La prima volta che vidi Giove

Rammento chiaramente la sensazione che provai la prima volta che vidi Giove.
Puntai il mio piccolo cannocchiale amatoriale verso quella che sembrava una stella luminosa, ma che sapevo essere in realtà il più grande dei pianeti del nostro sistema solare. Mi accostai all’oculare, e quel puntolino divenne uno sferoide luminoso; una sorta di palla da tennis buttata nel nero profondo dello spazio, circondata dalla sua corte di satelliti allineati come birilli.

Il pensiero che ebbi fu “allora è vero!”. Intendiamoci, non è che dubitassi dell’esistenza di quel pianeta di cui conoscevo dimensioni, distanza e tante altre informazioni da astrofilo dilettante. No, il fatto era che tutte quelle nozioni prima non erano che numeri, teoria, vagamente associati a quella luce nel cielo. Improvvisamente ora per me Giove aveva assunto un corpo, per così dire, era diventato reale, tangibile; nessuno cercava di ingannarmi, non era illusione, con i miei occhi vedevo che quanto avevo letto corrispondeva. Il pianeta era diventato concreto; prima era numeri e parole, adesso esisteva.

Quella sensazione mi è tornata in mente l’altro ieri, quando ho osservato Giove da un telescopio con ben altre caratteristiche rispetto al mio giocattolino di un tempo. E poi galassie, e ammassi stellari, e nebulose; dal vivo l’emozione è ben diversa rispetto a qualsiasi foto.
Quante volte ci accontentiamo di immagini morte, pensando che possano bastare. Conosciamo le statistiche, i dati, fin nei minimi particolari, e ci illudiamo che ciò sia conoscenza; ma quel che manca è la vita.

Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 20 luglio 2020 su meditabondazioni. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

  1. Massì,Berlicche, ma alla fine tanto è lontano. Certo, ci sono i numeri, le statistiche, lo vedi col telescopio, ma potrebbe anche essere dipinto su uno sfondo nero.
    E’ come se ci fosse un cortocircuito della ragione che impedisce comunque di rendersi conto dell’evidenza anche quando ti cade in testa.
    Certo ci sono un sacco di cose che accadono nel mondo (belle o brutte), ma sono lontane, non mi toccano, non mi interrogano, non portano a cambiare (e cambiarmi) la mia vita.
    Così come a volte l’evidenza è lì (le famose foglie verdi), ma niente, qualcosa ci impedisce di accettarla, vederla, permetterle di cambiarci.
    Spero che le generazioni future si interrogheranno su cosa impedì al nostro tempo di vedere la realtà per quello che è: “avevano Darwin, studi di psicologia, la biologia, la medicina…ma milioni di persone sostenevano che non ci fosse differenza fra uomo e donna”.
    Giusto per citarne una.,

    Ma dove teniamo nascosto l’interruttore che ci accende la ragione e ci permette di seguirla?

    Un abbraccio.

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