Fatti mandare dalla mamma

“Mi vai a comprare i datteri in Nuova Croazia?” chiese Dana.
Il sole entrava dalla finestra aperta. Le tende svolazzavano alla brezza, e alcuni gabbiani roteavano piano sopra il mare piatto come una tavola.
Bruff sbuffò. “Insomma, perché non te li fai arrivare come tutti? Devi proprio farmi muovere?”
Dana mise il broncio. “Lo sai bene. Datteri appena colti dall’albero. Hanno un altro sapore rispetto ai sintetici.”
Bruff gemette. “Non è vero, mamma. Sono riprodotti fino all’ultima molecola dai frutti migliori”.
“Non tutto si può riprodurre”.
“Va bene, va bene, mamma. Vado. Tanto avevo voglia di passeggiare.”
D’impulso cambiò programmazione della casa. I mobili in stile italiano XXI secolo commutarono in technospritz. Il soffitto si alzò, la finestra si allargò, e il mare prese a rumoreggiare tempestoso mentre un alito fresco si diffondeva nella stanza. I gabbiani erano spariti.
“Cattivo”, disse sua madre. Ma lui era già uscito.
Le porte del suo cubicolo dueperuno si aprirono, i micropodi si ritrassero, e lui uscì nel corridoio. Attese che le porte si richiudessero: l’altro giorno, uno squatter homeless si era infilato nel cubicolo di Diego mentre era spalancata ed era riuscito ad hackeragli la casa. Finchè la frontiera con la Burgundia superiore, con i suoi profughi, fosse rimasta aperta, era meglio essere prudenti. Cinquecento milioni di senzacasa in giro potevano essere un problema. Mica potevano rimanere nei piani liberi a bivaccare per sempre.

Il corridoio procedeva dritto in entrambe le direzioni a perdita d’occhio, seguendo la curvatura del pianeta. La zona residenziale di Piemonte Diciotto si estendeva per quasi trecento chilometri. Rari passanti entravano ed uscivano. Strano come la realtà sembrasse così poco reale, rispetto a casa. C’era gente che preferiva avere un’abitazione anche nel reale, invece di un cubicolo sensoriale connesso. Gusti: il cubicolo costava molto meno, e non era necessario rimettere in ordine.

Girò a destra, verso l’ascensore. Vediamo…Nuova Croazia…”Nuova Croazia”, disse. “Sessantadue piani sotto” disse il sistema, con voce colloquiale. Cominciò a precipitare.
Mentre cadeva, sua madre chiamò. “Già che sei fuori, puoi prendermi il latte alle stalle, appena munto?”
“Ma mamma, è dall’altra parte!”
“Su, non fare storie…”
Sua madre ultimamente aveva la mania dei cibi naturali. Si era convinta che la sintesi e il trasporto dessero un cattivo sapore. Francamente, lui non riusciva a trovare nessuna differenza, ma era la moda del momento. L’anno prima erano stati i nuovi vegani. Bruff si domandò se quando avesse avuto anche lui trecento anni avrebbe seguito lui pure questi capricci sociali.

“Nuova Croazia”, disse l’ascensore, mentre la porta gli controllava il passaporto. Entrò nella nazione.
Il sole anche qui era forte, e il cielo azzurro. Non si sarebbe detto che erano venti chilometri sotto terra. Le palme crescevano rigogliose tutto intorno, si intravedeva qualche raccoglitore robot e rari umani. Si avvicinò ad una, si chinò, e raccolse qualche manciata di datteri freschi. “Basta così”, disse all’interfaccia quando ne ebbe raccolti abbastanza. “Venti e dodici”, gli rispose. Lui confermò. In fondo non erano neanche così cari, se non che dovevi fare la fatica di chinarti.
Si chiese se doveva andare fino alla zona dei nomanghi a prenderne qualcuno, ma poi decise che quelli in fondo era meglio farseli recapitare. L’ultima volta ne aveva scelti di non così maturi.

Le stalle più vicine stavano in Pampilina. Salì di un paio di piani, prese un ascensore orizzontale fino a Neza e curiosò un po’ tra le vetrine della città tra la folla dei pendolari. C’erano le elezioni imminenti, in quel paese, e bot olografici si sfidavano a dibattiti nel mezzo delle strade. Quando ne ebbe abbastanza risalì fino a Corio. A Corio avevano anche le mucche vere, ma il latte delle sintomammelle era più economico e indistiguibile dal primo. Attese pazientemente che un paio di bambini, davanti in coda, finissero ridacchiando di mungere nella loro bottiglia e poi procedette pure lui all’operazione. La sintomammella era calda al tocco, lievemente scivolosa. Chiamò un drone per portare datteri e latte a sua madre, il cui cubicolo stava a Zimilia, molto più in giù. Diceva che le piaceva la bassa gravità.

Si diresse verso Xanadu. Il lungomare era affollato come al solito, ma fu fortunato e trovò subito un posto libero. Si sedette al tavolo e richiamò la sala da pranzo di casa sua. Il tavolo diventò di legno, stile italiano, e comparve sua madre. Il mare senza sole riluceva dolcemente attraverso la finestra.
“Grazie, i datteri e il latte sono appena arrivati. Dove siamo, a Xanadu?” chiese sua madre.
“Sì mamma.” Ordinò una pizza, che un bot gli portò subito.
Mangiarono insieme, mentre il pad virtuale cancellava i tavoli vicini e sua madre distante fisicamente mille chilometri gli parlava delle vacanze. Bruff con la coda dell’occhio scorreva le notizie, una attirò la sua attenzione: “Secondo le stime dell’Istituto centrale terrestre, la popolazione totale terrestre ha superato oggi pomeriggio i diecimila miliardi. Gli scienziati si interrogano: di qui al prossimo secolo,  basteranno le risorse?”

Bruff sbuffò. C’era tanto spazio…

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 19 maggio 2017 su fiaboidi. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 6 commenti.

  1. molto realistico. a gusto mio manca il cameo del leone e l’agnello che giocano a ramino dopo aver giaciuto insieme.

    (per qualcosa sarai il mio sito fantasy preferito, aho)

  2. E’ vero che sono sempre stata scarsina con i calcoli i conti e tutta la dinastia, ma per quanto realistici possano essere il mare radioso striato di spume e le tende che di quella spuma paiono essere l’eterea e volteggiante eco visiva, dubito che Bruffalo Bill possa fisicamente scorrazzare nel suo cubicolo due per tre (metri?), annoiato pure per la ridondanza di spazio. Ad essere sincera, dubito che possa anche solo dormirci comodamente con — diciamo — la fidanzata (o con un amico), se non scomponendosi molecolarmente pure lui, magari con l’aiuto di nano-robot frattalizzanti (si dice così?).

    E anche il sole artificiale sotterraneo che fa avvampare di delizia zuccherina i datteri delle palme venti chilometri sotto la superificie, deve essere qualcosa di distantissimo dalla lampadina che, in cantina, pur contribuendo con Frate Buio e Sorella Acqua a conservare in vita le belle foglie di un verde vellutato della stella di Natale dell’A.I.L., le incendia dopo qualche mese di un bel rosso scarlatto, senza con questo nemmeno lontanamente incenerirle.
    Almeno così mi hanno detto che accade di osservare a chi si prende la briga di adottare stelle di Natale non ancora “maturate” al punto giusto.

    Ma sicuramente è tutta colpa mia, che non ho cultura scientifica sufficiente.

    Comunque bel racconto: vertiginosamente pieno di fantasia!

  3. Marilu ed altri avete ragione e per la fantasia merita 30 e lode

    Però in fantasia darei 31 e lode a Uno che addirittura nella realtà poteva davvero fare queste cose ma ha scelto una stalla poiché non c’era posto nell’albergo

  4. Nel secolo dove diecimilamiliardi di uomini distingueranno sempre meno il reale dal virtuale, ciò che è materia da ciò che è illusione sensoriale, suppongo continueranno a esserci apparizioni e miracoli, ma temo che nessuno se ne potrà accorgere.

  5. ToniS,

    come Berlicche ci ha in svariate occasioni ripetuto, la realtà finisce sempre con l’affondare i suoi artigli d’acciaio nella nostra povera limitatezza umana; che comunque, per nostra fortuna, è quanto di più effimero, evanescente e dunque, alla fine, virtuale, si possa…. immaginare. Sempre che non intervengano sbalorditivi e, al tempo stesso, inequivocabili miracoli a suggerirci che “non finisce qui”.

    Lo so, sembra un ozioso gioco di parole, ma un regista danese, Anders Thomas Jensen, è riuscito a conferirgli una profondità prospettica tutta speciale, col suo film “Le mele di Adamo”: ne consiglio vivamente la visione, eventualmente servita come dessert in coda alla lettura delle peripezie della strega Nocciola alle prese con lo scetticisimo adamantino di Pippo (yuk yuk!).

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