Cercatori d’infinito

Natura? Bella confusione. Il problema della natura è che oggi non si sa neanche cosa sia. Qualcuno la confonde con una misteriosa divinità che tutto ingloba, oppure un ostacolo che andrebbe rimosso per dare agli esseri umani la vera felicità. Sì, ma quale ostacolo? I limiti morali e fisici, pare. Il bisogno. Per potere essere o fare tutto quello che si vuole.

E questo fa capire, che, effettivamente, non si è compreso cosa si intende con natura delle cose.

Permettetemi una definizione un po’noiosa: natura è,

“Con riferimento a uomini, animali o cose, condizione o modo di essere originario, primitivo, intrinseco e che costituisce carattere fondamentale e stabile di una collettività o di un determinato tipo”,

recita la Treccani.

Lasciatemelo dire in maniera più pedestre: quello che qualcosa è, ciò che lo caratterizza e lo distingue. Ciò di cui siamo fatti.
La natura di un oggetto è quanto l’accomuna a tutti gli oggetti dello stesso tipo, e lo distingue da tutti quelli di tipo diverso. Un cavallo da un sasso, un fiore da un essere umano. Intrinseca: non può essere eliminata.
Capite quindi che “andare oltre la natura” vuol dire, di fatto, cessare di essere quello che si è per diventare qualcosa d’altro. Se pure sia davvero possibile.

Il concetto che abbiamo appena espresso è di solito abbinato ad un altro, quello di scopo. La natura di qualcosa trova la sua realizzazione, è compiuta, quando quel qualcosa raggiunge il suo scopo. Ad esempio, la natura dell’ombrello è riparare dalla pioggia. In un deserto un parapioggia non trova modo di esplicare la sua vera natura. Cosa si intenda con “fini naturali” e come questi vadano intesi sono duemilacinquecento anni che la filosofia lo discute. Però una definizione di uomo può essere proprio “essere vivente che prende coscienza della propria natura e ricerca i propri fini”.

Se la natura di qualcosa è ciò che lo definisce, allora essere “veramente” qualcosa vuol dire realizzarla pienamente.
L’uomo che vuole essere veramente uomo segue la sua natura. Per cosa abbiamo detto prima, prendere coscienza di sé e dei suoi fini. E qui arriva il difficile. Perché non tutti concordano su quali essi siano. O che l’uomo sia questo.
“Tutti gli uomini tendono alla felicità, e i pareri sono divisi solo sul contenuto di essa”, dice S.Agostino. Se la felicità, la realizzazione di sé, coincide con la piena conformità alla propria natura, allora definire in cosa consista sfugge di mano. Perché è evidente che niente, sulla faccia della terra, ci riesce a soddisfare pienamente. Conoscete qualcuno che sia del tutto soddisfatto? Voi, siete del tutto felici?

Anche l’immaginare l’umanità come pura biologia, nient’altro che una scimmia evoluta, o teorizzare l’abolizione dell’uomo, non risolve la questione. Perché non so voi, ma io voglio essere felice qui e ora, e di eventuali superumani futuri che non sono in grado di immaginare davvero non mi importa niente. Anche perché, per definizione, non sarebbero più uomini, non avrebbero più la mia stessa natura.

E’ su quello che davvero rende felici ora nella realtà che bisogna indagare. Questo l’avevano capito anche gli antichi filosofi per i quali, come ricapitola J. Annas,  “Nessuna esistenza viene vissuta secondo natura se non viene vissuta virtuosamente.” Le virtù sono ciò che, da esperienza, rende l’uomo migliore. Ciò che innalza l’uomo, e non l’abbassa. E che cosa siano questo alto e basso ogni uomo lo comprende, se si esamina nel profondo.
Ma, e questo è il paradosso, non sempre l’uomo riesce ad assecondare questa sua predisposizione. E’ come se ci fosse in lui un’altra natura, più oscura, che l’allontana da questa perfezione, preferendo un piacere immediato, la soddisfazione del bisogno, ad una gioia duratura e difficile da ottenere.

Il cristianesimo risolve il paradosso. Non siamo il nostro bisogno né il nostro limite, asserisce, altro ci de-finisce. Noi siamo cercatori di infinito. Il che sembrerebbe condannarci: come si fa a raggiungere l’infinito? E risponde: è quell’infinito che vuole raggiungere noi. I nostri bisogni ci spingono a cercarlo, e lui si fa trovare. Perché si è fatto uomo, incontrabile.

La nostra natura non è cercare di liberarsi della nostra natura, ma trovarne la fonte. Ci è amica. E’ come siamo fatti. E’ il nostro destino.

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 4 maggio 2016 su tra lassù e quaggiù. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 4 commenti.

  1. Questa foto già l’hai usata in un articolo qualche anno fa. E’ meravigliosa

  2. L’ha ribloggato su l'ovvio e l'evidentee ha commentato:
    “Il cristianesimo risolve il paradosso. Non siamo il nostro bisogno né il nostro limite, asserisce, altro ci de-finisce. Noi siamo cercatori di infinito. Il che sembrerebbe condannarci: come si fa a raggiungere l’infinito? E risponde: è quell’infinito che vuole raggiungere noi. I nostri bisogni ci spingono a cercarlo, e lui si fa trovare. Perché si è fatto uomo, incontrabile.

    La nostra natura non è cercare di liberarsi della nostra natura, ma trovarne la fonte. Ci è amica. E’ come siamo fatti. E’ il nostro destino.”

  3. “La nostra natura non è cercare di liberarsi della nostra natura, ma trovarne la FONTE.”

    Straordinario. Vista così, la natura umana è proprio il ‘doppio’, in controluce, della SS.ma Trinità, che continuamente genera e si rigenera, un’eco incessante di “Colui che è, che era e che viene” nell’Eucarestia, dove si inabissa di nuovo.

    Grazie, mister.

    P.S.: dal messaggio affidato dalla Regina della Pace a Mirjana Soldo, a Medjugorje, il 2 maggio scorso:”(…) Nella spiritualità è la bellezza: tutto ciò che è spirituale è vivo e molto bello. Non dimenticate che nell’Eucaristia, che è il cuore della fede, mio Figlio è sempre con voi. Egli viene a voi e con voi spezza il pane perché, figli miei, per voi è morto, è risorto e viene nuovamente. (…)”

  4. Chapeau. Sintesi non ordinaria.

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