L’era del selfie

Questa è l’era del selfie.
Il selfie è, se vogliamo, la sublimazione della solitudine e della vanità. Un selfie è un grido che dice: sono da solo, ma guardate dove sono.
Lo si condivide febbrilmente, sperando che un giorno arrivi qualcuno, che quella foto ce la scatti lui. Difficilmente accadrà, perché chi guarda i selfie difficilmente lo fa per qualcosa di diverso dalla curiosità morbosa e, in fondo assolutamente disinteressata al soggetto.
Il selfie è l’erede del racconto autopubblicato o della poesia di altre epoche, del post sul blog o su facebook che non si ha le capacità o la voglia di creare. Miliardi di moti dell’anima che nessuno considererà mai, perché tutti sono troppo impegnati a registrare il proprio per guardare quelli degli altri. Tutti sanno dove sono, nessuno ci vuole andare. L’immagine è solo più immediata, non richiede talento o abilità.

E’ l’era della solitudine che si cerca di rompere lanciando bottiglie nell’oceano. Colme di immagini di sé, ma tutte piatte, senza profondità. L’urlo è troppo flebile, mascherato da sorriso. Nessuno ci sente. Non ci sono sorelle, o fratelli a cui ricorrere, perché siamo tutti orfani. Il padre che abbiamo perso, l’unico che ci potrebbe unire, o consolare, ci è stato detto che non esiste.

Intanto torme di sconosciuti ci passano accanto, sperando che qualcuno li fermi e chieda loro di condividere una bellezza, un pezzo di vita, una foto. Tutti simili, tutti convinti di non avere niente in comune. Ma nessuno domanderà. Ci si farà un selfie.

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 11 settembre 2015 su meditabondazioni. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

  1. “Il selfie è, se vogliamo, la sublimazione della solitudine e della vanità”.

    E poi c’è il bastone del selfie, che è la sublimazione della più triste autosufficienza.

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