Il solo ordine

Alcune considerazioni dopo il post di ieri.

Cosa è più importante, il regalo o la persona che te lo fa? Solo il superficiale, l’egoista, il cinico può dire il primo. Se trovi la tua casa ordinata vuol dire che qualcuno te l’ha messa a posto; apprezzi l’ordine, ma esso non ci sarebbe senza l’ordinatore. Che tu l’apprezzi vuol dire che condividete qualcosa che vi permette di capirvi vicendevolmente. Siete legati, e non è un legame che tu hai deciso, una definizione da te inventata. E’ un dato, cioè è data. Puoi mettere in ordine, ma non sei tu che fai l’ordine.

Cosa vuol dire “ordinare”? Vuol dire mettere le cose al proprio posto: presuppone le cose, e un posto, e che questo sia comprensibile, e che questo sia buono. Chi definisce l’ordine definisce anche ciò che ho elencato.
Non riusciamo a concepire il caos come entità a sé stante, ma solo come mancanza di qualcosa, perché noi siamo costituzionalmente fatti per un ordine, siamo intrinsecamente ordinati. Chi costituisce le cose, costituisce anche te, fa anche te, proprio perché anche tu fai parte di quell’ordine.

Un ordine buono. Perché senza l’ordine non potremmo capire niente del mondo. Oh, noi umani cerchiamo di metterci del nostro, ma di solito roviniamo tutto, Per questo quando si entra in contatto con l’ordine vero, quando si capisce quella luce cosa sia, non la si può più abbandonare. Non si può lasciare chi l’Ordinatore stesso ha mandato per mostrarcelo:

Un giovane ordinato.
(…)
Fino al giorno in cui aveva cominciato il disordine.
Introdotto il disordine.
Il più grande disordine che ci sia stato nel mondo.
Che ci sia mai stato nel mondo.
Il più grande ordine che ci sia stato nel mondo.
Il solo ordine.
Che ci sia mai stato nel mondo.

(Peguy, “Il mistero della carità di San Giovanna d’Arco”)

Perché? Perché quell’ordine è ciò che ti fa, quell’ordine è amore, e rinnegarlo vorrebbe dire rinnegare la stessa essenza di cui si è fatti, rinnegare noi stessi. Quant’è più grande rinnegare invece la nostra immagine di noi stessi, costruita di menzogna, di assenza di luce, di disordine, per arrivare al vero “io”. Questa la scelta, che un Dio amorevole pone alla nostra libertà.

Neanche a farlo apposta, ho trovato stamattina questo pezzo del grande Robert Spaemann, uno degli ultimi grandi filosofi cattolici del nostro tempo, appena passato al Padre.

Ecco alcuni passaggi:

“(…) O Dio c’è oppure l’autocomprensione dell’uomo in quanto essere di ragione, vale a dire in quanto persona, è un’illusione. (…)
Ragione, ratio, significa tanto ragione quanto fondamento. La visione scientista del mondo considera il mondo e dunque anche se stessa come priva di un fondamento. La fede in Dio è la fede in un fondamento del mondo, che lui stesso non è senza fondamento, dunque irrazionale, ma “luce”, trasparente a se stessa e così suo proprio fondamento. (…) La sottomissione incondizionata alla volontà di Dio, che si rivela in ciò che accade e in ciò che noi non possiamo modificare, è l’atteggiamento fondamentale di tutti coloro che credono in Dio. 

Ma che cosa significa sottomissione a ciò che noi non possiamo modificare? Non è forse più dignitoso almeno rifiutarci di accettarlo? Ma a chi interessa questo, se Dio non esiste, se il destino è cieco e l’universo indifferente all’accettazione così come al rifiuto o addirittura alla protesta? Quando Giobbe protesta davanti a Dio, questo accade perché egli pensa a Dio come ad un essere a cui appartiene il fatto di essere buono. Nella protesta si trova ancora il riconoscimento di Colui al quale noi rivolgiamo la protesta. Se noi lo considerassimo indifferente al dolore del mondo, non avrebbe alcun senso protestare […]. 

Il discorso sulla bontà di Dio, su Dio che è amore, smarrisce il suo punto sconvolgente, se passa sotto silenzio chi è colui di cui si dice che Egli è amore, se cioè passa sotto silenzio che Egli è la Potenza che guida la nostra esistenza e il mondo, che muove il sole e le altre stelle. Soltanto tale Potenza, infatti, può salvarci dalla morte. L’idea di un amore assoluto, infinito, resta un’idea regolativa, se in essa non viene pensata l’unità di due assolutezze, quella del fattuale, del destino, e quella del bene […].

L’occhio che inesorabilmente dirige e che è allo stesso tempo inesorabilmente buono appartiene esso stesso all’essere, altrimenti l’essere non sarebbe tutto. Ma vale anche il contrario: se il bene fosse impotenza, allora non sarebbe il bene tout court. Poiché l’impotenza del bene non è bene. La fede nella potenza del bene è ciò che ci consente di abbandonarci attivamente alla realtà, senza dover temere che, in un mondo assurdo, anche ogni buona intenzione produce il contrario.”

Leggetelo tutto, perché spiega in maniera sublime ciò che io ho stentatamente cercato di comunicarvi. Quella Lux Aeterna, mandata per salvarci: luce da luce, Dio vero da Dio vero.

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 14 dicembre 2018 su tra lassù e quaggiù. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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