Sepolture

Mi rendono un poco perplesso i titoli che si possono leggere in giro sul rinvenimento, annunciato oggi, di ossa appartenenti ad una specie sconosciuta di ominidi in una caverna in sudafrica. Ad esempio: “Nuova specie umana con cervello grosso come un’arancia compiva sepolture rituali“.
Perché perplesso? Perché l’unica cosa indiscutibile sono le dimensioni del cervello.
Sebbene i ricercatori abbiano etichettato come “homo naledi” la specie di cui hanno rinvenuto le ossa, francamente la collocazione appare arrischiata. Cosa distinguehomo” da altri generi di morfologia simile? La capacità cerebrale del cranio rinvenuto è più simile a quella degli australopitechi e alle odierne scimmie.
Ma è sulle “sepolture rituali” che davvero la fantasia si è scatenata. Tutto ciò che si sa è che parecchi scheletri erano insieme in una camera sotterranea difficilmente raggiungibile. Che sia una sepoltura, e addirittura rituale, non ha nessunissima prova; forse solo un desiderio non tanto pio di spettacolarità. Potrebbero essere arrivati lì con le loro gambe, e lì morti, o gettati perché puzzavano: non lo sappiamo. Si possono fare le ipotesi più differenti.
Ma la scienza, ahimé, è altro: prove, innanzi tutto. Altrimenti in quella camera sotterranea muore anche lei.

A reconstruction of Homo naledi’s head by paleoartist John Gurche, who spent some 700 hours recreating the head from bone scans. The find was announced by the University of the Witwatersrand, the National Geographic Society and the South African National Research Foundation and published in the journal eLife.  Photo by Mark Thiessen/National Geographic PERMITTED USE: These images may be downloaded or are otherwise provided at no charge for one-time use for media/news coverage or promotion of the National Geographic Society’s H. naledi announcement and exclusively in conjunction thereof. Copying, distribution, archiving, sublicensing sale, or resale of the images are prohibited. DEFAULT: Failure to comply with the prohibitions and requirements set forth above will obligate the individual or entity receiving these images to pay a fee determined by the National Geographic Society. Mandatory usage requirements for National Geographic magazine photos 1-10: Please note: A maximum of 5 images total may be used online A maximum of 5 images total may be used on air A maximum of 3 images total may be used in print
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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 10 settembre 2015 su meditabondazioni. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 23 commenti.

  1. “Ma la scienza, ahimé, è altro: prove, innanzi tutto. Altrimenti in quella camera sotterranea muore anche lei.”

    A me sembra però che, come spesso capita ci siano semplificazioni giornalistiche (i titoli che dicono che gli ominidi ‘praticavano sepolture rituali’) di quella che è e rimane inevitabilmente un’ipotesi. Prima si esprime un’ipotesi, poi la si mette (se possibile) alla prova; non è che senza prove si sta zitti, questa non è scienza.

    Che tante persone di età diverse (anche anziani e bambini) si siano infilate in quella grotta e morti di cause naturali è difficile da ipotizzare. Certo, applicare l’aggettivo ‘rituale’ a questa apparente forma di sepoltura è una scelta forte (perchè evidentemente è indimostrabile).

    “Cosa distingue “homo” da altri generi di morfologia simile?”

    A leggere la BBC (http://www.bbc.com/news/science-environment-34192447): ‘But it is put into the same genus as humans because of the more progressive shape of its skull, relatively small teeth, characteristic long legs and modern-looking feet.’

  2. Caro Quente, senza prove non è che si sta zitti: si formulano ipotesi, non si tirano conclusioni. Quella della sepoltura rituale, come probabilità, la trovo appena più improbabile di quella che siano stati messi lì dagli alieni.
    “Che tante persone (…) difficile da ipotizzare.” Morte di fame perché ingresso bloccato, asfissia, alluvione improvvisa, malattia…difficile? Non mi sembra.
    Quindi le gambe lunghe fanno l’homo? Esattamente quanto? Certe modelle allora sono più che umane…I nani e i pigmei, evidentemente, no. Io che ho i piedi larghi, sono umano?
    In mancanza di un criterio, anything goes.

  3. Bene, sono contenta che qualcun altro condivida le mie perplessità. Il pochissimo che so io (da un esame di paletnologia fatto trent’anni fa) è che per parlare di “Homo” bisogna avere prove che la creatura in questione costruiva attrezzi e seppelliva i morti. Nei casi in cui queste prove ci sono la capacità cranica dei soggetti va da circa 450 a circa 1600 cm3.
    Quant’è il volume medio di un’arancia?
    Quanto alle ragioni che potrebbero portare un gruppo anche numero di -pitheci a rifugiarsi in una grotta freddo e pioggia sarebbero più che sufficienti. Quanto alle ragioni che potrebbero aver seppellito le creature (involontariamente e irritualmente) sarebbe più che sufficiente una frana davanti all’imboccatura della grotta. Quanto alle ragioni della frana, pioggia e/o terremoto posson bastare…

  4. Una bell’arancia del diametro di 10 centimetri rientra nell’intervallo da Lei citato.

  5. @Marilumari: non mi pare che per appartenere al genere Homo bisogna costruire attrezzi o seppellire i morti (sicuramente non la seconda: non credo proprio che conosciamo le abitudini funerarie di H. Abilis o di H. Erectus…). Rispondendo anche a Berlicche: perchè la tassonomia dei piedi dev’essere considerata meno rilevante di quella del cranio per ipotizzare un legame filogenetico con le altre specie del genus? Comunque mi pare che la capacità cranica di questo H. Naledi fosse intorno ai 500 cm3.

    @Berlicche: ““Che tante persone (…) difficile da ipotizzare.” Morte di fame perché ingresso bloccato, asfissia, alluvione improvvisa, malattia…difficile? Non mi sembra.”

    Cito dal tuo link:
    “That made for a mystery as perplexing as that of H. naledi’s identity: How did the remains get into such an absurdly remote chamber? Clearly the individuals weren’t living in the cave; there were no stone tools or remains of meals to suggest such occupation. Conceivably a group of H. naledi could have wandered into the cave one time and somehow got trapped—but the distribution of the bones seemed to indicate that they had been deposited over a long time, perhaps centuries. If carnivores had dragged hominin prey into the cave, they would have left tooth marks on the bones, and there weren’t any. And finally, if the bones had been washed into the cave by flowing water, it would have carried stones and other rubble there too. But there is no rubble—only fine sediment that had weathered off the walls of the cave or sifted through tiny cracks.”

    Che poi ci possa essere una soluzione che non prevede la sepoltura (‘rituale’ o meno) è sicuro; e forse, anzi probabilmente, non lo sapremo mai. Ma l’irritazione malcelata che ti spinge a rifiutare l’esistenza di un mistero nel luogo di ritrovamento dei fossili ha secondo me poco a che fare con la scrupolosità epistemologica.

  6. PS leggo da wikipedia che ‘ “Ritual” here means an intentional and repeated practice, disposing of dead bodies in the cave, and not meaning any type of religious ritual.’

  7. Senm, A proposito di “homo”, io sono d’accordo con te, altri evidentemente no. Forse sono gli stessi che considerano le scimmie antropomorfe uomini pelosi. Perché si debba dare le priorità ai piedi e non alle anche, alle mani e non al cervello o alle spalle, la ragione sta probabilmente in una copertina di National Geographic.

    Vedi, Quente: “No stone tools” suppone che fossero in grado di costruirne, cosa tutt’altro che accertata; “No meals” che mangiassero cose che lasciano resti, ovvero fossero carnivori; non è detto che siano morti tutti insieme; gli scheletri sono parecchi ma comunque non completi; potrebbero semplicemente essere capitati nella grotta e non in grado di uscire – l’ingresso era strettissimo, al buio. Trascinare qualcuno laggiù per seppellirlo? E’ ragionevole, è soprattutto possibile se si tratta di un corpo morto? No, qui si è consciamente scelto di dare una spiegazione improbabile ma che si sapeva avrebbe colpito la fantasia. Sono conscio che rituale può avere il significato di “ripetuta”, ma la scelta di tale parola mi sembra tutto meno che casuale.
    “Ma l’irritazione malcelata che ti spinge a rifiutare l’esistenza di un mistero…”
    Rifiutare??? Esattamente il contrario: sto dicendo che il mistero c’è, e che è invece è il tentativo di dare un’unica spiegazione che è da infingardi. Se non hai capito questo non hai capito niente di quello che dico, e più che di mia irritazione, tutt’altro che celata ma esplicita per come è maltrattata la scienza, si potrebbe parlare di tuo desiderio di critica a qualsiasi costo.

  8. Non c’è dubbio che molti paleontologi si lascino andare troppo alla fantasia quando si tratta di ricostruire le abitudini degli ominidi. Anche per i Neandertal, la specie più vicina alla nostra, con una capacità cranica anche leggermente superiore alla nostra e vissuta in parallelo alla nostra per alcune decine di migliaia di anni, si dà normalmente per assodato che avessero rituali funerari. Almeno così avevo imparato su libri e trasmissioni di divulgazione.. Poi all’università, durante il mio Erasmus, frequentai un corso sull’evoluzione umana in cui uno dei libri di testo principali era questo: https://books.google.it/books/about/The_Neanderthal_Legacy.html?id=55K40QwmTocC&hl=it

    Pur essendo un libro del 1996 si tratta di una delle più completei monografia sui Neandertal, usata ancora oggi come libro di testo nei corsi di antropologia e paleontologia delle università anglosassoni. L’autore, professore a Princeton, solo negli ultimi capitoli affronta la questione dello sviluppo culturale dei Neandertal e mi stupì scoprire che rianalizzava scienificamente tutti quei casi che di solito venivano portati come prove di comportamento “religioso” (del tipo: uno scheletro trovato in un fosso accanto ad un’ascia = sepoltura rituale; uno scheletro trovato in presenza di pollini fossili = deposizione del defunto su un letto di fiori), smontando tutte queste deduzioni (entrate ormai nella cultura popolare) dimostrando come tali prove fossero eccessivamente indiziarie per poter trarre conclusioni di questo tipo. In mancanza di prove ulteriori (che non so se siano state trovate nell’ultimo ventennio) la capacità di pensiero simbolico anche per i Neandertal resta dubbia (c’è poi il problema se il pensiero simbolico sia il giusto discrimine per distinguere l’umanità dalla non umanità, ma questa è un’altra questione).

  9. A Zimische

    Grazie del Suo contributo, sono molto interessanti le osservazioni e riflessioni del paleoantropologo di Princeton a proposito della dubbia ritualità di certe sepolture neanderthaliane fin qui reputata, dalla vulgata al riguardo, come dato acquisito circa le consuetudini sociali di quei nostri progenitori preistorici.

    Riguardo alle Sue ultime considerazioni sul pensiero simbolico, c’è in effetti da restare pensierosi. Perché, se per pensiero simbolico si intende un qualunque linguaggio o sistema complesso e condiviso di comunicazione, allora le api bottinatrici, con le loro straordinarie danze di seganalzione dei percorsi più opportuni da seguire per una più proficua raccolta di pollini, dovrebbero essere catalogate come non meno umane di noi, a dispetto di una circonferenza cranica infinitamente più ridotta rispetto alla nostra e a quella di qualunque altro mammifero, e nonostante l’assenza di mani, di cui pure non sentono affatto la mancanza al momento di costruire quelle grandiose opere architettoniche che sono gli alveari.

    A Berlicche e a tutti

    Leggendo il primo dei numerosi link da Lei inseriti nel suo post (mi riprometto di dare almeno una scorsa anche agli altri in un secondo momento), si vede che gli stessi studiosi non sono affatto concordi nel dare un’interpretazione univoca della collocazione e disposizione di quei resti scheletrici in quell’anfratto situato a così grande profondità e con un’apertura d’ingresso così minima (meno di 20 cm!). Tra l’altro mi chiedevo: con i loro crani di circa 20 cm di diametro — senza contare il casco protettivo munito di lampada! — e le loro spalle di sicuro ancora più larghe, come diamine avranno fatto a calarsi, per giunta loro sì ‘ripetutamente’, in quell’antro per scoprire i resti e portarli via da lì?

    Se non altro c’è da ammirare il coraggio di quegli studiosi e la loro eccezionale dedizione alla ricerca e alla scoperta. Poi magari qualche direttore di giornale, per vendere di più, spara o fa sparare titoli ad effetto, ma quei formidabili appassionati dell’investigazione scientifica non ne hanno colpa che in parte minima; loro non saltano alle conclusioni, le riviste che devono attirare attenzione e acquirenti invece sì.

    Grazie comunque del post davvero ben fatto e dei molti link aggiuntivi di cui lo ha corredato.

  10. C’è stato un “bando” per paleontologi particolarmente piccoli. A fare tutto sono state quattro ragazze minute…

  11. Giusto, avevo letto troppo frettolosamente:
    “A global call for researchers who could fit through the narrow opening resulted in six women who would serve as “underground astronauts.” “

  12. @ Marilumari
    Riguardo alle api direi che possiamo stare tranquilli: anche se possiedono un linguaggio simbolico innato non possiamo certo attribuire loro anche un pensiero simbolico. Invece nell’uomo la capacità di attribuire significati ad eventi, persone o oggetti è sempre stata vista come la conseguenza di una capacità di astrazione e progettazione, in una parola un segno della ragione all’opera (questa capacità è poi certamente legata allo sviluppo del linguaggio, ci sono molte teorie su questo).

    Oggi molti studiosi più progressisti mettono in dubbio anche questo. Ad esempio in quel corso universitario di cui parlavo il professore portava avanti la tesi che dovremmo liberarci di questa visione “romantica” dell’emergere del simbolismo come caratteristica essenziale dell’umanità, che a suo avviso era un retaggio delle ormai superate filosofie idealiste di stampo aristotelico (sic). Il comportamento simbolico sarebbe stato un comportamento come tanti altri. Non solo, riteneva anche priva di senso in generale la ricerca di una caratteristica essenziale che distinguesse l’umanità dalle altre specie. Nel contesto più generale della storia della vita lui aderiva alla visione elaborata da un certo Hennig (credo intorno agli anni ’60) secondo cui il concetto di specie è soltanto logico, cioè non corrisponde ad alcun limite oggettivo. Nelle specie viventi abbiamo quindi limiti verticali (tra le specie contemporanee già differenziatesi) ma non limiti orizzontali che permettano di distinguere una specie da quella immediatamente precedente nell’albero della vita. La storia della vita sarebbe quindi la storia di un flusso di geni che sfumano gradualmente da una specie alla successiva.
    Tutto questo non mi ha mai convinto molto, ma sarebbe abbastanza innocuo se restasse un modo di descrivere l’albero della vita. Solo che molti partono da queste considerazioni per affermare che, mancando un limite oggettivo “essenziale” tra la nostra specie e quelle vicine, dovremmo considerare gli animali non diversamente da persone disabili.

  13. Zimisce, a cosa si riferiva quel tuo professore quando parlava di “filosofie idealiste di stampo aristotelico”? Confesso di non capire a cosa possa fare riferimento.

  14. ago86:
    Credo che il professore si riferisse con quella frase a qualsiasi visione del mondo non materialista.
    Devo scendere un po’ nel dettaglio per spiegare.

    Il discorso degli studiosi di sistematica post-Hennig è all’incirca questo: Linneo aveva fatto un buon lavoro inventando la sistematica e con Darwin abbiamo aggiunto una linea temporale alla sua classificazione dei viventi che la giustifica ampiamente. Ma Linneo era ancora prigioniero di una mentalità “idealista”, cioè credeva ci fosse un mondo metafisico da cui venivano le “idee” di ogni vivente. Costruendo l’albero della vita lui pensava di illustrare le idee con cui Dio aveva creato animali e piante (e minerali ma la sua classificazione dei minerali non ha avuto successo). Esiste cioè in Dio una sorta di “idea di rettile” con certe caratteristiche (scaglie, sangue freddo ecc…). Aggiungendo caratteristiche (come guscio o assenza di zampe ecc…) si scendeva sotto al livello di classe arrivando agli ordini (es. tartarughe e serpenti), e così via fino a specificare ogni singola specie.
    Ora, l’evoluzionismo (con la paleontologia) ha complessivamente confermato l’albero della vita disegnato da Linneo, ma le sue classificazioni non rispecchiano le parentele dei viventi in modo pienamente logico e funzionale. Il sistema di Linneo è infatti nato come sistema puramente descrittivo. Ad esempio oggi sappiamo che gli uccelli discendono dai rettili. Per quale motivo dovremmo considerare questo gruppo una classe alla pari con quella dei rettili e ad esempio consideriamo le tartarughe (distintesi 100 milioni di anni prima) un semplice sottoinsieme dei rettili? Solo su basi descrittive, non logiche.
    Insomma dagli anni ’60 si è riformato l’albero della vita in senso evoluzionistico creando gruppi che raccogliessero singoli cladi, cioè l’insieme di tutti i discendenti di un antenato comune (non come il gruppo “rettili” che comprendeva i “discendenti-tartarughe” ma escludeva i “discendenti-uccelli”). Poi di fatto i biologi continuano ad usare questi termini, perché comodi e da un punto di vista descrittivo funzionano ancora benissimo.
    Ma il punto è questo: Linneo credeva ancora che ci fossero caratteristiche “essenziali” che permettevano di creare raggruppamenti gerarchici. Per questo c’è in effetti qualcosa di “aristotelico” nel suo modo di ragionare, anche se ovviamente il rifarsi ad idee metafisiche suona più platonico (in realtà immagino che Linneo si muovesse ancora in un contesto filosofico tomistico e quindi la sua visione del mondo risente sia di Aristotele che di Platone).
    Ad esempio Linneo nella prima edizione della sua opera aveva posto le balene tra i pesci, in base a caratteristiche come “pinne” e “vita acquatica”. Nella seconda edizione però ha cambiato idea inserendole tra i mammiferi perché ha considerato la caratteristica “allattamento dei piccoli” più essenziale delle altre, cioè ha considerato che questo aspetto avesse una certa precedenza “ideale”. E curiosamente la paleontologia gli ha dato ragione (come ha fatto nella maggior parte delle sue scelte. Forse c’è un’ordine nel mondo dopotutto).
    Insomma c’è una scelta di metodo nella sistematica contemporanea volta ad escludere la predilezione di caratteri “essenziali” rispetto ad altri, il che è molto problematico nel caso del genere Homo. Per usare una categoria medievale direi che si vuole essere assolutamente nominalisti per essere perfettamente scientifici.
    Per questo il professore dopo aver trattato durante il corso quelle caratteristiche degli ominidi in cui i paleontologi avevano cercato il discrimine tra umanità e animalità (capacità cranica, pensiero simbolico, comportamenti rituali, produzioni “artistiche” ecc…), concluse con una diapositiva che diceva: “Vogliamo ancora mantenere una visione ‘essenzialista’ e ‘ideale’ dell’emergere dell’umanità? O dovremmo piuttosto adottare una visione materialista di caratteristiche e comportamenti umani, come semplici risposte alle pressioni ambientali?”.
    Personalmente l’adozione di questo metodo non mi crea problemi nel contesto dello studio di fossili e manufatti. Il fatto è che si vorrebbe partire da questo per derivarne una sorta di “indiefferenziabilità” tra la specie umana e le altre. Cosa che il professore non esplicitava durante il corso ma che era l’idea espressa in uno degli articoli che ci aveva assegnato per il corso la cui conclusione era qualcosa come: “Bene, ora che abbiamo dimostrato che non c’è alcun limite oggettivo tra una specie e un altra, dobbiamo metterci a pensare seriamente ai diritti degli animali”

  15. Grazie Zimisce per la tua risposta!

    In effetti anche a mio avviso l’alternativa è tra una visione riduzionista e una non riduzionista dell’evoluzionismo. Un nominalista non potrebbe mai ammettere la seconda, visto che implica che gli individui di una specie hanno una “unità di forma”, e non sono quindi un semplice accumulo casuale di caratteristiche.
    Va detto che quando c’è da trarre conclusioni in campi come questo (ma anche in altri) si finisce SEMPRE per uscire dalla scienza ed entrare nelle visioni filosofiche. Così uno scienziato non si accorge di sconfinare in un campo non di sua pertinenza e afferma come “scientifiche” delle conclusioni che sono del tutto filosofiche.

  16. Prego, è un piacere condividere gli argomenti che abbiamo approfondito. E poi anch’io vorrei difendere un’idea di evoluzionismo non riduzionista che permetta di uscire dall’antinomia tra evoluzionismo riduzionista e rifiuto ideologico dell’evoluzione. Mi piace l’idea poter di contemplare ancora l’albero della vita ideale come faceva Linneo e al tempo stesso ricoscerne il concreto sviluppo storico.

  17. Ringrazio molto Zimisce per il lungo commento che tocca argomenti che sto approfondendo e di cui penso scriverò: ovvero la teolologia, cioè l’investigazione dei fini ultimi delle cose.
    L’atteggiamento del professore del commento corrisponde alla modernità che questi fini nega. Senza un fine, allora tra uomo e animale non c’è differenza, dato che ogni cosa che li differenzia è puramente casuale. Eppure scommetto che se i suoi allievi gli si fossero rivolti dicendo “ciao, babbuino”, poveri allievi.
    Personalmente penso che tra Aristotele che pensava i viventi immutabili e chi nega (teoricamente) che chiamare qualcosa in una certa manera abbia senso, ci sia di mezzo la possibilità di riscoprire il senso del reale. Come si faceva notare, questi atteggiamenti teorici non sono privi di conseguenze pratiche. Anzi.

  18. Lieto di essere utile. Da quello che dici sull’esclusione della “causa finale” mi viene in mente che forse il bersaglio polemico di quel mio professore e di certo scientismo è un’altra delle cause aristoteliche, quella formale. A questa infatti si connetteva l’essenza di una cosa, e quel corso era tutto volto a criticare la ricerca di caratteristiche “essenziali” che rendessero una specie quello che è. È il discorso sulle qualità. Dove trovo l’umanità dell’uomo?
    “Il tentar l’essenza l’ho per impresa vana” diceva Galilei. In questa frase c’era già tutto il risvolto ideologico della scienza moderna. Chissà se Galilei ne immaginava le conseguenze. Magari sarebbe stato più saggio scrivere “Il tentar l’essenza è impresa bona ma la lascio alla filosofia”.

  19. Zimisce, credo che tu ci abbia azzeccato. Quando studiavo filosofia non capivo come quelle distanti teorie imparate a memoria potessero avere conseguenze sulla vita; ora, parecchi anni dopo, sto capendo come la concezione del mondo cambi drasticamente il modo di vivere e di rapportarsi con esso. E’ molto differente un mondo in cui ciò che fa dell’uomo un uomo è indefinito e quindi può essere manipolato a piacere e uno dove invece è definito dal rapporto con qualcosa che non muta.
    In fondo è sempre quella la scelta: se cercare di essere come dio o no.

  20. Zmische, La ringrazio sinceramente per lasua risposta molto articolata ed accurata.

    io però un paio di dubbi li avrei ancora.
    Il primo, sulla scontatezza dell’innatismo del linguaggio o sistema comunicativo delle api; quali verifiche fattuali possiamo dire di aver condotto per dire di aver le prove, le certezze scientifiche che esso non sia, invece, appreso? Dopotutto, l ‘ambiente in cui le bottinatrici devono muoversi per raccogliere pollinie viene continuamente modicficato dalle stagioni, le condizioni meteo,, il clima, l’uomo…e di conseguenza, cambiano anche i punti di riferimento che le api devono pur includere nel loro “discorso” per informare e indirizzare le altre operarie alla meta desiderata. Fosse anche soltanto il sole il ptuno di riferimento unicao adottato, anche questo varia continuamente la sua posizione nel cielo, non solo col trascorrere del giorno, ma anche col variare delle stagioni, e sempre in rapporto a quel determinato luogo di osservazione in cui i singoli alveari sono collocati. Ci sono un bel po’ di “concetti” astratti diversi da tener presenti, variabili poi con latitutidine e longitudine. Possibile che quei “segni” siano tutti innati, stampati in serie nella specie “apis mellifera” o come si chiama?

    Il secondo dubbio: il fatto che sappiamo che le tartarughe si sono differenziate dalla — o all’interno — della classe dei rettili 100 milioni di anni di prima rispetto agli uccelli, dà loro un primato crono-logico che però non è necessariamente ANCHE logico.

    Ora devo scappare, se non è chiaro quel che voglio dire, sarò lieta di spiegarmi meglio in un secondo momento.
    Grazie ancora, e a presto.

  21. Riguardo al primo dei suoi (dobbiamo proprio darci del lei?) dubbi posso rispondere solo in modo generico non essendo un entomologo. Credo che possiamo essere certi che il linguaggio delle api sia innato perché da quanto so le api passano tutta la vita larvale chiuse in una celletta dell’alveare e giunte a maturazione si mettono direttamente al lavoro. Non credo che nessuno abbia mai osservato qualche ora o solo qualche giorno di “tirocinio”. Inoltre se fosse un sistema appreso credo che avremmo centinaia di varianti di questo linguaggio in giro per il mondo, paragonabile a quella delle lingue umane. Invece, da quanto so il linguaggio delle api è universale alla specie.

    Sul secondo dubbio: non è che le tartarughe abbiano un primato logico, ma nel sistema di Linneo lo hanno gli uccelli, che non si capisce perché dovrebbero essere “promossi” a classe esterna al gruppo dei rettili. Cioè, questo ha senso nell’osservazione della natura, ma non rispecchia bene la filogenesi. Gran parte degli ordini di rettili infatti (lucertole e coccodrilli soprattuto) sono risultati in base alla filogenesi (confermata dalla genetica) più vicini agli uccelli che alle tartarughe, che essendosi distinte prima hanno milioni di anni di evoluzione indipendente. E allora si crea un paradosso logico.
    Per questo negli ultimi anni stanno pensando di riformare tutta la sistematica su basi filogenetiche e creare una classe che raggruppi rettili e uccelli, chiamata Sauropsida (https://it.wikipedia.org/wiki/Sauropsida). Lo schemino nella pagina che ho linkato mostra bene qual è il principio logico della classificazione contemporanea.
    Personalmente ho qualche dubbio che questo sistema sia praticabile dato che porta a creare un nuovo livello di suddivisione per ogni gruppo di animali che si è mai differenziato nel corso della storia della vita (rimanendo al nostro esempio si è dovuto creare un livello al monte dei Sauropsida che precede la differenziazione dei mammiferi, chiamato Amniota o Reptilimorpha; a valle ci deve essere un gruppo che raccolga i rettili-uccelli dopo la differenziazione delle tartarughe, Archosauria).
    Questo però complica terribilmente la sistematica. Linneo con 7 livelli (regno, phylum, classe, ordine, famiglia, genere, specie) organizzava tutti i viventi. Oggi è tutto un proliferare di sub-phyla, infra-classi, super-ordini, tribù, ecc…

    Inoltre questo sistema ha anche un risvolto nella classificazione di scimmie antropomorfe e esseri umani (così mi riavvicino all’argomento iniziale del post). Fino a qualche anni fa si seguiva Linneo distinguendo all’interno dei Primati la famiglia delle scimmie antropomorfe (gorilla-orango-scimpanzè) e la famiglia dell’uomo, specie isolata. Poi si è notato che la linea evolutiva dell’orango si era distinta prima delle altre specie. Allora non vuoi creare una sottofamiglia che comprenda tutti tranne gli oranghi? Così è stata creata la sottofamiglia Homininae (https://it.wikipedia.org/wiki/Homininae). Poi si è notato che i gorilla avevano pure una differenziazione anteriore a quella tra umani e scimpanzé e quindi ecco la tribù Hominini (https://it.wikipedia.org/wiki/Hominini) che comprende solo uomo, le due specie di scimpanzé (+ le varie specie estinte di autralopiteci e Homo).
    Però c’è il rischio di usare questo sistema di scatole cinesi in senso ideologico per affermare quello che dicevo l’antro giorno, l’essenziale indistinguibilità tra una specie e un’altra. A mo’ di esempio copioincollo un paragrafo della pagina di Wikipedia sulla tribù Hominini:

    “È interessante notare che nessuno dei fossili ritrovati finora viene ascritto alla sottotribù dei Panina, di cui fanno parte unicamente le due specie di scimpanzé attualmente viventi: tutti i fossili di ominidi preistorici vengono generalmente classificati nella sottotribù degli Hominina, anche se il confine fra le due sottotribù è assai labile e dettato principalmente da ragion di etica, tanto che molti studiosi propenderebbero ad una riclassificazione dell’uomo come appartenente al genere Pan, o viceversa ad un accorpamento di Pan a Homo”.

    Scusate la lunghezza dei commenti questi argomenti mi appassionano molto e se mi fate domande non riesco a contenermi :)

  22. a Zimische

    Non so se posso permettermi di trarre questa conclusione, ma a me, da profana in materia, sembra che il moltiplicarsi delle suddivisioni, rispetto ai tempi…aurei di Linneo, sia dovuto all’avvento della scienza genetica e dello studio sempre più dettagliato del Dna dei viventi via via rinvenuti, sotto forma di reperti fossili, nel corso dei secoli e poi in tempi recenti. Mettendoci in condizioni di rilevare anche le più lievi sfumature di differenziazione, la genetica ha finito col produrre questo exploit di nomenclature e raggruppamenti diversi.

    Ma questo a me non sembra un male, fin tanto che ci si studia di aderire il più possibile al dato di realtà, alle ‘prove’ fattuali di cui parlava Berlicche nel post. Il punto dolente emerge quando si vuole dare una spiegazione logica, conferendo un’aura di inevitabilità, alle successive differenziazioni genetiche e morfologiche, creando in verticale — se così posso esprimermi — quei “necessari” collegamenti e tratti unificanti che in orizzontale non erano più in grado di assicurare l’esistenza di ordinati insiemi di viventi strettamente fra loro apparentati. Non so se mi sono spiegata ma, sarà anche per l’ora, (oltre che per l’ignoranza) non riesco ad essere più chiara e precisa di così.

    Per quel che concerne le api, è proprio certo ed assodato che le operaie appena formate vengano mandate da sole in avanscoperta e non invece, in un primo periodo, trattenute per altri incarichi all’interno dell’alveare, o inviate per la raccolta del polline come semplici accompagnatrici di colleghe più anziane, per una sorta di tirocinio? Quanto alla eventuale differenziazione del loro linguaggio, mi pare già tanto che siamo giunti ad accorgerci della sua esistenza. Pretendere di distinguerne anche la sintassi e le inflessioni… dialettali, così come di escluderne categoricamente lo sviluppo e le alterazioni eventuali, da alveare ad alveare (o da varietà a varietà), mi sembra prematuro. Ma forse, anche qui, la colpa di queste mie convinzioni un po’ troppo ostinate è da ricercarsi nella mia mancanza di conoscenze specifiche al riguardo.

    Mi fermo, vado a nanna. Grazie infinite per tutte le conoscenze che metti (più che felice di darti del tu!) a disposizione di tutti, qui nel blog del super-mister (genere specialissimo e a parte) Berlicche.

  23. @Marilumari
    Hai ragione, nel lamentare la sistematica moderna sono caduto un po’ in modalità “laudator termporis acti”. Vedremo come saranno i nuovi libri di scienze. Credo che entro pochi anni avremo una sorta di notizia ufficiale del tipo “non esiste più la classe dei rettili” come quella di qualche anno fa “Plutone non è più un pianeta”.
    Sulle api chissà, finora la loro capacità “simbolica” è stata vista solo per questo aspetto di comunicare distanze e posizioni. Le situazioni in cui la usano sono riassunte abbastanza bene qui:
    https://it.wikipedia.org/wiki/Apprendimento_e_comunicazione_delle_api

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