stelle cadenti, e i giovani che passavano lì l’estate avevano deciso che il belvedere era il posto migliore per guardarle. Da lì partivano i sentieri che si arrampicavano più su, verso le baite e le cime; l’indomani sarebbe stato pieno di macchine di escursionisti. Ora era vuoto. O quasi.

I ragazzi tacquero all’improvviso quando si resero conto della figura seduta sulla panca sbilenca ai margini della piazzola. Era un vecchio, e stava con il volto rivolto verso l’alto; sentendoli avvicinarsi, si voltò verso di loro. “Buonasera”, disse.
“Buonasera”, risposero i giovani. Si fecero cenno l’uno con l’altro e si andarono a sdraiare sul prato a poca distanza. Non rimasero intimiditi a lungo, e in pochi minuti si erano già scordati del vecchio silenzioso che a pochi passi scrutava anch’egli il cielo.

Di meteore non se ne vedevano, ma la striscia della Via Lattea tagliava la cupola celeste come un fiume di quieta luce che solcava una pianura oscura. Cinzia alzò la mano sottile e indicò una stella luminosa proprio sopra il loro capo. “Come si chiama quella? La più brillante di tutte?”
“Quella è Vega”, rispose Roberto, sicuro. Azzardò uno sguardo di lato verso Sonia, il cui delicato profilo si intravedeva appena nel buio. Lei era distesa sull’erba, il volto teso verso l’alto, la bocca lievemente aperta, e le pareva sorridesse.
“E quell’altra, in quella specie di croce?” continuò Cinzia.
La croce era la costellazione del Cigno, di ciò Roberto era abbastanza sicuro. Ma il nome dell’astro gli sfuggiva. Era qualcosa come…”
“Il suo nome è Klimge Ihòiakun va Tulunnastoi” udirono pronunciare con voce chiara.
Era il vecchio che aveva parlato. Si voltarono verso di lui. “No, il nome è un altro”, disse Roberto.
“Da queste parti la chiamate Deneb. Ma il suo vero nome è Klimge Ihòiakun va Tulunnastoi” replicò il vecchio.
“Non ho mai sentito questo nome”. Roberto era quasi indispettito. Aveva contato sulla sua conoscenza del cielo per fare colpo.
“Klimge Ihoiakun…” disse Sonia, che si era messa seduta.
“Klimge Ihòiakun va Tulunnastoi” ripeté il vecchio.
“Klimge Ihòiakun va Tulumnastoi” continuò Sonia.
“No, Tulunnastoi. Klimge Ihòiakun va Tulumnastoi è una stella molto diversa, e Klimge Ihòiakun va Tulunnastoi, che è molto seria e compresa del suo ruolo, sicuramente si offenderebbe a sentirsi chiamare così.”
I ragazzi ristettero un attimo, perplessi. Offenderebbe? Li stava prendendo in giro, quel vecchio?
“Quindi c’è una stella che ci chiama Tulumnastoi. E dov’è?” Sonia sembrava non fare caso alla stramberia delle affermazioni dell’uomo.
Il vecchio fece un cenno verso l’orizzonte. “Laggiù, proprio di fianco a Rahut da Ohime Zara Sund, ma da qui voi non riuscite a vederla. E’ piccolina, e molto più fioca.”
Cinzia indicò un altra stella. “E quella?”
“Pohimini Xullala Okito As”
“E quella un pochino più giù…”
“Zerundel Illahikostrh Zuretta”
“Mi sta prendendo in giro…”
“Assolutamente no”, rispose il vecchio.
“Come fa a sapere queste cose?” domandò Sonia.
L’anziano diede un sospiro. “E’ il mio lavoro.”
“E’ astronomo?”
Il vecchio ridacchiò. “Se così si può dire. Il mio lavoro è dare i nomi alle stelle.”
I ragazzi rimasero in silenzio un attimo. C’era qualcosa di strano, in quell’anziano gentile. “Credevo i nomi fossero decisi da qualche ente… fanno una foto e poi assegnano i numeri…”
“Oh, no. Quelli sono solo cifre di un catalogo, messe giù da gente che non conosce davvero ciò con cui ha a che fare. Io sto parlando di nomi veri, quelli che vanno dati alla nascita.”
“Ma le stelle non nascono… non come le persone, voglio dire”, Intervenne Cinzia.
“Oh sì, invece. Nascono nuove stelle in continuazione. E qualcuno deve dire loro qual è il loro nome, se no come farebbero a sapere chi sono? Questo è il mio mestiere.”
Adesso Roberto era davvero convinto che li stesse prendendo in giro.
“Una stella brilla per milioni di anni! E una stella nuova nasce ogni… ogni migliaia di anni!”
Il vecchio annuì. “Sì, più o meno, anche più spesso quand’è periodo. In effetti è un lavoro che mi lascia abbastanza tempo libero.”
I ragazzi risero, incerti. Forse erano bugie, ma il vecchio le diceva come se ci credesse veramente. Forse dopotutto non li stava prendendo in giro, ma era pazzo. Simpatico, ma pazzo.
“Quindi tra una nascita di stella e l’altra…” continuò Sonia
“Me ne vado in giro, a fare quattro chiacchiere con le vecchie amiche che ho visto nascere e crescere, e magari a salutare quelle che stanno per… per cambiare. Di tanto in tanto mi fermo a riposare in qualche bel posto, come questo”.
“Allora adesso è in vacanza?” chiese Cinzia.
“Più o meno. E’ una di quelle visite di cui vi ho parlato, salutare un’amica che non vedrai più. E comunque tra poco ho tre nascite dalle parti di…voi lo chiamate Orione. Non è distante da qui.”
“Che amica?” domandò Roberto.
“Halia Zerutti Tia Ahn Nan Ben”. Esitò per un attimo. “Voi lo chiamate Sole”.
“Guardate, una stella cadente!” Al grido di Lucio tutti alzarono la testa, in tempo per vedere la striscia di luce azzurrina attraversare il cielo e spegnersi.
Per un poco tutti frugarono l’oscurità stellata con lo sguardo, sperando di vederne altre, ma il cielo si era quietato. Ci misero qualche istante a capire che il vecchio non c’era più.
“Ma dov’è andato” chiese Cinzia.
“Si sarà scocciato ed è andato via” rispose Marco ridacchiando.
“Ma non l’ho visto alzarsi”, ribatté Cinzia, ostinata
“Cosa vuoi vedere, con questo buio?”
Rimasero ancora una mezz’oretta, poi la scarsità di stelle cadenti e l’umidità della notte ebbero la meglio. Mentre imboccavano la stradina per tornare in paese, Roberto si voltò ancora verso la panca ora vuota. Il vecchio aveva sicuramente scherzato. Ma, si domandò inquieto, cosa aveva voluto dire parlando di un’amica che non rivedrai più?

Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 28 giugno 2021 su fiaboidi. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 6 commenti.

  1. Ruggero Romani

    Sarà un fratello di Funes…

  2. Cavaliere di San Michele

    Ma la lingua in cui sono chiamate le stelle è totalmente inventata (a caso), è una tua creazione ordinata (tipo Quenya) oppure è ispirata a qualche altro autore?

  3. E’ la lingua con cui parlano le galassie, ovviamente quella è solo una translitterazione. La versione completa comprende anche modulazione di neutrini ed echi mesonici, ed è a cinque dimensioni.

  4. Mi pareva

  5. Non è un po’ presto per il nostro sole per cambiare?

  6. Secondo la tabella di marcia normale, sì

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