Corenta

Le feste del paesino di montagna, quando ero giovane. Gli archi in piazza fatti di pomei, sorbo selvatico, i costumi, l’orchestrina che funzionava a pintoni di vino. E poi il ballo piemontese per eccellenza, la corenta.
Una corenta per i priori, una corenta per gli abbà, una per la società; e poi balé chi vò, salté chi pò. Noialtri adolescenti e post-adolescenti la sapevamo tutti danzare, anche chi come me non va troppo d’accordo con la musa Tersicore. I miei genitori l’avevano ballata per anni, facevano parte del gruppo folkoristico piemontese. Mi avevano insegnato i passi, il ritmo. I valzer, le mazurche, erano troppo complicate, e le ragazze rifiutavano. Ma nella corenta ci si slanciava tutti, anche le fanciulle più ritrose accettavano volentieri quella mano per buttarsi in quegli interminabili giri che ti lasciavano allegro e sfiatato.

Chissà chi oggi li sa ancora, quei passi, di questa gioventù che non capisce neanche più il senso della festa.

Sono passati trent’anni, sono quattro valli più in là. La festa del paese, costumi carnevaleschi, luci stroboscopiche, un’orchestrina più professionale di quella di un tempo. I soliti giovani appoggiati al muro, come allora. Arrivando mi trovo a desiderare, chissà che non mettano una corenta.
E come per magia la corenta parte.

Ma coloro che si buttano sullo spiazzo a danzare non la conoscono. Forse un paio di coppie, da come si muovono, ma presto vengono fagocitati da uno di quegli orrendi balli di gruppo in cui tutti ripetono la stessa mossa, fermi sul posto. Nessuno che si allaccia, si slancia, corre. I giovani neanche guardano, ridono tra loro.
E mi piglia il magone, perché capisco che il tempo andato non ritorna, che non ballerò più la corenta, che la corenta non sarà più ballata, come tante danze di altri secoli, dimenticate. Musiche nuove, nuovi movimenti.
Il brano termina. La cantante prende il microfono. “E adesso, dopo questa tarantella…”
Tarantella?

“Andiamo a casa”, sussurro a mia moglie.
Ma quanto era bello ballare la corenta.

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 11 settembre 2018 su gusto e disgusto. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

  1. Polvere siamo. Quasi mi vergogno ad insegnare qualche parola di genovese a mia moglie.
    Un giorno brucerà un museo, come in Brasile, e si scoprirà che di tante cose non c’era più il backup perché non interessavano più. E spariranno storie e costumi come sono spariti i canti in lingue tribali del Brasile ormai perdute…

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