Un po’ Pistoia

Che l’uomo sia tendenzialmente cattivo è per me una evidenza. Che però debba fare necessariamente il male è tutto un altro paio di maniche. Questa tesi  era sostenuta, tra gli altri, dai cosiddetti giansenisti. A meno che non siate particolarmente preparati sull’argomento è difficile che voi sappiate chi erano; forse i più ricorderanno vagamente un certo intreccio dei suddetti con la vita di quel Manzoni famoso per Cinque Maggi e Promessi Sposi.

Eppure qualche secolo fa era una “corrente ecclesiale” che andava per la maggiore; i teologi alla moda erano giansenisti, i potenti erano giansenisti, e probabilmente anche giudici e giornalisti. Piaceva la loro austerità; piaceva il loro essere in rotta con il papato; e il rifiuto di tutta quelle devozioni popolari che per gli illuminati illuministi faceva tanto ignoranza. Le tesi gianseniste erano condannate; ma questo a parecchi non faceva problema. Anzi.

Nato in Francia seguendo le idee di Cornelius Jansen, vescovo di Ypres, il Giansenismo visse là il suo momento d’oro a cavallo tra ‘600 e ‘700, per poi estinguersi lentamente fino alla metà dell’800; ma, altrove, si sviluppò ulteriormente: in Olanda e Germania, per esempio e, udite, nella nostra Toscana.
In Olanda diede origine alla chiesa scismatica dei “vecchi cattolici“, tuttora esistente; nelle nostre terre, invece, ebbe il suo apice nel cosiddetto Sinodo di Pistoia.

Dovete sapere che Granduca a quel tempo era il buon Leopold, che come suo fratello Giuseppe II imperatore di Germania, aveva capito che a tirare bastonate alla Chiesa Cattolica ci si guadagna. Il Granduca fece recapitare a tutto il clero del suo dominio un simpatico foglietto dove spiegava la sua idea di come doveva essere la Chiesa. Quindi fece convocare dal suo protetto arcivescovo di Pistoia e Prato, Scipione de’Ricci, un sinodo per ratificare questa sua agenda.
Dei poco più di duecento partecipanti al sinodo un gran numero fu fatto arrivare da fuori diocesi, scegliendo teologi e sacerdoti inclini al giansenismo; la convocazione la fece tal Tamburini, altro giansenista che insegnava a Pavia. E il clero locale? In gran parte ignorato: non piacevano al vescovo, e viceversa. Era il settembre del 1786.
La sessione durò una decina di giorni e, malgrado le discussioni con i (pochi) inclini ad una visione più vicina a quella del papato, i punti proposti da Leopold furono accettati.
Furono adottati i quattro articoli Gallicani dell’assemblea del Clero francese del 1682, che sancivano la superiorità del re e del sinodo su un Papa non infallibile, e il programma di riforma del De’Ricci, ripresi quasi integralmente. L’impianto era fortemente giansenista, e comprendeva tra l’altro la possibiltà dell’autorità civile di impedire matrimoni, la riduzione a tutti gli ordini religiosi a uno solo, con abito comune e senza voti perpetui, la proibizione di farsi suora prima dei quarant’anni, l’abolizione del culto delle reliquie, eccetera.

Leopold stampò 3500 copie dei decreti con il sigillo granducale, e fece convocare il clero da de’Ricci per far firmare ai religiosi l’accettazione del sinodo. Arrivarono solo in ventisette; e di questi solo sette firmarono.
Gli altri vescovi toscani, fatti riunire frattanto a Firenze per il medesimo scopo, si opposero così vigorosamente che alla fine de’Ricci e Leopold dovettero desistere. Quando Leopold fu chiamato ad assumere il ruolo di imperatore, nel 1790, Scipione dovette fuggire di corsa dalla sua sede vescovile, rinunciandovi – il popolo non aveva gradito certi suoi atteggiamenti nei confronti delle reliquie.

Neanche il Papa gradì: nel 1794 la bolla Auctorem fidei sconfessò il Sinodo, e dieci anni più tardi lo stesso de’Ricci dovette sottomettersi  a quella decisione.

Come vedete, non è solo di oggi che infuria la discussione dentro la Chiesa; cambiano magari le mode, che sembrano trionfare per un breve momento; ma poi, con i loro sostenitori, decadono e vengono dimenticate.

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Pubblicato il 29 maggio 2017 su meditabondazioni. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 6 commenti.

  1. Grazie, molto interessante.

    Anche se un po’ precedente anche Blaise Pascal a modo suo era un po’ giansenista, che dici?

  2. Vox populi: «Primo novembre 1788 […] La stazione che si faceva in S. Spirito il giorno dei morti, quest’anno ha avuto principio nella collegiata di Provenzano, perché la gente non voleva concorrere nella chiesa dei Giansinisti [sic], e neppure comunicare colli medesimi» (Anton Francesco Bandini, Diario sanese, BCSI, ms. D.III.4, c. 134r)

  3. Tutto vero. Allora il Papa stette dalla parte giusta …

  4. @Aléudin: a proposito di Pascal Vittorio Messori – che lo definisce «il mio Virgilio» e gli ha dedicato “Ipotesi su Gesù” – ha detto:
    «Pascal – me lo diceva Guitton – se fosse vissuto si sarebbe affrancato da Port-Royal. Non a caso non terminò “Le Provinciali”: capì di essere caduto in errore…».
    (http://www.lastampa.it/2012/10/13/vaticaninsider/ita/inchieste-e-interviste/messori-seguendo-pascal-sono-giunto-a-lourdes-jrRy2x8QdeoLRqvBF6LcPJ/pagina.html)

  5. Grazie Senm,

    molto interessante, tra l’altro anche per me Pascal è stato ed è molto importante.

  6. Ringrazio anch’io per il documentatissimo e vivace resoconto di questa considerevole sbandata teologica e morale di una parte della Chiesa di Cristo, negli ultimi secoli.

    Sebbene debba riconoscere che affermazioni come la seguente: “Furono adottati (al Sinodo giansenista di Pistoia, n.d.r.)i quattro articoli Gallicani dell’assemblea del Clero francese del 1682, che sancivano la superiorità del re e del sinodo su un Papa non infallibile (…)” siano cariche di ricadute ed echi non trascurabili sulla situazione attuale della Chiesa di Roma e del suo Papa in seno ad essa.

    Vorrei solo aggiungere che, per quanto (poco) ne so, anche san Giovanni Maria Vianney, più noto come il santo curato d’Ars, per una parte della sua vita e attività sacerdotale fu conquistato dall’eresia giansenista, per poi — grazie a Dio — ricredersi e gettarne principi e princìpi alle ortiche, in via definitiva.

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