Considera Phlebas

Phlebas il Fenicio, morto da due settimane,
Scordò il grido del gabbiano, e le onde del profondo mare
E il profitto e la perdita.
Una corrente sottomarina
Spolpò le sue ossa in sussurri. Affiorando e affondando
Passò le fasi della sua maturità e giovinezza
Entrando nel gorgo.
Giudeo o Gentile
tu che giri il timone e guardi da dove soffia il vento,
Considera Phlebas, che un tempo era bello e alto come te.

da “La terra desolata“, T.S. Eliot*

Mi domandano: “Quando si tocca un fondo se si torna su si pensa di riemergere in superficie: cosa significa restare a metà impantanati, a tentoni tra luce e oscurità?
Si sta parlando di salvezza, ovviamente. Di quello che importa.

Per prima cosa, non credo che davvero noi riusciamo a toccare il fondo. Il fondo è molto in basso, in un abisso nero che neanche la nostra immaginazione più perversa e malvagia può raggiungere. Ma si può andare profondi, là dove la luce del sole è solo una memoria e forse neanche questo, dove la pressione ti schiaccia e il freddo ti succhia via la vita dalle vene.

E nello stesso tempo penso che nessuno di noi sia in superficie. Tuttalpiù riemergiamo per qualche boccata; ma il peso del nostro corpo e non solo ci trascina giù.

Così, la maggior parte del tempo, affioriamo e affondiamo tra il pelo dell’acqua e le profondità, trascinati dalle correnti sottomarine.

Ma non c’è da disperarcene. Non c’è più da disperarcene.
Non so se a qualcuno di voi è mai capitato di avere un sogno in cui si resta imprigionati sott’acqua, e si vede il riflesso del sole in alto, l’aria sta finendo e si nuota freneticamente senza riuscire a riemergere. Sì, quell’incubo. Annegare.
E poi l’onda in alto si rompe e una mano si tuffa, tu l’afferri, e lei ti tira verso l’alto, verso il respiro.

Siamo immersi in un immenso oceano. E’ la nostra esistenza: siamo come naufraghi, come pesci di pietra, pesanti abitatori delle terre sotto l’onda. Ne possiamo emergere, ma non da soli. Non ci si riesce, da soli. Quindi nuotiamo, ma con il volto verso quel riflesso, in alto, verso chi può salvarti se lo scorgi, se ti avvicini, se ti lasci prendere.

stargazer-fish-il-pesce-prete

*Phlebas the Phoenician, a fortnight dead,
Forgot the cry of gulls, and the deep seas swell
And the profit and loss.
A current under sea
Picked his bones in whispers. As he rose and fell
He passed the stages of his age and youth
Entering the whirlpool.
Gentile or Jew
O you who turn the wheel and look to windward,
Consider Phlebas, who was once handsome and tall as you.

Da “The Waste Land”, T.S.Eliot, traduzione mia

Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 20 aprile 2016 su meditabondazioni. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 4 commenti.

  1. Dunque phlebas, già alto e bello, non solo è morto maluccio porello, ma arrugginisce all’inferno.
    questa dev’essere la famosa Buona Novella.

  2. R&s, ti sei dimenticato di leggere il post – o di capirlo.

  3. Questa volta non ti do torto. D’altra parte è colpa tua: l’hai accostato male, e ubi maior…

  4. Gli uomini sanno le cose presenti.
    Gli dei conoscono quelle future,
    assoluti padroni d’ogni luce.
    Ma, del futuro, avvertono i sapienti
    ciò che s’appressa. Tra le gravi cure

    degli studi, l’udito ecco si turba
    d’un tratto. A loro giungono le oscure
    voci dei fatti che il domani adduce.
    Le ascoltano devoti. Fuori, per via, la turba
    non sente nulla, con le orecchie dure.

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