L’altruismo è quello altrui

Quando, qualche settimana fa, tutti i giornali di fede più o meno laicista pubblicavano titolazzi tipo “I bambini atei sono più altruisti di quelli religiosi” mi sono detto: alé, ci risiamo: la solita ricerca spacciata per scientifica e che alla fine risulta essere…non stare in piedi (ho attentamente rimosso la vera analogia che mi è venuta rimpiazzandola con una perifrasi, per non urtare troppe sensibilità).
Mi sono bastati cinque minuti di lettura delle fonti originali per individuare la presa in giro; dato che queste sono disponibili online potete anche voi facilmente giocare a “trova la bufala”.
Devo premettere che non ci vogliono doti sovraumane, o una laurea in matematica applicata; quella tuttalpiù può essere utile per ridere un po’ della fuffa che gli autori hanno inserito nell’articolo per sembrare più credibili. Il fatto comunque che docenti universitari di statistica etichettino la ricerca come “merda” o “spazzatura” (“crap”, “garbage”) può aiutare a farsi un’idea.

Cosa hanno fatto dunque i ricercatori dell’articolo che tutti i detrattori delle religioni si sono precipitati ad incensare? Hanno preso un migliaio di bambini e ragazzi tra 5 e 12 anni da sette città: Chicago (USA), Toronto (Canada), Cape Town (Sud Africa), Istanbul e Izmir (Turchia), Amman (Giordania) e Guangzhou (Cina).
Quindi hanno chiesto ai genitori di che religione fossero, e fornito gli stessi un questionario per determinarne il “grado di religiosità”; quindi hanno sottoposto i ragazzini ad un test di questo tipo: scegli dieci figurine (sticker) che ti piacciono, tra trenta; fatto? Ora, vuoi dare un certo numero delle figurine che hai scelto ad un altro ragazzo della tua scuola? Se sì, mettine quante vuoi dentro questo sacchetto…

I risultati di questo straordinario esperimento sono stati pubblicati su “Current Biology” (Biologia?). Sfortunatamente, gli estensori hanno messo a disposizione del pubblico molto pochi dei dati originali, limitandosi a fornire i riscontri finali delle regressioni statistiche e quasi nient’altro. E questi risultati dicono che, udite udite, i più generosi sono i ragazzi di famiglie non religiose, seguite ad una certa distanza da cristiani e poi musulmani. Per intenderci, i primi hanno dato in media quattro figurine per i meno fortunati, i cristiani tre e un terzo e i musulmani tre virgola due. Dato assodato, quindi? Scientificamente dimostrato? Un par de balle, scusate il francesismo.

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Assumiamo, cosa non vera, che siano state date definizioni “scientifiche”  di altruismo e religiosità. Perché, sapete, è difficile etichettare come scientifico uno studio su qualcosa che non si è definito con serietà. Ma lasciamo stare.
Vi faccio una domanda. Facessero a voi il test, che fareste? Scegli dieci figurine, e adesso quante ne vuoi dare via? Se lo fate a me, io rispondo: ve le potete tenere anche tutte e dieci. Anche se probabilmente avrei il massimo nel questionario della religiosità. Anche se, fornendo il test ai miei genitori, verrebbe il risultato opposto. Perché? Perché delle figu non me ne può fregare di meno.

I gruppi di bambini indicati non potrebbero essere meno correlati tra loro come ambiente d’origine. Come cultura. Non so come ambiente sociale, o istruzione della madre, dato che i ricercatori si sono ben guardati dal comunicarci le relazioni con quei dati che pure hanno ricavato. Accennano che sì, età, stato sociale e paese  importano, anche molto di più della religiosità delle famiglie di origine…e basta. Bontà loro. Le famiglie d’origine erano per meno di un quarto cristiane, 43 per cento musulmane, 27% non religiose e il resto di varie fedi. L’età media è otto anni circa, anche se per cinesi (il gruppo più numeroso) e giordani la media è quasi nove e per i turchi sette e mezzo.

I ricercatori NON ci spiegano come le varie religioni sono suddivise per i vari paesi, ma è ragionevole presumere che da Turchia e Giordania arrivino la stragrande maggioranza dei musulmani, mentre le famiglie dei cinesi potrebbero avere difficoltà in campo religioso e quindi costituire il grosso dei “non credenti”, con una certa percentuale degli occidentali. Che a loro volta costituiscono probabilmente larga parte delle famiglie cristiane. I conti tornano.

Ora, non so se avete figli, ma se ne avete sapete bene che tra una classe di ragazzi e l’altra c’è spesso parecchia differenza nell’atteggiamento verso gli altri; dipende dai maestri, dai compagni e così via. Ora ditemi voi quanta significatività può esserci nel paragonare gruppi di ragazzi magari abbastanza omogenei tra loro, ma completamente differenti come cultura, formazione, corsi e via andare. O riuscite a sostenere senza ridere che essere educati a Chicago o Izmir è la stessa cosa? O che questa educazione dipende esclusivamente dalla religione? Che potete confrontare i dati?

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L’unica visione che gli autori ci forniscono sui dati veri è una figura tridimensionale molto bellina ma assolutamente paracula, con bandierine senza scopo e numeri senza significatività, in cui è difficile ricavare qualcosa. Ad abbassare la media dei “religiosi” saranno tutti quei puntolini a zero altruismo in corrispondenza della fascia “5 anni”? ad alzarla per i non religiosi sarà il corrispondente accumulo a quota sette? Ahimé, è un dubbio che toccherà tenerci. Il ripiano blu è la regressione, ovvero il cambio nel centro della distribuzione. Se avevate dei dubbi, notate che attorno al ripiano non c’è nessuna concentrazione di dati significativa: in altre parole, non ha nessun significato predittivo. Fuffa, neanche concentrata. Da notare anche la differente risposta al test dovuta all’età, più che doppia come significatività di quella ribaltata sulla religione: data la pendenza della curva, basterebbe anche solo la diversità dell’età media tra cinesi e turchi per spiegare gran parte della differenza riscontrata.

Sono convinto che, domandando altri dati ai soggetti in esame, potrei fornire correlazioni anche più significative della religione riguardo il loro altruismo: che so, il possesso di automobili orientali, quante banane mangiano o inversamente proporzionale al numero di videogame posseduti. Il fatto che si si sia voluto riversare sulla religione dei genitori la “colpa” di non essere altruisti è un consapevole artefatto delle convinzioni dei ricercatori. Che infatti invece di fornire dati reali occupano quasi tutto l’articolo con tronfie chiacchere ed interpretazioni a priori. Cercando di ammannirci la loro tesi e la loro morale.

Se da questa “ricerca scientifica” posso trarre delle conclusioni, queste sono due.
La prima, è che non essere religiosi implica un innalzamento sia del tasso di marpioneria che un abbassamento dell’intelligenza analitica. Infatti a portare avanti le tesi tarocche di cui sopra sono evidentemente degli atei, che nella migliore delle ipotesi si sono ingoiati esca, amo, e metà della canna senza porsi la questione se fosse tutto vero. A farsi questa domanda e a verificare siamo stati noi soliti credenti, alla faccia del fatto che la fede rende creduloni. Probabilmente spinti anche dal fatto che la nostra esperienza dice l’opposto della ricerca.
La seconda conclusione è che, se volete educare un figlio a rispondere correttamente ai test sull’altruismo, dovete mandarlo a scuola nella Cina comunista. Magari non potrete esprimere altre opinioni, ma vuoi mettere che soddisfazione per “Le Scienze”, “Repubblica” e “Huffington Post”?

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 27 novembre 2015 su gusto e disgusto. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 7 commenti.

  1. Meno male che qualcuno tra i docenti di statistica si accorge che queste robe sono “crap” (che non vuol dire solo m…., ma anche ca…ta). Dagli altri, non potevamo attenderci di più. Le informazioni vanno cercate alla fonte, non tra i pennivendoli.

  2. Una buona domanda potrebbe essere

    Hai mai chiesto perdono ad un tuo nemico in quanto lo hai odiato per il male che ti ha fatto anziché amarlo?

    In caso di no – e perché?

    In caso di si – e perché?

  3. Berlicche,

    anche se non mi sono ancora messa a consultare i link specifici da Lei inseriti nel post, trovo che questo Suo articolo sia una vera bomba (di quelle buone).

    Mi azzardo solo a chiosare che tra pianoforte e pianista piazzati davanti al Bataclan fin dal mattino del 14 c.m. per suonare l’inno dei Beatles all’annientamento delle religioni, a mo’ di requiem ‘laico’, tra i funerali multiculturali ma rigorosamente a-religiosi della povera, autentica pacifista (anche in veste di volontaria di Emergency) Valeria Solesin, e, infine, il pop-up, perfettamente cronometrato, di questo strepitoso, ultimissimo ritrovato dei Ricercatori Scientifici coi…controfagotti (per restare in ambito musicale e armonico), a me sembra che una certa qual sistematicità persino ostinata voglia emergere a tutti i costi dal caos.
    Magari è colpa degli occhiali….

    Mario,

    anche per dare questa risposta ci sarebbe da inquadrare la situazione di conversione-dal-non-perdono in un contesto ben definito. Per esempio, per andare a chiedere perdono a un terrorista — pardon, guerrigliero, ché magari se no si offende — dell’Is, dovrei affrontare spese e un viaggio un po’ troppo avventuroso perfino per i miei gusti — senza contare l’elevata probabilità (anche senza un rispettabile bagaglio di conoscenze statistiche alle spalle) di non tornare più indietro, presso quelli che, per motivi vari e molto giustificati, amo di più e/o verso i quali sono in più grande e permanente debito di gratitudine (oltre che di fedeltà, e vicendevole cura e dedizione solennemente promesse e ripromesse).

    Certo, se le promesse fatte fossero quelle di un’Annalena Tonelli o di un padre Andrea Santoro, gli obblighi e i vincoli sarebbero altri, e per lo più in senso diametralmente opposto a quello appena esposto.

    Comunque grazie dell’in-puit. Giusto ieri mi è ricapitata sotto gli occhi una foto dell’anziano Giovanni Paolo II, malato, tremebondo ma inflessibilmente determinato alla sequela di Cristo “sino alla fine”, inginocchiato ai piedi del bellissimo Crocifisso, in San Pietro, il mercoledì delle ceneri del 2000, nell’atto di implorare, a beneficio della Chiesa universale di tutti i luoghi e di tutti i tempi, il perdono per tutte le sue (nostre) malefatte e anche le sue (nostre) colpevoli omissioni.

  4. L’articolo mi ha fatto venire in mente una vecchia storiella che raccontava mio padre. Lo scienziato e il grillo. Uno scienziato stacca una zampina ad un grillo. Poi gli intima:” Salta!” Il grillo salta.Prosegue poi staccando la seconda zampina : Salta! … E il grillo con un po’ di difficoltà salta.Così il ricercatore prosegue fino all’ultima zampa.Dopo aver staccato anche questa grida : “Salta” ..ma la povera bestilola resta immobile. “Salta” ripete più volte.Nessun movimento da parte del grillo.Lo scienziato annota quindi tutto soddisfatto: I griili privati delle zampe diventano sordi.Complimenti Berlicche.È sempre un piacere leggere i tuoi articoli.

  5. Comunque sia, al di là delle poco ortodosse procedure e delle aberranti conclusioni, è la sostanza stessa di questa “ricerca” che mi sembra inconsistente.
    Nessun bambino normale infatti può essere realmente “altruista”. Anche se all’occorrenza, per farsi degli amici riesce a elargire qualcosa di suo, si deve sempre trattare di qualcosa di superfluo.
    E dobbiamo pure ammettere che quest’atteggiamento resta altrettanto vero anche per noi adulti, cattolici compresi.
    Santi esclusi, naturalmente.

  6. @ ToniS
    Non so, io qualche esempio di vero altruismo nei bambini piccoli ricordo di averlo visto. Persino in me. Insieme anche a egoismo e talvolta crudeltà. Ma forse più che altruismo bisognerebbe parlare di gratuità.

    Comunque, non è che tutto questo altruismo dei bambini atei venuto fuori nella “ricerca” viene dal fatto che in certi posti del mondo l’educazione è tutta improntata a creare persone che rispondono secondo quanto ci si aspetta da loro?

  7. @ zimisce
    A volte l’altruismo che si vuol insegnare, essendo strettamente legato al “buonismo”, può non essere una gran virtù, e fare danni individualmente e socialmente rilevanti.
    Quando cerco di far vincere mio figlio piccolo in una corsa, lo aiuto a avere fiducia nelle sue “possibilità” (piuttosto che nelle sue ancora scarse “capacità”), ed è un bene; ma se esagero, diventerà presuntuoso e vanaglorioso, si lamenterà continuamente senza aver mai provato a dare tutto se stesso.
    Questo vale nel gioco, nello sport, ma anche nei normali rapporti economici e di lavoro.

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