Si aggiustano orologi

Passando sbirciai dentro al vicolo, e vidi la porta ed il cartello: “Si aggiustano orologi”. Era un passaggio stretto, scuro, che si infilava tra due blocchi di case, ingombro di bidoni e imballaggi abbandonati. Il vicolo curvava verso l’ignoto; perché qualcuno tenesse un negozio in un buco così inospitale invece che sulla via principale era una domanda che mi attraversò la mente per un attimo, ma la liquidai. Forse era un artigiano in difficoltà, per via di questa maledetta crisi. Forse non aveva i soldi per una vera vetrina, e doveva accontentarsi di una finestra opaca invece di un’insegna come si deve. O forse era un negozio così esclusivo da non averne necessità.
Mi toccai la tasca. Comunque sia, era quello di cui ora avevo bisogno. Bisogna pur cominciare, da qualche parte.
La porta resistette per qualche attimo prima di cedere alla mia spinta. Andiamo bene, mi dissi.
Entrai.
Chiusi con cura l’uscio dietro di me, poi mi voltai. E mi arrestai, stupito.
Come molti di voi, da piccolo, avevo guardato il film di Pinocchio. Quello era stato un tempo felice, in cui non sapevo ancora niente della vita, e il cartone della Disney può essere veduto anche senza capirlo. Senza comprendere che è la fuga disperata di un burattino dalla realtà, dal dovere essere uomo. Fino al lieto fine, almeno. Allora non sapevo che non esistono davvero, i lieto fine.
Una delle scene che più mi avevano colpito era quella nella bottega di Geppetto. Piena di orologi a pendolo e a cucù, su ogni parete, che ticchettavano tutti assieme. Avete presente, no?
Qui era lo stesso. Più o meno.
Le pareti, gli scaffali, ogni superficie verticale e orizzontale erano ricoperti di orologi. Molto meno allegri di quelli di legno con le figurine semoventi del cartone animato. Erano di tutti i tipi, cronometri, da polso, da parete, di ogni foggia e colore e dimensione. Il loro ticchettio era come la vibrazione di un contrabbasso pieno d’api, lo scalpiccio di mille piedi in corsa, il battere di milioni di cuori. Dava l’impressione che sotto gli orologi in mostra ci fossero altri orologi, che le mura stesse del megozio fossero fatte di ruote dentate e lancette. Dietro al banco una figura stava curva. Non era Geppetto. Rovistava con delle pinzette all’interno di un meccanismo. Indossava occhiali con spesse lenti e una luce che illuminava come il faro di un teatro le viscere aperte su cui stava lavorando. A prima vista mi era sembrato vecchio, quasi decrepito, ma quando alzò la testa e la luce cambiò vidi che era giovane, forse più giovane di me.
“Sì?” disse in tono interrogativo, guardandomi.
Deglutii. Misi la mano nella tasca, sfiorando il metallo. Le mie dita furono indecise per un attimo, poi si chiusero su un cinturino. “Oh…ho qualcosa da fare aggiustare”, dissi.
“Vedo”, rispose l’orologiaio.
Allungò la mano, prese ciò che gli porgevo, lo soppesò intento per qualche attimo. Poi prese il lavoro sul quale si stava concenrando al mio ingresso e, con delicatezza, lo spinse da parte, ponendo al suo posto il mio orologio.
“E’…è fermo”, dissi.
Lui annuì. “Sì. Si è fermato da un bel po’. Peccato, una così bell’opera.”
“Può aggiustarlo?”, chiesi, prendendo tempo.
Lui risollevò lo sguardo, mi fissò e disse “Io posso aggiustare qualsiasi orologio. Che poi ci riesca o meno, questo dipende dall’orologio”.
Che razza di risposta, pensai. Mi schiarii la voce. “Non so perché si è arrestato”.
Lui scosse la testa, picchiettando i pulsanti dell’orologio con un dito. “Oh, lo so io. Questo è stato un orologio molto amato, ma ad un certo momento questo amore è cessato.”
Aprii la bocca. “Io…”
“Si vede dal cinturino. E dalla cassa”, disse l’orologiaio, rigirandolo. “Questa magnifica creazione ad un certo momento si è convinta che tutto fosse contro di lui. Di non essere più necessario. E’ per questo che ha smesso di seguire il tempo. Si è messo da parte. Ha rallentato, e più rallentava più si convinceva di essere in ritardo. Inutile. Finché, ad un certo momento, ha smesso di ticchettare del tutto.”
Richiusi la bocca. Che diamine…
“Ma si sbagliava. Anche quando si ferma, un orologio non cessa di essere un orologio. Basta incoraggiarlo un poco, fargli capire che qualcuno gli vuole bene. Che non è tutto finito. Che può ricominciare a muoversi. Qualcuno che lo ama c’è sempre, deve solo accorgersene, così ricomincerà ad amarsi. Qualsiasi orologio”, aggiunse.
Mi appoggiai al bancone, in cerca di fiato. Per fare quello che dovevo fare e non riuscivo a fare. Mi guardai attorno, e notai una cosa curiosa. Normalmente in un negozio di orologi tutti quelli in esposizione sono sincronizzati sull’ora esatta. Qui nessuno lo era. Le lancette di ognuno segnavano un’ora diversa.
“Sono tutte differenti”, mormorai.
“Il tempo è uno, ma ogni orologio lo segue alla sua maniera” disse l’orologiaio.
“Non ha senso. Un orologio segna l’ora giusta, o non serve”, replicai.
“E qual è l’ora giusta? Non esiste l’orologio che segni davvero l’ora giusta. Nemmeno gli orologi atomici lo fanno. Ci sarà sempre uno scarto. Non è in loro potere. Il tempo è più grande di loro. Si limitano ad annotarne il passaggio, ma nessuno di loro lo possiede. E’ il tempo che possiede loro, anche se gli orologi, com’è ovvio, raramente se ne accorgono.”
“E a cosa serve allora un orologio se non a segnare il tempo?” chiesi, con rabbia.
“Ad abbandonarsi a quel flusso di tempo, al suo scorrere. A indicarlo. Per quelli che stanno intorno a lui. E per questo essere amato. Come un cuore. La stessa cosa di un cuore, che batte per gioire di una vita che non possiede e che gli è data.”
Mi porse il mio orologio, reggendolo per il cinturino. Vidi la lancetta dei secondi muoversi, piano, come una volta.
“Funziona”, dissi.
“Ha sempre funzionato. Voleva solo un’altra possibilità.”
Allungai la mano, esitante. Lo presi. Quando afferrai il suo peso familiare mi rammentai di chi me lo aveva regalato, e quando. Mi salirono le lacrime, irrefrenabili.
Feci per parlare, un groppo in gola, ma l’orologiaio alzò la mano. “Non mi deve nulla. Il suo orologio aveva solo bisogno di esser un po’ scosso, per riprendere a funzionare. Lo tenga da conto, e non lo lasci più fermare.”
Uscii dal negozio di corsa. Mi arrestai solo un attimo, per togliere dalla tasca quel peso e buttarlo nel bidone più vicino. Il metallo della pistola fece un rumore sordo, come un battito, quando cadde sul fondo. Sperai che nessuno la trovasse.
Mi tornarono alla mente le ultime parole che il proprietario della bottega mi aveva sussurrato, prima che io uscissi.
“Lei conosce davvero bene il tempo e gli orologi”, gli avevo detto.
“E’ vero, perché non mi limito ad aggiustarli”, mi aveva replicato. “Io li fabbrico.”

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 4 gennaio 2018 su fiaboidi. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 21 commenti.

  1. Credo che la parola giusta in questi casi sia “profetico” (nel senso originario del termine, non in quello di ‘previsore di eventi futuri’).

    Non ho ancora capito come si fa tecnicamente un re-blog e non so se il sistema blogger funziona come wordpress… Però di sicuro posso copiaincollare una parte del tuo testo e poi mettere il link per chi vuole continuare a leggerlo. A fare quello son capace 😊

    Bravissimo, come sempre 👍

  2. Cavaliere di s. Michele

    Bello, enigmatico, forse anche troppo…

    Chi avrebbe voluto uccidere il protagonista? Se stesso? La persona che gli aveva regalato l’orologio? (La moglie, il padre, la madre, un fratello?)

  3. Hmmm…non sono riuscito a farmi capire. Il protagonista voleva fare una rapina, per questo un negozio isolato era quello che cercava.
    Così imparo ad essere troppo minimalista…

  4. Neanche io avevo capito che volesse rapinare il negozio, però alla comparsa della pistola ho capito che fosse un criminale, o comunque che avesse intenzione di diventare tale. L’ho trovato un colpo di scena potente, proprio per il “minimalismo” :-P

  5. Io l’avevo capito, che voleva uccidere l’orologiaio…ma è uno di quelli che non si lascia uccidere facilmente :-)

  6. Io avevo capito che si voleva suicidare perché la sua vita non aveva più senso, e l’orologiaio (ma è davvero un orologiaio?), facendo ripartire ciò che si era fermato, glielo ha ridato, il senso.

  7. ma è davvero un orologiaio?
    Qualcuno lo chiama così.

  8. “Il grande orologiaio non passa più
    e gli orologi li aggiustiamo noi;
    […]
    oh, sì, di cose qui ne succedono
    ma ci illudiamo di inventarle noi.”

  9. Sì, rileggendolo si capisce che voleva essere una rapina. Resta comunque valida, secondo me, anche la metafora.

  10. Per la cronaca, confesso che anch’io alla prima lettura avevo capito che si volesse suicidare…
    (ma in effetti, anche nella versione originale della rapina, …uno che volesse andare contro QUEL orologiaio non si sta forse suicidando?)
    Comunque poi lo ricopierò nel blog con l’aggiunta di un sottotitolo che richiami espressamente la rapina visto che l’intenzione non appare subito evidente.

  11. Se ti può far piacere saperlo io ero tra quelli che aveva capito fosse una rapina <3

  12. Anch’io avevo capito che si trattava di un rapinatore ed ero piuttosto sconcertato per il fatto che alcune lettrici che stimo non avessero immediatamente colto questo dettaglio. Ora lo sono ancora di più…

  13. C’è solo un passaggio, anzi solo una frase che nella parte iniziale del racconto può far sospettare una rapina, e si può anche interpretare diversamente. Nel mio caso non ho interpretato niente finché non è comparsa la pistola (e alla prima lettura ho interpretato suicidio).

    “Mi toccai la tasca. Comunque sia, era quello di cui ora avevo bisogno. Bisogna pur cominciare, da qualche parte”.

    Di cosa aveva bisogno?

  14. xFrancesca: Di un negozio in una via laterale non affollata, senza telecamere.

  15. Già, sì. Ma già in tre abbiamo sospettato un aspirante suicida… Potrebbe anche essere perché eravamo influenzati dai temi trattati in questi giorni. Mentre i lettori più obiettivi hanno letto senza pregiudizi e hanno visto subito la rapina. (In entrambe le letture il colpo di scena rimane efficacissimo).

  16. Un tipico caso di stereotipo : autore+ambientazione+argomenti ricorrenti=presunzione di aver capito.
    Con buona pace per chi dice di non essere condizionabile dai pregiudizi.
    Gli stereoptipi sono un sistema insostituibile di anticipazione della realtà a cui si fa ricorso in modo ricorrente nella vita di tutti i giorni, quando non ci sono altri elementi piu certi. Ho fatto alcune bellissime lezioni all’università sull’argomento.

  17. MenteLibera65 docente universitario… Stereotipo?

  18. No….a suo tempo studente….(mi sono espresso male). Si , stereotipo. Cioè l’utilizzo di conoscenze empiriche o indirette per prevedere fatti futuri, in mancanza di dati certi e diretti.
    1) ho un colloquio con un dirigente di Banca per una assunzione presso la sede italiana di una banca tedesca.
    2) so che in genere le banche sono luoghi formali
    3) costruisco uno stereotipo che prevede che ci sia l’esigenza di vestirsi con giacca e cravatta scuri e di dichiarare la mia conoscenza del tedesco, per avere piu speranze di essere assunti. E cosi faccio.

    Utilizzando lo stereotipo ho comunque fatto una cosa di buon senso.
    L unica cosa è che gli stereotipi vanno utilizzati solo quando strettamente necessari. Altrimenti diventano pregiudizi.
    Nel mio esempio era necessario prefigurarsi come presentarsi al colloquio di lavoro , per tentare di distinguersi. In altri casi, invece , applicare uno stereotopo sarebbe stato inutile o controproducente, o ingiusto.

  19. Francesca, ho riletto il racconto ed ho visto che la scelta delle parole che ho usato per descrivere la delusione esistenziale del protagonista può essere riferito anche ad un suicida. Non è così peregrina quella convinzione. E devo dire che non mi dispiace più di tanto, perché la dice lunga su a cosa porta la mancanza di senso; che va in senso contrario alla libertà.
    Quando posso i post li lascio riposare un paio di giorni almeno prima di pubblicarli, per rivederli con mente fresca. Ahimè, quando le scorte sono basse o nulle non è possibile…

  20. Ma è noto che un tipico “pregiudizio” si manifesta spessissimo in modo palese anche in seguito a informazioni supplementari non necessarie, in tre tappe.
    Per esempio: leggiamo una dichiarazione ragionevole sulla quale sospendiamo il giudizio… ci informiamo sulla collocazione politico-ideologica dell’autore… formuliamo la nostra inappellabile sentenza.

  21. MenteSperoLibera65

    Tonis : vero , hai descritto un caso tipico. La psicologia umana e’ piu forte di qualsiasi logica :-)

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