La panchina

I due si trovarono come per caso accanto a quella panchina in riva al fiume, in quella giornata dall’odore d’autunno dove i riflessi delle foglie nell’acqua sembravano fiamme. Provenivano da opposte direzioni, e non avrebbero potuto essere più diversi.
Uno indossava un abito bianco di ricercata eleganza, immacolato, quasi a simboleggiare il distacco da tutti i problemi terreni, dal volgare mondo materiale; l’altro vestiva un nero usurato, nelle cui sfumature si indovinavano macchie di terra, di grasso e di cibo. Rammentavano quasi certe coppie comiche del cinema, gli archetipi di diverse concezioni di vita. Ed era una vita che si conoscevano, e si trovavano come per caso su quella panchina.

Si fermarono; quello vestito di nero aveva un aria pensierosa, la sua controparte vestita di bianco un’aria sorniona e vagamente compiaciuta. Come ad un segnale invisibile si sedettero contemporaneamente. Per un po’ rimasero lì, a guardare scorrere l’acqua macchiata di cielo, senza parlare. Poi quello vestito di bianco si schiarì la voce e prese la parola.
“Non ti va mica tanto bene, ultimamente, mi sembra.”
L’altro si girò leggermente, alzando un sopracciglio. “Cosa intendi, esattamente?”
Il primo ridacchiò. “Dai, che hai capito. C’è parecchia confusione dalle tue parti. Non mi sembra che la tua barchetta preferita se la cavi molto bene.”
Quello vestito di nero si drizzò leggermente. “Oh, non è la prima volta. La storia è piena di momenti in cui sembrava che la mia barchetta, come la chiami tu, si stesse per rovesciare. Spesso per colpa dei tuoi amichetti…”
Il suo interlocutore finse indignazione. “Oh, ma quando mai? Noi facciamo la nostra strada: non è colpa nostra se i vostri capitani pretendono di sapere ogni cosa. Ciò dà molto fastidio a noi che effettivamente sappiamo.”
“Credo tu ti stia sbagliando. Non è che dalle mie parti si sia mai preteso di possedere la verità; è che pensiamo che la verità ci sia e sia venuta a trovarci…”
“Direi che su quest’ultimo punto tra i vostri marinai ci sia un certo dissenso, ultimamente”.
L’uomo in nero fece un gesto con la mano, come a scacciare le mosche. “Confusione, la chiamerei. Ma non credo che la vittoria della tua parte sia così inevitabile, checché ne dicano alla televisione…”
“La gente che guarda la televisione merita che gli si menta. Non vedo però come si possa sperare di riuscire a fermare la nostra avanzata vittoriosa.”
“Avanzata? E’ un fenomeno passeggero. Quando in passato è capitato, e le cose sembravano irrimediabili, il nostro ammiraglio, per così dire, ha sempre tirato fuori dal cappello una sorpresa. Qualcosa di inatteso, che ha rimesso in sesto la sua nave. Ho confidenza..”
“Confidenza. E’ quella che si ha prima di capire il problema.”
“Oh, ma io non confido negli uomini.”
L’uomo in bianco ridacchiò. “Davvero? A me sembra che il tuo ammiraglio ultimamente stia facendo fuori tutti i suoi ufficiali di rotta, altro che fabbricare conigli. Forse ha deciso che la situazione ormai è irrimediabile, ha tirato i remi in barca e mette al riparo i suoi più fidi lasciando gli altri al loro destino.”
“O forse vuole toglierci dalle nostre facili certezze, metterci alla prova.”
“Sia come sia, senza ufficiali e senza quel coniglio dubito che ve la possiate cavare. Mi è venuta voglia di lepre in salmì… E, sentiamo, cosa potrebbe mai essere questo coniglio?”
Il secondo si strinse le spalle. “E che ne so?” Pensò un attimo. “Potrebbe essere chiunque. Per quanto ne so, potrei essere anch’io.”
“Ah, proprio quello di cui ha bisogno il mondo: dei geni con la dote dell’umiltà. Siamo rimasti così in pochi, ormai.” Ribatté sardonico l’altro.
“Geni? No, non direi proprio. In una certa maniera il contrario. Il genio è colui che pensa di potere e sapere tutto; il santo è colui che sa che non è niente e lascia fare tutto a Dio. E’ di santi che il mondo ha bisogno.”
L’uomo in bianco sbuffò. “E quindi tu ti consideri un santo?”
“Io? No di certo. Ma se il Signore volesse potrebbe utilizzare anche uno come me. Non farebbe che esaltare la Sua potenza, misero come sono. Anzi, forse lo fa già.”
L’uomo in bianco lo guardò pensieroso. “Sia come sia, mi attendono tempi esaltanti. Forse per te un po’ meno.”
L’uomo in nero ricambiò tranquillamente lo sguardo. “Anche ottenessi tutto quello che vuoi, compreso l’affondamento della mia barca, credi che saresti felice? A ben guardarlo, il tuo mondo nuovo non mi sembra così bello. Anzi, più cresce secondo il tuo desiderio più diventa brutto e cupo e disperato, un posto da non viverci.”
Il suo antagonista fu preso in contropiede. “Siete voi a renderlo tale!”
“Davvero? E come mai, allora, mano a mano che sembrate vincere e noi diminuire, peggiora?”
L’uomo in bianco si alzò di scatto. “Adesso devo proprio andare.” E si allontanò. Fatto cinque passi, si voltò. “Se la tua barca dovesse naufragare e tu con essa, l’unica cosa che mi dispiacerebbe saresti tu e questa panchina. L’unica.” E continuò per la sua strada.
L’uomo in nero lo seguì con lo sguardo. “Già. Ma chissà se, proprio per questa panchina, un giorno ci ritroveremo.” E anche lui si voltò e riprese a camminare sulla strada che doveva percorrere.

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 22 settembre 2017 su fiaboidi. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 3 commenti.

  1. Mi viene voglia di pensare che l’omino in nero si chiami Michele, e il gentiluomo in bianco sia un esimio Professor…

  2. Professor Lucifero? Chissà se ha ammodernato la sua nave volante.

  3. x Manlio Pittori: perdonarti e riabilitarti ai commenti? Intanto il perdono si dà a coloro che sono pentiti, e dalle tue amorevoli parole nei miei riguardi e dei miei “amichetti” non mi sembra sia il caso; e poi qui non si tratta di perdono, quanto di evitare che il letame di cui usualmente riempi i tuoi commenti “intelligenti” possa debordare. Per dirla tutta, non vedo in che modo gli insulti gratuiti possano contruibuire a capire cosa sia la verità, da parte mia come da parte dei suddetti “amichetti” lettori. Che poi è lo scopo del blog.
    Puoi sempre postarli comunque; io li leggo, come al solito, e decido se sono davvero utili e intelligenti. Sarà perche, come dici, non sono abituato a vederne di tali, che di tuoi che rientrano in tale categoria non ne ho ancora trovati. Usualmente sono solo tentativi di fare male al tuo bersaglio. Ma non è che tu non lo sappia. Quindi la tua non è una punizione, è una conseguenza. E’ esattamente il posto in cui vuoi stare. O è la smania di apparire? Rilassati: esisti lo stesso. Quando lo capirai, e comprenderai quanto vivi male nel tuo odio, allora potrai rientrare.
    E de hoc satis

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