Tradimenti

Sembra talvolta che il maggior problema di oggi per noi, uomini vaghi e sazi, sia il sesso. Ma non è vero. Il punto della questione, anche con il sesso, non è il sesso stesso: è più profondo.

L’ho ricapito ascoltando da una simpatica guida la narrazione dell’episodio di Paolo e Francesca, quello immortalato da Dante, nel luogo stesso in cui si è consumato. Nel castello di Gradara c’è una stanza che è, si dice, quella in cui gli amanti furono ammazzati. Il vivace racconto indirizzava ovviamente tutte le simpatie verso questi due sfortunati. Ah, che storia romantica; ah, quanto sarebbero stati felici, se non fosse stato…
E a me non tornava.
Non tornava perché, d’accordo, poniamo pure che questi si amassero; il matrimonio di lei era (forse) infelice, combinato, tutto quello che volete. Ma alla fine quello che avveniva in quella stanza era un tradimento.
Possiamo dirci che in certe circostanze è giusto tradire.
No, aspettate, la rifaccio: possiamo dici che in certe circostanze è giusto tradire?
Mancava il punto interrogativo, quel punto interrogativo che la guida e tanti non mettono più. Spesso neanche noi. Diamo per scontato che tradire sia giusto. E quando è giusto? Quando amiamo! Quando siamo mossi da un impulso irrefrenabile che…
Fregnacce. Scusate se lo dico così, apertamente, sono solo fregnacce. Stiamo dicendo che è giusto tradire quando ci pare e piace. Ci pare. E ci piace. Perché abbiamo uguagliato a questo l’amore. Quello che ci piace, quando ci pare. Ma questo non è amore. E’ questo il punto più profondo di cui parliamo all’inizio: si vuole fare coincedere il sesso con l’amore e questo con il fare quello che ci pare e piace. Per cui non c’è giuramento che conti, non c’è fedeltà: come diceva un sito di tradimenti online, la vita è breve, andate a letto con qualcun altro (detto forse in maniera più diplomatica, ma il senso è quello).
Ma è un imbroglio. Tant’è che neanche il tradire dà la felicità, anzi, mette in un altro imbroglio. Peggiore.

Tutto il problema, oggi come allora, è che l’oggetto desiderato non è adeguato al nostro desiderio. Perché noi desideriamo di più, qualunque cosa sia. Il male non è desiderare; è credere che quello che desideriamo ci possa bastare. Per cui si tradisce pensando che questo risolva i nostri problemi, che l’ostacolo sia “l’altro”, ma la risposta non è adeguata. Talmente inadeguata che ci si ritorce contro, e come in un gioco di birilli tira giù tutto quello che davamo per acquisito.

Il dramma di oggi non sono gli omosessuali, o il gender, ma la maniera con cui le persone, tutte, vivono il desiderio dell’altro. Ci vogliono raccontare che il sesso libera, e così anche i giovanissimi vi si buttano, magari confondendo affetto e amicizia e attrazione – e presto si accorgono che non basta. Che sono balle; e, quando lo capiscono, hanno paura. Hanno paura perché ogni cosa seria, affrontata non seriamente, spaventa. La vita stessa diventa un tradimento di se stessi e degli altri, tanto più disperata perché non si capisce più neanche per quale motivo le cose vadano storte. Perché non si sia felici.
Perché sia così più nessuno lo dice, o quasi. E allora diciamolo qui: che la felicità non è soddisfare i nostri desideri immediati, perché i nostri desideri ultimi non saranno mai soddisfatti.

Agostino diceva “Ama, e fai cosa vuoi”. Ma chi ama davvero non fa cosa vuole, fa il bene di chi ama. Che, spesso, vuol dire fare un passo indietro. Lasciare stare libri galeotti, ed essere uomini che non tradiscono.

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Informazioni su Berlicche

Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' su un po' giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Pubblicato il 31 agosto 2015 su meditabondazioni. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 7 commenti.

  1. Berlicche sei un grande! Vero vero vero quello che dici.

  2. Nel caso di Paolo e Francesca, forse non è stato nemmeno tradimento, essendo Francesca stata ingannata. Il libro forse è stato semplicemente la goccia che ha fatto traboccare il vaso di una situazione insopportabile per entrambi.
    Qui c’è il caso eclatante di Paolo e Francesca, ma i documenti soprattutto del XIV secolo riporta di molte coppie che vivono “more uxorio”, dopo esser fuggiti da matrimoni imposti dalle famiglie.
    Forse è stato troppo severo Dante a condannarli all’inferno, dato che perfino i tribunali ecclesiastici si mostravano molto indulgenti con casi di questo tipo, conoscendo il contesto e i vari retroscena.

  3. Ne discutevo con mia moglie. A parte che ci sono solo ricostruzioni parecchio a posteriori, se il matrimonio fosse davvero stato un inganno sarebbe stato nullo.
    Ma, attenzione, Mercuriade: con il tuo commento “dimostri” comunque il post. Perché i due, a prescindere, per dirla con Dante, cedono alla lussuria. Dante fa quello che deve: se pecchi consapevolmente, senza pentirti, è lì che finisci. Alla faccia di tutte le autogiustificazioni. Sarebbero là anche se lei non fosse stata sposata. Perché ha fatto quello che le pareva e piaceva. L’ha posto davanti a tutto: e questo è la definizione di peccato. In questo caso doppiamente mortale.
    Si amavano? Tantissimo! Sbagliavano? Tantissimo!
    Se non l’hai ancora visto, ascolta con attenzione il link alla lezione di Nembrini sui due che c’è anche nel testo: sono venti minuti spesi benissimo, veramente illuminanti, che fa capire molto meglio cosa intendevo dire e perché Dante fa quel che fa.

  4. L’ho sentita e ho già detto in altra sede che non sono d’accordo con questa interpretazione. Credo di essere più d’accordo con l’interpretazione di Davide Rondoni, che è d’altronde quella di molti illustri esegeti della Commedia: che sbagliarono è giusto ma è altrettanto giusto che altri li hanno portati a sbagliare calpestando la loro interiorità, e che Francesca grida il suo amore per Paolo financo all’Inferno quando dovrebbe maledirlo.
    “Amor che a nullo amato amar perdona” a mio parere non è una giustificazione: è un fatto, è una legge, perché l’amore per sua natura porta a Dio e al Paradiso, poi se viene sporcato, se “dipartisce”, divide l’uomo dalla vita, porta all’Inferno.
    Questo il dilemma che alla fine fa “andare in tilt” Dante e lo fa svenire.

  5. Mercuriade, vatti a vedere il canto IV del Paradiso dove Dante ripete per la terza volta la triplice rima. Poi ne riparliamo.
    Parere ingiusta la nostra giustizia
    ne li occhi d’i mortali, è argomento
    di fede e non d’eretica nequizia.

  6. Lo conosco. Il contesto è diverso (e anche per Costanza imperatrice ci sono forti dubbi che sia andata sul serio come dice Dante); per giunta Dante non ci arriva da subito al Cielo della Luna, ma dopo aver fatto un cammino. Trovo invece un parallelo bellissimo fra l’ultima terzina del V canto dell’Inferno e questa:

    Beatrice mi guardò con li occhi pieni
    di faville d’amor così divini,
    che, vinta, mia virtute diè le reni,

    e quasi mi perdei con li occhi chini.

  7. Diverso il contesto? In quel canto Dante spiega esattamente perché Paolo e Francesca sono all’inferno. E lo lega con la triplice rima, giusto per non dare adito a dubbi.

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