Tempo di cambiamenti

Questa è un’annata strana, anomala, inconsueta. O forse ci eravamo abituati bene, eravamo divenuti abitudinari.
Se la natura e la storia insegnano qualcosa, è che l’abitudine è il passo prima dell’estinzione, del crollo. Ripeti sempre le stesse mosse, poi un giorno ti volti e il tuo mondo non è più lì. E non sai che fare. Ciò che è vivo, ciò che resta vivo, adatta ciò che lo rende forte alle nuove sfide, per diventare ancora più forte. Perché quello che hai non basta mai. Ciò che ieri andava benissimo oggi fa fatica, e domani sarà la tua rovina.
Questo è un momento di cambiamenti. Ma anche se tutto sembra mutare, la verità non muta. Come ogni cosa, se la guardi da differenti posizioni può apparirti diversa. E’ un problema di prospettiva. Anche noi dobbiamo imparare a guardarci da punti di vista differenti, senza paura. La cosa che non cambia è ciò per cui siamo fatti, Anche se ci perdessimo, possiamo ritrovarci se ci ricordiamo che non c’è da cercare lontano noi stessi. Noi siamo dove sempre siamo stati: esattamente qui.

Essendoci un vento di cambiamenti, quest’anno il blog va in vacanza leggermente prima. Spero di poter aggiungere presto anche l’usuale disegno di fine anno. Io non vado lontano.

Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 27 luglio 2020 su meditabondazioni. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 6 commenti.

  1. Sono d’accordo, servono due punti di vista per guardare le cose con una prospettiva, senza paura. Altrimenti avremo sempre una visione piatta.ma noi che guardiamo, non cambiamo. Nè cambia la Verità.

  2. Non possiamo però mettere sullo stesso piano il concetto di “abitudine” (habitus) con quello della semplice e ripetitiva “consuetudine” (routine). L’abitudine dovrebbe portare coerenza, non mera ripetitività, nel nostro comportamento quotidiano, donandoci quasi una seconda natura che ci permette di regolarlo.
    Ma resta vero che, se non sorgessero nuovi problemi, se il nostro “habitus” non venisse messo continuamente alla prova, il suo tessuto non reggerebbe al primo soffio di vento.

  3. Nell’ultimo lustro, o poco più, mi è venuto sempre più facile pensare che certe abitudini, come certi proverbi popolari, siano il distillato di secolare saggezza e di provata esperienza, in un mondo, o in un complesso di relazioni umane interpersonali che, al di là delle bandiere e degli asserragliamenti ideologici (roba da guardare sempre con una certa diffidenza), nella sostanza non mutano mai veramente le loro dinamiche profonde e il senso stesso del loro esistere; se così non fosse sarebbe impossibile concepire qualunque sistema coerente di leggi e una costituzione che le mantenga, per quanto possibile, nell’alveo di questa coerenza e principio di non contraddizione reciproca.

    Poi come conciliare coerenza e inventiva per affrontare imprevisti (che non necessariamente sono novità assolute, o realtà inconcepibili e del tutto al di fuori dell’umana iniziativa come, che so, la comparsa in cielo di un secondo sole) è questione che dovrebbe riguardare i legislatori e gli statisti, non certo i custodi o amministratori di quelle comprovate e utilissime abitudini. Ma ho come l’impressione che in questi nostri paraggi le parti si siano invertite da così tanti anni che qualsiasi cambiamento (cioè, in realtà, ritorno al sensato uso dei cambiamenti) tenda ad essere bollato come una bestemmia e una barbarie.

    Fortuna che il covid19 ci ha insegnato ad armarci di tanta pazienza: un pacifico ricorso alle armi. Per ora.

    Auguri sinceri e abbondanti di buone ferie e un ennesimo grazie sentitissimo per questo blog!

  4. Grazie Marilù!
    xTonis: In realtà “habitus” indica qualcosa di più pervasivo, a mio parere è errato identificarlo con abitudine. In ogni caso l’abitudine non porta necessariamente coerenza; un moralista che tutte le sere va per i bar a rimorchiare non è coerente, anche se la sua è un’abitudine, e neanche è regolata. In fondo siamo degli artigiani della vita: cerchiamo la formula che ci consenta di costruirla meglio, e trovata una combinazione che ci soddisfa ci aggrappiamo ad essa.

  5. Ci sono davvero pessime abitudini, tutti ne coltiviamo qualcuna, ma credo che il post si riferisse a quelle virtuose, che possono tuttavia a volte rivelarsi limitanti.

    Purtroppo, “abitudine” è un termine ormai intriso di significati solo deteriori, rifiutato da una società utilitaristica che impone il “cambiamento” come necessità, al solo scopo di rifiutare ogni eredità, per non riconoscersi debitrice verso il passato. In certo qual modo si tratta pur sempre di voler forzare il concetto di competizione darviniana, per farlo ostinatamente entrare nella sfera propriamente antropologica e sociale.

    Per questo anche il cambiamento, quando si prospetta come un ritorno, come un passo indietro, non è accettabile in un contesto di cieco ottimismo progressista. Che poi si finga di accettarlo quando si tratta di tornare al biologico

  6. @ToniS: ottimo commento, hai riassunto il nucleo centrale della “cultura” post-moderna.

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