Abissi

Ogni stagione in Giappone escono diverse decine di serie animate. Ogni stagione ne seguo qualcuna, le due o tre che mi sembrano migliori e più originali.
Ad ognuno i suoi gusti, ma per il 2017 vince a mani basse “Made in Abyss”.
Non troverete di meglio in fatto di disegni e animazione. Quanto alla trama è originale e coinvolgente, anche se l’idea centrale ha un che di deja-vu, almeno per me.
Si parla di una misteriosa apertura circolare, larga chilometri, che sprofonda in basso verso l’ignoto. Le sue pendici ospitano i resti di una misteriosa civiltà, che esploratori della superficie saccheggiano in cerca di potenti reliquie. Ma questo abisso diventa sempre più pericoloso e mortale mano a mano che si percorrono i suoi livelli, verso il misterioso fondo che nessuno, presumibilmente, ha mai visto. O quantomeno è tornato a riferirlo.

Questo è un concetto che utilizzammo, oltre trentacinque anni fa, io e un mio amico per un videogioco, “Abissi” appunto. Era carino, persino giocabile, anche se non lo terminammo mai. Capirete che il tema tocca in me corde profonde… Ma era d’altro che volevo parlare.

Le vicende di questa prima stagione seguono le avventure di una giovane esploratrice che scende in cerca della madre, leggendaria avventuriera, accompagnata da un androide senza memoria del suo passato ma che è con tutta evidenza anche lui una delle reliquie dell’abisso. Non deve trarre in inganno il disegno coccoloso e infantile dei protagonisti: è una vicenda adulta, per adulti. Appena inizia il viaggio viene messo in chiaro quanto sia mortale l’ambiente e a quanti sacrifici dovranno andare incontro coloro che hanno scelto di affrontare un’impresa dalla quale nessuno si aspetta di vederli tornare vivi.

Ora, chi vi parla ha esperienza nel mondo reale di una dose maggiore del solito di morte e di ferite fisiche. Di conseguenza gli usuali spettacoli splatter, con gran mostra di sangue e budella, mi fanno poco effetto.
Nonostante ciò ci sono state alcune sequenze di “Made in Abyss” che ho fatto davvero fatica a seguire senza distogliere lo sguardo. Ciò mi ha stupito e spinto a chiedermi: come mai? Cos’ha di peggio questo di, che so, qualcuno divorato da uno zombie?

La risposta che mi sono data è che qui la sofferenza non è gratuita, ma fin troppo reale. Non dal punto di vista grafico, ma dal punto di vista emotivo, senza scudi e senza retorica. Ha una ragione, è su personaggi che abbiamo imparato ad amare nel corso delle puntate, e quindi ne siamo toccati. Ci tocca perché ne siamo coinvolti. Perché ci teniamo.

Per quanto pellacce si possa essere l’essere umano possiede empatia, ed em-patia tanto più forte quanto sente vicini coloro che soffrono. Fino a com-patire: condividere il dolore. Fino a che risulta intollerabile, e dobbiamo fare qualcosa per lenirlo; o fuggire perché incapaci di sopportarlo.

Gli autori di questa serie hanno fatto un gran lavoro per abbattere quei filtri di incredulità, quelle protezioni mentali che ci spingono a ignorare ciò che riteniamo illogico o troppo distante per poterci com-muovere veramente. E mi domandavo: come dev’essere provare davvero un simile amore non solo verso i più prossimi, ma verso tutto il genere umano? In quali abissi di dolore, di desiderio di porre rimedio può condurre?
Credo che solo certi santi, e Cristo, possano rispondere.

PS: Chi ha visto la serie sa che le ultime due puntate della stagione sarebbero molto interessanti da discutere; ma siccome escludo che lo si possa fare con coerenza senza averle vedute e non intendo qui fornire spoiler, rimando chi lo volesse fare a conversazioni private o eventualmente con il marchio “spoiler” in evidenza.

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 12 gennaio 2018 su gusto e disgusto. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 8 commenti.

  1. E fu così che, dopo almeno 10 anni di pausa, ripresi a guardare gli anime…
    Grazie del suggerimento Berlicche !

  2. Carino. Tra l’altro mi ricorda un tuo racconto di qualche annetto fa; mi ricordo che quando lo lessi mi evocò immagini molto simili a quelle dell’Anime.

    Planetes lo hai mai visto?
    Capolavoro assoluto. Conisglio vivamente.

  3. Planetes è assolutamente stupendo. L’ho visto tutto salvo, per ragioni varie, l’ultima puntata. Sono anni che mi dico: adesso la cerco e me la guardo…

  4. Io ho fatto una esperienza simile con i film su Gesù: quando guardo “Jesus” (almeno due volte l’anno per motivi professionali) alla crocifissione piango sempre, le due o tre volte che vidi “The passion” non feci una piega… Tutti piangevano, tranne me!
    Ne ho dedotto anche io che è un problema di aver imparato ad amare il protagonista (ovviamente all’interno di ciascun film, dal momento che è lo stesso!).

  5. Mi sono sempre rifiutato di vedere “the passion” di Mel Gibson perche’ non amo la teatralita’ fine a se stessa, non ho stima di Mel Gibsob e credo che la spaventosa passione vissuta da Cristo sia indegna di essere annoverata tra i kolossal del cinema holliwoodiano: la questione e’ troppo seria. Ho visto molteplici volte invece la rappresentazione di Zeffirelli, vero capolavoro del genere ed insuperabile per la fotografia. Pure io non reggo la scena della crocifissione ed invero vengo colto da un profondo senso di mestizia quando, il martedi’ ed il venerdi’, recito i misteri dolorosi. Gesu’ ha amato e perdonato coloro che gli hanno inflitto una sofferenza indicibile e riservato un trattamento indegno del peggior criminale (venne anche terribilmente fustigato); noi cristiani spesso, non soprassediamo nemmeno ad un minimo sgarbo, eppure avremmo dovuto pur trarre qualche insegnamento…

  6. Hai fatto male, Roberto. Non è teatralità fine a se stessa, ed è trattata molto seriamente. Temo, dato che non l’hai veduta, che tu soffra di preconcetto.

  7. Puo’ essere che tu abbia pure ragione. Ma avendo visto ai tempi solo il trailer, ho ricavato un’impressione negativa. Eppoi, manco riesco a tollerare la scena della crocifissione nel Gesu’ di Zeffirelli, figuriamoci quella.

  8. Personalmente, cerco di vederlo almeno una volta all’anno, nella Settimana Santa, a ricordare che la croce non è stata una cosettina pulita e veloce. Aiuta un sacco.

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