Le cose che facciamo invece

Ormai sono un paio di decenni che vivo con mia moglie, e quindi comincio a conoscerla un pochino. Così mi è capitato di osservare che, quando deve fare qualcosa che non le piace, comincia a rallentare e si mette a svolgere le occupazioni più assurde.
Siamo già in ritardo per andare a quell’appuntamento, e lei si attarda a bagnare le piante grasse, o piegare gli asciugamani, o a decidere se è meglio “questo” oppure “quello”.
Non dico che lo faccia consciamente. Anzi, sono abbastanza sicuro che la sua reazione non nasca da una scelta deliberata. Io, in situazioni analoghe, comincio a borbottare e grugnire e divento nervoso come un topo al Colosseo. Penso che questo comportamento rientri nella categoria de “le cose che facciamo invece”.

Temo sia strutturale nel genere umano, salvo in quei suoi rari membri che sono in pace con il loro destino. Rimandare, non pensarci, seppellire la realtà sgradita dietro strati di banalità, di benaltrismo, di bestialità.
Eppure la realtà esiste, l’inevitabile arriva, non è il non pensarci che lo può impedire. Certe cose non possono essere schivate. E di una cosa sono più che certo: a certi appuntamenti non si può arrivare in ritardo, per quante cose ci inventiamo da fare invece.
Perché non sta a noi: è l’inevitabile, è il Mistero che, nell’ora decisa, ci viene a trovare.

 

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 14 luglio 2017 su meditabondazioni. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

  1. Provo a dare una qualche risposta a lady berlicche

    1. Se un bambino si dovesse avventurare da solo nella notte buia attraverso un bosco, avrebbe paura anche se gli si dimostrasse centinaia di volte che non ci sarebbe alcun pericolo.
    Egli non ha paura di qualcosa di determinato, a cui si può dare un nome, ma nel buio sperimenta l’insicurezza, la condizione di orfano, la fragilità dell’esistenza in sé.
    Solo una voce umana potrebbe consolarlo; solo la mano di una persona cara potrebbe cacciare via come un brutto sogno l’angoscia.

    2. Noi tutti siamo quel bambino. In ognuno di noi c’è un’angoscia che non può essere superata mediante la ragione, ma solo con la presenza di una persona che ci ama.
    Questa angoscia infatti non ha un oggetto a cui si possa dare un nome, ma è solo l’espressione terribile della nostra solitudine ultima (nonostante la madre più tenera, la moglie più cara, l’amico più fedele).
    Chi non ha sentito la sensazione spaventosa di questa condizione di abbandono?
    Chi non avvertirebbe il miracolo santo e consolatore suscitato in questi frangenti da una parola, da un gesto di affetto?

    3. C’è una notte nel cui buio non penetra alcuna parola di conforto, una porta che noi dobbiamo oltrepassare in una solitudine assoluta: la porta della morte.
    Tutta l’angoscia di questo mondo è in ultima analisi l’angoscia provocata da questa solitudine. La morte infatti è solitudine assoluta.

    4. Cristo ha oltrepassato la porta della morte, e così con la sua morte è disceso nel fondo irraggiungibile ed insuperabile della nostra condizione di solitudine. Questo vuol dire che:
    anche nella notte estrema, nella quale non penetra alcuna parola, nella quale noi tutti siamo come bambini in preda alla paura, piangenti, c’è una voce che ci chiama, una mano che ci prende e ci conduce.
    La solitudine insuperabile dell’uomo è stata superata dal momento che EGLI si è trovato in essa.
    Con LUI l’amore è entrato anche nella regione della morte e la terra di nessuno della solitudine è stata abitata da lui.
    Nel profondo l’uomo non vive di pane, ma vive per il fatto che è amato e gli è permesso di amare.
    A partire dal momento in cui nello spazio della morte è penetrata la presenza dell’Amore, allora nella morte è penetrata la vita.

    5. Dopo che Cristo l’ha subita, dopo che egli l’ha accettata e penetrata, la morte non è più la stessa cosa.
    Così come la vita, l’essere umano, non sono più la stessa cosa dopo che in Cristo la natura umana è venuta a contatto con l’essere proprio di Dio. Noi non siamo più gli stessi.
    Adesso, quando noi oltrepassiamo la glaciale solitudine della soglia della morte, ci incontriamo con colui che è la vita, che è voluto divenire il compagno della nostra solitudine ultima e che, nella solitudine mortale della sua angoscia nell’orto degli ulivi e del suo grido sulla croce “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, è divenuto partecipe di tutte le nostre solitudini.

    6. C’è una scena del Vangelo che anticipa in maniera straordinaria il silenzio della morte di Cristo e del Sabato Santo: Cristo dorme in una barca che, sbattuta dalla tempesta sta per affondare.
    Dio sta a dormire mentre le sue e le nostre cose stanno per affondare.
    La nostra vita, la fede, la chiesa, assomigliano ad una piccola barca che sta per affondare, lottando inutilmente contro le onde e il vento, mentre Dio è assente.
    I discepoli gridano nella disperazione estrema e scuotono il Signore per svegliarlo,
    ma egli si mostra meravigliato e rimprovera la loro poca fede.
    Gesù si sveglia dalla morte e invita a fare una sola cosa: a credere: “Non essere incredulo, ma credente”. “Beati quelli che crederanno”.
    Quando la tempesta sarà passata ci accorgeremo di quanto sarebbe bastata solo un po’ di fede per vincere angoscia e solitudine.

    Queste riflessioni si ispirano a: Joseph Ratzinger, L’angoscia di un’assenza, tre meditazioni sul sabato santo, Supplemento a 30 giorni nº 3, marzo 1994

    😘

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