Il pretesto

Un Dio senza ira portò uomini senza peccato in un regno senza giudizio attraverso l’assistenza di un Cristo senza croce

H. Richard Niebuhr 

Il film dei fratelli Coen “Ave, Cesare!” non è dei loro migliori, ma contiene alcune perle. La pellicola ruota attorno ad un colossal hollywoodiano di stile religioso, tipo “Quo vadis” o “Ben Hur”. George Clooney ne incarna il protagonista, un fatuo attore che impersona un centurione romano. Nella clip in fondo lo potete vedere impegnato in un avvincente monologo sotto la croce di Cristo; appare compreso, sincero, e lo spettatore è portato a credere che le vicende che ha attraversato fino a quel momento lo abbiano finalmente cambiato. Fino alla fulminante conclusione: “…una verità oltre questo mondo, una verità detta non in parole ma in luce, una verità che potremmo vedere se solo avessimo… avessimo…” Il centurione si guarda attorno, smarrito. “Stop!”, urla il regista, seccato. “Fede! Se solo avessimo fede! ” “Fede! Fede! FEDE, maledizione!” “Beh, questa volta l’hai detta quasi tutta”, lo conforta l’attore di spalla.

Ecco, il libro che ho letto quest’estate ,”La Tunica”, di Lloyd C. Douglas, mi ha ricordato inesorabilmente la scena di cui sopra. Il volume è un best-seller di settant’anni fa con a tema le vicende del centurione romano che crocefisse Gesù, entrando in possesso delle sue vesti. Magari avete visto il film, con Richard Burton, il primo al mondo ad essere girato in Cinemascope; ha vinto un paio d’Oscar.

Ero partito con grandi attese: ahimè, il volume si è rivelato essere un polpettone. Stilisticamente pesante e saltellante, l’autore sembra spesso essere indeciso sulla direzione da dare alla trama; la stessa tunica del titolo è trattata in modo ambiguo, oggetto mistico o semplice reliquia senza virtù soprannaturali?

Devo ammettere di essere un poco esigente: quando leggo un libro di fantascienza, se in esso si mortifica la scienza con palesi assurdità per me perde di valore: anche l’incredibile deve essere credibile per piacere.
Lo stesso vale per un romanzo storico. Va bene pigliarsi licenze ai fini della trama, ma se maltratta la storia e la geografia mi fa venire voglia di buttarlo via. “La tunica” farebbe accapponare la pelle a qualsiasi conoscitore delle vicende e dei costumi del periodo, anche solo al livello dei nostri liceali. E’ storicamente attendibile circa quanto il film “Il gladiatore”; e apprendere che per l’autore Roma dà sul mare ed è assediata da carovane di cammelli che camminano sulle pietre tonde delle sue strade contribuisce al senso di estraniamento che prende nella lettura. E no, la geografia della Terra Santa e i suoi abitanti non sono trattati meglio. Altri scrittori hanno saputo scrivere racconti su quelle vicende ben più aderenti alla realtà dei tempi.

Ma quello che davvero mi ha infastidito è stata la maniera in cui è stato trattato Cristo.
Da un ministro del culto, seppure protestante, quale era l’autore, mi sarei aspettato una certa aderenza alle vicende evangeliche. Invece ogni singolo episodio che riguarda la vita di Gesù è alterato rispetto a quei testi, spesso stravolgendoli senza una chiara ragione. Sembra quasi un punto d’onore dello scrittore quello di allontanarsi da essi, e portare avanti la sua tesi, che è quella di un certo liberalismo protestante.

Cristo è morto perché ha sfidato il potere, solo per quello. La croce non è il culmine della sua missione, ma quasi un incidente, molto meno importante delle istanze sociali che il Nazareno solleva. Manca quasi del tutto il senso di trascendenza, il riferimento a qualcosa di più alto: tutto viene ridotto ad un moralismo, alla necessità di una rivoluzione sociale dove gli uomini non si derubino più tra loro e la schiavitù cessi di esistere.
In pratica, la religione è derubricata ad ancella dell’economia e della sociologia. I miracoli descritti lasciano sempre il dubbio di essere illusioni, e non si comprende come i discepoli possano davvero attirare alla conversione. E’ apprezzabile la descrizione della difficoltà di credere a ciò che oggi diamo per acquisito, come la divinità di Cristo; un po’ meno il superamento di tale difficoltà. Tanto per dirne una, per l’autore la resurrezione viene tenuta nascosta dai discepoli…

I cattolici, leggendolo, potranno forse cogliere l’elefante invisibile. Mai una volta, nel volume, si cita l’Eucarestia, o lo Spirito Santo. E certo: per l’autore sono solo simboli scomodi, senza significato reale. Cristo resta solo un devoto ricordo, il peccato un senso di colpa da superare.
Ciò forse potrà andare bene per un peplum hollywoodiano, ma per un credente non è solo una mancanza, è un peccato d’omissione. E’ il portare avanti un discorso intenzionalmente errato. E’ ridurre Gesù ad un pretesto; un bel discorso che potrà anche piacere e far vincere degli Oscar, ma che ha a che fare con Cristo, e con la fede?

Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 24 settembre 2020 su gusto e disgusto. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

  1. “In pratica, la religione è derubricata ad ancella dell’economia e della sociologia”

    Per alcuni, deve fare da ancella anche alle rivendicazioni di genere:
    https://www.ncronline.org/news/people/catholic-women-criticize-mansplaining-popes-masculine-encyclical-title

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