Autenticità

Na grama lavandera a treuva mai na bona pera 
(Una cattiva lavandaia non trova mai la pietra buona)
Proverbio piemontese

Quante volte, dopo avere fatto qualcosa di sgradevole, dopo avere dato il peggio di noi o semplicemente non essere stati all’altezza, diciamo stupiti per il disastro della nostra vita “Io non sono davvero così”.
Quante volte, dopo un fallimento, diamo la colpa agli altri, alle circostanze, alla società, ma non a noi stessi. Noi siamo diversi, superiori, è inconcepibile che possiamo fallire.
Deve essere in qualcos’altro il problema.

Qual è l’autentico “io”? Quella parte di noi che desidera le cose grandi, l’eroe, il santo, il genio che tutti siamo nella nostra testa, o piuttosto quello che cede alle tentazioni, anzi, le cerca, si compiace del male fatto? Tutti gli atti più nefasti, più perversi, tutto ciò che infliggiamo agli altri o a noi stessi in fondo lo facciamo per un bene; per il bene che crediamo possa esserci per noi in quel male. Per quel sentimento distorto e malvagio che spesso è il nostro amore. “Le cose che si fanno per amore“, dice il personaggio di un noto libro prima di compiere un atto tremendo. I nostri piccoli amori egoisti possono esser più letali dell’odio.

Chi siamo? C’è stato un momento in cui tanti partivano alla ricerca di loro stessi, e spesso si perdevano. Dentro di noi siamo un paese oscuro, dalle strade tortuose e impervie. Ma le vie più pericolose sono quelle ingannevolmente larghe e ben pubblicizzate.

Se non ci rendiamo conto che la nostra natura è ferita, che soffriamo di qualcosa che lungo tempo fa è stato chiamato peccato originale, non riusciremo a superare la contraddizione tra i nostri alti ideali e i nostri bassi istinti. Tra l’impulso generoso al bene e la caduta ripetuta nel male.
Non siamo divinità. Ci sopravvalutiamo, pensiamo di esser buoni, ma non lo siamo. E quel che è peggio non lo vogliamo riconoscere, perché equivarrebbe a dovere ammettere che siamo creature finite.

In un articolo per Scientific American, l’autore afferma
“Tendiamo a sentirci più autentici quando i nostri bisogni sono accolti e ci sentiamo padroni delle nostre esperienze soggettive. Non quando noi siamo semplicemente noi stessi”. Identifica questo senso di autenticità con l’adeguarsi ai dettami della società. Sostenendo poi l’esistenza di una “sana autenticità, del tipo che ti aiuta a diventare una persona intera, che comporta accettare e prendere responsabilità per tuo intero te stesso come strada per crescita personale e relazioni significative”.

Se devo essere sincero, mi pare si voglia fare come il Barone di Münchhausen che tentava di tirarsi fuori dalla palude sollevandosi per i capelli. Non sarebbe davvero male rendersi conto di chi si è, e correggersi. Ma davvero siamo in grado di farlo da soli? La nostra natura ferita difficilmente si guarisce senza aiuto. Accettare la responsabilità dei nostri atti può essere il primo passo: smettere di accusare la pietra su cui abbiamo lavato per la pulizia venuta male, come la lavandaia del proverbio.

Ma basta ciò per diventare una brava lavandaia? Perché fare lo sforzo? Perché mantenere l’impegno?
Basta questo per perdonarsi per i tanti cattivi lavaggi? Non ci si può dare il perdono da soli.

O meglio: lo si può fare. Ma diventa la scusa per potersi perdonare ogni cosa. La via più rapida per cadere ancora. Se tutto mi è scusato, tutto mi è permesso.
Oh, cadere può essere gratificante. Se vogliamo salire ci vuole qualcosa di meglio dell’indulgenza per i nostri atti.
Possiamo trovare noi stessi solo se sappiamo dove siamo. E noi siamo qui, adesso, in questo esatto istante, in questo esatto luogo. Cercarci altrove non ha senso.

L’autentico “noi stessi” è un desiderio di infinito – cosa c’è di più gratificante di tutto, tutto, tutto – in un involucro di cattiveria. Il male che crediamo di dover fare per fare il nostro bene.
Prima di potere essere autentici – cioè fare sì che il nostro io esteriore coincida con l’interiore – occorre prima riconoscere quel bene infinito al di sopra di tutti i beni che possiamo immaginare con la nostra mente così limitata, da esseri finiti. Perché solo quel bene è in grado di guarirci, e di perdonarci, e farci accogliere quel desiderio di essere veramente noi.

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 17 giugno 2019 su meditabondazioni. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 3 commenti.

  1. La figura del barone di Munchausen è l’emblema dell’uomo moderno, che cerca di darsi da solo ciò che non può darsi da solo.

  2. Sei un essere finito Berlicche?
    Che cosa te lo fa credere?

  3. Non riesco a girarmi di scatto e mordermi l’orecchio.

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