Come un sogno

Lei era bella come non lo era mai stata. Bella, forse, come quando lui l’aveva conosciuta. La pelle era liscia, quasi luminosa. Le si accostò.
“Sei bellissima”. Le accarezzò i capelli, le sue mani leggere come un volo di uccelli. “Sei come un sogno”. Lei lo guardò con occhi adoranti. “Grazie caro. Era tanto che non me lo dicevi. Vedi, mi sono messa questo per te”.
Piroettò davanti a lui. Il sole, passando attraverso le tende a scacchi, disegnava un gioco d’ombre sul suo volto. “Ti piaccio? Ti piaccio ancora?”
“Non hai mai smesso di piacermi. Farei di tutto per te.”
“Smetterai di andare via? Di uscire la sera?”
“Certo. Non avevo capito quanto tu sei preziosa. Non potrei mai fare a meno di te.”
Lei sorrise maliziosa. “Oggi è San Valentino. Che ne dici se…”
“Mamma, mamma, ti ho fatto un disegno!”
La bambina vestiva un grembiulino a fiori. Si arrampicò sulle gambe della madre. “Grazie, amore! E’ bellissimo”. La baciò sui lisci capelli neri. “Adesso vai, che sto parlando con tuo padre”.
La bambina sgambettò via. “Dove eravamo rimasti?”
“Al fatto che sei bellissima”, disse lui accarezzandole i capelli.
Lei si guardò allo specchio. Sì, era veramente bellissima. Non si vedevano più quelle brutte rughe. Aveva perso un sacco di peso. Anche i lividi erano scomparsi.
Lividi, quali lividi? Che sciocca a pensare a dei lividi.
“Sei come un sogno”, disse lui.
“Oh, caro. Adesso riconosci che avevo ragione io su tutto? Che eri tu a sbagliare?” Le sue dita si mossero verso di lui, si arrestarono prima di toccarlo.
“Certo, cara. Hai sempre avuto ragione tu su tutto. Ero io a sbagliare.”
“Te l’ho detto, te l’ho sempre detto che un giorno lo avresti capito.”
“Certo. Non avevo compreso quanto sei preziosa. Non potrei mai fare a meno di te.”
Lei sorrise maliziosa. “Oggi è San Valentino. Usciamo? Qui c’è aria pesante. Che ne dici se…”
“Mamma, mamma, ti ho fatto un disegno!”
La bambina vestiva un grembiulino a fiori. Si arrampicò sulle gambe della madre. “Grazie, amore caro! E’ davvero bellissimo”. La baciò sui lisci capelli neri. “Adesso vai a prepararti per la scuola”
La bambina si fermò, perplessa, “Ma mamma, io non vado ancora a scuola!”
La donna rise “Scusa, che sciocca, è vero. Vai a giocare.” La bambina sgambettò via. Per un attimo la visualizzò più alta, con un paio di jeans, truccata…
Ah, crescono così in fretta. Lanciò un’occhiata al padre. Lui la stava guardando allontanarsi con una strana espressione sul viso…
Qualcosa, per un attimo, un’ombra nera, le passò davanti agli occhi. Come una fitta di… gelosia? Paura? La cancellò. Oggi era un giorno splendido. Era San Valentino. Il sole entrava dalla finestra, attraverso le tende a scacchi, e luce e tenebra si inseguivano sulle cose e sui volti.
“Sei come ti ho sempre desiderato”, disse a lui.
“Anche tu”, le rispose. “Sei come un sogno”.

L’appuntato si rivolse al maresciallo. “E’ arrivata l’ambulanza”.
Il maresciallo grugnì. “Hai controllato?”
“Sì. La ragazza era la figlia. Quattordici anni. Stava ripetendo l’anno alle magistrali, ma ultimamente non frequentava. Probabilmente accoltellata nel sonno, ci sono delle macchie di sangue sul letto. L’uomo non presenta tracce di violenza apparenti, quindi potrebbe essere stato soffocato, o avvelenato, ma aspettiamo l’autopsia, visto lo stato dei corpi.”
“Ma nessuno se n’è accorto prima?”
“I vicini dicono che sentivano sempre urlare e litigare. Da una decina di giorni solo silenzio, ma pensavano fossero andati in vacanza”
“Finché non hanno sentito la puzza” sospirò l’ufficiale.
“Sì. Hanno bussato, nessuno rispondeva, e poi ci hanno chiamati”.
“E al lavoro? Non si preoccupavano?”
“L’uomo era disoccupato. Lei lavora come donna delle pulizie precaria. Quando non si è presentata l’hanno semplicemente sostituita.”
Il maresciallo scosse la testa. “E’ colpa di questa merda,” disse, dando un colpo con il piede alla console, sulla quale pigre luci lampeggiavano. “E’ un modello vecchio. Oggi le fanno con lo spegnimento automatico”. Alzò gli occhi sulla persona che vi era seduta accanto.
La donna probabilmente non era mai stata molto bella. Ora era uno scheletro immerso nei suoi liquami, con in testa il casco della realtà virtuale. Di tanto in tanto la testa, le mani si muovevano appena. Il maresciallo si chiese cosa stesse guardando da dieci giorni senza interruzione, senza sentire fame o sete. Persa in un suo mondo immaginario. Qualche gioco? O qualche simulazione? Qualche registrazione? Quella, si ricordò, era stata la prima console a permettere di registrare avatar di persone reali, simulacri con i quali era possibile interagire.
Era stato di moda. Potevi vivere avventure con i divi, o con i grandi del passato. Oppure con i fantasmi informatici di chi non c’era più, gli spettri degli amati, per sempre fissati in una eternità virtuale.”Vivi il tuo sogno”, diceva la pubblicità.

“Ci sono gli infermieri”, disse l’appuntato.
“Portiamola via” disse il maresciallo. L’appuntato si avvicinò alla macchina che ronzava sommessamente, la sua luce lampeggiante come il faro di una terra lontana e irraggiungibile. “Che faccio, stacco?” chiese l’appuntato.
“Stacca”, disse il maresciallo.

Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 14 febbraio 2020 su fiaboidi. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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