Legami d’amore

Ci sono certe persone che hanno una marcia in più, è inutile negarlo. Contengono più spunti interessanti e pensieri originali poche loro righe che interi volumi di presunti intellettuali buoni solo a riciclare aria fritta.
Uno di questi geni è sicuramente Remi Brague. Basta ascoltarlo una volta per rendersi conto che si trova ad un altro livello. Ad esempio, il testo della conferenza “Dio inteso come gentiluomo”, che trovate pubblicato qui da “First Things”, è una miniera di riflessioni su cui sarebbe bello dialogare.

Ne accenno solo una. Brague sviluppa il concetto che il cristianesimo non sia la distruzione del principio aristocratico, ma la sua generalizzazione, e afferma:
“La gente nobile non si lascia trascinare via dai propri capricci. Questa presunta libertà di fare ciò che piace si trova piuttosto tra gli schiavi, che fanno ciò che vogliono non appena l’occhio del padrone non è su di loro. Il paradosso è già indicato nella Metafisica di Aristotele. In una casa di famiglia, la gente libera è più legata che sciolta.”

Il paradosso è proprio questo: la legge apparentemente costringe a fare qualcosa, diminuisce la libertà; ma in realtà è liberante perché allontana il male, che rende prigionieri. Il profeta Osea lo ricorda:

Ad Efraim io insegnavo a camminare
tenendolo per mano,
ma essi non compresero
che avevo cura di loro.
Io li traevo con legami di bontà,
con vincoli d’amore;
ero per loro
come chi solleva un bimbo alla sua guancia;
mi chinavo su di lui
per dargli da mangiare.

E’ una schiavitù nutrire, curare chi si ama? Chi è così amato, è schiavo?
Il legame di amore è come l’imbragatura di un alpinista, che limita i tuoi movimenti, ma per impedire che tu precipiti. Rifiutarlo è porsi in balia del male stesso e quindi perdere quella stessa libertà a cui si mirava. E’ fuggire da se stessi, dal posto che ci è assegnato.

L’aristocratico, il gentiluomo, secondo Brague, è colui che riconosce di avere degli obblighi che gli derivano dalla sua posizione, e vi si sottomette liberamente. Per continuare il paragone della famiglia, chi non ottempera ai propri compiti dentro di essa finisce per lasciarla o distruggerla. Il cristiano è colui che riconosce come sua famiglia il mondo intero, ogni uomo.

Lo schiavo assolve i suoi compiti per paura e per obbligo, l’uomo libero, il figlio per definizione, per amore. Sa che ciò che gli è chiesto è perché chi lui ama possa stare bene. Cristo ci ha liberato dagli obblighi, dalla loro schiavitù, ci ha fatti re. Essere cristiani è sottomettersi alla verità di noi stessi; e la verità ci renderà liberi.

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 9 gennaio 2019 su meditabondazioni. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 6 commenti.

  1. Maria Rita Polita

    Grazie di questa condivisione! ho apprezzato molto questa offerta di poter cogliere Gesù in questo aspetto. Peccato non poterlo godere appieno che non so l’inglese. Maria Rita Polita

  2. Mi auguro che qualcuno che può ne possa acquisire i diritti e tradurlo.

  3. Siamo agli antipodi del pensiero liberale di Mill, secondo cui “ogni vincolo, in quanto vincolo, è male”.

  4. “La gente nobile non si lascia trascinare via dai propri capricci.”
    Qui siamo proprio all’origine del male, alla nobiltà perduta in forza di un capriccio, un “peccato di superbia” che più o meno ci riguarda tutti, ricchi o nullatenenti che si sia.
    E, a proposito di “vinvoli”, persino il critico Philippe Daverio mostra d’averlo capito:
    ” Per essere superbi bisogna credere in se stessi fino in fondo, … invece io ho una moglie. I monogamici hanno un costante roditore anti-superbia che li tiene ancorati alla realtà.”

  5. Giorgio Salzano

    E’ strano, ma in un tempo in cui tanto si parla di misericordia, poco si parla di dono, quasi che il dono fosse proibito. In un delizioso film di Frank Capra, “Accadde u una notte”, il protagonista Clark Gable ogni volta che trova interessante un argomento, lo fa notare alla sua partner dicendo: “Scriverò un libro su ciò”. Beh, studiando antropologia culturale sono rimasto particolarmente interessato dal tema del dono, ed ho scritto un libro su ciò. Contrariamente a quel che oggi si dice, non si tratta di un dare senza attesa di ritorno, ché sempre un dono chiama un controdono, come ben sappiamo nella stagione appena conclusasi dei doni natalizi; si tratta piuttosto di un dare che è gratuito nel senso che non è la cosa donata che interessa, ma definire nel dare chi siamo gli uni rispetto agli altri: il dono è segno, in altre parole, di amicizia e di amore, o del semplice riconoscimento reciproco come esseri umani. Ho intitolato il libro “Il dono proibito”, poiché pensare alle relazioni tra gli uomini in termini di dono appare interdetto nei tempi moderni, essendo sostituito dal contratto, o al meglio dalla unilaterale misericordia, che mai diventa reciprocità d’amore. Già in esso notavo la peculiarità per cui in italiano il dono è chiamato “regalo”: come a dire che è qualcosa di regale. Dalla riflessione sul dono maturava quindi un profondo interesse nella regalità, ed anche su ciò ho scritto un libro. Vi dimostro che il re è, nel suo archetipo, figura sacrificale: non di chi tutto prende, ma di chi tutto dà, ed al quale tutto viene reso in cambio. Allora, al sacrificio regale rispondono i sacrifici del popolo, che così viene attratto nel circolo donativo dei “regali”. Ho intitolato questo libro con un ossimoro “Democrazia regale”, per evocare la necessaria estensione della virtù regale non a pochi aristocratici ma a tutto il popolo. L’intento è mostrare comparativamente che solo nella persona di Cristo una simile virtù si realizza compiutamente nella sua universalità, per essere da lui comunica a ogni battezzato e cresimato, così permettendo una democrazia che non sia universalizzazione dell’oppressione reciproca. Il libro è in italiano e non ha bisogno di essere tradotto.

  6. Riallacciandosi in parte a quest’ultimo intervento, si può anche dire che, in particolare, l’arte è proprio tutta “dono” solo quando si sottomette a quella disciplina, a quei limiti che ancorano, illuminano e liberano dal vuoto creando unità, ordine e logica, restituendo pace nelle vicende umane.

    Una conferma ci viene da Roger Scruton che, in una bella difesa del “contrappunto” (Counterpoint and Why It Matters), tra l’altro dice:

    “Nella musica, come in ogni forma d’arte, negli ultimi tempi è sorta l’illusione che […] le vecchie forme di disciplina siano solo degli ostacoli al vero processo creativo, e che la vera originalità stia nel fare da se, liberi dai vincoli tradizionali. […]
    …la libertà artistica arriva solo quando la forma è stata padroneggiata e interiorizzata. Ma questa verità si scontra con il pregiudizio democratico che l’autoespressione, non la disciplina, crea l’artista.”

    https://www.futuresymphony.org/counterpoint-and-why-it-matters/

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