Il ponte sull’abisso

Una lettrice mi ha “girato” uno scambio di opinioni apparso su un altro blog. Chi scrive i seguenti è una commentatrice che si dice non credente, ma che possiede uno sguardo profondo su di sé e la realtà:

“(…) non vi sorge il dubbio che la religione possa essere una consolazione e dunque necessaria all’uomo come un qualsiasi altro palliativo (al pari del consumismo estremo o della glorificazione del corpo a cui assistiamo oggi), una forma di fuga dal dolore (intendo il dolore assoluto dell’uomo che prova un senso di vertigine di fronte all’idea di essere nulla rispetto all’universo, e dunque solo, non “figlio di”; non i dolori che si provano ogni giorno, che a mio parere la religione aiuta ad affrontare invece che a censurare)?”

e ancora

“(…) intendo la “consolazione” di sapere di avere una possibilità, che effettivamente c’è un senso ulteriore in ciò che facciamo o non facciamo, che c’è qualcuno a cui “interessa” e che “osserva” ciò che facciamo o non facciamo, garantendo una base di valori che magari non riusciamo a perseguire in un modo perfetto, ma che ci sono, e dunque non siamo soltanto abitanti di un grumo d’acqua e terra che vaga nell’universo, la cui vita e morte non è di interesse per nessuno, tantomeno un “padre”. L’idea di giudizio stessa la vedo, secondo quest’ottica, come una consolazione: può atterrirmi l’idea dell’Inferno, ma mai quanto l’idea del nulla, l’idea del “bene e male sono la stessa cosa, o per lo meno spetta solo a me definirli”. Può atterrirmi l’idea che un mio caro o io stessa finisca all’Inferno, ma mai quanto l’idea che a nessuno a parte me (in senso lato) importi della morte del mio caro, e che quando sarò morta io, anche il suo ricordo sarà svanito quanto il suo corpo e la sua anima.”

La risposta a questa domanda sorge dall’osservare noi stessi. La domanda di senso ce l’abbiamo tutti: un uomo che non la possegga non è un uomo, perché è proprio il chidersi se ci sia e quale sia il nostro scopo nell’universo che ci rende umani. La coscienza di se stessi, di esistere; e di esistere in un mondo che non è parte di noi, non è una nostra fantasia, ma ci è dato, e ci stupisce continuamente perché non siamo in grado di prevederlo.

Se davanti al vuoto del nulla ci prende lo sgomento, è perché siamo qualcosa, abbiamo qualcosa: c’è un prima che non è un niente, c’è un senso che già abbiamo, occorre solo riconoscerlo. Non è un’invenzione né un autoconsolarsi.

Se fosse tutto un ghiribizzo del fato, perché allora abbiamo questa nostalgia? Questo desiderio di vero, di bello, di giusto? Perché chiediamo ciò che chiediamo, se non fossimo fatti per chiederlo? Gli occhi, se non ci fosse la luce, non avrebbero scopo: si atrofizzerebbero, cadrebbero. Se non esistesse uno scopo, se fosse irraggiungibile, anche questo nostro senso religioso (cioè la domanda del tutto) decadrebbe.

Gli uomini di tutti i luoghi e di tutte le ere hanno cercato una risposta a questa domanda che non ci abbandona neanche quando tentiamo di negarla, di dimenticarla. Cercando un ponte con l’infinito, con questo Mistero. C’è solo stato un caso in tutta la storia, in cui un uomo ha detto non “questa è la via per il Mistero”, ma “io sono la via per il Mistero, sono il Mistero stesso”. A quel punto la ragione esige solo un confronto leale con quella affermazione. E’ per questo che sono cristiano: nessun altro luogo mi dà conto di quella bellezza che domando.
Nessun altro luogo mi fa essere così uomo.

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 13 marzo 2018 su meditabondazioni. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 18 commenti.

  1. “La domanda di senso ce l’abbiamo tutti: un uomo che non la possegga non è un uomo, perché è proprio il chiedersi se ci sia e quale sia il nostro scopo nell’universo che ci rende umani.” Fatico a condividere questa affermazione perché non collima con la mia esperienza: conosco persone che, come magari Federico Koemushi Fasullo, sembra proprio non posseggano questa domanda eppure le considero umane quanto me che comunque questa domanda non è che proprio me la ponga tutti i giorni. Forse, condizione necessaria e sufficiente per essere umani è porsela almeno una volta nella vita.

  2. La domanda la posseggono tutti; molti la ignorano.

  3. Davanti alla prospettiva di un’esistenza che inesorabilmente si chiude con la morte fisica, magari improvvisa, le persone più riflessive che hanno rinunciato alla fatica di avvicinarsi a Dio e credere, cercano disperatamente una qualche alternativa, un surrogato di risurrezione in grado di placare, o almeno mitigare un poco l’angoscia di quell’ineludibile appuntamento preso con il nulla.
    La soluzione per i meno dotati (e i meno esigenti) la può offrire un blando panteismo scientifico: vedere la propria polvere entrare in un ciclo biochimico e trasformarsi in altre forme viventi (magari solo dei vermi), può dare un qualche misero sollievo.
    I più esigenti possono sperare di passare alla storia: incarnarsi nella memoria dei viventi, lasciare tracce indelebili nel tempo.
    A volte non occorre nemmeno essere dei geni per potercela fare, a volte le circostanze aiutano, e i rivoluzionari d’ogni tempo ne hanno sempre approfittato.

  4. Ma non le viene in mente che invece è proprio l’ateismo ad essere consolatorio: “fai quel che ti pare, non dovrai renderne mai conto” ma sopratutto: “non esistono il bene, il male, non corri il rischio di fare la cosa giusta o sbagliata”.

    “Non corri il rischio di cambiare vita.”

    “Fa ciò che vuoi”
    non a caso è il motto dei satanisti.

    “Fa ciò che vuoi”

    Cosa c’è più consolante di questo?

  5. errata corrige:
    “Non corri il rischio di cambiare vita.”
    è in realtà:
    “Non corri il rischio di sbagliare vita.”

  6. x Aleudin: In effetti nel corso della discussione specifica meglio: non consolatorio nel fare la cosa giusta o sbagliata, ma di fronte al vuoto. Al niente, alla mancanza di senso che attanaglia.

  7. ok, il vuoto sgomenta ma è anche terribilmente affascinante e de-responsabilizzante.

    Io ho iniziato a convertirmi proprio per il rigetto del non-senso ma quando era troppo faticoso cercare di seguire Gesù la mia unica consolazione era la speranza nell’annientamento.

    Grazie a Dio ho continuato a “camminare” anche in quei momenti.

  8. Grazie Berlicche per aver (di nuovo) parlato di questo tema – il cui approfondimento mi interessa parecchio sia dal punto di vista filosofico che da quello delle singole esperienze e percezioni del problema.

    Il mio pensiero è lo stesso di Alèudin.
    Ma in effetti, come specifica Berlicche, l’intenzione della commentatrice non credente era un po’ diversa.
    Alèudin se vuoi vai a leggere lo sviluppo della conversazione che si è svolto tra Federica, Francesca, Marierose, Fabrizio e poi altri utenti.
    Prima parte:
    https://costanzamiriano.com/2018/03/03/senza-cristo-il-nostro-destino-e-il-nulla/#comment-135015

    Seconda parte:
    https://costanzamiriano.com/2018/03/07/la-medaglia-del-volto-santo-di-gesu/#comment-135092

    Al di là della persona con le sue idee personali e anche con un certo orientamento (abbastanza buono, mi pare) in direzione del credere… La domanda seria che i più seri agnostici fanno e che è praticamente sottintesa anche da Federica è: il bisogno di senso dell’Uomo deve per forza significare che c’è un senso?
    Secondo me la risposta stretta, di logica stretta, è no.
    No. Oltre quel No c’è però da sviluppare il ragionamento in altre direzioni. E allora si fa strada il senso. Ma come spiegarlo ad un agnostico? Solo “opponendogli” un’esperienza soggettiva (e dicendogli che è esperienza di un altro miliardo di persone) ?

    Grazie dei contributi.

  9. Cara Francesca, la risposta che mi sono dato parte dall’interrogativo sulla negazione del senso, ossia “cosa significa ‘insensato’?” Ragionandoci sopra, “insensato” può essere solo relativo, riguardante qualcosa che viene posto come “sensatezza”, che cioè organizza le varie cose del mondo. Infatti, “insensato assoluto” può significare solo una contraddizione in termini: una definizione che nega sé stessa, come cerchio quadrato, che corrisponde però a qualcosa che non può in nessun modo essere reale.

    Da lì, ho dedotto che la realtà ha un senso. Sta a noi coglierlo, e costruire una “sensatezza” che metta insieme tutta la realtà, tutti gli aspetti che esistono. Infatti, ciò che esiste non è contraddittorio in sé stesso – vedi sopra – dunque qualche definizione, qualche logica ce l’ha, in sé stesso E nel rapporto con tutto il resto (in quanto la realtà è una ed unica, anche se ha infiniti aspetti).

    Noi chiamiamo insensato solo ciò che non rientra in una certa scala di “sensatezza”, la quale però è sempre limitata e relativa, e coglie solo pochi aspetti della realtà alla volta – e quelli che non ricadono al suo interno li chiamiamo “insensati”, eppure in sé stessi esistono, hanno una loro logica interna.

  10. Faccio un esempio di “sensatezza relativa”: devo valutare la capacità di scrittura di alcuni alunni. Faccio fare dei temi, e li esamino; mi concentro sullo stile, più che sui contenuti (che sono in secondo piano), e soprattutto tralascio i disegnini ai margini fatti da alcuni alunni svogliati – questi ultimi li ritengo insensati, perché ciò che cerco non è la capacità di disegno, ma quella di scrittura.

    Non so, se serve ulteriore spiegazione chiedi pure.

  11. “In un certo senso” ogni cosa ha un senso, sia da sola che in relazione (o relativamente a). Dunque ci si chiede: come può l’insieme totale di ogni cosa esistente esistita e che esisterà non avere alcun senso?
    E’ forse anche questo che volevi dire, ago?

  12. “Da lì, ho dedotto che la realtà ha un senso. Sta a noi coglierlo, e costruire una “sensatezza” che metta insieme tutta la realtà, tutti gli aspetti che esistono.”

    Secondo me non è difficile (per gli agnostici di buona volontà) giungere fino a qua e riconoscere una generica entità superiore che ha “fatto” la realtà e al tempo stesso “è” la realtà.
    Senza un senso non sarebbe possibile nemmeno la Scienza…
    La Storia dell’Uomo, unica creatura in grado di gestire/modificare il proprio ambiente è un’altra bella prova del “senso”. Senza un senso (da noi interpretato e quindi afferrabile) le azioni degli uomini non sarebbero state in grado di dominare/sfruttare le forze della natura.

    La questione più difficile arriva più avanti.
    Il senso del cristianesimo deriva dal senso che sia plausibile-accettabile una Rivelazione, cioè una Risposta di Dio.
    Al momento ho soltanto un puzzle in testa (di Padri, di Santi, di filosofi) di come potrei parlarne ad un agnostico facendo appello alla sua Ragione…
    Non perché la Ragione sia in grado di arrivare a tanto (a Gesù Cristo, alla Santa Trinità) ma per proporre una strada ragionevole che possa essere colta, … intuita.
    La cosa migliore che mi viene in mente è – citando Chesterton – che solo col cristianesimo abbiamo la chiave perfetta. Perfetta per fare cosa? Perfetta per rendere tutto così sensato che più sensato non si può.
    E come lo proviamo che è il più sensato di tutte le altre teorie?
    Solo dal fatto che non è una teoria, ma è Gesù.
    E un agnostico… come lo può vedere Gesù (oltre che per il fatto che Dio gli “muove” la Fede)?
    Tramite la Bellezza? Tramite l’esperienza? Tramite le persone (nella Chiesa) ?
    La mia impressione, molto forte, è che non si può far leva solo sull’esperienza – pena il far scadere la nostra Fede a una robetta troppo intimistica, troppo emozionale, troppo rozzamente protestante.
    Oggi, secondo me, viene proposto un po’ troppo questo assolutismo (talvolta fanatismo) dell’ “esperienza”.
    [e per quanto mi riguarda sarebbe fin troppo facile raccontare la mia esperienza. Ma è appunto “mia”].

    E allora sto cercando di mettere insieme il mosaico giusto, con tessere di Fede e Ragione… legate tra loro dalla Bellezza? O da altro?

    Che ne pensate?
    Avete altre tessere?
    Grazie Ago, Toni, Berlicche, Alèudin, Eppe e chi vuole intervenire.

  13. Concordo con te: non possiamo dire “Gesù è Dio perché ne ho fatto esperienza”, non è così che si fonda la Chiesa e la società su basi cristiane.

    L’idea di fondo è che il cristianesimo (e quindi Gesù) sono veri, al di là dell’esperienza soggettiva che se ne può fare o non fare. E’ la verità che lega insieme Fede e Ragione, e lì bisogna insistere, perché Gesù è un fatto storico, vissuto in una regione del mondo in un dato momento della storia, e quelle testimonianze di persone che lo hanno incontrate, i Vangeli, sono lì a dirci “guardate, è successo veramente questo, esattamente ed oggettivamente come incontrare una persona reale e in carne ed ossa”.

    Non è l’esperienza che fonda la fede, ma la verità. Tieni conto che la Fede, in senso filosofico, è il criterio che si applica alla realtà per darle sensatezza e orientarsi. Cristiano non è colui che applica il giusto criterio a Cristo (fosse pure quello dell’esperienza), ma colui che applica Cristo come criterio. E l’unico modo per abbracciare un criterio è sapere che è vero.

  14. @Tonis: la mia idea è del tipo “assenza assoluta di senso” = “assurdo” = “contraddizione in termini” –> la cosa in oggetto non può esistere.

    Ma le cose esistono, dunque hanno un senso, ossia sono soggette a delle spiegazioni che non sono per nulla assurde. Sta a noi metterci alla giusta “lunghezza d’onda” per intendere il senso delle cose.

  15. Credo di essere del tutto incapace di parlare di fede agli agnostici. Continuo a provarci, ma faccio gran fatica a capirli, e faccio fatica a ragionarci insieme tanto il loro modo “blindato” di fare ragionamenti circolari e sempre uguali mi sconcerta e mi stanca.

    Sono convinto che ciò possa dipendere anche dal fatto che io non sono un “convertito”. Io sono nato e cresciuto cattolico, e inoltre non sono mai stato sfiorato dall’idea di smettere di seguire la strada indicata dalla Chiesa e di allontanarmi da Gesù. Neanche nei momenti più difficili della mia giovinezza.

    Forse mi è mancata questa “esperienza” della lontananza, del netto distacco. Mi è mancata la prova del “figliol prodigo” e con essa la fatica e la gioia di un ritorno.

  16. Grazie Ago. (ti avevo già letto il 16 marzo ma non ho replicato. Ci sto riflettendo mentre sto ripassando alcuni “classici”. Grazie a Berlicche che mi ha ricordato Il Senso Religioso di Giussani. Nota: io non faccio parte di CL ma leggo chiunque abbia scritto, e fatto, cose buone nella Chiesa. Intendo dire: sto cercando il migliore approccio nel dialogo con l’agnostico, e tutte le proposte sono benvenute).

    Sul termine “esperienza” credo che, in questo contesto, tutti siamo d’accordo che ci sono (almeno) 2 modi di intenderlo:
    1) il cosiddetto “incontro con Gesù”, e allora siamo concordi tutti che deve esserci necessariamente, in qualsivoglia modalità, per poter chiamarsi “cristiani”
    2) la “propaganda dell’esperienza” come scelta apologetica e come approccio di alcuni “carismi” della Chiesa che la vendono (passatemi il termine) come l’unica via per “verificare” se Dio esiste o no. Ecco: è questo atteggiamento che noi (io, Ago, ecc.) stiamo confutando in quanto porta a deviazioni notevoli dal cattolicesimo.

    Visto che ho nominato Giussani, introduco un altro punto che lui nomina: la comunità. Al momento lascio sospeso il discorso …ma capisco che si tratta di uno degli argomenti fondamentali.

    @ToniS
    La mia storia personale invece è stata anche di allontanamento dalla Chiesa… Perciò, forse hai ragione: magari per tale motivo io riesco a parlare con gli agnostici e/o con gli indecisi – benché io non lo sia MAI stata, né agnostica né indecisa
    [anzi: a suo tempo ho pure aggiunto un bel po’ di credenze provenienti da altre filosofie, alla ricerca dell’Infinito, appunto… ehm, mea culpa]

    Descrivo un po’ la mia esperienza perché credo che, nella fase iniziale, sia quella di molti – forse della maggioranza dei cattolici attuali.
    Ci ho riflettuto ormai tante volte: io non “rifiutai” la Chiesa in quanto Chiesa Cattolica. Il fatto è che io NON SAPEVO che cosa fosse la Chiesa Cattolica. Che cosa c’entrasse. Che cosa facesse. Che cosa importasse che ci fosse o non ci fosse.
    (e qua si torna anche a tutto il discorso sulla funzione della comunità).
    Il mio “allontanamento”, dal punto di vista di allora, era per me un AVVICINAMENTO. Perfino un avvicinamento a Dio e a Gesù Cristo. Nel senso: volevo andare dove Lui era, ed allontanarmi da dove Lui non stava. [vi prego di non fraintendere l’ultima frase. Non è che non ci stia, è che io non lo vedevo].

    Non per fare la scarica barili (Berlicche ha appena scritto il post “scuse”), ma quando si è giovani ed ingenui (cioè come tutti lo sono e come molti rimangono anche da adulti) che cosa si fa? Si chiedono info intorno a sè, si osserva, si parla, si partecipa, si fa quel che si può al proprio meglio… E allora nel mio caso, infante negli anni Settanta, adolescente negli anni Ottanta (e temo che sia il caso di molti) , accadde che davanti a me c’era una “certa” Chiesa.
    [vabbè, poi nello specifico mio particolare fu una chiesa invasa, spazzata via, direi distrutta da alcuni movimenti moderni “carismatici” e/o “esperienziali” appunto].

    Dunque. Per quegli anni, come per oggi, una persona si trovava davanti ad una sorta di livellamento, di supermercato. Con la differenza che almeno al supermercato i prodotti “top” te li mettono in bella mostra, e lo scaffale del sale è diverso da quello dello zucchero, diverso da quello del caffè e delle uova: non mischiano tutto insieme indifferenziato su ogni scaffale!!

    Ecco: la Chiesa nella mia società era un po’ così, e anche quelli che ci stavano dentro sembravano considerarla una scelta come un’altra, per avere una qualche consolazione spirituale, o per ritrovarsi come al bar, o per organizzare gite spirituali (spirituali o mangerecce?).
    In alternativa a questo atteggiamento, cosa c’era? Cosa ho trovato? C’erano dei gruppi che – forse per reazione ai suddetti atteggiamenti e sicuramente dotati di un’arrogante spaventosa ignoranza in temi cristiani – si comportavano similmente ai TdG: della serie “o vieni con noi o brucerai all’Inferno” (non sto scherzando) e, in genere, tutto questo veniva venduto come la “nuova Chiesa del Vaticano2” inviata dal Papa in parrocchia per la “nuova evangelizzazione”. Per entrare in questi gruppi era necessario abbandonare la chiesa parrocchiale e trovarsi a celebrare la Messa in altre stanzette distaccate, e “fare esperienza”, e non discutere mai: solo ascoltare lunghe conferenze massacranti (della serie: attenzione all’Inferno e alla punizione divina).

    Ora, ripeto non per scaricare barili, ma visto che mi trovavo in un mondo, in una scuola, in una società che mi insegnava continuamente che ogni scelta era equivalente (basta l’ammmoreeee), come d’altra parte sembravano sottintendere perfino i gruppi cattolici con cui facevo “gite spirituali”, e
    dall’altro lato avevo invece i cattolici urlanti che mai si facevano vedere in chiesa e che minacciavano punizioni divine per gli infedeli non partecipanti ai loro “riti” dicendo che avrebbero spazzato via i cattolici delle gite, quelli della Messa domenicale (e nella mia parrocchia lo fecero) per aprire finalmente alla vera nuova Chiesa…
    Ecco, accadde che, in qualche modo inconsapevole e/o inconscio, io conclusi: allora Gesù non è qui; questa non è la Sua Chiesa. Non fu una mia conclusione esplicita. Ero troppo ignorante, oltre che spaesata. (E lo erano pure i miei genitori, seppure cattolici da sempre). Soltanto dopo molti anni capii cosa avvenne nella mia testa.
    [nota: a quei tempi ero del tutto ignorante anche della differenza tra le chiese “dotate” di Presenza Reale e quelle “non dotate” o non credenti. Non me lo spiegò mai nessuno. Ecco un altro problema: Gesù Cristo non contava un fico secco!! Quindi, visto che non conta, perché spiegare alla gente l’importanza, FONDANTE, dell’Eucaristia?
    A 17 anni sono andata “a Messa” nei dintorni di Londra, credendo di partecipare ad una Messa, appunto. Era una chiesa e ci entrai. Fine. Chi lo sa che rito fu. Magari era cattolico. Boh, chi lo sa. Ed eravamo tutti/e così a quei tempi, eh! Anzi sono sicura che anche oggi la maggioranza non sa la differenza che passa tra un cattolico, un luterano, un anglicano, un evangelico e un TdG – se non per il fatto che il TdG viene a suonare il campanello alle 6 del mattino].

    È per questo che oggi “capisco” gli agnostici. Spesso, non è proprio che “non credono in Gesù”. È che Lo pensano come un bravo filosofo – come praticamente fanno tanti cattolici di oggi.
    Anche se è vero, ToniS: oltre un certo limite mi annoio anch’io quando i discorsi continuano a girare vuotamente. Fanno eccezione delle persone molto intelligenti che davvero sono in ricerca spirituale. È per quelli, e anche per rispondere alla mia stessa ricerca razionale che mi impegno in certi studi. Fede e Ragione: confermo, come voi tutti, che sono una perfetta armonia.
    La parte del soprannaturale mi è già stata data e provata abbondantemente – e a mio avviso non va troppo sbandierata perché, veramente, ad ogni figlio e figlia, Dio si farà conoscere come decide e come Gli pare che sia meglio per lui/lei.

    Una delle prove che Lui sta nella Chiesa è che mi ci ha riportata, e che non smetto di interessarmene, nonostante tutto e tutti – e ora riesco a vedere la ricerca in cui sono impegnati sia i “gitanti” che gli “urlanti”. Perché io non sono migliore di loro. [e non è affatto falsa modestia. È proprio la verità].
    Però non credo che la mia esperienza sia una “prova” o una motivazione da fornire ad un agnostico, ad un protestante o ad un buddista.

    Se avete idee: ditemele. Grazie.
    😊

    P.s. scusate il papiro. Spero che sia utile ad una qualche riflessione costruttiva. (online e offline)

  17. Forse non è una prova, o una motivazione, ma è certamente un esempio. Il suggerimento di una risposta, o forse il sospetto che una risposta esista. Ma prima occorre far capire che c’è una domanda.

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