Strade sicure

Subito dopo l’ultimo orto la strada diventa selvaggia.

Sulla destra scorre il torrente. Le acque sono opache e verdi, tintinnano e frusciano nel loro letto di alghe e ghiaia. Gli alberi che ne ombreggiano il corso sono rigogliosi, e a tratti i rovi e i sambuchi si alzano come un muro vivente a precluderne la vista. Alberi e cespugli si sporgono come massaie dal loro balcone verso la strada, quasi a volerla spingere via. L’erba sta crescendo folta anche dove il fondo di terra era più battuto. Si intravedono a stento i due solchi paralleli lasciati dalle ruote di trattori e carri nei giorni di un passato ormai remoto. Metà della pista è ormai succube dell’invasione vegetale, sull’altra mi muovo a fatica, scansando le fronde.

Devono essere ormai mesi che nessuno passa più di qui con assiduità. Il piccolo spiazzo fatato sotto le alte querce, dove confluiscono le acque dell’ovest e del nord, è quasi impraticabile. Le coppiette in macchina ora si fermano ben prima; ne ho visto i segni.  Proseguo: ma la strada sembra perdersi ogni metro un po’, smarrita tra alte erbe e fiori. Avevo pensato, in passato, ad essa come alla scorciatoia per una terra diversa, ed ora ad ogni metro mi sembra di essere in procinto di varcare quella soglia; forse l’ho già passata, ed i miei passi calpestano fiori di un altro mondo. Al di là del muro verde qualcosa di molto grosso si tuffa nell’acqua.  Vanamente provo a vedere cosa sia: l’intrico è troppo folto. Vado innanzi sempre più lentamente, mentre i tentacoli spinosi delle more si protendono come le dita di un invasore. Libellule diafane, trasparenti come certi pesci delle profondità abissali, volano a scatti tutt’intorno. Di tanto in tanto mi oltrepassano ronzanti alcune più grosse, di un traslucido blu o rosse come il mattone infranto, veloci, dirette verso l’ignoto.

Guardo avanti. Quella stradina dritta che ricordavo ora è diventata una piccola giungla. E’ nascosta la destinazione, che so esserci, là dietro. Per le mie gambe nude il cammino è diventato un tormento, mentre gli spini cercano il mio sangue. E’ straordinario quanto in fretta un poco di abbandono, di dimenticanza, possano rendere difficile percorrere un viottolo un tempo facile ed ospitale.
Si fa tardi; decido di tornare indietro. Uno stormo di uccelli si alza da un campo poco distante. Il sole fa capolino, basso tra le nubi scure, orlandole di azzurro.

Mentre ritorno su sentieri umani mi chiedo quanto tempo ci vorrebbe perché ogni nostro segno, tutto ciò che ci sempre importante e scontato, sparisse, se decidessimo di abbandonare. Non molto.
Quanto fragile è il nostro camminare su strade sicure.

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 25 luglio 2017 su meditabondazioni. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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