Non è Vangelo – IV – Siamo mica dei Barabba!

Cari discesisti degli abissi infernali, anche oggi riprendiamo uno dei miti presenti in quei romanzi conosciuti con il nome di Vangeli. Il nostro scopo è presentarli a voi e al pubblico che ci ascolta da casa in maniera più comprensibile a questo mondo moderno.

Infatti quelle antiche storie al giorno d’oggi non si possono più capire. Nessuno sa più cos’è la fede, cos’è il peccato; non c’è più la teoria, solo la pratica. Noi, che siamo assolutamente d’accordo con questo approccio pragmatico, invece di tentare spiegazioni che metterebbero a rischio il benessere psichico della persona, preferiamo semplificare la dottrina togliendo tutte quelle parti che ci disturbano. Un aggiornamento, un restyling per rimanere al passo con i tempi.

Con questo obbiettivo in mente oggi rileggiamo quell’episodio della vita di G, il figlio del falegname, in cui viene trovato colpevole dal popolo e condannato per i suoi molteplici crimini.
Penso che alcuni di voi ne abbiano sentito parlare. Nel suo orgoglio, G si reca con tutta la sua banda di malfattori a Gerusalemme. Proprio nel luogo dove dimorano quegli indomiti protettori della giustizia e della legge che cercano in tutti i modi di fermare la sua folle corsa. Non è chiaro cosa spera di ottenere con questo gesto arrogante, sconsigliato anche dai suoi amichetti del cerchio magico; in ogni caso com’è logico viene catturato e giudicato colpevole.

E’ nostro compito, come cittadini, essere sempre rispettosi del lavoro della magistratura e dell’autorità. Non dobbiamo mettere in dubbio i giudizi che vengono dati: altrimenti cadrebbe tutta la nostra società basata sul diritto. Se G è stato giudicato reo di reati passibili della pena capitale c’erano sicuramente delle ragioni. Sulla giustezza della sentenza sono concordi tutti gli intellettuali e le persone che contano. Non solo: anche il popolo manifesta la sua approvazione. Quando il procuratore romano gli chiede se liberare G o Barabba, un loro compaesano accusato di comportamenti antisociali, questi non hanno dubbi: molto meglio il sano contestatore antisistema che il velleitario fondamentalista.

Questo giudizio è stato talvolta interpretato in senso romantico, impulsivo, chiamandolo ingiustizia. Ma chi siamo noi per giudicare i giudici? Il loro è un mestiere difficile, e non c’è dubbio che questo caso abbiano giudicato secondo coscienza e la legge. Hanno fatto il possibile, operando in condizione di emergenza: sfruttando le informazioni dei pentiti, hanno individuato il covo dei banditi; ne hanno arrestato il capo, G per l’appunto; i componenti della giuria sono persino accorsi nel cuore della notte per esaminare il caso, e l’accusato ha confessato davanti a loro.
Di fronte all’autorità dei romani, incapace di prendere una decisione, questi eroici capi hanno preferito accelerare il processo ignorando pratiche di salvaguardia ormai obsolete. Hanno così ripreso in mano il destino del paese. Il lavarsi le mani del legato romano è il simbolo stesso di un potere superato dalla buona volontà dei cittadini che riconquistano il loro diritto a decidere, abbattono i costi della politica e semplificano l’iter decisionale.

Non c’è dubbio che sia questa la vera interpretazione da dare a quelle pagine. Il popolo, guidato dai suoi rappresentanti  illuminati, ristabilisce la giustizia contro i populismi. Sono loro i veri protagonisti: l’eroico Sinedrio, con i suoi sommi sacerdoti, che sfida un sistema di governo clientelare per eliminare il pericolo che minaccia la città. Cosa possiamo imparare noi da questa vicenda?

Che il potere politico, quando agisce per conservare il potere a beneficio di tutti i cittadini, è nel giusto e criticarlo od opporsi non paga. La contestazione, certo, è un diritto: ma solo se conferma quanto  le guide illuminate  pensano per il bene della nazione. Come nel caso di Barabba: sì, rivoluzionario, ma utile alla causa. Ben più grave, anzi imperdonabile, sarebbe ribellarsi in nome di qualcosa che osa dirsi più grande, come potrebbe essere il Nemico-che-sta-lassù. Sarebbe come volere mettere una pretesa divinità al di sopra dello Stato: e questo chiaramente sarebbe discriminante nei confronti di chi non crede, o crede in qualcosa di differente. Farebbe venire meno la possibilità stessa di convivenza civile tra gli uomini.

Un’accozzaglia di miserabili pensava veramente di poter imporre alla maggioranza  un Regno dei Cieli. La pretesa di poter sostenere qualcosa di differente da quanto pensato dalle persone intelligenti deve venire repressa in ogni maniera possibile. Questi pretenziosi sono dalla parte sbagliata della storia.

E’ questo il grande peccato di G: invece di essere tollerante nei confronti di chi non ripone fiducia in lui, si ostina a proporsi divisivamente come Messia. Che sia una posizione perdente lui stesso l’ha capito: infatti si consegna da solo all’autorità. Tacendo durante il suo processo legittima i giudici, lasciandoci capire che ha compreso di avere avuto torto nel suo atteggiarsi a salvatore. E’ molto più importante restare uniti che non affermare una propria velleitaria verità.

Quelli che si dicono suoi seguaci devono seguire la medesima strada: quando anche scambiassero la mano tesa dei loro padroni per uno schiaffo, o le leggi intese per la loro stessa protezione per persecuzione, sempre in silenzio devono restare, per non ostacolare chi lavora per loro.

E’ ovvio, senza neanche dirlo, che tutte le scene truculente descritte in quelle pagine non sono mai davvero avvenute.  I governanti illuminati sono sempre benevolenti, e restii alla violenza salvo questa sia indispensabile. Così anche flagellazioni, botte, insulti e croci sono da intendersi come un’allegoria, una parafrasi del travaglio interno della persona di fronte al disagio esistenziale. Come ci è insegnato in queste pagine, pace e serenità sono per chi obbedisce ai potenti del mondo. Chi si sacrifica per essi e sacrifica ad essi avrà salva la vita. Gli altri ci mettano pure una croce sopra.

pilato

Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 1 dicembre 2016 su Non è Vangelo. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

  1. – Dunque tu saresti un Re ?

    – Un Re …. nzi … nzi nzi lo sono lo sono !!!

    – E allora Quid est veritas ?

    – Nin saprei ….. nzi potrebbe avere un aiutino?

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