Guscio senza spirito

Vi ho già parlato, qualche annetto fa, di Ghost in the shell (“Spirito nel guscio“): un fumetto giapponese diventato prima film poi serie televisive, che esplora in modo non banale la differenza, o la similitudine, tra uomo e macchina nell’era della riproducibilità tecnica del primo. Se adesso riprendo l’argomento è perché ieri sono andato a vedere il remake con attori in carne e ossa del leggendario film di Mamuro Oshii del 1995.

Il guaio dei remake è che, per reggere il confronto con l’originale, devono essere eccezionali. Già un paio di settimane fa un “Bella e la Bestia” pasticciato e pretenzioso mi aveva parecchio deluso. Purtroppo anche questa volta il rifacimento non è all’altezza.

Le cose che non funzionano sono principalmente tre. Se l’originale alternava momenti di adrenalina pura ad altri quasi statici, poetici, malinconici, conferendo un ritmo che esaltava entrambi, qui il regista abbonda con i primi ma non riesce a compensare con i secondi, che appaiono quasi sempre tirati via. Forse anche colpa dell’eccesso di computer graphic che, come già per la storia della Bestia di cui sopra, in dosi troppo massiccie ammazza il senso del meraviglioso invece di esaltarlo.
Si è voluto replicare nel rifacimento alcune delle sequenze più belle e famose del precedente. La “creazione” di Motoko, la protagonista, che nel ’95 avveniva sulle note sovracute di “Making my cyborg” di Kenji Kawai (mia suoneria del cellulare per anni…); il suo “tuffo” nel vuoto; la lotta nell’acqua… Riproduzioni fedeli, ma che lasciano l’impressione di essere solo copie fatte per accattivare i fan, come Veneri di Milo di plastica. Faccio due esempi. La scena in cui Motoko in crisi di identità nuota nelle oscure acque del porto cittadino terminava con lei che riemerge lentamente alla luce, specchiata nella superficie fino a confondersi con il suo riflesso, quasi un doppio che torna al mondo. Qui lo specchiarsi manca quasi del tutto, togliendo gran parte del senso. Come pure nella sequenza finale la lotta avveniva in un museo abbandonato di storia naturale, e i colpi di arma pesante polverizzavano un bassorilievo di un albero dell’evoluzione – il passaggio di testimone simbolico tra umani ed entità cibernetiche. Qui c’è un albero vero, e il simbolo è perso. Come non fosse stato capito fino in fondo.

La seconda cosa che non funziona, ahimé, è la protagonista. Che, nei manga e negli anime, ha il carisma di una dea con ossa di titanio: un “fiore di litio”, come canta una delle colonne sonore delle serie animate. Lei è il Maggiore, la veterana infallibile che incute timore a tutti – a parte forse, al suo capo Aramaki qui interpretato da un trucido Kitano misteriosamente non doppiato.
Nella Motoko della Johansson questo c’è poco. Sempre imbronciata, anche nelle scene di azione manca della letale freddezza del cyborg. Il Maggiore ha guadagnato il suo grado e il suo rispetto sul campo. Qui, chi è?

E giungiamo all’ultimo punto, il più dolente. La trama.
Il film di Mamuro Oshii di vent’anni fa è, paradossalmente, molto più proiettato al futuro dal punto di vista concettuale e tecnico di quello di adesso. Lì c’era il complesso mondo delle intelligenze artificiali, la domanda di cosa sia l’anima, di cosa renda umani. Qui abbiamo Robocop. Punto.

Se togli alla vicenda il fascino dei protagonisti, compresi il resto della “sezione 9” qui appena accennati a parte un adeguato Batou, e gli interrogativi tecnico-filosofici, che rimane? Un fumettone un po’ superficiale dalla sceneggiatura bucherellata, ricco di azione ma in cui le sole scene memorabili sono quelle che arrivano dal passato. E che lascia con un’intensa nostalgia.
Di quello che avrebbe potuto essere e, purtroppo, non è stato.

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 19 aprile 2017 su gusto e disgusto. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

  1. Hanno anche osato poco. Il film di Ghost in the shell del ’95 trattava di umani con il cervello semi-sintetico e di un virus che diventa un nuovo organismo totalmente sintetico. Non era rivoluzionario ma almeno era al passo coni tempi.
    Il nuovo Ghost in the shell punta troppo sulla tutina di Scarlett Joanson e veramente poco sul cyberpunk, tant’è che quella è lì a chiedersi se si può considerare ancora umana nonostante abbia il corpo sintetico (il corpo e non il cervello) che per il cyberpunk una cosa del genere fa un po’ ridere.
    Bladerunner esplorava già il campo del fatto che essere “essere umani” non è così scontato (e nn mi è piaciuto manco quel film).
    Insomma hanno voluto esporsi poco, non provarci neanche, hanno fatto un film con una bella ambientazione e una bella grafica ma hanno lasciato tutti i risvolti “pseudo filosofici” nel cassetto.

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